Lunedì 6 novembre telefonate e fax al consolato spagnolo per la democrazia


“Sei indignato/a per la repressione con cui la monarchia spagnola sta soffocando la democrazia in Catalunya? Lunedì, dalle 9:00 alle 20:00, chiama, manda un fax e una e-mail ai recapiti indicati nel manifesto. Facciamo sentire la nostra voce perché la causa della libertà dei cittadini catalani è la stessa causa di tutti i cittadini del Mediterraneo, d’Europa e del mondo” – con questo appello diversi indipendentisti e democratici sardi hanno organizzato una protesta telefonica e virtuale contro il Consolato e l’ambasciata spagnola siti rispettavamente a Cagliari (Sardegna) e a Roma (Italia)

Di seguito il testo che i promotori trasvesali a diversi soggetti politici e associazioni sarde suggeriscono di inviare via mail e fax .

All’attenzione del consolato spagnolo di Cagliari,

con la presente è mia intenzione protestare contro la persecuzione politica e giudiziaria adottate dallo stato spagnolo nei confronti del legittimo governo di Catalogna, eletto democraticamente dal popolo e perseguito per le sue idee politiche e per aver portato avanti il proprio mandato elettorale.
Chiedo pertanto l’immediata liberazione del vicepresidente Oriol Junqueras e dei ministri Jordi Turull, Josep Rull, Meritxell Borras, Raul Romeva, Carles Mundò, Dolors Bassa, Joaquim Forn. 
Chiedo altresì la scarcerazione di Jordi Cuixart e Jordi Sanchez, esponenti di primo piano della società civile, colpevoli solo di aver protestato pacificamente contro le misure repressive adottate dalla polizia spagnola nei confronti dei cittadini catalani durante il referendum del primo ottobre.

Mi unisco al coro di proteste nei confronti della Spagna che sta attuando misure che minacciano la democrazia, la libertà delle persone e la repressione delle idee e chiedo l’apertura di una mediazione pacifica che rispetti la volontà del popolo catalano e le sue istituzioni democratiche.”

 

ecco i recapiti del Consolato di Cagliari:

Numero di telefono
070 499444
Numero di fax 070 499011

Democrazia imprigionata

di Marco Santopadre

In tempi record, che la dicono lunga sul carattere preordinato e prettamente politico della misura, otto ministri del governo catalano – un governo scelto da una maggioranza parlamentare democraticamente eletta – sono stati arrestati ieri e spediti in cinque diverse carceri, ovviamente tutte fuori dal territorio catalano.
E’ la prima volta che dei responsabili di un governo vengono imprigionati nell’Unione Europea per degli atti politici realizzati nel corso del loro mandato e in obbedienza alla volontà popolare espressa nel corso di un referendum democratico. Uno dei ministri, che si era dimesso il giorno precedente alla dichiarazione d’indipendenza non condividendo la decisione dei suoi colleghi, si è risparmiato la prigione in cambio di una cauzione di 50 mila euro. Quando è arrivato a Madrid stamattina è stato accolto dagli slogan di un gruppo di nazionalisti e e fascisti spagnoli che lo hanno apostrofato al grido di “frocio” e “vigliacco”. Comunque il trattamento nei confronti di Santi Vila, ministro catalano legato a doppio filo a quelle imprese che hanno boicottato il referendum e l’indipendenza, è stato “di favore”, in vista della sua possibile elezione a candidato del PDeCat alle prossime elezioni, il che potrebbe imprimere una svolta autonomista ad una forza politica che solo la pressione e la mobilitazione popolare hanno spinto verso rivendicazioni indipendentiste.
inizia quindi con un’altra raffica di arresti la campagna elettorale che dovrebbe portare alle elezioni regionali del 21 dicembre, imposte con la forza dal governo spagnolo con la complicità di Ciudadanos e Psoe (oggi un altro sindaco socialista, quello di Terrassa, si è dimesso in polemica con il sostegno del partito al golpe spagnolo in Catalogna) e senza alcuna mobilitazione da parte delle cosiddette sinistre federaliste che pure si dicono contrarie all’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno catalano. Al carcere sono scampati per ora Puigdemont e altri 4 ministri, ma solo perché hanno deciso di rifugiarsi in Belgio nel tentativo di internazionalizzare la crisi e costringere l’Unione Europea, sostenitrice della repressione di Madrid, a farsi carico del problema.
A queste elezioni i partiti indipendentisti stanno decidendo di partecipare, per sfidare la repressione di Madrid, ma senza alcuna garanzia democratica, con il territorio catalano occupato militarmente da più di 10 mila poliziotti e soldati spagnoli – che oggi hanno perquisito una caserma dei Mossos d’Esquadra a LLeida – e con fortissime minacce alla stampa.
Una evidente contraddizione per un fronte indipendentista che, dopo la proclamazione della Repubblica Catalana, si trova ora a dover fortemente rinculare sull’onda della repressione spagnola sostenuta da Bruxelles, incapace di implementare le misure che rendano effettiva l’indipendenza dichiarata il 27 ottobre a Barcellona.
L’ultima escalation repressiva sembra indicare che non è più il tempo dei tatticismi e delle decisioni prese ‘giorno per giorno’, occorre una strategia che tenga conto della natura dell’avversario, dei rapporti di forza e delle forze realmente a disposizione.

Oggi più che mai le forze della sinistra di classe all’interno e accanto al movimento indipendentista devono porsi il problema dell’organizzazione, del contropotere, di una disobbedienza effettiva e di un sabotaggio che contrastino le misure coercitive adottate dal regime di Madrid.
Il rischio è che la mobilitazione popolare, pur massiccia, generosa e istintiva, venga mandata allo sbaraglio e si riveli inefficace, lasciando spazio alla disillusione e all’impotenza, tanto più in un quadro in cui i dirigenti indipendentisti imprigionati – altri ne seguiranno nei prossimi giorni – costituiranno dei veri e propri ostaggi nelle mani del regime, utilizzati da Madrid per ricattare il fronte sovranista catalano e costringerlo a rinunciare al conflitto. Presto in carcere potrebbero andarci anche i dirigenti della sinistra indipendentista, dei Comitati per la Difesa dei Referendum, gli attivisti sociali e sindacali, e non più solo i ministri del governo catalano o i leader delle associazioni indipendentiste.
Oggi più che mai perde qualsiasi credibilità ogni forza di sinistra e democratica che alla propria condanna di principio della repressione non faccia seguire comportamenti reali, nelle piazze così come nelle istituzioni.
Ieri alle 19 è già stata convocata una mobilitazione da parte delle associazioni indipendentiste, alla quale ne seguirà un’altra decentrata già oggi pomeriggio e una manifestazione nazionale il prossimo 12 novembre.
Intanto ieri l’assemblea municipale della capitale catalana ha riconosciuto come legittimi il governo presieduto da Carles Puigdemont e il Parlamento composto in base ai risultati delle elezioni del 27 settembre 2015. Ha anche rifiutato l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che ha annullato l’autogoverno. La proposta di ERC è stata appoggiata da Barcelona en Comú, dal PDeCat e dalla CUP. Hanno votato contro Ciudadanos, PSC e PP. Non è stata invece accolta la proposta della CUP per il riconoscimento della Repubblica Catalana a causa del voto contrario di Barcelona en Comù..

Tèmpiu, Bolmea: una fràbbica liata a lu locu

Stabilimento Bolmea
di Luigi Piga

Lo scorso anno è stata detta la parola fine sulla vecchia ZIR di Tempio Pausania con uno stanziamento di 2,3 milioni di euro al fine di completarne definitivamente la liquidazione. Ancora oggi appare piuttosto incerto il futuro dell’area industriale, di fatto a totale carico del Comune di Tempio Pausania, elemento che certamente non ne facilita il rilancio.

In una situazione piuttosto critica, l’apertura nel corso del 2016 dello stabilimento Bolmea S.r.l, a otto anni dall’insediamento dell’ultima impresa produttiva nella ZIR, rappresenta una nota positiva per il tessuto socio-economico tempiese.

Ho visitato l’impianto produttivo Bolmea, situato in uno degli ultimi lotti al margine dell’area industriale, direzione “Tre Funtani”, dove alcuni giovani soci galluresi producono, confezionano e distribuiscono gelati con un proprio marchio da circa due anni. Il punto commerciale, situato nel Corso Matteotti di Tempio Pausania, è stato attivato a settembre 2015, pochi mesi dopo la conclusione dei lavori nello stabilimento.

Per saperne di più sulla storia di questa realtà produttiva, ho incontrato uno dei fondatori, il tempiese Marcello Muntoni, 37 anni, laureato in Economia e con precedenti esperienze lavorative di rilievo, come i tre anni ad Istanbul per conto della MDA Consulting. Gli altri soci lavoratori sono calangianesi: Claudia Brigaglia, 29 anni, Maurizio Campus, 38 anni, Piero Corda, 44 anni, ai quali si aggiungono altri due lavoratori dipendenti.

La visita è stata l’occasione per osservare la tecnica dei cicli produttivi e per discutere con Muntoni riguardo questa attività economica in forte ascesa.

Il gelato Bolmea si basa su un approvigionamento ed un primo trattamento del latte vaccino proveniente ogni giorno da Perfugas, tendenzialmente dalla prima mungitura. La fase di pastorizzazione rappresenta una delle principali innovazioni: il latte viene portato da 85° a 4° in meno di 2 minuti in luogo di circa due ore. L’impiantistica (dell’azienda italiana FDB) assicura una capacità di trattamento fino a 800 litri/ora.

Saluti Marcello, com’è nàta Bolmea?

L’idèa palti d’allonga. Ghjà illu 2009 eru pinsendi di frabbicà gelati, ma vi sò stati tempi longhi comu ispissu capittighja, pa diffarenti muttii.

Ci ni poi faiddà?

Celtu, l’idèa mea è nata faiddendi cun un vecchju amicu (Dario Fossati, milanesu, è in palti in Bolmea a livellu simbòlicu cu lu 2%, ndr) chi pa trabaddu cunniscia bè cun bè lu mundu di li gelati in scàla industriali: difatti è stata una di li passoni chi ha trabaddatu a lu pruzessu di ottomazioni pa contu di Algida; propiu da chi sò isciuti umbé di cunsiddi impultanti pa chissa chi era l’idèa mea, a lu cumenciu siguramenti no chjara e cu un caminu tuttu inn’alzata. Mi desi calche cunsiddu, comu muimmi, ma no è statu faccili pa nudda, palchì a palti sapè bé lu chi ‘oi fa o no voi fa, pa cumincià vi oni capitali! Chena chissi no s’anda a locu. Sciuarà di impignammi in un prugghjettu in Saldigna è statu naturali: lu sonniu meu è sempri statu chissu di fa l’imprisàriu, e trabaddà cu lu locu e pa lu locu undi socu smannatu. Aemu umbé di pussibilitài, chinci in Gaddura comu in tutta la Saldigna. Difatti, lu latti chi trattemu arrea da l’Anglona, di precisu da Pelfica, e guasi tuttu l’altu chi entra in chista fràbbica, oltri la folza trabaddu, è fattu in Saldigna: brucciata, miciuratu e frutta sò saldi.

Hai mintuatu li capitali chi selvini: undi l’aeti cilcati?

Aemu pruppostu un prugghjettu a Invitalia (ex Sviluppo Italia) un agenzia liata a lu Ministeriu di l’Accunumia italianu. Lu primmu prugghjettu cu la dummanda l’aiami mandatu ghjà illu 2009.

Iddhi diani dunca punì l’acchitti pa scummittì innantu a lu prugghjettu Bolmea?

Si, ma no tutti. Invitalia trabadda cu la Legghj n. 185/2000 innantu a l’agghjutu a li ciòani impresari, punendi una palti di li dinà a fundu paldutu e una cun cundizioni licèri. Chjaramenti un’alta bona palti è a garrigu nostru e anda turràta cu l’intaressu; a chista s’agghjunghj la spèsa pa l’IVA, chi in un prugghjettu come lu nostru pesa e no pocu.

Comu funziona Invitalia? A palti la chistioni finanziaria, puru iddhi ani culpi illi tèmpi longhi: a la fini sò passati 6 anni da la primma dummanda a candu aeti abbaltu.

Lu prugghjettu Bolmea è statu apprùatu una primma olta illu 2011, ma puru chinci la cosa è più imbuliata di cantu possia parì; l’appròu di Invitalia no li custrigni da subitu, pa lu mancu finz’ a candu no si ponarani li filmi illu cunvèniu.

Pudemu dì chi v’è un tempu di pròa?

Dimu di si. La dilibàra d’Invitalia è arriata illu 2011 ma da chissu momentu vi passani 24 mesi, lu tempu chi aemu autu pa pisanni la fràbbica. Invitalia, parò, s’ha presu puru 11 mesi pa la filma di lu cuntrattu, pa chistu aemu subitu dummandatu chi ci lacassini lu mattessi tempu. Invitalia, ghjustamenti, ci l’ha acculdatu. La fràbbica, dunca, è stata cumprita a fini 2014.

Intantu chi la fràbbica e la pràttica cun Invitalia sighiani, aeti cuminciatu a favvi cunniscì, passu passu.

Si, illu 2013 aemu fattu in manera di fa cunniscì lu gelatu Bolmea a Monti di Mola (Costa Smeralda), unde Harrods. Aiami lu locu nostru undi aemu fatt’ assagghjà lu gelatu pripparatu in Tèmpiu e falatu cu borsi-frigo. Poca roba, ma è statu impultanti pa cumincià a fa cunniscì lu chi dapoi saria divintatu Bolmea – Soffici Bontà.

Poi è arriatu l’accoldu cu un altu imprisàriu timpiesu, Carlo Balata, e la catena “Marcello” (la ditta pidda lu nommu da Balata minnanu, ndr). Pur’ iddu ill’anni ’60 aia cuminciatu cun pocu e s’è smannatu abbrendi puru fora Tèmpiu. Unde Marcello abà si poni cumparà li gelati ‘ostri, comu puru inn’alti bruttéi di Tèmpiu.

Si, aemu strintu un accoldu puru cun “Marcello” e da lu mesi di triula di l’annu passatu lu gelatu si po agattà illi bruttéi di lu Sig. Balata.

Paltugnu mannu e cummèlciu. Un liamu chi in Saldigna ill’ultimi 20-25 anni è statu siguramenti schilibratu, più e più in celti lochi. Una chistioni chi palti da allonga, da una tilziarizzazioni di l’accunumia salda pocu impustata innant’ a lu chi silvia a la Saldigna. Bolmea ha chjusu accoldi puru cun chistu tipu di paltugnu. Com’è andendi?

La chistioni di lu paltugnu mannu è difficultosa palchì in umbè di lochi è chjaru chi s’è pilmissu d’abbrinni finza che troppi e cun pochi reguli. No più pa prodotti chi chinci no aiami o pa aè un pocu più di scioaru, ma ha tuccatu tuttu lu chi è magna e bì fendi, passu passu, sparì bruttéi minori e no solu chissi. Pudemu dì chi in chistu momentu lu paltugnu di chista scèra òffri pussibilitài di malcatu in più e, più impultanti, no sciaccia lu chi è lu ‘alori di lu trabbaddu chi femu. Bisogna parò sta attinziunati: in casu cuntrariu, no aria nisciun sensu riscì a’è più malcatu tirendini un valori mal pacatu. Aemu chjusu più accoldi e chistu ci pilmettì siguramenti di carragghjà una bona palti di la produzioni. Faiddemu in chistu momentu di un 50%.

Linga, identitài e malcatu. Aemu più d’una olta faiddatu di smannà lu malcatu di rifirimentu, pa primmu chissu di lu locu undi la fràbbica mattessi pruduci. Prudotti saldi, impresari saldi, fattu in Saldigna…palchì no puru una palti di pubblicitài in Linga, Gadduresa e Salda? È una pussibilitài chi tiniti in contu pa un dumani?

Si, vi semu rasgiunendi da un pocu. La chistioni ci intaressa e saria più ghjustu. Siguramenti, parò, stendi in un malcatu cun legghj italiani, li talghitti doarani aè pa folza una celta palti in linga italiana, ma v’è siguramenti la manera pa signalà puru da chissu puntu di ista lu prodottu nostru chi è, comu hai dittu tu, tuttu saldu ed è ghjustù vulè vindì punendisi cu la linga chi ca’ cumparigghja faedda dugna dì.

In ultimèra, chjudimu cun un alta nuitài di Bolmea. Chistu ‘statiali aeti abbaltu ill’areopoltu di L’Alighera?

È un passagghju impultanti, la situazioni è bastanti critica ma noi pinsemu chi pa l’areopoltu vi siani boni pussibilitài di ripiddassi: semu spiranzosi innant’ a chistu. Pa un impresa minori comu la nostra chi è smannendi a poc’a pocu cridimu sia statu fattu un passu innanzi mannu illu caminu nostru. L’auguriu, pa noi cantu pa tuttu lu sassaresu, è chi la situazioni in Fertilia possia middurà e turrà a lu chi aemu cunnisciutu ill’anni pàssati, cussì comu middòria tuttu lu sistema di li traspolti in Saldigna, in lu chi è muissi pa li Saldi e pa un avvantàgghju turisticu.

Tratto da Zinzula.it al link

La Catalogna non è sola: 136 amministratori sardi firmano la solidarietà!

Nella foto una manifestazione per il rispetto della democrazia in Catalunya tenutasi recentemente ad Alghero

Solitamente Pesa Sardigna non pubblica mai appelli o manifesti. Ma in questo caso è doveroso fare una eccezione, perché 136 amministratori sardi hanno avuto la forza di andare contro l’isolamento diplomatico che le potenze europee hanno stretto attorno allo straordinario movimento di massa per l’autodeterminazione e la democrazia della Catalunya.

buona lettura.

 

NOIS SÌNDIGOS E SÌNDÌGAS,

AMMINISTRADORES E AMMINISTRADORAS

INDIPENDENTISTAS DE SARDIGNA

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Noi sindaci e sindache, amministratori e amministratrici indipendentisti della Sardegna, sottoscriviamo questa dichiarazione per manifestare la nostra vicinanza al popolo e alle istituzioni democratiche della Catalogna e per rendere pubblico il nostro riconoscimento della costituita Repubblica catalana.

 

Aderiamo a titolo individuale o in quanto rappresentanti delle forze politiche cui apparteniamo (Fronte Indipendetista Unidu, iRS, Liberu, Partito dei Sardi, Partito Sardo d’Azione, Progetu Repùblica de Sardigna, Rossomori, Sardegna Possibile, Sardigna Natzione, Sardigna Libera, Sardos).

 

Niente può cancellare in noi il valore della proclamazione dell’indipendenza catalana. Non i timori sulla sorte dei suoi dirigenti, non le ansietà riguardo alla dura reazione di Madrid, non le preoccupazioni per il silenzio dell’Unione Europea e per il mancato riconoscimento da parte di altri Stati, non le difficoltà che si trova a dover affrontare in queste ore il Governo catalano.

 

Il popolo di Catalogna si è espresso con chiarezza e dignità attraverso un referendum di autodeterminazione. L’assemblea rappresentativa di questo popolo ha agito di conseguenza, usando la forza della democrazia e della nonviolenza. È nata una nuova repubblica, che noi sappiamo pacifica e amica di tutti.

 

La storia spesso ci spiazza, mostrandoci che può accadere l’incredibile: in questi giorni è avvenuto di nuovo. Sia d’insegnamento per i sardi e per ogni gente del continente europeo, oggi e domani. Il bene e la libertà sono sempre alla portata dei popoli coscienti e determinati. Il bene e la libertà sono sempre alla nostra portata.

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Nois sìndigos e sìndìgas, amministradores e amministradoras indipendentistas de Sardigna, firmamus custa declaratzione pro manifestare chi semus serentes a su pòpulu e a sas istitutziones democràticas de sa Catalugna e pro bogare a campu su reconnoschimentu nostru de sa Repùblica catalana costituida.

Aderimus a tìtulu individuale o sende rapresentantes de sas fortzas polìticas a sas cales apartenimus (Fronte Indipendetista Unidu, iRS, Liberu, Partito dei Sardi, Partito Sardo d’Azione, Progetu Repùblica de Sardigna, Rossomori, Sardegna Possibile, Sardigna Natzione, Sardigna Libera, Sardos).

Nudda podet cantzellare in nois su cuntentu pro sa proclamatzione de s’indipendèntzia catalana. Non sas milli dudas protzedurales, non s’afròddiu chi pertocat sas reatziones crispas de Madrid, non su pensamentu chi pertocat a su silèntziu de s’Unione Europea, pro su reconnoschimentu mancadu de àteros istados e sas dificultades a sas cales est parende fronte in custas oras su Guvernu catalanu.

Su pòpulu de Catalugna s’est espressadu cun craresa tràmite unu referendum de autodeterminatzione.  S’assemblea rappresentativa de custu pòpulu at acumpridu a sas cunsighèntzias, usende sa fortza de sa democratzia e de sa nonviolèntzia. Est naschida una repùblica noa, chi nois ischimus paghiosa e amiga de totus.

A s’ispissu s’istòria nos ispantat, mustrende-nos chi podet acontèssere s’incredìbile: in custas dies est capitadu torra. Siat de imparu pro sos sardos e pro cada genia de su continente europeu, oe e cras. Su bene e sa libertade si podent sèmpere tènnere a manos nostras, sende pòpulos cuscientes e determinados. Su bene e sa libertade los podimus sèmpere tènnere a manos nostras.

 

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  1. Gavino Tanchis (Alghero, Assessore)
  2. Elisabetta Boglioli (Alghero, Consigliera)
  3. Marina Millanta (Alghero, Consigliera)
  4. Alberto Medda Costella (Arborea, Consigliere)
  5. Marilena Cabboi (Armungia, Vicesindaca)
  6. Toni Stangoni (Badesi, Vicesindaco)
  7. Davide Corriga Sanna (Bauladu, Sindaco)
  8. Chiara Palmas (Bauladu, Vicesindaca)
  9. Giovanni Battista Pes (Bauladu, Assessore)
  10. Anna Pintus (Bauladu, Assessora)
  11. Carmine Consolo (Bauladu, Consigliere)
  12. Elia Zucca (Bauladu, Consigliere)
  13. Stefano Orrù (Baunei, Consigliere)
  14. Loredana Incollu (Baunei, Consigliera)
  15. Elena Caredda (Baunei, Consigliera)
  16. Giulio Arangino (Belvì, Consigliere)
  17. Maura Cossu (Bosa, Vicesindaca)
  18. Silvia Tanda (Bosa, Assessora)
  19. Luciano Curella (Bosa, Consigliere)
  20. Giovanni Satta (Buddusò, Consigliere)
  21. Antonio Monni (Burcei, Consigliere)
  22. Maria Clotilde Scalas (Burcei, Consigliera)
  23. Paola Zuncheddu (Burcei, Consigliera)
  24. Alessandra Lussu (Burcei, Consigliera)
  25. Roberto Tramaloni (Cagliari, Consigliere)
  26. Filippo Petrucci (Cagliari, Consigliere)
  27. Fabio Usai (Carbonia, Consigliere)
  28. Cristina Gai (Decimomannu, Consigliera)
  29. Chicco Fenu (Dolianova, Assessore)
  30. Paolo Loddo (Dolianova, Assessore)
  31. Cristiana Porcu (Dolianova, Consigliera)
  32. Laura Usala (Escalaplano, Assessora)
  33. Tonino Lai (Escalaplano, Consigliere)
  34. Andrea Dore (Flussio, Vicesindaco)
  35. Davide Zucca (Flussio, Consigliere)
  36. Mario Piras (Fonni, Assessore)
  37. Stefano Deiana (Gairo, Consigliere)
  38. Franco Solinas (Galtellì, Assessore)
  39. Mimmo Sedda (Galtellì, Consigliere)
  40. Gianluca Congiu (Girasole, Sindaco)
  41. Lodovico Piras (Girasole, Vicesindaco)
  42. Giovanni Porcu (Irgoli, Sindaco)
  43. Graziano Spanu (Lodè, Sindaco)
  44. Alessandro Merici (Lunamatrona, Sindaco)
  45. Antonio Onorato Succu (Macomer, Sindaco)
  46. Giovanni Lai (Macomer, Assessore)
  47. Marco Manus (Macomer, Assessore)
  48. Gianfranco Congiu (Macomer, Consigliere)
  49. Francesco Secci (Masainas, Consigliere)
  50. Alessandro Loi Piras (Mogoro, Consigliere)
  51. Modesto Fenu (Monastir, Consigliere)
  52. Romano Schirru (Monastir, Consigliere)
  53. Mario Argiolas (Monserrato, Consigliere)
  54. Giovanni Battista Manai (Monteleone Rocca Doria, Consigliere)
  55. Antonio Zedda (Montresta, Sindaco)
  56. Jole Mele (Montresta, Vicesindaco)
  57. Federico Pirosu (Noragugume, Sindaco)
  58. Antonio Pasquale Belloi (Nuoro, Assessore)
  59. Giuliano Sanna (Nuoro, Assessore)
  60. Claudia Camarda (Nuoro, Consigliera)
  61. Viviana Brau (Nuoro, Consigliera)
  62. Graziano Siotto (Nuoro, Consigliere)
  63. Gianpietro Gusai (Nuoro, Consigliere)
  64. Angela Simula (Olmedo, Consigliera)
  65. Stefania Piras (Oniferi, Sindaca)
  66. Daniela Daga (Oniferi, Vicesindaca)
  67. Maurizio Caddori (Oniferi, Consigliere)
  68. Enzo Muledda (Oniferi, Consigliere)
  69. Clara Pinna (Oniferi, Consigliere)
  70. Vincenzo Pecoraro (Oristano, Consigliere)
  71. Andrea Riccio (Oristano, Consigliere)
  72. Franco Saba (Ottana, Sindaco)
  73. Gigi Sarobba (Ozieri, Vicesindaco)
  74. Davide Giordano (Ozieri, Consigliere)
  75. Gabrielli Cossu Cantarella (Pabillonis, Consigliere)
  76. Riccardo Serventi, (Perdaxius, Consigliere)
  77. Roberto Tola (Posada, Sindaco)
  78. Mariano Soro (Pozzomaggiore, Sindaco)
  79. Sarah Poddighe Serra (Pozzomaggiore, Consigliera)
  80. Carla Lecca (Pula, Consigliera)
  81. Filippo Usai (Pula, Assessore)
  82. Franco Giorgio Paderi (Quartucciu, Assessore)
  83. Katia Pilloni (San Sperate, Assessore)
  84. Fabrizio Madeddu (San Sperate, Assessore)
  85. Antoni Flore Motzo (Scano di Montiferro, Sindaco)
  86. Antioco Milia (Scano di Montiferro, Vicesindaco)
  87. Barbara Setzu (Samassi, Consigliera)
  88. Sergio Cabua (Samatzai, Vicesindaco)
  89. Maurizio Frongia (Samugheo, Vicesindaco)
  90. Gianmarco Pala (Samugheo, Consigliere)
  91. Leo Talloru (Sanluri, Consigliere)
  92. Monica Lampis (Sanluri, Consigliera)
  93. Maura Boi (Sanluri, Consigliera)
  94. Daniela Dessena (Sant’Antioco, Consigliera)
  95. Ester Fadda (Sant’Antioco, Consigliera)
  96. Alberto Fois (Sant’Antioco, Consigliere)
  97. Stefania Taras (Santa Teresa di Gallura, Consigliera)
  98. Diego Loi (Santulussurgiu, Sindaco)
  99. Andrea Caschili (Sarroch, Assessore)
  100. Ottavio Sanna (Sassari, Assessore)
  101. Giancarlo Serra (Sassari, Consigliere)
  102. Enrico Sini (Sassari, Consigliere)
  103. Nicola Lucchi (Sassari, Consigliere)
  104. Salvatore Pes (Sedilo, Sindaco)
  105. Paolo Schirru (Selargius, Consigliere)
  106. Nicola Sassu (Sennori, Sindaco)
  107. Giacomo Dettori (Serramanna, Consigliere)
  108. Walter Murtas (Serrenti, Consigliere)
  109. Federico Porcedda (Serri, Assessore)
  110. Francesca Arca (Silanus, Consigliera)
  111. Francesca Madeddu (Silanus, Consigliera)
  112. Gianpiero Zolo (Silanus, Consigliere)
  113. Giovanna Cocco (Silanus, Consigliera)
  114. Nicola Cherchi (Simaxis, Consigliere)
  115. Nino Fronteddu (Siniscola, Consigliere)
  116. Andrea Atzeni (Sinnai, Consigliere)
  117. Erik Madau (Solarussa, Assessore)
  118. Angelo Demetrio Cherchi (Suni, Sindaco)
  119. Alessandro Murtas (Terralba, Consigliere)
  120. Denise Pintori (Terralba, Consigliera)
  121. Angelo Murgia (Tertenia, Consigliere)
  122. Francesca Monni (Teulada, Consigliera)
  123. Ruggero Cossu (Teulada, Consigliere)
  124. Piero Fadda (Tinnura, Sindaco)
  125. Omar Cabras (Torpè, Sindaco)
  126. Fausto Mascia (Tortolì, Assessore)
  127. Gianluigi Mastinu (Tresnuraghes, Sindaco)
  128. Giovanni Manca (Tresnuraghes, Assessore)
  129. Angelo Madau (Tresnuraghes, Consigliere)
  130. Sandra Sanna (Tuili, Consigliera)
  131. Elia Puddu (Tula, Consigliere)
  132. Giuseppe Porcu (Urzulei, Vicesindaco)
  133. Marco Sideri (Ussaramanna, Sindaco)
  134. Nicola Mura (Ussassai, Consigliere)
  135. Maurizio Onnis (Villanovaforru, Sindaco)
  136. Pierpaolo Cara (Villa San Pietro, Consigliere)

 

 

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Caminera Noa: la RAS cambi le regole sui tirocini!

 

La grafica della campagna contro i tirocini-schiavitù, mutuata e sapientemente ribaltata dalla campagna ufficiale della RAS

La nuova normativa sui tirocini e la passività della Regione Autonoma di Sardegna non piace agli attivisti di Caminera Noa, il nuovo percorso che mette in rete diverse esperienze di lotta della realtà sarda. Il 25 maggio 2017 – denunciano in una nota – la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le nuove “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento”. Le regioni hanno tempo fino al 25 novembre per adeguarsi al nuovo accordo. I contenuti delle nuove linee guida sono nettamente peggiorativi rispetto al passato. Il nuovo quadro che viene proposto elimina le differenti tipologie di tirocinio, modulate a seconda del destinatario, liberalizzando di fatto il tirocinio. Viene aumentata la durata massima del tirocinio, da 6 a 12 mesi. Si lascia invariata l’indennità minima di partecipazione a 300€.
Applicando alla lettera le nuove linee guida un’azienda potrà far lavorare un tirocinante fino a 8 ore al giorno per 12 mesi, pagandolo 300€ al mese e senza nessun obbligo di futura assunzione.

Schiavismo legalizzato insomma più che tirocinio. Ma le soluzioni ci sono e sono previste dallo Statuto che possiede competenza esclusiva in materia di tirocini e può disattendere completamente le nuove linee guida  formulando delle linee guida regionali nettamente migliorative per i tirocinanti. Così, dopo la pars destruens arrivano le proposte di Caminera Noa che ripostiamo integralmente:

Una indennità minima congrua è pari a 800€ lordi mensili per tirocinante, e la durata massima del tirocinio deve essere di 6 mesi. 
Riteniamo inoltre sia importante la creazione di un canale ufficiale tra tirocinante e Regione dove sia possibile segnalare abusi e irregolarità del soggetto ospitante e il non rispetto di quanto stabilito nella convenzione e nel Piano Formativo Individuale. La Regione dovrebbe impegnarsi a filtrare maggiormente, almeno nei suoi canali istituzionali, le offerte di tirocinio in palese contrasto con la normativa vigente e le finalità del tirocinio stesso.

Caminera Noa chiama in causa la Regione Sardegna, nell’interesse dei tirocinanti, e chiede che si attivi per la promulgazione di una nuova deliberazione contenente necessariamente punti sopra menzionati. Addirittura nella sua pagina fb arriva a taggare i seguenti consiglieri regionali, individuati forse come coloro i quali, almeno a parole, risultano più senibili al tema trattato perché di matrice sardista e/o progressista (ovviamente sempre a parole): Paolo ZeddaPaolo Zedda Christian Solinas Luca Pizzuto Francesco Agus Eugenio Lai

Per contatti:
Marco Contu (Referente per “Caminera Noa” della vertenza tirocini): 3493659837

Unu Isciòperu pro sa limba sarda in iscola

Unu Isciòperu pro sa limba sarda in iscola

Su 27 de santugaine imbeniente, unos cantos sindacados indisponìbiles a sa cunfrontadura e a sa bèndida a baratu de sos deretos de sos traballadores (CUB, SI COBAS, SGB, USI AIT, SLAI COBAS) ant fissadu un’isciòperu generale.
Sos ativistas “Pro Una Caminera Noa”, unidos in s’assemblea plenària in Bauladu su 17 de cabudanni coladu, ant detzìdidu de sustènnere sas resones de s’isciòperu, ca sunt cumpatìbiles cun sos valores e sas punnas in arresonu:
• abolire sas imparidades de paga, sotziales, econòmicas, de gènere e cussas cara a sos immigrados;
• garantire creschimònias de paga;
• minimòngiu generalizadu de s’oràriu de traballu e investimentos pùblicos pro ambiente e territòriu;
• pensione de antzianidade a 60 annos o cun 35 annos de cuntributos;
• abolire sa lege Fornero;
• firmare sas privatizatziones e sas liberalizatziones;
• garantire su deretu universale a sa salude, a s’abitare, a s’iscola, a sa mobilidade pùblica e amparos cuncretos de intreras pro sos disocupados;
• defensare su deretu de isciòperu cun s’abrogu de sas leges chi lu vìnculant;
• refudare s’acordu-trampa de su 10 de ghennàrgiu 2014 subra sa rapresentàntzia chi lìmitat sa libertade e sa democratzia sindacale;
• cuntrastare cada tipu de gherra e gastos militares.
In su cuntestu de tale isciòperu, s’assemblea “Pro una Caminera Noa” at a organizare unu presìdiu e una cunferèntzia de imprenta a ogros a sa sede de s’Ufìtziu Iscolàsticu Regionale in Casteddu (pratza Galilei a sas 11:00) pro pedire s’inserta in su curriculum iscolàsticu de sa Limba e de s’Istòria Sarda pro mèdiu de unu protocollu.
Custu – narant sos ativistas – at a garantire una creschimònia significativa de sos postos de traballu pro chèntinas de giòvanos dotzentes e at a acolumare un’imparidade grae de tratamentu intre sa cultura sarda e s’italiana chi ofendet profundamente sos deretos umanos e tziviles de sos tzitadinos e de sas tzitadinas sardas.
In tale ocasione – sighint sos militantes –amus a avantzare, in prus, sas propostas nostras subra unos cantos temas de importu fundamentale tipu:

• dotzentes sardos custrintos galu oe a s’emigratzione dae sa lege 107 chi no amparat s’iscola sarda e sos traballadores suos;

• netzessidade de superare s’alternu iscola-traballu;

• defensa de sa carrera de istùdios de chimb’annos in sos litzeos.

In su benidore imbeniente – acabant sos ativistas – amus a fraigare ulteriores movimentos de cumbata e proposta in su cuntestu de sas mobilitatziones sindacales cumpatìbiles cun sos valores nostros e obietivos fundamentales.

#prounacamineranoa
#deretossotziales
#limbaeistoriasardainsiscola

Gigi Riva e la paura dell’indipendenza

di Omar Onnis

Divide l’intervista all’Unione dove Gigi Riva dichiara qualche dubbio pragmatico (non in linea di principio, però) circa la possibile indipendenza della Sardegna.
Gigi Riva non è un politico, né uno storico, né un sociologo, neppure un economista; insomma è un ex grande campione, un mito sportivo, un emblema, ma non è che abbia proprio i titoli di dispensatore di Verità, su queste faccende.
Ha detto delle banalità, ha snocciolato un paio di luoghi comuni. Non starei a farne un caso.

Viceversa è imbarazzante quel che si legge su altre testate, sul medesimo tema, da parte di persone apparentemente più competenti.
Penso al pezzo di Luciano Marrocu (uno storico) sulla Nuova di ieri (o avantieri). Una serie di paralogismi (non si usa la storia a scopi politici, sostiene, un attimo prima di usare la storia a scopi politici), che sfociano poi nell’unico argomento che dobbiamo essere lieti e fieri di essere accolti nella grande nazione italiana, così ben guidata in nome della costituzione più bella del mondo.
Si può dissentire senza che arrivi la Guardia Civil?

Ma soprattutto, cos’è, adesso, tutta questa premura di trovare ragioni contro l’autodeterminazione? Qualcuno la teme? E se sì, chi è che la teme e per quali ragioni? Io mi farei queste domande, prima ancora di discutere della questione.

Nel frattempo il presidente Pigliaru, scatenando la sua proverbiale grinta, rimprovera il Veneto e la Lombardia per l’intenzione di tenersi i 9/10 delle imposte versate sul loro territorio. Non si fa, dice il professore-presidente, bisogna essere tutti leali e a disposizione dello stato centrale. Il che spiega perché lui e il suo fido compare Paci abbiano combinato tanti guai nella vertenza entrate. Non era impreparazione o pressapochismo, erano proprio scelte fatte con convinzione. Per l’Italia. Sia pure a svantaggio della Sardegna (ma chi se ne importa, mica sono stati messi lì per fare i comodi della Sardegna).

Ma a noi non ci fregano mica. A noi ci pensano i… Riformatori. Quelli dei referendum sull’abolizione delle province (che sono ancora lì, ma senza consigli provinciali, ossia gli organi democratici di quegli enti) e sul taglio non degli emolumenti ma del numero dei consiglieri regionali (con conseguenze non casuali aggravate dalla successiva legge elettorale oligarchica: chapeau!).

Cosa fanno questi filantropi (ops, si può dire “filantropo” o qualcuno si è intestato la qualifica in esclusiva?)? Propongono un referendum per far inserire nella costituzione italiana la notizia che a Sardegna è un’isola.
Referendum, Sardegna=isola, costituzione italiana. Se riuscite a tenere insieme senza ridere queste tre cose eterogenee e scompagnate, vincete una tessera omaggio del partito dei Riformatori e qualche altro gadget (che non specifico).

Mi raccomando, facciamoci fregare ancora. Alla faccia dell’asino sardo!

Sulla Catalogna una montagna di bugie

di Giovanni Fara

L’appuntamento di sabato 21 ottobre ad Alghero è stato una delle iniziative promosse a livello civico in solidarietà del popolo catalano per il diritto di decidere, per la libertà dei prigionieri politici e contro la repressione che lo Stato spagnolo sta attuando in queste ore nei confronti delle istituzioni catalane e dei principali esponenti della società civile impegnati nel processo di indipendenza della Catalogna.

Nella città sarda di lingua catalana ci si è ritrovati con l’intento di far sentire la vicinanza e la solidarietà dei sardi al popolo catalano.

Una occasione importante per riflettere sul futuro delle Nazioni senza

Era presente anche un sindaco (batlle) di Teià, comune catalano, Andreu Bosch (nella foto) presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna. presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna.

Stato presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna.

Di fronte alla chiusura di ogni spiraglio di dialogo da parte del governo spagnolo, alla sospensione di fatto di tutti i poteri dell’autonomia catalana e all’arresto dei due Jordi (tra i principali animatori delle manifestazioni indipendentiste organizzate in questi mesi in Catalogna), all’attacco alla democrazia e alla libertà di scelta, la stampa italiana ha assunto una posizione totalmente a favore dell’unionismo spagnolo, tanto che per capire ciò che realmente sta accadendo in Catalogna è preferibile attingere informazioni dai media internazionali.

I giornalisti italiani raccontano solo una sfilza infinta di bugie, mostrando una realtà viziata dal pregiudizio ideologico e dal rifiuto della scelta di una Nazione in cammino verso l’indipendenza. Ci parlano di una minoranza di indipendentisti intenti a violare le leggi spagnole, parlano di legalità, di rispetto delle regole ma non ci raccontano la verità. Non ci dicono che gli indipendentisti hanno la maggioranza assoluta nel Parlamento Catalano, maggioranza ottenuta attraverso il consenso elettorale e il perseguimento di un programma che da sempre ha puntato all’attuazione di un processo di disconnessione della Catalogna dalla Spagna e alla realizzazione della Repubblica Catalana.

I giornalisti italiani mentono quando affermano che il 1 ottobre si è recato al voto una minoranza di appena due milioni di catalani (circa il 40% degli aventi diritto al voto) e nascondono all’opinione pubblica che sono pressappoco 790mila le schede già votate e sequestrate negli oltre 90 seggi assaltati dalla guardia civile spagnola con il preciso intento di impedire la consultazione referendaria e creare un clima di paura per scoraggiare gli elettori a recarsi ai seggi.

A conti fatti sono andati a votare circa il 55% degli aventi diritto. In tutte le località dove non vi è stata la repressione della polizia spagnola o dove questa è stata respinta dalla popolazione (come dimostrano i numerosissimi video presenti in rete) si è superato quasi ovunque il 50% dell’affluenza. In questo clima di paura e intimidazione il risultato ottenuto è semplicemente straordinario e dimostra che la Spagna ha trovato davanti a sé un popolo fortemente politicizzato e convinto della forza delle sue idee, che neppure la violenza scatenata dalla polizia è riuscita a frenare.

È facile comprendere perché la Spagna abbia negato ogni spiraglio di dialogo e cercato in tutti i modi di impedire lo svolgimento del referendum, trincerandosi dietro la difesa della legalità e dell’immutabilità della sua Costituzione. La Spagna ha paura di concedere un referendum per l’indipendenza alla Catalogna perché sa perfettamente che la maggior parte dei catalani voterebbe a favore dell’indipendenza, perché non vuole più essere subalterna alla potere centrale spagnolo e non si identifica nella monarchia spagnola.

I media italiani accusano gli indipendentisti di passatismo ma non dicono una parola sulla provocatoria immagine di re Felipe, apparso alla Tv pubblica spagnola con alle spalle un quadro di Carlo III di Borbone con bastone nero in mano a sottolineare la totale sintonia dell’odierno monarca Felipe con i manganelli sfoderati nella repressione del referendum catalano.

Non una sola verità della stampa italiana sulla manifestazione unionista svoltasi a Barcellona con migliaia di persone arrivare in pullman l’8 ottobre da tutti gli angoli della Spagna, definiti dai telegiornali italiani “una maggioranza silenziosa di catalani a favore dell’unità con la Spagna” ma nei fatti una spregevole minoranza tutt’altro che silenziosa e pacifica e tantomeno catalana. Manifestazione realizzata con il preciso intento di dimostrare una fantasiosa frattura del popolo catalano e offrire una provocazione che, almeno nella testa degli organizzatori, avrebbe potuto scatenare la reazione violenta dei catalani, i quali invece non sono caduti nella trappola spagnola, dimostrando il carattere pacifico ma altrettanto risoluto delle loro idee.

Mentre milioni di catalani scesi in piazza il 3 ottobre per protestare contro l’impossibilità di svolgere un referendum in completa tranquillità e nel pieno rispetto della democrazia e della libertà di scelta, sono stati incredibilmente definiti dalla quasi totalità dei media italiani una minoranza irrispettosa della legalità.

È dunque chiaro come in Italia vi sia un problema di libertà di stampa e di conseguenza un deficit di democrazia, in quanto ci si ostina a filtrare le notizie secondo una visione distorta della realtà e appiattita sulle convenienze politiche del momento, nell’intento di difendere lo status quo contro ogni volontà popolare.

Quello a cui abbiamo assistito il 1 ottobre con il pestaggio di cittadini inermi è una vergogna senza precedenti. Non si tratta più soltanto di difendere il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza dei Popoli: oggi è in discussione la democrazia, il rispetto e l’affermazione della volontà dei cittadini europei, dei diritti civili, del diritto di decidere, del diritto di voto. Il diritto all’indipendenza è un diritto fondamentale che non può essere oggetto di repressione violenta nell’ambito del moderno diritto internazionale e della necessità di risolvere i conflitti con lo strumento della diplomazia e non della violenza e della sopraffazione del più forte sulla base del rispetto di un legalismo che minaccia la libertà di scelta e l’espressione della democrazia.

Siamo ad un bivio nel quale dobbiamo scegliere se accettare passivamente che oggi in Europa la polizia possa picchiare una folla di persone pacifiche solo perché agitano una scheda elettorale oppure batterci per difendere il diritto di decidere dei popoli. Se noi accettiamo che uno Stato Europeo possa imprigionare esponenti della cultura, della società civile per le loro idee con il preciso scopo di impedire che queste idee vengano propagandate pubblicamente; se permettiamo che questo accada, dobbiamo prepararci a subire un domani lo stesso trattamento dalla polizia italiana nel momento in cui saremo noi sardi a voler decidere.

A questa Europa, che ha mostrato le spalle alle richieste di mediazione della Catalunya, fa paura la voglia di partecipazione dei popoli, fa paura il principio di libertà e di scelta. Questa Europa non vuole cambiare. Questa Europa vuole restare espressione degli Stati-Nazione ottocenteschi per rappresentare gli interessi delle consorterie, delle caste e delle lobbies finanziarie che regolano i rapporti di potere, disinteressandosi dei reali bisogni e della voglia di emancipazione dei popoli.

Non possiamo stare alla finestra pensando che ciò che succede in Catalunya non ci riguardi. In queste ultime settimane in Europa ci sono state tante mobilitazioni a sostegno del popolo catalano e pure noi dobbiamo fare la nostra parte. Pro sa libertade, pro sa democrazia, pro s’indipendentzia. Oe in Catalunya, cras in Sardigna.

A scuola con Dr. Drer & CRC posse cambia musica!

Con una liberatoria la famosa band rap bilingue cagliaritana permette a tutti i docenti della Sardegna di utilizzare i suoi brani a scopi didattici. Con una mail recapitata a diversi docenti e dirigenti scolastici dell’isola la band sarda Dr. Drer & CRC posse rende noto il progetto di mettere a dispozione «Materiale didattico: Musica, lingua sarda, storia contemporanea» a seguto di «decine di richieste ed iniziative autonome da parte di docenti sardi negli ultimi 5 anni in diversi Istituti isolani e nell’Università degli Studi di Cagliari». Così il gruppo musicale in attività dal 1991, considerata una delle più longeve posse in assoluto, comunica ufficialmente che tutti i suoi brani musicali sono liberamente disponibili per qualsiasi laboratorio o progetto scolastico in qualsiasi istituto scolastico della Sardegna: scuole primarie, secondarie e istituti superiori. Ma la band rap va oltre e si rende disponibile anche a partecipare fisicamente a tali progetti.

In particolare la liberatoria selezionasi alcuni brani già utilizzati negli ultimi anni. Ecco l’elenco con i relativi link youtube:

Lingua Sarda (Su Sardu Alfabetu) https://youtu.be/Hxlw_csrZro

Storia del Novecento (El Tano) https://youtu.be/V4gGOJ9KauQ

I sardi nella Prima Guerra Mondiale (Arruolamentu) https://youtu.be/jC3aciKXzlc

Bombardamenti a Cagliari (Casteddu 43) https://youtu.be/z6nzcDdSWh8

In generale sono comunque disponibili tutte le ultime produzioni su cd: Cabudanni (2017) https://soundcloud.com/crcposse/sets/cabudanni Cosa Bella Frisca (2012) https://soundcloud.com/crcposse/sets/dr-drer-crc-posse-cosa-bella In Sa Terra Mia (2010) https://soundcloud.com/crcposse/sets/dr-drer-crc-posse-in-sa-terra

La diffusione e la riproduzione sono liberamente consentite, pertanto tutti i brani sono a disposizione per qualsiasi lavoro didattico. La band chiede soltanto che gli venga comunicato il tutto per conoscenza e invita a diffondere tale liberatoria la quale termina con i contatti di tutto il gruppo che riportiamo per favorirne appunto la diffusione:

Michele, Mauro, Alessandro, Giorgia, Giovanni, Riccardo Dr.Drer & Crc Posse Email: info@crcposse.org Web: www.crcposse.org Video: http://www.youtube.com/crcposselive

FB:https://www.facebook.com/pages/drdrer-crc-posse/60553857896 dr.drer & crc posse – mùsica de Sardigna

Per la Repubblica Socialista di Catalogna

di Gianfranco Camboni

1)La rivoluzione concreta

Il reale, l’effettivo non è ciò che immediatamente si dà ai nostri sensi, ma non è neppure la sua semplificazione intellettualistica. Questi due approcci  al reale portano a disorientamenti politici che se non corretti hanno conseguenze negative. Per esempio molti si scandalizzano perché settori di salariati votarono Berlusconi, la Lega oppure lo scorso anno Donald Trump. Da questi e da altri casi del passato, come il supposto sostegno della classe operaia industriale americana all’aggressione al Vietnam, molti disconobbero il suo ruolo oggettivamente rivoluzionario. Purtroppo per coloro che non vanno oltre l’osservazione empirica e per chi cade nell’errore opposto, l’intellettualismo astratto la classe operaia non è l’insieme dei suoi comportamenti né, tantomeno, “una rude razza pagana senza miti né dei”. La classe operaia come tutto ciò di cui si compone la realtà sociale e naturale è concreta, cioè una molteplicità di determinazioni in continuo movimento e interagenti permanentemente. La classe operaia nel capitalismo è una classe subalterna, se in essa non si diffonde organicamente il comunismo rivoluzionario, le sue idee sono quella della classe dominante. La classe operaia afferma la sua indipendenza nel giudizio e nella lotta su tutti i fatti, i movimenti e le crisi sociali e politiche. Per questa ragione nessuna crisi è estranea ai comunisti e al proletariato rivoluzionario.

Proprio perché il reale, l’effettivo è solo il concreto – cioè la “sintesi di molteplici determinazioni” – anche la rivoluzione è concreta, cioè determinata dalla storia reale. Perciò per i marxisti “<<la rivoluzione socialista non è un atto isolato, una battaglia isolata su un solo fronte, ma tutta un’epoca di acuti conflitti di classe, una lunga serie di battaglie su tutti i fronti, cioè su tutte le questioni dell’economia e della politica, battaglie che possono terminare soltanto con l’espropriazione della borghesia. Sarebbe radicalmente errato pensare che la lotta per la democrazia possa distogliere il proletariato dalla rivoluzione socialista, oppure farla dimenticare, oscurarla ecc. .  Al contrario, come il socialismo non può essere vittorioso senza attuare una piena democrazia, così il proletariato non può prepararsi alla vittoria sulla borghesia senza condurre in tutti i modi una lotta conseguente e rivoluzionaria per la democrazia>> (Lenin La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione- Tesi  gennaio/marzo 1916). Le Tesi di Lenin furono verificate nell’insurrezione irlandese del 1916. Il capo della rivoluzione d’ottobre non ebbe problemi a criticare gli scolastici di Zimmerwald che definirono l’insurrezione irlandese un “colpo di stato” e il movimento nazionale irlandese “nonostante il gran rumore che faceva, non valeva un gran che>>.  Il giudizio di Lenin sugli scolastici fu tagliente:

<<chi chiama colpo di stato una simile insurrezione o è uno dei peggiori reazionari oppure è un dottrinario irrimediabilmente incapace d’immaginare la rivoluzione sociale come un fenomeno reale.

Poiché credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza l’insurrezione delle piccole nazioni e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari terrieri, della chiesa, contro il giogo monarchico, nazionale ecc. significa rinnegare la rivoluzione sociale… Colui che attende una rivoluzione “pura” non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parola che non capisce la vera rivoluzione>> ( L’insurrezione irlandese in Risultati della discussione sull’autodecisione , luglio 1916).

Il principio generale del socialismo scientifico sulle questioni della lotta delle nazioni oppresse a cui si attiene Lenin è: se la lotta della nazione oppressa contro la nazione dominante indebolisce lo stato capitalista e rafforza il proletariato rivoluzionario di entrambe le nazioni allora il proletariato sostiene la lotta fino in fondo (come fu fatto nel ’17 e dopo la guerra civile vittoriosa nell’ex impero zarista). La questione nazionale – contrariamente a quanto dicono molti – è stata sempre al centro del socialismo scientifico nella teoria e nella pratica:

<<La fondazione della I Internazionale fu annunziata in un comizio a Saint James’ Hall a londra, indetto per celebrare l’insurrezione polacca, nel luglio del 1863, e la proclamazione venne fatta in un altro comizio in favore della Polonia, tenuto a Saint Martin’s Hall, a Londra nel settembre del 1864>> (Storia del marxismo, vol. II, pag.798 Einaudi).

2) La crisi catastrofica inarrestabile del capitalismo e la crisi catalana

La questione delle nazioni storiche oppresse in Europa non presenta più la questione contadina centrale nei primi del novecento, neppure una borghesia nazionale interessata allo sviluppo di una propria industria, per difendere il proprio mercato nazionale e neanche una borghesia compradora. Le loro borghesie sono profondamente integrate gerarchicamente nel capitalismo delle nazioni dominanti. Le nazioni storiche oppresse in Europa sono state trasformate dai processi d’industrializzazione capitalistica e di deindustrializzazione. Il proletariato, la classe salariata, costituisce la maggioranza sociale delle nazioni storiche in Europa (fa eccezione la Sardegna data la presenza di un settore agro-zootecnico, i pastori, nei confronti dei quali si pone il problema della direzione politica). Da quanto detto sopra il problema delle nazioni storiche in Europa non si pone nei termini della rivoluzione permanente o della trascrescenza della rivoluzione democratica e borghese in rivoluzione al socialismo ma nei termini di una rivoluzione socialista nei paesi imperialisti dominanti. Allora come mai la classe operaia salariata della Catalogna in questa crisi catastrofica mondiale non ha una coscienza rivoluzionaria, formata dal socialismo scientifico all’altezza della situazione? Le condizioni indicate – maggioranza  sociale salariata e crisi del capitalismo – avrebbero dovuto produrre la coscienza socialista rivoluzionaria, eppure manca!

L’assenza di coscienza socialista rivoluzionaria non vuol dire che non manchino lotte e guerre contro la classe dominante. Questo è il problema da risolvere. A questa condizione ci ha portato la crisi di direzione del proletariato rivoluzionario internazionale.

Forse che il Partito laburista inglese ha mai lavorato per far saltare il Regno unito facendo diventare l’indipendenza dell’Irlanda parte del suo programma e della sua azione? – Come fecero invece Livellatori che mobilitarono, nell’estate del 1647 alcuni reggimenti contro Cromwell che si preparava a invadere l’Irlanda: compito di ogni democratico in Inghilterra era quello di battersi per la libertà dell’Irlanda.  Marx ed Engels sono gli eredi dei Livellatori inglesi sulla questione. Il Partito comunista britannico, quello spagnolo, quello francese, quello italiano hanno fatto di tutto per seppellire la politica leninista sull’autodeterminazione dei popoli, non potevano dirigere la lotta delle nazioni oppresse in europa. Non c’era bisogno del “crollo del muro di Berlino” per ridurre la coscienza socialista rivoluzionaria a un lumicino nella classe salariata delle nazioni oppresse in Europa!

Eppure nell’Ulster, nei Paesi Baschi dalla fine degli anni sessanta sino ad una decina di anni fa si è combattuto con lo stesso eroismo con cui combatterono “gli eroi della Narodnaja Volia”. Ma quella linea politica non ha portato alla liberazione dell’Ulster dall’imperialismo britannico né i Paesi Baschi a liberarsi dalla monarchia borbonica a servizio  del grande capitale.

La crisi catastrofica inarrestabile iniziata con il crollo della borsa di Shanghai nei primi mesi del 2007 ha acutizzato lotta la classe operaia internazionale, ricordiamo le battaglie  dei minatori asturiani nel luglio del 2012, i battaglioni dei minatori del Donbass contro il governo fantoccio di Kiev, gli scioperi nel settore petrolifero degli Usa nel 2015, le lotte del proletariato, i grandi movimenti di sciopero in Francia. In tutte queste lotte era stato  l’idolo del legalismo non era più venerato e temuto. Le organizzazioni indipendentista di sinistra irlandese e basca, al contrario precipitavano in una crisi profonda con la capitolazione all’imperialismo inglese del Sinn Feinn di Adams e di McGuinness. Capitolazione avvenuta in una crisi profonda dello stato inglese.

Nella Dichiarazione di Istanbul del CRQI del luglio 2007  venne fissato un punto che ha costituito la stella polare per i marxisti in questi anni: la crisi catastrofica avrebbe prodotto crisi politiche esplosive e posto le condizioni di una nuova tappa della rivoluzione socialista mondiale:

<< Il capitalismo mondiale è scosso da convulsioni che, in modo costante,  lacerano violentemente tutte relazioni tra le classi e tra gli Stati, rompendo tutti  gli equilibri sociali, politici ed economici …… La convulsione del mondo contemporaneo,  segna chiaramente una transizione dal periodo
precedente, dominato dagli effetti del crollo dell’Unione Sovietica e dello stalinismo, verso una nuova
ascesa  internazionale delle lotte nazionali e sociali negli ultimi anni del Novecento  e nei primi
anni del XXI secolo, verso  una polarizzazione delle forze sociali che  avanzano  verso grandi scontri storici
in tutto il mondo….. Nel 90 ° anniversario della Rivoluzione Socialista di ottobre, primo atto della rivoluzione socialista mondiale, come precisarono  Lenin, Trotskij ei bolscevichi, il mondo entra in una nuova fase della rivoluzione socialista mondiale >>(luglio 2007).

Allora non c’è niente di straordinario se le masse combattive catalane marciano sotto la bandiera della Repubblica catalana.

Nel 2011, partiti borghesi repubblicani catalani, imprudentemente, si sono lanciati in una lotta contro il centralismo madrileno: era il loro modo per rispondere alla loro crisi e per deviare la lotta delle grandi masse. Nel luglio 2012 sull’Espresso la situazione sociale spagnola veniva riassunta così: << Madrid a Barcellona, sta esplodendo la rabbia sociale di un intero Paese….. Lo si vede il 19 luglio con i centomila che a Madrid calano alla Puerta del Sol e fino a notte la occupano scontrandosi con la polizia: ceto medio, impiegati, statali di un’amministrazione non mal funzionante ma elefantiaca, disoccupati ormai tra i giovani al 50 per cento, medici e infermieri con gli ospedali a rischio, madri che a settembre su tempere e quaderni dei figli a scuola pagheranno ‘Iva al 21 anziché al 4%. E poi “mineros y bomberos”, i minatori dalla provincia di Teruel e i pompieri che inondano di schiuma la piazza, persino poliziotti in borghese>>. Gli Indignados e  Podemos, alle masse profonde non potevano dare  la certezza che, in un modo o nell’altro, le avrebbero guidate al rovesciamento dei vertici della società iberica.

Alle masse della Catalogna, deluse di tutti i tradimenti vecchi e nuovi della sinistra iberica, hanno ripreso la tradizione repubblicana catalana per giustificare la lotta alla classe dominante, perché ai loro occhi appariva quella in cui si poneva la questione del potere: la separazione dallo stato iberico. Abbiamo scritto che i partiti borghesi catalani scelsero  imprudentemente la via della separazione perché non avevano presente che nella Nazione Catalana le classi subalterne hanno visione della nazione molto diversa da quella dei capitalisti catalani. Ognuna delle due classi pensa l’indipendenza secondo i suoi propri bisogni, interessi e desideri.

I partiti borghesi catalani si erano illusi sull’Unione Europea e sui singoli governi e, allorchè, quella e questi hanno mostrato il loro vero volto di grandi nazioni imperialiste hanno tremato. Il 10 ottobre in parlamento, Carles Puigdemont ha chiesto tempo per negoziare la resa e per prendere le distanze dalle masse che hanno votato e hanno scioperato il 3 ottobre per la Repubblica di Catalogna

3) Per la Repubblica socialista di Catalogna

Se i partiti borghesi catalani hanno agito imprudentemente è perché non fanno le analisi dei marxisti rivoluzionari. I vertici economici, politici e militari dell’UE, al contrario, di  Puigdemont hanno avuto a disposizione dal 2009 in poi studi come “Manning the barricades -Who’s at risk as deepening economic distress foments social unrest”(marzo 2009) dell’ Economist Intelligence Unit, in cui si cercava il rapporto tra crisi economica  e esplosioni sociali. La grande borghesia ragiona sui rapporti reali di forza senza il feticcio del legalismo e dell’ “ideale”, altrimenti non sarebbe ancora al potere. Contrariamente ai partiti borghesi catalani i vertici dell’UE hanno visto ciò che vogliono, seppur confusamente, le masse catalane: indipendenza vuol dire rovesciare la propria condizione di miseria.

Dopo la resa del 10 ottobre la rottura delle masse catalane con i partiti borghesi “indipendentisti” è destinata ad allargarsi. Diversi sono i fattori che la accelereranno. Il proletariato, la piccola borghesia impoverita hanno visto il ricatto economico dei capitalisti catalani, di quelli spagnoli, di quelli europei e internazionali, ora per loro indipendenza politica significherà, anche, il pieno controllo delle banche e dell’industria, il loro stato che espropria i nemici del popolo catalano. Il controllo economico va difeso, questo implica che la rivoluzione si armi.

Secondo il Segretariato Unificato bisogna: <<sforzarsi di mantenere una strategia il più possibile non violenta, evitando le provocazioni, allo scopo di non dare alcun pretesto a un rafforzamento della repressione ed evitare la divisione del movimento che il governo spagnolo aspetta>>.  Al contrario di quanto sostiene il S.U., il governo non “aspetta”, il governo di Madrid agisce sostenuto da una campagna della stampa borghese per lo stato d’assedio in Catalogna, articolo 156. Sono già operative sul campo un battaglione a Barcellona e un battaglione di blindati a Sant Climent Sescebes.  Per il governo le due unità si trovano in Catalogna per un piano di prevenzione del terrorismo dopo la strage di quest’estate. Solo chi fa come gli struzzi può bersi che le due unità militare, in appoggio alla polizia spagnola, siano state mandate lì contro il “terrorismo”, così come la strage di Barcellona sia una strage su mandato dell’Isis. La strage di Barcellona  e i due battaglioni sono atti di guerra contro il movimento nazionale catalano. Il governo di Madrid ha potuto verificare che il carattere progressivo di quel movimento nel febbraio scorso quando a Barcellona si svolse l’imponente manifestazione a favore dei rifugiati e dei profughi al grido di “Basta scusa: accogliamo subito i rifugiati”. La manifestazione era la conclusione della campagna “casa nostra, casa vostra”. Il sindaco dei Barcellona dichiarò:  «Voglio i profughi a Barcellona ma Madrid lo impedisce». Si deve vergognare chi ha messo sullo stesso piano il movimento nazionale catalano con il leghismo. Questa è una delle ragioni per cui la Catalogna vuole separasi dallo stato iberico, le cui istituzioni non hanno mai rotto con il loro passato fatto di hidalgos sanguinari. Ci troviamo in una situazione che è completamente all’opposto di quella presupposta dalla “strategia il più possibile non violenta” del S.U. Madrid non è alla ricerca di “alcun pretesto” per il “rafforzamento della repressione”, Madrid ha già represso il 1 ottobre e il 10 di ottobre  la sua polizia era pronta ad attaccare. Madrid tiene conto della polizia autonoma catalana. Sa bene che i Mossos sono destinati a fratture e ciò rende più facile l’armamento delle masse.

La rivoluzione catalana si dovrà porre il problema del controllo totale delle banche e dei mezzi di produzione, il problema della sua difesa militare contro il governo reazionario di Madrid e dell’UE.  Oggi, come nel 1934 “la Catalogna può trasformarsi nell’asse della rivoluzione spagnola. La conquista della direzione in Catalogna deve essere la base della nostra politica in Spagna”. Per la Repubblica socialista di Catalogna, appunto!