La sopravvivenza della Siria è un punto a favore nella lotta contro l’imperialismo

di Riccardo Sotgia

La sopravvivenza della Siria è un punto a favore nella lotta contro l’imperialismo.

Nonostante il prevedibile permanere dell’instabilità, dovuta a possibili colpi di coda da parte delle forze imperialiste coinvolte nell’aggressione alla Siria che va avanti dal 2011, nell’anno che sta per cominciare si potrebbe assistere a una svolta decisiva nella direzione della fine del conflitto su larga scala sul territorio della repubblica. Per la prima volta da tre decenni, un paese finito nel mirino degli Stati Uniti e dei loro alleati resta in piedi, seppure certo non indenne, e in prospettiva senza perdite territoriali drastiche. La guerra, innestata artificiosamente nel solco di contraddizioni che il paese affrontava, è cominciata mediante l’installazione di una pseudo entità statuale -ISIS secondo l’acronimo in uso in occidente, e Daesh in arabo- nell’ampia area fra la Siria e l’Iraq: un sedicente califfato di stampo wahabita la cui genesi, quanto a finanziamento, armamento e personale coinvolto, è riconducibile agli USA, all’entità sionista e all’Arabia saudita. A queste bande, a cui prendevano parte uomini di oltre cinquanta nazionalità, accorsi da ogni parte, si aggiungevano, nel nord-ovest del paese e nei sobborghi di Damasco, formazioni islamiste sotto il controllo del regime fascista turco. Prendere atto di questo, e sconfessare la versione che vede le cause della guerra nella repressione da parte del governo dell’opposizione islamista interna, è il primo passo per la comprensione dei fatti. Da questo punto di partenza è necessario valutare lo schieramento degli altri attori in campo.
Contrariamente ad ogni previsione che si potesse avanzare otto anni fa, il paese ha resistito. Con un’efficace mobilitazione popolare e bellica, cui hanno partecipato attivamente anche militanti comunisti tradizionalmente all’opposizione; con il contributo di milizie di volontari, e non secondariamente come importanza, con il primario ausilio di storici alleati quali la Russia e l’Iran, ogni centimetro di terreno in mano ai tagliagole scatenati dall’imperialismo è stato liberato. Ad oggi resta occupata dai terroristi l’enclave di Idlib, dove ha trovato rifugio ciò che resta delle formazioni qaediste, e le zona nord-occidentali di Afrin e Al-bab, invase dall’esercito turco con il pretesto della presenza delle milizie curde.
Sono invece l’oriente e il settentrione del paese a costituire tuttora la maggiore incognita rispetto al futuro assetto territoriale della Siria. Pochi giorni fa, la presidenza USA ha annunciato il ritiro dal paese delle proprie truppe, illegalmente installatesi in queste aree con il pretesto della lotta a Daesh. Il ritiro ha già avuto inizio. Questa mossa, presentata come naturale conseguenza dell’ormai prossima neutralizzazione totale delle forze di Daesh in Siria, ha causato una profonda crisi, già in atto dopo l’invasione turca di Afrin, dell’autoproclamato potere delle milizie facenti capo al partito curdo di osservanza apoista PYD, che vede cessare improvvisamente la protezione americana, ritenuta sicura fino a pochi giorni fa, specie nei confronti della costante minaccia turca. Il corso generale degli eventi bellici, e infine questo ultimo avvenimento, potrebbero già fornire tutti gli elementi per mettere in discussione la definizione di “rivoluzione” autoassegnatasi da dette forze, e assunta come nuovo credo, in maniera piuttosto acritica, da ampie fasce della sinistra postmoderna dei paesi capitalisti occidentali. Una circostanza che si è potuta verificare solo dopo un lungo periodo in cui sono state spacciate per rivoluzioni una lunga serie di cambi di regime pilotati e guerre sporche suscitate all’interno di paesi non riconducibili alle ragioni di Washington con mezzi più morbidi, e che questo stravolgimento è stato digerito anche da chi avrebbe dovuto smascherarlo. Valgano per tutti, i funesti esempi delle “rivoluzioni colorate” e delle “primavere arabe”.
Quella del nord della Siria è una “rivoluzione” che non può contare sulle sole forze del popolo che pretende di rappresentare, e che nel prenderne implicitamente atto, non è stata in grado di valutare con la correttezza analitica che si richiede da chi si fregia di questa definizione, quali alleanze stringere sul piano sia politico che militare.
La prima conseguenza del ritiro statunitense, e la crescente pressione turca presto pronta a trasformarsi in un’offensiva su tutto il nord, è stata lo schieramento dell’Esercito Arabo Siriano nella città di Manbij, controllata finora dai bracci armati del PYD (YPG e YPJ), dove già nei mesi scorsi erano scoppiati disordini, animati dalla stessa popolazione locale (compresa quella curda), che manifestavano insofferenza verso l’amministrazione del PYD e invocavano l’intervento delle forze governative, data l’incapacità dimostrata ad Afrin di resistere militarmente ai turchi e alle bande jihadiste alle loro dipendenze. Il sogno di uno protettorato occidentale con caratteristiche parastatali, negli anni scorsi battezzato come “Confederazione democratica della Siria del nord” e comunemente identificato con il nome che i curdi danno alla parte siriana delle terre da essi abitate (c.d. “Rojava”) rischia di infrangersi nel peggiore dei modi, travolgendo anche le legittime aspirazioni del popolo curdo. Popolo diviso sul territorio di quattro stati esistenti (Turchia, Iraq, Siria e Iran), ma la cui massima parte ricade in territorio turco, storicamente. Dal punto di vista politico, la legittimità di uno stato curdo è riconosciuta nell’ambito dei confini definiti nella conferenza di Sèvres del 1930, ipotesi che contrasta sul piano dei rapporti di forza con l’insormontabile scoglio turco, sul cui attuale territorio insiste la maggior parte di quanto rivendicabile come Kurdistan. Alcune dirigenze curde, incoraggiate dalle potenze occidentali, hanno pensato di approfittare dell’aggressione alla Siria e del temporaneo vuoto di potere per realizzare questo progetto trasferendolo, ed espandendosi in terra araba, barattando il sostegno esterno con la partecipazione all’operazione di regime change,  fenomeno ben diverso da una “rivoluzione”, come sopra ricordato. Progetto che comportava l’estensione arbitraria di territorio da considerare “Kurdistan”, fino alla concessione di uno sbocco sul mar Mediterraneo. Oltre, naturalmente, allo stanziamento di finanziamenti e alla fornitura di armamenti, che durante l’avanzata su Raqqa (precedentemente spianata dai bombardamenti americani) hanno incluso anche artiglierie. Questa operazione, mettendo fine a un periodo in cui l’atteggiamento di queste forze è stato ambiguo e non coerente, ha segnato lo schieramento dei confederalisti curdi con gli invasori. Scaricato il Daesh come pedina non più spendibile, gli USA hanno assoldato YPG e YPJ come fanteria, per coprire un’avanzata sull’autoproclamata capitale del califfato, che terminasse prima dell’arrivo dei siriani, e che comprendesse anche la parte della provincia di Deir Ez Zour in cui ha sede la maggior parte dei campi petroliferi siriani. In queste province e nel settentrione del paese, sono state installate illegalmente undici basi statunitensi (cfr. carta n. 1).



Una delle argomentazioni più puerili, avanzata da molte parti, rispetto alle inevitabili critiche in relazione alla posizione dei sedicenti confederalisti curdi negli sviluppi della situazione siriana, è quella per cui si dovrebbe evitare di giudicare degli errori evidenti per il fatto che il popolo a cui si fa riferimento ha alle spalle decenni di lotta. Forse l’unico invito utile, è quello di informarsi correttamente; ma oltre a rifuggire le fonti della stampa e delle tv dei paesi capitalisti occidentali, è da evitare anche la narrazione onirica dei fatti proposta dai propagandisti pro-curdi, che si è riassorbita nel primo gruppo. A voler scavare i fatti, essi non depongono a favore gli odierni avvocati d’ufficio di un’esperienza che si avvia verso un inevitabile ridimensionamento: la critica è puerile e poco argomentabile, perché le scelte fatte dalla dirigenza curda siriana in questi otto anni di conflitto, stanno crollando sulla schiena dello stesso popolo che avrebbe dovuto essere difeso da queste forze. Ben prima di tanti commentatori a distanza più o meno noti, hanno fatto luce su alcune questioni diverse voci critiche che tradizionalmente erano state alleate della causa curda, proveniente da una parte dalla sinistra rivoluzionaria turca, e dall’altra da quella palestinese. Critiche che, con tronfia arroganza, lungi dall’essere ascoltate, erano state liquidate con sufficienza, quando non con derisione. In tempi non sospetti, esponenti del FPLP hanno messo in guardia, con evidente cognizione di causa, la dirigenza curda dall’intrattenere rapporti con i sionisti, riferendosi alla Siria (e non al nazionalista curdo Barzani, che ha il suo feudo in Iraq e non nasconde i suoi buoni rapporti con Tel Aviv). Degna di nota la posizione espressa due anni fa dal militante palestinese e analista Nassar Ibrahim, riportata anche da testate pro-curde come InfoAut: “Sebbene tutte le lotte per l’autodeterminazione vadano appoggiate, ciascuno deve decidere da che parte stare e spiegare con chi fa alleanze. (…) In Siria non esiste alcuna rivoluzione, esiste un regime pieno di difetti e una situazione sociale che meriterebbe una rivoluzione, ma ciò cui assistiamo non è che una sporca guerra per procura finanziata e armata dagli Usa, che ha prodotto un’ondata reazionaria in tutta la regione. Il primo obiettivo di qualunque marxista dev’essere prendere posizione. Un militante non può crogiolarsi nella neutralità: occorre oggi supportare il governo e garantire l’integrità territoriale siriana”.
Riguardo all’occidente, non giova il fatto che gli “avvocati” in questione sventolino esperienze sul campo, come fossero uniche ed esclusive.Per di più, a fronte di interventi duri e dal punto di vista di chi scrive non condivisibili, ma espressi nell’ambito della dialettica politica e con la dovuta umiltà, da anni si assiste per lo più ad opere di agiografia, presentate con prepotenza da personaggi più vicini a figure del mondo dello spettacolo, che non a quella dell’ex combattente. Racconti che ogni giorno che passa dimostrano la loro scarsissima rispondenza alla realtà. La pur dura difesa di Ayn El Arab/Kobane, è stata possibile e ha avuto successo per intercessione della Nato, che ha temporaneamente tenuto a freno i turchi lasciando che gli assediati usassero il confine come retrovia e consentissero il passaggio di un numero rilevante di volontari internazionali (transitati nel tempo, sempre passando per la Turchia, anche più a oriente, per la città di Nusaybin). Il flusso si è ridimensionato solo dopo l’irrigidimento turco in seguito al tentato golpe la cui responsabilità viene attribuita dal governo agli stessi alleati statunitensi.
Nello stesso modo, va ridimensionata la mitologia qua propagandata rispetto alle fasi dell’avanzata su Raqqa, durante la quale le milizie, a cui via via si aggiungevano frange di islamisti che alzavano sul carro del vincitore dando origine alle cosiddette Forze democratiche siriane, non hanno sostenuto combattimenti neanche lontanamente paragonabili ai violenti scontri e alle battaglie campali sostenuti dall’esercito siriano. In molti casi, i villaggi sono stati occupati dopo che “consiglieri” statunitensi avevano preceduto le colonne e trattato il ritiro con gli uomini del califfato. E’ anche documentato che nella città di Raqqa, dove la fanteria è entrata dopo una carneficina di civili dovuta ai bombardamenti americani e francesi -con buona pace della sbandierata “precisione”, gli USA si sono addirittura premurati di evacuare con elicotteri vari gruppi di notabili del califfato. Senza queste informazioni, si rischia di credere alla gigantesca e volendo anche brillante opera di propaganda che i soldi americani e il sostegno politico occidentale hanno consentito: la costruzione dell’immagine di eroi idealisti e senza macchia, animati dall’amore per la libertà, per la parità fra i sessi e per la natura, nonché di eroine così belle da sospettare una selezione per le foto, tanto brave a sparare quanto a cantare, danzare e declamare la loro originale “Jineoloji”, arrivate financo alle copertine delle riviste per signore da leggere sotto il casco per la permanente. I meriti reali riconoscibili ai combattenti sul fronte settentrionale non sarebbero stati vendibili adeguatamente, perché avrebbero comportato una presa di coscienza sulla brutalità della guerra e sul ruolo delle forze in campo. Sono stati usati invece gli ingredienti giusti per blandire la mitologia della sinistra, orfana del traguardo rivoluzionario, e a suscitare la simpatia e il romanticismo nel pubblico occidentale, rapido nel dimenticare che fino a tempi recenti gli stessi guerriglieri venivano trattati come terroristi brutti, sporchi, cattivi e per giunta comunisti, quindi poco accattivanti, e sostenibili solo da facinorosi come loro… Un cambio radicale di approccio nel presentarli, specie dalla stampa mainstream, veloce quanto losco, in considerazione del fatto che l’occidente in passato è riuscito a definire “combattenti per la libertà” persino i gli islamisti afghani.
Ad onor del vero, sono stati effettivamente sperimentati modelli che rompono con il retaggio della società mediorientale più arcaica (specie riguardo alla condizione della donna) e che introducono modelli di autogoverno popolare. Ma queste conquiste, apparse a macchia di leopardo e in misura molto inferiore a quella propagandata (anche per il rifiuto ideologico di adottare una direzione centralizzata, una pianificazione dell’economia e di formare un apparato coercitivo valido per tutti e adatto a liquidare le formazioni sociali superate e rendere effettive le decisioni -misure evidentemente anche sgradite ai nuovi sponsor), non hanno appunto riguardato che una parte della popolazione, a volte escludendo le altre.Ci si riferisce a documentati e ripetuti episodi di discriminazione contro la popolazione araba e assira, specie nel campo della libertà di istruzione, di religione e di lingua, alle vergognose pratiche di confisca della terra degli arabi fuggiti, assegnata alle comunità… curde, e all’opera di corrotta circonvenzione dietro mazzette per far lasciare le proprie case agli abitanti non curdi.

In generale, non è stata intaccata, se non episodicamente la base materiale della proprietà terriera, basata su dinamiche di clan, per ragioni di deflazione del conflitto sociale locale. Sul piano dei rapporti esterni, le conquiste parziali, per quanto positive, non cancellano la scelta di ottenere il proprio obiettivo finale come premio di consolazione da parte delle potenze intente a smembrare il paese di cui si faceva parte. In generale è bene ricordare caparbiamente come la storia dimostri che non può esserci alcuna “rivoluzione”, né liberazione, né indipendenza, né autodeterminazione, né emancipazione di uomini e donne, né anticapitalismo, sotto le armi degli imperialisti americani e dei loro alleati, o in costanza del loro appoggio a un progetto politico.

Con il ritiro statunitense e la sopraggiunta inutilità militare delle milizie curde rispetto ai loro obbiettivi politici e militari, i confederalisti curdi non hanno più nulla da mettere sul piatto per negoziare con il governo di Damasco. Non sono in grado di difendersi da sé, come hanno sempre millantato. Risulta patetico parlare del reintegro del controllo governativo come se si trattasse di qualcosa che possono rifiutare, o paventando un nuovo “accordo tattico”, come quello, in realtà politico, che avevano con gli USA. Verosimilmente, potranno chiedere di salvaguardare alcuni aspetti della gestione municipale che hanno sperimentato, ma senza alcun atteggiamento di veto. Soprattutto, ormai non potranno pretendere che le loro milizie conservino l’armamento, visto che se ne sono serviti per aiutare gli invasori.

L’alternativa è secca, e il caso di Manbij è solo l’inizio: dovranno accettare (perché scrivere “consentire” vorrebbe dire che sono in grado di dare o negare il permesso) il ripristino della sovranità siriana che hanno sempre detto ipocritamente di voler rispettare; oppure subiranno un’offensiva da parte dei turchi, le cui prime coorti saranno formate dai banditi del redivivo FSA (“Esercito siriano libero”), fino a ieri loro alleati all’interno delle SDF.  Questo potrebbe essere desiderabile solo per degli irresponsabili o dei suicidi.

Proverbialmente, non si scrive la storia con i “se”, ma l’arco di tempo ridotto e il senno di poi, in parte richiedono una deroga. Se le milizie del PYD avessero difeso il paese dall’aggressione fin dall’inizio, ora avrebbero potuto rivendicare buona parte dei loro obbiettivi politici legittimi, mai conculcati né da Damasco né dagli alleati russi e iraniani. Ma siccome nessuno, sette anni fa, avrebbe scommesso sulla resistenza del paese, hanno sopravvalutato la propria scaltrezza e pensato bene di salire sul carro dei presunti vincitori. L’opportunismo della dirigenza del PYD, che è bene sottolineare, non rappresenta il Kurdistan nella sua totalità, né più, ormai, neanche la maggioranza dei curdi siriani, ha invece prodotto degli effetti disastrosi, e non imprevedibili.

Nell’odierno scenario, le discussioni afferenti ai principii leninisti, per quanto sempre utili in funzione autocritica, non incidono in alcun modo sulla definizione storica degli avvenimenti. Resta perciò un mero esercizio polemico volerle brandire casualmente. Non esiste nessun superimperialismo di kautskiana memoria, ma di fatto, oggi nel mondo la catena imperialista è una, quella a guida statunitense. La Russia è un paese a capitalismo avanzato, ma non si concretizza il quadro economico (specie il dominio del capitale finanziario e la subordinazione di quello produttivo) che Lenin tracciò nel definire la sua teoria. Parlare di “imperialismo” in generale, e attribuirlo per antipatia, significa farsi affascinare dal termine applicandolo arbitrariamente e idealisticamente, senza averne capito significato e implicazioni. In questo senso, attualmente Russia (e Cina, in genere tacciata in tal senso) non potrebbero essere definiti paesi imperialisti neanche se mettessero in atto forme di espansionismo militare classico, che ad ogni modo non si stanno verificando -sia sufficiente, per chiunque in buona fede, la consultazione di una semplice carta politica del globo. Meno ancora può essere definito tale l’Iran, per restare al novero degli stati alleati. Fra le forze non statali, non si può non registrare la partecipazione delle milizie libanesi di Hezbollah, di cui difficilmente si può negare il carattere antimperialista nonostante l’estrazione ideologica, nonché di quelle inviate da organizzazioni della Resistenza palestinese (per inciso, schierata con il governo nella sua totalità nonostante una precedente fase di tentennamento delle componenti islamiche).  In quanto ai paesi capitalisti menzionati, non è peraltro detto, a prescindere, che sia condivisibile la loro politica (interna ed estera), che la loro forma di governo sia un qualche modello (questa è una loro questione interna), che sia desiderabile o no intrattenervi rapporti. Ma concretamente, qua riguardo alla Russia, non si può non notare che senza il suo intervento, perfettamente conforme al diritto internazionale (che è pattizio e consuetudinario, non affatto imposto da gendarmi mondiali come pretenderebbero gli Stati Uniti), la Siria è sopravvissuta come paese, invertendo una serie ininterrotte di aggressioni e assoggettamenti messi in atto dall’imperialismo negli ultimi 28 anni, senza alcun contrappeso. Ugualmente non si può non notare che pur rispondendo a interessi politici, economici e militari nell’area, l’intervento russo non ha mai messo in discussione la sovranità, l’integrità, il carattere interno della scelta della forma di governo e del governo stesso, del paese ospitante. Ritengo che rispetto a una potenza che decide unilateralmente di cancellare i paesi dalle carte, se è necessario uccidendo la popolazione, senza farsi scrupolo di ideare e realizzare una mostruosità politica come Daesh (e costruendo nello stesso tempo forze che gli si opponevano, da utilizzare come piano B, C, e via continuando), la differenza non sia di poco conto, per nessuna delle parti in causa. Tranne, ovviamente, quelle che criminalmente prendono parte al progetto.
Volendo ad ogni costo citare Lenin sulla politica del compromesso, sarebbe bene farlo con cognizione: “Un uomo politico, che desideri essere utile al proletariato rivoluzionario, deve saper distinguere i casi concreti appunto di quei compromessi che sono inammissibili, nei quali si esprimono opportunismo e tradimento, e indirizzare tutta la forza della critica, tutta l’acutezza di uno spietato smascheramento e di una guerra implacabile contro questi compromessi concreti. […] Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso e di ogni specie di compromesso. Si deve imparare a distinguere l’uomo che ha dato denaro e armi ai banditi per ridurre il male che i banditi commettono e facilitarne l‘arresto e la fucilazione, dall’uomo che dà denaro e armi ai banditi per spartire con essi la refurtiva. ” (L’estremismo malattia infantile del comunismo).
Vano è ogni insano riferimento alla presunta collaborazione di movimenti rivoluzionari storici con l’imperialismo (quali?). Spero che non si faccia riferimento alla tesi cospirazionista degli zaristi russi, che negavano l’esistenza di un movimento rivoluzionario autonomo e del Partito che lo guidava, liquidando la Grande Rivoluzione socialista dell’Ottobre come un putsch finanziato e diretto dagli imperialisti tedeschi… Così come sono fuori luogo, e anche offensivi, i paralleli con la Resistenza italiana che l’area pro-curda propone dall’inizio della contraddittoria alleanza con gli USA. La Resistenza combatteva gli invasori nazisti tedeschi e i fascisti italiani -non i sovietici- nell’ambito di un fronte a cui partecipava anche l’URSS, e con obbiettivi e finalità non affatto convergenti con quelle americane. Che per inciso, destinavano i lanci a tutte le formazioni tranne le Brigate Garibaldi, che salvo poche eccezioni erano equipaggiate con armi sottratte al nemico o prelevate con la forza dall’intercettazione di lanci destinati ad altri. E in generale, nessuna formazione della Resistenza italiana ha mai ricevuto artiglierie.
Gli stessi fatti si sono incaricati di smentire la validità di certe derive che hanno irretito le dirigenze curde. Gli imperialisti hanno usato le forze e il sangue del loro popolo, fino al raggiungimento o fino alla frustrazione dei loro obbiettivi nell’area -come si sta effettivamente verificando. Si parlava di prevedibilità, perché non si può dire che non fosse prevedibile il fatto che i curdi siriani fossero gettati nella spazzatura alla prima occasione e lasciati in balìa dei loro nemici turchi, o nella migliore delle ipotesi schiacciati dalle responsabilità del loro tradimento verso la Siria, paese che storicamente li ha accolti. La maggior parte della popolazione curda che vive in Siria, vi si è stanziata in fuga dalle persecuzioni turche, aggiungendosi a nuclei storici molto risicati. La Siria ha fornito negli anni protezione e in alcune circostanze anche addestramento ai guerriglieri del PKK nella sua lotta contro i turchi per un Kurdistan indipendente e socialista, dando peraltro protezione al capo del partito Abdullah Ocalan, in esilio a Latakia fino al 1998. Il cambio di paradigma avviatosi nel 1995 (abbandono del marxismo leninismo in favore del municipalismo di stampo anarchico, teoria certamente più digeribile e proponibile agli apparati di potere post guerra fredda) lo ha in seguito portato a cercare protezione in Europa, da parte delle cosiddette democrazie occidentali, dopo il vuoto creatosi data la scomparsa dell’interlocutore e riferimento tradizionale di tutti i movimenti di liberazione nazionale, l’Unione Sovietica. La sorte di Ocalan, venduto alla Turchia tramite l’intervento di forze speciali sioniste, non ha evidentemente insegnato nulla alla dirigenza curda sulla fiducia che si può riporre negli imperialisti americani. La lucentezza del premio promesso -il “grande Kurdistan”, così assonnate con il diabolico progetto della “grande Israele”, la ha accecata. Come accaduto alle sinistre nostrane nonostante la Naqba del 1948 (la Catastrofe della cacciata dei palestinesi dalle loro terre secolari): con analoga ottusità ci fu chi giustificò l’esistenza dell’entità sionista ravvisando nei kibbutzim una forma di socialismo realizzato. Oltre questo errore risalente, c’è qualcosa di più profondo, che inquina la sinistra dai tempi in cui veniva tranquillamente accettato il sentimento antisovietico, e la denigrazione sistematica (sulla base di mostruose menzogne e castelli di propaganda, peraltro) dell’URSS e di tutti i paesi in cui i comunisti esercitavano il potere (tuttora si attacca Cuba), o persino di esperienze non compiutamente socialiste, ma che i comunisti valutavano positivamente e appoggiavano. In parte questi sentimenti si coagularono, intorno agli anni del movimento del ’77, in correnti antileniniste, i cui epigoni, sulla scorta principalmente delle teorie negriane, diedero origine al movimentismo post-marxista degli anni ’90. In esperienze come quella dei confederalisi curdi, che non senza presunzione ha ritenuto obsoleto il marxismo leninismo (e prima, in parte, sulla questione del Chiapas), tutta questa parte di sinistra ha costruito il suo sentimento di rivalsa contro i comunisti, come se il temporaneo successo di quelle esperienze dimostrasse –a contrario– il fallimento del marxismo leninismo e l’evitabilità della dittatura del proletariato, l’accettazione dell’interclassismo e la prevalenza di contraddizioni non analizzabili con le categorie del materialismo storico e dialettico, e insomma la validità di tutte le critiche che avevano sempre portato avanti contro i comunisti. Ora che questo castello in aria sfuma, questa parte di sinistra, terminato il suo percorso di riassorbimento nei ranghi della società capitalista e di cooptazione nel mondo concettuale borghese, agonizza nella sua frustrazione, non riuscendo a esprimere più che invettive e stupidi anatemi.

Mi associo alla conclusione di un recente articolo (di Giovanni Di Fronzo, su Contropiano): “(…) gli obiettivi di smembramento e di destabilizzazione nei confronti di alcuni stati nazionali perseguiti dagli imperialisti sono inconciliabili con le legittime aspirazioni dei popoli oppressi; tali istanze opposte non possono trovare alcun punto di incontro, né in Siria, né altrove.” Fra l’altro, determinate scelte, fatte da quadri con alle spalle lunghi anni di conflitto, contro nemici non certo teneri come i turchi, devono essere valutate in maniera ancora più severa, dato che l’esperienza leva loro la scusante di non capire questa incompatibilità, e di dare a vedere di ritenere credibili e realizzabili le contropartite promesse da un paese come gli USA. I quali, pur avendo dovuto ritirarsi dalla Siria (dove invece ancora bivaccano truppe francesi), restano, insieme ai sionisti, una presenza stabile e una minaccia costante nell’area, tenuto conto del fatto che l’obbiettivo finale della campagna in Siria era arrivare all’Iran o comunque impedirgli di rompere l’accerchiamento via terra a cui è sottoposto (cfr. carta n. 2)

Poiché viviamo in Sardegna e lottiamo per il socialismo e l’indipendenza (che sia autentica) ho in mente una domanda che possa riportare chi legge alla realtà, se il viaggio nel conflitto siriano, pur così vicino, non sembri attinente e appaia lontano dalle questioni che ci riguardano. Se domani gli Stati uniti, per propria convenienza economica o strategica, promettessero il loro appoggio alla Sardegna contro l’Italia, le promettessero l’indipendenza politica, c’è qualche ulteriore novello Machiavelli che accetterebbe,  in nome del malinteso motto per cui il fine che giustifica i
mezzi? E soprattutto, questa promessa sarebbe credibile? Considerato che le lotte e i movimenti, nella nostra terra, spesso si frantumano su questioni molto più banali, o che basta il fango dell’elettoralismo per impantanarli con cadenza mortalmente precisa, potrebbe sembrare un quesito di fantapolitica. Ma il nodo sta tutto qua, e nessuno, su una questione che ci è vicina, si esimerebbe dal giudicare, né fra noi né dall’esterno, come pretendono i fans dei confederalisti curdi riguardo alle vicende siriane. Chi pensa di rispondere positivamente, dovrebbe farsi avanti con onestà: sarebbe bene dirimere questa contraddizione, prima di rischiare in modo irresponsabile di percorrere tratti di strada in cattiva compagnia.

Il sostegno alla popolazione civile curda non è in discussione, così come restano valide le motivazioni storiche che il popolo curdo può vantare nella sua lotta, specie nei confronti dell’oppressione turca. Precisamente per questi motivi, è dovere di ogni rivoluzionario riconoscere ed evidenziare i percorsi e i progetti ideologici che al contrario di guidare i popoli oppressi verso l’emancipazione, rinnovano le condizioni materiali del dominio sotto altre forme, protraggono il loro servaggio e li assoggettano a nuovi padroni e nuove catene, anche se dipinte a colori. La cosiddetta “rivoluzione del Rojava e le dirigenze che l’hanno diretta, hanno scelto e intrapreso un cammino che le allontana, forse definitivamente, dalla storia del movimento operaio e comunista, e delle lotte per l’autodeterminazione e il socialismo dei popoli oppressi. Nelle condizioni attuali non possono riscuotere alcun sostegno da chi lotta contro l’imperialismo.


*Ringrazio la compagna Marta Meloni per la fattiva collaborazione nella redazione del testo, e il compagno Gianfranco Castellotti per la condivisione delle carte allegate e la consulenza.