Sas Puntas: un festival scomodo che spinge la Sardegna e la sua cultura

Al via la seconda edizione del Festival Letterario Sas Puntas, Tissi, 14-15 settembre 2019. Pesa Sardigna ha intervistato per l’occasione l’editore e organizzatore Giovanni Fara

Tissi, ipogeo di Sas Puntas. Immagine tratta da Sardegna Digital Library
  • Il Festival Letterario Sas Puntas è arrivato alla sua seconda edizione. Puoi raccontarci in breve come nasce questo progetto, i valori e gli obiettivi che lo guidano e le forze sulle quali si regge?

 Il festival nasce lo scorso anno su impulso della Catartica Edizioni, in collaborazione con la biblioteca, la Pro Loco e il patrocinio dell’amministrazione comunale di Tissi. Una iniziativa costruita dal basso, che punta a valorizzare il territorio e autori poco noti al grande pubblico ma con qualcosa di importante da raccontare, sfatando il luogo comune secondo cui tutto ciò che è culturalmente rilevante è noioso. Un festival che si regge più sui contenuti che su grandi finanziamenti, quest’anno organizzato attorno ad un tema generale su cui tutti gli ospiti sono chiamati ad esprimersi: “aprodos e partèntzia” (approdi e partenze). Il nostro non è un festival che resta indifferente ai grandi temi di attualità che animano l’opinione pubblica e attraverso il dibattito e le storie raccontate con i libri vogliamo stimolare una riflessione su valori quali accoglienza, cittadinanza e solidarietà.

Ci interessa inoltre conservare lo spirito popolare e gratuito della manifestazione. Pensiamo che la cultura più che di grandi scenografie e di personaggi famosi necessiti oggi di un contatto diretto con e fra le persone. I luoghi sono protagonisti del festival. Il sito archeologico, la piazza centrale del paese, la biblioteca. Questo è un progetto ancorato al tessuto sociale della comunità che lo accoglie, non a caso prende il nome dallo storico ipogeo del paese.

  • Ci sembra di capire che non avete paura di affrontare tematiche scomode come quella sull’immigrazione, è corretto?

È corretto. Il festival Letterario Sas Puntas nasce anche con l’obiettivo di affrontare temi che possono suscitare reazioni forti e contrastanti e quello di quest’anno si riallaccia indubbiamente al dibattito sull’immigrazione, che i sardi conoscono bene e su cui si potrebbe discutere a lungo. La Sardegna è sempre è stata sempre una terra di approdi e partenze, riallacciandoci al tema del festival. Emigrazione e immigrazione, accoglienza e cittadinanza saranno gli argomenti al centro del dibattito che andremo a realizzare domenica 15 settembre. Uno dei momenti centrali della manifestazione, che richiama ad una riflessione generale su questioni che riguardano la nostra isola e la sua gente. Basti pensare che solo nel 2018 sono 3500 i giovani sardi emigrati.

È tempo di mettere in primo piano la tematica dello spopolamento e della diminuzione dei residenti nell’isola, chiedendo che si faccia qualcosa per fermare l’emorragia che sta portando alla desertificazione del territorio e ad un progressivo impoverimento delle nostre 377 comunità.

Si dovrebbe investire maggiormente su lingua e cultura sarda, istruzione e servizi utili ad invertire il fenomeno dello spopolamento. Accoglienza e cittadinanza sono concetti che vanno messi al centro di questo stesso dibattito. I relatori di quest’anno sono Gian Maria Budroni (Sindaco di Tissi), Franca Sanna (Direttore dell’emittente televisiva Canale 12), Davide Corriga (Sindaco di Bauladu e Presidente della Cordona de Logu) e Cristinao Sabino (responsabile del “progetto di cittadinanza sarda” per Caminera Noa).

  • Ogni anno in questo periodo si riaccende la polemica della lingua sarda tenuta fuori dai grandi eventi, tu a riguardo che idea ti sei fatto?

Penso che manchi una visione di insieme, una programmazione culturale veramente orientata alla valorizzazione della lingua sarda, usata spesso come appendice folkloristica negli eventi che contano. Sarebbe invece necessario incentivare tutte quelle le realtà che faticosamente ma con serietà promuovono la cultura sarda in quanto espressione di modernità e identità del nostro popolo, che lavorano sul territorio per valorizzarne il patrimonio letterario, linguistico, musicale, archeologico e storico. La grande questione che emerge è l’impossibilità, allo stato attuale, di prendere in mano questo grande tesoro per progettare il nostro futuro. Il problema è culturale, sociale e politico. Ben venga quindi la polemica.

  • Non solo libri dunque ma un’occasione per riflettere su valori e identità?

È proprio così. Si dice che ci siano tanti scrittori e pochi lettori ed è vero. Mancano i momenti di dibattito dove far crescere la curiosità dei giovani e pure dei meno giovani, per appassionarli alla lettura. Un libro può essere uno strumento in grado di interpretare la realtà che ci riguarda e oltre a saper raccontare delle belle storie può fornire l’occasione di incontro fra le persone, spingerle a superare i pregiudizi e le paure iniettate dalla cultura egemone che tende sempre di più ad appiattire e demonizzare le varietà culturali anziché considerarle delle occasioni di arricchimento o delle manifestazioni di affermazione di sé nel presente e nella storia. Proprio come nel caso di noi sardi.

Il Festival Letterario Sas Puntas cerca di costruire una di queste occasioni di incontro e di riflessione.

 

Di seguito il programma del Festival Letterario Sas Puntas

Tissi, 14 – 15 settembre

Il Programma
Sabato 14 settembre
– ore 17:00 Inizio festival
Caterina Bruno (guida turistica) ci parlerà del sito archeologico Sas Puntas
Reading poesie e letture con accompagnamento musicale presso l’Ipogeo Sas Puntas
Si esibiscono: Nicoletta Fiorina e Fabrizio Raccis, autore del libro “Carne di Betzabea” (Catartica Edizioni)

Incontri con gli autori (Piazza Municipale):
– ore 18:00 Ivo Murgia, “Il becchino di Varanasi” (Il Cenacolo di Ares edizioni) in compagnia dell’editore e musicista Igor Lampis.
– ore 19:00 Franca Falchi, “L’estate della tempesta” (Catartica Edizioni). Dialoga con l’autrice Daniele Salis.

Firmacopie, aperitivo letterario e letture con: Pietro Sassu (letture di Ica Sanna),Franca Falchi.

Domenica 15 settembre
Incontro con gli autori e laboratori letterari 
– ore 10:00 Progetto Up&Down “Raccolta di poesie dritte e storte” (Carlo Delfino editore)
– ore 11:00 Presentazione della terza edizione del Premio Letterario Tene Tenealla presenza della giuria composta dalla presidente Ninni Tedesco (Insegnante e giornalista), Maria Barca (reporter), Franca Falchi (scrittrice) e Giovanni Fara(editore).
– ore 12:00 Laboratorio per ragazzi organizzato da Franca Falchi con l’antologia “Six e altri racconti” (Racconti selezionati nella seconda edizione del Premio Letterario Tene Tene). Interviene Fabrizio Demaria, autore del racconto “Gabriele ed io”, incluso nella raccolta

– ore 13:00 Pausa pranzo

Dibattito
– ore 16:00 Dibattito sul tema Aprodos e Pàrtenztia/Approdi e Partenze. Tematiche da affrontare: Emigrazione/immigrazione, accoglienza/cittadinanza. Saranno ospiti: Gianmaria Budroni (Sindaco di Tissi), Davide Corriga (Sindaco di Bauladu e Presidente della Corona de Logu) Sandra Sanna (Giornalista, direttore Canale 12), Cristiano Sabino (Docente e saggista)

Incontri con gli autori (Piazza Municipale):
– ore 17:30 Marco Lepori, “Dancing days” (Catartica Edizioni), letture di Giovanni Delogu
– ore 18:30 Nicolò Migheli, “La grammatica di Febrés” (Arkadia edizioni). Dialogano con l’autore Fiorenzo Caterini Ninni Tedesco

Firmacopie, aperitivo letterario e letture con: Cristiano SabinoMarco Lepori(Letture di Giovanni Delogu)

(14-15 settembre) Mostra pittura: Nina Trudu (Presso il Centro di Aggregazione Sociale Giovanile)

Presentano il festival: Giovanni Fara e Alessandra Mangatia 
Trovate gli aggiornamenti sul sito: www.saspuntasfestival.org

 

Sponsor e Partener:

Libreria Dessì – Mondadori 

https://www.facebook.com/libreria.dessi/

La fabbrica delle Parole 

https://www.facebook.com/Lafabbricadelleparole

Panificio Deledda 

https://www.facebook.com/panificio.deledda/

Festival Letterario Sas Puntas | Tissi, 14-15 settemnre 2019

www.saspuntasfestival.org | Cell.328.1358752 | e-mail: saspuntasfestival@gmail.com

 

 

G7 di Biarritz: cacciare i colonizzatori

Immagine tratta da TGCom24

Il seguente articolo riporta una sintesi della mobilitazione basca e internazionale contro il vertice G7 d Biarritz, nel paese basco del nord, occupato dallo stato francese. Essa è a cura del movimento politico femminista, ecologista e indipendentista siciliano Antudo.

Nelle giornate del 24, 25 e 26 Agosto ha avuto luogo a Biarritz, in Euskal Herria, l’ormai consueta riunione del G7, il gruppo dei rappresentanti delle sette grandi potenze mondiali, considerando l’esclusione di Russia e Cina. Un’inutile passerella che ha avuto all’ordine del giorno la discussione sulla “riduzione delle disuguaglianze”.
Come di consueto la macchina repressiva predisposta, già operativa da alcune settimane, ha totalmente militarizzato le zone interessate dalla presenza dei grandi della terra. La riunione del G7 ha infatti determinato un’importante limitazione delle libertà di circolazione sul territorio coinvolto. Un vero stato di assedio e un’occupazione poliziesca soffocante. Secondo quanto riferito dal canale BFM-TV, la Francia ha mobilitato più di diecimila persone per garantire lo svolgimento del vertice.
Un enorme spreco di denaro che comunque a nulla è servito in una fase in cui il pericolo di una nuova recessione mondiale, di un collasso ecologico – evidenziato dagli ultimi disastri in Artico e in Amazzonia – sta rendendo sempre più drammatica la situazione, evidenziando la volontà di non intervenire per tutelare sempre gli interessi del grande capitale. Per finire incombe sempre di più la possibilità di una hard Brexit con le conseguenze che potrebbe portare in termini economici e politici sulla governance non solo europea.
A fare da contraltare a tale scenario e alle sciagurate politiche del G7 ci sono stati i movimenti. Molteplici, infatti, sono stati gli appuntamenti durante le giornate di mobilitazione e di contestazione al summit di Biarritz. Un vertice che, tra l’altro, tra le sue particolarità ha avuto quella di svolgersi in Euskal Herria, un territorio in cui la resistenza allo sfruttamento capitalista e all’oppressione coloniale di Spagna e Francia è storicamente radicata nelle popolazioni locali.
La piattaforma G7 EZ! promotrice maggiore del contro vertice, animata da realtà politiche sindacali e associative per lo più basche, ma anche francesi e spagnole, ha messo in piedi a Urrugne, Hendaye e Irun, dal 21 al 23 Agosto, una serie di incontri, forum, attività, dibatti e concerti.
Le azioni contro il summit si sono concentrate nelle giornate che vanno da Venerdì 23 a Domenica 25, con il corteo centrale previsto per il Sabato.
Le prime azioni di contestazione al G7 di Biarritz sono iniziate già nella giornata di Venerdì quando, dopo un’assemblea svolta nel campeggio del contro-forum, alcuni gruppi hanno concordato l’occupazione dello snodo stradale vicino al campeggio, accesso all’autostrada che porta a Biarritz, per bloccare i leader politici in arrivo per il vertice causando immediatamente l’intervento della polizia. Dopo ripetute cariche, al termine degli scontri, il bilancio è stato di 17 arresti.
La giornata di Sabato, iniziata la mattina con un corteo partito dal porto di Hendaye e terminato a Irun – che ha visto la partecipazione di almeno quindicimila persone – è proseguita nel pomeriggio. In questo momento della giornata sono avvenuti gli scontri principali, nel centro di Bayonne, a pochi chilometri dal faro di Biarritz. Ci sono stati fronteggiamenti con le forze dell’ordine nelle vicinanze del ponte di Saint Esprit e in quello che è noto come Petit Bayonne. Qui i manifestanti hanno lanciato alcuni fuochi di artificio contro i cordoni della polizia che ha risposto con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e cariche di alleggerimento. Da sottolineare la presenza tra i manifestanti di numerosi Gilet Gialli, protagonisti della lunghissima stagione di lotte in Francia. Altri scontri sono avvenuti all’ingresso dell’autostrada A63 che porta al confine con la Spagna. Il bilancio di Sabato conta 68 fermi tra i manifestanti e numerosi feriti tra le fila delle forze dell’ordine.
Ulteriori mobilitazioni – in particolare un presidio per chiedere la liberazione degli attivisti fermati nel corso delle giornate di contestazione – si sono svolte Domenica, giornata conclusiva.
Un contro vertice animato dalla partecipazione di migliaia di persone, protagoniste e determinate, che hanno dimostrato che sempre di più è necessario lottare contro l’arroganza di pochi, opporsi alle loro decisioni prese solo in nome del dio denaro. Mettere in discussione il sistema e dimostrare che è possibile cambiarlo.
Quando interi territori si organizzano dal basso, in maniera decisa e conflittuale, nessun dispositivo di sicurezza può fare paura. Le giornate di Biarritz stanno lì a dimostrarlo.

Mano pesante contro chi contesta G7 e liberismo. Arrestato Joseba Alvarez

Idranti della polizia contro i manifestanti del contro vertice G7

Riceviamo e pubblichiamo un breve resoconto dai militanti baschi che hanno organizzato le mobilitazioni contro il vertice ultraliberista del G7 che si sta svolgendo nel paese basco occupato dallo stato francese. 

Tra il 21 e il 23 d’agosto sono stati organizzati da una centinaio di collettivi e movimenti dei Paesi Baschi e di tutto il mondo tre giorni di controvertice davanti alla riunione del G7 nel Paese Basco occupato dalla Francia.
Per acogliere le circa di 5.800 persone che si sono avvicinati alle iniziative, dibatitti e conferenze è stato organizzato un campeggio a Hendaia.

Avanti ieri sera, quando la polizia si è avvicinata provocatoriamente al campeggio, decine di compagni hanno risposto per difendere il luogo. Nei successivi scontri sono stati arrestati 12 persone e 10 sono stati feriti.
Ieri, 24 d’agosto, primo giorno del vertice dei 7 maggiori criminali del mondo (tra cui i rappresentanti di Francia, Spagna e Italia che colonizzano le nostre nazioni di Sardigna, Euskadi e Catalunya), c’è stato un corteo di 15.000 persone tra Hendaia e Irun, senza nessuno scontro. Al pomeriggio, invece, la polizia ha caricato con idranti e lacrimogeni contro un corteo a Baiona, vicino a Biarritz dove si sviluppa la vertice. È stato arrestato almeno un compagno e il quartiere storico de la Piccola Baiona è rimasto chiuso fino alla notte.

Un momento delle manifestazioni e dei blocchi contro il vertice G7

Intanto ieri insieme ad altre 67 persone è stato arrestato o storico dirigente della sinistra indipendentista basta Joseba Alvarez che però è stato rilasciato stamattina e contestualmente espulso dal territorio basco controllato dalla Francia.

Joseba Alvarez alla conferenza contro gli arresti di A Manca pro s’Indipendentzia nel 2006 davanti al carcere di Buon Camino a Cagliari

Essere donne in Sicilia combattendo patriarcato e colonialismo

Immagine tratta da Il Manifesto

Il Movimento della rete delle realtà femministe siciliane si è riunito  in assemblea in occasione del Trinacria Camp 2.0 al campeggio ecologista, femminista e indipendentista lo scorso 25 luglio a Milazzo per discutere di un “PIANO FEMMINISTA IN SICILIA”. L’assemblea è stata carica di interessanti spunti che non riguardano solo il movimento femminista e indipendentista siciliano, ma che possono avere forti influenze positive anche in altri contesti dove si pone con forza il connubio liberazione nazionale e liberazione di genere. Abbiamo deciso di fare una intervista a tutto campo a Tiziana Albanese di NUDM Palermo che ha tenuto una esaustiva relazione per introdurre il dibattito.

 

  • Che c’entra il femminismo con la lotta di liberazione e indipendenza del popolo siciliano?

Esiste una radice centrista del femminismo occidentale che si sviluppa a partire da un concetto di “donna” inteso come soggetto universale e trascendente rispetto ai suoi attributi locali e storici. Niente di più sbagliato. Ogni soggettività, la donna in questo caso, è storicamente collocata in un luogo e in un periodo preciso, vive su di sé tutte le contraddizioni sociali nello stesso momento e queste contribuiscono a determinare la sua condizione di subordinazione. Il femminismo occidentale ha trascurato un’analisi comprensiva di tutti questi fattori in favore di un’analisi oppositiva volta a definire il soggetto donna (vittima) in opposizione al suo soggetto antagonista (e dominatore) uomo. Nel tentativo di universalizzare la condizione della donna e la lotta per la sua liberazione si assume come postulato teorico che le donne di tutto il mondo, indipendentemente dalla loro condizione di vita, dai rapporti economici e sociali su cui è fondata la società in cui agiscono, siano assimilabili in un unico gruppo in quanto “donne”, definite unicamente sulla base della loro appartenenza al medesimo genere. Bisogna ribaltare questa visione.

Se è vero, come è vero, che gli attributi locali e storici contano e nel nostro territorio si traducono in molteplici dispositivi di dipendenza materiale, politica ed economica e di subalternità rispetto allo Stato centrale, non possono esistere diritti delle donne che siano astrattamente garantiti a prescindere da questa condizione coloniale.

Precarietà, disoccupazione, emigrazione forzata, devastazione e sfruttamento sfrenato del territorio: è questa la forma che il capitalismo – sulle gambe dello Stato – ha assunto in Sicilia come strumento di accumulazione e di dominio e oppressione sulla popolazione. Bisogna sottolineare che lo Stato è contemporaneamente esecutore, garante dell’organizzazione capitalistica della società e del Patriarcato.

L’identità della donna siciliana non può non determinarsi a partire dalle contraddizioni reali. Essere donna siciliana significa subire i più alti tassi di disoccupazione femminile, dover emigrare forzatamente; essere siciliane significa non poter abortire se lo si ritiene necessario (l’obiezione di coscienza in Sicilia si attesta all’87%), significa vivere accanto a basi militari, discariche, raffinerie inquinanti.

Con una descrizione specifica di tutte le contraddizioni che l’organizzazione statale capitalistica crea è facilmente tracciabile un pensiero della differenza fra essere donne in Sicilia e altrove. Bisogna far sì che esso si trasformi in pensiero (e pratica) dell’indipendenza.

Non solo non può esistere libertà delle donne senza libertà del territorio; ma è lo stesso processo di indipendenza delle donne dallo Stato capitalista e patriarcale a rendere propriamente di liberazione il processo generale.

 

  • Perché nella tua relazione hai fatto più volte riferimento agli scritti di Franz Fanon e al ruolo delle donne in nella lotta per la liberazione dell’Algeria?

Gli scritti di Franz Fanon sono emblematici della questione che stiamo mettendo a tema, ovvero il ruolo coloniale della riproduzione della violenza sulle donne.

In “L’anno V della Rivoluzione Algerina” nell’analisi del colonialismo francese in Algeria una delle prime questioni che Fanon mette a tema è quella della centralità della donna nel processo di colonizzazione e in quello auspicato di de-colonizzazione. In effetti sul corpo e sui diritti delle donne si consuma una delle prime mosse del colonizzatore, soprattutto all’alba dei primi movimenti di liberazione algerini.

La formula su cui il governo francese deve puntare è semplice:《prendiamoci le donne e verrà anche il resto》. Lo fa sostanzialmente mediante due mosse: teorizzando scientificamente la figura della donna musulmana vittima e sottomessa e, specularmente, quella dell’uomo musulmano sadico e crudele. Le donne algerine avevano fatto del velo uno strumento di lotta. Lo indossavano per travisarsi e rendersi irriconoscibili durante le azioni più violente, ne usavano gli ampi panneggi per nascondersi addosso messaggi, provviste, armi. La narrazione occidentale coloniale lo trasforma in simbolo di oppressione femminile con l’obiettivo di creare alle donne algerine un nemico interno (l’uomo musulmano) distogliendo l’attenzione da quello esterno (il colonialista francese).

In “Pelle nera, maschere bianche” Fanon ci dice che il complesso di inferiorità del colonizzato ha due radici: quella economica e l’interiorizzazione dell’inferiorità che porta il colonizzato al ripudio della propria razza in favore di quella bianca. La donna nera – come l’uomo, del resto – è ossessionata dalla bianchezza, ma a differenza di quest’ultimo ha a disposizione un’arma in più nella disperata tensione al divenire bianco: tramite la maternità, può “diluire” la propria negritudine; l’imperativo categorico è generare figli sempre meno neri delle madri, scopo che si raggiunge, naturalmente, solo se si prediligono partner sessuali bianchi, anche a costo di subirne la violenza.

È evidente che il contesto che muove le riflessioni di Fanon è differente nel tempo e nello spazio da quello siciliano. Ma può essere interessante aprirsi ai suoi studi perché descrivono meccanismi coloniali validi e ripetibili.

  • Ci sono esperienze che hanno messo in crisi l’immagine remissiva e subalterna della donna siciliana?

Le storie delle donne del Sud – e di quelle siciliane nello specifico – sono state oggetto di omissioni e distorsioni che ne hanno alterato le potenzialità di lotta. Per noi rappresentano un punto di partenza per mettere in crisi l’immagine presentata dalla narrazione dominante della donna siciliana remissiva e subalterna.

La storia narrata delle donne in Sicilia è storia di violenze subite, di matrimoni forzati, di dipendenza totale dalle figure maschili, prima i padri e poi i mariti. Poche sono le storie che raccontano la donna che ha acquisito consapevolezza di classe e ha lottato accanto al marito zolfataro, contadino… In realtà di esempi di donne che hanno rotto gli schemi del patriarcato in Sicilia ce ne sono tanti. Significativa è sicuramente la storia di Franca Viola. Donna di Alcamo che per prima in Italia rifiuta di accettare il matrimonio riparatore che, secondo le leggi italiane, costituiva un’assoluzione per chiunque avesse desiderato e rapito una donna violentata. Franca Viola, promessa di Filippo Melodia, nipote di un boss locale, viene rapita da quest’ultimo e dai suoi in seguito all’annullamento del fidanzamento. Per la prima volta, e ciò avviene in Sicilia, una donna decide di opporsi al matrimonio forzato. Nonostante le minacce subite, Franca Viola sposerà un altro uomo, senza nascondersi e a testa alta.

Poco nota anche la storia di Maria Occhipinti che nel gennaio del 1945, a dispetto dei suoi 4 mesi di gravidanza, si sdraiò davanti a carri armati per impedire che portassero via le giovani reclute che non volevano più partecipare alla Guerra. O, ancora, quella di Rosa Donato, figlia di un cuciniere. Aveva assistito alla repressione borbonica dei moti del 1820-21 in Sicilia. Partecipò attivamente alla rivoluzione siciliana del 1848-49, combattendo a Messina e poi a Palermo. Ci viene rappresentata nelle iconografie tradizionali mentre carica un cannone per sparare contro le truppe regie che furono costrette a retrocedere. Divenne caporale per l’impegno nella lotta e difese la città quando venne assediata dai soldati borbonici dando fuoco ai depositi di munizioni e causando ingenti perdite alle truppe nemiche. Si finse morta per continuare a combattere a Palermo divenendo un’importante guida per i rivoluzionari. Dopo la sconfitta di Palermo venne arrestata e torturata per 15 mesi a Messina.

Importante da citare anche la storia delle brigantesse, la cui costruzione narrativa ne depotenzia il carattere politico eversivo. Queste donne, la cui lotta è dimenticata, vengono per lo più – anche nei testi che si propongono di riscoprire un’antistoria del risorgimento e del brigantaggio – identificate attraverso l’amante a cui si accompagnano e attraverso la ferinità che assumono nella difesa del proprio uomo a cui sono devote. Il carattere politico della loro lotta che si iscrive in una lotta contro la colonizzazione piemontese viene rovesciato nuovamente in una narrazione di inferiorità attraverso una romantizzazione delle imprese di queste donne, una narrazione che intreccia macabro e seducente.

Il ruolo di queste donne nei processi storici non è solo rimosso, oggetto di una cancellazione dalla memoria collettiva, ma è iscritto all’interno di strutture significanti che identificano queste donne come “drude”, sanguinose, assetate di sangue e dunque brutali. Se ne esalta la sessualità sanguinaria e animale che crea tutto un immaginario preciso. Occorre allora costruire una sorta di genealogia alternativa di cosa significhi essere donna in Sicilia a partire da quelle azioni che nelle narrazioni dominanti hanno assunto un ruolo marginale o strumentale.

  • Quali sono le vostre battaglie?

Il nemico è uno, ovvero il potere patriarcale e maschilista – dunque capitalista- sempre più interiorizzato dalle donne stesse. Dobbiamo rivolgere, però, le nostre rivendicazioni agli esecutori materiali di tale potere:

il governo italiano e la Regione Siciliana mettendo in atto pratiche politiche conflittuali efficaci. Le nostre battaglie partono da istanze locali e concrete.

Un campo di lotta è sicuramente quello del diritto all’aborto. In Sicilia 9 medici su 10 sono obiettori. Un’altra importante questione riguarda i consultori: sono presenti in numero inferiore a quello previsto per legge, sono fortemente de-finanziati, la sede in un quarto dei casi è definita mediocre o fatiscente, solo la metà ha a disposizione un ecografo. All’interno di questo contesto si inserisce anche la fondamentale questione della contraccezione gratuita. Infatti oltre ai servizi base che i consultori dovrebbero fornire, secondo la legge 194 (“Legge 22 maggio 1978, n.194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, meglio nota come Legge 194, è la legge in vigore in Italia che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto), dovrebbero anche fornire una contraccezione gratuita di base. Molte sono state le lotte portate avanti e vinte anche in altre regioni. Ed è anche qui, in Sicilia, che si sta aprendo un piano vertenziale alla regione in questo senso.

E poi esiste, come si diceva prima, il problema dell’alto tasso di disoccupazione (solo il 29,1% delle donne lavora), dell’emigrazione forzata, della mancanza di servizi (tempo pieno nelle scuole, asili nido ecc.). Queste contraddizioni reali, come le altre, non possono essere utilizzate per legittimare politiche reazionarie e autoritarie, ma devono diventare occasioni per attaccare e conquistare spazi di riscatto e di lotta per le donne.

Per una agenda Sardegna fondata sulle lotte. Assemblea a Oristano

La locandina che ritrae Eleonora d’Arborea con un megafono ideata dal collettivo Furia Rossa di Oristano

Riceviamo e pubblichiamo l’appello al dibattito del collettivo Furia Rossa previsto per il primo settembre a Oristano al fine di fare uscire le lotte sociali e politiche della Sardegna dalla marginalità politica.

ASSEMBLEA-DIBATTITO PUBBLICA: LOTTE IN SARDEGNA, LA SFIDA DEI TEMPI: DALLA MARGINALITA’ POLITICA ALLA CENTRALITA’

Viviamo in un’epoca cupa, in cui non si capisce bene se sia peggiore la realtà in cui viviamo o il modo in cui la descriviamo. Un pessimismo profondo, non dell’intelligenza ma della volontà, circonda la nostra attività politica da tempo e poche luci sembrano indirizzare il nostro cammino.

C’è una sola certezza, nessuno di noi è sufficiente a se stesso: né come singoli né come organizzazioni. Questa frase non vuole tracciare il profilo dell’obiettivo dell’unione a tutti i costi, dell’integrazione forzata tra esperienze politiche di diversa matrice, della realizzazione di cartelli elettorali. Può essere un obiettivo meritorio, ma sono altre le sedi in cui va perseguito e altri i soggetti che devono proporlo. La nostra auto-insufficienza – chi più, chi meno, ne soffrono tutti i soggetti che compongono la galassia di chi lotta per cambiare in Sardegna lo status quo – è in primo luogo teorica: è nel dibattito e nel ragionamento che dobbiamo aiutarci l’un con l’altro, senza la pretesa di dover arrivare a un punto condiviso nel ragionamento.

Cinque anni fa il Collettivo Furia Rossa organizzò un’assemblea, presso il teatro San Martino di Oristano, intitolata Dalle lotte territoriali alla lotta collettiva per una Sardegna migliore. Fu un incontro partecipato e produttivo, quantomeno dal punto di vista della costruzione di relazioni fra i partecipanti. Fra i punti affrontati in quella sede, alcuni possono essere ritenuti particolarmente fecondi e meritevoli di un ulteriore approfondimento.

Lo scenario politico è però sicuramente cambiato, con l’eccezione del rapporto di sudditanza tra la Sardegna e l’Italia, immutato nelle sue caratteristiche generali da anni e, a nostro giudizio, primo obiettivo di qualsiasi battaglia politica che punti al cambiamento dello status quo in Sardegna. È ormai palese uno spostamento a destra del baricentro politico, laddove in precedenza avevamo assistito a uno slittamento verso destra camuffato da posizioni teoriche legate alla cosiddetta Terza via, con evidenti conseguenze estremamente preoccupanti sul piano dell’autoritarismo e della riduzione degli spazi di libertà. Si pongono poi sul tavolo due grosse questioni: quella del regionalismo differenziato e quella dell’abolizione, de facto, dell’obbligo della progressività dell’imposizione fiscale. Si prospetta, all’orizzonte, una riforma costituzionale che aumenterà – in piena continuità col precedente tentativo renziano – i poteri dell’esecutivo, in combinato disposto con strumenti legislativi di rango inferiore che rafforzano il potere degli organi periferici del governo centrale: questure e prefetture. Da non dimenticare il costante peggioramento della situazione internazionale, tra imperialismo e violazione costante del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Si è inoltre imposto con forza a tutti il problema della questione ambientale. Tutto questo accade mentre si assiste, quasi impotenti, a uno sfilacciamento del tessuto sociale, con un aumento preoccupante di fenomeni legati all’intolleranza e manifestazioni di un comportamento squadrista che fanno temere già per il futuro prossimo. La cornice è quella di un incremento delle discriminazioni, sulla base del genere, dell’etnia di appartenenza, delle preferenze sessuali, della confessione religiosa, delle possibilità economiche e della provenienza sociale, con una costante compressione delle sfere di diritti che sembravano ormai definitivamente acquisiti.

Crediamo con forza che sia necessario confrontarsi e dialogare sul nostro ruolo, di movimenti radicali, in questo scenario. Per questo vi invitiamo, a cinque anni di distanza dall’incontro del 31 agosto e nel decimo anno di attività del nostro collettivo, ad un’assemblea aperta, che si terrà a Oristano domenica primo settembre in luogo ancora da definire. Il titolo è il seguente: Politica in Sardegna, la sfida dei tempi: dalla marginalità alla centralità politica.

Folklore da discount per una Sardegna a misura di turista da social

Immagine tratta da Vistanet.it

di Fabio Solinas

L’estate in Sardegna non fa solo rima con sole, mare e vacanze, ma troppo spesso fa rima con disservizi, gap tecnologico e folklore da discount.

Ormai con i social network e con Trip Advisor è facile pubblicizzare le attività commerciali e i vari servizi da esse offerti ma è altrettanto facile imbattersi nelle temute recensioni negative dei consumatori finali.

Scopriamo allora che il titolare del bar sotto casa ha il vizietto di spennare i turisti facendo pagare 5 euro per un caffè e una mezza gasata, che in molti ristoranti non è possibile pagare con la carta perché secondo i gestori il pos non è economicamente sostenibile, che trovare un punto di ristoro con il wi-fi gratuito poi è un’impresa.

Dall’altra c’è tutta una serie di eventi creati dal nulla, che svendono l’immagine della Sardegna dando l’idea che si possa avere tutto e subito, dalla cultura all’enogastronomia in nome un turismo mordi e fuggi che tanto piace non solo ai gestori di attività commerciali ma anche a molti amministratori locali. Quante volte ci capita di leggere di sagre improbabili, create per vendere qualsiasi prodotto in qualsiasi periodo dell’anno? Ahimè troppo spesso! Del resto è facile creare un evento low cost – low quality: basta dare il nome in sardo all’evento, programmare una sfilata delle maschere tradizionali ed ecco che ad agosto nasce “Sa festa de sas casadinas”, dolce tipico del periodo primaverile.

Assistiamo sempre di più non solo alla destagionalizzazione dei prodotti enogastronomici ma anche alla delocalizzazione delle maschere tradizionali, tipiche di una determinata realtà della Sardegna e di un determinato periodo dell’anno: il carnevale.

Tutto questo guazzabuglio si sposa bene con l’idea che molti vacanzieri continentali hanno della Sardegna: un nonsoché di esotico, di ancestrale, di esclusivo che unito alle spiagge candide, all’acqua cristallina e al mangiar bene rendono l’Isola meta di vacanze perfette.

Attenzione però, perché se qualcosa va storto saranno i primi a lamentarsi sui social e a confezionare recensioni negative in grado di trasformare un dignitoso 3 stelle nella peggior bettola.

Credo che dal punto di vista turistico la Sardegna abbia anche altri problemi quali, per esempio, il caro traghetti, la poca disponibilità di collegamenti aerei e la quasi totale assenza di trasporti pubblici e servizi che altrove sono la norma: parlo di aree camper, bagni chimici, cartelli con indicazioni stradali.

Condiscono il tutto i soliti luoghi comuni sull’arretratezza culturale della Sardegna, la leggenda metropolitana sui sardi che usano ancora gli asini come mezzo di trasporto e su quanto la Sardegna sia “wild”, vergine e terra di conquiste.

Il resto lo sappiamo fare bene da soli: porceddu, seade, formaggelle e vermentino a fiumi, spiagge che attirano i colonizzatori estivi che, solo perché pagano il parcheggio, credono di potersi portar via un sacchetto di sabbia.

Domani la Sarda Rivoluzione per le strade di Sassari

La grafica che promuove la prima uscita pubblica della ANS nel capoluogo turritano

 

L’Assemblea Natzionale Sarda (ANS) è un’associazione che ha come obiettivo la crescita della coscienza nazionale del popolo sardo e alla sua autodeterminazione. Come noto nasce all’indomani del disastro elettorale delle scorse regionali come spinta spontanea dalla base indipendentista per ricompattare un’area frammentata e senza bussola. 

La ANS è ancora in fase di costituzione, ma i suoi nodi territoriali sono già all’opera. Domani sarà la volta di Sassari con una passeggiata per ricordare la rivolta nazionale, antifeudale e antipiemontese guidata da Giovanni Maria Angioy.

Di seguito il breve comunicato che descrive l’evento scritto in maniera bilingue: 
[SRD]
Tàtari est una tzitade acapiada a su territòriu suo e a s’Istòria sua. Est inoghe chi s’isbòligant unos cantos de sos eventos prus de importu pro s’Istòria de Sardigna.

Su 13 de austu de su 2019 ammentamus su rolu de Tàtari in sos eventos de sa Sarda Rivolutzione de su 1794: dae Corte di Santu Niggola (oe piazza Duomo) a Carra Manna (oe Piazza Tola), passende a traessu sa Corte di Lu Duca (oe piazza del Comune) e via Cilocco, torramus a cursare cun Alessandro Derrù cuddas dies fundamentales.

[ITA]
Sassari è una città connessa al suo territorio e alla sua Storia. È qui che si svolgono alcuni degli eventi più importanti per la storia della Sardegna.

Il 13 agosto ricordiamo il ruolo di Sassari negli eventi della Sarda Rivoluzione del 1794: da Piazza Duomo a Piazza Tola, passando per la piazza del Comune e via Cilocco, ripercorriamo con Alessandro Derrù quei giorni fondamentali.

Dove e quando?

In s’àndala de Angioy
Percorso storico lungo le strade della Sarda Rivolutzione.
13 agosto 2019 ore 18:30
Piazza Duomo

Qui l’evento fb

Cancellata l’autonomia del Kashmir. La mano pesante dell’India

foto tratta da Time

di Luana Farina

Kashmir e Jammu:  nuovo attacco all’indipendenza e all’autodeterminazione di un popolo.

pochi giorni fa il Primo ministro indiano Narendra Modi, leader del partito ultranazionalista Bharatiyva Janata, tramite il Ministro degli Interni, Amit Shah, ha annunciato la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione, che garantiva al Kashmir e allo Stato di Jammu, introdotto negli anni Cinquanta, di godere di un’ampia autonomia politica, fatta eccezione per la politica estera, la difesa e le comunicazioni.

Garantiva una propria Costituzione e una bandiera, vietava inoltre agli stranieri di acquistare territori nella Regione, onde evitare speculazioni e stravolgimenti di tipo demografico.

L’intento è quello di sostenere la maggioranza indù contro la minoranza musulmana, quindi non è un caso che con la presa di potere di Modi le violenze contro la comunità musulmana sono aumentare e l’induismo ha rafforzato il proprio nazionalismo.

Quindi il Kashmir è il primo luogo da colpire, perché, in caso di modifica costituzionale dell’articolo 370 i rappresentanti locali della regione autonoma, avevano già minacciato forti e decise reazioni e proteste per difendere la loro autonomia.

Considerato che le due regioni hanno la massima concentrazione delle basi militari indiane è ovvio che c’è anche un problema di servitù militari non facile da risolvere.

Perciò il governo Indiano ha già avviato un processo di “repressione preventiva“.

I leader locali sono stati arrestati, 20mila persone tra turisti e altri cittadini di fede indù presenti nella regione sono stati fatti evacuare, Internet, i servizi telefonici e le comunicazioni sono stati sospesi, con la motivazione, non suffragata da nessun fatto reale, di possibili attacchi terroristici; non è detto che a seguito di questo provvedimento legislativo e della repressione che si è già scatenata, non seguiranno davvero reazioni anche violente da parte di un popolo  che sta subendo l’ennesima umiliazione.

Non scordiamo che già a gennaio scorso a seguito dell’uccisione dei due giovani leader “ribelli” (il comandante Zeenatul Islam e il suo vice), avvenuta in uno scontro a fuoco ieri tra militanti indipendentisti e le forze governative, ci furono manifestazioni in cui 20 persone rimasero ferite, persone alle quali era stato impedito di recarsi al funerale .

A febbraio poi morirono altre 44 persone tra civili e militari durante scontri tra indiani e pakistani accusati di sostenere i ribelli del Kashmir e del Jammu.

La resistenza separatista, che ai primi degli anni 90 sembrava quasi sopita, dal 2016 è nuovamente in aumento a causa del grave conflitto tra India e Pakistan, ciò dimostra che il malcontento è esteso e la militanza indipendentista sta riconquistando le nuove generazioni delle due regioni sottoposte  a nuove misure repressive.

A Foras di nuovo davanti ai poligoni

La locandina ufficiale per la chiamata della manifestazione nazionale contro l’occupazione militare a Capo Frasca lanciata dal movimento sardo A Foras e subito fatta propria da decine di soggetti politici e culturali favorevoli alla smilitarizzazione dell’isola

 

Riceviamo e pubblichiamo volentieri l’appello lanciato dall’Assemblea Sarda contro l’occupazione militare A Foras per una grande manifestazione contro l’occupazione militare della Sardegna e per la totale smilitarizzazione della nazione sarda.

VI CHIEDIAMO LA MASSIMA DIFFUSIONE:

IL 12 ottobre 2019 davanti al poligono di Capo Frasca si terrà la Manifestada contra a s’Ocupatzione Militare de sa Sardigna, organizzata da oltre 40 comitati, movimenti, associazioni e sindacati.

Il movimento sardo contro le basi, le esercitazioni e l’occupazione militare chiama a raccolta comitati, movimenti, associazioni, sindacati, categorie professionali, intellettuali e tutto il nostro popolo a mobilitarsi e protestare contro il prossimo inizio delle esercitazioni militari in Sardegna.
Le diverse realtà che hanno a cuore le sorti della nostra terra torneranno a manifestare insieme contro l’oppressione militare il prossimo 12 ottobre 2019 davanti al poligono militare di Capo Frasca, arricchendo quella giornata ognuno con la propria sensibilità e i propri contenuti.
Dopo la capitolazione delle ultime giunte regionali davanti alle pressioni del ministero della Difesa e dopo la mortificazione di ogni opposizione esistente all’interno delle istituzioni (dal Comipa fino al processo sui veleni di Quirra) appare sempre più chiaro che l’unica strada percorribile è la creazione di una forte opposizione popolare.
Lottiamo per non dover più sottostare al ricatto occupazionale che legittima fabbriche di morte e multinazionali che sperimentano i loro armamenti nella nostra terra.
Lottiamo per contrastare lo spopolamento e l’emigrazione forzata causata dalle diseconomie di questa presenza oppressiva.
Lottiamo per alternative economiche possibili davanti alla devastazione ambientale e alla speculazione sul territorio.
Lottiamo contro la guerra, per una Sardegna non più sottomessa alle politiche di guerra che minacciano e colpiscono altri popoli.
Le esercitazioni militari devono essere fermate subito, le basi e i poligoni devono essere dismessi e bonificati, per essere restituiti alle comunità sarde che finalmente possano utilizzare quelle terre per il loro sviluppo.

SRD
Sa die 12/10/2019 cara a sa base militare de Capo Frasca b’at a èssere sa Manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, organizada dae prus de 40 comitados, movimentos, assòtzios e sindacados.

Su movimentu sardu contra a is bases, is esercitatziones e s’ocupatzione militare tzèrriat comitados, movimentos, assòtzios, sindacados, categorias professionales, intelletuales e totu su pòpulu nostru a protestare contra a su cumintzu imbeniente de is esercitatziones militares in Sardigna.
Is realidades diferentes chi giughent in su coro sa sorte de sa terra nostra ant a torrare a manifestare paris contra a s’opressione militare su 12 de ladàmini de su 2019, cara a su polìgonu militare de Capo Frasca, donende valore a cussa die onniunu cun sa sensibilidade e is argumentos suos.
A pustis de sa resa de is ùrtimas giuntas regionales cara a is pressiones de su Ministèriu de sa Difesa e a pustis de s’umiliatzione de cada opositzione chi esistit in intro de is istitutziones (dae su Comipa a su protzessu pro is velenos de Quirra) est semper prus craru chi s’ùnicu caminu possìbile est sa creatzione de un’opositzione populare forte.
Gherramus pro non dèpere prus suportare su ricatu ocupatzionale chi legìtimat fàbbricas de morte e multinatzionales chi proant is armas issoro in sa terra nostra.
Gherramus pro cuntrastare s’ispopulamentu e s’emigratzione fortzada chi sunt cajonadas dae is diseconomias de custa presèntzia oprimidora.
Gherramus pro alternativas econòmicas possìbiles contra a su disacatu ambientale e a s’ispeculatzione subra su territòriu.
Gherramus contra a sa gherra, pro una Sardigna chi non siat prus sutamissa a is polìticas de gherra chi minetzant e degòlliant a àteros pòpulos.
Is esercitatziones militares bolent firmadas deretu, is bases e is polìgonos bolent serrados e bonificados, pro nche los torrare a is comunidades sardas chi potzant impreare cussas terras pro s’isvilupu issoro.

A Foras Contra a s’Ocupatzione Militare de sa Sardigna,
Comitato Gettiamo le Basi,
Mesa Sarda de Paxi – Tavola Sarda della Pace,
Comitato Civico SU SENTIDU,
Comitato SU Giassu,
Comitato Amparu,
Comitato Sa Luxi,
Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile,
Kumone Otzastra Sarrabus,
Movimento Nonviolento Sardegna,
Caminera Noa
Sardigna Natzione Indipendentzia (Ufitziale/Official),
Sardigna Libera,
indipendentzia Repubrica de Sardigna,
Laboratorio Politico Sa Domu,
Sardegna Possibile,
Potere al popolo – Sardegna,
Associazione Sardegna Palestina,
Asce Sardegna,
ARCI Sardegna,
Coordinamento Comitati Sardi,
BDS Sardegna,
Rete Kurdistan Sardegna,
Scida Assòtziu,
Cìrculu Indipendentista “Hugo Chávez”,
Cagliari Social Forum,
Presidio Piazzale Trento,
Non Una di Meno Cagliari,
Fridays For Future – Cagliari,
RUAS – Rete Unitaria Antifascista Sulcis-Iglesiente,
No Metano in Sardegna,
Zero Waste Sardegna,
Assòtziu Consumadoris Sardigna,
Assemblea Permanente Villacidro,
Associazione BixiNAU,
Associazione Culturale Pararrutas Isili,
NO Megacentrale Guspini,
CSS – Confederazione Sindacale Sarda Css,
COBAS Scuola Sardegna,
Usb Sardegna – Unione Sindacale di Base,
COBAS Cagliari – Comitati di Base della Scuola,
UniCa 2.0
Collettivo Furia Rossa-Oristano
il manifesto sardo

Manu Invisible: arte o propaganda coloniale?

Uno dei meme che sta impazzando sui social che criticano la “commissione” della famosa raffineria dei Moratti al’artista sardo Manu Invisible dopo l’articolo di denuncia pubblicato da Pesa Sardigna.

Come redazione di Pesa Sardigna abbiamo ospitato un contributo di un noto writer sardo (chiamato qui Writer Sardo) sulla commissione all’artista Manu invisibile alla Saras. L’articolo ha fatto discutere molto ed è diventato presto virale. Sono perfino arrivate delle risposte di protesta pubblicate su alcuni giornali on line. Il rapporto cultura / potere ha sempre fatto discutere e chi si indigna oggi dovrebbe sapere che non si tratta di una questione liquidabile con la semplice valutazione positiva della portata estetica di un artista, altrimenti  – solo per fare un esempio – J.P. Sartre non avrebbe rifiutato il Nobel. 

Siccome in una terra coloniale come la Sardegna dove le multinazionali fanno il bello e il cattivo tempo permettendosi anche di assoldare famosi artisti per opere di Greenwashing (neologismo che indica la strategia di comunicazione di diverse aziende e corporations finalizzate a costruire un’immagine positiva nascondendo gli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle proprie attività), abbiamo ritenuto opportuno lanciare questo dibattito. 

Siamo contenti che anche i ragazzi  Fridayforfuture siano intervenuti con un post sulla loro pagina fb rivolgendosi direttamente all’artista sardo e rivolgendogli una domanda che riteniamo molto importante:

Ciao Manu,

Siamo i ragazzi di Fridays For Future, I giovani ispirati dalla sedicenne svedese Greta Thunberg che ogni venerdì scioperano per il clima e che, solo in Sardegna, hanno portato quasi 7000 studenti in piazza.

Siamo quei ragazzi che da mesi si impegnano per il proprio futuro, e oggi ti scriviamo perché vogliamo parlarti di una parola nuova ma sempre più importante: ‘greenwashing’.

Con questo termine si indica l’abitudine delle aziende più dannose per il clima – in particolare quelle che si occupano di combustibili fossili – di finanziare campagne ambientaliste o presunte tali per “lavare” la loro reputazione.

Una tecnica sempre più diffusa, tanto che non c’è multinazionale del petrolio o del carbone che non promuova brochure contro lo spreco di plastica, mini-progetti di riforestazione, opere d’arte a tema ecologico.

Bazzecole in confronto ai danni fatti con le loro attività, ma sufficenti a presentarsi all’opinione pubblica come aziende green.

Ecco, col tuo murale che invita alla consapevolezza ambientale – ma pagato dalla Saras – hai prestato la tua creatività a niente più che greenwashing.

La raffineria Saras di Sarroch raffina petrolio, quello stesso petrolio in larga parte responsabile della catastrofe ecologica a cui stiamo andando incontro.

La raffineria Saras di Sarroch è – secondo uno studio pubblicato dalla prestigiosa università di Oxford – responsabile di danni e di alterazioni del dna sui bambini della zona.

La raffineria Saras di Sarroch ha visto morire negli anni diversi operai, morti considerate come “annunciate” dai sindacati.

Con la tua opera non hai aiutato chi come noi si batte per il clima e il futuro dei giovani ma, anzi, hai dato a chi ci sta rubando il futuro una nuova scusa per pulirsi la coscienza.

In tanti sui social ti stanno criticando, ti danno del “venduto”, ti insultano.

Noi vogliamo credere alla tua buona fede, e per questo ti scriviamo.

Ora sai a cosa ti sei prestato, e sei ancora in tempo a rimediare. Noi ti aspettiamo in piazza con noi il 27 settembre per il terzo Global Strike for Climate.

Marcerai assieme a milioni di ragazzi e ragazze di tutto il mondo che, a differenza della Saras, hanno davvero a cuore il futuro del pianeta e la sopravvivenza della nostra civiltà!

Aspettiamo la tua risposta!

Nel frattempo che aspettiamo la risposta del signor Manu o di uno dei suoi collaboratori all’appello dei giovani attivisti pubblichiamo la replica di Writer Sardo che ormai è diventato famoso per questa sua presa di posizione critica e anticolonialista:

di Writer Sardo

Il precedente articolo sulla “commissione” della Saras a Manu Invisible  ha ricevuto risposta su due diversi blog. Volentieri si controbatte, non per scatenare una “gogna virtuale” contro l’artista, bensì per opporci alla campagna di green-washing messa in atto dall’azienda, che periodicamente crea eventi –per un pubblico giovanile –al fine di ripulire la sua immagine inquinata.Il primo pezzo (per traslitterare sarcasticamente la sua introduzione) è scritto su un blog che si presenta come“la prima piattaforma social d’arte contemporanea nell’isola concepita come un nodo di web interconnesso e mobile”, qualsiasi cosa questo significhi. In questo pezzo si grida all’oltraggio,verso l’artista in questione, seguito da un lungo osanna nei suo confronti, a cui si allega il suo curriculum artistico. Nemmeno l’artista in questione avrebbe potuto scrivere, senza arrossire, un pezzo tanto autocelebrativo e borioso. Tra i vari concetti espressi, si afferma che la non presenza di un un’Accademia di Belle Arti a Cagliari dipenda in qualche modo dall’anticolonialismo (!). Si capisce che, essendo scritto su un magazine di arte, l’articolista cerchi (molto confusamente) di spostare il focus dall’etica all’estetica, dai problemi ambientali a quelli artistici, con un appello finale e disperato alla Saras, affinché finanzi “un’Accademia di Belle Arti privata con Manu Invisible docente e Maestro d’arte del muralismo”, ciò “sarebbe anche un modo per rifarsi una verginità dinanzi alla memoria e la storia che ne racconterà il reale impatto ambientale”. A voi le valutazioni sulla lucidità dello scrivente, e sul suo porgere il cappello verso il padrone, per ottenere la sua compassionevole elemosina.

Di sicuro, non ha (più o meno intenzionalmente) colto il nocciolo della questione. L’articolo comparso su Pesa Sardigna infatti non voleva, in alcun modo,dare un giudizio di valore sulla qualità estetica dei lavori dell’artista interessato, bensì mettere il punto sulla responsabilità di un artista rispetto alle opere che produce, soprattutto quando il suo committente sembra totalmente in contrasto con la poetica e i valori delle sua produzione. La scelta di firmare come ‘writer sardo’, dunque anonimo, come è anonimo l’artista di cui si tratta, è stata effettuata per non essere tacciato di cercare pubblicità tramite questo mio scrivere ,e anche per non ridurre il tutto a una questione personale tra me e tale soggetto. Circa le offese ricevute, in seguito alla pubblicazione della sua opera e moltiplicatesi dopo la condivisione dell’articolo di Pesa Sardigna, si prendono le distanze,perché sterili ed effimere. Non è Manu Invisibile il vero bersaglio della contestazione: “quando il dito indica la luna,lo stolto guarda il dito”, in questo caso l’artista è solo il dito, ma lo sguardo va volto verso la Saras. Manu Invisible,ciò che ti si chiede –e si chiede a tutti coloro che si sono interessati a questa vicenda –è una riflessione sulla Saras: sulla scarsa sicurezza sul lavoro (attestata dai processi e condanne seguiti alla morte di alcuni operai);sulla denuncia di una prestigiosa rivista internazionale di epidemiologia,dell’Università di Oxford “Mutagenesis”,circa i danni a carico del DNA per i bambini di Sarroch che verranno trasmessi alla future generazioni; sull’affare degli incentivi per le energie rinnovabili che ricevono i petrolieri,in maniera indebita, e che noi paghiamo in bolletta; e sui miasmi di acido solfidrico, denunciati dalla popolazione locale e provenienti dalla raffineria. Più che due mani che si stringono pacificamente, come quelle dell’opera contestata, vien da pensare a una mano stretta sul collo di un bambino dentro una culla. Ti cedo volentieri tale idea, per un futuro dipinto.

Alle nuove generazione, così ci dice –molto ingenuamente –il secondo articolo di risposta al nostro,“idealmente era rivolto il messaggio, perché non leggere questo come un modo per evadere da quella cornice e guardare oltre sottraendosi a un destino e una rassegnazione già scritta?”. Si pensa di aver risposto ampiamente a tale interrogativo, dimostrando come il messaggio sia discordante rispetto al futuro contaminato prodotto dalla Saras, da cui non si potranno sottrarre tutti quei sardi che vivono in quell’area, se non fuggendo da essa.

Il giornalista cerca di dimostrare quanto siano state genuine le intenzioni di Manu Invisibile, desumendole dal disegno stesso. Come writer, più volte,mi è capitato di sentirmi dire cosa volevo rappresentare tramite i miei lavori e,devo ammettere divertito che,il pubblico trova spesso significati, a cui non avrei mai pensato. Dunque ‘far parlare’ l’opera, senza sapere ciò che l’artista ha davvero in mente, è sempre un’operazione piuttosto funambolica e arbitraria. Si potrebbe invece citare la presenza- in rete – di una foto, abbastanza famosa, in cui compare la stessa scena dipinta per la Saras. “Le idee sono nell’aria” e a quanto sembra nella rete. https://www.flickr.com/photos/84501212@N00/452070895

Ciò potrebbe suscitare il dubbio circa l’elaborazione concettuale attribuita all’artista. Viene più semplice immaginare un’addetto alla comunicazione esterna della raffineria che stampa l’immagine desiderata, scaricandola dalla rete, e commissiona all’artista di eseguirla. È solo una supposizione, che sembra smentita da ciò che ha affermato “un intermediario stretto collaboratore di Manu Invisible (che notoriamente non rilascia dichiarazioni): “M. I.come sempre ha percepito un lavoro da un committente, si è relazionato alla Saras come fa sempre con i suoi committenti pubblici e privati, per lui una committenza e (sic) una committenza e non esiste distinguo in tal senso, gli è stata garantita libertà operativa e linguistica, come sempre ha presentato tre piani di lavoro indiscutibili ma con un listino prezzo invariabile e ha poi realizzato un lavoro commissionato e concordato da una delle tre proposte, con il suo lavoro si è espresso”. Si prende per buona ogni singola parola, cercando di non mettere in dubbio l’originalità dell’opera –nonostante tutto–anche se, affermare che “una committenza è (sic) una committenza e non esiste distinguo in tal senso”, porta a pensare che Manu Invisibile non abbia preso alcuna consapevolezza della critica, fin qui portata avanti, e non abbia capito il perché in tanti abbiano commentato sdegnati
il suo lavoro. La stessa critica si sarebbe levata se la RWM, che fabbrica bombe a Domusnovas, in un evento destinato ai giovani, avesse commissionato, a un qualsiasi altro artista, il dipinto di una colomba con un ramo d’olivo in bocca, per associare il proprio nome al concetto di ‘pace’. L’RWM sta alla ‘pace’ come la Saras sta alla ‘consapevolezza’ ambientale e sociale.

Non si chiederà dunque – in questo articolo, sulla scia degli altri due –dunque l’elemosina per costituire un’Accademia a Cagliari, si chiede piuttosto ai sardi di premere sulle istituzioni per obbligare la Saras (e tutte le altre aziende qui non citate, ma ugualmente nefaste per la nostra terra) a  bonificare quanto inquinato finora e risarcire tutti coloro che patiranno le conseguenze venefiche della sua speculazione,atta a conseguire più utili. Anche se ciò non potrà ridare una parvenza di ‘verginità’ a queste aziende, così come non può apparirci pietoso un omicida che si diletta a comporre decorosamente il corpo delle proprie vittime.