A Orgosolo tre giorni di lingua sarda e politica democratica

La splendida cornice di Montes, nel cantiere di Forestas di Orgosolo, sede del campo sociale di lingua sarda organizzato da Lìngua Bia e della Plenaria di Caminera Noa

Il campus estivo di Lìngua Bia del 2019, dopo l’esaltante esperienza di Montarbu, si sposta a Montes, nel cantiere di Forestas di Orgosolo.
Ospiti di uno scenario fantastico, dal 19 al 21 luglio, Lìngua Bia, insieme a sa Tzarrada di Sassari, danno la possibilità a chi ha piacere di parlare in sardo e di conoscere meglio la lingua e la cultura sarda.
La foresta di Montes, il cui accesso dista pochi chilometri da Orgosolo, ospita una lecceta plurisecolare, unica nel bacino del Mediterraneo per estensione e caratteristiche, e si estende per 4500 ettari su rilievi attorno ai mille metri. La foresta è oasi di protezione faunistica: il muflone, schivo ed elegante, è il simbolo di Montes, il cinghiale è la specie più popolosa. Nel selvaggio habitat ci sono anche gatto selvatico, ghiro e martora. Ai limiti del bosco vivono lepre, pernice e volpe. L’aquila reale domina le cime. Potrai ammirarla in volo, insieme ad astore, corvo imperiale, falco pellegrino, gheppio e sparviere.
Molte sorgenti caratterizzano l’ambiente, e dal nuraghe Mereu è possibile un eccezionale panorama sulle pareti del canyon di Gorroppu.
Durante le giornate saranno organizzate attività ed escursioni. Ci sarà anche la possibilità di svolgere una prima lezione di introduzione alle launeddas e saranno organizzate escursioni, cene sociali, giochi per bambini e una passeggiata a Pratobello con guida in lingua sarda sulla rivolta popolare del 1969 che sventò la costruzione di un poligono militare.

Maggiori informazioni possono essere richieste alla mail infolinguabia@gmail.com o al cellulare 3294360961 o sulla pagina fb. Il pernottamento è previsto in foresteria.

Il campo sociale di lingua si conclude il 21 luglio, con l’assemblea plenaria di Caminera Noa.

Il soggetto-progetto politico sardo si da appuntamento ad Orgosolo a due anni dall’inizio dei lavori per discutere sia le prossime mosse, sia la maniera migliore di organizzare la sua vita democratica per favorire la partecipazione e rendere sempre più efficaci le sue attività.

Ecco l’ordine del giorno della Plenaria:

(1) Quale organizzazione per Caminera Noa? Ruoli, funzioni, metodi, responsabilità

(2) Proposte operative: iniziative politiche e campagne. Punto della situazione delle campagna già iniziate

(3) Varie ed eventuali

I lavori della Plenaria inizieranno a partire dalle 10, alle 13:30 si interromperanno per la pausa pranzo (a base di malloreddus, possibile anche menù vegetariano – per prenotazione inviare msg o whatsapp a 3382154200)  e riprenderanno alle 15 : 30.

Come sempre le regole della plenaria di Caminera Noa sono semplici: tutti possono partecipare, chi partecipa decide.

La foresta di Montes è facilmente raggiungibile da Orgosolo percorrendo la strada provinciale 48. Dopo un percorso di circa 15 km. Si arriva alla sede dell’Agenzia Forestas, in località Lodei Malu (Funtana Bona) Coordinate GPS (nota: dato approx. per località Montes): N 40° 07′ 19″ E 09° 23′ 47″ (coordinate geografiche DMS, sistema di riferimento WGS84) (da http://www.sardegnaforeste.it/foresta/montes)

Si scrive “autonomia del nord” si legge “neocolonialismo”

Sul piatto dell’agenda del governo 5Stelle-Lega c’è una patata che scotta e non si tratta della questione dell’immigrazione, bensì l’autonomia delle regioni del nord Italia nota anche come “regionalismo differenziato“.

Ovviamente a spingere è la Lega e i 5Stelle frenano, ma il punto sta nero su bianco nel contratto di governo tra i due partiti.

Nel paragrafo 20 del Contratto, intitolato “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta” troviamo quanto segue:

Sotto il profilo del regionalismo  l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse. Alla maggiore autonomia dovrà infatti accompagnarsi una maggiore responsabilità sul territorio, in termini di equo soddisfacimento dei servizi a garanzia dei propri cittadini e in termini di efficienza ed efficacia dell’azione svolta”.

Dopo la stravittoria delle europee il partito di Salvini tira dritto su questa linea e i 5Stelle non potranno fare nulla per fermarlo, anche perché la cosa sta appunto scritta nel contratto di governo e forse avrebbero dovuta leggerla prima.

La sinistra itaiana, soprattutto quella sindacale e soprattutto la CGIL, risponde del resto in maniera isterica agitando la solita vetusta bandiera risorgimentale. Citiamo da un comunicato della CGIL scuola:

Torna improvvidamente sul tavolo del governo il tema dell’autonomia differenziata. Non c’è nessun evento politico, per quanto importante come le elezioni europee, che possa legittimare percorsi di per sé anticostituzionali e antiunitari. (…) Dunque, nell’Intesa si è giunti ad un punto non più negoziabile: il diritto all’istruzione ma, aggiungiamo, tutti i diritti costituzionali a carattere universale, non possono entrare nei processi di autonomia differenziata, pena la dissoluzione dello Stato nazionale e dell’identità culturale del nostro Paese.

In realtà il regionalismo differenziato non ha nulla a che fare né con la “dissoluzione” dello stato italiano e né con le richieste (di per sé legittime) di autonomia e autodeterminazione delle nazioni senza stato comprese forzatamente nel progetto statuale “Italia”.

Sembra piuttosto un nuovo escamotage fiscale per dirottare nuove risorse al partito trasversale del Nord basato sugli interessi dei ricchi e degli arricchiti da 150 anni di rapporto coloniale, semicoloniale e paracoloniale con mezzogiorno, Sicilia e Sardegna.

Caminera Noa in collaborazione con gli spazi Casa del Popolo di Bosa (a Bosa il 13 luglio) e su Tzirculu (a Cagliari l’11 luglio), hanno deciso di organizzare degli incontri di formazione con la rete “Il Sud Conta” che su questo tema ha compito studi approfonditi, non ideologici e non neo-risorgimentalisti.

 

Di seguito riportiamo una breve scheda riassuntiva inviata direttamente da Il Sud Conta utile a chiarire i termini dei due appuntamenti di formazione e studio su un tema che sicuramente diventerà sempre più centrale nel dibattito politico:

Il regionalismo differenziato è parte di un processo più lungo che comincia con la riforma del titolo V, anno 2000, l’allora governo di centro-sinistra diede il via ad una riforma costituzionale che eliminava dalla Carta la parola Mezzogiorno. Sembrerebbe un atto meramente formale invece apre le porte al saccheggio delle risorse pubbliche da sud verso nord.
Anche se il Regionalismo Differenziato mette al centro le regioni statuto speciale, le Isole non sono risparmiate dal saccheggio. Infatti nel 2011 in Italia viene introdotta un’altra riforma apripista del Regionalismo, il federalismo fiscale. Con quest’ultimo la parte maggioritaria dei tributi che spetterebbero ai comuni, Imu-Tasi e le loro evoluzioni, non viene più raccolta dallo Stato centrale e poi redistribuita ai singoli enti, ma viene lasciata nelle casse comunali.
Viene istituito un fondo di solidarietà tra comuni e la Costituzione (proprio in quel famoso titolo V) dice chiaramente, che deve esserci il 100% di perequazione per quei comuni che non riescono a garantire i servizi ai propri cittadini.
Nulla di tutto ha mai funzionato, ripetendo lo stesso copione scritto dalla nascita della nazione (stato, N.d.R.) italiana, la perequazione è arrivata al 55% e il fondo di solidarietà grazie al perverso meccanismo dei costi standard, ha finito per premiare i comuni ricchi (Nord) a discapito dei comuni più poveri (sud e isole).
La SVIMEZ calcola che solo tra il 2014-2016 ai comuni sud insulari sono stati sottratti fondi per 60 miliardi di euro l’anno. Fondi che spettavano di diritto ai nostri enti, miliardi di euro tolti ai servizi di milioni di cittadini.
Si calcola che la spesa per abitante nella città di Reggio Calabria sia di 90 euro annui, mentre nell’omonima Reggio emiliana, la spesa supera i 1000 euro, nonostante la popolazione sia di gran lunga inferiore.

La nostra campagna si batte prima di tutto per fermare l’applicazione del Regionalismo differenziato, noi non siamo contro le autonomie, prima di definire un nuovo percorso però vanno trovate le risorse.
Non ci fidiamo di un processo gestito in gran parte dal partito trasversale del Nord, che in questi anni ha già saccheggiato i nostri territori con il federalismo fiscale!
Quindi prima si rivedono le quote e poi si parla di nuovi assetti istituzionali.

Siamo convinti che dietro il regionalismo non ci siano solo motivi di natura economica, la definizione di regioni virtuose porta ad aumento del controllo statale su quelle considerate meno virtuose. La proliferazione dei commissariamenti nel mondo delle sanità regionali ne è solo un esempio. Se deve esserci un processo neo-federalista, esso deve prevedere una partecipazione democratica dei territori e non un riassetto centralista mascherato da autonomia.

La nostra è una battaglia soprattutto culturale, il primo nemico da sconfiggere è la retorica che vuole i meridionali, i sardi e i siciliani, causa dei loro mali. Spreconi e corrotti, incapaci di gestire la cosa pubblica e di conseguenza l’iniziativa privata, che per DNA è materia dei centro nord europei.
I nostri sforzi vanno nella direzione di mettere al centro, dati e numeri che dimostrano inequivocabilmente che la corruzione e il malaffare appartengono a questo sistema economico e non ad alcuni territori e ad alcune etnie.


Il più grande nemico sono i meridionali stessi, che hanno introiettato le narrazioni del nemico diventando a volte più realisti del re.
Il tema del modello di sviluppo è centrale.
Se come diceva Zitara il sud sottosviluppato è funzionale al nord sviluppato, come immaginiamo la vita dei nostri territori?
Contrapporsi al regionalismo differenziato è una leva per cominciare a parlare di futuro, del diritto a vivere e crescere nelle proprie terre, a non dover emigrare e soprattutto immaginare un sistema economico e sociale che non devasti i nostri territori ma che con l’ambiente circostante viva in armonia, rigettando le storture del sistema centro-settentrionale. Un sistema basato sull’accumulazione e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente circostante.

 

Facciamo sloggiare Carlo Feroce dalla 131

L’infame re sabaudu a cui è dedicata l’arteria più importante della Sardegna

di Francesco Casula

Quirico Sanna, assessore regionale all’Urbanistica, con un post su Facebook lancia questa proposta: “La strada statale 131 che collega Cagliari con Sassari? È dedicata a un criminale piemontese. Penso sia giunta l’ora di dedicarla ad Eleonora D’Arborea”. Molto bene. Proposta sensata e opportuna. Come Comitato “Spostiamo la statua di Carlo Felice” (con Giuseppe Melis, Antonello Gregorini, Damiano Sassu, Valeria Casula e altri) lo proponiamo da anni: anche se preferiremmo Giovanni Maria Angioy al posto del despota sabaudo. Ma non è questione di primogeniture né di nomi. E’ invece importante che sia un politico e amministratore regionale a porre la questione di far “sloggiare” il tiranno sabaudo. E nessuno pensi che quel giudizio su Carlo feroce “criminale piemontese” sia esagerato ed enfatico. Egli infatti, il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele, incainadu (feroce), famelico, gaudente e tostorrudu (ottuso). Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre Pietro Martini, il fondatore della storiografia sarda, pur filo monarchico e filo sabaudo scrive di lui: ”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co¬sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”. Bene. Possiamo noi continuare a dedicare e intitolare la Strada principale della Sardegna a simil personaggio? Le Vie, le Strade, le Piazze e le Statue si dedicano a personaggi, positivi, illustri, che rappresentino la memoria storica di una Comunità,: per quello che hanno realizzato e fatto per la stessa. Non si dedicano ai loro carnefici. Ai loro oppressori. Continuare a tenerci i tiranni sabaudi nella nostra toponomastica, significa perpetuare il loro dominio simbolico: riconoscere loro una permanente presenza storica, come fossero stati nostri benefattori e non despoti, oppressori e sanguinari. Che in tal modo continuerebbero a “segnare” a “marchiare” il nostro territorio, facendola, loro da padroni e dominus e noi da sudditi, vassalli subalterni e servi. Per 226 anni ci hanno represso e sfruttato:”La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo, sistematicamente negletta, poi calunniata, bisogna dirlo altamente” (Mazzini). Ci hanno riempito di contumelie e insulti: “Popoli sardi nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” (Alessandro Doria del Maro, vice re negli anni 1724-26) . Hanno tentato di distruggere la nostra civiltà ed economia comunitaria (Legge delle chiudende in primis); di estirpare la lingua sarda, disprezzata, proibita e criminalizzata (Carlo Baudi di Vesme nell’opera Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione!). E noi dovremmo continuare a omaggiarli? Permettendo che continuino a campeggiare nelle nostre Strade e Piazze? Come eroi? Quirico Sanna: metti in atto quanto hai detto. I sardi liberi non potranno che sostenerti in questa opera di affermazione e risveglio identitario e di ristabilimento, con un minimo di decenza, della verità storica. “De sa crudelidade veru mastru e de s’ infamidade mannu atore, dae totu reconnotu un’ impiastru beru sovranu ‘e morte e de dolore. Ponimus unu fundu de otzastru in logu de s’istadua ‘e disonore, e gai totu sos chi ant a benner Narant : “bella Casteddu e piata Yenne” (Ottava di Lussorio Cambiganu)

Identikit del razzistello digitale

immagine tratta da questo link

di Daniela Piras

Ciclicamente, ai tempi dei Social e della comunicazione virtuale, tiene banco una notizia che, riportata in diverse salse, fa emergere la volontà dell’uomo medio  (leggi utente- Facebook) di esprimere la propria opinione in merito.

Ai giorni d’oggi, ma sarebbe meglio dire “in queste ore”, la notizia più in vista è quella relativa alla nave Sea Watch che, al largo delle coste italiane, nello specifico di Lampedusa, ha tentato più volte, sotto la guida della sua capitana tedesca, Carola Rackete, un approdo al porto dell’isola. Questo fino al 29 giugno, giorno in cui ha fatto attraccare la nave ed è stata arrestata.

Porto più vicino e più sicuro. Poche decine di persone presenti in quella nave sono riuscite a stimolare i commenti più vari. Senza entrare nel merito della questione, sorvolando su quella che è la soluzione più logica, e cioè che poche decine di persone non possono costituire un pericolo alla sicurezza di un intero Paese, e che qualsiasi considerazione sulla liceità o meno e tentativo di accordo internazionale deve venire dopo la messa in sicurezza degli esseri umani, è interessante analizzare il fenomeno da un punto di vista sociale.

Perché, quelli che si esprimono attraverso i Social, sono le stesse persone con cui condividiamo supermarket, spiagge, piazze, strade… in una parola “mondo”. È interessante vedere il profilo-tipo dell’intollerante/razzista medio che si esprime nei Social.

Ne ho analizzati diversi, nel corso degli ultimi anni, e ho riscontrato che tutti riportano le stesse caratteristiche principali:

Il profilo medio del razzista dell’epoca digitale (di seguito indicato con PMRD) ha un’età media che va dai 30 ai 75 anni, solitamente appartiene a un nucleo famigliare molto solido, nelle sue bacheche infatti mostra immagini della sua compagna/compagno, figli, nipoti. Meno comuni sono le foto che li ritraggono in compagnia di amici.

Il PMRD ha spesso animali domestici ed esprime pubblicamente il suo attaccamento ad essi con cuoricini e con la condivisione di post graficamente discutibili, che sottolineano l’importanza di avere nella propria vita “un amico fedele” (il fatto poi che l’amico in questione sia fedele perché non gli si è data la possibilità di scegliere ma, al contrario, è stato scelto, è ininfluente ai fini dell’amore provato).

Il PMRD è di norma molto religioso, santini e pillole filosofiche sull’importanza della devozione a un’entità superiore, capace di amore assoluto e puro, trovano spazio nella sua pagina virtuale, con incursioni molto frequenti anche di santi specifici dal loro stesso nome, ai quali rivolgersi nei momenti più bui, tramite una corsia preferenziale.

Il PMRD condivide articoli e post senza accertarsi in nessun modo della loro fonte, perciò non è raro, cliccando su tali articoli, spesso incitanti all’intolleranza e all’odio razziale, venire reindirizzati allo spazio nero del web: pagina non trovata, in quanto il link è nullo e l’articolo inesistente, per esempio qui:

Di logica quindi il PMRD si è limitato, prima di scegliere di condividere certi post, a leggere l’unica cosa leggibile dell’articolo: il titolo. Tali articoli vantano diverse condivisioni dai suoi contatti, dei quali si può evincere la stessa attenzione, dato che, a loro volta, non si prendono la briga nemmeno di cliccare sul link ma si fidano ciecamente del loro contatto/amico.

Il PMRD è molto attaccato alle bellezze naturali del suo pezzo di mondo. Paesaggi, spiagge immacolate, tramonti e cuoricini fanno da sfondo e intermezzo alla sua pagina web. Normalmente la bellezza alla quale fa riferimento è quella della propria regione. Nel caso della Sardegna si vanta della propria provincia o del proprio paesello, sottolineandone la spettacolarità (come se ne fosse, oltre che fruitore, creatore).

Il PMRD è, di norma, molto contradditorio. Il suo spazio web è ricco anche di post che invitano alla solidarietà sociale, a prendersi cura di chi sta peggio (a patto che abbia un’età inferiore ai 12 anni e che abbia pelle bianca e occhi non troppo a mandorla). È interessante notare che dice, nel modo più elementare, e cioè condividendo post, tutto e il contrario di tutto, ma non se ne rende conto; non può rendersene conto per un motivo molto semplice: non è in grado di riflettere.

Il PMRD non conosce nulla, e ignora di non sapere. Non pare aver bisogno di scoprire più niente; tale concetto è chiaro se si associa l’amore viscerale per la propria famiglia (entro il primo grado di parentela), per il proprio cane e per la propria spiaggia di riferimento. L’analisi di tale associazione porta a una conclusione, che di solito coincide con la didascalia delle cartoline postate: Perché viaggiare e vedere il mondo quando viviamo nel posto più paradisiaco del pianeta? Vedete quanto siamo fortunati? Quanto siamo felici? Viviamo di emozioni semplici. “Vivere in Sardegna protegge dalla depressione”; “Spettacolare mare…Caraibi? No, Sardegna”; “La grotta naturale più grande del mondo? In Sardegna”; “La Sardegna luogo degli ultracentenari”; “In Sardegna le spiagge più belle del mondo”; “Il vitigno più antico del mondo scoperto in Sardegna” e titoli simili a iosa. Ora, senza voler mettere in discussione questi primati, la questione è relativa al fatto che non ci sia “esigenza” di vedere oltre.

La risposta che il PMRD non trova, anche perché semplicemente non si pone la domanda, è questa: Bisogna vedere il mondo per aprire la mente e il cervello (sperando di averlo almeno funzionante). Bisogna viaggiare per confrontarsi e per capire cosa accade oltre al metro quadro che abitiamo. Per non arrugginire. Per non limitarsi a fare e a dire sempre le stesse cose. Per immedesimarsi negli altri, per capire che la vita reale che viene raccontata non è un film, solo perché appare nei Social in forma di post e articoli. Per capire che non si può decidere di spegnere sempre la tv, o di cambiare canale, perché tutto gira, e tutto ciò che succede “agli altri” può tornare indietro, nello spazio e nel tempo.

Questa modesta analisi apre una riflessione ancora più importante, che va oltre al binomio razzismo/ignoranza, perché di ignoranza siamo circondati, e gli ignoranti non si esprimono solo contro i migranti; la loro opinione emerge anche in tanti contesti che riguardano la vita di tutti i giorni. Per il PMRD non esistono i problemi finché non ci sbatte la faccia sopra, perché i paraocchi che porta come protezione gli impediscono di vedere anche la realtà più vicina, quella che esiste a pochi metri dalla spiaggia di fiducia, o a pochi chilometri dal proprio paese o quartiere. Il PMRD è la zavorra della nostra società, e il suo peso poggia sulle spalle delle persone pensanti.