Michelangelo Pira e l’Identità negata.

Di Francesco Casula

Oggi su Telecostasmeralda (ore 20.30) alla fine della trasmissione Logos de Logu a cura di Enrico Putzolu parlerò – sempre rigorosamente in lingua sarda – del grande antropologo e intellettuale sardo-bittese Michelangelo Pira (Mialinu de Crapinu) e del suo capolavoro “La Rivolta dell’oggetto”. Ecco in sintesi il suo significato.

Il primo giorno di scuola, in prima elementare, dal maestro “un bambino si sentì dire che il suo nome e il suo cognome non erano quelli che credeva di sapere fin dalla nascita e con i quali fino a quel momento era stato «chiamato» da tutti”.
Quel bambino, – che poi è lo scrittore stesso – che per tutti era sempre stato fino ad allora, Mialinu de Crapinu: per la famiglia come per la comunità ma soprattutto per se stesso; a scuola, nella scuola “ufficiale”, dello Stato, si sente nominare Pira Michelangelo.
Di qui la sua identità culturale e linguistica lacerata e mutilata. Scissa e fessurata.
Materia per i labirintici scritti pirandelliani?
O per la poesia di Rimbaud, “Je est un autre”?
No, oltre, addia. Qualcosa di più grave e drammatico.
L’Identità di Mialinu de Crapinu è stata semplicemente azzerata. Nullificata. Repressa.
Ad iniziare dalla sua identità linguistica.
Una costante nella storia sarda, la proibizione e repressione del sardo: a suon di bacchettate nella scuola.
E a suon di bocciature. Ricordo che una trentina di anni fa, in San Pantaleo (una frazione di Olbia) due bambini (prima e terza elementare) furono bocciati perché “il loro lessico era influenzato dal dialetto”(motivazione testuale riportata nelle pagelle).
Una “proibizione” e “criminalizzazione” che viene da lontano.
Carlo Baudi di Vesme nell’opera “Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna”, commissionata dal re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione!
Ovvero la lingua sarda da estirpare in quanto espressione di inciviltà da superare e trascendere con la lingua italiana!
Mialinu de Crapinu, da tutti così chiamato, riconosciuto e istituito come soggetto – scrive Pira – si sente trattare dal maestro dello Stato come alunno oggetto. Reificato. Fatto cosa.
“Faticò non poco – scrive ancora Pira – a riconoscersi e a restituirsi come soggetto”.
I sardi continuano a faticare.
Ma per “restituirsi” come soggetti da oggetti che sono, devono “rivoltarsi”. Ribellarsi.
Operando un radicale “rovesciamento”.
La rivolta dell’oggetto, appunto.

C’è chi manifesta per la sanità pubblica contro se stesso

di Carlo Mura

Il 15 Luglio 2020 presso l’ospedale “Giovanni Paolo II” di Olbia c’è stata una manifestazione di solidarietà promossa e organizzata, si legge nel comunicato che è stato diffuso il giorno prima (sui social) e il giorno stesso su alcune testate giornalistiche, da un movimento spontaneo non politico e non sindacale di dipendenti ospedalieri e dalle associazioni di pazienti.

Il giorno prima (13/07) il Sindaco di Olbia Settimo Nizzi, in un consiglio comunale convocato per discutere dell’emergenza sanitaria, ha dichiarato quanto segue “dobbiamo stare tutti insieme, dobbiamo essere uniti nei fatti. Non dobbiamo farci la guerra. Tutto il territorio deve rimanere unito. Non dobbiamo dividerci le risorse tra di noi ma noi tutti abbiamo bisogno di più risorse e non di dividercele”. Nella stessa occasione il primo cittadino di Olbia ha annunciato un presidio permanente di fronte all’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia.

Torniamo alla manifestazione del 15 (nella modalità del flash mob) tenutasi di fronte all’ospedale e di fronte al Consiglio Comunale (presente il vicesindaco Michele Fiori, il presidente del consiglio comunale Giampiero Mura, Mariantonietta Cossu ed altri).

Nel comunicato  degli appartenenti al movimento si leggeva che ci si dava appuntamento di fronte ai “tre presidi ospedalieri galluresi per dare un segnale alla Regione sul continuo impoverimento di risorse umane nella Assl Olbia”.

Il tempismo dell’organizzazione, in meno di 24 ore, del flash mob di fronte ai presidi e dunque anche all’amministrazione Comunale di fronte all’ospedale di Olbia, è stato sorprendente.

Molti medici, personale ospedaliero e cittadini non erano a conoscenza di chi avesse organizzato la manifestazione ma vi hanno partecipato per protestare contro i tagli alla sanità pubblica a favore di quella privata (vedasi ad esempio il Mater Olbia), che ha portato: alla carenza di personale e al conseguente blocco delle sale operatorie; al fatto che venga chiesto ai pochi medici presenti ad Olbia (che già fanno turni massacranti spesso con carenza di materiale indispensabile) di coprire le carenze di personale in altri centri ospedalieri della Gallura (Tempio e La Maddalena); alla chiusura di ambulatori per carenza di personale (es. pediatri).

Una volta cominciato il presidio si è compreso che, sebbene il comunicato fosse vago sul punto, era stato Pietro Spano (ex consigliere PD, presidente dell’Associazione Diabete Gallura e dirigente della Rete Sarda Diabete) a guidare e condurre il flash mob.

La cosa che in tanti non hanno certo gradito (pazienti, personale medico e cittadini presenti per difendere il diritto ad una salute pubblica), è stato il fatto che non si è attribuita le responsabilità per la situazione in cui ci si trova alla classe politica (al di là del colore) che in questi anni ha continuato a foraggiare la sanità privata con finanziamenti pubblici, depotenziare centri ospedalieri di eccellenza e boicottare (o manifestare cecità) nei confronti di cittadini e movimenti che da anni si battono per il diritto ad una salute pubblica per tutti.

Anche a Tempio c’è stato un presidio e a La Maddalena in molti non sapevano da chi fosse stato organizzato. La distanza degli organizzatori di questo flash mob dagli stessi operatori medico sanitari era dunque palese.

Solinas ha le sue enormi responsabilità, ma la politica messa in atto dalla precedente amministrazione (PD), e dall’attuale (FI) ad esempio ad Olbia, sono sempre state di assoluta cecità nei confronti della drammatica situazione degli ospedali del personale medico che ora è allo stremo.

La speranza è che in questa situazione gli operatori ospedalieri (pazienti e cittadini) vedano oltre il “colpevole” individuato da politici in campagna elettorale (Presidente Regionale Solinas), ma si chiedano chi li ha nei fatti difesi e appoggiati in questi anni, scendendo in piazza anche per loro e per difendere  il diritto ad una sanità Pubblica e gratuita per tutti.

Turismo in caduta libera. Solo colpa del Covid19?

Di Daniela Piras

I dati riguardanti l’andamento del settore turistico in Sardegna, sono allarmanti: «secondo un’indagine realizzata da Giacomo del Chiappa, docente di Marketing del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Sassari, nel mese di giugno il fatturato del comparto vacanziero sardo ha fatto registrare addirittura un -95% rispetto al 2019. Lo studio si è basato su un campione di 360 strutture ricettive dell’Isola, tra hotel ed extra alberghiero. I turisti che hanno prenotato sono per lo più italiani: il 75%, di cui il 22% sardi.» è [Fonte: unionesarda.it, 10 luglio].

Qualche settimana fa, il giorno 9 giugno, una campagna lanciata dal movimento Caminera Noa, invitava i cittadini sardi a salvare la Sardegna, con queste parole: «Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici. Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio.»

In merito a questa proposta, ho inviato al movimento una proposta di integrazione con alcune considerazioni, qui riportate:

«Quest’anno, sia per motivi economici che per cautela, ci saranno molti più sardi che faranno le vacanze in Sardegna. Sviando il luogo comune secondo cui “chi vive in Sardegna è sempre in vacanza”, vorrei suggerire di proporre ad albergatori e ai cosiddetti “host” (coloro che gestiscono privatamente la locazione, anche giornaliera, dei propri appartamenti o di porzioni di case condivise, solitamente tramite i siti di airbnb  e booking), di calmierare i prezzi, e creare una sorta di “consorzio online” in cui chi voglia approfittare dei mesi seguenti per scoprire luoghi poco battuti dal turismo di massa – nello specifico nel territorio interno dell’isola – possa avere la possibilità di costruirsi un pacchetto vacanza su misura senza rimetterci un occhio della testa. La proposta può essere intesa anche in maniera bonariamente provocatoria: una sorta di appello all’essere “ospitali tra noi”. Ospitali mettendo in pratica una reale solidarietà tra vacanzieri e gestori di strutture ricettive. La Sardegna non è solo mare, e in questo periodo sarebbe logico cercare di riscoprire i luoghi più “nascosti” o comunque meno conosciuti; luoghi dove è difficile creare assembramenti: montagne, vallate, piccolissimi centri… Faccio tre esempi: La valle del basso Coghinas (Santa Maria Coghinas, Perfugas); la zona montuosa delle Barbagie: Tonara, Belvì, Aritzo; l’altipiano del Sarcidano: Laconi, Isili, Genoni. Avete mai provato a vedere quanto costa in media un pernottamento in camera doppia in certi piccoli comuni? Non sono cifre molto diverse da quelle che si pagano in una grande città, anzi: solitamente sono molto più alte. I motivi sono diversi, e non è questione da affrontare in questa sede, ma in diversi casi si parla di cifre davvero proibitive.

Sarebbe bello provare a realizzare una catena circolare di solidarietà: partire dall’idea che chi ha la possibilità di fare una vacanza scelga di restare in Sardegna per arrivare a ricevere una solidarietà anche da chi affitta le strutture. Una sorta di consorzio che venga incontro anche a chi ha subito gli effetti di questa emergenza sanitaria. In due parole: va bene dare ma a volte è anche giusto ricevere. Io scelgo di andare a Belvì, luogo non proprio “battuto turisticamente” ma ho l’ambizione di venire trattato con un occhio di riguardo, proprio come vengono trattati gli ospiti “continentali” e/o stranieri che scelgono di visitare certe zone. Io, da sarda, voglio andare incontro agli albergatori e gli albergatori, da sardi, dovrebbero venire incontro a me. Come? Proponendo dei prezzi che possano essere sostenibili da una persona che, per esempio, in questo momento di crisi si è vista quasi annullare la capacità di reddito. Il concetto è complesso, e andrebbe affrontato con attenzione; dato che non stiamo parlando di un bene essenziale sarebbe facile cadere in errore. In poche parole, qualcuno potrebbe obiettare: «se non puoi fare le vacanze, non farle. Perché dovrei “svendere” il mio appartamento affittandolo a meno?»

È un discorso che va ben oltre il periodo estivo e la situazione generata dal Covid19, ma possiamo provare a trarne qualcosa di buono:

Far conoscere la Sardegna, invitando a visitare i numerosi monumenti naturali disseminati in zone sconosciute ai più, a scoprire parchi e percorsi alternativi al solito “giro della costa”.

Smuovere quello che potrebbe essere un innesco per varie attività delle zone “secondarie” (intendendo quelle lontano dal mare), perché a rimetterci (nel senso di vedere poche persone in giro) sono tutti gli operatori della zona rimasta in ombra: bar, ristoranti, market ecc.

Questo è il ragionamento generale. Potremo provare a impostare una sorta di invito da diffondere tramite una e-mail, alle strutture alberghiere, proponendo di promuovere il loro hotel o il loro appartamento, e di conseguenza il loro territorio, all’interno di un consorzio turistico che potrebbe vantarsi di seguire un’etica di solidarietà reciproca all’insegna del “Ospitali da sardi a sardi”. (Ovviamente i prezzi dovranno essere gli stessi, sia per turisti isolani che non).»

L’idea era piuttosto ambiziosa, questo è vero, ma non è con le idee innovative e di rottura che si possono smuovere le cose? Ci si concentra sempre sul turismo come se fosse qualcosa che interessa soltanto a chi arriva da fuori, ma ci si scorda che la Sardegna è abitata. È abitata da persone che avrebbero anche il piacere e l’interesse di girarla e di conoscerla meglio, ma che non se lo possono permettere, perché i prezzi sono “a misura di turista del Nord Italia e/o turista straniero”.

E se i prezzi che offrono alcune strutture vanno oltre ogni logica del buon senso, in un periodo come questo, ma anche in periodi normali, dovremmo farci qualche domanda, tutti.

Se le cifre medie richieste per un pernottamento in camera doppia (non sempre compreso di colazione o di bagno ad uso esclusivo) si aggirano sui 65/70 euro, fino ad arrivare a prezzi folli, come per esempio (il costo si riferisce a una notte, per una persona):

Casa Luisa su Booking!  http://www.booking.com/Share-MMDZzgL

La casa del viaggiatore su Booking!  http://www.booking.com/Share-gJkGKX

Pinnetta Sarda su Booking!  http://www.booking.com/Share-1u4XsCl

qualcosa vorrà pur significare.

La responsabilità del crollo delle prenotazioni, qui, è da condividere. Non solo da attribuire alla gestione politica confusionaria rispetto alla posizione da prendere in merito alla norma da applicare all’ingressi di porti e aeroporti: penso a quanti, durante il balletto con al centro la richiesta del Passaporto sanitario da parte del presidente Solinas, hanno preferito rimanere all’interno dello stivale per non sobbarcarsi spese ulteriori – per fare un esempio – ma anche a chi offre servizi e alloggi, anche se lo fa solo per ottenere un ingresso extra.

Pazienti:prima numeri, ora auto(mi) parcheggiati!

Daniela Piras per il gruppo “Esposto” di Donne Libere in Lotta per il Diritto alla Salute- Feminas in Luta pro su Deretu a sa Salude

La situazione all’ospedale di Sassari, nello stabile di via Monte Grappa, può essere riassunta in due parole, in questi giorni: 1) Parcheggio sotterraneo adibito a sala d’aspetto. 2) Locale di passaggio per evitare assembramenti. Verrebbe da ridere se non fosse vero.

Nel comunicato ufficiale della AOU datato 4 luglio 2020 si può leggere «Sarà aperto da lunedì 6 luglio il nuovo ingresso al Palazzo Rosa per l’utenza che deve effettuare esami di laboratorio o sottoporsi a visita specialistica. L’accesso al Palazzo Rosa avverrà dal cancello all’incrocio tra via Monte Grappa e via Padre Manzella.

In questa area di accesso è stata realizzata una sala d’attesa con un nuovo sistema di illuminazione, sono stati posizionati un totem che consente di ritirare il tagliando elimina code…»*

L’area di accesso con il nuovo sistema d’illuminazione, dove è stata realizzata la sala, è costituita niente di meno che dal parcheggio mai utilizzato. Dopo questa notizia, si sollevano immediatamente le contestazioni, specie nelle piazze del 2020 – i Social – e la consigliera Laura Useri (consigliere comunale M5S di Sassari), chiarisce che si tratta di una soluzione dettata dal bisogno di spazi e, sulla polemica riguardante il fatto che il garage in questione non è mai stato utilizzato per mancanza dell’attestato di agibilità afferma: «Riguardo l’agibilità degli spazi non ci sono dubbi, infatti il fatto che non siano aperti alle auto come da originale destinazione è legato ad autorizzazioni e requisiti stringenti a cui non sono stati ancora adeguati (ma solo per essere destinati a parcheggio). Il transito delle persone non comporta alcun pericolo.»

Nessun pericolo, quindi. Ma che ne è della dignità del malato? Può essere considerato dignitoso sostare come un’auto in un garage sotterraneo, da parte di una persona anziana, per esempio? Davvero non si potevano trovare altre soluzioni che prendessero in considerazione anche la componente UMANA dei pazienti?

Nuovo ingresso con dei punti d’appoggio. Sala d’attesa. Le parole generano confusione, a cui si cerca di rimediare, sempre con le parole.

Quindi, i pazienti (e pazienti più che mai dovranno essere, vista la situazione), non solo si vedono rimandare importanti visite di controllo, non solo si trovano a chiamare interminatamente numeri a cui non risponde nessuno, ad aspettare strategici passaggi di linee tramite il centralino che spesso cadono nell’oblio, trasformandosi in “tuuu tuuu” morenti, non solo si ritrovano a lottare per ottenere quello che dovrebbe essere il diritto primario di tutti – la salute – ma ci si ritrova (tutti!) a farlo sbattendo la testa contro un sistema che gestisce malattie e persone come se fossero numeri. Il passo successivo è ora quello di essere considerati auto? Un luogo costruito per accogliere mezzi meccanici può avere la stessa ospitalità e lo stesso comfort a cui ambiscono, e di cui hanno bisogno, gli essere umani? Specie se malati, in attesa di cure. Specie se bisognosi di cure e di calore. Specie se persone, non numeri.

Da un numero si parte, ed è il 1533. Il fantomatico numero del CUP, i cui funzionari segnano meticolosamente nell’agenda a loro disposizione appuntamenti e codici di prenotazione. Ma il 1533 è solo l’inizio: appuntamenti che non possono venire fissati per i più svariati motivi, che si possono racchiudere in uno: cattiva gestione, amministrazione non adeguata per ciò che riguarda l’erogazione di prestazioni mediche professionali.

Ma piuttosto che cercare di risolvere problematiche e carenze che si protraggono da anni, ecco che viene in soccorso il “motivo Covid19”. Un’operatrice del CUP, verso metà giugno, mi dice che non può prenotare il controllo relativo all’esame del Pap-test  perché “non ha date disponibili”. Alla mia risposta, in cui faccio presente che sono già in ritardo di mesi per effettuare questo controllo, mi sento rispondere “Non l’abbiamo voluto noi il Covid19”. Il Covid19 impedisce di fissare le visite periodiche di controllo? In Sardegna?… In Sardegna, ad oggi, non si registrano nuovi focolai e, nel resto d’Italia, la situazione nella sanità è ben diversa. Porto la mia esperienza diretta. Venerdì 3 luglio avevo appuntamento al CTO di Torino (regione tra le più colpite dall’epidemia nelle scorse settimane). Tutto appare funzionale. Si entra direttamente nello stabile e, dopo essersi fatti misurare la temperatura e compilato un’autocertificazione dove, in sintesi, si dichiara di non avere sintomi influenzali preoccupanti, si accede alla saletta dell’accettazione. Poche persone sostano nella sala, sedute sulle seggiole disponibili per metà, ma nessuno è costretto a stare in piedi. Tutto è già stato prenotato precedentemente. Dopo il pagamento del ticket si sale direttamente nel reparto e si entra in base all’appuntamento fissato. Va da sé che non ci sono file né possibilità di assembrarsi, né necessità di disporre di un sotterraneo come sala d’aspetto. Nella situazione attuale non si dovrebbe aspettare, semplicemente, perché il solo fatto di aspettare va contro ciò che il buon senso denota. Dopo aver effettuato la visita, e la relativa prestazione, in pochi minuti sono invitata a rivestirmi e ad abbandonare la sala: è il turno del prossimo paziente. Esco dall’ospedale e mi siedo su una panchina poco distante dallo stabile. L’assembramento è annullato dall’organizzazione e dalla logica. Dalla puntualità di chi opera. Dall’anticipo con il quale sono stati fissati gli appuntamenti e le visite di controllo. Eppure, il Covid19 in Piemonte ha avuto ben altri numeri di contagiati rispetto alla Sardegna.

Mi viene da pensare una cosetta semplice semplice che, guarda caso, è collegata proprio al fatto che io, dalla provincia di Sassari, vada a risolvere i miei problemi di salute in Piemonte: in Sardegna i problemi della sanità esistono ben prima l’insorgere del famigerato Covid19…ed esistono per colpa di una gestione a dir poco catastrofica della sanità pubblica. Quella gestione che ti porta a sbattere il cordless per terra, in preda alla crisi isterica generata dalle continue attese, dai continui sballottamenti per riuscire a parlare con quello o con quell’altro medico, dal logoramento del sistema nervoso provocato da maleducati operatori non identificati (e non identificabili) che si permettono di dire a un’utente che chiede di ripetere le indicazioni, appena sentite in velocità, sulla dicitura da far inserire dal proprio medico di base, in modo da poterle scrivere su un post-it «Ma lei, signora, crede che io abbia tutta la mattina da passare al telefono con lei?» o, ancora, lo snervamento che sale piano piano fino a degenerare in scatti d’ira quando si cerca in qualche modo di parlare o di fissare un appuntamento con il cardiologo che deve rinnovare un piano terapeutico a un anziano padre, portatore di peacemaker, e ci si sente rispondere «Non lo so, signora, non so cosa dirle, prima il dott. XXX era qui, ora non so, sarà in sala operatoria; ascolti, provi a venire qui, si sistemi in corridoio: se è fortunata lo vedrà passare. Appuntamento? No no, non posso fissarle un appuntamento per conto del dott. XXX, gli appuntamenti li dà solo lui. Come, scusi? Come fa a parlare con lui? Glielo ho detto, provi a venire in reparto». Con una situazione pregressa di tale portata non ci voleva certo un luminare della Scienza a capire che l’arrivo di un virus sconosciuto facesse rotolare nel fango un ingranaggio già arrugginito. Non tutti muoiono per colpa del Covid. Non tutto ciò che non funziona è a causa del Covid.

Sarebbe bastato considerare i disagi e le richieste inevase dei tanti “pazienti” e delle tante “pazienti”, per rendersi conto di dove si stava arrivando.

Testimonianze:

F.S. “Buongiorno sto sempre chiamando il policlinico, non risponde nessuno vorrei conferire con il cardiologo. Al centralino non risponde nessuno.”

F.F. “Se avessero impiegato la testa per risolvere il vero problema, non staremo a parlare di posteggi o di sale d’attesa… il problema non è dove mettere le persone ad aspettare… il problema è non farle aspettare. Il problema urgente da risolvere è la riapertura degli ambulatori con un sistema efficiente di prenotazione e di visita, le code si snelliscono solo in quel modo… se possono garantire solo poche visite al giorno, cosa ci fanno centinaia di persone?”

“Riesci a prenotare solo via mail… per telefono non rispondono. E anche per mail perdi le speranze perché la risposta arriva dopo tre giorni… abbandonati.”

M.S. “Sembra che ancora non si possa prenotare… tutto è ancora chiuso e dal CUP nessuno risponde. Perché non sbloccano? E perché se vado sul privato a pagamento c’è la possibilità?”

F.F. “Ho saltato tutti i controlli… mammografia, ecoTV, moc… oltre che i controlli in pneumologia per l’asma…”

M. “Un amico con patologia pneumologica severa, deve fare la spirometria al più presto, prescritta dallo pneumologo in ospedale, ma non è possibile farla! Sembra una barzelletta!”

X. “Ad Alghero non fanno entrare e,quando chiami per avere un’informazione su parenti ricoverati, o non rispondono o si scocciano.”

No, questa situazione non è colpa del Covid. Troppo facile cercare un capro espiatorio dopo avere mandato al collasso un intero sistema sanitario.

*Articolo completo leggibile cliccando sul link: https://www.aousassari.it/index.php?xsl=7&s=70220&v=2&c=2847

Iglesias: sotto il marketing turistico un territorio in abbandono

Il comune di Iglesias ha promosso una campagna turistica decisamente discutibile (a cominciare dallo slogan, Iglesias CI PRAXIRI), scritto senza rispettare alcuna norma linguistica del sardo.  Alle critiche costruttive di esperti il sindaco Mauro Usai ha subito risposto piccato con un post social:
“Ha un suono più dolce e pronunciabile per il turista rispetto alla forma corretta, per i turisti, non per i puristi”. In un secondo tempo ha rincarato la dose sostenendo che “il mondo indipendsovransardista” complotta contro il comune . 

Qualche giorno fa la scrittrice e giornalista Daniela Piras si è recata proprio in quel territorio e ha documentato una situazione di grave abbandono. Ha scritto agli organi competenti ma non ha ricevuto alcuna risposta. 

Pubblichiamo l’articolo di Daniela Piras e aggiungiamo che no signor sindaco, no nos piaghet pro nudda custa cosa!

p.s. la lingua ha le sue regole e di norma gli inglesi, i francesi e gli italiani (per fare alcuni esempi) non parlano la loro lingua adattandola ai gusti dei turisti..  

di Daniela Piras

Dopo la chiusura di tutte le attività dovuta all’emergenza sanitaria dei mesi scorsi, la situazione turistica in Sardegna appare ancora precaria. Le acrobazie prestigiatrici che hanno mimato i cambi di rotta del presidente della Regione Solinas riguardo la procedura da seguire per riaprire l’ingresso ai turisti sono state accompagnate da polemiche che hanno visto esprimersi giornalisti, importanti sindaci oltre mare, albergatori e non solo: tutti eravamo interessati e coinvolti in qualche modo nelle sorti dell’imminente stagione.

Nel mezzo di polemiche e discussioni varie, capita che, a fine maggio, mi ritrovo a fare un’escursione nella zona del Sulcis iglesiente, con mascherina e gel a seguito. Ciò che mi si para davanti è una situazione che mi preme segnalare, tramite e-mail certificata, al comune di Iglesias. Ad oggi, 18 giugno, non ottengo nessuna risposta dagli uffici preposti. All’indifferenza e all’abbandono di alcuni luoghi segue l’indifferenza degli uffici preposti. Ci ritroviamo, in Sardegna, nella nota situazione che porta ad inveire contro chiunque esprima, dall’esterno, una critica alla nostra isola. In tali casi assistiamo a un vero e proprio sciorinamento di tutto ciò che ha reso la nostra terra importante: a partire dalla civiltà nuragica per finire alla bontà dei nostri formaggi e della “nostra” birra Ichnusa.

Capita così che certe segnalazioni non siano degne di nota, forse perché a farle non sono noti intellettuali arrivati dal continente con occhio critico e attento, a cui viene riconosciuta un’autorità e ai quali si tende a guardare dal basso.

Riporto qui quanto scritto al comune di Iglesias nella mattinata del primo giugno:

«Buongiorno. Vi scrivo per segnalarvi la situazione di trascuratezza ed evidente abbandono in cui si trovano le frazioni di Nebida e di Masua, in cui sono stata ieri, domenica 31 maggio.
A fare da contrasto allo splendido panorama e alle bellezze naturali – offerte gratuitamente dalla Natura – ci sono cumuli di immondizie, sia nel centro abitato che nella spiaggia di Masua (dove non c’è ombra nemmeno di un cassonetto) e situazioni di degrado. Il piccolo market della via di passaggio di Nebida pare un negozio fantasma: solo le indicazioni sulle norme di ingresso relative al Covid19 fanno capire che sia ancora aperto.
Mascherine e guanti infestano la via, insieme a cartacce, plastica, immondizia di vario genere, persino nelle aiuole pubbliche che si affacciano sul panorama. Nella spiaggia di Masua un’orrenda cisterna appare, imponente, appena scesi dall’auto, in cima al bar della spiaggia: come è possibile che un luogo di cotanta bellezza, che attira turisti da ogni parte del mondo, sia così trascurato?
Vi scrivo non per fare una semplice polemica (in tal caso avrei inviato tutto a qualche rivista isolana o avrei scritto un post sui Social), ma per chiedervi il motivo di questo abbandono: è davvero un grande peccato che lo sguardo sia costretto a fare lo slalom tra un panorama mozzafiato e un accumulo di cartacce ed erbacce.
Verificate questa situazione, per favore.

Ps: Vi invio in allegato le immagini che testimoniano il tutto.

Grazie.
Cordiali saluti.»

Non si è meritevoli di risposta quando non si scrive da una testata che possa determinare un oscillamento delle prenotazioni negli alberghi dell’isola? Non si è meritevoli di risposta quando si prova a chiedere educatamente spiegazioni riguardo un degrado che danneggia tutti, residenti e non? Mi chiedo cosa sarebbe successo se queste stesse righe fossero state pubblicate da Massimo Fini sul “Fatto Quotidiano”? Esiste forse un patto di non belligeranza implicito, tra noi sardi? È un accordo che prevede di voltare lo sguardo dalla parte opposta di quella dove giacciono le cicche nascoste tra i cespugli? E se cominciassimo ad indignarci veramente? Se il tanto decantato amore per la propria terra si risvegliasse anche davanti a spettacoli del genere, senza aspettare la spinta che porta soltanto ad insultare il prossimo (con nome e cognome) sui Social? Forse se smettessimo di girarci dall’altra parte, quando vediamo simili spettacoli, qualcosa potrebbe iniziare a cambiare, piano piano. Perché gli strumenti li abbiamo. Ad immortalare il solito tramonto sulla spiaggia siamo capaci tutti, magari aggiungendo l’hashtag “Per paradiso Dio intendeva Sardegna”, ma la macchina fotografica può essere usata anche per segnalare certe situazioni, perché finché certe cose saranno considerate normali nulla mai potrà cambiare. La questione è emblematica, e non si esaurisce con un accumulo di mondezza.

È la metafora dell’ignavia politica. Non fare niente per cambiare le cose, non esprimersi, non parteggiare, non rendersi attivi, non votare. E dopo lamentarsi attraverso i Social da sotto la nostra copertina trapuntata.

 

Biddas – paesologie e comunità resistenti.

Di Luca Sedda.

Da tempo gli scienziati ci avevano avvertito che alcune caratteristiche di questo onnivoro sviluppo – la globalizzazione piuttostoche l’estrema concentrazione dell’umanità nei centri urbani – avrebbero favorito le pandemie, la devastazione della natura e altriprocessi pericolosi per lo stare al mondo.

Questi erano temi politici caldi anche nei primi anni 2000. C’era il Movimento dei Movimenti, c’erano i NoGlobal, c’erano iSocial Forum e risuonava uno slogan che oggi torna ad avere un senso gigantesco: Un Altro Mondo è Possibile. Uno slogan cheviene da lontano, un eterno ritorno dell’uguale.

Quell’umanità in fermento fu repressa, con violenza da un lato e meccanismi di condizionamento dall’altro. Così spararono sui manifestanti e immisero nel sistema una piazza virtuale facilmente controllabile. Il mondo si prese paura e ci si tuffò conentrambi i piedi. L’illusione di un allargamento delle liberta di espressione (a distanza di sicurezza dalle manganellate), della condivisione dei mezzi di comunicazione e dei contenuti non portò agli esiti sperati.

La rivoluzione rimase tecnologica e virtuale e sfociò, per essere caustici, in aperitivi in video chiamata in quarantena.

Nei primi 2000, dicevo, quei movimenti agitavano anche i paesi e a Gavoi si muoveva il Collettivu Barbagia Reverde che delriscatto delle piccole comunità rurali, della valorizzazione delle culture, della partecipazione dal basso alternativa alla mediazione dei partiti, della scelta politica e esistenziale comunitarista faceva la propria bandiera.

Bandiera che oggi, fra le innovazioni politiche di un ventennio, continua ad alzarsi attraverso il movimento Comunidade che, tra l’altro, amministra (assieme ai cittadini) dal 2015 il paese.

La cultura sarda-nuragica – ricordava Eliseo Spiga in un convegno gavoese – era profondamente anti- urbana. Noi sardi nonfondammo città (lo fecero poi i tanti colonizzatori sopraggiunti) ma una fitta rete di villaggi interconnessi che, beghe di campanileneutralizzabili a parte, sapevano muoversi all’unisono verso il mondo.

Oggi sentiamo tornare il vento dei paesi.

La problematicità dell’insediamento urbano, delle megalopoli, è esplosa nel modo peggiore.

La pandemia, la quarantena delle persone rinchiuse nei palazzi o impegnate in lunghe file mascherate fuori dai centri commerciali ci hanno mostrato scenari che dai paesi abbiamo visto sfumati (benché spaventosi) e ai quali abbiamo riflettuto,mentre andavamo a passo lento verso l’orto piuttosto che a badare a piccole fattorie familiari, a fare la spesa a sa butega o mentresfogliavamo un libro nel nostro cortile abadiande a Gennargentu. Un’altra quarantena, infatti, è possibile.

Anche i dati del contagio ci hanno voluto restituire, una volta tanto, un senso di maggiore sicurezza e salubrità.

“Il rapporto tra città e campagna: ecco qualcosa che la pandemia avrà il potere di mutare radicalmente”.

E rispetto alla politica questo rapporto tornerà ad essere di conflitto dialettico.

Sta a noi de sas biddas, al nostro esempio, evidenziare le contraddizioni della città come centro del potere, come centrodell’economia. Sta a noi favorirne la crisi per il bene stesso della città e dei paesi.

Da questo rapporto dialettico passa la lotta contro lo spopolamento.

Quanta consapevolezza ci restituirà, dunque, il vissuto, con i suoi effetti sociali ed economici, di questa pandemia? Cosa cidice dell’ortodossia liberista mondiale nel momento in cui il mondo liberista si aggrappa allo Stato per avere indennizzi esovvenzioni?

Intravvediamo uno spazio per un umanismo solidale ed egualitario e per un comunitarismo universalistico che dettino il ritmoal processo educativo della politica e che ci portino ad affrancarci dalla monocultura del profitto.

La pandemia potrebbe averci insegnato a diventare partecipanti migliori alla realtà.

Certo le prime immagini della riapertura, con i consumatori in fila per raggiungere un MacDonald’s, non fanno ben sperare. Madecondizionamento, decolonizzazione, emancipazione sono processi infiniti.

Sta a noi de sas biddas decidere di usufruire delle botteghe di vicinato, degli operatori economici dei paesi, favorendo il contattodiretto e personale, la vitalità, la restanza o la nuova cittadinanza in quei paesi stessi. Sta a noi favorire percorsi di disintossicazionedalla spersonalizzazione dei centri commerciali, non luoghi per eccellenza.

Quindi la costruzione ricominci dai pilastri. È necessario invertire la rotta di questo sviluppo che non è progresso umano: retrocedere rispetto alle megalopoli, al consumo del suolo, alla distruzione della biodiversità e della diversità culturale.

Serve immaginare un mondo nuovo. E non è vero che è tutto da costruire: una nuova forma di convivenza è già da tempoprogetto. Un progetto de sas biddas che spesso è stato sconfitto con la reazione muscolare dei partitocrati e dei poltronisti di città cheai paesi tagliano la rappresentanza.

Ma è un progetto che resiste e che (in Sardegna e in altri mondi) ha vulcani attivi nei piccoli comuni e in quelle amministrazioniaffrancate dalle segreterie partitiche, ma non dai valori profondi della politica.

La proposta avanzata da Anci Sardegna nel febbraio scorso “La primavera dei Paesi” Legge Quadro per il progresso, la tutela, lavalorizzazione dei paesi e delle comunità, delle aree interne e rurali. Azioni di salvaguardia del pastoralismo e del sistemaagropastorale della Sardegna, va a lavorare su questi pilastri. È un’ottima traccia su cui confrontarsi e, mentre affrontiamo lapandemia, acquista ancora maggior senso e urgenza di essere approfondita.

Quel progetto de sas biddas, quindi, non ha bisogno di archeologi, per essere riscoperto, ma di cittadini sardi attivi che riescanoad abbandonare la propria identità individuale per sposare identità collettive.

Quale strada intraprendere? Ributtarci nella mischia del lavoro (per chi ne ha ancora uno) e del consumismo, con la foga dell’astinenza, o fermarci e guardare verso nuove alternative reali?

Mentre i soloni dei convegni sullo spopolamento delle zone interne sono inesorabilmente residenti a Cagliari, a Sassari, a Milanoo in seconde-terze-quarte case marittime, noi eretici del comunitarismo un nuovo mondo lo stiamo costruendo, con scelteesistenziali e politiche, con il nostro essere, stare e resistere in Barbagia.

Il comunitarista nel suo luogo d’identità collettiva vive, acquista, fa associazionismo, incontra, fa politica, combatte, sorride… eviaggia oltre per tornare migliore.

Non si tratta di coltivare la retorica del sentimentalismo comunitario, né di un ritorno ad una inesistente età dell’oro, ma di scegliere,con la vita di paese, la pratica di un progetto di rinascita personale e sociale,

una rivoluzione permanente verso una comunità libera e aperta all’incontro con gli altri e alla costruzione di sempre più ampi spazi disolidarietà, di legami. Tutto questo è già nell’8 settembre ‘81 di Maria Lai.

Per tornare pratici, il lavoro agile di questi tempi, su traballu dae domo, dà una mano a molti a rivivere, rivedere e rivitalizzare ilpaese. Per le piccole comunità potrebbe essere una delle vie produttive, in risposta all’aggressione dello spopolamento.

Se riscatto deve essere per il mondo rurale, se progresso deve essere per queste comunità, deve nascere da una confederazionedei villaggi (che ha semi già ampiamente diffusi: le Unioni dei Comuni, i Gal, i consorzi, i distretti…). Una comunità di comunità,perché, per dirla con Roberta Leone: cos’altro è la comunità se non una con-divisione, tra diversi, in un medesimo progetto?

E allora potremmo addentrarci davvero, in piena sicurezza sanitaria, nell’alternativa-paese, per la vita, per il lavoro, per laproduzione compatibile con le realtà naturali e culturali e, perché no, anche per le vacanze. Perché anche un’altra vacanza èpossibile.

Le spanciate in mare sardo di Sala e conterranei dovrebbero aspettare. Anche il turismo inizialmentelo dovremo agire noi: un turismo di prossimità.

Albino Russo, capo Ufficio Studi di Coop immagina che “la paura del contagio e la stretta economica, che seguirà alCoronavirus, potrebbero portare i viaggiatori a prediligere luoghi poco frequentati, tranquillità e contatto con la natura. Potrebbeessere un toccasana economico per le aree rurali dimenticate dalla globalizzazione. Più soldi investiti in negozi alimentari eartigianato locale. E proprio in quei luoghi si cercherà di recuperare quella socialità perduta, con cene tra amici o piccoli ritrovi neibar di paese…”.

I nostri paesi sono e possono offrire tutto questo.

È una questione di consapevolezza alla quale dobbiamo restituire forma. Solo una profondaetica rivoluzionaria può portare a ri-forme (di senso).

Peru copione. Fai qualcosa per gli artisti sardi visto che sei in maggioranza!

Pubblichiamo volentieri la nota dell’editore Giovanni Fara, animatore del progetto Indilibri, tramite cui più di duecento artisti e operatori culturali sardi hanno firmato l’appello alle istituzioni sarde per salvare il mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo in Sardegna gravemente provato dalle politiche di contenimento.

di Giovanni Fara

È apparsa ieri sul quotidiano online “Sassari notizie” una dichiarazione del consigliere regionale Antonello Peru a favore del mondo dell’arte e dello spettacolo in Sardegna. Dichiarazione che in buona sostanza ricalca quanto contenuto nell’appello sottoscritto da un’ottantina di artisti e intellettuali sardi pubblicato il 15 maggio sulle pagine del sito IndieLibri, raccogliendo, a oggi, oltre 200 sottoscrizioni.

Nei giorni successivi il documento ha fatto il giro dei social ed è stato riportato su diverse testate online e non stupisce di come possa aver attirato l’attenzione del mondo della politica, sino a questo momento rimasta però in silenzio.

Che dai banchi della Regione qualcuno abbia letto e fatto proprie le preoccupazioni di un settore fortemente penalizzato dalle circostanze epidemiologiche e dalle decisioni politiche che ne hanno limitano l’attività, lo considero un fatto molto positivo. Ciò significa che l’apertura di una “vertenza per la cultura sarda” era un passo necessario, anche in considerazione che questa, già prima del covid-19 godeva di pochissimi diritti e tutele professionali.

Essendo Peru consigliere regionale dell’UDC, forza dell’attuale maggioranza di governo, ritengo che, oltre a rilasciare dichiarazioni ai giornali possa fare qualcosa di concreto. Favorire ad esempio l’apertura di un tavolo di confronto con tutte quelle realtà che lui stesso afferma esser state lasciate fuori da ogni assistenza e garanzia. Sarebbe da biasimare se alle dichiarazioni non seguissero i fatti e tutto si riducesse a una operazione di propaganda politica costruita sulle spalle di migliaia di lavoratori che restano esclusi dalle decisioni che contano. Mentre i grandi eventi sono infatti già stati tutelati “con i 7 milioni di euro grazie ai quali la Regione ha anticipato gli stanziamenti per quelli già programmati ma non realizzati” – come ricorda lo stesso Peru – nulla di concreto risulta esser stato messo in cantiere a salvaguardia del mondo della cultura indipendente.

Con il nostro appello abbiamo proposto alla Regione un “piano triennale per la cultura che abbatta ostacoli burocratici e detassi ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica”, per dare ossigeno a chi, in questi mesi, si è vista ridotta o annullata la propria capacità di reddito. L’invito all’apertura di un tavolo di confronto è stato già inoltrato due volte all’indirizzo dell’Assessore Andrea Biancareddu. Vorrei ora scongiurare che questo cada nel vuoto o, peggio, che diventi oggetto di strumentalizzazione da parte chi i problemi dovrebbe risolverli.

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno.

di Francesco Casula

Mi dicono che Sala sia un bravo sindaco e un buon amministratore. Può darsi. Anche se non dimentico che nella gestione di Expo era stato accusato di falso per la retrodatazione di due verbali, processato e condannato a 6 mesi di reclusione per un appalto (il pm aveva chiesto 13 mesi). Pena poi convertita in una multa da 45 mila euro.

Lasciamo perdere questo “dettaglio, in questa sede m’intessa altro: polemizzando con il Presidente della Sardegna Solinas a proposito della “Patente di immunità”, Sala ha dichiarato ”quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”. Una minaccia esplicita. Una ripicca infantile.

Ma che cosa sottende Sala nel “boicottaggio” dell’Isola?

Sostanzialmente un pregiudizio nordista: che i milanesi e, il Nord in genere, “diano” alla Sardegna, che dunque dovrebbe essere riconoscente grata e “accogliente”.

Insomma il vecchio ciarpame inculturale, storico e politico nordista: sul Nord produttivo che sostiene e finanzia e “aiuta” il Sud improduttivo.

È esattamente il contrario.

Il Nord “ricco” (e sviluppato) lo è grazie al Sud: che storicamente ha spogliato delle sue risorse e ricchezze. Scorticandolo. E, dunque, sottosviluppandolo.

Con l’Unità d’Italia infatti la Sardegna (con l’intero Meridione) diventa ancor più una “colonia interna” dello Stato italiano: dopo essere stata fin dal 1720, repressa e sfruttata in modo brutale dal Piemonte e dai tiranni sabaudi.

La dialettica sviluppo-sottosviluppo si instaura dunque nell’ambito di uno spazio economico unitario dominato dalle leggi del capitale e dallo “scambio ineguale”. In base a tale meccanismo, il Nord vende prodotti ad alto valore aggiunto e compra (o semplicemente deruba) materie prime e/o semilavorati, a basso valore aggiunto. Arricchendosi. Di converso il Sud compra prodotti finiti ad alto valore aggiunto e vende materie prime o semilavorati, a basso valore aggiunto,impoverendosi.

È il meccanismo messo in rilievo segnatamente dagli studiosi terzomondisti come P. A. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo, che tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa.

Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento-per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi delle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale. Per Amin il sottosviluppo è l’inverso dello sviluppo: l’uno e l’altro costituiscono le due facce dell’espansione – per natura ineguale – del capitale che induce e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel ”centro”, e degradazione, miseria e carestie croniche nell’altro polo, nella “periferia”.

Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l’accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario.

È questo il “colonialismo”. Fra l’altro denunciato da Antonio Gramsci fin dall’inizio del secolo scorso, quando il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna., ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.

Mi si obietterà: il Nord esprime capacità imprenditoriali che ai sardi (e meridionali) mancano. Siamo certi che queste siano frutto di un qualche dna e non delle condizioni ambientali?

Ci siamo già dimenticati come nacque (e si sviluppò) l’industria del Nord, specie alla fine dell’Ottocento, con Crispi capo del Governo, dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia?

Nacque doppiamente assistita: con i soldi pubblici (per impiantare o implementare le imprese) e con le commesse garantite dallo Stato. Chi infatti acquistava le armi (dalla FIAT) o le navi da guerra (dagli armatori liguri e genovesi)? Lo stato italiano, per avviare il suo patetico e delirante imperialismo da “straccioni” nell’Africa orientale.

Caro Sala, da sarda che vive a Milano da 22 anni, ti scrivo…

Lettera aperta di Valeria Casula.

Sono sarda, vivo a Milano da 22 anni e non vado in Sardegna dall’inizio dell’anno. Ero solita tornare con una certa frequenza, sarei dovuta tornare l’ultimo week-end di febbraio, e nonostante potessi farlo ho preferito annullare la partenza perdendo anche i soldi del volo, perché ho ritenuto doveroso proteggere la mia isola dal pericolo di contagio, perché l’epidemia era già scoppiata qui in Lombardia ma non era possibile effettuare un tampone, neanche privatamente.

Dopo di allora sarei dovuta tornare a fine aprile, e non è stato possibile, poi in questi giorni e sino al 2 giugno, e ovviamente non è possibile, dovrei tornare a fine giugno e anche quel volo è appena stato annullato.

Anche quando sarà nuovamente possibile e anche qualora non fosse necessaria alcuna attestazione sanitaria, non vi tornerò sino a quando non avrò accertato la mia negatività al Covid-19.

E vede Sindaco caro, a me non solo mancano le acque cristalline della Sardegna a me mancano i miei genitori, i miei amici, la mia cara zia anziana e malata per la quale tornavo tanto frequentemente, insomma a me mancano la mia terra e il mio popolo.

Probabilmente non le rivelo una notizia se le dico che la Sardegna è una regione molto più povera della Lombardia, con un sistema sanitario fragile e inadeguato per i soli suoi abitanti (quindi figuriamoci in presenza di turisti), sicuramente impossibilitata in caso di epidemia a spostare malati in altre regioni o addirittura paesi (come ha fatto la Lombardia),

Caro Sindaco, se riesco io a comprendere le ragioni della rinuncia alle mie visite in Sardegna, le ragioni per cui la Sardegna, così come altre regioni, cerchi di trovare una modalità per mitigare il rischio di sbarco di persone positive, francamente mi risulta difficile comprendere come non ci arrivi chi ha come unico motivo di andare in Sardegna quello di farsi un bagno e prendere la tintarella di stagione.

Sindaco Sala, io sono distante anni luce da chi governa attualmente la Regione Sardegna, e se vuole possiamo fare anche a gara nel denunciarne gli errori, anche in relazione alla gestione di questa emergenza, sono ragionevolmente certa che sarei io a vincere la gara.

Ma questa sua uscita che suona proprio di minaccia, davanti ad una preoccupazione legittima la trovo davvero infelice.

Lei forse di questo periodo si ricorderà, come ha detto, del fatto che non è potuto andare a godersi il mare di Sardegna, sicuramente io ricorderò altro, tanto altro.

Ricorderò di come questa emergenza è stata gestita in Lombardia e di come viene ancora gestita, ricorderò il collega che non c’è più e l’altro, molto più giovane di me, ancora intubato dopo diverse settimane che non so quando e in quali condizioni di salute rivedrò.

Mi ricorderò dei forni crematoi dei cimiteri che non riuscivano a smaltire i cadaveri pur marciando giorno e notte, 7 giorni su 7, dei medici e degli infermieri stremati che dormivano qualche ora in ospedale su una sedia, in terra o su una poltrona per poi riprendere a lavorare, degli anziani morti soli ai cui parenti non è stata neanche data la possibilità di un ultimo saluto né in vita, né in morte, delle persone che dormivano per strada che potevano fare affidamento unicamente nelle mani tese di qualche volontario…

Spero che la stessa determinazione, o meglio arroganza, mostrata in questo video la adotti anche nel denunciare che se la Lombardia non è in grado in questa fase non più emergenziale di fare ciò che avrebbe dovuto fare da subito, vale a dire identificare tutti i positivi, tracciare i contatti e testare anche questi, è essa stessa che sta privando i cittadini lombardi (fra cui la sottoscritta) della possibilità di spostarsi in altre Regioni e non sono certo le Regioni a contagio zero che, seppur povere, sono disposte a sacrificare una fettina di PIL legato al turismo per non mettere a rischio la salute pubblica.

Chiedo a lei: ma a parti invertite lei farebbe entrare chiunque senza alcuno scrupolo?

Beh, in fondo la risposta è in quel “Milano non si ferma”, l’economia prima di tutto, o mi sbaglio?

Filosofia de Logu per decolonizzare il pensiero

Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna

S’Ulisse de sa Sarda Liberatzione

È sorto un gruppo di lavoro e di ricerca multidisciplinare che ha preso il nome di Filosofia de logu. Ne fanno parte studiosi e attivisti, dentro e fuori dall’accademia, provenienti dall’ambito delle scienze umane, sociali e filosofiche. Il nostro intento è quello di sviluppare un approccio di ricerca non subalterno e forme di concettualizzazione libere dallo sguardo coloniale e auto-colonizzato sulla Sardegna.

Filosofia de logu dispone già di un suo sito (filosofiadelogu.eu) e nella giornata di oggi procederà alla diffusione della sua Dichiarazione di intenti. In questo momento stiamo lavorando alla pubblicazione di una raccolta collettiva di saggi, a un evento pubblico in rete, e a una serie di incontri sul territorio. 

Il gruppo è aperto a ogni collaborazione fattiva e basata sulla condivisione dei principi enunciati nei suoi documenti fondativi. 

In allegato a questo Comunicato, troverete un press-kit con qualche materiale utile per la pubblicazione, come le fotografie fornite per il progetto da Rossella Fadda, le grafiche e i loghi del progetto.

Gruppo di Ricerca “Filosofia de Logu” – cuntatos@filosofiadelogu.eu