La bufala della crisi della RWM

Rilanciamo il comunicato degli attivisti contro la RWM ripreso dalla pagina facebook Campagna Stop Bombe RWM, in cui si mettono in fila alcuni dati, a partire dal fatturato – in aumento nell’ultimo anno – dichiarato dall’azienda nell’ultimo bilancio, che smentiscono in modo evidente la “crisi” di cui hanno parlato diffusamente le principali testate sarde negli ultimi giorni.

RWM mente! Nessuna crisi, secondo l’ultimo bilancio i fatturati sono aumentati nell’ultimo anno nonostante il blocco dell’export.
Apprendiamo dalla stampa che la RWM ancora una volta si dichiara in crisi, nonostante non si siano mai fermate le richieste e i lavori di ampliamento, e anche i bilanci aziendali raccontino una realtà ben diversa.
Già lo scorso anno gli attivisti avevano denunciato la falsa narrazione di un’azienda che da una parte proclamava la crisi, dall’altra si ampliava esponenzialmente nel territorio (si legga: https://www.manifestosardo.org/rwm-senza-controllo-la-falsa-crisi-di-unazienda-in-piena-espansione/)
Alle considerazioni fatte nel dicembre 2019 si aggiungono nuovi elementi che smentiscono la prospettiva di una quanto mai improbabile chiusura, a partire da un dato inequivocabile: secondo l’ultimo bilancio dell’azienda, il fatturato della RWM è cresciuto nonostante il blocco (come si può leggere dalla tabella  nel gruppo social della Campagna Stop Bombe RWM) da oltre 102 milioni di euro nel 2018 a oltre 114 nel 2019.
Questa presunta crisi assume gli aspetti della farsa se si pensa che la scorsa estate (precisamente il 6 agosto 2019, così come emerge dalle visure camerali), proprio mentre si sbandierava la disastrosa “crisi” dovuta al blocco delle esportazioni di bombe e missili verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi, RWM Italia acquistava un ramo della Officine Meccaniche Galli Srl: una società in liquidazione, con dei bilanci in perdita nell’ordine dei milioni di euro, con sede a Roma e con uno stabilimento ad Albano Laziale – palesando ulteriormente il fatto di essere ben lontana dalla crisi, dato che contestualmente acquisiva nuove imprese.
Siamo ancora una volta davanti ad un’azienda che, in un territorio subalterno come quello sardo, sfrutta la popolazione locale per operare pressioni politiche sulle istituzioni.
Un processo tutto a profitto degli azionisti multinazionali che investono i loro capitali nelle industrie belliche: da una parte, lauti dividendi, da un’altra, ricatto occupazionale, da un’altra ancora, la guerra che devasta i popoli.