La nazione catalana: il libro

 

Proprio nei giorni in cui a Madrid si celebra il processo contro i dirigenti catalani accusati di ribellione e di aver indetto il referendum per il l’indipendenza della Catalunya e le strade della capitale spagnola si sono gonfiate di bandiere catalane per rimarcare che #AutodeterminacióNoÉsDelicte! (l’autodeterminazione non è un delitto, come invece viene trattato dai giudici postfranchisti), ad Alghero si è tenuta la presentazione  del volume La Nazione Catalana. Storia, Lingua, Politica, Costituzione nella Prospettiva Plurinazionale,  a cura di Jorge Cagiao y Conde, Gennaro Ferraiuolo e Patrizio Rigobon. Si tratta di un’opera di estrema attualità che offre al lettore interessato le informazioni fondamentali per comprendere la situazione politica e sociale della Catalogna del XX secolo.

Il libro è stato presentato per la prima volta lo scorso dicembre a Siena, in occasione del XII Congresso Internazionale dell’Associazione Italiana di Studi Catalani, e ora, l’Òmnium Cultural de l’Alguer e la Libreria Il Labirinto, con la collaborazione dell’Ufficio di Alghero della Delegazione in Italia del Governo della Catalogna, offrono al pubblico algherese la presentazione di questo libro, importante sia per la qualità dei singoli articoli di diversi autori, sia per l’analisi esaustiva che risulta dal suo carattere interdisciplinare: storia, storia letteraria e culturale, antropologia, teoria politica e diritto dialogano in questa pubblicazione per dar forma a una analisi completa e rigorosa.

La presentazione ha avuto luogo venerdì 15 marzo, alle 18.00, nella Sala Mosaico del Museo Archeologico della Città con la presenza di Patrizio Rigobon, uno dei curatori del volume, docente presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, di Stefano Campus, presidente dell’Òmnium Cultural de l’Alguer, Vittorio Nonis della Libreria Il Labirinto e Gustau Navarro Barba, responsabile dell’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya.

 

 

Province sarde: la negazione della democrazia rappresentativa

di Giovanni Fara*

Nel più assoluto silenzio il 6 di aprile si celebreranno le elezioni per la nomina dei presidenti delle Provincie sarde e dei rispettivi consigli provinciali. I cittadini sardi sono all’oscuro di tutto, poiché si tratta di elezioni di II livello a cui possono partecipare esclusivamente amministratori comunali in carica e così con proprio decreto l’uscente presidente Pigliaru il 27 dicembre scorso ha indetto i comizi per le elezioni dei presidenti e dei consigli provinciali delle Province sarde.

Questo succede senza che ancora si sia insediato il nuovo Consiglio Regionale e senza una adeguata informazione. Molti amministratori addirittura ignoravano la notizia e nonostante qualche solitaria voce di protesta, pare ormai evidente che ci si trovi di fronte ad una farsa grottesca, nella quale i giochi di potere sono già stati stabiliti a tavolino dai partiti espressione dell’apparato coloniale e della partitocrazia italiana, dopo che per ben 5 anni le elezioni provinciali sono state rinviate, nominando un Commissario costato più di 100mila euro l’anno e un sub Commissario a cui sono stati dati altri 82mila euro, mentre i Presidenti delle Province costavano circa 40mila euro (mantenendo le vecchie province ci sarebbe stato un risparmio di quasi 30 mila euro e si sarebbe conservata la democrazia).

Le vecchie province sarde democraticamente elette, commissariate e amministrate da uomini nominati nel totale silenzio di tutte le altre istituzioni od enti rappresentativi, prima da Cappellacci poi da Pigliaru, dal luglio 2013 ad oggi, a distanza di anni dalla celebrazione del referendum abrogativovoluto dai Riformatori Sardi vedranno ora l’elezione di 12 consiglieri nel sud Sardegna, 10 a Nuoro, 10 a Oristano e 12 a Sassari. Tenuto conto di quanto contenuto nel decreto presidenziale che richiama la legge Delrio (n. 56/2014) e la Legge regionale 2/2016 ( artt. 26,27 e 28), le liste dovranno essere presentate nelle quattro province sarde, Sud Sardegna, Oristano, Nuoro e Sassari, tra sabato 16 e domenica 17 marzo.

A rendere oscura e poco trasparente la faccenda si pone un fatto: sul sito del Consiglio regionale è stato pubblicato proprio ieri 11 marzo un comunicato ufficiale che riporta testualmente “Il Consiglio regionale si riunisce giovedì 14 marzo alle 12,30. All’ordine del giorno la Proposta di legge in materia di differimento delle elezioni dei presidenti e dei consigli provinciali (qualora perfezionato). La Conferenza dei Capigruppo è stata convocata alle 13 di mercoledì per la programmazione dei lavori.”

Ci chiediamo quale consiglio si debba riunire, se le procedure per la conclusione dello spoglio sono ancora in capo alla Corte d’Appello e non è stata ancora fatta neanche la proclamazione del nuovo Governatore della Sardegna? Pertanto, salvo essere smentiti, da notizie e fatti dell’ultima ora, stiamo parlando dei consiglieri uscenti che, ancora in carica, si riuniranno per fare una leggina veloce veloce per votare il differimento delle elezioni dei consigli provinciali. Quanto tempo ancora, in attesa di una nuova Legge regionale che restituisca dignità democratica e di rappresentanza alle aree vaste e alle province con il ripristino di veri enti intermedi e di elezioni di I livello, dovremmo aspettare per vedere al lavoro uomini e donne elette nei territori di riferimento, a gestire bilanci, programmazione dei lavori pubblici, piani per le scuole, azioni per l’ambiente, piani delle assunzioni, oggi in mano ad un “nominato” del palazzo regionale che dei territori non conosce nulla?

Tutto questo a discapito della democrazia, completamente cancellata negli enti intermedi da ormai 6 anni. Giochini di palazzo che hanno fatto il loro tempo e, oltre che essere inopportuni, sono la prova della poca propensione a trovare soluzioni intelligenti per zone periferiche alla deriva.

Rileviamo inoltre come, rispetto ad altre regioni, ancora una volta venga calpestata dallo Stato italiano la dignità dei sardi e venga impedito all’isola di avere garantita una sua rappresentanza linguistica. Infatti a differenza di quanto disposto per la Regione Sardegna, il Decreto Delrio riserva alle province autonome di Trento e Bolzano e alla Regione a statuto speciale Valle D’Aosta un sistema di eleggibilità e  voto “personalizzati”: gli elettori della provincia di Trento avranno un seggio garantito alla minoranza linguistica ladina. Nessuna personalizzazione è stata invece riservata alla Regione Sardegna.

L’accelerazione di Pigliaru nell’indire le elezioni provinciali per il 6 aprile, sembra inoltre celare interessi  di partito tendenti ad agevolare gli attuali sindaci e consiglieri dei comuni ancora in forze al PD e che, pur sconfitti, alle elezioni del 24 febbraio, hanno avuto un successo personale spendibile per le provinciali. Così si spiegherebbe anche la fretta del sindaco Zedda di Cagliari di dimettersi e andare subito ad elezioni ,per vincere e diventare presidente della Città metropolitana, mentre Sanna a Sassari prima si dimette e poi ritira le dimissioni, in modo da essere ancora sindaco alla data del 6 aprile, ed eventualmente essere eletto ,se non Presidente, almeno come consigliere provinciale.Tutto ciò per mantenere potere e privilegi sulla pelle e a discapito degli interessi dei sardi.

Tàttari, 12 de Màrtzu 2019

*Portavoce di Caminera Noa

 

Sciopero mondiale per il clima e battaglia per la moratoria energetica sarda

Il soggetto-progetto politico Caminera Noa aderisce allo sciopero mondiale per il clima che vedrà anche manifestazioni in Sardegna e rilancia la sua battaglia per la moratoria energetica, come contributo alla lotta che anche i giovani sardi stanno facendo propria per salvare il pianeta dal disastro annunciato del cambiamento irreversibile prodotto dal riscaldamento globale.

Pubblichiamo di seguito il testo del comunicato:

Come contributo a questa importante battaglia di cui sono protagonisti i giovani che giustamente si stanno mobilitando contro la distruzione del nostro pianeta, portiamo la proposta di moratoria energetica che abbiamo elaborato, perché in Sardegna produciamo molta più energia di quella che realmente ci serve e di fatto funzioniamo come piattaforma energetica per gli interesse di terzi.

Saremo in piazza con i ragazzi in questa importante battaglia.

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Richiesta di moratoria

Da anni cittadini, comitati e associazioni si battono contro le prevaricazioni di potenti multinazionali che hanno trovato in Sardegna terreno fertile grazie alla connivenza e alla collaborazione del governo Italiano, di quello Sardo e di una moltitudine di amministratori locali, i quali, sovente, si fanno essi stessi promotori di progetti di speculazione e portavoce delle società d’assalto.

Da anni cittadini, comitati e associazioni mobilitano risorse umane ed economiche per contrastare i disastri che incombono sulla nostra terra e si battono contro impianti a combustibile fossile e finte rinnovabili, dietro i quali si nascondono, la predazione di risorse, il consumo di territorio e la sua distruzione.

Fino ad oggi tante battaglie sono state vinte grazie al lavoro di attivisti preparati e capaci.

Si tratta però di un lavoro immane, utile a contrastare singoli progetti ma impossibile per arginare le miriadi di progetti fotocopia presentati da società ricche di capitali che prima o poi l’avranno vinta.

Il dibattito pubblico e politico purtroppo continua a racchiudersi entro ambiti che, anche se corretti, poco hanno a che fare con la natura e le caratteristiche dei territori e le esigenze delle comunità, quando dovrebbe invece estendersi ad un quadro generale più ampio di reale necessità e utilità.
I criteri di valutazione e accettazione non possono limitarsi alla reale rinnovabilità e sostenibilità. E neppure al soddisfacimento di tutte le prerogative tecniche, tecnologiche, ambientali e legali.
Quali sono i nostri reali bisogni? Quando un progetto è necessario, lecito, sensato, utile? È quali sono le altre opzioni valide?

Attualmente siamo interessati da numerosi progetti di produzione energetica da fonti fossili e rinnovabili. Diversi sono i progetti di realizzazione di depositi di metano lungo le coste, stimabili in una capacità di almeno quattro volte le presunte necessità dell’isola; addirittura due sono i progetti di realizzazione di reti di gas metano, innumerevoli i progetti di impianti cosiddetti “rinnovabili”.
A causa dell’eccesso di potenza installata, tra rinnovabili e tradizionali, già da diversi anni non siamo in grado di smaltire la produzione elettrica, nonostante quote consistenti superiori talvolta al 40%, vengano trasferite al Continente attraverso i due cavidotti Sapei e Sacoi.
A cosa possono servire allora altri impianti di produzione energetica se non a garantire sostanziosi incentivi economici?
E che senso hanno per le comunità locali impianti i cui benefici vanno quasi esclusivamente a delle multinazionali estere?
Che senso hanno impianti di grande impatto la cui realizzazione non è stata concordata con le comunità locali e vengono imposti a suon di leggi insensate, minacce, ricatti e prevaricazioni?

E anche, ove questi impianti fossero realmente a impatto zero e avessero ricadute positive sul territorio , perché le comunità non possono legittimamente decidere diversamente, optando per soluzioni altrettanto vantaggiose o, al limite, per nessuna soluzione?

Se la legge favorisce progetti inutili e dannosi per l’ambiente e le comunità che li devono subire, è giusto allora che le comunità e gli amministratori si ribellino.

E, quando leggi sbagliate rappresentano un ostacolo sui nostri diritti legittimi, bisogna lottare per la loro riforma.
Ma anche ove esse fossero adeguate, è indispensabile chiedersi se i relativi progetti hanno un senso e sono di nostro interesse, se sono consoni col territorio e le comunità, in una logica di utilità, di rispetto altrui, del territorio e dell’ambiente. Non è sufficiente che siano verdi e sostenibili.

Il dibattito è pertanto squisitamente politico, e deve essere affrontato tenendo in debita considerazione tutti gli aspetti.

È necessario e urgente che il diritto di decidere delle comunità e dei popoli non sia subalterno e dipendente dall’ambito giuridico e tecnico ma acquisti il ruolo di prim’ordine che gli compete.

Per questa ragione Caminera Noa avanza la richiesta all’attuale governo della Regione Sardegna in scadenza di mandato (N.d.R. il documento si rivolgeva alla Giunta Pigliaru a pochi mesi dalla scadenza del mandato, ma la sostanza del ragionamento non cambia e ora ovviamente l’appello viene rivolto alla Giunta Solinas in via di insediamento), la sospensione di tutte le procedure autorizzative per tutti i nuovi progetti di impianti di produzione di energia e si impegna a perseguire tale obiettivo in tutte le sedi affinché ciò avvenga.
Caminera Noa fa propria questa battaglia politica e si batterà per il superamento dell’attuale sistema di produzione privato e speculativo.
L’energia è un bene pubblico e primario, allo stesso modo dell’acqua. È necessario e indispensabile ripensare il nostro modello economico e di produzione energetica, così come intervenire sui sistemi di produzione già in funzione, sulle reti di trasmissione, i sistemi infrastrutturali e di controllo e gestione, per un loro miglior e più razionale impiego, nel rispetto delle effettive necessità, della volontà popolare e delle singole comunità interessate.

#camineranoa #moratòriaenergètica

La prima partita in Sardegna della “Natzionale Sarda de bòcia”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Martedì 19 Marzo alle ore 18:30 presso lo Stadio Frogheri di Nuoro si terrà la prima gara della Natzionale Sarda di calcio che giocherà contro una Rappresentativa di Stranieri che giocano in Sardegna. Per la prima volta i nostri giocatori scenderanno in campo e canteranno l’inno! Non manches!

Poche storie: la Sardegna è una colonia

di Francesco Casula

La Sardegna “colonia” interna dello Stato italiano. Mi è capitato in questi giorni di leggere una portentosa “piacevolezza”: gli Indipendentisti sardi non dovrebbero più parlare di “colonialismo”. Ecco invece il pensiero di Antonio Simon Mossa in proposito. Simon Mossa, In sintonia con i “Nuovi meridionalisti”, – penso in modo particolare a Nicola Zitara (2) a Edmondo Maria Capecelatro e Antonio Carlo (3), quest’ultimo fra l’altro per molti anni docente incaricato di diritto del lavoro all’Università di Cagliari – ritiene che la Sardegna sia una “colonia interna” dello Stato italiano e che dunque la dialettica sviluppo-sottosviluppo si sia instaurata soprattutto nell’ambito di uno spazio economico unitario – quindi a unità d’Italia compiuta – dominato dalle leggi del capitale. Simon è ugualmente in sintonia con studiosi terzomondisti come V. Baran (4) e Gunter Frank (5) che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa. “ L’oppressione coloniale – scrive – si è intensificata con lo Stato Italiano… l’emigrazione, la distruzione dell’economia locale, l’imposizione di modelli di sviluppo forestieri comportano effetti devastanti contro la struttura sociale del popolo sardo” (6). Attacca poi duramente “l’albagia dei colonialisti romani”(7) che si permette di considerarci “straccioni, infingardi, banditi, mantenuti e queruli mendicanti”(8). Altrettanto duro è con i Partiti italiani che “rappresentavano e servivano esclusivamente gli interessi della potenza coloniale che sfruttava la Sardegna” (9). E ancora “La partitocrazia di importazione, aspetto non secondario del fenomeno di colonizzazione e di snazionalizzazione adottato dall’Italia, nella sua funzione di potenza occupante, costituisce nella nostra terra un’etichetta esteriore, uno strumento per assicurarsi il potere a tempo indefinito della madrepatria sulla colonia” (10). Certo – scrive Simon Mossa – “ apparentemente lo Stato è democratico ma sostanzialmente colonialista…la potenza coloniale opprime da tanto tempo la nostra gente” (11). “Uno Stato di fatto prettamente coloniale” (12) che “con i suoi organi costituzionali e di sottogoverno persistono in una politica liberticida e soffocatrice per i Sardi” (13). Riprendendo un articolo di Michelangelo Pira, apparso sulla Nuova Sardegna nell’Agosto del 1967 e condividendolo, lo cita testualmente:” La Sardegna ha sperimentato non solo la politica coloniale ma anche quella di colonizzazione in senso stretto. Ieri le migliori località della costa sarda erano occupati dai miliardari, oggi dal capitale forestiero industriale turistico. Ieri Arborea, oggi i poli industriali. La politica italiana è sempre stata politica colonialista, sia quando si è rivolta all’esterno con le avventure africane, sia quando si è rivolta all’interno. Sono cambiati i miti di questa politica ma la sostanza è rimasta. Che oggi siano i tecnocrati di Roma o di Bruxelles a dire quel che è bene fare o non fare in Baronia e dintorni anziché i ministri piemontesi, non cambia molto, cioè non rovescia la tendenza. Mutano le forme del colonialismo ma la sostanza politica di sfruttamento delle zone coloniali, resta” (14).

Riferimenti Bibliografici 1. Marx-Engels, “Corrispondenze con Italiani” Milano 1864.

2. Nicola Zirara, “L’Unità d’Italia- nascita di una colonia”, ed. Jaca-Book, Milano, 1971.

3. E. M. Capecelatro- A. Carlo, “Contro la Questione Meridionale”, ed. Savelli, Roma 1972.

4. V. Baran, “Il surplus economico e la teoria marxiana dello sviluppo”, Milano,1966

5. Gunter Frank, “Capitalismo e sottosviluppo in America latina, Torino 1969

6. Relazione in ciclostilato nella Riunione di Ollolai (10 Giugno 1967) nei monti del Santuario di Santu Basili, ora in “Antonio Simon Mossa: Le ragioni dell’indipendentismo” Ed. S’Iscola Sarda. Sassari 1984 a cura di Cambule-Giagheddu-Marras e in “Sardisti” vol.II di Salvatore Cubeddu, Ed. EDES, Sassari 1995, pagg.476-477.

7. La Nuova Sardegna 4 Agosto 1967:”No ai Sardi straccioni” di Fidel.( Lo pseudonimo con cui Antonio Simon Mossa firmava, per la gran parte, i suoi articoli: Altri pseudonimi cui ricorse furono: “Giamburrasca”, “Il Moro”, “Cecil”.

8. Ibidem.

9. Tesi di F. Riggio, Etnia e Federalismo in Antonio Mossa, relatore il Prof. Giancarlo Sorgia, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Cagliari, A.A. 1975-76.

10. Ibidem.

11. Ibidem.

12. La Nuova Sardegna 1° Agosto 1967.

13. Ibidem.

14. La Nuova Sardegna, Agosto 1967, Intervento di Michelangelo Pira.

8 marzo in Sardegna: tra sciopero, manifestazioni e questionario sul lavoro femminile

Il seguente articolo è stato pubblicato stamattina sul blog Zinzula

L’8 marzoGiornata internazionale della donna, è in programma a Cagliari uno sciopero promosso dalla rete Non Una di Meno – Manc’Una de Mancu, riguardo la violenza e lo sfruttamento di genere. Discriminazioni che risalgono alla notte dei tempi e che oggi si rigenerano in vecchi e nuovi attacchi al genere femminile. Dalla violenza fisica, domestica e sul lavoro, ai sempre più forti venti antiabortisti, dal salary gap sul mercato, passando per il lavoro non di mercato, quasi completamente a carico delle figure femminili nei contesti familiari.

Numerose le realtà aderenti all’iniziativa. Qui il link Facebook dell’evento e l’elenco completo https://www.facebook.com/events/1133343803496286/

Oltre alla partecipazione di studentesse e studenti universitari e non solo, tra le tante adesioni figura il Laboratorio Politico Sa Domu, il quale nei giorni scorsi ha organizzato un evento di raccolta fondi, RUAS – Rete Unitaria Antifascista Sulcis-Iglesiente e l’ASCE, storica associazione sarda che da oltre 30 anni si batte contro ogni fenomeno di discriminazione ed emarginazione sociale.

La grafica che accompagna il questionario sul lavoro femminile lanciata ieri sui social da Caminera Noa

“Oltre al lavoro produttivo, ad esse è stato poi affidato, storicamente e socialmente, il lavoro riproduttivo, che comprende tutte le attività che sono connesse con la riproduzione della vita e con la sua cura: lavoro domestico di gestione della casa, cura ed educazione dei figli, assistenza ai familiari. Questo lavoro, oltre a non essere riconosciuto e a venire spesso dato per scontato, è indispensabile per il funzionamento dell’intero sistema economico” – scrive Caminera Noa in una nota di adesione alla giornata.

Appuntamento, dunque, a partire dalle ore 9:00 ai Giardini pubblici. Il corteo attraverserà viale Regina Elena, Piazza Costituzione, viale Regina Margherita, Piazza Darsena, via Roma e Largo Carlo Felice per concludersi, infine, in Piazza Yenne.

Intanto Caminera Noa ha lanciato sulla sua pagina fb il Questionario sulle condizioni di lavoro produttivo e riproduttivo delle donne in Sardegna (potete andare alla compilazione cliccando il link).

Nei prossimi giorni uscirà un’analisi completa della nuova campagna di Caminera Noa, intanto pubblichiamo il post di accompagnamento pubblicato stamattina dal soggetto-progetto politico sardo:

COMPILA IL QUESTIONARIO SULLE CONDIZIONI DI LAVORO PRODUTTIVO E RIPRODUTTIVO DELLE DONNE IN SARDEGNA

Perché un questionario sul lavoro femminile?

Caminera Noa vuole creare un argine allo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Per questo abbiamo ideato il sistema di sportelli mutualistici e la campagna #TelèfonoRuju.

Le donne, in quanto tali, subiscono una duplice forma di sfruttamento.

Da un lato svolgono infatti il lavoro produttivo (salariato o autonomo) e le difficoltà che una donna incontra mentre svolge (o prova a svolgere) il suo lavoro, sono numerose. Differenziali salariali, sessismo diffuso all´interno del luogo di lavoro che impedisce di fare carriera o di essere prese sul serio, discriminazioni legate alla maternità che impediscono di avere un contratto stabile o di poter conciliare famiglia e lavoro. Per citarne alcune.

Oltre al lavoro produttivo, ad esse è stato poi affidato, storicamente e socialmente, il lavoro riproduttivo, che comprende tutte le attività che sono connesse con la riproduzione della vita e con la sua cura: lavoro domestico di gestione della casa, cura ed educazione dei figli, assistenza ai familiari. Questo lavoro, oltre a non essere riconosciuto e a venire spesso dato per scontato, è indispensabile per il funzionamento dell´intero sistema economico.

Il fatto che il lavoro domestico e di cura salariato sia sempre più diffuso ci mostra quanto questo sia appunto indispensabile per mandare avanti il sistema economico tutto, dall´altro evidenzia come lo sfruttamento del lavoro riproduttivo sia una questione non solo di genere, ma anche di classe e di provenienza. Laddove ci sono le condizioni economiche sufficienti questo viene, infatti, spesso delegato a donne con minori possibilità economiche, nella maggior parte dei casi emigrate. I due sistemi di sfruttamento, dunque, si intersecano e sono funzionali l´uno all´altro per il mantenimento dello status quo.

Abbiamo voluto lanciare il questionario in concomitanza con lo sciopero (https://www.facebook.com/events/1133343803496286/) delle donne dell´8 marzo lanciato dalla rete internazionale Non Una di Meno Cagliari/Manc’Una de Mancu, che è sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo. Uno sciopero che supera i confini e che porta le donne, insieme, nello spazio pubblico, a rivendicare il fatto che se si fermano le donne si ferma l´intero sistema.

Vogliamo dare voce alle donne, vogliamo sentire da loro in prima persona quali sono i cambiamenti che sono maggiormente necessari e i servizi di cui hanno bisogno, non solo per raccogliere dati a fini statistici ma anche e soprattutto per prendere coscienza della nostra condizione e porre le basi per un cambiamento che parta dalle necessità reali di tutte noi.

Sciopero del clima anche in Sardegna

 Il 15 marzo anche in Sardegna gli studenti manifesteranno per chiedere interventi drastici contro il cambiamento climatico. Ispirati dall’impegno e dalla determinazione di Greta Thunberg, la sedicenne svedese che ha parlato dal palco alla Cop24 e a Davos in difesa del clima, centinaia di migliaia di studenti in tutto il mondo stanno dando vita a un movimento che ha deciso di far sentire la propria voce: i Fridays for Future. 

Di seguito pubblichiamo l’appello per la mobilitazione che si terrà a Sassari.

♻ ATTENZIONE ♻
Studentesse e studenti della provincia di Sassari, Venerdì 15 Marzo 2019 si terrà in concomitanza con più di 40 paesi in tutto il mondo uno sciopero della scuola per protestare contro l’inadempienza e l’indifferenza della politica nei confronti dei cambiamenti climatici. Non siamo più disposti a barattare il nostro futuro, la nostra salute e il nostro pianeta per gli interessi economici di nessuno. Vogliamo essere partecipi delle scelte che chi ci ha governato sino ad oggi ha fatto senza considerarci. Dobbiamo tenere i combustibili fossili sotto terra, investire nelle rinnovabili e ripulire il nostro pianeta, e se queste soluzioni sono così impossibili da trovare dentro il sistema, allora dovremmo cambiare il sistema stesso. Se non vuoi permettere a nessuno di rubarti il futuro sotto gli occhi, se non vuoi vedere il mondo diventare un pozzo nero, ti unirai al nostro movimento Fridays For Future, ormai diffuso in tutto il mondo. Il corteo parte da Piazza Castello alle 9:30, facciamoci trovare numerosi, per farci sentire serve l’aiuto di tutti.

Per maggiori informazioni:
Vistita il sito
https://www.fridaysforfuture.it/

Seguici su instagram
https://instagram.com/fridaysforfuture_sassari?utm_source=ig_profile_share&igshid=g4mnl61g6pwe

Il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no.

Dopo il disastro elettorale ricostruire la sinistra per l’autodeterminazione

di Roberto Loddo

Articolo pubblicato in prima istanza sul Manifesto Sardo con il titolo “Ripensare la sinistra in Sardegna”

Dopo il testa a testa ipotizzato dagli exit poll tra Massimo Zedda e Cristian Solinas i risultati ufficiali del voto sardo hanno invece delineato un’ampia vittoria per il candidato del centrodestra e della Lega. Un centrodestra diverso da quelli precedenti caratterizzato dalla migrazione di settori della destra nel PSd’Az e da una Lega telecomandata dal ministro dell’Interno che diventa il primo partito della coalizione. Con queste premesse è molto difficile immaginare una giunta regionale non contaminata dalle mani nere dello spettro di Visegrád e dell’internazionale dell’intolleranza.

La vecchia formula del centrosinistra si è rivelata una medicina sbagliata per la coalizione civica e progressista. La stessa formula aveva fallito nelle elezioni regionali in Abruzzo del 10 febbraio. Massimo Zedda ha perso anche perché la Sardegna non è immune al declino inarrestabile delle sinistre riformiste europee. Salvini e Solinas non sono il frutto del destino cinico e baro ma sono il prodotto di scelte politiche dei governi europei e italiani che con trent’anni di politiche antisociali hanno disintegrato la società, alimentato le diseguaglianze e la rabbia delle persone.

Queste elezioni regionali sono la fotografia di una società stanca dell’esistente che in assenza di alternative al neoliberismo si è lasciata dominare da pulsioni di rancore e dall’idea che i penultimi devono salvarsi anche a costo di sacrificare gli ultimi. Le politiche dell’austerità sono state praticate dagli stessi soggetti politici che oggi chiedono un mandato agli elettori per costruire comitati di liberazione nazionale contro il governo dei giallo verdi. Riproporre agli elettori lo stesso piatto ma con un nome diverso potrebbe rivelarsi la risposta meno credibile alla sofferenza generata.

La sanità sarda è l’esempio più drammatico di un’isola delle disuguaglianze che riconosce i suoi carnefici e decide di punirli. Da quando si è insediata la giunta Pigliaru le politiche riduzioniste in materia sanitaria hanno creato una grande opposizione sociale in tutta la Sardegna. Alle lotte dei territori per la difesa degli ospedali e del sistema sanitario pubblico la giunta Pigliaru ha risposto con parole arroganti e poco accoglienti. Le persone che hanno vissuto sulla propria pelle la destrutturazione del diritto alla salute non hanno creduto alla promessa della cancellazione della riforma della ASL unica fatta da Massimo Zedda nelle stesse ore in cui chiudevano importanti servizi per la salute.

Il centrosinistra sardo non ha saputo porre la questione della democrazia come questione centrale nel dibattito politico. Il 4 dicembre 2016 i sardi hanno deciso di bocciare il disegno oligarchico della nuova Costituzione renziana ma nessuno dei soggetti politici che hanno interpretato questa voglia di democrazia, compresi i cinquestelle, ha deciso di lottare contro l’attuale legge elettorale sarda. Una legge antidemocratica voluta dal Pd e dalle destre che garantisce alla coalizione vincente una maggioranza del 55% dei consiglieri regionali e una soglia di sbarramento del 10% a danno delle formazioni non alleate con le due coalizioni più votate.

La destra di Salvini e Solinas ha idee molto chiare sul futuro modello di sviluppo della Sardegna: nessuna riconversione e mantenimento dell’industria petrolchimica e di tutte le iniziative che hanno favorito attività estranee alle caratteristiche dei nostri territori, comprese le basi militari e la fabbrica di bombe Rwm. La coalizione civica e progressista non ha avuto il coraggio di proporre un’alternativa all’attuale modello di sviluppo fallimentare che sta danneggiando, in modo irreversibile, il nostro paesaggio e l’ambiente.

Il risultato fallimentare delle tre liste dell’autodeterminazione in Sardegna ci parla di tre piccoli castelli identitari. Fortezze esclusive che non sono riuscite a coltivare nessuna ipotesi di relazione con la società che circondava i propri candidati presidenti. Fino all’ultimo giorno utile alla presentazione delle liste nessuno ha colto l’opportunità di far uscire dalla gabbia della piccola politica un’alleanza innovativa tra i soggetti di AutodetermiNatzione, quelli di Sinistra Sarda, Sardigna Libera e l’area ribelle di sinistra italiana. Aver rinunciato a questa possibilità è stato un errore politico importante.

Rifondazione Comunista è membro del Party of European Left insieme a Sinistra Italiana e il Pci ne è osservatore. Costruire una connessione con il mondo dell’autodeterminazione e la sinistra significa anche lanciare le basi per le elezioni europee del 26 maggio uno spazio nuovo della sinistra sarda e degli indipendentisti federata con il Partito della Sinistra Europea. Oggi la sinistra europea accoglie anche i partiti dell’autodeterminazione come accade con il partito irlandese Sinn Féin e la coalizione basca Euskal Herria Bildu componenti dell’European United Left e Nordic Green Left nel Parlamento Europeo. Mi auguro che questa sconfitta faccia riflettere i gruppi dirigenti di questi partiti e si possa ricostruire a breve una nuova ipotesi di dialogo.

Per il mondo della sinistra italiana in Sardegna è sempre stato un tabù parlare dell’autogoverno e del patto costituzionale che lega la Regione Autonoma Sardegna allo Stato italiano. Per rompere questo tabù la Sinistra Europea deve aprire un confronto orizzontale con quei movimenti che da anni si battono per l’autodeterminazione e l’autogoverno della Sardegna. In Sardegna i partiti indipendentisti possono essere alleati preziosi della costruzione di una coalizione europea dell’uguaglianza e della democrazia. L’autodeterminazione priva di una visione di classe, disconnessa alla lotta per l’uguaglianza, è solo una mera riproposizione in un formato più piccolo delle forme nazionaliste, autoritarie e violente dello Stato. Non si sente proprio il bisogno di piccoli Orban in salsa sarda.

E allora che fare? Ha ragione Alfonso Gianni quando scrive che “La posta in gioco nelle prossime elezioni europee è quella di fare emergere una posizione alternativa tanto al pensiero europeista dominante, quello delle attuali leadership, quello del rinnovato asse franco-tedesco, quanto ai nazionalismi sovranisti di ogni tipo”. Per questa ragione è necessario mettere in discussione tutta la nostra storia per dare risposte a chi ci domanda di trasformare la realtà.

La sinistra in Sardegna può riprendersi dal coma solo se costruisce un soggetto politico dei conflitti sociali. Per fare questo bisogna abbandonare la vuota retorica dell’unità a tutti i costi e con chiunque. Non possiamo essere uniti al PD sperando in una segreteria migliore dalle primarie e contemporaneamente batterci contro le politiche neoliberiste. Non possiamo farci accompagnare dai socialisti e i liberali europei e stare anche con i movimenti che combattono l’occupazione militare della Sardegna. Abbiamo bisogno come l’ossigeno di un soggetto politico nuovo, ecologista, femminista e antiliberista. Un luogo accogliente e riconoscibile per chiunque voglia agire l’uguaglianza, la democrazia e l’autodeterminazione della Sardegna.

Rifondare l’indipendentismo. La chiamata di Scano Montiferru

A seguito del disastroso risultato elettorale (e politico) delle tre liste indipendentiste alle scorse elezioni autonomistiche c’è fermento nella base di militanti e attivisti. Se le dirigenze si sono arroccate  per lo più (salvo alcune rare ma importanti eccezioni come nel caso del duro grido di dolore e di assunzione di responsabilità di Pili) in una riproposizione pura e semplice delle proprie ragioni scaricando le responsabilità della cocente sconfitta su cause esterne, sui meccanismi della legge elettorale, sul’astensionismo, sull’immaturità del popolo sardo e addirittura sulle voci critiche accusate talvolta rabbiosamente di essere la vera causa delle divisioni fra indipendentisti, si moltiplicano gli appelli a reagire, a ricominciare dal basso, da un confronto libero e non condizionato dalla pesante tutela di leadership fallimentari. 

Il primo appuntamento è previsto il 10 marzo a Scanu Montiferru, dove governa da tempo una amministrazione indipendentista.

Pubbichiamo di seguito il testo bilingue dell’appello:

 

«Difatis, pro mei s’ASN (Assemblea Natzionale Sarda) est unu logu ue cada unu balet unu votu. E difatis, comente calicunu at nadu, est unu logu ue si fàghet atividade polìtica punnende a isparghinare e a sustènnere s’idea de s’emancipatzione de is sard*s. Non unu partidu, e chentza mirare a is eletziones. Chentza iscadèntzias, intzandus chentza làcanas e chentza
preclusiones. Pro fàghere cosas piticas meda – si a s’inghitzu semus sceti capatzes de fàghere cosas piticas – ma cuncretas e de importu.»

Aici, su 27 de freàrgiu, Mauritziu Onnis (Sìndigu de Biddanoa de Forru e membru de sa Corona de Logu) nos imbitaiat a (auto) cunvocare s’Assemblea Natzionale Sarda, sighende su modellu de s’assòtziu catalanu prus mannu chi, cun is 80.000 membros suos at pòtzidu revendicare su deretu a s’autodeterminatzione, fàghere crèschere sa cuscièntzia natzionale de is citadinos, tènnere istruturas democràticas e colletivas pro nde bogare a pìgiu unu movimentu de massa raighinadu in cale si siat rincone de sa Catalugna.

S’ùnica manera chi podimus fàghere nàschere unu movimentu tzivile democràticu est gràtzias a su traballu colletivu, chentza distintziones de etichetas polìticas, chentza distintziones de apartenèntzias a partidos o siglas, cale si siant. Aici, autocunvocamus su primu atòbiu costitutivu de s’Assemblea Natzionale Sarda (ANS).

Custu atòbiu at a essere s’ocasione pro nos agatare totimparis e pro deliniare is obietivos e su funtzionamentu de s’Assemblea Natzionale Sarda. Cada persone balet unu votu e cada unu est
lìberu de espressare su pensamentu cosa sua. Cada unu at a tènnere a disponimentu 3 minutos pro intervènnere e propònnere ideas.

Totus is règulas chi pertocant a s’atividade e a su funtzionamentu de s’Assemblea ant a èssere detzìdidas/seberadas durante custu primu atòbiu. S’Assemblea non reconnòschet partidos o siglas ma intames cheret essere un organismu a profetu de totus is citadin*s chentza peruna
distintzione polìtica.

S’Assemblea no at a èssere unu partidu polìticu e no at a punnare a presentare candidad*s a is eletziones. Totus sunt cunvocad*s a partetzipare a sa costitutzione de s’Assemblea, a cunditzione chi reconnòscant sa Sardigna comente Natzione e si reconnòscant in is valores de s’indipendentismu istòricu.

Gràtzias e s’impinnu e a sa disponibilidade de Antoni Flore Motzo, b’at giai unu logu a disponimentu pro su primu atòbiu de s’ANS. Intzandus sa sessione costitutiva est cunvocada
pro su 10 de martzu 2019, a is 10.30, in su Teatru Comunale Nonnu Mannu de Iscanu Montiferru.

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«Sì, per me l’ASN (Assemblea Nazionale Sarda) è un posto in cui ogni testa vale un voto. E sì, come ha ben detto qualcun altro, è un posto in cui si fa associazionismo politico volto a diffondere e sostenere l’idea dell’emancipazione dei sardi. Non un partito, e senza lo sguardo volto alle elezioni. Senza scadenze, dunque, ed anche senza steccati, senza preclusioni. Per fare cose molto concrete: piccole, se all’inizio siamo capaci di fare solo cose piccole, ma concrete e importanti.»

Così, il 27 febbraio, Maurizio Onnis (Sindaco di Villanovaforru e membro del Consiglio Permanente della Corona de Logu) ci invitava ad (auto) convocare quella che potrebbe diventare l’Assemblea Natzionale Sarda, sul modello della più grande associazione catalana, che forte dei suoi 80.000
membri ha potuto rivendicare il diritto all’autodeterminazione, far crescere la coscienza nazionale dei cittadini, dotarsi di strutture democratiche e collettive per far emergere un movimento di massa radicato in ogni angolo della Catalogna.

L’unico modo di far nascere un movimento civile democratico è attraverso il collettivo, senza distinzione di etichette politiche,
senza distinzione di appartenenza a partiti o sigle. Così, auto-convochiamo la prima riunione costitutiva dell’Assemblea Natzionale Sarda (ANS).

Questa riunione dovrà essere l’occasione di ritrovarci e di delineare gli obiettivi e il funzionamento dell’Assemblea Natzionale Sarda. Ogni persona vale un voto ed è libera di esprimere il suo pensiero. Ogni persona avrà a disposizione 3 minuti senza interruzione per esporre proposizioni.

Tutte le regole inerenti all’attività e al funzionamento dell’Assemblea saranno stabiliti durante questo primo incontro. L’Assemblea non riconosce partiti o sigle ma vuole essere un organismo a disposizione di tutti i cittadini senza alcuna distinzioni politiche.

L’Assemblea non sarà un partito politico e non avrà come obiettivo quello di presentare candidati alle elezioni. Tutti sono invitati a partecipare alla costituzione dell’Assemblea alla condizione diriconoscere la Sardegna come Nazione e di riconoscersi nei valori dell’indipendentismo storico.

Grazie alla disponibilità di Antoni Flore Motzo, è già stata scelta una data e un luogo perla prima riunione prevista per il 10 marzo 2019, alle10.30 presso il Teatro Comunale Nonnu Mannu di Scano Montiferru.

A Foras reagisce alla repressione e rilancia: «Solinas, se siete sardisti via i poligoni!»

Il comunicato di A Foras che pubblichiamo di seguito ha il sapore di un guanto di sfida lanciato al neo eletto presidente della Regione Autonoma. I militanti contro l’occupazione militare non si fanno intimidire dai decreti penali di condanna e rilanciano la lotta sfidando i “sardisti” giunti al potere su un terreno da sempre patrimonio dei movimenti sardisti e indipendentisti: quello della liberazione dall’occupazione militare.

I DECRETI DI CONDANNA NON FERMERANNO LA LOTTA ALLE BASI

Pochi giorni fa sono stati recapitati a nove militanti del movimento contro l’occupazione militare dei decreti penali di condanna, relativi all’azione di protesta alla Regione Sardegna avvenuta il 29 maggio del 2018.
In quell’occasione una ventina di persone avevano attacchinato decine di manifesti in opposizione all’accordo truffa Stato-Regione, siglato dal governatore Pigliaru e dalla ministra della difesa Pinotti, riguardanti l’attività militare italiana in Sardegna.
Anche lo scorso 2 giugno, in occasione de sa manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, abbiamo espresso la nostra posizione lasciando sui muri di Villa Devoto una gigantesca scritta a vernice bianca “REGIONE SERVA DEI MILITARI”.

Mentre il processo per disastro ambientale contro diverse figure dell’Esercito Italiano va a rilento, puntuali arrivano le sanzioni contro gli attivisti contrari all’occupazione, i quali non inquinano, non devastano e non saccheggiano la terra di Sardegna ma si limitano a usare carta, colla e vernice per sensibilizzare e informare il popolo sardo.
A Foras prosegue con forza e serenità la sua lotta attraverso i tanti progetti attualmente in cantiere e se l’obiettivo di questi decreti penali di condanna era rallentare il passo della nostra attività, certamente è andato a vuoto.

L’azione in questione voleva essere la sveglia verso un Consiglio Regionale sordo e cieco.
Vedremo se questi nuovi rappresentanti, in cui spicca una forte presenza sardista (se si tratta davvero di sardismo e non di servilismo verso i veri padroni della Sardegna, mascherato da sardismo) si decideranno a stracciare l’accordo-truffa con il Ministero della Difesa e a mettere in discussione la presenza dei tre poligoni militari in Sardegna.
Se l’intenzione è la discontinuità rispetto alla giunta Pigliaru, questo è certamente il primo punto da cui partire.

La nostra azione di denuncia dei disastri causati dall’occupazione militare continua.

A FORAS – Contra s’ocupatzione militare de sa Sardigna

Per chi voglia sostenere la Cassa spese legali contro le attività militari è possibile contribuire secondo queste coordinante: Per bonifici:

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Intestatario: Alessia Tranquilli

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