Considerazioni sparse su candidature ed elezioni regionali

Sono imminenti le elezioni regionali (per gli indipendentisti “natzionali”) sarde. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Davide Mocci. Chiunque ritenesse opportuno manifestare il suo pensiero può tranquillamente inviare l’articolo alla redazione di Pesa Sardigna: pesa.sardigna.blog@gmail.com

La campagna elettorale della Lega-PSdAz  alle scorse elezioni politiche in Sardegna che riprende gli slogan di ultra destra anti immigrati della Lega Nord

di Davide Mocci

L’investitura di Salvini a Solinas è l’esempio colonialista di “razzistizzazione” dei movimenti “etnoregionalisti”. Esattamente come era accaduto con la Lega Nord in Veneto – che però razzista, salvo i primissimi anni, ci è nata – si cerca di catalizzare il sentimento “regionalista” attraverso dispositivi ideologici atti al controllo e allo sfruttamento elettorale dello stesso: il razzismo e la retorica del “blut und boden” sono facilmente inculcabili in una società con un senso d’appartenenza meramente passivo e isolato che purtroppo non è ancora rivendicativo e diffuso. Il terrore, l’insicurezza, l’attacco alle radici culturali (già di per sé distrutte dal colonizzatore occidentale, però) e il bombardamento mediatico sono utili a catalizzare e polarizzare una popolazione già di per sé con problemi intrinseci di autoriconoscimento e autostima collettiva.

E dopo che molti sinceri “cani sciolti” indipendentisti nonché storici “leader” dell’indipendentismo classico sono caduti nella rete del controllo sociale di stampo Lega-PD contro la famosa invasione di africani (irreale, data la presenza esigua nei singoli paesi della Sardegna), ecco che il nazionalismo italiano si appresta a sferrare l’attacco ideologico decisivo all’indipendentismo sardo, attraverso il trasferimento del reflusso mediatico (già immagino i titoli dei giornali: “Solinas il Salvini sardo”) nelle mani non semplicemente di un lacché opportunista, ma il segretario di un partito clientelare – che ha sempre fatto la stampella del regime coloniale in Sardegna – che all’art. 1 del suo statuto parla di indipendenza della Sardegna. Sebbene come forza politica non abbia mai teso ad un simile obbiettivo, questo lo legittima ad essere riconosciuto dall’occhio esterno come componente organica del movimento di liberazione sardo e quindi legittimerà di conseguenza le considerazioni spicciole – e in malafede – che tacceranno l’indipendentismo nella sua totalità di essere reazionario. Questa visione non solo attecchirà in Italia e nel resto del mondo, dove bisogna cercare un riconoscimento internazionale, ma si insinuerà anche e soprattutto tra i sardi che pensano che “la Sardegna da sola non può farcela”, dandogli ulteriore riprova di rifiutare la “mentalità” sarda retrograda e razzista e fare appello al costituzionalismo “più bello del mondo” all’italiana per fare argine alla barbarie dilagante.
Insomma, gli attacchi agli indipendentisti continuano nelle più svariate forme, se si conta la repressione poliziesca di questi ultimi mesi. E la situazione si delinea sempre più drammatica quando sul versante autodeterminazionista si annaspa e si fatica nel trovare candidati all’altezza e metodi di aggregazione e partecipazione che riescano a mettere le basi per una rottura col sistema vigente, rischiando ancora una volta di frustrare l’impegno profuso da molte persone, e molti giovani, di cui questa terra ha bisogno come il pane; accecati dalla smania e dalla fretta di rattoppare quel poco che rimane del nazionalismo sardo (stimolato prostaticamente anche da individui loschi come Maninchedda e Pili, il cui percorso politico non li esime da giudizio solo perché usano parole nuove nel loro limitato vocabolario), si perde di vista il punto: bisogna ricostruire la società sarda, perché questa ormai non esiste più; non esistono più le reti sociali che hanno permesso che si manifestassero spontaneamente occasioni di lotta e resistenza, insieme alla lotta quotidiana per la sopravvivvenza. Ergo bisogna tornare al contatto diretto con le comunità e con le contraddizioni che queste attraversano, significa osservare e apprezzare il lavoro degli altri resistenti se questo muove verso il medesimo obbiettivo, riconoscerne l’operato e istaurarci rapporti di mutuo sostegno, quando necessario. Bisogna spingere sulla partecipazione attiva e non sulla delega, chiamare all’impegno tutti i solidali, perché ormai il tempo della solidarietà “esterna” è finito.
Ma per fare sì che ciò possa essere possibile, bisogna prima di tutto mantenere una certa coerenza e manifestarla, oltre alle buone intenzioni. Soprattutto se poi dalla base elettorale non appare esserci un ritorno entusiastico, fare appello alla testimonianza e all’idea aleatoria del progetto in sé serve a poco. In questo modo si cade nelle trappole del nazionalismo italiano e si rischia di non poterne più uscire per parecchio tempo, visto il futuro non tanto roseo che ci attende.