Dalle elezioni alla liberazione. Appunti per la Sardegna che verrà

di Davide Mocci

Alla fine è successo: tutto quello che ha rappresentato l’indipendentismo sardo, nella sua accezione moderna, in questa tornata elettorale, viene a mancare. Almeno formalmente non avremo un candidato che si definisce (e si può anche constatare che sia) indipendentista. Maninchedda e il PdS che parlano di Stato, di Nazione, di emancipazione nazionale dopo essere stati in maggioranza ed aver avallato le peggiori politiche per questioni di equilibrismo; abbiamo Pili, anche lui folgorato sulla via del nazionalismo sardo, già pronto a metanizzare la Sardegna dopo per altro averla governata (male) con il centrodestra italiano, ora è sostenuto da indipendentisti/e; Murgia che si definisce autonomista dicendo di ispirarsi a Lussu ma è sostenuto dalla lista delle forze indipendentiste “storiche” e della società civile.

Come si è arrivati ad una simile mescolanza di forze e ad una simile “tolleranza” degli indipendentisti? Quando ha avuto origine una simile involuzione?

Sappiamo che il sentimento indipendentista in Sardegna parte male: percepito sottotraccia dai subalterni sardi del primo Novecento, trova sulla sua strada il Psdaz, che lo annacqua e travia una massa consistente che stava lottando per conquistarsi una rappresentanza, dandogli prospettive limitate e limitanti, tra catastrofismo, autonomismo e “nazione fallita”. Poi venne il fascismo e l’oblio. Fino agli anni ’70, che ritrova verve grazie allo scenario della decolonizzazione e degli altri indipendentismi europei, senza però riuscire a capitalizzare il (poco) consenso che erano riusciti a raccogliere e le estemporanee mobilitazioni popolari, su cui poche volte si è riusciti a costruire un cammino percorrendolo fino in fondo, forse una della cause del superamento dell’indipendentismo classico.

Questo periodo di grande esposizione mediatica e l’ingresso prepotente della parola ”indipendenza” nella politica sarda ha svegliato i vecchi  guardiani. Infatti il Psdaz durante un congresso fiume opera la “svolta” indipendentista – di facciata, dato che di indipendentisti nella sua storia ne ha epurati diversi, arrogandosi il diritto di poter esprimere un proprio immaginario di emancipazione nazionale e quindi infestare l’area di riferimento dei partiti sardi. Un immaginario “consequenzialista” e meramente utilitarista, ritenuto “giusto” e coerente poiché quello che  risulta strettamente rilevante è l’obbiettivo (l’indipendenza in astratto, lo scranno in consiglio nel concreto) e non gli strumenti e i metodi con cui ci si arriva, sui quali possiamo questionare senza porci scrupoli di ordine solidaristico, morale o etico. Da quel momento in poi questo atteggiamento del Psdaz  – possiamo dire – machiavellico, ha cominciato a spandersi tra gli ambienti sardisti/indipendentisti, generando poi la brillante strategia di “inflitrazione” di IRS e il progetto di “erosione” del ceto politico coloniale da parte del PdS. A quest’ultimo è andata meglio perché sono riusciti effettivamente a raccogliere un discreto consenso. Un consenso però già discretamente cristallizzato dai rapporti clientelari pregressi di questi nuovi “erosi”. Questa capacità di rappresentare una parte della società sarda, unita alla narrazione “nazionalisteggiante” e ad una idea precisa di (come prendere il potere in) Sardegna, gli permette di ascriversi a quello che è l’area dell’indipendentismo sardo; sempre però in termini formali. Come se l’indipendenza della Sardegna fosse una questione solo di merito, e non anche di metodo.

Questo per quanto riguarda i partiti che sono stati già tacciati di collaborazionismo. E su questo gli altri partiti dell’indipendentismo – che possiamo definire radicale – sarebbero sicuramente d’accordo nel definirli tali.  Ad oggi però questi partiti hanno scelto come candidati due figure che non solo non sono espressione della propria area o dei propri percorsi, ma che addirittura non si considerano essi stessi indipendentisti. Certo, la comunicazione verso l’esterno è chiara e precisa (com’è anche chiara quella di Maninchedda, però) e le liste che li sostengono, così come i loro candidati indipendentisti, hanno un preciso linguaggio e proposta politica. Tuttavia, per potersi rendere “presentabile” al grande pubblico, quel che rimaneva dell’indipendentismo sardo si è dovuto affidare a personalità esterne al proprio mondo, una che incarna l’abile comunicatore da migliaia di voti, l’altra che rappresenta la competenza, la preparazione e la responsabilità di governo. Ossia tutto quello di cui gli indipendentisti sono stati accusati da sempre di essere manchevoli. Una sorta di candida accettazione di quella che era l’idea – distorta, poiché corrotta dai mezzi di informazione non tanto accomodanti – che l’elettore medio aveva di quest’area politica, interiorizzando questa percezione e cercando di porvi rimedio non attraverso l’autocritica profonda e quindi ritornare a cercare di capire (e di farsi capire dalla) società sarda, ma solo rinnovando la propria immagine che propongono all’esterno. Una strategia di questo tipo fatta a ridosso delle elezioni appare, quindi, molto simile a quelle intraprese dagli altri due partiti “sardisti”: tutte infatti tendono ad ottenere il loro obbiettivo quale che sia il mezzo con cui ci si arriva; la si chiama convergenza nazionale ma è solo opportunismo politico per ottenere un posto in consiglio.

Posto in consiglio che, chiaramente, non è da buttare via e anzi ben venga  il fatto che riescano ad ottenerlo. Quello che su cui ci dovremo interrogare non sarà quindi il mero esito delle urne, ma se questa strategia potrà dare i suoi frutti, che – è bene ricordarlo – non sono affatto i voti in assoluto. È la coscienza nazionale da (ri)costruire quello che realmente conta e su cui si dovrà lavorare, quale che sarà l’esito delle elezioni; capitalizzare anche quelle poche risposte positive che arriveranno e lavorarci, ripartendo dal lavoro e dal dibattito quotidiano, dal dialogo con le varie realtà politiche sparse per la Sardegna e dalla costruzione di un sentimento diffuso che vada oltre le scadenze elettorali e che sia in grado di riportare le sarde e i sardi di tutta l’isola (e magari anche quelle/i emigrati) alla partecipazione attiva nella società sarda, un humus politico che ridia vita a questo deserto delle relazioni umane.

In conclusione potremmo dire che ormai la parola “indipendenza”, che un tempo si aveva timore di pronunciare all’interno del dibattito pubblico, sia stata sdoganata. Se nell’era degli slogan e degli hashtag quello che conta è quello che si dice (anzi, si posta sui social) e non la coerenza di quello che si dice con quello che si fa, allora tutti possono essere indipendentisti. E tutti potranno parlare di indipendentismo. Tutti chi, però? Beh, ovviamente tutti quelli che fanno politica attualmente in Sardegna. Ossia, data la cultura politica meramente passiva – tipica delle aree depresse culturalmente ed economicamente – quei pochi che fanno politica attiva. E la maggior parte di questi sono vecchi, dotati di un background politico fatto di clientele, clanismi e attaccamento parassitario alle istituzioni. Insomma, il classico ceto politico coloniale. Che di sicuro non vorremmo mai sentir parlare di indipendentismo e indipendenza, se vogliamo che all’idea di indipendenza e di emancipazione nazionale si rifletta un metodo che sia coerente intrinsecamente, che abbia un senso della storia ma che non venga visto in balìa del determinismo, come se quale che sia il modo in cui ci si arriva, prima o poi l’indipendenza pioverà dal cielo; dobbiamo far sì che sia il popolo sardo ad emanciparsi con le proprie parole, non attraverso notabili, capitani, dirizentes e con le proprie azioni. E queste parole potranno anche non essere “indipendenza”, potranno essere qualcosa di diverso, che grideremo noi che ci siamo ora e che ci saremo anche domani, “diluiti” nella società sarda in balia del postmoderno e del postidentitario, che per quanti saremo la Storia la faremo noi.