La legge elettorale che favorisce potenti e autoritari

di Roberto Loddo

Le persone che si candidano a costruire il cambiamento in ogni dimensione della rappresentanza politica in Sardegna dovrebbero esprimersi su come portare ossigeno alla democrazia e riavvicinare le cittadine e i cittadini alle istituzioni. Oggi la politica è logorata dall’assenza di partecipazione e da alcuni decenni in occasione delle elezioni, siano esse politiche o amministrative, registriamo una percentuale di non votanti che si avvicina sempre più al 50%.

Questo processo di delegittimazione della rappresentanza politica e dei partiti ha compromesso ogni assemblea elettiva in Sardegna a partire dall’impianto istituzionale della Regione. Una delle maggiori cause è la legge elettorale sarda che ha contrastato ogni tentativo di capacità critica e di mobilitazione delle opposizioni. L’attuale legge regionale è una truffa che ha reso la Regione Autonoma della Sardegna un’istituzione insignificante e piegata da un potere dello Stato sempre più accentratore. Una truffa che garantisce alla coalizione vincente una maggioranza del 55% dei consiglieri regionali e una soglia di sbarramento del 10% a danno delle formazioni non alleate con le due coalizioni più votate. Per questo abbiamo bisogno di una legge elettorale democratica che possa contrastare quei poteri che hanno scelto di mettere le disuguaglianze come motore della società.

Sono queste le ragioni che mi hanno motivato a sottoscrivere il ricorso presentato dai Comitati sardi per la democrazia costituzionale e dal Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria perché venga abolita l’attuale legge elettorale sarda. Ho firmato il ricorso perché vorrei combattere le pulsioni del populismo autoritario e dell’antipolitica. La rabbia degli esclusi dalla società non si risolve mettendo in stand-by il sistema dei partiti, e non si placa riducendo la democrazia e affidando potere all’onnipotenza della maggioranza impersonata da stregoni e leader carismatici.

A Foras s’Italia

Foto tratta dalla pagina fb de Il Manifesto Sardo

di Bainzu Piliu

Il 2 giugno era la festa della Repubblica Italiana e discorsi e parate militari sono stati all’ordine del giorno in tutte le principali città italiane, lo stesso ovviamente è accaduto in Sardegna. Io non ho potuto, né voluto, assistere ai festeggiamenti perché impegnato insieme ad un migliaio di altre persone in una contro-manifestazione che nello stesso giorno si svolgeva a Cagliari.
Prima, durante, e dopo mi chiedevo a che cosa potesse servire – da una parte e dall’altra – tutta questa agitazione, da parte nostra e da parte italiana, perché l’esibizione di uniformi e di macchine da guerra, di discorsi. Credo che fossimo in tanti a porci delle domande. Ieri, 4 giugno 2019, leggo il commento di un amico di Facebook che scrive: “Qualcuno intellettualmente onesto è in grado di dirmi a cosa è servita questa “passeggiata”?”. Penso che anche il pubblico che ci osservava e le forze dell’ordine che ci tenevano sotto controllo si siano posti la stessa domanda.
A Cagliari erano convenuti da tutta la Sardegna gli esponenti di parecchie organizzazioni per le quali la presenza italiana nella nostra Terra è considerata provocatoria e opprimente, erano presenti anche gruppi indipendentisti di diversa estrazione. Il corteo, nel quale vi erano molti striscioni, bandiere, uomini e donne giovani e anziani, tutti urlanti slogan antimilitaristi e A FORA S’ITALIA, ha attraversato la città fino a concludere la sua “passeggiata” davanti al Municipio. E vi era anche un buon numero di carabinieri e poliziotti che seguiva passo passo i manifestanti e osservava tutti i nostri movimenti, pronti ad intervenire qualora non fossero state rispettate determinate regole. Tutto si svolse tranquillamente, ascoltammo le canzoni e la musica, qualcuno parlò al microfono per esprimere il suo dissenso contro la politica italiana che abusa del nostro territorio per gli interessi suoi e dei suoi alleati.
Perché siamo stati a Cagliari? Ne valeva la pena? Io credo di sì, è evidente che con le nostre forze non potevamo opporci all’apparato militare italiano, d’altronde l’obiettivo non era questo, ma dovevamo invece rispondere a quello che era un nostro obbligo morale: dimostrare che non tutti i Sardi erano disposti a subire passivamente le decisioni del governo italiano; per questo quella domenica ci siamo alzati presto, per questo abbiamo sfidato il sole e sventolato le nostre bandiere. E siamo stati fotografati e ripresi da tanti individui armati di telecamere, sicuramente non sempre si trattava di semplici curiosi, più d’uno certamente agiva per conto della polizia politica e voleva documentare le scritte degli striscioni e dei cartelli ed il viso dei manifestanti; fra questi c’era anche un pregiudicato per cospirazione contro l’unità dello Stato, ero io. Però, va bene così, noi abbiamo fatto il nostro dovere, carabinieri e poliziotti hanno fatto il loro e hanno ascoltato, il nostro messaggio era rivolto anche a loro, nessuno rimane inerte anche se appare impassibile.
Dove vogliamo arrivare? Per me ed altri che vogliono il completo distacco della Sardegna dall’Italia quella di domenica – 2 giugno 2019 – è una delle tante giornate di mobilitazione e di testimonianza, giornate necessarie e propedeutiche alla lotta di liberazione nazionale che necessariamente dovrà esserci, prima o poi. Non ci sono alternative: l’Italia vuole tenerci in stato di soggezione e noi, invece, vogliamo essere uno Stato indipendente: vogliamo un nostro esercito, una nostra politica interna ed una politica estera del tutto autonoma rispetto a quella italiana, perciò, essendo le due posizioni inconciliabili si dovrà arrivare ad un braccio di ferro.
Quando? Come? Non lo sappiamo. Per il momento si dovrà osservare, testimoniare, riflettere e studiare. Io sono fiducioso, insieme possiamo farcela

 

La Sardegna e la canapa (il)legale

 

Immagine tratta da: link
 di Luana Farina Martinelli

 

In Sardegna produttori, negozianti e pazienti saranno danneggiati dalla sentenza proibizionista arrivata ieri, come una mannaia, da parte della Corte di Cassazione in merito alla cosiddetta «cannabis light», che vieta la commercializzazione (quindi danneggia anche la produzione) del prodotto e di conseguenza l’uso terapeutico che ne fanno tanti pazienti affetti da diverse patologie.

 L’iter legislativo: A giugno 2018 la ministra Giulia Grillo Governo Lega/ 5 Stelle e ancor prima di lei la ministra Lorenzin governo PD, a febbraio dello stesso anno, aveva chiesto un parere al Consiglio Superiore di Sanità che si era espresso negativamente riguardo la vendita di prodotti a base di cannabis.

La sentenza della Corte di Cassazione ciò che stava diventando anche per la nostra terra una risorsa economica, oltre all’immane danno economico, rischia di attivare un mercato nero e criminale anche per la cannabis light, al pari delle droghe propriamente dette.

Si focalizza l’attenzione sulla cannabis (perfino su quella legale) quando la vera emergenza in Italia è l’alcol: 435 mila morti in 10 anni!

Un po’ di storia: Questa confusione nasce dall’ignoranza non solo scientifica, ma anche storico-economica. Infatti all’inizio del 1900, prima dell’avvento del proibizionismo, nello stato italiano si coltivavano più di 100 mila ettari di canapa. Nel 2015 se ne sono coltivati poco più di 3 mila. Questo perché la pianta è passata dall’essere centro di un’economia fiorente a prodotto fuorilegge, a causa della confusione con la marijuana al 100% (per informazioni: link)

Danni economici: Una mazzata per produttori e negozianti, anche sardi, che coltivano e vendono la marijuana legale contenente un principio attivo di Thc (tetraidrocannabinolo) inferiore allo 0,6%, come previsto nella legge.n.42 approvata nel dicembre 2016, entrata in vigore il 14 gennaio 2017.

In Sardegna le associazioni di categoria infatti si preoccupano delle ricadute per chi ha intrapreso la coltivazione, perché nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte i terreni coltivati a cannabis sativa: “Ora occorre fare chiarezza per tutelare i cittadini e le centinaia di aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa”(Coldiretti).

In Sardegna a livello commerciale sono attivi 20 esercizi (+5). http://growshop.dolcevitaonline.it/  (dati aggiornati a gennaio 2019)

Per quanto riguarda invece i produttori la Sardegna è un esempio virtuoso emblematico: “…la SardiniaCannabisAssociazione Canapicoltori della SardegnaNo Profit per lo Sviluppo Umano Sostenibile è un gruppo eterogeneo di imprenditori e professionisti sardi e di tutto mondo accomunati dal desiderio di risolvere, grazie alla creazione di una filiera etica della canapa locale, diverse problematiche del territorio puntando alla creazione di ecosistemi fiorenti in interazione multifunzionale con altri settori.

Sardinia Cannabis trasforma in vantaggio quello che storicamente era considerato un limite: l’essere un’isola. Ora questo “gap” era diventata un’opportunità perché si sperimentano a livello locale soluzioni anche di provenienza globale, potendo controllare molte variabili in maniera accessibile grazie alla biodiversità climatica e geologica della nostra  isola posta al centro del Mediterraneo.

Facciamo alcune attività: Creazione di occasioni di lavoro per giovani e adulti disoccupati. Messa in produzione di terreni abbandonati. Bonifica da agenti inquinanti. Rigenerazione dei suoli esausti. Protezione dell’ambiente. Valorizzazione della risorsa acqua. Inclusione di soggetti deboli e svantaggiati. Costituzione di fattorie sociali cooperative. Connessioni produttive con i settori dell’artigianato tradizionale e artistico e dell’ecodesig.

Danni sanitari: Moltissimi dei negozi “incriminati” vendono tisane, olii, pasticche, gocce, mentre attendevano  che la Regione recepisse dal 2015 la legge sulla somministrazione della cannabis a fini terapeutici nelle strutture sanitarie, così come promesso a suo tempo dall’Assessore Arru sulla quale nel 2017 si spaccò in due il Consiglio Regionale, in seguito ad una proposta di legge regionale avanzata dal consigliere Paolo Zedda. Tali farmaci suppliscono a volte alla cura e spesso contribuiscono ad alleviare dolori ed effetti collaterali di patologie come, sclerosi, artrite reumatoide, neuropatia, tumori, morbo di Parkinson, insonnia, prevenzione e trattamento dell’Alzheimere altre infiammazioni cerebrali.

In una Sardegna, priva di tale legge, ancora la terapia antalgica a base di cannabis non rientra tra quelle previste dai Lea della Regione, ovvero  tra le cure convenzionate e dispensate dal Servizio sanitario nazionale, come avviene invece in altre regioni a statuto ordinario, prima tra tutte la Toscana, e altre regioni a statuto speciale come Sicilia e Trentino (link).

Per approfondimenti: link

Tirando le somme di quanto esposto, è evidente che ancora una volta per noi sardi si tratta di affrontare il problema dal punto di vista politico-economico-sanitario, in una Regione che soffre, anche in questo caso, di una totale dipendenza coloniale dall’Italia, dalla sue leggi e di una gestione politica sarda che non si emancipa mai (nemmeno in nome della presunta Autonomia speciale), con leggi proprie che tutelino l’economia e la salute dei sardi. Invece si susseguono Governi regionali incapaci di cogliere una benché minima occasione per dare prova di capacità, ma anche di umiltà, rispetto a chi ha dimostrato che “si può fare, basta volerlo”, di sostenere i piccoli imprenditori coraggiosi, gli esercenti, ma soprattutto di tutelare la salute dei propri cittadini.

 

Facciamo la festa alla Repubblica della guerra

Domani è il 2 giugno. In Italia si festeggia la giovane Repubblica antifascista. In Sardegna si è appena finito di sparare fino all’ultima cartuccia per la mega esercitazione Joint Stars.

L’occupazione militare della Sardegna è benvoluta da tutti gli schieramenti politici in campo, ovviamente da tutta la destra, dal PD, dai 5Stelle – che dismesse le bandierine arcobaleno e le colombe hanno subito cambiato rotta e oggi benedicono la destinazione d’uso militare dell’isola – e perfino dai sindacati confederali (CGIL compresa).

Davanti a questo fronte unito militar-repubblicano se n’è però creato un altro contrario all’occupazione che per la terza volta rilancia l’A Foras Fest a Cagliari.

Pubblichiamo di seguito il comunicato integrale:

Corteo contro l’occupazione militare della Sardegna

 

2 GIUGNO 2019 

10.00 

PIAZZA DEI CENTOMILA CAGLIARI

 

Il 2 giugno 2019 A Foras torna in piazza a Cagliari per manifestare contro l’occupazione militare della Sardegna. La partenza del corteo è in Piazza dei Centomila alle ore10.00.

A Foras è un’assemblea nata il 2 giugno del 2016 a Bauladu, composta da comitati, collettivi, associazioni, realtà politiche e individui che si oppongono all’occupazione militare della Sardegna.

A Foras Fest è la Festa della Repubblica in quella parte della Repubblica che      non       ha       nulla       da       festeggiare,      è       il       rovescio       della       medaglia.   Il 2 giugno è la Festa della Repubblica Italiana che da ormai 70 anni occupa abusivamente ampie porzioni di territorio dell’isola, per devastarlo con il proprio esercito, prestarlo edaffittarlo agli eserciti di mezzo mondo e ad imprese multinazionali che testano le proprie armi per venderle ai migliori offerenti. Quella che a Roma è solo una parata, una finzione, nella nostra isola è la realtà quotidiana di soldati che da porti e aeroporti “sfilano” fino alle basi militari. A Roma il 2 giugno brillano le spillette, qui “brillano” quasi tutti i giorni le bombe, qui le frecce tricolori sono frecce avvelenate nella carne della popolazione.

Quest’anno il 2 giugno di A Foras sarà dedicato al Mare, all’acqua che bagna la nostra isola e l’attraversa nei fiumi, nei litorali e nelle insenature che disegnano il profilo della nostra terra.

Le coste e i golfi sono il teatro di questa guerra e il luogo di insediamento dei tre poligoni più grandi d’Europa (Capo Frasca, PISQ, Teulada). I porti sono il luogo di attracco e partenza di una miriade di navi militari che si preparano alle esercitazioni o sbarcano i mezzi pesanti che attraversano città e paesi per arrivare ai poligoni di tiro. Centinaia le navi che hanno occupato e occuperanno il porto di Cagliari, Sant’Antioco e Olbia per “Mare Aperto” (Ottobre 2018), per la “Joint Stars” (Maggio 2019), l’ultima mastodontica operazione che ha coinvolto l’Arma dei Carabinieri, il Corpo della Guardia di Finanza, l’agenzia ENAV, l’US Marines Corps, schierando oltre 2000 uomini con più di 25 tra velivoli ed elicotteri, decine di mezzi terrestri, navali ed anfibi impegnati in intense attività addestrative diurne e notturne; molte di meno invece le navi che prenderanno il largo per trasportare sardi e sarde di ritorno da lavoro o studio, o per viaggiare per il Mediterraneo. Un nonsenso che conferma la Regione Sardegna completamente asservita al giogo del Ministero della difesa e della NATO, ma che non riesce a garantire i servizi basilari e la mobilità dei suoi figli.

Così l’esercito arrivato a maggio per la “Joint Stars” ha trovato un intero sistema apparecchiato al suo servizio, come mostrano le foto scattate al porto di Sant’Antioco, mentre noi per andare e tornare dalla Sardegna dobbiamo fare i salti mortali: una strana continuità territoriale questa che vale per i carri armati e non per le semplici automobili, che vale solo per chi ha una divisa o un portafogli gonfio di investimenti che ai sardi lasceranno solo briciole e macerie.

La guerra nel golfo non è fatta solo di azioni militari. È un piano economico studiato da UE e Italia, con i loro alleati Arabia Saudita e Qatar. Come spiegare altrimenti certe scelte dannose, antieconomiche e obsolete come quella del metano? Il metano è un combustibile fossile altamente inquinante, estremamente dannoso per l’ambiente e la salute, scegliere oggi il metano significa investire risorse per renderci ancora dipendenti da un combustibile fossile e da interessi esterni.

Il progetto di metanizzazione che intende trasformare la Sardegna in un grande HUB del metano al centro del Mediterraneo è un affare per pochi a discapito della collettività, che comporterebbe un cambiamento radicale del sistema energetico attuale senza nessuna contropartita adeguata: non è certo pensata per i sardi la dorsale che partirebbe dai rigassificatori di Giorgino a Cagliari, con un tracciato che toccherebbe le coste dal Sulcis passando per Santa Giusta, arrivando infine a Porto Torres per poi virare verso Olbia. L’ennesima servitù, fatta di espropri, inquinamento e militarizzazione di punti strategici, che si va ad aggiungere ai rapporti militari con l’alleato Qatariota, i cui marinai saranno ospitati nella Caserma Bastianini de La Maddalena, nella scuola per sottoufficiali della Marina. Il Qatar investe e trova la strada spianata anche in altri settori della società sarda come la sanità; la Qatar Foundation, infatti, ha inaugurato lo scorso 12 dicembre un ospedale privato, il Mater Olbia, che gradualmente andrà a sostituire la sanità pubblica,ampiamente razionalizzata e menomata dalle politiche statali e regionali.

La guerra nel golfo deve finire: non vogliamo più carichi di bombe dal Porto Canale o dal Porto di Olbia, non vogliamo più esercitazioni sul fiume Temo a Bosa, stop all’attracco di navi militari nei porti cittadini, basta al passaggio di mezzi militari e carri armati nelle città e nei paesi della Sardegna.

Chiediamo al comune di Cagliari, di Sant’Antioco, di Bosa, di Olbia, di Siniscola e alle autorità portuali di prendere posizione ufficialmente contro il passaggio dei mezzi, l’attracco e l’utilizzo di ampie fette di mare e fiumi per fini militari. Non ci facciamo ammaliare dagli accordi truffa firmati da Regione e militari che con una mano restituiscono mezza spiaggia al demanio pubblico, mentre con l’altra aumentano gli spazi di addestramento, senza che le istituzioni e i cittadini abbiano voce in capitolo. Da Pula a Muravera, passando per Capo Comino e Prato Sardo dobbiamo impedire che il territorio sia sacrificato alle esercitazioni militari.

PER IL NOSTRO MARE, PER LA RESTITUZIONE DEGLI SPECCHI D’ACQUA AI PESCATORI, PER NON ESSERE SERVI DELLA GEOPOLITICA NATO E ITALIANA, PER

UN’ECONOMIA BASATA SUI NOSTRI BISOGNI E NON SUL METANO QATARIOTA O SULLA SANITÀ SVENDUTA AL MIGLIOR OFFERENTE, A FORAS È OGGI IN PIAZZA PER RIBADIRE:

  • STOP alle ESERCITAZIONI militari, DISMISSIONE di TUTTI i POLIGONI; avvio di BONIFICHE integrali;
  • RISARCIMENTI per tutti i danni (demografici, economici alla salute e all’ambiente) subiti in 60 anni di occupazione militare, e utilizzo degli stessi per l’avvio di ALTERNATIVE ECONOMICHE etiche, sostenibili e legate alle risorse deiterritori;
  • RICONVERSIONE a uso civile di tutti siti militari, dalle CASERME dei POLIGONI a quella di Pratosardo, e della fabbrica di bombe RWM diDomusnovas;
  • STOP ai nuovi progetti sui poligoni DUAL USE(civile-militare);
  • STOP ai progetti di ampliamento e ammodernamento dei poligoni, come il Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre(SIAT)
  • Revoca degli accordi dell’Università di Cagliari con il comando militare della Sardegna e con le università israeliane complici del massacro del popolo palestinese. Revoca della convenzione tra Università di Sassari ed Esercito Italiano. Fine di ogni rapporto degli atenei sardi con aziende coinvolte con lo sviluppo bellico. Avvio di ricerche e corsi di studio su bonifiche e riconversioni di siti militari;
  • Annullamento dell’accordo tra Regione Sardegna e Ministero della Difesa sulle servitù militari;
  • Cessazione di ogni tipo di collaborazione sia civile che militare tra la Regione Sardegna e governi (comequelli di Arabia Saudita, Turchia, Qatar, USA e Israele) che promuovono guerre di aggressione negli stati senza pace.