4a Edizione della Festa de sa Limba sarda ufitziale a Bonàrcadu

Anche quest’anno Bonàrcadu ospiterà la Festa de sa Limba sarda ufitziale, promosso dal CSU (Coordinamentu pro su Sardu Ufitziale) promossa in collaborazione con il comune e con innumerevoli associazioni culturali.

La quarta edizione della festa sarà distribuita su due giorni, sabato e domenica, e avrà inizio sabato 23 alle 16:30, in Corso Italia nella sala de S’Ortu Mannu.

I temi annunciati dal CSU sono la questione femminile nella lingua sarda, la crisi dell’editoria in sardo e la contrarietà al nuovo testo unico che il consiglio regionale sta promulgando in tema di politica linguistica. In questi si inseriranno poi dialoghi su poesie, storia medievale, libri, automazione elettronica, di sport e di cinema ovviamente con l’aiuto del sardo, di esperienze professionali e di traduzioni. Ci saranno, inoltre, proiezioni, esibizioni musicali, mostre di prodotti e piatti tipici.

Quest’anno si coglierà un’importante occasione, poiché la Festa de sa limba sarda ufitziale si svolgerà nella giornata europea delle lingue, promossa dal Consiglio europeo negli stati membri. In Sardegna il referente per l’organizzazione sarà, per l’appunto, il CSU.

L’entrata alla manifestazione è gratuita e sarà possibile mangiare a prezzi popolari.

Documento di solidarietà Sardigna- Catalunya

Numerose forze identitarie ed indipendentiste della Sardegna (PSd’Az, Rossomori, La Base, Associazione Sardos, Sardegna Possibile, Sardigna natzione, Irs, Sardigna libera, Liberu, Gentes) firmano un documento di solidarietà con il popolo catalano, per l’indipendenza e il diritto all’autodeterminazione

Cagliari, 21 settembre 2017

Il popolo catalano e le istituzioni che lo rappresentano stanno vivendo, in questi giorni, ore drammatiche e sconcertanti che riportano alla luce antistoriche e stantie pratiche violente e centraliste che rischiano di provocare una inaccettabile ferita alla democrazia e minano la credibilità politica dell’Unione europea. Gli arresti, le violenze e i sequestri ad opera del governo del Regno di Spagna non fermeranno però il referendum per l’indipendenza della Catalogna e non rallenteranno il cammino di libertà intrapreso dai popoli europei, ad iniziare da quello sardo. Le forze identitarie e indipendentiste della Sardegna sono dunque al fianco del popolo catalano nella lotta di liberazione nazionale, per l’affermazione dell’irrinunciabile diritto all’autodeterminazione. L’intesa sul punto tra le organizzazioni culturali, civiche e politiche alle quale apparteniamo, testimoniano la solidarietà e la vicinanza di tutti i sardi ai catalani e ci impegnano tutti a proseguire con ancor più determinazione e maggiore coraggio nel cammino dell’indipendenza, attraverso gli strumenti e i valori della democrazia, della pace e dei diritti dei popoli.

Visca Catalunya i el poble català, lliures!

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La redazione di Pesa Sardigna ricorda ai suoi lettori che in data 22 settembre a Cagliari, davanti al consolato onorario spagnolo in via Baccaredda 1, vi sarà un sit-in indetto dal Comitadu sardu pro su Referendum de sa Catalunya, cui possono aderire singoli e associazioni. La redazione si fa portatrice dell’invito alla mobilitazione di quante più forze possibile per dare sostegno alla Catalunya che vede oggi la sua democrazia insidiata dallo stato spagnolo. Fin’ora le associazioni e i singoli che hanno deciso di aderire sono:

  • Collettivu Furia Rossa- Oristano
  • Iosella Grussu Maccioni
  • Sardigna Natzione Indipendentzia
  • Fronte Indipendentista Unidu
  • Federatzione de sa Gioventude Indipendentista
  • Salvatore Cadeddu
  • Sarde-i in sostegno del popolo catalano
  • Seddone Burramballatot
  • Sardegna Possibile
  • Circulu Indipendentista Hugo Chavez
  • Scida- Giovunus Indipendentistas
  • TzdA ProgReS Casteddu
  • Sa Domu- studentato occupato Casteddu

Per aderire alla manifestazione scrivere a questo indirizzo.

 

Spagna ritorna al franchismo: 13 arresti in Catalunya

Oggi, tredici arresti tra le alte cariche istituzionali catalane e perquisizioni in corso in tre dipartimenti del governo catalano: migliaia di persone in piazza.

Agenti della Guardia Civil si sono presentati all’alba nel dipartimento di economia del governo catalano per perquisirlo. Sono entrati anche in altri 4 enti e imprese e nella sede dell’Agenzia Tributaria. Tredici arresti tra le alte cariche istituzionali catalane.

La popolazione accerchia i mezzi della Guardia Civil

Il vicepresidente Junqueras ha dichiarato che gli agenti si stanno intromettendo nel lavoro del dipartimento, e questo colpisce tutti i catalani senza distinzioni. “Stiamo vivendo un attacco ai diritti civili di tutti i cittadini”. La consigliera agli Affari Sociali ha confermato tutto: “Siamo in una situazione vergognosa.”.

Le associazioni sovraniste hanno fatto un appello alla popolazione per concentrarsi in modo pacifico davanti ai dipartimenti presi di mira dalla Guardia Civil. “È arrivato il momento, resistiamo pacificamente”, ha affermato Jordi Sanchez, presidente dell’ANC.

Manifestanti in piazza a Barcellona

Il portavoce del governo catalano Turull ha chiesto calma e serenità nella risposta allo stato di polizia nel quale si è convertito lo Stato spagnolo.

Anche la CUP si unisce all’appello alla mobilitazione pacifica, alla resistenza civile.

La Guardia Civil ha tagliato wifi e internet al “ministero” dell’economia catalano che ora è senza telefono e senza connessione. Dopo qualche minuto la connessione è tornata.

Più di duemila persone accompagnano i sindaci di Girona e di Palafrugell presso la magistratura dove sono stati convocati per  la loro adesione al referendum.

Catalunya Radio afferma che fonti del PP di Madrid dicono che oggi verrà dato il colpo finale al referendum.

La piattaforma ‘A Madrid per il diritto a decidere’ convoca una concentrazione presso la Puerta del Sol oggi alle 19.30.


DICHIARAZIONI

Presidente Puigdemont: Lo stato di diritto è stato violato, lo Stato spagnolo ha di fatto sospeso il governo catalano. Le perquisizioni, le detenzioni, l’intimidazione ai mezzi di comunicazione, il blocco dei conti della Generalitat… è una situazione inaccettabile in democrazia. Condanniamo il comportamento illegittimo, totalitario e antidemocratico dello Stato spagnolo che oltrepassato la linea rossa che lo separava dai regimi totalitari e si è trasformato in una vergogna democratica.
I cittadini sono convocati a votare, dobbiamo difendere la democrazia. Difenderemo il diritto dei cittadini di decidere liberamente il loro futuro, è questo l’incarico che abbiamo ricevuto da loro e dal Parlamento.
Il primo ottobre usciremo di casa portandoci una scheda elettorale e la useremo. Il Governo prenderà sempre decisioni in base al mandato elettorale. 
Quel che stiamo vivendo in Catalogna non si è mai visto in nessuno Stato dell’UE.
Non accetteremo un ritorno ad epoche passate e non permetteremo a nessuno di decidere il nostro futuro”.

Joan Tardà (ERC) si rivolge ai manifestanti: “vogliono che ci sia violenza, ma non ci sarà”Il deputato di ERC al congresso spagnolo ha preso parte alle mobilitazioni di questa mattina e ha chiesto di manifestare con fermezza ed evitando la violenza. Vogliono farci deragliare. La nostra fermezza sarà pacifica e nonviolenta. Vinceremo perché siamo democratici”.

Il segretario catalano del sindacato CCOO: “Difendere i diritti di partecipazione è un dovere di tutti i cittadini, al di là della posizione sul referendum”.

Pablo Iglesias, leader spagnolo di Podemos: “Chi pensa che la magistratura e le forze dell’ordine siano la risposta alla gente che si mobilita non capisce la democrazia”.

Junqueras, vicepresidente catalano, contro gli arresti di cariche politiche, interviene dicendo: “La lotta va oltre la repubblica catalana, bisogna difendere i diritti  civili“.

Anche i sindacati non indipendentisti ipotizzano uno sciopero generale per difendere i diritti civili e persino il partito di Ada Colau chiama alla mobilitazione.

Articolo estratto da (tutte le news sulla Catalogna sono reperibili a questo link)
http://www.franciscupala.net/referendum-catalano-del-1-ottobre-aggiornamenti-ultime-notizie/ 

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La redazione di Pesa Sardigna ricorda ai suoi lettori che in data 22 settembre a Cagliari, davanti al consolato onorario spagnolo in via Baccaredda 1, vi sarà un sit-in indetto dal Comitadu sardu pro su Referendum de sa Catalunya, cui possono aderire singoli e associazioni. La redazione si fa portatrice dell’invito alla mobilitazione di quante più forze possibile per dare sostegno al Catalunya che vede oggi la sua democrazia insidiata dallo stato spagnolo. Fin’ora le associazioni e i singoli che hanno deciso di aderire sono:

  • Collettivu Furia Rossa- Oristano
  • Iosella Grussu Maccioni
  • Sardigna Natzione Indipendentzia
  • Fronte Indipendentista Unidu
  • Federatzione de sa Gioventude Indipendentista
  • Salvatore Cadeddu
  • Sarde-i in sostegno del popolo catalano
  • Seddone Burramballatot
  • Sardegna Possibile
  • Circulu Indipendentista Hugo Chavez
  • Scida- Giovunus Indipendentistas
  • TzdA ProgReS Casteddu

Per aderire alla manifestazione scrivere a questo indirizzo.

TIROCINI, È ORA DI CAMBIARE

Il 25 Maggio 2017 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le nuove “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento” che vanno a sostituire le “Linee guida in materia di tirocini” approvate nel Gennaio 2013 in attuazione dell’art.1 c.34 della legge Fornero.
In questa materia le Regioni hanno competenza esclusiva, potendo, a discrezione, ricalcare o distaccarsi completamente da tali Linee Guida, che sono solamente un punto di riferimento, delle indicazioni di indirizzo fornite dalla stato centrale rispetto alle quali, in sede legislativa, le regioni hanno piena autonomia con unico limite quello di non poter fissare disposizioni peggiorative a tutela dei lavoratori.
Con tutta evidenza le nuove linee guida sono coerenti con l’impostazione del Jobs Act; si accontentano gli appetiti delle imprese, del mercato e di chi vuole vincere facile coi numeri periodici sul tasso di occupazione, con buona pace per i lavoratori e per quella che dovrebbe essere la reale natura del tirocinio.

Se prima vi era una chiara distinzione del tirocinio in tre tipologie differenti e modulati a seconda di chi fosse il destinatario, ora vi è una unificazione del tirocinio extracurricolare, rimanendo un semplice e veloce richiamo al titolo delle diverse tipologie ma ora prive di contenuto e caratterizzazione nel nome della unicità.
Per capirci meglio: secondo il primo paragrafo delle linee guida del 2013 il tirocinio formativo e di orientamento era rivolto ai soggetti che avevano conseguito un titolo di studio entro e non oltre 12 mesi e aveva il fine di agevolare le scelte professionali e l’occupabilità dei giovani nel percorso di transizione tra scuola e lavoro mediante una formazione a diretto contatto con il mondo del lavoro.
Ora il paragrafo corrispondente specifica solamente chi sono i soggetti cui si rivolgono i tirocini extracurricolari oggetto delle nuove linee guida. In pratica ci troviamo di fronte all’ennesima liberalizzazione interna al mercato del lavoro.
Non basta. Se prima il tirocinio formativo poteva durare massimo 6 mesi, ora la durata massima per tutti i tirocini è di 12 mesi, con tutto ciò che ne consegue in termini di maggiori possibilità di abuso e di abbattimento del costo di lavoro.
Se consideriamo che le stesse linee guida fissano l’indennità minima di partecipazione al tirocinio a 300€ mensili e che un tirocinante può lavorare quanto un altro lavoratore normalmente assunto per le stesse attività (ma ricordiamo il tirocinio non si configura mai come rapporto di lavoro), ci troviamo di fronte un quadro in cui a un’azienda è concesso far lavorare un lavoratore 6-8 ore al giorno per 12 mesi, pagandolo 300€ al mese e per giunta senza nessun obbligo di futura assunzione!

Pare legittimo chiedersi se 12 mesi non siano un po’ troppi per uno strumento che vuole garantire formazione, apprendimento, “arricchimento del bagaglio di conoscenze” e “acquisizione di competenze professionali”. Il rischio è quello di entrare in un vortice continuo dove dalla possibilità di un tirocinio così lungo non si esce più; il ricatto del mercato che già ora ci vede passare da un tirocinio all’altro prima di firmare un contratto di lavoro, ci costringerà ad accettare una permanenza più estesa sotto questo strumento – sicuramente peggiorativa rispetto ad un apprendistato o un contratto a termine – perché “tanto non si trova altro”.
Sarebbe bello inoltre indagare in quanti effettivamente utilizzino il tirocinio con una funzione formativa e non per sostituire regolari forme di lavoro subordinato. Per farvi una idea pensate solamente a quante volte ci si imbatte in annunci di lavoro che propongono un tirocinio ma al candidato è richiesta esperienza pregressa; un controsenso magistrale, chiaro segno della volontà di abusare dello strumento.
Per farsi una idea è interessante dare uno sguardo a questo grafico del Fatto Quotidiano, elaborato sui dati dell’analisi QUI, prodotta dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato e che analizza come siano cambiate le tipologie di contratti e la probabilità di ingresso nel mondo del lavoro:

Secondo il paragrafo 1 lett. a) delle nuove linee guida, i disoccupati che possono cominciare un tirocinio sono solo quelli che dichiarano al “sistema informativo unitario delle politiche del lavoro” la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego; ecco che questi, costretti a passare per questa procedura se vorranno svolgere un tirocinio, andranno ad aumentare statisticamente il numero degli attivi (per la semplice dichiarazione) e quindi ad abbassare il tasso di inattività (o aumentare quello di attività), mentre i tirocinanti, benché la loro attività non costituisca rapporto di lavoro, andranno a gonfiare statisticamente le file degli occupati.

Spetta alle Regioni l’ultima parola; queste entro il 25 Novembre 2017 dovranno adeguarsi alle nuove linee guida e sostituire la normativa precedente.
In Sardegna attualmente è in vigore la deliberazione 44/11 del 23 Ottobre 2013; questa prevede una indennità minima di 400€ e una durata massima di 6 mesi per i tirocini formativi e di orientamento e di 12 mesi per i tirocini formativi di inserimento e reinserimento.

È giunta l’ora di una svolta chiara in materia di tirocini perché la situazione di sfruttamento legalizzato vigente non è più sopportabile.

Il collettivo Furia Rossa di Oristano, alla luce di questa analisi, dichiara che una indennità minima congrua debba essere pari a 800€ lordi mensili per tirocinante e che la durata massima del tirocinio debba essere di 6 mesi per tutti i lavoratori. “Il nostro appello va a tutti i tirocinanti e i potenziali tirocinanti, alle organizzazioni giovanili e di lotta, perché inizino a ragionare su questa semplice proposta. Le azioni e le mobilitazioni verranno di conseguenza.”

Articolo tratto da:
https://lafuriarossa.noblogs.org/post/2017/09/06/tirocini-e-ora-di-cambiare/#more-571

AForasCamp: si riparte con le mobilitazioni

Si è conclusa domenica 10 settembre, nella Marina di Tertenia, la seconda edizione dell’A FORAS CAMP, il campeggio contro l’occupazione militare.

Alla sei giorni di assemblee, seminari di autoformazione, tavoli di lavoro tematici e socialità hanno partecipato oltre 200 persone, provenienti da tutta la Sardegna e non solo. Di rilievo il contributo (nell’organizzazione e nella presenza ai lavori) della componente locale dell’assemblea di A FORAS, il KOS (Kumone Ozastra Sarrabus), oltre che di altri partecipanti provenienti da Tertenia e dintorni.

Il campeggio, tenuto nel camping Tesonis, aveva l’obiettivo di rilanciare il percorso di A FORAS. Inoltre si voleva allargare la partecipazione al campeggio e in generale la lotta contro le basi nei territori interessati dal Poligono di Quirra: l’Ogliastra e il Sarrabus.
Quest’ultimo obiettivo si è concretizzato grazie a ben due iniziative portate avanti con successo a Tertenia, durante il primo e il quarto giorno di campeggio. Martedì 5 settembre è stato presentato il campeggio in piazza Martin Luther King, nella stessa piazza, venerdì 8, si è tenuta una cena popolare, accompagnata da proiezioni, teatro e concerti (vedi foto).
L’assemblea plenaria e i tavoli di lavoro, riuniti in campeggio, hanno raggiunto una sintesi e programmato le prossime attività e mobilitazioni. La presenza di A FORAS nella scuole e nelle università sarde si intensificherà, sia con le iniziative già in essere (come il progetto “Sardigna terra de bombas e cannones”, già presentato a Sassari e a Olbia), che con nuove idee, progetti e concorsi. Il tavolo sulle relazioni internazionali proseguirà l’analisi degli scenari di guerra dove sono impegnati i diversi eserciti presenti nella basi sarde, oltre che curare i rapporti e dare solidarietà alle diverse realtà impegnate contro l’occupazione militare al di fuori dell’isola. Come già fatto per il Poligono di Quirra, a breve sarà pubblicato un dossier che approfondirà gli effetti dell’occupazione militare sul Poligono di Teulada (curato dal tavolo economia).
Si citano anche i lavori del nuovo tavolo, dedicato allo studio e all’azione diretta contro la logistica della filiera bellica (trasporto via terra, aria e acqua di veicoli, ordigni e militari). Una della novità rispetto alla scorsa edizione è stato lo spazio dedicato all’auto formazione: il seminario interno sul Poligono di Quirra.

All’interno del campeggio l’assemblea delle donne si è appropriata di uno spazio di discussione come momento di confronto e riflessione sul sessismo, le differenze sessuali e di genere con la messa in discussione dell’autoritarismo patriarcale.

Non sono mancate le iniziative collaterali: oltre alle due serate a Tertenia e l’escursione di mercoledì 6 al Nuraghe Nastasi, i partecipanti al campeggio e i terteniesi, che hanno risposto all’appello, hanno potuto passare ben 5 serate con dj set e concerti. Queste attività sono state possibili grazie ad artisti locali e del resto dell’isola che hanno dato il proprio contributo ad A FORAS (Alberto Agus e Angelo Murgia di Tertenia, B.O.B. Crew dall’Ogliastra, Pronto Intervento Show di Alghero, Matteo Zuncheddu di Burcei, Dr Drer e i CRC Posse da Cagliari, gli Stranos Elementos di Porto Torres, Dj Nigola di Tertenia e Djesso di Cagliari).
Durante il campeggio si è svolta anche la mostra dedicata ai simboli e alle immagini che ci sono state inviate in seguito al nostro appello, volto alla costruzione dell’immaginario collettivo di A FORAS. Negli ultimi mesi sono giunti ad A FORAS 15 elaborati grafici, quasi tutte immagini, che presto saranno utilizzati attraverso diversi canali comunicativi (banner, locandine, magliette). Tra le varie proposte pervenute, una in particolare si è distinta per la sua forma, semplicità e riproducibilità. Quest’ultimo simbolo, sarà adottato da A FORAS come proprio, oltre ovviamente a tutte le altre immagini pervenute. Tutti gli elaborati- oltre quelli che ancora arriveranno- saranno presenti in una mostra itinerante che girerà tutta la Sardegna.
Nell’ultima giornata del campeggio, si è svolta la plenaria generale di A FORAS, dedicata interamente alle mobilitazioni previste per il prossimo autunno. Il prossimo mese di ottobre sarà denso di iniziative. In particolare, l’assemblea ha deciso di aderire all’appello per una mobilitazione globale contro le basi militari, indetto dal Movimento No Dal Molin e previsto per la settimana dal 7 al 14 ottobre. A FORAS proseguirà le proprie iniziative, in quanto dal 14 al 29 ottobre si terrà nel sud della Sardegna (sopratutto nel Poligono di Teulada) l’ennesima prova di forza della nostra controparte: la mega esercitazione Joint Star. Saranno pertanto organizzate tante iniziative diffuse, di azione diretta e di sensibilizzazione, organizzate dai tavoli tematici e dai gruppi territoriali di A FORAS. Una prima importante data sarà quella di sabato 14 ottobre, a Cagliari, che vedrà attraccate nel suo porto le navi militari impegnate nella Joint Star.
Il campeggio si è tenuto a ridosso di un radar facente parte del Poligono di Quirra, che per sei giorni è stato simbolicamente “assediato”. Come ampiamente comunicato, non si intendeva in alcun modo violare tale zona militare, bensì lavorare in prospettiva, ponendo le basi perché in un futuro quelle reti vengano tagliate e superate in massa, con il contributo della popolazione locale. Nonostante ciò si è assistito a un inspiegabile dispiegamento di forze dell’ordine: diversi blindati, tra cui la celere in antisommossa, posti di blocco e decine di unità schierate, sia nella Marina di Tertenia, che nel paese stesso (che dista oltre 10 km dal campeggio). Inoltre, ogni notte circa 10 poliziotti e/o carabinieri sostavano fuori dal campeggio. I militari disposti lungo le reti hanno spiato e controllato (con binocoli, camere e tele obiettivi) i partecipanti del campeggio.

Manifestazione di solidarietà alla Catalunya

Una foto della Diada, festa nazionale della Catalunya

La Catalunya attraversa un periodo storico determinante per la sua libertà. Dopo secoli di colonizzazione e di lotte contro la stessa, la stragrande maggioranza del popolo proclama la volontà di svincolarsi dal potere centrale di Madrid per poter affermare finalmente le proprie peculiarità di nazione.

Nella quasi totale censura dei media nostrani- e non- negli ultimi mesi abbiamo assistito a numerose escalation repressive da parte della Spagna nei confronti di chi sostiene l’imminente rottura dei catalani con la monarchia castigliana. La vittoria del  avrà esiti ben più vasti della creazione di un altro stato nella penisola iberica, dal momento che si apriranno numerosi nuovi fronti geopolitici per l’Europa e orizzonti di speranza e lotta per tante nazioni senza stato, oggi ancora incapaci di alzare la testa.

L’esempio della Catalogna è edificante e mirabile sotto ogni punto di vista, a partire dalla coesistenza tra non-violenza, frontalità e rigore del movimento indipendentista, che con un lavoro capillare- portato avanti con flessibilità politica pur con forte determinazione e intolleranza verso il potere centrale spagnolo- ha fatto raggiungere i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: solo qualche giorno fa, 11 settembre, in occasione della Diada (Diada Nacional de Catalunya) milioni di catalani si sono riversati nelle strade e nelle piazze per festeggiare la propria nazione e dichiarare al mondo un Sì alla fine di seicento anni di dominazione spagnola.

In questo frangente storico la Sardegna, anch’essa nazione senza stato soggetta a soprusi da secoli, ha preso posizione tramite il Comitadu Sardu pro su Referendum de sa Catalunya, che dopo aver organizzato numerosi incontri informativi con la presenza di Joan Adell Pitarch, delegato della Generalitat catalana all’Alguer (Alghero), indice una manifestazione in sostegno al venturo referendum per l’indipendenza della Catalunya davanti al Consolato spagnolo a Cagliari. I manifestanti consegneranno al console onorario una richiesta di rispetto della democrazia e annunceranno la partenza di una delegazione sarda del Comitadu che vigilerà sul regolare svolgimento democratico del referendum.

La chiamata

“Invitiamo i singoli, le associazioni, i collettivi e i partiti che sono d’accordo con il testo di questo appello a sottoscriverlo con un post nell’evento o con un messaggio all’indirizzo sardignacatalunya@gmail.com

Mobilitazione per il diritto dei cittadini catalani a celebrare il Referendum per l‘Indipendenza

La situazione della Catalogna in questi giorni che precedono il referendum del primo ottobre, non è degna degli standard che ci si aspetterebbe da un paese civile e rispettoso delle garanzie democratiche. Perquisizioni, minacce di arresto e intimidazioni stanno segnando la vita quotidiana di tutte quelle persone, associazioni, partiti, sindacati, movimenti, imprese e testate giornalistiche che si stanno impegnando perché i cittadini catalani possano godere del diritto all’autodeterminazione nazionale celebrando un referendum democratico.

I responsabili di questa situazione sono le istituzioni del Regno di Spagna, governo e magistratura in primis.
Dal momento che consideriamo il riconoscimento del diritto dei popoli ad autodeterminarsi uno dei fondamenti della vita democratica e della convivenza pacifica fra le nazioni, abbiamo deciso di inviare un segnale di solidarietà al popolo catalano e di monito al governo spagnolo. Come sardi e come indipendentisti siamo vicini ai nostri fratelli catalani e siamo pronti a dar loro tutto il supporto necessario perché possano avvalersi di un diritto riconosciuto dalle principali convenzioni internazionali. I cittadini catalani non sono soli e da parte nostra eserciteremo tutte le pressioni sul consolato spagnolo perché arrivi forte e chiaro il segnale che tutti i popoli che amano la libertà e la democrazia ora sono catalani!

Per questo convochiamo per venerdì 22 settembre alle 17:00 un sit in sotto il Consolato spagnolo di Cagliari, in via Baccaredda.
Invitiamo a partecipare tutti i singoli, le associazioni e i partiti indipendentisti e tutti quei singoli che riconoscono il diritto di ogni popolo della Terra all’autodeterminazione e che in generale hanno a cuore i fondamentali valori democratici.
Facciamo sentire la nostra solidarietà ai fratelli catalani, e facciamo capire al governo spagnolo che la loro prepotenza non ci spaventa.”

Link all’evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/144746219461675/?acontext=%7B%22action_history%22%3A%22[%7B%5C%22surface%5C%22%3A%5C%22page%5C%22%2C%5C%22mechanism%5C%22%3A%5C%22page_upcoming_events_card%5C%22%2C%5C%22extra_data%5C%22%3A[]%7D]%22%2C%22has_source%22%3Atrue%7D

 

A Bauladu la seconda tappa della “Caminera Noa”

Il logo e lo slogan scelti per il secondo appuntamento  “Pro una Caminera Noa”

Si erano lasciati lo scorso 23 luglio a S. Cristina di Paulilatino con la promessa di proseguire un nuovo cammino. Nel corso dell’estate un comitato di volontari, su mandato dell’assemblea plenaria, ha lavorato a due bozze di documenti, uno politico (che dovrebbe sintetizzare i valori e gli obiettivi usciti fuori dal dibattito di S. Cristina) e l’altro organizzativo e metodologico (che dovrebbe mettere nero su bianco alcune metodologie di garanzia della democrazia del processo di aggregazione).

I documenti sono stati spediti per posta elettronica a tutti i presenti alla scorsa riunione e sono ora in fase di lettura e analisi:  «ci siamo lasciati il 23 luglio a seguito di una partecipatissima assemblea foriera di contenuti, con l’obbiettivo di continuare questo percorso» – sintetizzano gli organizzatori – «Quello di cui abbiamo bisogno ora è di concretizzare gli spunti di analisi e organizzare le nostre forze. Per questo ci vediamo il 17 settembre a Bauladu, dove discuteremo delle prospettive politiche e di organizzazione».

Oltre a ciò è facile presumere che si toccheranno anche i principali temi sociali, politici ed economici su cui si deciderà di concentrarsi in futuro.

Insomma, nulla di definitivo ma ancora una fase aperta della discussione per verificare se e come andare avanti nel processo di costruzione di una “caminera noa”.

L’assemblea aperta, orizzontale e democratica si svolgerà dalle 10:00 del mattino alle 18:00 del pomeriggio presso il centro servizi S. Lorenzo del comune di Bauladu la prossima domenica (17 settembre).

 

L’esaltazione della romanità e l’etnocidio dei sardi

di Francesco Casula

Inquietanti e pericolosissimi rigurgiti nazifascisti attraversano l’Europa e l’Italia. Alcuni inneggianti alla “Romanità”. Voglio sperare che la Sardegna ne sia immune. Significherebbe altrimenti non capire, non conoscere e non aver consapevolezza degli immani disacatos perpetrati dal dominio romano in Sardegna. Fu un vero e proprio etnocidio. Spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni- un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176- nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”. Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio “Sardi venales“ : Sardi da vendere, a basso prezzo. Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i sardi.

Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra. La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.

Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità. A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. “La lunga guerra di libertà dei Sardi –è sempre Lilliu a scriverlo – ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori)”. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos.

Il Referendum catalano manda in crisi Podemos

Il quesito referendario trilingue (spagnolo, catalano e occitano) presentato pochi giorni fa dal Governo Catalano
di Marco Santopadre

Nel giro di pochi giorni ha preso corpo la road map che dovrebbe portare alla convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Un referendum che sta incubando da molto tempo, fin da quando, tra la fine del decennio precedente e l’inizio di quello in corso, due fenomeni hanno turbato l’equilibrio raggiunto alla fine della lunga e feroce dittatura franchista. Un regime autoritario che si impose non solo contro la Spagna repubblicana e i movimenti socialisti e comunisti, ma anche per stroncare le rivendicazioni di indipendenza dei baschi e dei catalani.

La fine del franchismo non fu determinata da alcuna rottura, da alcuna frattura, ma il passaggio al nuovo regime – una Monarchia parlamentare – avvenne nel segno della continuità. Il tutto grazie all’autoriforma, accettata supinamente dalle opposizioni antifasciste statali, realizzata da un pezzo consistente del regime che pur di integrarsi nella costituenda Unione Europea e nella Nato accettò di disfarsi della ormai troppo ingombrante dittatura pur di garantire la continuazione del dominio dell’oligarchia che ne era stata il perno.

Se il Movimento di Liberazione Basco, da posizioni socialiste e rivoluzionarie, rifiutò e contestò una defranchizzazione limitata e superficiale, le componenti maggioritarie del movimento nazionalista catalano si integrarono volentieri all’interno del cosiddetto ‘Stato delle autonomie’ che in cambio della concessione di un certo grado di autogoverno evitava quella rottura della Spagna che era stato il maggior cruccio dei promotori del golpe fascista.

Grazie al nuovo regime, la grande e media borghesia catalana, ampiamente integrata sia a livello statale che internazionale, ha potuto gestire il potere economico e politico a livello locale attraverso le formazioni regionaliste e autonomiste – in particolare Convergència Democràtica – che hanno costituito un efficace argine contro i movimenti indipendentisti sostenendo in cambio i governi statali formati di volta in volta dai socialisti e dai popolari.

Come detto, l’equilibrio si è rotto negli ultimi dieci anni. La gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dei governi spagnoli – sotto dettatura dell’Ue – e di quelli regionali ha provocato la politicizzazione di ampi strati della popolazione che fino ad allora si erano tenuti al margine o al di fuori della mobilitazione sociale e politica. A centinaia di migliaia i lavoratori, i giovani, le donne catalane si sono riversati nelle piazze e nelle strade, hanno partecipato agli scioperi, ai picchetti, alle assemblee.

Contemporaneamente un tiepido tentativo da parte dei regionalisti e di alcune forze di centrosinistra di riformare lo Statuto di Autonomia varato nel 1979 fu brutalmente frustrato dalle istituzioni statali. La mutilazione del testo, oltretutto approvato solo al termine di un lunghissimo iter, rese patente alla base sociale del catalanismo l’impossibilità di ottenere un aumento dell’autonomia grazie ad un negoziato con lo Stato e rispettando gli insormontabili vincoli imposti da una vera e propria gabbia costituzionale e istituzionale.

La confluenza dei due processi – mobilitazione politica indipendentista e mobilitazione sociale – ha condotto ad un auge dell’indipendentismo e ad un rafforzamento delle correnti di sinistra e popolari obbligando i regionalisti catalani – nel frattempo al centro di numerosi scandali per corruzione – ad abbracciare la parola d’ordine della separazione da Madrid.

Dopo le ultime elezioni autonomiche si è formato un governo composto dai liberal-conservatori del PDeCat (ex Convergència) e dai socialdemocratici di Esquerra Republicana de Catalunya, sostenuto dall’esterno dagli eletti della Cup, formazione di sinistra radicale di tendenza anticapitalista.

La maggioranza indipendentista del Parlament ha intrapreso un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità che nei giorni scorsi ha condotto i deputati della maggioranza ad approvare due leggi: la prima convoca il Referendum per il prossimo 1 Ottobre, la seconda stabilisce i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana, l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

I partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione e stanno intraprendendo un boicottaggio che potrebbe condurre all’intervento delle forze di sicurezza contro i promotori del referendum, alla sospensione dello statuto catalano di autonomia e a ritorsioni personali di tipo giudiziario ed economico contro esponenti politici, funzionari e dipendenti pubblici.

Come si dice in questi casi il gioco si sta facendo duro e l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Settori consistenti dello stesso partito che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana. Il PDeCat, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum e il relativo passaggio parlamentare stanno mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – stanno ampiamente sforbiciando il proprio programma originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più e si dimostra un artificio retorico.

Podemos, così come il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Questo vuol dire che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada che in alcune occasioni ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero in tema di indipendenza.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro. Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un argomento propagandistico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte chiede a Madrid di consentire lo svolgimento del referendum, dall’altra afferma che consentirà la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avrà l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e se non comporterà rischi di ritorsioni da parte spagnola per i funzionari e i dipendenti comunali.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori della consultazione ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e del movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i maggiori progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia e alla rottura della legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza tra le classi e nazionali in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia.

Oltretutto le capriole di Iglesias e di Ada Colau stanno avendo effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, oltre che provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

Nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata a Barcellona, ma non potrà contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra loro iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Infine, mentre Podemos e Colau insistono sul fatto che accetteranno il referendum solo se godrà del consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti ad andare a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione.

Il sacco coloniale de La Maddalena

di Paolo Mugoni

Tutto iniziò con la chiusura della base americana. Una serie di coincidenze favorevoli portò alla dismissione della base e l’allora presidente RAS Renato Soru con facilità si intestò quel successo. L’economia era allora basata, oltre che sul turismo, anche sugli impieghi civili nella base americana, sul florido indotto generato dalla presenza di centinaia di famiglie americane e sulla presenza massiccia della marina militare italiana. Partiti gli americani i maddalenini, liberati da questa enorme zavorra, avrebbero dovuto finalmente diventare un Eldorado del turismo mondiale, viste le bellezze che l’arcipelago custodisce. Evidentemente decenni di economia basata sugli impieghi militari e civili, legati alla presenza di basi militari (americana ed italiane) aveva ingenerato poca capacità di iniziativa sul versante dell’economia. Si fece allora presente, nelle forze politiche in maggioranza al governo regionale, il “mito” del risarcimento. I maddalenini, persi i posti di lavoro alla base americana dovevano essere risarciti con nuova occupazione derivata da investimenti statali e/o regionali.

Era il 2007 e da lì a due anni si sarebbe tenuto in Italia il G8, quale migliore occasione per progettare il recupero delle strutture militari dismesse, bonificare le aree demaniali militari e la darsena antistante? Prodi accolse le richieste di Soru (allora presidente della RAS) e decise di investire cifre notevoli in questa operazione ma il governo cadde e a gestire il tutto subentrò il governo Berlusconi che inorgoglito di avere una ribalta internazionale di prestigio, si buttò a capofitto sull’impresa. Naturalmente, come avviene molto spesso in Sardegna, si fece finta di finanziare queste opere con fondi governativi ma si ricorse a fondi destinati alla RAS per altri capitoli di spesa, fondi che vennero dirottati per il finanziamento delle opere legate al G8.

La gestione commissariale dei lavori, che avrebbe dovuto permettere la celerità dei lavori, venne affidata alla struttura della protezione civile con a capo Guido Bertolaso. Le cronache giudiziarie hanno riportato le aberrazioni dei lavori e gli interessi illegittimi scesi in campo e non occorre ripetere in questo contesto il verminaio generato dagli appetiti di “prenditori”, perlopiù romani, che fecero letteralmente “carne di porco” dei soldi pubblici stanziati per l’occasione. Normalità tutta italiana si potrebbe dire, ma qua i fatti stanno a dimostrare che si è superata qualsiasi previsione e si è passati nell’ambito di scenari da possedimento coloniale. Sembra un film di fantascienza da quanto quello che accadde è incredibile: un presunto risarcimento per i danni arrecati per mancati introiti al commercio e al mercato immobiliare, per i licenziamenti del personale civile della base che, venne pagato con i soldi dei danneggiati. Non solo, a chi andarono i soldi per i lavori da eseguire? Semplice, le gare d’appalto gestite dalla protezione civile in regime di emergenza fecero sì che le imprese che poterono partecipare fossero quelle iscritte nell’elenco della protezione civile, che, ça va san dire, erano tutte italiane. Alle imprese sarde, se si accontentavano, vennero dati i subappalti ai costi ed alle condizioni decise dall’impresa aggiudicatrice.

A lavori quasi conclusi, come riportano le cronache di quegli anni, Berlusconi, sempre intenzionato a risarcire qualcuno, sposta il G8 all’Aquila, allora da poco colpito dal sisma che distrusse buona parte delle costruzioni e portò a numerose vittime. La Maddalena? Nel volgere di qualche tempo passata nel dimenticatoio, i lavori dati per conclusi in realtà non vennero mai terminati. Nel frattempo la protezione civile, con la sua struttura sulle emergenze bandì un concorso per la gestione dell’ex Arsenale, caratterizzato dal famoso cubo “water front” dell’archistar Stefano Boeri. La MITA Resort, della ex presidentessa di Confindustria Emma Marcegaglia, si aggiudicò l’assegnazione dell’ex Arsenale con un contratto vantaggiosissimo: 60.000 euro per 40 anni (fonte la Nuova Sardegna). Ma, come spesso accade in Italia, non si erano fatti pienamente i conti con i “prenditori” italiani: l’opera di bonifica della darsena non era avvenuta e quindi la MITA Resort risultò impossibilitata ad avviare l’attività in quanto l’interdizione della darsena pregiudicava il core business dell’impresa, i mega yacht ed i loro proprietari. Immediatamente, sentendosi defraudata di un diritto la MITA fece causa alla Protezione Civile e chiese un risarcimento di 200 milioni di euro.

Il contenzioso si è chiuso in questi giorni con una transazione a favore della MITA di 21 milioni di euro. L’attività delle strutture un tempo della Marina Militare Italiana ancora non è partita. Numero dei maddalenini occupati? nessuno! Risarcimento per la “perdita” della base militare americana? Zero risarcimento! Non solo: alla gara per la gestione dell’ex ospedale militare, ristrutturato in questa occasione, non si presentò nessuno ed oggi risulta abbandonato.

Riassumiamo: 327 milioni per ristrutturare tutti gli edifici in questione, 21 milioni per la transazione con la Mita, 475.000 euro annui per il pagamento dell’IMU, ulteriori 20 milioni di euro per l’ennesima ristrutturazione dell’Arsenale, 30 milioni per la bonifica della darsena, 10 milioni per gli arredi. Mancano sicuramente altre voci di costo ma quanto riportato è già sufficiente! Cosa potrebbe incassare la Regione per la locazione quarantennale alla MITA Spa del gruppo Marcegaglia se si rimettesse in moto tutta l’operazione? Una persona sana di mente direbbe: almeno 1 milione di euro annui. No la MITA spende 60.000 euro annui. Siamo in Sardegna, colonia italiana!

Le parole però che mi risuonano nella testa e che più mi fanno male sono quelle rilasciate nel gennaio 2010 dall’ex presidente Soru al quotidiano La Repubblica: “Volevamo rilanciare quest’isola, farla decollare come una Davos mediterranea e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città”.

E se invece andasse male, – chiede il giornalista – visto che l’aria non sembra delle più elettrizzanti?

“Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire”.

Che dire? Le parole sembrano esaurite!