Indipendentismo popolare o reazionario?

di Andrìa Pili

Gli italianisti che sostengono l’inserimento dell’insularità in Costituzione e gli indipendentisti del PdS hanno una cosa in comune: le loro tesi, per vie diverse, giungono ugualmente all’assoluzione della classe dirigente sarda. L’idea di “convergenza nazionale sarda” del PdS – che si pone l’obiettivo di unire “il maggior numero di forze, escludendo solo quelle razziste, fasciste, violente”, senza “nessuna preclusione” in favore di “una campagna elettorale competitiva col governo” e per “creare più poteri per i sardi” (cito il segretario Maninchedda, dall’Unione Sarda del 10 gennaio) – si basa sull’idea che ogni soggetto politico operante in Sardegna sia naturalmente portato, di per sé, a fare gli interessi della maggioranza dei sardi. La colpa è tutta del potere esterno. I partiti e gli individui che hanno detenuto il potere politico in Sardegna avrebbero compiuto degli errori in totale buona fede; si tratta soltanto di persone non ancora convinte dell’indipendenza ma che possono diventarlo. Sarebbe tutta una questione di Fede. Non di conflitto sociale, quindi di scelte compiute in nome di determinati interessi, al fine di conservare uno stato di cose vantaggioso per il ceto politico-clientelare sardo e dannoso per la maggioranza.

Lenin aveva scritto: “Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario”. Penso sia interessante guardare all’ideologia che porta alla giustificazione di un’alleanza fra una parte dell’indipendentismo e il Partito Democratico sardo (in atto dal 2014, saltata per queste legislative ma pronta per essere riproposta l’anno prossimo; è già rilevante solo il fatto che si possa pensare). Penso che leggere qualche passaggio del cosiddetto “Manuale di Indipendenza Nazionale”, scritto dall’attuale presidente del PdS, possa aiutare a comprendere le idee confuse che fanno da paravento ad un modo di agire così incoerente per gli interessi dell’emancipazione nazionale e sociale.

L’aspetto che mi ha più colpito del testo è l’approccio “microfondato” all’indipendenza. Mi pare che si guardi al «popolo sardo» come ad una moltitudine indistinta di individui, ad una sommatoria di singoli sardi da convincere affinché aderiscano ad un’ideologia. Peggio: l’indipendentismo sembra diventare quasi una Fede. Così, essere indipendentista non significa più semplicemente volere uno Stato sardo formalmente indipendente (e quindi ciò potrebbe racchiudere i progetti politici più disparati, dalle ideologie più nobili e legittime fino a quelle più aberranti) ma aderire ad una fede (“l’indipendenza sarà … anche di quelli che oggi credono di non crederci”), avere un particolare atteggiamento (“godere immensamente dalla condivisione di ogni piccola o grande vittoria”) o un modo di agire (“impegnarsi quotidianamente”, “prendersi la responsabilità di governare per quanto possibile la Sardegna come il nostro Stato futuro”).

La nascita del cosiddetto “nuovo indipendentismo” viene inquadrata – in maniera direi mistica, senza considerare le particolari condizioni sociali, economiche, politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa che hanno creato una condizione favorevole alla crescita di un movimento indipendentista e permesso una maggiore diffusione dei suoi messaggi – in “questo sereno coraggio (…) questa fiducia in una visione diversa dei sardi e del loro futuro”. Inoltre, dire che ci sono dei sardi che “ancora non sanno di essere indipendentisti” e dire che l’indipendenza è di “tutti i sardi”, oltre a sembrare un essenzialismo, omette completamente l’esistenza di interessi concreti, oggettivi, al di là della condizione soggettiva, che fanno sì che uno sostenga o meno un progetto di emancipazione nazionale oppure si possa convincere o meno a sostenerlo.

Viene omessa l’esistenza di una contraddizione interna alla nostra società, tra sardi oppressi e sardi oppressori, sardi che la dipendenza ha posto in una condizione di privilegio e sardi che hanno visto la propria vita menomata dalla condizione di dipendenza in cui si trova la loro terra. Tutte le dominazioni coloniali si sono basate anche sulla complicità di un ceto locale. La dipendenza non può essere vista solo come qualcosa che viene dall’esterno ma anche come una relazione tra l’oligarchia del Paese dominato e quella dello Stato dominatore.
La dicotomia fondamentale interna alla società sarda che Sedda ci propone è invece questa “Sardi che lavorano per l’indipendenza e sardi da convincere – con l’esempio ed il dialogo – ad unirsi al lavoro per l’indipendenza”; “il lavoro per l’indipendenza è la trama che ci lega”.

Un’altra falsa dicotomia è quella proposta per definire gli stessi indipendentisti: “passare dalla pura testimonianza alla concreta pratica della sovranità”; “Solo così potrà conquistare la fiducia dei tanti sardi che si dichiarano per l’indipendenza ed evidentemente non votano per gli indipendentisti”. Da queste frasi l’importanza dell’opposizione, per far crescere i consensi, viene esclusa. La concreta pratica della sovranità (formula che in realtà non vuol dire niente) sarebbe unicamente connessa con il ricoprire posizioni di governo; i sardi sono intesi passivamente, soggetti da conquistare tramite il governo, più che attori di questa pratica concreta (che io, invece, vedo non nel guidare un assessorato o una Giunta ma nella lotta dal basso contro l’occupazione militare, la speculazione energetica, la sottrazione del territorio, per la difesa dell’ambiente). Quando l’indipendenza si trasformerà in un “movimento di popolo”? Ecco la risposta seddiana: “Solo nel momento in cui avremo costruito ponti, rianimato i cuori, ridato ossigeno alle menti” (!?). Come possiamo trasformare la crisi mondiale in un’opportunità? Questa la risposta: “a questo mondo servono persone buone (…) solo la bussola della bontà e dell’amore che può consentirci di orientarci e ad attraversarlo”. Insomma, c’è il tanto per rimanere sbigottiti di fronte a queste numerose formule vuote.

Non credo in questo indipendentismo che non guarda a come conquistare e soddisfare le domande di gruppi sociali determinati, esistenti, oggettivamente oppressi e dunque coinvolgibili in una lotta di emancipazione nazionale e sociale. Dagli anni’90 in poi questa è stato un difetto condiviso dal sardismo maggioritario ed è questa la ragione che, a mio giudizio, ha portato l’indipendentismo sardo a giungere in forte ritardo teorico ed organizzativo al momento della crisi economica, in cui avrebbe potuto capitalizzare e dirigere in senso nazionalista il crescente disagio sociale. Il problema fondamentale rimane quello di creare un indipendentismo di massa; penso che ciò possa essere fatto solo all’interno di una logica di conflitto sociale e in nome di un coerente progetto politico rivoluzionario sul piano sociale ed economico, che punti ad aumentare il potere del popolo lavoratore sardo più che la libertà dell’oligarchia sarda di poter disporre di strumenti politici più autonomi per poter continuare ad esercitare il proprio dominio sui subalterni di questa nazione. Nessun individuo ha la bacchetta magica per trovare delle «ricette» valide a questo scopo; penso che non sia un progetto che possa nascere dal cervello geniale di qualcuno ma unicamente dalle battaglie per cambiare questo stato di cose. Possiamo comunque essere certi di una cosa: ciò che è assolutamente inutile alla Sardegna è un indipendentismo inteso come un’ideologia per cui i membri del nostro ceto politico e della nostra borghesia (i vari Ganau, Paci, Scanu…e perché non anche Cappellacci, Oppi etc.) non sarebbero dei nemici della maggioranza del nostro popolo ma dei sardi che non sono ancora diventati indipendentisti e che – con l’esempio ed il dialogo – possono diventarlo.

 

Sacchetti “bio” e veleni di Sardegna

di Comitato No chimica verde- no inceneritori

La scienziata che in Italia ha reso famosi i sacchetti biodegradabili, o meglio il mater-bi, è Catia Bastioli, che oltre a essere amministratore delegato di Novamont lo è anche di Terna.

Catia Bastioli grazie all’aiuto dell’Eni ha deciso di fare la sua fabbrichetta di sacchetti a Porto Torres. Per chi non lo sapesse, uno dei siti più inquinati d’Italia. Per intenderci, sotto i terreni dove è stata impiantata la fabbrichetta verde, scorrono fiumi di benzene, dicloroetano, CVM e altro ancora. Ma sotto eh, sopra è tutto tinteggiato di verde. Il colore della speranza.

Quindi Novamont ed Eni (Versalis) rubandoci la parola Matrica hanno creato una joint venture che avrebbe dovuto trasformare uno dei siti più inquinati d’Italia nel polo più verde del mondo. Un’impresa talmente audace e green che pure Legambiente ci ha creduto, talmente tanto da diventare partnership di Novamont.

Poi chiedetevi perché Ciafani difende l’amica dell’amico.

Ah in questa greffa si è infilata anche Intesa San Paolo, che per restare sul pezzo fa tanti soldini dalle Cluster Bomb. Per le quali la convenzione ONU ne proibisce l’uso. Così giusto perché si parla di buone pratiche.

Ora il polo più verde del mondo, di verde non ha che il nome. Dal momento che Eni, come previsto dal buon senso e dalla legge, lo avrebbe dovuto prima bonificare.

Ma tornando ai nostri sacchetti, la Bastioli non è scienziata solo di nome. Infatti ha avuto una bella idea. Ovvero produrre i sacchettini con l’olio estratto dalla pianta del cardo. Idea che ha richiesto studi approfonditi e gli studi approfonditi ai giorni d’oggi costano e anche molto. Per l’esattezza 3,7 miliardi di euro solo dalla UE, non tutti a Novamont naturalmente. Poi qualche altro spicciolo lo ha dato la Regione Sardegna, ma poca roba solo 60 milioni di euro (soldi del contribuente).
Una parte di questi soldini sono serviti per finanziare le ricerche degli enti vari, tra questi anche illustri università, marketing e spesucce varie. Ma tanta fatica per nulla, purtroppo il cardo è scomparso dall’orizzonte. Non perché non fosse una pianta adatta, anzi al CNR hanno addirittura scoperto che oltre a produrre olio, dal cardo si poteva ricavare anche miele, farine vegetali insomma quelli la ricerca l’hanno presa sul serio. Il problema è che i contadini della Nurra, la seconda piana più fertile della Sardegna, dove si sarebbe dovuta coltivare la pianta spinosa, non ne hanno voluto sapere di sterilizzare le loro terre con i cardi.

Ma la Bastioli è una che non si arrende, così l’olio per i suoi sacchetti ha deciso di importarlo, smuovendo navi e innescando un circolo poco virtuoso, che di bio continua ad avere solo il nome.

E comunque la fabbrichetta per trasformare l’olio importato con le navi, in sacchetti biodegradabili, ha bisogno di energia. Ma non c’è problema, ora non ci è dato sapere i dettagli, fatto sta che vicino alla fabbrichetta bio, c’è la centrale termoelettrica di Versalis. Che non brucia farfalle, ma FOK (fuel oil of cracking) un derivato della lavorazione dell’etilene, talmente cancerogeno e nocivo che lo IARC (International Agency for Research on Cancer) lo mette nella tabella A1 che vuol dire massima nocività. Anche questo a Porto Torres arriva via nave.

In sintesi i sacchetti biodegradabili sono fatti grazie o comunque di lato a un inceneritore di rifiuti tossico nocivi in uno dei siti più inquinati d’Italia. Dove si ammalano e muoiono troppe persone. Alla faccia delle “produzioni ambientalmente virtuose e rispettose degli ecosistemi”.

E siccome però questi sacchetti vanno venduti e bene, il PD all’amica Catia Bastioli le ha regalato una legge sartoriale che non solo obbliga tutti ad usarli, ma cosa ancora più grave vieta ai cittadini di portarseli da casa. Pagandoli, considerati anche i soldi per produrli, una cifra esagerata!

Inevitabilmente il popolo è insorto, ma dal momento che la quadriglia si balla in famiglia, ci ha pensato Legambiente in modo totalmente disinteressato a difendere la nostra scienziata.

Ora che il mater-bi sia meglio del PVC non lo nega nessuno. Ma che prima di fare impresa green bisognava mettere in sicurezza terre, acque e persone, ma anche pesci, che da quei luoghi continuano a trarne solo malefici è ancora più certo.

Potere al popolo: progetto neocentralista?

di Andrìa Pili

Penso che la nascita di un progetto di Sinistra coerentemente alternativo al PD, in discontinuità con il passato centrosinistra, sia qualcosa di positivo con riferimento al contesto politico italiano. Perciò guardo con rispetto alla nascita di Potere al Popolo, a differenza di altri soggetti politici, come quelli che hanno dato vita a Liberi e Uguali, che non rappresentano – al di là di qualche slogan retorico comunicativo – alcuna garanzia di cambiamento, a mio modo di vedere.

Tuttavia, ho letto alcune parti del programma di Potere al Popolo e, pur condividendone molti punti, credo ce ne sia uno molto contraddittorio: “ripristinare il Titolo V della Costituzione com’era prima della riforma del 2001”.

Questo significherebbe almeno due cose: ripristinare il principio secondo cui le Regioni possono emanare delle leggi purché “non siano in contrasto con l’interesse nazionale” (dopo il 2001 questo passaggio è sparito, mi pare importante); annullare le competenze che la Sardegna aveva conquistato grazie a quella riforma, in particolare sulla legislazione concorrente in istruzione, ricerca, tutela e sicurezza del lavoro. Un altro punto importante della riforma del 2001 – che tutti i manuali sottolineano – è il passaggio da un articolo per cui la Repubblica “si riparte in Regioni, Provincie e Comuni” ad uno per cui la Repubblica ” è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, giungendo ad una visione più orizzontale dei rapporti, il che non mi pare poco. Tale punto del programma è in contrasto con altre sue parti come “Una nuova Questione Meridionale” e quella sull’ambiente, in cui si parla di “democrazia dei territori contro un modello centralizzato orientato da interessi multinazionali”.

Se non si prevede una riforma migliorativa, in senso federale, della Costituzione – mi pare che si parli solo di una sua difesa o rilancio – non capisco come abolire l’attuale Titolo V possa andare d’accordo con punti che esaltano la democrazia locale e la discontinuità con le modalità con cui i governi italiani hanno affrontato la questione meridionale e isolana: “la fine di una strategia che vede nel meridione una mega discarica, o una mega centrale elettrica per il paese; la difesa dei territori dagli appetiti speculativi di imprenditori nostrani e grandi multinazionali, l’affermazione di un modello di economia alternativo, che accanto a produzioni qualificate valorizzi la bellezza, la storia, la terra, le nuove tecnologie, la cultura di città che sono da sempre luoghi di pace, crocevia di popoli e culture”.

Penso che questo punto controverso possa essere spiegato, provando ad entrare nella mente di chi l’ha voluto, con un ragionamento su come i governi locali possano ostacolare la grande rivoluzione voluta dal governo centrale egemonizzato da Potere al Popolo. Si tratta di una prospettiva che – allo stato delle cose – è campata in aria, visto che è improbabile che, da qui a marzo, PaP possa anche solo pensare di avere un parlamentare. Se pensiamo ad un progetto a lungo termine, credo che tale proposta sia un passo falso, rivelante anche una componente ideologica anti-regionalista oltre che una questione pratica come il contrasto dell’atteggiamento reazionario delle classi dirigenti regionali. Ovviamente, un’impostazione del genere rivela un’idea dannosa, paternalista, di un governo centrale che si pone, nei confronti di Meridione ed Isole, come un’autorità salvifica; il che si pone in contraddizione con l’idea di protagonismo popolare “dal basso” su cui il progetto si fonderebbe. Inspiegabile se consideriamo che è stata una realtà vivace come quella napoletana – ex opg Je so pazzo – a contribuire in modo determinante a dare vita a questo progetto.

La Sardegna diede la più alta percentuale di No alla riforma renziana della Costituzione; probabilmente, un rifiuto così massiccio si può interpretare proprio come la volontà di difendere l’autonomia regionale minacciata (malgrado degli accordi farlocchi fossero stati sventolati per dimostrare il contrario). Vedo come contraddittorio anche citare quella vittoria referendaria, se l’aspetto “regionalista” viene fatto passare in secondo piano.

Per i compagni sardi che hanno aderito a questo progetto politico mi pare sia essenziale chiarire le contraddizioni dei punti che ho richiamato, sempre che siano veramente sensibili alla questione sarda. Ho letto, al contrario, delle reazioni riprovevoli alla proposta dei compagni sassaresi di mettere nero su bianco il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione e l’abolizione del principio di unità e indivisibilità dello Stato. Conosco dei compagni italiani che hanno più capacità di comprendere la questione di certi compagni nostrani; nulla di nuovo se pensiamo che per far capire al PCI sardo l’importanza dell’autonomia regionale ci volle qualche rimbrotto di Togliatti.

La questione dei poteri autonomi penso che, più che a partire dalla qualità delle classi dirigenti regionali – e tra l’altro non mi risulta che la qualità di chi amministra il governo centrale sia migliore, anzi quelle regionali/locali sono peggiori forse proprio nella misura in cui sono legate alla prima – si debba valutare in base alle possibilità che si aprirebbero per le comunità, le quali possono incidere di più, con la propria azione, sulle scelte di un pessimo governo locale piuttosto che su quelle di un pessimo governo centrale. In Sardegna è sicuramente così. In ogni caso, considerando tanto l’avversione dei compagni sardi al diritto all’autodeterminazione del proprio popolo che l’incomprensione del federalismo in Italia, ci troviamo di fronte all’ulteriore conferma del fatto che ogni ragionamento di alleanze con forze alternative italiane debba avere, come necessario passaggio preliminare, la formazione di un indipendentismo/nazionalismo sardo di massa.

Costituzione, autodeterminazione e sinistra: si apre il dibattito

Lo scorso 27 dicembre il noto scrittore e giornalista Vindice Lecis ha scritto uno stato sul suo profilo fb che ha fatto molto discutere.

Lo scritto di Lecis si riferisce al resoconto dell’assemblea sassarese della lista di sinistraPotere al Popolo” che si presenterà alle prossime elezioni italiane con un programma nato dal basso e dalle lotte sociali.

Il brano incriminato è il seguente:

“Pur difendendo il carattere progressivo della Costituzione, dobbiamo però chiederne la trasformazione a partire dall’articolo 5 della Costituzione che prevede l’unità e indivisibilità della Repubblica. Questo articolo viola il diritto all’autodeterminazione dei popoli e trasforma la costruzione statuale in una gabbia per i popoli e le minoranze nazionali che ne fanno parte. Esse debbono essere pienamente tutelate in tutti gli aspetti, a partire dal patrimonio linguistico e culturale, e debbono essere messe nelle condizioni di scegliere se aderire volontariamente allo stato italiano, oppure no, e in che forma. L’art. 5 non prevede infatti la possibilità per le popolazioni, attraverso un referendum, di distaccarsi dall’Italia o di avere con essa altra forma di rapporto (federativo o confederativo). Crediamo che questo sia uno strumento irrinunciabile, per far si che la Sardegna, così come le altre realtà territoriali, possano decidere liberamente il proprio destino, esercitando così il diritto di preservare la propria cultura e la propria lingua (che dovrebbe potersi insegnare nelle scuole)”

Nei giorni seguenti in molti nell’area della sinistra e dell’indipendentismo  hanno seguito il dibattito lanciato da Lecis, fra cui anche Silvio Netami Fard, un giovane studente sassarese militante di Rifondazione Comunista, che ha proposto sul suo profilo social una analisi molto profonda della questione.

La redazione di Pesa Sardigna, avendo ricevuto il permesso da Silvio, ritiene di doverla pubblicare integralmente perché in essa riconosce una lettura assai attenta sulla questione del diritto all’autodeterminazione nazionale come questione democratica. Silvio non guarda la questione con l’occhio dell’indipendentista ma del progressista aprendo di fatto una faglia dialettica all’interno della sinistra sarda che ancora oggi stenta ad assumere la questione dell’autodeterminazione nazionale come valore centrale e punto fondamentale del suo programma.

Buona lettura.

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di Silvio Netami Fard

Vindice Lecis, non ci conosciamo di persona ma sono stato un tuo appassionato lettore di post di Fuori Pagina. Sono stato e non sono più perché non mi appaiono più sulla bacheca dato che hai scelto di rimuovermi dai tuoi contatti “facebookiani”. Scelta che può essere motivata da mille ragioni, magari proprio al fatto che non ci conosciamo di persona, ma che spero non sia dovuta al fatto che all’interno del dibattito sui percorsi unitari della Sinistra (sassarese o italiana che sia) sosteniamo linee diverse. Qualunque sia la ragione, non contesto minimamente la legittimità della tua scelta, ma mi piacerebbe una tua risposta.

Sul tuo post leggo diverse cose che mi lasciano perplesso, a partere da quelle quattro parole tra parentesi <<decise da chi poi?>>. Che l’assemblea sassarese abbia avuto poco preavviso, non molta pubblicità e, di conseguenza, poca partecipazione è vero, ma è anche vero che i tempi per convocarla erano stretti e che si sono mossi i soliti noti per permettere anche al nostro territorio di inviare un report a livello nazionale. Mi risulta che a questo percorso aderisca anche il Partito Comunista Italiano e che ci siano diverse forze italiane (come Rifondazione Comunista, a cui io ho scelto di tesserarmi) e/o addirittura “italianiste”, nel senso di contrarie ad ogni ipotesi di indipendenza, che vi hanno preso parte al pari del PCI. Ad ogni modo, che il PCI ci sia oppure no, che ci siano forze organizzate italianiste, oppure no, posso dirti per certo che ci sono in tutta Italia militanti di Potere al Popolo contrari alle scelte indipendentiste e che ci sono anche a Sassari (io stesso, non sono un indipendentista).
Tutto questo per dirti che nel dibattito sassarese non è mancata la discussione sul punto che nel tuo post contesti e che si è trattato di un tavolo estremamente democratico. Se qualcun’altro avesse voluto ancora più partecipazione, avrebbe potuto semplicemente venire all’assemblea o, ancora meglio, impegnarsi in prima persona per convocarla.

In secondo luogo leggo che “la Costituzione non si tocca”. Io sono, politicamente parlando, un signor nessuno, anche perché ho molta poca esperienza. Però so bene che la Costituzione (come qualsiasi documento che abbia una certa lunghezza) contiene delle possibili antinomie. L’attuale costituzione dice ad esempio all’articolo 4 che la Repubblica “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. ” e all’articolo 9 “che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. “. Dunque cosa dobbiamo scegliere, di tutelare l’aria che respiriamo o i lavoratori dell’ILVA di Taranto? L’ambiente di Portovesme o i posti di lavoro? La risposta è ovvia: entrambe le cose, sforzandoci di trovare la “porta stretta” che garantisca lavoro e rispetto per gli ecosistemi ed il paesaggio.
Ora, la Costituzione all’articolo 5 dice che la Repubblica è “una e indivisibile”, ma all’articolo 10 precisa che “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. Dunque la Costituzione Italiana fa sue anche la consuetudini internazionali, tra cui fa da capofila il Principio di autodeterminazione dei popoli, codificato all’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite. Il Principio in questione ha avuto una grande evoluzione nel diritto internazionale ed è prima di tutto “diritto dei popoli a liberarsi da una dominazione che li opprime”. Compito di chi interpreta questi testi è poi capire cosa significa “dominazione che li opprime”. Qualunque interpretazione si voglia dare del concetto di oppressione, accadrà sempre e comunque che un popolo che ha un desiderio persistente di organaizzarsi in uno Stato diverso da quello di cui fanno parte degenererà in uno scontro che vedrà o la sua emancipazione o la sua oppressione.
Nella vicina Catalogna, ad esempio, a me sembra evidente di per se che siamo di fronte ad una dominazione (nel senso neutro del termine, per cui il popolo catalano ha ceduto sovranità allo Stato Spagnolo) che nell’Ottobre passato ha agito da oppressore, impedendo lo svolgimento di un referendum con l’utilizzo della forza.
La domanda è: vogliamo trovarci di fronte ad una situazione simile che può emergere in Italia come in Spagna? Oppure vogliamo costituzionalizzare i processi di rottura di un popolo verso lo Stato? A me sembra doverso procedere in questa direzione e lo dico da non-indipendentista che non parla una parola di sardo.

Quale deve essere il significato dell’articolo 5 della costituzione? Indivisibile in eterno? Si tratterebbe di una costituzione che pretende di sfuggire ai normali processi storici e sfuggire ai processi storici non è diverso da sfuggire dalla fisica, come se la Costituzione vietasse la legge di gravità. Non c’è un solo esempio di uno stato che non si è mai ristretto o allargato!
Invece, una lettura costituzionale intelligente è quella che legge il principio dell’indivisibilità della Repubblica come un divieto di una divisione unilaterale, autoritaria e violenta. Una lettura che mira non ad impedire che il territorio italiano rimanga identico “nei secoli dei secoli”, ma a governare democraticamente (anzichè militarmente) queste naturali modifiche.
Dunque una forza politica progressista deve porsi l’obiettivo di rinnovare il significato della parola “indivisibile”, anche ampliando l’articolo 5.
Ci sono altri esempi di costituzioni che hanno previsto questa ipotesi, come quella sovietica.

In morte di un comunista indipendentista

di Cristiano Sabino

L’ultimo corteo di Vincenzo Pillai il giorno del suo funerale a Selargius

Viaggiavamo in auto, non ricordo precisamente per dove, sicuramente la direzione era qualche manifestazione, assemblea o dibattito. Non lo ricordo perché Vincenzo è una di quelle persone che conosco da sempre, non c’è un giorno in cui ci siamo presentati e abbiamo scambiato i convenevoli. Da che ho memoria c’è lui con una bandiera o un cartellone in mano. Quel giorno mi diede un suo scritto sulla liberazione nazionale e sociale della Sardegna. Me ne lesse alcuni stralci e io lo interruppi subito: «ma come fai a dire tutte queste belle cose e poi a stare in un partito che le nega?». All’epoca ero portavoce di A Manca pro s’Indipendentzia e per me non c’erano vie di mezzo: il partito comunista sardo cresceva lì dentro, fuori allignava solo confusione e spreco di tempo. «Sabino – mi rispose paziente – né tu né io sappiano ciò che ci riserva il futuro, ma siamo compagni e da compagni lotteremo insieme quando sarà il momento».

Aveva ragione. Prima dell’inizio del corteo contro l’occupazione militare alla base di Decimo mi fermò pungendomi così: «tutti dicono che il loro movimento è aperto, poi vai lì e devi prendere ordini dal capo di turno. Dobbiamo creare un percorso nuovo, da dove iniziamo?». E di lì a poco ci trovammo insieme a lavorare in A Foras che appunto è un percorso nuovo, realmente democratico. Ma non bastava e infatti a margine di una assemblea di A Foras a Bauladu prendemmo un caffè insieme nel bar della piazza centrale e valutammo di avere bisogno di un percorso che toccasse anche altre tematiche e così abbiamo fatto organizzando la scorsa estate l’assemblea a S. Cristina che ha dato il via a Caminera Noa. L’ultima volta che ci siamo visti è davanti all’Ufficio Scolastico Regionale quando abbiamo chiesto un incontro con il direttore generale per proporre il nostro progetto di inserimento della lingua e della storia sarda a scuola. Non stava bene, a dire il vero si reggeva a mala pena in piedi, ma era lì, per dovere, disciplina, senso di responsabilità. Vincenzo era questo: una roccia! Qualunque cosa accadesse lui era lì presente a dare coraggio con quell’ottimismo della volontà diventato ormai merce rarissima in giro. Nonostante tutte le delusioni, le fratture, gli sbagli, i tradimenti era un compagno che non metteva mai in discussione il senso della lotta, che non cedeva mai al panico, alle tentazioni dell’intimismo e della resa. Vincenzo era un comunista d’altri tempi con un forte senso della morale e del collettivo, completamente inadatto all’andazzo politico odierno basato sul soggettivismo e sull’arrivismo ed è per questo che alla fine ci siamo ritrovati in un percorso comune. Nell’ultima telefonata abbiamo parlato di Caminera Noa e del percorso italiano Potere al Popolo. Come al solito divergevamo perché lui sosteneva la necessità di appoggiare quest’ultimo percorso a prescindere e fare la nostra battaglia avanzando i temi della lotta alla colonizzazione e io invece sostenevo l’imprescindibilità di una dichiarazione, nero su bianco, di sostegno al diritto dei popoli all’autodeterminazione fino al diritto alla separazione, come da prima versione della Costituzione Sovietica. Ci siamo lasciati così, con un «ci aggiorniamo». La terra ora si apre in una voragine sotto i nostri piedi e ci sentiamo tutti molto più soli e spaesati. Ma ti faremmo un torto Vincenzo se esitassimo, anche solo per un momento, perché la lotta per l’indipendenza e il socialismo continua, anche in tuo nome!

Cos’è e cosa vuole Caminera Noa?

di Giovanni Fara

In queste ultime settimane in tanti si sono chiesti cosa fosse la “Camiera Noa”. Se fosse un nuovo partito politico, una coalizione elettorale, uno dei tanti tavoli di discussione che da tempo animano la politica Sarda seguendo l’orizzonte dell’autodeterminazione e dell’indipendenza dell’isola.

Io credo che la Caminera Noa sia qualcosa di molto diverso. Un progetto politico per tantissimi aspetti nuovo, un progetto di lunga durata che punta soprattutto alla costruzione di un percorso di lotte reali e che vuole accomunare la lotta per l’emancipazione sociale, per i diritti civili e per la democrazia alla lotta per l’autodeterminazione nazionale.

Un percorso di lotte reali dunque, come quella sul diritto dei giovani ad apprendere la lingua, la cultura e la storia sarda nelle scuole; la lotta per il diritto al lavoro e per la difesa delle conquiste dei lavoratori. Non in senso astratto ma attraverso la partecipazione alle lotte sindacali, alle mobilitazioni reali, per dare un nuovo impulso ad una politica da troppo tempo relegata tra le sole pagine dei social network, dei blog o dei salotti televisivi.

Caminera Noa vuole uscire da quel contesto per tornare nelle piazze, tornare fra la gente per discutere i problemi reali dei sardi, per offrire occasioni di confronto utili a gettare le fondamenta su cui costruire una solida alternativa alle condizioni di subalternità, di dipendenza, di sottomissione politica che hanno portato 400mila sardi a vivere in condizioni di povertà.

Sullo sfondo di una situazione politico-sociale disastrosa la Caminera Noa rappresenta dunque lo spazio di dibattito pubblico nel quale edificare una nuova coscienza della partecipazione, in contrapposizione agli interessi particolari di chi nell’ambito delle istituzioni e dell’azione politica dei partiti italiani lavora per il mantenimento dello status-quo. Un laboratorio di idee in grado di opporsi alla svendita della nostra terra ai nuovi colonialisti, siano essi portatori del più becero sciovinismo salviniano scandito al grido di “prima i sardi” che della propaganda della discriminazione e dell’esclusione di razza e/o di genere dei “fascisti del terzo millennio”, la quale fa breccia nel rancore per nascondere agli occhi dei sardi l’unico vero nemico da combattere, ossia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il predominio dello Stato centrale sugli interessi dei sardi e la rimozione di ogni anelito di indipendenza e di libertà.

 

Le 4 infamie di Vittorio Emanuele III

di Francesco Casula

Nella  foto il Re d’Italia Vittorio Emanuele III, detto “sciaboletta”, in una parata militare al fianco di Mussolini e Hirler. La salma del Re è stata fatta rientrare con volo di stato da Alessandria d’Egitto

La salma di Vittorio Emanuele III è tornato in Italia, Con il beneplacito di Mattarella. Una vergogna. Ma è stato “il padre della patria”. No, è stato il padre di 4 ciclopiche infamie. Che niente e nessuno potrà cancellare né dimenticare.

1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale. La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze. Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina. Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili. Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari, lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi maggiori fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’est sa Sardigna intrea”, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della “Brigata” (Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna, Editori Laterza, 2002, pagina 9). Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. In cambio delle migliaia di morti ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi – non sfamava la Sardegna.

2. Vittorio Emanuele III, il Fascismo e le leggi razziali. Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece, mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo e alle leggi razziali. Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo, dando il via alla tragedia ventennale di quel regime la cui maggiore infamia furono le leggi razziali del 1938. Esse saranno firmate da un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

3. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale. La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. Ma c’entra il re con la seconda guerra mondiale? Certo che sì: ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi: “su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car¬veddu”. Lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva scriverà:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra, aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili… Alle perdite umane si sommarono quelle materiali”. (Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250). Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Subirà infatti “numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagine 487-488).

4.. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. Persa la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti. E molti, lì moriranno.

LE POLITICHE REGIONALI E NAZIONALI DEL CENTRO SINISTRA

di Marco di Gangi

Presentata la carta del Piano Straordinario della mobilità turistica, approvato con l’assenso della Giunta regionale, che individua le “ Porte di accesso” alla Sardegna! Mancano l’aeroporto di Alghero e il porto di Porto Torres!

Per chi volesse approfondire: vi raccontiamo l’ultimo schiaffo del Governo nazionale e della Giunta regionale al nord ovest della Sardegna.

Il 13 settembre 2017 i Ministri Graziano Delrio e Dario Franceschini hanno presentato alla stampa il primo piano straordinario della mobilità turistica 2017 – 2022 redatto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti d’intesa con il Ministero dei Beni Culturali, delle Attività Culturali e del Turismo ai sensi delle disposizioni contenute nel D.L 83/2014 convertito nella legge 106/2014. Il piano, denominato “Viaggiare in Italia” mette al centro il “turista come viaggiatore”.
Nelle intenzioni degli estensori il Piano Straordinario della Mobilità Turistica è il punto di convergenza di due percorsi istituzionali – «Connettere l’Italia» per il MIT e il «Piano Strategico del Turismo» per il MIBACT – e rappresenta l’attuazione concreta delle Linee di Intervento contenute in questi due documenti di pianificazione strategica.

Il 9 novembre u.s la Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, Regioni e le Provincie autonome ha espresso l’intesa sul relativo schema di decreto ministeriale.

Il Piano disegna un modello basato sulle cosiddette porte d’accesso del turismo in Italia coincidenti con porti, aeroporti e stazioni ferroviarie considerate strategiche e rilevanti per il turismo internazionale ed interconnesse alle reti locali e nazionali e si pone tra gli altri gli obiettivi di accrescere l’accessibilità ai siti turistici per rilanciare la competitività del turismo, valorizzare le infrastrutture di trasporto come elemento di offerta turistica e promuovere modelli di mobilità turistica ambientalmente sostenibili e sicuri.

Noi sardi che facciamo affidamento sul turismo come volano economico e viviamo quotidianamente i problemi e le difficoltà connessi all’isolamento geografico e alla mobilità interna, avremmo dovuto riporre nei confronti di questo piano non poche aspettative, salvo doverci poi ricredere, analizzando le prescrizioni che da esso emergono. Se, infatti, qualcuno avesse avuto ancora bisogno di conferme circa l’esistenza di azioni coordinate al fine di relegare il nord ovest della Sardegna ai margini delle politiche di sviluppo nazionali e regionali ecco la certificazione rappresentata dal Piano Straordinario per la Mobilità Turistica.

Gli antefatti

Le scelte della Giunta regionale in materia di trasporto aereo e di continuità territoriale che incidono drammaticamente sull’aeroporto di Alghero determinando un crollo dei collegamenti e degli arrivi probabilmente costituivano, evidentemente, solo il preludio a altre scelte ancora più devastanti, riguardanti non solo lo scalo algherese, ma più in generale il territorio del Nord Ovest dell’isola.

È opportuno ricordare che queste scelte sono state possibili grazie al sostegno dell’intera maggioranza di centro sinistra in Consiglio Regionale e alla miopia politica di chi avendo la responsabilità di governo, il presidente Pigliaru e la sua Giunta al completo, ha determinato disgregazione territoriale e ha indebolito ulteriormente la già debole struttura economica di vaste aree dell’isola.

In molti restarono perplessi quando il presidente dell’Enac Vito Riggio, insieme al Senatore PD Silvio Lai nel corso di un convegno sui voli low cost affermarono a proposito del futuro dell’aeroporto di Alghero che in Sardegna due aeroporti, uno al nord e uno al sud, fossero più che sufficienti, ancor di più una volta completata la quattro corsie Olbia – Sassari. Sembrava l’ennesima battuta a effetto ma oggi abbiamo la conferma, le cose stanno andando proprio in questa direzione e non per effetto di un destino cinico e baro, ma per effetto di precise scelte politiche.

Le scelte politiche

Basta leggere il Piano Straordinario della Mobilità Turistica per capire che piega abbiano preso le cose per lo scalo algherese e per il porto di Porto Torres.

Ebbene, se si vanno a leggere le previsioni progettuali per la Sardegna si scopre che nel suo territorio vengono individuati come “Porte di accesso” due soli aeroporti e due soli porti, quello di Olbia e quello di Cagliari.
Vengono esclusi l’aeroporto di Alghero e il porto di Porto Torres e questo nonostante le due località costituiscano la porta di accesso in Sardegna di rilevanti flussi di turismo internazionale: il porto di Porto Torres ha infatti un numero di passeggeri ben maggiore rispetto a quello di Cagliari e la città di Alghero da sola, senza considerare il territorio nel suo complesso, è la città sarda con il maggior numero di presenze turistiche. Complessivamente il nord ovest costituisce per arrivi e presenze il terzo polo turistico in Sardegna.
Bisogna sottolineare che tale scelta è stata avvallata dalla Regione Sardegna in occasione del tavolo tecnico del 18 ottobre 2017 e con la sottoscrizione in data 9 nov. 2017 dell’intesa, senza che fossero formulate osservazioni al riguardo, nell’ambito dei lavori della Conferenza permanente Stato-Regioni nel cui verbale si da atto che “le Regioni hanno espresso l’avvio favorevole all’acquisizione dell’intesa, manifestando la necessità di alcune correzioni meramente formali […] per l’adozione del Piano straordinario della mobilità turistica 2017-2022”.

Non si può perciò che pervenire alla conclusione che dalle decisioni della Regione Sardegna emerge la volontà in linea con quella dello Stato di escludere l’aeroporto di Alghero ed il porto di Porto Torres dalla mappa nazionale delle porte d’accesso aventi rilevanza strategica per il turismo.

Appare inspiegabile l’aver escluso dal Piano Straordinario della Mobilità Turistica le due principali infrastrutture che garantiscono il collegamento con l’esterno per un intero territorio, precludendogli così la possibilità di accedere ai rilevanti finanziamenti cui il Piano stesso prelude.
Scelta che appare incomprensibile anche alla luce dei risultati e dei numeri relativi al traffico passeggeri nazionale ed internazionale che le due infrastrutture del nord-ovest della Sardegna, Alghero per il trasporto aereo e Porto Torres per quello via mare fanno registrare, nonostante le recenti politiche regionali di trasporto abbiano contribuito a creare condizioni fortemente sfavorevoli in un territorio che continua ad essere premiato e scelto da visitatori e turisti.

Ancora più inspiegabile e ingiustificabile in considerazione del fatto che il territorio del nord ovest dell’isola possiede siti turistici di rilievo internazionale, facilmente raggiungibili dalle due infrastrutture escluse dal Piano, quali, a titolo d’esempio: il Parco nazionale dell’Asinara, il parco regionale di Porto Conte, l’Area marina protetta di Capo CacciaIsola Piana, la Grotta di Nettuno, la Miniera dell’Argentiera, oltre ad un incommensurabile e diffuso patrimonio ambientale, paesaggistico, archeologico e culturale.

Questa decisione stride anche fortemente con l’investimento di circa 7 milioni di euro finanziato dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) relativo alla razionalizzazione della viabilità di accesso, all’ampliamento delle aree per i parcheggi, alla realizzazione della nuova sala arrivi e all’ampliamento dell’area partenze dell’aeroporto di Alghero i cui lavori, già assegnati, partiranno a breve, una volta avuto il via libera dalla Conferenza dei Servizi e esaurita la progettazione esecutiva.
Questa decisione avallata dalla Regione Sardegna mortifica e penalizza gli sforzi di un intero territorio le cui prospettive vengono pesantemente limitate non tanto dal mercato, ma da precise scelte politiche che a partire dalla negazione della Città Metropolitana di Sassari fanno il paio con altre recenti decisioni di politica dei trasporti che nel 2016 hanno fatto registrare una perdita di 340 mila passeggeri per l’aeroporto di Alghero; azioni politiche che fanno sorgere il dubbio anche tra i più scettici che vi sia la volontà definita di mortificare il territorio del nord-ovest della Sardegna per avvantaggiarne altri.
E con queste premesse bisogna essere molto diffidenti circa la volontà recentemente manifestata dalla Giunta Regionale di creare un sistema aeroportuale con un’unica regia per i tre scali sardi. L’idea non è sbagliata, ma non vorremmo che, ancora una volta, le scelte che si faranno andassero nella direzione di privilegiare alcune aree a discapito della nostra.
Tale scelta, che segue a breve distanza di tempo quella che ha visto il depotenziamento della sanità del sassarese, e quella della mancata indicazione nell’ambito del comitato di gestione dell’autorità portuale di un rappresentante del Comune di Porto Torres, mentre risultano rappresentati sia Olbia sia Cagliari, risulta l’ennesima che l’Amministrazione Regionale in carica assume ingiustificatamente in grave danno del nord-ovest della Sardegna.
Analoghi comportamenti non paiono più accettabili alla luce delle gravissime conseguenze che gli effetti di tali scelte producono in termini di capacità e di diritto alla mobilità delle persone e di prospettive di sviluppo economico e sociale di un intero territorio che ha nel turismo uno dei principali pilastri della propria economia.

Democrazia imprigionata

di Marco Santopadre

In tempi record, che la dicono lunga sul carattere preordinato e prettamente politico della misura, otto ministri del governo catalano – un governo scelto da una maggioranza parlamentare democraticamente eletta – sono stati arrestati ieri e spediti in cinque diverse carceri, ovviamente tutte fuori dal territorio catalano.
E’ la prima volta che dei responsabili di un governo vengono imprigionati nell’Unione Europea per degli atti politici realizzati nel corso del loro mandato e in obbedienza alla volontà popolare espressa nel corso di un referendum democratico. Uno dei ministri, che si era dimesso il giorno precedente alla dichiarazione d’indipendenza non condividendo la decisione dei suoi colleghi, si è risparmiato la prigione in cambio di una cauzione di 50 mila euro. Quando è arrivato a Madrid stamattina è stato accolto dagli slogan di un gruppo di nazionalisti e e fascisti spagnoli che lo hanno apostrofato al grido di “frocio” e “vigliacco”. Comunque il trattamento nei confronti di Santi Vila, ministro catalano legato a doppio filo a quelle imprese che hanno boicottato il referendum e l’indipendenza, è stato “di favore”, in vista della sua possibile elezione a candidato del PDeCat alle prossime elezioni, il che potrebbe imprimere una svolta autonomista ad una forza politica che solo la pressione e la mobilitazione popolare hanno spinto verso rivendicazioni indipendentiste.
inizia quindi con un’altra raffica di arresti la campagna elettorale che dovrebbe portare alle elezioni regionali del 21 dicembre, imposte con la forza dal governo spagnolo con la complicità di Ciudadanos e Psoe (oggi un altro sindaco socialista, quello di Terrassa, si è dimesso in polemica con il sostegno del partito al golpe spagnolo in Catalogna) e senza alcuna mobilitazione da parte delle cosiddette sinistre federaliste che pure si dicono contrarie all’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno catalano. Al carcere sono scampati per ora Puigdemont e altri 4 ministri, ma solo perché hanno deciso di rifugiarsi in Belgio nel tentativo di internazionalizzare la crisi e costringere l’Unione Europea, sostenitrice della repressione di Madrid, a farsi carico del problema.
A queste elezioni i partiti indipendentisti stanno decidendo di partecipare, per sfidare la repressione di Madrid, ma senza alcuna garanzia democratica, con il territorio catalano occupato militarmente da più di 10 mila poliziotti e soldati spagnoli – che oggi hanno perquisito una caserma dei Mossos d’Esquadra a LLeida – e con fortissime minacce alla stampa.
Una evidente contraddizione per un fronte indipendentista che, dopo la proclamazione della Repubblica Catalana, si trova ora a dover fortemente rinculare sull’onda della repressione spagnola sostenuta da Bruxelles, incapace di implementare le misure che rendano effettiva l’indipendenza dichiarata il 27 ottobre a Barcellona.
L’ultima escalation repressiva sembra indicare che non è più il tempo dei tatticismi e delle decisioni prese ‘giorno per giorno’, occorre una strategia che tenga conto della natura dell’avversario, dei rapporti di forza e delle forze realmente a disposizione.

Oggi più che mai le forze della sinistra di classe all’interno e accanto al movimento indipendentista devono porsi il problema dell’organizzazione, del contropotere, di una disobbedienza effettiva e di un sabotaggio che contrastino le misure coercitive adottate dal regime di Madrid.
Il rischio è che la mobilitazione popolare, pur massiccia, generosa e istintiva, venga mandata allo sbaraglio e si riveli inefficace, lasciando spazio alla disillusione e all’impotenza, tanto più in un quadro in cui i dirigenti indipendentisti imprigionati – altri ne seguiranno nei prossimi giorni – costituiranno dei veri e propri ostaggi nelle mani del regime, utilizzati da Madrid per ricattare il fronte sovranista catalano e costringerlo a rinunciare al conflitto. Presto in carcere potrebbero andarci anche i dirigenti della sinistra indipendentista, dei Comitati per la Difesa dei Referendum, gli attivisti sociali e sindacali, e non più solo i ministri del governo catalano o i leader delle associazioni indipendentiste.
Oggi più che mai perde qualsiasi credibilità ogni forza di sinistra e democratica che alla propria condanna di principio della repressione non faccia seguire comportamenti reali, nelle piazze così come nelle istituzioni.
Ieri alle 19 è già stata convocata una mobilitazione da parte delle associazioni indipendentiste, alla quale ne seguirà un’altra decentrata già oggi pomeriggio e una manifestazione nazionale il prossimo 12 novembre.
Intanto ieri l’assemblea municipale della capitale catalana ha riconosciuto come legittimi il governo presieduto da Carles Puigdemont e il Parlamento composto in base ai risultati delle elezioni del 27 settembre 2015. Ha anche rifiutato l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che ha annullato l’autogoverno. La proposta di ERC è stata appoggiata da Barcelona en Comú, dal PDeCat e dalla CUP. Hanno votato contro Ciudadanos, PSC e PP. Non è stata invece accolta la proposta della CUP per il riconoscimento della Repubblica Catalana a causa del voto contrario di Barcelona en Comù..

Gigi Riva e la paura dell’indipendenza

di Omar Onnis

Divide l’intervista all’Unione dove Gigi Riva dichiara qualche dubbio pragmatico (non in linea di principio, però) circa la possibile indipendenza della Sardegna.
Gigi Riva non è un politico, né uno storico, né un sociologo, neppure un economista; insomma è un ex grande campione, un mito sportivo, un emblema, ma non è che abbia proprio i titoli di dispensatore di Verità, su queste faccende.
Ha detto delle banalità, ha snocciolato un paio di luoghi comuni. Non starei a farne un caso.

Viceversa è imbarazzante quel che si legge su altre testate, sul medesimo tema, da parte di persone apparentemente più competenti.
Penso al pezzo di Luciano Marrocu (uno storico) sulla Nuova di ieri (o avantieri). Una serie di paralogismi (non si usa la storia a scopi politici, sostiene, un attimo prima di usare la storia a scopi politici), che sfociano poi nell’unico argomento che dobbiamo essere lieti e fieri di essere accolti nella grande nazione italiana, così ben guidata in nome della costituzione più bella del mondo.
Si può dissentire senza che arrivi la Guardia Civil?

Ma soprattutto, cos’è, adesso, tutta questa premura di trovare ragioni contro l’autodeterminazione? Qualcuno la teme? E se sì, chi è che la teme e per quali ragioni? Io mi farei queste domande, prima ancora di discutere della questione.

Nel frattempo il presidente Pigliaru, scatenando la sua proverbiale grinta, rimprovera il Veneto e la Lombardia per l’intenzione di tenersi i 9/10 delle imposte versate sul loro territorio. Non si fa, dice il professore-presidente, bisogna essere tutti leali e a disposizione dello stato centrale. Il che spiega perché lui e il suo fido compare Paci abbiano combinato tanti guai nella vertenza entrate. Non era impreparazione o pressapochismo, erano proprio scelte fatte con convinzione. Per l’Italia. Sia pure a svantaggio della Sardegna (ma chi se ne importa, mica sono stati messi lì per fare i comodi della Sardegna).

Ma a noi non ci fregano mica. A noi ci pensano i… Riformatori. Quelli dei referendum sull’abolizione delle province (che sono ancora lì, ma senza consigli provinciali, ossia gli organi democratici di quegli enti) e sul taglio non degli emolumenti ma del numero dei consiglieri regionali (con conseguenze non casuali aggravate dalla successiva legge elettorale oligarchica: chapeau!).

Cosa fanno questi filantropi (ops, si può dire “filantropo” o qualcuno si è intestato la qualifica in esclusiva?)? Propongono un referendum per far inserire nella costituzione italiana la notizia che a Sardegna è un’isola.
Referendum, Sardegna=isola, costituzione italiana. Se riuscite a tenere insieme senza ridere queste tre cose eterogenee e scompagnate, vincete una tessera omaggio del partito dei Riformatori e qualche altro gadget (che non specifico).

Mi raccomando, facciamoci fregare ancora. Alla faccia dell’asino sardo!