L’ascesa dei nazisti di Vox in Andalusia è colpa degli indipendentisti catalani?

di Andìa Pili

Le elezioni svoltesi domenica scorsa in Andalusia rappresentano un importante segnale per lo scenario politico generale spagnolo, essendo state le prime importanti elezioni dopo quelle catalane post 1-O. In pochi si aspettavano l’ascesa di Vox, formazione di estrema destra (misogina, razzista, sciovinista) dai toni che più ricordano quelli della dittatura di Franco: dopo aver conseguito oltre il 10% dei voti, porterà ben 12 deputati nel Parlamento andaluso. Mentre gli altri partiti di Destra (il PP erede diretto del franchismo e il nuovo volto della Destra nazionalista neoliberale Ciudadanos) hanno dichiarato di voler trattare con tale partito per un accordo di governo (i tre hanno i numeri per la maggioranza assoluta). I due maggiori sconfitti sono la Sinistra statale di governo e di alternativa: il PSOE andaluso, governante la regione in maniera clientelare da decenni, ha denunciato il carattere «anticostituzionale» di Vox e chiamato ad un accordo con le altre forze politiche per scongiurare il pericolo; Adelante Andalucia, il raggruppamento dominato dalla fazione più a sinistra di Podemos,  «fascista».

Si tratta comunque di uno shock per i progressisti di un Paese che riteneva di non essere toccato dall’onda sciovinista che ha colpito quasi tutta l’Europa, tra cui le vicine Francia con Le Pen o l’Italia con Salvini. Sulla stampa si è quindi alla ricerca delle ragioni di tale disastro per la «democrazia» spagnola; l’indipendentismo è subito stato messo sul banco degli imputati. Ad esempio, l’importante giornalista Ignacio Escolar di El Diario ha scritto che l’indipendentismo catalano avrebbe «ingrassato» il nazionalismo spagnolo e in tanti esprimerebbero, tramite il voto a Vox, il proprio rifiuto dell’autodeterminazione catalana.

Simili argomentazioni, recentemente, sono comparse per incolpare i nazionalisti catalani rei di non voler votare la finanziaria del governo Sanchez, sostenuta anche da Podemos. L’accusa è, in sostanza, di voler mettere la questione catalana prima dei diritti sociali. La grande omissione è che proprio il Tribunale Costituzionale ha bocciato diverse misure sociali volute dal governo Puigdemont. Insomma, si vorrebbe che gli indipendentisti catalani rinunciassero a far pesare la propria presenza parlamentare per sostenere la liberazione dei propri esponenti attualmente prigionieri politici o in esilio.

Come fatto notare dalla deputata del BNG, Olalla Rodil, la critica ha senso quanto accusare il femminismo e gli immigrati di aver provocato l’ascesa di una forza maschilista e razzista. La critica è molto pertinente in quanto, sul piano teorico, porta a rifiutare l’intersezionalità delle lotte in favore di presunte «cose più importanti». Chi soffre una determinata condizione di oppressione (nazionale, coloniale, di genere, di «razza») dovrebbe ritenere marginale, poco importante, la propria emancipazione. Il problema è sempre l’incomprensione della questione nazionale interna, per chi ritiene che la nazione statale sia il campo d’azione privilegiato. Sul piano politico, per la Sinistra statale, si tratta soltanto di trovare un capro espiatorio a cui dare la colpa della propria debolezza o incapacità, per nascondere i propri errori.

Ritengo esemplare il deputato di ERC a Madrid, Gabriel Rufian, che ha invitato a comprendere come la lotta per l’indipendenza catalana possa invece rappresentare la tomba per il fascismo spagnolo, una rottura con lo Stato-Nazione che offrirebbe l’occasione per un autentico cambiamento.

Tuttavia, una vera collaborazione interstatale contro il fascismo non può passare per una finta gerarchia delle lotte che costringa i movimenti nazionali a rinunciare alle proprie rivendicazioni e veda il diritto all’autodeterminazione come ad un’opzione sacrificabile.