Cosa sta accadendo in Catalunya. Stay tuned!

la polizia franchista spara ad altezza d’uomo lacrimogeni e pallottole di gomma

Riceviamo e pubblichiamo da una attivista sarda presente in Catalunya e testimone oculare delle mobilitazioni di massa che si stanno svolgendo in queste ore e della feroce repressione della polizia franchista

una manifestante ferita dai famigerati proiettili di gomma

Ciao! Qui la cosa si fa seria, la polizia spara proiettili di gomma ad altezza umana e ieri un ragazzo ha perso un testicolo dopo essere stato colpito. Le mobilitazioni si organizzano tramite chiamata attraverso la piattaforma Tsunami Democratico che ha anche appena aperto un app per smartphone alla quale si accede tramite codice QR rilasciato in confidenza dalle varie realtà indipendentiste militanti presenti sul territorio. Sull’app vengono pubblicate le chiamate per le mobilitazioni: blocchi dell’ultimo minuto sono frequenti ma anche cortei più strutturati che stanno bloccando in più punti e ripetutamente le autostrade, in particolare l’A-7 che è l’autostrada che attraversa tutta la costa della Catalogna in orizzontale arrivando fino a Gibilterra. Per reagire alla repressione la gente inizia ad autorganizzarsi condividendo consigli basici da seguire nelle varie situazioni di pericolo nelle quali ci si può trovare se si scende per strada a manifestare – identificazioni, fermi, arresti o le frequentissime situazioni di abuso e violenza da parte delle forze dell’ordine. Il consiglio generale è di coprirsi il viso perché ai corteo ci sono molto infiltrati in borghese. Cortei e chiamate previsti per questa sera, la parola d’ordine è ForcadelaGens, il tutto all’insegna della non-violenza. Aggiornamenti in corso, stay tuned

Una delle tante piazze della Catalunya
L’aeroporto di El Prat occupato da una moltitudine di persone

Una telefonata o un fax per manifestare dissenso al Consolato Onorario spagnolo di Cagliari

La chiamata di Caminera Noa per esprimere il proprio dissenso telefonicamente al consolato onorario di Spagna di stanza a Cagliari

Le immagini delle enormi proteste popolari partite immediatamente dopo la pubblicazione della sentenza politica spagnola contro i dirigenti politici e culturali catalani stanno facendo il giro dei social e sono molti i sardi che stanno vivendo con partecipazione ed empatia la protesta. Ma per l’unica iniziativa per dimostrare concretamente dissenso verso le autorità neofranchiste proviene dal movimento Caminera Noa che chiama gli indipendentisti e i sardi democratici a chiamare nella giornata di venerdì 18 o inviare un fax al consolato onorario di Spagna di via Baccaredda a Cagliari.

Di seguito pubblichiamo il comunicato che sta girando sui social:

Il Tribunale Supremo spagnolo ha condannato per l’accausa del procés i dirigenti politici catalani che il 1 ottobre del 2017 avevano organizzato il referendum per l’autodeterminazione della Catalunya.

La pena più grave è stata commutata all’ex vicepersidente della Generalitat Oriol Junqueras, condannato a 13 anni di prigione e 13 di interdizione assoluta dai pubblici uffici. La tesi dell’accusa è stata confermata: i dirigenti politici e culturali sono stati condannati per sedizione e malversazione dei fondi pubblici.

 Le altre pene non sono lievi e vanno dai 9 ai 12 anni, comprese quelle emesse nei confronti di Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, i segretari delle due associazioni culturali Omnium Cultural e ANC.

Caminera Noa esprime sdegno e condanna peril silenzio delle istituzioni europee e della Comunità Internazionale, nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una repressione senza precedenti delle libertà democratiche e del diritto all’autodeterminazione dei popoli, che è l’unica cosa di cui sono realmente colpevoli tutti i prigionieri politici catalani.
Caminera Noa ribadisce la propria vicinanza e solidarietà al popolo catalano, che in queste ore organizza le prime manifestazioni di protesta e invita i sardi a fare altrettanto, attivandosi fin da subito per una più ampia mobilitazione a sostegno del diritto alla libertà, alla democrazia e all’indipendenza nazionale dei popoli senza Stato.

Vogliamo cominciare con un segnale tangibile aperto a tutti i sardi democratici. Proponiamo di chiamare il consolato onorario di Spagna (Cagliari, via Baccaredda) durante tutta la giornata del prossimo venerdì 18 ottobre per esprimere tutta la nostra indignazione e vicinanza alla causa di autodeterminazione del popolo catalano.

Catalogna: dalla sentenza politica allo tsunami democratico

Lo Tsunami Democratico catalano che invade le autostrade in prossimità dei principali aeroporti della catalogna e anche di Madrid
di Marco Santopadre

Il Tribunale Supremo di Madrid, al termine di un processo farsa iniziato a febbraio, ha condannato oggi all’unanimità e con sentenza inappellabile a pene tra i 9 e i 13 anni di reclusione i nove leader e politici sociali catalani arrestati dopo il referendum per l’autodeterminazione del 1° ottobre 2017.
Incredibilmente, già sabato molti media spagnoli anticipavano la decisione dei giudici prima che la sentenza fosse resa nota.
I leader catalani sono stati ritenuti colpevoli – da una corte di nomina politica, supportata dal partito neofranchista Vox in veste di Parte Civile (“Accusa popolare”) – dei reati di “sedizione” – avrebbero guidato una “sollevazione pubblica e violenta allo scopo di sovvertire l’ordine – e alcuni anche di quello di “malversazione di fondi”: secondo i giudici è “provato” l’uso della violenza da parte degli indipendentisti, anche se l’unica violenza messa in campo in questi ultimi due anni è stata quella delle forze di sicurezza spagnole.
Escluso invece il reato di “ribellione”, ma resta la natura politica della sentenza emessa mentre a Madrid governa il Partito Socialista e durante la campagna elettorale per il voto anticipato del 10 novembre.
Tra i condannati l’ex vicepremier catalano Oriol Junqueras, l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell e i leader di due grandi associazioni di massa (rispettivamente Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural), Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, tutti detenuti ormai da quasi due anni.
Altri tre imputati sono stati condannati a pesanti multe e all’inabilitazione dai pubblici uffici.
Nei confronti dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, riparato in Belgio, il giudice Llarena ha riattivato l’ordine di cattura europeo spiccato in passato e poi sospeso.
La maggior parte dei 33 imputati – per la maggior parte militari – processati per il tentato golpe fascista del 23 febbraio 1981 – quello guidato da Tejero – furono condannati a pene inferiori rispetto a quelle inflitte oggi a dirigenti politici e sociali che sì hanno disobbedito alle leggi, ma per chiamare la popolazione al voto.
La società catalana ha già fatto partire la mobilitazione con marce moltitudinarie che tra poco partiranno da diverse città della regione alla volta di Barcellona mentre sono già iniziati i blocchi stradali, le occupazioni di stazioni e caselli autostradali, le manifestazioni.
Il Sindacato degli Studenti dei Paesi Catalani ha già fatto partire la mobilitazione: a fine mattinata gli studenti raggiungeranno in corteo la centrale Plaça de Catalunya da tutti i campus e da vari punti della città.
Decine di manifestanti hanno già bloccato gli arrivi all’aeroporto di Barcellona.
Per il 18 ottobre alcuni sindacati di classe e indipendentisti hanno convocato uno sciopero generale, mandando su tutte le furie anche la Confindustria Catalana, da sempre sostenitrice dell’unità dello Stato.

La mobilitazione si svolge in un clima molto pesante. Da giorni la Catalogna è nuovamente militarizzata. Da stanotte i Mossos d’Esquadra (la “polizia autonoma” catalana) e la polizia spagnola hanno occupato alcune importanti infrastrutture – la stazione di Sants a Barcelona, la stazione dell’alta velocità di Girona, il porto di Tarragona, l’aeroporto del Prat e il Tribunal Superior de Justícia de Catalunya (TSJC) per impedire le annunciate contestazioni.
Nei giorni scorsi i vertici della Guardia Civil sono intervenuti politicamente rivendicando il loro ruolo repressivo, una sorta di “lo rifaremo” rispetto alla dura repressione messa in atto due anni fa e continuata con decine di arresti negli ultimi mesi.
A questo proposito i familiari e i compagni di Ferran Jolis, uno degli attivisti dei Comitati per la Difesa della Repubblica arrestati lo scorso 23 settembre e accusati di “terrorismo” è da allora detenuto in isolamento, al buio e senza avere ancora avuto l’opportunità di parlare col suo avvocato.

La risposta popolare

L’aeroporto  di Barcellona (nella foto, n.d.R.) invaso da migliaia di manifestanti catalani nonostante le ripetute e violente cariche della polizia che ha usato anche proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo, i gas lacrimogeni e i manganelli al contrario.
Dopo la chiusura del collegamento in metropolitana e in autobus da parte delle autorità di polizia migliaia di persone hanno raggiunto lo scalo anche a piedi, percorrendo vari chilometri. I voli cancellati sono stati quasi 150.
A Madrid invece una carovana di 1200 macchine organizzata dal coordinamento “Tsunami Democratic” anche con la collaborazione delle realtà solidali locali sta collassando le vie d’accesso all’aeroporto di Barajas

La sentenza politica del Tribunale Supremo spagnolo contro i leader politici e sociali catalani in carcere preventivo ormai da due anni ha scatenato una reazione popolare.
Stamattina in tutte le città catalane si sono tenute manifestazioni, la più grande delle quali ha coinvolto parecchie migliaia di studenti che dai campus universitari di Barcellona hanno marciato su Placa de Catalunya, unendosi a migliaia di manifestanti radunatisi precedentemente in diverse parti della capitale. Nel frattempo i Cdr insieme al coordinamento “Tsunami Democratic” hanno realizzato decine di blocchi stradali sia nelle città sia sulle autostrade e occupato i binari di alcune stazioni nonostante il vasto spiegamento preventivo delle forze di sicurezza spagnole e della cosiddetta polizia autonoma catalana.
Si segnalano i primi arresti di manifestanti in diverse località della Catalogna.

link utili:

https://www.youtube.com/watch?v=L7AIUQ0Lb2c

https://www.youtube.com/watch?v=Zb9sOLtreuI

Le piazze catalane di oggi nella foto che segue, n.d.R.), in ordine alfabetico. E non è che l’inizio. Il movimento catalano per l’autodeterminazione ha deciso di rispondere alla repressione spagnola, alla sistematica violazione dello stato di diritto, con una disobbedienza di massa non violenta ma organizzata. Le mobilitazioni – come il blocco degli aeroporti, dell’alta velocità e delle autostrade – mirano a infliggere al Regno di Spagna e alle sue classi dirigenti, all’interno delle quali c’è anche la frazione maggioritaria della borghesia catalana, un forte danno economico e di immagine.
Manifestazioni e proteste di massa si sono già svolte o sono in programma nelle prossime ore non solo nel Paese Basco ma anche in Galizia e altri territori del Regno di Spagna

 

 

 

Ataturk: il primo grande massacratore dei Kurdi, ma esaltato dall’Occidente. Ecco perché

Immagine tratta da Quantara.de
di Francesco Casula

In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di fatto legalizzarono l’etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925, 1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d’indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all’integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati “I Turchi della montagna”(1).
I libri scolastici – ancora oggi – mentre non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente “Ataturk”, ovvero “Padre dei Turchi” che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938.
Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dagli storici occidentalisti e progressisti (!) in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.
Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(2); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (3); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (4); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(5); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(6); “Creò uno Stato moderno e laico”(7); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(8); “Poté attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(9); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (10).
A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1).Alessandro Aruffo – Carmelo Adagio – Francesca Marri – Marco Ostoni – Luca Pirola – Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
2).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
3).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
4) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
5) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
6) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
7) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
8) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
9) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
10) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

A Foras: «basta scuse. Fisicamente o no domani tutti a Capo Frasca!»

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Una giovane aderente alla campagna “Stop esercitazioni” lanciata da A Foras

Se siete in Sardegna non avete scuse: o state con la Manifestada contra a s’ocupatzione militare  e parteciperete all’evento previsto per domani davanti ai cancelli del poligono di Capo Frasca (dove sono in corso intensi bombardamenti, oppure sarete complici dell’uso bellico dell’isola, o state con lo Stato italiano e la NATo che occupano la nostra terra e la usano come base militare e poligono di tiro coloniale.

Per chi è invece costretto a vivere e lavorare o studiare fuori esiste la possibilità di aderire virtualmente alla mobilitazione scattando e diffondendo una foto sui social.

Riportiamo l’appello di A Foras:

Tutto è partito dal fermento dei preparativi per la Manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna e durante l’assemblea conclusiva del 4′ A Foras Camp tenuosi ad Orgosolo lo scorso settembre è venuta fuori la proposta di lanciare questa campagna per mobilitare anche chi non avesse la possibilità di essere presente il 12 ottobre a Capo Frasca. Al seguente link trovate tutte le info: https\://www.facebook.com/aforas2016/photos/rpp.675211922644586/1419652114867226/?type=3&theater Cogliamo l’occasione per rilanciare la proposta e contribuire così: fatti scattare una foto con le mani aperte scrivendoci sopra “stop esercitazioni!”, ** pubblicala su Facebook e/o Instagram con scritto “Sono presente con il cuore e la mente a Capo Frasca contro l’occupazione militare. #stopesercitazioni #12ottobre #manifestadacapofrasca”. Se ti va, tagga qualche amico/a invitandolo/a a prendere posizione come hai fatto tu. ** o inviandola alla nostra pagina. A Foras contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna

 

Solinas: «Basta con l’occupazione militare. Saremo a Capo Frasca». Ma è una trollata di Caminera Noa

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Caminera Noa che accompagna il video-fake del governatore della Sardegna Christian Solinas:

Lo scorso 7 settembre, una delegazione di attivisti di Caminera Noa e di A Foras hanno compiuto una azione dimostrativa sotto la sede del PSd’Az a Cagliari per aiutare i sardisti (e il loro capo politico attualmente alla guida della Regione Autonoma) a ricordare la loro linea politica contro l’occupazione militare della Sardegna.

Infatti, in vista della grande manifestazione contro l’occupazione militare chiamata da diverse realtà indipendentiste per il 13 settembre 2014 la Direzione Nazionale del Partito Sardo D’Azione scriveva in un documento ufficiale ancora scaricabile dal sito ufficiale del partito sardo quanto segue:

La Direzione nazionale del Partito dei Quattromori, riunitasi recentemente ad Oristano sotto la presidenza di Giacomo Sanna, ha voluto sul punto rimarcare che la storica battaglia sardista è contro tutte le servitù militari e non ammette perciò alcuna differenziazione di paesi partecipanti e di tipologia di occupazione militare della Sardegna.

Per il Psd’az infatti, il sistema coloniale delle servitù militari sarde deve essere interamente smantellato senza alcun distinguo, ed a prescindere da inconsistenti e strumentali differenziazioni.

La Direzione sardista ha inoltre rilevato che il Psd’az è stato suo malgrado da oltre mezzo secolo il solitario e pressoché esclusivo protagonista di questa storica battaglia, ma sempre nella totale consapevolezza che solo attraverso la massima coesione e la profonda presa di coscienza di tutto il Popolo sardo ci sarebbe potuta essere la possibilità di vittoria.

Nel rilevare inoltre come ancora oggi importanti porzioni di territorio e di popolazione siano ostaggio dei ricatti della presenza militare, da cui dipendono in maniera significativa perfino le sorti economiche di intere comunità, il Ps’daz auspica che una numerosa partecipazione popolare alla manifestazione del 13 settembre, aiuti la stessa Giunta regionale sarda assieme ai partiti che la sostengono, a trovare finalmente la forza di superare il comprensibile imbarazzo che finora l’ha contraddistinta, tenendola inchiodata a ripetere le solite ed inconcludenti dichiarazioni di rito.(link)

 

Le sollecitazioni di Caminera Noe e A Foras al Partito Sardo d’Azione hanno dato i loro frutti. Nel video che inoltriamo in allegato le dichiarazioni del segretario del Psdaz nonché governatore della Regione Autonoma della Sardegna Christian Solinas che, senza indugi, conferma la linea del 2014 del suo partito e invita il popolo sardo alla mobilitazione generale nazionale e alla ribellione all’occupazione militare dell’isola.

Oggi abbiamo la certezza di poter dichiarare che il glorioso PSDAZ  non ha cambiato idea e che parteciperà alla grande mobilitazione popolare del 12 ottobre a capo Frasca rappresentando l’interesse generale del popolo sardo, il suo bisogno di pace e sicurezza e la sua voglia di emanciparsi dalle servitù coloniali dello stato italiano.

Il video completo si può visionare sulla pagina fb di Caminera Noa

Gli USA aprono la strada a fascisti e tagliagole in Siria del nord

immagine tratta da Dreamstime

Le truppe nord-americane presenti  nella Siria del Nord (controllata attualmente dalle forze armate curdo-siriane che si ispirano ali principi rivoluzionari del confederalismo democratico) abbandoneranno la zona  per permettere alle forze fasciste turche a centinaia di tagliagola inquadrati in bande loro alleate di condurre una vasta operazione militare in tutta la zona contro .

Ecco il twitt del presidente Trump:

“È il momento per noi di sfilarci da ridicole guerre senza fine, molte delle quali tribali. È il momento di riportare i nostri soldati a casa.Combatteremo solo dove avremo benefici, e combatteremo solo per vincere. Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq, Russia e i curdi dovranno risolvere la situazione e capire cosa voglio fare con i soldati dell’Isis catturati”.

Cartina tratta da AGI

Ecco invece il comunicato delle Forze democratiche siriane (SDF):
“Ai media e all’opinione pubblica internazionale,
Nonostante tutti gli sforzi che abbiamo fatto per evitare conflitti, il nostro impegno per l’accordo sul meccanismo di sicurezza e l’adozione delle misure necessarie a garantire la pace, le forze statunitensi non hanno adempiuto alle loro responsabilità e si sono ritirate dalle aree di confine con la Turchia. L’attacco non provocato della Turchia ai nostri territori avrà un impatto negativo sulla nostra lotta contro l’ISIS e sulla stabilità e la pace che abbiamo creato nella regione negli ultimi anni. Come Forze democratiche siriane, siamo determinati a difendere la nostra terra a tutti i costi. Chiediamo al nostro popolo curdo, arabo, assiro e siriaco di rafforzare la propria unità e sostenere l’SDF in difesa della propria terra.

Comando generale delle Forze democratiche siriane – Federazione della Siria del Nord 7 ottobre 2019″

Liquida: festival dei giornalisti fordisti e della Sardegna colonia

foto di Eliana Catte
di Eliana Catte

La prima edizione di Liquida – Festival di Letteratura Giornalistica si è aperta venerdì 27 settembre nella suggestiva cornice della Basilica di Saccargia, a Codrongianos, all’insegna dell’analisi del giornalismo e dei giornalisti.

Infatti, come ricordato da Celestino Tabasso dell’Associazione Stampa Sarda«facciamo finta che debbano operarci, e che ci dicano che il chirurgo deputato a farlo guadagni 10mila euro al mese. O che l’avvocato che ci difenderà a processo dorma 5 ore scarse a notte e sia stanco. Per voi farebbe la differenza? Quindi, come campa chi ci informa?».

L’impegno di Andrea Modetti, sindaco di Codrongianos, e dell’assessore alla cultura Giovanni Scanu, è stato ripagato dal numeroso pubblico e dall’attenzione ai temi sensibili legati alla centralità della stampa ma, soprattutto, ai suoi retroscena.

L’apertura del festival, con la presentazione del libro “La memoria del criceto” del giornalista e saggista Sergio Rizzo, è stata dedicata all’analisi delle contraddizioni italiane sul concetto di libertà di stampa e democrazia: secondo le parole di Rizzo, «se la democrazia è la migliore forma di governo, la libertà di stampa è il suo pilastro e deve avere un ruolo di contropotere. Perciò è raro che possa dare buone notizie perché, in un sistema del genere, queste ultime possono essere unica prerogativa della propaganda».

Uno dei falsi miti smontati nel suo libro, ed affrontati nel corso del dibattito tra Tabasso e Rizzo, ha riguardato l’imparzialità dell’informazione che «contrasta col dettato costituzionale sulla pluralità delle fonti. Ogni giornale e, quindi, ogni giornalista, deve avere le sue idee sui partiti, sui politici e sui manager, senza però mai giungere a travisare i fatti».

Altra idea pericolosa legata al giornalismo è quella della gratuità dell’accesso alle informazioni: così facendo, secondo Sergio Rizzo, «si arriva ad equiparare un post sui social alla professionalità che si cela dietro il controllo delle fonti, la stesura e la pubblicazione di una notizia. Non si può pensare che l’informazione qualificata non si debba pagare».
Nel corso del Festival, tutti i partecipanti non hanno potuto fare a meno di sottolineare come la parcellizzazione delle notizie e la dispersività delle numerose agenzie stampa contribuisca all’incremento della precarietà dei giornalisti, metaforicamente descritta da Celestino Tabasso come «uno dei 3 Natali descritti da Charles Dickens, ovvero quello futuro del giornalismo fordista su scala industriale, contrapposto a quello presente autonomo o freelance ed a quello ormai passato dei garantiti, ossia dei giornalisti inquadrati e pagati sulla base di un Contratto Collettivo Nazionale».

La precarietà dei giornalisti, spesso giovani e qualificati, si sposa dunque con una situazione cronicizzata che vede, secondo Rizzo, «l’azzeramento della storia già nelle scuole, tale da rendere soprattutto l’Italia un Paese senza alcun tipo di memoria, nel quale passare agevolmente da una parte all’altra della barricata, fin dai tempi del fascismo».

Nel corso del Festival non sono mancati i momenti di riflessione sulla realtà sarda, troppo spesso sacrificata sull’altare del turismo e del folklore macchiettistico.

È stato questo il caso del dibattito svoltosi tra la documentarista, antropologa e scrittrice sardo-australiana Lisa Camillo ed il giornalista Carlo Porcedda, significativamente intitolato “L’Isola che non c’entra“.

Se in un’isola è più facile nascondere la verità, soprattutto quando è colonizzata fino nei suoi segreti di pulcinella, come quello tutto sardo della contaminazione ultradecennale da uranio impoverito, lo si deve anche al silenzio imposto o estorto a coloro i quali fanno informazione: giovani giornalisti definiti oggi, con termini più offensivi che finto-giovanilisti, contributor, web editor, copywriter e freelancer, o ex galoppini dei caposervizio di turno, che non si vedono concesso lo spazio per parlare compiutamente della strage silenziosa che attanaglia la loro stessa terra.

Il libro di Lisa Camillo, “Una ferita italiana. I veleni e i segreti delle basi NATO in Sardegna: l’inquinamento radioattivo e l’omertà delle istituzioni“, è stato volutamente intitolato così dall’editore proprio per sottolineare come il seme nero dell’uranio impoverito contamini tutto, non solo i sardi nel cui sangue sono state trovate nanoparticelle identiche a quelle delle popolazioni afghane ed ex jugoslave, e come sia interrato non solo nelle basi militari, ma anche a livello sanitario ed istituzionale.

L’eterno ciclo della borghesia compradora, puntualmente legittimata da un certo elettorato affetto da miope creduloneria, si alimenta tanto delle basi e delle servitù che martirizzano il 61% del solo territorio sardo, quanto delle industrie pesanti che l’hanno depredata delle sue ricchezze naturali ed archeologiche: si nutre non soltanto degli eserciti o delle multinazionali che, per una manciata di spiccioli, date le loro laute casse, sperimentano agenti chimico-nucleari come l’Enel che li testò su alcuni tubi fatti poi esplodere ma, soprattutto, del negazionismo dell’inquinamento.

Quest’ultimo è chiaro ogni qualvolta si citano gli ormai mitologici “centenari di Perdasdefogu” come contrapposizione ai sostenitori della scientificità dell’inquinamento derivato dalle centinaia di metalli pesanti presenti nell’area delle basi, tra cui proprio Quirra, ignorando il semplice fatto che i venti non soffino verso il paese roccaforte degli ufficiali militari, ma verso centri come Escalaplano col suo record di malformazioni fetali e tumori, peraltro registrati presso la competente ASSL di Cagliari.

Se ci si domanda ancora quale sia il nesso che colleghi il giornalismo alla denuncia di fatti come quelli sopra citati, derubricabili a mera cronaca nera, basterebbe pensare alla funzione sociale della denuncia pubblica operata da tutti quei professionisti dell’informazione, reporter, documentaristi e scienziati che continuano a fare servizi giornalistici rivelando le connivenze istituzionali, politico-dirigenziali e popolari di difesa delle “grandi realtà industriali che portano lavoro e danno indotto”, facendo ancora breccia su un pubblico anestetizzato dagli 8 anni di un processo spudoratamente destinato alla prescrizione.

La terza ed ultima giornata del Festival Liquida è stata inoltre scandita da un “Viaggio tra i misteri d’Italia” compiuto dall’attento pubblico con il giornalista ed autore Pino Corrias che, partendo dagli Anni di Piombo con la strategia della tensione ancora latente nello scenario politico-sociale, è giunto al compimento di un’analisi tecnica ma efficace delle attuali condizioni dell’editoria.

Secondo Corrias, la critica alla liquefazione delle notizie ed all’accesso delle nuove generazioni ad un’informazione prevalentemente orizzontale non può non affondare le sue radici in un giornalismo che, già dagli anni Settanta, puntava a romanzare i fatti piuttosto che a narrarli nella loro oggettività.

Il giornalismo approssimativo ha quindi aperto gli argini al complottismo come via d’uscita alla difficoltà del calarsi nella realtà, raccogliendo le storie ed incontrandone i personaggi, bensì preferendo delle spiegazioni semplificate, sommatorie ed alquanto consolatorie.

L’intossicazione dell’informazione, attualmente riverberatasi nel collasso dei grandi gruppi editoriali incapaci di gestire enormi ed obsolete macchine produttive, coi loro problemi di distribuzione mentre chiudono le edicole e di precarizzazione del personale, dai giornalisti ai grafici, esisteva ai tempi de “La Stampa” definita “la busiarda” dagli operai che vedevano censurati i morti in fabbrica e le lotte operaie dalla famiglia di editori ed industriali Agnelli, ed è arrivata fino ai giorni nostri col caso Bibbiano.

Tuttavia, per quei pochi giornalisti come Corrias che riescono ancora ad esprimere i propri pareri vedendoli pubblicati sulle principali testate sarde, italiane ed internazionali, ne esistono ancora troppi silenziati nei seppur puntuali e giusti interventi: ciò dimostra quanto persista, a scapito della veridicità dell’informazione, un resistente retaggio di autorevolezza monopolio esclusivo di “grandi firme” e grandi giornali.

Il Festival di Letteratura Giornalistica di Codrongianos si è infine chiuso con un incalzante monologo curato da Saverio Tommasi, attore, scrittore ed autore del giornale online Fanpage: i suoi “Aneddoti e curiosità spinte sul mondo dell’informazione” hanno smontato la logica del giornalismo puramente scandalistico, sottolineando come questo si basi ancora su fonti, linguaggi comuni e titoli che sviano malamente il pubblico dal loro effettivo contenuto.

La chiusura della prima edizione di “Liquida” si è dunque significativamente focalizzata sulla modernità rapida e diretta del giornalismo online, tanto vituperato perché legato alla compulsività di notizie, spesso false, che piovono sugli schermi dei nostri smartphone ma visto, in fin dei conti, come unica alternativa alla morte ormai già decretata della carta stampata.

Eppure, le colpe della situazione fotografata da Sergio Rizzo, nella quale «ci sfugge l’elemento fondamentale del nostro mestiere, ovvero il contrasto al potere mediante la memoria, sapendone raccontare i voltafaccia e non alimentando il delirio degli adulti che criticano i social per poi starci appiccicati», vanno ricercate soprattutto nelle testimonianze lette dall’attore Daniele Monachella durante la serata di apertura di “Liquida”.

Dal giornalista assunto passando per quello autonomo a partita Iva, si arriva alla sfruttata pagata 1 euro a pezzo, alla quale il lavoro di lavavetri sembra migliore del suo, e persino quello di “rientra-carrelli” meglio remunerato: dietro la firma o la sigla del freelance del web o della carta stampata si cela la realtà per nulla romanzata di un lavoratore quantistico, operaio delle parole in una catena fordista, privato delle ore di permesso, di sonno, di vita, delle ferie, della malattia e dei propri diritti, tra i quali quello ad un’equa retribuzione, non a cottimo puro.

Nonostante queste realtà, la speranza nel giornalismo ci arriva dalle sue stesse parole, lette ed interpretate da Monachella, quando sostiene che «giornalista sia una parola che non ha sinonimi, perché racconta la verità che non ha prezzo: ecco perché non si può comprare chi lo fa, neanche con la fame».

 

Sa Corona de Logu atòbiat Carles Puigdemont

 

Sa delegatzione de indipendentistas sardos cun su presidente de sa Catalunya in esiliu

Una delegatzione de sa Corona de Logu, Assemblea de sos amministradores indipendentistas sardos, at tentu duas dies de atòbios istitutzionales in Bruxelles.

Lunis su 30 de cabudanni, Davide Corriga, Presidente de sa Corona de Logu e sìndigu de Bauladu, at atòbiadu a Carles Puigdemont, Presidente in esiliu de sa repùblica de Catalunya, paris a sos collaboradores suos. S’arresonada est istada ocasione pro torrare a afirmare su ruolu de s’indipendentismu in Europa comente amparu de sos valores de sa democratzia e de sa cumpartzidura e de sos deretos fundamentales de sos pòpulos.

Corriga, donende sa solidariedade a sos rapresentantes catalanos colados duos annos dae su referendum pro s’indipendèntzia de su primu de santugaine de su 2017, at torradu gràtzias a Piugdemont Corriga,  pro àere dau alenu a afortiare s’atentzione subra su tema de s’autodeterminatzione dae unu ghetu internatzionale. A congruos s’est fata sa proposta de pesare unu logu de atòbiu, acarada e collaboratzione intro de sas realidades de s’indipendentismu europeu.

In s’atòbiu cun su presidente catalanu bi fiant finas Maurizio Onnis (Sìndigu de Biddanoaforru), Antonio Succu (Sìndigu de Macumere), Antonio Flore (Sìndigu de di Iscanu), Stefania Taras (Assessora de Lungoni), Gianfranco Congiu (Cunsigeri de Macumere), Laura Celletti (Cunsigera de Crabas), Gabriele Cossu (Cunsigeri de Pabillonis), Enrica Fois (Cunsigera de Pirri) e Angelo Murgia (Cunsigeri de Tertenia). Cun is amministradores ant partetzipadu fintzas Franciscu Sedda, Michele Zuddas e Adrià Martin.

Su biàgiu a Bruxelles ist istadu pro sa delegatzione de sa Corona de Logu ocasione pro atobiare sos dirigentes de sa European Free Alliance, su grupu polìticu de su Parlamentu Europeu chi ponet paris – intre de àteros – sos natzionalistas iscotzesos, catalanos, irlandesos, cursos, fiammingos, bascos, bretones, galitzianos.

Est istada ocasione pro incarrerare s’àndala pro su reconnoschimentu istitutzionale e s’adesione a su movimentu polìticu chi sortit prus de 50 organizatziones autonomistas de su Continente europeu.

Due anni fa il popolo catalano ha votato per la libertà

La violenza della polizia franchista il giorno del referendum democratico (1 ottobre 2017

di Marco Santopadre

Esattamente due anni fa, l’1 ottobre del 2017, quasi tre milioni di catalani e catalane – cioè di cittadini e cittadine della Catalogna, molti dei quali nati in altri territori dello Stato Spagnolo o del mondo – andavano alle urne per partecipare ad un referendum per l’autodeterminazione sfidando la legge, la censura, le cariche della polizia e dei militari.
Il bilancio fu di circa 1000 tra feriti e contusi.
Ma il mondo vide di che cosa è capace una “democrazia occidentale” pur di difendere i privilegi dell’oligarchia politica ed economica che la governa. Le immagini dei pestaggi, delle pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo, delle porte delle scuole sfondate a martellate dai militari ricordarono per un attimo a un’opinione pubblica europea distratta e assopita quanto di franchista conserva la civile e moderna Spagna.
Si trattò del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica degli ultimi decenni in Europa contro uno classe politica e un’istituzione, il Regno di Spagna, animato da un bieco sciovinismo nazionalista.
Più del 90% degli elettori votarono indipendenza e Repubblica, scelsero un progetto di liberazione nazionale inclusivo e aperto al mondo. Si aspettavano il sostegno dell’Unione Europea e della “comunità internazionale”, che invece concessero carta bianca a Mariano Rajoy e alla repressione: il “diritto all’autodeterminazione” tanto fortemente difeso da Bruxelles al di là dell’ex cortina di ferro improvvisamente non valeva più all’interno dei confini della Fortezza Europa.
Occhi chiusi e bocche cucite, quindi, di fronte alla conculcazione dei più elementari diritti democratici e civili da parte dello Stato Spagnolo, e al fatto che le prigioni di Madrid si siano riempite nel frattempo di decine di prigionieri politici catalani, che si vanno ad aggiungere a quelli baschi e a quelli galiziani e agli attivisti condannati per aver partecipato a mobilitazioni contro l’austerità o il fascismo.
A due anni di distanza la lotta del popolo catalano continua. Una lotta di liberazione nazionale, in primo luogo, ma anche sociale, che buona parte della sinistra internazionale si ostina a non vedere, a non riconoscere, schierandosi – che lo faccia in maniera cosciente o meno poco importa – dalla parte dello status quo e del conformismo.