Sulla querelle “festival letterari” in Sardegna – di Daniela Piras

Ho seguito con attenzione la discussione relativa ai festival letterari e alla letteratura in sardo assente nell’ambito di alcuni importanti eventi. Il dibattito riveste oggi una grande importanza, a mio avviso, dovuta al particolare momento culturale che la cultura sarda sta vivendo, attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia e ci aiuta a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro, tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta, ed è questo il punto: cosa ci rappresenta davvero, oggi?

Ho letto i diversi interventi e li ho trovati tutti molto stimolanti, mi hanno fatto pensare e mi hanno fatto interrogare su alcune questioni. Mi sono chiesta se io posso considerarmi, a pieno merito, una esponente della letteratura sarda o se, mio malgrado, devo ritenermi esclusa d’ufficio, per via dell’utilizzo esclusivo della lingua italiana nei miei scritti, se il raccontare la Sardegna mi dia una collocazione di scrittrice sarda o se, a prescindere dai temi, devo essere classificata come scrittrice italiana avente la sola residenza in Sardegna.

Credo che la questione centrale sia quella dell’insegnamento scolastico della lingua sarda. Finché le persone come me, madrelingua italiane, utilizzeranno solo saltuariamente la lingua sarda, nelle sue espressioni più caratteristiche spesso sintetizzate in poche battute, è normale che la lingua, quella con cui scrivere e, di conseguenza, quella da leggere, sarà l’italiano. La questione principale è che con la lingua, con qualsiasi lingua, bisogna familiarizzare e, nel nostro contesto quotidiano, nel quale la lingua sarda è relegata ad aneddoti della tradizione, all’oralità, a specifici contesti culturali, è praticamente impossibile restarne contaminati. Qualcuno potrebbe sostenere che “basta studiarla, come tutte le altre lingue”, ma io credo che questo, in Sardegna, non basti. Ho partecipato al programma Erasmus e ho vissuto per quasi un anno in Francia. Studiavo il francese, seguivo le lezioni universitarie in francese e, quando camminavo per strada, leggevo e sentivo parlare il francese ovunque. Ero circondata e allo stesso tempo immersa in quella lingua e, dopo qualche mese, quando mi sono ritrovata a pensare in francese, ne sono rimasta molto scossa. Qui in Sardegna, a casa nostra, è diverso. Il sardo non si trova in ogni angolo, non basta studiarlo a casa, quello che manca è un luogo fisico dove poterlo sperimentare e vivere a pieno. Il paradosso è proprio questo: il sardo, in Sardegna, è considerato non essenziale, spesso inutile e facilmente sostituibile con l’italiano.

La nostra lingua, una delle nostre ricchezze principali, ha bisogno di trovare gli strumenti, attraverso la volontà politica, per non estinguersi; strumenti come gli uffici linguistici, i quali dovrebbero trovare posto in tutti gli uffici dei piccoli centri, come le manifestazioni di interesse storico – linguistico che dovrebbero essere legate al territorio ma anche aperte a un confronto non solo con l’esterno dell’isola ma anche all’interno, con il fine di placare le polemiche legate alle diverse parlate e ai diversi costumi che altro non fanno che creare ostacoli strumentali e politici che paiono insormontabili. Se ne parla troppo, di lingua sarda, e si parla troppo poco il sardo.

Se tutti i difensori della lingua sarda si impegnassero a parlare in sardo il più delle volte, con la maggior parte delle persone, invece di preoccuparsi, troppo spesso, di tradurre di continuo anche parole la cui interpretazione non lascia spazio ad equivoci (cosa che purtroppo vediamo troppe volte anche nella stampa locale), sarebbe un gran passo avanti. Se chi si sforza di parlare in sardo non ricevesse smorfie ed espressioni di disappunto da parte degli “esperti conoscitori” che ascoltano e che accusano i caparbi parlatori di “storpiare” la lingua, sarebbe certamente più motivato e più propenso nel continuare a provare a parlarlo e, di conseguenza, ad impararlo. Se si riuscisse ad attivare un processo politico, culturale e sociale che portasse ad ottenere una scolarizzazione in sardo, che portasse ad insegnare la lingua sarda nelle scuole, tra qualche anno ci sarebbero moltissimi sardi fieramente bilingue, effettivamente padroni di entrambi gli idiomi. Non è un percorso impossibile, basterebbe mettere in atto delle politiche che non avessero come unico scopo quello di “salvaguardare” il sardo ma quello di mettere in circolo le parole e di farle entrare nella vita di tutti i giorni. A quel punto il passo successivo, e naturale, sarebbe quello che permetterebbe, ad ognuno di noi, di avere la possibilità di scegliere se scrivere in sardo o in italiano, se parlare di Sardegna in italiano, o se parlare di paesi orientali in sardo. Il punto centrale è creare sardi padroni della propria lingua, che siano in grado perfettamente di leggere, e capire, il sardo quanto l’italiano e per cui la decisione di leggere un libro in una lingua o nell’altra, e di conseguenza di scrivere, diverrebbe semplicemente una questione di scelte.

Tornando ai festival, non c’è da stupirsi se spesso la Sardegna, e i libri in sardo, non trovino spazio. Finché non sentiremo vicina la nostra lingua e i nostri autori, è normale che sia così. I festival si chiameranno “sardi” solo perché si svolgeranno in comuni sardi, ma per avere un vero festival della letteratura sarda dobbiamo far in modo di sentire la lingua sarda davvero come “la nostra lingua” e non come qualcosa da tutelare, non come se fosse una specie protetta. Quando questo avverrà sarà naturale vedere autori sardi che presentano i loro libri in lingua italiana, e che secondo me rientrano a pieno titolo nella letteratura sarda, e autori sardi che parlano dei loro libri in lingua sarda.

Occorre ripartire da noi, vedere attentamente chi siamo e cosa abbiamo da dire, e da raccontare, in quanto sardi, perché a volte ciò che sfugge è proprio questo, io credo che prima di pensare a nomi altisonanti da invitare, da salotto televisivo, ci si dovrebbe domandare chi ha effettivamente qualcosa da raccontare, che possa farci viaggiare con la fantasia, divertirci, farci pensare, altrimenti un festival letterario si riduce ad uno spettacolo che ha il solo scopo di attirare il maggior numero di persone possibili, né più né meno come una sagra.

È cruciale capire cosa vogliamo essere, prima di tutto, se sardi o se italiani abitanti in un’isola per solo caso. Dovremmo iniziare a sentirci coinvolti in prima persona, perché la lingua sarda è un patrimonio comune di tutti, e non solo di chi scrive o di chi ama leggere, e a tutti dovrebbe interessare la sua tutela e la sua valorizzazione. Dovremo interrogarci su quanto sia normale che la letteratura in sardo resti esclusa da uno dei maggiori festival organizzati in Sardegna. Il fatto che se ne parli è positivo, in ogni caso. Io ho la speranza di vedere, negli anni a venire, un’apertura maggiore verso gli autori sardi nei festival storici, e anche di vedere nascere altri festival, ai quali possano partecipare ospiti internazionali e italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna.

Festival di Gavoi? Sena limba sarda e duncas sena Sardigna

Nella foto Francesco Casula
di Francesco Casula

Festival di Gavoi? Sena limba sarda. E, duncas, sena Sardigna.

Anche quest’anno, il Festival di Gavoi, sarà senza Limba: parlerà tutte le lingue del mondo ma non quella sarda. Così come in quelli precedenti infatti è stata rigorosamente esclusa la letteratura in Sardo. Ed è spiegabile solo dentro un’ottica biecamente italocentrica ed esterofila.
Vanno bene gli scrittori “stranieri” e italiani e anche quelli sardi in lingua italiana: peraltro, sempre i soliti noti.

Ma perché escludere la letteratura in limba?
Perché ha prodotto poco? Ma anche dato e non concesso che la lingua sarda abbia prodotto poco, si poteva pensare che un cavallo per troppo tempo tenuto a freno, legato imbrigliato e impastoiato potesse correre e correre velocemente? E non dice niente a Fois e agli organizzatori del festival di Gavoi la produzione in sardo degli ultimi trent’anni ma segnatamente degli ultimi dieci? Eccola: nei primi dieci anni (1980-1989) le pubblicazioni sono state 22, fra cui 11 romanzi; nei secondi dieci anni (1990-1999) le pubblicazioni sono più che raddoppiate: dalle 22 del primo decennio passano a 57; nei terzi dieci anni (2000-2007) le opere narrative in sardo sono ben 107. E parlo solo di quelle censite. Molte delle quali di gran vaglia. Certo, la lingua sarda, deve crescere. Ma sta crescendo: ha soltanto bisogno che le vengano riconosciuti i suoi diritti, che le venga riconosciuto il suo “status” di lingua, e dunque le opportunità concrete per potersi esprimere, oralmente e per iscritto, come avviene per la lingua italiana. E per poter essere conosciuta e apprezzata: il festival di Gavoi poteva essere una formidabile occasione in tal senso.

È stata brutalmente censurata. Perché?
Probabilmente perché Fois e gli altri organizzatori del festival non credono a una produzione letteraria in limba che esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come autorevolmente è stato scritto. E dunque non credono ad Autori che –ha sostenuto il compianto Antonello Satta- “sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”. Dimenticandosi, fra l’altro, che a riconoscere una Letteratura in limba è persino “uno straniero”: un viaggiatore francese dell’800, il barone e deputato Eugene Roissard De Bellet che dopo un viaggio nell’Isola, in “La Sardaigne à vol d’oiseau” nel 1882 scriverà: “Si è diffusa una letteratura sarda, esattamente come è avvenuto in Francia del provenzale, che si è conservato con una propria tradizione linguistica”
Bene. Marcello Fois e gli altri sodali sono liberi di pensarla così. Ma almeno dovrebbero sapere e convenire che l’idea di una letteratura italiana che comprenda esclusivamente le opere scritte in italiano può considerarsi ormai tramontata. Il concetto stesso di letteratura italiana si è dilatato sino a comprendere l’insieme delle opere scritte in tutto il territorio dello Stato italiano, indipendentemente dal codice linguistico utilizzato. Pertanto le letterature “regionali”, un tempo considerate minori, sono diventate le diverse componenti di un quadro “nazionale” più vasto. Ciò che sostanzialmente deve essere riconsiderato è il rapporto fra il “centro” e le “periferie”, dal momento che – come scrive in “Geografia e storia della letteratura italiana”, Carlo Dionisetti, il principale teorico di questi studi,- “La storia della marginalità reca un contributo essenziale alla storia totale in costruzione, perché si manda lo storico, senza tregua, dal centro alla periferia e dalla periferia al centro”. In tal modo, finalmente i fenomeni letterari possono essere considerati per il loro valore artistico, estetico, storico e culturale e non in base a un sistema linguistico. Oltretutto la furia italiota, italocentrica e cosmopolita gioca brutti scherzi: le star letterarie straniere vanno bene, ma escludere gli scrittori sardi in limba è segno di becero provincialismo non di apertura al mondo. 
Ma del resto, non sono forse stati scienziati come Einstein e scrittori come Honorè de Balzac e Tolstoj – per non parlare dei nostri Giuseppe Dessì e Cicitu Masala- ad affermare “Descrivi il tuo paese e sarai universale”?

Lìmba sarda

Legge elettorale e sciovinismo italiano

di Andrìa Pili

Riguardo la legge elettorale il M5S si è rivelato ancora una volta come un populismo di Destra, riguardo i toni con cui ha discusso l’emendamento per estendere il proporzionale su base statale anche al Trentino Alto Adige, voluto dalla nota sciovinista italiana antitedesca Micaela Biancofiore (andatevi a leggere il resoconto stenografico del suo discorso parlamentare QUI, c’è da vomitare).

“Noi oggi stiamo discutendo, cercando di emendare e modificare, ma stiamo discutendo una legge elettorale proporzionale per l’Italia, per il Paese Italia (…) È come se il Trentino Alto Adige non fosse quasi Italia. Ora, io penso, anzi, sono orgoglioso del fatto che il Trentino Alto Adige sia Italia e, proprio per questo, penso che dovremmo capire come mai una legge elettorale che dà dei diritti agli italiani nell’esercizio del loro voto sia diversa per una piccola area del nostro territorio italiano (Riccardo Fraccaro).

“Far saltare tutto per il Trentino Alto Adige”
(Beppe Grillo);

“Da irresponsabili far cadere la legge elettorale per colpa del Trentino” (Roberto Fico).

Insomma, una questione seria – come la rappresentanza delle “minoranze linguistiche” in Parlamento, io direi il riconoscimento della presenza di nazionalità altre rispetto a quella italiana, è stato trattato o come un privilegio o come una piccola questione di cui si può fare a meno.

Anche MDP e Sinistra Italiana hanno votato l’emendamento Biancofiore, il quale ha fatto saltare l’accordo tra il PD e il M5S sull’approvazione di una legge elettorale condivisa. Chiaramente al PD interessa solo mantenere il rapporto di alleanza con il Sudtirol Volkspartei e la discussione pro o contro questo emendamento si è soffermato sui collegi uninominali che garantiscono a questo partito di fare incetta di deputati nella provincia di Bolzano (4 su 4 “per tradizione, e ora per diritto” secondo il deputato di SI Kronbichler, il quale fu eletto nel 2013 grazie alla coalizione con SVP e PD, malgrado SEL avesse preso solo il 3.8% in Trentino Alto Adige, mentre i nazionalisti di Die Freiheitlitchen non ebbero alcun deputato pur con l’8% dei voti… per dire, ogni legge elettorale è criticabile). Per quanto ciò possa essere discutibile, ritengo molto più grave “risolverlo” in negativo, cioè favorendo – nella provincia di Bolzano – un candidato il cui partito supera il 5% in tutto lo Stato contro uno, entro il partito riferimento principale della comunità tedesca, che nello stesso prende almeno il 45% dei voti.

Polìtica

I sardi non sono ospitali con chi li sfrutta

Agostino Peru interviene durante la manifestazione “A Foras Fest” il 2 giugno 2017 – foto di Giovanni Salis
di Agostino Peru (FIU)

Sardegna, un’isola al centro del Mediterraneo per i più, una regione dell’Italia come ci hanno insegnato a scuola, un’isola del piacere e parco giochi per tanti turisti, spiagge bellissime, paesaggi mozzafiato, alberghi villaggi e residence extralusso, popolata da persone ospitali e gentili poco civilizzate che farebbero di tutto per lasciare un bel ricordo nella memoria del vacanziere di turno, ma dietro questa serie di luoghi comuni c’è molto di più.
Un’isola lacerata, in ottica militare facile da controllare, porto e discarica della Nato e di qualsiasi cosa rappresenti un peso per l’italia, che nel tempo ha ospitato: scorie, rifiuti di vario tipo, ha subito un’industrializzazione intensiva e una deforestazione selvaggia, e come ciliegina sulla torta la trasformazione da parte dell’alleato atlantico in un mega complesso militare che comprende il 67% delle installazioni militari dello stato italiano che dalla Gallura fino ad arrivare alla punta più a sud della nostra terra colleziona una miriade di installazioni militari di qualunque tipo: porto per sommergibili atomici, depositi, poligoni di tiro, aeroporti militari, basi per sperimentazione di razzi e infine il fiore all’occhiello dell’occupazione NATO il poligono sperimentale più grande d’europa situato nel salto di Quirra.


Industrializzazione, disoccupazione, sfruttamento del suolo del mare e dell’aria, discarica, occupazione militare Nato ed esercito italiano, repressione.


Tutto ciò come può continuare a farvi vedere la Sardegna come una regione dello stato italiano? Il risultato di questa operazione non lascia dubbi, siamo palesemente gli abitanti di una colonia.
Isola del piacere, abitanti pochi e ospitali, ci hanno drogato di luoghi comuni per convincerci che eravamo in torto e lasciarli agire indisturbati.
Non si aspettavano dopo tutta la repressione che ha subito la nostra terra che un giorno avrebbero trovato noi, hanno fatto terra bruciata ma si son dimenticati che il fuoco sotto la cenere continua ad ardere e alla fine esplode, e no, non siamo ospitali con chi devasta e sfrutta i nostri territori e la nostra gente, non rispettiamo, non elogiamo e non predichiamo la pace con chi fa la guerra nella nostra terra e no, non abbiamo mai sopportato i dominatori, chi tenta di passare sulla testa del nostro popolo.

Questo non è il giorno in cui festeggiamo la festa della vostra maledetta repubblica, il 2 Giugno è il giorno in cui ci avete condannato, stavolta ricordatevi di questo 2 giugno come il giorno in cui vi abbiamo dichiarato guerra.

Anticolonialismu

Storie di ordinaria repressione per A Foras

di Nicolino Piras

Quest’anno non è stato un anno facile per la mia famiglia, per le mie compagne i miei compagni, è stato difficile supportare con lo stesso vigore e spontaneità le mie convinzioni e i miei ideali.
Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato seriamente nel mirino della questura di Cagliari e dei militari a causa del mio attivismo contro la guerra e l’occupazione militare della Sardegna. Nel giro di pochi mesi durante l’autunno mi sono stati recapitati due regalini della natura dei quali ancora mi stupisco. Mi intristiscono per gli effetti che hanno sulla mia libertà e tranquillità nell’affrontare questa lotta.
Nel mese di settembre (a un anno dai fatti) mi è stato notificato un foglio di via da Teulada, Porto Pino e Sant’anna Arresi per 3 anni.
La mia notifica è stata l’ultima di 22 che l’hanno preceduta, consegnateci perchè prima di un corteo, per cui avevamo chiesto l’autorizzazione, siamo stati identificati nei dintorni della base di capo Teulada con “fare sospettoso”.
Siamo stati privati della libertà di calpestare la terra dove siamo nati per aver fatto un sopralluogo prima di un corteo. Siamo limitati nel muoverci per paesi e spiagge, condannati senza diritto di replica o di udienza davanti a una narrazione viziata della polizia militare e l’intraprendenza asfissiante della DIGOS nel perseguitarci.
La stessa intraprendenza che qualche mese più tardi mi avrebbe portato altre noie ben più gravi. Infatti durante l’estate andammo in 18 a contestare la presenza di marina militare, esercito e Saras nelle aule dell’Università. Srotolammo uno striscione e intonammo cori davanti a 150 militari, istituzioni politiche, clericali e universitarie per protestare davanti all’ennesima comparsata militare e di una grossa azienda petrolchimica in facoltà per parlare di salvaguardia e protezione dei fondali marini. Avete capito bene? La marina militare quella dell’operazione Mare aperto, quella della zona Delta a Teulada, la penisola interdetta per sempre e inquinata irreversibilmente a causa di cannoneggiamenti continui dagli anni 50, insieme al più grande polo petrolchimico del Mediterraneo che vengono a parlarci di tutela ambientale in Università.
A questo punto da celiaco mi aspetto un invito alla sagra del pane a Villaurbana.
Dopo qualche mese io e gli altri partecipanti al blitz ci trovammo di fronte all’ennesima condanna unilaterale, senza né denuncia né dibattimento né udienza, eravamo stati condannati a un mese e 30 giorni di carcere, commutati in una multa di 11.250 euro a testa, tramite decreto penale di condanna, per violenza privata. Sì signori, violenza privata commessa da 18 persone su 150 militari, vi rendete conto? Io che ho una paura fottuta della violenza, che ripudio la violenza gratuita e ingiustificata, sono stato condannato e multato per violenza privata per aver concretizzato un mio fondamentale diritto di fronte a una presenza vergognosa nelle aule che avevo qualche anno prima attraversato da studente.
La polizia militare e la questura mi hanno dato due medaglie per aver difeso la mia terra: il foglio di via e il decreto penale di condanna.
Due medaglie conquistate per una scelta, due medaglie prese per aver sviluppato coscienza critica e protagonismo; la coscienza di chi pensa che non sempre ciò che è giusto e anche legale, la coscienza che la guerra non corrisponde a difesa del territorio e delle sue genti, la coscienza che i popoli siano i reali detentori dei territori che vivono e non chi ci specula e li distrugge in nome di chissà quale stato, quale progresso o profitto. Il protagonismo di chi mette il proprio corpo e la propria voce a servizio della Sardegna e del movimento, di chi macina chilometri intorno al poligono di chi cura gli ematomi causati dall’istinto repressivo di questo stato.
Se necessario violeremo queste restrizioni, ci faremo forza del vostro sostegno e complicità, daremo noi il foglio di via ai carriarmati, gli aerei e le navi che da 60 anni stuprano le terre sarde. Sanzioneremo e pretenderemo un risarcimento dagli eserciti e dai politicanti che hanno trasformato la Sardegna nella portaerei della NATO.
SA LUTA NO SI FIRMAT! A FORAS MILITARIS DE SA SARDIGNA

Anticolonialismu

A Foras: dopo un anno di lotta

di Bakis Murgia

La mia opinione vale poco e per quel che vale la esprimerò all’assemblea di A FORAS prevista per l’11 giugno a Bauladu in cui, fra le altre cose, presumibilmente si tireranno le somme della manifestazione del 2 giugno.

A poco più di 24 ore dalla manifestazione ho molti pensieri che mi frullano la testa ancora scottata.

Per gli standard di una battaglia difficile e completamente boicottata dai politici unionisti ascari al governo della Sardegna (da Cagliari in su) nonché dai media (invisibile qualsiasi traccia degli inviti alla manifestazione prima e, dopo, menzionata solo con qualche ridicolo spazio in cui si parla delle conseguenze del corteo sul traffico) il risultato è stato positivo.

Dicono cinquecento, ma forse più, persone si sono riversate per strada in un giorno di festa simbolico per quello stato che contestiamo: i partiti indipendentisti c’erano tutti, per una volta dalla stessa parte, tante associazioni, tanti giovani e voci diverse.

Se lo scopo era celebrare un anno di movimento organizzato, contestare un giorno di farsa e ritrovarci tutti compatti allora è stato raggiunto.

Ma, detto questo, penso che il movimento A FORAS debba cambiare paradigma di azione.

La rincorsa alle manifestazioni non sta funzionando: la gente oltre la stretta cerchia dei militanti non si mobilita e l’informazione estemporanea che si fa durante i cortei anche più grandi come quelli di venerdì – per non parlare di quelli più contenuti e confinati dalla forze dell’ordine nelle zone militari – è veramente limitata.

Cinquecento o mille persone in strada mentre innumerevoli altre, benché raggiunte da inviti e sollecitazioni, mancano all’appello e preferiscono andare al mare a due passi da noi.

Oltre al primo istinto di incazzarsi o amareggiarsi per l’ignavia dei più, non rimane che da chiedersi cosa possiamo fare di meglio per coinvolgerle; perché se A FORAS e più in generale il movimento nazionale di liberazione dall’occupazione militare potranno mai avere successo questo arriverà soltanto da un coinvolgimento molto più penetrante della gente.

Non ho la ricetta per un’evoluzione vincente del movimento. Ho soltanto alcune idee e molte, queste sì, molte speranze.

La sensazione principale è che a fronte di un grande lavoro di ricerca e studio, sopratutto interno ad A FORAS che si è organizzata in gruppi di lavoro tematici, non corrisponda un adeguato output di informazione. C’è tanto da dire, tanto da documentare e queste informazioni fanno fatica a uscire dai soliti circoli, e quando lo fanno forse non sono correttamente organizzate (anche oggi nei pochi resoconti della manifestazione del 2 giugno parlano solo di pacifisti e antimilitaristi, tralasciando i significati anticolonialisti che per molti, forse i più, sono determinanti nella lotta).

Da questo punto di vista la manifestazione è l’ultimo strumento utile per diffondere coscienza: chiama soltanto chi è già allertato e informato.

Allora, oltre che concentrarsi sui contenuti e su come impacchettarli meglio, è mia opinione che sia necesario scegliere campi di battaglia più proficui e batterli con costanza – qualità che di certo non manca ai tanti militanti di questa causa.

Sarebbe bello considerare A FORAS come un centro di elaborazione e di riferimento per individui, associazioni, partiti che vogliano fare propria questa battaglia e ricevere da loro informazioni, supporto e materiali per attivare nuovi canali: in primo luogo coi più giovani e nelle scuole (tema nevralgico su cui peraltro si sta già lavorando) e poi capillarmente nel territorio, anche con incontri piccolissimi o micro-attività locali.

Insomma, la mia speranza è che si superi la fase di protesta come strumento principale del movimento e si passi a un momento più maturo e organizzato.

La mia non vuole essere una polemica: trovo che A FORAS al momento rappresenti l’esempio migliore di cross-movimento in Sardegna, la cui assemblea riesce a sintetizzare ed esprimere brillantemente diverse istanze e tradurle in azioni frequenti (una lezione per l’indipendentismo che potrebbe trarre spunti di metodo e collaborazione).

Dunque senza polemica, raccogliamo i frutti di questo primo anno di attività, organizziamoci ancora meglio ed entriamo nelle scuole e nelle case: i sardi hanno bisogno di sapere.
Quando sapranno acquisteranno coscienza e si mobiliteranno insieme a noi.
Allora non saremo più cinquecento o mille, e non ci chiameranno più soltanto pacifisti.

La pantomima delle dimissioni di Maninchedda

di Andrìa Pili

Pigliaru e Maninchedda in una foto di repertorio pubblicata sul sito de La Nuova Sardegna 

L’ultimo capitolo della pantomima “Dimissioni di Maninchedda” è la conferenza stampa del Partito dei Sardi in cui gli esponenti di questa formazione politica scimmiottano gli indipendentisti catalani e còrsi, chiamando ad una “rivoluzione civile” in difesa della legge sull’ASE contro il ricorso del governo, in un contesto completamente differente. In Sardegna infatti non esiste un nazionalismo di massa e la percezione generale della questione fiscale è assolutamente diversa – meglio dire opposta, dato che si ritiene che la Sardegna sia assistita – da quella della ricca Catalogna, in cui vi è anche una importante borghesia nazionale; la legge in questione poi non ci darà la sovranità fiscale, visto che si dovrebbero stipulare “convenzioni e protocolli con l’amministrazione finanziaria” per riscuotere una parte delle nostre entrate e lo stesso assessore Paci ha dichiarato che riscossione e accertamento rimangono in capo allo Stato. In Corsica invece i nazionalisti hanno saputo costruire un’alternativa di governo in 40 anni di lotta e di opposizione dura al clanismo-clientelismo francese, per cui hanno una credibilità che al PdS manca totalmente visto il suo modus operandi.

In sostanza, si tratta di un tentativo, quasi commovente, di chiamare gli sprovveduti a sostenere il centrosinistra e questa Giunta disastrosa e filocolonialista, che ha favorito lo sfruttamento del nostro territorio e della nostra comunità per interessi esterni, difeso i provvedimenti antisociali voluti dal governo italiano su istruzione e lavoro. La strumentalizzazione della questione sarda e la rivendicazione antistatale non è certo una novità per la nostra classe politica.

Ribadisco che ritengo dannosissima l’identificazione tra istituzioni sarde e interessi della maggioranza del popolo sardo (il calo di affluenza elettorale dal 1994 ad oggi mostra tutti i limiti interni di questo discorso), omettendo completamente il conflitto sociale interno, senza considerare la sciocca equazione politici/partiti sardi = fanno gli interessi dei sardi (per cui ci si può alleare con il PD sardo perché “sono sardi”, sfociando nella ridicola richiesta di uno scontro più duro con uno Stato governato dallo stesso partito cui questi esponenti politici sono sottoposti). In questo senso è singolare che la Confindustria e l’Associazione Nazionale Costruttori Edili abbiano manifestato stima nei confronti di Paolo Maninchedda: lo Stato Sardo che questo ha in mente non rappresenta nulla di pericoloso (nel discorso di questo partito, lo Stato Italiano non è attaccato per gli interessi che rappresenta, tra cui quelli di oligarchia politica e borghesia sarda). Tutto il discorso sugli interessi sociali ed economici è omesso; ci si immagina lo scontro Nazione sarda-Stato come due monoliti anziché mostrare i legami, a livello delle élite, per proporre una reale rivoluzione democratica; per questo rimane solo un sardismo fatto di fuffa, “capacità di amare”, “energia positiva”, “responsabilità di governo” e altre supercazzole. Un regresso mostruoso rispetto a tutte le elaborazioni nazionaliste sarde prodotte sino ad ora.

Polìtica

Oristano: attenti ai finti indipendentisti!

di Davide Pinna (Furia Rossa)

Le elezioni comunali di Oristano purtroppo non vedono la partecipazione di alcuno schieramento indipendentista, e ci sarebbe qui da aprire tutto un discorso sulla necessità di unirsi e di passare dalle amministrazioni comunali per costruire spazi di governo indipendentista e iniziare a mostrare che l’indipendentismo può governare e può farlo meglio dei partiti italiani. Tuttavia una formazione che si definisce indipendentista concorre: in queste poche righe punto a dimostrare non solo come tale formazione non sia indipendentista, ma sia addirittura in continuità con le logiche di governo coloniale che hanno affossato piccole città come Oristano negli ultimi sessant’anni; parlo del Partito dei Sardi.

Se volessimo provare a tratteggiare la cronistoria della presenza PdS a Oristano, incontreremmo molte difficoltà. In effetti questa formazione non ha mai partecipato alla vita politica della città di Eleonora, non ha mai preso parola sulle questioni che in questi anni hanno animato il dibattito pubblico locale, come il futuro dell’aeroporto di Fenosu, l’uscita da Abbanoa, il progetto del golf nella pineta di Torregrande o la centrale termodinamica di San Quirico. Per verificare questa affermazione basta fare una ricerca nell’archivio della testata online Linkoristano, abbastanza costante nella pubblicazione di interventi e comunicati politici: la stringa di ricerca “Partito dei Sardi” non produce alcun risultato degno di nota.

Tuttavia, il PdS, pur non avendo preso parte alla vita pubblica di Oristano, è presente da molto in città e più precisamente è presente negli uffici di Via Carducci, quelli dove ha sede la Asl n. 5. Che la nomina dei dirigenti delle Asl avvenga per quote e lottizzazioni non è fatto nuovo, né ha una rilevanza giuridica, dato che lo spoil system non costituisce reato; certamente si potrebbe discutere sull’opportunità morale di questo sistema, ma meglio rinviare ad altra sede la discussione. Se ci si attiene ai fatti, gli ultimi due direttori generali della ASL n. 5 sono Mariano Meloni e Maria Giovanna Porcu, entrambi di Macomer, proprio come Paolo Maninchedda. Macomer è una città di 10 mila abitanti (distretto della Asl di Nuoro) e non necessariamente i suoi abitanti si conoscono tutti, però basta una rapida ricerca sul web per capire che Maninchedda, Meloni e Porcu si conoscono e che le nomine di primo piano della Asl oristanese sono in quota proprio all’assessore ai Lavori Pubblici. Le polemiche fra l’altro non sono mancate, come quando la minoranza del consiglio comunale di Macomer (il sindaco Antonio Succo è del Partito dei Sardi) denunciò pubblicamente il fatto che su 100 lavoratori interinali impiegati nella Asl di Oristano, 30 erano di Macomer, chiedendo all’assessorato alla Sanità, ai manager delle Asl e agli esponenti del PdS di chiarire in base a quali criteri di priorità e professionalità venissero fatte le assunzioni (https://www.bentos.it/la-asl-di-oristano-il-partito-dei-sardi-gli-ex-tessili-e-i-veleni-della-politica-macomerese/). Ribadisco che non ci sono aspetti giuridici che voglio mettere in evidenza, la questione è puramente politica: il Partito dei Sardi è entrato a Oristano non dalla porta principale, ma dalla finestra sul retro. Ha costruito il proprio consenso sulla base di vecchie logiche, che guarda caso sono proprio le stesse che hanno affossato piccole città come Oristano dal dopoguerra. Per chi vorrebbe presentarsi con il biglietto da visita dell’indipendentismo moderno e del partito dell’amore, non sono cose di poco conto.

Ma poi questo indipendentismo esiste? Il PdS si presenta in coalizione con l’UDC e con la lista civica del consigliere comunale Salvatore Ledda. Non risulta ad oggi che i vertici locali dell’UDC o Ledda abbiano mai professato il loro indipendentismo; non può neanche valere il discorso del non-dipendentismo perché l’UDC è un partito italiano e il discorso credo si possa interrompere qui senza bisogno di altre argomentazioni. Questa non è peraltro l’unica incompatibilità fra Maninchedda e i suoi alleati: Ledda e Giuliano Uras (il candidato sindaco UDC della scorsa tornata elettorale) sono stati tra i principali fautori del referendum consultivo per l’uscita da Abbanoa che si è svolto a Oristano qualche mese fa. Questo referendum era poco più che una recita propagandistica, ma tuttavia come possono Ledda e Uras dopo tante parole contro il gestore unico dell’acqua accordarsi con l’assessore che ha la delega per Abbanoa e che tante volte la ha difesa?

Fino a poche settimane fa il PdS era in trattativa con il centrosinistra., ma la fine la scelta è ricaduta sulla coalizione di centro che evidentemente offriva condizioni politiche migliori e che mette insieme due candidati sindaco della scorsa tornata elettorale i cui voti, sommati, rappresentano il 46% delle preferenze. Se indipendentismo significa occupare i posti di potere, scendendo a compromessi con qualsiasi forza politica a seconda delle esigenze e della geografia elettorale, allora il PdS è indipendentista, ma credo che la parola del vocabolario più adatta a definire questi comportamenti sia opportunismo.

Polìtica

Ispopolamentu de sa Sardigna

Spopolamento in Sardegna
di Federico Francioni

Onzi die creschet su nùmeru de sas biddas minetadas de iscumpàrfida. Semus arribbados a chentu Comunas chi, intre de sos trint’annos, si nch’andant a mòrrere. Nùmeros chi sunt istados denuntziados puru dae s’ANCI (e dae su presidente Piersandro Scano) chi at promòvidu abojos, cramadu su guvernu italianu e sa Regione a sas responsabilidades issoro.

Semper de prus, s’intendet s’importàntzia de unu Manifesto contro lo spopolamento, gasi comente proponet Scano, e ognunu de nois podet e devet dare su contributu.
Su guvernadore Frantziscu Pigliaru faeddat de sa netzessidade de unu Master Plan contra a s’ispopolamentu in unu cumbèniu a subra de sas tzitades de s’Europa.

S’ispopolamentu est ligadu a protzessos istòricos, econòmicos-sotziales, polìticos e culturales de sèculos e sèculos, comente mustrat s’istòricu francu-americanu John Day, amigu sintzeru de s’ìnsula nostra. S’isboidamentu pertocat mescamente a sas biddas pòveras.

Dae su 2010 a su 2014 su rèdditu de sos sardos est faladu de su 3-4 %, pro sos corfos severos chi amus retzidu dae s’inflatzione. Su Mèdiu Campidanu est su prus pòveru a intro de s’Istadu italianu, indunas, sa gai cramada maglia nera non est prus de su Sulcis-Iglesiente.
Sa Provìntzia de Casteddu est sa prus rica, ca est su de 34 in sa classìfica, cun 23.534 euros de rèdditu pro capite (chi non sunt pagos: est una de sas cunseguèntzias de unu tzentralismu dannàrgiu pro sa Sardigna intrea). Sa bidda de Bidonì est sa prus pòvera cun 7.427 euros de rèdditu. In s’elencu matessi Tàtari s’agatat in sa posizione n. 73 cun 21.650 euros pro capite.

Bastat cun sa chistione sarda betada a intro de unu fogarone mannu cramadu questione meridionale.

Non esistit una particularidade de sa Sardigna pro su chi tocat s’ispopolamentu. Connoschimus bene su pàrrere de Bottazzi: sa Sardigna est Mesudie, puntu! Ma custu betare sa chistione sarda in unu fogarone mannu cramadu chistione meridionale serbit de aberu a disignare progetos ispetzìficos chi nos podent ajuare in sa gherra aberta chi devimus decrarare a s’ispopolamentu? Forsis Bottazzi, cun totu su rispetu, ant ismentigadu su chi at iscritu Antoni Gramsci in Alcuni temi della questione meridionale e subra de Americanismo e fordismo, inue si faeddat de mistero di Napoli in raportu a sas tzitades de sos Istados Unidos e de su mundu. Est bastante, indunas, faeddare de Napoli e de su territòriu vesuvianu dae unu puntu de bista demogràficu pro cumprèndere chi est una situatzione cun una densitade de abitantes alta meda, atesu meda dae sa nostra.

E sa Sitzìlia?

Massimo Livi Bacci at iscritu chi non esistit una eccezionalità de sa Sardigna in raportu a su Mesudie. Puru in Sitzìlia – at sustènnidu Livi Bacci – su nùmeru de sos abitantes est destinadu a falare. Ma atintzione, si nois leghimus bene s’istòria demogràfica de sas duas ìnsulas, podimus cumprèndere chi in Sardigna b’at semper – o cuasi – unu boidu, in su mentres chi in Sitzìlia agatamus unu prenu. Custu est cunfirmadu mescamente dae sa produtzione istioriogràfica a subra de su Seschentos, unu sèculu de pestilèntzias chi non cundennat sas duas ìnsulas in sa manera matessi. Tzertu, Basilicata e Calabria sunt in perìgulu, ma pro s’Abruzzo sa chistione, dae unu puntu de bista demogràficu, est diferente dae cudda sarda.

Sa netzessidade de programmas ad hoc, contra a s’isboidamentu, a intro de unu New Deal pro sa Sardigna.

Sa tesi fundamentale mia est custa: pro sa luta a s’isboidamentu de sa Sardigna bi cherent programmas ad hoc e est pretzisu pònnere a costàgiu, antzis, a intro de unu New Deal: indunas, unu progetu generale pro sa liberatzione econòmica e sotziale, pro s’autodeterminatzione polìtica e istitutzionale de sa Natzione sarda. Sos puntos craes de custu New Deal podent èssere custos:

  • Torrare a sa Terra. A subra de custu puntu si atopant sos analìgios de su paba Bergoglio de una ecologia integrale (giustu su chi ant sustènnidu fintzas a como Vitzente Migaleddu e Boreddu matessi) e cuddos de Vandana Shiva. Sas pàginas de Frantziscu e de Vandana tenent su mèritu de refudare su prometeismu, s’idea maschilista de s’isfrutamentu sena làcanas de s’omine a subra de sa Natura. Un’ìdea de domìniu chi agatamus puru in culturas antitèticas intre issas. Imbetzes devimus pensare a reconnòschere sa Terra che a Mama e a cunsiderare òmines e fèminas fìgios e parte integrante de sa Natura matessi. Dae s’atera ala podimus leare ànimu dae su chi como sutzedit in Sardigna, inue b’at un’isvilupu de sos terrinos cuntivigiados cun agricultura de su tipu matessi. Pro sa prima borta creschent sos etaros de terra semenada, mescamente cun su trigu cramadu de su senadore Cappelli. In antis devimus ammentare Nazareno Strampelli, unu genetista agràriu de gabbale chi aiat ammesturadu trigu de su Nord, de su Mesudie italianu e de sa Tunisia. In su 1907 su senadore Raffaele Cappelli aiat postu a dispositzione pro sos esperimentos unos cantos sartos de propriedade sua in Foggia. Ma no b’at solu su trigu Cappelli chi est semenadu sena sustàntzias venenosas; tenimus in s’ìnsula bariedades nostras bonas meda. Tenimus richesas mannas: oe sos giòvanos torrant a creere in custu siddadu chi si podet esportare in su mercadu globale.
  • Retza autòctona de industrias minores. Semus cumbìnchidos de s’importàntzia istòrica e econòmica de su pastoralismu, ma bisòngiat puru fraigare e afortire una retza autòctona de indùstrias minores chi in Sardigna fiat già nàschida intre Otighentos e Noighentos. Una realidade cantzellada dae sas polìticas in pro de Nino Rovelli. Sos cunsòrtzios podent servire a bìnchere sa debilesa de custas istruturas minores. Tenimus energhias e sabidorias imprendidoriales: pensamus a sa bioedilizia de Daniela Ducato e a sa vetura ad aria compressa produida in Sardigna. E sunt solu duos esempros.
  • Bonìficas. Podent dare traballu a sos chi sunt istados betados a foras de su protzessu produtivu derivadu dae sa industrializzazione selvaggia. Bisòngiat betare sos fundamentos pro arribbare a una riconversione produtiva de tipu ecocompatìbile.
  • Unu sistema bancàriu sardu. A pustis de 130 annos sa Banca popolare di Sassari non esistit prus. Sa Banca popolare dell’Emilia Romagna at mandigadu su Banco di Sardegna. Sas bancas minores non podent sighire in s’epoca de sa globalisatzione? Ma sos esempros de sa Banca d’Arborea e de sa Banca di Cagliari mustrant su contràriu.
  • Fraigare e afortire una retza sarda de cummèrtziu, chi non siat dipendente dae cudda de sa distributzione manna.
  • Unu pianu pro sas infrastruturas e pro sos trasportos, chi est indispensabile pro arrivire a unu riechilìbriu territoriale. In su tempus coladu, sos indipendentistas Pirisi e Pani cun veturas Granturismo aiant asseguradu sos collegamentos intre su Cabu de Susu e su Cabu de Giosso. Sas veturas de Pirisi teniant su telefonu e su commodu! Dae bennàrgiu-freàrgiu de su 2016 non esistit prus unu collegamentu de autobus intre Tàtari e Casteddu, ne intre Tàtari e Terranoa.
  • Indipendèntzia energetica. Bisòngiat punnare pro una boltada ecocompatibìle, pro s’autonomia de ogni domo cun impiantos indipendentes dae s’Enel e a foras dae sas ispeculatziones mannas de sos gai cramados ecofurbi, cunforma su chi at iscritu Jeremy Rifkin. 

    Polìtica

A èssere indipendentes, nen mègius e nen pejus de àteros

di Carlo Manca

Hai presente quelli che ti dicono che non si può parlare di indipendenza della Sardegna prima di essersi spogliati dell’esaltazione di un popolo e dell’altezzosità che ci farebbe riconoscere come migliori di qualche altro popolo?

Questo è ciò che posso definire “insignare a babbu a coddare”, ma riconosco che la necessità dell’interlocutore di puntualizzare con quest’obiezione politica a chi non ne ha mai avuto bisogno, è diretta conseguenza di una serie di pregiudizi coloniali italiani ed autocoloniali sardi.
Ovvero, sentire precisare che non siamo migliori di altri, rivela che non si conosce niente degli ultimi cinquanta anni di dibattito all’interno del panorama indipendentista sardo: la corrente mistica, dell’irrazionale tradizionalismo, della mansueta osservanza delle usanze pagane in estetica cattolica, della religiosità che non può essere messa in discussione, del classismo, della purezza di sangue, del conservatorismo dal gusto esotico della lingua sarda “che fu” – e che debba essere considerata inespugnabile dal lessico e dalle esigenze della modernità- e del passato mitologico che renderebbe il popolo sardo migliore di altri benché sottomesso, sono posizioni che fortunatamente hanno ricevuto tantissime critiche all’interno del dibattito.

Ultimamente c’è stata un’impennata della tematica legata all’indipendentismo sardo. Il tema è diventato “pop” e se ne parla trasversalmente sia a sinistra che a destra dello spettro politico isolano. Ma dal momento che l’italianità è un concetto più religioso che politico, dato che non si può mettere in discussione e che fa scattare quel meccanismo psicologico di protezione che si manifesta in forme che vanno dal sentimentalismo al bellicismo, dalla maternità alle estetiche della virilità, possiamo notare quanto sia facile e a buon mercato tentare la carta della ridicolizzazione dell’idea di indipendenza, ben prima che con argomenti validi e “laicità” di vedute che escludano ogni tipo di sciovinismo di ritorno. Ancora di più, il meccanismo di derisione è forte nella misura in cui vengono esagerate pretestuosamente quelle posizioni sorpassate dalla Storia e dalla critica contemporanea alle idee: si ritiene ormai – e direi anche giustamente – che non si possa più basare il concetto di nazionalità sulla discendenza di sangue, perché nessuno è puro, né in Sardegna, né in Italia e né in qualsiasi altra parte del mondo e sarebbe fin troppo opinabile e pretestuoso gettare i parametri di valutazione di ciò che può essere considerato puro. Ci sono altri parametri ben più attuali ed elastici (e meno severi del sangue) da combinare per definire una nazionalità. Non aprirò qua una digressione su cosa altro può definire il concetto di nazionalità, per esigenze pratiche. Eppure, prendendo questo esempio, si bollano in blocco gli indipendentisti come etnonazionalisti, qualsiasi cosa voglia dire, e come romantici prosecutori di un passato mitologico che ormai, Dio volle, è sfociato nel destino comune con l’Italia. Anzi, sotto l’Italia, ci sarebbe da precisare.

Pur coscienti che il popolo sardo non è in sé migliore di altri e che l’intento dei movimenti e dei partiti indipendentisti sardi è conquistare l’autodeterminazione del proprio popolo, la ridicolizzazione passa proprio per l’estremizzazione di quel brodo di idee che, all’interno dello stesso spettro politico indipendentista in cui si possono fare poche rivoltanti eccezioni, è combattuto dagli stessi indipendentisti che non si riconoscono in posizioni xenofobe, romanticamente tradizionaliste, classiste o aristocratiche, securitariste, sessiste, razziste, complottiste.
Sì, esistono anche sardi indipendentisti dell’ultima ora che hanno scoperto da poco il giocattolo dell’orizzonte indipendentista, e se ne fanno portatori anche se sono illetterati, senza coscienza, senza chiara cognizione di causa-effetto e che riescono a bersi facilmente tutte le perle complottiste. Ricordate le baggianate del tipo: “Non ho niente contro i migranti, ma… i migranti sono l’arma che l’Italia sta usando in Sardegna, perché ci destabilizzano, ci impongono le loro usanze, perché fanno più figli… è una sostituzione etnica in corso!” ?

Fauna che ti inquina l’ambiente politico e poi ti chiede pure chi distribuisce la patente di indipendentista, come se l’ironia le desse una dignità di esistenza o come se tu fossi costretto ad accettare certi personaggi come compagni di viaggio, perché non puoi avere il “marchio” di indipendentista. Lasciamo i discorsi sui diritti d’autore e sulle patenti ad un altro momento, anticipando già che ci sarebbe abbastanza da scrivere in merito. Comunque, in nessuna maniera questo tipo di fauna “politica” può essere rappresentativa dell’indipendentismo sardo attuale, anche se, a dolu mannu, ne è una componente ed è l’elemento inquinante in base al quale è facile avanzare un argomento fantoccio, che è pur sempre una fallacia logica.
La percezione ancora diffusa, che fortunatamente sta perdendo terreno, è quella secondo cui bisogna puntualizzare l’ovvio perché non si sa mai chi ci sia dietro agli indipendentisti barbuti e cattivi, giacché la retorica coloniale non fa altro che confutare i nostri argomenti proponendone una rappresentazione errata o distorta. Il fantoccio di cui sopra.

Certo è che gli argomenti dell’internazionalismo, sempre che non metta in discussione l’Italia unita, e dell’antinazionalismo, in cui l’unico emblema di nazionalismo sarebbe un ventaglio di espressioni politiche dell’Ur-Fascismo anche se poi ci si masturba davanti alle lotte anticoloniali (che sono condotti per lo più da movimenti di liberazione nazionale e sociale, toh!), sono il grimaldello con il quale si vuole negare il diritto all’esistenza del popolo sardo, in un’ottica di emancipazione sociale e di autodeterminazione popolare. Fascisti non lo siamo, e per fascisti non ci vogliamo passare, sotto alcuna forma.

Da indipendentisti, però, bisogna uscire dal meccanismo secondo cui si debba tendere al suicidio culturale per non apparire nazionalisti, cosa che succede paradossalmente abbracciando il nazionalismo e la dimensione nazionale degli altri (dell’Italia, in questo caso), che serpeggia nelle parole d’ordine unioniste e colonialiste. Lascio perdere in questo momento eventuali digressioni sulla decostruzione della rappresentazione dell’identità nazionale (così come di identità individuale), che sarebbe lecita ed aprirebbe un bel dibattito, ma che ci allontanerebbe dal discorso. È necessario rifiutare ogni tentativo per mano coloniale e/o reazionaria di far tendere il popolo sardo al suicidio culturale: infatti voler esistere e non sentirsi peggiori di altri, non vuol dire affatto basare la propria volontà di esistenza sul sentirsi migliori; non vivere di illusioni e di miti, ma nemmeno sminuirsi per vivere costantemente nella tossicità di un meccanismo coloniale, che ci guida da lontano e che ci imporrebbe di essere scettici verso la nostra esistenza come popolo ma di sentirci adatti al mondo moderno solo attraverso la sparizione e l’omologazione a ciò che la proiezione dell’italianità pretende dalla Sardegna.
Subdolamente si parla di mondo e di modernità, ma è autodeterminandosi che si trova la propria formula per stare nel mondo: in questo momento in Sardegna ci si trova ancora politicamente come nell’infanzia in cui si ha bisogno della mediazione dei genitori per imparare a stare nella società, con la differenza che i bambini crescono, mentre per la Sardegna questa condizione di perenne infanzia viene considerata congenita come se si trattasse di un individuo minorato. Questo vien fatto credere per instillare autocommiserazione, ma è dato da una politica di uno Stato che ha tutto l’interesse a non vedere maturare qualsiasi cosa che metta in discussione la propria supremazia all’interno dei suoi confini: la decentralizzazione e lo sgretolamento sono dei pericoli perché minano il sogno risorgimentale compiuto e la retorica fascista in cui si è rafforzato.

Non c’è da considerarsi necessariamente meglio dell’Italia, eppure questo non è un buon motivo per non guadagnare la propria indipendenza: semplicemente da parte di tanti sardi c’è una volontà politica di autodeterminare il proprio popolo e stare nel mondo attraverso i propri ambasciatori, i propri rappresentanti, attraverso i propri ritmi di vita, la propria lingua, poesia, filosofia, musica, enogastronomia compatibili in un ecosistema in cui il popolo vive e si identifica. Non c’è niente di male in questo.
Il discorso è meno complicato di ciò che sembra: tu non puoi pensare che io debba cambiare in base a come tu mi immagini. Questo principio, che ha avuto fortuna negli ambienti politici di emancipazione delle donne e negli studi di genere, è valido anche per il discorso che stiamo affrontando. Interrogarsi su ciò che si è, lo ritengo necessario per evitare mistificazioni, sacralizzazioni e parole vuote, ma in nessuna maniera interrogarsi può essere lo strumento attraverso il quale scoraggiare il percorso verso l’indipendenza, anche se spesso questo è stato strumentale per demolire qualsiasi tipo di ricomposizione natzionale sarda senza però mettere mai in discussione l’esistenza dell’identità italiana e dell’Italia unita, che soffre (o gode?) ancora di una disonesta ed intoccabile retorica provvidenzialista.

Dobbiamo stare attenti sia a chi basa il proprio orizzonte indipendentista sulla concezione di un passato mitologico da recuperare e il cui ripristino ci renderebbe migliori di altri popoli, sia attenti a chi giustifica l’ingerenza coloniale e a chi, dall’isola stessa, nega l’esistenza e l’autodeterminazione del popolo sardo.
Queste poche idee sono alcune delle sfide ancora attuali che l’indipendentismo sardo deve saper affrontare per farsi spazio fra pregiudizi italianisti, interessi della borghesia compradora, autocommiserazione,  diseconomia, autocolonialismo e dipendenza indotta.
Siamo indipendentisti, non perché ci sentiamo migliori degli italiani, ma perché non ci sentiamo inferiori e quindi miriamo all’autodeterminazione del nostro popolo nel mondo moderno, compatibilmente col nostro ambiente, con le nostre comunità e con la nostra cultura.

Polìtica