L’occupazione militare che distrugge la Sardegna

Adriano Sollai, l’avvocato di parte civile intervistato da A Foras

Pubblichiamo l’intervista fatta da A Foras ad Adriano Sollai, legale di parte civile al processo Quirra 

Cogliamo l’occasione per ricordarvi la data della manifestazione del 2 giugno: ore 10:00 piazza dei Centomila Cagliari. ecco l’evento

– Si parla di un processo che parte da una denuncia del 2011, la cui prima udienza, concluse le indagini preliminari nel 2013, si è svolta nel marzo 2015. Ci può dire in quale fase del processo ci troviamo? Ci può dire quante udienze si sono tenute sinora?

🔴 Il procedimento penale nei confronti dei comandanti del P.I.S.Q. di Perdasdefogu e di quelli del distaccamento di Capo San Lorenzo è stato intrapreso dall’allora Procuratore della Repubblica di Lanusei Domenico Fiordalisi nel 2011, anche in seguito alle denunce pubbliche delle diverse associazioni e comitati antimilitaristi nonché di alcuni cittadini che indicavano la possibile correlazione tra la presenza militare e le decine di persone ammalatesi e decedute nei pressi del Poligono.
A seguito della udienza preliminare che si è tenuta per circa due anni (dal 2012 al 2014 con decine di udienze e l’espletamento di una perizia) è stato disposto il rinvio a giudizio dei militari, imputati di omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri; in sostanza si contesta loro di aver cagionato un persistente e grave disastro ambientale esponendo i cittadini e gli animali da allevamento ad un pericolo chimico e radioattivo, per non aver interdetto l’area militare nonostante le intense e periodiche esercitazioni militari e per non aver collocato segnali di pericolo nelle aree ad alta intensità militare. Il periodo di riferimento va dal 2002 in poi.
Dal 2014 è iniziato il dibattimento davanti al Tribunale di Lanusei dove in tutti questi anni sono stati sentiti decine e decine di testimoni della accusa e delle parti civili (operatori della polizia giudiziaria che hanno svolto le indagini, veterinari, militari, cittadini comuni, parenti di alcune persone ammalatesi e poi decedute, consulenti tecnici).
La prossima udienza è fissata per il 12 giugno prevista per l’audizione del perito nominato dal Giudice della udienza preliminare per svolgere accertamenti circa il contestato disastro ambientale. Successivamente sarà la volta dei testimoni citati dalla difesa.

Ci può dire quante altre udienze sono programmate e entro quale data si arriverà ad una prima sentenza?

🔴 Allo stato è difficile stabilire i tempi in cui si potrà arrivare alla sentenza del Tribunale.

La difesa dei generali alla sbarra più che difendere nel merito i suoi assistiti, sembra aggrapparsi a qualunque cavillo e qualunque vizio di forma in modo di allungare i tempi della causa e giungere ad una possibile prescrizione. Cosa ci può dire nel merito?

🔴 Legittimamente la strategia difensiva si esplica anche attraverso eccezioni e questioni rituali tutte a garanzia del diritto di difesa che comprende anche la possibilità della prescrizione. Ad ogni modo l’eventuale estinzione del reato per intervenuta prescrizione non pregiudicherà l’accertamento dei fatti emersi durante il processo.

– Durante le udienze sono venuti alla luce dei racconti raccapriccianti circa la gestione del territorio sardo e degli “esseri umani” che sono venuti in contatto con l’industria bellica negli ultimi decenni. Ci può indicare un episodio o una pratica che l’ha particolarmente colpita in termini di rischio per la salute? E a tale proposito ci può sintetizzare con poche parole l’atteggiamento delle istituzioni che amministravano questi territori (istituzioni militari e istituzioni civili, s’intende), sia in termini di sottovalutazione del rischio e di mancata salvaguardia degli operatori?

🔴 La pratica dei cosiddetti brillamenti che consisteva nel far esplodere tonnellate di munizioni e bombe fuori uso che provenivano dagli arsenali di tutte le Regioni dell’Italia è quella che maggiormente ha esposto l’ambiente, gli esseri umani e gli animali a danni permanenti e devastanti attraverso la diffusione nel territorio circostante di metalli e altre sostanze nocive per la salute. Queste attività, secondo la tesi della accusa e delle parti civili, hanno provocato danni devastanti anche per gli stessi militari che operavano nel poligono; infatti, secondo diversi testimoni, la bonifica del terreno successivamente alle esplosioni avveniva a mani nude da parte dei militari incaricati, senza alcun tipo di protezione.
Le autorità militari per aver omesso le necessarie cautele sono sotto processo; le autorità civili, in particolare alcuni Comuni, ritengono che il proprio territorio e i cittadini siano stati lesi e per questo si sono costituiti parte civile.

Dalle indagini preliminari alla testimonianza dei vari teste durante le udienze emerge chiaramente una divisione tra chi accusa l’industria bellica e chi, pur non avendo nessun tornaconto evidente, difende a spada tratta la presenza dei militari. Questo succede sia quando sentiamo testimoniare gli allevatori (alcuni accusano, altri tacciono o minimizzano), sia quando sentiamo testimoniare i militari sentiti come testimoni. Allo stesso modo l’opinione pubblica e l’intera società sarda si divide tra chi pensa che l’industria bellica non debba più operare nella nostra terra e chi invece la difende, pur senza aver nessun apparente tornaconto. Cosa ci può dire in merito? Cosa ci insegna questa esperienza processuale? 

🔴Questo processo, al di là di quello che sarà il suo possibile esito, ha il merito di aver fatto conoscere all’opinione pubblica sarda alcune delle attività che si sono svolte e si svolgono all’interno dei poligoni militari. Certo sarà pur sempre una ricostruzione parziale, ma nessuno potrà più dire che nei poligoni militari della Sardegna si svolgono “giochi di guerra”, le esercitazioni sono anch’esse un momento di guerra vera e propria che lascia vittime sul terreno

Durante il processo emerge che sono presenti numerose aziende agricole e zootecniche del territorio che operano e producono all’interno dell’area del Pisq. Ci può dire se esiste qualche controllo sui prodotti di queste filiere o se i prodotti vengano immessi nel mercato assieme a tutti gli altri? In poche parole, il consumatore medio ha la possibilità di scegliere se comprare o non comprare i cibi prodotti all’interno del Pisq?

🔴 Confermo, all’interno delle aree militari insistono diversi allevamenti i cui prodotti vengono immessi nel mercato.

In questo processo abbiamo assistito ad un vero e proprio cortocircuito istituzionale in cui lo Stato, attraverso i suoi giudici, accusa lo Stato, i generali alla sbarra, che sono difesi dall’Avvocatura dello Stato. I più maligni hanno da subito pensato ad una assoluzione piena e completa perché mai e poi mai lo Stato Italiano avrebbe condannato se stesso. Lei da giurista cosa ci può dire in merito?

🔴 In effetti questo processo presenta una particolare fisionomia: Il Pubblico ministero, l’avvocatura dello Stato che difende gli imputati, il Giudice, seppur indipendenti nella loro funzione, sono tutti dipendenti dello Stato italiano, come pure i comandanti. Inoltre lo Stato Italiano è anche parte offesa. Sarebbe una partita tutta interna allo Stato se non ci fossero i cittadini costituitisi parte civile unitamente ai loro rappresentanti territoriali.

Come la Lega vuole fregare sud, Sicilia e Sardegna con flat tax e altre furbate

di Giovanni Pagano (spazio Zero81 di Napoli)

Flat Tax: 28 miliardi di euro, sarebbero gli effetti del risparmio in termini di tassazione per i cittadini del Nord, mentre per i meridionali il risparmio sarebbe appena di 7 miliardi di euro e 3 miliardi per le isole.
Un altro regalo che si aggiunge ai 60 miliardi l’anno di mancati trasferimenti da parte del fondo di solidarietà agli enti locali meridionali, che tra il 2012 e il 2016 sono finiti indebitamente nelle casse dei comuni del nord.
Pensate a cosa potrebbe succedere se le Regioni del nord riuscissero a portare a casa l’autonomia differenziata? Altri 60 miliardi di mancati trasferimenti nelle casse delle regioni meridionali.
Ricapitolando.
Nord:
+ 60 miliardi l’anno grazie al federalismo fiscale
+ 60 residuo fiscale (Regionalismo)
– 28 miliardi di tasse (flat tax)
+ 3 miliardi l’anno di capitale umano, grazie al trasferimento di forza lavoro giovane formatasi delle scuole e delle università del sud, che si trasferiscono al nord.

Salario medio doppio rispetto alle regioni del sud.
Tassi di disoccupazione 3 volte inferiori rispetto alle regioni meridionali.
Sanità, scuola, trasporti e infrastrutture di alta qualità.
Siete ancora convinti che vogliano la secessione? Secondo me hanno trovato la gallina dalle uova d’oro.
Quando l’Europa chiederà una manovra lacrime e sangue, per garantire il 3% del rapporto deficit-pil, sicuramente i “secessionisti” padani ci diranno che siamo tutti fratelli.
Quando incontro un napoletano che mi dice orgoglioso, che non è meridionalista…penso che poi l’exploit della Lega al sud non è la cosa più stupida che mi devo sorbire.

Contro la Lega rilanciamo il meridionalismo

Come è cambiato il voto alle ultime tre tornate elettorali. Si evince chiaramente che la Lega non stravince anche al sud solo perché tiene il M5S. La Lega è all’assalto dello stato.

Subito dopo le elezioni il collettivo Wu Ming ha scritto una riflessione Sui veri risultati italiani delle Europee 2019. Non facciamoci abbagliare da percentuali di percentuali dove si sostiene in sintesi che l’astensionismo ha inciso enormemente sul voto e che quindi non bisogna allarmarsi perché sul totale degli aventi diritto la Lega non è assolutamente maggioritaria:

Se proprio si vuole ragionare in termini di percentuali, ragionando sul 100% reale vediamo che la Lega ha il 19%, il PD il 12%, il M5S il 9,5%. Sono tutti largamente minoritari nel Paese.

L’idea che muove i WuMing è che «dentro l’astensione ci sono riserve di energia politica che, quando tornerà in circolazione, scompaginerà il quadro fittizio che alimenta la chiacchiera politica quotidiana, mostrando che questi rapporti di forza tra partiti sono interni a un mondo del tutto autoreferenziale». 

Rimandiamo comunque alla lettura integrale del loro contributo su linkato.

Riteniamo interessante, per il discorso anticolonialista del nostro blog, pubblicare una riflessione informale di un compagno napoletano dello spazio Zero81 che fa capo al progetto Il Sud Conta. In effetti il suo ragionamento smonta come “autoassolutorio” e “fuorviante” il ragionamento dei Wu Ming.

Vediamo perché..

di Giovanni Pagano (Spazio Zero81 – Napoli)

Questa volta devo dissentire con i Wu MIng, ho letto il loro articolo sulle elezioni e lo trovo non solo fuoriviante ma anche autoassolutorio.

1- La Lega se ne è sbattuta al cazzo dell’astensionismo, visto che i loro voti sono passati da 5 miloni a 9 milioni. La destra nel complesso ha guadagnato rispetto alle politiche 1 milione di voti. Quindi anche se dovessero partecipare i 9 milioni di votanti delle ultime elezioni politiche, che ieri sono stati a casa, il trand leghista non sarebbe in discussione… anzi forse crescerebbe.
2- Queste lotte, questo attivismo, onestamente stento a vederlo. Per me i movimenti sono tali quando cambiano lo stato di cose, quando incidono, non quando si chiudono in qualche bel recinto dorato a fare volontariato:
La Lega ha vinto a Riace, Lampedusa, Susa e Bussoleno. Quando cominciamo a parlare delle cose serie magari ci rendiamo conto che gridare al fascismo, cantare bella ciao ai comizi di Salvini non serve a togliere un solo voto alla Lega… anzi.
Anche la questione dei selfie e dei balconi, che ritengo giusta e puntuale, coglie le debolezze di Salvini, il suo nervosismo, un punto debole su cui giocare, ma non certo mette al centro un’alternativa. Resta sempre lui il centro della politica italiana, unico mattatore, quella è guerriglia ma siamo ben lontani dal centro del campo di battaglia.
Non piace ai grandi pensatori italiani e ai luminari di movimento, ma l’unico argine ai voti leghisti è stato il senso di vergogna tra i meridionali nel votare l’ex nemico padano. Non è un fatto politico, non è di sinistra, non è bello come altri esempi da cui ripartire ma è un fatto.
A mio avviso durerà poco se si continua su questa strada, se si continua a negare che esiste un problema. Un problema di interessi di classe, nel nord gli interessi del ceto medio e delle classi lavoratrici coincidono in questo momento con la linea politica della Lega: Flat tax, blocco della mobilità della forza lavoro e regionalismo differenziato. quest’ultimo darebbe la possibilità ai capitali del nord e al ceto medio di rispettare i vincoli posti dall’unione europea ma allo stesso tempo aumentare la spesa nelle regioni del nord. Tutto questo come al solito a spese dei meridionali.
Davvero mi fa rabbia sentire gente che ancora storce il naso quando si parla di meridionalismo….davvero vorrei capire dove vivono.
Sarebbbe il caso di fare un bel tour nelle periferie napoletane, dove il M5s prende ancora il 50%, capire le ragioni di questo voto e puntare su quei temi per contrastare l’avanzata delle destre. Probabilmente il reddito e l’identità contrapposta ai razzisti del nord ha giocato un ruolo, in quartieri dove classicamente forza italia faceva il pienone.
Sarebbe il caso di interrogarsi senza autoassolversi, nascondendosi dietro ad un’anomalia che non esiste più, se non nella rincorsa di ogni poltrona che si libera dalle parti di San Giacomo.

La Confindustria scopre l’acqua calda

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di Antonio Muscas

Alla fine Confindustria sarda si è resa conto che la dorsale del metano è a carico dei sardi. Ha scoperto il segreto di pulcinella.

E dire che ci sono associazioni e comitati che lo denunciano da sempre, persino io l’ho scritto e ripetuto diverse volte (https://www.manifestosardo.org/metano-combustibile-di-transizione/). D’altronde così prevedeva l’accordo firmato da Pigliaru e Renzi. Gli unici a non essersene accorti erano quelli di Confindustra, probabilmente distratti, ammaliati dall’idea di posare nelle nostre terre con le loro ruspe i luccicanti tubi del gas nuovi fiammanti.

Ora è addirittura salito il prezzo del progetto: eravamo partiti da meno di un miliardo e mezzo e siamo già arrivati sopra i due miliardi di euro.

Ma perché Confindustria è così allarmata? È veramente interessata delle conseguenze economiche sulle famiglie sarde?

Probabilmente le ragioni sono ben diverse da quanto vogliono farci credere e risiedono nella vera natura del progetto. Il metanodotto non è un progetto per i sardi, e anche questo non è un segreto, perché fu lo stesso Massimo Deiana, Presidente dell’AdSP del Mare di Sardegna, a specificare l’intenzione di dare, con l’approvazione alla realizzazione dei depositi costieri, a cui la dorsale è funzionale, “ufficialmente il via ad una nuova politica energetica e ambientale dei porti della Sardegna, che si candidano come hub mediterraneo per il bunkeraggio ecosostenibile”. E, a conti fatti, se il costo della dorsale si dovesse scaricare sugli utenti sardi, le imprese esecutrici dovrebbero anticipare gli investimenti e sperare poi in un alquanto improbabile recupero delle spese.

E le pesanti dichiarazioni di Confindustria, arrivata addirittura a gridare al “complotto contro i sardi”, sono la più importante prova della fregatura che si nasconde per noi dietro questo progetto.

Se Confindustria è certa di non poter recuperare i soldi dalle bollette degli utenti, significa semplicemente che le promesse di grandi risparmi, addirittura fino al 30%!, sono solo una trovata per indorarci la pillola, per la semplice ragione che saranno in pochissimi ad allacciarsi alla rete del gas metano, sempre che il gas metano arrivi fino alle nostre case. E se saremo noi a doverci far carico delle spese di realizzazione della dorsale, anche i soci di Confindustria, se e quando si dovessero allacciare alla rete, dovrebbero sborsare una quota generosa di compensazione.

Perciò Confindustria non è preoccupata per il nostro portafogli, è preoccupata per il suo: non vuole anticipare capitali che è quasi certa non torneranno indietro e pretende allora la garanzia di soldi pubblici per realizzare l’opera. Che poi sia dannosa e inutile poco importa.

Se altrimenti fosse quest’affare come continuano a dichiarare, quali dubbi li dovrebbero perseguitare?

Il metano non è per noi sardi, al più ce ne spetterebbe una parte minima, ma dubito che qualcuno voglia farsi carico dei costi di stravolgimento del nostro assetto energetico. Il metano è una fonte combustibile fossile altamente inquinante, estremamente dannosa per l’ambiente e la salute; il suo effetto climatico è più importante nel breve termine dell’anidride carbonica: una tonnellata di metano è 80 volte superiore a quello di una tonnellata di anidride carbonica nei primi 20 anni dopo l’emissione e 28 volte su un periodo di 100 anni. Il suo prezzo è competitivo solo grazie all’assenza di accise; ma per noi sardi, a causa degli ingenti costi di infrastrutturazione (immaginate cosa può significare trasformare il sistema energetico attuale), rappresenterebbe solo un problema, uno sperpero di denaro, un freno verso la reale transizione per trovarci in una ulteriore condizione di monopolio. E l’interesse verso questo combustibile “di transizione” è per ora tutto legato ai soldi per la realizzazione della dorsale.

A dimostrare l’impatto e la pericolosità del metano sono autorevoli studi scientifici disponibili in rete e scaricabili gratuitamente (si vedano ad esempiohttps://www.edf.org/climate/methane-research-series-16-studies https://www.transportenvironment.org/publications/natural-gas-powered-vehicles-and-ships-). Nel 2010 il GNL ha rappresentato il 20% delle emissioni globali di gas serra (550 Milioni di tonnellate) legate in particolare alla sua estrazione.

Oramai tutto il mondo lo sa. Eccetto in Sardegna, dove rappresentanti sindacali di CGIL, CISL e UIL, politici di centrodestra e centrosinistra, addirittura qualche organizzazione ambientalista e Confindustria continuano a chiamarlo combustibile di transizione.

Chissà quindi se prima di commettere danni questi di Confindustria faranno in tempo ad accorgersi che il metano inquina anche più degli altri combustibili fossili e che l’opera è un disastro a prescindere.

Ma questo forse è pretendere troppo

https://www.videolina.it/articolo/tg/2019/05/27/metano_allarme_di_confindustria_complotto_contro_i_sardi-78-885430.html?fbclid=IwAR2YcGnO2df1Pqu6oAQ6ebTe5IJie7wd4B0TQEWPjmyNAW8aHrkJIXOSJ-4

Perché la destra ha vinto alle europee

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di Marco Santopadre

Il voto di ieri ha sentenziato che in Italia la destra radicale e l’estrema destra – Lega, Fratelli d’Italia e appendici varie – rappresentano complessivamente il 40% di chi ha scelto di andare alle urne.
Per leggere i risultati elettorali italiani – e in generale europei – bisogna partire dal dato incontrovertibile dell’astensione. I risultati delle urne di ieri non rappresentano del tutto la mappa politica del paese, mappa che comunque cambia vorticosamente di continuo. Se si fosse votato per le elezioni politiche il risultato sarebbe stato parzialmente diverso.
Ma non necessariamente migliore. Non è affatto detto, infatti, che tra chi non ha votato non sia maggioritaria la vandea reazionaria. È vero che ci sono milioni di elettori ex comunisti o di sinistra che non votano più – a maggior ragione per l’elezione di un organismo senza poteri effettivi come il Parlamento Europeo, foglia di fico di un’istituzione oligarchica e tecnocratica sganciata dal consenso e dalla legittimazione democratica – ma è anche vero che il 40% e passa di astenuti racchiude una larga parte di elettorato la cui rabbia nei confronti del “sistema” prende la via della vendetta reazionaria, insolidale, razzista e fascistoide. Che se pure non si esprime nelle urne si manifesta ogni giorno nei quartieri, nei mercati, nei posti di lavoro, nei luoghi di studio.
Quindi se anche le percentuali uscite dalle urne ieri vanno considerate relative, esse rappresentano un inquietante segnale di allarme che nessuno dovrebbe sottovalutare. Perché se è vero che il 41% del PD renziano alle scorse europee si è dissolto ben presto come neve al sole, è pure vero che si è dissolto a destra e inghiottito dall’ambiguo e inconcludente populismo del M5S e non è stato certo attirato da opzioni progressiste.
Se uno scenario per i prossimi anni è prefigurabile, è quello di uno slittamento ancora più consistente dell’opinione pubblica su posizioni ancora più reazionarie.
In mancanza di una credibile alternativa di sinistra popolare e di classe la rabbia sociale che oggi sceglie la destra radicale non potrà che confermare e accentuare la propria scelta. Se il M5S continuerà a implodere e la Lega entrerà in contraddizione con le sue facili promesse – scenario prevedibile – difficilmente i delusi e gli scontenti cambieranno campo, più probabilmente sceglieranno un’alternativa ancora più radicale all’interno di quello stesso. Non è un caso che Giorgia Meloni già si stia fregando le mani.
Alle porte, credo, non c’è il pericolo del fascismo, almeno non del fascismo come sistema totalitario.
Alle porte c’è un sistema costituzionalmente autoritario, che difende i privilegi di una borghesia e di un’oligarchia – italiane ed europee – sempre più feroci e fameliche, non più attraverso la redistribuzione e la mediazione ma per mezzo della imposizione pura e semplice, la repressione del dissenso sociale e politico, la chiusura di ogni spazio di rappresentanza istituzionale, lo svuotamento della democrazia rappresentativa, l’uso indiscriminato degli apparati di polizia, la diffusione di una ideologia reazionaria attraverso tutti i canali a disposizione, l’agitazione di un presunto nemico esterno ed interno capace di far serrare i ranghi a una popolazione martoriata sul piano dei diritti e delle condizioni materiali.
Un sistema guidato indifferentemente dalle destre radicali o da quelle destre liberali e liberiste che in molti, dentro il ceto politico della fu sinistra e il suo elettorato residuo, continuano a scambiare per l’unica diga possibile, per quanto imperfetta e criticabile, alla vandea reazionaria.

Detto questo, i risultati delle varie sinistre – non solo in Italia ma in tutta Europea – dovrebbero dirci una cosa. Che una lotta contro il fascismo che si basi esclusivamente su un’alternativa valoriale non ha alcuna speranza di frenare l’onda nera (che comunque, a livello continentale, è assai più contenuta di quanto ci si aspettasse).
Il mondo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale è definitivamente scomparso. Quelle ideologie e quei (dis)valori che la vittoria contro il nazismo e il fascismo – con il contributo preponderante dell’Unione Sovietica e lo sviluppo in Europa delle democrazie popolari e dei partiti comunisti di massa – aveva messo all’angolo, reso socialmente inaccettabili e costretto a viaggiare sottotraccia o a resistere in una insignificante nicchia, sono stati definitivamente sdoganati.
Sdoganati a livello culturale e ideologico dalle ex sinistre divenute classe dirigente dell’Unione Europea, indicati e diffusi come alternativa a decine di milioni di proletari e appartenenti alle ex classi medie schiantati da anni di politiche liberiste e massacro sociale.
L’antifascismo etico, valoriale – “il fascismo è sbagliato, il fascismo è ingiusto” – non hanno alcun effetto tra coloro che vedono da anni la loro condizione peggiorare (per non parlare di quella delle giovani generazioni!) a causa delle scelte dei “regimi democratici” e pretendono una risposta materiale, concreta, qui ed ora. Una domanda alla quale la destra radicale nei momenti storici di crisi sembra in grado di dare una risposta, sia in termini ideologici sia concreti (anche se in maniera effimera).

Solo la costruzione di un’alternativa concreta nella società, capace di offrire una risposta concreta e immediata all’insicurezza delle classi popolari, oltre che di proporre una visione del mondo completamente opposta a quella oggi dominante, potrà tentare di invertire la tendenza. Che il fascismo o il nazionalismo di stato non rappresenti la soluzione non va dimostrato solo o soprattutto sul piano etico, ma innanzi tutto sul piano pratico, esperenziale.
Chi oggi si batte il petto accusando il gruppo dirigente delle sinistre di aver causato il disastro ne ha tutte le ragioni, ma non basta più.
Dovrebbe comunque cominciare con l’ammettere la propria parte di responsabilità.
La più grande delle quali è continuare a pensare che unendo i cocci, i vari rimasugli di una storia ormai conclusa, si possa costruire una “gloriosa macchina da guerra”. Unendo i cocci al massimo di ottiene un vaso che al prima scossone va di nuovo in pezzi. Sommando il niente al niente non si può che ottenere il nulla.
Non si può pretendere che nelle elezioni, nelle istituzioni si possa manifestare un qualcosa che nella società non esiste più, o di nuovo, in forma cosciente e organizzata, capace di costruire contropotere e solidarietà qui ed ora, e di indicare la via dell’alternativa di sistema.
Nessuno slogan azzeccato, nessuna alchimia elettorale unitaria, nessuna operazione mediatica potranno rimediare all’assenza nella società, tra gli uomini e le donne, di quell’altro mondo possibile per il quale in tanti continuiamo a batterci.

Isciòperu mundiale pro su clima, parla un attivista

Venerdì 24 maggio 2019, durante su 2u ISCIÒPERU MUNDIALE PRO SU CLIMA organizzato degli studenti di Sassari aderenti a “Fridays For Future”, abbiamo intervistato William Calledda di Porto Torres uno degli studenti delle superiori tra i più attivi del Movimento. Ringraziamo il giovane militante che, con chiarezza e determinazione, ha risposto alle domande come potrete ascoltare nel video.

“Abbiamo certamente bisogno di speranza. Ma l’unica cosa di cui abbiamo bisogno più della speranza è l’azione. Una volta che iniziamo ad agire, la speranza si diffonde. Quindi, invece di cercare la speranza, cerchiamo l’azione. Allora e solo allora, la speranza arriverà.” Greta Thunberg. #FFF

 

Il gioco sporco dei pro-inceneritori

Di Antonio Muscas

Il Sole 24 ore, organo di Confindustria, prosegue la sua battaglia pro inceneritori. Attraverso la penna di Jacopo Giliberto a finire sotto accusa sono stavolta gli “indignati”, ovvero comitati, associazioni ambientaliste e singoli “che con il ‘no inceneritore’”a suo dire “riempiono le discariche e aiutano la malavita degli incendi.” Un’accusa pesante la sua, non c’è che dire, e non si capisce bene se il torto dei ‘no inceneritore’ sia dovuto più a ignoranza, a connivenza malavitosa o a entrambe. Nell’articolo a sua firma, pubblicato il 21 maggio 2019, ci sono due passaggi meritevoli di attenzione. Nel primo, in cui è contenuta la frase incriminata, afferma quanto segue:

“Inseriti i dati nei criteri della scienza econometrica il risultato è che per sbloccare il riciclo a Palermo, Napoli, Roma e in altre città nemiche dell’ambiente servirebbero inceneritori per 6,3 milioni di tonnellate di spazzatura l’anno. Cioè una quantità impiantistica ben diversa dal fabbisogno impiantistico di 1,8 milioni di tonnellate stimato da un decreto del 2016, quell’articolo 35 del decreto Sblocca Italia il quale disturba quegli indignati che con il “no inceneritore” riempiono le discariche e aiutano la malavita degli incendi.”

Le sue argomentazioni oltre ad essere fuorvianti sono intellettualmente disoneste, e i suoi ragionamenti hanno il grave limite di essere parziali e condotti utilizzando parametri di convenienza.

Se la politica non promuove e impone con provvedimenti adeguati politiche virtuose e subisce le pressioni di una classe imprenditoriale intenta a proseguire a puro scopo speculativo con pratiche obsolete, dannose e antieconomiche, non si possono accusare le vittime del sistema di esserne responsabili. Le discariche sono la conseguenza dell’assenza colpevole della politica. È tutto il sistema dei gestione dei rifiuti a dover essere messo in discussione e non esclusivamente la parte finale. Invece l’attenzione è concentrata sul mucchio senza considerare cosa lo genera. Il dibattito in questo modo inevitabilmente si restringe al finto dilemma discariche-inceneritori.

Ma anche così, andando più a fondo nella questione sollevata da Giliberto, se si mettono a confronto discariche gestite male con inceneritori gestiti bene, potrebbe anche valere la teoria del “piuttosto che la malavita è meglio incenerire”. Malauguratamente però, checché ne dica Giliberto, anche dietro gli inceneritori c’è il malaffare e lo dimostrano le numerose inchieste giudiziarie a riguardo: vedasi ad esempio il sequestro avvenuto ai primi del 2019 del cantiere per la costruzione del nuovo inceneritore di Tossilo disposto dalla procura (LINK).

Gli indignati del ‘no inceneritore’, dovrebbe sapere Giliberto, si oppongono sia alle discariche sia agli inceneritori perché, dati alla mano, entrambe le pratiche sono dannose e antieconomiche e soggette a infiltrazioni malavitose. Nel suo articolo di promozione a tutto tondo dell’incenerimento, o termovalorizzazione come gli piace chiamarla, omette di dire quali siano i costi economici di realizzazione e gestione degli inceneritori, i costi economici, sanitari e ambientali delle sostanze altamente inquinanti contenute nei fumi e nelle ceneri. Da quanto traspare dalle sue righe le ceneri e le emissioni sembrerebbero inesistenti, cosicché tutto quanto viene bruciato evapora o diventa utile sostanza riciclabile. Ebbene, per i 6,3 milioni di tonnellate di rifiuti da incenerire a cui fa riferimento, vengono prodotte non meno di 1,89 milioni di tonnellate di ceneri da stoccare in discariche speciali o miscelare nei cementi da costruzione e tra gli 8,82 e i 9,45 milioni di tonnellate di fumi caldi. Che poi gli inceneritori economicamente convengano dovrebbe venirlo a spiegare in Sardegna dove conferire in discarica costa circa 90 euro a tonnellata mentre all’inceneritore circa 190, ciò senza parlare dei buchi da decine di milioni di euro generati dalle gravi inefficienze di questi ultimi. E Cagliari è stata a lungo la città con la Tari più cara d’Italia nonostante conferisca i rifiuti all’inceneritore del Tecnocasic di cui è anche azionista. In Sardegna inoltre non si può scegliere dove conferire perché si incenerisce per legge: così dispose Oppi quando era assessore all’ambiente nella giunta Cappellacci, e Pigliaru durante il suo mandato non si è certo sognato di cambiare le disposizioni. Quindi in discarica va solo ciò che resta quando non

 

c’è più capienza o gli impianti sono fermi. Si potrebbe obiettare che quelli sardi son pessimi esempi da prendere a riferimento, e allora basta andare a vedere cosa ha già prodotto a livello di buco economico il mega inceneritore danese di Copenaghen prima ancora di aver acceso i forni (fonte).

Gli inceneritori, se gestiti bene, potrebbero anche convenire economicamente, ma per far ciò hanno necessità di andare a regime, essere condotti con estrema accuratezza, devono bruciare rifiuto secco ad alto valore energetico e continuare a godere di ricchi incentivi economici. I problemi si presentano quando anche una sola di queste condizioni viene a mancare e, solitamente, a parte l’ultima, una o più delle altre mancano sempre. Detto in altre parole: un inceneritore per avere un rendimento termico adeguato deve essere posto a valle di una buona raccolta differenziata affinché arrivi continuamente molta sostanza povera di umido e ricca soprattutto di plastiche; ma anche così, se non si raggiungono i quantitativi previsti a progetto, nonostante gli incentivi, la macchina si inceppa. Gli inceneritori nella realtà vengono alimentati con quello che arriva, solitamente rifiuto di pessima qualità, hanno rendimenti bassissimi prossimi allo zero e per garantire le adeguate temperature di combustione in caldaia devono essere addizionati combustibili fossili in generose quantità. Hanno costi di gestione molto elevati, crescenti esponenzialmente col livello di sofisticazione, tanto che diversi impianti in giro per il mondo sono stati chiusi in conseguenza degli esorbitanti costi dei sistemi di abbattimento dei fumi. Per dirla tutta, gli inceneritori rivestono notevole interesse in quanto, essendo equiparati agli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili, godono di sostanziosi incentivi economici (volendo, si potrebbero chiamare impianti diversamente fossili). Ma non promuovono il riciclo e il recupero perché devono necessariamente andare a regime avendo elasticità di funzionamento pressoché nulla. A titolo di esempio: un impianto dimensionato per 100.000 tonnellate/anno difficilmente può scendere sotto le 90.000 senza andare in perdita. In questo modo si vincola negativamente ogni prospettiva di incremento della differenziata.

Per dovere di verità Giliberto avrebbe dovuto confrontare i dati dei comuni virtuosi con gli inceneritori, anche quelli più efficienti, al netto degli incentivi però, per vedere chi ne esce fuori con le ossa rotte. E senza accusare i comuni virtuosi di ricorrere agli inceneritori, come ha fatto in articoli precedenti, come se fossero questi a poter decidere liberamente della destinazione ultima dei rifiuti residui e non invece le Regioni o le politiche statali.

Bene avrebbe fatto a sottolineare che, mentre l’Europa procede sempre più velocemente col suo piano per ridurre i rifiuti plastici, l’Italia sta a guardare e nessun impianto della filiera del riciclo è stato considerato “strategico” e “di preminente interesse nazionale” come invece sono stati dichiarati nel 2014 gli inceneritori con l’art. 35 dello Sblocca Italia, nessun piano efficace di riduzione dei rifiuti è stato messo in atto sino ad ora, nessuna regola è stata introdotta per imporre alle aziende di usare imballaggi davvero riciclabili. Altro che inceneritori “in secondo piano”!

Ma evidentemente l’interesse a promuovere gli inceneritori è molto grande, tanto che sono anni che Confindustria si scaglia contro comitati e Unione Europea (a proposito: la Corte Europea ha dato ragione ai comitati ricorrenti contro l’art. 35 dello sblocca Italia, a dispetto de Il Sole, Renzi e lega-5 stelle. Meno male che l’Europa c’è!, viene da dire).

Due note importanti:

1 – Nella raccolta differenziata la premialità è rivolta a chi fa più differenziata e non a chi produce meno rifiuti, perciò, paradossalmente, un comune che produce 100 kg di rifiuti pro capite all’anno con una differenziata al 50% viene penalizzato mentre un comune con 1000 kg anno pro capite e differenziata al 70% viene premiato. Eppure il primo produce appena 50 kg di residuo secco mentre il secondo 300 kg! Quale dei due, ragionevolmente, andrebbe premiato? La Regione Sardegna, a questo proposito, è una delle più contestate per il suo criterio totalmente indirizzato verso la differenziata fine a se stessa.

2 – I consorzi obbligatori per il recupero della materia utile come il Corepla sono in mano alle società produttrici di imballaggi che hanno tutto l’interesse a incenerirli e produrne di nuovi.

Questo, Giliberto si è dimenticato di scriverlo.

Nel secondo passaggio di interesse dell’articolo c’è una verità sulla quale c’è pieno accordo e nel quale si raccoglie tutta la sostanza attorno alla quale i comitati si battono contro discariche e inceneritori:

“L’autorità dell’energia e dei servizi a rete Arera, cui è stato assegnato anche il compito di regolazione del segmento dei rifiuti, lavorerà per ripensare il sistema attuale di calcolo della tassa rifiuti. «Oggi la Tari si basa sulla superficie della casa o dell’azienda e, per le famiglie, anche sul numero di persone. Sono strumenti inadeguati», osserva Beccarello. «L’Europa chiede che la tariffa

sia correlata con il principio che chi inquina paga (e quindi servono criteri di misurazione dei rifiuti prodotti) e con il principio di conservazione di risorse (bisogna calcolare la qualità e l’organizzazione del sistema di gestione dei rifiuti). Sarà un cambio di passo importante per stimolare comportamenti virtuosi nei cittadini ma anche nei Comuni e nelle aziende che danno loro il servizio di nettezza urbana».”

Di fatto dobbiamo produrre meno rifiuti e più riciclabili. Ed è questa la battaglia di comitati e associazioni, ciò che Giliberto racconta parzialmente, gettando intenzionalmente su di essi un’ombra oscura. L’economia circolare è in contrapposizione alla realizzazione di nuove discariche e inceneritori perché vanificano le politiche di riduzione della produzione di rifiuti. L’economia circolare non è, come equivocamente ha scritto Giliberto in un altro suo articolo del 22 novembre 2018, completata dalla termovalorizzazione. L’economia è circolare quando niente diventa rifiuto e tutto rientra in circolo. E fino a prova contraria le ceneri degli inceneritori finiscono stoccate in discarica e i fumi con tutti i loro inquinanti nell’aria che respiriamo.

L’Unione Europea (ancora: meno male!) a questo proposito imporrà a breve agli Stati membri vincoli sul recuperato invece che sul differenziato; con quest’ultimo sistema, infatti, si potrebbe paradossalmente avere anche recupero zero. Prova ne sia quanto è successo da quando la Cina prima e l’India poi hanno vietato l’ingresso di numerose tipologie di rifiuti provenienti dall’Occidente, tra cui plastica, carta e metalli: è saltata tutta la teoria sulla buona differenziata e in pochi mesi gli impianti di riciclo sono andati in crisi e i cumuli di rifiuti e di materiale riciclabile sono cresciuti vertiginosamente e non si sa più dove metterli.

Ad essere ridotta deve essere innanzitutto la produzione di rifiuti e deve essere fatto ogni sforzo affinché tutti i materiali prodotti siano resi riciclabili e possano effettivamente essere reimmessi nel ciclo produttivo o reintrodotti in natura. Cittadini e amministrazioni devono essere messi in condizione di svolgere la loro parte e dotati degli strumenti adeguati, non si può considerarli i maggiori responsabili quando è tutta l’architettura dei rifiuti nel suo complesso a non funzionare. Ecco perché il ragionamento sugli inceneritori è erroneo in quanto parte da un presupposto sbagliato, cominciando cioè dalla fine del ciclo e non dall’inizio.

Ma per andare nella direzione della minore produzione di rifiuti ci vogliono tanta volontà, determinazione, impegno e capacità politica, e molti investimenti per finanziare la ricerca e la promozione di attività virtuose. Finanziamenti che basterebbe togliere dagli incentivi per gli inceneritori e le finte pratiche rinnovabili. A quel punto si potrebbe anche imporre una tariffa di 500 euro a tonnellata, e allora sì che vedremmo le amministrazioni seriamente impegnate a ridurre l’ammontare del secco residuo.

Sarebbe conveniente anche per Confindustria se i suoi soci industriali fossero più preparati, illuminati e all’avanguardia e perciò desiderosi di mettersi alla prova con tematiche concrete, certo complesse ma oltremodo stimolanti

Su inceneritori e malaffare

Le mani della mafia sull’inceneritore

https://www.possibile.com/colleferro-storia-rifiuti-malaffare-veleni/

Sardigna-Corsica: il derby tra nazioni sorelle

Mancano circa 2 settimane dal debutto internazionale della Natzionale Sarda de bòcia contro la Corsica in programma ad Olbia Domenica 2 Giugno alle 20:30.

In vista dell’amichevole Sardigna – Còrsica – Trofeo Simeoni-Simon Mossa che si disputerà il 2 Giugno 2019 allo Stadio Nespoli di Olbia, il commissario tecnico della Natzionale Sarda Bernardo Mereu ha diramato le convocazioni.

Portieri
Aresti Simone (Cagliari Calcio)
Ruzittu Marco (Arzachena Costa Smeralda Calcio)
Vigorito Mauro (U.S. Lecce)

Difensori
Cabeccia Marco (A.S.D. Sassari Calcio Latte Dolce)
Caracciolo Antonio (U.S. Cremonese)
Del Fabro Dario (U.S. Cremonese)
Ghiani Giuseppe (Montegiorgio Calcio)
Idda Riccardo (Cosenza Calcio)
Pinna Paride (Casertana F.C.)
Pinna Simone (Olbia Calcio 1905)
Pisano Francesco (Olbia Calcio 1905)
Sirigu Giampaolo (AC Delta Calcio Porto Tolle)

Centrocampisti
Bianchi Daniele (A.S.D. Sassari Calcio Latte Dolce)
Bianco Francesco (A.S.D. Torres)
Bombagi Francesco (Pordenone Calcio)
Deiola Alessandro (Cagliari Calcio)
Giorico Daniele (S.S.D. Virtusvecomp Verona)
Mancosu Marco (U.S. Lecce)
Nuvoli Giuseppe (Arzachena Costa Smeralda Calcio)
Pani Claudio (Sliema Wanderers F.C.)

Attaccanti
Acquafresca Robert (FC Sion)
Cocco Andrea (Calcio Padova)
Mancosu Matteo (Virtus Entella)
Molino Daniele (S.S.D. Unione Sanremo)
Ragatzu Daniele (Olbia Calcio 1905)
Spano Samuele (A.S.D. Polisportiva Budoni Calcio)
Virdis Francesco (Savona FBC)

Il ritiro verrà svolto a Tempio e Calangianus dove si terranno gli allenamenti in preparazione della partita.

Grazie all’aiuto di tantissimi volontari si sta preparando un appuntamento imperdibile, una festa per tutti i Sardi e un’occasione di incontro con i nostri fratelli corsi.
A Nuoro – all’esordio della nazionale sarda – sono comparse tante bandiere sarde sugli spalti e per la prima volta in uno stadio si è intonato l’inno nazionale (S’innu de su Patriota sardu e sos feudatarios) scelto dagli azionisti in rete.

Ad Olbia si attendono ancora più persone per quello che è a tutti gli effetti un derby tra nazioni sorelle: la Corsica e la Sardegna.

Tutti tifosi della nazionale – si legge in una nota della FINS – sono chiamati a supportare i migliori giocatori sardi che hanno deciso di rappresentare la propria terra e di rispondere con entusiasmo alle convocazioni.
Per questo la tua nazionale ha bisogna di sentire tutto l’affetto e supporto del nostro popolo. Coinvolgi la tua famiglia, gli amici ed i parenti. Non mancare!

Podes agatare is billetes fintzas in custas butegas:

Cagliari
EYE Store presso CC Corte del Sole – ExSS131, 09028 More Corraxe CA

Sassari
EYE Store presso CC La Piazzetta – Zona Industriale Predda Niedda Sud, Str.24, 07100, 07100 Sassari SS

Nuoro
EYE Store presso CC Pratosardo – Via E.Devoto z.i. Pratosardo

Oristano
EYE Store – Via Cagliari, 10

Olbia
EYE Shop – Viale Basa, 9, 07026 Olbia OT

Carbonia
EYE Store – Presso Centro Commerciale Golden, via Stazione snc

Podes comporare is billetes pro sa partida fintzas in s’istàdiu de Terranoa, su 2 de Làmpadas, dae is 4 de merie.

Solinas: Fai qualcosa di sardista. Subito la Riforma dello Statuto Sardo!

La campagna di Caminera Noa per la riforma dello Statuto Autonomistico lanciata oggi sui social
 di Cristiano Sabino
Christian Solinas ce l’ha fatta, dopo un centinaio di giorni ha partorito una Giunta presumibilmente frutto di una lunga e logorante trattativa con i suoi partner elettorali e in particolar modo con la Lega a cui Solinas deve la sua folgorante ascesa prima come senatore, poi come presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
Dopo i disastrosi cinque anni di subalternità e servilismo imposti dal PD e da Francesco Pigliaru, i sardi stanno per sperimentare la verga della nuova destra a guida salviniana, con tanto di assessori che non rinnegano il loro recentissimo passato in organizzazioni neofasciste come Forza Nuova.
Ma siccome ormai viviamo in un mondo completamente alla rovescia e, si dice, ormai “post-ideologico” e “liquido” (devo ancora leggere tutta la bibliografia del sociologo Bauman per capire cosa ciò voglia dire!) insieme al franchising lumbard recentemente riverniciato a sovranismo italiano governano anche i sardisti, appunto per tramite di assessorati chiavi e della presidenza della Regione.
Ora il caso vuole che proprio mentre la giunta lumbard-sardista scalda i motori, si riaccenda in Sardegna l’annoso dibattuto sulla riforma dello Statuto Autonomistico, anche a traino della richiesta di alcune ricche Regioni del nord di ottenere l’autonomia del dibattito sulla regionalizzazione delle competenze scolastiche.
Proprio il presidente Solinas aveva  depositato una proposta di riforma dello Statuto Sardo, prima in Regione e poi in Senato.
Per capire di cosa si parli la riporto qui integralmente (solo il testo, senza la lunga introduzione giuridica):
TESTO DEL PROPONENTE
Art. 1
Integrazioni allo statuto in materia di lingua, cultura e ordinamento scolastico1. Dopo il titolo II della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), e successive modifiche ed integrazioni è aggiunto il seguente: 
“Titolo II bis (Lingua, cultura e ordinamento scolastico)”.Art. 2
Uso della lingua sarda1. Dopo il titolo II bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 1, è inserito il seguente articolo: 
“Art. 6 bis (Uso della lingua sarda) 
1. Nel territorio della Regione la lingua sarda è parificata a quella italiana. 
2. I cittadini sardi hanno facoltà di usare la propria lingua nei rapporti con gli uffici giudiziari e con gli organi e uffici della pubblica amministrazione situati nel territorio regionale, nonché con i concessionari di servizi di pubblico interesse svolti nella stessa Regione. 
3. Nelle adunanze degli organi collegiali della Regione e degli enti locali può essere usata indistintamente la lingua italiana o la lingua sarda. 
4. Gli uffici, gli organi e i concessionari di cui al secondo comma usano nella corrispondenza e nei rapporti verbali la lingua del richiedente. 
5. Nei rispettivi territori, la lingua catalana di Alghero ed il tabarchino delle Isole del Sulcis godono di analoghe tutele secondo la legge regionale.”.Art. 3
Toponomastica regionale1. Dopo l’articolo 6 bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 2, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 ter (Toponomastica regionale) 
1. La toponomastica nel territorio regionale è tenuta nel rispetto ed a salvaguardia dei toponimi locali in lingua sarda e, con riferimento alle aree interessate, in lingua catalana ed in tabarchino. 
2. L’accertamento dell’esistenza e dell’ortografia dei toponimi locali è deliberato, su istanza degli enti locali interessati e previa idonea istruttoria, dalla Giunta regionale.”.Art. 4
Criteri di priorità

1. Dopo l’articolo 6 ter della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 3, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 quater (Criteri di priorità) 
1. Le amministrazioni statali, le autonomie funzionali e i concessionari di servizi di pubblico interesse ubicati nel territorio della Regione assumono in servizio prioritariamente dipendenti originari della Sardegna o che conoscano la lingua sarda.”.

Art. 5
Insegnamento della lingua sarda

1. Dopo l’articolo 6 quater della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 4, è aggiunto il seguente: 
Art. 6 quinquies (Insegnamento della lingua sarda) 
1. L’insegnamento nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, nei licei e negli istituti tecnici e professionali è impartito nella lingua materna italiana, sarda, catalana o tabarchina degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna, secondo classi omogenee formate sulla base delle richieste di iscrizione da parte degli interessati. 
2. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado è obbligatorio l’insegnamento della seconda lingua, diversa da quella materna con la quale è impartito l’insegnamento ai sensi del primo comma. 
3. Per l’amministrazione della scuola in Sardegna è istituita una autonoma Sovrintendenza scolastica regionale, cui compete altresì la verifica ed il coordinamento dei programmi di insegnamento e di esame delle autonomie scolastiche regionali, nonché il relativo dimensionamento. La Giunta regionale nomina il sovrintendente scolastico della Sardegna. 
4. Ferma restando l’imputazione al bilancio dello Stato dei relativi costi, il personale insegnante e il personale amministrativo delle scuole di ogni ordine e grado, della Direzione scolastica regionale e degli uffici scolastici territoriali passa alle dipendenze ed è soggetto al coordinamento e controllo della Sovrintendenza scolastica regionale, che lo organizza anche mediante strutture decentrate sul territorio secondo criteri di efficienza ed efficacia. 
5. È riconosciuta l’equipollenza dei titoli di studio conseguiti all’esito dei percorsi di istruzione di cui al primo comma in lingua sarda, catalana o tabarchina.”.

 

Se per un attimo facciamo astrazione dal proponente e dalle scelte politiche del suo partito, completa o no, condivisibile o meno in tutte le sue parti, si tratta di una proposta che oggettivamente ribalterebbe il tavolo del rapporto di sudditanza vissuta dalla Sardegna nei confronti dello Stato italiano, almeno per quanto riguarda il pieno riconoscimento del profilo storico, culturale e linguistico della nazione sarda.
Oggi viviamo in una situazione dove i ragazzi a scuola vengono puniti  disciplinarmente perché dicono “eja” invece di “si” da docenti – sardi o no non fa alcuna differenza – che allo stesso tempo rispondono “ok” o che riempiono i loro bei verbali di termini come “feedback”, “cooperative learning”, ecc..
Per questo a mio parere squarcia il velo della sonnolenza la sveglia suonata da Caminera Noa al presidente Solinas e alla sua Giunta nuova di zecca: “Solinas fai qualcosa di sardista!” – incalzano gli attivisti di Caminera Noa sui social – fa diventare realtà ciò che finora hai solo annunciato di fare e fallo subito, fallo con priorità assoluta, fallo davvero visto che ne hai il potere!
Provocazione? Suggerimento disinteressato? Assist inatteso da parte di un movimento dichiaratamente antifascista e antileghista? Vedetela come vi pare, ma sicuramente si tratta di una novità da seguire e da sostenere con forza.
Di seguito riporto il testo integrale del documento che sta girando sul web:

A distanza di molti anni dalla guida alla Regione Autonoma della Sardegna da parte di Mario Melis, primo Presidente sardista, con il dibattito in corso sulla richiesta di autonomia da parte di alcune Regioni a statuto ordinario del nord Italia, si creano le condizioni perfette per rinvigorire il dibattito che da molti anni “scuote” le coscienze della classe politica e degli intellettuali della nazione sarda: il superamento della stagione autonomistica – così come la conosciamo dal secondo dopoguerra – con la scrittura di un vero Statuto Autonomistico, che metta al centro il popolo sardo e il suo diritto all’esistenza, la sua lingua e di conseguenza il diritto all’autodeterminazione nazionale concepita in tutte le sue forme.

Politicamente siamo ben lontani dalle posizioni del presidente Solinas e soprattutto dalla scelta scellerata di accordarsi con un partito xenofobo e padronale come la Lega, perciò vigileremo con attenzione perché in Sardegna non vengano imposte le medesime politiche repressive e securitarie di matrice razzista, che ormai da decenni spadroneggiano nel Nord Italia nelle amministrazioni egemonizzate dalla Lega.

Non possiamo però non recepire positivamente la Proposta di Legge Nazionale elaborata dal presidente del PSdAz e presentata al Consiglio Regionale della R.A.S. nel settembre del 2015, poi ripresentata in Senato come DdL Costituzionale (–>https://tinyurl.com/y2gcsqps ), di cui Solinas è il primo Senatore firmatario, comunicato alla Presidenza del Senato della Repubblica italiana il 20 giugno 2018.

Una riforma incentrata sull’uso del sardo – richiamandosi alla giurisprudenza in materia di tutela delle minoranze linguistiche adottata dalle province autonome di Trento e Bolzano e dalla Val D’Aosta – e sul suo insegnamento nelle scuole, che può dare lo slancio necessario per rimettere in discussione l’intero testo dello statuto, che ad oggi non sancisce nemmeno l’esistenza del nostro popolo, non tutela la nostra lingua, la nostra cultura e tantomeno prevede sovranità in materia di politica economica e fiscale.

Nessuna giunta regionale, dal dopoguerra ad oggi, ha seriamente affrontato la questione della totale insufficienza dello Statuto Autonomistico Sardo e ogni dibattito è stato lasciato cadere nel vuoto a causa dell’inconsistenza delle classi dirigenti sarde omologhe a quelle italiane, che si sono susseguite alla guida della Regione Autonoma. Persino Emilio Lussu denunciò l’incompletezza del testo, poiché spogliato di tutto ciò che il sardismo aveva proposto già dall’immediato dopoguerra per garantire la permanenza pacifica dei sardi nella cornice unitaria dello Stato italiano.

Solo così si aprirà un ragionamento concreto sulle fonti normative che regolano la vita quotidiana e il destino del popolo sardo, così da cominciare a costruire il futuro della nostra Terra (e di tutti coloro che vi risiedono per nascita, scelta, vocazione o altro) e poter decidere finalmente quali siano le norme che regolino la società sarda autodeterminata e libera dalle politiche neocoloniali, volte a sottomettere ulteriormente l’isola, il suo popolo e a depauperare le sue risorse economiche, ambientali ed intellettuali.

La possibilità che finalmente la Sardegna possa conquistare una carta dei diritti che permetta il dovuto riconoscimento del suo ruolo nella storia delle nazioni del mondo, facendola così uscire da un’idea diffusa di “minorità” che necessita sempre di un “tutore” estraneo, deve essere il frutto di uno sforzo collettivo e popolare, di una spinta che parta democraticamente dal basso, quindi dallo stesso popolo sardo, e non da riforme imposte in maniera meccanica e burocratica.

Agricoltura: per documentarsi non c’è tempo

  foto tratta da AgroNotizie

di Samed Ismail

Il ping-pong tra sinistra e destra alla guida della Regione Sardegna procede come da copione. La palla passa a Sal…Solinas dopo cinque anni di pietoso PD. Il risultato elettorale coincide con la fine della dura protesta dei pastori. La Sardegna guarda, lascia fare. Lascia un mese, facciamo due, perché la novità, si sa, ha bisogno di tempo, e poi?

E poi arriviamo all’incredibile scelta per l’assessorato all’agricoltura, chiaramente il più caldo dopo i litri di latte rovesciati. La nuova giunta di centro destra aveva un solo vantaggio, la novità per cui si poteva dire “probabilmente siete come gli altri, ma vi concediamo il beneficio del dubbio”, invece se lo sono giocati candidando un’ex PDina.

Ex PDina però convertita, ci spinge a pensare ancora la «novità», almeno sarà competente, l’avranno scelta a posta. Invece lei per prima ammette di non sapere NULLA, “mi documenterò” dice coraggiosamente.

Quest’ultima si aggiunge alle prese per il culo di Salvini e dei tavoli, ribadisce un fatto ormai assodato e che ci dobbiamo stampare bene in testa: la classe politica non è più buona neanche a nascondere la propria incompetenza.

“Calma pastori calma” recita il famoso motto, ma non serviva aspettare due mesi, non servirà aspettare che la Murgia si metta a studiare per rendersi conto che la pazienza è finita, per i pastori e per la Sardegna.

In due mesi si è documentata e continua a documentarsi la Procura della Repubblica sui pastori. Per ora sono 14 quelli raggiunti dal pugno della legge, molto più fermo di quello sbattuto dalla politica sui tavoli delle trattative. Per reprimere si sono già documentati. Per reprimere i più deboli ovviamente, perché gli industriali, quelli sì, veri «malviventi» continuano a dormire sonni tranquilli dopo aver rovinato intere famiglie: non si sa infatti che fine abbiano fatto le famose indagini aperte dall’Antitrust durante i disordini.

Secondo voi chi passerà i documenti all’assessorato? Staranno ad ascoltare i pastori o sceglieranno la competenza del signor Pinna? Si può aspettare, ma come abbiamo imparato la politica si muove più in fretta se è sollecitata…