Canepa, il Fidel Castro siciliano

Articolo a cura di Antudo
La tomba di Antonio Canepa

La storia ufficiale, quella che si tramanda attraverso i libri di scuola e i convegni accademici, sopprime o sfigura le storie subalterne, le tante storie generate nelle periferie coloniali e visibilmente ostili al racconto della nazione colonizzatrice. La cancellazione o la deformazione delle storie subalterne è necessaria per il buon funzionamento della macchina coloniale. Così è avvenuto per la storia di Antonio Canepa e, più in generale, per la lotta indipendentista nella Sicilia degli anni ’40. La deformazione distorsiva ha orientato i resoconti di uno dei momenti più pregnanti della storia siciliana – la lotta popolare separatista, di cui Canepa fu l’interprete più genuino. Il Canepa che la storia ufficiale ci trasmette è descritto una volta come spia, un’altra come combattente al soldo dei servizi segreti stranieri e, ancora, come reazionario, pazzoide, delinquente. Infamando Canepa, la storia ufficiale ha messo al riparo i fondamenti oppressivi con cui lo Stato italiano regola i rapporti con la Sicilia; negandone lo spirito rivoluzionario e indipendentista mira a bloccare le spinte alla trasformazione. Perciò, al fine di ritrovare la natura autentica di un personaggio che ancora oggi fa sentire la sua voce, occorre riferirsi ai fatti restituendo la vera immagine di Canepa, ripulita del lordume che l’imbratta.

Marcello Cimino, storico e giornalista attendibile, nel suo articolo “Canepa, il professore guerrigliero” apparso su L’Ora del 19 giugno 1965, sostiene che Canepa ha la stoffa di un Fidel Castro siciliano. In effetti, è difficile non riconoscere che la figura del comandante siciliano, dalla prima giovinezza fino alla sua uccisione, riveli i tratti del capo rivoluzionario capace, a detta di Cimino, «di vivere e morire in completa coerenza con le proprie idee e trascinare altri uomini a lottare per un ideale». Ritornare sui momenti più significativi della vita politica di Canepa dimostra senza ombra di dubbio la fondatezza di quei giudizi.
Fin da ragazzo, Canepa manifesta apertamente una irremovibile inimicizia nei confronti del governo fascista, accusato di essersi alleato in Sicilia con la mafia e la destra agraria contro i contadini e l’occupazione delle terre. L’antifascismo di Canepa non è di facciata ma si ispira a un forte senso della militanza attiva. Egli condanna severamente l’omicidio di Matteotti, che nel giornale La Sicilia socialista aveva esortato il popolo siciliano a riconquistare la libertà perduta. Negli anni ’30 Canepa pubblica diversi articoli contro gli attacchi alle sedi e ai dirigenti socialisti e, in particolare, contro la politica repressiva del governo italiano. I suoi scritti clandestini contro Mussolini utilizzano un linguaggio che per alcuni versi ricorda Marx e Bakunin. Nella sua tesi di laurea dichiara coraggiosamente la propria contrarietà a ogni dittatura e definisce il Diritto ipocrita espressione della brutale forza dello Stato.
Terminati gli studi, progetta di far saltare in aria lo studio di Mussolini a Palazzo Venezia; il progetto non va in porto, quando scopre che i cunicoli sotterranei che l’avrebbero portato in prossimità di quello studio erano stati murati dall’OVRA, l’organismo di vigilanza mussoliniano. Durante il servizio militare affina la conoscenza delle armi e delle tecniche militari. Nell’estate del ’33 progetta, insieme al fratello Luigi, un attentato contro il governo fascista di San Marino, che favorisca il ritorno di quella repubblica a «faro di riconquistata libertà». Il piano fallisce a causa di una spia infiltratasi nel gruppo; Canepa viene arrestato e portato prima nel carcere di Regina Coeli, quindi internato in un manicomio criminale, secondo la politica repressiva con cui Mussolini puntava a far passare per pazzi i propri oppositori.
Tra le numerose azioni di sabotaggio antimilitarista compiute da Canepa si ricordano: l’attacco nei pressi di Messina a un convoglio ferroviario carico di munizioni; l’assalto militare a un “treno armato” tedesco diretto a Catania; l’attentato ai depositi di munizioni dell’aeroporto di Gerbini, un’importante base aerea da dove partivano le incursioni contro l’isola di Malta. Intorno al ’42 esce un suo volume intitolato Vent’anni di malgoverno fascista che avrebbe costituito l’ossatura de La Sicilia ai siciliani apparso l’anno successivo e definito da Marcello Cimino «un opuscolo violentemente antifascista e separatista». La Sicilia ai siciliani avrebbe costituito la lettura di riferimento pratico e ideologico per molti giovani indipendentisti, alcuni dei quali militavano nel gruppo clandestino “Giustizia e Libertà”, che lo stesso Canepa aveva contribuito a fondare a Catania con Andrea Finocchiaro Aprile.
Dopo l’attentato all’aeroporto di Gerbini, decide di abbandonare l’isola e recarsi a Firenze, dove fonda una cellula di resistenza partigiana. Su un manifesto a lui attribuito, apparso a Firenze per il Partito dei Lavoratori, si legge: «Noi lavoratori abbiamo un conto aperto, un conto da regolare, con la borghesia italiana. E’ quella stessa borghesia che ha scatenato il fascismo e, protetta dal fascismo, ci ha sfruttati fino ad oggi. La borghesia, un pugno di capitalisti, di speculatori e di parassiti, ha portato l’Italia alla rovina. Basta! E’ tempo di liberarcene». Il Partito dei Lavoratori era costruito dal basso: dalle fabbriche, dalle miniere, dalle ferrovie, dai porti. A Firenze, Canepa subisce una condanna per gli articoli apparsi sul giornale di propaganda comunista Il grido del popolo.
Canepa torna a Palermo all’indomani dell’ignobile Strage del Pane, compiuta dal 139° Reggimento di Fanteria nell’autunno del 1944 – 19 morti sul terreno e altri 71 in ospedale a seguito delle ferite. A fine anno, nel clima della repressione antiseparatista scatenata da Salvatore Aldisio, dal governo nominato Alto Commissario per la Sicilia col compito di avviare il processo autonomistico, Canepa fonda il giornale Sicilia indipendente e dà forza alla prospettiva separatista. In alcuni significativi articoli, non manca di condannare la politica degli alleati che, dopo i primi ammiccamenti nei giorni dello sbarco (luglio 1943) ed in considerazione della nuova spartizione del mondo decisa a Jalta, si schieravano contro ogni ipotesi di indipendenza della Sicilia.
Intanto l’isola è attraversata da un nutrito movimento popolare che protesta contro lo Stato e contro la “servitù ai Savoia”, che i siciliani del movimento “Non si parte” combattevano dandosi alla macchia. All’inizio del ’45, Piana degli Albanesi si proclama Repubblica indipendente; seguono il suo esempio Comiso (dove prevale una alleanza tra comunisti e indipendentisti), San Cono e Palazzo Adriano. Insorgono anche Enna, Ragusa, Vittoria, Naro, Scicli, Avola, dove si registrano numerosi attacchi alle caserme e agli uffici governativi. In un panorama sociale e politico di tale natura ha inizio l’arruolamento nelle fila dell’EVIS, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, fondato da Antonio Canepa (alias Mario Turri) per realizzare il programma indipendentista e socialista con la tattica della guerriglia. I primi campi militari dell’EVIS, frequentati prevalentemente da contadini, pastori, studenti e renitenti alla leva, sorgono nei boschi dei monti della Sicilia orientale, un’area già frequentata da gruppi di indipendentisti armati (come i militanti del “gruppo Etna”). Tra gli obiettivi degli appartenenti all’EVIS, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni, c’è quello di imporre con le armi un plebiscito per separare la Sicilia e liberarla da ogni forma di oppressione coloniale. L’EVIS dà l’avvio ad una guerriglia organizzata, con diversi reparti di combattenti ben addestrati, depositi di armi, rifugi.
Preoccupati della piega che hanno preso gli avvenimenti, gli unitari, i latifondisti ed ampi settori del ceto medio stringono alleanze contro le masse popolari siciliane e, in modo particolare, contro le formazioni separatiste combattenti. I timori dei latifondisti e della destra del MIS aumentano proporzionalmente all’avanzata dell’EVIS. Il divario tra il programma sociale di Canepa e la politica del ceto medio si accentua pericolosamente, appianando in questo modo la strada ai tentativi governativi di assestare il colpo di grazia alla lotta per l’Indipendenza.
Come è risaputo, il fascismo e la guerra avevano colpito duramente il ceto medio siciliano a partire dagli anni ’30. L’età dell’armatoria, della manifattura, dell’industria zolfifera ed enologica era scomparsa, alimentando nel ceto medio l’opposizione alla politica fascista. La distanza tra la Sicilia e le altre regioni si era sensibilmente allargata: al 71,3% di prodotto pro-capite della Sicilia corrispondeva il 165% del Piemonte e il 146% della Lombardia – cioè penuria in Sicilia e sovrabbondanza al Nord. Si spiega così la massiccia presenza del ceto medio e dei latifondisti nel movimento indipendentista. Si trattò però di una presenza transitoria, destinata a durare fino a quando il governo non avesse trovato una soluzione per uscire dai guai: e questa soluzione si chiamò Autonomia. Lo storico Giuseppe Casarrubea, dopo avere consultato documenti desecretati dei servizi americani, rivela che la mafia, rispondendo all’appello del governo, era riuscita a convincere molti capi politici della destra indipendentista della necessità di sventare la minaccia della separazione promuovendo un processo autonomistico; se l’ipotesi di Casarrubea fosse vera, si tratterebbe della prima “trattativa Stato-Mafia”, orchestrata sulla pelle del popolo siciliano e della sua domanda di indipendenza.
Il solco tra le due ali dell’Indipendentismo siciliano si fa a quel punto incolmabile; il governo Bonomi ha mano libera per agire contro l’ala di sinistra, la più determinata e coerente. L’eccidio di Murazzu Ruttu del 17 giugno 1945 va collocato in questo contesto sociale e politico. Già all’indomani di quell’eccidio la propaganda nazionale inventa la favola di un attacco inaspettato dei guerriglieri dell’EVIS, che avrebbe colto di sorpresa i carabinieri; una favola ridicola, se si pensa che tutti e sei gli occupanti del motofurgone furono colpiti, anche mortalmente, mentre nemmeno un graffio fu riportato dai “tre” (?) carabinieri che avrebbero partecipato al posto di blocco. Gli accertamenti successivi e le testimonianze dei sopravvissuti sconfessano la versione ufficiale, costruita col preciso scopo di macchiare l’immagine di Canepa e dell’indipendentismo siciliano.
La ricostruzione dei momenti salienti della vita del “professore guerrigliero” smentisce le ricostruzioni faziose che intenderebbero negare la possibilità che l’Indipendenza possa avere un fondamento sociale e possa portare la Sicilia fuori dall’abbandono e dalla miseria. Canepa insegna che non c’è contraddizione tra la lotta per l’emancipazione sociale e la lotta per la liberazione dalla schiavitù coloniale. In un’intervista apparsa su La linea della palma (Rizzoli, 2002), Andrea Camilleri, che non ha mai nascosto il desiderio di scrivere una biografia di Canepa, conclude: «Canepa era un comunista, un uomo di sinistra, un uomo d’azione».
Corteo in onore del Comandante Canepa
Randazzo (CT): 16 giugno, ore 17.00