La Sardegna e la canapa (il)legale

 

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 di Luana Farina Martinelli

 

In Sardegna produttori, negozianti e pazienti saranno danneggiati dalla sentenza proibizionista arrivata ieri, come una mannaia, da parte della Corte di Cassazione in merito alla cosiddetta «cannabis light», che vieta la commercializzazione (quindi danneggia anche la produzione) del prodotto e di conseguenza l’uso terapeutico che ne fanno tanti pazienti affetti da diverse patologie.

 L’iter legislativo: A giugno 2018 la ministra Giulia Grillo Governo Lega/ 5 Stelle e ancor prima di lei la ministra Lorenzin governo PD, a febbraio dello stesso anno, aveva chiesto un parere al Consiglio Superiore di Sanità che si era espresso negativamente riguardo la vendita di prodotti a base di cannabis.

La sentenza della Corte di Cassazione ciò che stava diventando anche per la nostra terra una risorsa economica, oltre all’immane danno economico, rischia di attivare un mercato nero e criminale anche per la cannabis light, al pari delle droghe propriamente dette.

Si focalizza l’attenzione sulla cannabis (perfino su quella legale) quando la vera emergenza in Italia è l’alcol: 435 mila morti in 10 anni!

Un po’ di storia: Questa confusione nasce dall’ignoranza non solo scientifica, ma anche storico-economica. Infatti all’inizio del 1900, prima dell’avvento del proibizionismo, nello stato italiano si coltivavano più di 100 mila ettari di canapa. Nel 2015 se ne sono coltivati poco più di 3 mila. Questo perché la pianta è passata dall’essere centro di un’economia fiorente a prodotto fuorilegge, a causa della confusione con la marijuana al 100% (per informazioni: link)

Danni economici: Una mazzata per produttori e negozianti, anche sardi, che coltivano e vendono la marijuana legale contenente un principio attivo di Thc (tetraidrocannabinolo) inferiore allo 0,6%, come previsto nella legge.n.42 approvata nel dicembre 2016, entrata in vigore il 14 gennaio 2017.

In Sardegna le associazioni di categoria infatti si preoccupano delle ricadute per chi ha intrapreso la coltivazione, perché nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte i terreni coltivati a cannabis sativa: “Ora occorre fare chiarezza per tutelare i cittadini e le centinaia di aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa”(Coldiretti).

In Sardegna a livello commerciale sono attivi 20 esercizi (+5). http://growshop.dolcevitaonline.it/  (dati aggiornati a gennaio 2019)

Per quanto riguarda invece i produttori la Sardegna è un esempio virtuoso emblematico: “…la SardiniaCannabisAssociazione Canapicoltori della SardegnaNo Profit per lo Sviluppo Umano Sostenibile è un gruppo eterogeneo di imprenditori e professionisti sardi e di tutto mondo accomunati dal desiderio di risolvere, grazie alla creazione di una filiera etica della canapa locale, diverse problematiche del territorio puntando alla creazione di ecosistemi fiorenti in interazione multifunzionale con altri settori.

Sardinia Cannabis trasforma in vantaggio quello che storicamente era considerato un limite: l’essere un’isola. Ora questo “gap” era diventata un’opportunità perché si sperimentano a livello locale soluzioni anche di provenienza globale, potendo controllare molte variabili in maniera accessibile grazie alla biodiversità climatica e geologica della nostra  isola posta al centro del Mediterraneo.

Facciamo alcune attività: Creazione di occasioni di lavoro per giovani e adulti disoccupati. Messa in produzione di terreni abbandonati. Bonifica da agenti inquinanti. Rigenerazione dei suoli esausti. Protezione dell’ambiente. Valorizzazione della risorsa acqua. Inclusione di soggetti deboli e svantaggiati. Costituzione di fattorie sociali cooperative. Connessioni produttive con i settori dell’artigianato tradizionale e artistico e dell’ecodesig.

Danni sanitari: Moltissimi dei negozi “incriminati” vendono tisane, olii, pasticche, gocce, mentre attendevano  che la Regione recepisse dal 2015 la legge sulla somministrazione della cannabis a fini terapeutici nelle strutture sanitarie, così come promesso a suo tempo dall’Assessore Arru sulla quale nel 2017 si spaccò in due il Consiglio Regionale, in seguito ad una proposta di legge regionale avanzata dal consigliere Paolo Zedda. Tali farmaci suppliscono a volte alla cura e spesso contribuiscono ad alleviare dolori ed effetti collaterali di patologie come, sclerosi, artrite reumatoide, neuropatia, tumori, morbo di Parkinson, insonnia, prevenzione e trattamento dell’Alzheimere altre infiammazioni cerebrali.

In una Sardegna, priva di tale legge, ancora la terapia antalgica a base di cannabis non rientra tra quelle previste dai Lea della Regione, ovvero  tra le cure convenzionate e dispensate dal Servizio sanitario nazionale, come avviene invece in altre regioni a statuto ordinario, prima tra tutte la Toscana, e altre regioni a statuto speciale come Sicilia e Trentino (link).

Per approfondimenti: link

Tirando le somme di quanto esposto, è evidente che ancora una volta per noi sardi si tratta di affrontare il problema dal punto di vista politico-economico-sanitario, in una Regione che soffre, anche in questo caso, di una totale dipendenza coloniale dall’Italia, dalla sue leggi e di una gestione politica sarda che non si emancipa mai (nemmeno in nome della presunta Autonomia speciale), con leggi proprie che tutelino l’economia e la salute dei sardi. Invece si susseguono Governi regionali incapaci di cogliere una benché minima occasione per dare prova di capacità, ma anche di umiltà, rispetto a chi ha dimostrato che “si può fare, basta volerlo”, di sostenere i piccoli imprenditori coraggiosi, gli esercenti, ma soprattutto di tutelare la salute dei propri cittadini.