Tutte le cose da fare per la scuola sarda, per chi ci lavora e chi ci studia.

Nella diretta organizzata da Caminera Noa il 9 maggio e condivisa da Il manifesto sardo, Pesa Sardigna, Donkey Shouts Web Radio e il sito dei Cobas Scuola Sardegna, sono stati affrontati e discussi i nodi più importanti della scuola con particolare riferimento alla scuola sarda. Con la moderazione di Ninni Tedesco, referente del settore scuola di Caminera Noa e insegnante di lungo corso con particolare esperienza nella formazione degli adulti, hanno partecipato Andrea Faedda, fondatore del Coordinamento Precari Autoconvocati e Nicola Giua, portavoce dei Cobas Sardegna. Gli interventi, per oltre un’ora e mezza si sono focalizzati su temi attuali come la Didattica a distanza nei suoi diversi aspetti, o come la questione irrisolta degli storici insegnanti precari, ma anche su altri temi non meno importanti come la drammatica dispersione scolastica, la chiusura dei plessi che va in parallelo alla desertificazione dei piccoli centri, o l’annoso, sempre promesso da ogni giunta e mai realizzato, inserimento di lingua, storia e cultura sarda in ogni ordine di scuola.

Di seguito una sintesi degli interventi seguiti da oltre 400 ascoltatori e costellati di interventi, domande e proposte di collaborazione per unificare le vertenze.

[Ninni, Caminera Noa] La scuola italiana non sta molto bene, ma la scuola sarda sta decisamente peggio. Prendiamo il dato della dispersione. La Sardegna ha la dispersione tra le più alte d’Europa, circa il 33% rispetto alla media italiana del 16%, ne ha parlato perfino la rivista Internazionale in uno speciale. I nostri studenti entrano in un’area grigia e non sappiamo come continuano il loro percorso. Sulla Didattica a distanza, che non può in alcun modo sostituire quella in presenza, abbiamo un problema di digitalizzazione, anche i dati che in nostro possesso trascurano il gap tra aree metropolitane e zone periferiche (circa 7 su 10 famiglie sarde sono insoddisfatte dei collegamenti). Molti studenti non sono dunque raggiungibili, per non parlare delle situazioni di disagio che non vengono intercettate. É stata votata nella scorsa legislatura una bella e sofferta legge regionale, la legge n°22 del 2018 che prevedeva l’istituzione e il riconoscimento della lingua sarda in ogni grado di istruzione e l’inserimento della storia nel curricolo scolastico. Ma essa è rimasta lettera morta, inapplicata in tutti i suoi articoli più significativi. Inoltre circa 5000 docenti sardi rischiano di perdere il posto di lavoro a causa delle modalità di reclutamento in fase di discussione da parte del Parlamento su indicazioni del MIUR. Cosa ne pensate?

[Nicola Giua, Cobas Sardegna] Partiamo dalla famosa didattica a distanza (nota come DAD). Ovviamente c’è stata una emergenza e con essa la necessità di non abbandonare a se stessi i ragazzi alla solitudine e all’isolamento dovuto alla pandemia. All’inizio si è partiti in sordina ma poi la DAD è stata spinta molto. Addirittura ci sono state scuole che hanno organizzato l’orario come se si fosse a scuola. E da più parti si è pensato di istituzionalizzare tutto questo come elemento normale e codificato nella didattica. Inoltre in molti casi c’è stato un eccesso nell’assegnare i compiti a casa, caricando i ragazzi in maniera assolutamente fuori luogo nel contesto di una pandemia. Consideriamo poi il fatto che il Ministero ha inserto un decreto legge dove si rende obbligatorio per i docenti  assicurare la DAD con gli strumenti a disposizione, senza considerare che non è obbligatorio per i docenti avere tali strumenti e senza considerare i problemi di connessione che soprattutto in molte parti della Sardegna esistono e sono significativi. 

[Andrea Faedda, Coordinamento precari autoconvocati Sardi] Molti colleghi per fare DAD hanno dovuto comprare nuovi apparecchi con i propri strumenti. Ma il problema principale è che fare didattica a distanza non è la stessa cosa che farla in presenza. Non sono due piani che si possono compenetrare ed essere intercambiabili. Fra l’altro anche molti ragazzi hanno problemi di mancanza di dispositivi e di connessione. Ci sono anche molti casi di ragazzi che in presenza hanno un alto rendimento e a distanza hanno un basso rendimento. È sbagliata l’imposizione. Fra l’atro il Ministero, all’indomani della chiusura delle scuole, non aveva alcun piano per la didattica a distanza, ma è stato solo grazie al lavoro dei singoli insegnanti che in maniera volontaria si sono attivati per non lasciare soli i ragazzi. Poi lo stesso Ministero ha imposto questa pratica, sfruttando il lavoro volontario e gratuito dei docenti. Siamo davanti ad una situazione paradossale. 

Inoltre molti fra i docenti che stanno facendo grandi sforzi per adeguarsi alla DAD sono precari. Immaginate la frustrazione di chi si sta prodigando anche ben oltre gli obblighi contrattuali e non sa se l’anno prossimo lavorerà. La scuola sarda vive un grande dramma. Attualmente migliaia di docenti non sanno che fine faranno. I media parlano del concorso deciso dal Ministero come se fosse un concorso che accompagnerà gli attuali precari al ruolo e lo chiamano “salva precari”. In realtà si tratta di un “ammazza precari”, perché si tratta di un concorso nozionistico. Ci sono docenti che insegnano da 15 anni e hanno sviluppato competenze molto profonde e che in 80 minuti dovranno giocarsi il posto di lavoro rispondendo a domande a crocette. In Italia stiamo parlando di circa 60mila precari, in Sardegna  di 5mila, un numero vastissimo. Non è possibile selezionare una classe docente con un test a crocette a risposta multipla con una prova “dentro-fuori”. Inoltre sono esclusi i docenti che hanno fatto servizio su sostegno, perché non possono concorrere per la materia su cui sono stati chiamati per sostegno. L’esperienza, le competenze acquisite e la carriera in questi concorsi non vale nulla. Questo è ingiusto e svilente. In Sardegna abbiamo migliaia di docenti che non hanno una corsia preferenziale nemmeno per acquisire le competenze. Per la Sardegna la situazione è ancora più grave, perché ci sono dei meccanismi nella norma del decreto, che prevede lo scavalcamento dei docenti sardi da parte di personale continentale, come nel caso della cosiddetta “call veloce”. Adesso sono stati banditi i nuovi corsi del TFA sostegno per il 2020. In provincia di Messina i posti messi a bandi sono 2000. In tutta la Sardegna sono 320 a fronte di 3000 posti affidati in deroga. Secondo voi cosa succederà fra uno o due anni? I docenti di sostegno arriveranno dalla Sicilia e dalla Calabria. Perché in Sardegna non vengono assegnati i posti che servono? 

[Ninni Tedesco] Sul sostegno i docenti  formati in Sardegna sono una assoluta minoranza rispetto ai posti realmente disponibili. Fra l’altro il lavoro di sostegno è un lavoro molto delicato che richiede esperienze che va valorizzata e così la si accantona disperdendo tutto il patrimonio acquisito che viene trattato come pura manovalanza. Non si può sottovalutare un ruolo così delicato. Inoltre il concetto stesso di “precarietà” non penalizza soltanto i docenti, ma soprattutto gli studenti che non vedono garantito il loro diritto a una continuità didattica.

[Nicola Giua] Lo scorso 14 febbraio abbiamo promosso lo sciopero generale proprio in sostegno alla lotta dei precari sardi. I numeri forniti da Andrea sono paradigmatici. Ogni anno servono in Sardegna 3000 posti su sostegno. Come si può pensare che le due università mettono a bando solo poche centinaia di posti per formazione? È ovvio che così si permette un processo di sostituzione di docenti continentali o siciliani al posto di quelli sardi che in questi anni hanno garantito il lavoro. Non è una questione di razzismo territoriale, ma di giustizia verso i precari che hanno lavorato in tutti questi anni garantendo la sussistenza e il servizio. C’è da dire che la Regione Autonoma è assolutamente latitante sulle necessità della scuola sarda e che l’Ufficio Scolastico Regionale è in effetti una sorta di prefettura ministeriale, o per meglio dire una satrapia del centro ministeriale, e non tiene assolutamente in conto le esigenze della scuola sarda che così rimane priva di rappresentanza. Orribile anche il meccanismo di selezione dei nuovi docenti. Dopo anni di discussione sulla formazione dei docenti  in cui dovevano essere valorizzate le competenze, le abilità e la formazione umanistica anche nei termini della formazione pedagogica e psicologica, oggi si è passati ad una modalità di freddo nozionismo, oltretutto senza neppure accesso ad una batteria di domande a cui attingere. La stessa “cosiddetta” Ministra Azzolina, quando ha fatto il concorso per diventare dirigente, ha studiato su una batteria di 5mila domande. Anche così sarebbe folle perché non si diventa insegnante rispondendo a domande nozionistiche, ma ora pretendono che i docenti siano dei super computers. Inoltre siamo fuori norma. Perché la Corte di giustizia europea aveva già condannato lo Stato italiano sulla questione dei precari e sulla necessità di stabilizzare i precari con 36 mesi di servizio. Una volta acquisita la normativa europea lo Stato italiano ha escluso la scuola con una postilla, che è una follia perché la scuola è il luogo dove esistono più precari nel settore pubblico.  Va aggiunto che non esiste alcun obbligo alla DAD che sarebbe dovuta rimanere un aspetto volontario di vicinanza agli studenti. Molti colleghi hanno una cattiva linea. Inoltre molti studenti sono stati esclusi per mancanza di dispositivi e per condizioni territoriali precarie. Questa misura esclude ancora una volta i più deboli. In più c’è un aspetto antidiseducativo, perché è profondamente diseducativo far usare smartphone e tablet per la didattica. 

[Ninni Tedesco] Vorrei aggiungere che si è proceduto in ordine sparso, con applicazione delle indicazioni ministeriali molto diversificata, vista la latitanza e le mancanze di direttive specifiche della Regione e dell’Ufficio scolastico. Inoltre esistono molti casi dove gli studenti non hanno neanche una stanza propria o magari il computer è in condivisione con tutta la famiglia dove il padre e la madre fanno home working e non possono lasciare lo strumento ai figli. Se si pensa di istituzionalizzare la DAD si andrà a perdere tutto ciò che è didattica in termini di relazione, socializzazione, crescere insieme, sviluppo del pensiero critico. Tutti aspetti insostituibili. Arriviamo alla dispersione per abbandono scolastico, soltanto nella provincia di Nuoro la dispersione arriva alle cifre da capogiro di 42,7%: quasi un ragazzo su due che abbandona la scuola. E non sappiamo dove vanno a finire questi ragazzi. Perché non c’è un piano di formazione professionale in alternativa alla formazione scolastica. L’abbandono è legato alla sofferenza delle zone interne ed è collegata allo spopolamento e quindi alla chiusura dei plessi. Negli ultimi 15 anni i plessi sono passati da 425 a 278 e l’ultimo regalo che ci ha fatto la Regione, approfittando della situazione d’emergenza, è stato il taglio di altre due scuole che sono Bortigiadas e Nughedu s. Nicolò con i sindaci che hanno protestato simbolicamente da soli nelle piazze dei loro paesi.  

[Andrea Faedda] Il problema è che molti precari non hanno avuto la possibilità di abilitarsi perché non si sono avviati corsi abilitanti. Oggi il Ministero prevede l’abilitazione con un quiz a crocette che fra l’altro è un contro senso, perché appunto abilitazione non vuol dire nozionismo ma competenze e capacità. Chiediamo i Pas (percorsi abilitativi speciali), come del resto si è proceduto in passato, ma il Ministero non lo vuole fare. Noi chiediamo a questo punto che lo faccia la Regione Autonoma, chiediamo che la RAS formi i suoi docenti, come del resto avviene in altri contesti ed esperienze che esistono con la provincia autonoma di Trento che ha un proprio ordinamento e regola da se la scuola (i docenti sono dipendenti provinciali, con indennità linguistica). Per la Sardegna noi proponiamo che si arrivi ad una autonomia avanzata di questo tipo, anche sul dimensionamento e sulla formazione dei docenti. Chiediamo che i Pas siano riservati a chi ha fatto servizio in Sardegna o a chi dimostra una certificazione linguistica del sardo o delle altre lingue di minoranza parlate in Sardegna. Sarebbe un criterio non discriminatorio perché chiunque può acquisire la conoscenza linguistica. Questo del resto avviene già a Trento e Bolzano con il tedesco e il ladino. L’aspetto della certificazione linguistica è già normato dalla legge 22/2018 che addirittura istituisce degli enti appositi che rilasciano tale certificazione o che, in sostituzione, lo possa assolvere l’assessorato, previo parere di una commissione di esperti. La RAS dovrebbe recepire la questione della lingua e istituire una corsia preferenziale per i docenti sardi. Ciò avviene per esempio già per medici sardi che vogliono accedere ad una borsa di specializzazione. Non c’è tempo da perdere, perché noi precari dovremmo abilitarci entro l’anno prossimo.   

[Ninni Tedesco] Per quanto riguarda la dispersione non è mai stato svolto alcun serio monitoraggio dei soldi spesi negli anni scorsi, anche quando la Sardegna rientrava nell’obiettivo 1. Nessuna azione può essere finanziata se non si è poi capaci di valutarne la ricaduta e l’efficacia. Serve una legge regionale sulla scuola e non esiste nemmeno un dibattito ufficiale su questo (siamo gli unici in Italia a non averne una compatibile con i nostri margini di autonomia). La legge 22 rimane lettera morta anche nei sui aspetti progressivi.  Dobbiamo applicare tutte le norme che tutelano la nostra lingua e che tutelandola potrebbero anche creare nuovi posti di lavoro, basti pensare che la CGIL calcolava circa 6000 cattedre.

[Nicola Giua] Bisogna ripartire dalla legge 22 per inserire la lingua, la storia e la cultura della Sardegna facendole diventare curricolo. Non si può continuare con i progettini volontari. Come CESP Sardegna abbiamo fatto diversi seminari validi come formazione sulla “maestra muta” e sulla necessità di inserire la conoscenza della cultura e della storia sarda con un grande riscontro di docenti. Esistono anche esperienze come il collettivo di docenti “La storia sarda nella scuola italiana” che rappresenta un enorme bagaglio da cui attingere. Concordo sul fatto che la RAS si batta per fare i PAS capace di valorizzare l’esperienza acquisita sul campo. C’è anche il problema dei diplomati magistrali. Chi si è diplomato entro il 2001 era abilitato con il diploma. Negli anni successivi è stata modificata la norma inserendo l’obbligo del titolo universitario e si è creato un periodo ponte dove tutti quelli non in possesso della laurea non potevano  insegnare, anche se nel frattempo queste persone hanno insegnato e sostenuto la scuola sarda e italiana. Anche questa situazione grida vendetta. Un’altra battaglia è quella contro il proiettificio “Iscola” che fra l’altro negli ultimi anni è peggiorato perché completamente calato dall’alto. Non solo si deve seguire le linee stabilite e tipologie di attività dalla Ragione, ma addirittura dicono chi le deve svolgere. Sono soldi buttati. Intanto non esiste alcuna democrazia nell’uso di questi fondi. Alcune scuole hanno dedicato alcune figure a fare a tempo pieno solo con progetti Iscola, sottraendo tempo alla didattica e agli studenti. La nostra proposta è che quei soldi la RAS dovrebbe darli alle scuole. In alcune scuole mancano le cose fondamentali e noi buttiamo soldi con Iscola che fra l’altro è finalizzata alla lotta alla dispersione scolastica e non si ha nessun riscontro. Ma la battaglia più grande è quella contro il dimensionamento scolastico. Le scelte che sono state fatte negli ultimi 20 anni sono state fallimentari, oggi abbiamo una dispersione molto maggiore rispetto a vent’anni fa. Qualcuno dovrà dire “abbiamo sbagliato”. Hanno chiuso centinaia di plessi, la linea della razionalizzazione per ridurre la spesa produce danni incalcolabili. In questi ultimi anni i sindaci e la RAS hanno applicato pedissequamente i dati del ministero senza sollevare alcuna obiezione. Si doveva e poteva studiare delle deroghe per le nostre caratteristiche territoriali, di densità abitativa (tra le minori d’Europa), dei trasporti e del fatto di essere minoranza linguistica. Ma ha sempre prevalso la logica centralista e subalterna che ha trattato la scuola sarda come scuola di una qualunque regione del nord.  

[Ninni Tedesco] Sono stati sollevate molte altre questioni rispetto a quelle inizialmente sollecitate, segno che la scuola sarda versa in condizioni pessime, se non fosse per le singole iniziative di “volontariato” non riconosciuto. Pensiamo ad esempio ai trasporti e alla loro incidenza sul disagio dei moltissimi studenti pendolari. Pensiamo ai poteri dei dirigenti che spesso abusano del loro ruolo premiando in realtà non chi lavora ma chi usa la scuola come “progettificio” a scapito della didattica.  Pensiamo anche al dramma sociale ed economico e alla forte disoccupazione ed emigrazione, che non contribuiscono a sostenere le motivazioni di studenti e studentesse riguardo al loro futuro. Nessuna Giunta sarda è mai riuscita ad aprire un serio e aperto dibattito sulla realtà scolastica sarda e ad approvare una legge, neppure in relazione alle indicazioni della 482/99 sui vantaggi che porta essere minoranza linguistica. Le poche iniziative in merito non sono mai state rifinanziate (quest’anno 100 insegnanti di lingua sarda sono rimasti a casa). Capitalizzando il dibattito in corso, come possiamo muoverci per far valere tutte le battaglie di cui abbiamo parlato?

[Andrea Faedda] Abbiamo avanzato l’idea del PAS a tutti i gruppi regionali, di maggioranza ed opposizione. Stiamo cercando di far capire alla classe politica regionale che non è solo una questione economica (pur importante, perché stiamo parlando di 5000 buste paga che implicherebbe un dramma sociale ed economico gravissimo), ma anche e soprattutto una questione di didattica legata al territorio. Si parla infatti di docenti che hanno lavorato con il territorio, di una scuola capace di mettersi in sinergia con il territorio e con la cultura del luogo. Non è una questione ideologica, se non diamo valore a noi stessi, la nostra cultura, il nostro territorio, noi non saremo capace di dare valore a noi stessi e gli altri non daranno valore a noi. Si parte dal luogo, dalla propria cultura, dalla valorizzazione di noi stessi per potersi aprire al mondo e interagire con esso. Tutte queste considerazioni ovviamente vengono cancellate nella logica centralista e nozionistica della ministra Azzolina. Avevamo già un appuntamento fissato con la commissione cultura della RAS, ma abbiamo in agenda questo incontro e stiamo cercando di far passare questo messaggio e sembra che qualcosa si stia muovendo. Una legge regionale per la scuola sarda tutelerebbe tutti, docenti e studenti. Dobbiamo essere da stimolo per la creazione di una volontà politica che raggiunga questi obiettivi. 

[Nicola Giua] Nelle province autonome di Trento e Bolzano hanno spinto al massimo i loro poteri autonomistici. In Sardegna non si è mai fatto nulla per ottenere nulla. Centro destra o centro sinistra sono sempre andati a Roma con il cappello in mano. Dobbiamo pretendere deroghe sul dimensionamento, è assurdo che in Sardegna i parametri per avere un istituto autonomo debbano raggiungere il numero di 600 studenti. Con questi numeri ci sono istituti scolastici spalmati su 20 o 30 paesi dove i dirigenti non sanno neanche dove sono ubicate le scuole. La RAS deve modificare il parametro. Proponiamo che si faccia almeno la media, perché chiudono istituti con 595 alunni e a Cagliari ci sono altri istituti con 1500 alunni. Almeno ragioniamo sulla media regionale, così staremo sopra i 600 alunni per istituto. La Sardegna è un’isola e abbiamo la densità abitativa più bassa d’Europa, se escludiamo le zone ghiacciate del nord Europa. Dobbiamo fare in modo che tutti i soldi disponibili vengano dati per i pendolari. Ci sono istituti che hanno il 90% di pendolari. Vogliamo mettere i soldi nelle mense, per i presalari, aprire dei convitti? Queste sono le proposte importanti. Va detto che in questa situazione di emergenza non esiste alcun piano per la riapertura. Come li riportiamo i ragazzi a scuola, con trasporti da terzo mondo come li portavamo prima? Per non parlare della cosiddetta task force del Ministero per riaprire la scuola a settembre, dove su 18 componenti solo una è una docente. Vogliono approfittare di questa situazione per rendere la didattica virtuale e in remoto. Tutto questo è davvero squallido. 

Caminera Noa propone, in chiusura, una lotta congiunta di tutte le forze che hanno partecipato al dibattito e aperta a chiunque voglia fare di questa emergenza un’occasione per rilanciare interventi specifici e mirati per la scuola sarda e tutte le sue criticità. Se non si riparte da questo, dall’istruzione e dalla cultura, non ci può essere né ripresa economica né riscatto sociale. Troviamo perciò il modo di organizzare il dissenso e manifestare in modo chiaro e visibile le nostre richieste. Anche in tempi di emergenza. 

La scuola riguarda tutti.