Sono indipendentista ma.. Michela Murgia e le elezioni europee

di Carlo Sanna

Nell’immagine la propaganda elettorale di sostegno alla candidatura della scrittrice Michela Murgia alle elezioni regionali del 2014 con una coalizione indipendentista e civica

La “questione Michela Murgia”, è una faccenda che riguarda e riguarderà sempre più i movimenti per l’autodeterminazione e fra questi i movimenti indipendentisti.
Le recenti elezioni in Sardegna ci hanno dato una preview di quanto il fenomeno autodeterminazione/sardità/indipendentismo sia destinato alla ribalta nei prossimi anni e credo si stia facendo grande confusione.
La bolla sarda di FB si divide fra chi è infastidito dalle dichiarazioni di voto della Murgia, fra chi ne difende il diritto all’elettorato attivo e fra chi è proprio infastidito dalla Murgia che ha evidentemente un’innata capacità di rendersi antipatica ai più.
Io per esempio trovo insopportabili le sue posizioni da suprematista bianca femminista…ma questa è un’altra questione.
Qual’è invece il punto che mi interessa?
La Murgià è indipendentista, o si dice indipendentista?
Ho una mia idea che è improntata sulla secolare dicotomia “fenomeno e noumeno”.
Da grande estimatore di Sartre e Fanon, non posso che riconoscere come risibile l’affermazione “Sono indipendentista ma…“, che riecheggia fastidiosamente il “Non sono razzista ma…” e quindi mi preme fare una distinzione doverosa che credo possa servire a dirimere la questione provando (inutilmente) a offendere nessuno.
La questione è in realtà molto più semplice di quanto si possa pensare :
Non tutti quelli che riconoscono il diritto all’autodeterminazione sono automaticamente indipendentisti.”
Provo a spiegarmi meglio.
Rispetto ai Catalani, per esempio, non posso dirmi “indipendentista catalano”, ne riconosco però il diritto ad autodeterminarsi, con tutto ciò che ne consegue rispetto ai prigionieri politici, alla questione linguistica e separatista in generale, in un concetto che posso riassumere:
– se i Catalani si organizzano democraticamente e vogliono votare, io sono dalla loro parte –
Questa sarebbe in sintesi una posizione generica, rispettosa del principio di autodeterminazione dei popoli.
Rispetto ai catalani mi reputo un Chicco Mentana qualsiasi, la questione catalana è sicuramente da inserire in una questione democratica di emancipazione Europea e di respiro mondiale e bla bla bla bla…
La questione cambia però se parliamo di indipendentismo sardo.
In questo caso mi sento direttamente coinvolto, ed il mero rispetto del principio di autodeterminazione mi va un po’ stretto e credo sia necessario fare dei distinguo che vivo sulla mia pelle ogni giorno.

Rispetto alla questione indipendentista sarda, mi sento diverso dai Sardi che, nonostante riconoscano il diritto dei loro conterranei ad autodeterminarsi, vivono serenamente in una Sardegna italiana.
Questi sono persone emancipate intellettualmente, rispettose dei diritti dei popoli, non escludono a priori la possibilità di votare anche indipendentista, accettano pacificamente la possibilità che la Sardegna si autodetermini….ma non sono indipendentiste, come me.

Mia madre è una di queste persone, al sentire “noi italiani” non ha nessun rigurgito, è tollerante rispetto alla subordinazione italiana della Sardegna e prende in considerazione l’idea di votare per partiti italiani, oltre che per quelli sardi.
Mia madre è sinceramente a favore dell’autodeterminazione dei popoli, catalani e sardi, ma di sicuro non è coinvolta nella lotta di liberazione della sua gente, nonostante sia sarda, come Michela Murgia del resto.

Per me è diverso, io sono per l’autodeterminazione dei popoli e inoltre sono un indipendentista sardo.
Mi sento un patriota, sono politicamente attivo, se mi definiscono italiano mi furrianta is butinus e la prendo sul personale, mostrare una carta d’identità italiana, sentire l’inno o vedere un tricolore sventolare è motivo di fastidio fisico e psicologico, provo a studiare temi cari alle questioni post coloniali (autorazzismo. Conformismo, distanza periferia centri di potere…) e ad utilizzare la mia lingua (cosa che faccio ancora malissimo) per riappropriarmi di qualcosa di cui mi sento defraudato dal processo di colonizzazione italiano; un militare o un politico italiano (ancor più se si spacciano per sardi) mi fanno star male, in quanto simbolo delle forze di occupazione italiane sul territorio sardo. Non voterò mai più per un partito italiano, per il semplice fatto che è impensabile, dal punto di vista indipendentista, rafforzare il gradimento di una forza politica italiana, non prenderei mai un riconoscimento della repubblica italiana; qualsiasi ambiente è, mio malgrado, un’opportunità per divulgare indipendentismo e ragioni della liberazione della Sardegna, partecipo come attivista e mi sveglio ogni giorno della mia misera vita col fastidio di essere burocraticamente italiano, praticare indipendentismo è un piacere ma soprattutto sento il dovere, verso la mia terra e la gente che la abita.
Fortunatamente per me e per la Sardegna siamo in tantissimi con questo “problema” e me la vivo discretamente bene.
Torniamo a noi, anzi a lei.
È quindi una questione di patenti indipendentiste?
Sì.
Michela Murgia si può definire come vuole ma non è un’indipendentista e non è riconosciuta tale da “quelli come me” perché non si comporta da indipendentista, magari un giorno lo diventerà ma per ora non lo è di certo.
Gli indipendentisti sono altro e si comportano in altro modo e sarebbe bene per tutti non fare troppa confusione, senza offendersi e fuori da ridicola presunzione.
Michela Murgia è come mia madre, un’italiana nata in Sardegna che riconosce il diritto dei popoli all’autodeterminazione, anche quello dei sardi (diversamente da molti italiani); non è però coinvolta nella lotta di liberazione della sua gente, per lei non è una questione prioritaria, non è un dovere e non sta combattendo per l’indipendenza della Sardegna e questo è evidente, la sua vita e soprattutto la visibilità data dalla sua professione, non sono mai strumento per la divulgazione delle ragioni indipendentiste, mai.
Michela Murgia vota italiano perché si sente italiana di sinistra e ne ha tutto il diritto, questo malgrado riconosca il diritto dei sardi ad autodeterminarsi…..e aggiungo: “ce ne fossero di più persone con questa sensibilità politica, anche se non indipendentisti”.
Gli indipendentisti non vogliono il pensiero unico, vogliono l’indipendenza e per questa basta la maggioranza.
Mia madre e Michela Murgia sono persone coscienziose ma non sono indipendentisti sardi, non lo sono per me, per la stragrande maggioranza della comunità indipendentista, per Fanon e nemmeno per Sartre.
Tutto qui.
Buone europee Miki

Costruiamo insieme la Sardegna che vogliamo lasciare ai nostri figli

di Emanuela Cauli

Pubblichiamo il saluto inviato da Emanuela Cauli del Comitato Cittadino Isola di La Maddalena – Progetti in Comune ai lavori della Plenaria di Caminera Noa dello scorso 31 marzo

Innanzitutto grazie! Vi ringraziamo per non averci mai dimenticato e per continuare a ritenerci compagni di lotta. Questo ci rende orgogliosi e ci fa sentire parte di un tutto, Sardi prima di tutto, quindi popolo. Il sentimento è assolutamente reciproco.
Per noi sardi maddalenini questa inclusione forse è ancora più importante e significativa essendo stati per lungo tempo quasi dimenticati. In questa dimenticanza ci mettiamo anche la consapevolezza di esserci noi stessi dimenticati, in qualche modo, di far parte del popolo sardo. Il richiamo di una Caminera Noa alla partecipazione alle lotte condivise da tutta la Sardegna ha fatto sì che in qualche modo non ci sentissimo più soli e ci ha stimolato ad aprirci e intraprendere questo percorso collettivo e di appartenenza. Per adesso il Comitato Cittadino è un piccolo gruppo all’interno di una realtà ancora purtroppo lontana da questo sentimento identitario e autonomista che, nonostante l’interferenza del tripolarismo nazionale, sta progredendo e continua a crescere al di là della frammentazione che purtroppo ancora ostacola questo cammino di affrancamento dalla politica colonialista che allontana noi sardi dai problemi specifici e atavici del nostro territorio.
L’ultima campagna elettorale pensiamo abbia evidenziato ulteriormente quanto siamo disorientati e come privi di una memoria identitaria. Abbiamo ascoltato i vari leader nazionali parlare di immigrazione, legittima difesa, energia nucleare, consolidamento delle servitù militari, investimenti esteri, eccetera. Abbiamo votato questa gente! Ci rendiamo conto? Anche quando ci parlavano di sviluppo delle nostre possibilità lavorative, questione annosa per noi e mai risolta, le soluzioni prospettate erano sempre quanto di più avulso dalla nostra realtà culturale, sociale, economica e territoriale. Raccontiamo un aneddoto tanto per dirne una. Nel suo comizio elettorale a La Maddalena, arcipelago di isole a vocazione ittico-marinaresca, Zedda ci parlava della grande preoccupazione intorno all’importazione del prezzemolo dalla Cina. In quella sala c’era una sessantina di persone, solo tre (noi) hanno notato con orrore questa incongruenza.
Abbiamo dimenticato la nostra cultura di popolo accogliente, produttivo, creativo, intelligente. Abbiamo dimenticato che la nostra terra è splendida, fertile, varia, grande. Abbiamo dimenticato di essere nati pastori, costruttori, pescatori, artigiani, intellettuali, giuristi, medici, poeti, viaggiatori. Escludendo dal nostro panorama politico qualsiasi alternativa al tripolarismo nazionale, in una sorta di automatismo generato dalla colonizzazione che non capiamo perché abbiamo sempre subito, abbiamo dimenticato di essere sardi. Quasi come fosse una cosa da nascondere, di cui vergognarsi.
La realtà è che noi non siamo inferiori a nessuno, anche se vogliono continuare a farcelo credere. In questo panorama che secondo il nostro modo di vedere non offre prospettive di crescita e affrancamento è necessario e fondamentale fare un’autocritica collettiva che coinvolga tutte le realtà autonomiste progressiste, antirazziste, antifasciste di cui ognuno di noi fa parte, nessuno escluso. A questo punto crediamo spetti a tutti noi lavorare per offrire un’alternativa valida che sia rispettosa della nostra realtà e della nostra identità e che sia allo stesso modo inclusiva e coinvolgente nelle lotte e che riconosca allo stesso tempo le nostre diversità personali e territoriali. Siamo un popolo ricco, diversificato anche nel suo modo di esprimersi e agire, facciamo in modo che la nostra diversità sia sempre il motore di questo cammino che, non dimentichiamolo mai, ha dei Padri Fondatori a cui dobbiamo rispettosamente riconoscere il loro ruolo di precursori. E’ evidente che questo messaggio non siamo riusciti a farlo passare. I Sardi non ci hanno preso nella dovuta considerazione. L’autocritica che dobbiamo fare parte da questi punti. Tutti assieme, noi che abbiamo iniziato da poco e chi invece è padre e madre dell’autonomismo sardo. Impariamo, per favore, a convivere con le nostre differenze, riconoscerle e accettarle perché il nostro sia anche un percorso di mediazione. Mettiamo da parte i nostri conflitti interni, quando è possibile risolviamoli di persona , e andiamo avanti. Difendiamoci dai razzisti e dai fascisti tutti assieme, facciamo scudo tutti uniti, non attacchiamoci gli uni con gli altri neanche nei social, rispettiamoci fra di noi e riconosciamoci come gruppo coeso e unito.
Noi ci siamo e ci saremo sempre. Dovessimo impiegare cent’anni per vedere i risultati, non arrendiamoci, rimaniamo uniti e teniamo nel cuore come unico obiettivo una Sardegna libera a misura dei sardi, accogliente e ospitale. La Sardegna che vogliamo lasciare ai nostri figli.

Emanuela Cauli
Maja Maiore
Comitato Cittadino Isola di La Maddalena – Progetti in Comune

Sa Die de sa Sardigna per difendere la terra a Bolotana e a Ottana

Ecoturismo Sardegna, Caminera Noa, A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardign, Rete dei Comitati Sardi e Zero Waste Sardegna organizzano la seconda edizione dell’importante evento “Dall’industria allo sviluppo sostenibile- Difendimus sa terra nostra!”

In occasione della festa nazionale dei sardi i promotori hanno deciso di occuparsi di una questione che sta diventando sempre più attuale: la sostenibilità dello sviluppo e la difesa della terra. Si tratta di un percorso tematico a tappe (spostamenti in auto- pullman) dalla zona industriale di Ottana alla montagna di Bolotana raccontando il territorio e la storia di una terra e di un popolo violentato dal colonialismo italiano ma desideroso di costruire un processo di liberazione.


Si tratta in pratica di una giornata di unione e sensibilizzazione allo sviluppo sostenibile del territorio.

Il territorio verrà raccontato dai protagonisti: attraverso le testimonianze degli ex lavoratori di Ottana e dei loro familiari si toccherà con mano l’impatto dell’industria sulla cultura, sulla società e sul territorio, sulle comunità.

Il senso dell’evento consiste nella valorizzazione dei territori, partendo dal recupero dei mestieri antichi come prima risposta di cambiamento per porre le basi per una innovazione che possa essere sostenibile.


La scelta del 28 di aprile non è casuale perché – scrivono gli organizzatori – la festa nazionale dei sardi non è e non deve essere solo un ricordo ma anche un progetto per il nostro futuro.

di seguito il programma:

-Ore 9:00 di fronte ai cancelli di Ottana – testimonianza ex lavoratori e familiari vittime. Sarà presente l’Avvocato Sabina Contu, Segretaria nazionale AIEA

-Ore 10:00 tappa a Bolotana interventi degli organizzatori su basi militari, lavoro, bonifiche, battaglie in difesa della terra, prospettive di liberazione della Sardegna

-Ore 11:30 carovana visita zone archeologiche, naturalistiche e di rilevanza turistica e culturale del territorio

-Ore 13:00 pranzo in località montana (casa del tiro a piattello)
Ore 15,30 Ritorno al paese di Bolotana

-Ore 16:00 aula consiliare di Bolotana:
⦁ accoglienza da parte dei Tenores Tottoi Zobbe di Bolotana;
saluti istituzionali
⦁ presentazione storie di attività sostenibili del territorio e progetti innovativi

Interventi:
Annalisa Motzo, Sindaco di Bolotana, Presentazione progetto di
valorizzazione territoriale dei paesaggi storici olivetati
Carlo Gaspa, da Il tramonto di un paradiso a Heart of Sardinia
Gabriele Casu, Comitato di Riconversione RWM

-Ore 17:30 presentazione libro “La mano destra della storia” – Fiorenzo Caterini

-Ore 18:30 proiezione documentario “Senza passare dal via” dei registi Antonio Sanna e Umberto Siotto

Durante la giornata ci saranno degli interventi musicali con Giuliano Mocci e letture di poesie di artisti vari, tra cui Natalino Usai, ex lavoratore di Ottana e poeta.

Durante le presentazioni la casa editrice Catartica organizzerà un banchetto di libri sulla Sardegna e una parte del ricavato sarà utilizzata per organizzare la prossima edizione di Sa die de sa Sardigna

Pranzo di autofinanziamento: 15 euro (necessaria la prenotazione a 28abrilesadieinbolotana@gmail.com)

Menù:
Pane Zichi cotto nel brodo di pecora con pecorino
Carne di pecora
Vino/acqua

Disponibile menù vegetariano:
Pane Zichi con verdure
Zuppa di finocchi (se disponibile) in alternativa timballo di zucchine con contorno di caponata di verdure
Vino/ acqua

Tutti gli aggiornamento sull’evento fb

Siamo legali e felicemente sovversivi: pensieri sulla Corona de Logu

di Maurizio Onnis

Sabato sera, mentre firmavo lo statuto della Corona de Logu, ho pensato: “Ecco qua. Sto compiendo un atto politico eversivo”. Perché di ciò si tratta. Abbiamo siglato un documento che ci impegna tutti a lavorare per dare vita alla Repubblica di Sardegna. Ovvero, per la sostituzione dell’ordine statuale vigente con uno nuovo.

Non stiamo violando alcuna legge e nessuno dei doveri assegnatici dal Testo Unico sugli Enti Locali. Non stiamo spendendo soldi pubblici per ottenere il nostro scopo e non abbiamo spinto a deliberare in proposito i nostri consigli comunali. Legalmente siamo a posto.

Ma ciò che non è rilevante per la legge rimane rilevante per la politica. Almeno, quando si prende la politica sul serio. Altrimenti si arriva al paradosso: avere al governo della Regione un partito che si propone «di affermare la sovranità del popolo sardo sul proprio territorio e di condurre la Nazione Sarda all’indipendenza», senza che nessuno a Roma o altrove faccia una piega. Accade perché la parola “indipendenza” è stata svuotata di tutto il suo potenziale eversivo.

Se invece chi dice “indipendenza” pratica indipendenza, quel potenziale rimane. Giulia Lai, parlando sabato a nome degli avvocati incardinati nel Consiglio legale della Corona, ha detto che s’impegna a difendere qualsiasi amministratore venga ostacolato nel suo diritto a lottare per l’autodeterminazione dei sardi. Amministratori, cioè, che non facciano di quella parola, “indipendenza”, un suono vuoto.

Quanto valore e quanto futuro abbia la Corona de Logu lo verificheremo proprio su tale punto. Vedremo se è solo una sigla abborracciata e velleitaria o qualcosa di realmente nuovo ed efficace per l’emancipazione dei sardi. Tutto starà nella nostra intenzione di riportare la parola “indipendenza” al suo significato pieno. E comportarci politicamente di conseguenza.

Cittadinanza Sarda, Bilinguismo, Odonomastica: ecco l’agenda della Corona de Logu

La presentazione ufficiale della rete degli amministratori della Nazione Sarda “Corona de Logu” all’Open Campus Tiscali di Cagliari si apre con il saluto del Presidente dell’Associazione Municipi per l’Indipendenza e Sindaco del comune catalano di Port de la Selva, Josep Maria Cervera Pinart:

Buongiorno dalla Catalogna. Come presidente dell’Associazione dei Municipi per l’Indipendenza vi voglio inviare tutto il nostro appoggio all’iniziativa di voler creare sotto il nome storico di Corona de Logu questa entità per difendere e promuovere il diritto dei sardi all’autodeterminazione. Sapete che questa è una lotta condivisa nell’Europa del XXI secolo. Quindi vi auguriamo buon lavoro, buona fortuna e molti successi.

L’aria che si respira è quella delle grandi occasioni storiche ed in effetti un progetto così articolato di rete tra gli amministratori indipendentisti non era mai stato realizzato in Sardegna.

Il logo della Corona de Logu viene presentato dal grafico Frantziscu Pala, volto storico dell’indipendentismo di IRS, il quale ne spiega per filo e per segno tutti i dettagli. Maurizio Onnis, sindaco di Villanovaforru e vicepresidente della Corona De Logu, prende la parola per chiarire la linea che non lascia adito ad ambiguità: “noi siamo qui per l’indipendenza della Sardegna. Non dobbiamo avere paura di dire questa parola”.

Decine i comuni dell’isola rappresentati da sindaci, assessori o consiglieri comunali indipendentisti, di cui moltissimi presenti in sala.

Il programma invece viene presentato dal presidente Davide Corriga, sindaco di Bauladu. Ecco alcuni dei punti:

Odonomastica nazionale sarda
-Inserimento del concetto di nazione sarda negli Statuti Comunali
– attività di Sa die de sa Sardigna
– Promozione del bilinguismo

Fra i punti in agenda anche quello proposto da Caminera Noa, pienamente abbracciato dalla Corona De Logu, di istituire un registro di cittadinanza sarda per estendere i diritti di cittadinanza a chi già ne usufruisce, rinsaldare i legami con la Sardegna dell’emigrazione sarda e garantire alcuni fondamentali diritti ai nuovi sardi che però, a causa delle restrittive leggi italiane, non godono oggi di alcun diritto (leggi proposta completa).

Davide corriga presenta il punto F, quello sulla Cittadinanza Sarda, elaborato dal soggetto-progetto politico Caminera Noa

Sinistra e indipendenza in Sardegna: ecco il libro!

La Casa editrice Catartica sta per pubblicare un libro curato da Omar Onnis e da Cristiano Sabino. Falce e Pugnale – Per un socialismo di liberazione nazionale raccoglie in versione integrale alcuni documenti storici riconducibili alle tesi della sinistra indipendentista e due saggi introduttivi scritti appunto da Onnis (Introduzione) e da Sabino (Per un sardismo popolare).  La raccolta non ha velleità di completezza, ma è orientata a iniziare a restituire il senso di una elaborazione politica che altrimenti andrebbe perduta e in questo si dimostra un testo pioneristico, visto che a parte alcune eccezioni, non esistono testi di ricostruzione storica capaci di rappresentare con efficacia tale dibattito.

A dare notizia della pubblicazione sono gli stessi Onnis e Sabino suo loro profili social.

Catartica – scrive Omar Onnis – pubblica una serie di documenti, internazionali e sardi, che offrono il quadro teorico della riflessione indipendentista di sinistra, anti-colonialista, socialista. Al centro, appunto, le tesi congressuali della disciolta aManca pro s’Indipendènztia, corredate da un’analisi di Cristiano Sabino (nella doppia veste di commentatore politico e di testimone diretto) e da una sintetica contestualizzazione storico-politica (in cui mi sono cimentato io stesso). A completare il quadro, i testi integrali della Carta di Brest e della Carta di Algeri, preziosissime elaborazioni politico-giuridiche pressoché sconosciute ai più, anche tra i militanti indipendentisti e autodeterminazionisti. Ho offerto volentieri il mio contributo a questa opera, grato per l’opportunità di puntualizzare alcune questioni, benché senza alcuna pretesa di esaustività. Questioni e passaggi storici che meriterebbero a loro volta estese ricerche e pubblicazioni adeguate. Ritengo che quella di pubblicare i testi politici dell’indipendentismo sardo sia una strada da continuare a seguire, onde evitare di disperdere un patrimonio di riflessione e di elaborazione spesso relegato nei documenti interni delle organizzazioni, sparpagliato in materiali eterogenei e di difficile reperimento o alla deriva nel mare magnum della Rete.

La carta di Brest (3 febbraio 1974) è il risultato di una convergenza internazionale di diverse organizzazioni indipendentiste tra cui anche il Moimentu de su Populu Sardu.  La carta di Algeri (4 luglio del 1976) è il frutto di una riunione di studiosi e militanti internazionalisti, tra i quali l’italiano Lelio Basso, in occasione del duecentesimo anniversario della Rivoluzione americana. Tale carta non è un documento ufficiale ma chiarisce in maniera decisiva il tema del diritto all’autodeterminazione e il carattere imprescrittibile e inalienabile dell’esercizio dello stesso.  Le tesi di A Manca pro s’Indipendentzia (7 aprile 2013) invece rappresentano l’ultima elaborazione teorica prima dello scioglimento dell’organizzazione annunciato con un comunicato il 24 maggio del 2015 a seguito del suo V° congresso.

Il senso politico dell’operazione editoriale è riassunto da due post di Sabino:

(1) Da Lussu a Gramsci, dalle tesi di Lione e di Colonia del PCd’I all’appello dell’internazionale contadina al V congresso del Partito Sardo, dal sabotaggio del PCS al rilancio del dibattito anticolonialista degli anni Sessanta e Settanta, dalla Carta di Brest alla Carta di Algeri, da Su Pòpulu Sardu alle tesi di A Manca pro s’Indipendentzia.

Il sardismo popolare è stato sempre osteggiato e combattuto sia dal sardismo podatario che dalla sinistra centralista, sciovinista e coloniale.

Ma è un filo rosso, spesso invisibile o difficilmente rintracciabile, che ciclicamente – quando tutto sembra perduto e disperso – unisce una nuova generazione di sarde e sardi nel rinancio della lotta per la liberazione nazionale e sociale della terra di Sardegna.

(2) Questo libro non è un punto di arrivo ma solo un punto di partenza, perché tanti altri documenti dovranno essere sottratti dall’oblio in cui il tempo e la cultura politica dominante li hanno confinati. Però è un inizio per ristabilire un filo rosso che non si è mai reciso che da Gramsci arriva fino a noi, un filo che lega i destini e le fatiche della sinistra rivoluzionaria e della lotta per la decolonizzazione della Sardegna.

Sebbene si sia fatto di tutto da entrambe le parti per dividere queste due istanze, si tratta della stessa medesima lotta.

Il ragionamento andrà ampliato e la tessitura intellettuale e politica di compagni come Michele Zuddas, Roberto Loddo, Andrìa Pili, Omar Onnis ed Enrico Lobina va in questa direzione, anche se ancora il dibattito è abbastanza fluido e non esiste la volontà politica di strutturalo e finalizzarlo in maniera esplicita. Ma ci arriveremo, non ho dubbi su questo.

Il mio saggio si chiama “Per un sardismo popolare”, perché è quello che Gramsci ha cercato di intessere fino all’ultimo giorno di libertà, lavorando ai fianchi i dirigenti sardisti e mobilitando non solo l’intero Partito Comunista d’Italia, ma anche l’Internazionale Contadina nello sforzo di stabilire una alleanza organica tra le istanze sardiste popolari e le istanze della rivoluzione proletaria.

Ma non è un libro che si occupa di storia, non solo, non principalmente almeno. Il libro parla di noi, di ciò che vogliamo e dobbiamo fare per riprendere la lotta e rialzare quella bandiera e per costruire un movimento popolare che sia davvero sardista e un sardismo che sia davvero popolare, insomma un nuovo sardismo popolare che parta innanzitutto dalla consapevolezza che questo dibattito ha cento anni di storia e che, nonostante l’apparente debolezza, è una radice profonda che nessuno è mai riuscito davvero ad estirpare.

Presto la data della prima presentazione che sarà a Sassari

Il libro è ordinabile al seguente link 👇
http://www.catarticaedizioni.com/…/falce-e-pugnale-omar-onn…

Oppure in libreria a partire dal 15 aprile.

 

Perché non ho incontrato Salvini? Ca non mi futtidi issu!

 di Maria Barca*

Volevo spiegare esattamente perché per me era inutile e deleterio incontrare Salvini a Cagliari, ma veniva fuori una roba troppo lunga, quindi, ho cercato di sintetizzare il più possibile, ma se non volete leggerlo tutto, il sunto è: CA NON MI FUTTIDI ISSU.

Per chi vuole accedere alla versione completa:
1. Chiedere a Salvini di rivedere la questione denunce dei pastori è come chiedere a Golia di fare autocritica sulla sua statura. Perché? Perché tra le numerose disposizioni introdotte dal decreto sicurezza vi è la reintroduzione del REATO di blocco stradale che era stato stato degradato tempo fa ad illecito amministrativo con il decr. lgs 507/99, ma a lui sembrava pochino ed è di nuovo reato e non gliene sbatte se il blocco nasce per esprimere dissenso in una situazione di disagio (vi assicuro che è sottolineato anche questo).

2. Chiedetevi perché Salvini partecipa con tutti i vertici alla manifestazione di Coldiretti!
Durante la campagna elettorale sarda, il consenso dei pastori era determinante. Ora, in vista delle elezioni europee, serve il consenso della Coldiretti nazionale, mica di questi 4 voti nostri che valgono zero in Europa.

3. Ho iniziato questa protesta rivendicando un diritto. Spiegando solo quale fosse il diritto e perché era venuto meno. I diritti non si “chiedono per favore”, altrimenti perdono la loro ragion d’essere, non dico grazie a chi mi ascolta, è li per quello, non mi stupisco se mi ascolta, è suo dovere. E, soprattutto, non mi faccio commiserare. Non faccio commiserare i pastori perché vivono in difficoltà. Urlo e strillo perché il prezzo di quello che producono non dev’essere imposto da chi trasforma il latte.

A questo terzo punto aggiungo 3 postille:
a) aspetto al varco chi dice “il prezzo lo fa il mercato”
b) idem chi usa il termine “diversificare” perché l’ha letto nel giornale della Parrocchia e ora gli sembra una cosa fighissima
c) per i sostenitori di Salvini: vi parrà assurdo, ma non ne faccio una questione ideologica. Ho incontrato Maroni in tempi non sospetti.
d) io vivo ancora sperando di non cambiare gioco, ma solo le sue regole di merda

*Portavoce del Movimento Pastori Sardi

Sinistra e autodeterminazione: apriamo il dibattito

di Michele Zuddas

“PartimSuo Proprio, Partim Communi Omnium Hominum Iure”

Il giorno dopo i risultati elettorali della consultazione regionale sono emersi in tutta la loro drammaticità i danni derivanti da un lato dalla frammentazione della sinistra e dall’altro dalla frammentazione di movimenti politici, e non, portatori delle istanze dell’autodeterminazione del popolo sardo. Nelle settimane successive non sono mancati appelli all’unità della sinistra e all’unità dell’indipendentismo, critiche, attacchi personali più o meno velati, tentativi assembleari ed incontri. In tutto questo fermento, forse per mia colpa e quindi chiedo anticipatamente venia, non ho visto porre in luce il vero problema che sta all’origine dell’ennesimo fallimento e cioè la mancanza di un’alternativa e di un modello sociale e giuridico che fosse al tempo stesso alternativo e credibile. Tale mancanza, si badi bene, non è responsabilità di una singola forza politica ma, al contrario, di tutte le forze politiche che solidalmente devono accettare “pro quota” di aver perso di vista il vero obbiettivo.

Se si pone come obbiettivo prioritario l’autodeterminazione del popolo sardo, non si possono escludere dal tavolo le forze politiche autenticamente di sinistra sulla base di un’aprioristica valutazione di scarsa autonomia nelle proprie scelte politiche. Se si pone come obbiettivo prioritario la lotta di classe e la realizzazione di una società basata sui valori di uguaglianza e libertà, non si può ignorare il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo.  Entrambi gli obbiettivi sono condizione e contemporaneamente conseguenza l’uno dell’altro.

Preso atto che il raggiungimento degli obbiettivi presuppone una convergenza politica tra le forze dell’autodeterminazione e le forze della sinistra alternativa, rimangono aperti i temi del “Come”, del “che fare” e del modello giuridico ottimale dei rapporti Italia-Sardegna.

Per fare questo, senza l’ambizione di affrontare in maniera esaustiva un tema cosi complesso ma con l’intenzione di sollevare il tema ed un dialogo tra le forze coinvolte, ritengo doverosa la dichiarazione di fallimento del modello di regionalismo che finora ha determinato i rapporti Stato-Regione. A prescindere dalle responsabilità da attribuire alla classe politica che di volta in volta si è succeduta alla guida della Sardegna, il dato dell’inadeguatezza di un siffatto modello dovrebbe esser posta fuori discussione e si dovrebbe iniziare a pensare ad un nuovo modello. Un modello che vada oltre il federalismo“sedicente” democratico a favore di soluzioni che affrontino la sfida dell’evoluzione del modello democratico in un contesto confederale.

Su quest’ultimo punto sarebbe utile volgere lo sguardo all’indietro fino a quando, a parer di chi scrive, non si ritrova il seme che nel corso dei secoli successivi ha dato vita agli stati ottocenteschi, e cioè fino al momento in cui lo “IusCommuneha imposto la propria supremazia sullo “IusProprium”. Il primo diritto vigente ovunque in Europa, costituito dal Corpus iuris civilis dell’imperatore Giustiniano, rielaborato dai glossatori e dai commentatori. Il secondo, il diritto degli ordinamenti locali (feudi, comuni, corporazioni artigiane, Stati monarchici), considerato particolare rispetto al diritto universale dell’impero. Per quanto riguarda i rapporti tra i due ordinamenti giuridici coesistenti nel medesimo territorio si cita, seppur non possa considerarsi esaustiva, la situazione della Sicilia all’indomani dell’emanazione della cosiddetta Costituzione Puritatem del Liber Augustalis.

La particolarità della costituzione Puritatem risiedeva nell’attestazione che il Regno di Sicilia avesse due diritti comuni, il longobardo e il romano.  Seppur a prima vista potrebbe sembrare una contraddizione in termini, occorre rilevare che la stessa cost. Puritatem prevedeva un meccanismo di scelta da individuarsi nella cosiddetta qualitaslitigantiumovvero il principio della personalità della legge. Secondo tale principio la risoluzione delle controversie avrebbe dovuto seguire l’ordinamento giuridico di riferimento dei “litiganti” preferendo lo “IusCommune” in caso di diversità di ordinamento.

In questo modo da un lato si risolveva il conflitto tra ordinamenti giuridici coesistenti e dall’altro manteneva inalterata l’autonomia tra gli stessi superando la dimensione territoriale a favore dell’appartenenza alla comunità.

Una situazione simile, secondo gli studi di Antonio Pigliaru, è sopravvissuta in Sardegna fino all’800-900 dove accanto all’ordinamento giuridico del nascente Stato Italiano, coesisteva un ordinamento giuridico penale barbaricino. Anche in questo caso risultava determinante l’appartenenza alla comunità. Celebre la norma che indentificava la fattispecie penale del furto “furat chie furat in domo o benit dae su mare”(Ruba chi ruba in casa o viene dal mare) dove la condotta acquisiva rilevanza penale generale solo nel caso in cui l’autore non appartenesse alla comunità.

Questi brevi esempi, vogliono, seppur brevemente, ribadire due questioni che divengono dirimenti della crisi che tutti gli Stati liberal democratici si ritrovano ad affrontare dopo il consolidamento della globalizzazione finanziaria.  Infatti, le istituzioni, che dalle loro origini erano funzionali al mantenimento dello “status quo” della classe borghese, non riescono a far fronte e a bilanciare la perdita della sovranità economica a favore delle oligarchie finanziarie. Quest’ultime esigono uniformità degli ordinamenti giuridici, controllo dei tassi di interesse, libertà di circolazione di merci e capitali, teleologicamente ordinati per il conseguimento di un utile economico. Per contro, il diritto all’autodeterminazione dei popoli, gli ideali di uguaglianza e libertà, risultano per le oligarchie finanziarie, dei freni e degli ostacoli da eliminare.   Ecco quindi che si ripropone la prima questione e cioè la necessità di una lotta di sinistra contro il capitalismo e quindi contro le oligarchie, lotta che, ed ecco la seconda questione, può portarsi avanti solo attraverso il primato del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Diritto che potrebbe risolvere la ricerca della cosiddetta Grundnorm”, ovvero della norma fondamentale da porsi a fondamento di qualsiasi ordinamento giuridico, che tanto ha impegnato gli studi di Kelsen.

Queste brevi osservazioni, dimostrano come sia necessario riconsiderare in chiave moderna e con un studio sulla interconnessione degli ordinamenti giuridici, una soluzione che in ambito civilistico, e quindi ad esclusione di quello penalistico, punti, nell’ottica di una maggior autonomia dell’ordinamento giuridico sardo, a recuperare quanto di positivo si possa ancora ritrovare nel principio della personalità della legge. In questo modo da un lato si conserverebbe l’integrazione tra ordinamento interno (quello Sardo) e ordinamenti esterni, e dall’altro si consentirebbe il raggiungimento del diritto all’autodeterminazione del popolo sardo.

Il dibattito, nell’ottica di raggiungere il maggior coinvolgimento possibile, potrebbe proseguire secondo il metodo “open sourcemediante la condivisione dei contributi che ciascuno riterrà di voler offrire alla comunità nella cartella condivisa:

N.d.R. Ecco il link per discutere insieme della prospettiva di sinistra e di autodeterminazione:

Sinistra e Autodeterminazione: Apriamo il dibattito

 

Il colonialismo verrà finalmente archiviato?

di Sergio Diana

Il Parlamento Europeo approva una Risoluzione sui diritti fondamentali delle persone di origine africana in Europa

La Risoluzione è stata approvata il 26 marzo scorso con 535 voti favorevoli, 80 contrari e 44 astenuti. Nell’importante presa di posizione della massima Assemblea dell’UE, si invita la Commissione europea a predisporre un quadro che impegni gli stati membri ad adottare strategie rivolte all’inclusione sociale ed all’integrazione delle persone di origine africana che vivono in Europa. Ma l’Atto del PE va oltre.

Non solo condanna gli attacchi fisici e verbali indirizzati alle persone di origine africana ma invita le istituzioni e gli stati membri dell’UE a riconoscere e, di conseguenza, a presentare scuse pubbliche per le ingiustizie sofferte dagli africani e dalle africane sia attualmente che nei tempi passati. Ci si riferisce, in particolare, ai gravi crimini contro l’Umanità commessi durante il colonialismo europeo ed alla schiavitù. Il Parlamento invita anche gli europei a “celebrare” degnamente le persone di origine africana attraverso la “Giornata internazionale in ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi”. La Risoluzione, inoltre, facendo esplicito riferimento alle valide esperienze avviate da alcuni stati membri dell’UE che hanno adottato efficaci provvedimenti rivolti a porre rimedio alle ingiustizie e ai crimini del passato, invita le istituzioni dell’UE e il resto degli Stati membri a seguire questi esempi, introducendo anche forme di risarcimento – come, ad esempio, la “restituzione dei manufatti rubati” – e provvedendo a declassificare i propri archivi coloniali.
Altri aspetti importanti della Risoluzione sono, oltre al riconoscimento dell’importante ruolo delle organizzazioni della Società Civile nella lotta contro il razzismo e la discriminazione – per cui il PE chiede che venga aumentato il sostegno finanziario a livello europeo, nazionale e locale a loro destinato -; l’invito sia ad agire per accrescere la partecipazione e la rappresentanza politica delle persone di origine africana, che ad adoperarsi nella lotta contro le discriminazioni etniche e i reati generati dall’odio, mettendo a punto risposte politiche e giuridiche efficaci e basate su dati oggettivi.
Benché si tratti di atti non vincolanti, le Risoluzioni hanno tuttavia un impatto politico importante, fungendo da stimolo per l’adozione di atti giuridici vincolanti e, come in questo caso, in riferimento ad ambiti fondamentali quali la tutela dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali o l’ attuazione dei principi relativi alla parità di opportunità e all’eguaglianza.

Vai al testo della Risoluzione

 

*articolo pubblicato in prima istanza su www.euyou.info