Dalle campagne sarde una lezione di lotta e di internazionalismo

di Antonello Barmina

Chi ha spesso una parte della propria vita nella militanza di sinistra è stato indottrinato a pensare che la classe operaia dovesse essere l’avanguardia del socialismo, e ha coltivato il leitmotiv anche quando la prospettiva di una società radicalmente altra iniziava a sfumare; la campagna rimaneva sempre sullo sfondo, oggetto di rimpianto poetico e di attenzioni etnografiche, quasi mai di reale sollecitudine politica. La pastorizia rappresentava il sottosviluppo da cui emendarsi per accettare la panacea dell’industrializzazione, con tutto quello che poi ne sarebbe conseguito in termini di irreversibile devastazione ambientale e antropologica.

Quando l’Isola è stata trasformata in paradiso per vacanzieri, l’immagine del pastore omertoso, connivente con ogni fenomeno criminale, individualista e analfabeta -l’analfabetismo consisteva nel non aver assimilato lingua e codici dell’invasore – è stata riverniciata con le tinte di un’arcaicità rassicurante e politicamente inoffensiva.

La sinistra sarda a stento riusciva ad immaginare il pastore come lavoratore, e come lavoratore sfruttato in modo particolare, ed è almeno in parte comprensibile: era tutta protesa nello sforzo dogmatico di sussunzione della classe lavoratrice entro gli schemi concettuali di un astratto operaismo che non concedeva spazio ad un lavoratore autonomo difficilmente sindacalizzabile; la campagna fungeva, al massimo, da riserva di manodopera d’esportazione e miniera di clientele elettorali.

Questi giorni assistiamo ad una mobilitazione nazionale attorno ad una vertenza di tipo salariale. Proviamo a dare una lettura politica della protesta in corso, al netto dei facili entusiasmi e delle scontate strumentalizzazioni. L’oggetto del contendere, l’equa remunerazione del latte ovino da parte degli industriali, non è nuovo; nuova, e per nulla scontata, è però la solidarietà trasversale con i pastori: le rivendicazioni di categoria erano accompagnate dalla sufficienza e dal malcelato disprezzo dei parvenues quando andava bene, dai manganelli e dalla camera di sicurezza in altri casi.

Se pure volessimo prescindere dal motivo della protesta e dai possibili esiti, una lezione dobbiamo impararla: i pastori sardi, secondo la vulgata giornalistica sempre disuniti e con nessuna capacità di organizzazione, senza coscienza di classe e incapaci di usare il lessico del sindacalismo addomesticato, sono riusciti nell’impresa straordinaria di radunare la nazione attorno alla propria causa, ottenendo peraltro una solidarietà che va oltre i confini dell’Isola: le campagne ci hanno ricordato il dovere e la prospettiva dell’internazionalismo proletario.