L’esaltazione della romanità e l’etnocidio dei sardi

di Francesco Casula

Inquietanti e pericolosissimi rigurgiti nazifascisti attraversano l’Europa e l’Italia. Alcuni inneggianti alla “Romanità”. Voglio sperare che la Sardegna ne sia immune. Significherebbe altrimenti non capire, non conoscere e non aver consapevolezza degli immani disacatos perpetrati dal dominio romano in Sardegna. Fu un vero e proprio etnocidio. Spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni- un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176- nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”. Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio “Sardi venales“ : Sardi da vendere, a basso prezzo. Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i sardi.

Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra. La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.

Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità. A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. “La lunga guerra di libertà dei Sardi –è sempre Lilliu a scriverlo – ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori)”. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos.

Il Referendum catalano manda in crisi Podemos

Il quesito referendario trilingue (spagnolo, catalano e occitano) presentato pochi giorni fa dal Governo Catalano
di Marco Santopadre

Nel giro di pochi giorni ha preso corpo la road map che dovrebbe portare alla convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Un referendum che sta incubando da molto tempo, fin da quando, tra la fine del decennio precedente e l’inizio di quello in corso, due fenomeni hanno turbato l’equilibrio raggiunto alla fine della lunga e feroce dittatura franchista. Un regime autoritario che si impose non solo contro la Spagna repubblicana e i movimenti socialisti e comunisti, ma anche per stroncare le rivendicazioni di indipendenza dei baschi e dei catalani.

La fine del franchismo non fu determinata da alcuna rottura, da alcuna frattura, ma il passaggio al nuovo regime – una Monarchia parlamentare – avvenne nel segno della continuità. Il tutto grazie all’autoriforma, accettata supinamente dalle opposizioni antifasciste statali, realizzata da un pezzo consistente del regime che pur di integrarsi nella costituenda Unione Europea e nella Nato accettò di disfarsi della ormai troppo ingombrante dittatura pur di garantire la continuazione del dominio dell’oligarchia che ne era stata il perno.

Se il Movimento di Liberazione Basco, da posizioni socialiste e rivoluzionarie, rifiutò e contestò una defranchizzazione limitata e superficiale, le componenti maggioritarie del movimento nazionalista catalano si integrarono volentieri all’interno del cosiddetto ‘Stato delle autonomie’ che in cambio della concessione di un certo grado di autogoverno evitava quella rottura della Spagna che era stato il maggior cruccio dei promotori del golpe fascista.

Grazie al nuovo regime, la grande e media borghesia catalana, ampiamente integrata sia a livello statale che internazionale, ha potuto gestire il potere economico e politico a livello locale attraverso le formazioni regionaliste e autonomiste – in particolare Convergència Democràtica – che hanno costituito un efficace argine contro i movimenti indipendentisti sostenendo in cambio i governi statali formati di volta in volta dai socialisti e dai popolari.

Come detto, l’equilibrio si è rotto negli ultimi dieci anni. La gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dei governi spagnoli – sotto dettatura dell’Ue – e di quelli regionali ha provocato la politicizzazione di ampi strati della popolazione che fino ad allora si erano tenuti al margine o al di fuori della mobilitazione sociale e politica. A centinaia di migliaia i lavoratori, i giovani, le donne catalane si sono riversati nelle piazze e nelle strade, hanno partecipato agli scioperi, ai picchetti, alle assemblee.

Contemporaneamente un tiepido tentativo da parte dei regionalisti e di alcune forze di centrosinistra di riformare lo Statuto di Autonomia varato nel 1979 fu brutalmente frustrato dalle istituzioni statali. La mutilazione del testo, oltretutto approvato solo al termine di un lunghissimo iter, rese patente alla base sociale del catalanismo l’impossibilità di ottenere un aumento dell’autonomia grazie ad un negoziato con lo Stato e rispettando gli insormontabili vincoli imposti da una vera e propria gabbia costituzionale e istituzionale.

La confluenza dei due processi – mobilitazione politica indipendentista e mobilitazione sociale – ha condotto ad un auge dell’indipendentismo e ad un rafforzamento delle correnti di sinistra e popolari obbligando i regionalisti catalani – nel frattempo al centro di numerosi scandali per corruzione – ad abbracciare la parola d’ordine della separazione da Madrid.

Dopo le ultime elezioni autonomiche si è formato un governo composto dai liberal-conservatori del PDeCat (ex Convergència) e dai socialdemocratici di Esquerra Republicana de Catalunya, sostenuto dall’esterno dagli eletti della Cup, formazione di sinistra radicale di tendenza anticapitalista.

La maggioranza indipendentista del Parlament ha intrapreso un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità che nei giorni scorsi ha condotto i deputati della maggioranza ad approvare due leggi: la prima convoca il Referendum per il prossimo 1 Ottobre, la seconda stabilisce i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana, l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

I partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione e stanno intraprendendo un boicottaggio che potrebbe condurre all’intervento delle forze di sicurezza contro i promotori del referendum, alla sospensione dello statuto catalano di autonomia e a ritorsioni personali di tipo giudiziario ed economico contro esponenti politici, funzionari e dipendenti pubblici.

Come si dice in questi casi il gioco si sta facendo duro e l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Settori consistenti dello stesso partito che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana. Il PDeCat, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum e il relativo passaggio parlamentare stanno mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – stanno ampiamente sforbiciando il proprio programma originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più e si dimostra un artificio retorico.

Podemos, così come il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Questo vuol dire che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada che in alcune occasioni ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero in tema di indipendenza.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro. Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un argomento propagandistico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte chiede a Madrid di consentire lo svolgimento del referendum, dall’altra afferma che consentirà la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avrà l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e se non comporterà rischi di ritorsioni da parte spagnola per i funzionari e i dipendenti comunali.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori della consultazione ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e del movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i maggiori progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia e alla rottura della legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza tra le classi e nazionali in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia.

Oltretutto le capriole di Iglesias e di Ada Colau stanno avendo effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, oltre che provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

Nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata a Barcellona, ma non potrà contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra loro iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Infine, mentre Podemos e Colau insistono sul fatto che accetteranno il referendum solo se godrà del consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti ad andare a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione.

Il sacco coloniale de La Maddalena

di Paolo Mugoni

Tutto iniziò con la chiusura della base americana. Una serie di coincidenze favorevoli portò alla dismissione della base e l’allora presidente RAS Renato Soru con facilità si intestò quel successo. L’economia era allora basata, oltre che sul turismo, anche sugli impieghi civili nella base americana, sul florido indotto generato dalla presenza di centinaia di famiglie americane e sulla presenza massiccia della marina militare italiana. Partiti gli americani i maddalenini, liberati da questa enorme zavorra, avrebbero dovuto finalmente diventare un Eldorado del turismo mondiale, viste le bellezze che l’arcipelago custodisce. Evidentemente decenni di economia basata sugli impieghi militari e civili, legati alla presenza di basi militari (americana ed italiane) aveva ingenerato poca capacità di iniziativa sul versante dell’economia. Si fece allora presente, nelle forze politiche in maggioranza al governo regionale, il “mito” del risarcimento. I maddalenini, persi i posti di lavoro alla base americana dovevano essere risarciti con nuova occupazione derivata da investimenti statali e/o regionali.

Era il 2007 e da lì a due anni si sarebbe tenuto in Italia il G8, quale migliore occasione per progettare il recupero delle strutture militari dismesse, bonificare le aree demaniali militari e la darsena antistante? Prodi accolse le richieste di Soru (allora presidente della RAS) e decise di investire cifre notevoli in questa operazione ma il governo cadde e a gestire il tutto subentrò il governo Berlusconi che inorgoglito di avere una ribalta internazionale di prestigio, si buttò a capofitto sull’impresa. Naturalmente, come avviene molto spesso in Sardegna, si fece finta di finanziare queste opere con fondi governativi ma si ricorse a fondi destinati alla RAS per altri capitoli di spesa, fondi che vennero dirottati per il finanziamento delle opere legate al G8.

La gestione commissariale dei lavori, che avrebbe dovuto permettere la celerità dei lavori, venne affidata alla struttura della protezione civile con a capo Guido Bertolaso. Le cronache giudiziarie hanno riportato le aberrazioni dei lavori e gli interessi illegittimi scesi in campo e non occorre ripetere in questo contesto il verminaio generato dagli appetiti di “prenditori”, perlopiù romani, che fecero letteralmente “carne di porco” dei soldi pubblici stanziati per l’occasione. Normalità tutta italiana si potrebbe dire, ma qua i fatti stanno a dimostrare che si è superata qualsiasi previsione e si è passati nell’ambito di scenari da possedimento coloniale. Sembra un film di fantascienza da quanto quello che accadde è incredibile: un presunto risarcimento per i danni arrecati per mancati introiti al commercio e al mercato immobiliare, per i licenziamenti del personale civile della base che, venne pagato con i soldi dei danneggiati. Non solo, a chi andarono i soldi per i lavori da eseguire? Semplice, le gare d’appalto gestite dalla protezione civile in regime di emergenza fecero sì che le imprese che poterono partecipare fossero quelle iscritte nell’elenco della protezione civile, che, ça va san dire, erano tutte italiane. Alle imprese sarde, se si accontentavano, vennero dati i subappalti ai costi ed alle condizioni decise dall’impresa aggiudicatrice.

A lavori quasi conclusi, come riportano le cronache di quegli anni, Berlusconi, sempre intenzionato a risarcire qualcuno, sposta il G8 all’Aquila, allora da poco colpito dal sisma che distrusse buona parte delle costruzioni e portò a numerose vittime. La Maddalena? Nel volgere di qualche tempo passata nel dimenticatoio, i lavori dati per conclusi in realtà non vennero mai terminati. Nel frattempo la protezione civile, con la sua struttura sulle emergenze bandì un concorso per la gestione dell’ex Arsenale, caratterizzato dal famoso cubo “water front” dell’archistar Stefano Boeri. La MITA Resort, della ex presidentessa di Confindustria Emma Marcegaglia, si aggiudicò l’assegnazione dell’ex Arsenale con un contratto vantaggiosissimo: 60.000 euro per 40 anni (fonte la Nuova Sardegna). Ma, come spesso accade in Italia, non si erano fatti pienamente i conti con i “prenditori” italiani: l’opera di bonifica della darsena non era avvenuta e quindi la MITA Resort risultò impossibilitata ad avviare l’attività in quanto l’interdizione della darsena pregiudicava il core business dell’impresa, i mega yacht ed i loro proprietari. Immediatamente, sentendosi defraudata di un diritto la MITA fece causa alla Protezione Civile e chiese un risarcimento di 200 milioni di euro.

Il contenzioso si è chiuso in questi giorni con una transazione a favore della MITA di 21 milioni di euro. L’attività delle strutture un tempo della Marina Militare Italiana ancora non è partita. Numero dei maddalenini occupati? nessuno! Risarcimento per la “perdita” della base militare americana? Zero risarcimento! Non solo: alla gara per la gestione dell’ex ospedale militare, ristrutturato in questa occasione, non si presentò nessuno ed oggi risulta abbandonato.

Riassumiamo: 327 milioni per ristrutturare tutti gli edifici in questione, 21 milioni per la transazione con la Mita, 475.000 euro annui per il pagamento dell’IMU, ulteriori 20 milioni di euro per l’ennesima ristrutturazione dell’Arsenale, 30 milioni per la bonifica della darsena, 10 milioni per gli arredi. Mancano sicuramente altre voci di costo ma quanto riportato è già sufficiente! Cosa potrebbe incassare la Regione per la locazione quarantennale alla MITA Spa del gruppo Marcegaglia se si rimettesse in moto tutta l’operazione? Una persona sana di mente direbbe: almeno 1 milione di euro annui. No la MITA spende 60.000 euro annui. Siamo in Sardegna, colonia italiana!

Le parole però che mi risuonano nella testa e che più mi fanno male sono quelle rilasciate nel gennaio 2010 dall’ex presidente Soru al quotidiano La Repubblica: “Volevamo rilanciare quest’isola, farla decollare come una Davos mediterranea e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città”.

E se invece andasse male, – chiede il giornalista – visto che l’aria non sembra delle più elettrizzanti?

“Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire”.

Che dire? Le parole sembrano esaurite!

Piano Kalergi: musica per suonati sardi

di Carlo Manca

C’è una nuova epidemia ideologica in Sardegna. Il Piano Kalergi è il pattume intellettuale all’ultimo grido che gira da alcuni anni in Europa e che è approdato da relativamente poco sulla nostra isola.

L’idiozia, che ha afflitto trasversalmente lo spettro politico, individua le dimostrazioni del fantomatico piano di sostituzione etnica (o razziale, a seconda di chi ne parla) in elementi come il basso tasso di natalità in Sardegna o la diffusione dei centri di accoglienza sparsi nell’isola. Fra aggravanti e conferme si possono menzionare, ad esempio, le proteste occasionali per la bassa qualità del cibo in alcuni centri di accoglienza che vengono considerate delle prove tecniche di golpe, le citazioni occasionali di Imam, le elucubrazioni o le predizioni di sedicenti esperti dell’informazione che somigliano di più a dei romanzieri, le citazioni decontestualizzate e distorte di capri espiatori vari (ora Boldrini, ma prima Kyenge), il decadimento dei “valori” della società Occidentale, il miscuglio con le sempreverdi accuse al sionismo mondiale e alla massoneria, gli extraterrestri e i rettiliani. La nuova versione de I protocolli dei Savi Anziani di Sion, è una realtà. Finalmente il modello moderno è uscito, lo aspettavamo tutti.

Il metodo attraverso cui si propagano queste teorie, è presto detto: allarme, paura, sovraesposizione mediatica, fonti inesistenti o date per rimosse o distorte, collegamenti storici che seguono un filo logico arbitrario e inconfutabile per via della sua stessa fantasia. E nonostante tutto ciò, il complottista medio manifesta vittimismo. Qualcuno ricorderà il solito mantra del “I TG non ne parlano! Diffondi prima che sia troppo tardi!”. Non c’è da avere ciecamente fiducia nei giornali e né nei telegiornali, poiché i giornalisti non sono spogli da idee politiche e interessi, ma un altro conto è evitare di diffondere una bufala come quella del piano Kalergi.

Si critica inoltre il pensiero unico, prima ancora di definire cosa si intenda per “pensiero unico” – sempre che esista sul serio, come se l’anticonformismo in ambito di opinioni fosse un valore, a prescindere dalla validità delle opinioni e dalla loro veridicità. L’attacco al pensiero unico è l’immancabile ancora di salvezza attraverso cui si vorrebbe far passare l’opinione qualunque, ovvero l’inconsistenza fatta vapore acqueo, per posizione assolutamente lecita al pari di tante altre documentate (sorvolo sul discorso epistemologico correlato). Una roba da turisti della democrazia, in cui, sulla base che ogni opinione debba necessariamente essere valida, si vorrebbe far passare un pensiero rivestito di estetica della ribellione – che si fa forte del suo stoicismo per il fatto che non regge la quantità di opinioni “conformi” al pensiero unico – come altrettanto valido a paragone con un’opinione la cui validità è comprovata da metodo e documentazione.

Da uno studio del Sardinian Socio-economic Observatory, si può vedere come l’ “invasione“, di cui diverse persone in allarme parlano, sia certamente un’esagerazione in termini pratici. Infatti questa è un’immagine data da una percezione falsata e indotta da quelle frange politiche che hanno tutto l’interesse a fare leva su una paura di una popolazione diseducata al senso critico e cresciuta a pane e sciovinismo.
Lo studio si può consultare a questo indirizzo: http://www.sardinianobservatory.org/2017/04/04/migranti-sardegna-sullisola-5-470-31-dei-richiedenti-asilo-presenti-italia-961-alloggiati-nei-cas-solo-39-nei-centri-sprar/, e smonta la teoria dell’invasione coi dati. Non si spiega infatti come un rapporto di 1 migrante ogni 250 sardi possa rappresentare un’invasione, men che meno se stiamo parlando di disperati disarmati che verranno semplicemente stipati in SPRAR o in CAS per alcuni mesi, in attesa dell’ottenimento del permesso di soggiorno.

Facendo una modesta ricerca sul motore di ricerca di Bing, nelle prime 12 pagine di risultati possiamo notare i seguenti siti che affermano che il piano Kalergi, di cui alcuni affermano che esista ed altri ne confutano l’esistenza:

  • Chi lo conferma?

Effedieffe, casa editrice cattolica conservatrice

http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=210544:il-piano-kalergi-il-genocidio-dei-popoli-europei&catid=35:worldwide&Itemid=152

The Living Spirits, sito di medicina alternativa, spiritualismo, cospirazionismo

http://www.thelivingspirits.net/david-icke-in-ita/europa-unita-una-catastrofe-calcolata.html

Imola Oggi, quotidiano di impronta nazionalista italiana

Europa, inganno, immigrazione. “La verità sul piano Kalergi” di Matteo Simonetti

Progetto Atlanticus, blog di ufologia, massoneria, rettiliani e NWO, profezie e fantaarcheologia

http://www.progettoatlanticus.net/2013/10/il-piano-kalergi.html

Centro Studi Malfatti, piattaforma di impronta cattolica di centro

http://www.centrostudimalfatti.org/cms/wp-content/uploads/2014/01/Genocidio-D.pdf

Conoscenze al confine, portale di spiritualismo, medicina alternativa, parapsicologia

Il “Piano Kalergi” – la storia segreta dell’Unione Europea

Identità, blog di impronta fascista

http://identità.com/blog/2012/12/11/il-piano-kalergi-il-genocidio-dei-popoli-europei/

La Stella Nera, blog di complottismo, NWO, massoneria, scie chimiche

https://lastellanera.wordpress.com/tag/piano-kalergi/

Centro San Giorgio, sito di impronta cattolica reazionaria

http://www.centrosangiorgio.com/occultismo/mondialismo/pagine_mondialismo/il_piano_kalergi.htm

Don Curzio Nitoglia, blog di un chierico cattolico conservatore

La CIA, Kalergi e l’Unione Europea

Ereticamente, portale di impronta tradizionalista e reazionaria

Su ‘La verità sul Piano Kalergi’, di Matteo Simonetti – Flavia Corso

Qui Europa, quotidiano di impronta cattolica e tradizionalista

http://www.quieuropa.it/lelite-integrazionista-del-piano-kalergi-premia-bergoglio/

Intelligonews, quotidiano di destra

http://www.intelligonews.it/societa-e-protagonisti/articoli/18-marzo-2015/24573/la-verita-sul-piano-kalergi-e-le-origini-della-ue-se-ne-parla-poco-e-nessuno-sa/

No Censura, portale di impronta conservatrice e complottista

http://www.nocensura.com/2013/11/la-storia-segreta-dellunione-europea-il.html

Apocalisse Laica, portale

Il piano Kalergi: Ecco spiegato il genocidio dei popoli europei

L’intellettuale dissidente, quotidiano di impronta rossobruna

http://www.lintellettualedissidente.it/editoriale/la-storia-segreta-dellunione-europea-il-piano-kalergi/

Fronte di liberazione dai banchieri, blog di impronta qualunquista

http://frontediliberazionedaibanchieri.it/article-il-piano-kalergi-il-genocidio-dei-popoli-europei-117650465.html (rimanda al blog “Identità”)

Byoblu, blog di impronta qualunquista

Il Piano Kalergi

Altra realtà, blog di impronta spiritualista e qualunquista

http://altrarealta.blogspot.it/2013/11/il-piano-kalergi.html

Antimassoneria, blog di impronta cattolica reazionaria

Il Piano Kalergi – Quello che Nessuno ti ha mai detto sull’Europa

(rimanda al quotidiano “Qui Europa”)

Unione per il socialismo nazionale, blog di impronta neonazista

https://socialismonazionale.wordpress.com/tag/piano-kalergi/

  • Chi lo smentisce?

Vice, quotidiano

https://news.vice.com/it/article/piano-kalergi-complotto-estremisti-italiani

Linkiesta, quotidiano indipendente

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/09/28/cose-il-piano-kalergi-la-bufala-dei-migranti-che-uccideranno-gli-europ/27568/

Indiscreto, portale di cultura pop

Kalergi e l’Europa dei pecoroni

Il juke-box del piano Kalergi

Giornalettismo, quotidiano

Piano Kalergi, Fusaro rilancia la bufala razzista sul genocidio programmato dei popoli europei

Il Piano Kalergi: l’ultima fantasia neonazista

Mazzetta, blog di impronta libertaria

“Il piano Kalergi”, i Protocolli dei savi di Sion riscritti dal nazistume

Termometro Politico, portale di politica

Complotti, cospirazioni e misteri della rete: il Piano Kalergi

Next, quotidiano

Kalergi: il piano de La Gabbia per diffamare Laura Boldrini

Matteo Salvini contro il terribile Piano Kalergi

Il Primato Nazionale, quotidiano di impronta fascista (nda: sì, fascista, hai letto bene, è clamoroso)

Esiste davvero il “Piano Kalergi”? Ecco la risposta

Bufale un tanto al chilo (BUTAC), blog di debunking

http://www.butac.it/il-piano-kalergi-per-lo-sterminio-degli-europei/

Il campione raccolto vuole che il profilo di chi afferma che il piano esista sia il seguente: tradizionalista, spiritualista, conservatore/identitario, filofascista/filonazista, cattolico, autoritario. Ci sono tutti i crismi dell’ur-fascismo, la mitomania verso il clero cattolico, l’antisocialismo (contro socialisti, anarchici e comunisti) e c’è anche il vecchio jolly dell’antisemitismo (con annesso negazionismo dell’olocausto).

L’indipendentismo sardo è anch’esso affetto da tale morbo ideologico moderno. Non l’indipendentismo storico, fortunatamente. O meglio, lo è solo una minuscola parte di questo, perché attraverso la creduloneria nei confronti del piano Kalergi, abbiamo una schiera di parvenus nell’indipendentismo sardo: ci sono una serie di personaggi che si sono “scoperti” indipendentisti perché hanno dato per buona, quando non per accertata, la teoria del piano Kalergi, e quindi pensano che la quantità di migranti che l’Italia colloca in Sardegna (ricordiamolo: ad ora sono circa il 3% del totale sul suolo dello Stato italiano) sia un tentativo di annacquamento etnico o, come piace ad alcuni tacchini estremisti, un inquinamento razziale. Niente di più lontano dalla realtà. Ma è inutile parlare di realtà, perché quella del complottista medio (fra cui il neo-indipendentista sardo di matrice cospirazionista) è una lettura molto filtrata dalle nozioni-rivelazioni ma non dal senso critico, sempre in cerca di nuove conferme – anche irrilevanti – alla teoria del piano di annullamento di etnie e identità nazionali.

Ci sarebbe a questo punto da dire che nessuna etnia nella Storia è mai da considerare come cristallizzata nel tempo (a meno che parliamo di culture defunte come quella nuragica, latina, etrusca, etc.), dal momento che ogni cultura che abbia coscienza di sé stessa e che sappia proiettarsi in avanti nel tempo, può accorgersi di non essere immutabile e di sapere che potrà rispondere alle dinamiche globali in base ai propri strumenti collettivi di lettura del mondo, che la porteranno progressivamente a declinare i cambiamenti in seno all’umanità in maniera locale, al ritmo che tale cultura riesce a metabolizzare nel bene o nel male. Ciò viene ignorato o rifiutato da vari nazionalismi di nazioni senza Stato e da vari nazionalismi di Stati già esistenti. E viene ignorato o rifiutato in funzione del fatto che spesso le nazioni senza Stato accettano l’identità coloniale che gli Stati centrali hanno assegnato al popolo sottomesso, oppure viene ignorato o rifiutato in funzione del fatto che ogni Stato centrale teme qualsiasi forza centrifuga che non finisca, fra le altre cose, per confermare la rappresentazione che tale Stato ha di sé stesso, e quindi sopprime e omologa le espressioni antropologiche interne ai confini stabiliti. Si parla infatti sempre in termini di “diversità” purtroppo, parlandone in termini economici e non solamente in termini di espressione individuale, dando per scontato che invece all’interno dei confini, qualsiasi essi siano, ci debba essere un’omologazione integrale che preveda, quando va bene, un gioioso interclassismo nazionalitario o, quando va male, una aristocrazia guerriero-spiritualista.

La cosa più spaventosa è che in entrambi i casi, quello della nazione senza Stato o dello Stato già costituito, si vorrebbe denunciare la soppressione di qualsiasi “diversità”, senza considerare – o forse omettendo volontariamente -, che la diversità è innanzitutto un fattore individuale e solo in un secondo momento è collettivo. La “diversità” è culturale giacché è collettiva, perché è la somma dei compromessi che gli individui raggiungono in una data espressione geografica, in un determinato periodo storico, in cui si danno delle regole compatibilmente col loro ambiente e in mutevole continuità con le persone che hanno preceduto. Gli individui creano cultura, la cultura crea individui, e non esiste nessuna entità di cultura astratta che sia immobile nel tempo e che prescinda dagli individui di una comunità, né esistono individui che non siano stati cresciuti da una cultura.

Per questi motivi trovo che sia seriamente pretestuoso per un indipendentista sardo parlare di identità e di sostituzione etnica, perché ne starebbe parlando, palesando quindi xenofobia a buon mercato, solo quando vede nella propria terra alcune migliaia di poveri disgraziati che hanno avuto l’unica colpa di essere nati nella sponda “sbagliata” del Mediterraneo e che fuggono a causa di guerre, persecuzioni, land grabbing, desertificazione, capitalismo. E l’apprendimento della notizia degli sbarchi spesso è accompagnato da frasi infami, come ad esempio l’accusa di vigliaccheria per i migranti o l’accusa di finta povertà per il solo fatto che possiedono uno smartphone (che però è diventato un nuovo strumento standard della vita moderna, quasi al pari di un computer, e che spesso è uno smartphone rigenerato da quelli che l’Occidente restituisce alle case produttrici), e insinuazioni come ad esempio il ripopolamento coatto attraverso le donne immigrate. Quest’ultimo punto in particolare è confutato da uno studio del SSEO, consultabile a questo indirizzo: http://www.sardinianobservatory.org/2016/05/25/tasso-di-fecondita-in-sardegna-crolla-anche-quello-delle-donne-straniere/.

Gli indipendentisti di cui sopra, quindi, palesano di aver scoperto il giocattolo dell’indipendentismo per vie traverse, e si riempiono la bocca di “identità” e “sovranismo” invece di fare una critica seria e parlarne incentrando la critica sulla colonizzazione totalizzante italiana, che è stata la causa principale della scomparsa di gran parte dell’espressione popolare sarda, quindi non solo la modernità – che non è affatto un problema finché si può riuscire ad appropriarcisi di essa – ma la falsa speranza nell’immedesimazione nello stereotipo di italianità per sentirsi pronti per la vita moderna.

Infatti è del tutto assente, ad esempio, una critica al folklore da questa nuova compagine indipendentista, che invece viene accetta il folklore secondo l’espressione di un’identità romanzata e riproposta nelle varianti che richiede il mercato ad uso e consumo dell’occhio turistico filtrato attraverso l’italianità.  È del tutto assente una critica alla trasformazione del territorio in funzione di offerta turistica. È del tutto assente un reinserimento graduale delle lingue di Sardegna su tutti i livelli di istruzione. È del tutto assente una serie di critiche strutturali che invece vengono date per assodate e ignorate più o meno volontariamente.

Inoltre è seriamente pretestuoso che si parli di attacco all’identità sarda, quando le stesse lamentele vengono scritte nelle reti sociali in un italiano scritto male o in un sardo scritto ancora peggio – emblemi di scarsa scolarizzazione, di scarsità di strumenti critici e di mancata alfabetizzazione nella lingua purtroppo colonizzata -, segno inequivocabile che questa nuova identità sardignola di tanti indipendentisti dell’ultim’ora altro non sarebbe che la declinazione locale del complottismo e del razzismo europeo, che avrebbe l’aspirazione di proporre a targhe alterne l’indipendenza contro l’Italia che “ci riempie di negri” e una tregua con l’Italia perché “siamo sardi, ma anche italiani, ma in negri ci stanno invadendo”.

Racconta alla gente che qualcuno vuole sostituire la tua etnia, e ti crederanno cercando conferme in qualsiasi elemento anche non attinente; racconta alla gente che la vernice è fresca, e loro si imbratteranno le mani pur di capire se è vero.

Razzismo, marxismo e indipendenza

di Andrìa Pili

Il pensiero economico radicale e marxista è uno dei migliori strumenti per comprendere il razzismo contemporaneo. Il nesso tra capitalismo e razzismo viene individuato nella difesa della diseguaglianza a fondamento delle relazioni sociali ed economiche entro questo sistema (chi possiede i mezzi di produzione contro chi è costretto a vendere la propria forza lavoro) e nel ciclo politico-economico (l’uso strumentale dell’esercito industriale di riserva; la capacità di rappresentare gli interessi di classe e di condizionare la classe politica; l’interesse imprenditoriale nella riduzione del potere contrattuale dei lavoratori). Chi ne è privo o lo rifiuta difficilmente potrà affrontare un problema di capitale importanza per i nostri tempi o costituire un’opposizione valida tanto al razzismo istituzionale quanto allo smantellamento dei diritti sociali in Italia. L’impreparazione dei massimi esponenti del M5S, in questo senso, è emblematica di quanto questo movimento sia inutile a cambiare le cose e onesto compartecipe di questa deriva che coinvolge gli orientamenti generali attualmente dominanti la politica italiana.

Una delle tesi “progressiste” antiregionaliste, agli albori della Repubblica Italiana, era che i blocchi reazionari regionali – nel Sud e nelle isole – avrebbero potuto ostacolare le grandi riforme socioeconomiche per l’emancipazione delle classi sociali più deboli. Osservando la politica italiana attuale, forse questi timori dovrebbero essere rovesciati: un reazionario sardo al massimo, più o meno consapevolmente, condivide le stesse posizioni di un grande partito italiano o è succube della propaganda dei media italiani, anche slegati del tutto dalla realtà sociale del proprio territorio (emblematica la questione immigrazione, dove il punto di vista dominante e imposto a tutti è quello del cittadino del Nord Italia).

Una delle ragioni valide di sardismo e indipendentismo in questo inizio di XXI secolo è sicuramente quella di sottrarsi a questa deriva che – come il fascismo – è tutt’altro che una parentesi.

Bocciata la scuola (italiana) in Sardegna

di Francesco Casula

Fra tutte le venti regioni, gli alunni sardi, registrano i peggiori risultati: sono i più bocciati e i più rimandati. Nella scuola Secondaria di secondo grado il 28,6 per cento ha la sospensione di giudizio, cioè rimandato e, l’11,4 è stato bocciato. Solo il 60 per cento promosso.

Il numero più alto di alunni bocciati si registra nelle scuole professionali con il 17,3 per cento: significa che quasi uno su cinque ripete lo stesso anno, mentre il 31% è rimandato. Sale il dato nei Tecnici dove i rimandati sono il 32,8 per cento e il 14,4 per cento i non ammessi alla classe successiva.

Anche nelle Secondarie di Primo grado si registrano risultati negativi per l’anno scolastico appena terminato: in Italia la percentuale degli ammessi alla classe successiva è il 97,7, in Sardegna si sta sotto la media con il 97,2 e il 2,8 per cento di bocciati. E la dispersione scolastica è la più alta d’Italia: un ragazzo su quattro non arriva al diploma.

Gli studenti sardi sono più tonti di quelli italiani? O poco inclini allo studio e all’impegno? E i docenti sono più scarsi o più severi? Io non credo. Come non penso che svolgano più un ruolo determinante la mancanza o l’insufficienza delle strutture scolastiche (laboratori, trasporti, mense ecc.), anche se certamente influenzano negativamente i risultati scolastici.

E allora?
E allora i motivi veri sono altri: attengono alle demotivazioni, al senso di lontananza e di estraneità di questa scuola. Che non risulta né interessante, né gratificante, né attraente. La scuola italiana in Sardegna infatti è rivolta a un alunno che non c’è: tutt’al più a uno studente metropolitano, nordista e maschio. Dunque non a un sardo. E tanto meno a una sarda.

È una scuola che con i contesti sociali, ambientali, culturali e linguistici degli studenti non ha niente a che fare. Nella scuola la Sardegna non c’è: è assente nei programmi, nelle discipline, nei libri di testo, nell’organizzazione.

Provate a chiedere a uno studente sardo che esca da un liceo artistico, cosa conosce di una civiltà e di un’architettura grandiosa come quella nuragica, sicuramente fra la più significative dell’intero Mediterraneo; provate a chiedere a uno studente del liceo classico cosa sa della parentela fra la lingua sarda e il latino; provate a chiedere a uno studente di un Istituto tecnico per ragionieri e persino a un laureato in Giurisprudenza cosa conosce di quel monumentale codice giuridico che è la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea.

Vi rendereste conto che la storia, la lingua e la civiltà complessiva dei Sardi dalla scuola ufficiale è stata non solo negata ma cancellata. Permane una scuola monoculturale e monolinguistica, negatrice delle specificità, tutta tesa allo sradicamento degli antichi codici culturali e basata sulla sovrapposizione al “periferico” di astratti paradigmi e categorie che le grandi civiltà avrebbero voluto irradiare verso le civiltà considerate inferiori.

Questa scuola ha prodotto in Sardegna, soprattutto negli ultimi decenni, giovani che ormai appartengono a una sorta di area grigia, a una terra di nessuno. Apprendono l’italiano a scuola ma soprattutto grazie ai media: ma si tratta di una lingua stereotipata, gergale, banale, una lingua di plastica, inodore, insapore e incolore.

Ma una scuola monoculturale e monolinguistica produce effetti ancor più gravi e devastanti a livello psicologico e culturale. Da decenni infatti la pedagogia moderna più attenta e avveduta ritiene che la lingua materna e i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i bambini senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita.

Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui bambini, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico.

Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine, la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente.

Di qui la mortalità e la dispersione scolastica.
Ite faghere? Cambiare radicalmente la didattica, i curricula, la stessa mentalità di docenti e dirigenti scolastici.

Per quanto attiene alla lingua sarda occorrerà finalmente partire dal dato – appurato scientificamente da tutti gli studiosi – che la presenza della lingua materna e della cultura locale nel curriculum scolastico non si configurano come un fatto increscioso da correggere e controllare ma come elementi indispensabili di arricchimento, di addizione e non di sottrazione, che non “disturbano” anzi favoriscono apprendimento e le capacità comunicative degli studenti, perché agiscono positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo.

Di qui la necessità che nelle scuole di ogni ordine e grado si inserisca la lingua e la cultura sarda, come materia curriculare. Altrimenti i record negativi della scuola in Sardegna permarranno.

E continuare a piangersi addossso e a lamentarci servirà a poco.

Articolo originariamente pubblicato al:

http://www.anthonymuroni.it/2017/08/19/bocciata-la-scuola-italiana-sardegna-francesco-casula/

Il carnevale estivo e il vizio della folklorizzazione – di Davide Mocci

di Davide Mocci

Alcune cittadine e piccoli paesi della Sardegna, sempre guardandosi attraverso le lenti della cultura italica, da qualche decina d’anni a questa parte hanno cominciato a organizzare il famoso “carnevale estivo”. Molti esperti locali o amministratori menzionano la “tradizione ancestrale”, il “rito dionisiaco o apollineo” e la “cultura carnascialesca” ma ignorano quanto possa essere dannosa la commercializzazione e la presentazione in stile safari africano di un evento che non solo rappresenta per molti un fattore identitario, ma che ha un senso solo nel periodo che gli compete, in quanto legato ai cicli stagionali e ai rituali pagani prima e cristiani poi. Questo bisogno di presentarsi allo straniero nella solita veste del selvaggio eclettico, riprendendo gli stereotipi che ci sono stati affibiati e che noi, di tutta risposta, abbiamo pensato di farli nostri e vederli come positivi, raggiunge livelli altissimi soprattutto d’estate, periodo di massima affluenza di turisti e che anziché cercare di adattarli a quelli che sono i nostri tempi di vita e le nostre sfaccettature culturali, siamo noi che adattiamo la nostra esistenza al periodo di maggiori presenze nell’isola.

Basti pensare a quanto faccia specie vedere i Mamuthònes o i Bòes e Merdùles in giro per le piazze della Sardegna, con addosso i loro trenta chili di campanacci e i mantelli di pelle mentre si schiatta dal caldo, a farsi ammirare dalle facce inebetite dei turisti che magari pretendono pure che le maschere non si muovano troppo affinché possano fare una foto. Già, perché il totale asservimento di quanto concerne la nostra cultura ai tempi imposti dal mercato, inculca nel turista medio l’idea che chi abita quest’isola sia di contorno; quasi come se faccia parte della scenografia di un eterno spot promozionale e di cui loro sono i protagonisti sorridenti, sempre al centro dell’inquadratura e della narrazione, ignorando la realtà sociale che li circonda perché, dopotutto, sono in vacanza e soprattutto stanno “portando soldi”.

Altro che Costituzioni farlocche, parliamo di conflitto sociale! – di Andrìa Pili

                        di Andrìa Pili

Un partito indipendentista serio, se volesse creare un dibattito serio sulla futura Repubblica di Sardegna, si occuperebbe di toccare il nodo del conflitto sociale interno. Ovviamente, una Costituzione rifletterà i rapporti di forza nella società sarda; dunque, ogni discorso rivolto “ai sardi” indistintamente, in cui si ribadisce ossessivamente che dobbiamo amarci tutti senza dubitare di alcuno o ci si lancia in vaneggi sulla ricerca della felicità, della verità e della giustizia o sul concetto di nazione (ignorando la scienza politica e la logica) … non ha nulla a che fare con un dibattito politico. Del resto, “elevare il dibattito” è tutto il contrario di ciò che il PdS ha fatto da quando esiste, diffondendo soltanto fesserie o robacce prepolitiche mutuate dal dibattito partitico italiano; sul piano della cultura politica sardista, un passo indietro enorme.
Sono un ammiratore delle recenti rivoluzioni latinoamericane. In Venezuela, Bolivia, Ecuador, la creazione di nuove Costituzioni democratiche e sociali avanzate è stata il risultato di una rivoluzione democratica popolare contro l’oligarchia neoliberale e filostatunitense. Per un movimento rivoluzionario democratico sardo l’ambizione dovrebbe essere la stessa. Non “virtù dell’amore” o un impianto massimo liberale da fine della storia e delle ideologie ma cultura del conflitto, lotta di classe, socialismo, anticolonialismo, nazionalismo rivoluzionario.
Che una retorica similsardista e autonomistica possa andare d’accordo con la dipendenza politica ed economica e l’oppressione della maggioranza è una cosa che sa bene chiunque conosca la storia della Sardegna, non solo quella degli ultimi 70 anni; un fenomeno come il “sovranismo/indipendentismo” di notabili e del ceto politico rappresentati nel PdS o il diffuso “sardismo” ostentato dai partiti italiani nell’isola (a parole, molti di questi sono per una maggiore autonomia) vanno letti secondo il periodo storico che stiamo vivendo dall’ultimo piano di Rinascita in poi. Disporre di maggiori poteri “regionali” può rientrare negli interessi del nostro ceto politico, in termini di maggiore potere di allocare soldi pubblici e posti di lavoro (e quindi legittimazione e consenso per sé stesso) in compensazione della perdita delle prebende dei decenni passati; “maggiore autonomia” o addirittura “indipendenza” non necessariamente rappresenterebbero una reale emancipazione per i sardi subalterni. Ecco perché, a mio parere, avremmo bisogno di tutto un altro dibattito sull’indipendentismo rispetto a quello comparso in questi ultimi due giorni sulla stampa sarda tra i vaneggi e l’infantilismo di alcuni autoproclamati padri costituenti, l’amore per la Costituzione italiana di altri, passando per la difesa della specificità e larghe forme di autonomia speciale da parte di esponenti di partiti che difendono l’occupazione militare della Sardegna.

Brigata Sassari: male l’inerzia, peggio l’elogio – di Carlo Manca

di Carlo Manca

Concepire come naturale l’esistenza della Brigata Sassari, attualmente unica divisione etnica dell’esercito italiano, è una cosa comune per chi si sente italiano in Sardegna. Lo si dà per scontato per diversi motivi, fra cui il nome che glorificherebbe la città, la tradizione e l’accettazione supina del vetusto sciovinismo italiano, la pace diplomatica fra la classe politica sarda e la rappresentanza locale dell’esercito italiano, la retorica pacifinta di un corpo armato che va in giro per le scuole a raccontare di “portare la pace”, paradossalmente seguendo tutte le missioni della NATO e tutti gli interessi del silenzioso imperialismo italiano.

Facciamo finta che tutti questi elementi che rendono scontata l’esistenza e l’accettazione della Brigata Sassari fossero in qualche maniera “accettabili”, ma va detto che, giusto per eufemizzare, tutto ciò sia un po’ meno scontato per chi si sente sardo (ma non italiano) e cittadino del mondo con cuore e cervello in Sardegna.

Qui si aprirebbe un capitolo, dal momento che, essendo quella una divisione etnica, automaticamente implicherebbe l’esistenza della sardità, cosa che è vera per via di diversi fattori, e che essa venga forzosamente assimilata alla subordinazione all’italianità e alla sua ragione di Stato, cosa altrettanto vera. Un po’ come venivano considerati gli ascari, che erano tali proprio a causa della loro appartenenza etnica: un ascaro era tale se militava nell’esercito italiano ma non era italiano, bensì eritreo, somalo, libico.
Andiamo oltre.

Per molti sardi, l’accettazione dell’esistenza della Brigata Sassari e della resistenza della sua retorica apologica al limite fra l’eroismo ed il vittimismo, si possono considerare analoghe a come tanti sassaresi e altrettanti sardi considerano il folklore nostrano legato a musica, balli e abbigliamento da festa: un dato elemento era già lì da quando ci si ricorda e viene quindi considerato come una cosa indiscutibile, da ricordare di tanto in tanto attraverso qualche parata o qualche altra dimostrazione basata su una sovraesposizione di particolari estetiche semi-decontestualizzate, su cui non ci si pone troppe domande sui contenuti e su cui è difficile pronunciarsi a causa dell’indifferenza sul tema e dell’inerzia con cui il tema viene riproposto. Inerzia, quindi, è una parola chiave.

Tuttavia, tessere le lodi della Brigata Sassari, chiedere la pulizia per le scritte ingiuriose nei suoi confronti, chiedere la manutenzione dei monumenti ad essa dedicati e calcare la mano sulla glorificazione di chi ha dato la vita per le mire espansionistiche della patria degli altri (cioè della patria italiana), omettendo quindi che si trattasse di giovani sardi  fra l’incudine e il martello, si dimostra ancora un oggi un complesso di rivendicazioni che non possono che essere tacciate di retorica e visione del mondo sciovinista, colonialista e guerrafondaio, in una sola parola: fascista.
E infatti ci ha pensato bene CasaPound a fare questa cafonata politica made in Sassari.

Finas a cando ais a èssere italianistas, ais a malegastare sa vida pro sa pàtria angena!

Costituzione sarda o carta igienica – di Cristiano Sabino

di Cristiano Sabino

Avantieri il Partito dei Sardi, cioè quel partito fondato dal noto trasformista Paolo Maninchedda e dall’ex ideologo di IRS Francesco Sedda saldamente ancorato al carrozzone della Giunta Pigliaru, ha annunciato al mondo di aver evacuato nientepopodimenoche la “Costituzione della Repubblica di Sardegna”. Nello stesso momento in cui governi indipendentisti stanno facendo la storia in Corsica e in Cataloga con grande forza e umiltà, in Sardegna tristi figure giocano con le parole e tirano fuori dal cilindro improbabili costituzioni repubblicane ricamate in solitaria davanti al PC con Wikipedia alla mano.

Per capire di cosa stiamo parlando facciamo uno di quei giochi che si trovano sulle pagine sbiadite dei cruciverba estivi. Trova le differenze:

Catalunya 2017, dopo un processo di crescita verticale dell’indipendentismo, dimostrazioni di piazza che hanno coinvolto milioni di persone e un governo sorretto interamente da forze indipendentiste (da quelle moderate a quelle schiettamente anticapitalistiche), il prossimo primo ottobre si celebrerà un Referendum “vincolante” per l’indipendenza. Cioè se vince il “Si” entro 48 ore il governo della Generalitat proclamerà la nascita della Repubblica catalana indipendente. E la Costituzione? Nonostante l’enorme forza popolare che sostiene i partiti indipendentisti al governo la bozza della Costituzione della futura repubblica catalana è stata affidata ad un vasto numero di saggi e giuristi catalani indipendenti dai partiti.

Sardegna 2017, un partitino da nulla, pieno di transfughi e acclamatori dei due indiscussi leader fondatori, che ha la responsabilità storica di tenere infilata la spina del peggiore governo regionale centralista e subalterno della storia autonomistica sarda, per farsi pubblicità tira fuori dal cilindro una “costituzione” che dichiara di voler garantire quei diritti sociali e civili che nella realtà vengono fatti a pezzi proprio dalla medesima Giunta Pigliaru. Non solo, proprio mentre nella maggioranza si valuta un testo unico che farebbe a pezzi quel poco di politica linguistica conquistata negli scorsi anni e contro le stesse dichiarazioni di un anno fa di Sedda che sul blog Limbasarda2.0 difendeva l’unificazione linguistica, oggi sul blog del PdS leggiamo che la “costituzione” è stata tradotta in logudorese, campidanese e in limba de mesania. Alla faccia della coerenza!

Ma vediamola questa “costituzione” scritta,  letta, sottoscritta e approvata nel salottino di casa dai due leader maximi dell’indipendentismo governativo.

Nel preambolo, a parte il linguaggio mutuato dai testi del catechismo e dal libercolo di pugno seddiano “I Sardi sono capaci di amare” c’è un passaggio interessante che ci da la cifra della megalomania di questi curiosi padri costituenti:

«Noi oggi, dunque, approviamo questa nuova Carta de Logu per onorare un impegno storico verso il desiderio di libertà e felicità passato, presente e futuro delle donne e degli uomini di Sardegna»

Servono commenti? Abbiamo davanti a noi due novelli Benjamin Franklin e Mariano IV!

 Ma il meglio deve ancora venire:

«Noi, la Nazione sarda, oggi, attraverso questa nuova Carta de Logu ci facciamo Repubblica di Sardegna».

È questo il punto fondamentale di tutta l’opera omnia partorita dai due grandi statisti, ovvero l’identificazione di se stessi con la nazione sarda. È un vizietto antico a tutti ben noto, il medesimo che spinse Sedda a rivelare al mondo la vera essenza della bandiera sarda, scomunicando e processando per eresia chiunque non giurasse sui famosi tre “non” (non nazionalistanon sardistanon violento) e non si sottomettesse al movimento politico di cui si concepiva padre fondatore e supremo ideologo.

Il resto della nuova costituzione più bella del mondo è una collazione di articoli che descrivono il Disneyland preferito dai due nuovi Platone: una Sardegna bella, giusta, indipendente, insomma il Bengondi dove tutto è accessibile, solidale, coeso, efficace, fighissimo!

Quando la realtà in cui si vive fa schifo e soprattutto quando si è responsabili e complici del peggior governo regionale della storia autonomistica, quando si è lavorato con solerzia per spaccare ogni movimento di unità nazionale e quando non si è neppure in grado di fare rispettare i pochi punti di sovranità previsti dallo Statuto d’autonomia, allora si cerca di evadere nel mondo fiabesco dello Stato che vorrei e ci si immagina come Napoleone sul cavallo bianco a dispensare giustizia, libertà e bellezza ad una massa di popolani acclamanti e fedeli.

Ma i sogni sono sogni e la realtà è realtà e questa costituzione è quello che è, cioè carta igienica di bassa fattura. E nella realtà i due padri costituenti sono solo due opportunisti che passeranno alla storia per aver contribuito ad infangare e rendere ridicolo l’indipendentismo sardo con “costituzioni” farlocche autovalidate.

Ciò che resta da capire è il perché lo stiano facendo, se per convenienza monetaria, megalomania, disturbi della personalità, ingenuità, strambo patriottismo o motivazioni più profonde che probabilmente apprenderemo solo il giorno in cui apriremo gli archivi.

Buona costituzione a tutti!