Liquida: festival dei giornalisti fordisti e della Sardegna colonia

foto di Eliana Catte
di Eliana Catte

La prima edizione di Liquida – Festival di Letteratura Giornalistica si è aperta venerdì 27 settembre nella suggestiva cornice della Basilica di Saccargia, a Codrongianos, all’insegna dell’analisi del giornalismo e dei giornalisti.

Infatti, come ricordato da Celestino Tabasso dell’Associazione Stampa Sarda«facciamo finta che debbano operarci, e che ci dicano che il chirurgo deputato a farlo guadagni 10mila euro al mese. O che l’avvocato che ci difenderà a processo dorma 5 ore scarse a notte e sia stanco. Per voi farebbe la differenza? Quindi, come campa chi ci informa?».

L’impegno di Andrea Modetti, sindaco di Codrongianos, e dell’assessore alla cultura Giovanni Scanu, è stato ripagato dal numeroso pubblico e dall’attenzione ai temi sensibili legati alla centralità della stampa ma, soprattutto, ai suoi retroscena.

L’apertura del festival, con la presentazione del libro “La memoria del criceto” del giornalista e saggista Sergio Rizzo, è stata dedicata all’analisi delle contraddizioni italiane sul concetto di libertà di stampa e democrazia: secondo le parole di Rizzo, «se la democrazia è la migliore forma di governo, la libertà di stampa è il suo pilastro e deve avere un ruolo di contropotere. Perciò è raro che possa dare buone notizie perché, in un sistema del genere, queste ultime possono essere unica prerogativa della propaganda».

Uno dei falsi miti smontati nel suo libro, ed affrontati nel corso del dibattito tra Tabasso e Rizzo, ha riguardato l’imparzialità dell’informazione che «contrasta col dettato costituzionale sulla pluralità delle fonti. Ogni giornale e, quindi, ogni giornalista, deve avere le sue idee sui partiti, sui politici e sui manager, senza però mai giungere a travisare i fatti».

Altra idea pericolosa legata al giornalismo è quella della gratuità dell’accesso alle informazioni: così facendo, secondo Sergio Rizzo, «si arriva ad equiparare un post sui social alla professionalità che si cela dietro il controllo delle fonti, la stesura e la pubblicazione di una notizia. Non si può pensare che l’informazione qualificata non si debba pagare».
Nel corso del Festival, tutti i partecipanti non hanno potuto fare a meno di sottolineare come la parcellizzazione delle notizie e la dispersività delle numerose agenzie stampa contribuisca all’incremento della precarietà dei giornalisti, metaforicamente descritta da Celestino Tabasso come «uno dei 3 Natali descritti da Charles Dickens, ovvero quello futuro del giornalismo fordista su scala industriale, contrapposto a quello presente autonomo o freelance ed a quello ormai passato dei garantiti, ossia dei giornalisti inquadrati e pagati sulla base di un Contratto Collettivo Nazionale».

La precarietà dei giornalisti, spesso giovani e qualificati, si sposa dunque con una situazione cronicizzata che vede, secondo Rizzo, «l’azzeramento della storia già nelle scuole, tale da rendere soprattutto l’Italia un Paese senza alcun tipo di memoria, nel quale passare agevolmente da una parte all’altra della barricata, fin dai tempi del fascismo».

Nel corso del Festival non sono mancati i momenti di riflessione sulla realtà sarda, troppo spesso sacrificata sull’altare del turismo e del folklore macchiettistico.

È stato questo il caso del dibattito svoltosi tra la documentarista, antropologa e scrittrice sardo-australiana Lisa Camillo ed il giornalista Carlo Porcedda, significativamente intitolato “L’Isola che non c’entra“.

Se in un’isola è più facile nascondere la verità, soprattutto quando è colonizzata fino nei suoi segreti di pulcinella, come quello tutto sardo della contaminazione ultradecennale da uranio impoverito, lo si deve anche al silenzio imposto o estorto a coloro i quali fanno informazione: giovani giornalisti definiti oggi, con termini più offensivi che finto-giovanilisti, contributor, web editor, copywriter e freelancer, o ex galoppini dei caposervizio di turno, che non si vedono concesso lo spazio per parlare compiutamente della strage silenziosa che attanaglia la loro stessa terra.

Il libro di Lisa Camillo, “Una ferita italiana. I veleni e i segreti delle basi NATO in Sardegna: l’inquinamento radioattivo e l’omertà delle istituzioni“, è stato volutamente intitolato così dall’editore proprio per sottolineare come il seme nero dell’uranio impoverito contamini tutto, non solo i sardi nel cui sangue sono state trovate nanoparticelle identiche a quelle delle popolazioni afghane ed ex jugoslave, e come sia interrato non solo nelle basi militari, ma anche a livello sanitario ed istituzionale.

L’eterno ciclo della borghesia compradora, puntualmente legittimata da un certo elettorato affetto da miope creduloneria, si alimenta tanto delle basi e delle servitù che martirizzano il 61% del solo territorio sardo, quanto delle industrie pesanti che l’hanno depredata delle sue ricchezze naturali ed archeologiche: si nutre non soltanto degli eserciti o delle multinazionali che, per una manciata di spiccioli, date le loro laute casse, sperimentano agenti chimico-nucleari come l’Enel che li testò su alcuni tubi fatti poi esplodere ma, soprattutto, del negazionismo dell’inquinamento.

Quest’ultimo è chiaro ogni qualvolta si citano gli ormai mitologici “centenari di Perdasdefogu” come contrapposizione ai sostenitori della scientificità dell’inquinamento derivato dalle centinaia di metalli pesanti presenti nell’area delle basi, tra cui proprio Quirra, ignorando il semplice fatto che i venti non soffino verso il paese roccaforte degli ufficiali militari, ma verso centri come Escalaplano col suo record di malformazioni fetali e tumori, peraltro registrati presso la competente ASSL di Cagliari.

Se ci si domanda ancora quale sia il nesso che colleghi il giornalismo alla denuncia di fatti come quelli sopra citati, derubricabili a mera cronaca nera, basterebbe pensare alla funzione sociale della denuncia pubblica operata da tutti quei professionisti dell’informazione, reporter, documentaristi e scienziati che continuano a fare servizi giornalistici rivelando le connivenze istituzionali, politico-dirigenziali e popolari di difesa delle “grandi realtà industriali che portano lavoro e danno indotto”, facendo ancora breccia su un pubblico anestetizzato dagli 8 anni di un processo spudoratamente destinato alla prescrizione.

La terza ed ultima giornata del Festival Liquida è stata inoltre scandita da un “Viaggio tra i misteri d’Italia” compiuto dall’attento pubblico con il giornalista ed autore Pino Corrias che, partendo dagli Anni di Piombo con la strategia della tensione ancora latente nello scenario politico-sociale, è giunto al compimento di un’analisi tecnica ma efficace delle attuali condizioni dell’editoria.

Secondo Corrias, la critica alla liquefazione delle notizie ed all’accesso delle nuove generazioni ad un’informazione prevalentemente orizzontale non può non affondare le sue radici in un giornalismo che, già dagli anni Settanta, puntava a romanzare i fatti piuttosto che a narrarli nella loro oggettività.

Il giornalismo approssimativo ha quindi aperto gli argini al complottismo come via d’uscita alla difficoltà del calarsi nella realtà, raccogliendo le storie ed incontrandone i personaggi, bensì preferendo delle spiegazioni semplificate, sommatorie ed alquanto consolatorie.

L’intossicazione dell’informazione, attualmente riverberatasi nel collasso dei grandi gruppi editoriali incapaci di gestire enormi ed obsolete macchine produttive, coi loro problemi di distribuzione mentre chiudono le edicole e di precarizzazione del personale, dai giornalisti ai grafici, esisteva ai tempi de “La Stampa” definita “la busiarda” dagli operai che vedevano censurati i morti in fabbrica e le lotte operaie dalla famiglia di editori ed industriali Agnelli, ed è arrivata fino ai giorni nostri col caso Bibbiano.

Tuttavia, per quei pochi giornalisti come Corrias che riescono ancora ad esprimere i propri pareri vedendoli pubblicati sulle principali testate sarde, italiane ed internazionali, ne esistono ancora troppi silenziati nei seppur puntuali e giusti interventi: ciò dimostra quanto persista, a scapito della veridicità dell’informazione, un resistente retaggio di autorevolezza monopolio esclusivo di “grandi firme” e grandi giornali.

Il Festival di Letteratura Giornalistica di Codrongianos si è infine chiuso con un incalzante monologo curato da Saverio Tommasi, attore, scrittore ed autore del giornale online Fanpage: i suoi “Aneddoti e curiosità spinte sul mondo dell’informazione” hanno smontato la logica del giornalismo puramente scandalistico, sottolineando come questo si basi ancora su fonti, linguaggi comuni e titoli che sviano malamente il pubblico dal loro effettivo contenuto.

La chiusura della prima edizione di “Liquida” si è dunque significativamente focalizzata sulla modernità rapida e diretta del giornalismo online, tanto vituperato perché legato alla compulsività di notizie, spesso false, che piovono sugli schermi dei nostri smartphone ma visto, in fin dei conti, come unica alternativa alla morte ormai già decretata della carta stampata.

Eppure, le colpe della situazione fotografata da Sergio Rizzo, nella quale «ci sfugge l’elemento fondamentale del nostro mestiere, ovvero il contrasto al potere mediante la memoria, sapendone raccontare i voltafaccia e non alimentando il delirio degli adulti che criticano i social per poi starci appiccicati», vanno ricercate soprattutto nelle testimonianze lette dall’attore Daniele Monachella durante la serata di apertura di “Liquida”.

Dal giornalista assunto passando per quello autonomo a partita Iva, si arriva alla sfruttata pagata 1 euro a pezzo, alla quale il lavoro di lavavetri sembra migliore del suo, e persino quello di “rientra-carrelli” meglio remunerato: dietro la firma o la sigla del freelance del web o della carta stampata si cela la realtà per nulla romanzata di un lavoratore quantistico, operaio delle parole in una catena fordista, privato delle ore di permesso, di sonno, di vita, delle ferie, della malattia e dei propri diritti, tra i quali quello ad un’equa retribuzione, non a cottimo puro.

Nonostante queste realtà, la speranza nel giornalismo ci arriva dalle sue stesse parole, lette ed interpretate da Monachella, quando sostiene che «giornalista sia una parola che non ha sinonimi, perché racconta la verità che non ha prezzo: ecco perché non si può comprare chi lo fa, neanche con la fame».