I pappagalli sovranisti-leghisti e la questione sarda

La Sardegna come si sa è terra di conquista. Conquista non solo materiale e territoriale, ma anche intellettuale, morale ed elettorale.

Periodicamente i maître à penser colonialisti fanno visita nell’isola e – specie in campagna elettorale – dispensano la loro visione sulle cause dell’arretratezza dell’isola, dispensando buoni consigli e ovviamente portando acqua al mulino della propria parte politica e dei propri interessi di casta.

L’ultimo gigante del pensiero economico italiano a servizio della Sardegna in ordine di tempo è l’economista di area Lega Alberto Bagnai che ripropone il mantra del rilancio economico attraverso le “zone economiche speciali”. 

Pubblichiamo di seguito un articolo risalente ad anno fa di Andrìa Pili sulla visita di un altro gigante del pensiero sovranista, tale Claudio Borghi, perché smonta pezzo per pezzo tutte le frottole economiche del nuovo sciovinismo italiano circa la questione sarda, tanto le argomentazioni di tutti gli intellettuali organici del sovranismo italiano sono fatte con lo stampino e vengono poi riprodotte serialmente per pescare voti in Sardegna.

Buona lettura.

di Andrìa Pili

Ho ascoltato il discorso tenuto ieri a Cagliari dal responsabile della politica economica della Lega Nord, Claudio Borghi, da anni noto come esponente dello sciovinismo economico italico anti-Euro e anti-UE. Ha dimostrato non solo di non conoscere la Sardegna, ma anche di spacciare vecchie proposte come innovative e di cambiamento, malgrado siano assolutamente in continuità con le politiche neocoloniali perseguite sino ad ora.

Innanzitutto ritiene che “in Sardegna si stava meglio negli anni’80: c’era una cosa che è andata a mancare: il rispetto per le particolarità dell’isola, che la Prima Repubblica aveva. I sardi erano rispettati…si vedeva da tariffe, continuità territoriale, investimenti…poi è iniziato il mondo dell’Europa”. Borghi ignora completamente diverse cose: la disastrosa politica industriale perseguita, nell’isola, dalla Prima Repubblica; l’occupazione militare attuale, disegnata sempre durante lo stesso periodo; il disprezzo per la cultura sarda che ha caratterizzato quegli anni (solo nel 1999 il sardo è stato riconosciuto come una lingua con la legge 482/99, ad esempio…potremmo ricordare anche come sotto la Prima Repubblica veniva contrastato il banditismo); il ruolo indirettamente positivo compiuto dal processo europeista nella riscoperta della coscienza nazionale sarda e nella crescita del sardismo politico (mentre l’Italia non ha ancora ratificato la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, ad esempio). In un passaggio sembra quasi tradirsi, mostrando tutto il suo goffo pseudosardismo, affermando: “la Sardegna potrebbe essere il granaio, l’allevamento, la radice in cui produrre roba sana per l’Italia, invece di importare”; insomma, attribuisce un ruolo subalterno alla nostra isola nei confronti dell’Italia, pensando che l’idea di una Sardegna-granaio sia sinonimo della ricchezza passata anziché di sfruttamento coloniale.

Le sue ricette trite e ritrite sono: abbassare le tasse (con la neoliberale flat tax, cioè un aliquota del 15% uguale per tutti che sarebbe solo fonte di ulteriore diseguaglianza sociale); zona franca; un fantomatico centro di ricerca. Anche qui, ritorna l’idea di una Sardegna funzionale: “se spingiamo la Sardegna può diventare il traino dell’Italia”; l’idea è ovviamente che l’isola dovrebbe attirare gli investimenti stranieri (italiani) e quindi essere un luogo in cui per gli altri è conveniente produrre. La parte peggiore di questo passaggio è stata questa: “i sardi hanno una scolarità bellissima…rimarrebbero qui ed ora sono sostituiti dai barconi”. Solo qui dimostra non solo la propria ignoranza sull’isola (non conosce i dati sulla dispersione scolastica, evidentemente) ma anche un certo squallore, nel voler creare un inesistente rapporto causa-effetto fra emigrazione ad alta qualificazione e immigrazione clandestina, ignorando le discriminazioni affrontate dagli immigrati nel mondo del lavoro. Come se il problema di questo drenaggio di capitale umano siano gli immigrati e non le politiche neoliberali del Processo di Bologna ed una politica universitaria italiana volta a favorire gli atenei settentrionali e a deprimere quelli delle periferie di Sud e isole. La Lega Nord ha sostenuto queste politiche attivamente – come la Riforma Gelmini – condividendo l’ideologia su cui queste si sono basate.

“La nostra idea si basa sul recupero della sovranità, se noi recupereremmo (sic!) la nostra autonomia di gestire le nostre cose, rispetto a chi ci vorrebbe tutti identici…bisogna fare vedere all’Europa che non siamo tutti uguali, vogliamo essere orgogliosamente italiani e orgogliosamente sardi”. Già visto e rivisto è anche questo identitarismo sardo inserito entro il nazionalismo italiano e l’idea – ampiamente smentita dalla storia – che quanto possa essere positivo per l’Italia (cioé per il capitale settentrionale) debba essere positivo per la Sardegna. Questo sovranismo italiano è la nuova versione del protezionismo perseguito dall’Italia tra l’ultimo quarto dell’Ottocento e il fascismo, grosso modo; è proprio contro questa politica economica che sorse il pensiero sardista-autonomista, di fronte ai danni palesi che questa politica – su cui si fondava l’alleanza delle oligarchie industriali ed agrarie di Nord e Sud Italia, come notato da Gramsci – aveva creato nell’isola.

La conclusione di Borghi è ugualmente espressione del paternalismo colonialista: “amo la Sardegna per quello che è, rimanete aggrappati alle vostre tradizioni…sono ricchezza, avete tutto per avere ricchezza e non sfruttamento e povertà…faremo in modo che voi sarete rispettati come prima, saremo al vostro fianco”. La questione sarda è erroneamente vista unicamente come questione etnoculturale. L’unico modo per emancipare la Sardegna è lottare contro il potere politico-economico italiano e la classe politica sarda, sua mediatrice; a questo fine la Lega Nord, nelle nuove vesti di partito sciovinista italiano anche se con l’uso propagandistico dei residui regionalisti del suo passato, è assolutamente inutile e – al governo – sarebbe un nemico esattamente come qualsiasi partito il cui obiettivo non è quello di abbattere questo potere colonialista (ovvero ogni partito che vede l’Italia come il centro dei propri interessi)