Sinistra e autodeterminazione: apriamo il dibattito

di Michele Zuddas

“PartimSuo Proprio, Partim Communi Omnium Hominum Iure”

Il giorno dopo i risultati elettorali della consultazione regionale sono emersi in tutta la loro drammaticità i danni derivanti da un lato dalla frammentazione della sinistra e dall’altro dalla frammentazione di movimenti politici, e non, portatori delle istanze dell’autodeterminazione del popolo sardo. Nelle settimane successive non sono mancati appelli all’unità della sinistra e all’unità dell’indipendentismo, critiche, attacchi personali più o meno velati, tentativi assembleari ed incontri. In tutto questo fermento, forse per mia colpa e quindi chiedo anticipatamente venia, non ho visto porre in luce il vero problema che sta all’origine dell’ennesimo fallimento e cioè la mancanza di un’alternativa e di un modello sociale e giuridico che fosse al tempo stesso alternativo e credibile. Tale mancanza, si badi bene, non è responsabilità di una singola forza politica ma, al contrario, di tutte le forze politiche che solidalmente devono accettare “pro quota” di aver perso di vista il vero obbiettivo.

Se si pone come obbiettivo prioritario l’autodeterminazione del popolo sardo, non si possono escludere dal tavolo le forze politiche autenticamente di sinistra sulla base di un’aprioristica valutazione di scarsa autonomia nelle proprie scelte politiche. Se si pone come obbiettivo prioritario la lotta di classe e la realizzazione di una società basata sui valori di uguaglianza e libertà, non si può ignorare il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo.  Entrambi gli obbiettivi sono condizione e contemporaneamente conseguenza l’uno dell’altro.

Preso atto che il raggiungimento degli obbiettivi presuppone una convergenza politica tra le forze dell’autodeterminazione e le forze della sinistra alternativa, rimangono aperti i temi del “Come”, del “che fare” e del modello giuridico ottimale dei rapporti Italia-Sardegna.

Per fare questo, senza l’ambizione di affrontare in maniera esaustiva un tema cosi complesso ma con l’intenzione di sollevare il tema ed un dialogo tra le forze coinvolte, ritengo doverosa la dichiarazione di fallimento del modello di regionalismo che finora ha determinato i rapporti Stato-Regione. A prescindere dalle responsabilità da attribuire alla classe politica che di volta in volta si è succeduta alla guida della Sardegna, il dato dell’inadeguatezza di un siffatto modello dovrebbe esser posta fuori discussione e si dovrebbe iniziare a pensare ad un nuovo modello. Un modello che vada oltre il federalismo“sedicente” democratico a favore di soluzioni che affrontino la sfida dell’evoluzione del modello democratico in un contesto confederale.

Su quest’ultimo punto sarebbe utile volgere lo sguardo all’indietro fino a quando, a parer di chi scrive, non si ritrova il seme che nel corso dei secoli successivi ha dato vita agli stati ottocenteschi, e cioè fino al momento in cui lo “IusCommuneha imposto la propria supremazia sullo “IusProprium”. Il primo diritto vigente ovunque in Europa, costituito dal Corpus iuris civilis dell’imperatore Giustiniano, rielaborato dai glossatori e dai commentatori. Il secondo, il diritto degli ordinamenti locali (feudi, comuni, corporazioni artigiane, Stati monarchici), considerato particolare rispetto al diritto universale dell’impero. Per quanto riguarda i rapporti tra i due ordinamenti giuridici coesistenti nel medesimo territorio si cita, seppur non possa considerarsi esaustiva, la situazione della Sicilia all’indomani dell’emanazione della cosiddetta Costituzione Puritatem del Liber Augustalis.

La particolarità della costituzione Puritatem risiedeva nell’attestazione che il Regno di Sicilia avesse due diritti comuni, il longobardo e il romano.  Seppur a prima vista potrebbe sembrare una contraddizione in termini, occorre rilevare che la stessa cost. Puritatem prevedeva un meccanismo di scelta da individuarsi nella cosiddetta qualitaslitigantiumovvero il principio della personalità della legge. Secondo tale principio la risoluzione delle controversie avrebbe dovuto seguire l’ordinamento giuridico di riferimento dei “litiganti” preferendo lo “IusCommune” in caso di diversità di ordinamento.

In questo modo da un lato si risolveva il conflitto tra ordinamenti giuridici coesistenti e dall’altro manteneva inalterata l’autonomia tra gli stessi superando la dimensione territoriale a favore dell’appartenenza alla comunità.

Una situazione simile, secondo gli studi di Antonio Pigliaru, è sopravvissuta in Sardegna fino all’800-900 dove accanto all’ordinamento giuridico del nascente Stato Italiano, coesisteva un ordinamento giuridico penale barbaricino. Anche in questo caso risultava determinante l’appartenenza alla comunità. Celebre la norma che indentificava la fattispecie penale del furto “furat chie furat in domo o benit dae su mare”(Ruba chi ruba in casa o viene dal mare) dove la condotta acquisiva rilevanza penale generale solo nel caso in cui l’autore non appartenesse alla comunità.

Questi brevi esempi, vogliono, seppur brevemente, ribadire due questioni che divengono dirimenti della crisi che tutti gli Stati liberal democratici si ritrovano ad affrontare dopo il consolidamento della globalizzazione finanziaria.  Infatti, le istituzioni, che dalle loro origini erano funzionali al mantenimento dello “status quo” della classe borghese, non riescono a far fronte e a bilanciare la perdita della sovranità economica a favore delle oligarchie finanziarie. Quest’ultime esigono uniformità degli ordinamenti giuridici, controllo dei tassi di interesse, libertà di circolazione di merci e capitali, teleologicamente ordinati per il conseguimento di un utile economico. Per contro, il diritto all’autodeterminazione dei popoli, gli ideali di uguaglianza e libertà, risultano per le oligarchie finanziarie, dei freni e degli ostacoli da eliminare.   Ecco quindi che si ripropone la prima questione e cioè la necessità di una lotta di sinistra contro il capitalismo e quindi contro le oligarchie, lotta che, ed ecco la seconda questione, può portarsi avanti solo attraverso il primato del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Diritto che potrebbe risolvere la ricerca della cosiddetta Grundnorm”, ovvero della norma fondamentale da porsi a fondamento di qualsiasi ordinamento giuridico, che tanto ha impegnato gli studi di Kelsen.

Queste brevi osservazioni, dimostrano come sia necessario riconsiderare in chiave moderna e con un studio sulla interconnessione degli ordinamenti giuridici, una soluzione che in ambito civilistico, e quindi ad esclusione di quello penalistico, punti, nell’ottica di una maggior autonomia dell’ordinamento giuridico sardo, a recuperare quanto di positivo si possa ancora ritrovare nel principio della personalità della legge. In questo modo da un lato si conserverebbe l’integrazione tra ordinamento interno (quello Sardo) e ordinamenti esterni, e dall’altro si consentirebbe il raggiungimento del diritto all’autodeterminazione del popolo sardo.

Il dibattito, nell’ottica di raggiungere il maggior coinvolgimento possibile, potrebbe proseguire secondo il metodo “open sourcemediante la condivisione dei contributi che ciascuno riterrà di voler offrire alla comunità nella cartella condivisa:

N.d.R. Ecco il link per discutere insieme della prospettiva di sinistra e di autodeterminazione:

Sinistra e Autodeterminazione: Apriamo il dibattito