La sopravvivenza della Siria è un punto a favore nella lotta contro l’imperialismo

di Riccardo Sotgia

La sopravvivenza della Siria è un punto a favore nella lotta contro l’imperialismo.

Nonostante il prevedibile permanere dell’instabilità, dovuta a possibili colpi di coda da parte delle forze imperialiste coinvolte nell’aggressione alla Siria che va avanti dal 2011, nell’anno che sta per cominciare si potrebbe assistere a una svolta decisiva nella direzione della fine del conflitto su larga scala sul territorio della repubblica. Per la prima volta da tre decenni, un paese finito nel mirino degli Stati Uniti e dei loro alleati resta in piedi, seppure certo non indenne, e in prospettiva senza perdite territoriali drastiche. La guerra, innestata artificiosamente nel solco di contraddizioni che il paese affrontava, è cominciata mediante l’installazione di una pseudo entità statuale -ISIS secondo l’acronimo in uso in occidente, e Daesh in arabo- nell’ampia area fra la Siria e l’Iraq: un sedicente califfato di stampo wahabita la cui genesi, quanto a finanziamento, armamento e personale coinvolto, è riconducibile agli USA, all’entità sionista e all’Arabia saudita. A queste bande, a cui prendevano parte uomini di oltre cinquanta nazionalità, accorsi da ogni parte, si aggiungevano, nel nord-ovest del paese e nei sobborghi di Damasco, formazioni islamiste sotto il controllo del regime fascista turco. Prendere atto di questo, e sconfessare la versione che vede le cause della guerra nella repressione da parte del governo dell’opposizione islamista interna, è il primo passo per la comprensione dei fatti. Da questo punto di partenza è necessario valutare lo schieramento degli altri attori in campo.
Contrariamente ad ogni previsione che si potesse avanzare otto anni fa, il paese ha resistito. Con un’efficace mobilitazione popolare e bellica, cui hanno partecipato attivamente anche militanti comunisti tradizionalmente all’opposizione; con il contributo di milizie di volontari, e non secondariamente come importanza, con il primario ausilio di storici alleati quali la Russia e l’Iran, ogni centimetro di terreno in mano ai tagliagole scatenati dall’imperialismo è stato liberato. Ad oggi resta occupata dai terroristi l’enclave di Idlib, dove ha trovato rifugio ciò che resta delle formazioni qaediste, e le zona nord-occidentali di Afrin e Al-bab, invase dall’esercito turco con il pretesto della presenza delle milizie curde.
Sono invece l’oriente e il settentrione del paese a costituire tuttora la maggiore incognita rispetto al futuro assetto territoriale della Siria. Pochi giorni fa, la presidenza USA ha annunciato il ritiro dal paese delle proprie truppe, illegalmente installatesi in queste aree con il pretesto della lotta a Daesh. Il ritiro ha già avuto inizio. Questa mossa, presentata come naturale conseguenza dell’ormai prossima neutralizzazione totale delle forze di Daesh in Siria, ha causato una profonda crisi, già in atto dopo l’invasione turca di Afrin, dell’autoproclamato potere delle milizie facenti capo al partito curdo di osservanza apoista PYD, che vede cessare improvvisamente la protezione americana, ritenuta sicura fino a pochi giorni fa, specie nei confronti della costante minaccia turca. Il corso generale degli eventi bellici, e infine questo ultimo avvenimento, potrebbero già fornire tutti gli elementi per mettere in discussione la definizione di “rivoluzione” autoassegnatasi da dette forze, e assunta come nuovo credo, in maniera piuttosto acritica, da ampie fasce della sinistra postmoderna dei paesi capitalisti occidentali. Una circostanza che si è potuta verificare solo dopo un lungo periodo in cui sono state spacciate per rivoluzioni una lunga serie di cambi di regime pilotati e guerre sporche suscitate all’interno di paesi non riconducibili alle ragioni di Washington con mezzi più morbidi, e che questo stravolgimento è stato digerito anche da chi avrebbe dovuto smascherarlo. Valgano per tutti, i funesti esempi delle “rivoluzioni colorate” e delle “primavere arabe”.
Quella del nord della Siria è una “rivoluzione” che non può contare sulle sole forze del popolo che pretende di rappresentare, e che nel prenderne implicitamente atto, non è stata in grado di valutare con la correttezza analitica che si richiede da chi si fregia di questa definizione, quali alleanze stringere sul piano sia politico che militare.
La prima conseguenza del ritiro statunitense, e la crescente pressione turca presto pronta a trasformarsi in un’offensiva su tutto il nord, è stata lo schieramento dell’Esercito Arabo Siriano nella città di Manbij, controllata finora dai bracci armati del PYD (YPG e YPJ), dove già nei mesi scorsi erano scoppiati disordini, animati dalla stessa popolazione locale (compresa quella curda), che manifestavano insofferenza verso l’amministrazione del PYD e invocavano l’intervento delle forze governative, data l’incapacità dimostrata ad Afrin di resistere militarmente ai turchi e alle bande jihadiste alle loro dipendenze. Il sogno di uno protettorato occidentale con caratteristiche parastatali, negli anni scorsi battezzato come “Confederazione democratica della Siria del nord” e comunemente identificato con il nome che i curdi danno alla parte siriana delle terre da essi abitate (c.d. “Rojava”) rischia di infrangersi nel peggiore dei modi, travolgendo anche le legittime aspirazioni del popolo curdo. Popolo diviso sul territorio di quattro stati esistenti (Turchia, Iraq, Siria e Iran), ma la cui massima parte ricade in territorio turco, storicamente. Dal punto di vista politico, la legittimità di uno stato curdo è riconosciuta nell’ambito dei confini definiti nella conferenza di Sèvres del 1930, ipotesi che contrasta sul piano dei rapporti di forza con l’insormontabile scoglio turco, sul cui attuale territorio insiste la maggior parte di quanto rivendicabile come Kurdistan. Alcune dirigenze curde, incoraggiate dalle potenze occidentali, hanno pensato di approfittare dell’aggressione alla Siria e del temporaneo vuoto di potere per realizzare questo progetto trasferendolo, ed espandendosi in terra araba, barattando il sostegno esterno con la partecipazione all’operazione di regime change,  fenomeno ben diverso da una “rivoluzione”, come sopra ricordato. Progetto che comportava l’estensione arbitraria di territorio da considerare “Kurdistan”, fino alla concessione di uno sbocco sul mar Mediterraneo. Oltre, naturalmente, allo stanziamento di finanziamenti e alla fornitura di armamenti, che durante l’avanzata su Raqqa (precedentemente spianata dai bombardamenti americani) hanno incluso anche artiglierie. Questa operazione, mettendo fine a un periodo in cui l’atteggiamento di queste forze è stato ambiguo e non coerente, ha segnato lo schieramento dei confederalisti curdi con gli invasori. Scaricato il Daesh come pedina non più spendibile, gli USA hanno assoldato YPG e YPJ come fanteria, per coprire un’avanzata sull’autoproclamata capitale del califfato, che terminasse prima dell’arrivo dei siriani, e che comprendesse anche la parte della provincia di Deir Ez Zour in cui ha sede la maggior parte dei campi petroliferi siriani. In queste province e nel settentrione del paese, sono state installate illegalmente undici basi statunitensi (cfr. carta n. 1).



Una delle argomentazioni più puerili, avanzata da molte parti, rispetto alle inevitabili critiche in relazione alla posizione dei sedicenti confederalisti curdi negli sviluppi della situazione siriana, è quella per cui si dovrebbe evitare di giudicare degli errori evidenti per il fatto che il popolo a cui si fa riferimento ha alle spalle decenni di lotta. Forse l’unico invito utile, è quello di informarsi correttamente; ma oltre a rifuggire le fonti della stampa e delle tv dei paesi capitalisti occidentali, è da evitare anche la narrazione onirica dei fatti proposta dai propagandisti pro-curdi, che si è riassorbita nel primo gruppo. A voler scavare i fatti, essi non depongono a favore gli odierni avvocati d’ufficio di un’esperienza che si avvia verso un inevitabile ridimensionamento: la critica è puerile e poco argomentabile, perché le scelte fatte dalla dirigenza curda siriana in questi otto anni di conflitto, stanno crollando sulla schiena dello stesso popolo che avrebbe dovuto essere difeso da queste forze. Ben prima di tanti commentatori a distanza più o meno noti, hanno fatto luce su alcune questioni diverse voci critiche che tradizionalmente erano state alleate della causa curda, proveniente da una parte dalla sinistra rivoluzionaria turca, e dall’altra da quella palestinese. Critiche che, con tronfia arroganza, lungi dall’essere ascoltate, erano state liquidate con sufficienza, quando non con derisione. In tempi non sospetti, esponenti del FPLP hanno messo in guardia, con evidente cognizione di causa, la dirigenza curda dall’intrattenere rapporti con i sionisti, riferendosi alla Siria (e non al nazionalista curdo Barzani, che ha il suo feudo in Iraq e non nasconde i suoi buoni rapporti con Tel Aviv). Degna di nota la posizione espressa due anni fa dal militante palestinese e analista Nassar Ibrahim, riportata anche da testate pro-curde come InfoAut: “Sebbene tutte le lotte per l’autodeterminazione vadano appoggiate, ciascuno deve decidere da che parte stare e spiegare con chi fa alleanze. (…) In Siria non esiste alcuna rivoluzione, esiste un regime pieno di difetti e una situazione sociale che meriterebbe una rivoluzione, ma ciò cui assistiamo non è che una sporca guerra per procura finanziata e armata dagli Usa, che ha prodotto un’ondata reazionaria in tutta la regione. Il primo obiettivo di qualunque marxista dev’essere prendere posizione. Un militante non può crogiolarsi nella neutralità: occorre oggi supportare il governo e garantire l’integrità territoriale siriana”.
Riguardo all’occidente, non giova il fatto che gli “avvocati” in questione sventolino esperienze sul campo, come fossero uniche ed esclusive.Per di più, a fronte di interventi duri e dal punto di vista di chi scrive non condivisibili, ma espressi nell’ambito della dialettica politica e con la dovuta umiltà, da anni si assiste per lo più ad opere di agiografia, presentate con prepotenza da personaggi più vicini a figure del mondo dello spettacolo, che non a quella dell’ex combattente. Racconti che ogni giorno che passa dimostrano la loro scarsissima rispondenza alla realtà. La pur dura difesa di Ayn El Arab/Kobane, è stata possibile e ha avuto successo per intercessione della Nato, che ha temporaneamente tenuto a freno i turchi lasciando che gli assediati usassero il confine come retrovia e consentissero il passaggio di un numero rilevante di volontari internazionali (transitati nel tempo, sempre passando per la Turchia, anche più a oriente, per la città di Nusaybin). Il flusso si è ridimensionato solo dopo l’irrigidimento turco in seguito al tentato golpe la cui responsabilità viene attribuita dal governo agli stessi alleati statunitensi.
Nello stesso modo, va ridimensionata la mitologia qua propagandata rispetto alle fasi dell’avanzata su Raqqa, durante la quale le milizie, a cui via via si aggiungevano frange di islamisti che alzavano sul carro del vincitore dando origine alle cosiddette Forze democratiche siriane, non hanno sostenuto combattimenti neanche lontanamente paragonabili ai violenti scontri e alle battaglie campali sostenuti dall’esercito siriano. In molti casi, i villaggi sono stati occupati dopo che “consiglieri” statunitensi avevano preceduto le colonne e trattato il ritiro con gli uomini del califfato. E’ anche documentato che nella città di Raqqa, dove la fanteria è entrata dopo una carneficina di civili dovuta ai bombardamenti americani e francesi -con buona pace della sbandierata “precisione”, gli USA si sono addirittura premurati di evacuare con elicotteri vari gruppi di notabili del califfato. Senza queste informazioni, si rischia di credere alla gigantesca e volendo anche brillante opera di propaganda che i soldi americani e il sostegno politico occidentale hanno consentito: la costruzione dell’immagine di eroi idealisti e senza macchia, animati dall’amore per la libertà, per la parità fra i sessi e per la natura, nonché di eroine così belle da sospettare una selezione per le foto, tanto brave a sparare quanto a cantare, danzare e declamare la loro originale “Jineoloji”, arrivate financo alle copertine delle riviste per signore da leggere sotto il casco per la permanente. I meriti reali riconoscibili ai combattenti sul fronte settentrionale non sarebbero stati vendibili adeguatamente, perché avrebbero comportato una presa di coscienza sulla brutalità della guerra e sul ruolo delle forze in campo. Sono stati usati invece gli ingredienti giusti per blandire la mitologia della sinistra, orfana del traguardo rivoluzionario, e a suscitare la simpatia e il romanticismo nel pubblico occidentale, rapido nel dimenticare che fino a tempi recenti gli stessi guerriglieri venivano trattati come terroristi brutti, sporchi, cattivi e per giunta comunisti, quindi poco accattivanti, e sostenibili solo da facinorosi come loro… Un cambio radicale di approccio nel presentarli, specie dalla stampa mainstream, veloce quanto losco, in considerazione del fatto che l’occidente in passato è riuscito a definire “combattenti per la libertà” persino i gli islamisti afghani.
Ad onor del vero, sono stati effettivamente sperimentati modelli che rompono con il retaggio della società mediorientale più arcaica (specie riguardo alla condizione della donna) e che introducono modelli di autogoverno popolare. Ma queste conquiste, apparse a macchia di leopardo e in misura molto inferiore a quella propagandata (anche per il rifiuto ideologico di adottare una direzione centralizzata, una pianificazione dell’economia e di formare un apparato coercitivo valido per tutti e adatto a liquidare le formazioni sociali superate e rendere effettive le decisioni -misure evidentemente anche sgradite ai nuovi sponsor), non hanno appunto riguardato che una parte della popolazione, a volte escludendo le altre.Ci si riferisce a documentati e ripetuti episodi di discriminazione contro la popolazione araba e assira, specie nel campo della libertà di istruzione, di religione e di lingua, alle vergognose pratiche di confisca della terra degli arabi fuggiti, assegnata alle comunità… curde, e all’opera di corrotta circonvenzione dietro mazzette per far lasciare le proprie case agli abitanti non curdi.

In generale, non è stata intaccata, se non episodicamente la base materiale della proprietà terriera, basata su dinamiche di clan, per ragioni di deflazione del conflitto sociale locale. Sul piano dei rapporti esterni, le conquiste parziali, per quanto positive, non cancellano la scelta di ottenere il proprio obiettivo finale come premio di consolazione da parte delle potenze intente a smembrare il paese di cui si faceva parte. In generale è bene ricordare caparbiamente come la storia dimostri che non può esserci alcuna “rivoluzione”, né liberazione, né indipendenza, né autodeterminazione, né emancipazione di uomini e donne, né anticapitalismo, sotto le armi degli imperialisti americani e dei loro alleati, o in costanza del loro appoggio a un progetto politico.

Con il ritiro statunitense e la sopraggiunta inutilità militare delle milizie curde rispetto ai loro obbiettivi politici e militari, i confederalisti curdi non hanno più nulla da mettere sul piatto per negoziare con il governo di Damasco. Non sono in grado di difendersi da sé, come hanno sempre millantato. Risulta patetico parlare del reintegro del controllo governativo come se si trattasse di qualcosa che possono rifiutare, o paventando un nuovo “accordo tattico”, come quello, in realtà politico, che avevano con gli USA. Verosimilmente, potranno chiedere di salvaguardare alcuni aspetti della gestione municipale che hanno sperimentato, ma senza alcun atteggiamento di veto. Soprattutto, ormai non potranno pretendere che le loro milizie conservino l’armamento, visto che se ne sono serviti per aiutare gli invasori.

L’alternativa è secca, e il caso di Manbij è solo l’inizio: dovranno accettare (perché scrivere “consentire” vorrebbe dire che sono in grado di dare o negare il permesso) il ripristino della sovranità siriana che hanno sempre detto ipocritamente di voler rispettare; oppure subiranno un’offensiva da parte dei turchi, le cui prime coorti saranno formate dai banditi del redivivo FSA (“Esercito siriano libero”), fino a ieri loro alleati all’interno delle SDF.  Questo potrebbe essere desiderabile solo per degli irresponsabili o dei suicidi.

Proverbialmente, non si scrive la storia con i “se”, ma l’arco di tempo ridotto e il senno di poi, in parte richiedono una deroga. Se le milizie del PYD avessero difeso il paese dall’aggressione fin dall’inizio, ora avrebbero potuto rivendicare buona parte dei loro obbiettivi politici legittimi, mai conculcati né da Damasco né dagli alleati russi e iraniani. Ma siccome nessuno, sette anni fa, avrebbe scommesso sulla resistenza del paese, hanno sopravvalutato la propria scaltrezza e pensato bene di salire sul carro dei presunti vincitori. L’opportunismo della dirigenza del PYD, che è bene sottolineare, non rappresenta il Kurdistan nella sua totalità, né più, ormai, neanche la maggioranza dei curdi siriani, ha invece prodotto degli effetti disastrosi, e non imprevedibili.

Nell’odierno scenario, le discussioni afferenti ai principii leninisti, per quanto sempre utili in funzione autocritica, non incidono in alcun modo sulla definizione storica degli avvenimenti. Resta perciò un mero esercizio polemico volerle brandire casualmente. Non esiste nessun superimperialismo di kautskiana memoria, ma di fatto, oggi nel mondo la catena imperialista è una, quella a guida statunitense. La Russia è un paese a capitalismo avanzato, ma non si concretizza il quadro economico (specie il dominio del capitale finanziario e la subordinazione di quello produttivo) che Lenin tracciò nel definire la sua teoria. Parlare di “imperialismo” in generale, e attribuirlo per antipatia, significa farsi affascinare dal termine applicandolo arbitrariamente e idealisticamente, senza averne capito significato e implicazioni. In questo senso, attualmente Russia (e Cina, in genere tacciata in tal senso) non potrebbero essere definiti paesi imperialisti neanche se mettessero in atto forme di espansionismo militare classico, che ad ogni modo non si stanno verificando -sia sufficiente, per chiunque in buona fede, la consultazione di una semplice carta politica del globo. Meno ancora può essere definito tale l’Iran, per restare al novero degli stati alleati. Fra le forze non statali, non si può non registrare la partecipazione delle milizie libanesi di Hezbollah, di cui difficilmente si può negare il carattere antimperialista nonostante l’estrazione ideologica, nonché di quelle inviate da organizzazioni della Resistenza palestinese (per inciso, schierata con il governo nella sua totalità nonostante una precedente fase di tentennamento delle componenti islamiche).  In quanto ai paesi capitalisti menzionati, non è peraltro detto, a prescindere, che sia condivisibile la loro politica (interna ed estera), che la loro forma di governo sia un qualche modello (questa è una loro questione interna), che sia desiderabile o no intrattenervi rapporti. Ma concretamente, qua riguardo alla Russia, non si può non notare che senza il suo intervento, perfettamente conforme al diritto internazionale (che è pattizio e consuetudinario, non affatto imposto da gendarmi mondiali come pretenderebbero gli Stati Uniti), la Siria è sopravvissuta come paese, invertendo una serie ininterrotte di aggressioni e assoggettamenti messi in atto dall’imperialismo negli ultimi 28 anni, senza alcun contrappeso. Ugualmente non si può non notare che pur rispondendo a interessi politici, economici e militari nell’area, l’intervento russo non ha mai messo in discussione la sovranità, l’integrità, il carattere interno della scelta della forma di governo e del governo stesso, del paese ospitante. Ritengo che rispetto a una potenza che decide unilateralmente di cancellare i paesi dalle carte, se è necessario uccidendo la popolazione, senza farsi scrupolo di ideare e realizzare una mostruosità politica come Daesh (e costruendo nello stesso tempo forze che gli si opponevano, da utilizzare come piano B, C, e via continuando), la differenza non sia di poco conto, per nessuna delle parti in causa. Tranne, ovviamente, quelle che criminalmente prendono parte al progetto.
Volendo ad ogni costo citare Lenin sulla politica del compromesso, sarebbe bene farlo con cognizione: “Un uomo politico, che desideri essere utile al proletariato rivoluzionario, deve saper distinguere i casi concreti appunto di quei compromessi che sono inammissibili, nei quali si esprimono opportunismo e tradimento, e indirizzare tutta la forza della critica, tutta l’acutezza di uno spietato smascheramento e di una guerra implacabile contro questi compromessi concreti. […] Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso e di ogni specie di compromesso. Si deve imparare a distinguere l’uomo che ha dato denaro e armi ai banditi per ridurre il male che i banditi commettono e facilitarne l‘arresto e la fucilazione, dall’uomo che dà denaro e armi ai banditi per spartire con essi la refurtiva. ” (L’estremismo malattia infantile del comunismo).
Vano è ogni insano riferimento alla presunta collaborazione di movimenti rivoluzionari storici con l’imperialismo (quali?). Spero che non si faccia riferimento alla tesi cospirazionista degli zaristi russi, che negavano l’esistenza di un movimento rivoluzionario autonomo e del Partito che lo guidava, liquidando la Grande Rivoluzione socialista dell’Ottobre come un putsch finanziato e diretto dagli imperialisti tedeschi… Così come sono fuori luogo, e anche offensivi, i paralleli con la Resistenza italiana che l’area pro-curda propone dall’inizio della contraddittoria alleanza con gli USA. La Resistenza combatteva gli invasori nazisti tedeschi e i fascisti italiani -non i sovietici- nell’ambito di un fronte a cui partecipava anche l’URSS, e con obbiettivi e finalità non affatto convergenti con quelle americane. Che per inciso, destinavano i lanci a tutte le formazioni tranne le Brigate Garibaldi, che salvo poche eccezioni erano equipaggiate con armi sottratte al nemico o prelevate con la forza dall’intercettazione di lanci destinati ad altri. E in generale, nessuna formazione della Resistenza italiana ha mai ricevuto artiglierie.
Gli stessi fatti si sono incaricati di smentire la validità di certe derive che hanno irretito le dirigenze curde. Gli imperialisti hanno usato le forze e il sangue del loro popolo, fino al raggiungimento o fino alla frustrazione dei loro obbiettivi nell’area -come si sta effettivamente verificando. Si parlava di prevedibilità, perché non si può dire che non fosse prevedibile il fatto che i curdi siriani fossero gettati nella spazzatura alla prima occasione e lasciati in balìa dei loro nemici turchi, o nella migliore delle ipotesi schiacciati dalle responsabilità del loro tradimento verso la Siria, paese che storicamente li ha accolti. La maggior parte della popolazione curda che vive in Siria, vi si è stanziata in fuga dalle persecuzioni turche, aggiungendosi a nuclei storici molto risicati. La Siria ha fornito negli anni protezione e in alcune circostanze anche addestramento ai guerriglieri del PKK nella sua lotta contro i turchi per un Kurdistan indipendente e socialista, dando peraltro protezione al capo del partito Abdullah Ocalan, in esilio a Latakia fino al 1998. Il cambio di paradigma avviatosi nel 1995 (abbandono del marxismo leninismo in favore del municipalismo di stampo anarchico, teoria certamente più digeribile e proponibile agli apparati di potere post guerra fredda) lo ha in seguito portato a cercare protezione in Europa, da parte delle cosiddette democrazie occidentali, dopo il vuoto creatosi data la scomparsa dell’interlocutore e riferimento tradizionale di tutti i movimenti di liberazione nazionale, l’Unione Sovietica. La sorte di Ocalan, venduto alla Turchia tramite l’intervento di forze speciali sioniste, non ha evidentemente insegnato nulla alla dirigenza curda sulla fiducia che si può riporre negli imperialisti americani. La lucentezza del premio promesso -il “grande Kurdistan”, così assonnate con il diabolico progetto della “grande Israele”, la ha accecata. Come accaduto alle sinistre nostrane nonostante la Naqba del 1948 (la Catastrofe della cacciata dei palestinesi dalle loro terre secolari): con analoga ottusità ci fu chi giustificò l’esistenza dell’entità sionista ravvisando nei kibbutzim una forma di socialismo realizzato. Oltre questo errore risalente, c’è qualcosa di più profondo, che inquina la sinistra dai tempi in cui veniva tranquillamente accettato il sentimento antisovietico, e la denigrazione sistematica (sulla base di mostruose menzogne e castelli di propaganda, peraltro) dell’URSS e di tutti i paesi in cui i comunisti esercitavano il potere (tuttora si attacca Cuba), o persino di esperienze non compiutamente socialiste, ma che i comunisti valutavano positivamente e appoggiavano. In parte questi sentimenti si coagularono, intorno agli anni del movimento del ’77, in correnti antileniniste, i cui epigoni, sulla scorta principalmente delle teorie negriane, diedero origine al movimentismo post-marxista degli anni ’90. In esperienze come quella dei confederalisi curdi, che non senza presunzione ha ritenuto obsoleto il marxismo leninismo (e prima, in parte, sulla questione del Chiapas), tutta questa parte di sinistra ha costruito il suo sentimento di rivalsa contro i comunisti, come se il temporaneo successo di quelle esperienze dimostrasse –a contrario– il fallimento del marxismo leninismo e l’evitabilità della dittatura del proletariato, l’accettazione dell’interclassismo e la prevalenza di contraddizioni non analizzabili con le categorie del materialismo storico e dialettico, e insomma la validità di tutte le critiche che avevano sempre portato avanti contro i comunisti. Ora che questo castello in aria sfuma, questa parte di sinistra, terminato il suo percorso di riassorbimento nei ranghi della società capitalista e di cooptazione nel mondo concettuale borghese, agonizza nella sua frustrazione, non riuscendo a esprimere più che invettive e stupidi anatemi.

Mi associo alla conclusione di un recente articolo (di Giovanni Di Fronzo, su Contropiano): “(…) gli obiettivi di smembramento e di destabilizzazione nei confronti di alcuni stati nazionali perseguiti dagli imperialisti sono inconciliabili con le legittime aspirazioni dei popoli oppressi; tali istanze opposte non possono trovare alcun punto di incontro, né in Siria, né altrove.” Fra l’altro, determinate scelte, fatte da quadri con alle spalle lunghi anni di conflitto, contro nemici non certo teneri come i turchi, devono essere valutate in maniera ancora più severa, dato che l’esperienza leva loro la scusante di non capire questa incompatibilità, e di dare a vedere di ritenere credibili e realizzabili le contropartite promesse da un paese come gli USA. I quali, pur avendo dovuto ritirarsi dalla Siria (dove invece ancora bivaccano truppe francesi), restano, insieme ai sionisti, una presenza stabile e una minaccia costante nell’area, tenuto conto del fatto che l’obbiettivo finale della campagna in Siria era arrivare all’Iran o comunque impedirgli di rompere l’accerchiamento via terra a cui è sottoposto (cfr. carta n. 2)

Poiché viviamo in Sardegna e lottiamo per il socialismo e l’indipendenza (che sia autentica) ho in mente una domanda che possa riportare chi legge alla realtà, se il viaggio nel conflitto siriano, pur così vicino, non sembri attinente e appaia lontano dalle questioni che ci riguardano. Se domani gli Stati uniti, per propria convenienza economica o strategica, promettessero il loro appoggio alla Sardegna contro l’Italia, le promettessero l’indipendenza politica, c’è qualche ulteriore novello Machiavelli che accetterebbe,  in nome del malinteso motto per cui il fine che giustifica i
mezzi? E soprattutto, questa promessa sarebbe credibile? Considerato che le lotte e i movimenti, nella nostra terra, spesso si frantumano su questioni molto più banali, o che basta il fango dell’elettoralismo per impantanarli con cadenza mortalmente precisa, potrebbe sembrare un quesito di fantapolitica. Ma il nodo sta tutto qua, e nessuno, su una questione che ci è vicina, si esimerebbe dal giudicare, né fra noi né dall’esterno, come pretendono i fans dei confederalisti curdi riguardo alle vicende siriane. Chi pensa di rispondere positivamente, dovrebbe farsi avanti con onestà: sarebbe bene dirimere questa contraddizione, prima di rischiare in modo irresponsabile di percorrere tratti di strada in cattiva compagnia.

Il sostegno alla popolazione civile curda non è in discussione, così come restano valide le motivazioni storiche che il popolo curdo può vantare nella sua lotta, specie nei confronti dell’oppressione turca. Precisamente per questi motivi, è dovere di ogni rivoluzionario riconoscere ed evidenziare i percorsi e i progetti ideologici che al contrario di guidare i popoli oppressi verso l’emancipazione, rinnovano le condizioni materiali del dominio sotto altre forme, protraggono il loro servaggio e li assoggettano a nuovi padroni e nuove catene, anche se dipinte a colori. La cosiddetta “rivoluzione del Rojava e le dirigenze che l’hanno diretta, hanno scelto e intrapreso un cammino che le allontana, forse definitivamente, dalla storia del movimento operaio e comunista, e delle lotte per l’autodeterminazione e il socialismo dei popoli oppressi. Nelle condizioni attuali non possono riscuotere alcun sostegno da chi lotta contro l’imperialismo.


*Ringrazio la compagna Marta Meloni per la fattiva collaborazione nella redazione del testo, e il compagno Gianfranco Castellotti per la condivisione delle carte allegate e la consulenza.

A Bosa a scuola da Gramsci

Durante le vacanze natalizie, la Casa del Popolo di Bosa ha il piacere di presentare due giornate dedicate a uno dei giganti del pensiero politico del Novecento: Antonio Gramsci. Filosofo, giornalista e critico sardo, le sue riflessioni sulla struttura e sulle dinamiche della società hanno avuto una vasta eco in Italia e non solo.

Una ricca eredità culturale e politica che approfondiremo durante il seminario del 22 dicembre, dal passato al presente, dalla Sardegna al resto del mondo. Partiremo infatti dall’interpretazione gramsciana del Risorgimento all’attualità del suo pensiero ai giorni d’oggi, passando per la centralità della questione sarda. Infine, concluderemo in bellezza la serata con la presentazione del libro “Fiabe dei fratelli Grimm” di Catartica Edizioni dove scopriremo il filosofo sardo come grande narratore di racconti e leggende, così come di esperienze giovanili di enorme valore storico e culturale. Sabato 5 gennaio invece, proietteremo il film-documentario “Gramsci 44” (2016) di Emiliano Barbucci.

PROGRAMMA

22 Dicembre:

11:00/12:00 Gianluigi Deiana: Gramsci e l’interpretazione del Risorgimento

12:00/13:00 Alessandra Marchi (GramsciLab): L’attualità del pensiero gramsciano

Pausa pranzo sociale

15:00/17:00 Andria Pili e Danilo Lampis: Gramsci e la questione sarda

17:00/18:00 Cristiano Sabino: Gramsci e la “rivoluzione passiva” come strumento critico del presente

18:00/19:00 Giovanni Fara e Daniela Piras (Catartica Edizioni): Presentazione libro “Fiabe dei Fratelli Grimm” di Antonio Gramsci

Aperitivo sociale

In piazza il fronte “No Mater”: no a un miliardo di soldi dei sardi alla sanità privata del Qatar!

Cresce il fronte di contestazione al finanziamento pubblico al Mater Olbia.

All’iniziativa lanciata per la seconda volta dal soggetto-progetto Caminera Noa (la prima lo scorso 17 giugno sempre davanti ai cancelli dell’ospedale privato del Qadar) hanno ormai aderito svariati soggetti politici, sociali e sindacali e diversi comitati.

Ad oggi, oltre a Caminera Noa, hanno aderito i sindacati di base USB e S.I.Cobas, i soggetti politici della sinistra radicale italiana Rifondazione Comunista e Potere al Popolo, l’assemblea sarda contro l’occupazione militare A Foras, i comitati cittadini di La Maddalena, di Tempio, di Ghilarza e di Muravera, il collettivo Resistenza Gallura e l’associazione Medicina Democratica Sardegna.

Nessuna adesione finora da parte di alcun soggetto indipendentista, dal cartello di sigle che compone Autodeterminatzione a ProgReS, gli indipendentisti probabilmente diserteranno la mobilitazione contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia.

Intanto il sindaco di Olbia Settimo Nizzi scende in campo contro gli organizzatori con un comunicato a mezzo stampa che stigmatizza la manifestazione:

« non il presente documento intendiamo stigmatizzare le azioni di quelle persone che manifestano il loro disappunto nei confronti della nuova struttura sanitaria Mater Olbia. Pensare che questo tipo di atteggiamento possa essere utile a risolvere problemi relativi ad altri ospedali, è un grave errore. Il Mater Olbia fa parte della rete ospedaliera sarda, è una struttura che accoglie tutti i cittadini, una risorsa importantissima per il nostro territorio e per tutta la Regione. Grazie al Mater Olbia, la Sardegna, dal punto di vista sanitario ha di più, non di meno. Si tratta di un ospedale di eccellenza grazie al quale sarà ridotta la mobilità verso le strutture sanitarie della Penisola».

Il sindaco di Olbia si va ad aggiungere alla lunga lista trasversale di tifosi del Mater Olbia; dal PD a Forza Italia, dal Psdaz al M5Stelle il fronte Si Mater fa trasparire la pluralità di interessi che nasconde questa operazione.

Pubblichiamo di seguito l’appello degli organizzatori della manifestazione. L’appuntamento è domenica 16 dicembre, ore 11:00, fronte ospedale sulla SS Orientale Sarda:

Così come avevamo già detto il 17 giugno scorso, con l’apertura del Mater Olbia, la Regione Sarda con Arru e Moirano continua con la distruzione della sanità pubblica sarda iniziata da Cappellacci, finanziando il Mater Olbia a danno di strutture anche di eccellenza presenti i Gallura e in tutta la Sardegna.

Dopo il 17 giugno ci sono state numerose manifestazioni di protesta, sono nati o si sono riattivati numerosi comitati e presidi in difesa degli ospedali pubblici; a questa mobilitazione popolare, la Regione risponde chiudendo o depotenziando grandi e piccole strutture sanitarie che privano interi territori di servizi fondamentali per la salute dei cittadini. La classe politica sarda con la distruzione sulla sanità contribuisce ad un ulteriore spopolamento e desertificazione dei paesi interni.

È urgente che si metta subito fine a questo sfascio della sanità pubblica e per questo chiediamo:

• Il miglioramento dei servizi ospedalieri pubblici di grandi dimensioni che vengono sistematicamente depotenziati o chiusi in tutta la Sardegna.
• La tutela dei piccoli presidi ospedalieri che sono a rischio chiusura o che vengono declassati e trasformati in pronto soccorso o strutture di lunga degenza.
• Che non vengano chiusi i punti nascita solo perché non rispondono a parametri, europei e italiani, stabiliti sulla base di concetti economici di austerity completamente decontestualizzati dalle realtà a cui vengono applicati.
• Che la R.A.S. recepisca i commi 11 e 13. Essi prevedono che, se le strutture pubbliche non possono garantire entro 30/60 giorni l’erogazione di una prestazione sanitaria, questa venga effettuata in regime privato a rimborso da parte della Direzione Sanitaria competente, o intramoenia, al costo del solo ticket.
• Che la R.a:S. destini i finanziamenti regionali dati al Mater Olbia ad altre voci di spesa come la creazione di Breast Unit nelle strutture pubbliche (Legge 124/98, articolo 3).

Giù le mani dalla nostra terra!

La Costa Smeralda conserva ancora un enorme patrimonio naturalistico da tutelare dall’aggressione di chi vorrebbe attuare un enorme piano di speculazione basato essenzialmente sul cemento e l’intreccio di affari tra la politica e il fiume di petroldollari provenienti dalla Monarchia Saudita del Qatar.

La Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese più ricco del mondo, ha infatti acquistato nel 2012, la Smeralda Holding dal finanziere americano-libanese Tom Barrack, entrando in possesso di un patrimonio immobiliare consistente in 4 alberghi, la marina di Porto Cervo, il Pevero Golf Club e soprattutto nei 2.300 ettari di terreni vergini su cui oggi incombe la minaccia di una immensa lottizzazione.

Tenuto conto della necessità di salvaguardia di un importante patrimonio naturalistico, finora sfuggito alle cementificazioni per via di vincoli paesaggisti che ne impediscono la lottizzazione, occorre sottolineare che la vendita di terreni ad un fondo sovrano significa vendere direttamente parti del proprio territorio ad un Paese straniero, in questo caso una potente monarchia saudita in grado, con il flusso di investimenti milionari spalmati in più settori strategici, dai trasporti alla sanità, di influenzare decisioni politiche importanti in funzione di interessi estranei ai cittadini, sempre più vittime inconsapevoli di accordi siglati sulla loro pelle.

La vicenda del Mater Olbia non fa alcuna eccezione e anzi si presenta come una operazione coloniale senza precedenti, in cui la pressoché totalità delle forze politiche si sono schierate a favore dell’investimento saudita nella sanità sarda, la cui razionalizzazione si traduce in una drastica riduzione di servizi irrinunciabili, finendo per favorire gli investimenti del Qatar nel settore. In questo sconcertante scenario, il coro di promesse di centinaia di posti di lavoro fatte da una larghissima schiera di forze politiche, che deriverebbero dagli investimenti qatariani nel Mater Olbia, lasciano intravvedere il preludio per l’abbattimento di vincoli e impedimenti all’aumento di cubature e alla realizzazione di nuove faraoniche costruzioni. In poche parole più cubature, cemento e deroghe in cambio di petroldollari.
In questa direzione pare essere orientato il governo Pigliaru e i suoi alleati sovranisti che intendono modificare il PPR del 2006.

Ad uno scenario di questo tipo diciamo no, decisi a difendere gli interessi del popolo sardo, le nostre risorse incontaminate e un modello di sviluppo che non metta a rischio il nostro habitat in cambio di business ed interessi politici di qualsiasi natura.

* Per adesioni alla manifestazione inviare una e-mail a: unacamineranoa@gmail.com

Sa limba sarda ufitziale pro sa Províntzia de su Campidanu de Mesu

De oi est in sa retza su giassu internet  www.limbasardasudsardigna.it
Su giassu internet www.limbasardasudsardigna.it,  fatu cun su dinai integrativu chi po su 2013 sa Regioni Sardigna at postu a dispositzioni po is progetus de avaloramentu e amparu de sa língua sarda, cunformas  sa L.R. 6/2012.art. 2 comma 13, a integratzioni de is risorsas postas a dispositzioni cun sa L.482/99 artt. 9 e 15 “Normas a amparu de is minorias linguísticas stóricas”, fait parti de is interventus a favori de sa prumotzioni bisíbbili de sa língua sarda, sutaposta a amparu.

Su giassu est de unu totu fatu in língua sarda: in sa strutura, in is cuntenutus de is setzionis diferentis e in is boxis e in is elementus puramenti ténnicus.

Custu po dimostrai chi sa língua sarda si podit umperai cun fatzilitadi in cuntestus diferentis, de cussus culturalis e linguísticus a cussus professionalis, ténnicus e de spetzializatzioni tennológica arta, cumenti est oi sa programmatzioni informàtica.

Su giassu torrat a portai totu su camminu fatu fintzas a ora po sa língua sarda de sa Províntzia de su Campidanu de Mesu apustis acummonada, cun sa L.R. 2/2016, in sa prus manna Províntzia de su Sud Sardigna, a sa chi apartenit su giassu, cumenti a Enti e cumenti a territóriu.

Est possíbbili castiai po dónnia annualidadi, a inghitzai de su 2006 fintzas a ocannu, totus is atividadis e is interventus fatus cun unu prospetu de is spesas fatas e rendicontadas, annu po annu, de su dinai arritziu, de is finantziamentu regionalis.

Totus is informatzionis asuba de is atividadis fatas e de is atividadis giai cumentzadas  de is sportellus de língua sarda, de is cursus de formatzioni, aici cumenti a su cuntenutu de is circas culturalis e linguísticas,a  is ainas didàticas etotu ( dispensas de is insenniantis, esertzítzius, ditzionàrius, grammàticas, e aici sighendi) funt a dispositzioni de totus is umperadoris chi podint castiai e umperai po aprofundamentu e po stúdiu unu patrimóniu culturali de importu, postu a dispositzioni de totus.

Su giassu est stétiu fatu  in su respetu de is inditus  nous de ghia  po su sétiu de is giassus de s’Amministratzioni Púbrica svilupadas de s’AgID (Agéntzia po s’Itàlia Digitali), e respetat sa normativa asuba de s’atzessibbilidadi de is giassus “web”, e presentat una strutura de tipologia “responsive”, est a nai chi connoscit su suportu chi innui est abertu (pc, tablet o mobile) e si nci cunformat in manera automàtica diaici de permiti unu gosu de is cuntenutus  craru e de profetu a is umperadoris.

Su progetu in prus est presenti, po médiu de is canalis “social” ufitzialis, in is piataformas “Facebook” e “YouTube”.

Tutti uniti contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia

Si è svolta ieri pomeriggio la conferenza di presentazione della mobilitazione “No finanziamenti pubblici al Mater Olbia” riassunto dall’hashtag #NoMater (perché senza i 60 milioni annui donati generosamente dalla RAS il Mater semplicemente non aprirebbe). Per il prossimo 16 dicembre è convocata nuova manifestazione davanti ai cancelli del Mater Olbia, sulla strada statale Orientale Sarda, alle ore 11 del mattino.

Alla conferenza stampa ospitata dalla Casa del Popolo di Olbia ha partecipato una delegazione a rappresentanza dei seguenti soggetti politici, sindacali e comitati:

La pubblicità dell’apertura del Mater Olbia riprodotta e cambiata di segno

Caminera Noa, Potere al Popolo Gaddura, Potere al Popolo Tàtari, Rifondazione Comunista, A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, USB, S.I. COBAS, Comitato Cittadino in difesa dell’ospedale Paolo Merlo di La Maddalena, Comitato Salviamo l’ospedale S. Marcellino di Muravera,  Presidio “Abali Basta” Occupazione Ospedale Dettori di Tempio, Collettivo Resistenza Gallura.

La conferenza stampa è stata aperta dalle parole del padrone di casa Gianni Cirotto, portavoce di Potere Al Popolo-Gallura «l’ospedale Mater è il simbolo della debolezza dei governanti sardi ai quali oggi vogliamo dire che la mobilitazione sta crescendo e con essa la consapevolezza di non arretrare. Per una Sardegna libera e lontana  da come l’hanno pensata mettendo al primo posto il business. La Sanita Pubblica, non si tocca!».

Ha proseguito Luana Farina, responsabile del tavolo sanità di Caminera Noa: «Il Mater Olbia è l’emblema della demolizione della sanità privata. Le ultime disposizioni legislative, della Giunta Pigliaru e dell’Assessore Arru con la Riforma della Rete Ospedaliera, hanno rielaborato la tabella riguardante i posti letto assegnati al Mater, per far spazio ai 130 posti letto per acuti e ai 72 per neuroriabilitazione e riabilitazione, come stabilito dalla convenzione fra lo stesso Mater e il sistema sanitario. Ha assegnato quindi 202 posti, più altri 50 a pagamento, come previsto anche dal piano presentato dalla Fondazione Gemelli, partner scientifico dell’ospedale qatariota; tutto ciò per far posto ai nuovi reparti privati di neurologia, oncologia, otorinolaringoiatria, chirurgia generale, ortopedia, ostetricia e pediatria, a scapito di tutti quelli pubblici sardi depotenziati e/o chiusi. Non vedere il legame tra distruzione del servizio pubblico e finanziamento di quello privato significa essere orbi, allo stesso modo del non vedere l’appoggio dell’attuale governo giallo-verde a questo affare con lo stanziamento di 162 milioni di euro per i prossimi tre anni e con la nomina  di Guido Carpani a nuovo Capo di Gabinetto della ministra della sanità Giulia Grillo. Carpani aveva infatti ricoperto lo stesso ruolo per il ministro Balduzzi del Governo Monti e fino a un mese fa, alla vigilia della nuova nomina, era membro del Cda del Mater Olbia, la società per azioni controllata dal fondo sovrano del Qatar».

Sula stessa linea Emanuela Cauli del comitato di La Maddalena in difesa dell’ospedale Paolo Merlo ormai occupato da due mesi: ««Siamo qui per sostenere fino in fondo, percorrendo ogni strada possibile, la difesa del diritto inalienabile e universale che è sancito dall’Art. 32 della Costituzione che ci tutela, e che in realtà vediamo costantemente strumentalizzato in modo disonesto e funzionale ad esclusivo vantaggio del disegno oramai svelato e che ci trova tutti qui riuniti. L’americanizzazione della Sanità Pubblica che tende alla frammentazione e alla riduzione dei servizi territoriali in favore di una sanità privata potenziata ad uso di pochi privilegiati è oramai sotto gli occhi di tutti. Questo disegno tocca da vicino non solo noi pazienti ma anche l’intero corpo sanitario. Oggi noi lottiamo in entrambe queste direzioni, pazienti e lavoratori, presenziando a questa manifestazione uniti a tutte le realtà territoriali sarde e nazionali (n.d, R. “statali”) coinvolte nella difesa del diritto inalienabile alla Salute. Saremo quindi presenti insieme a tutti voi qui a Olbia, quella che consideriamo la sede simbolo della lotta alla privatizzazione della sanità pubblica, ma contemporaneamente a Cagliari per difendere insieme ai sindacati i lavoratori che ci garantiscono il corretto ed equo funzionamento dei servizi e che a loro volta hanno il diritto alla salute e ad essere posti nelle migliori condizioni psicologiche, umane e pratiche di svolgere il loro compito. Siamo fermamente convinti che la sanità che ci spetta di diritto non debba escludere nessuna delle parti in causa nel progetto, come invece sta purtroppo avvenendo. Restiamo uniti restiamo umani. Aiutiamoci ad aiutarci».

La lavagna degli appuntamenti al presidio occupato dell’ospedale Paolo Merlo di La Maddalena

Presente anche Lidia Todde, presidente dell’associazione Onlus Obiettivo Sanità Sardegna e coordinatrice del Movimento del Sarrabus Salviamo L’ospedale San Marcellino: «Faccio parte della Rete Sarda  Difesa della Sanità Pubblica e Gratuita. Siamo in lotta da settembre 2014 quando con una delibera  della Asl 8 volevano tagliare gli anestesisti. Il loro progetto era tagliare la chirurgia già dal 2010. Abbiamo fatto lotte e manifestazioni, ma il problema era solo posticipato. Con la riforma della Rete ospedaliera approvato il 25 ottobre del 2017 da tutti i consiglieri di maggioranza, nonostante il nostro diniego e quello dei sindaci del Sarrabus. Nonostante le varie manifestazioni, nulla è stato fatto dalla Regione per venire incontro alla sanità dei territori periferici e non solo, perché hanno smantellato e accorpato anche i grandi ospedali. Hanno tagliato i posti letto e chiuso interi reparti per darli al Mater Olbia, ospedale privato del Qatar. La Regione Sardegna  ha tolto il diritto alla salute dei cittadini sardi per sovvenzionare l’ospedale privato. Si è impegnata a versare 55 milioni di euro annui per dieci anni. Se tutti questi soldi fossero stati investiti negli ospedali pubblici, oggi avremmo uno scenario diverso della Sanità in Sardegna! Inoltre la Regione ha applicato in parte in D.M. Lorenzin del 2015, nonostante la Sardegna sia una regione autonoma a statuto speciale e paghi la Sanità dal 2008. Inoltre nell’articolo tre si evidenzia che nelle zone disagiate è possibile applicare le deroghe, cosa che la Regione non ha mai fatto. Ci troviamo solo penalizzati da un sistema sanitario fantasma, soprattutto nei luoghi più periferici e disagiati, già impoveriti dallo spopolamento. Comunque il taglio dei servizi ospedalieri e territoriali favoriranno l’incremento di 250 milioni di euro per la nuova edilizia sanitaria. Vergogna!».

Fa sentire la propria voce Abali basta! – questo il nome del Presidio che da oltre 50 giorni difende strenuamente l’Ospedale Dettori di Tempio – «la realizzazione del Mater Olbia, grazie alla convenzione con la RAS per circa 60.000.000 di euro l’anno per i prossimi 10 anni e con alcune centinaia di posti letto, rende ormai tragicamente visibile il fatto che a pagarne il prezzo più alto è, e sarà in futuro, la sanità pubblica, gli ospedali decentrati e i cittadini più deboli. Per questi motivi lottare è un dovere e noi il 16 dicembre saremo in piazza.»

Presente anche il Partito della Rifondazione Comunista – Sardegna con il segretario provinciale Nicolino Camboni: «è chiara la nostra opposizione alla politica sanitaria regionale che invece di investire nelle proprie strutture, intese sia come strumentazione che come personale, preferisce delegare al privato con elargizioni di soldi pubblici. Nessuno vuole impedire che un’azienda apra un proprio ospedale ma questo non può avvenire a discapito del sistema sanitario nazionale e, quest’ultimo, non deve essere smantellato perché “intanto ci sono i privati”. Occorre che la Politica riprenda in mano le redini dell’agire anche in campo sanitario garantendo una rete territoriale di assistenza efficiente e improntata alla prevenzione in netto contrasto, quindi, con lo smantellamento e impoverimento delle strutture in atto».

Anche i sindacati di base USB e S.I. Cobas sostengono la mobilitazione. Di seguito la posizione di Sisinnio Usai del S.I. Cobas «la nostra posizione è la totale abolizione della sanità privata, ma per fare ciò occorre una buona rivoluzione. In subordine la battaglia va fatta perché Stato e Regioni non eroghino un centesimo alla sanità privata. Riguardo al Mater i giochi sono fatti. Bisognerebbe organizzare dei sit in sotto le case dei signori che stanno affossando in maniera criminogena la sanità pubblica. Fare volantinaggi casa per casa con obiettivo di sensibilizzare le popolazioni contro la deriva privatista della salute».

S’atòbiu internatzionali de Scida

Scida Assòtziu Indipendentista, cun su contributu de s’ERSU Casteddu, apariciat sa de cincu editzionis de s’Atòbiu Internatzionali de sa gioventudi indipendentista. Ocannu eus a tenni delegatzionis de Catalunya, Galizia, Euskadi e Veneto.

PROGRAMA:

Cenàbara 7 de su mesi de Idas h 10:30
CUNFERENTZIA DE IMPRENTA / PRESS CONFERENCE
@Sala Maria Carta, ERSU – Via Trentino, Casteddu.

Cenàbara 7 de su mesi de Idas h 18:00
CUNVENNIU INTERNATZIONALI / INTERNATIONAL MEETING
Atòbiu2018 – 5th International Meeting of Young Independentists
@Aula SIA 1F (Ex Aula6) – Polo SEPG
Via Sant’Ignazio – Casteddu

Sabudu 8 de su mesi de Idas h 21:00
CUNCERTU PO S’ATOBIU2018 / CLOSING PARTY
Randagiu Sardu feat Quilo | Su Dotori & AlexP @Su Tzirculu
Via Molise 58 – Casteddu

Ant a sonai: / Live concert:
Randagiu Sardu feat Quilo kg Sa Razza
“Su Dotori & Alex P. remixes” from dr.drer & crc posse

A Foras in caminu

A FORAS IN CAMINU…
SIGHENDI S’ARRASTU DE SU MRAXANI.

Sulle tracce della volpe – Assemblea itinerante.
In collaborazione col Coordinamento Comitati Sardi e la Rete Sarda Difesa Sanita’ Pubblica

Dopo la camminata da Alghero alla base militare di Poglina, il movimento A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, propone una nuova tappa che l’8 e 9 dicembre toccherà le zone di Villacidro, San Gavino Monreale e Guspini.
Seguire le tracce de “is mraxanis”: affaristi, militari e speculatori per scorgere in prima persona le ferite che la nostra terra ha subito nel corso degli anni, camminare per conoscere gli esempi positivi e virtuosi che siano stimolo per la Sardegna di domani.

L’iniziativa sviluppa i contributi e le decisioni prese durante la plenaria conclusiva del campeggio contro l’occupazione militare della Sardegna, svoltosi lo scorso settembre a Tertenia, in Ogliastra. Così come nell’occasione del campeggio, anche la camminata si arricchisce del contributo del Coordinamento dei Comitati Sardi e della Rete in difesa della Sanità pubblica. La volontà del movimento è quella, nel corso del tempo, di sviluppare confronto, coordinamento, azioni e mobilitazioni popolari volte a organizzare un fronte unito per la difesa della nostra terra. Grazie al contributo dei tanti comitati popolari diffusi sull’isola è necessario costruire tappe, convergenza e complicità per autodeterminarci come popolo e determinare le decisioni che sul territorio in cui viviamo si propagano.

PROGRAMMA:

Sabato 8 dicembre

_Ritrovo ore 14.00 nella Z.I. Di Villacidro, fronte EX SNIA (fermata bus Cannamenda ex snia)
Attraversando la zona industriale, grazie alle guide del posto, ragioneremo sulle imprese chiuse e l’abbandono di un territorio. Con un percorso ad anello scopriremo le nuove imprese speculative e inquinanti (il nuovo campo eolico, il progetto del metanodotto, le serre fotovoltaiche, la discarica) per poi tornare davanti all’ex SNIA, da dove ci muoveremo coi mezzi fino a S.Gavino.

_ dalle ore 18.00 Piazza della Resistenza (viale Rinascita) – S.Gavino Monreale
TOUR DEI MURALES
Alla scoperta dell’arte che lega cultura, identità e terra. Una prima tappa ideale verso le celebrazioni dei cinquant’anni della lotta di Pratobello e dei primi murales di Orgosolo che si terranno il prossimo giugno (1969-2019).

_ Dalle 19.00 Sede della Kenemèri AssCult – Via Carlo Goldoni 4
Saremo ospiti di RADIO REK di San Gavino per discutere della camminata e dei prossimi appuntamenti di lotta di A Foras.
A seguire cena popolare e musica
(Possibilità di pernottamento – contattaci per INFO!)

Domenica 9 dicembre
_ Ritrovo ore 9.00 – Montevecchio – Guspini
GUSPINI E IL LASCITO DELLE MINIERE visita delle miniere di Montevecchio dalla produzione al deserto. Il vecchio tessuto produttivo sardo, inquinamento e tentata rivalutazione della storia industriale della nostra isola.

_Ore 13.00 Incontro con gli agricoltori di Villacidro e S.Gavino: Economie da difendere, alternative utili contro il furto della terra e il neo-estrattivismo.
Pranzo al sacco.

_ Ore 17.00 San Gavino (sede da confermare)
A FORAS incontra il COORDINAMENTO DEI COMITATI SARDI e la RETE SARDA IN DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA in ASSEMBLEA APERTA A TUTT* con i seguenti temi:

1) Il nuovo progetto di metanizzazione della Sardegna: le ragioni economiche e politiche di questa nuova servitù. Inquadramento geopolitico dell’opera, gli interessi Ue/Usa/Qatar e il collegamento con le altre vertenze territoriali, dal Mater Olbia in poi.
Fermare gli espropri, non regaliamo la nostra terra!

2) Porre le basi per un’assemblea generale sarda in Difesa della Terra: non solo ambiente, non solo basi militari, non solo sanità. Immaginare dal basso un modello contro l’impoverimento e l’emarginazione dei territori. Contributi dei comitati territoriali per partire dai bisogni delle popolazioni e ribaltare la politica dei ricatti.

A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna
Coordinamento Comitati Sardi
Kenemèri AssCult
Rete Sarda Difesa Sanita’ Pubblica
Zero Waste Sardegna

#aforas

L’ascesa dei nazisti di Vox in Andalusia è colpa degli indipendentisti catalani?

di Andìa Pili

Le elezioni svoltesi domenica scorsa in Andalusia rappresentano un importante segnale per lo scenario politico generale spagnolo, essendo state le prime importanti elezioni dopo quelle catalane post 1-O. In pochi si aspettavano l’ascesa di Vox, formazione di estrema destra (misogina, razzista, sciovinista) dai toni che più ricordano quelli della dittatura di Franco: dopo aver conseguito oltre il 10% dei voti, porterà ben 12 deputati nel Parlamento andaluso. Mentre gli altri partiti di Destra (il PP erede diretto del franchismo e il nuovo volto della Destra nazionalista neoliberale Ciudadanos) hanno dichiarato di voler trattare con tale partito per un accordo di governo (i tre hanno i numeri per la maggioranza assoluta). I due maggiori sconfitti sono la Sinistra statale di governo e di alternativa: il PSOE andaluso, governante la regione in maniera clientelare da decenni, ha denunciato il carattere «anticostituzionale» di Vox e chiamato ad un accordo con le altre forze politiche per scongiurare il pericolo; Adelante Andalucia, il raggruppamento dominato dalla fazione più a sinistra di Podemos,  «fascista».

Si tratta comunque di uno shock per i progressisti di un Paese che riteneva di non essere toccato dall’onda sciovinista che ha colpito quasi tutta l’Europa, tra cui le vicine Francia con Le Pen o l’Italia con Salvini. Sulla stampa si è quindi alla ricerca delle ragioni di tale disastro per la «democrazia» spagnola; l’indipendentismo è subito stato messo sul banco degli imputati. Ad esempio, l’importante giornalista Ignacio Escolar di El Diario ha scritto che l’indipendentismo catalano avrebbe «ingrassato» il nazionalismo spagnolo e in tanti esprimerebbero, tramite il voto a Vox, il proprio rifiuto dell’autodeterminazione catalana.

Simili argomentazioni, recentemente, sono comparse per incolpare i nazionalisti catalani rei di non voler votare la finanziaria del governo Sanchez, sostenuta anche da Podemos. L’accusa è, in sostanza, di voler mettere la questione catalana prima dei diritti sociali. La grande omissione è che proprio il Tribunale Costituzionale ha bocciato diverse misure sociali volute dal governo Puigdemont. Insomma, si vorrebbe che gli indipendentisti catalani rinunciassero a far pesare la propria presenza parlamentare per sostenere la liberazione dei propri esponenti attualmente prigionieri politici o in esilio.

Come fatto notare dalla deputata del BNG, Olalla Rodil, la critica ha senso quanto accusare il femminismo e gli immigrati di aver provocato l’ascesa di una forza maschilista e razzista. La critica è molto pertinente in quanto, sul piano teorico, porta a rifiutare l’intersezionalità delle lotte in favore di presunte «cose più importanti». Chi soffre una determinata condizione di oppressione (nazionale, coloniale, di genere, di «razza») dovrebbe ritenere marginale, poco importante, la propria emancipazione. Il problema è sempre l’incomprensione della questione nazionale interna, per chi ritiene che la nazione statale sia il campo d’azione privilegiato. Sul piano politico, per la Sinistra statale, si tratta soltanto di trovare un capro espiatorio a cui dare la colpa della propria debolezza o incapacità, per nascondere i propri errori.

Ritengo esemplare il deputato di ERC a Madrid, Gabriel Rufian, che ha invitato a comprendere come la lotta per l’indipendenza catalana possa invece rappresentare la tomba per il fascismo spagnolo, una rottura con lo Stato-Nazione che offrirebbe l’occasione per un autentico cambiamento.

Tuttavia, una vera collaborazione interstatale contro il fascismo non può passare per una finta gerarchia delle lotte che costringa i movimenti nazionali a rinunciare alle proprie rivendicazioni e veda il diritto all’autodeterminazione come ad un’opzione sacrificabile.

 

Lo schifo dell’occupazione militare

LA BASE AMERICANA DEL LIMBARA: INQUINAMENTO E MANCATE BONIFICHE. ECCO LE FOTO CHE TESTIMONIANO LO SCHIFO CHE LASCIA L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA SARDEGNA (dalla pagina fb di A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna)

Qualche giorno fa, siamo stati in gita vicino a Tempio, più precisamente in cima al monte Limbara, un vero gioiello situato nella Sardegna nord-orientale.
E’ proprio in uno degli angoli più belli dell’isola che si erge la base radio USAF (United States Air Force), un regalino che gli americani hanno lasciato in gentile concessione all’areonautica militare italiana, ma che di fatto rimane sul groppone della Sardegna e dei sardi.

Questa installazione militare entrò in funzione nel 1966 durante la guerra fredda, con lo scopo di trasmettere, dall’altra parte del mondo, messaggi in codice; diventando il principale centro di controllo delle comunicazioni radio nel mediterraneo.


Non ci vollero tanti anni e con le nuove tecnologie, la base diventò antiquata e non più utilizzabile, con la conseguente dismissione da parte degli americani, che invece di bonificare l’area e tornare da dove sono venuti, hanno avuto la brillante idea di regalare la base all’areonautica militare che, essendo a conoscenza delle condizioni ormai obsolete di quelle apparecchiature, accettò il gentile gesto da parte dell’alleato, abbandonandola a sua volta.
Dal 2008 la mela marcia passa alla Regione Sardegna, proprio così come era nel 1993, senza eseguire un briciolo di bonifica o un briciolo di messa in sicurezza dell’area.

Ecco come appare oggi, un area stuprata e fortemente inquinata vista anche la presenza di piombo, nafta, vetro, lana di ferro e rame, oltre a tutto il materiale e le strutture presenti completamente divelte da 25 anni di completo abbandono.
Non vi è nemmeno un cartello di pericolo o una qualche ostruzione al passaggio nelle zone più pericolanti.

Per questo ribadiamo che AFORAS, oltre a combattere per la chiusura definitiva di tutte le basi militari in Sardegna, si batte anche per la bonifica e la restituzione delle terre alle comunità.

#aforas