Cosa volete che sia qualche centinaio di litri di paraffina sversata in mare?

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Foto di tecnici della Saras dopo l’ “incidente” della paraffina dei giorni scorsi, foto Ansa
di Antonio Muscas

 

Ha destato molto clamore lo sversamento di paraffina (“qualche centinaio di litri”, che volete che sia mai?) durante un’operazione di carico di una nave davanti agli impianti della Saras, a Sarroch

La Saras nel 2018 ha fatturato 9,20 miliardi di euro (vedi foto allegata, fonte https://www.reportaziende.it/saras_spa_o), controlla una società, la Sarlux per la produzione di energia elettrica della potenza di 555 MWe che soddisfa quasi il 50% dell’intero fabbisogno isolano
Come combustibile utilizza il Syngas, un gas di sintesi derivato dagli scarti di lavorazione del petrolio, e così facendo da una parte si libera di rifiuti tossici per il cui smaltimento dovrebbe pagare cifre consistenti e dall’altra produce energia elettrica che vende a prezzo superiore al valore di mercato grazie ai famosi CIP6, i sostanziosi incentivi che permettono di equiparare gli scarti di lavorazione alle rinnovabili, incassando centinaia di milioni di euro all’anno

Fotografia de Antonio Muscas

In questo modo, avendo la Sarlux priorità di dispacciamento, ovvero il diritto di immettere in rete senza limiti – cosa che fa producendo a pieno regime per circa 8.000 ore all’anno – condiziona pesantemente il sistema energetico sardo impedendo la regolare transizione verso il rinnovabile e sottraendo soldi pubblici da dedicare proprio a progetti e interventi di riduzione delle emissioni nocive. Ciliegina sulla torta, il territorio circostante la centrale viene devastato per chilometri e chilometri dalle emissioni pestilenziali prodotte in gran quantità

Ora, questo della Sarlux non è che un particolare dell’intero quadro rappresentato dalla raffineria Saras

Come le cronache degli ultimi anni ci raccontano gli incidenti di ogni ordine e grado si succedono in questo stabilimento, ma mai nulla e nessuno ha messo in discussione lo stabilimento stesso e la sua gestione

C’è da dire che, pur senza gli eccessi attualmente registrati, date le dimensioni dello stabilimento, anche lavorando nelle migliori condizioni e nel rispetto di tutte le normative, le ricadute sul territorio risulterebbero allo stesso modo devastanti

Onestamente si potrebbe anche dire che, fino a quanto faremo uso dei fossili, sarebbe poco corretto parlare di chiusura della stabilimento per trasferirlo altrove

Per liberarci di questo mostro con tutte le sue aberrazioni evitando di trasferirlo a casa d’altri, sarebbe perciò necessario comprendere cosa è necessario fare

La prima e urgente azione è spingere al massimo la transizione rinnovabile: prima ci libereremo dei fossili, prima potremo parlare di chiusura e riconversione dello stabilimento

La seconda, legata alla prima, è la progressiva riduzione dell’impiego del fossile che inevitabilmente andrebbe a limitare la produzione e l’emissione di veleni di ogni genere e sorta

La terza, ma non per ordine di importanza, è l’eliminazione di ogni forma di incentivo che consente ancora oggi alle lobbies del fossile di restare competitive, condizionare e manipolare il panorama energetico

La quarta, è il ritorno del controllo pubblico, o meglio sarebbe dire collettivo (e perciò non statale) sulla produzione energetica, e qui di seguito spiegherò perché

Se tu sei una multinazionale che fattura diversi miliardi di euro all’anno, avrai alle tue dipendenze stuoli di professionisti incaricati di trovare ogni sistema utile ad accrescere ulteriormente il tuo fatturato

Questi soggetti si occuperanno di promuovere l’immagine della società a cominciare dalle scuole fino alle più alte istituzioni; se necessario acquisteranno organi di stampa, li controlleranno o cercheranno di condizionarli

Eserciteranno pressioni sulle istituzioni per ottenere leggi speciali e ad hoc, concessioni e deroghe e quanto necessario per svolgere o favorire la propria attività

Valuteranno se finanziare la campagna elettorale di qualche politico di comodo e cercheranno comunque di condizionare l’azione politica

Valuteranno se finanziare degli studi scientifici in grado di avvalorare la bontà delle attività svolte dalla società

Di fronte ad una specifica norma ambientale, ad un limite o un vincolo, valuteranno se conviene rispettarli, quali sono le conseguenze economiche, sempre che ci siano, in caso di violazione, o se è più conveniente fare pressione sulle istituzioni affinché vengano modificati o rimossi, e le eventuali conseguenze sull’immagine della società

Di fronte ad una specifica norma ambientale, ad un limite o un vincolo che non si vuole rispettare valuteranno se intervenire esercitando pressioni o minacciando la chiusura e il licenziamento

Valuteranno se farsi essi stessi promotori di norme più severe, che tanto non rispetteranno, al fine di darsi un’immagine più ambientalista

Di fronte a determinati rischi e pericoli sulla salute dei lavoratori, valuteranno se conviene prendere i corretti provvedimenti o se invece siano inferiori i costi economici di un eventuale risarcimento, se mai ci sarà; anche perché le cause in tribunale possono trascinarsi per anni con un eventuale finale nulla di fatto

Se tu sei una multinazionale che fattura diversi miliardi di euro all’anno, probabilmente le tue valutazioni saranno tutte di natura prettamente economica, inclusa la vita dei tuoi dipendenti e addirittura la tua vita stessa

Se tu sei una multinazionale che fattura diversi miliardi di euro all’anno, non ci saranno incidenti casuali ma incidenti calcolati per i quali,salvo casi eccezionali, hai un ufficio stampa già pronto a ridimensionare e/o fornire tutte le rassicurazioni del caso

Perciò, cosa volete che sia qualche centinaio di litri di paraffina sversato in mare?

Insularità a chi?

 

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Immagine liberamente tratta da Marterblog
di Andrìa Pili

Le regioni ultraperiferiche dell’Unione Europea sono quelle cui il comitato per l’insularità in Costituzione guarda, in maniera più o meno esplicita, al fine di raggiungere uno status analogo. Credo sia discutibile associare la Sardegna a tali regioni, per motivi a mio parere ovvi, ma così non sembra almeno per i nostri eroi in Consiglio Regionale e altrove (ad esempio, Luciano Uras e Margherita Zurru di Campo Progressista, in un articolo su La Nuova Sardegna del 10 novembre scorso, hanno affermato che sarebbe invece “evidente” il contrario, per “condizione oggettiva”).

Quali sono le nove regioni cui il Trattato di Amsterdam (1997) ha riconosciuto la condizione di ultraperifericità in virtù della loro “situazione socioeconomica strutturale” segnata dall’insularità, dalla distanza e dalla superficie ridotta?

I dipartimenti d’Oltremare francesi (Guadalupa, Martinica, Guyana, Mayotte, Riunione) sono territori nei quali persistono le conseguenze del colonialismo classico che hanno subito per secoli, tra cui la dipendenza dall’export monocolturale di materie prime e lo schiavismo; le rimanenti sono isole dalle dimensioni molto ridotte rispetto alla Sardegna (24100 kmq): le Canarie (7447 kmq complessivi, la più grande, Tenerife, ha solo 2034 kmq), le Azzorre (2333 kmq complessivi, la più grande Sao Miguel ha 759 kmq), Madeira (801 kmq), St.Martin (53 kmq). Ciò che accomuna queste nove regioni è il fatto di trovarsi in aree geografiche extraeuropee (America Centrale, Sudamerica, Africa Occidentale ed Orientale) pur facendo parte dell’Unione Europea sia politicamente che per PIL pro capite. A prescindere da ogni considerazione sugli effetti economici di determinate politiche, appare ragionevole che si adottino provvedimenti per sopperire a tale distacco dal continente cui artificiosamente appartengono. Meno ragionevole è invece pensare che la Sardegna, una grande isola situata al centro del Mediterraneo Occidentale, possa essere paragonata a questi nove territori.

Dando per buona questa tesi, tuttavia, mi ha colpito il fatto che tra questi il modello prediletto più citato (anche dal nostro presidente della Regione in una recente intervista su La Nuova Sardegna del 5 dicembre scorso) siano le Canarie anziché le Azzorre o Madeira. Il motivo è che, durante l’ultimo ventennio (cioè il periodo in cui a queste regioni sono state applicate determinate politiche in ragione della loro condizione riconosciuta) le succitate isole dello Stato spagnolo hanno ampliato il divario di sviluppo con la media UE (tra il 2000 e il 2016 hanno avuto il più basso tasso di crescita annuale del PIL pro capite delle regioni spagnole, solo 0.03%) mentre le isole portoghesi, al contrario, l’hanno ridotto: Madeira, è stata la regione portoghese con il più alto tasso di crescita (1.9% annuale, tra il 2000 e il 2016), grazie al quale ha colmato il divario con la media del suo Stato (fonte OECD Regions and Cities at a Glance 2018); il PIL pro capite delle Azzorre, dal 1999 al 2016 (fatto 100 quello portoghese) è passato da 84 a 90, giungendo a toccare anche 94 nel 2009, prima della crisi (fonte: InstitutoNacional de Estatistica – ContasRegionais 2013 e 2019).

Per quanto manchi uno studio sugli effetti delle politiche per le regioni ultraperiferiche, chi sostiene la tesi in favore dell’insularità in Costituzione e l’attribuzione alla Sardegna di questo status, farebbe meglio a citare i casi di presunto successo anziché un fallimento palese.

Entro questa mistificazione, il consigliere regionale di centrodestra Antonello Peru addirittura dichiarò che le Canarie, grazie al principio di insularità avrebbero “fatto la loro fortuna economica e azzerato la disoccupazione” (La Nuova Sardegna, 14 marzo 2018). A leggere i dati forniti dal governo delle Canarie, tuttavia, non pare esattamente così: tasso di disoccupazione 21%; disoccupazione giovanile 41%; tasso di occupazione 47%; deficit commerciale 9.7 mld di euro, il tasso di copertura (rapporto export/import) è solo del 21% (quello sardo è del 70%, dai dati dell’ultimo rapporto CRENOS). Insomma, a prescindere dalla conoscenza dei dati, la citazione delle Canarie rimane una ottima mossa retorica, in quanto, nell’immaginario collettivo, queste isole rappresentano un paradiso.

Fermo restando che, per me, Azzorre e Madeira non sono paragonabili alla Sardegna e tralasciando i problemi notevoli che tali regioni continuano ad avere (ad esempio, per quanto concerne sanità, innovazione, occupazione) citarle a supporto dell’insularità in Costituzione darebbe almeno una parvenza di serietà all’argomentazione. Penso sia una dimostrazione ulteriore della natura tutta propagandistica e strumentale di questa “battaglia”, dove nessuno ha compiuto uno straccio di analisi seria. Infine, mi chiedo: cosa ha prodotto il “comitato scientifico” in questi due anni, durante i quali la sua presidentessa Maria Antonietta Mongiu (archeologa) e i suoi vari sodali non hanno fatto che ripetere sui giornali sempre le stesse tre-quattro frasi ad effetto? Inoltre, un comitato che ospita nel suo seno personalità dei campi più disparati non economici (fra cui anche il presidente dell’associazione fantarcheologica Nurnet, Antonello Gregorini) quali garanzie di scientificità potrebbe mai fornire?

La Casa del Papel sbarca in Sardegna e attacca il Mater Olbia

Un’attivista di Caminera Noa con la maschera di Dalì della famosa serie televisiva spagnola “La Casa del Papel” davanti al mercato civico di Sassari

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Caminera Noa sulla nuova mobilitazione contro il finanziamento pubblico alla sanità privata e in particolare all’ospedale della Qatar Foundation “Mater Olbia”. in allegato gli attivisti hanno diramato il video dell’azione diventato virale sui social network. 

Caminera Noa si è vestita con le maschere e le tute ribelli della Casa del Papel per attaccare un’altra grande Casa di Carta: il Mater Olbia.

 

Come la Zecca di Spagna nella famosa serie televisiva “La Casa del Papel”, anche il Mater Olbia è infatti una casa di carta.

Abbiamo stampato biglietti da 500 euro targatiDomo de Papiru” e li abbiamo distribuito ai cittadini sardi con un prospetto di tutto quello si potrebbe comprare annualmente con i finanziamenti destinati al finanziamento dell’ospedale della Qatar Foundation.

Perché regaliamo 60 milioni di euro pubblici all’anno ad un ospedale privato e tagliamo la stessa cifra chiudendo o mortificando ospedali pubblici perfettamente funzionanti?

Il Mater Olbia è una casa di carta che sembra inviolabile, ma noi siamo la Resistenza e insieme possiamo batterli!

Sa missa ‘e puddu: il natale sardo prima dell’albero e di Babbo Natale

Immagine tratta da Sardegna Reporter
di Francesco Casula

Nella tradizione sarda, quando la civiltà industriale e commerciale ancora non aveva soppiantato quella contadina e agropastorale, il Natale costituiva un importante e significativo momento di aggregazione, ideale per ribadire e talvolta ripristinare la coesione del nucleo familiare temporaneamente incrinata dai vincoli derivanti dal lavoro in campagna.
Il Natale basato sul messaggio di fede e speranza, si contrapponeva positivamente alla solitudine degli altri periodi dedicati alla produzione del reddito, quando, per molti mesi all’anno, il capo famiglia era costretto a vivere in freddi ricoveri di montagna, lontano dalla propria casa e dai propri cari.
Il momento cardine che sanciva la ricomposizione di ciascuna famiglia e la ripresa dei contatti umani, era proprio la notte della Vigilia, definita dalla tradizione Sa notte ’e xena (notte della cena). In quest’occasione, il caminetto rappresentava il centro delle attività di ciascuna famiglia e, quindi, il punto di emanazione del calore necessario a mitigare le fredde temperature invernali. Per questo motivo, era consuetudine predisporre per le festività natalizie, un grosso ceppo appositamente tagliato e conservato Su truncu ’e xena o cotzina ’e xena.
Un’atmosfera descritta in “Miele Amaro”, ripensando alla sua Orotelli, da Salvatore Cambosu: «Certo, ci vuole proprio un villaggio perché un bambino come Gesù possa nascere ogni anno per la prima volta. In città non c’è una stalla vera con l’asino vero e il bue; non si ode belato, e neppure il grido atroce del porco sacrificato, scannato per la ricorrenza. In città è persino tempo perso andar cercando una cucina nel cui cuore nero sbocci il fiore rosso della fiamma del ceppo».
Proprio accanto al piacevole tepore emanato dal fuoco l’intero gruppo familiare consumava i prodotti tipici sardi della tradizione pastorale come l’agnello o il capretto arrosto con annesse frattaglie (su trataliu e sa corda), formaggi sardi e salsicce sarde ottenute da su mannale, il maiale allevato in casa.
Secondo questa consuetudine i preparativi per la cena iniziavano già nei giorni precedenti la Notte Santa. Al riguardo, la tradizione orale racconta come in quella circostanza il consumo di tutte le pietanze preparate diventasse un obbligo. E proprio per questo motivo, spesso e volentieri, si ammonivano i bambini a mangiare abbondantemente, altrimenti una terribile megera chiamata “Maria Puntaborru” (in alcuni paesi del Campidano) o “Palpaeccia” (in molti paesi dell’interno), avrebbe tastato il loro ventre durante il sonno e se questo fosse risultato vuoto, avrebbe infilzato la loro pancia con uno spiedo appuntito oppure messo sul loro stomaco una grossa pietra per schiacciarlo.
Dopo la cena si era soliti intrattenersi ascoltando le storie e gli aneddoti di vita narrati dagli anziani. In alternativa, il momento d’attesa era trascorso facendo ricorso a giochi tradizionali come su barrallicu, arrodedas de conca de fusu, punta o cù, cavalieri in potu, tòmbula, matzetu e set’è mesu in craru.
Con l’avvicinarsi della mezzanotte, i rintocchi delle campane avvisavano la popolazione dell’imminente inizio della “Messa di Natale”, Sa Miss ’e puddu, ovvero la “messa del primo canto del gallo”. In tale circostanza tutte le chiese venivano addobbate con una gran quantità di ceri. L’atmosfera natalizia e l’alta concentrazione di gente che assisteva alla solenne funzione (ad eccezione delle donne in lutto che la notte restavano a casa e partecipavano alla prima orazione del giorno dopo) diventavano spesso fonte di baccano durante lo svolgimento delle sacre funzioni religiose e, in alcuni casi, capitava addirittura di udire archibugiate in segno di giubilo provenienti dal portone o, talvolta, dall’interno della chiesa stessa. Ne è testimonianza ciò che accadde in occasione del Natale del 1878, quando, all’ora dell’elevazione dell’ostia, uno dei barracelli presenti al rito sparò una schioppettata nel presbiterio, cosicché il parroco sbigottito dovette affrettarsi a finire le funzioni religiose prima dell’ora stabilita. A tal proposito la Chiesa, già dal lontano passato, aveva sempre lamentato il perpetuarsi di questi inconvenienti, tant’è che i Sinodi di Cagliari degli anni 1651 e 1695, ad esempio, davano indicazioni ben precise al Clero locale, affinché: «… si vietino il chiasso e la gran confusione che si creano in chiesa in occasione delle grandi feste e … le notti di Natale, Giovedì e Venerdì Santo, … non si permetta il lancio di noccioline, nocciuole, dolci, ecc., … né si sparino archibugiate all’interno della chiesa, anche se per festeggiare il Santo. E se sarà necessario si invochi l’aiuto del braccio secolare per scongiurare questi eccessi».
In Barbagia non mancano tradizioni specifiche riferibili alle feste natalizie e di fine anno. A Bitti fino all’Epifania Su Nenneddu (un’antica piccola statua di Gesù Bambino) viene accolto di casa in casa (emigrati compresi) con canti e preghiere. Ancora a Bitti il 31 dicembre al termine del Te Deum il parroco si affaccia alla finestra della chiesa per lanciare Sas Bulustrinas, monetine e caramelle che scatenano la caccia dei bambini. Bimbi protagonisti anche a Orgosolo nella mattinata di San Silvestro quando viene ancora riproposta Sa candelarìa: gruppi di bambini girano di casa in casa per ricevere piccoli regali tra cui un pane tipico preparato per l’occasione. La notte tocca poi agli adulti che fanno visita alle coppie che si sono sposate nell’anno moribondo.

Fermiamo l’espansione di RWM Italia: ecco l’appello!

Immagine tratta da Diritti Globali

 Il 29 novembre l’Assemblea Cittadina Contro RWM ha prodotto il breve documento informativo RWM senza controllo,  sulla falsa crisi di un’azienda in piena espansione, ad oggi sottoscritto da oltre 30 realtà sarde e italiane sensibili alla vertenza.

Attraverso un’analisi circostanziata delle fonti pubbliche disponibili, si restituisce all’opinione pubblica un quadro ricco di criticità inerenti alla vicenda di RWM Italia e alla narrazione pubblica che nel tempo si è costruita attraverso la stampa e le dichiarazioni di alcuni soggetti istituzionali. Il documento, ignorato dalle principali testate sarde (così come è passata sotto silenzio l’autorizzazione del poligono per test e sperimentazione di nuovi tipi di esplosivi di Iglesias, con la presentazione di un ricorso, che ha trovato sponda solo in una testata nazionale) denuncia il clima di vergognosa omertà che circonda la RWM Italia. In questo clima, l’indisponibilità dell’amministratore delegato Sgarzi a presentarsi all’incontro che si sarebbe dovuto svolgere il 3 dicembre presso l’Assessorato regionale all’Industria tra parti sociali e azienda, palesa per l’ennesima volta l’arroganza dell’azienda, nonostante il contesto tutt’altro che conflittuale in cui sarebbe stato ricevuto. Si rende a questo punto necessaria una presa di coscienza collettiva del popolo sardo, contro la speculazione del capitale bellico multinazionale, a partire dal nostro territorio: chiediamo a tutti/e di sostenere questa lotta, secondo le proprie modalità, a partire dalla condivisione, sottoscrizione e diffusione del seguente documento in ogni tipo di canale:

 

RWM senza controllo

La falsa crisi di un’azienda in piena espansione

Il discorso pubblico regionale sulla fabbrica di bombe RWM Italia è caratterizzato dallo scorso luglio, ovvero da quando il governo italiano ha annunciato attraverso una diretta Facebook del Ministro Di Maio[1]la sospensione per 18 mesi dell’esportazione di bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, dal monologo ininterrotto dei vertici aziendali dell’impresa e delle sue delegazioni sindacali e da qualche sporadico appello di qualche amministratore locale. Non solo sono state praticamente eliminate dal discorso le posizioni critiche riguardo all’azienda, ma si è anche evitato di mettere in evidenza le numerose contraddizioni palesi, le bugie e le omissioni che caratterizzano il discorso prodotto da queste parti incausa.

Attraverso il grimaldello retorico della “difesa del lavoro”, dopo l’annuncio di un numero non ben precisato di esuberi, si è accreditata l’idea falsa di una crisi aziendale, sviando completamente l’attenzione dalla bancarotta morale del sistema industriale di RWM Italia e dai meccanismi di potere opachi su cui si sostiene e si continua ad espandere nel territorio.

In questo documento vogliamo mettere in fila alcuni fatti completamente trascurati nell’attuale narrazione pubblica del caso RWM Italia, per cercare di riequilibrare tale narrazione, completamente distorta in quanto fabbricata a proprio uso e consumo dall’azienda stessa e replicata in maniera acritica dai giornali sardi.

 

a)  La questione del lavoro:

  • i 200, 160 lavoratori in esubero annunciati questa estate sono già scesi a 130 (e giunge notizia che 20 saranno riassunti a breve);
  • la vaghezza del numero non è solo un fatto di propaganda: il lavoro degli esuberi era lavoro interinale, con contratti a termine, dunque lavoro precario e privo di prospettive certe. Dato il contesto, che impedisce di strutturare un progetto di vita attorno a questo lavoro, è ovvio e auspicabile che molti degli esuberi possano cercarsi un’altra sistemazione, piuttosto che imbarcarsi in una vertenza sindacale senza prospettive in difesa della propriaprecarietà;
  • è grazie alla complicità tra sindacati e azienda, con la contrattazione di II livello, che questa ha potuto abusare della contrattazione a termine e interinale aldilà dei limiti sanciti dal contratto nazionale, garantendosi le mani libere per gliesuberi;
  • Infatti, nel Verbale di accordo sulla contrattazione di II livello stipulato tra Parti sociali e RWM Italia il 15 giugno 2012 si può leggere: «con la dismissione delle produzioni rivolte al civile. Le commesse di lavoro non avranno più la caratteristica della omogenea continuità nel tempo, né saranno per larga parte facilmente programmabili. L’attività produttiva sarà dunque caratterizzata da picchi e flessi di lavoro che dovranno essere affrontati e organizzati con adeguati strumenti di flessibilità […]. È necessario dunque adeguare e rendere coerenti alcuni istituti contrattuali regolamentati dal CCNL dei chimici alle nuove e peculiari esigenze produttive del nuovocomplesso mercato di riferimento della RWM ItaliaSpA»[2].
  • così, grazie alla collaborazione delle parti sindacali, RWM Italia nel 2018 faceva marciare i siti produttivi di Ghedi e di Domusnovas-Iglesias con il 59,2% di forza lavoro assuntacon contratti di lavoro somministrato (a termine), percentuale che aumentava notevolmente nel sito sardo. Si consideri che se nel 2017 RWM Italia si serviva per il 56,2% di lavoro somministrato, in Sardegna su un totale di 281 lavoratori, ben 190 erano somministrati;
  • se si prende in considerazione la suddivisione della forza lavoro tra i siti di Ghedi e quelli sardi, così come riportato nel bilancio presentato dall’impresa per il 2018, emerge che nei primi è concentrata la maggior percentuale di occupati in posizioni impiegatizie, mentre in Sardegna prevalgono le posizioni da operaio. Inoltre, si rileva il fatto che l’impresa si rifornisce di lavoro somministrato in relazione alle mansioni maggiormente dequalificate. L’impresa conta tra i suoi dipendenti diretti una quota pari al 27% assunti come impiegati e solo un 14% come operai. Si palesa in questo modo una maggiore precarizzazione e insicurezza delle condizioni economiche verso i lavoratoricon minore capacità contrattuale.
  • essendo tutti interinali e a termine, i 130 esuberi non hanno diritto ad alcun ammortizzatore sociale aldilà della disoccupazione; i sindacalisti di RWM Italia stanno spingendo questi lavoratori a intraprendere una vertenza senza speranza, con l’unico scopo di nascondere le responsabilità proprie e dell’azienda negli esuberi e veicolare attraverso i media la falsa notizia di una crisi aziendale inesistente;
  • RWM Italia ha registrato un utile di 16,975 milioni nell’ultimo anno contabile e ha raggiunto un patrimonio netto di 71,122 milioni di euro: spenderne due per pagare gli stipendi a tutti gli esuberi lungo i 18 mesi di sospensione delle forniture ai sauditi non sarebbe certo un problema. Ne stanno spendendo molti di più per allargare le linee produttive, è una semplice questione di priorità. Le RSU della fabbrica stanno bussando alla porta sbagliata, è il modello di sfruttamento della manodopera precaria utilizzato da RWM che dovrebberoattaccare;
  • il lavoro interinale e precario riguarda molta più gente dei lavoratori RWM Italia, qualsiasi diritto riconosciuto a loro dovrebbe essere riconosciuto a chiunque altro, per esempio alle migliaia di stagionali che sono rientrati a casa dopo il lavoro estivo. Ma i sindacati della fabbrica sono i primi ad avere accettato la disciplina sulla contrattazione a termine, per cui la loro posizione è meramente strumentale;

 

b)  La crisi presunta e l’espansione reale

RWM Italia non è in crisi: la produzione procede regolarmente, la sospensione per 18 mesi di parte delle commesse all’Arabia Saudita è un incidente di percorso assolutamente previsto e tollerabileperl’azienda,laqualesiriforniscedilavorousaegettainrelazioneallavariazionedeiflussi produttivi, cosicché alla loro diminuzione possa scaricare i lavoratori, considerati alla stregua di una zavorra;

  • la sospensione delle licenze di esportazione, giunta tra giugno e luglio, come si evince dalla Relazione sulla gestione al bilancio chiuso al 31/12/2015, era una concreta possibilità ventilata e temuta dall’azienda da anni: per questo essa ha da tempo diversificato i propri clienti, rivolgendosi in maniera molto più sostenuta al mercato europeo, in particolare aggiudicandosi grosse commesse a favore dell’esercito francese e verso il RegnoUnito.
  • RWM Italia, oltre ad aumentare il proprio pacchetto clienti, ha provveduto ad ampliare la propria gamma di prodotti, cosicché ad oggi, oltre alle mine marine e alle bombe d’aereo, produce ed esporta munizioni da artiglieria di vario calibro. Nel 2018, si segnala così una commessa di esportazione per questi prodotti pari a 230.854.523 €[3]verso un ignoto paese destinatario. Commessa che, è bene ricordarlo, anche qualora fosse indirizzata ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non verrebbe bloccata dalla sospensione delle licenze votata dal Parlamento a giugno, poiché questa non riguarda le munizioni daartiglieria;
  • RWM Italia nel 2018 ha effettuato investimenti pari a 12.218.323 €: questi, oltre ad essere indirizzati alla sostituzione dei macchinari usurati, sono serviti ad implementare ulteriormente le linee produttive sia di Ghedi che, specialmente, di Domusnovas. Annunciavano «per l’anno 2019 ulteriori ingenti investimenti per portare a termine gli investimenti in corso nel 2018 e per aumentare la capacità produttiva ad un livello utile per poter far fronte alle necessità produttive derivanti dagli ordini in portafoglio e a quelli di futuraacquisizione»[4];
  • inoltre, proseguono i lavori di espansione delle linee produttive, a seguito delle decine di domande presentate agli uffici SUAP del comune di Iglesias e dei comuni limitrofi (per esempio Musei) negli ultimi anni. La presentazione di progetti non si è fermata dopo la parziale sospensione delle esportazioni all’Arabia Saudita, l’ultima domanda risale al 22 ottobre;
  • l’azienda ha avviato i cantieri degli interventi che consentirebbero la triplicazione della produzione, oltre ad avere avviato la costruzione di un campo prove per la sperimentazione e il test di nuovi esplosivi: altro chechiusura;
  • l’attività di espansione di RWM Italia si svolge in maniera opaca, con la complicità delle istituzioni nazionali e di quelle locali. Queste ultime hanno garantito una corsia preferenziale a tutti gli interventi proposti dall’azienda, e rinunciano ad operare le funzioni di controllo che spettano ad un impianto come quello in questione, nel quale si maneggiano sostanze chimiche tossiche e si producono esplosivi, e perciò sarebbe soggetto alla normativa per il rischio di incidente rilevante;
  • per le modalità spezzettate di presentazione dei progetti, nonostante l’ampiezza e la natura degli interventi di espansione proposti, si è completamente evitato una Valutazione di Impatto Ambientale;
  • la contiguità con le istituzioni è garantita da un solido sistema di porte girevoli: alcuni interlocutori istituzionali locali, responsabili di parti del processo autorizzativo, sono divenuti nel tempo dipendenti dell’impresa. Come rilevato da inchieste giornalistiche nazionali, ad esempioquella andata in onda a maggio nel programma di La7 «Piazzapulita»[5], questo è accaduto per diversi amministratori delcomune di Domusnovas, così come per il responsabile dell’ufficio Emissioni in atmosfera della provincia del Sud Sardegna che dal 2018 è diventato dipendente di RWM nell’importante ruolo di “Environment Protection Manager”;
  • l’opacità del processo autorizzativo ha condotto il Comitato per la riconversione, Italia Nostra, Legambiente, e altre associazioni, a intraprendere una serie di ricorsi al TAR, il primo dei quali andrà a sentenza il 22 gennaio 2020. Sono anche stati depositati diversi esposti in procura contro gli abusi prodotti dall’amministrazione edall’azienda;
  • il processo di raccolta dei documenti e delle informazioni necessarie a conoscere la situazione, e dunque predisporre i ricorsi, una volta venuti a conoscenza delle opacità dei procedimenti, è stato segnato dal costante ostruzionismo praticato dagli uffici pubblicidedicati;
  • un esempio grave di questo comportamento, in totale spregio delle norme sull’amministrazione trasparente, è la pubblicazione sull’albo pretorio del comune di Iglesias del provvedimento di autorizzazione all’inizio dei lavori sul campo prove 140 della RWM Italia, nel luglio di quest’anno, che per impedire al Comitato e alle associazioni la predisposizione di un ulteriore ricorso al TAR è stata operata rendendo sostanzialmente irriconoscibile ildocumento;
  • il piano di sicurezza dell’impianto non è aggiornato, nonostante le disposizioni di legge, e le modifiche alla produzione e agli impianti avvenute dal 2012, anno di presentazione del piano. Ciò comporta un serio problema di sicurezza per i lavoratori e gli abitanti del circondario, considerando che da allora è cambiato il tipo di produzione (da civile a bellica), e soprattutto il volume della produzione, e che l’azienda continua ad espandersi, e a Iglesias possiede depositi di liquidi infiammabili ben aldilà dei perimetri di sicurezza previsti per i luoghiabitati.

 

c)   La questione dello Yemen

  • si è ripetuto a sfinimento che la sospensione della vendita ai sauditi non fermerà la guerra. Si è invece dimenticato di dire che la sospensione non riguarda certo la sola RWM Italia, ma è parte di un movimento internazionale che coinvolge tutti i principali paesi europei, Regno Unito incluso. Negli Stati Uniti, solo il veto di Trump ha evitato una decisione analoga a quella presa dal governo italiano. I sauditi sono già in difficoltà, e l’obiettivo, parte di un movimento internazionale amplissimo che va ben aldilà della Sardegna, è realisticamente raggiungibile. Molto più realisticamente raggiungibile delle richieste al governo italiano di ammortizzatori straordinari per degli interinali cui è scaduto il contratto a termine;
  • va ricordato, d’altronde, che la sospensione non nasce tanto da motivi umanitari, quanto dal rischio concreto che i governi dei paesi fornitori di armi si ritrovino chiamati in causa come corresponsabili dei crimini di guerra attuati dagli eserciti della coalizione a guida saudita ed emiratina. Il rapporto del Concilio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite del 3 settembre 2019, al punto 92, esplicita chiaramente questo fatto;
  • un episodio di crimine di guerra attuato attraverso una bomba prodotta dalla RWM Italia di Domusnovas è già dimostrato: alle 3 del mattino dell’8 ottobre 2016, nel villaggio di Deir Al- Hajari, un uomo, una donna incinta e quattro bambini sono stati uccisi da una bomba MK-80, la quale viene prodotta dalla RWM Italia a Domusnovas. Sul posto sono stati trovati resti di un anello di sospensione, componente necessario per il carico dell’ordigno sull’aereo, con il codice di RWM Italia stampigliatosopra[6].
  • RWM Italia produce e vende armi da guerra. Armi che si usano per uccidere indiscriminatamente lepersone, perché questa è la natura della guerra, e non certo solo in Yemen, o solo per mano dei sauditi. Il lavoro che si svolge nella RWM Italia non è un lavoro qualunque, è un lavoro che si regge sulla morte degli uomini e la distruzione dei territori. Pretendere da un’azienda del genere qualsiasi sensibilità verso le persone o il territorio è pura follia. RWM Italia farà sempre e comunque solo i comodi dei propri azionisti, e se ne andrà dalla Sardegna quando (è questione di tempo) troverà un posto da cui è più facile estrarreprofitti.
  • La Sardegna è piena di aziende in crisi, di disoccupati, sottoccupati, precari, in settori che possono rappresentare una reale utilità sociale, contribuire realmente al benessere collettivo della Sardegna e del Mediterraneo. Eppure pochi hanno ricevuto anche solo un decimo dell’attenzione ricevuta da chi per lavoro produce bombe. Pretendere di sostenere RWM Italia con soldi pubblici, affidandole commesse destinate “alle forze armate nazionali”, come fanno alcuni parlamentari, in risposta ad una crisi aziendale inesistente, è uno schiaffo a tutte le situazioni di bisogno reale, come quelle della sanità, e a tutti i progetti di sviluppo sostenibile e durevole che si tenta di creare in Sardegna, spesso scontrandosi con la sordità e l’ostruzionismo di quelle stesse istituzioni così servili, invece, verso la fabbrica RWM Pretendere di drenare ulteriori risorse economiche pubbliche a favore di una fabbrica che fa parte di un gruppo multinazionale degli armamenti, in una condizione in cui lo Stato italiano, secondo quanto rilevano gli studi Mil€x[7], impegna nella spesa militare all’incirca 25 miliardi di euro annui, è oltremodooltraggioso;
  • con la scusa di rappresentare il lavoro, le RSU dell’azienda si arrogano addirittura una superiorità morale verso chi contesta la fabbrica RWM Ma è il sindacato stesso, per esempio la CGIL nazionale, ad avere preso ferma posizione contro questa produzione di RWM Italia[8], che è intrinsecamente contro il lavoro e i lavoratori, perché fornisce i mezzi per distruggere infrastrutture, fabbriche, case, e uccidere i lavoratori stessi. Sono lavoratori i componenti dei comitati contro la fabbrica delle bombe, sono lavoratori i portuali che a Genova si rifiutano di caricare le bombe saudite. Le RSU della RWM Italia rappresentano l’azienda, al più sé stesse, non il lavoro néi lavoratori.

Assemblea Cittadina Contro RWM

29 Novembre 2019

Cofirmatari

  • Assotziu Consumadoris Sardigna
  • Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica
  • Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica Coord. Sulcis-Iglesiente
  • Residenti Sa Stoia
  • CamineraNoa
  • Assemblea Permanente Villacidro
  • Comitato No Megadiscarica Villacidro
  • Comitato No Megacentrale Guspini
  • USB Sardegna
  • Confederazione Sindacale Sarda
  • Cagliari Social Forum
  • Asce Sardegna
  • PCI Federazione Cagliari
  • PCI Federazione Sulcis-Iglesiente
  • Sardigna Natzione
  • Collettivo Comunista Nuoro
  • Sardegna Pulita – VerdeS
  • DonneAmbiente Sardegna
  • Potere al Popolo Sardegna
  • Partito Comunista Sardegna
  • Rete Kurdistan Sardegna
  • Comitato per la qualità della vita di Sant’Anna, IsBangius e Masongi
  • Rete Livornese contro la nuova normalità della guerra
  • Liberu
  • Autodeterminatzione
  • COBAS Cagliari
  • COBAS Sardegna
  • RUAS –Rete Unitaria Antifascista Sulcis-Iglesiente
  • A Foras -Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna
  • Rete contro la guerra e il militarismo-Napoli

 

Adesioni individuali

  • Paolo Murgia,
  • Giampaolo Muntoni,
  • Bruno Flavio Martingano,
  • Francesco Nieddu,
  • Marco Palomba,
  • Marco Forte,
  • Giulia Angius,
  • Chiara Angius,
  • Marco Cannas
  • Franca Faita, ex lavoratrice Valsella-Meccanotecnica, RSU Fiom,
  • Myriam Pellegrini Ferri, partigiana decorata per aver partecipato alla Resistenza romana,
  • Viola Secci,
  • Patrizia Pili.

 

Per sottoscrivere pubblicamente il presente documento e /o avere informazioni scrivere all’indirizzo stoprwm@autistici.org

[1]     Luigi DI MAIO, annuncio sospensione esportazioni bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, 11/07/2019, [Facebook post],https://www.facebook.com/watch/?v=459741458141049.Oltre a questo inusuale annuncio, non si registra alcun Atto pubblico ufficiale dell’Esecutivo o degli uffici competenti

[2]     Verbale di accordo Contrattazione di II livello, stipulato tra Parti sociali e RWM Italia il 15 giugno2012.

[3]    Esportazione autorizzata da UAMA ad RWM Italia per esportazione pari a 230.854.523,04 euro per «16.320 NUMERO CARTUCCIA DA 120MM X 570 – ATTIVA; 1.664 NUMERO RH125 SMOKE COLPO DA 155MM – ATTIVA; 2.616 NUMERO SPOLETTA TIPO L0163Q – ATTIVA; 10.630 NUMERO SPOLETTA TIPO L0166Q – ATTIVA; 157.368 NUMERO CARICA MODULARE PER COLPO DA 155MM – ATTIVA; 30.432 NUMERO INIZIATORE DM191A1 – ATTIVA». Cfr. Relazione al Parlamento per le attività del 2018, Doc. LXVII, n. 2, XVIII LEGISLATURA, 2019, vol. 1, p.298.

[4]     RWM Italia, Relazione sulla gestione al bilancio chiuso al 31/12/2018, p.60.

[5]     Corrado FORMIGLI, «Piazzapulita» – La7, puntata del 02/05/2019,https://www.la7.it/piazzapulita/rivedila7/piazzapulita-la-rincorsa-puntata-02052019-03-05-2019-270505.

[6]     Rete Italiana per il Disarmo, Mwatana for Human Rights, European Center for Constitutional and Human Rights,“Le responsabilità europee per i crimini di guerra commessi in Yemen”, Aprile 2018,https://www.disarmo.org/rete/docs/5211.pdf.

[7]     Francesco Vignarca, Spese militari 2019: i primi dati dalla Legge di Bilancio, Mil€x – Osservatorio sulle spese militari italiane,http://www.milex.org/2019/02/17/spese-militari-2019-i-primi-dati-dalla-legge-di-bilancio/.

[8]     Risoluzione approvata al XVIII Congresso CGIL, Per un mondo di pace, senza più armi nucleari, dove ogni donna ed ogni uomo possa avere pieno accesso ai diritti universali, alle libertà ed al lavoro dignitoso, Bari, 23 gennaio 2019

Una nuova segreteria indipendentista

la nuova segreteria di Progetu Repùblica de Sardigna

Pesa Sardigna aveva intervistato qualche tempo fa l’attivista di ProgReS Lucio Porcu in merito alla preparazione del congresso del partito indipendentista previsto per il 15 dicembre, ma non pubblicizzato. 

Di seguito il comunicato del patito che presenta la nuova Segreteria nazionale, tra cui lo stesso Porcu. 

Progetu Repùblica V Cungressu Natzionale – L’Assemblea Natzionale di ProgReS, riunita in Congresso il 15 Dicembre 2019 a Bauladu, ha eletto la nuova Segreteria del Partito ed il nuovo Presidente dell’Assemblea Natzionale. Ricoprirà il ruolo di Segretario Luigi Todde di Samugheo, coadiuvato da Sarah Poddighe Serra (Pozzomamaggiore – Resp. Organizatzione), Simone Silvio Lisci Sannai(Guspini – Resp. Comunicatzione), Piermario Schirru (Quartu SE – Resp. Formatzione) e Lucio Porcu (Sassari – Tesoriere Natzionale). E’ stato inoltre eletto alla Presidenza del Partito Adriano Sollai di Cagliari.

Nel prossimo mese verranno rinnovate tutte le cariche territoriali del Partito e gli eletti andranno a completare il nuovo Esecutivo Natzionale che rimarrà in carica fino al congresso del Dicembre 2020. Gli Attivisti del Partito ringraziano la Segreteria e l’Esecutivo uscenti e augurano buon lavoro ai nuovi eletti nella cariche di Responsabilità Natzionale.

Fintzas a sa Repùblica!

Bonorva e la revisione della toponomastica

Il Soprintendente ai Beni culturali, La regina Margherita, La famiglia Pes di Villamarina

di Francesco Casula

Via Margherita di Savoia a Bonorva (foto Unione Sarda, Tellini)

Il Soprintendente all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro, nell’opporsi alla decisione dell’Amministrazione di Bonorva di voler cancellare il nome di Margherita di Savoia da una delle sue vie principali, per sostituirlo con quello dello studioso ed ex sindaco bonorvese professor Virgilio Tetti, scrive:”Non va trascurato, peraltro, che – fermo restando il giudizio storico sulla famiglia reale italiana – Margherita di Savoia fu tuttavia una figura particolarmente cara alle popolazioni locali, nonché un personaggio che ebbe con la Sardegna particolare legame, dal momento che fu in stretti rapporti di affettuosa amicizia con la nobile famiglia Pes di Villamarina”.

Duncas: 

1. Margherita di Savoia particolarmente cara alle popolazioni locali. C’è da chiedersi: in virtù di quali azioni e comportamenti? Da quali misteriosi archivi ha tratto questo suo giudizio?

La storia ci dice ben altro: fu un personaggio nefasto per la Sardegna (e l’Italia tutta): profondamente reazionaria, fu una nazionalista convinta e sostenne la politica imperialista e coloniale di Francesco Crispi. Come sostenne la repressione delle rivolte popolari, specie quelle avvenute  nei moti di Milano del 1898 (8 e 9 maggio), quando le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris, con i cannoni,  spararono sulla folla inerme uccidendo 80 dimostranti e ferendone più di 400.

Il re Umberto I (suo marito), ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di Savoia ma in seguito lo nominerà senatore!

Ma non basta. Sosterrà le scelte più nefaste e infami del figlio Sciaboletta (alias Vittorio Emanuele III) e fu una convinta sostenitrice del Fascismo.

Per l’esimio soprintendente fu “cara alle popolazioni locali”! 

2. Un altro grande merito della Regina Margherita, sarebbe stato, sempre a parere del Soprintendente, quello di essere stata “in stretti rapporti di affettuosa amicizia con la nobile famiglia Pes di Villamarina”. Capperi! Bel merito! Si tratta di una delle famiglie “nobili” sarde più ascare, più corrive e complici con tutte le politiche di sfruttamento e di repressione dei tiranni sabaudi.

Dei ricchissimi Marchesi di Villamarina, baroni di Quartu e signori dell’Isola Piana, ricordo un famigerato discendente,Giacomo Pes di Villamarina, vissuto fra il 1750 e il 1827. Fu colonello, comandante della Piazza militare di Cagliari, intimo amico di Carlo Felice e capo riconosciuto della reazione ai moti antifeudali e antipiemontesi, che volle reprimere con inaudita e burocratica ferocia.

Può vantarsi qualcuno di essere amico di tali figuri?

TVB Sardegna e strategie di rilancio onnivore

di Daniela Piras

È stato approvato recentemente dalla giunta regionale il programma “TVB Sardegna LavORO”.  Dietro ciò che pare un nome invitante ai buoni sentimenti patriottici si celano gli acronimi Tirocini, Voucher, Bonus agli obiettivi stessi del programma Orientamento, Rafforzamento delle competenze e Occupazione.

Il programma dispone di una dotazione finanziaria di 73,6 milioni di euro, suddivisi nel quadriennio 2019 – 2022.

Favorire l’ingresso (o il reingresso) nel mercato del lavoro, offrire una formazione mirata, specializzare, riqualificare, riconvertire professionalmente e incentivare le imprese affinché assumano giovani e disoccupati.

I corsi proposti sono gratuiti e hanno sede in alcuni punti chiave dell’isola: Elmas, Sanluri, Alghero e Cagliari. Riguardano varie figure: si spazia dal corso di sartoria a quello di giardiniere passando per quello di animatore sociale, di esperto dei sistemi di qualità  e di potatura e innesti, fino ad approdare ai più internazionali corsi di Web Digital Marketing,  Snack Bar  e Wine Taster. I corsi possono essere frequentati da tutti coloro che ne hanno i requisiti e sono distinti principalmente per via della fascia d’età a cui si rivolgono: under 35 e over 35 (anche qui l’inglese è d’obbligo).

Ai tempi d’oggi, e considerando che in Sardegna la situazione economica a memoria di chi scrive non sembra mai essere stata rosea, mettere in atto degli strumenti tesi a favorire l’inserimento lavorativo e l’acquisizione di competenze è, di per sé, d’obbligo.

Ricordiamo che la Sardegna ha il triste primato nella classifica riguardante l’abbandono scolastico in Italia con una percentuale del 37,4% (fonte Il Sole 24 Ore, immagine allegata) e che il vagone “Italia”rappresenta il primo nel treno dei Paesi più ignoranti d’Europa. Sono i dati che emergono dall’annuale classifica IPSOS Mori sull’ignoranza dei popoli: per l’autorevole classifica l’Italia risulta essere la dodicesima al mondo e la prima in Europa (L’IPSOS Mori è un’importante azienda inglese di analisi e ricerca di mercato, N.d.R.).

Nel programma TVB però, sembra mancare qualcosa. A vedere bene manca la Sardegna. I corsi proposti appaiono neutri, interscambiabili e adattabili a qualsiasi regione italiana. Giardinieri, baristi ed esperti di vini, esperti di sistemi di qualità e web marketing… Manca qualcosa che sia focalizzato sulla Sardegna, che abbia un occhio di riguardo per quelle che sono, oggettivamente, le nostre fonti di ricchezza.

In un momento in cui le maestranze artigianali si perdono e finiscono relegate nell’angolino del Folklore e delle “specialità”, in primis quelle legate al mondo dell’artigianato, dove ci troviamo a leggere dell’eroismo e del coraggio di chi si cimenta in particolari settori tradizionali, dove chi ha acquisito delle competenze in determinati procedimenti, ad esempio Chiara Vigo nella lavorazione del bisso, diviene un’icona quasi fiabesca, abbiamo davvero bisogno soltanto di esperti di web marketing? Abbiamo bisogno soltanto di saper preparare cocktail e finger food?

Sarebbe stato interessante trovare, tra i corsi proposti, anche quello per imparare l’arte della tessitura, quello per imparare le tecniche di lavorazione della ceramica artistica o per acquisire la manualità necessaria a realizzare i pani e i dolci sardi; per apprendere l’arte di chi sa intagliare il legno e disegnare le magnifiche cassapanche e madie che troviamo esposte nelle case storiche visitabili nell’ambito delle varie “Cortes Apertas”.

Non dovremmo essere stanchi di sentire parole come “unico”, “tipico”, “antico”, “tradizionale”? A volte sembra che la Sardegna sia una terra ai margini di un arcipelago mondiale in cui sta per sprofondare, tenuta a galla soltanto da tradizione e folklore ed invece la Sardegna esiste ogni giorno, non solo negli appuntamenti delle Cortes o nelle cerimonie liturgiche, e ogni giorno esistono anche i sardi che magari in questa terra vorrebbero restare, e non a fare esclusivamente i web master o i barman.

 

 

 

 

 

 

A Bonorva comandano i Savoia? Parla il sindaco Massimo D’Agostino

L’Amministrazione Comunale di Bonorva intende presentare formale ricorso gerarchico nei confronti della decisione assunta dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro che ha bocciato la proposta del Comune di Bonorva di mutare la denominazione di via Regina Margherita in via Professor Virgilio Tetti.
L’Amministrazione porterà all’attenzione dello staff del Ministro ai Beni Culturali le proprie argomentazioni rispetto ad un diniego i cui contenuti sono – secondo l’amministrazione –  “anomali e meritevoli della nostra protesta”.

Inoltre l’amministrazione valuterà anche in sede legale l’opportunità di  ricorrere al TAR.

E’ anche in via di costituzione un comitato composto da diversi comuni che presentano le stesse problematiche del comune di Bonorva, in relazione all’abolizione delle vie intitolate ai Savoia. Tra le finalità del comitato anche quello di coinvolgere i parlamentari sardi per la proposta di un disegno di legge che abolisca il parere della Soprintendenza nelle decisioni delle amministrazioni locali di mutare le singole vie.
Abbiamo raggiunto telefonicamente il Sindaco di Bonorva Massimo D’Agostino, per farci raccontare da lui  l’incredibile vicenda dell’intitolazione della via, da dedicare al Professor Tetti, insigne studioso, preside delle Scuole Medie di Bonorva, ricercatore, scrittore, politico, più volte Consigliere e Assessore Provinciale e Sindaco di Bonorva dal 1964 al 1970.

Intervista di Luana Farina

– Signor Sindaco, come nasce questa vicenda?
Durante la primavera scorsa abbiamo presentato alla Prefettura di Sassari, la richiesta di modifica dell’attuale Via Regina Margehrita che sarebbe dovuta diventare Via Professor Virgilio Tetti. Il Comune di Bonorva voleva onorare la memoria attraverso l’intitolazione di una via,  riconducibile al personaggio e significativa. E’ stata allora scelta Via Regina Margehrita, dove si trova la casa in cui il Professor Tetti abitò per diversi anni.
La Prefettura, per poter procedere con la pratica, necessitava però del parere della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio che, a fine estate, boccia la richiesta  con delle motivazioni che noi riteniamo incomprensibili, assurde e anacronistiche.

Nella risposta di diniego scrive il Soprintendente :
“La via è situata nel centro storico di Bonorva, nei pressi della Chiesa Parrocchiale e della Piazza Santa Maria; al capo opposto della piazza, rispetto alla via Regina Margherita, si pone Corso Umberto I, che prosegue poi con Corso Vittorio Emanuele III. E’ evidente che tale rispondenza non è casuale dal momento che Umberto I e Margherita di Savoia regnarono insieme sino al 1900, anno in cui Umberto venne assassinato, e prese il suo posto appunto il figlio Vittorio Emanuele III. La disposizione delle due vie alle estremità opposte della piazza sulla quale si affaccia la Parrocchiale dimostra la chiara volontà di rappresentare, in concreto sul piano urbanistico, i due poteri di riferimento, quello politico Regina Margherita e quello religioso, lo Stato e la Chiesa.”       

  • Quindi, la tesi sarebbe che nell’attribuzione dei nomi delle vie, ci sia stato l’intento di contrapporre potere Religioso al potere Laico?

Per noi questa ricostruzione è inverosimile e in tutti gli atti di archivio che abbiamo consultato nessun riferimento di questo tipo è stato posto nelle scelte delle intitolazioni delle vie. Ma anche se fosse, siccome qualcuno 120 anni ha deciso questa cosa,  deve rimanere immutabile  nei secoli e il Comune di Bonorva non ha diritto di decidere quale sia l’assetto toponomastico, così come hanno fatto e fanno tantissimi comuni in Sardegna?

Se non ci fosse stata questa specifica vicenda legata al Professor Tetti, il Comune si sarebbe posto comunque di attuare una modifica alla toponomastica dedicata ai Savoia . Noi vorremmo proprio abolirli del tutto i Savoia dalle vie di Bonorva e non abbiamo diritto di farlo perché altrimenti alteriamo un presunto ragionamento urbanistico e  “di continuità storica”.  La Soprintendenza continua nelle sue assurde motivazioni:

“Non va trascurato, peraltro, che – fermo restando il giudizio storico sulla famiglia reale italiana – Margherita di Savoia fu tuttavia una figura particolarmente cara alle popolazioni locali, nonché un personaggio che ebbe con la Sardegna particolare legame, dal momento che fu in stretti rapporti di affettuosa amicizia con la nobile famiglia Pes di Villamarina.”

Il Soprintendente quindi, a nostro parere, oltre che interpretare le presunte intenzioni degli amministratori di oltre un secolo fa (secondo noi, infatti, non esiste alcuna correlazione tra la via Regina Margherita , la Chiesa Parrocchiale e le altre vie dedicate ai Savoia) esprime un parere soggettivo, quasi  “politico” sulla figura della Regina, ed esercita quindi non un esercizio di valutazione storica in base ai fatti, ma una serie di considerazioni opinabili sui quali, tuttavia, poggia il fondamento del diniego. Ed è questo che noi contestiamo.
Come Sindaco, ho senz’altro commesso un errore a fidarmi delle rassicurazioni di chi, questa primavera, mi diceva che la pratica fosse a posto e che da lì a qualche giorno sarebbe arrivata l’autorizzazione, più che altro una formalità.
Noi allora abbiamo proceduto alla cerimonia di intitolazione della via, e di questo mi scuso con la Famiglia Tetti.
Da oggi, però, iniziamo, con tutti i bonorvesi, i Sindaci di Comuni che hanno già attuato il cambiamento del nome delle vie dedicate ai Savoia, e chi ci vorrà sostenere, la nostra battaglia perché non vogliamo, come “suggerito” dalla Soprintendenza, dedicare al Professor Tetti e a nessun altro dei nostri illustri cittadini, scrittori, poeti e unomini di cultura, una via periferica di un’anonima zona industriale.
Già subiamo l’onta dello spopolamento, come gran parte dei piccoli Comuni sardi, ci mancherebbe, che per chi resta, non fosse possibile essere attore delle scelte nel proprio Comune.

– Come intendete muovervi?

A giorni avremo un nuovo incontro in Prefettura, supportati dai Sindaci che hanno già fatto la nostra scelta, non so se le nostre ragioni saranno ascoltate, so già che la nostra battaglia sarà molto difficile, ma faremo in modo che la nostra voce,  senz’altro sentita lontano. Noi non ci fermeremo!

Cosa bolle in pentola in casa ProgReS?

Il partito indipendentista ProgReS va verso il congresso che si terrà il prossimo 15 dicembre. Ma quali sono le tesi politiche in discussione? Abbiamo sentito Lucio Porcu, storico attivista indipendentista e fondatore del partito. L’intervista è di Cristiano Sabino.

  • L’indipendentismo governa in Corsica, è protagonista in Catalogna, rialza la testa nel Paese Basco, è al centro del dibattito politico sulla Brexit in Irlanda e in Scozia, risorge in Sicilia. E in Sardegna?

In Sardegna evidentemente non è riuscito a trovare una sua via. Vorrei aggiungere che anche fuori dall’Europa, in tutto il mondo esistono delle frizioni tra centro e periferia che possono sfociare in un indipendentismo organizzato o in movimenti più generici; il processo di globalizzazione, al contrario di quanto alcuni prevedevano, ha alimentato il fenomeno. Mentre fuori dall’Europa abbiamo l’esempio del popolo Kurdo che nonostante si trovi schiacciato tra l’islam radicale e la violenza dei regimi turco e siriano, resiste ed è capace di creare modelli di società avanzati come quello di Kobanê, in tutta Europa, come hai ricordato, assistiamo a un passaggio ad un indipendentismo di livello superiore, più strutturato e che gode di ampi consensi. Ognuno declinato con le sue varianti, come per esempio la Corsica dove una coalizione formata da autonomisti e indipendentisti, che raggruppa all’interno diverse anime, sta governando molto bene. In Sardegna, facendo un paragone con la Corsica, questo processo non si è realizzato e apparentemente si sta allontanando sempre di più la possibilità di un’alleanza tra partiti più o meno autonomisti o che comunque vedono nell’aumento dei poteri un obbiettivo primario. I motivi sono svariati, uno di questi può essere dovuto ad una mancanza di sintesi che ha colpito le formazioni politiche, ma dietro questa mancanza di sintesi c’è sicuramente la difficoltà a emanciparsi politicamente dalle famiglie politiche che hanno governato e governano l’Italia. L’emancipazione dall’Italia tout court è il nostro grande limite. L’egemonia dei partiti italiani e della cultura politica italiana hanno fatto si che nonostante abbiamo e continuiamo ad avere parecchi militanti, non riusciamo a fare sintesi e costruire un percorso comune come per esempio è stato fatto appunto in Corsica. Comunque, scusa se mi sono dilungato, io spero che avvengano due cose perché lo scenario cambi in meglio: la prima è che i ragazzi e le ragazze nate negli anni 90 e duemila si avvicinino al movimento e lo cambino, la seconda è che “i vecchi” si mettano a disposizione senza manie di protagonismo e che ognuno dia il proprio contributo riconoscendo e accettando i limiti che il passato e il presente ci mostrano.

  • Le ultime tre tornate elettorali sono state disastrose. È tutta colpa dei sardi come alcuni dirigenti hanno dichiarato o si poteva agire diversamente?

Ho sentito le giustificazioni più assurde sulle cause delle sconfitte elettorali, la più malsana è proprio quella che da la colpa all’elettore. Scaricare sugli altri i propri fallimenti è gravissimo e denota mancanza di lucidità. Noi abbiamo bisogno di progetti seri e di meno egocentrismo. Sul fatto che si poteva agire diversamente alle elezioni è un qualcosa che andava fatto molto prima, non credo alle coalizioni costruite a ridosso delle tornate elettorali. Vanno fatti dei percorsi comuni e va individuato uno spazio di azione. Bisognerebbe tracciare quel cerchio di cui parlava il compianto Gianfranco Pintore e capire chi ci sta dentro. Personalmente non sarei per l’esclusione dei partiti autonomisti che oggi si alleano con il centro sinistra o con il centro destra, basterebbero dei paletti saldi intorno a cui costruire un programma di governo.

  • ProReS è rimasto fuori dal cartello elettorale Autodeterminatzione e alle ultime elezioni ha sostenuto la coalizione Sardi Liberi con Unidos di Mauro Pili. Siete contrari all’unità indipendentista?

Autodeterminazione non ci ha mai attratto e devo dare atto a Gianluca Collu, il nostro segretario uscente, di aver tenuto la barra dritta sul rapporto con Autodeterminatzione, sia nel rapporto con il suo primo leader, Muroni, sia con quello che è venuto fuori dopo marzo 2018. Progres ha una struttura fortemente democratica, per cui da quello che abbiamo percepito dal di fuori non era lo spazio adatto a noi, inoltre non abbiamo visto niente di innovativo arrivare da quello spazio. L’alleanza Sardi Liberi e la scelta di Mauro Pili come Candidato presidente è nata comunque sotto il segno di una veduta comune su molti temi come la lotta contro le servitù militari, i trasporti, la vertenza entrate. Inoltre la presenza di Angelo Carta per noi è stato un grande arricchimento, Insieme a Mauro Pili due persone molto preparate che ci hanno insegnato molto. Progres ha sempre lavorato per una convergenza, per l’unità, siamo militanti non politicanti di professione, per cui vogliamo raggiungere il risultato per la causa e non per noi stessi. In quella situazione l’assemblea degli attivisti ha scelto questa alleanza e tutti abbiamo lavorato per portarla avanti.

  • A dicembre celebrerete il vostro congresso. Qual è la tesi politica che sosterrai?

Si esatto, il 15 dicembre ci sarà il congresso di ProgReS. Per ora sta emergendo la voglia di unità, l’unione con tutti coloro che si sono allontanati per i motivi più disparati oltre alla volontà di riunione dei movimenti e delle sigle per semplificare lo scenario politico ma senza ingessarlo, come è successo con Autodeterminazione.

Infatti, come abbiamo visto, l’unione fine a se stessa non porta a niente.

Le strade che ci si aprono oggi sono due: la prima, la più scivolosa è quella dell’apertura a tutto quello che può essere affine a noi. Apertura che inesorabilmente porta ad alleanze anche con soggetti che nel mondo indipendentista sono considerati quasi come appestati (molto probabilmente magari a torto ma questa è la realtà).

La seconda invece è la formazione di un partito o movimento nuovo, che raggruppi il meglio, la sintesi di tutto quello che si è elaborato negli ultimi 15 anni ma con una visione politica contemporanea.

Entrambe le vie sono affascinanti. La prima porterebbe l’indipendentismo dentro le istituzioni, con tutto quello che ne consegue sia in termini positivi che negativi. Faccio un esempio, in termini positivi è l’unico bacino che ha elaborato e continua ad elaborare idee nuove, concetti, che non ha paura di guardare alle nuove sfide della modernità. La politica sarda, da Soru in poi, ha preso a piene mani da questo contenitore. D’altro canto entrare nelle istituzioni significa cambiare pelle, con il rischio di non riconoscersi davanti alla specchio dopo pochi anni.

Se invece si volesse scegliere la strada di un partito che dia la sveglia, un po’ stile iRS anni 2000 e con tutti i passi avanti fatti in termini di chiarificazione del rapporto con la sinistra italiana fatti da A Manca, allora potremo trovarci davanti a un qualcosa che potenzialmente è in grado di fornire chiavi interpretative nuove nel rapporto tra la Sardegna e il mondo con scenari molto interessanti. Bisogna parlare al condizionale perché non è cosi scontato che avvenga ciò che è avvenuto in passato.

Altre soluzioni all’orizzonte non ne vedo.

  • Ma intanto qualcosa si muove nonostante i partiti siano fermi..

Certo,fuori dai partiti stanno nascendo delle organizzazioni come ANS, Corona de Logu e A Foras in grado di unire. Speriamo che questo sia di buon auspicio.

  • Se tu dovessi scegliere una delle due ipotesi che hai prospettato sopra, ossia un nuovo partito che detti la linea o uno che si allei con gli autonomisti, cosa sceglieresti?

Realisticamente la prima ipotesi, ossia riunire le forze per un soggetto nuovo in grado di dettare la linea politica e riscoprire il concetto di nazione sarda, oltre a piacermi di più è quella più attuabile. Vedremo cosa dirà l’assemblea o cosa succederà dopo il congresso. Abbiamo intenzione di suscitare il dibattito dal basso e di ascoltare tutti per poter prendere la migliore decisione. Chiaro che invece un’ammucchiata con gli altri partiti dell’area solo perché affini non sarebbe neanche presa in considerazione in virtù degli ultimi fallimenti di chi ha voluto percorrere questa strada.