La bufala della crisi della RWM

Rilanciamo il comunicato degli attivisti contro la RWM ripreso dalla pagina facebook Campagna Stop Bombe RWM, in cui si mettono in fila alcuni dati, a partire dal fatturato – in aumento nell’ultimo anno – dichiarato dall’azienda nell’ultimo bilancio, che smentiscono in modo evidente la “crisi” di cui hanno parlato diffusamente le principali testate sarde negli ultimi giorni.

RWM mente! Nessuna crisi, secondo l’ultimo bilancio i fatturati sono aumentati nell’ultimo anno nonostante il blocco dell’export.
Apprendiamo dalla stampa che la RWM ancora una volta si dichiara in crisi, nonostante non si siano mai fermate le richieste e i lavori di ampliamento, e anche i bilanci aziendali raccontino una realtà ben diversa.
Già lo scorso anno gli attivisti avevano denunciato la falsa narrazione di un’azienda che da una parte proclamava la crisi, dall’altra si ampliava esponenzialmente nel territorio (si legga: https://www.manifestosardo.org/rwm-senza-controllo-la-falsa-crisi-di-unazienda-in-piena-espansione/)
Alle considerazioni fatte nel dicembre 2019 si aggiungono nuovi elementi che smentiscono la prospettiva di una quanto mai improbabile chiusura, a partire da un dato inequivocabile: secondo l’ultimo bilancio dell’azienda, il fatturato della RWM è cresciuto nonostante il blocco (come si può leggere dalla tabella  nel gruppo social della Campagna Stop Bombe RWM) da oltre 102 milioni di euro nel 2018 a oltre 114 nel 2019.
Questa presunta crisi assume gli aspetti della farsa se si pensa che la scorsa estate (precisamente il 6 agosto 2019, così come emerge dalle visure camerali), proprio mentre si sbandierava la disastrosa “crisi” dovuta al blocco delle esportazioni di bombe e missili verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi, RWM Italia acquistava un ramo della Officine Meccaniche Galli Srl: una società in liquidazione, con dei bilanci in perdita nell’ordine dei milioni di euro, con sede a Roma e con uno stabilimento ad Albano Laziale – palesando ulteriormente il fatto di essere ben lontana dalla crisi, dato che contestualmente acquisiva nuove imprese.
Siamo ancora una volta davanti ad un’azienda che, in un territorio subalterno come quello sardo, sfrutta la popolazione locale per operare pressioni politiche sulle istituzioni.
Un processo tutto a profitto degli azionisti multinazionali che investono i loro capitali nelle industrie belliche: da una parte, lauti dividendi, da un’altra, ricatto occupazionale, da un’altra ancora, la guerra che devasta i popoli.

Michelangelo Pira e l’Identità negata.

Di Francesco Casula

Oggi su Telecostasmeralda (ore 20.30) alla fine della trasmissione Logos de Logu a cura di Enrico Putzolu parlerò – sempre rigorosamente in lingua sarda – del grande antropologo e intellettuale sardo-bittese Michelangelo Pira (Mialinu de Crapinu) e del suo capolavoro “La Rivolta dell’oggetto”. Ecco in sintesi il suo significato.

Il primo giorno di scuola, in prima elementare, dal maestro “un bambino si sentì dire che il suo nome e il suo cognome non erano quelli che credeva di sapere fin dalla nascita e con i quali fino a quel momento era stato «chiamato» da tutti”.
Quel bambino, – che poi è lo scrittore stesso – che per tutti era sempre stato fino ad allora, Mialinu de Crapinu: per la famiglia come per la comunità ma soprattutto per se stesso; a scuola, nella scuola “ufficiale”, dello Stato, si sente nominare Pira Michelangelo.
Di qui la sua identità culturale e linguistica lacerata e mutilata. Scissa e fessurata.
Materia per i labirintici scritti pirandelliani?
O per la poesia di Rimbaud, “Je est un autre”?
No, oltre, addia. Qualcosa di più grave e drammatico.
L’Identità di Mialinu de Crapinu è stata semplicemente azzerata. Nullificata. Repressa.
Ad iniziare dalla sua identità linguistica.
Una costante nella storia sarda, la proibizione e repressione del sardo: a suon di bacchettate nella scuola.
E a suon di bocciature. Ricordo che una trentina di anni fa, in San Pantaleo (una frazione di Olbia) due bambini (prima e terza elementare) furono bocciati perché “il loro lessico era influenzato dal dialetto”(motivazione testuale riportata nelle pagelle).
Una “proibizione” e “criminalizzazione” che viene da lontano.
Carlo Baudi di Vesme nell’opera “Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna”, commissionata dal re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione!
Ovvero la lingua sarda da estirpare in quanto espressione di inciviltà da superare e trascendere con la lingua italiana!
Mialinu de Crapinu, da tutti così chiamato, riconosciuto e istituito come soggetto – scrive Pira – si sente trattare dal maestro dello Stato come alunno oggetto. Reificato. Fatto cosa.
“Faticò non poco – scrive ancora Pira – a riconoscersi e a restituirsi come soggetto”.
I sardi continuano a faticare.
Ma per “restituirsi” come soggetti da oggetti che sono, devono “rivoltarsi”. Ribellarsi.
Operando un radicale “rovesciamento”.
La rivolta dell’oggetto, appunto.

C’è chi manifesta per la sanità pubblica contro se stesso

di Carlo Mura

Il 15 Luglio 2020 presso l’ospedale “Giovanni Paolo II” di Olbia c’è stata una manifestazione di solidarietà promossa e organizzata, si legge nel comunicato che è stato diffuso il giorno prima (sui social) e il giorno stesso su alcune testate giornalistiche, da un movimento spontaneo non politico e non sindacale di dipendenti ospedalieri e dalle associazioni di pazienti.

Il giorno prima (13/07) il Sindaco di Olbia Settimo Nizzi, in un consiglio comunale convocato per discutere dell’emergenza sanitaria, ha dichiarato quanto segue “dobbiamo stare tutti insieme, dobbiamo essere uniti nei fatti. Non dobbiamo farci la guerra. Tutto il territorio deve rimanere unito. Non dobbiamo dividerci le risorse tra di noi ma noi tutti abbiamo bisogno di più risorse e non di dividercele”. Nella stessa occasione il primo cittadino di Olbia ha annunciato un presidio permanente di fronte all’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia.

Torniamo alla manifestazione del 15 (nella modalità del flash mob) tenutasi di fronte all’ospedale e di fronte al Consiglio Comunale (presente il vicesindaco Michele Fiori, il presidente del consiglio comunale Giampiero Mura, Mariantonietta Cossu ed altri).

Nel comunicato  degli appartenenti al movimento si leggeva che ci si dava appuntamento di fronte ai “tre presidi ospedalieri galluresi per dare un segnale alla Regione sul continuo impoverimento di risorse umane nella Assl Olbia”.

Il tempismo dell’organizzazione, in meno di 24 ore, del flash mob di fronte ai presidi e dunque anche all’amministrazione Comunale di fronte all’ospedale di Olbia, è stato sorprendente.

Molti medici, personale ospedaliero e cittadini non erano a conoscenza di chi avesse organizzato la manifestazione ma vi hanno partecipato per protestare contro i tagli alla sanità pubblica a favore di quella privata (vedasi ad esempio il Mater Olbia), che ha portato: alla carenza di personale e al conseguente blocco delle sale operatorie; al fatto che venga chiesto ai pochi medici presenti ad Olbia (che già fanno turni massacranti spesso con carenza di materiale indispensabile) di coprire le carenze di personale in altri centri ospedalieri della Gallura (Tempio e La Maddalena); alla chiusura di ambulatori per carenza di personale (es. pediatri).

Una volta cominciato il presidio si è compreso che, sebbene il comunicato fosse vago sul punto, era stato Pietro Spano (ex consigliere PD, presidente dell’Associazione Diabete Gallura e dirigente della Rete Sarda Diabete) a guidare e condurre il flash mob.

La cosa che in tanti non hanno certo gradito (pazienti, personale medico e cittadini presenti per difendere il diritto ad una salute pubblica), è stato il fatto che non si è attribuita le responsabilità per la situazione in cui ci si trova alla classe politica (al di là del colore) che in questi anni ha continuato a foraggiare la sanità privata con finanziamenti pubblici, depotenziare centri ospedalieri di eccellenza e boicottare (o manifestare cecità) nei confronti di cittadini e movimenti che da anni si battono per il diritto ad una salute pubblica per tutti.

Anche a Tempio c’è stato un presidio e a La Maddalena in molti non sapevano da chi fosse stato organizzato. La distanza degli organizzatori di questo flash mob dagli stessi operatori medico sanitari era dunque palese.

Solinas ha le sue enormi responsabilità, ma la politica messa in atto dalla precedente amministrazione (PD), e dall’attuale (FI) ad esempio ad Olbia, sono sempre state di assoluta cecità nei confronti della drammatica situazione degli ospedali del personale medico che ora è allo stremo.

La speranza è che in questa situazione gli operatori ospedalieri (pazienti e cittadini) vedano oltre il “colpevole” individuato da politici in campagna elettorale (Presidente Regionale Solinas), ma si chiedano chi li ha nei fatti difesi e appoggiati in questi anni, scendendo in piazza anche per loro e per difendere  il diritto ad una sanità Pubblica e gratuita per tutti.

Podemos sparisce in Galizia e crolla nella Comunità Basca. Cresce l’indipendentismo

di Marco Santopadre
Regionali: Podemos sparisce in Galizia e crolla nella Comunità Basca
Il dato che unifica i risultati delle elezioni regionali tenutesi due giorni fa in due comunità autonome del Regno di Spagna – la Galizia e la Comunità Autonoma Basca – è sicuramente il pessimo risultato della coalizione tra Podemos, Izquierda Unida e alcune sigle locali.
L’esperienza di governo avviata a livello statale da Iglesias con il Psoe di Pedro Sanchez non solo ha causato alcune rotture interne e vari abbandoni – in Catalogna di settori vicini all’indipendentismo e a livello statale della corrente Anticapitalistas, quella più a sinistra – ma ha anche provocato un tonfo elettorale senza precedenti del movimento viola, evidenziando una crisi che a questo punto appare di natura strutturale e non più congiunturale.
Si tratta ovviamente di un voto amministrativo e per di più in due territori animati da una storica rivendicazione di autodeterminazione, ma sono diversi i campanelli di allarme che impensieriscono ora la direzione di Podemos.
Salta agli occhi, proiettando i risultati a livello statale, che i due grandi partiti – Ciudadanos a destra e Podemos a sinistra – nati dalla crisi del sistema politico provocata dalle mobilitazioni e dallo scontento popolare causato dalle politiche di austerity e dalla corruzione dal 2008 in poi si sono ampiamente consumati. Il sistema politico sembra tendere all’equilibrio precedente, con la polarizzazione PP-PSOE a livello statale (pur con l’ingombrante presenza a destra dei neofranchisti di Vox) e il rafforzamento delle formazioni indipendentiste e autonomiste.
Veniamo ai dati.
In Galizia il voto ha confermato lo strapotere della destra nazionalista spagnola e dell’uomo forte locale del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, che per la quarta volta consecutiva ottiene la maggioranza assoluta con il 48,42% e 41 seggi sui 75 totali (nel 2016 stesso numero di seggi e 47,08%). Forte del risultato, Feijóo tenterà ora la scalata alla leadership statale del PP lanciando la sfida al segretario generale Pablo Casado.
Nella regione a nord del Portogallo si afferma con uno storico exploit il Blocco Nazionalista Galiziano, che da 6 seggi passa addirittura a 19, ottenendo il 24,02% (dall’8,24). La sinistra indipendentista e popolare galiziana guidata dalla giovane – e dichiaratamente femminista – Ana Pontòn scalza completamente Podemos e i suoi alleati locali, uniti nella sigla “Galicia en Común – Anova Mareas”, che non sono andati oltre il 3.97% e rimangono fuori dall’assemblea regionale (nel 2016 En Marea aveva conquistato il 18,88% e 14 seggi). Superati dal BNG anche i socialisti del PSdeG-PSOE che con il 119,56% conquistano 15 seggi, uno in più del 2016 (dal 17,69%). Il magro risultato di Vox (il 2.05%) non ha consentito all’estrema destra di conquistare seggi in un territorio dove del resto il Partito Popolare ha tratti di destra radicale ma anche clientelare. Il rapporto tra il PP e Vox è oggetto di scontro tra Feijóo e Casado: il secondo punterebbe a un’alleanza, il primo preferisce mettere in atto un misto di ostracismo e sussunzione che non conceda spazio alla formazione politica di ultradestra.
Anche nella Comunità Autonoma Basca rimangono sostanzialmente inalterati gli equilibri politici generali, ma se in Galizia il PP ha confermato tutta la sua forza nella porzione territorialmente maggioritaria del Paese Basco sono i regionalisti/nazionalisti del PNV a consolidare la propria egemonia.
I centristi guidati da Iñigo Urkullu sono passati da 28 a 31 seggi pur perdendo circa 50 mila voti, affermandosi con il 39,13% dei voti dal 37,2% di quattro anni fa.
Nel campo avverso si afferma la coalizione di centrosinistra/sinistra indipendentista di EH Bildu – anche in questo caso guidata da una donna, Maddalen Iriarte – che passa da 18 a 22 seggi con il 27,85% (aveva il 21.04%) e un incremento consistente dei voti.
Come in Galizia, anche in questo caso l’exploit abertzale prosciuga la sezione locale di Podemos, che passa da 11 a 6 seggi e si ferma all’8,04% (dal 14.7 del 2016). I socialisti rimangono stabili e aggiungono un seggio ai 9 che avevano conquistato alle elezioni del 2016, passando dall’11.81 al 13,65% mentre la coalizione tra il Partito Popolare e la sempre più inconsistente Ciudadanos crolla da 9 a 5 seggi prendendo solo il 6,75% (12.08% nel 2016). Festeggiano invece i fascisti di Vox che con solo l’1.96% entrano per la prima volta nell’emiciclo regionale. Da notare che nei seggi della CAV dove hanno votato i membri della Guardia Civil di stanza nella “comunità ribelle” le percentuali dell’estrema destra oscillano dal 5 all’11%, ben oltre il dato medio…
Nella CAV si è registrata una forte crescita dell’astensione che passa dal 37,56% del 2016 al 47,14% di ieri, prodotto del timore di una parte dell’elettorato per il rischio di contagio, che aveva del resto provocato un rinvio di alcuni mesi delle consultazioni – la vigilia è stata contrassegnata anche dalla polemica nei confronti della decisione delle autorità locali di non permettere ai cittadini positivi al Coronavirus di poter esercitare il proprio diritto di voto – ma anche da un crescente disinteresse per la politica. In Galizia invece si è registrata una maggiore partecipazione al voto rispetto alla volta scorsa, con una diminuzione dell’astensione dal 46.37% al 41,12% di ieri e lunghe code durante le prime ore del mattino in alcuni seggi.
Mentre in Galizia la destra nazionalista spagnola potrà continuare a governare da sola grazie alla comoda maggioranza assoluta conquistata dal PP, nella CAV è molto probabile la riedizione del patto di governo tra PNV e socialisti che esce rafforzata dalle urne ottenendo quattro seggi in più rispetto al 2016. Il PNV che esce vincitore dalle consultazioni di ieri nonostante alcuni scandali per corruzione e lo scontento provocato in alcuni comuni, è una formazione che negli ultimi anni ha rafforzato il proprio profilo regionalista abbandonando le suggestioni indipendentiste dell’era Ibarretxe, e che pur contraddistinto da una proposta debolmente riformista sul piano economico-sociale ha gradualmente spostato a destra il proprio discorso politico.
EH Bildu è riuscita invece, incentrando la campagna sui temi sociali piuttosto che su una proposta di rottura indipendentista, ad attirare nuovi consensi in fuga, compresi alcuni di quelli in fuga da Podemos e in alcuni casi anche dal PNV.

L’occidente che santifica i dittatori. L’esempio di Ataturk

Contro Erdoğan per santificare Ataturk?

di Francesco Casula

Giusta doverosa e sacrosanta l’indignazione e la protesta contro Erdoğan per aver “islamizzato” Santa Sofia, monumento simbolo di Istanbul che da Museo ridiventa Moschea, sottraendolo alla fruizione universale.
Mi sarebbe piaciuto che la stessa forte denuncia e condanna, in primis l’Europa e l’Occidente, l’avessero rivolta sempre contro il Califfo Erdoğan, despota e boia: quando arrestava i leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP), un importante partito filo-curdo di sinistra e insieme a loro altri i 10 parlamentari turchi. Quando faceva assassinare giornalisti scomodi. Quando di fatto metteva fuori legge l’intera opposizione, di fatto instaurando un regime ultrautoritario e di polizia.
Invece a parte flebili voci di condanna, l’Europa ha continuato a sostenere e finanziare simile tiranno e lo vorrebbe addirittura nella UE.
Non solo: nel denunciare la scelta di Erdoğan, molti hanno voluto evocare Ataturk, pomposamente chiamato padre dello Stato turco.
E così molta opinione pubblica “codina” si è così “accodata” (insieme a giornalisti e politici nostrani) a certa storiografia occidentalista e persino “progressista”, che domina in Italia e nei libri scolastici. Secondo questa Ataturk, il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.

Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(1); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (2); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (3); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(4); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali” (5); “Creò uno Stato moderno e laico” (6); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali” (7); “Potè attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente” (8); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (9).

A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?

Note Bibliografiche
1).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
2).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
3) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
4) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
5)Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
6) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
7) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
8) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
9) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

Turismo in caduta libera. Solo colpa del Covid19?

Di Daniela Piras

I dati riguardanti l’andamento del settore turistico in Sardegna, sono allarmanti: «secondo un’indagine realizzata da Giacomo del Chiappa, docente di Marketing del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Sassari, nel mese di giugno il fatturato del comparto vacanziero sardo ha fatto registrare addirittura un -95% rispetto al 2019. Lo studio si è basato su un campione di 360 strutture ricettive dell’Isola, tra hotel ed extra alberghiero. I turisti che hanno prenotato sono per lo più italiani: il 75%, di cui il 22% sardi.» è [Fonte: unionesarda.it, 10 luglio].

Qualche settimana fa, il giorno 9 giugno, una campagna lanciata dal movimento Caminera Noa, invitava i cittadini sardi a salvare la Sardegna, con queste parole: «Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici. Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio.»

In merito a questa proposta, ho inviato al movimento una proposta di integrazione con alcune considerazioni, qui riportate:

«Quest’anno, sia per motivi economici che per cautela, ci saranno molti più sardi che faranno le vacanze in Sardegna. Sviando il luogo comune secondo cui “chi vive in Sardegna è sempre in vacanza”, vorrei suggerire di proporre ad albergatori e ai cosiddetti “host” (coloro che gestiscono privatamente la locazione, anche giornaliera, dei propri appartamenti o di porzioni di case condivise, solitamente tramite i siti di airbnb  e booking), di calmierare i prezzi, e creare una sorta di “consorzio online” in cui chi voglia approfittare dei mesi seguenti per scoprire luoghi poco battuti dal turismo di massa – nello specifico nel territorio interno dell’isola – possa avere la possibilità di costruirsi un pacchetto vacanza su misura senza rimetterci un occhio della testa. La proposta può essere intesa anche in maniera bonariamente provocatoria: una sorta di appello all’essere “ospitali tra noi”. Ospitali mettendo in pratica una reale solidarietà tra vacanzieri e gestori di strutture ricettive. La Sardegna non è solo mare, e in questo periodo sarebbe logico cercare di riscoprire i luoghi più “nascosti” o comunque meno conosciuti; luoghi dove è difficile creare assembramenti: montagne, vallate, piccolissimi centri… Faccio tre esempi: La valle del basso Coghinas (Santa Maria Coghinas, Perfugas); la zona montuosa delle Barbagie: Tonara, Belvì, Aritzo; l’altipiano del Sarcidano: Laconi, Isili, Genoni. Avete mai provato a vedere quanto costa in media un pernottamento in camera doppia in certi piccoli comuni? Non sono cifre molto diverse da quelle che si pagano in una grande città, anzi: solitamente sono molto più alte. I motivi sono diversi, e non è questione da affrontare in questa sede, ma in diversi casi si parla di cifre davvero proibitive.

Sarebbe bello provare a realizzare una catena circolare di solidarietà: partire dall’idea che chi ha la possibilità di fare una vacanza scelga di restare in Sardegna per arrivare a ricevere una solidarietà anche da chi affitta le strutture. Una sorta di consorzio che venga incontro anche a chi ha subito gli effetti di questa emergenza sanitaria. In due parole: va bene dare ma a volte è anche giusto ricevere. Io scelgo di andare a Belvì, luogo non proprio “battuto turisticamente” ma ho l’ambizione di venire trattato con un occhio di riguardo, proprio come vengono trattati gli ospiti “continentali” e/o stranieri che scelgono di visitare certe zone. Io, da sarda, voglio andare incontro agli albergatori e gli albergatori, da sardi, dovrebbero venire incontro a me. Come? Proponendo dei prezzi che possano essere sostenibili da una persona che, per esempio, in questo momento di crisi si è vista quasi annullare la capacità di reddito. Il concetto è complesso, e andrebbe affrontato con attenzione; dato che non stiamo parlando di un bene essenziale sarebbe facile cadere in errore. In poche parole, qualcuno potrebbe obiettare: «se non puoi fare le vacanze, non farle. Perché dovrei “svendere” il mio appartamento affittandolo a meno?»

È un discorso che va ben oltre il periodo estivo e la situazione generata dal Covid19, ma possiamo provare a trarne qualcosa di buono:

Far conoscere la Sardegna, invitando a visitare i numerosi monumenti naturali disseminati in zone sconosciute ai più, a scoprire parchi e percorsi alternativi al solito “giro della costa”.

Smuovere quello che potrebbe essere un innesco per varie attività delle zone “secondarie” (intendendo quelle lontano dal mare), perché a rimetterci (nel senso di vedere poche persone in giro) sono tutti gli operatori della zona rimasta in ombra: bar, ristoranti, market ecc.

Questo è il ragionamento generale. Potremo provare a impostare una sorta di invito da diffondere tramite una e-mail, alle strutture alberghiere, proponendo di promuovere il loro hotel o il loro appartamento, e di conseguenza il loro territorio, all’interno di un consorzio turistico che potrebbe vantarsi di seguire un’etica di solidarietà reciproca all’insegna del “Ospitali da sardi a sardi”. (Ovviamente i prezzi dovranno essere gli stessi, sia per turisti isolani che non).»

L’idea era piuttosto ambiziosa, questo è vero, ma non è con le idee innovative e di rottura che si possono smuovere le cose? Ci si concentra sempre sul turismo come se fosse qualcosa che interessa soltanto a chi arriva da fuori, ma ci si scorda che la Sardegna è abitata. È abitata da persone che avrebbero anche il piacere e l’interesse di girarla e di conoscerla meglio, ma che non se lo possono permettere, perché i prezzi sono “a misura di turista del Nord Italia e/o turista straniero”.

E se i prezzi che offrono alcune strutture vanno oltre ogni logica del buon senso, in un periodo come questo, ma anche in periodi normali, dovremmo farci qualche domanda, tutti.

Se le cifre medie richieste per un pernottamento in camera doppia (non sempre compreso di colazione o di bagno ad uso esclusivo) si aggirano sui 65/70 euro, fino ad arrivare a prezzi folli, come per esempio (il costo si riferisce a una notte, per una persona):

Casa Luisa su Booking!  http://www.booking.com/Share-MMDZzgL

La casa del viaggiatore su Booking!  http://www.booking.com/Share-gJkGKX

Pinnetta Sarda su Booking!  http://www.booking.com/Share-1u4XsCl

qualcosa vorrà pur significare.

La responsabilità del crollo delle prenotazioni, qui, è da condividere. Non solo da attribuire alla gestione politica confusionaria rispetto alla posizione da prendere in merito alla norma da applicare all’ingressi di porti e aeroporti: penso a quanti, durante il balletto con al centro la richiesta del Passaporto sanitario da parte del presidente Solinas, hanno preferito rimanere all’interno dello stivale per non sobbarcarsi spese ulteriori – per fare un esempio – ma anche a chi offre servizi e alloggi, anche se lo fa solo per ottenere un ingresso extra.

Pazienti:prima numeri, ora auto(mi) parcheggiati!

Daniela Piras per il gruppo “Esposto” di Donne Libere in Lotta per il Diritto alla Salute- Feminas in Luta pro su Deretu a sa Salude

La situazione all’ospedale di Sassari, nello stabile di via Monte Grappa, può essere riassunta in due parole, in questi giorni: 1) Parcheggio sotterraneo adibito a sala d’aspetto. 2) Locale di passaggio per evitare assembramenti. Verrebbe da ridere se non fosse vero.

Nel comunicato ufficiale della AOU datato 4 luglio 2020 si può leggere «Sarà aperto da lunedì 6 luglio il nuovo ingresso al Palazzo Rosa per l’utenza che deve effettuare esami di laboratorio o sottoporsi a visita specialistica. L’accesso al Palazzo Rosa avverrà dal cancello all’incrocio tra via Monte Grappa e via Padre Manzella.

In questa area di accesso è stata realizzata una sala d’attesa con un nuovo sistema di illuminazione, sono stati posizionati un totem che consente di ritirare il tagliando elimina code…»*

L’area di accesso con il nuovo sistema d’illuminazione, dove è stata realizzata la sala, è costituita niente di meno che dal parcheggio mai utilizzato. Dopo questa notizia, si sollevano immediatamente le contestazioni, specie nelle piazze del 2020 – i Social – e la consigliera Laura Useri (consigliere comunale M5S di Sassari), chiarisce che si tratta di una soluzione dettata dal bisogno di spazi e, sulla polemica riguardante il fatto che il garage in questione non è mai stato utilizzato per mancanza dell’attestato di agibilità afferma: «Riguardo l’agibilità degli spazi non ci sono dubbi, infatti il fatto che non siano aperti alle auto come da originale destinazione è legato ad autorizzazioni e requisiti stringenti a cui non sono stati ancora adeguati (ma solo per essere destinati a parcheggio). Il transito delle persone non comporta alcun pericolo.»

Nessun pericolo, quindi. Ma che ne è della dignità del malato? Può essere considerato dignitoso sostare come un’auto in un garage sotterraneo, da parte di una persona anziana, per esempio? Davvero non si potevano trovare altre soluzioni che prendessero in considerazione anche la componente UMANA dei pazienti?

Nuovo ingresso con dei punti d’appoggio. Sala d’attesa. Le parole generano confusione, a cui si cerca di rimediare, sempre con le parole.

Quindi, i pazienti (e pazienti più che mai dovranno essere, vista la situazione), non solo si vedono rimandare importanti visite di controllo, non solo si trovano a chiamare interminatamente numeri a cui non risponde nessuno, ad aspettare strategici passaggi di linee tramite il centralino che spesso cadono nell’oblio, trasformandosi in “tuuu tuuu” morenti, non solo si ritrovano a lottare per ottenere quello che dovrebbe essere il diritto primario di tutti – la salute – ma ci si ritrova (tutti!) a farlo sbattendo la testa contro un sistema che gestisce malattie e persone come se fossero numeri. Il passo successivo è ora quello di essere considerati auto? Un luogo costruito per accogliere mezzi meccanici può avere la stessa ospitalità e lo stesso comfort a cui ambiscono, e di cui hanno bisogno, gli essere umani? Specie se malati, in attesa di cure. Specie se bisognosi di cure e di calore. Specie se persone, non numeri.

Da un numero si parte, ed è il 1533. Il fantomatico numero del CUP, i cui funzionari segnano meticolosamente nell’agenda a loro disposizione appuntamenti e codici di prenotazione. Ma il 1533 è solo l’inizio: appuntamenti che non possono venire fissati per i più svariati motivi, che si possono racchiudere in uno: cattiva gestione, amministrazione non adeguata per ciò che riguarda l’erogazione di prestazioni mediche professionali.

Ma piuttosto che cercare di risolvere problematiche e carenze che si protraggono da anni, ecco che viene in soccorso il “motivo Covid19”. Un’operatrice del CUP, verso metà giugno, mi dice che non può prenotare il controllo relativo all’esame del Pap-test  perché “non ha date disponibili”. Alla mia risposta, in cui faccio presente che sono già in ritardo di mesi per effettuare questo controllo, mi sento rispondere “Non l’abbiamo voluto noi il Covid19”. Il Covid19 impedisce di fissare le visite periodiche di controllo? In Sardegna?… In Sardegna, ad oggi, non si registrano nuovi focolai e, nel resto d’Italia, la situazione nella sanità è ben diversa. Porto la mia esperienza diretta. Venerdì 3 luglio avevo appuntamento al CTO di Torino (regione tra le più colpite dall’epidemia nelle scorse settimane). Tutto appare funzionale. Si entra direttamente nello stabile e, dopo essersi fatti misurare la temperatura e compilato un’autocertificazione dove, in sintesi, si dichiara di non avere sintomi influenzali preoccupanti, si accede alla saletta dell’accettazione. Poche persone sostano nella sala, sedute sulle seggiole disponibili per metà, ma nessuno è costretto a stare in piedi. Tutto è già stato prenotato precedentemente. Dopo il pagamento del ticket si sale direttamente nel reparto e si entra in base all’appuntamento fissato. Va da sé che non ci sono file né possibilità di assembrarsi, né necessità di disporre di un sotterraneo come sala d’aspetto. Nella situazione attuale non si dovrebbe aspettare, semplicemente, perché il solo fatto di aspettare va contro ciò che il buon senso denota. Dopo aver effettuato la visita, e la relativa prestazione, in pochi minuti sono invitata a rivestirmi e ad abbandonare la sala: è il turno del prossimo paziente. Esco dall’ospedale e mi siedo su una panchina poco distante dallo stabile. L’assembramento è annullato dall’organizzazione e dalla logica. Dalla puntualità di chi opera. Dall’anticipo con il quale sono stati fissati gli appuntamenti e le visite di controllo. Eppure, il Covid19 in Piemonte ha avuto ben altri numeri di contagiati rispetto alla Sardegna.

Mi viene da pensare una cosetta semplice semplice che, guarda caso, è collegata proprio al fatto che io, dalla provincia di Sassari, vada a risolvere i miei problemi di salute in Piemonte: in Sardegna i problemi della sanità esistono ben prima l’insorgere del famigerato Covid19…ed esistono per colpa di una gestione a dir poco catastrofica della sanità pubblica. Quella gestione che ti porta a sbattere il cordless per terra, in preda alla crisi isterica generata dalle continue attese, dai continui sballottamenti per riuscire a parlare con quello o con quell’altro medico, dal logoramento del sistema nervoso provocato da maleducati operatori non identificati (e non identificabili) che si permettono di dire a un’utente che chiede di ripetere le indicazioni, appena sentite in velocità, sulla dicitura da far inserire dal proprio medico di base, in modo da poterle scrivere su un post-it «Ma lei, signora, crede che io abbia tutta la mattina da passare al telefono con lei?» o, ancora, lo snervamento che sale piano piano fino a degenerare in scatti d’ira quando si cerca in qualche modo di parlare o di fissare un appuntamento con il cardiologo che deve rinnovare un piano terapeutico a un anziano padre, portatore di peacemaker, e ci si sente rispondere «Non lo so, signora, non so cosa dirle, prima il dott. XXX era qui, ora non so, sarà in sala operatoria; ascolti, provi a venire qui, si sistemi in corridoio: se è fortunata lo vedrà passare. Appuntamento? No no, non posso fissarle un appuntamento per conto del dott. XXX, gli appuntamenti li dà solo lui. Come, scusi? Come fa a parlare con lui? Glielo ho detto, provi a venire in reparto». Con una situazione pregressa di tale portata non ci voleva certo un luminare della Scienza a capire che l’arrivo di un virus sconosciuto facesse rotolare nel fango un ingranaggio già arrugginito. Non tutti muoiono per colpa del Covid. Non tutto ciò che non funziona è a causa del Covid.

Sarebbe bastato considerare i disagi e le richieste inevase dei tanti “pazienti” e delle tante “pazienti”, per rendersi conto di dove si stava arrivando.

Testimonianze:

F.S. “Buongiorno sto sempre chiamando il policlinico, non risponde nessuno vorrei conferire con il cardiologo. Al centralino non risponde nessuno.”

F.F. “Se avessero impiegato la testa per risolvere il vero problema, non staremo a parlare di posteggi o di sale d’attesa… il problema non è dove mettere le persone ad aspettare… il problema è non farle aspettare. Il problema urgente da risolvere è la riapertura degli ambulatori con un sistema efficiente di prenotazione e di visita, le code si snelliscono solo in quel modo… se possono garantire solo poche visite al giorno, cosa ci fanno centinaia di persone?”

“Riesci a prenotare solo via mail… per telefono non rispondono. E anche per mail perdi le speranze perché la risposta arriva dopo tre giorni… abbandonati.”

M.S. “Sembra che ancora non si possa prenotare… tutto è ancora chiuso e dal CUP nessuno risponde. Perché non sbloccano? E perché se vado sul privato a pagamento c’è la possibilità?”

F.F. “Ho saltato tutti i controlli… mammografia, ecoTV, moc… oltre che i controlli in pneumologia per l’asma…”

M. “Un amico con patologia pneumologica severa, deve fare la spirometria al più presto, prescritta dallo pneumologo in ospedale, ma non è possibile farla! Sembra una barzelletta!”

X. “Ad Alghero non fanno entrare e,quando chiami per avere un’informazione su parenti ricoverati, o non rispondono o si scocciano.”

No, questa situazione non è colpa del Covid. Troppo facile cercare un capro espiatorio dopo avere mandato al collasso un intero sistema sanitario.

*Articolo completo leggibile cliccando sul link: https://www.aousassari.it/index.php?xsl=7&s=70220&v=2&c=2847