Solinas nemico climatico e della Sardegna

Un cartellone scritto presente alla manifestazione di Cagliari diventato virale sui social. Una delle rivendicazioni di FFF Sardegna è il no alla costruzione del metanodotto

di Antonio Muscas

Grazie al ministro costa, al presidente conte e ai loro vuoti proclami su economia circolare, sostenibilità e ambiente.
La propaganda oggi, alla fine, si presenta per quello che è: menzogne utili, fin quando è possibile, a tranquillizzare gli animi e restare al timone.

Questa la sensibilità delle istituzioni.

Proprio in concomitanza con lo sciopero mondiale sul clima che ha visto in Sardegna scendere in piazza migliaia di persone per chiedere attenzione sui temi ambientali e in particolare contro il progetto di metanizzazione dell’isola, il governo del cambiamento, nella figura del ministero dell’ambiente e quindi del bravo ministro costa, così ha pensato di rispondere.

Invece di prendere e concedere tempo, per dare doverosamente spazio al dibattito pubblico e valutare ogni opzione utile ad affrontare questo delicato momento storico, ha provveduto a metterci di fronte ad un dato di fatto.

Procedendo imperterrito per la propria strada o addirittura accelerando, in una corsa folle verso il baratro.
Il tutto a carico dei comuni cittadini, naturalmente.
Perché quel tubo dovremmo pagarlo noi, coi soldi delle nostre bollette.

E stavolta non potranno certo dire, come hanno fatto col Tap, che sono arrivati tardi e non c’era più niente da fare, che gli accordi erano gia firmati e le penali sarebbero state troppo alte.
Stavolta a decidere sono stati proprio loro.
Avendo tutto il tempo per valutare attentamente
Dopo aver persino convocato il tavolo tecnico al Mise, in cui la Sardegna è stata considerata caso specifico e da trattare come zona a sé, e dove, assieme alle parti sociali e i diversi portatori di interesse, si sarebbe dovuto decidere il suo futuro assetto energetico.

Altro che democrazia diretta: quando di mezzo ci sono gli interessi, grossi, delle multinazionali, si tratti di fossili o finte rinnovabili, ogni occasione di confronto diventa un rischio da evitare.

Con questa azione si vuole mettere il sigillo sul futuro energetico, economico, ambientale e sociale sardo.
Con grande gioia dei sindacati confederali, entusiasti evidentemente di anticipare la nostra e loro estinzione.

Ma nessun tubo potrà soffocare il nostro dissenso.

E se voi l’avete persa, o nascosta accuratamente da qualche parte, saremo noi la voce della vostra sporca coscienza.
A ricordarvi costantemente il carico della vostra responsabilità e gli esiti della vostra mediocrità, della vostra corruzione morale e totale assenza di coraggio e lungimiranza.

Voi siete responsabili, e di questo sporco tubo ne dovrete rispondere di fronte a noi e alle generazioni future.

Sonos in limba: la musica parla sardo

Le lingue minoritarie e regionali soffrono da sempre di numerosi pregiudizi: considerate lingue rozze, antiquate e in generale “sbagliate” rispetto alla lingua ufficiale vengono di fatto escluse dalla vita ufficiale della società e condannate all’estinzione. La parola “dialetto” è quella che più implica tali pregiudizi insieme a numerosi altri, soprattutto in contrapposizione con  “lingua”. La contrapposizione sociologica lingua/dialetto come quella  urbano/rustico e la considerazione dei “dialetti” come appartenenti a culture considerate arretrate e inferiori o comunque a culture che mancano di autonomia e di prestigio socioculturale, costituisce lo stigma più importante che rende marginali le lingue non di Stato. Queste convinzioni non trovano corrispondenza nella realtà: le lingue minoritarie e regionali hanno le stesse potenzialità delle lingue  considerate di prestigio e pari dignità.

Per il terzo anno consecutivo, l’associazione di promozione sociale Nova Euphonia organizza “Sonos in Limba”, convegno che si propone di contribuire all’abbattimento dei pregiudizi che affliggono il sardo e le lingue alloglotte della Sardegna partendo dall’utilizzo di queste lingue nella musica. La conferenza è realizzata con il sostegno della Regione Sardegna e della Biblioteca Universitaria di Sassari.

Il coro del Nova Euphonia eseguirà per la prima volta due brani inediti composti dal M. Gian Carlo Grandi e dal M. Roberto Piana, entrambi docenti presso il Conservatorio turritano che interverranno nel corso della conferenza. L’insieme vocale sarà diretto per l’occasione dal M. Luca Sirigu e interverrà inoltre il compositore Antonio Lai, docente universitario e fondatore della “Nuova Musica Sarda“, che farà un intervento sull’influenza strutturante della lingua e della cultura sarda nella concezione delle musiche dell’opera “Jana”.

Ospiti dell’evento saranno anche Matteo Leone, jazzista e musicista dell’isola di Sant’Antioco, Daniela Pes, cantante e compositrice gallurese vincitrice del premio Andrea Parodi e i Tribulia, rock band di Capoterra attiva dal 2000. Modera il prof. Marco Garrucciu.

Sonos in Limba mostrerà, attraverso il racconto degli artisti che usano il sardo e le lingue alloglotte della Sardegna, come sia possibile fare musica e cultura, utilizzando le proprie lingue minoritarie e regionali anche in generi musicali non legati alla tradizione locale.

L’appuntamento è per venerdì 27 settembre 2019 alle ore 16,00 presso la Biblioteca Universitaria in Piazza Fiume a Sassari.

Qui di sèguito il programma:
– Saluti iniziali – Introduzione – Gian Carlo Grandi – Roberto Piana – Luca Sirigu – Antonio Lai – Pausa caffè – Tribulia – Daniela Pes – Matteo Leone – Chiusura lavori e ringraziamenti

Repressione a Hong Kong. Ah no, è la democratica Spagna!

di Marco Santopadre

Stamattina all’alba, con una maxi-operazione di polizia che ha coinvolto 500 agenti della Guardia Civil in assetto da guerra, l’Audiencia Nacional di Madrid ha ordinato l’arresto di nove attivisti dei CDR (Comitati per la Difesa della Repubblica) catalani. Nel corso di tutta la giornata sono state compiute perquisizioni e blitz sia in domicili privati sia in sedi associative.
Gli arrestati – tutti appartenenti alla sinistra indipendentista – sono accusati di ribellione, sedizione, terrorismo e detenzione di esplosivi. Secondo l’accusa – il tribunale speciale ereditato dal Tribunale de Orden Publico di franchista memoria – gli arrestati avrebbero sperimentato nei mesi scorsi degli ordigni artigianali e sarebbero stati pronti a scatenare un’ondata di attentati nei prossimi giorni, come risposta alla sentenza di condanna dei leader politici e sociali indipendentisti detenuti in alcuni casi da due anni perché accusati di aver organizzato il referendum illegale per l’indipendenza del 2017.
La “prova” dell’accusa sarebbero alcune sostanze in grado di essere usate per comporre esplosivi trovate all’interno di un magazzino usato dal comitato festivo di Sabadell, città alle porte di Barcellona, dove viene conservato il materiale pirotecnico che serve a fabbricare i fuochi artificiali usati in occasione delle feste patronali (che si sono svolte una settimana fa).
Mentre in tutta la Catalogna scendono in piazza migliaia di persone contro la nuova operazione repressiva, sette degli arrestati vengono condotti a Madrid dove verranno sottoposti, in base alla legislazione antiterrorismo, a 72 ore d’isolamento, prima di essere condotti davanti ai giudici per la formalizzazione delle accuse. Altri due sono stati rimessi in libertà dopo esser stati interrogati a Barcellona e denunciati a piede libero.
Non è la prima volta che lo Stato Spagnolo colpisce i CDR, l’ala più radicale del movimento popolare catalano, con denunce e arresti. Ma questo volta Madrid sembra aver alzato il tiro con due obiettivi: intimorire le organizzazioni popolari in vista della sentenza di condanna attesa tra poche settimane, e “dimostrare” nell’opinione pubblica spagnola il carattere violento del movimento indipendentista catalano – contro ogni evidenza – per poter giustificare ulteriori giri di vite.

Quirra: il veleno che non si arresta

Immagine tratta da Atlante italiano conflitti ambientali

di Daniela Piras

Manca meno di un mese all’appuntamento fissato per manifestare davanti al poligono di Capo Frasca. Sabato 12 ottobre movimenti, comitati, associazioni, sindacati e tutti coloro sensibili al dramma della presenza delle basi militari nell’isola faranno sentire la loro voce contro l’oppressione militare, le esercitazioni, le servitù e tutto ciò di cui il poligono è l’emblema: l’occupazione militare della Sardegna e il costante stato di pericolo e di interdizioni a cui sono sottoposti i territori scenari di tali “giochi di guerra”, (che di ludico hanno davvero ben poco).

Sempre più gente comune sta acquisendo consapevolezza di ciò che davvero comporta ospitare i poligoni, al di là degli introiti economici di pochi. Il velo di mistero e la nebbia d’ignoranza di cui erano ricoperti tali siti fino a non tanto tempo fa sta calando grazie a chi ne ha messo in risalto il lato oscuro.

Uno dei siti più importanti e strategici in Sardegna è quello del Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Salto di Quirra (PISQ), il più grande d’Europa, costituito nel 1956, che comprende il Poligono “a terra” di Perdasdefogu, sede del Comando, e il Distaccamento A.M. di Capo S. Lorenzo con il Poligono “a mare”: si tratta di un poligono a disposizione di tutte le Forze NATO. Nel sito del Ministero della Difesa si fa un chiaro riferimento all’attenzione da tenere durante lo svolgimento delle operazioni: «Il Poligono elabora a cadenza semestrale un Programma di attività che viene sottoposto all’approvazione dello Stato Maggiore della Difesa. In fase esecutiva, ogni operazione deve essere svolta nel rispetto di un Disciplinare per la Tutela Ambientale, volto a garantire il minimo impatto ambientale delle attività».

Intorno a Quirra, però, tale attenzione pare non bastare, e nel 2011 a Lanusei parte l’inchiesta della Procura; una parte del Poligono viene sequestrata. L’inchiesta è volta ad accertare eventuali correlazioni tra le attività militari, i casi di tumore riscontrati tra la popolazione e la nascita di diversi capi di bestiame con malformazioni.

Chiediamo all’avvocato Gianfranco Sollai, legale di parte civile che rappresenta i cittadini malati, di aiutarci a fare il punto della situazione sul processo in corso.

  • Come nasce il processo per i “veleni di Quirra”?

Il procedimento penale avente ad oggetto l’attività antropica militare del Pisq viene aperto dalla Procura della Repubblica presso il tribunale di Lanusei, competente per territorio, a seguito della denuncia del medico di famiglia, dott. Paolo Pili, che svolgeva servizio presso il comune di Villaputzu, il quale notò che tra i suoi pazienti vi era un numero considerevole di persone che avevano contratto patologie tumorali, in particolare quelli che abitavano nella frazione di Quirra e/o che esercitavano l’attività di pastore, talvolta anche all’interno del poligono (infatti, per accordo intervenuto tra il Ministero della Difesa e i comuni interessati, i pastori potevano accedere ai terreni occupati dai militari per il pascolo e altre attività pertinenti). Invero, all’interno del poligono, nel 2010 , data del sequestro e conseguente obbligo di rilascio per i pastori, vi erano quindicimila capi di proprietà di alcune decine di aziende e un centinaio di addetti; certamente hanno esercitato un ruolo importante anche le manifestazioni e i dibattiti delle associazioni e partiti indipendentisti che da anni chiedevano lumi sulle attività e la chiusura del poligono per questioni ambientali e per rivalutare economicamente la zona.

  • Cosa è emerso nel processo sino ad ora, dall’istruttoria dibattimentale?

Attualmente siamo nella fase dibattimentale, ove attraverso l’audizione di decine di testi e documenti si è appreso che l’attività militare all’interno del poligono consisteva nel brillamento di tonnellate di bombe, razzi, proiettili… obsoleti, in gran parte armi residuate dalla Guerra Mondiale, le quali venivano interrate ad una profondità di circa sette-otto metri, ricoperte dalla terra dello scavo e fatte brillare, nonché nel lancio di migliaia di missili e razzi ed ancora nel provocare lo scoppio di tubi, al fine di constatarne la resistenza, per poi essere utilizzati nei giacimenti di petrolio.

Vi è da dire che il territorio del poligono è particolarmente mineralizzato, vi è arsenico, torio, uranio, cadmio e altri minerali naturali, i quali attraverso i brillamenti sono stati resi biodisponibili e pertanto inalabili e ingeribili attraverso la carne, il latte, i formaggi degli animali presenti nel Pisq che, brucando l’erba, ingerivano appunto le polveri sottili di questi minerali, sia dei naturali polverizzati che di quelli che rilasciavano le armi fatte brillare. È bene precisare che il torio e l’uranio sono radioattivi.

  • Il nesso di casualità tra le attività svolte nel poligono e l’insorgere di tumori e malformazioni nella zona adiacente è già stato dimostrato? Cosa è necessario per dimostrarlo?

Quanto al nesso di causalità, abbiamo certamente diversi elementi indiziari che fanno ritenere che l’attività militare, non essendoci in quel territorio altra attività inquinante (non vi sono industrie e l’attività mineraria è dismessa da un secolo), abbia provocato danni alla salute. Questo si evince da alcuni elementi:

  1. a) La percentuale di morti per cancro;
  2. b) Le malformazioni ad Escalaplano, paese distante otto chilometri in linea d’aria, dove, a causa dei venti prevalenti, le polveri sono riuscite a raggiungere il centro abitato;
  3. c) Il torio trovato nelle tibie dei morti per tumore che sono stati riesumati;
  4. d) L’alta percentuale di malformazioni tra gli animali, pecore in particolare, che pascolavano nel poligono;
  5. e) Le percentuali di malattie tumorali tra i militari, nonostante la giovane età e la “sana e robusta costituzione” accertata al momento dell’arruolamento.

Si potrebbe pensare che siano solo “indizi”. Sì certo, i fili uniti fanno una corda, gli indizi uniti fanno una prova.

Comunque per mero scrupolo ho fatto istanza per far disporre un’indagine epidemiologica specifica, più precisamente mirata ai pastori che frequentavano il poligono dal 2000 a oggi. I difensori degli imputati e del Ministero della Difesa (responsabile civile) si sono opposti, il tribunale si è riservato di decidere.

  • Quanto crede sia importante l’attività di sensibilizzazione e di protesta portata avanti da movimenti, comitati, sindacati ect?

Le attività dei movimenti, delle associazioni, la consapevolezza e le preoccupazioni dei cittadini dovrebbero costituire un campanello dall’allarme per la magistratura, la quale dovrebbe svolgere le sue funzioni con distacco rispetto agli altri poteri dello Stato e quindi con imparzialità; dovrebbe essere, dico la magistratura, compresa quella inquirente, il garante dei diritti dei cittadini, i quali devono, in uno Stato democratico e civile, avere il diritto di esprimere le proprie opinioni e di manifestare il dissenso. L’impedimento ma anche solo la dissuasione costituisce repressione, la quale una violazione dei diritti e dell’ordine democratico costituito. C’è da aggiungere che lo Stato sapeva dal 1800, e quindi anche il Ministero della Difesa, che l’area Pisq era ed è particolarmente mineralizzata.

Eraclito, l’ambiente e il cambiamento climatico

Immagine tratta da Global Project

 

di Francesco Casula

Il filosofo Eraclito di Efeso, gran teorico del “Πάντα ρει” (tutto scorre), ovvero dell’incessante fluire e divenire delle cose, nella sua concezione relativistica, salvava un unico valore, considerato assoluto, stabile e perenne: l’ambiente. Occorre prendere atto, che a più di 2.500 anni di distanza, l’intuizione e l’avvertimento del filosofo greco nell’intero Pianeta, sono stati fortemente disattesi. Il cambiamento climatico ne è il frutto più pericoloso e nefasto per l’intero ecosistema. Esso è la manifestazione più lampante, che può portarci – se non si cambia radicalmente rotta – alla catastrofe planetaria. E che comunque già oggi, con la modifica del clima, con la devastazione della natura, dissestando e consumando e inquinando il territorio, si producono danni profondi agli ecosistemi, la salute e la vita stessa della popolazione. Esso è il frutto delle dissennate politiche e scelte degli uomini e non un risultato di un qualche destino naturale nemico e baro. E’ il frutto di uno sviluppo industrialista e neoliberista, tutto giocato sullo sfruttamento spietato della natura, del territorio, delle materie prime e delle risorse naturali, teso esclusivamente a produrre merci finalizzate alla realizzazione di un profitto e di un consumo immediato. E’ il frutto di una vera e propria follia: dell’illusione di uno sviluppo infinito in un sistema finito di risorse (la nostra terra). Addirittura di una crescita geometrica assolutamente incompatibile con la natura, che può portarci al collasso e alla morte. A fronte di una crisi di tale dimensione, senza un salto evolutivo, l’uomo sapiens non ce la farà. Perduto il contatto con la natura e l’unità del Cosmo, abbiamo costruito una civilizzazione che porta all’autodistruzione. Apocalittico? Vorrei pensarlo. E vorrei credere ai trombettieri delle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo e della globalizzazione, dello sviluppismo industrialista e produttivista, senza limiti. Occorre invece essere consapevoli che l’ambiente è una risorsa, limitata e irriproducibile. Di qui la necessità di difenderlo con le unghie e con i denti e di conservarlo, valorizzandolo e non semplicemente sfruttandolo e divorandolo. Esso è l’habitat la cui qualità non è un lusso – magari per pochi esteti – ma la necessità stessa per sopravvivere. Ed il territorio deve essere certo utilizzato anche come supporto di attività turistiche, economiche e produttive ma nel rigoroso rispetto e della salvaguardia del nostro complesso sistema di identità ambientali, paesaggistiche, geografiche, etno-storiche, culturali e linguistiche. Parlo dell’intero Pianeta: perché oggi il problema è planetario. Ma parlo soprattutto di noi: perché “de te fabula, narratur”, Sardegna.

No basi: lo Stato attacca, il movimento rilancia compatto

Un momento della carica delle forze di polizia italiana davanti alle reti a Decimomannu contro manifestanti completamente inoffensivi . Foto tratta da La Nuova Sardegna

I giornali di oggi aprono con la notizia di una valanga di accuse a una cinquantina di attivisti contro l’occupazione militare della Sardegna. Il teorema accusatorio consiste nell’idea che esista una regia violenta e addirittura “terrorista”  dietro le diverse manifestazioni davanti ai poligoni militari che – in alcuni casi – registrarono anche scontri con le forze di polizia italiana. Forze di polizia – lo ricordiamo per la cronaca – che in diverse occasioni caricarono manifestazioni assolutamente pacifiche come per esempio davanti alle redi della base di Decimomanno del 2015.

Le accuse  sono pesantissime e rasentano la fantascienza: associazione con finalità di terrorismo, eversione all’ordine democratico, devastazione e saccheggio. Fra le accuse addirittura l’organizzazione di un campeggio antimilitarista!

Gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari firmati  dalla Digos della Questura di Cagliari su delega della Direzione distrettuale antiterrorismo, sono stati notificati complessivamente a 45 attivisti in maggioranza sardi.

La prima domanda che sorge spontanea è come mai questa grancassa mediatica proprio a nemmeno un mese dalla grande mobilitazione contro l’occupazione militare chiamata da circa 40 sigle in agenda per il prossimo 12 ottobre davanti ai cancelli del poligono di Capo Frasca. Si tratta di coincidenze o semplicemente di un attacco intimidatorio finalizzato a scoraggiare la partecipazione di massa alla mobilitazione?

A fronte della più grande ondata repressiva successiva a quella avvenuta nel 2006-2009 (operazione Arcadia e arresto del comunista indipendentista Bruno Bellomonte) molte sono state subito le voci a levarsi alte e a rilanciare la piena solidarietà con gli indagati e l’unità d’azione contro l’occupazione militare della Sardegna.

L’associazione Libertade ha celermente diramato un comunicato mettendo in rilievo come «le gravi contestazioni mosse dal pubblico ministero procedente assumono una portata molto preoccupante, in quanto riferite a condotte poste in essere dagli indagati nella legittima, pacifica e meritoria attività politica di sensibilizzazione e riconoscimento delle gravi conseguenze ambientali e alla salute provocate dalle esercitazioni militari svolte all’interno dei poligoni sardi»

La Procura colpisce soggetti  «rei di aver organizzato manifestazioni (avvenute nel 2014, 2015, 2016 e 2017) che si svolsero in maniera assolutamente pacifica; di aver organizzato campeggi definiti antimilitaristi, nei quali vengono svolte attività di informazione e approfondimento del tema; di resistenza ai pubblici ufficiali, benché sia noto che in quelle occasioni furono le forze dell’ordine a rinchiudere i manifestanti, tra cui donne e bambini, all’interno di cordoni ingiustificati»

Inoltre sono inquietanti anche le medesime modalità di comunicazione agli indagati delle accuse a loro carico e risulta «lesivo dei diritti fondamentali  [il fatto che] gli indagati abbiano appreso dell’avvenuta conclusione delle indagini nei propri confronti dai maggiori quotidiani sardi, poiché nessun atto veniva dapprima notificato agli stessi».

insomma siamo allo “sbatti il mostro in prima pagina” per ovvie e manifeste finalità politicamente e socialmente intimidatorie nei confronti di un movimento radicato e radicale che si oppone senza se e senza ma all’occupazione militare della Sardegna.

Non meno chiaro il comunicato dell’Assemblea Sarda contro l’occupazione militare della Sardegna A Foras che in un comunicato definisce «idiota» l’attacco repressivo della Procura e rilancia:

«Siamo a un mese dal corteo di Capofrasca del 12 ottobre, tra qualche giorno riprenderanno le nefaste esercitazioni militari in tutti i poligoni della Sardegna, sindacati e Regione fanno i salti mortali per far riprendere la produzione e la vendita di armi all’Arabia Saudita per salvare la fabbrica di bombe Rwm, la multinazionale bellica Avio presenta i suoi nuovi progetti a Perdasdefogu; è in questo scenario che si inserisce questo romanzo commissionato dalla procura e redatto dal quotidiano».

Anche per A Foras non vi sono dubbi: «l’unica volontà di questa operazione è attaccare il movimento che lotta contro le basi e l’occupazione militare della Sardegna, fiaccarne lo spirito e la determinazione. Tra il 2014 e il 2016 si è scatenata una grossa offensiva popolare sui poligoni militari ricca di pratiche, contenuti, azioni e forza. Un triennio nero per le stellette in Sardegna che hanno visto cortei in tutte le parti dell’isola, hanno letto di numerosi dossier che svelavano le loro malefatte, hanno subito le contestazioni in luoghi nel quale prima gli veniva steso il tappeto rosso come nelle scuole e nelle università. Per questo oggi militanti di comitati e reti che hanno lottato contro le basi militari, compresi diversi militanti di A Foras, subiscono questa ingiusta gogna mediatica».

 

Immediata anche la risposta del soggetto politico Caminera Noa che pochi giorni fa ha compiuto un blitz alla sede nazionale del Partito Sardo d’Azione per denunciare la contraddizione tra la linea antimilitarista dei sardisti e l’attuale immobilismo sul tema proprio nel momento dell’esercizio del potere e  lanciare la manifestazione del prossimo 12 ottobre.

Gli attivisti di Caminera Noa scrivono sui social di non avere paura e fanno notare la strana coincidenza tra la chiusura delle indagini e la preparazione della mobilitazione imminente: «Puntuale come un orologio svizzero, a poco più di venti giorni dalla mobilitazione contro l’occupazione militare italiana della Sardegna, arrivano le pesantissime accuse a diversi attivisti del movimento per la smilitarizzazione della Sardegna. Gli indagati sono imputati addirittura di devastazione, saccheggio e terrorismo per voler “sovvertire l’ordine democratico”. La finalità è chiara: fermare il movimento contro l’occupazione militare e circondare con una cortina di terrore e sospetto la mobilitazione del 12 ottobre 2019 a Capo Frasca, per scoraggiare la partecipazione popolare. Se essere contro l’occupazione militare della nostra terra vuol dire essere terroristi, allora lo siamo tutti e tutte. Ora più che mai è importante partecipare in massa alla mobilitazione del 12 ottobre. Il terrore, la paura, la menzogna e la caccia all’eretico non vinceranno‼️ A in antis!».

In chiusura ricordiamo tutte le coordinate per la grande manifestazione contro l’occupazione della Sardegna prevista il 12 ottobre a Capo Frasca.

 

 

Catalogna: per la grande stampa non è successo niente

Immagine presa dal sito del giornale catalano La Vanguardia

 

di Marco Santopadre

Ci risiamo. Anche quest’anno i media hanno bucato o trattato con estrema sufficienza l’enorme manifestazione popolare che a Barcellona, l’11 settembre, ha rivendicato l’indipendenza della Catalogna dal Regno di Spagna.
Eppure in occasione della Diada sono scese in piazza ben 600 mila persone, quasi il dieci per cento della popolazione catalana, rivendicando il pieno esercizio del diritto all’autodeterminazione e la fine della repressione da parte del governo spagnolo, che tiene in prigione da due anni e processa decine di ex deputati e dirigenti politici e sociali passibili di una condanna a pene draconiane per motivi esclusivamente politici.
Non merita forse una prima pagina un evento del genere? Non merita attenzione e dibattito l’esistenza nell’Unione Europea del 2019 di decine di prigionieri politici e di coscienza? Oppure la cosa diventa interessante solo se a conculcare i fondamentali diritti politici e civili sono Stati extraeuropei, meglio ancora se invisi alle “democrazie occidentali”?
Se a Madrid scendessero in piazza quattro milioni di persone o a Roma sei milioni di manifestanti, la stampa tratterebbe la cosa con altrettanta distrazione o con lo sguardo eminentemente folkloristico che ha caratterizzato le poche cronache pubblicate dai quotidiani italiani?
Di nuovo, come negli scorsi anni, questo atteggiamento dei media ha impedito all’opinione pubblica di farsi un’idea più precisa, di informarsi su una vicenda che ha una forte profondità storica e che due anni fa portò milioni di catalani a dar vita al più grande atto di disobbedienza politica e civile verificatosi in Europa negli ultimi decenni, il referendum del Primo Ottobre 2017.
Quell’evento, di portata storica, ha fatto letteralmente irruzione nei media mainstream – dopo che le immagini delle feroci cariche dei militari e dei poliziotti spagnoli contro i cittadini inermi in fila ai seggi per votare e per difendere le urne avevano ampiamente fatto già il giro del mondo sui social – risvegliando per un attimo un’opinione pubblica completamente digiuna.

In quei giorni mi sono più volte domandato cosa potesse comprendere una persona anche mediamente informata di quanto accadeva a Barcellona senza aver avuto a disposizione, negli anni precedenti, una corretta e costante informazione sui protagonisti individuali e collettivi della sfida catalana, sui contenuti e gli obiettivi della mobilitazione, sulla posta in gioco. Non è un caso che anche le apparentemente minuziose cronache del settembre e dell’ottobre del 2017 fossero accompagnate da commenti e analisi estremamente improvvisate, che ricalcavano – quando non erano frutto di un becero copia/incolla dalle agenzie di stampa di Madrid – il punto di vista del nazionalismo spagnolo più reazionario che paradossalmente additava gli indipendentisti catalani quali “estremisti”, “nazionalisti” e “golpisti”.
Nel commento – i media progressisti non hanno rappresentato un’eccezione – sono prevalse le generalizzazioni e le banalizzazioni, come i ricorrenti richiami alla “tragedia Jugoslava” e alle presunte similitudini con il leghismo nostrano, nonostante gran parte dell’alta borghesia catalana fosse schierata contro l’indipendenza e a favore del ristabilimento dell’ordine.
Sono stati davvero pochi coloro che si sono presi la briga di indagare la genesi, le caratteristiche, l’evoluzione e il contenuto ideale e programmatico di un movimento variegato e complesso che ha messo seriamente in crisi il Regno di Spagna e l’Unione Europea tutta.
Un vuoto di informazione ed analisi che ho tentato di contribuire a colmare pubblicando il libro “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” (Pgreco) con l’obiettivo di aprire un dibattito sulla questione nazionale e in particolare sul “problema catalano” – in realtà il “problema spagnolo”, cioè di uno Stato incompiuto la cui legittimazione viene da sempre perseguita in forme aggressiva – che nei nostri territori non si è mai realmente sviluppato.
Anche quest’anno, le poche righe di analisi che hanno accompagnato le scarne cronache delle manifestazioni in occasione della festa nazionale catalana, hanno evidenziato il calo di partecipazione rispetto agli anni scorsi.
E’ oggettivo che l’11 settembre ci fosse meno gente in piazza rispetto ad un anno fa, ma sarebbe interessante indagare le ragioni di questo parziale riflusso. La divisione tra i due principali partiti dello schieramento sovranista catalano – il sovranismo vero, quello che rivendica la sovranità popolare, la democrazia e la libertà di decidere il proprio futuro, non il nazionalismo sciovinista per lo più di stato sotto mentite spoglie – non è sufficiente a spiegare la diminuita mobilitazione della base popolare indipendentista, che comunque sarà di nuovo massicciamente in piazza tra poche settimane quando i tribunali speciali di Madrid, ereditati dal franchismo, emetteranno le loro sentenze politiche.
Gli indipendentisti catalani oggi si chiedono quale sia la via più corretta verso l’indipendenza, e se questa corrisponda alla strada più rapida. E ci si divide quindi sull’opportunità di sostenere un governo spagnolo del PSOE che potrebbe aprire alcuni spiragli ad un ridisegno federale delle istituzioni del Regno (la storia di quel paese ci dice che si tratta di un abbaglio, di una pia illusione) o se invece non sia il caso di continuare sulla strada dell’unilateralità e della disobbedienza nei confronti delle leggi di Madrid. Ci si domanda anche quanto possa essere egemonica una battaglia che per ora non riesce a convincere quasi metà della popolazione della Catalogna, per ideologia, paura o convenienza ancora aggrappata all’attuale status quo.
Ci si chiede anche quale sia l’efficacia di una mobilitazione e prettamente simbolica basata esclusivamente sui grandi numeri che però non riesce a scalfire il muro rappresentato da uno stato sciovinista e antidemocratico, sostenuto da un’Unione Europea blindata e nemica giurata delle rivendicazioni popolari, siano esse per l’autodeterminazione o per l’ampliamento dei diritti sociali e collettivi.

Sono domande che sarebbe bene ci ponessimo anche noi, risvegliandoci da un torpore che dura ormai da troppo tempo.

La liberazione della Sardegna dall’esercito italiano riparte da Orgosolo

L’entrata nel poligono militare di Capo Frasca nella precedente manifestazione del 2014

Domani 13 settembre inizia il campeggio dell’assemblea sarda contro l’occupazione militare della Sardegna A Foras. Il 13 settembre non è una data casuale, infatti nella stessa data di  5 anni fa migliaia di sardi manifestarono davanti al poligono di Capo Frasca per chiedere la fine delle esercitazioni e dell’occupazione militare della Sardegna. La manifestazione era chiamata da diverse sigle indipendentiste e alla manifestazione aderirono decine fra comitati e soggetti politici anche a seguito agli incendi provocati nel poligono dall’aeronautica tedesca e all’utilizzo di alcuni siti archeologici come target militare per le esercitazioni.

L’indignazione popolare si concretizzò in un evento di massa nel quale centinaia di giovani tagliarono le reti e liberarono temporaneamente la parte perimetrale del poligono suonando e danzando.

Scrive A Foras sulla sua pagina fb:
Fu una data storica per il movimento contro le basi militari che mostrò la voglia di riscatto di un popolo insofferente verso questa presenza invasiva e che diede entusiasmo a tanti giovani determinati a portare avanti la lotta contro le basi.
Ed è stato un giorno importantissimo per noi, perché ha dato avvio ad un processo aggregativo che ha portato alla nascita dell’Assemblea Generale e di A Foras.

Venerdì 13 settembre 2019 alle 17:30 il quarto campeggio di A Foras ( che quest’anno si svolgerà ad Orgosolo presso il Camping Supramonte) inizierà con un dibattito su quella storica manifestazione, in cui potremo analizzare i successi ed i limiti di quel periodo. Tutte le info per la partecipazione al campeggio e il programma li trovate nell’evento linkato sotto. La prenotazione è gradita.

La locandina di lancio della manifestazione contro l’occupazione militare di Capo Frasca del prossimo 12 ottobre

Il campeggio terminerà invece domenica 15, con un’assemblea in località Su Dentes (a breve distanza dal campeggio) in cui potremo discutere della prossima mobilitazione del 12 ottobre quando torneremo tutti insieme a manifestare davanti al poligono di Capo Frasca.

Negli stessi giorni del campeggio ad Orgosolo si svolgerà il programma organizzato dal comitato Pratobello 50 annos organizzerà nel paese di Orgosolo una serie di eventi in occasione dei 50 anni dalla lotta di Pratobello, che si articoleranno in una serie di conferenze, proiezioni a tema, spettacoli teatrali e musicali.

di seguito il programma completo:
Venerdì 13 Settembre – Piazza Gramsci
ore 20:30
Cinema Pratobello: rassegna di corti e documentari sulla Lotta del 1969

Modera: Elisa Bassu

Proiezione:
-”Rivoluzione” di Antonio Sanna ed Umberto Siotto
-”Oltre l’aporia” di Cladinè Curreli
-”I pirati di Pratobello” di Antonio Congiu
-”Sa Lota” di Maria Bassu

Sabato 14 Settembre – Fronte bar Teresa Podda e bar Sanna
ore 9:30
Pratobello Caffè – Le terre civiche: norme, usi e opportunità

Modera: Raimondo Mereu

Intervengono:

-Michelina Masia: Docente Università di Cagliari
-Francesco Nuvoli: docente, coordinatore centro studi Terre civiche Sardegna
– Nicola Corria: Docente di diritto ed economia

ore 17:30 – Fronte bar Teresa Podda e bar Sanna
Pratobello talk “Arte, militanza e attivismo al femminile”

Modera: Serafina Tandeddu

Intervengono:

-Francesca Cozzolino, antropologa e ricercatrice
-Moju Manuli, artista militante
-Veronica Usula artista tessitrice, fondatrice de l’Ecole di Madame Foile
– Narcisa Monni: Docente presso Accademia di Belle Arti Sironi di Sassari
– Davide Fadda: Docente presso Accademia di Belle Arti Sironi di Sassari
-Maddalena Mesina, gruppo Le Api Orgosolo

ore 21:00 – Piazza Gramsci

Spettacolo teatrale “Quirra mega store” di Mauro Salis

Domenica 15 Settembre – Fronte bar Teresa Podda e bar Sanna
ore 9:30

Pratobello Caffè – La difesa del territorio: studi e testimonianze di militanza attiva

Modera: Annamaria Congiu

Intervengono:

Gianfranco Sollai: avvocato parte civile processo di Quirra;
Aide Esu docente di Sociologia Università di Cagliari;
Domenico Scanu – ISDE Medici per l’Ambiente;
Claudio Piacenza – esponente No Tav;
Manuela Pintus – Sindaca di Arborea e attivista del comitato No al Progetto Eleonora;

ore 21:00 – Fronte bar Teresa Podda e bar Sanna
“Strings on fire” in concerto

Di seguito tutti i link utili per gli eventi in programma:

📌 Evento A FORAS Camp:
https://www.facebook.com/events/404819870389700/
📌 Evento Assemblea Generale verso la manifestazione del
12 ottobre:
https://www.facebook.com/events/2410455475946378/
📌 Evento manifestazione del 12 Ottobre a Capo Frasca:
https://www.facebook.com/events/2489513861112719/

📌Eventi organizzati dal comitato Pratobello 50 annos

https://www.facebook.com/events/372224716778409/

Anche in Sardegna sbarca la Diada catalana

Una delle tante manifestazioni per l’indipendenza della Catalunya, tratta da Radio Onda d’Urto

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato bilingue (italiano-catalano) sull’evento solidale con la Diada, festa nazionale catalana che ricorda la caduta di Barcellona, dopo una eroica difesa nazionalista, da parte delle truppe borboniche. La Diada ha assunto da qualche anno a questa parte un significato politico di enorme importanze diventando una mobilitazione di milioni di cittadini catalani organizzati dalle associazioni culturali che la promuovono e i cui dirigenti sono attualmente prigionieri politici nelle carcere spagnole per aver incitato all’indipendenza.

Di seguito il comunicato

L’Òmnium Cultural de l’Alguer, amb la col·laboració de l’Ofici de l’Alguer de la Generalitat de Catalunya  i amb el suport del Municipi de l’Alguer, organitza un acte en solidaritat amb el pòpul català, en ocasió de la Diada Nacional de Catalunya. 

Després dels saluts institucionals del Síndic de l’Alguer, Dr. Mario Conoci, del responsable de l’Ofici de l’Alguer de la Generalitat de Catalunya Gustau Navarro, i de les autoritats presents,  Pere Mayans i Balcells, Cap del Servei de Suports i Recursos Lingüístics de la Generalitat de Catalunya, tenguerà una conferència amb el títol “Catalunya, la diada de l’11 de setembre, passat, present i futur!”.
Coordina la tardada, lo President de l’Òmnium Cultural de l’Alguer, Esteve Campus.
L’acte tenguerà lloc l’11 de setembre del 2019, a les sis de la tarda, en la Sala del Consell Municipal, al carrer de Columbano, 6.

Séu convidats a participar.

*   *   *

L’Òmnium Cultural de l’Alguer, in collaborazione con l’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya e col patrocinio del Comune di Alghero, organizza un atto pubblico di solidarietà col popolo catalano, in occasione della Diada Nacional de Catalunya.

Dopo i saluti istituzionali del Sindaco di Alghero, Dott. Mario Conoci , e del responsabile dell’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya, Gustau Navarro, e delle autorità presenti, Pere Mayans i Balcells, Capo del Servei de Suports i Recursos Lingüístics de la Generalitat de Catalunya, terrà una conferenza dal titolo “Catalunya, la diada de l’11 de setembre, passat, present i futur!”.
Coordina la serata, il presidente dell’Òmnium Cultural de l’Alguer, Stefano Campus.
L’atto si terrà l’11 de setembre del 2019, alle ore 18, nella Sala del Consiglio Comunale, in via Columbano, 6.

Siete invitati a partecipare.

Le infamie dei Savoia e noi

L’infame Re Savoia Vittorio Emanuele III detto “Sciaboletta”

di Francesco Casula

9 settembre 1943: la fuga ingloriosa Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) si macchiò, indelebilmente e ignominiosamente di ben 5 infamie, con conseguenze devastanti per la Sardegna e l’Italia intera.

1.La partecipazione alla 1° Guerra mondiale, caldeggiata dal suddetto tiranno sabaudo. La Sardegna, alla fine del conflitto, avrebbe contato ben 13.602 morti . Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

2. Il fascismo: fu lui a nominare capo del Governo Mussolini.

3. La firma delle leggi razziali.

4. La seconda Guerra mondiale.

5. L’Olocausto: ad iniziare da quello sardo.

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti. Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, – non esistendo più una unità di comando e di direzione – essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato. Ne ricordo alcuni, tre che ebbero la fortuna di rientrare dopo la tragedia dei lager: -GIUSEPPE SASSU, di Bolotana. Padre dell’amico Damiano Sassu. Nato il 6 aprile del 1919 verrà chiamato al servizio militare nel 1939 proprio il giorno del suo ventesimo compleanno. Nel 1943 (si trovava nel fronte greco) verrà internato nei campi di concentramento. Fortunatamente, finita la guerra, dopo due anni e mezzo di internamento nei campi di concentramento nazisti,ritornerà in Sardegna e nella sua Bolotana dai lager di a Norimberga, alla fine del 1945: pesava 38 kg , quando partì pesava 60. Nel novembre del 1946 si arruolò in Polizia e rimase fino all’età di 58 anni. Morirà a Cagliari il 13 agosto del 1989. MODESTO MELIS, di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. La sua esperienza sarà raccontata in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. Muore a 97 anni il 9 gennaio del 1987. SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici. Uno che invece morì in un campo di concentramento dell’attuale Repubblica Ceca: si tratta di COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto