I comunisti sardi, l’autodeterminazione dei sardi e le elezioni regionali

La sinistra sarda e il diritto all’autodeterminazione nazionale. Abbiamo intervistato Michele Zuddas, avvocato comunista e candidato nel collegio di Cagliari per Sinistra  

C’è stato un momento in cui sembrava chiuso l’accordo con ADN. Perché alla fine siete andati da soli?

Si è vero, sembrava chiuso un accordo che assegnava pari dignità ai valori della Sinistra, la vera sinistra alternativa quella contro le politiche liberiste della precedente Giunta. Sembrava. Infatti, è vero che una buona parte dei movimenti interni ad ADN spingeva verso un accordo con Sinistra Sarda ma è altrettanto vero che per molti avremmo rappresentato un OSPITE scomodo ed ingombrante. Ritengo che da parte di molti ci sia stata la paura di dichiararsi di Sinistra o meglio Comunisti. L’ultima proposta, che ci venne presentata nell’ultimo incontro avvenuto a Tramatza dalle 16 alle 22, prevedeva un ruolo marginale di Sinistra Sarda che avrebbe dovuto rinunciare in parte ai propri ideali ed in parte alla riconoscibilità come soggetto politico alleato. Insomma, non eravamo d’accordo a rinunciare alle nostre battaglie in nome di un indipendentismo che assumeva connotati di isolazionismo e che, personalmente, ritengo possa contaminarsi con istanze “nazionalistiche” nel peggior significato de termine.

Il vostro candidato ha un importante spessore culturale, ma è refrattaria ad ogni discorso sull’autodeterminazione del popolo sardo. Non è un passo indietro rispetto alle vostre ultime aperture sul tema?

Vindice Lecis è stata la miglior scelta come candidato Presidente, unisce una grande cultura alla lotta politica e gli siamo profondamente grati per aver accettato. Al contrario di quanto si è detto è favorevole all’autodeterminazione del popolo sardo ma lo è nella misura in cui si affronta la questione in termini seri e realistici partendo dalle battaglie con i Sardi. Perché affinchè ci sia autodeterminazione occorre prima ripristinare quei diritti che oggi vengono calpestati. Parliamo principalmente di Sanità, Lavoro ed Istruzione. Soprattutto l’Istruzione risulta un tema e una questione imprescindibile se realmente si vuole creare un percorso condiviso e credibile. Non abbiamo fatto alcun passo indietro rispetto alle posizioni espresse all’incontro che abbiamo organizzato a Bauladu dal tema “ Autonomia, Indipendentismo e Autodeterminazione” ma a differenza di altri, che dall’oggi al domani si sono proclamati indipendentisti e a favore dell’autodeterminazione, e per rispetto dei militanti e degli elettori, diciamo che abbiamo avviato un processo che ha bisogno del suo tempo per maturare. Intanto partiamo dalle battaglie e dalla lotta sul campo.

Lecis parla di “piano Rinascita”, dice un si incondizionato alla metanizzazione e propone di tornare a Berlinguer. La sinistra non dovrebbe guardare al futuro anziché al passato?

Sono d’accordo, la Sinistra deve guardare al futuro con l’obbiettivo di sfruttare al meglio le nuove tecnologie. Però, dobbiamo assumerci la responsabilità, anche a costo di ricevere critiche, di non assumere posizioni aprioristiche senza aver sviscerato il tema. Ritengo che la questione della metanizzazione debba esser affrontata con il coinvolgimento delle comunità interessate, analizzando i costi, tutti i tipi di costi da quello economico a quello sociale a quello ambientale, ed i benefici. Se alla prova della bilancia i costi dovessero superare i benefici, la nostra posizione sarà ovviamente negativa. Quindi si tratta principalmente di una questione di metodo. Fermo restando che la tutela dell’ambiente ha priorità.

Sei stato relatore ad un convegno organizzato a Cagliari dal circolo Me-Ti sulla cittadinanza onoraria sarda proposta da Caminera Noa. Perché appoggi questo progetto?

Penso che i diritti delle persone non possano più esser riconosciuti per discendenza ma, semplicemente e giustamente, per appartenenza alla comunità. Quando ho letto per la prima volta la bozza del progetto, sono rimasto entusiasta perché rappresenta un passo concreto verso una nuova idea di società, una società aperta e solidale, inclusiva, contrapposta al modello intollerante e razzista che oggi la destra xenofoba vuol presentare come unica strada percorribile. Certo, la cittadinanza onoraria non ha dei “benefici” giuridici ma ha una forte valenza politica e se considerata insieme alla rappresentanza onoraria assume un peso politico di notevole importanza. Il concetto di cittadinanza onoraria che apre la strada cittadinanza per “iusvoluntatis” assume poi il ruolo di anticorpo contro le possibili derive nazionalistiche e razziste. Confermo la mia disponibilità a sostenere ed autare a portare avanti questo progetto cercando fornire gli strumenti giuridici a mia disposizione.

Secondo te comunisti e indipendentisti potranno convivere sotto uno stesso tetto prima o poi?

Penso di si. In questi mesi mi sono attivato in prima persona perché potesse avvenire, incontrando tutti i principali protagonisti delle istanze indipendentiste. Posso dire che tra la maggior parte degli elettori e dei semplici militanti esiste già una sorta di tetto comune. Purtroppo, manca tra i “leaders” (termine che non mi piace) che spesso assumono posizioni più comode da giustificare all’interno del proprio movimento. Insomma, serve coraggio e lungimiranza. Io mi farò portavoce e sostenitore di questa necessità.

Dalle elezioni alla liberazione. Appunti per la Sardegna che verrà

di Davide Mocci

Alla fine è successo: tutto quello che ha rappresentato l’indipendentismo sardo, nella sua accezione moderna, in questa tornata elettorale, viene a mancare. Almeno formalmente non avremo un candidato che si definisce (e si può anche constatare che sia) indipendentista. Maninchedda e il PdS che parlano di Stato, di Nazione, di emancipazione nazionale dopo essere stati in maggioranza ed aver avallato le peggiori politiche per questioni di equilibrismo; abbiamo Pili, anche lui folgorato sulla via del nazionalismo sardo, già pronto a metanizzare la Sardegna dopo per altro averla governata (male) con il centrodestra italiano, ora è sostenuto da indipendentisti/e; Murgia che si definisce autonomista dicendo di ispirarsi a Lussu ma è sostenuto dalla lista delle forze indipendentiste “storiche” e della società civile.

Come si è arrivati ad una simile mescolanza di forze e ad una simile “tolleranza” degli indipendentisti? Quando ha avuto origine una simile involuzione?

Sappiamo che il sentimento indipendentista in Sardegna parte male: percepito sottotraccia dai subalterni sardi del primo Novecento, trova sulla sua strada il Psdaz, che lo annacqua e travia una massa consistente che stava lottando per conquistarsi una rappresentanza, dandogli prospettive limitate e limitanti, tra catastrofismo, autonomismo e “nazione fallita”. Poi venne il fascismo e l’oblio. Fino agli anni ’70, che ritrova verve grazie allo scenario della decolonizzazione e degli altri indipendentismi europei, senza però riuscire a capitalizzare il (poco) consenso che erano riusciti a raccogliere e le estemporanee mobilitazioni popolari, su cui poche volte si è riusciti a costruire un cammino percorrendolo fino in fondo, forse una della cause del superamento dell’indipendentismo classico.

Questo periodo di grande esposizione mediatica e l’ingresso prepotente della parola ”indipendenza” nella politica sarda ha svegliato i vecchi  guardiani. Infatti il Psdaz durante un congresso fiume opera la “svolta” indipendentista – di facciata, dato che di indipendentisti nella sua storia ne ha epurati diversi, arrogandosi il diritto di poter esprimere un proprio immaginario di emancipazione nazionale e quindi infestare l’area di riferimento dei partiti sardi. Un immaginario “consequenzialista” e meramente utilitarista, ritenuto “giusto” e coerente poiché quello che  risulta strettamente rilevante è l’obbiettivo (l’indipendenza in astratto, lo scranno in consiglio nel concreto) e non gli strumenti e i metodi con cui ci si arriva, sui quali possiamo questionare senza porci scrupoli di ordine solidaristico, morale o etico. Da quel momento in poi questo atteggiamento del Psdaz  – possiamo dire – machiavellico, ha cominciato a spandersi tra gli ambienti sardisti/indipendentisti, generando poi la brillante strategia di “inflitrazione” di IRS e il progetto di “erosione” del ceto politico coloniale da parte del PdS. A quest’ultimo è andata meglio perché sono riusciti effettivamente a raccogliere un discreto consenso. Un consenso però già discretamente cristallizzato dai rapporti clientelari pregressi di questi nuovi “erosi”. Questa capacità di rappresentare una parte della società sarda, unita alla narrazione “nazionalisteggiante” e ad una idea precisa di (come prendere il potere in) Sardegna, gli permette di ascriversi a quello che è l’area dell’indipendentismo sardo; sempre però in termini formali. Come se l’indipendenza della Sardegna fosse una questione solo di merito, e non anche di metodo.

Questo per quanto riguarda i partiti che sono stati già tacciati di collaborazionismo. E su questo gli altri partiti dell’indipendentismo – che possiamo definire radicale – sarebbero sicuramente d’accordo nel definirli tali.  Ad oggi però questi partiti hanno scelto come candidati due figure che non solo non sono espressione della propria area o dei propri percorsi, ma che addirittura non si considerano essi stessi indipendentisti. Certo, la comunicazione verso l’esterno è chiara e precisa (com’è anche chiara quella di Maninchedda, però) e le liste che li sostengono, così come i loro candidati indipendentisti, hanno un preciso linguaggio e proposta politica. Tuttavia, per potersi rendere “presentabile” al grande pubblico, quel che rimaneva dell’indipendentismo sardo si è dovuto affidare a personalità esterne al proprio mondo, una che incarna l’abile comunicatore da migliaia di voti, l’altra che rappresenta la competenza, la preparazione e la responsabilità di governo. Ossia tutto quello di cui gli indipendentisti sono stati accusati da sempre di essere manchevoli. Una sorta di candida accettazione di quella che era l’idea – distorta, poiché corrotta dai mezzi di informazione non tanto accomodanti – che l’elettore medio aveva di quest’area politica, interiorizzando questa percezione e cercando di porvi rimedio non attraverso l’autocritica profonda e quindi ritornare a cercare di capire (e di farsi capire dalla) società sarda, ma solo rinnovando la propria immagine che propongono all’esterno. Una strategia di questo tipo fatta a ridosso delle elezioni appare, quindi, molto simile a quelle intraprese dagli altri due partiti “sardisti”: tutte infatti tendono ad ottenere il loro obbiettivo quale che sia il mezzo con cui ci si arriva; la si chiama convergenza nazionale ma è solo opportunismo politico per ottenere un posto in consiglio.

Posto in consiglio che, chiaramente, non è da buttare via e anzi ben venga  il fatto che riescano ad ottenerlo. Quello che su cui ci dovremo interrogare non sarà quindi il mero esito delle urne, ma se questa strategia potrà dare i suoi frutti, che – è bene ricordarlo – non sono affatto i voti in assoluto. È la coscienza nazionale da (ri)costruire quello che realmente conta e su cui si dovrà lavorare, quale che sarà l’esito delle elezioni; capitalizzare anche quelle poche risposte positive che arriveranno e lavorarci, ripartendo dal lavoro e dal dibattito quotidiano, dal dialogo con le varie realtà politiche sparse per la Sardegna e dalla costruzione di un sentimento diffuso che vada oltre le scadenze elettorali e che sia in grado di riportare le sarde e i sardi di tutta l’isola (e magari anche quelle/i emigrati) alla partecipazione attiva nella società sarda, un humus politico che ridia vita a questo deserto delle relazioni umane.

In conclusione potremmo dire che ormai la parola “indipendenza”, che un tempo si aveva timore di pronunciare all’interno del dibattito pubblico, sia stata sdoganata. Se nell’era degli slogan e degli hashtag quello che conta è quello che si dice (anzi, si posta sui social) e non la coerenza di quello che si dice con quello che si fa, allora tutti possono essere indipendentisti. E tutti potranno parlare di indipendentismo. Tutti chi, però? Beh, ovviamente tutti quelli che fanno politica attualmente in Sardegna. Ossia, data la cultura politica meramente passiva – tipica delle aree depresse culturalmente ed economicamente – quei pochi che fanno politica attiva. E la maggior parte di questi sono vecchi, dotati di un background politico fatto di clientele, clanismi e attaccamento parassitario alle istituzioni. Insomma, il classico ceto politico coloniale. Che di sicuro non vorremmo mai sentir parlare di indipendentismo e indipendenza, se vogliamo che all’idea di indipendenza e di emancipazione nazionale si rifletta un metodo che sia coerente intrinsecamente, che abbia un senso della storia ma che non venga visto in balìa del determinismo, come se quale che sia il modo in cui ci si arriva, prima o poi l’indipendenza pioverà dal cielo; dobbiamo far sì che sia il popolo sardo ad emanciparsi con le proprie parole, non attraverso notabili, capitani, dirizentes e con le proprie azioni. E queste parole potranno anche non essere “indipendenza”, potranno essere qualcosa di diverso, che grideremo noi che ci siamo ora e che ci saremo anche domani, “diluiti” nella società sarda in balia del postmoderno e del postidentitario, che per quanti saremo la Storia la faremo noi.

Sardinian Job Day: da vetrina a progetto?

di Orlando Palita

Una giornata, quella del 24 gennaio 2019, che si potrebbe definire straordinaria sotto molteplici aspetti, da un lato le condizioni meteo che vedono la Sardegna insolitamente innevata da Nord a Sud, dall’altro l’inconsueta mobilitazione di tutte le forze economiche e istituzionali sarde nel capoluogo per il Sardinian Job Day. Cinquantamila tra ragazze e ragazzi che si riversano alla Fiera di Cagliari in cerca di opportunità lavorative, sfidando il mal tempo e le immancabili difficoltà nella viabilità.

L’impatto iniziale è sicuramente poco incoraggiante, tutti coloro i quali avevano compilato i prestampati sul sito di Sardegna Lavoro, hanno ottenuto una convocazione alle 11.00 presso il padiglione dedicato ai colloqui. La fila è imponente ma ordinata, resa abbastanza scorrevole dall’ottimo lavoro degli addetti ai lavori (purtroppo code di circa mezz’ora all’aperto, nella fredda mattinata che ha colpito Cagliari).

I colloqui finalmente iniziano, l’impressione di amici e conoscenti non è sempre positiva, anzi, in molti percepiscono i colloqui come degli speed date: i candidati per ciascun annuncio sono molti e i selezionatori accelerano i tempi delle conversazioni per ottimizzare il tempo, si hanno pochi minuti per essere convincenti e ottenere una vera occasione. Molti provano a strappare qualche minuto in più e spesso ci riescono, ma la sensazione globale è che molte aziende e selezionatori siano lì perché convenga esserci piuttosto che per ricercare profili interessanti. Anche girando nel padiglione dedicato alle aziende l’impressione è la stessa, molte imprese decidono di presenziare e accettare libere candidature, ma spesso questi stand sono sforniti di veri e propri selezionatori e i curricula finiranno tra un pacco di pasta Cellino e una cassetta di Ichnusa. Ci sono delle eccezioni naturalmente, ma per molti, arrivati da tutta la Sardegna, questo viaggio della speranza non sarà decisivo per entrare nel mondo del lavoro.

La giornata procede tra punti di ristoro e seminari, alcuni davvero interessanti e indirizzanti. C’è chi cerca semplicemente di pubblicizzare la propria attività e chi realmente prova a dare consulenza a giovani e meno giovani alla  ricerca di un lavoro. Nel complesso questa parte dell’evento sembra quella più riuscita, i presenti partecipano attivamente alle numerose iniziative e dimostrazioni dei padiglioni, in particolare quello dedicato all’Innovazione tecnologica.

La giornata scorre piacevolmente, l’argomento di riflessione e discussione tra i partecipanti resta lo stesso, il lavoro, un bene prezioso e purtroppo sempre più raro in Sardegna, ancor di più per chi ha deciso di spendere le proprie energie nella formazione universitaria, ritrovandosi ora specializzato ma poco appetibile per un mercato del lavoro che arranca qui più che altrove.

Proprio questo è il nodo della questione: ha davvero senso organizzare due giornate straordinarie come il SJD? La prima superficiale risposta potrebbe essere “si”, e in effetti l’evento nel complesso non si può che giudicare positivamente, nonostante alcuni inconvenienti, spesso le occasioni sono reali e si ha la possibilità di mettersi in contatto con importanti aziende e cooperative del territorio.

Il nodo critico del SJD però è proprio questo, la straordinarietà dell’avvenimento, insolito quasi quanto una nevicata come quella di ieri. Chi è in cerca di lavoro non avrebbe forse bisogno che le occasioni di contatto siano stabili e ordinarie?

Un amico, durante un seminario sull’innovazione e il turismo ha brillantemente parlato del tentativo della sua piccola azienda di invertire il paradigma che vede il turismo balneare al primo posto e tutte le altre attività interne all’isola, legate a questo settore, arrancare nella disorganizzazione, destinate ad una posizione subalterna. Anche per quanto riguarda le politiche del lavoro appare necessario oggi un ribaltamento di paradigma: dalla straordinarietà di eventi come il SJD e altri organizzati in diversi centri dell’isola, a delle politiche per il lavoro ordinarie e concrete, che sappiano mantenere stabili contatti tra il mercato del lavoro e chi ha la necessità di entrarci o rimanerci stabilmente. Allora perché non lanciare la Sardinian Job Week e magari farla diventare un evento mensile, magari con meno vetrina per aziende e istituzioni e più sostanza, proprio per valorizzare il lato dell’utenza e quindi chi è in cerca di lavoro?

Le proposte dei pastori sardi pronti alla battaglia

Da qualche settimana il Movimento Pastori Sardi ha lanciato nuovamente l’allarme: il prezzo del latte è sceso nuovamente sotto i 60 centesimi al litro. In un video messaggio il leader del Movimento Felice Floris ha dichiarato che i pastori sono pronti a dare battaglia per una legge sul prezzo del latte che sottragga la contrattazione al monopolio degli industriali i quali decidono quello che vogliono sulla pelle appunto dei produttori.

Spesso si rimproverano i pastori di non avere proposte ma di limitarsi alle lamentele e a chiedere contributi. Tutto questo non è vero, perché dal 2010 i pastori hanno realizzato una piattaforma di proposte molto concrete che ha poi gettato le basi per l’esperienza della Consulta Rivoluzionaria (che raccoglieva pastori, artigiani, operai, indipendentisti).

Ieri il MPS ha pubblicato un documento con diverse proposte per invertire la rotta e permettere un giusto presto per il versamento del latte.

Pesa Sardigna ha deciso di pubblicare il documento integralmente:

MOVIMENTO PASTORI SARDI

PROPOSTE SETTORE LATTIERO CASEARIO OVI-CAPRINO

La Pastorizia in Sardegna sta attraversando un momento di profonda crisi economica caratterizzata dal crollo del prezzo del formaggio “Pecorino Romano DOP” tipologia di prodotto esportato in particolare nei mercati Nord-Americano e Canadese, la perdita di prezzo è determinata dall’assenza di moderni strumenti di programmazione e per il deficit negli investimenti in ricerca, finalizzati a creare valide alternative al suddetto formaggio. Il regime di monocultura comporta frequentemente un eccesso di produzione. Crisi che i trasformatori scaricano addosso ai pastori dimezzandone il prezzo del latte oggi valutato circa 0,60 euro/litro, ben trenta centesimi al di sotto dei costi di produzione. Serve un intervento super partes che permetta ai produttori primari di ottenere il giusto riconoscimento del loro ruolo guida nella tutela del made in italy e nel presidio civile delle aree rurali in via di spopolamento.

In Sardegna la zootecnia ovina da latte è costituita da circa 15.000 allevamenti con oltre 3.000.000 di capi ovini e da circa 3.000 allevamenti con oltre 330.000 capi caprini e rappresenta il principale aggregato zootecnico della Sardegna, con un’incidenza sulla PLV agricola regionale del 25% circa (45% il peso dell’intero settore zootecnico). Ognuno di questi capi ovini produce annualmente oltre 120 litri di latte, per cui la produzione complessiva del comparto si attesta ai 350/380 milioni di litri di latte, che trasformati portano a una produzione totale di formaggi pari a circa 590.000 quintali di formaggi così ripartiti:

• 160/170 milioni di litri a Pecorino Romano Dop
• 130 milioni di litri circa ad altri formaggi
• 10/11 milioni a Pecorino Sardo Dop
• 4/5 milioni a Fiore Sardo Dop

che hanno mosso un fatturato di circa 400 milioni di euro pari al 25% del fatturato agro-industriale regionale. La Sardegna è il più importante produttore nazionale di latte ovino caprino, più di due terzi (68%) ovino nazionale e oltre la metà del latte caprino sono prodotti in Sardegna e occupa tra diretti e indiretti circa 100 mila persone.

Sul piano economico la pastorizia crea ricchezza diffusa, basti pensare all’indotto che in maniera diretta o indiretta è collegato al mondo pastorale, pensate a tutto ciò che gira attorno alla pastorizia; caseifici, mangimifici, trasporti, mattatoi, il settore meccanico e delle costruzioni fino ad arrivare al terziario. La presenza di questo settore giustifica l’esistenza di migliaia di posti di lavoro; veterinari, biologi, impiegati delle ASL di enti Regionali ed anche due Facoltà Universitarie – quelle di Agraria e di Veterinaria girano attorno a questo comparto.

Nonostante l’importanza economica del pastoralismo, la pastorizia in Sardegna non va misurata soltanto in termini di punti percentuale del PIL prodotto ma anche e soprattutto per il suo valore sociale, culturale e ambientale.

La pastorizia produce dunque un valore più importante di quello economico.
La pastorizia ha un inestimabile valore ambientale.
Le oltre 17.000 aziende pastorali distribuite nel territorio ne garantiscono infatti la cura e il controllo.

Che cosa costerebbe alla società questo controllo? Non soltanto è questione di tenere i terreni puliti per prevenire gli incendi e le devastazioni, ma soprattutto conservare il paesaggio che abbiamo costruito in secoli di lavoro nelle campagne. Quel paesaggio non è solo il frutto della natura, ma del lavoro dei pastori sulla natura. Quel paesaggio è la nostra storia e la nostra cultura. La pastorizia ha infine un valore sociale, essa mantiene in vita l’interno della Sardegna, i suoi paesi, offre un senso all’esistenza di decine di migliaia di persone e costituisce anche un elemento fondamentale della nostra identità.

E’ necessario intervenire subito per evitare che la situazione economica degeneri creando tensioni sociali di difficile gestione.

Proponiamo di intervenire con i seguenti strumenti:

A) Vigilare affinché il Consorzio di tutela del Pecorino Romano DOP si attenga al rispetto delle quote di produzione già stabilite dal regolamento interno approvato dal Ministero delle Politiche Agricole.

B) Chiedere agli organismi Nazionali preposti di ritirare dal mercato almeno 20 mila quintali di prodotto da destinare alle persone meno abbienti o da destinare sotto forma di assistenza alimentare a paesi bisognosi. Tali misure potrebbero essere attuate, la prima con fondi Nazionali all’interno degli stessi strumenti Ministeriali a disposizione quale, il Programma AGEA degli aiuti alimentari agli indigenti per la platea di aventi diritto in Italia; la seconda con fondi regionali attraverso interventi del Ministero degli Esteri per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, inseriti all’interno del programma di Cooperazione internazionale.

C) Finanziare un ammasso volontario di 20 mila quintali di formaggio tipo Pecorino Romano con lo scopo di favorire ai produttori una graduale immissione nel mercato.

D) Potenziare le O.P. Organizzazioni dei Produttori riconosciute e impegnarle nella gestione unitaria del latte in esubero attraverso aiuti finanziari e strutturali con il compito di togliere dal mercato locale almeno 30 milioni di litri di latte da destinare alla polverizzazione e alla vendita del latte tal quale nel mercato estero. Anche la suddetta misura è contemplata all’interno della L.R. 15/2010 e può essere finanziata con fondi Regionali.

E) Impedire anche attraverso l’utilizzo della “moral suasion” che singoli trasformatori acquistino più latte a loro necessario con il preciso intento di riversare l’eccedenza non trasformata al fine di creare inflazione nel mercato, obbligando i produttori primari a svendere il loro latte.

F) Convocare e istituzionalizzare un tavolo permanente per il settore Ovi-Caprino Nazionale con la presenza anche di rappresentanti del Movimento Pastori Sardi.

Tramatza, 25/01/19

MOVIMENTO PASTORI SARDI

Tutte le bugie di Arru sul 118

Sicuramente la candidatura di Luigi Arru (assessore alla sanità della giunta uscente) ha scosso molti potenziali elettori della coalizione guidata da Massimo Zedda perché lo stesso candidato presidente aveva pubblicamente dichiarato in più occasioni di essere in forte disaccordo con la riforma sanitaria. Eppure Arru alla fine è stato candidato con il Partito democratico alle elezioni regionali del prossimo 24 febbraio, quasi allo scadere della presentazione delle liste.

Una candidatura che arriva subito dopo l’ultima grave polemica che lo ha coinvolto sul taglio al servizio del 118. Persino un suo compagno di partito e non di poco, il presidente del Consiglio Regionale Gianfranco Ganau, era intervenuto pubblicamente contro tale taglio.

Ieri il soggetto progetto Caminera Noa ha diramato una nota dove vengono enumerati tutti i dettagli tecnici che sbugiardano l’assessore uscente.

Visto che si tratta di un comunicato tecnico lo riportiamo integralmente.

Certamente il PD e la coalizione dei cosiddetti “Progressisti di Sardegna” avrà una bella gatta da pelare con l’ingombrante candidatura di Arru!

Tagli 118: le bugie si sa hanno le gambe corte, ma a volte le hanno cortissime!

L’Assessore regionale alla Sanità Luigi Arru il 19 gennaio ha dichiarato sui media, rispondendo alla polemica sulle ambulanze del 118, “Niente tagli!”.

L’Assessore mente, sapendo di mentire! 
Certamente nei meandri del sito della Regione Sardegna non è facile muoversi per accedere agli atti pubblici, ma chi fa informazione e politica deve imparare a farlo per smascherare quanto viene volutamente occultato o omesso.

Pochi sanno infatti (forse nemmeno alcuni quotidiani locali, o almeno non ne hanno dato notizia) che nella seduta della Giunta Regionale del 28 dicembre scorso, passata forse in sordina perché si è svolta durante le feste natalizie, con la Delibera di Giunta n. 64/17 che reca in oggetto: “Deliberazioni della Giunta regionale n. 63/24 del 15.12.2015, n. 39/4 del 9.8.2017 e n. 23/6 ell’8.5.2018 concernenti “Piano di riorganizzazione e di riqualificazione del servizio sanitario regionale idoneo a garantire la sostenibilità del servizio stesso. Attuazione dell’articolo 29, comma 3 della legge regionale 9 marzo 2015, n. 5”. Aggiornamento.”, la decisione presa dalla Giunta Pigliaru, non è esattamente ciò che l’Assessore Arru riferisce.

Di tale delibera ciò che interessa realmente sono i due allegati, soprattutto l’allegato n. 1:
“Regione Autonoma della Sardegna Programmi Operativi per il triennio 2018– 2020” alle pagine 148 e 149

“Programma 15: Rete dell’Emergenza e Urgenza” in cui è riportato quanto segue:

• Azione 15.1: Potenziamento del Servizio elisoccorso su tre basi Risultati programmati:
■ Riduzione dei tempi d’intervento e copertura intero territorio Indicatori di risultato
■ 2018 Attivazione servizio su 3 basi. Ciò significa che viene potenziato di una unità l’ elisoccorso.

• Azione 15.2: Definizione e implementazione del Modello organizzativo Areus. Risultati programmati:
■ Messa a regime del modello Indicatori di risultato
■ 2019 Riorganizzazione postazioni MSA e di Base
■2020 Monitoraggio interventi 118 e funzionamento Servizio (numero interventi e tempi d’intervento) Responsabile del procedimento attuativo
■ Direttore del servizio programmazione e governo delle reti di cure
■Direttore AREUS Risparmi annui attesi 2019 Euro 3.750.000 2020 Euro 1.750.000 I risparmi attesi sono legati all’entrata a regime del servizio di elisoccorso e conseguente disattivazione di due punti MSA nel 2019 e di una riorganizzazione dei punti MSB che verranno ridotti per un valore 2018 2019 2020 – 3.750.000,00 5.500.000,00 
■ Risparmio cumulato della Manovra nel Triennio (€) 149 economico pari al 10% della spesa sostenuta nel 2019 e di un ulteriore 10% per il 2020 (tali risparmi implicano riduzioni dei costi per l’acquisizione di servizi dalle associazioni di volontariato e cooperative 118). Dei risparmi illustrati, una porzione pari a euro 2.000.000 è compensata da un pari incremento di costo per l’attivazione della terza base dell’elisoccorso.

Tutto ciò sta a significare che saranno sacrificati ben due punti di MSA (Mezzo di soccorso avanzato definito anche ambulanza medicalizzata) a favore della terza base di elisoccorso.

Le proteste sono dunque più che legittime se si considera che l’elisoccorso (oltre ai costi elevati) ha già dimostrato che non sempre è il mezzo migliore di intervento rispetto ad un’ambulanza medicalizzata, soprattutto se si considera quanto siano determinanti le condizioni metereologiche affinché un elicottero possa alzarsi in volo, soprattutto in un’isola in cui il vento è sempre presente. 
Caminera Noa chiede che venga detta la verità su quanto realmente è stato deliberato dalla Giunta Pigliaru.

#CamineraNoa

Ci hanno rubato (anche) le banche

di G. R. Pisanu – Confederazione Sindacale Sarda (CSS)

Ormai è solo questione di tempo e la scomparsa dell’ultima realtà creditizia della Sardegna diventerà un dato di fatto. Infatti, con l’acquisizione del 49% del capitale sociale in mano alla Fondazione Banco di Sardegna da parte della BPER spa, si andrà a chiudere in modo definitivo l’operazione di incorporazione del Banco di Sardegna spa da parte della banca emiliana. Cerchiamo di capire perché siano fondate le preoccupazioni che questa operazione, nel medio e nel lungo periodo, potrebbe portare non pochi svantaggi al tessuto economico e produttivo della Sardegna. Ancora pochi decenni fa la realtà economica isolana poteva contare su sostegno creditizio di tre Banche: Banco di Sardegna, Banca di Sassari e Credito Industriale Sardo (CIS). Con l’andare degli anni, sia per vicende legate alla normativa fiscale che agevolava le fusioni/incorporazioni da Istituti di Credito, sia la ricerca di una dimensione crescente delle banche per operare con più forza nel mercato del credito, le principali banche sarde vennero acquisite e controllate da banche esterne al territorio. Il primo a perdere autonomia fu il CIS, acquisito da Banca Intesa. La banca lombarda subito operò per un ridimensionamento strutturale e la presa di possesso totale del controllo aziendale, tanto che ormai questa banca è diventata solo uno dei tanti sportelli del colosso creditizio lombardo. La storia del Banco di Sardegna è più complessa, dato che nel frattempo il Banco controllava già la Banca di Sassari. Con l’acquisizione del 51% delle azioni (“pacchetto di maggioranza”) da parte della BPER spa, in un sol colpo la banca emiliana prese il controllo di due banche sarde. Una parte di autonomia operativa, però, veniva in qualche modo garantita dato che il restante 49% del capitale sociale rimaneva ancora sotto il controllo della Fondazione Banco di Sardegna. Con il passare degli anni, però, la BPER ha sempre fatto sentire sempre di più la propria presenza. Varie e continue operazioni di ridimensionamento, ristrutturazione aziendale, chiusura di sportelli e riduzione di organico, hanno negli anni cambiato la fisionomia del Banco di Sardegna, fino alla definitiva fusione per incorporazione della Banca di Sassari avvenuta nel 2016. In particolare per il Banco di Sardegna, è stata completamente modificata la propria natura operativa. Da banca legata al territorio e strettamente legata al tessuto produttivo sardo, oggi la politica creditizia del Banco è sempre più orientata alla raccolta del risparmio e alla vendita di prodotti finanziari (polizze assicurative, fondi, carte di credito, ecc.) che al finanziamento dell’attività produttiva e delle famiglie. Con l’acquisizione del 49% del capitale Sociale da parte della BPER spa si porterà a chiusura definitiva della possibilità che possa esistere una banca sarda per i sardi. Inoltre la lontananza dei centri decisionali (Modena) dal territorio sardo alla lunga mostrerà i suoi effetti.

In un mercato creditizio globale, dove le banche mirano essenzialmente alla raccolta dei risparmi e della vendita dei prodotti finanziari a dispetto della richiesta di credito da parte delle imprese e famiglie, a soffrire sarà sicuramente la richiesta di fondi a sostegno dell’attività economica. Il risparmio raccolto in Sardegna inevitabilmente rischia di essere dirottato in aree geografiche ritenute “più redditizie” dal punto di vista della profittabilità aziendale, mentre si ridurrebbe il sostegno al tessuto socio produttivo della Sardegna. In pratica si creerebbe un flusso di ricchezza e di risparmi a senso unico (dalla Sardegna alla Penisola), accentuando quel processo di stagnazione economica che da anni sta ormai affliggendo la nostra Isola. Inoltre non sono da poco le preoccupazioni sulle ricadute occupazionali riguardanti gli attuali dipendenti del Banco di Sardegna (e della ex Banca di Sassari). Non nascondiamo la nostra preoccupazione per questa vicenda e ora non ci resta che attendere. Speriamo sempre che, come si usa spesso dire, “il tempo sia galantuomo”.

L’insostenibile leggerezza della divisione indipendentista

 

di Francesco Casula

Ormai pare certo: gli Indipendentisti si presenteranno divisi alle elezioni di febbraio. Con tre liste: Autodeterminazione, Partito dei sardi e Sardi liberi.

Si tratta di un tragico errore. Si è tentato, fino all’ultimo momento, di evitare la divisione e la frammentazione. Non è stato possibile. Troppi e profondi fossati sono stati creati. Troppo astio è stato prodotto. Inqualificabili maldicenze sono state diffuse.

Nonostante tutto ciò occorreva fare di tutto per presentarsi uniti.
Perché – per chi non l’avesse capito – alle elezioni non ci si presenta per testimoniare o per affermare la propria identità di piccolo gruppo o partito ma per convogliare il massimo consenso possibile. Ebbene l’unità e l’unione delle tre liste, sarebbe stata elemento e strumento moltiplicatore di adesioni e voti e dunque sarebbe stato un primo momento e occasione per la costruzione di un vasto, composito e plurale Movimento nazionale sardo in grado di competere, anche a livello elettorale, con le liste italiche.

Conosco le obiezioni, anche le più nobili: le diversità fra le tre coalizioni, anche su punti importanti, persino strategici. In termini programmatici ma anche deali e di referenti sociali. Tutto vero. Ma occorre capire che se vogliamo creare un grande Movimento nazionale sardo in grado di porsi come alternativa politica al sistema dei Partiti dello Stato italiano “occupante”, dobbiamo necessariamente scontare diversità al suo interno, anche corpose e copiose.

Ma ormai alea iacta est. E dunque non servono le recriminazioni e le lamentazioni.

C’è però almeno da augurarsi che le tre Liste sarde la smettano di “scannarsi” fra di loro e individuino con nettezza i veri avversari e controparti: i Partiti e le coalizioni italiche responsabili, in primis il cosiddetto centro-sinistra e il centro-destra, della politica fallimentare, specie degli ultimi 20 anni e più, che sta portando la Sardegna alla “morienza”: economica e sociale oltre che culturale.

Ogni Sardo che ha a cuore le sorti della nostra Isola non può non votare o Autodeterminazione o Partito dei sardi o Sardi liberi: ciascuno secondo la propria sensibilità e vicinanze, ideali, culturali e politiche. .

Da parte mia voterò la Lista che con più forza, coerenza e linearità metterà al centro della sua battaglia politico-elettorale i problemi che attengono:
1. All’Identità (Bilinguismo, Scuola sarda, revisione della Toponomastica):
2. All’Ambiente (con la connessa questione delle Basi e delle Servitù militari);
3. Ai Beni e Servizi primari ed essenziali (la sanità, i trasporti e la scuola prima di tutto);
4. Al lavoro, legato alle risorse locali e comunque all’interno di uno sviluppo autocentrato.

Pastori sardi e monopolisti caseari

di Gianfranco Camboni

SOLO FACENDO AFFIDAMENTO SU SE STESSI, SULLA LORO LOTTA E NON SUI DEMAGOGHI DI TURNO I PASTORI POSSONO IMPORRE LA LORO VOLONTA’ AI MONOPOLISTI LATTIERO-CASEARI

Il Movimento Pastori Sardi rivendica un atto legislativo che assicuri un prezzo del latte che venga sottratto all’arbitrio dei monopolisti lattiero-caseari. Nella storia delle classi subalterne ci sono state lotte fondamentali per imporre leggi che mettessero dei vincoli allo strapotere delle classi dominanti. Pensiamo alle lotte internazionali per imporre la giornata lavorativa di otto ore.

La lotta dei pastori contro il potere dei monopolisti lattiero-caseari non è da oggi. Agli inizi del XX secolo lo scontro era con gli industriali lattiero-caseari continentali. Nel primo dopoguerra i pastori, ex soldati della Brigata Sassari, guidati da Emilio Lussu e Dino Giacobbe condussero battaglie generali ed elaborarono un piano economico, contenuto nel Programma di Macomer (1920), che prevedeva il pieno controllo della produzione-trasformazione- commercializzazione da parte dei produttori, cioè i pastori. Nel 1923, una parte dei sardisti guidati da Paolo Pili entrò nel partito nazionale fascista convinta di poter realizzare quel piano che rendeva i pastori padroni assoluti del lavoro. Fondarono la Fedlac, Federazione delle latterie sociali, che nel 1925 concluse un accordo per l’esportazione del pecorino romano negli USA per 50 mila quintali di formaggio. Al ritorno dagli USA il segretario del PNF, Augusto Turati convocò a Roma Pili e gli disse ”queste organizzazioni ci seccano” (1).

Nel 1930 la Fedlac fu liquidata. La lezione da ricavarne è valida ancora oggi: bisogna affidarsi alla propria forza, alla propria organizzazione indipendente e alla lotta determinata con tutti i mezzi possibili date le circostanze.

I monopolisti lattiero-caseari sono potenti e finora hanno vinto sempre. Facciamo un esempio. Per l’annata 2015-2016 dichiararono la sovraproduzione del latte, con 430 milioni di litri di latte per abbassare i prezzi, ma il latte prodotto era di 286.611.739 litri. I pastori il 5 agosto del 2016, a Thiesi, smascherarono i fratelli Pinna. Ma non si trattava di “incapacità dei trasformatori a organizzare e programmare le produzioni”, come affermò la Coldiretti. Si trattava di un piano deliberato. L’azione del 5 agosto 2016 indicava la strada da seguire: lo scontro diretto con gli industriali saltando le mediazioni inutili con il ceto politico. Il punto è questo il ceto politico regionale e quello italiano sono solo delle marionette nelle mani degli industriali e dei banchieri che hanno il compito di deviare le lotte dall’obiettivo reale: piegare gli industriali del latte. Non esiste una sfera indipendente della politica: i governi sono sempre il comitato d’affari di industriali e banchieri.

Attuare una legislazione sulla contrattazione del latte richiede un mutamento totale dei rapporti di forza.

Una legislazione come la richiedono i pastori si scontra con tutto il sistema dominante nello stato italiano e nell’UE. Pone al primo posto non le leggi del mercato ma i bisogni dei reali produttori. La potenza dei nemici dei pastori e della Sardegna significa che la lotta è persa in partenza. No. La sconfitta ci sarà se ci si fa illudere dai demagoghi di turno. I pastori sono convinti che Salvini, uomo degli industriali e degli agrari del nord farà una legislazione che rovescia i rapporti di forza tra i capitalisti e i pastori? Si levino dalla testa questa convinzione. Oppure che Christian Solinas, epigone di Paolo Pili, andrà contro i meccanismi della dominazione coloniale? Il governo dei gialloverdi che aveva promesso la guerra ai despoti dell’UE ne è uscito con la coda fra le gambe dopo quasi un anno di pantomime.

Andiamo incontro a una recessione internazionale ben più grave di quella iniziata nel 2008, con l’aggravante che è prodotta dagli strumenti che l’aristocrazia finanziaria aveva predisposto per salvare capitalisti e banchieri (il quantitative easing). Questa recessione avverrà nel bel mezzo di una guerra di tariffe doganali che darà colpi pesanti al commercio mondiale, in cui è inserito il mercato di esportazioni dei prodotti lattiero-caseari sardi. Salvini e Di Maio in realtà non sanno come uscire da questa situazione. Per rimanere a galla hanno cercato di indirizzare la rabbia dei salariati e dei pastori con chi è più debole di loro.

La strada da seguire per i pastori qual è? Cercare alleanze con il resto delle masse popolari sarde perché comune è il nemico: industriali e banchieri. Si può vincere? Si, se si fa affidamento solo sulla propria forza. I pastori, sono solo una parte del popolo sardo, e potranno vincere se faranno capire che la loro guerra è la guerra di tutto il popolo sardo contro i suoi oppressori dentro e fuori della Sardegna.

Gian Franco Camboni – Sardegna Rossa

1) In G.Sotgiu, Storia della Sardegna dalla grande guerra al fascismo, Ed. Laterza pag. 218

In Sardi Liberi l’indipendentismo non deve nascondersi. Intervista al segretario di ProgReS Gianluca Collu.

Gianluca Collu, segretario di ProgReS e animatore della lista elettorale Sardi Liberi con Mauro Pili candidato Presidente

  • Prima di annunciare la nascita di Sardi Liberi (con Unidos di Mauro Pili e i dissidenti sardisti guidati dal capogruppo in Consiglio Angelo Carta) avete pubblicato un documento politico articolato in parti nel quale fate le pulci ad Autodeterminatzione per la scelta a candidato presidente di una “personalità esplicitamente autonomista-unionista” e nel quale parlate di “ombra autonomista” sul gruppo rappresentato da Murgia. In cosa precisamente Mauro Pili differisce dall’autonomismo visto che nei suoi interventi, anche quelli recentissimi, non parla di nazione sarda e quando utilizza “nazionale” si riferisce all’Italia?

Le nostre scelte politiche non sono frutto di decisioni estemporanee sganciate dalla realtà o di prese di posizione a priori. La nostra attività politica va letta quindi in relazione al contesto e al recente passato. Nel Comunicato 11/II abbiamo espresso in modo chiaro e approfondito due aspetti: la nostra profonda vicinanza a varie componenti di Autodeterminatzione e i nostri altrettanto forti dubbi sulle modalità della genesi di quel progetto, delle sue scelte politiche e della sua effettiva presa nell’elettorato. Raccomandiamo agli interessati un’attenta lettura delle varie parti del Comunicato 11 perché, come giustamente lo definite, si tratta più di un documento politico che di una semplice nota stampa.

Ad ogni modo occorre specificare che il nostro atteggiamento non è ispirato al “fare le pulci” ma alla costruttività, non alla contrapposizione sterile ma alla responsabilità nazionale: da sempre tentiamo di offrire alla nazione sarda un’opzione politica credibile e capace di raccogliere ben più ampi consensi rispetto all’esiguo elettorato indipendentista attuale. Un’opzione capace di pervadere di sé – quindi di indipendentismo – sempre maggiori settori della società del nostro Paese.

L’ombra autonomista che vediamo in Murgia e in Autodeterminazione è il frutto della genesi di quel progetto. A differenza della precedente esperienza di Alternativa Natzionale, primo reale tentativo di concertazione tra le forze della nostra area a trazione indipendentista, Autodeterminatzione ci è sembrata nascere a trazione autonomista e l’espressione di Murgia come candidato presidente ne è la diretta e coerente conseguenza. Senza dimenticare la rischiosissima candidatura alle elezioni italiane, i suoi risultati in termini di voti, la successiva fuoriuscita dell’animatore principale del progetto Anthony Muroni nonché le recenti defezioni verso il centrosinistra italiano; vicende che hanno portato nuovo scoramento e delusione nelle già fiaccate fila della nostra area. Tutti passaggi da noi ampiamente previsti che l’indipendentismo sarebbe dovuto essere in grado di evitare mettendo in piedi un’alleanza non solo elettorale in grado di affrancarsi dall’ombra autonomista.

Non sta a noi dare patenti o sindacare sul percorso politico di maturazione dei candidati presidenti, quello che a noi importa è l’agibilità politica del nostro indipendentismo, troppo spesso succube dell’autonomismo, del cosiddetto non dipendentismo o di altre amenità politologiche simili. L’imperativo per il nostro partito consiste nell’esigenza di creare uno spazio politico nel quale l’indipendentismo non debba dissimulare se stesso o abdicare alle sue parole chiave. In questo senso il rapporto con Unidos e con i Sardisti Liberi si è rivelato positivo e non fagocitante.

L’alchimia politica che ne è scaturita non comporta un’adesione acritica di Progetu Repùblica al programma e alla visione delle altre due entità che compongono Sardi Liberi. Quello a cui stiamo lavorando è uno spazio di concertazione paritetico dove ciascuna forza convive e collabora con le altre in un rapporto osmotico che non annulla le differenze ma smussa gli angoli in modo progettuale e responsabile, nell’interesse della nazione, così come fatto in terra còrsa, catalana o scozzese.

L’assetto complessivo di Sardi Liberi non poteva non inquadrare, sotto vari punti di vista, in Mauro Pili il candidato presidente naturale. Argomentare tale scelta ci sembra persino superfluo. Questa candidatura chiaramente non trasforma istantaneamente Pili in un leader indipendentista ma nessuno di noi ipotizza o pretende questo. Nella nostra visione di tavolo di responsabilità nazionale ogni forza politica dell’area deve giocare il suo ruolo naturale, senza infingimenti o trasformismi, al fine di offrire il maggior livello di identificazione possibile alla società della nostra nazione. In Sardi Liberi il ruolo indipendentista è già ampiamente coperto liberamente ed esplicitamente dalle donne e dagli uomini di Progetu Repùblica.

  • Sempre nello stesso documento politico auspicavate un “tavolo di concertazione nazionale, capace di visione a medio-lungo periodo e di regia per una proposta innovativa nella quale possano trovare casa e spazio tutte le realtà politiche nazionali sarde” che però non c’è stato. Ora ci sono tre liste di ispirazione sarda (nessuna delle quali può definirsi indipendentista al 100%). Non avete complicato lo scenario invece di semplificarlo come dichiaravate?

Partiamo da un dato di fatto: la nostra proposta innovativa non è ancora riuscita a coinvolgere tutte le realtà politiche nazionali sarde. L’assetto attuale della nostra area non è quello da noi auspicato. Abbiamo lavorato e stiamo tuttora lavorando per il suo superamento ma contro i veti e le chiusure non abbiamo altro strumento se non il perseverare nella proposta e nell’apertura, anche e sopratutto oltre le prossime elezioni nazionali sarde. I nostri auspici non hanno trovato corrispondenza nelle scelte delle altre forze politiche e non si sono potuto realizzare. Non certo a causa nostra.

Le idee e le soluzioni che proponiamo sono chiare e già vive nella nostra fervida immaginazione politica, sempre al servizio del bene della nazione sarda. Tra la fase di proposta e quella di realizzazione c’è stata una fitta serie di confronti diretti, di trattative e dialoghi riservati. Una fase costante, tutt’ora attiva nonostante l’apparenza e nonostante le tempistiche rispetto alle elezioni.

Tutto questo lavoro sotterraneo – che abbiamo voluto rappresentare per correttezza e trasparenza attraverso i nostri comunicati – è stata una grande palestra. Nonostante la situazione non ne sia lo specchio i rapporti tra forze indipendentiste si sono rafforzati, sia a livello politico che umano. È, ribadiamo, il punto dal quale ripartire il giorno successivo alle elezioni.

Il quadro dell’offerta politica indipendentista e autonomista si è semplificato: nonostante i nostri dubbi Autodeterminatzione ha messo assieme varie forze politiche; il Partito dei Sardi sembra essersi finalmente liberato dal vincolo del centrosinistra unionista inaugurando un percorso di avvicinamento all’area indipendentista che non accetta apparentamenti con forze italiane; Sardi Liberi infine sta sperimentando il rapporto tra indipendentismo progressista, area moderata e sardismo antixenofobo.

Non ci sembra di aver complicato lo scenario, anzi abbiamo lavorato (e stiamo tuttora lavorando) per far sì che il famoso processo di balcanizzazione dell’area venga arrestato. La situazione attuale, al di là dei sogni di chi sta solo a guardare, è il massimo ottenibile in questo momento. Continueremo instancabilmente a lavorare in questo senso in pieno spirito di collaborazione e responsabilità nazionale.

  • L’indipendentismo si è sempre posto come un movimento alternativo alle politiche di dipendenza messe in campo in 70 anni di autonomia. Mauro Pili è stato presidente della RAS con il centrodestra e rivendica questa sua esperienza di governo come felice per la Sardegna. Non è una contraddizione con tutto il vostro percorso?

Progetu Repùblica nasce per dare continuità alla coerenza dell’indipendentismo moderno e per conferirgli una progettualità che si candida al governo della nazione. Non ci siamo mai chiusi in noi stessi e abbiamo dato vita, a nostre spese, a innumerevoli progetti di coesione dell’area e di allargamento a settori che potremmo definire sulla via dell’indipendentismo. Anche l’esperienza di Sardi Liberi rientra a pieno titolo in questo percorso. Chi storce il naso oggi avrebbe dovuto storcerlo anche per altre realtà messe in piedi da Progetu Repùblica. Non facciamo politica guardando al pedigree personale di chi ci si avvicina con rispetto e stima. Negli anni abbiamo dato prova di accogliere e di accettare al nostro fianco sia i neofiti dell’area che coloro i quali stanno maturando la coscienza nazionale, senza processi al passato ma ispirati dagli impegni dell’oggi.

Ma se dobbiamo proprio entrare nel merito delle esperienze politiche passate altrui possiamo constatare che, nonostante le sue esperienze nel centrodestra italiano, Mauro Pili è da sempre sensibile ai temi a noi cari come le battaglie degli anni ’90 contro le servitù militari, l’inquinamento industriale e a favore della riconversione degli impianti minerari; il suo incarico di presidente della RAS è durato circa 25 mesi tra i mille ostacoli posti dai maggiori partiti della coalizione che lo hanno sempre percepito come elemento estraneo ai gruppi di potere interni; dal 2013 ha abbandonato i partiti italiani per intraprendere una lunga traversata in solitaria con Unidos, formazione politica che nel suo manifesto si descrive come “forza di libertà del Popolo sardo” favorevole alla “libertà economica, statuale e culturale della Sardegna”.

Nell’attività politica di Mauro Pili osserviamo un impegno costante per la soluzione del problema della continuità territoriale aerea, contro il monopolio nei trasporti marittimi, nell’ottimizzazione del servizio di erogazione idrica e nel contrasto alla gestione di Abbanoa, nella denuncia del flusso di denaro che lo Stato intercetta e sottrae ai sardi, contro il disboscamento selvaggio, nella difesa di Pratobello come “simbolo della resistenza del popolo sardo”, nella denuncia della produzione di armi in Sardegna, nella difesa di enti come AIAS nell’interesse dei pazienti e dei lavoratori, nella valorizzazione del ruolo degli emigrati sardi nel mondo, nella denuncia della lottizzazione partitocratica della sanità.

Tutto questo non appare in contraddizione con la missione di Progetu Repùblica. Prima l’indipendentismo si renderà conto dell’ineludibilità del dialogo a tutto campo con tutte le forze di area e prima la Sardegna avrà accesso ai primi gradini della sovranità sul proprio territorio nazionale e sul proprio futuro di nazione.

  • Cosa vi divide in termini di obiettivi e programmi da Autodeterminatzione e dal PdS tanto da giustificare la presenza di tre liste ad ispirazione sardocentrica?

Ogni forza politica ha le sue legittime priorità. Abbiamo già dichiarato la nostra vicinanza a molte forze che compongono Autodeterminatzione. Abbiamo già chiarito con onestà che la presenza di tre liste di area non rappresenta l’esito da noi auspicato. Abbiamo già rilanciato la palla al giorno successivo alle elezioni per continuare il dialogo e il processo di riassetto della nostra area. Abbiamo già detto che l’esistenza unitaria di Autodeterminatzione non ci convince in prospettiva futura ma è di per sé positiva, che l’abbandono del centrosinistra italiano da parte del PdS è un tassello importantissimo per l’instaurazione di nuovi rapporti di collaborazione e che il progetto di Sardi Liberi è la dimostrazione che nel nostro campo sono possibili piccoli passi indietro per ottenere grandi passi avanti.

La presenza di tre liste sarde è dovuta al fatto che le elezioni nazionali del 2019 sono cadute in una fase politica dell’indipendentismo che non ha consentito l’unità di tutte le forze. Per noi di Progetu Repùblica le elezioni non rappresentano la fine del mondo, stiamo già pensando al dopo. Il nostro orizzonte è il bene del popolo sardo, la vita della nazione e la creazione di un’offerta politica indipendentista di alto livello e di ampio consenso, a medio-lungo periodo.

  • Perché gli indipendentisti sardi dovrebbero dare fiducia al vostro percorso e non a quello di Autodeterminatzione o del PdS?

Ogni indipendentista sardo è un attento osservatore della realtà e delle scelte di ciascun soggetto politico. Non saremo noi a dire per quale motivo penalizzare le altre forze in gara che per noi rappresentano differenti articolazioni di un’unica realtà politica plurale. Il punto di forza della nostra lista è quello di unire per la prima volta famiglie politiche che potrebbero sembrare distanti per via della polarizzazione del sistema politico italiano, ma nel sistema politico sardo sono molto vicine e trovano un’unione che ha un senso profondo per la nostra nazione.

Auspichiamo che ciascuna forza dell’area possa raccogliere il consenso elettorale più ampio possibile al fine di poter poi collettivamente rivendicare un forte sentimento indipendentista e favorevole al diritto a decidere del popolo sardo.

Progetu Repùblica offre, per l’ennesima volta, il proprio impegno disinteressato e la propria passione al servizio della causa indipendentista. Non rappresentiamo alcun gruppo di interesse, non dobbiamo rendere conto a nessuno della nostre decisioni, non siamo mai stati in vendita e non abbiamo mai cercato scorciatoie rispetto alla strada maestra del nostro indipendentismo moderno, nonviolento, propositivo e progettuale. Invitiamo le donne e gli uomini indipendentisti a sostenere e a farsi rappresentanti nel territorio di un’idea di coesione, di collaborazione, di crescita reciproca. In spirito di responsabilità nazionale e di scommessa su un futuro prossimo nel quale i sardi per la prima volta dopo secoli riprenderanno in mano le leve del proprio presente e del proprio futuro.

Le ragioni dei pastori. Intervista alla portavoce Maria Barca

Il Movimento Pastori Sardi ha annunciato a gran voce che è pronto a scendere in piazza a causa del costante ribasso del prezzo del latte. Abbiamo intervistato la portavoce del MPS Maria Barca (in foto)

  • Dopo tanti anni di lotte e mobilitazioni il prezzo del latte è ancora scandalosamente a 50-60 centesimi al litro. Come è possibile?

Purtroppo è possibilissimo. Io conosco la lotta per il prezzo del latte fin da quando ero piccola. In vari momenti storici si sono trovate soluzioni temporanee che hanno guardato più alla contingenza che al lungo periodo. La piattaforma che con il movimento pastori sardi avevamo portato all’attenzione durante l’occupazione del 2010 conteneva 10 punti fondamentali che analizzavano criticità e proponevano soluzioni. La sua messa in essere avrebbe risolto molti dei nostri problemi. Purtroppo poi la storia è sempre diversa…

  • Quanto costa produrre un litro di latte?

Il prezzo per produrre un litro di latte varia ovviamente da azienda ad azienda e da zona a zona. Possiamo indicarlo, in generale, in una cifra che si aggira tra gli 80 cent e 1 euro.

  • Come funzione fuori dalla Sardegna? Il latte viene pagato di più?

Si, certo. In tutto il Mediterraneo viene pagato di più. In Spagna circa 1,20, in Francia 1,10 almeno. In Toscana, Lazio ecc.. almeno 1 euro. Questi posti si sono innovati, hanno seguito le tendenze, ed in generale riescono a mantenere prezzi più decenti perché non hanno la zavorra del pecorino romano, il quale è un prodotto industriale destinato sempre allo stesso mercato. Qui in Sardegna, pur producendo 350 milioni di litri di latte e quindi circa il 70% della produzione nazionale (n.d.R, statale italiana) nessuno fa gli interessi dei produttori. E’ come se sprecassimo il nostro valore.

  • Dite che bisogna stanare i responsabili che stanno nei vari consorzi. Puoi spiegarci meglio?

Abbiamo 3 DOP. Pecorino Romano DOP, Fiore Sardo DOP, Pecorino sardo DOP. Il vantaggio di averle è, almeno finora, beneficio solo per chi le “amministra” e, ovviamente non le amministrano i pastori. Stessa cosa per l’IGP dell’agnello. Questa per il movimento è stata una lotta fondamentale: i nostri agnelli hanno una carne indiscutibilmente esclusiva, per come nasce, per come viene allevata, ma l’IGP che dovrebbe raccontare questo è un controsenso, una fregatura per produttori e consumatori, una brulla.

  • Esiste un asse classe dirigente-industriali? Chi specula sul lavoro dei pastori?

No, non credo. Forse è un po’ forte, ma preferiamo parlare di “rendita parassitariada parte degli industriali. Da oltre 100 anni il loro punto fermo è il canale con l’America per il pecorino romano – come dicevo poco fa – questa è una zavorra che non vogliamo, ovviamente, eliminare ma regolare. Se il mercato richiede 10 per pecorino romano, non farne 11. L’aumento delle produzioni per il pastore è deleterio, perdiamo valore. La nostra forza non è la quantità, ma la qualità di quello che facciamo. Il modo in cui lo facciamo è la nostra specialità. Se perdiamo questo o se abbiamo dubbi su questo concetto perdiamo noi stessi. La lotta dei pastori non è solo sui centesimi, ma anche sulla nostra identità.

  • Qual è la vostra principale richiesta?

Vogliamo che vengano ristabilite le regole fondamentali di contrattazione (sia per il latte che per la carne). Tu pensa che ultimamente per il discorso carne, più che avviare una contrattazione, siamo arrivati a sperare che si riuscisse a darli via. E’ assurdo. La politica deve e può fare tanto. E quando diciamo che è un discorso politico non intendiamo le fazioni, le campagne elettorali a palas nostras, o uno dei tanti che ci incoraggia dicendo: vi capisco perché pure nonno era pastore. Per noi è un discorso politico perché è il legislatore che deve mettere mano ad una situazione sfuggita di mano a troppi. Contrattare, diversificare, valorizzare, rinnovare noi stessi mantenendo noi stessi, adattarci alle mode del palato offrendo ciò che di buono abbiamo. Da qui bisogna ripartire.