Catalogna: per la grande stampa non è successo niente

Immagine presa dal sito del giornale catalano La Vanguardia

 

di Marco Santopadre

Ci risiamo. Anche quest’anno i media hanno bucato o trattato con estrema sufficienza l’enorme manifestazione popolare che a Barcellona, l’11 settembre, ha rivendicato l’indipendenza della Catalogna dal Regno di Spagna.
Eppure in occasione della Diada sono scese in piazza ben 600 mila persone, quasi il dieci per cento della popolazione catalana, rivendicando il pieno esercizio del diritto all’autodeterminazione e la fine della repressione da parte del governo spagnolo, che tiene in prigione da due anni e processa decine di ex deputati e dirigenti politici e sociali passibili di una condanna a pene draconiane per motivi esclusivamente politici.
Non merita forse una prima pagina un evento del genere? Non merita attenzione e dibattito l’esistenza nell’Unione Europea del 2019 di decine di prigionieri politici e di coscienza? Oppure la cosa diventa interessante solo se a conculcare i fondamentali diritti politici e civili sono Stati extraeuropei, meglio ancora se invisi alle “democrazie occidentali”?
Se a Madrid scendessero in piazza quattro milioni di persone o a Roma sei milioni di manifestanti, la stampa tratterebbe la cosa con altrettanta distrazione o con lo sguardo eminentemente folkloristico che ha caratterizzato le poche cronache pubblicate dai quotidiani italiani?
Di nuovo, come negli scorsi anni, questo atteggiamento dei media ha impedito all’opinione pubblica di farsi un’idea più precisa, di informarsi su una vicenda che ha una forte profondità storica e che due anni fa portò milioni di catalani a dar vita al più grande atto di disobbedienza politica e civile verificatosi in Europa negli ultimi decenni, il referendum del Primo Ottobre 2017.
Quell’evento, di portata storica, ha fatto letteralmente irruzione nei media mainstream – dopo che le immagini delle feroci cariche dei militari e dei poliziotti spagnoli contro i cittadini inermi in fila ai seggi per votare e per difendere le urne avevano ampiamente fatto già il giro del mondo sui social – risvegliando per un attimo un’opinione pubblica completamente digiuna.

In quei giorni mi sono più volte domandato cosa potesse comprendere una persona anche mediamente informata di quanto accadeva a Barcellona senza aver avuto a disposizione, negli anni precedenti, una corretta e costante informazione sui protagonisti individuali e collettivi della sfida catalana, sui contenuti e gli obiettivi della mobilitazione, sulla posta in gioco. Non è un caso che anche le apparentemente minuziose cronache del settembre e dell’ottobre del 2017 fossero accompagnate da commenti e analisi estremamente improvvisate, che ricalcavano – quando non erano frutto di un becero copia/incolla dalle agenzie di stampa di Madrid – il punto di vista del nazionalismo spagnolo più reazionario che paradossalmente additava gli indipendentisti catalani quali “estremisti”, “nazionalisti” e “golpisti”.
Nel commento – i media progressisti non hanno rappresentato un’eccezione – sono prevalse le generalizzazioni e le banalizzazioni, come i ricorrenti richiami alla “tragedia Jugoslava” e alle presunte similitudini con il leghismo nostrano, nonostante gran parte dell’alta borghesia catalana fosse schierata contro l’indipendenza e a favore del ristabilimento dell’ordine.
Sono stati davvero pochi coloro che si sono presi la briga di indagare la genesi, le caratteristiche, l’evoluzione e il contenuto ideale e programmatico di un movimento variegato e complesso che ha messo seriamente in crisi il Regno di Spagna e l’Unione Europea tutta.
Un vuoto di informazione ed analisi che ho tentato di contribuire a colmare pubblicando il libro “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” (Pgreco) con l’obiettivo di aprire un dibattito sulla questione nazionale e in particolare sul “problema catalano” – in realtà il “problema spagnolo”, cioè di uno Stato incompiuto la cui legittimazione viene da sempre perseguita in forme aggressiva – che nei nostri territori non si è mai realmente sviluppato.
Anche quest’anno, le poche righe di analisi che hanno accompagnato le scarne cronache delle manifestazioni in occasione della festa nazionale catalana, hanno evidenziato il calo di partecipazione rispetto agli anni scorsi.
E’ oggettivo che l’11 settembre ci fosse meno gente in piazza rispetto ad un anno fa, ma sarebbe interessante indagare le ragioni di questo parziale riflusso. La divisione tra i due principali partiti dello schieramento sovranista catalano – il sovranismo vero, quello che rivendica la sovranità popolare, la democrazia e la libertà di decidere il proprio futuro, non il nazionalismo sciovinista per lo più di stato sotto mentite spoglie – non è sufficiente a spiegare la diminuita mobilitazione della base popolare indipendentista, che comunque sarà di nuovo massicciamente in piazza tra poche settimane quando i tribunali speciali di Madrid, ereditati dal franchismo, emetteranno le loro sentenze politiche.
Gli indipendentisti catalani oggi si chiedono quale sia la via più corretta verso l’indipendenza, e se questa corrisponda alla strada più rapida. E ci si divide quindi sull’opportunità di sostenere un governo spagnolo del PSOE che potrebbe aprire alcuni spiragli ad un ridisegno federale delle istituzioni del Regno (la storia di quel paese ci dice che si tratta di un abbaglio, di una pia illusione) o se invece non sia il caso di continuare sulla strada dell’unilateralità e della disobbedienza nei confronti delle leggi di Madrid. Ci si domanda anche quanto possa essere egemonica una battaglia che per ora non riesce a convincere quasi metà della popolazione della Catalogna, per ideologia, paura o convenienza ancora aggrappata all’attuale status quo.
Ci si chiede anche quale sia l’efficacia di una mobilitazione e prettamente simbolica basata esclusivamente sui grandi numeri che però non riesce a scalfire il muro rappresentato da uno stato sciovinista e antidemocratico, sostenuto da un’Unione Europea blindata e nemica giurata delle rivendicazioni popolari, siano esse per l’autodeterminazione o per l’ampliamento dei diritti sociali e collettivi.

Sono domande che sarebbe bene ci ponessimo anche noi, risvegliandoci da un torpore che dura ormai da troppo tempo.