Sa Natzionale sarda de Bòcia: intervista al presidente Gabrielli Cossu

Le domande sono rivolte a  Gabrielli Cossu, presidente di FINS

A lato Cossu alla conferenza stampa di presentazione del progetto e nella foto successiva in una foto di repertorio

Per      molti la nazionale sarda è il Cagliari, ma ora ci sarà una selezione calcistica ufficiale. Come è nata l’idea e chi e cosa l’ha resa possibile?

Il progetto della costituzione della Natzionale Sarda parte un po’ di anni fa quando, durante l’estate 2012, organizzammo a Fordongianus la prima amichevole internazionale di calcio a cinque tra la nostra “Natzionale Sarda de Fùbalu a 5” e una rappresentativa Catalana. Fin da allora, come FINS, iniziammo a pensare a come poter organizzare una rappresentativa Nazionale sarda di calcio. L’occasione propizia per realizzare questo progetto l’abbiamo avuta questa estate nel periodo dei mondiali FIFA quando fummo contattati da un dirigente della ConIFA che mostrò interesse per le nostre iniziative e che ci invitò a provare a fare richiesta come federazione alla loro organizzazione.

In che circuito giocherà la nazionale sarda e chi è il commissario tecnico?

Per quanto riguarda il circuito in cui la nostra nazionale giocherà premettiamo che siamo membri della ConIFA, confederazione a cui sono affiliate squadre che rappresentano le nazioni, le dipendenze, gli Stati senza un riconoscimento internazionale, le minoranze etniche, i popoli senza Stato, le regioni e le micronazioni non affiliate alla FIFA. Questa affiliazione, oltre a permetterci di disputare partite amichevoli e partite ufficiali con le altre squadre che vi aderiscono, non impedisce alla nostra nazionale di organizzare partite amichevoli con squadre che non sono affiliate alla stessa federazione come i Club, o rappresentative riconosciute dalla FIFA. Per quanto riguarda gli impegni ufficiali, dopo le prime amichevoli di preparazione, il nostro obiettivo è quello di prendere parte agli Europei ConIFA che si terranno a giugno in Artassia.

 Il Commissario tecnico della Natzionale de Bòcia è Bernardo Mereu, tecnico tra i più qualificati del panorama calcistico sardo, attualmente oltre all’incarico come CT della nostra rappresentativa nazionale ricopre l’incarico di responsabile della Football Academy del Cagliari Calcio; nei suoi anni da allenatore in giro per i campi della Sardegna, che ne hanno fatto uno dei maggiori conoscitori del calcio isolano, ha allenato formazioni dalla prima categoria alla serie C1: agli esordi portò il La Palma – squadra dell’omonimo quartiere Cagliaritano – dal calcio dilettantistico fino alla C2, successivamente è stato Mister di alcune delle più importanti compagini di calcio sardo (tra cui Olbia, Tempio, Nuorese, Villacidrese e Torres) vincendo campionati e ottenendo promozioni in quasi tutte le piazze e categorie in cui ha allenato.

In molti penseranno che è una cosa inutile, si domanderanno chi finanzia tutto ciò. Non c’è il rischio di sollevare ondate di benaltrismo omologhe a quelle che puntualmente arrivano quando si parla di lingua sarda, questa volta in campo sportivo?

Dobbiamo dire che ci fa piacere che, ad oggi, i sardi abbiano accolto l’iniziativa con un entusiasmo che per noi è fondamentale anche se sappiamo che esisterà sempre qualche persona più critica o che intravede in qualsiasi tipo di iniziativa un secondo fine: a queste persone possiamo rispondere che l’unico fine di FINS è dare ai sardi una propria squadra nazionale di calcio e permettere a tutti i tifosi di poter sostenere una squadra che rappresenti il loro Popolo, che sia una vetrina per i giovani calciatori sardi e per tutto il movimento calcistico isolano. Per quanto riguarda l’aspetto finanziario della questione, i soci della FINS garantiscono il sostentamento e l’organizzazione interna. Ovviamente per rendere la nostra Nazionale più forte e competitiva al massimo delle sue possibilità, la sezione marketing della FINS è alla ricerca di sponsor e aziende che vogliano sostenere finanziariamente il progetto, come ha fatto per esempio lo sponsor tecnico Eye Sport. Oltre agli sponsor tutti i sostenitori privati del progetto possono aderire alla campagna di azionariato popolare #SaNatzionaleEstSaMia: a partire da una piccola donazione di un euro effettuata online (https://fins-sardigna.net/crowdfunding/ap) riceveranno certificati, gadget della squadra o avranno la possibilità di assistere alle partite e agli allenamenti.

All’interno dello stato italiano sono presenti altre esperienze analoghe? E in Europa?

 L’unica altra rappresentativa all’interno dello Stato italiano è quella della Padania che è presente perché la ConIFA, oltre alle Nazioni senza Stato, prevede l’affiliazione di “regioni geografiche che non hanno rappresentanza nel calcio. Ci teniamo a precisarlo perché in tanti ci hanno chiesto se la federazione calcistica della Padania abbia qualcosa a che fare con un certo partito politico: la risposta è no. Per noi l’unico problema è sportivo: la rappresentativa della Padania è una delle squadre più forti della federazione e probabilmente sarà una delle squadre da battere agli Europei.

Ovviamente in Europa ci sono altre esperienze analoghe nella ConIFA e in questi mesi è stato anche curioso imparare a conoscere nazioni ed entità geografiche che anche alcuni appassionati di geopolitica ignorano: infatti oltre ad alcuni Stati e Nazioni conosciute come Monaco, Groenlandia, Lapponia, Transnistria ed Occitania tra le federazioni che potrebbero partecipare agli europei ne esistono tante che a malapena avevamo sentito nominare o che non ci aspettavamo avessero una rappresentativa calcistica come la Nazionale Rom.

Per quanto riguarda altre esperienze simili al di fuori della federazione la Catalunya ha la sua Nazionale che annualmente disputa amichevoli di prestigio con club e nazionali FIFA, sappiamo che ispirandosi alla nostra iniziativa anche la Sicilia sta lavorando per creare la propria Nazionale e addirittura la Corsica vorrebbe affiliarsi alla FIFA.

Tutto questo fermento ci serve da ulteriore stimolo per fare le cose al meglio e dare ai sardi la squadra migliore e sportivamente più qualificata a rappresentarli.

I pappagalli sovranisti-leghisti e la questione sarda

La Sardegna come si sa è terra di conquista. Conquista non solo materiale e territoriale, ma anche intellettuale, morale ed elettorale.

Periodicamente i maître à penser colonialisti fanno visita nell’isola e – specie in campagna elettorale – dispensano la loro visione sulle cause dell’arretratezza dell’isola, dispensando buoni consigli e ovviamente portando acqua al mulino della propria parte politica e dei propri interessi di casta.

L’ultimo gigante del pensiero economico italiano a servizio della Sardegna in ordine di tempo è l’economista di area Lega Alberto Bagnai che ripropone il mantra del rilancio economico attraverso le “zone economiche speciali”. 

Pubblichiamo di seguito un articolo risalente ad anno fa di Andrìa Pili sulla visita di un altro gigante del pensiero sovranista, tale Claudio Borghi, perché smonta pezzo per pezzo tutte le frottole economiche del nuovo sciovinismo italiano circa la questione sarda, tanto le argomentazioni di tutti gli intellettuali organici del sovranismo italiano sono fatte con lo stampino e vengono poi riprodotte serialmente per pescare voti in Sardegna.

Buona lettura.

di Andrìa Pili

Ho ascoltato il discorso tenuto ieri a Cagliari dal responsabile della politica economica della Lega Nord, Claudio Borghi, da anni noto come esponente dello sciovinismo economico italico anti-Euro e anti-UE. Ha dimostrato non solo di non conoscere la Sardegna, ma anche di spacciare vecchie proposte come innovative e di cambiamento, malgrado siano assolutamente in continuità con le politiche neocoloniali perseguite sino ad ora.

Innanzitutto ritiene che “in Sardegna si stava meglio negli anni’80: c’era una cosa che è andata a mancare: il rispetto per le particolarità dell’isola, che la Prima Repubblica aveva. I sardi erano rispettati…si vedeva da tariffe, continuità territoriale, investimenti…poi è iniziato il mondo dell’Europa”. Borghi ignora completamente diverse cose: la disastrosa politica industriale perseguita, nell’isola, dalla Prima Repubblica; l’occupazione militare attuale, disegnata sempre durante lo stesso periodo; il disprezzo per la cultura sarda che ha caratterizzato quegli anni (solo nel 1999 il sardo è stato riconosciuto come una lingua con la legge 482/99, ad esempio…potremmo ricordare anche come sotto la Prima Repubblica veniva contrastato il banditismo); il ruolo indirettamente positivo compiuto dal processo europeista nella riscoperta della coscienza nazionale sarda e nella crescita del sardismo politico (mentre l’Italia non ha ancora ratificato la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, ad esempio). In un passaggio sembra quasi tradirsi, mostrando tutto il suo goffo pseudosardismo, affermando: “la Sardegna potrebbe essere il granaio, l’allevamento, la radice in cui produrre roba sana per l’Italia, invece di importare”; insomma, attribuisce un ruolo subalterno alla nostra isola nei confronti dell’Italia, pensando che l’idea di una Sardegna-granaio sia sinonimo della ricchezza passata anziché di sfruttamento coloniale.

Le sue ricette trite e ritrite sono: abbassare le tasse (con la neoliberale flat tax, cioè un aliquota del 15% uguale per tutti che sarebbe solo fonte di ulteriore diseguaglianza sociale); zona franca; un fantomatico centro di ricerca. Anche qui, ritorna l’idea di una Sardegna funzionale: “se spingiamo la Sardegna può diventare il traino dell’Italia”; l’idea è ovviamente che l’isola dovrebbe attirare gli investimenti stranieri (italiani) e quindi essere un luogo in cui per gli altri è conveniente produrre. La parte peggiore di questo passaggio è stata questa: “i sardi hanno una scolarità bellissima…rimarrebbero qui ed ora sono sostituiti dai barconi”. Solo qui dimostra non solo la propria ignoranza sull’isola (non conosce i dati sulla dispersione scolastica, evidentemente) ma anche un certo squallore, nel voler creare un inesistente rapporto causa-effetto fra emigrazione ad alta qualificazione e immigrazione clandestina, ignorando le discriminazioni affrontate dagli immigrati nel mondo del lavoro. Come se il problema di questo drenaggio di capitale umano siano gli immigrati e non le politiche neoliberali del Processo di Bologna ed una politica universitaria italiana volta a favorire gli atenei settentrionali e a deprimere quelli delle periferie di Sud e isole. La Lega Nord ha sostenuto queste politiche attivamente – come la Riforma Gelmini – condividendo l’ideologia su cui queste si sono basate.

“La nostra idea si basa sul recupero della sovranità, se noi recupereremmo (sic!) la nostra autonomia di gestire le nostre cose, rispetto a chi ci vorrebbe tutti identici…bisogna fare vedere all’Europa che non siamo tutti uguali, vogliamo essere orgogliosamente italiani e orgogliosamente sardi”. Già visto e rivisto è anche questo identitarismo sardo inserito entro il nazionalismo italiano e l’idea – ampiamente smentita dalla storia – che quanto possa essere positivo per l’Italia (cioé per il capitale settentrionale) debba essere positivo per la Sardegna. Questo sovranismo italiano è la nuova versione del protezionismo perseguito dall’Italia tra l’ultimo quarto dell’Ottocento e il fascismo, grosso modo; è proprio contro questa politica economica che sorse il pensiero sardista-autonomista, di fronte ai danni palesi che questa politica – su cui si fondava l’alleanza delle oligarchie industriali ed agrarie di Nord e Sud Italia, come notato da Gramsci – aveva creato nell’isola.

La conclusione di Borghi è ugualmente espressione del paternalismo colonialista: “amo la Sardegna per quello che è, rimanete aggrappati alle vostre tradizioni…sono ricchezza, avete tutto per avere ricchezza e non sfruttamento e povertà…faremo in modo che voi sarete rispettati come prima, saremo al vostro fianco”. La questione sarda è erroneamente vista unicamente come questione etnoculturale. L’unico modo per emancipare la Sardegna è lottare contro il potere politico-economico italiano e la classe politica sarda, sua mediatrice; a questo fine la Lega Nord, nelle nuove vesti di partito sciovinista italiano anche se con l’uso propagandistico dei residui regionalisti del suo passato, è assolutamente inutile e – al governo – sarebbe un nemico esattamente come qualsiasi partito il cui obiettivo non è quello di abbattere questo potere colonialista (ovvero ogni partito che vede l’Italia come il centro dei propri interessi)

ProgReS: costruiamo la convergenza nazionale per governare la Sardegna

  • Pochi giorni fa si è riunita a Oristano l’Assemblea Nazionale degli attivisti di Progetu Repùblica de Sardigna. Tempo di decisioni importanti?

Decisamente. Ci siamo confrontati a lungo e abbiamo ragionato non solo sulle ormai prossime nazionali sarde, ma sul futuro dell’indipendentismo e sul futuro di Progetu Repùblica.

In tal senso le nostre attiviste e i nostri attivisti hanno dimostrato, oltre che un forte senso di responsabilità nazionale, una maturità politica non comune, considerato la giovane età media dei nostri iscritti e il forte idealismo che solitamente contraddistingue il nostro Partito.

L’aspetto più importante che ci permette di affrontare con serenità i prossimi mesi è che abbiamo la piena consapevolezza che queste elezioni non segneranno per l’indipendentismo né l’ultima spiaggia né, salvo piacevoli imprevisti, la svolta. La nostra ambizione collettiva non verrà frustrata dal risultato delle urne.

Continueremo inesorabilmente la nostra marcia verso la libertà, nell’interesse esclusivo della nostra nazione. Detto questo abbiamo ancora l’opportunità storica di presentare alla società sarda una proposta di governo non subalterno, suggestiva e potenzialmente dirompente.

  • L’indipendentismo sardo gode di buona salute?

L’indipendentismo sociale e culturale , a mio avviso, gode di buona salute; è in continua crescita ed espansione. Chi non gode di buona salute è il terminale politico, ovvero i partiti indipendentisti.

Anni di investimento sull’apertura al mondo a noi vicino e parallelo hanno forse fatto percepire l’indipendentismo come non in grado di camminare sulle proprie gambe e di apparire in quanto tale senza dissimulazioni.

  • Che fine hanno fatto i progetti “Sardegna Possibile” e “Alternativa Natzionale” a cui Progres ha lavorato negli ultimi anni per allargare la base politica dell’indipendentismo alla società civile?

Noi abbiamo dato anima e cuore per questi progetti di coalizione. Sono stati dei progetti importanti ma che a nostro parere ormai hanno esaurito la loro funzione, anche alla luce dell’attuale scenario politico sardo.

È importante che l’indipendentismo sappia riconoscere le proprie sconfitte, le scommesse sbagliate, gli investimenti infruttuosi. Dagli errori e dalle strade tortuose impariamo il modo per procedere più spediti e più determinati di prima.

  • I vostri rapporti con Autodeterminatzione? Dicci una cosa che vi unisce e una che vi divide.

Dopo il prevedibile risultato alle politiche italiane e l’infelice addio di Muroni al progetto, ritengo che l’esperimento abbia attraversato una fase di ridefinizione che non so dire se si sia conclusa.

Certamente in comune abbiamo l’importante fatto che con alcuni di loro condividiamo un idea di Sardegna indipendente.

Ma ad esempio il fatto che abbiano deciso di farsi rappresentare alle elezioni nazionali sarde da una persona rispettabilissima ma esplicitamente autonomista – e quindi per noi unionista – non ci aiuta ad avvicinarci a loro. Comprendiamo i motivi di questa decisione, rispettiamo il loro lavoro. Ma non è il nostro.

  • E con Sardos?

Sardos, a detta loro, attualmente non è un soggetto politico ma una associazione culturale per cui non rientra nella nostra sfera di interessi strettamente politico-elettorali.

Ci auguriamo invece che assieme a loro si possano aprire degli spazi di confronto per quanto riguarda i temi da affrontare e soluzioni da proporre per il benessere dei cittadini sardi e la difesa della nostra Terra.

  • E con il nuovo soggetto-progetto di ispirazione autodeterminazionista, anticapitalista e antirazzista Caminera Noa? Una cosa che vi unisce e una che vi divide.

Caminera Noa ha recentemente annunciato di non partecipare alle prossime elezioni sarde, riteniamo tale scelta legittima e rispettabile. Tuttavia crediamo che possano esserci punti di contatto piuttosto interessanti come la proposta in merito alla cittadinanza sarda ispirata dallo “ius voluntatis”.

Un concetto molto caro a noi di Progetu Repùblica perché da sempre affermiamo il fatto che essere sardi, sentirsi sardi, condividere la nostra cultura, la nostra lingua, sia una libera scelta, un atto di volontà, e che ciò non dipenda da dove si nasce o di chi sei figlio.

  • Il PSd’Az va a tutta dritta verso la fusione con la destra xenofoba italiana, il PdS non sembra abbandonare il progetto di subalternità al PD. Last but non least Mauro Pili e il suo progetto Unidos… vedi spiragli di collaborazione con queste forze in vista delle regionali?

 

Le elezioni non sono mai state lo scopo e il fine ultimo dell’iniziativa politica di Progetu Repùblica. E penso di sfondare una porta aperta con voi.

Realizzare una convergenza nazionale a parole può sembrare facile ma in realtà è un’operazione molto incerta, oltre che complessa, perché mette in competizione interessi e finalità differenti. Non dipende solo dalla nostra volontà.

Come già abbiamo detto lo spazio politico potrà vedere la luce solo nel caso le forze sopracitate abbandonino le sirene dei poli italiani di centrosinistra e centrodestra.

Oggettivamente, se proprio vogliamo essere realisti, dobbiamo dire che il PSd’Az difficilmente avrà il coraggio di rompere il patto di ferro con la Lega, è una tattica discutibile ma redditizia nel breve periodo; mentre per quanto riguarda Unidos e PDS la questione è decisamente diversa e chissà che non possano venire fuori delle sorprese.

Nessuna unità elettorale per gli indipendentisti?

Che Andrea Murgia fosse il nuovo volto di Autodeterminatzione destinato a sostituire quello del giornalista Anthony Muroni per le elezioni regionali di febbraio l’aveva spoilerato Alessandra Carta su Sarndinia Post del 3 ottobre. Ancora non c’era stata nessuna investitura da parte del Coordinamento ma evidentemente era già noto che il funzionario e tecnocrate della Commissione europea ed ex uomo di punta del PD sardo e in particolar modo di Renato Soru sarebbe stato il prescelto. Murgia si era anche candidato alle primarie del PD sfidando Francesca Barracciu e Gianfranco Ganau  nel 2013. Come ricorda Alessandra Carta nell’articolo di Sardinia Post citato «quella consultazione elettorale si chiuse con la vittoria della Barracciu che raccolse il 44,32 per cento, pari a 22.808 voti. Murgia, sostenuto dal circolo Copernico, il bacino della nuova generazione dem, era arrivato terzo col 12,66 per cento (6.456 preferenze) (…). Come sia finita, è storia nota: di fatto l’esito delle primarie divenne nullo, visto che la Barracciu fu costretta al passo indietro da leader in seguito all’avviso di garanzia per peculato ricevuto nell’ambito dell’inchiesta sui fondi ai gruppi del Consiglio regionale».

La decisione – poi confermata in via ufficiale – è stata presa dal Coordinamento di Autodeterminatzione all’unanimità e il cartello sardista è già in piena campagna elettorale promuovendo incontri e mobilitazioni di vario genere.

L’unanimità interna al coordinamento di ADT non è però condivisa nel mondo indipendentista e autodeterminazionista.

Possibilista ma a diverse condizioni il soggetto-progetto Caminera Noa che in una nota del 30 ottobre chiariva di aver incontrato una delegazione composta dal presidente di Autodeterminatzione, Fabrizio Palazzari e dal suo candidato presidente, Andrea Murgia. In quella occasione è stato consegnato il documento poi diramato sui social e a mezzo stampa dove Caminera Noa chiede un pieno e paritario coinvolgimento dei “conflitti sociali e politici in atto in Sardegna”:

«È necessario aprire a tutte le realtà di lotta che si stanno muovendo in Sardegna (oltre a Caminera Noa anche A Foras, Rete Sarda sanità pubblica, Comitato No Metano, rete dei comitati sardi, ecc.).

Aprire non vuol dire dichiarare “entrate nel nostro progetto, con le nostre regole, con le nostre decisioni”, bensì significa creare uno spazio pubblico di libero confronto ad ampio spettro, paritario su tutto ciò che le parti dialoganti riterranno opportuno.

Le lotte, i conflitti, le vertenze, le progettualità di liberazione, salvaguardia e emancipazione attualmente in atto in Sardegna non possono essere accessori elettorali ma devono essere motore e propulsione per ogni progetto che si intenda di reale autodeterminazione».

Fino ad oggi però nessuna risposta in tal senso è ancora arrivata e quindi non è dato sapere se Caminera Noa sosterrà – se pure esternamente – la lista e il candidato governatore di Autodeterminatzione.

Sulla falsa riga di Caminera Noa ma meno possibilista ad un sostegno ad Autodeterminatzione l’ex consigliera regionale Claudia Zuncheddu e portavoce della Rete Sarda per la sanità pubblica con il suo appello del 15 novembre. L’appello non punta – come quello di Caminera Noa – a convincere Autodetermintazione a coinvolgere attivamente i conflitti e le forze di ribellione espresse dalla Sardegna, bensì a creare una federazione più ampia dei «territori in lotta, ai movimenti identitari, indipendentisti, progressisti, ambientalisti, anticolonialisti, dei diritti civili, antimilitaristi, di singoli cittadini ed intellettuali che si sono contrapposti alla violazione dei nostri diritti e alle politiche di espropriazione ed impoverimento delle nostre risorse promosse oggi dal centro sinistra e ieri dal centro destra». Non si sa bene se questa federazione preveda l’ingresso o no di Autodeterminatzione e ovviamente non è arrivata nessuna reazione da parte del cartello già in piena campagna elettorale.

La necessità di un progetto politico di prospettiva a breve, medio e lungo termine– argomenta la Zuncheddu evidentemente criticando le proposte già in campo – «richiede proposte concrete, coraggiose e fattibili. Proposte che non possono nascere dagli accordi opportunistici tra segreterie di partiti, il cui sistema è fallito alla fine del 900».

Di tutt’altro orientamento l’intervento per la convergenza nazionale prodotto in giornata dal partito ProgReS che alle scorse elezioni regionali fu animatore del progetto Sardegna Possibile con Michela Murgia candidata a governatrice.

La recente Assemblea Nazionale di ProgReS propone (link) un balzo in avanti che porti l’indipendentismo dalla sua fase progettuale a realizzare l’«obiettivo della liberazione nazionale con lo spirito, l’impegno e l’onere del governo, al servizio del popolo sardo. Un passaggio psicologico prima che politico. Una maturazione, una predisposizione all’attuazione concreta del superamento della protesta a favore di una proposta che sia concreta e applicabile».

La proposta avanzata da ProgReS è quella di «una seria, credibile e forte convergenza nazionale sarda che coinvolga tutte le forze politiche della nostra area capaci di una scelta di campo non tattica ma strategica. Sarebbe auspicabile una convergenza tra il nostro Partito e forze come Unidos, come il Partito dei Sardi, come Autodeterminatzione e come il PSd’Az».

Caminera Noa non viene neppure nominata, forse perché con il documento sopracitato si è dichiarata non interessata ad una partecipazione diretta alle elezioni, o forse perché le sue posizioni politiche risultano troppo conflittuali e critiche proprio nei confronti di alcuni potenziali interlocutori individuati da ProgReS.

In ogni caso la bozza di convergenza è difficile realizzazione per stessa ammissione degli estensori del documento a causa di persistenti e fortissime contraddizioni politiche così sintetizzate:

«ma questo spazio politico con pochi punti chiari e condivisi a delimitare un perimetro concettuale e un programma teso alla difesa degli interessi dei sardi potrà vedere la luce solo nel caso in cui le forze appena citate decideranno di liberarsi in modo definitivo dai poli italianidi centrodestra e centrosinistra, da leadership non chiaramente indipendentiste o da patti di ferro con il peggiore nazionalismo italiano xenofobo e autarchico».

In sintesi il quadro è ancora molto fluido, eppure mancano solo pochi mesi alle elezioni regionali alle quali con tutta probabilità partiti liberisti, colonialisti, razzisti, fascisti e qualunquisti italiani faranno incetta di voti con l’aiuto prezioso dei soliti ascari locali, sardisti o no.

A scuola di guerra e di disastro ambientale

La denuncia del collettivo oristanese “Furia Rossa” arriva come una tegolata in testa: ad Oristano l’Istituto tecnico Lorenzo Mossa spedisce i ragazzi impegnati nell’alternanza scuola-lavoro nel poligono interforze del Salto di Quirra. Di per se sarebbe già una notizia che dovrebbe fare interrogare sul rapporto militare-scuola e formazione, ma va aggiunto che è in corso un processo per disastro ambientale che riguarda le attività di quel poligono. Tutto questo è etico, è opportuno, e soprattutto è educativo e didattico?

Inoltre c’è un particolare che fa pensare. Uno dei tre indirizzi dell’istituto  riguarda il turismo. Educare alla “cultura” dell’occupazione militare della nostra terra è compatibile con la prospettiva di un turismo sostenibile sia antropicamente che ambientalmente?

Pubblichiamo per intero il comunicato perché riteniamo che vada letto e veicolato integralmente.

Apprendiamo dalla stampa che alcune classi dell’Istituto Mossa sono state impiegate in un percorso di alternanza scuola-lavoro presso il Poligono Interforze del Salto di Quirra. Il fatto ci preoccupa, perché crediamo con fermezza che la scuola pubblica non dovrebbe instradare i propri studenti verso la carriera lavorativa nell’esercito, né crediamo sia eticamente corretto mettere dei ragazzi e delle ragazze di 18 anni a studiare e a esercitarsi su tecniche di guerra. Inoltre accogliamo con dispiacere la notizia che le scuole sarde, legittimino con questo tipo di attività i soggetti e le strutture che perpetrano da 50 anni la situazione di occupazione militare della nostra isola, con tutte le ricadute negative che ne conseguono, non ultima l’impossibilità per i sardi di fruire di enormi porzioni di terra – ricordiamo che il PISQ è tra i poligoni più grandi d’Europa – che, se impiegate in attività produttive diverse potrebbero far vivere dignitosamente molte più persone. Queste sono considerazioni nostre, ma vogliamo sottolineare un’altra cosa che dovrebbe destare preoccupazione in tutte le persone che hanno a cuore il ruolo formativo ed educativo della scuola pubblica, e che dovrebbe, crediamo, essere sottoposta a dibattito nel Consiglio d’Istituto e nel Collegio docenti della scuola interessata. Il Poligono Interforze del Salto di Quirra è oggetto di un processo, che si svolge presso il tribunale di Lanusei, che vede otto ufficiali delle forze armate italiane imputati per omissione agggravata di cautele contro infortuni e disastri. Se anche questi otto indagati dovessero alla fine venire assolti, il quadro generale che emerge dal dibattimento – basta leggere gli articoli di giornale – e che emerge anche dalle relazioni delle varie Commissioni di indagine parlamentari sull’uranio impoverito – che, ricordiamo, sono organi dotati dello stesso potere dell’autorità giudiziaria – non lascia alcun dubbio in merito all’incredibile situazione di totale spregio delle più basilari misure di sicurezza dei lavoratori e di violazione delle più elementari norme di tutela dell’ambiente che va avanti, nel poligono, da decenni. Ci sembra ovvio che nessuno accetterebbe mai un percorso di alternanza scuola-lavoro presso un’impresa indagata per reati ambientali, ma non è così per i poligoni militari e tutto questo accade mentre a Roma viene sgomberato con la forza un liceo occupato e mentre, anche nella nostra città, si moltiplicano le operazioni repressive contro gli studenti che fanno uso di droghe leggere, invece di avviare percorsi per la miglior comprensione e per la consapevolezza da parte giovani dei rischi legati all’utilizzo di sostanze stupefacenti. Invitiamo tutte le dirigenze scolastiche della città e della provincia ad avviare percorsi di informazione per i propri studenti e per il proprio corpo docente su quanto sta venendo dibattuto nel processo di Lanusei sul disastro ambientale nel Poligono di Quirra e a non ripetere esperienze di alternanza di scuola lavoro di questo tipo, che rischiano di ingenerare, negli studenti, l’idea che per i militari tutto sia lecito e consentito e che i poligoni militari presenti in Sardegna siano un paradiso incontaminato, dove tutto è sempre stato fatto con trasparenza e rispetto delle norme di sicurezza per le popolazioni locali e per i lavoratori. Cosa che, e lo attestano i documenti ufficiali, non è vera.

Collettivo Furia Rossa – Oristano