Il gioco sporco dei pro-inceneritori

Di Antonio Muscas

Il Sole 24 ore, organo di Confindustria, prosegue la sua battaglia pro inceneritori. Attraverso la penna di Jacopo Giliberto a finire sotto accusa sono stavolta gli “indignati”, ovvero comitati, associazioni ambientaliste e singoli “che con il ‘no inceneritore’”a suo dire “riempiono le discariche e aiutano la malavita degli incendi.” Un’accusa pesante la sua, non c’è che dire, e non si capisce bene se il torto dei ‘no inceneritore’ sia dovuto più a ignoranza, a connivenza malavitosa o a entrambe. Nell’articolo a sua firma, pubblicato il 21 maggio 2019, ci sono due passaggi meritevoli di attenzione. Nel primo, in cui è contenuta la frase incriminata, afferma quanto segue:

Inseriti i dati nei criteri della scienza econometrica il risultato è che per sbloccare il riciclo a Palermo, Napoli, Roma e in altre città nemiche dell’ambiente servirebbero inceneritori per 6,3 milioni di tonnellate di spazzatura l’anno. Cioè una quantità impiantistica ben diversa dal fabbisogno impiantistico di 1,8 milioni di tonnellate stimato da un decreto del 2016, quell’articolo 35 del decreto Sblocca Italia il quale disturba quegli indignati che con il “no inceneritore” riempiono le discariche e aiutano la malavita degli incendi.”

Le sue argomentazioni oltre ad essere fuorvianti sono intellettualmente disoneste, e i suoi ragionamenti hanno il grave limite di essere parziali e condotti utilizzando parametri di convenienza.

Se la politica non promuove e impone con provvedimenti adeguati politiche virtuose e subisce le pressioni di una classe imprenditoriale intenta a proseguire a puro scopo speculativo con pratiche obsolete, dannose e antieconomiche, non si possono accusare le vittime del sistema di esserne responsabili. Le discariche sono la conseguenza dell’assenza colpevole della politica. È tutto il sistema dei gestione dei rifiuti a dover essere messo in discussione e non esclusivamente la parte finale. Invece l’attenzione è concentrata sul mucchio senza considerare cosa lo genera. Il dibattito in questo modo inevitabilmente si restringe al finto dilemma discariche-inceneritori.

Ma anche così, andando più a fondo nella questione sollevata da Giliberto, se si mettono a confronto discariche gestite male con inceneritori gestiti bene, potrebbe anche valere la teoria del “piuttosto che la malavita è meglio incenerire”. Malauguratamente però, checché ne dica Giliberto, anche dietro gli inceneritori c’è il malaffare e lo dimostrano le numerose inchieste giudiziarie a riguardo: vedasi ad esempio il sequestro avvenuto ai primi del 2019 del cantiere per la costruzione del nuovo inceneritore di Tossilo disposto dalla procura (LINK).

Gli indignati del ‘no inceneritore’, dovrebbe sapere Giliberto, si oppongono sia alle discariche sia agli inceneritori perché, dati alla mano, entrambe le pratiche sono dannose e antieconomiche e soggette a infiltrazioni malavitose. Nel suo articolo di promozione a tutto tondo dell’incenerimento, o termovalorizzazione come gli piace chiamarla, omette di dire quali siano i costi economici di realizzazione e gestione degli inceneritori, i costi economici, sanitari e ambientali delle sostanze altamente inquinanti contenute nei fumi e nelle ceneri. Da quanto traspare dalle sue righe le ceneri e le emissioni sembrerebbero inesistenti, cosicché tutto quanto viene bruciato evapora o diventa utile sostanza riciclabile. Ebbene, per i 6,3 milioni di tonnellate di rifiuti da incenerire a cui fa riferimento, vengono prodotte non meno di 1,89 milioni di tonnellate di ceneri da stoccare in discariche speciali o miscelare nei cementi da costruzione e tra gli 8,82 e i 9,45 milioni di tonnellate di fumi caldi. Che poi gli inceneritori economicamente convengano dovrebbe venirlo a spiegare in Sardegna dove conferire in discarica costa circa 90 euro a tonnellata mentre all’inceneritore circa 190, ciò senza parlare dei buchi da decine di milioni di euro generati dalle gravi inefficienze di questi ultimi. E Cagliari è stata a lungo la città con la Tari più cara d’Italia nonostante conferisca i rifiuti all’inceneritore del Tecnocasic di cui è anche azionista. In Sardegna inoltre non si può scegliere dove conferire perché si incenerisce per legge: così dispose Oppi quando era assessore all’ambiente nella giunta Cappellacci, e Pigliaru durante il suo mandato non si è certo sognato di cambiare le disposizioni. Quindi in discarica va solo ciò che resta quando non 

c’è più capienza o gli impianti sono fermi. Si potrebbe obiettare che quelli sardi son pessimi esempi da prendere a riferimento, e allora basta andare a vedere cosa ha già prodotto a livello di buco economico il mega inceneritore norvegese di Copenhagen prima ancora di aver acceso i forni (http://www.ecodallecitta.it/notizie/390298/le-difficolta-economiche-dellinceneritore-di-copenaghen/).

Gli inceneritori, se gestiti bene, potrebbero anche convenire economicamente, ma per far ciò hanno necessità di andare a regime, essere condotti con estrema accuratezza, devono bruciare rifiuto secco ad alto valore energetico e continuare a godere di ricchi incentivi economici. I problemi si presentano quando anche una sola di queste condizioni viene a mancare e, solitamente, a parte l’ultima, una o più delle altre mancano sempre. Detto in altre parole: un inceneritore per avere un rendimento termico adeguato deve essere posto a valle di una buona raccolta differenziata affinché arrivi continuamente molta sostanza povera di umido e ricca soprattutto di plastiche; ma anche così, se non si raggiungono i quantitativi previsti a progetto, nonostante gli incentivi, la macchina si inceppa. Gli inceneritori nella realtà vengono alimentati con quello che arriva, solitamente rifiuto di pessima qualità, hanno rendimenti bassissimi prossimi allo zero e per garantire le adeguate temperature di combustione in caldaia devono essere addizionati combustibili fossili in generose quantità. Hanno costi di gestione molto elevati, crescenti esponenzialmente col livello di sofisticazione, tanto che diversi impianti in giro per il mondo sono stati chiusi in conseguenza degli esorbitanti costi dei sistemi di abbattimento dei fumi. Per dirla tutta, gli inceneritori rivestono notevole interesse in quanto, essendo equiparati agli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili, godono di sostanziosi incentivi economici (volendo, si potrebbero chiamare impianti diversamente fossili). Ma non promuovono il riciclo e il recupero perché devono necessariamente andare a regime avendo elasticità di funzionamento pressoché nulla. A titolo di esempio: un impianto dimensionato per 100.000 tonnellate/anno difficilmente può scendere sotto le 90.000 senza andare in perdita. In questo modo si vincola negativamente ogni prospettiva di incremento della differenziata.

Per dovere di verità Giliberto avrebbe dovuto confrontare i dati dei comuni virtuosi con gli inceneritori, anche quelli più efficienti, al netto degli incentivi però, per vedere chi ne esce fuori con le ossa rotte. E senza accusare i comuni virtuosi di ricorrere agli inceneritori, come ha fatto in articoli precedenti, come se fossero questi a poter decidere liberamente della destinazione ultima dei rifiuti residui e non invece le Regioni o le politiche statali.

Bene avrebbe fatto a sottolineare che, mentre l’Europa procede sempre più velocemente col suo piano per ridurre i rifiuti plastici, l’Italia sta a guardare e nessun impianto della filiera del riciclo è stato considerato “strategico” e “di preminente interesse nazionale” come invece sono stati dichiarati nel 2014 gli inceneritori con l’art. 35 dello Sblocca Italia, nessun piano efficace di riduzione dei rifiuti è stato messo in atto sino ad ora, nessuna regola è stata introdotta per imporre alle aziende di usare imballaggi davvero riciclabili. Altro che inceneritori “in secondo piano”!

Ma evidentemente l’interesse a promuovere gli inceneritori è molto grande, tanto che sono anni che Confindustria si scaglia contro comitati e Unione Europea (a proposito: la Corte Europea ha dato ragione ai comitati ricorrenti contro l’art. 35 dello sblocca Italia, a dispetto de Il Sole, Renzi e lega-5 stelle. Meno male che l’Europa c’è!, viene da dire).

Due note importanti:

1 – Nella raccolta differenziata la premialità è rivolta a chi fa più differenziata e non a chi produce meno rifiuti, perciò, paradossalmente, un comune che produce 100 kg di rifiuti pro capite all’anno con una differenziata al 50% viene penalizzato mentre un comune con 1000 kg anno pro capite e differenziata al 70% viene premiato. Eppure il primo produce appena 50 kg di residuo secco mentre il secondo 300 kg! Quale dei due, ragionevolmente, andrebbe premiato? La Regione Sardegna, a questo proposito, è una delle più contestate per il suo criterio totalmente indirizzato verso la differenziata fine a se stessa.

2 – I consorzi obbligatori per il recupero della materia utile come il Corepla sono in mano alle società produttrici di imballaggi che hanno tutto l’interesse a incenerirli e produrne di nuovi.

Questo, Giliberto si è dimenticato di scriverlo.

Nel secondo passaggio di interesse dell’articolo c’è una verità sulla quale c’è pieno accordo e nel quale si raccoglie tutta la sostanza attorno alla quale i comitati si battono contro discariche e inceneritori:

“L’autorità dell’energia e dei servizi a rete Arera, cui è stato assegnato anche il compito di regolazione del segmento dei rifiuti, lavorerà per ripensare il sistema attuale di calcolo della tassa rifiuti. «Oggi la Tari si basa sulla superficie della casa o dell’azienda e, per le famiglie, anche sul numero di persone. Sono strumenti inadeguati», osserva Beccarello. «L’Europa chiede che la tariffa

sia correlata con il principio che chi inquina paga (e quindi servono criteri di misurazione dei rifiuti prodotti) e con il principio di conservazione di risorse (bisogna calcolare la qualità e l’organizzazione del sistema di gestione dei rifiuti). Sarà un cambio di passo importante per stimolare comportamenti virtuosi nei cittadini ma anche nei Comuni e nelle aziende che danno loro il servizio di nettezza urbana».”

Di fatto dobbiamo produrre meno rifiuti e più riciclabili. Ed è questa la battaglia di comitati e associazioni, ciò che Giliberto racconta parzialmente, gettando intenzionalmente su di essi un’ombra oscura. L’economia circolare è in contrapposizione alla realizzazione di nuove discariche e inceneritori perché vanificano le politiche di riduzione della produzione di rifiuti. L’economia circolare non è, come equivocamente ha scritto Giliberto in un altro suo articolo del 22 novembre 2018, completata dalla termovalorizzazione. L’economia è circolare quando niente diventa rifiuto e tutto rientra in circolo. E fino a prova contraria le ceneri degli inceneritori finiscono stoccate in discarica e i fumi con tutti i loro inquinanti nell’aria che respiriamo.

L’Unione Europea (ancora: meno male!) a questo proposito imporrà a breve agli Stati membri vincoli sul recuperato invece che sul differenziato; con quest’ultimo sistema, infatti, si potrebbe paradossalmente avere anche recupero zero. Prova ne sia quanto è successo da quando la Cina prima e l’India poi hanno vietato l’ingresso di numerose tipologie di rifiuti provenienti dall’Occidente, tra cui plastica, carta e metalli: è saltata tutta la teoria sulla buona differenziata e in pochi mesi gli impianti di riciclo sono andati in crisi e i cumuli di rifiuti e di materiale riciclabile sono cresciuti vertiginosamente e non si sa più dove metterli.

Ad essere ridotta deve essere innanzitutto la produzione di rifiuti e deve essere fatto ogni sforzo affinché tutti i materiali prodotti siano resi riciclabili e possano effettivamente essere reimmessi nel ciclo produttivo o reintrodotti in natura. Cittadini e amministrazioni devono essere messi in condizione di svolgere la loro parte e dotati degli strumenti adeguati, non si può considerarli i maggiori responsabili quando è tutta l’architettura dei rifiuti nel suo complesso a non funzionare. Ecco perché il ragionamento sugli inceneritori è erroneo in quanto parte da un presupposto sbagliato, cominciando cioè dalla fine del ciclo e non dall’inizio.

Ma per andare nella direzione della minore produzione di rifiuti ci vogliono tanta volontà, determinazione, impegno e capacità politica, e molti investimenti per finanziare la ricerca e la promozione di attività virtuose. Finanziamenti che basterebbe togliere dagli incentivi per gli inceneritori e le finte pratiche rinnovabili. A quel punto si potrebbe anche imporre una tariffa di 500 euro a tonnellata, e allora sì che vedremmo le amministrazioni seriamente impegnate a ridurre l’ammontare del secco residuo.

Sarebbe conveniente anche per Confindustria se i suoi soci industriali fossero più preparati, illuminati e all’avanguardia e perciò desiderosi di mettersi alla prova con tematiche concrete, certo complesse ma oltremodo stimolanti

Su inceneritori e malaffare

https://www.lastampa.it/2012/05/11/cronaca/le-mani-della-mafia-sull-inceneritore-pKT4MPCI6g28MDolyFfAiO/pagina.html

https://www.possibile.com/colleferro-storia-rifiuti-malaffare-veleni/

Sardigna-Corsica: il derby tra nazioni sorelle

Mancano circa 2 settimane dal debutto internazionale della Natzionale Sarda de bòcia contro la Corsica in programma ad Olbia Domenica 2 Giugno alle 20:30.

In vista dell’amichevole Sardigna – Còrsica – Trofeo Simeoni-Simon Mossa che si disputerà il 2 Giugno 2019 allo Stadio Nespoli di Olbia, il commissario tecnico della Natzionale Sarda Bernardo Mereu ha diramato le convocazioni.

Portieri
Aresti Simone (Cagliari Calcio)
Ruzittu Marco (Arzachena Costa Smeralda Calcio)
Vigorito Mauro (U.S. Lecce)

Difensori
Cabeccia Marco (A.S.D. Sassari Calcio Latte Dolce)
Caracciolo Antonio (U.S. Cremonese)
Del Fabro Dario (U.S. Cremonese)
Ghiani Giuseppe (Montegiorgio Calcio)
Idda Riccardo (Cosenza Calcio)
Pinna Paride (Casertana F.C.)
Pinna Simone (Olbia Calcio 1905)
Pisano Francesco (Olbia Calcio 1905)
Sirigu Giampaolo (AC Delta Calcio Porto Tolle)

Centrocampisti
Bianchi Daniele (A.S.D. Sassari Calcio Latte Dolce)
Bianco Francesco (A.S.D. Torres)
Bombagi Francesco (Pordenone Calcio)
Deiola Alessandro (Cagliari Calcio)
Giorico Daniele (S.S.D. Virtusvecomp Verona)
Mancosu Marco (U.S. Lecce)
Nuvoli Giuseppe (Arzachena Costa Smeralda Calcio)
Pani Claudio (Sliema Wanderers F.C.)

Attaccanti
Acquafresca Robert (FC Sion)
Cocco Andrea (Calcio Padova)
Mancosu Matteo (Virtus Entella)
Molino Daniele (S.S.D. Unione Sanremo)
Ragatzu Daniele (Olbia Calcio 1905)
Spano Samuele (A.S.D. Polisportiva Budoni Calcio)
Virdis Francesco (Savona FBC)

Il ritiro verrà svolto a Tempio e Calangianus dove si terranno gli allenamenti in preparazione della partita.

Grazie all’aiuto di tantissimi volontari si sta preparando un appuntamento imperdibile, una festa per tutti i Sardi e un’occasione di incontro con i nostri fratelli corsi.
A Nuoro – all’esordio della nazionale sarda – sono comparse tante bandiere sarde sugli spalti e per la prima volta in uno stadio si è intonato l’inno nazionale (S’innu de su Patriota sardu e sos feudatarios) scelto dagli azionisti in rete.

Ad Olbia si attendono ancora più persone per quello che è a tutti gli effetti un derby tra nazioni sorelle: la Corsica e la Sardegna.

Tutti tifosi della nazionale – si legge in una nota della FINS – sono chiamati a supportare i migliori giocatori sardi che hanno deciso di rappresentare la propria terra e di rispondere con entusiasmo alle convocazioni.
Per questo la tua nazionale ha bisogna di sentire tutto l’affetto e supporto del nostro popolo. Coinvolgi la tua famiglia, gli amici ed i parenti. Non mancare!

Podes agatare is billetes fintzas in custas butegas:

Cagliari
EYE Store presso CC Corte del Sole – ExSS131, 09028 More Corraxe CA

Sassari
EYE Store presso CC La Piazzetta – Zona Industriale Predda Niedda Sud, Str.24, 07100, 07100 Sassari SS

Nuoro
EYE Store presso CC Pratosardo – Via E.Devoto z.i. Pratosardo

Oristano
EYE Store – Via Cagliari, 10

Olbia
EYE Shop – Viale Basa, 9, 07026 Olbia OT

Carbonia
EYE Store – Presso Centro Commerciale Golden, via Stazione snc

Podes comporare is billetes pro sa partida fintzas in s’istàdiu de Terranoa, su 2 de Làmpadas, dae is 4 de merie.

Solinas: Fai qualcosa di sardista. Subito la Riforma dello Statuto Sardo!

di Cristiano Sabino
 La campagna di Caminera Noa per la riforma dello Statuto Autonomistico lanciata oggi sui social 
Christian Solinas ce l’ha fatto, dopo un centinaio di giorni ha partorito una Giunta presumibilmente frutto di una lunga e logorante trattativa con i suoi partner elettorali e in particolar modo con la Lega a cui Solinas deve la sua folgorante ascesa prima come senatore, poi come presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
Dopo i disastrosi cinque anni di subalternità e servilismo imposti dal PD e da Francesco Pigliaru, i sardi stanno per sperimentare la verga della nuova destra a guida salviniana, con tanto di assessori che non rinnegano il loro recentissimo passato in organizzazioni neofasciste come Forza Nuova.
Ma siccome ormai viviamo in un mondo completamente alla rovescia e, si dice, ormai “post-ideologico” e “liquido” (devo ancora leggere tutta la bibliografia del sociologo Bauman per capire cosa ciò voglia dire!) insieme al franchising lumbard recentemente riverniciato a sovranismo italiano governano anche i sardisti, appunto per tramite di assessorati chiavi e della presidenza della Regione.
Ora il caso vuole che proprio mentre la giunta lumbard-sardista scalda i motori, si riaccenda in Sardegna l’annoso dibattuto sulla riforma dello Statuto Autonomistico, anche a traino della richiesta di alcune ricche Regioni del nord di ottenere l’autonomia del dibattito sulla regionalizzazione delle competenze scolastiche.
Proprio il presidente Solinas aveva  depositato una proposta di riforma dello Statuto Sardo, prima in Regione e poi in Senato.
Per capire di cosa si parli la riporto qui integralmente (solo il testo, senza la lunga introduzione giuridica):
TESTO DEL PROPONENTE
Art. 1
Integrazioni allo statuto in materia di lingua, cultura e ordinamento scolastico1. Dopo il titolo II della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), e successive modifiche ed integrazioni è aggiunto il seguente: 
“Titolo II bis (Lingua, cultura e ordinamento scolastico)”.Art. 2
Uso della lingua sarda1. Dopo il titolo II bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 1, è inserito il seguente articolo: 
“Art. 6 bis (Uso della lingua sarda) 
1. Nel territorio della Regione la lingua sarda è parificata a quella italiana. 
2. I cittadini sardi hanno facoltà di usare la propria lingua nei rapporti con gli uffici giudiziari e con gli organi e uffici della pubblica amministrazione situati nel territorio regionale, nonché con i concessionari di servizi di pubblico interesse svolti nella stessa Regione. 
3. Nelle adunanze degli organi collegiali della Regione e degli enti locali può essere usata indistintamente la lingua italiana o la lingua sarda. 
4. Gli uffici, gli organi e i concessionari di cui al secondo comma usano nella corrispondenza e nei rapporti verbali la lingua del richiedente. 
5. Nei rispettivi territori, la lingua catalana di Alghero ed il tabarchino delle Isole del Sulcis godono di analoghe tutele secondo la legge regionale.”.Art. 3
Toponomastica regionale1. Dopo l’articolo 6 bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 2, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 ter (Toponomastica regionale) 
1. La toponomastica nel territorio regionale è tenuta nel rispetto ed a salvaguardia dei toponimi locali in lingua sarda e, con riferimento alle aree interessate, in lingua catalana ed in tabarchino. 
2. L’accertamento dell’esistenza e dell’ortografia dei toponimi locali è deliberato, su istanza degli enti locali interessati e previa idonea istruttoria, dalla Giunta regionale.”.

Art. 4
Criteri di priorità

1. Dopo l’articolo 6 ter della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 3, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 quater (Criteri di priorità) 
1. Le amministrazioni statali, le autonomie funzionali e i concessionari di servizi di pubblico interesse ubicati nel territorio della Regione assumono in servizio prioritariamente dipendenti originari della Sardegna o che conoscano la lingua sarda.”.

Art. 5
Insegnamento della lingua sarda

1. Dopo l’articolo 6 quater della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 4, è aggiunto il seguente: 
Art. 6 quinquies (Insegnamento della lingua sarda) 
1. L’insegnamento nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, nei licei e negli istituti tecnici e professionali è impartito nella lingua materna italiana, sarda, catalana o tabarchina degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna, secondo classi omogenee formate sulla base delle richieste di iscrizione da parte degli interessati. 
2. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado è obbligatorio l’insegnamento della seconda lingua, diversa da quella materna con la quale è impartito l’insegnamento ai sensi del primo comma. 
3. Per l’amministrazione della scuola in Sardegna è istituita una autonoma Sovrintendenza scolastica regionale, cui compete altresì la verifica ed il coordinamento dei programmi di insegnamento e di esame delle autonomie scolastiche regionali, nonché il relativo dimensionamento. La Giunta regionale nomina il sovrintendente scolastico della Sardegna. 
4. Ferma restando l’imputazione al bilancio dello Stato dei relativi costi, il personale insegnante e il personale amministrativo delle scuole di ogni ordine e grado, della Direzione scolastica regionale e degli uffici scolastici territoriali passa alle dipendenze ed è soggetto al coordinamento e controllo della Sovrintendenza scolastica regionale, che lo organizza anche mediante strutture decentrate sul territorio secondo criteri di efficienza ed efficacia. 
5. È riconosciuta l’equipollenza dei titoli di studio conseguiti all’esito dei percorsi di istruzione di cui al primo comma in lingua sarda, catalana o tabarchina.”.

 

Se per un attimo facciamo astrazione dal proponente e dalle scelte politiche del suo partito, completa o no, condivisibile o meno in tutte le sue parti, si tratta di una proposta che oggettivamente ribalterebbe il tavolo del rapporto di sudditanza vissuta dalla Sardegna nei confronti dello Stato italiano, almeno per quanto riguarda il pieno riconoscimento del profilo storico, culturale e linguistico della nazione sarda.
Oggi viviamo in una situazione dove i ragazzi a scuola vengono puniti  disciplinarmente perché dicono “eja” invece di “si” da docenti – sardi o no non fa alcuna differenza – che allo stesso tempo rispondono “ok” o che riempiono i loro bei verbali di termini come “feedback”, “cooperative learning”, ecc..
Per questo a mio parere squarcia il velo della sonnolenza la sveglia suonata da Caminera Noa al presidente Solinas e alla sua Giunta nuova di zecca: “Solinas fai qualcosa di sardista!” – incalzano gli attivisti di Caminera Noa sui social – fa diventare realtà ciò che finora hai solo annunciato di fare e fallo subito, fallo con priorità assoluta, fallo davvero visto che ne hai il potere!
Provocazione? Suggerimento disinteressato? Assist inatteso da parte di un movimento dichiaratamente antifascista e antileghista? Vedetela come vi pare, ma sicuramente si tratta di una novità da seguire e da sostenere con forza.
Di seguito riporto il testo integrale del documento che sta girando sul web:

A distanza di molti anni dalla guida alla Regione Autonoma della Sardegna da parte di Mario Melis, primo Presidente sardista, con il dibattito in corso sulla richiesta di autonomia da parte di alcune Regioni a statuto ordinario del nord Italia, si creano le condizioni perfette per rinvigorire il dibattito che da molti anni “scuote” le coscienze della classe politica e degli intellettuali della nazione sarda: il superamento della stagione autonomistica – così come la conosciamo dal secondo dopoguerra – con la scrittura di un vero Statuto Autonomistico, che metta al centro il popolo sardo e il suo diritto all’esistenza, la sua lingua e di conseguenza il diritto all’autodeterminazione nazionale concepita in tutte le sue forme.

Politicamente siamo ben lontani dalle posizioni del presidente Solinas e soprattutto dalla scelta scellerata di accordarsi con un partito xenofobo e padronale come la Lega, perciò vigileremo con attenzione perché in Sardegna non vengano imposte le medesime politiche repressive e securitarie di matrice razzista, che ormai da decenni spadroneggiano nel Nord Italia nelle amministrazioni egemonizzate dalla Lega.

Non possiamo però non recepire positivamente la Proposta di Legge Nazionale elaborata dal presidente del PSdAz e presentata al Consiglio Regionale della R.A.S. nel settembre del 2015, poi ripresentata in Senato come DdL Costituzionale (–>https://tinyurl.com/y2gcsqps ), di cui Solinas è il primo Senatore firmatario, comunicato alla Presidenza del Senato della Repubblica italiana il 20 giugno 2018.

Una riforma incentrata sull’uso del sardo – richiamandosi alla giurisprudenza in materia di tutela delle minoranze linguistiche adottata dalle province autonome di Trento e Bolzano e dalla Val D’Aosta – e sul suo insegnamento nelle scuole, che può dare lo slancio necessario per rimettere in discussione l’intero testo dello statuto, che ad oggi non sancisce nemmeno l’esistenza del nostro popolo, non tutela la nostra lingua, la nostra cultura e tantomeno prevede sovranità in materia di politica economica e fiscale.

Nessuna giunta regionale, dal dopoguerra ad oggi, ha seriamente affrontato la questione della totale insufficienza dello Statuto Autonomistico Sardo e ogni dibattito è stato lasciato cadere nel vuoto a causa dell’inconsistenza delle classi dirigenti sarde omologhe a quelle italiane, che si sono susseguite alla guida della Regione Autonoma. Persino Emilio Lussu denunciò l’incompletezza del testo, poiché spogliato di tutto ciò che il sardismo aveva proposto già dall’immediato dopoguerra per garantire la permanenza pacifica dei sardi nella cornice unitaria dello Stato italiano.

Solo così si aprirà un ragionamento concreto sulle fonti normative che regolano la vita quotidiana e il destino del popolo sardo, così da cominciare a costruire il futuro della nostra Terra (e di tutti coloro che vi risiedono per nascita, scelta, vocazione o altro) e poter decidere finalmente quali siano le norme che regolino la società sarda autodeterminata e libera dalle politiche neocoloniali, volte a sottomettere ulteriormente l’isola, il suo popolo e a depauperare le sue risorse economiche, ambientali ed intellettuali.

La possibilità che finalmente la Sardegna possa conquistare una carta dei diritti che permetta il dovuto riconoscimento del suo ruolo nella storia delle nazioni del mondo, facendola così uscire da un’idea diffusa di “minorità” che necessita sempre di un “tutore” estraneo, deve essere il frutto di uno sforzo collettivo e popolare, di una spinta che parta democraticamente dal basso, quindi dallo stesso popolo sardo, e non da riforme imposte in maniera meccanica e burocratica.

Agricoltura: per documentarsi non c’è tempo

  foto tratta da AgroNotizie

di Samed Ismail

Il ping-pong tra sinistra e destra alla guida della Regione Sardegna procede come da copione. La palla passa a Sal…Solinas dopo cinque anni di pietoso PD. Il risultato elettorale coincide con la fine della dura protesta dei pastori. La Sardegna guarda, lascia fare. Lascia un mese, facciamo due, perché la novità, si sa, ha bisogno di tempo, e poi?

E poi arriviamo all’incredibile scelta per l’assessorato all’agricoltura, chiaramente il più caldo dopo i litri di latte rovesciati. La nuova giunta di centro destra aveva un solo vantaggio, la novità per cui si poteva dire “probabilmente siete come gli altri, ma vi concediamo il beneficio del dubbio”, invece se lo sono giocati candidando un’ex PDina.

Ex PDina però convertita, ci spinge a pensare ancora la «novità», almeno sarà competente, l’avranno scelta a posta. Invece lei per prima ammette di non sapere NULLA, “mi documenterò” dice coraggiosamente.

Quest’ultima si aggiunge alle prese per il culo di Salvini e dei tavoli, ribadisce un fatto ormai assodato e che ci dobbiamo stampare bene in testa: la classe politica non è più buona neanche a nascondere la propria incompetenza.

“Calma pastori calma” recita il famoso motto, ma non serviva aspettare due mesi, non servirà aspettare che la Murgia si metta a studiare per rendersi conto che la pazienza è finita, per i pastori e per la Sardegna.

In due mesi si è documentata e continua a documentarsi la Procura della Repubblica sui pastori. Per ora sono 14 quelli raggiunti dal pugno della legge, molto più fermo di quello sbattuto dalla politica sui tavoli delle trattative. Per reprimere si sono già documentati. Per reprimere i più deboli ovviamente, perché gli industriali, quelli sì, veri «malviventi» continuano a dormire sonni tranquilli dopo aver rovinato intere famiglie: non si sa infatti che fine abbiano fatto le famose indagini aperte dall’Antitrust durante i disordini.

Secondo voi chi passerà i documenti all’assessorato? Staranno ad ascoltare i pastori o sceglieranno la competenza del signor Pinna? Si può aspettare, ma come abbiamo imparato la politica si muove più in fretta se è sollecitata…

Fra tricolore, inno Fratelli d’Italia e falsificazione della storia

Pubblichiamo l’intervento dello storico Francesco Casula (in foto) in seguito alla querelle sull’utilizzo della fascia tricolore indossata alla rovescia dal sindaco di Villanovaforru per protesta contro la giunta a trazione leghista.

Maurizio Onnis, il combattivo sindaco indipendentista di Villanovaforru “Porterà la fascia tricolore rivoltata fino a quando le cose cambieranno”.
Una “repulsione” quindi di ordine politico.
Io nutro una repulsione per motivi di salute: quando vedo il Tricolore, mi viene l’orticaria.
Nei confronti invece dell’Inno “Fratelli d’Italia” la repulsione è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, ulrtraretorico, esso riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta a storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere nell’Inno di Mameli.
Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.
Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.
Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.
Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.
Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.
Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).
Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.
Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.
Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.
Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.
Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011: ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.
Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.
Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.
Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.
Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

Tricolore indossato al contrario o chiuso in un cassetto? Scoppia la polemica tra sindaci indipendentisti

Fascia tricolore in vendita su Ebay

Fa discutere la posizione del sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis sul tricolore indossato al contrario “fino a quando le cose non cambieranno”. Riportiamo la sua posizione tratta dai social in versione integrale:

Porterò la fascia tricolore rivoltata. Fino a quando le cose cambieranno.

Altri illustrano meglio di me i pericoli cui ci espone la destra retriva incarnata al governo da Salvini. Io stesso verifico i tratti illiberali e autoritari della sua politica e del suo discorso pubblico, già a proposito dei migranti. Una questione che, da sindaco, continua a toccarmi molto da vicino. E su certe faccende servono poche parole: quelle che vanno al nocciolo.

Ora, per me e sul piano politico, il nocciolo è che portarsi la Lega al governo della Sardegna è un errore madornale, storico, imperdonabile. Non c’è nessun fine che giustifichi una scelta del genere: nemmeno, intendo, la buona amministrazione dell’isola (ancora tutta da vedere). La macchia resta. E non sono disposto a starmene qui, nella “zona grigia”, sperando che le cose siano meno gravi di quel che appaiono. Perché portarsi in Regione la Lega è come portarsi in casa un piromane: il suo mestiere è appiccare incendi. L’unico dubbio riguarda il quando e il quanto l’incendio sarà esteso.

D’ora innanzi, in segno di dissenso personale e istituzionale, porterò la fascia tricolore rivoltata, in ogni occasione in cui ne sia richiesto l’uso. E la manterrò così fino a quando l’aria cambierà e chi governa a Cagliari e a Roma tornerà a porre al primo posto l’eguaglianza tra gli individui, la soluzione pacifica delle controversie, il rispetto reciproco tra popoli e tra parti politiche. In altre parole, quando torneranno ad avere il giusto valore e la giusta considerazione i principi nel cui nome sindaci, assessori, presidenti, consiglieri, ministri, parlamentari svolgono le loro funzioni.

La protesta di Onnis verso il segno politico dell’attuale giunta regionale però non fa discutere solo nel campo dei leghisti e degli antileghisti isolani, bensì anche nello stesso campo indipendentista e in particolare nell’ambito della Corona Delogu – la rete degli amministratori indipendentisti – di cui Onnis è vicepresidente.

A rispondergli è il presidente della Corona De Logu Davide Corriga con un post di pochi minuti fa. Corriga è sindaco di Bauladu al suo secondo mandato e con educazione e rispetto dichiara di non essere d’accordo con Onnis. Anche in questo caso riportiamo integralmente il suo post:

Non sono d’accordo con Maurizio. Indossare la fascia tricolore – ad eccezione dei matrimoni civili – non risulta mai obbligatorio, pertanto il problema non si pone.

Aggiungo che, da indipendentista, considero un errore fare un discorso di colore del governo di turno. Se l’Italia fosse lo Stato più democratico e inclusivo del mondo, la mia posizione sul tema non cambierebbe.

Personalmente ritengo che utilizzare il tricolore “al contrario” sia un’azione politicamente sbagliata. La trovo una provocazione gratuita nei confronti di quanti in quel simbolo si riconoscono. La mia idea di dialettica politica pone alla base il rispetto delle altrui appartenenze.

Insomma non è il colore politico il problema, ma la subalternità stessa della Sardegna allo stato italiano.

Il dibattito è aperto e si fa davvero interessante! Pesa Sardigna è disponibile ad ospitare ogni serio ed articolato intervento sul tema.

Lo stato reprime. I pastori chiamano alla mobilitazione!

Dopo le elezioni la repressione! Sembra il titolo di un film ma invece è la cruda realtà. Avvisi orali, ritiro delle licenze di porto d’armi, obbligo di dimora e – a quanto fanno trapelare i giornali in maniera sibillina – c’è da aspettarsi anche di peggio nei prossimi tempi. La macchina della repressione coloniale scalda i suoi motori insieme a quella del fango dell’informazione. Di ieri l’articolo ANSA che definiva i 14 pastori raggiunti dal provvedimento di obbligo di dimora “malviventi” (articolo ANSA).

Ma la realtà dei pastori sardi non è sprovveduta e mantiene alta la guardia. Appena due ore fa si legge il seguente comunicato sul gruppo fb del Movimento Pastori Sardi:

In questi giorni si sta procedendo alla notifica di atti giudiziari da parte della Procura della Repubblica nei confronti di manifestanti rei di aver manifestato il proprio disagio sociale nei confronti di una politica assente, di una burocrazia al limite della legalità e di un sistema produttivo che grazie alla sua forza di posizione, schiaccia i pastori imponendo prezzi stracciati sia per il valore del latte che per il valore degli agnelli.

Nel mese di febbraio i pastori, stanchi di questa insostenibile situazione, in maniera assolutamente spontanea, hanno iniziato a ribellarsi buttando il frutto del loro duro lavoro per terra al grido “meglio ai porci che agli industriali”. L’iniziativa si è allargata a macchia d’olio in tutto il territorio sardo, scavalcando il mare e trovando anche fra i pastori toscani, laziali e siciliani piena solidarietà, versando a loro volta il latte per strada. Innumerevoli i fenomeni di simpatia e solidarietà manifestata anche con uno sciopero generale delle scuole, manifestazioni di piazza e con la chiusura da parte delle attività commerciali e artigianali.

Tantissimi gesti simbolici importanti come le lenzuola bianche sui balconi delle case, per non parlare anche del ruolo mediatico che la protesta ha avuto: non c’è testata giornalistica o televisiva che non abbia dedicato ampio spazio alla vertenza.

In tutta questa situazione la politica ha cavalcato la questione non in maniera scientifica cercando soluzioni al problema ma solo all’interno di una “visione elettorale”.

Oggi, quella politica attraverso la magistratura sta presentando il conto contro persone che la loro unica colpa è quella di essere pastori e di essere, grazie ai loro sacrifici, gli artefici dell’unico segmento industriale che in Sardegna funzione, l’industria Agro-alimentare, per non parlare della vitalità che diamo ai nostri paesi attraverso il nostro ruolo economico, sociale e ambientale .

Oggi i destinatari di quelle notifiche giudiziarie non dovevano essere i pastori ma tutti quelli che in cambio di qualche voto elettorale o di qualche notizia sensazionale hanno determinato ciò.

Da sempre abbiamo pagato ogni presa di coscienza del nostro ruolo sociale e, finché non troveremmo piena sazietà di giustizia sociale ed economica noi saremo sempre pronti a ricominciare. Per questo tutti i comitati del MPS sono mobilitati alla convocazione delle assemblee per lanciare una nuova grande mobilitazione che ricorderà le giuste responsabilità alla politica regionale e nazionale.

Ai Pastori destinatari delle denunce porgiamo la nostra piena e incondizionata solidarietà.

Nel frattempo diversi dirigenti del Movimento Pastori stanno chiamando una nuova assemblea generale a Tramatza sabato 18 maggio alle ore 10:30 per fare il punto della situazione e per organizzare la solidarietà anche insieme agli avvocati che si sono resi disponibili.

Libertade: gli angeli di chi lotta per liberare la Sardegna

Intervista a Gian Piero Cocco, Uno dei portavoce di Libertade

1. Che cos’è Libertade e quali sono le sue finalità?
– L’Associazione persegue finalità di solidarietà sociale a sostegno
di tutte quelle persone che svolgano attività in Sardegna in favore 
dell’autodeterminazione dei popoli ed individuale e che si battono per i
diritti civili, ambientali, culturali, sindacali e di tutti i 
lavoratori, qualora le stesse siano destinatarie di provvedimenti 
dell’Autorità giudiziaria e/o di polizia.
Tra i suoi scopi statutari ritengo sia fondamentale quello di
contrastare ogni tentativo mediatico di criminalizzare le lotte e i
movimenti in Sardegna, attraverso una corretta informazione in contrasto
a quella proposta dagli organismi repressivi e attraverso la
sensibilizzazione della tematica della repressione dell’attività
politica. Non meno importante inoltre è l’obiettivo di facilitare
l’assistenza legale alle persone impegnate nelle predette lotte
politiche e sociali.
2. Perché una associazione che si batte contro la repressione in Sardegna?
– In Sardegna abbiamo sempre assistito a fenomeni repressivi come ad
esempio oggi i Pastori, colpiti da provvedimenti repressivi per via
delle loro lotta per il prezzo del latte, ma anche il processo Arcadia
che ha visto protagonisti gli indipendentisti attivi politicamente o
ancora coloro i quali si battono contro le basi e i poligoni militari.
Questi fenomeni fanno si che i sardi abbandonino le legittime lotte e si
allontanino dalla politica attiva e Libertade appunto ritiene necessario
sollevare l’attenzione e non lasciare i singoli soggetti soli
nell’affrontare i processi siano essi giudiziari che mediatici.
3. La vostra prima attività è stata in favore dei pastori indagati in seguito ai blocchi stradali per le proteste contro il prezzo del latte. cosa rischiano?
– Ad oggi siamo a conoscenza di alcuni pastori colpiti dagli “Avvisi 
orali” provvedimenti prodromici all’applicazione della richiesta di
misura di sorveglianza, qualora dovessero trasgredire le prescrizioni
imposte dall’Autorità; inoltre siamo a conoscenza di decine di indagati 
per le manifestazioni come quella in prossimità del bivio di Lula a cui
hanno partecipato migliaia di persone tra cui semplici cittadini e
rappresentati delle istituzioni.
4. E’ notizia di pochi giorni fa che a decine di pastori sono state ritirate le licenze di detenzione di armi perché consisterebbe il pericolo di un “uso malavitoso”. Si vuole criminalizzare la protesta?
– Rendiamoci conto che i provvedimenti di cui prima parlavo sono stati 

emessi a seguito delle elezioni Regionali, probabilmente si vuole
evitare che le manifestazioni continuino, ognuno poi tragga le proprie
considerazioni.

5. Quali sono le prossime azioni che vuole mettere in campo l’associazione?
– L’associazione interviene dinanzi ai fenomeni oppressivi in qualunque
forma essi si manifestino; ad oggi diverse sono le emergenze, tra cui il
processo Arcadia ancora in corso e di cui i media si sono dimenticati e
la vertenza dei Pastori.Ogni qualvolta ci saranno delle azioni oppressive, vi sarà una corrispondente azione in solidarietà da parte dell’Associazione.
Detto ciò, invitiamo tutti a partecipare all’Evento da noi organizzato (22 maggio n.d.R.), presso il locale su Tzirculu a Cagliari, Via Molise, ore 18:00 e ss.,interverranno diversi protagonisti dell’oppressione in Sardegna e a
seguire un concerto con diversi cantanti (Andrea Andrilo, Golaseca,
Enrico Putzolu, Andrea Deiana Porcu, Miriam Costeri)

Altro che “festa della Repubblica”: il 2 giugno A Fora is basis!

Riceviamo, condividiamo e rilanciamo la chiamata dell’annuale manifestazione contro  l’occupazione militare di A Foras:

A FORAS FEST 2019 // LA GUERRA NEL GOLFO

Il 2 giugno 2019 A Foras torna in piazza a Cagliari per manifestare contro l’occupazione militare della Sardegna. Il 2 giugno è la festa della Repubblica Italiana che da ormai 70 anni occupa abusivamente ampie porzioni di territorio dell’isola, per devastarlo con il proprio esercito, prestarlo ed affittarlo agli eserciti di mezzo mondo e imprese multinazionali che testano le proprie armi per venderle ai migliori offerenti.

Quest’anno il 2 giugno di A Foras sarà dedicato al Mare, all’acqua che bagna la nostra isola e l’attraversa nei fiumi, nei litorali e nelle insenature che disegnano il profilo della nostra terra.

Le coste, i golfi sono il teatro di questa guerra e il luogo di insediamento dei tre poligoni più grandi d’Europa (Capo Frasca, PISQ, Teulada). I porti sono il luogo di attracco e partenza di una miriade di navi militari che si preparano alle esercitazioni o sbarcano i mezzi pesanti che attraversano città e paesi per arrivare ai poligoni di tiro. Centinaia le navi che hanno occupato e occuperanno il porto di Cagliari, Sant’Antioco e Olbia per “Mare Aperto” (Ottobre 2018) e la prossima “Joint Stars” (Maggio 2019); molte di meno invece le navi che prenderanno il largo per trasportare sardi e sarde di ritorno da lavoro o studio, o per viaggiare per il Mediterraneo. Un ossimoro specchio dei tempi nel quale la Sardegna si trova completamente asservita al giogo di Ministero della difesa e della Nato, completamente compromessa nei servizi basilari e nella mobilità dei suoi figli.

La guerra nel golfo non è portata avanti solo dalle azioni militari perpetrate sulla nostra terra. E’ un ragionamento economico pianificato da UE e Italia con i suoi alleati Arabia Saudita e Qatar. I progetti di metanizzazione che vedono la Sardegna come un grande HUB di metano al centro del Mediterraneo, partono dai rigassificatori di Giorgino a Cagliari passando con un tracciato che tocca tutte le coste dal Sulcis passando per Santa Giusta, arrivando poi a Porto Torres per poi virare verso Olbia. L’ennesima servitù, fatta di espropri, inquinamento e militarizzazione di punti strategici che si va a intersecare con i rapporti militari con l’alleato Qatariota che vedrà ospitare i suoi marinai nella Caserma Bastianini de La Maddalena, nella scuola sotto-ufficiali della marina. Il Qatar che investe e trova strada spianata anche in altri settori della società sarda come la sanità; la Qatar Fundation, infatti, ha aperto lo scorso 12 dicembre un ospedale privato, il Mater Olbia, che piano piano andrà a sostituire la sanità pubblica ampiamente razionalizzata e mozzata dalle azioni statali e regionali.

La GUERRA NEL GOLFO DEVE FINIRE non vogliamo più carichi di bombe da Porto Canale o dal Porto di Olbia, non vogliamo più esercitazioni sul fiume Temo a Bosa, stop all’attracco di navi militari nei porti cittadini, basta al passaggio di mezzi militari e carri armati nelle città e nei paesi della Sardegna.

Chiediamo al comune di Cagliari, di Sant’Antioco, di Bosa, di Olbia, di Siniscola e alle autorità portuali di prendere posizione ufficialmente contro il passaggio dei mezzi, l’attracco e l’utilizzo da parte dei militari di ampie fette di mare e fiumi per le loro esercitazioni. Non ci facciamo ammaliare dagli accordi truffa firmati da Regione e militari che restituiscono mezza spiaggia al demanio pubblico, nel mentre che gli spazi di addestramento aumentano, senza la possibilità che le istituzioni e i cittadini possano metterci bocca. Da Pula a Muravera, passando per Capo Comino e Prato Sardo dobbiamo impedire che altre porzioni di territorio siano sacrificate alle esercitazioni militari.

PER IL NOSTRO MARE, PER LA RESTITUZIONE DEGLI SPECCHI D’ACQUA AI PESCATORI, PER NON ESSERE SERVI DELLA GEOPOLITICA NATO E ITALIANA, PER UN’ECONOMIA BASATA SUI NOSTRI BISOGNI E NON SUL METANO QATARIOTA O UNA SANITA’ SVENDUTA AL MIGLIOR OFFERENTE, A FORAS E OGGI IN PIAZZA PER RIBADIRE CHE:

• STOP alle ESERCITAZIONI militari, DISMISSIONE di TUTTI i POLIGONI; avvio di BONIFICHE integrali;
• RISARCIMENTI per tutti i danni (demografici, economici alla salute e all’ambiente) subiti in 60 anni di occupazione militare, e utilizzo degli stessi per l’avvio di ALTERNATIVE ECONOMICHE etiche, sostenibili e legate alle risorse dei territori;
• RICONVERSIONE a uso civile di tutti siti militari, dalle CASERME dei POLIGONI a quella di Pratosardo, e della fabbrica di bombe RWM di Domusnovas;
• STOP ai nuovi progetti sui poligoni DUAL USE (civile-militare);
• STOP ai progetti di ampliamento e ammodernamento dei poligoni, come il Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre (SIAT)
• Revoca degli accordi dell’Università di Cagliari con il comando militare della Sardegna e con le università israeliane complici del massacro del popolo palestinese. Revoca della convenzione tra Università di Sassari ed Esercito Italiano. Fine di ogni rapporto degli atenei sardi con aziende coinvolte con lo sviluppo bellico. Avvio di ricerche e corsi di studio su bonifiche e riconversioni di siti militari;
• Annullamento dell’accordo tra Regione Sardegna e Ministero della Difesa sulle servitù militari;
• Cessazione di ogni tipo di collaborazione sia civile che militare tra la Regione Sardegna e governi (come quelli di Arabia Saudita, Turchia, Qatar, USA e Israele) che promuovono guerre di aggressione negli stati senza pace.

No INVALSI e Regionalizzazione dei ricchi. La scuola sarda in sciopero.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato dei COBAS Scuola che oggi e domani sono impegnati in uno sciopero contro le prove INVALSI e contro la Regionalizzazione dei ricchi:

I COBAS Scuola SARDEGNA

lunedì 6 maggio 2019
martedì 7 maggio 2019

indicono due giorni di
SCIOPERO della Scuola
in SARDEGNA dell’intera giornata per tutto il personale Docente e ATA di ogni ordine e grado degli Istituti Scolastici Statali della Sardegna.

lunedì 6 maggio 2019
a CAGLIARI dalle ore 10.00
MANIFESTAZIONE
in p.zza Galileo Galilei
(fronte USR Sardegna)

NO ai Quiz INVAlSI per valutare studenti, docenti e scuole e NO alla standardizzazione della didattica che modifica negativamente le modalità di insegnamento e ne annulla la libertà;

CONTRO le ipotesi di REGIONALIZZAZIONE antisolidaristica della Istruzione Pubblica che dividerà ulteriormente i territori “ricchi” dalle aree più disagiate e povere;

PER un contratto che preveda veri aumenti ed almeno un pieno recupero salariale di quanto perso negli ultimi anni da Docenti e Ata;

PER l’utilizzo dei fondi del “BONUS” docenti e del “FIS” nel salario base di Docenti e ATA;

PER l’abrogazione del residuo obbligo diAlternanza scuola-lavoro, che sottrae ore alle attività didattiche e PER la libera ed eventuale programmazione da parte dei singoli Istituti;

NO al nuovo Esame di Stato;

PER il rientro in Sardegna dei “dispersi” in tutta Italia dall’algoritmo MIUR;

AFFINCHÉ le diplomate/i magistrali rimangano nelle GaE con il punteggio acquisito, e chi già in ruolo mantenga il posto ePER la riapertura delle GaE per tutti gli ordini di scuola per chi ha l’abilitazione e PER l’immissione in ruolo di tutti/e i precari/e con 3 anni di servizio;

PER il potenziamento degli organici ATA, l’immissione in ruolo su tutti i posti vacanti ed il ripristino delle sostituzioni con supplenze temporanee;

NO al taglio degli Organici di Docenti ed Ata delle scuole della Sardegna e PER una riduzione del numero di alunne/i per classe,

NO al continuo deferente (verso Governo e MIUR),dimensionamento (taglio di Istituti Scolastici) delle autonomie scolastiche deciso irresponsabilmente dalla Regione Sarda e PERCHE’ tutti i fondi RAS disponibili non vengano spesi in ridicoli, inutili e costosi progetti, privi di alcuna reale ricaduta didattica, e vengano, invece, assegnati alle scuole (magari per la lingua e cultura Sarda);

PER una vera democrazia sindacale e la libertà di assemblea in orario di servizio per tutti i lavoratori/trici e le loro organizzazioni negata da oltre vent’anni ai COBAS Scuola Sardegna che nelle scuole Sarde sono una delle Organizzazioni più rappresentative (come dimostra anche l’ultimo risultato alle ultime elezioni RSU 2018), ma ai quali è negato ogni diritto sindacale.

per i COBAS Scuola Sardegna
Nicola Giua

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