Da ora stagionali e tirocinanti hanno un’arma

Stamattina è stato presentato il vademecum di difesa legale per lavoratori stagionali, precari e tirocinanti all’interno della campagna di Caminera Noa e USB “Telèfonu Ruju”.

L’inizio dell’estate è sempre un momento particolarmente delicato per diverse tipologie di lavoratori. Precari, stagionali, tirocinanti spesso cadono nella rete dello sfruttamento e vivono situazioni di illegalità, di ipersfruttamento e perfino di lavoro nero.

Caminera Noa e Unione Sindacale di Base (USB) rilanciano lo sportello mutualistico Telèfonu Ruju fornendo a tutti i lavoratori che ne avessero bisogno un vademecum legale
Hanno interloquito con la stampa Enrico Rubiu, Salvatore Drago (USB) e Michele Zuddas (responsabile legale della campagna).

I tre responsabili di Telèfonu Ruja, oltre a presentare il vademecum (che alleghiamo) hanno anche denunciato le reiterate situazioni di lavoro sfruttato che emergono soprattutto in questo periodo dell’anno. A testimonianza di ciò rimandiamo ad alcuni annunci e a diverse segnalazioni degli utenti di Telèfonu Ruju che sono rintracciabili sulla pagina fb

Di seguito pubblichiamo il testo del vademecum legale, presto disponibile in formato scaricabile sulle pagine di Caminera Noa e di Telèfonu Ruju:

VADEMECUM DI DIFESA LEGALE

La stagione estiva è arrivata e, qualunque sia il tuo lavoro, vogliamo darti qualche consiglio.

I datori di lavoro le tenteranno tutte per ottenere da noi più lavoro pagandoci il meno possibile: ci proporranno di lavorare in nero, di fare un tirocinio, o più spesso contratti part-time per coprire lavori a tempo pieno.

Purtroppo i rapporti di forza squilibrati spesso non ci consentono sul momento di opporci e siamo costretti ad accettare queste situazioni di ricatto occupazionale perché anche noi dobbiamo mangiare.

Devi sapere che la situazione lavorativa può essere regolarizzata anche al termine del rapporto di lavoro e che puoi ottenere quanto ti sarebbe spettato se il rapporto di lavoro si fosse costituito regolarmente sin dall’inizio, compresi i contributi previdenziali e i premi assicurativi ed eventuali maggiorazioni della retribuzione dovute a lavoro straordinario, notturno, festivo, domenicale.

  • Le domande personali (stato civile, figli, religione, orientamento sessuale o politico, stato di salute) non dovrebbero far parte di un colloquio di lavoro, non sei obbligata/o a rispondere;
  • Informati sull’azienda o ditta, numero dipendenti e se puoi sulla situazione economica, a volte basta una semplice ricerca su Google. Valuta il modo di porsi del tuo interlocutore, se risponde in maniera precisa alle tue domande;

  

  • Fatti consegnare sempre copia del contratto individuale cartaceo datato e sottoscritto dal datore di lavoro;
  • Ricordati che la paga non è decisa dal datore di lavoro, ma è definita dai contratti collettivi di settore e tale deve essere, così come il livello di inquadramento deve corrispondere alle mansioni che effettivamente svolgi (e in base alle quali varia la paga);
  • Verifica che il tuo contratto sia stato regolarmente registrato: puoi farlo attraverso il sito dell’INPS.
  • Segna sempre in un quaderno i giorni e le ore di lavoro e gli straordinari; conserva sempre eventuali fogli dei turni di lavoro e fogli di comunicazione dell’azienda (è una prova del tuo rapporto); salva sempre e archivia sms, messaggi WhatsApp e mail del datore di lavoro dove ti indica i turni di lavoro o ti dà comunicazioni di qualsiasi tipo; fa’ attenzione: i datori di lavoro più accorti potrebbero darti le informazioni solo oralmente o tramite chiamate, quindi prendi in considerazione di registrare le conversazioni.Sono tutte prove che potrai utilizzare per far valere i tuoi crediti e i tuoi diritti!
  • Le ferie, turni e malattia sono regolate dal contratto nazionale a cui fa riferimento il contratto che hai sottoscritto;
  • Non puoi ricevere il pagamento dello stipendio in contanti salvo per colf o badanti e comunque per importi non superiori a 1000,00 €
  • Non firmare nessuna scrittura privata relativa a rinunce ai tuoi diritti senza essere assistito

Se altri colleghi vogliono far sentire la propria voce, attivatevi assieme: più siamo e più saremo forti!

Se vuoi informazioni e consigli sul tuo rapporto di lavoro o se vuoi attivare una vertenza per ottenere i diritti che ti spettano e il salario che ti è stato rubato, contattaci.

Sardinia is my nation. Orgoglio Dinamo

di Riccardo Futta

Fanno abbastanza pena e tristezza gli sfottò, le sterili critiche e le manifestazioni di felicità per la “sconfitta” della Dinamo Sassari da parte di Sardi in generale ma a maggior ragione di Sassaresi.

Lo sport, come qualsiasi settore di questa società in putrefazione, è dominato da regole di mercato, dal business, dalle più becere logiche del capitalismo. Su questo siamo d’accordo e possiamo discuterne.

Allo stesso tempo lo sport nel mondo contemporaneo, dove si son persi o relegati a folklore gli usi antichi e le tradizioni e dove i popoli sono sempre più uguali fra loro per usi e costumi, rappresenta una forma di identità di popoli e campanili.
Che ci piaccia o meno la Dinamo Sassari così come la Squadra di Ballocci “Città Di Sassari” rappresentano Sassari, i Sassaresi e quindi tutti i Sardi fuori dai nostri confini cittadini e nazionali.

Snobbare e denigrare credo sia segnale oltre che di snobismo e spirito antipopolare anche e soprattutto di poco amor di Patria, a maggior ragione per una squadra che anche solo mediaticamente utilizza slogan, grafiche ed estetiche di tipica ispirazione identitaria Sarda (vedi gli slogan “Ca semus prus de unu giogu”, “Sardinia is my Nation”, i giocatori chiamati “Giganti”, il cinghiale “Sirbo” come mascotte).

In più in una città in perenne crisi, vecchia, grigia e nervosa, afflitta da tanti problemi sociali, disoccupata, emigrata, arresa; per una sera si poteva essere felice per qualcosa, si poteva uscire tutti di casa per vedere il nome di quella città che amiamo sul tetto d’Italia.
Rallegrarsi perché ciò non è avvenuto nella maniera sperata è sintomo di meschinità.

Il fatto che la gente non si accorga che per risolvere i problemi della nostra terra deve muoversi in prima persona non dipende dalla Dinamo o dallo sport. Punto.

Questa era Sassari ieri, una città che accoglie i suoi sportivi che hanno sfiorato l’impresa. Chi scrive non c’era e non ne capisce nulla di Basket ma ha tifato e tiferà il nome di Sassari sempre, a prescindere dallo sport e dal tema.

Sabato scorso un Sassarese “Simone Piroddu” ha vinto gli Europei di Lotta e io ne sono contento e sarebbe stato bello accoglierlo nella medesima maniera, ma questo è un altro discorso.

Penso che per migliorare un posto, cambiarlo secondo le nostre utopie, bisogna per prima cosa amarlo profondamente e amare il proprio popolo.

Pratobello chimbant’annos

Oggi a Nuoro si terrà una giornata interamente dedicata alla lotta di Pratobello del 1969 contro l’occupazione militare italiana della Sardegna organizzata dall’assemblea sarda contro l’occupazione militare A Foras.

L’evento si terrà oggi sabato 22 giugno 2019 presso la Biblioteca Sabastiano Satta, piazza Asproni Nuoro.

✮Dalle 18:00: dibattito storico sull’imposizione dei poligoni militari in Sardegna, sulla lotta della comunità orgolese del 1969 e sulle lotte del presente contro l’occupazione militare della Sardegna.

✮Dalle 21:00: Presso il circolo Tuco Ramirez di via Roma 15, ci sarà musica e una cena benefit a offerta, per finanziare gli eventi che si terranno ad Orgosolo nel mese di Settembre, organizzati dal comitato Pratobello 50 Annos.

Il prossimo 30 giugno si terrà invece la marcia a Orgosolo organizzata dal comitato “Pratobello 50 Annos”. Si partirà da Orgosolo per raggiungere la Località di Pradu, intervallando il cammino con momenti di lettura e musica, per raccontare attraverso i luoghi e i protagonisti, l’evento che nel 1969 ha segnato uno dei momenti più importanti della storia della Sardegna del ‘900.

Pratobello chimbant’annos

Oggi a Nuoro si terrà una giornata interamente dedicata alla lotta di Pratobello del 1969 contro l’occupazione militare italiana della Sardegna organizzata dall’assemblea sarda contro l’occupazione militare A Foras.

L’evento si terrà oggi sabato 22 giugno 2019 presso la Biblioteca Sabastiano Satta, piazza Asproni Nuoro.

✮Dalle 18:00: dibattito storico sull’imposizione dei poligoni militari in Sardegna, sulla lotta della comunità orgolese del 1969 e sulle lotte del presente contro l’occupazione militare della Sardegna.

✮Dalle 21:00: Presso il circolo Tuco Ramirez di via Roma 15, ci sarà musica e una cena benefit a offerta, per finanziare gli eventi che si terranno ad Orgosolo nel mese di Settembre, organizzati dal comitato Pratobello 50 Annos.

Il prossimo 30 giugno si terrà invece la marcia a Orgosolo organizzata dal comitato “Pratobello 50 Annos”. Si partirà da Orgosolo per raggiungere la Località di Pradu, intervallando il cammino con momenti di lettura e musica, per raccontare attraverso i luoghi e i protagonisti, l’evento che nel 1969 ha segnato uno dei momenti più importanti della storia della Sardegna del ‘900.

Sei precario o tirocinante e ti pagano di merda? Ora non sei più solo!

Lo sportello mutualistico di Caminera Noa e USB Telèfonu Ruju

Ci risiamo. Come ben sappiamo questo non è solo il periodo in cui cominciano ad arrivare le proposte di tirocinio più assurde e illegali ma è anche quel periodo dell’anno in cui ricomincia la solita solfa delle imprese che fanno fatica a trovare lavoratori “perché i giovani sono dei fannulloni, che non hanno la cultura del lavoro” mentre dall’altra parte c’è l’eroico imprenditore che dispensa posti di lavoro e una giusta paga. 

Quest’anno è scoppiato il caso dei lavoratori stagionali su segnalazione del sindaco di Gabicce Mare, poi rilanciato anche dall’ex premier Matteo Renzi (PD), i quali hanno denunciato il vuoto di lavoratori stagionali nei luoghi di lavoro tipici dell’estate (cioè spiagge, stabilimenti, ristoranti e negozi) a causa – secondo loro – del reddito di cittadinanza. I lavoratori stagionali preferirebbero stare a casa in panciolle e percepire il reddito di cittadinanza piuttosto che sgobbare tutto il giorno in costa per due soldi di stipendio.

Si tratta di una polemica nata in Italia ma che riguarda direttamente in Sardegna perché nell’isola il sistema di sfruttamento stagionale è come sappiamo assai complesso e spesso coperto dagli stessi enti regionali.

L’anno scorso il soggetto progetto Caminera Noa e il sindacato di base USB hanno lanciato la campagna-sportelo Telèfonu Ruju che ha dato assistenza a decine di lavoratori precari, stagionali e/o tirocinanti (è spesso molto difficile stabilire dove finisca una categoria e dove inizi l’altra).

L’allarme viene lanciato dalla Cambiamo le regole sui tirocini – Sardegna:

«Insomma oltre il danno dello sfruttamento anche la beffa di io amo la cele guai a chu me la tocca sorbirci puntualmente questa cazzata riportata da qualche giornale che dà spazio a questi padroni piagnucolosi. Il quadro che esce fuori dall’articolo odierno de L’Unione Sarda è che secondo questi imprenditori i colloqui di lavoro sono un incubo: le persone si preoccupano di chiedere addirittura quale sarà il salario, se ci sarà il giorno libero o le ferie e per giunta si presentano ai colloqui sporchi!! Ma la cosa più divertente è il ribaltamento della realtà peraltro enfatizzato da un riquadro isolato che recita: “ESCAMOTAGE. Alcuni vogliono essere presi in nero per non rinunciare alla disoccupazione”. Per assurdo il lavoro nero diviene quindi uno strumento usato dai lavoratori al quale i poveri datori di lavoro devono sottostare, mica un sistematico strumento di ricatto da loro utilizzato!»

Le vere domande che un giornalista serio dovrebbe porre – scrivono gli attivisti di Cambiamo le regole dei tirocini e di Telèfonu Ruju (due pagine che lavorano a stretto contatto) sono ben altre:

Le reali domande da fare a questi imprenditori sono: ma voi applicate il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro di riferimento? La retribuzione è quella prevista dal CCNL o ve la inventate voi? Pagate con le maggiorazioni dovute il lavoro festivo, gli straordinari e il lavoro notturno? Lo sapete che quando il lavoratore tiene per dovere aperto il locale nonostante l’ora tarda perché i clienti non se ne vanno sta lavorando e non vi sta regalando le ore? Non è che per caso fate stipulare un contratto part-time e poi sistematicamente i lavoratori lavorano a tempo pieno e quelle ore in più le pagate in nero?

Dopo aver lanciato l’allarme sulla pagina di Telèfonu Ruju vengono periodicamente pubblicati annunci bizzarri, alcuni paradossali, che gli utenti di Telèfono Ruju segnalano a Caminera Noa o direttamente alla pagina.

Riportiamo alcune segnalazioni curate dagli attivisti, ma invitiamo a visitare la pagina di Telèfonu Ruju per leggere con i vostri stessi occhi l’assurdità di molte richieste (di cui sulla pagina sono pubblicati gli screen degli annunci):

Ti hanno mai proposto un contratto di #tirocinio a tempo pieno, e però ti richiedono di avere già un anno di esperienza?

Eravamo convinti che l’anno di esperienza pregresso potesse già equivalere al tirocinio, ma il mondo del lavoro odierno ci riserva sempre inquietanti sorprese e ci regala perle di furbizia come queste.

Anche per questo motivo, contatta Telèfonu Ruju. ☎️

Segnalaci in privato altri annunci di lavori a tempo pieno fatti passare per #tirocini. ✏️

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Ci segnalano questa offerta di tirocinio per addetto vendita nel centro di Cagliari. Male sin da subito, infatti da sempre contestiamo la legittimità del tirocinio per questa mansione, sicuramente importante e faticosa ma a bassa specializzazione: cosa giustifica sei mesi di formazione per svolgere questa attività? Cosa impedisce di proporre un normale contratto di lavoro?

Come se non bastasse chiedono anche un anno di esperienza obbligatorio nella mansione. Insomma vogliono un tirocinante a 400€ al mese per formarlo nella mansione ma lo vogliono già formato; ci ricorda il modo di dire “volere la botte piena e la moglie ubriaca”. Noi intanto proviamo a svuotare la botte di tutti questi furbetti e segnaleremo all’Ispettorato del Lavoro questa offerta.

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Ci segnalano in privato:

“Pizzeria a Cagliari, nel quartiere San Benedetto, mansione fattorino.
Orario di lavoro: dalle ore 18:00 alle ore 24:00 ogni giorno. 6 ore di lavoro per 20€ al giorno (3,33€ all’ora). Il fattorino deve fare il lavaggio della sala all’inizio del turno e la pulizia dei piatti alla fine del servizio.
Il fine settimana, turno spezzato: dalle ore 12:00 alle ore 16:00, 4 ore di lavoro per 15€ di compenso (3,75€ all’ora); dalle 18:00 alle 24:00, come sopra, 6 ore di lavoro per 20€ (3,33€ all’ora).
Non definito il contratto.”

Totale ore settimanali: ~ 50 ore.
Totale salario mensile stimato: ~ 720€.

Anche i fattorini hanno una dignità. Non riteniamo etico pagare un lavoratore mediamente 3,39€ all’ora. Un salario di circa 720€ al mese è poco al di sopra della soglia di povertà e non permette di risparmiare niente per investire sul proprio futuro. A chi cerca lavoro, sconsigliamo, in linea di massima, di accettare trattamenti economici del genere, al fine di non alimentare il ribasso dei salari a causa della grande disponibilità di persone che occuperebbero quella mansione, e invitiamo il pubblico ad essere comprensivo e solidale con tutti i fattorini e tutti i lavoratori similmente salariati.

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Ti è mai capitato che ti chiedessero di parlare bene l’italiano, di avere i documenti in regola e non capire perché te lo chiedessero, per poi proporti una paga di 3,12€ a ora per 30 ore a settimana?

Anche per questo motivo, contatta #TelèfonuRuju. ☎️

✏️ Segnalaci in privato altri #annunci con lavori malpagati.

 

A Gli attivisti di Caminera Noa e i sindacalisti della USB annunciano che entro pochi giorni diffonderanno un vademecum per tutti i lavoratori stagionali, precari e tirocinanti perché nessuno sia lasciato solo davanti alla sempre più intollerabile arroganza di padroni, padroncini.

 

 

 

 

 

 

 

Il battesimo della ANS per una Sardegna cosciente, democratica e unita

 

Dopo la bruciante sconfitta delle elezioni regionali (nessuna delle liste ispirate in un modo o nell’altro agli ideali e ai progetti dell’autodeterminazione, dell’autogoverno e dell’indipendenza nazionale della Sardegna ha superato la soglia di sbarramento del 5%) La militanza di base indipendentista si è autoconvocata a Iscanu per discutere il da farsi. Dal dibattito – assai partecipato – è venuto fuori il bisogno di costruire un percorso di costruzione trasversale, aperto a tutti, non partitico e capaci di fare quel lavoro di “incunza” in termini di coscienza nazionale che ultimamente è mancato.

La ANS è ancora un progetto a cui dare corpo, ma alcuni punti  sono già saldi e condivisi da tutti:

  1. L’ANS è aperta a tutti.
  2. L’ANS è apartitica.
  3. L’adesione all’ANS è individuale.
  4. L’ANS lavora per il riconoscimento della nazione sarda.
  5. L’ANS lavora per la crescita della coscienza nazionale sarda, finalizzata all’indipendenza della Sardegna.
  6. L’ANS lavora per la parità linguistica.
  7. L’ANS lavora per la valorizzazione e promozione della cultura sarda.
  8. L’ANS lavora per la valorizzazione e tutela del patrimonio ambientale e storico sardo.
  9. L’ANS lavora per la connessione e costruzione di reti tra cittadini, associazioni, comitati, movimenti, partiti.
  10. L’ANS è contro ogni atteggiamento discriminatorio, violento, sessista, xenofobo, autoritario.
  11. L’ANS si fonda sulla democrazia interna, sulla circolazione delle cariche, e sull’assoluta trasparenza degli atti.
  12. L’ANS si fonda sulla responsabilità individuale degli aderenti.
  13. L’ANS si fonda sull’autofinanziamento su base volontaria.

Inoltre stanno già nascendo i gruppi territoriali. A Cagliari e Dorgali si sono già costituiti e martedì 18 è programmata la costituzione del gruppo di Sassari.

La prossima tappa è prevista a Bauladu il 23 giugno dove si riunirà nuovamente l’Assemblea che di fatto dovrà esprimersi sul secondo tratto di strada che dovrà percorrere la ANS (evento fb)

Pubblichiamo di seguito il comunicato della chiamata dell’Assemblea di Bauladu del 23 giugno:

Da Scano di Montiferro a Bauladu, scegliamo il percorso di ANS!

Dopo la prima fase che ha visto lo svolgimento delle riunioni nazionali del Gruppo di Lavoro aperto a tutti e gli incontri dei gruppi sui territori è ora di presentare i risultati e pianificare il futuro dell’associazione per la crescita della coscienza nazionale del nostro popolo.

L’Assemblea Natzionale Sarda (ANS) è già viva e inizia a camminare sulle sue gambe: abbiamo 13 punti, che vogliono essere il nostro DNA, e tante proposte per darci una forma e iniziare subito a lavorare per la Sardegna.

È vivo anche l’entusiasmo della prima riunione e le 100 persone che vi hanno partecipato! La Sardegna ha bisogno di un luogo aperto a tutti, libero, plurale, indipendente e indipendentista per costruire le basi di una Sardegna consapevole, democratica e unita.

Parliamone tutti assieme:
📌Bauladu (OR)- Centro Servizi San Lorenzo
📅 23 giugno 2019
🕙10:00-17:00

Questo incontro è aperto a tutti quanti siano interessati alla nascita di ANS. Invitiamo quindi chi aderisce a questa pagina a partecipare ed a dare la massima pubblicità possibile all’evento.

L’ordine del giorno sarà il seguente:
1) Resoconto delle attività svolte dal Gruppo di Lavoro nelle precedenti assemblee tra marzo e maggio.
2) Descrizione delle prime esperienze dei Gruppi Territoriali già formatisi e dei primi due eventi organizzati nella settimana precedente.
3) Esposizione di aspetti e problematiche sorte nei primi mesi di lavoro da parte dei gruppi interni di ANS, dalla comunicazione al rapporto con i gruppi territoriali fino agli aspetti organizzativi.
4) Presentazione e discussione di una prima bozza di Statuto associativo dell’ANS.
5) Individuazione dei temi e delle azioni attorno ai quali creare i gruppi settoriali.

A Bauladu mettiamo le basi per costruire qualcosa di mai visto prima nella società sarda, per qualcosa che non si era mai visto nel mondo della politica e dell’associazionismo, mettiamo le basi per far nascere l’Assemblea Natzionale Sarda.

È un appuntamento importante. Non puoi mancare!

Canepa, il Fidel Castro siciliano

Articolo a cura di Antudo
La tomba di Antonio Canepa

La storia ufficiale, quella che si tramanda attraverso i libri di scuola e i convegni accademici, sopprime o sfigura le storie subalterne, le tante storie generate nelle periferie coloniali e visibilmente ostili al racconto della nazione colonizzatrice. La cancellazione o la deformazione delle storie subalterne è necessaria per il buon funzionamento della macchina coloniale. Così è avvenuto per la storia di Antonio Canepa e, più in generale, per la lotta indipendentista nella Sicilia degli anni ’40. La deformazione distorsiva ha orientato i resoconti di uno dei momenti più pregnanti della storia siciliana – la lotta popolare separatista, di cui Canepa fu l’interprete più genuino. Il Canepa che la storia ufficiale ci trasmette è descritto una volta come spia, un’altra come combattente al soldo dei servizi segreti stranieri e, ancora, come reazionario, pazzoide, delinquente. Infamando Canepa, la storia ufficiale ha messo al riparo i fondamenti oppressivi con cui lo Stato italiano regola i rapporti con la Sicilia; negandone lo spirito rivoluzionario e indipendentista mira a bloccare le spinte alla trasformazione. Perciò, al fine di ritrovare la natura autentica di un personaggio che ancora oggi fa sentire la sua voce, occorre riferirsi ai fatti restituendo la vera immagine di Canepa, ripulita del lordume che l’imbratta.

Marcello Cimino, storico e giornalista attendibile, nel suo articolo “Canepa, il professore guerrigliero” apparso su L’Ora del 19 giugno 1965, sostiene che Canepa ha la stoffa di un Fidel Castro siciliano. In effetti, è difficile non riconoscere che la figura del comandante siciliano, dalla prima giovinezza fino alla sua uccisione, riveli i tratti del capo rivoluzionario capace, a detta di Cimino, «di vivere e morire in completa coerenza con le proprie idee e trascinare altri uomini a lottare per un ideale». Ritornare sui momenti più significativi della vita politica di Canepa dimostra senza ombra di dubbio la fondatezza di quei giudizi.
Fin da ragazzo, Canepa manifesta apertamente una irremovibile inimicizia nei confronti del governo fascista, accusato di essersi alleato in Sicilia con la mafia e la destra agraria contro i contadini e l’occupazione delle terre. L’antifascismo di Canepa non è di facciata ma si ispira a un forte senso della militanza attiva. Egli condanna severamente l’omicidio di Matteotti, che nel giornale La Sicilia socialista aveva esortato il popolo siciliano a riconquistare la libertà perduta. Negli anni ’30 Canepa pubblica diversi articoli contro gli attacchi alle sedi e ai dirigenti socialisti e, in particolare, contro la politica repressiva del governo italiano. I suoi scritti clandestini contro Mussolini utilizzano un linguaggio che per alcuni versi ricorda Marx e Bakunin. Nella sua tesi di laurea dichiara coraggiosamente la propria contrarietà a ogni dittatura e definisce il Diritto ipocrita espressione della brutale forza dello Stato.
Terminati gli studi, progetta di far saltare in aria lo studio di Mussolini a Palazzo Venezia; il progetto non va in porto, quando scopre che i cunicoli sotterranei che l’avrebbero portato in prossimità di quello studio erano stati murati dall’OVRA, l’organismo di vigilanza mussoliniano. Durante il servizio militare affina la conoscenza delle armi e delle tecniche militari. Nell’estate del ’33 progetta, insieme al fratello Luigi, un attentato contro il governo fascista di San Marino, che favorisca il ritorno di quella repubblica a «faro di riconquistata libertà». Il piano fallisce a causa di una spia infiltratasi nel gruppo; Canepa viene arrestato e portato prima nel carcere di Regina Coeli, quindi internato in un manicomio criminale, secondo la politica repressiva con cui Mussolini puntava a far passare per pazzi i propri oppositori.
Tra le numerose azioni di sabotaggio antimilitarista compiute da Canepa si ricordano: l’attacco nei pressi di Messina a un convoglio ferroviario carico di munizioni; l’assalto militare a un “treno armato” tedesco diretto a Catania; l’attentato ai depositi di munizioni dell’aeroporto di Gerbini, un’importante base aerea da dove partivano le incursioni contro l’isola di Malta. Intorno al ’42 esce un suo volume intitolato Vent’anni di malgoverno fascista che avrebbe costituito l’ossatura de La Sicilia ai siciliani apparso l’anno successivo e definito da Marcello Cimino «un opuscolo violentemente antifascista e separatista». La Sicilia ai siciliani avrebbe costituito la lettura di riferimento pratico e ideologico per molti giovani indipendentisti, alcuni dei quali militavano nel gruppo clandestino “Giustizia e Libertà”, che lo stesso Canepa aveva contribuito a fondare a Catania con Andrea Finocchiaro Aprile.
Dopo l’attentato all’aeroporto di Gerbini, decide di abbandonare l’isola e recarsi a Firenze, dove fonda una cellula di resistenza partigiana. Su un manifesto a lui attribuito, apparso a Firenze per il Partito dei Lavoratori, si legge: «Noi lavoratori abbiamo un conto aperto, un conto da regolare, con la borghesia italiana. E’ quella stessa borghesia che ha scatenato il fascismo e, protetta dal fascismo, ci ha sfruttati fino ad oggi. La borghesia, un pugno di capitalisti, di speculatori e di parassiti, ha portato l’Italia alla rovina. Basta! E’ tempo di liberarcene». Il Partito dei Lavoratori era costruito dal basso: dalle fabbriche, dalle miniere, dalle ferrovie, dai porti. A Firenze, Canepa subisce una condanna per gli articoli apparsi sul giornale di propaganda comunista Il grido del popolo.
Canepa torna a Palermo all’indomani dell’ignobile Strage del Pane, compiuta dal 139° Reggimento di Fanteria nell’autunno del 1944 – 19 morti sul terreno e altri 71 in ospedale a seguito delle ferite. A fine anno, nel clima della repressione antiseparatista scatenata da Salvatore Aldisio, dal governo nominato Alto Commissario per la Sicilia col compito di avviare il processo autonomistico, Canepa fonda il giornale Sicilia indipendente e dà forza alla prospettiva separatista. In alcuni significativi articoli, non manca di condannare la politica degli alleati che, dopo i primi ammiccamenti nei giorni dello sbarco (luglio 1943) ed in considerazione della nuova spartizione del mondo decisa a Jalta, si schieravano contro ogni ipotesi di indipendenza della Sicilia.
Intanto l’isola è attraversata da un nutrito movimento popolare che protesta contro lo Stato e contro la “servitù ai Savoia”, che i siciliani del movimento “Non si parte” combattevano dandosi alla macchia. All’inizio del ’45, Piana degli Albanesi si proclama Repubblica indipendente; seguono il suo esempio Comiso (dove prevale una alleanza tra comunisti e indipendentisti), San Cono e Palazzo Adriano. Insorgono anche Enna, Ragusa, Vittoria, Naro, Scicli, Avola, dove si registrano numerosi attacchi alle caserme e agli uffici governativi. In un panorama sociale e politico di tale natura ha inizio l’arruolamento nelle fila dell’EVIS, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, fondato da Antonio Canepa (alias Mario Turri) per realizzare il programma indipendentista e socialista con la tattica della guerriglia. I primi campi militari dell’EVIS, frequentati prevalentemente da contadini, pastori, studenti e renitenti alla leva, sorgono nei boschi dei monti della Sicilia orientale, un’area già frequentata da gruppi di indipendentisti armati (come i militanti del “gruppo Etna”). Tra gli obiettivi degli appartenenti all’EVIS, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni, c’è quello di imporre con le armi un plebiscito per separare la Sicilia e liberarla da ogni forma di oppressione coloniale. L’EVIS dà l’avvio ad una guerriglia organizzata, con diversi reparti di combattenti ben addestrati, depositi di armi, rifugi.
Preoccupati della piega che hanno preso gli avvenimenti, gli unitari, i latifondisti ed ampi settori del ceto medio stringono alleanze contro le masse popolari siciliane e, in modo particolare, contro le formazioni separatiste combattenti. I timori dei latifondisti e della destra del MIS aumentano proporzionalmente all’avanzata dell’EVIS. Il divario tra il programma sociale di Canepa e la politica del ceto medio si accentua pericolosamente, appianando in questo modo la strada ai tentativi governativi di assestare il colpo di grazia alla lotta per l’Indipendenza.
Come è risaputo, il fascismo e la guerra avevano colpito duramente il ceto medio siciliano a partire dagli anni ’30. L’età dell’armatoria, della manifattura, dell’industria zolfifera ed enologica era scomparsa, alimentando nel ceto medio l’opposizione alla politica fascista. La distanza tra la Sicilia e le altre regioni si era sensibilmente allargata: al 71,3% di prodotto pro-capite della Sicilia corrispondeva il 165% del Piemonte e il 146% della Lombardia – cioè penuria in Sicilia e sovrabbondanza al Nord. Si spiega così la massiccia presenza del ceto medio e dei latifondisti nel movimento indipendentista. Si trattò però di una presenza transitoria, destinata a durare fino a quando il governo non avesse trovato una soluzione per uscire dai guai: e questa soluzione si chiamò Autonomia. Lo storico Giuseppe Casarrubea, dopo avere consultato documenti desecretati dei servizi americani, rivela che la mafia, rispondendo all’appello del governo, era riuscita a convincere molti capi politici della destra indipendentista della necessità di sventare la minaccia della separazione promuovendo un processo autonomistico; se l’ipotesi di Casarrubea fosse vera, si tratterebbe della prima “trattativa Stato-Mafia”, orchestrata sulla pelle del popolo siciliano e della sua domanda di indipendenza.
Il solco tra le due ali dell’Indipendentismo siciliano si fa a quel punto incolmabile; il governo Bonomi ha mano libera per agire contro l’ala di sinistra, la più determinata e coerente. L’eccidio di Murazzu Ruttu del 17 giugno 1945 va collocato in questo contesto sociale e politico. Già all’indomani di quell’eccidio la propaganda nazionale inventa la favola di un attacco inaspettato dei guerriglieri dell’EVIS, che avrebbe colto di sorpresa i carabinieri; una favola ridicola, se si pensa che tutti e sei gli occupanti del motofurgone furono colpiti, anche mortalmente, mentre nemmeno un graffio fu riportato dai “tre” (?) carabinieri che avrebbero partecipato al posto di blocco. Gli accertamenti successivi e le testimonianze dei sopravvissuti sconfessano la versione ufficiale, costruita col preciso scopo di macchiare l’immagine di Canepa e dell’indipendentismo siciliano.
La ricostruzione dei momenti salienti della vita del “professore guerrigliero” smentisce le ricostruzioni faziose che intenderebbero negare la possibilità che l’Indipendenza possa avere un fondamento sociale e possa portare la Sicilia fuori dall’abbandono e dalla miseria. Canepa insegna che non c’è contraddizione tra la lotta per l’emancipazione sociale e la lotta per la liberazione dalla schiavitù coloniale. In un’intervista apparsa su La linea della palma (Rizzoli, 2002), Andrea Camilleri, che non ha mai nascosto il desiderio di scrivere una biografia di Canepa, conclude: «Canepa era un comunista, un uomo di sinistra, un uomo d’azione».
Corteo in onore del Comandante Canepa
Randazzo (CT): 16 giugno, ore 17.00

Zibechi incontra la Sardegna che resiste

Ràul Zibechi

di Alessia Etzi

Lo scrittore, ricercatore e giornalista uruguayano, redattore del settimanale “Brecha” e doctor honoris causa presso l’Universidad Mayor de San Andrès (La Paz, Bolivia), Ràul Zibechi sarà in Sardegna dal 13 al 19 giugno, ospite del Coordinamento dei Comitati Sardi.

La Sardegna movimentista e Raul Zibechi si incontrano per la prima volta a Roma nel giugno del 2018. Allora Zibechi conosce la realtà sarda rappresentata dai movimenti e dalle associazioni che lottano per l’autodeterminazione, per l’ambiente, contro l’accaparramento di terra e territorio, contro le politiche speculative energetiche e ambientali, contro le servitù militari e a favore della sanità pubblica. A seguito di quel primo incontro, è nata l’idea di approfondire la reciproca conoscenza.

Zibechi, profondo conoscitore del Sud America e delle lotte ed esperienze di resistenza in Brasile, Venezuela, Colombia, Cile, ecc. così come in Messico, vuole offrire la sua esperienza, come elemento di confronto e di crescita collettiva.

Nei suoi scritti, parla di violenza militare e repressione quali forme usate dal potere contro le comunità, distinguendo tra “mondo dell’essere” dove i diritti civili sono rispettati e la violenza è una cosa eccezionale e il mondo del “non essere” dove vive il 50% delle persone che non conosce diritti. In quel mondo le comunità si “auto-organizzano” per dar vita a “mondi altri”.

Piccole realtà solide possono cambiare le cose e avviare una trasformazione, lenta ma efficace nei vari territori. Zibechi parla di Estrattivismo come forma di accumulazione del capitale, guidata dalla finanza, per accaparrarsi le risorse naturali e trasformarle in materie prime. In questo contesto “le popolazioni sono di ostacolo per il capitale e vanno per questo eliminate”. L’estrattivismo è la quarta guerra mondiale, e a pagarne le conseguenze sono l’ambiente, le risorse naturali e le persone.

Parlando della Sardegna, dice Zibechi, “ci sono esperienze molto interessanti, decine di gruppi che resistono”.

E così, la presenza di Raul Zibechi in Sardegna vuole essere l’occasione affinché i diversi, numerosi e attivi gruppi e movimenti che vi operano, si ritrovino insieme e affrontino i temi a loro cari. E’ un’occasione per intessere trame e ricucire tessuti della lotta comune e delle comunità, per raccontare esperienze e al contempo analizzare insieme limiti e pregi di percorsi condivisi e condivisibili.

Grazie alla presenza di Raul, vorremmo analizzare insieme la storia/le storie della Sardegna che resiste e crea alternative e sentire da lui esperienze traslate dalla storia dei movimenti in Sud America e rifletterne in maniera condivisa.

Antimilitarismo, indipendentismo, resistenza, beni comuni, lotta a favore dell’ambiente, sovranità alimentare, sono i temi affrontati nelle varie tappe del viaggio in Sardegna che abbiamo chiamato “Il saccheggio estrattivista e i territori resistenti, le comunità sarde incontrano Raul Zibechi”, che vuole essere un percorso della storia collettiva dei movimenti e uno strumento per rafforzare e rinsaldare legami e relazioni.

Il primo incontro intitolato “Semi di resistenza per conservare la vita” si svolgerà ad Iglesias, nel Sulcis, i movimenti locali che si oppongono alle politiche neoestrattiviste in un territorio devastato e nel contempo cercano di creare un’alternativa valida, efficace e pulita si racconteranno.

Il 14 giugno sarà a Cagliari per un incontro con il mondo della città e le sue forme di resistenza. “Sopravvivere alla città”: il tema al centro dell’iniziativa, nella suggestiva e centrale Piazza S. Domenico. Il 15 a Villacidro, nel contesto campestre degli olivastri millenari di San Sisinnio, dove si incontreranno movimenti, gruppi, collettivi, organizzazioni per parlare di temi cari alla Sardegna, “Indipendentismo, occupazione militare e repressione”. Il 16 sarà a Sassari all’incontro incentrato sul tema della sovranità alimentare. Il 17 ad Olzai per il tema “Oltre lo sfruttamento un futuro è ancora possibile” per chiudere a Siniscola il 19, per affrontare il tema di “Libere comunità resistenti”.

Non si ruba sul latte versato. Intervista agli autori del libro

di Daniela Piras

 

A febbraio di quest’anno la Sardegna è stata scenario di una delle lotte più dure portate avanti dai pastori. La lotta è stata principalmente contro chi utilizza il latte da loro prodotto e lo trasforma, gli industriali, accusati di guadagnare senza avere nessun rischio d’impresa. È in questo rapporto tra pastori/lavoratori e padroni/industriali che si insinua la rottura.

È una lotta che va oltre la richiesta di interventi da parte dell’anello intermedio della politica, non si vogliono ottenere sovvenzioni, si vuole mettere in discussione alla radice il rapporto tra coloro che producono e coloro che controllano l’intera filiera.

Per più di un mese si assiste a uno sciopero durissimo, con presidi permanenti in otto caseifici, camion perquisiti ai porti, autocisterne assaltate per impedire di far conferire il latte agli industriali, a quei padroni che, nascondendosi dietro parole come “mercato” e simili, decidono che prezzo dare al lavoro dei pastori, al loro latte e al loro sudore. Il mercato è visto come una grande truffa che serve a giustificare condizioni illogiche, che vedono i produttori come l’anello debole della filiera, senza alcun potere decisionale.

La recriminazione maggiore è ben sintetizzata nella dichiarazione di un pastore di Siniscola, il quale afferma che «Questo è l’unico mestiere al mondo in cui chi compra fa il prezzo».

Si è trattato di una protesta che ha tenuto alta l’attenzione della Stampa per oltre un mese. Abbiamo chiesto a un redattore di InfoAut, coautore del libro “Non si ruba sul latte versato – sullo sciopero dei pastori sardi”, edizioni DeriveApprodi, di darci il suo punto di vista su una lotta che lo ha visto, insieme ad altri militanti, partecipare attivamente ai presidi ed entrare in contatto diretto con i protagonisti di questa lotta.

  1. I pastori sono considerati lavoratori autonomi. Nell’analisi dello scontro tra produttori e industriali riportato nel libro invece troviamo parole che sembrano appartenere ad altre dinamiche, come “salario”. Come si può associare all’idea di lavoratore autonomo un concetto come quello di “salario”? Sembrerebbe una contraddizione in termini.

È questo uno degli aspetti su cui ci siamo impegnati a dissipare alcuni pregiudizi che ci sembrava affliggessero i contesti dei militanti di sinistra che osservavano in quelle settimane di febbraio la protesta dei pastori. Si sa, è opinione ricorrente in questi ambienti giudicare come estranee alla lotta e alle possibilità della lotta di classe categorie estranee a quelle tradizionalmente protagoniste della storia del movimento operaio: i salariati. Ci sembrava allora che alcune rappresentazioni all’apparenza distanti andassero fatte incontrare alla luce di un tentativo di lettura materialistico dei fenomeni. Ogni allevatore è titolare di partita IVA, questa è una ovvietà. È così che una filiera produttiva con al vertice industriali e caseari e grande distribuzione organizzata scarica verso il basso i costi di produzione comprando da altri attori economici subordinati un prodotto di consumo intermedio da trasformare e immettere sul mercato. Ogni allevatore è dunque formalmente autonomo sul mercato ma salariato di fatto perché di quanto valga il suo lavoro, e il prodotto del suo lavoro decidono altri padroni: gli industriali, le politiche comunitarie, la grande distribuzione. D’altra parte in quei 60 centesimi al litro non si può dire che c’è il salario del pastore? Il punto è che anche della nozione di salario si condivide un’interpretazione molto riduttiva. Non si tratta infatti, come sosteniamo anche nel testo, solo della forma della compravendita della forza lavoro ma del modo della sua alienazione, il fatto che il pastore non controlli nulla della sua vita e del suo lavoro e che il modo in cui ne è espropriato passa per la mercificazione della capacità umana.

2. Gli interessi dei pastori e quelli degli industriali, nonostante entrambi appartengano alla stessa catena produttiva, appaiono contrapposti. È qui che l’idea di non conferire il latte nei caseifici da parte dei pastori appare come un tentativo di far aumentare il loro peso e la loro capacità di contare. Che aria si respirava nei presidi? Pensi di aver assistito a una nuova presa di consapevolezza dei pastori, capace di mettere in discussione lo stato attuale del rapporto tra i vari anelli della catena produttiva, specie dei più giovani tra loro?

Gli interessi dei pastori e quelli degli industriali sono contrapposti. Come ripeteva un pastore della Baronia: “noi pascoliamo e mungiamo, non siamo agenti di borsa”. Lo ripeteva per ribadire un concetto molto semplice: il pastore vende, l’industriale compra, trasforma e rivende il latte del pastore in prodotto finito. È la forma elementare della circolazione che realizza il capitale degli industriali che investono nel settore: denaro, merce, denaro. C’è un antagonismo elementare tra la figura di chi vende e quella di chi compra, ognuno persegue il suo specifico interesse sebbene con mezzi e capacità differenti… l’industriale controlla il lavoro del pastore, come dicevamo. Ora, troppo spesso i vari cicli di lotta dei pastori sardi sono stati rappresentati mistificando questi interessi contrapposti. Si parlava di “salvare la filiera”, “rilanciare il settore” e cose di questo tipo. Queste espressioni erano completamente sparite nei primi giorni dello sciopero, prima che la questione dei tavoli di trattativa tornasse centrale nella dinamica di conflitto apertasi. Perché? Di fatto questo sciopero attaccando direttamente l’interesse dell’industriale mostrava la realtà di interessi contrapposti nella stessa filiera. Era come se i pastori dicessero: non sarà il mercato a salvarci, non la quotazione in borsa del pecorino romano, ma, prima di tutto l’erosione dei margini di profitto degli industriali. In questa maniera – sentivamo dire ai presidi – sicuramente avremmo garantito il valore del nostro lavoro e potremmo raggiungere un euro al litro. Certamente la situazione era ancora più complessa ma la difesa egoistica di un interesse irriducibile, di parte e antagonista a quello del padrone che controlla il tuo lavoro e ne decide il prezzo era una conquista straordinaria per la chiarezza, anche comunicativa, della lotta in corso. Non direi si trattasse di maggiore consapevolezza acquisita. Infatti di odio per gli industriali ne ho sentito sempre parlare, in ogni dove in Sardegna e a ogni ondata di protesta dei pastori. Il punto di novità qui è stato un altro: quest’odio non veniva più “diluito” negli obbiettivi politici della lotta in una generica richiesta di aiuto alla politica affinché mediasse tra pastori e industriali ammortizzando i costi vivi di produzione dei primi e garantendo i profitti dei secondi. Non si trattava più di salvare la filiera quanto semmai di spezzarla per contrattare un nuovo costo del lavoro e nuovi rapporti di forza nello stesso ciclo produttivo. Questo ci sembra sia stato un fattore di discontinuità notevole, soprattutto nei primi dieci giorni di protesta, favorito in particolar modo dallo scavalcamento di vecchie rappresentanze abituate a condurre la lotta in questa logica di mediazione e dall’irruenza della protesta partita all’improvviso e in maniera incontrollabile. In questa dinamica ci sembra di aver osservato come molti pastori giovani e giovanissimi, estranei anche anagraficamente ai precedenti cicli di lotta, agissero un ruolo di primo piano riproducendo e allargando pratiche di lotta orientate a colpire gli industriali: i presidi ai caseifici, il non conferire, la caccia alle cisterne. Erano estremamente conseguenti: se il problema è l’industriale è il suo interesse che va danneggiato. Tantissimi ripetevano: “non abbiamo da chiedere nulla ai politici, basta con le elemosine”.

3. Lo sciopero dei pastori può essere visto come un conflitto di classe? Quanta libertà e potere decisionale hanno i pastori all’interno della filiera produttiva? Quanto le famigerate “regole del mercato” incidono sulla vita quotidiana e sul lavoro reale dei pastori?

È importante ponderare le parole, per non sovraccaricare di significati esterni ciò che le parole denotano e per non tradire la realtà. Nel libro a proposito di questo sciopero di febbraio parliamo di frammenti di lotta di classe perché in alcuni suoi aspetti ci sembrava di rintracciare alcune condizioni di sviluppo proprie di possibili conflitti di classe all’altezza del nostro tempo. Mi spiego meglio. Lo scontro con gli industriali come anello superiore della catena produttiva, la costruzione di un interesse collettivo irriducibile e contrapposto a questo per una nuova contrattazione collettiva nel rapporto produttivo, il negarsi come fattore di valorizzazione del capitale detenuto dagli industriali, quindi di fatto, non conferendo, scioperare per aumentare il valore della propria attività. Questi sono frammenti di un conflitto con caratteristiche di classe. Ma la suggestione si ferma qui. Infatti come dichiarato da alcuni pastori al blocco di Lula: “noi restiamo una categoria, non siamo classe”. Bisogna volare basso ma dare fiducia alla realtà quando questa grazie alle lotte disvela l’antagonismo nei rapporti di sfruttamento che riproducono questo mondo.

In questo senso ci siamo sentiti di parlare di lotta di classe, anche per sfidare una percezione ottusa e diffusa che invece per pregiudizio questa fiducia a quanto accaduto non la voleva accordare. Frammenti comunque. Anche se molto potenti e in grado di mostrare un antagonismo dentro un possibile sviluppo di classe perché poi attorno alla lotta almeno fino al 13 febbraio altre istanze, per quanto confusamente, si accordavano. Non bisogna sottovalutare il peso di intere comunità che sono scese in lotta con i pastori. Non che hanno solidarizzato, ma hanno proprio lottato con loro. Al blocco del bivio di Lula del 13 febbraio si trovavano almeno quattromila persone dai paesi di Barbagia e Baronia.

Centri con scuole, uffici e attività completamente chiusi. Perché? Era una forma di governo del territorio infrastrutturato e riprodotto da quell’economia che veniva contestata. L’essere ostaggio delle sue regole e di quelle del suo mercato. Venivano fermati e perquisiti i camion della carne per controllarne la provenienza perché le carni di importazione abbassano il prezzo delle produzioni sarde, perché tutta la vita e la riproduzione sociale è stata integrata in circuiti mercificati a condizioni non sostenibili. Espropriati della possibilità di produrre, ridotti i redditi, costretti a consumare. A un certo punto attorno alla lotta dei pastori sembrava si addensassero anche queste contraddizioni come ulteriori frammenti di un possibile sviluppo di classe, ovvero per l’autonomia di una macroparte in conflitto da un padrone collettivo – il mercato – che scompone gli aggregati sociali, mercifica la riproduzione della vita, erode i salari. Sono segnali importanti all’altezza dei conflitti al tempo della crisi in cui dopo il lungo ciclo neoliberista sembrava non esserci più spazio per un’ipotesi di ricomposizione delle istanze proletarie, di chi comunque lavora e consuma non alle proprie condizioni, in un corpo collettivo, di classe per l’appunto. Frammenti, certo. Occorre ribadirlo. Ma forse in Francia, per quel che riguarda i gilets jaunes, su contraddizioni analoghe quei frammenti iniziano a comporsi in una nuova sintassi di conflitto e critica all’esistente.

 

  1. Si è sentito dire spesso, in questa protesta e anche in tempi passati, che i pastori sono per lo più degli “egoisti”. Secondo te perché vengono tacciati di egoismo?

    È una rappresentazione ricorrente in cui un’immagine romantica trasfigura in giudizio politico e viceversa. La secessione dalla società di questo mestiere che si svolge nelle campagne ha alimentato un’idea del pastore come uomo solo interessato solo a sé, legato alle comunità di appartenenza come appendice relativamente indipendente. Cosa c’è di vero in questo? Alle condizioni della produzione industriale del formaggio pecorino ben poco, se non il fatto che effettivamente, in quanto produttori autonomi, i pastori nella catena produttiva hanno poche occasioni di incontro tra di loro sebbene negli ultimi anni i social network abbiano costruito una comunicazione informale endogena a questo mondo la quale ha anche rappresentato una infrastruttura importante per la lotta. Comunque questo essere soli è stato percepito come un pensare solo a sé. Da qui l’accusa di egoismo, confermata, a detta di tanti, dai troppi cicli di lotta precedenti ritenuti troppo dipendenti dall’assistenzialismo della politica, dipendenti dagli aiuti solo per sé. Si tratta di giudizi esterni al mondo dei pastori ovviamente. Ma questi giudizi andrebbero sfidati. Ricordo bene che in quei giorni quando sentivo, specie in contesti militanti, sentenze di questo tipo istintivamente mi veniva da pensare: “ma qual è la categoria o la figura anche individuale che, in società scomposte e atomizzate come le nostre, lottando non parte dalla difesa del proprio interesse?”. Non esistono le lotte combattute per l’universale e se queste arrivano lo diventano. Questo discorso dell’egoismo va anzi impugnato. Meno male che c’è chi lotta per il proprio interesse specifico, portandolo fino in fondo, costruendo un’irriducibilità di questo ad altri. È nella costruzione della parzialità che emergono gli interessi in conflitto senza che questi vengano mistificati nella difesa di interessi comuni di vario tipo: dalla filiera, alla democrazia. Inoltre è solo sullo sviluppo di questa parzialità che le gerarchie nella riproduzione del rapporto sociale si possono incrinare ponendo delle condizioni di ricomposizione su istanze ulteriori e allargate. Ma se non si lotta a partire da sé, dalla propria condizione e contro la propria condizione attuale non c’è una generalità possibile a venire.

  2. Con l’accordo raggiunto l’otto marzo si è stabilito di fissare il prezzo del latte a 74 centesimi al litro, e ventiquattro milioni sono andati dal governo agli industriali. È una soluzione-tampone che ha lasciato rabbia e molta delusione. Adesso che i riflettori si sono un po’ spenti, e ci si è concentrati sulle conseguenze di tali rimostranze (attualmente ci sono centosessanta procedimenti penali in corso) è importante capire che il fuoco della protesta cova sotto la cenere. Nel libro si dice che le condizioni per far sì che la lotta riesploda ci sono tutte, puoi spiegarci il motivo, in maniera sintetica?

 

Sì la brace cova sotto la cenere, ma è importante anche fare il punto sulla trattativa penso. O meglio sul senso che ha acquisito in una dinamica di scontro vero. Un rischio che si è profilato, specie tra chi ha assistito dall’esterno alla lotta, è stato nel corso delle settimane quello di dividersi tra tifosi della lotta a oltranza e partito della fiducia nella trattativa. È sempre stata una falsa opposizione che nasconde un’attitudine a giudicare la lotta invece che a comprenderla. Credo che ogni conflitto quando è vero e trasformativo della realtà da un lato la nega radicalmente puntando a rovesciarla da un’altro lato, ma nello stesso sviluppo dialettico, innova le condizioni di riproduzione della realtà. La trattativa è stata per l’appunto questo: il verso innovativo di uno stesso movimento conflittuale impostosi con il rifiuto di continuare a lavorare come si lavorava prima, a 60 centesimi a litro. Quindi, primo fatto: senza lo sciopero non ci sarebbe stata nessuna trattativa, vero; ma, secondo fatto: si può discutere di come e per quali limiti progettuali la trattativa abbia poi preso il sopravvento sullo sciopero diventando l’aspetto centrale e ufficiale della protesta ma non si può affermare che la trattativa abbia “tradito” la lotta. Un pastore di Siniscola, un’avanguardia di lotta, sostenitore dello sciopero duro e mai implicato nelle dinamiche dei tavoli, quando abbiamo presentato il libro a Siniscola, ha rammentato che pure quei 14 centesimi in più sono innanzitutto un risultato della lotta e un nuovo punto di partenza aggiungendo che se non si è convinti di questo allora ci si inganna, ritenendo di aver lottato per nulla. Invece non si è lottato per nulla, perché nuove condizioni di possibilità sono emerse. La trattativa è un po’, diciamo, il sintomo di un autonomia che c’è, quella di avere la forza di negarsi in un ruolo preordinato lottando collettivamente, e di quella che manca, ovvero la capacità di costruire un progetto su questa forza favorendo però comunque un’innovazione, un cambiamento e quindi la possibilità di continuare a svilupparla in rivolgimento. Il massimalismo di per sé non è una risposta sufficiente. Detto questo il malumore è tanto. Ed è comprensibile. Infatti la domanda iniziale era giustamente molto pretenziosa, frutto anch’essa dell’accumulo di cicli di lotta precedenti. Ma ciò che va specificato è che questa insoddisfazione per una trattativa ferma non è attribuibile solo a un umore oltranzista della base di chi ha lottato. Ci sono delle ragioni materiali. Provo a elencarne alcune per punti. Primo: il fatto è che ancora una volta il prezzo del latte e le sue progressioni sono agganciate al prezzo del romano sul mercato, dunque alla produttività dei padroni. Ciò ovviamente non sposta gli assetti materiali contro i quali la lotta è esplosa. Secondo: i 74 centesimi ristrutturano la filiera. Gli industriali hanno liquidità per sostenere il sovrapprezzo mentre le cooperative avendo stipulato prestiti con le banche su una campagna che prevedeva un costo del latte più basso, si trovano ora scoperte. Pare che alcune grosse cooperative siano in ritardo nei pagamenti dei mesi successivi all’accordo. Ciò ovviamente aumenta il malcontento dei soci-conferitori che hanno condotto la stessa identica battaglia di chi conferiva agli industriali. Terzo: gli industriali lamentando una crisi di sovrapproduzione contemplano questa ristrutturazione della filiera con un restringimento della base dei conferitori. Pare infatti stiano stipulando contratti separati con aziende grosse – oltre i mille capi – le quali potrebbero sopportare un prezzo basso del latte. Si produrrebbe così in tendenza uno scontro tra allevatori medio-piccoli che sono la più parte e la base più conflittuale dello sciopero e grossi allevatori. Questi verrebbero integrati nel mercato a condizioni non sostenibili dagli altri. Quarto: non tutto ruota attorno alla trattativa. Le generazioni più giovani e centinaia di pastori impegnati nello sciopero sono stati solo parzialmente coinvolti dalla dinamica di sviluppo delle trattative. Rappresentano la faccia non ufficiale della lotta e allo stesso tempo la sua ossatura. Questa ancora continua a organizzarsi o a non conferire. Porta avanti comunque la lotta anche se le manifestazioni di questa non emergono sul lato dell’ufficialità, di ciò a cui la politica e la comunicazione danno importanza, ma ciò non significa che non possano ritrovare un’autonomia di linguaggio e dunque di protagonismo che costringerà di nuovo la controparte a fare i conti con una domanda irrisolta: non solo un euro a litro di latte ma più potere e controllo sulla propria vita per migliaia di pastori.

  1. “Non si ruba sul latte versato” si chiude con una riflessione sul fatto che la potenza di questa lotta consiste nel suo essere “incompiuta” e con la sua incompatibilità con il regime di mercato. Cosa dobbiamo e possiamo aspettarci nell’immediato futuro?

 

È in questo senso che sosteniamo che quanto avvenuto in Sardegna a febbraio rappresenta una lotta all’altezza di questo tempo. Tempo dei neopopulismi, come amano dire i politologi, o tempo della crisi del neoliberismo. Infatti è vero che la lotta ha innovato delle condizioni di questo lavoro ma il suo risultato più importante è aver mostrato anche e soprattutto l’incapacità di riformare il settore alle sue stesse condizioni. Non c’è capacità di recupero istituzionale a una domanda di conflitto quando questa assume la chiarezza del proprio obiettivo e l’irriducibilità del proprio punto di vista e di quello delle reti sociali produttive e riproduttive che aggrega. Per questo è incompiuta. Perché ciò che vuole davvero non lo otterrà alle regole del gioco a cui vorrebbero farla stare. C’è in ballo molto di più… ma qui ci fermiamo. In Francia, su proporzioni ovviamente differenti, si assiste alla stessa dinamica. Questa lotta è stata innanzitutto un frammento di possibilità che ci consegna una rinnovata fiducia nella possibilità di lottare e ricomporre su istanze politiche autonome mondi che pensavamo integrati e compromessi irrimediabilmente con la riproduzione capitalistica della vita, strozzati da questa. La partita non è mai chiusa.

 

La legge elettorale che favorisce potenti e autoritari

di Roberto Loddo

Le persone che si candidano a costruire il cambiamento in ogni dimensione della rappresentanza politica in Sardegna dovrebbero esprimersi su come portare ossigeno alla democrazia e riavvicinare le cittadine e i cittadini alle istituzioni. Oggi la politica è logorata dall’assenza di partecipazione e da alcuni decenni in occasione delle elezioni, siano esse politiche o amministrative, registriamo una percentuale di non votanti che si avvicina sempre più al 50%.

Questo processo di delegittimazione della rappresentanza politica e dei partiti ha compromesso ogni assemblea elettiva in Sardegna a partire dall’impianto istituzionale della Regione. Una delle maggiori cause è la legge elettorale sarda che ha contrastato ogni tentativo di capacità critica e di mobilitazione delle opposizioni. L’attuale legge regionale è una truffa che ha reso la Regione Autonoma della Sardegna un’istituzione insignificante e piegata da un potere dello Stato sempre più accentratore. Una truffa che garantisce alla coalizione vincente una maggioranza del 55% dei consiglieri regionali e una soglia di sbarramento del 10% a danno delle formazioni non alleate con le due coalizioni più votate. Per questo abbiamo bisogno di una legge elettorale democratica che possa contrastare quei poteri che hanno scelto di mettere le disuguaglianze come motore della società.

Sono queste le ragioni che mi hanno motivato a sottoscrivere il ricorso presentato dai Comitati sardi per la democrazia costituzionale e dal Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria perché venga abolita l’attuale legge elettorale sarda. Ho firmato il ricorso perché vorrei combattere le pulsioni del populismo autoritario e dell’antipolitica. La rabbia degli esclusi dalla società non si risolve mettendo in stand-by il sistema dei partiti, e non si placa riducendo la democrazia e affidando potere all’onnipotenza della maggioranza impersonata da stregoni e leader carismatici.