Portare in Regione la lotta per la sanità pubblica

 

Intervista a Emanuela Cauli, volto noto della lotta in difesa dell’ospedale Paolo Merlo di La Maddalene e candidata con Autodeterminatzione

  • Sei il volto più noto della dura protesta in difesa dell’ospedale Paolo Merlo di La Maddalena. Contro chi e contro cosa lottate?

Lottiamo contro il metodo e la forma con cui l’ultima giunta regionale ha stravolto la sanità pubblica in Sardegna, applicando supinamente i diktat di partito senza tenere in alcun conto le condizioni orogeografiche ed economiche di una regione come la nostra. Lottiamo contro la protervia e la totale distanza di questa classe politica nei confronti dei propri cittadini. In definitiva lottiamo contro l’oltraggio ad uno dei più importanti diritti che saldano le fondamenta di una società equa e solidale, lottiamo per tutti i diritti calpestati e disattesi dei Sardi a cui è stato tolto anche il diritto alla speranza e alla serenità che distingue un paese civile da uno che non lo è.

L’ex assessore alla sanità Luigi Arru è stato ricandidato dal PD. Il candidato presidente del “centrosinistra” dice di rappresentare la svolta rispetto alla giunta Pigliaru. Cosa ne pensi?

Non riesco ad intravvedere nessuna svolta in una coalizione che subisce candidature imbarazzanti adducendo scuse e giustificazioni altrettanto imbarazzanti. E’ paradossale che la riforma delle rete sanitaria venga criticata dalla stessa lista che poi vuol proporre come ricetta per la nostra sanità morente gli stessi metodi della giunta uscente completandone il lavoro, propinando case della salute come panacea a tutti i mali della nostra sanità dimostrando già così la completa mancanza di competenze e proposte per un problema così grave per tutti i nostri territori. Un candidato alla presidenza che smonta in due parole le radici su cui si affonda l’identità del nostro popolo proponendo il Made in Italy come marchio incentivo per i prodotti Made in Sardigna, evidenziando l’imbarazzante servilismo statale che è nel DNA di questa coalizione.

Perché hai scelto Autodeterminatzione e non una delle altre liste alternative al tripolarismo italiano?

Alle scorse elezioni optai per Sardegna Possibile che ora ha aderito ad ADN. Ci ritrovo i miei stessi ideali nella forma di un progetto strutturato e integrato organicamente alla nostra cultura e alle nostre peculiarità di isola nel mezzo del Mediterraneo. Un progetto frutto della partecipazione e del contributo insostituibile dei rappresentanti di tutte le categorie di tutti territori Sardi che hanno loro stessi scritto il programma. Un progetto fatto da Sardi per Sardi, con cuore, testa e gambe. Conoscendo Andrea Murgia ho deciso di accettare la sua richiesta di partecipare e contribuire a questo progetto perché sono convinta che lo porterà avanti con la determinazione, coerenza e onestà che lo contraddistinguono.

Cosa ne pensi della posizione presa da Caminera Noa di sostenere i singoli candidati vicini alle lotte ma di non appoggiare nessuna lista in maniera organica?

Ho grande stima per gli attivisti di Caminera Noa che sono stati i primi ad accogliere le nostre richieste di ascolto nella difesa del Paolo Merlo. Ho trovato amicizia, rispetto e ascolto disinteressato che si è trasformato naturalmente in stima reciproca e che mi ha permesso di interfacciarmi in un dialogo alla pari con gli altri movimenti Sardi in difesa della sanità pubblica. Posso solo supporre che la scelta di Caminera Noa di sostenere i candidati e non le liste nasca dal rapporto personale di fiducia e rispetto che si è stabilito tra i singoli come cittadini e non come figure associate ad uno o l’altro partito o lista che sia.

Dalle campagne sarde una lezione di lotta e di internazionalismo

di Antonello Barmina

Chi ha spesso una parte della propria vita nella militanza di sinistra è stato indottrinato a pensare che la classe operaia dovesse essere l’avanguardia del socialismo, e ha coltivato il leitmotiv anche quando la prospettiva di una società radicalmente altra iniziava a sfumare; la campagna rimaneva sempre sullo sfondo, oggetto di rimpianto poetico e di attenzioni etnografiche, quasi mai di reale sollecitudine politica. La pastorizia rappresentava il sottosviluppo da cui emendarsi per accettare la panacea dell’industrializzazione, con tutto quello che poi ne sarebbe conseguito in termini di irreversibile devastazione ambientale e antropologica.

Quando l’Isola è stata trasformata in paradiso per vacanzieri, l’immagine del pastore omertoso, connivente con ogni fenomeno criminale, individualista e analfabeta -l’analfabetismo consisteva nel non aver assimilato lingua e codici dell’invasore – è stata riverniciata con le tinte di un’arcaicità rassicurante e politicamente inoffensiva.

La sinistra sarda a stento riusciva ad immaginare il pastore come lavoratore, e come lavoratore sfruttato in modo particolare, ed è almeno in parte comprensibile: era tutta protesa nello sforzo dogmatico di sussunzione della classe lavoratrice entro gli schemi concettuali di un astratto operaismo che non concedeva spazio ad un lavoratore autonomo difficilmente sindacalizzabile; la campagna fungeva, al massimo, da riserva di manodopera d’esportazione e miniera di clientele elettorali.

Questi giorni assistiamo ad una mobilitazione nazionale attorno ad una vertenza di tipo salariale. Proviamo a dare una lettura politica della protesta in corso, al netto dei facili entusiasmi e delle scontate strumentalizzazioni. L’oggetto del contendere, l’equa remunerazione del latte ovino da parte degli industriali, non è nuovo; nuova, e per nulla scontata, è però la solidarietà trasversale con i pastori: le rivendicazioni di categoria erano accompagnate dalla sufficienza e dal malcelato disprezzo dei parvenues quando andava bene, dai manganelli e dalla camera di sicurezza in altri casi.

Se pure volessimo prescindere dal motivo della protesta e dai possibili esiti, una lezione dobbiamo impararla: i pastori sardi, secondo la vulgata giornalistica sempre disuniti e con nessuna capacità di organizzazione, senza coscienza di classe e incapaci di usare il lessico del sindacalismo addomesticato, sono riusciti nell’impresa straordinaria di radunare la nazione attorno alla propria causa, ottenendo peraltro una solidarietà che va oltre i confini dell’Isola: le campagne ci hanno ricordato il dovere e la prospettiva dell’internazionalismo proletario.

Il deserto delle elezioni e una (sofferta) dichiarazione di voto

  di Cristiano Sabino

Elezioni regionali veniamo a noi. Diciamocelo francamente: lo scenario è desolante.

Per affrontare l’argomento è forse utile partire da come è impostata la legge elettorale e dalla sua natura autoritaria e profondamente antidemocratica.

Cosa prevede? Essenzialmente due cose: possibilità di voto disgiunto (uno alla lista e uno al candidato presidente) e soglie di sbarramento altissime (5% alla lista e 10% alla coalizione). Insomma una legge di merda – senza offendere la merda – voluta dal PD e da Forza Italia nella passata legislatura regionale e rimasta tale e quale grazie alla Giunta Pigliaru per eliminare possibili scomodi concorrenti.

Partiamo da quest’ultimo aspetto. In una situazione di disaffezione alla vita politica e di calo crescente di partecipazione alle elezioni è criminale tenere fuori dalla rappresentanza una lista che non riesce ad arrivare al 5% e una coalizione che non arriva al 10%. Grazie a questo gioco alle scorse elezioni circa il 20% degli elettori rimasero privi di rappresentanza. Se teniamo conto che circa la metà dei sardi non votò, è facile capire come la giunta Pigliaru si sia retta per cinque anni su un consenso davvero risicato (circa il 20% degli aventi diritto, insomma poco più di un mandato oligarchico!).

Basterebbe questo per decidere di non votare né Zedda né Solinas, perché le loro coalizioni sono i veri responsabili di questa legge e loro è anche la responsabilità di non aver fatto nulla per cambiare la legge.

Sul tripolarismo italiano non vale la pena fermarsi più di tanto. Giusto qualche riga per capire di chi stiamo parlando e perché non dobbiamo assolutamente fare l’errore di votare né per Solinas, né per Zedda, né per Desogus. Vediamo un po’..

Coalizione destra liberista e centralista (a guida PD). Zedda sceglie uno slogan ridicolo e patetico “tutta un’atra storia” facendo leva sul fatto che lui non è mai stato del PD e rimarcando la discontinuità con la giunta Pigliaru. Ma si tratta appunto di una storia, anzi di una favoletta, perché Zedda è stato scelto da un vertice di coalizione ad indiscussa egemonia PD (le altre liste contano meno di niente o sono letteralmente tirate su con la carta pesta): Zedda fa finta di essere il boss, ma in verità gli è stata imposta la candidatura di quasi tutta la giunta uscente (compreso il macellaio della sanità pubblica sarda Luigi Arru, candidato nel collegio di Nuoro che ovviamente sta basando la sua campagna elettorale sui suoi grandi successi di macellaio ospedaliero). A chi ribatte che “Zedda non è del PD” vale la pena rammentare che anche Pigliaru si vantava di non essere un uomo del PD e a chi obietta che bisogna leggere i programmi, basta rispondere in questo modo: «perché nei programmi Pigliaru aveva dichiarato di voler distruggere la sanità pubblica, di voler finanziare la sanità privata, di voler votare per il revamping dell’inceneritore di Tossilo, di voler smantellare il servizio lingua sarda e di voler ritirare i ricorsi contro lo stato sulla vertenza entrate e di svendere il credito sardo? I programmi non contano nulla se chi li scrive è una marionetta che poi esegue i diktat della segreteria romana del partito egemone».

Zedda non è altro che un Pigliaru con altri mezzi, non bisogna votare né lui né nessuna delle liste a suo seguito. A chi ci rimprovera che così non si battono le destre, rispondiamo che il PD e tutte le sue liste civetta sono la destra, perché pagare un lavoro mascherato da tirocinio 500 euro al mese è destra che più destra non si può.

Coalizione destra razzista e repressiva travestita da sardismo. Solinas si presenta come un volto nuovo e millanta una egemonia sardista che non esiste. Se alle politiche italiane non si fosse candidato in un collegio del nord Italia blindato della Lega Solinas non sarebbe mai diventato senatore e ora non sarebbe il candidato presidente della coalizione ad egemonia leghista. Così giusto per farvi capire quanto sia subalterno e succube quest’uomo ai voleri (e ai capricci) del nuovo Orban italiano. Solinas del resto è stato già assessore della Giunta Cappellacci, ricordate? La giunta che spese 950 mila euro sottratti all’artigianato per la realizzazione di un reality Mediaset (Sweet Sardinia, mai andato in onda fra l’latro). Per non parlare della misera fine della “flotta sarda” annegata in un mare di debiti proprio con Solinas assessore ai trasporti. La verità è che il Psdaz ha costituito la testa di ponte della Lega in Sardegna e ne risulta il suo scendiletto. Il patto Lega-Psdaz è chiaro: “io ti faccio entrare in Sardegna e tu mi elevi a capo ascari”. Morale della favole chi vota Solinas sta votando Lega, sta votando Salvini e chi vota Salvini vota gli interessi dei padroni del nord, vota il decreto sicurezza che prevede 12 anni di galera per i pastori che stanno facendo i blocchi stradali. Non un voto a Solinas e nemmeno alle liste civette a suo seguito, tra cui quella con i 4mori di paravento.

Coalizione destra qualunquista in franchising amica della destra razzista e repressiva. Veniamo a Desogus. Che credibilità può avere un signore piazzato candidato presidente con 450 like su una piattaforma social di una azienda privata che va ai programmi televisivi con foglietti in mano senza neppure riuscire a leggerli e il cui partito di riferimento cambia idea come si cambiano le mutande? Sulla Sardegna non si è capito quale sia il progetto dei 5Stelle, dicono e non dicono, dichiarano e non ritrattano. L’unico esponente che ha fatto delle battaglie coerenti sulle basi militari (Cotti) non l’hanno ricandidato e poi loro esponenti improvvisamente si sono messi ad esaltare la capacità dei poligoni militari di portare lavoro. Insomma più che un movimento politico un movimento di saltimbanchi  di nessuna affidabilità che fra l’altro si è rapidamente trasformato in movimento anticasta in scendiletto della parte più marcia e fascistoide della casta italiana: il leghismo. Non un voto né al signor Desogus né alla lista dei 5 stelle, alias salviniani di colore giallo.

Veniamo alle quattro liste alternative (o pseudo tali) al tripolarismo italiano.

Intanto fa già effetto comico che siano quattro. Quattro liste di alternativa sono come nessuna lista di alternativa. Non ci vuole una laurea in politologia per comprenderlo. Tre sono ad ispirazione sardista, indipendentista, autodeterminazionista, ammesso e non concesso che questi termini vogliano ormai dire ancora qualcosa. Una è di ispirazione comunista o di sinistra radicale (ovviamente italianista e centralista), ammesso e non concesso anche qui che questi termini vogliano dire ancora qualcosa.

Ora lasciamo da una parte la lista del Partito dei Sardi che ha tenuto il moccolo fino all’ultimo giorno utile alla giunta Pigliaru e il cui leader ora si mette a fare il Nelson Mandela sardo vaneggiando rivoluzioni gentili e ribaltamenti di poteri. In realtà non di un partito ma di una monarchia si tratta tutta basata sulla potenza clientelare di un uomo che negli ultimi quindici anni ha girato più coalizioni e partiti che fidanzate (scherzo, non conosco il numero di fidanzate di Maninchedda). Anche in questo caso non c’è bisogno di scendere nei particolari, stiamo parlando di uno che quando i pastori occupavano la Regione per protestare contro il prezzo del latte (contro la giunta di cui lui era maggioranza) li definì “eversivi”, i pastori e chi li aiutava, come per esempio il sottoscritto. È apprezzabile che finalmente il PDS si sia sganciato dall’orbita dei partiti italiani (anche se tardivamente e solo quando era evidente che il PD era ormai un Titanic in affondamento), ma se davvero aveva intenzione di costruire una alternativa perché non ha aperto un dibattito pubblico facendo autocritica sulle sue scelte e costruendo umilmente un percorso di alternativa al tripolarismo invece di lanciare referendum farlocchi, farlocche primarie (dove potevano votare anche Cavour e Garibaldi per intenderci) e altrettanto farlocche Costituzioni? Credo che i posteri avranno difficoltà a catalogare simili eventi e saranno assai indecisi se annoverare tali atti tra i documenti della politica o quelli della psichiatria. Non un voto né al candidato presidente né alla sua lista di clientes. Il PDS è a tutti gli effetti un PD a cui è stata aggiunta una S finale. Non c’è da fidarsi.

Rimangono tre liste con tre presidenti. Vediamo prima i presidenti.

Vindice Lecis. Rappresenta una lista chiamata “sinistra sarda”. A parte che è l’unica lista in cui campeggia il tricolore (gli altri candidati un po’ più furbi hanno capito che questa anticaglia risorgimentale non tira più e sfruttano mori, nuraghes e varie sagome sarde), ascoltando le sue interviste sembra di fare un tuffo nella Sardegna degli anni ’50: industria, industria, industria purché sia; piano rinascita; ritorno a Berlinguer (perché dire ritorno a Togliatti sembrava troppo retrò). Lecis è un buon profilo culturale ma è anche l’eminenza grigia che scese in campo durante  il dibattito per le elezioni statali contro ogni possibile riconoscimento del diritto all’autodeterminazione definendo la nostra proposta di riforma dell’articolo 5 della Costituzione italiana e di riconoscimento del diritto all’autodeterminazione  «folclorismo dal basso» e «delirio totale inaccettabile».

Peccato, perché nel sottobosco delle sigle ispirate al comunismo italiano qualcosa andava pur muovendosi verso il riconoscimento democratico e popolare all’autodeterminazione dei sardi, soprattutto grazie ad alcuni giovani militanti dagli orizzonti più ampi il cui impegno ha portato alla costruzione di interconnessioni importanti con gli ambienti anticolonialisti sardi (progetto cittadinanza onoraria, sportello telèfono ruju, lotta contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia).

Anche sul metodo di selezione c’è da ridire. Perché non si è chiamato ad un ragionamento pubblico sui grandi temi della Sardegna da un punto di vista radicale, di sinistra e anticolonialista? In questa prospettiva anche una candidatura di Lecis sarebbe stata possibile con alle spalle però un programma condiviso e condivisibile. Invece nulla, sempre gli stessi metodi da politburo blindato, ovviamente anche questo scongelato dagli anni cinquanta del secolo ormai passato da un bel po’.

Mauro Pili. Che dire? La storia è strana. Da delfino di Berlusconi e figurante solo pochi anni fa davanti al palazzo di giustizia di Milano insieme ai parlamentari del PDL (al fianco di Alfano, Larussa e Cicu tanto per intenderci) per protestare contro il processo al suo capo, ora Pili si è riciclato in capopopolo della sarda rivoluzione, intercettando anche il sostegno di sardisti dissidenti e degli indipendentisti di ProgReS. C’è da fidarsi? Valutatelo voi, io mi limito a sottolineare il fatto che è bene cambiare idea se esiste un reale progresso, ciò che non è bene invece è non fare alcuna autocritica, non dichiarare la rottura col passato, svegliarsi sotto le regionali e mettere come condizione la propria candidatura come precondizione di qualunque trattativa. Siamo alle solite: a pochi mesi dalle elezioni si incoronano pseudo salvatori della patria e si dichiara che quello a cui si partecipa è un percorso politico che andrà oltre le elezioni, quando poi ovviamente così non è. Va bene tutto, va bene persino il tatticismo e la speranza che una personalità conosciuta e con sicuro spazio nei media possa fungere da traino, ma almeno non chiamatela convergenza nazionale, perché sappiamo tutti che ci stiamo solo prendendo in giro.

Andrea Murgia. È noto per aver concorso alle primarie del PD per le scorse regionali sfidando Francesca Barracciu e Gianfranco Ganau. Murgia inoltre era nel listino di Soru nel 2009, cioè sarebbe entrato sicuramente se il centrosinistra avesse vinto e in una intervista a Sardinia Post aveva dichiarato che il suo sogno consisteva nel rendere «potabile il PD» (potabile nel senso di essere potabile, bevibile, digeribile, dunque accettabile).

Ma la suddetta intervista è interessante anche per l’agenda programmatica del signor Murgia nel caso fosse diventato il candidato del centrosinistra a governatore della Sardegna.

Ad una domanda sull’emergenza lavoro il signor Murgia rispondeva così: «quello sarebbe l’obiettivo principale della mia Giunta. Dalla crisi si esce soltanto creando nuova occupazione e utilizzando i fondi europei. Ma è anche necessario (abbassare n.d.A.) il costo del lavoro e rendere la Sardegna un luogo competitivo dove le imprese possano insediarsi e operare». Insomma nessuna visione alternativa del modello di dipendenza economica e della matrice ultra liberista di tutte le giunte regionali dagli anni Novanta a oggi. E ciò si vede anche nelle dichiarazioni di questa campagna elettorale dove Murgia ad ogni domanda ripete come un mantra  che la soluzione ad ogni problema è “spendere bene i fondi europei”, come se il problema della Sardegna sia realmente questo e non il regime di dipendenza, subalternità e sottosviluppo indotto. Liberismo spinto ed europeismo fideistico sono le sue coordinate. Mi pare evidente.

Si dirà che le cose cambiano, le persone crescono e maturano, le idee si evolvono. Benissimo, ma perché piazzarlo proprio sul trono che dovrebbe rappresentare l’indipendentismo e non in seconda o terza fila, magari fra i candidati o meglio ancora a fare un po’ di sana gavetta nei movimenti dal basso visto che la sua faccia è ignota a tutti coloro in Sardegna in questi anni hanno contrastato tutti i progetti e le strategie neocoloniali dei blocchi italiani che invece Murgia ha oggettivamente sostenuto attraverso la sua sovraesposizione con il PD? Lo dico a scanso di equivoci, non so chi sia peggio o meno peggio tra Pili e Murgia, ma hanno torto molti compagni che dichiarano che voteranno Murgia perché Pili è di destra. Anche Murgia lo è, una destra di diverso tipo, una destra a matrice PD, ultraliberista e fanaticamente europeista, ma si tratta sempre di destra. Inoltre con tutte le sue contraddizioni Pili è la seconda volta che si presenta da solo alle regionali e l’ultima volta ha pagato a caro prezzo tale isolamento non entrando in Consiglio pur racimolando il 5% dei voti, mentre diversi personaggi ora animatori di ADN hanno ottenuto un seggio da consigliere con poche centinaia di voti, come per esempio Gavino Sale e il consigliere dei Rossomori grazie a cui oggi ADN si è potuto presentare non dovendo raccogliere le firme. Anche in questo caso va bene tutto, va bene anche sfruttare una posizione di comodo ricavata in seguito a prassi opportunistiche e trasformiste, ma almeno non si giochi a fare i puri perché a questo giro nessuno può permettersi di guardare dall’alto in basso nessuno.

Il panorama è desolante, questo l’ho ammesso subito. Per questo non posso biasimare molti sinceri attivisti e militanti che il 24 febbraio resteranno a casa. Non si tratta di essere astensionisti ideologici o addirittura nichilisti-utopisti, come pure qualcuno non privo di malizia ha cercato di far credere. In realtà ci sono moltissime persone impegnate e presenti nelle lotte che non voteranno e non per pregiudizio anarchico o per convinzione nichilista, ma semplicemente perché nessuno li rappresenta, perché nessuno ha fatto nemmeno un passo per volerli rappresentare. Di questa triste realtà è sintomatico il silenzio seguito all’appello di Caminera Noa alle liste indipendentiste e di sinistra in gestazione per un allargamento alle lotte, ai conflitti e sostanzialmente a chi in questi anni ha garantito l’unica, vera opposizione a Pigliaru. La risposta è stata il silenzio, quando non lo sfottò e il tentativo di logorio sotterraneo.

Ha agito prepotentemente una sorta di autosuggestione religiosa, cioè è entrata in azione la convinzione di essere i migliori, di poter essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno e di  dover decidere soli soletti, in pochi, facendo agire sempre la solita logica del “io dirigo e tu se vuoi segui zitto e mosca, altrimenti sparisci”. Peccato, perché non solo la storia dei popoli, ma neppure gli affari si fanno così e dove ha portato finora questo atteggiamento spocchioso, egocentrico, settario e irresponsabile di tutte le liste in campo lo si vede con chiarezza.

Detto questo però bisogna rimanere lucidi e pensare al dopo. Di fatto non votare vuol dire dare un aiutino al tripolarismo italiano (PD-Lega-5S) e questo non è né buono né saggio. Allora che fare?

Semplice. Il gioco della torre. Giochiamoci insieme e visto il carattere duale della legge elettorale partiamo dalle liste partendo dai presidenti.

Siamo sulla torre con tutti i candidati presidenti. Chi buttiamo giù? Solinas, Desogus e Zedda subito, con estremo piacere e con un bel balzello di gioia al tonfo sordo fatto dai tre colonialisti appena giunti al suolo.

Rimangono Maninchedda, Pili, Murgia e Lecis. Direi che non è molto difficile defenestrare il Nelson Mandela sardo per le ragioni di cui sopra, perciò diciamo “ciao ciao” a Paoletto il quale, una volta deresponsabilizzato dalla vita dello statista a tempo pieno, potrà dedicarsi a scrivere e riscrivere bellissime costituzioni per la gioia di tutti noi.

Ora tra Murgia, Pili e Lecis io ho un criterio semplice semplice. Murgia è stato uomo organico del PD fino al referendum sulle trivelle (cioè pochissimo tempo fa). Non c’è da fidarsi, vola giù dalla torre. Rimangono Pili e Lecis. Ma prima di decidere chi lasciare sulla torre (e solo perché questo schifo di legge elettorale ci obbliga a votare un presidente) ragioniamo sulle liste.

Personalmente condivido la posizione di Caminera Noa. Votare si deve perché se non si vota si fa un favore al tripolarismo italiano e questo non è bene. Dato che nessuna lista si merita un appoggio convinto sarà bene che ciascuno di noi guardi nel proprio collegio quei candidati che negli anni abbiamo sempre visto nelle lotte, che si sono spesi con più generosità, che conosciamo come affidabili e umili e che una volta diventati eventualmente consiglieri regionali sappiamo che non tradiranno, che non si faranno comprare, che non si monteranno la testa, che rimarranno al servizio della lotta di liberazione nazionale e sociale del popolo sardo.

Non ce ne sono molti che corrispondono a queste caratteristiche ma qualcuno c’è. Per esempio nel collegio di Cagliari ci sono Adriano Sollai (Sardi Liberi) e Michele Zuddas (Sinistra Sarda). Nella Gallura c’è Emanuela Cauli (Autodeterminatzione). In quello di Sassari ci sono Andrea Faedda (Autodeterminatzione)  e Bainzu Piliu (Sardi Liberi). Vado a memoria sperando di non far torto a nessuno (non ci sono solo questi che ricordo qui)  e comunque non c’è bisogno di fare elenchi completi; ognuno conosce i suoi polli e sa bene chi ha un vissuto di lotte e partecipazione ai processi di emancipazione e resistenza e chi invece ha solo una pagina fb con una foto da rivoluzione del sorriso di mentadent.

Il mio collegio è quello di Sassari e farò così. Voterò Bainzu Piliu (Sardi Liberi) perché è uno che ha pagato per le sue idee senza mai piegarsi, perché su di lui si può contare, perché quando c’è una manifestazione anche dall’altra parte dell’isola si alza presto e si mette in viaggio senza protestare ed è uno con cui, nonostante la sua fortissima personalità, si può ragionare e che sa fare autocritica riconoscendo gli errori.

Voterò dunque un candidato di Sardi Liberi anche se non voterò Mauro Pili. Troppo compromettente la sua immagina affianco ai lacché di Berlusconi. Troppo nitide le immagini di lui vestito con la mimetica della Brigata Sassari (ben prima delle manie carnevalesche di Salvini). Troppo ambigue le sue posizioni sui migranti definiti anche di recente “bivaccanti” con scarsissimo senso di umanità. Mi spiace ma per quanto mi riguarda non posso dargli delega, anche se apprezzo diverse sue campagne e soprattutto quella contraria al monopolista Onorato.

Sulla torre resta – e non per suo merito – Vindice Lecis, un comunista scongelato dagli anni Cinquanta privo di qualsiasi attitudine alla comprensione della questione sarda. Darò il voto a lui perché almeno so di chi si tratta (un avversario che gioca a viso aperto e che non fa finta di essere ciò che non è per accaparrarsi il voto altrui) e perché con molti suoi compagni di lista c’è un discorso aperto e diversi progetti in piedi di emancipazione nazionale e sociale per la terra e il popolo di Sardegna.

Un voto a un patriota interclassista (Bainzu Piliu) e un voto a un comunista centralista (Vindice Lecis) con la speranza e l’impegno che queste due direttrici (nazionalismo democratico sardo e socialismo) possano e debbano gradualmente convergere in un grande progetto di resistenza e progettualità al nostro vero e grande nemico che è il tripolarismo italiano.

 

Un “ismurzu” di solidarietà in faccia a chi sfrutta il lavoro dei pastori sardi

Striscione di solidarietà alla lotta dei pastori esposto davanti al liceo Galilei di Macumele (Macomer)

Domani il soggetto-progetto politico Caminera Noa solidarizzerà con i pastori in lotta acquistando direttamente da chi sta facendo i blocchi del formaggio e organizzando una merenda popolare davanti al caseificio dei Pinna a Thiesi, ritenuto dagli stessi pastori il target principale della guerra del latte.

Appuntamento domani (sabato 16 febbraio) alle ore 18 davanti al caseificio.

Pubblichiamo di seguito l’analisi di Caminera Noa già pubblicata sulla rivista Contropiano

Il mondo della pastorizia è in rivolta da decenni e il motivo è sempre lo stesso: il prezzo del latte. Forse alla fine passerà anche questa protesta perché le classi dominanti e gli industriali del latte in fondo temono la forza dei pastori sardi e tireranno fuori qualche soluzione tampone. Ma la crisi del comparto anche stavolta non verrà affrontata.

Secondo i dati forniti dall’Agenzia Agris Sardegna, incaricata di raccogliere e rielaborare i dati delle fatture di pagamento del latte, in Sardegna, 12.267 imprese del comparto registrate nell’Isola, con un numero complessivo di capi ovini di 2milioni 548mila 808, hanno prodotto per l’annata 2015-2016 una produzione di quasi 300 milioni di litri di latte (di cui 17milioni circa da caprini) e per la stagione 2016-2017 poco più di 284 milioni di litri. Ogni pecora produce mediamente poco più di centro litri di latte all’anno, per una consistenza media di gregge di 292 capi (http://www.regione.sardegna.it/j/v/2568?s=371854&v=2&c=394&t=1).

La rivolta che sta imbiancando di latte tutta l’isola è scoppiata a causa del crollo del prezzo del latte. Il fatto è che i trasformatori (gli industriali del latte) pagano pochissimo il latte conferito dai pastori (attualmente sotto i 60 centesimi), prezzo ben al di sotto dei costi di produzione (calcolato tra gli 80 centesimi e un euro; la scorsa stagione il prezzo era fissato a 0,85, sempre poco ma meglio che nel passato).

Perché lo pagano così poco? Gli industriali dicono che il prezzo lo decide il mercato. I pastori gridano alla truffa perché il prezzo del latte viene fissato sul prezzo finale del pecorino romano (chiamato così anche se prodotto per la stragrande maggioranza da latte sardo) che è un formaggio di scarsissima qualità assorbito prevalentemente dal mercato americano. Praticamente si tratta di una monocultura favorevole agli industriali e sfavorevole ai produttori.

Però il latte non viene usato tutto per produrre pecorino romano, ma anche altri formaggi di qualità venduti a prezzi ben più remunerativi, eppure viene acquistato sempre al di sotto dei 60 centesimi sulla base del prezzo finale del “romano”. Insomma il latte è uno dei rarissimi casi in cui è il prodotto finale (in questo caso, un prodotto finale, cioè il “romano”, eletto a parametro di valore) a fare il prezzo della materia prima e non il contrario.

Periodicamente la Regione organizza dei tavoli di contrattazione che puntualmente falliscono perché gli industriali restano chiusi ad ogni rialzo del prezzo del latte. Il sospetto è che gli industriali che controllano i tre consorzi di tutela dei tre pecorini Dop (il Romano, il pecorino sardo e il fiore sardo) facciano cartello sui prezzi e non abbiano alcun interesse a diversificare la produzione. Il sospetto è anche che la classe politica colonizzata e a sua volta colonizzatrice sia subalterna agli interessi e ai dettami degli industriali e non abbia mai avuto la volontà di opporsi. Ecco perché tutti i volti noti dei politici sardi vengono cacciati via dai presidi di questi giorni.

Fra l’altro lo scorso dicembre era stato annunciato in pompa magna la nascita dell’ Oilos, (Organismo interprofessionale latte ovino sardo composto) e il ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio (che oggi cade dalle nuvole e mostra il petto a difesa dei pastori) lo aveva definito «un traguardo importante e una risposta al problema del prezzo del latte» (Sardinia Post, https://www.sardiniapost.it/politica/arriva-il-sigillo-del-ministero-per-oilos-nasce-lorganizzazione-del-latte-ovino/). La rivolta del latte era insomma largamente prevedibile. Perché non si è fatto nulla per evitarla?

A fronte di circa 300milioni di litri di latte prodotti all’anno e in gran parte destinati alla monocoltura del “romano”, salta all’occhio il dato impressionante di importazione di oltre l’80% dei prodotti alimentari: cereali, carne, formaggi, frutta e verdura, inclusi i mangimi per alimentare pecore e agnelli. Un paradosso inspiegabile. In Sardegna la superficie agricola utile è di circa 116.000 ettari, di questi 7.000 sono dedicati a seminativi e oltre 45.000 a pascolo. Tradotto in altre parole, utilizziamo quasi tutta la nostra terra per produrre merce di scarso valore economico e con poco valore aggiunto poiché la trasformazione è quasi esclusivamente nelle mani degli industriali del latte, mentre importiamo merce che non siamo più in grado di produrre a casa nostra. L’assenza di una classe politica adeguata si misura in questi numeri, nell’incapacità di pianificare un destino diverso dalla monocultura coloniale per la propria terra. La subalternità dei diversi governi multicolore (ma sulle grandi questioni monopensiero) susseguitisi nel corso degli anni alla guida dell’isola è evidenziata dalle periodiche crisi dei diversi comparti, crisi mai sanate e via via più profonde, così profonde da aver determinato la fine di realtà produttive importanti e vitali. Ciò che è peggio, la svalutazione del nostro lavoro e dei nostri prodotti ha avuto come conseguenza la svalutazione delle nostre terre, l’indebolimento dei nostri legami con questa terra, con la nostra cultura e le nostre tradizioni, ci ha fiaccato lo spirito e levato le certezze, ha sfibrato i legami sociali, disgregato le nostre comunità, cancellato o reso marginale la nostra cultura e la nostra lingua. La situazione di crisi perenne, iniziata secoli addietro e acuitasi negli ultimi decenni ha aperto le porte agli speculatori di ogni genere e sorta. E così una terra resa “arida” da decenni di disboscamenti su cui hanno fatto fortuna padroni continentali e destinata a pascolo diventa oggi l’eldorado per i signori delle rinnovabili, dell’eolico e delle finte serre fotovoltaiche, capaci di ricavare in Sardegna centinaia di milioni di euro all’anno, senza dover neppure fare lo sforzo di venirci in Sardegna, esattamente come facevano un tempo i signori feudali spagnoli e piemontesi. Quale allevatore o agricoltore non accetterebbe infatti in queste condizioni una pala eolica che occupa pochi metri quadri e “regala” ogni anno quanto non sono più in grado di produrre neppure 10 ettari di terreno coltivato?

Questa crisi ha aperto oggi le porte alle fabbriche delle bombe, alle coltivazioni per produrre biogas, come in passato le aveva aperte alle fabbriche degli industriali del nord, durate pochi anni ma quanto basta per lasciare un ricordo perenne di inquinamento insanabile e devastazione economica e sociale. In Sardegna oltre 300 paesi su 377 sono considerati deprivati. Appare ovvio quindi che non si può risolvere l’ennesima crisi del latte ovino con un piccolo incentivo alla produzione; appare ovvio in ragione di un’isola ricca di risorse ma priva di classi dirigenti adeguate. Forse la protesta passerà anche stavolta, ma noi abbiamo il compito di non fermarci all’ennesima elemosina e portare avanti un dibattito serio, battendoci per avviare un processo di riforma utile a garantirci un futuro diverso, soprattutto, utile a garantirci un futuro.

Ecco perché la lotta dei pastori è la lotta di tutti i sardi per la sovranità alimentare, contro la monocultura, per una economia circolare e giusta.

Iniziamo con una atto insieme di solidarietà e complicità con i pastori in lotta. Ecco perché sabato pomeriggio abbiamo organizzato “s’ismurzu de su pastore” davanti al caseificio Pinna di Thiesi. Vi invitiamo a comprare formaggio a chilometro zero, meglio se direttamente dai pastori o dagli spacci da loro gestiti, anche per sostenerli in questo difficile momento in cui sono costretti dalle esigenze della lotta a gettare il loro prodotto anziché a conferirlo.

Gusteremo insieme il formaggio davanti a quello che a tutti gli effetti è diventato il simbolo dell’arroganza di chi affama le campagne senza voler sentire ragioni.

Pastore sardu non t’arendas como!

I tavoli non salveranno i pastori

Foto tratta da SardegnaLive

Pubblichiamo l’intervento sullo stato attuale della lotta dei pastori sardi del collettivo Furia Rossa di Oristano perché con rigore e realismo rappresenta bene la forza ma anche le contraddizioni e i limiti di questa straordinaria lotta di popolo. 

Facciamo un po’ di chiarezza su quelle che possono essere le soluzioni immediate alla crisi della pastorizia in Sardegna. Il tavolo regionale di ieri ha segnato la strada che probabilmente verrà seguita anche oggi a Roma, nel tavolo elettorale convocato da Matteo Salvini e Coldiretti.

L’idea che sta prendendo forma è questa: Regione e Stato si devono far carico dell’acquisto di una cifra che oscilla tra i 30 e i 50 mila quintali di pecorino romano con una spesa, abbastanza ingente, che, secondo quello che si legge nei commenti della stampa e dei siti specializzati oscilla tra i 30 e i 40 milioni di euro. Le forme così acquistate, dovrebbero essere ritirate dal mercato, o destinandole alla stagionatura o assegnandole (tramite bando, si immagina) a Onlus e servizi per gli indigenti. Non è detto che il mercato recepisca favorevolmente questa mossa, il prezzo del romano potrebbe salire ma non ai livelli necessari ad arrivare alla quota richiesta dai pastori per il pagamento del latte: 1 euro più IVA al litro.

Ieri Pigliaru, al termine del tavolo regionale, ha parlato di uno stanziamento di 10 milioni di euro da parte della RAS e ha auspicato che da Roma oggi arrivassero altri 20 milioni. Che il tavolo si chiuda con questo accordo non è impossibile, ma il punto è che i caseifici dovrebbero accettare su questi presupposti di pagare il latte a un euro e questo non è un meccanismo automatico.

Che si tratti di una soluzione emergenziale (e non necessariamente destinata al successo) è evidente e comunque non è detto che vada in porto. La sicumera di Salvini lascia pensare che abbia già la certezza di trovare un accordo che possa essere quantomeno spacciato per buono, ma c’è un altro problema: il tavolo di oggi potrebbe avere una rappresentatività molto limitata del mondo dei pastori, considerando che vi prenderà parte solo Coldiretti, le cui mosse filo-salviniane degli ultimi giorni hanno destato un po’ di irritazione fra i pastori in mobilitazione. Si allarga intanto la spaccatura all’interno del movimento dei pastori, con la Coldiretti che sta giocando tutte le sue carte sulla soluzione Salvini e il Movimento Pastori Sardi che ieri, contestato da una parte dei pastori in mobilitazione, ha
deciso di non partecipare al tavolo regionale. Nei fatti però sembrerebbe che l’assenza dell’MPS abbia comportato una partecipazione molto debole degli allevatori al tavolo, tanto che all’uscita in tarda serata dal palazzo della Giunta regionale le recriminazioni dei manifestanti si sono rivolte proprio ai delegati che non erano riusciti a strappare un prezzo più alto di 65 centesimi al litro.

Se anche dovesse arrivare una soluzione accettabile di emergenza, sul piano strutturale non saranno i tavoli di questi giorni a fornire dei risultati concreti e ci sono alte probabilità che la situazione precipiti nuovamente nel giro di qualche mese.

Mentre stamattina gli studenti hanno continuato a mobilitarsi in varie parti dell’isola, con un nuovo corteo selvaggio per le strade di Cagliari, si apprende che numerosi gruppi di pastori si dirigeranno questo pomeriggio al presidio che sta bloccando da giorni il conferimento del latte al caseificio dei fratelli Pinna di Thiesi, uno degli attori più importanti del settore della trasformazione del pecorino romano, ben proiettato sul mercato statunitense, quello cioè nel quale si sono verificate le speculazioni che hanno provocato il crollo del prezzo del latte ai livelli attuali. Lì si attenderanno i risultati del tavolo romano, che probabilmente finirà in tarda serata anche nella speranza di far scemare i pastori mobilitati in caso di un accordo non particolarmente positivo. Salvini sta già mandando i primi segnali sul fatto che le questure sarde – che sembrano aver ricevuto, fino ad oggi, l’ordine di lasciar fare i pastori – dovranno cambiare atteggiamento nei prossimi giorni per quanto riguarda la gestione dei blocchi stradali. Insomma, sembra che da Roma oggi arriverà questo messaggio: “Questo è l’accordo, prendere o lasciare. Chi continua a protestare ne pagherà le conseguenze”.

Questa è la situazione, difficile fare previsioni più dettagliate e anche queste potrebbero essere smentite dall’evolversi degli eventi.

Pastori: la Sardegna è in rivolta. Domani in piazza gli studenti.

Ormai la Sardegna è in rivolta al fianco dei pastori sardi in lotta per un giusto prezzo del latte (crollato da 85 centesimo della scorsa stagione a 50-60 di quest’anno). Che il popolo sardo si stia identificando nella categoria dei pastori è un fatto abbastanza evidente, già molte amministrazioni comunali hanno aderito alla protesta esponendo manifesti e lenzuola dai balconi e domani è la volta degli studenti. Infatti è stato lanciato uno sciopero che  vedrà protagonisti gli studenti a Sassari e Cagliari.

A Cagliari l’appuntamento è alle 8 del mattino al Liceo Siotto per una manifestazione che si unirà ai pastori di fronte alla Regione Sardegna. La chiamata è generale, nel senso che praticamente tutte le organizzazione studentesche hanno appoggiato e rilanciato l’evento.

A Sassari è invece nata per l’occasione una associazione nuova “Istudentes” che raccoglie diverse esperienze e associazioni studentesche.

L’appuntamento è alle ore 11:00. Il corteo muoverà dal Dipartimento di Agraria (viale Italia 39, angolo via Enrico De Nicola) per raggiungere Piazza d’Italia

Pubblichiamo il loro comunicato e il loro evento fb

#ISTUDENTES #AgricolturaFuturoFormazione #AFFIANCOAVOI

Gli studenti dell’ Università degli studi di Sassari, il giorno mercoledì 13 febbraio alle ore 11:00 organizzano una manifestazione pacifica per solidarietà e protesta contro il prezzo del latte, facendo seguito alle manifestazioni degli ultimi giorni.

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È una tematica che riguarda l’intera Sardegna e pertanto siete invitati tutti a partecipare, non è una semplice protesta ma è un segnale di riscossa di un intero popolo.

#istudentes #affiancoavoi #uniss #semmostotupastores #fortzaparis

Chiunque volesse manifestare in maniera violenta è pregato di non partecipare, pertanto si condanna qualsiasi componente che voglia manifestare in maniera non idonea a quella sopracitata.

Sardegna=colonia. A processo per una critica alla polizia su un blog

Nella colonia Sardegna succede che se critica l’operato delle forze dell’ordine ti puoi ritrovare con un processo kafchiano e con una richiesta di decine di migliaia di euro sul collo. Fare politica nella colonia Sardegna può essere molto pericoloso, soprattutto se si criticano le forze di occupazione militari e poliziesche. 

Domani il processo agli attivisti del collettivo oristanese Furia Rossa. Pubblichiamo il comunicato di solidarietà del soggetto-progetto politico Caminera Noa:

Caminera Noa esprime massima solidarietà ai compagni del Collettivo Furia Rossa-Oristano che domani 12 Febbraio verranno processati presso il Tribunale di Oristano per aver criticato l’operato della polizia durante uno sfratto.

Il 22 Gennaio 2015 ad Arborea ci fu il violento sfratto di una famiglia di agricoltori; dopo mesi di resistenza allo sfratto grazie alla solidarietà di tanti sardi, la polizia decise di agire con l’utilizzo di un numero spropositato e indefinito di agenti anti-sommossa. In quell’occasione è comparso sul blog “lafuriarossa.noblogs.org” un articolo (tuttora sequestrato dalla magistratura) in cui si denunciavano i fatti della giornata e si accusavano i vertici della Questura oristanese di aver esercitato “violenza di stato” e i celerini venivano definiti “canis de isterzu”.
Tanto è bastato per far partire una querela contro i membri del collettivo – denunciati dall’ex questore di Oristano Francesco Di Ruberto (lo stesso che in tv affermò a più riprese che in Sardegna c’è “un’innegabile cultura del coltello”), dal capo della Digos Vincenzo Valerioti e da un altro membro della Digos cittadina – e oggi sul banco degli imputati per concorso formale nel reato di diffamazione (art. 595, comma 3 del codice penale), nonostante due precedenti richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero.
Come se non bastasse i poliziotti si sono costituiti parte civile chiedendo una condanna a 220.000€ per i tre giovani compagni, “per l’ingente danno morale, per le gravi offese alla reputazione, alla dignità personale e per l’ingente danno esistenziale e di immagine” loro causato.

Questo fatto è un chiaro indice dei tempi bui che stiamo attraversando, fatto di atti repressivi contro gli indipendentisti e contro le forze che partecipano ai conflitti sociali in Sardegna; ma ciò che è accaduto a Oristano ci preoccupa in modo particolare, perché quando anche la libertà di pensiero e la banale critica politica – che pensavamo intoccabili – è messa sotto attacco in questo modo e la si affronta con il codice penale, siamo in pericolo tutte e tutti e questo può essere un precedente che non siamo disposti ad accettare.

Per questo ribadiamo la nostra solidarietà ai compagni oristanesi e ci auguriamo la piena assoluzione da ogni accusa.

Per un indipendentismo non marginale e non subalterno

Intervistiamo Adriano Sollai, volto storico dell’indipendentismo di sinistra, avvocato, già fondatore dell’ormai sciolta organizzazione della sinistra indipendentista A Manca pro s’Indipendentzia, oggi attivista di ProgReS e candidato con Sardi Liberi

 

  • Sei uno dei fondatori di A Manca pro s’Indipendentzia. Perché hai deciso di candidarti con la lista capeggiata da Mauro Pili?

Sardi Liberi rappresenta una convergenza natzionale tra diverse soggettività politiche indipendentiste, sardiste e autonomiste che non ha né capi né leaders indiscussi. Mauro Pili ha messo a disposizione la sua esperienza e le sue capacità per rappresentare, in veste di candidato presidente, questo progetto. Nel mio lungo percorso di militanza indipendentista ho sempre lavorato per la crescita del movimento di liberazione natzionale, questa è una decisiva occasione per dare slancio all’indipendentismo che non vuole essere subalterno e marginale.

  • Alle scorse elezioni regionali i soggetti alternativi ai partiti italiani erano due (Fronte Indipendentista e Sardegna Possibile). Ora sono tre, quattro se contiamo anche la sinistra alternativa al PD. Come consideri questo scenario?

In Sardigna si va delineando un bipolarismo tra partiti natzionali e partiti unionisti. Il centro sinistra e il centro destra italiani sono due facce della stessa medaglia; i cinque stelle stentano pure a declinare un discorso vagamente autonomista. Questo bipolarismo, sul solco dell’esperienza delle altre nazioni senza Stato d’Europa, sfocerà in una inevitabile conflittualità tra gli interessi dei sardi e quelli dello stato italiano, in questa fase storica inconciliabili. Auspico che tutti i soggetti natzionali possano crescere, strutturarsi e sconfiggere i partiti italiani e italianisti che in Sardigna rappresentano i referenti del colonialismo italiano.

  • Ci puoi dire tre priorità che da consigliere regionale deciderai di affrontare?

Da indipendentista lavorerò solo ed esclusivamente per il bene e nell’interesse della mia natzione. Dobbiamo mettere le basi per la costruzione della Repubblica di Sardigna che passa attraverso la consapevolezza di essere natzione, assumerò quindi tutte le iniziative che possano contribuire a far uscire dal ghetto della marginalità la nostra lingua, la nostra storia e la nostra cultura. Battaglierò per la chiusura dei poligoni militari italiani sul nostro territorio, la cui  presenza impedisce qualsiasi  sviluppo economico della Sardigna. L’occupazione militare è la madre di tutti i nostri problemi presenti e futuri, sino a quando continueremo ad essere terra di esercitazioni per la Nato non potremmo mai affermare nessuna sovranità sul nostra terra.

Infine, bisognerà intervenire sulla legge elettorale sarda fatta ad arte per escludere dalla rappresentanza le organizzazioni indipendentiste. Questa legge con la quale andiamo a votare è il frutto di un accordo trasversale dei partiti unionisti che così pensano di poter evitare qualsiasi forma di opposizione istituzionale da parte dei partiti natzionali.

  • In questi giorni il mondo dei pastori è nuovamente in fermento per il solito problema: il prezzo del latte. Molti criticano le loro forme di lotta. Il tuo parere?

Ho sempre partecipato a tutte le iniziative di protesta dei pastori, il mio atteggiamento è stato quello di ascoltare e di condividere le loro lotte. Ho tanti amici pastori e conosco la fatica del loro lavoro, la loro dedizione, il loro spirito di rinuncia. Non è più tollerabile che il prodotto del loro lavoro non venga pagato neppure il tanto per far fronte alle spese per mantenere il gregge, mentre altri si arricchiscono sulle loro spalle. Devono ribellarsi e noi ci saremo, spero che anche loro finalmente possano avere dei referenti politici che davvero stiano dalla loro parte e che siano capaci di mettere in campo tutte le iniziative politiche e legislative per garantire a questo fondamentale settore economico la prosperità che gli spetta e di cui si avvantaggerà tutto il nostro popolo.

Bianco è il colore della rabbia dei pastori. Caminera Noa al loro fianco

Un fiume di latte sversato poche ore fa a Uliana (foto diffusa sulla pagina fb del MPS)

La Sardegna si colora del latte sversato dai pastori che preferiscono buttarlo o regalarlo piuttosto che conferirlo ai padroni e agli speculatori. 

La campagna elettorale condotta in sordina senza chiare prospettive di cambiamento viene eclissata dalla roboante protesta dei pastori che ai quattro angoli della Sardegna organizzano blocchi stradali, blocchi ai porti, banchetti in cui regalano i loro prodotti alla popolazioni e capannelli dove sversano a terra il loro prodotto per protesta. 

Il tempo dei tavoli, delle promesse, delle lungaggini, delle vuote promesse elettorali è volto al termine.

Il soggetto-progetto politico Caminera Noa si schiera senza tentennamenti al fianco della lotta dei pastori sardi.

Pubblichiamo il loro comunicato diramato in rete poche ore fa:

Le campagne sarde sono pronte a incendiarsi con la rabbia dei pastori e le fiamme minacciano di divampare in tutta l’isola. Quanto successo ieri ad Abbasanta, con il blocco della Carlo Felice e lo sversamento di decine di migliaia di litri di latte, potrebbe essere solo l’inizio di una nuova stagione di lotta del mondo agro-pastorale sardo.

Caminera Noa intende manifestare la propria solidarietà a chi ieri, in maniera spontanea e autorganizzata, ha partecipato alla manifestazione, nata da un tam tam telefonico e social tra gli stessi pastori. Purtroppo, la stretta repressiva avviata dagli ultimi due ministri dell’Interno rischia di presentare un conto molto salato ai pastori che, stremati da anni di umiliazioni e soprusi da parte della politica e dei raggruppamenti industriali del settore lattiero-caseario, hanno deciso ieri di dare un forte segnale di rottura con la linea delle trattative e dei tavoli tecnici. Lo diciamo chiaro e forte: un prezzo del latte equo è una necessità improcrastinabile per la Sardegna tutta, non c’è nessuna trattativa o nessun tavolo che tenga. C’è solo un modo per evitare che quello che è accaduto ieri (e che potrebbe accadere di nuovo nei prossimi giorni) venga trattato come un fatto di semplice ordine pubblico: tutti i sardi devono far capire alla politica e all’autorità giudiziaria che quella dei pastori è una vicenda politica e come tale va trattata. Non solo, quello che vogliamo mettere in luce è che la questione del prezzo del latte è solo un aspetto del problema generale della nostra isola: l’essere succube del colonialismo italiano e l’essere inserita in un sistema economico liberista e capitalista, che nessun rispetto ha per la dignità delle persone, ma bada solo al profitto dei monopolisti. Il dramma dei pastori non è su un altro pianeta, ma ha le stesse radici e la stessa natura del problema della chiusura dei piccoli ospedali, o della speculazione energetica, o della disoccupazione di massa e giovanile. Si attivino pertanto tutte le misure necessarie a risolvere l’emergenza del latte pagato 60 centesimi al litro e si apra un dibattito più ampio su come risolvere la questione in maniera strutturale.
Ciò che è certo è che i pastori sardi devono avere la più totale autonomia su come gestire modi e tempi della loro lotta.
Caminera Noa è al loro fianco.

In difesa dei pastori

foto tratta da Il Manifesto 

di Francesco Casula

Perché difendo i Pastori? Perché, incondizionatamente sono a fianco dei pastori e della loro sacrosanta lotta? Per motivi certamente affettivi: Perché era pastore mio padre (e i miei parenti) e so quanto era dura la sua vita. Ma anche – per non dire soprattutto – perché – sena pastores e sena pastoriu, si-che morit sa Sardigna intrea. Senza la pastorizia la Sardegna si ridurrebbe a forma di ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto, in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte. Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia. Buona solo per ricchi e annoiati vacanzieri, da dilettare e divertire con qualche ballo sardo e bimborimbò da parte di qualche “riserva indiana”, peraltro in via di sparizione. Si ridurrebbe a un territorio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura, e senza lingua. Disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti. Una Sardegna uniforme. In cui a prevalere sarebbe l’odiosa, omogenea unicità mondiale: come l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna. Si avvererebbe la profezia annunciata da Eliseo Spiga, che nel suo potente e suggestivo romanzo Capezzoli di pietra scrive: “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Villaggi campagne altipiani livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”. Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-culturale e civile,prima ancora che economica e sociale. Apocalittico e catastrofista? Vorrei sperarlo.