Democrazia imprigionata

di Marco Santopadre

In tempi record, che la dicono lunga sul carattere preordinato e prettamente politico della misura, otto ministri del governo catalano – un governo scelto da una maggioranza parlamentare democraticamente eletta – sono stati arrestati ieri e spediti in cinque diverse carceri, ovviamente tutte fuori dal territorio catalano.
E’ la prima volta che dei responsabili di un governo vengono imprigionati nell’Unione Europea per degli atti politici realizzati nel corso del loro mandato e in obbedienza alla volontà popolare espressa nel corso di un referendum democratico. Uno dei ministri, che si era dimesso il giorno precedente alla dichiarazione d’indipendenza non condividendo la decisione dei suoi colleghi, si è risparmiato la prigione in cambio di una cauzione di 50 mila euro. Quando è arrivato a Madrid stamattina è stato accolto dagli slogan di un gruppo di nazionalisti e e fascisti spagnoli che lo hanno apostrofato al grido di “frocio” e “vigliacco”. Comunque il trattamento nei confronti di Santi Vila, ministro catalano legato a doppio filo a quelle imprese che hanno boicottato il referendum e l’indipendenza, è stato “di favore”, in vista della sua possibile elezione a candidato del PDeCat alle prossime elezioni, il che potrebbe imprimere una svolta autonomista ad una forza politica che solo la pressione e la mobilitazione popolare hanno spinto verso rivendicazioni indipendentiste.
inizia quindi con un’altra raffica di arresti la campagna elettorale che dovrebbe portare alle elezioni regionali del 21 dicembre, imposte con la forza dal governo spagnolo con la complicità di Ciudadanos e Psoe (oggi un altro sindaco socialista, quello di Terrassa, si è dimesso in polemica con il sostegno del partito al golpe spagnolo in Catalogna) e senza alcuna mobilitazione da parte delle cosiddette sinistre federaliste che pure si dicono contrarie all’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno catalano. Al carcere sono scampati per ora Puigdemont e altri 4 ministri, ma solo perché hanno deciso di rifugiarsi in Belgio nel tentativo di internazionalizzare la crisi e costringere l’Unione Europea, sostenitrice della repressione di Madrid, a farsi carico del problema.
A queste elezioni i partiti indipendentisti stanno decidendo di partecipare, per sfidare la repressione di Madrid, ma senza alcuna garanzia democratica, con il territorio catalano occupato militarmente da più di 10 mila poliziotti e soldati spagnoli – che oggi hanno perquisito una caserma dei Mossos d’Esquadra a LLeida – e con fortissime minacce alla stampa.
Una evidente contraddizione per un fronte indipendentista che, dopo la proclamazione della Repubblica Catalana, si trova ora a dover fortemente rinculare sull’onda della repressione spagnola sostenuta da Bruxelles, incapace di implementare le misure che rendano effettiva l’indipendenza dichiarata il 27 ottobre a Barcellona.
L’ultima escalation repressiva sembra indicare che non è più il tempo dei tatticismi e delle decisioni prese ‘giorno per giorno’, occorre una strategia che tenga conto della natura dell’avversario, dei rapporti di forza e delle forze realmente a disposizione.

Oggi più che mai le forze della sinistra di classe all’interno e accanto al movimento indipendentista devono porsi il problema dell’organizzazione, del contropotere, di una disobbedienza effettiva e di un sabotaggio che contrastino le misure coercitive adottate dal regime di Madrid.
Il rischio è che la mobilitazione popolare, pur massiccia, generosa e istintiva, venga mandata allo sbaraglio e si riveli inefficace, lasciando spazio alla disillusione e all’impotenza, tanto più in un quadro in cui i dirigenti indipendentisti imprigionati – altri ne seguiranno nei prossimi giorni – costituiranno dei veri e propri ostaggi nelle mani del regime, utilizzati da Madrid per ricattare il fronte sovranista catalano e costringerlo a rinunciare al conflitto. Presto in carcere potrebbero andarci anche i dirigenti della sinistra indipendentista, dei Comitati per la Difesa dei Referendum, gli attivisti sociali e sindacali, e non più solo i ministri del governo catalano o i leader delle associazioni indipendentiste.
Oggi più che mai perde qualsiasi credibilità ogni forza di sinistra e democratica che alla propria condanna di principio della repressione non faccia seguire comportamenti reali, nelle piazze così come nelle istituzioni.
Ieri alle 19 è già stata convocata una mobilitazione da parte delle associazioni indipendentiste, alla quale ne seguirà un’altra decentrata già oggi pomeriggio e una manifestazione nazionale il prossimo 12 novembre.
Intanto ieri l’assemblea municipale della capitale catalana ha riconosciuto come legittimi il governo presieduto da Carles Puigdemont e il Parlamento composto in base ai risultati delle elezioni del 27 settembre 2015. Ha anche rifiutato l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che ha annullato l’autogoverno. La proposta di ERC è stata appoggiata da Barcelona en Comú, dal PDeCat e dalla CUP. Hanno votato contro Ciudadanos, PSC e PP. Non è stata invece accolta la proposta della CUP per il riconoscimento della Repubblica Catalana a causa del voto contrario di Barcelona en Comù..

Gigi Riva e la paura dell’indipendenza

di Omar Onnis

Divide l’intervista all’Unione dove Gigi Riva dichiara qualche dubbio pragmatico (non in linea di principio, però) circa la possibile indipendenza della Sardegna.
Gigi Riva non è un politico, né uno storico, né un sociologo, neppure un economista; insomma è un ex grande campione, un mito sportivo, un emblema, ma non è che abbia proprio i titoli di dispensatore di Verità, su queste faccende.
Ha detto delle banalità, ha snocciolato un paio di luoghi comuni. Non starei a farne un caso.

Viceversa è imbarazzante quel che si legge su altre testate, sul medesimo tema, da parte di persone apparentemente più competenti.
Penso al pezzo di Luciano Marrocu (uno storico) sulla Nuova di ieri (o avantieri). Una serie di paralogismi (non si usa la storia a scopi politici, sostiene, un attimo prima di usare la storia a scopi politici), che sfociano poi nell’unico argomento che dobbiamo essere lieti e fieri di essere accolti nella grande nazione italiana, così ben guidata in nome della costituzione più bella del mondo.
Si può dissentire senza che arrivi la Guardia Civil?

Ma soprattutto, cos’è, adesso, tutta questa premura di trovare ragioni contro l’autodeterminazione? Qualcuno la teme? E se sì, chi è che la teme e per quali ragioni? Io mi farei queste domande, prima ancora di discutere della questione.

Nel frattempo il presidente Pigliaru, scatenando la sua proverbiale grinta, rimprovera il Veneto e la Lombardia per l’intenzione di tenersi i 9/10 delle imposte versate sul loro territorio. Non si fa, dice il professore-presidente, bisogna essere tutti leali e a disposizione dello stato centrale. Il che spiega perché lui e il suo fido compare Paci abbiano combinato tanti guai nella vertenza entrate. Non era impreparazione o pressapochismo, erano proprio scelte fatte con convinzione. Per l’Italia. Sia pure a svantaggio della Sardegna (ma chi se ne importa, mica sono stati messi lì per fare i comodi della Sardegna).

Ma a noi non ci fregano mica. A noi ci pensano i… Riformatori. Quelli dei referendum sull’abolizione delle province (che sono ancora lì, ma senza consigli provinciali, ossia gli organi democratici di quegli enti) e sul taglio non degli emolumenti ma del numero dei consiglieri regionali (con conseguenze non casuali aggravate dalla successiva legge elettorale oligarchica: chapeau!).

Cosa fanno questi filantropi (ops, si può dire “filantropo” o qualcuno si è intestato la qualifica in esclusiva?)? Propongono un referendum per far inserire nella costituzione italiana la notizia che a Sardegna è un’isola.
Referendum, Sardegna=isola, costituzione italiana. Se riuscite a tenere insieme senza ridere queste tre cose eterogenee e scompagnate, vincete una tessera omaggio del partito dei Riformatori e qualche altro gadget (che non specifico).

Mi raccomando, facciamoci fregare ancora. Alla faccia dell’asino sardo!

Sulla Catalogna una montagna di bugie

di Giovanni Fara

L’appuntamento di sabato 21 ottobre ad Alghero è stato una delle iniziative promosse a livello civico in solidarietà del popolo catalano per il diritto di decidere, per la libertà dei prigionieri politici e contro la repressione che lo Stato spagnolo sta attuando in queste ore nei confronti delle istituzioni catalane e dei principali esponenti della società civile impegnati nel processo di indipendenza della Catalogna.

Nella città sarda di lingua catalana ci si è ritrovati con l’intento di far sentire la vicinanza e la solidarietà dei sardi al popolo catalano.

Una occasione importante per riflettere sul futuro delle Nazioni senza

Era presente anche un sindaco (batlle) di Teià, comune catalano, Andreu Bosch (nella foto) presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna. presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna.

Stato presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna.

Di fronte alla chiusura di ogni spiraglio di dialogo da parte del governo spagnolo, alla sospensione di fatto di tutti i poteri dell’autonomia catalana e all’arresto dei due Jordi (tra i principali animatori delle manifestazioni indipendentiste organizzate in questi mesi in Catalogna), all’attacco alla democrazia e alla libertà di scelta, la stampa italiana ha assunto una posizione totalmente a favore dell’unionismo spagnolo, tanto che per capire ciò che realmente sta accadendo in Catalogna è preferibile attingere informazioni dai media internazionali.

I giornalisti italiani raccontano solo una sfilza infinta di bugie, mostrando una realtà viziata dal pregiudizio ideologico e dal rifiuto della scelta di una Nazione in cammino verso l’indipendenza. Ci parlano di una minoranza di indipendentisti intenti a violare le leggi spagnole, parlano di legalità, di rispetto delle regole ma non ci raccontano la verità. Non ci dicono che gli indipendentisti hanno la maggioranza assoluta nel Parlamento Catalano, maggioranza ottenuta attraverso il consenso elettorale e il perseguimento di un programma che da sempre ha puntato all’attuazione di un processo di disconnessione della Catalogna dalla Spagna e alla realizzazione della Repubblica Catalana.

I giornalisti italiani mentono quando affermano che il 1 ottobre si è recato al voto una minoranza di appena due milioni di catalani (circa il 40% degli aventi diritto al voto) e nascondono all’opinione pubblica che sono pressappoco 790mila le schede già votate e sequestrate negli oltre 90 seggi assaltati dalla guardia civile spagnola con il preciso intento di impedire la consultazione referendaria e creare un clima di paura per scoraggiare gli elettori a recarsi ai seggi.

A conti fatti sono andati a votare circa il 55% degli aventi diritto. In tutte le località dove non vi è stata la repressione della polizia spagnola o dove questa è stata respinta dalla popolazione (come dimostrano i numerosissimi video presenti in rete) si è superato quasi ovunque il 50% dell’affluenza. In questo clima di paura e intimidazione il risultato ottenuto è semplicemente straordinario e dimostra che la Spagna ha trovato davanti a sé un popolo fortemente politicizzato e convinto della forza delle sue idee, che neppure la violenza scatenata dalla polizia è riuscita a frenare.

È facile comprendere perché la Spagna abbia negato ogni spiraglio di dialogo e cercato in tutti i modi di impedire lo svolgimento del referendum, trincerandosi dietro la difesa della legalità e dell’immutabilità della sua Costituzione. La Spagna ha paura di concedere un referendum per l’indipendenza alla Catalogna perché sa perfettamente che la maggior parte dei catalani voterebbe a favore dell’indipendenza, perché non vuole più essere subalterna alla potere centrale spagnolo e non si identifica nella monarchia spagnola.

I media italiani accusano gli indipendentisti di passatismo ma non dicono una parola sulla provocatoria immagine di re Felipe, apparso alla Tv pubblica spagnola con alle spalle un quadro di Carlo III di Borbone con bastone nero in mano a sottolineare la totale sintonia dell’odierno monarca Felipe con i manganelli sfoderati nella repressione del referendum catalano.

Non una sola verità della stampa italiana sulla manifestazione unionista svoltasi a Barcellona con migliaia di persone arrivare in pullman l’8 ottobre da tutti gli angoli della Spagna, definiti dai telegiornali italiani “una maggioranza silenziosa di catalani a favore dell’unità con la Spagna” ma nei fatti una spregevole minoranza tutt’altro che silenziosa e pacifica e tantomeno catalana. Manifestazione realizzata con il preciso intento di dimostrare una fantasiosa frattura del popolo catalano e offrire una provocazione che, almeno nella testa degli organizzatori, avrebbe potuto scatenare la reazione violenta dei catalani, i quali invece non sono caduti nella trappola spagnola, dimostrando il carattere pacifico ma altrettanto risoluto delle loro idee.

Mentre milioni di catalani scesi in piazza il 3 ottobre per protestare contro l’impossibilità di svolgere un referendum in completa tranquillità e nel pieno rispetto della democrazia e della libertà di scelta, sono stati incredibilmente definiti dalla quasi totalità dei media italiani una minoranza irrispettosa della legalità.

È dunque chiaro come in Italia vi sia un problema di libertà di stampa e di conseguenza un deficit di democrazia, in quanto ci si ostina a filtrare le notizie secondo una visione distorta della realtà e appiattita sulle convenienze politiche del momento, nell’intento di difendere lo status quo contro ogni volontà popolare.

Quello a cui abbiamo assistito il 1 ottobre con il pestaggio di cittadini inermi è una vergogna senza precedenti. Non si tratta più soltanto di difendere il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza dei Popoli: oggi è in discussione la democrazia, il rispetto e l’affermazione della volontà dei cittadini europei, dei diritti civili, del diritto di decidere, del diritto di voto. Il diritto all’indipendenza è un diritto fondamentale che non può essere oggetto di repressione violenta nell’ambito del moderno diritto internazionale e della necessità di risolvere i conflitti con lo strumento della diplomazia e non della violenza e della sopraffazione del più forte sulla base del rispetto di un legalismo che minaccia la libertà di scelta e l’espressione della democrazia.

Siamo ad un bivio nel quale dobbiamo scegliere se accettare passivamente che oggi in Europa la polizia possa picchiare una folla di persone pacifiche solo perché agitano una scheda elettorale oppure batterci per difendere il diritto di decidere dei popoli. Se noi accettiamo che uno Stato Europeo possa imprigionare esponenti della cultura, della società civile per le loro idee con il preciso scopo di impedire che queste idee vengano propagandate pubblicamente; se permettiamo che questo accada, dobbiamo prepararci a subire un domani lo stesso trattamento dalla polizia italiana nel momento in cui saremo noi sardi a voler decidere.

A questa Europa, che ha mostrato le spalle alle richieste di mediazione della Catalunya, fa paura la voglia di partecipazione dei popoli, fa paura il principio di libertà e di scelta. Questa Europa non vuole cambiare. Questa Europa vuole restare espressione degli Stati-Nazione ottocenteschi per rappresentare gli interessi delle consorterie, delle caste e delle lobbies finanziarie che regolano i rapporti di potere, disinteressandosi dei reali bisogni e della voglia di emancipazione dei popoli.

Non possiamo stare alla finestra pensando che ciò che succede in Catalunya non ci riguardi. In queste ultime settimane in Europa ci sono state tante mobilitazioni a sostegno del popolo catalano e pure noi dobbiamo fare la nostra parte. Pro sa libertade, pro sa democrazia, pro s’indipendentzia. Oe in Catalunya, cras in Sardigna.

Per la Repubblica Socialista di Catalogna

di Gianfranco Camboni

1)La rivoluzione concreta

Il reale, l’effettivo non è ciò che immediatamente si dà ai nostri sensi, ma non è neppure la sua semplificazione intellettualistica. Questi due approcci  al reale portano a disorientamenti politici che se non corretti hanno conseguenze negative. Per esempio molti si scandalizzano perché settori di salariati votarono Berlusconi, la Lega oppure lo scorso anno Donald Trump. Da questi e da altri casi del passato, come il supposto sostegno della classe operaia industriale americana all’aggressione al Vietnam, molti disconobbero il suo ruolo oggettivamente rivoluzionario. Purtroppo per coloro che non vanno oltre l’osservazione empirica e per chi cade nell’errore opposto, l’intellettualismo astratto la classe operaia non è l’insieme dei suoi comportamenti né, tantomeno, “una rude razza pagana senza miti né dei”. La classe operaia come tutto ciò di cui si compone la realtà sociale e naturale è concreta, cioè una molteplicità di determinazioni in continuo movimento e interagenti permanentemente. La classe operaia nel capitalismo è una classe subalterna, se in essa non si diffonde organicamente il comunismo rivoluzionario, le sue idee sono quella della classe dominante. La classe operaia afferma la sua indipendenza nel giudizio e nella lotta su tutti i fatti, i movimenti e le crisi sociali e politiche. Per questa ragione nessuna crisi è estranea ai comunisti e al proletariato rivoluzionario.

Proprio perché il reale, l’effettivo è solo il concreto – cioè la “sintesi di molteplici determinazioni” – anche la rivoluzione è concreta, cioè determinata dalla storia reale. Perciò per i marxisti “<<la rivoluzione socialista non è un atto isolato, una battaglia isolata su un solo fronte, ma tutta un’epoca di acuti conflitti di classe, una lunga serie di battaglie su tutti i fronti, cioè su tutte le questioni dell’economia e della politica, battaglie che possono terminare soltanto con l’espropriazione della borghesia. Sarebbe radicalmente errato pensare che la lotta per la democrazia possa distogliere il proletariato dalla rivoluzione socialista, oppure farla dimenticare, oscurarla ecc. .  Al contrario, come il socialismo non può essere vittorioso senza attuare una piena democrazia, così il proletariato non può prepararsi alla vittoria sulla borghesia senza condurre in tutti i modi una lotta conseguente e rivoluzionaria per la democrazia>> (Lenin La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione- Tesi  gennaio/marzo 1916). Le Tesi di Lenin furono verificate nell’insurrezione irlandese del 1916. Il capo della rivoluzione d’ottobre non ebbe problemi a criticare gli scolastici di Zimmerwald che definirono l’insurrezione irlandese un “colpo di stato” e il movimento nazionale irlandese “nonostante il gran rumore che faceva, non valeva un gran che>>.  Il giudizio di Lenin sugli scolastici fu tagliente:

<<chi chiama colpo di stato una simile insurrezione o è uno dei peggiori reazionari oppure è un dottrinario irrimediabilmente incapace d’immaginare la rivoluzione sociale come un fenomeno reale.

Poiché credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza l’insurrezione delle piccole nazioni e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari terrieri, della chiesa, contro il giogo monarchico, nazionale ecc. significa rinnegare la rivoluzione sociale… Colui che attende una rivoluzione “pura” non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parola che non capisce la vera rivoluzione>> ( L’insurrezione irlandese in Risultati della discussione sull’autodecisione , luglio 1916).

Il principio generale del socialismo scientifico sulle questioni della lotta delle nazioni oppresse a cui si attiene Lenin è: se la lotta della nazione oppressa contro la nazione dominante indebolisce lo stato capitalista e rafforza il proletariato rivoluzionario di entrambe le nazioni allora il proletariato sostiene la lotta fino in fondo (come fu fatto nel ’17 e dopo la guerra civile vittoriosa nell’ex impero zarista). La questione nazionale – contrariamente a quanto dicono molti – è stata sempre al centro del socialismo scientifico nella teoria e nella pratica:

<<La fondazione della I Internazionale fu annunziata in un comizio a Saint James’ Hall a londra, indetto per celebrare l’insurrezione polacca, nel luglio del 1863, e la proclamazione venne fatta in un altro comizio in favore della Polonia, tenuto a Saint Martin’s Hall, a Londra nel settembre del 1864>> (Storia del marxismo, vol. II, pag.798 Einaudi).

2) La crisi catastrofica inarrestabile del capitalismo e la crisi catalana

La questione delle nazioni storiche oppresse in Europa non presenta più la questione contadina centrale nei primi del novecento, neppure una borghesia nazionale interessata allo sviluppo di una propria industria, per difendere il proprio mercato nazionale e neanche una borghesia compradora. Le loro borghesie sono profondamente integrate gerarchicamente nel capitalismo delle nazioni dominanti. Le nazioni storiche oppresse in Europa sono state trasformate dai processi d’industrializzazione capitalistica e di deindustrializzazione. Il proletariato, la classe salariata, costituisce la maggioranza sociale delle nazioni storiche in Europa (fa eccezione la Sardegna data la presenza di un settore agro-zootecnico, i pastori, nei confronti dei quali si pone il problema della direzione politica). Da quanto detto sopra il problema delle nazioni storiche in Europa non si pone nei termini della rivoluzione permanente o della trascrescenza della rivoluzione democratica e borghese in rivoluzione al socialismo ma nei termini di una rivoluzione socialista nei paesi imperialisti dominanti. Allora come mai la classe operaia salariata della Catalogna in questa crisi catastrofica mondiale non ha una coscienza rivoluzionaria, formata dal socialismo scientifico all’altezza della situazione? Le condizioni indicate – maggioranza  sociale salariata e crisi del capitalismo – avrebbero dovuto produrre la coscienza socialista rivoluzionaria, eppure manca!

L’assenza di coscienza socialista rivoluzionaria non vuol dire che non manchino lotte e guerre contro la classe dominante. Questo è il problema da risolvere. A questa condizione ci ha portato la crisi di direzione del proletariato rivoluzionario internazionale.

Forse che il Partito laburista inglese ha mai lavorato per far saltare il Regno unito facendo diventare l’indipendenza dell’Irlanda parte del suo programma e della sua azione? – Come fecero invece Livellatori che mobilitarono, nell’estate del 1647 alcuni reggimenti contro Cromwell che si preparava a invadere l’Irlanda: compito di ogni democratico in Inghilterra era quello di battersi per la libertà dell’Irlanda.  Marx ed Engels sono gli eredi dei Livellatori inglesi sulla questione. Il Partito comunista britannico, quello spagnolo, quello francese, quello italiano hanno fatto di tutto per seppellire la politica leninista sull’autodeterminazione dei popoli, non potevano dirigere la lotta delle nazioni oppresse in europa. Non c’era bisogno del “crollo del muro di Berlino” per ridurre la coscienza socialista rivoluzionaria a un lumicino nella classe salariata delle nazioni oppresse in Europa!

Eppure nell’Ulster, nei Paesi Baschi dalla fine degli anni sessanta sino ad una decina di anni fa si è combattuto con lo stesso eroismo con cui combatterono “gli eroi della Narodnaja Volia”. Ma quella linea politica non ha portato alla liberazione dell’Ulster dall’imperialismo britannico né i Paesi Baschi a liberarsi dalla monarchia borbonica a servizio  del grande capitale.

La crisi catastrofica inarrestabile iniziata con il crollo della borsa di Shanghai nei primi mesi del 2007 ha acutizzato lotta la classe operaia internazionale, ricordiamo le battaglie  dei minatori asturiani nel luglio del 2012, i battaglioni dei minatori del Donbass contro il governo fantoccio di Kiev, gli scioperi nel settore petrolifero degli Usa nel 2015, le lotte del proletariato, i grandi movimenti di sciopero in Francia. In tutte queste lotte era stato  l’idolo del legalismo non era più venerato e temuto. Le organizzazioni indipendentista di sinistra irlandese e basca, al contrario precipitavano in una crisi profonda con la capitolazione all’imperialismo inglese del Sinn Feinn di Adams e di McGuinness. Capitolazione avvenuta in una crisi profonda dello stato inglese.

Nella Dichiarazione di Istanbul del CRQI del luglio 2007  venne fissato un punto che ha costituito la stella polare per i marxisti in questi anni: la crisi catastrofica avrebbe prodotto crisi politiche esplosive e posto le condizioni di una nuova tappa della rivoluzione socialista mondiale:

<< Il capitalismo mondiale è scosso da convulsioni che, in modo costante,  lacerano violentemente tutte relazioni tra le classi e tra gli Stati, rompendo tutti  gli equilibri sociali, politici ed economici …… La convulsione del mondo contemporaneo,  segna chiaramente una transizione dal periodo
precedente, dominato dagli effetti del crollo dell’Unione Sovietica e dello stalinismo, verso una nuova
ascesa  internazionale delle lotte nazionali e sociali negli ultimi anni del Novecento  e nei primi
anni del XXI secolo, verso  una polarizzazione delle forze sociali che  avanzano  verso grandi scontri storici
in tutto il mondo….. Nel 90 ° anniversario della Rivoluzione Socialista di ottobre, primo atto della rivoluzione socialista mondiale, come precisarono  Lenin, Trotskij ei bolscevichi, il mondo entra in una nuova fase della rivoluzione socialista mondiale >>(luglio 2007).

Allora non c’è niente di straordinario se le masse combattive catalane marciano sotto la bandiera della Repubblica catalana.

Nel 2011, partiti borghesi repubblicani catalani, imprudentemente, si sono lanciati in una lotta contro il centralismo madrileno: era il loro modo per rispondere alla loro crisi e per deviare la lotta delle grandi masse. Nel luglio 2012 sull’Espresso la situazione sociale spagnola veniva riassunta così: << Madrid a Barcellona, sta esplodendo la rabbia sociale di un intero Paese….. Lo si vede il 19 luglio con i centomila che a Madrid calano alla Puerta del Sol e fino a notte la occupano scontrandosi con la polizia: ceto medio, impiegati, statali di un’amministrazione non mal funzionante ma elefantiaca, disoccupati ormai tra i giovani al 50 per cento, medici e infermieri con gli ospedali a rischio, madri che a settembre su tempere e quaderni dei figli a scuola pagheranno ‘Iva al 21 anziché al 4%. E poi “mineros y bomberos”, i minatori dalla provincia di Teruel e i pompieri che inondano di schiuma la piazza, persino poliziotti in borghese>>. Gli Indignados e  Podemos, alle masse profonde non potevano dare  la certezza che, in un modo o nell’altro, le avrebbero guidate al rovesciamento dei vertici della società iberica.

Alle masse della Catalogna, deluse di tutti i tradimenti vecchi e nuovi della sinistra iberica, hanno ripreso la tradizione repubblicana catalana per giustificare la lotta alla classe dominante, perché ai loro occhi appariva quella in cui si poneva la questione del potere: la separazione dallo stato iberico. Abbiamo scritto che i partiti borghesi catalani scelsero  imprudentemente la via della separazione perché non avevano presente che nella Nazione Catalana le classi subalterne hanno visione della nazione molto diversa da quella dei capitalisti catalani. Ognuna delle due classi pensa l’indipendenza secondo i suoi propri bisogni, interessi e desideri.

I partiti borghesi catalani si erano illusi sull’Unione Europea e sui singoli governi e, allorchè, quella e questi hanno mostrato il loro vero volto di grandi nazioni imperialiste hanno tremato. Il 10 ottobre in parlamento, Carles Puigdemont ha chiesto tempo per negoziare la resa e per prendere le distanze dalle masse che hanno votato e hanno scioperato il 3 ottobre per la Repubblica di Catalogna

3) Per la Repubblica socialista di Catalogna

Se i partiti borghesi catalani hanno agito imprudentemente è perché non fanno le analisi dei marxisti rivoluzionari. I vertici economici, politici e militari dell’UE, al contrario, di  Puigdemont hanno avuto a disposizione dal 2009 in poi studi come “Manning the barricades -Who’s at risk as deepening economic distress foments social unrest”(marzo 2009) dell’ Economist Intelligence Unit, in cui si cercava il rapporto tra crisi economica  e esplosioni sociali. La grande borghesia ragiona sui rapporti reali di forza senza il feticcio del legalismo e dell’ “ideale”, altrimenti non sarebbe ancora al potere. Contrariamente ai partiti borghesi catalani i vertici dell’UE hanno visto ciò che vogliono, seppur confusamente, le masse catalane: indipendenza vuol dire rovesciare la propria condizione di miseria.

Dopo la resa del 10 ottobre la rottura delle masse catalane con i partiti borghesi “indipendentisti” è destinata ad allargarsi. Diversi sono i fattori che la accelereranno. Il proletariato, la piccola borghesia impoverita hanno visto il ricatto economico dei capitalisti catalani, di quelli spagnoli, di quelli europei e internazionali, ora per loro indipendenza politica significherà, anche, il pieno controllo delle banche e dell’industria, il loro stato che espropria i nemici del popolo catalano. Il controllo economico va difeso, questo implica che la rivoluzione si armi.

Secondo il Segretariato Unificato bisogna: <<sforzarsi di mantenere una strategia il più possibile non violenta, evitando le provocazioni, allo scopo di non dare alcun pretesto a un rafforzamento della repressione ed evitare la divisione del movimento che il governo spagnolo aspetta>>.  Al contrario di quanto sostiene il S.U., il governo non “aspetta”, il governo di Madrid agisce sostenuto da una campagna della stampa borghese per lo stato d’assedio in Catalogna, articolo 156. Sono già operative sul campo un battaglione a Barcellona e un battaglione di blindati a Sant Climent Sescebes.  Per il governo le due unità si trovano in Catalogna per un piano di prevenzione del terrorismo dopo la strage di quest’estate. Solo chi fa come gli struzzi può bersi che le due unità militare, in appoggio alla polizia spagnola, siano state mandate lì contro il “terrorismo”, così come la strage di Barcellona sia una strage su mandato dell’Isis. La strage di Barcellona  e i due battaglioni sono atti di guerra contro il movimento nazionale catalano. Il governo di Madrid ha potuto verificare che il carattere progressivo di quel movimento nel febbraio scorso quando a Barcellona si svolse l’imponente manifestazione a favore dei rifugiati e dei profughi al grido di “Basta scusa: accogliamo subito i rifugiati”. La manifestazione era la conclusione della campagna “casa nostra, casa vostra”. Il sindaco dei Barcellona dichiarò:  «Voglio i profughi a Barcellona ma Madrid lo impedisce». Si deve vergognare chi ha messo sullo stesso piano il movimento nazionale catalano con il leghismo. Questa è una delle ragioni per cui la Catalogna vuole separasi dallo stato iberico, le cui istituzioni non hanno mai rotto con il loro passato fatto di hidalgos sanguinari. Ci troviamo in una situazione che è completamente all’opposto di quella presupposta dalla “strategia il più possibile non violenta” del S.U. Madrid non è alla ricerca di “alcun pretesto” per il “rafforzamento della repressione”, Madrid ha già represso il 1 ottobre e il 10 di ottobre  la sua polizia era pronta ad attaccare. Madrid tiene conto della polizia autonoma catalana. Sa bene che i Mossos sono destinati a fratture e ciò rende più facile l’armamento delle masse.

La rivoluzione catalana si dovrà porre il problema del controllo totale delle banche e dei mezzi di produzione, il problema della sua difesa militare contro il governo reazionario di Madrid e dell’UE.  Oggi, come nel 1934 “la Catalogna può trasformarsi nell’asse della rivoluzione spagnola. La conquista della direzione in Catalogna deve essere la base della nostra politica in Spagna”. Per la Repubblica socialista di Catalogna, appunto!

 

IO NON SONO EUROPEA

di Valeria Casula

Oggi la reazione alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna sarà spietata. E di questa reazione, per quanto i paesi europei dicano in sostanza “sono fatti loro”, in realtà siamo tutti responsabili. Sono responsabili i mezzi di informazione che hanno dipinto la manifestazione di ieri come un evento di democratici che chiedevano il dialogo, mentre in piazza si bruciavano bandiere indipendentiste, si cantavano canti franchisti, si salutava “romanamente” ovunque, si invocava l’arresto di Puigdemont, si acclamava la Policia Nacional responsabile (assieme alla Guardia Civil) della violenza nei seggi elettorali, si inveiva contro i Mossos d’Esquadra che si sono rifiutati di usare i manganelli contro il proprio popolo.
Sono responsabili i paesi europei che si appellano alla legalità di una costituzione che sancisce che i suoi popoli non possono con alcun mezzo democratico rivendicare e ottenere il proprio diritto all’autodeterminazione, perché hanno tutti costituzioni che negano tale diritto.
Sono responsabili i poteri finanziari ed economici, le banche e le imprese che hanno abbandonato la Catalogna per seguire il diktat di Madrid e condizionare pesantemente le scelte di un popolo.
Sono responsabili tutte le persone che si ostinano a sostenere che la lotta di un popolo per l’autogoverno è una lotta di egoismo, quanti stupidamente o strumentalmente associano la vicenda catalana a pseudo-autonomismi razzisti e xenofobi di casa nostra, che spesso vanno a braccetto proprio con gli stessi fascisti che hanno sfilato ieri a Barcellona (contro cui comunque, mai e in nessuna circostanza, invocherei l’uso della repressione violenta). Forse qualcuno condannerà la violenza, ma si tratterà di una condanna ipocrita, perché tutti hanno concorso a rafforzare la posizione della monarchia e del governo spagnolo, perché nessuno ha pensato di intervenire con una mediazione e comunque una condanna netta della repressione a cui abbiamo assistito. Eppure le parole del vice-segretario all’informazione del Partido Popular, Pablo Casado, sono state molto chiare: “La storia non si deve ripetere e speriamo che domani non si dichiari nulla perché forse chi dichiara finisce come che la dichiarò 83 anni fa (ndr: il riferimento è alla dichiarazione di indipendenza della catalogna di Lluis Companys per questo arrestato nel 1934 e fucilato nel 1940). È come se tu sentissi un uomo minacciare di morte la propria moglie che intende lasciarlo (o viceversa) e ti voltassi dall’altra parte, anzi, addirittura se affermassi “lei/lui non può andarsene”. È come se lui/lei dichiarasse pubblicamente che non consentirà in alcun modo il gesto (unilaterale) dell’abbandono e tu dicessi “ha ragione” o, nella migliore delle ipotesi, “sono fatti loro, non posso farci niente”.

A cosa serve questa Europa se non è neanche in grado di scongiurare simili reazioni? A cosa serve un’Europa che nega qualsiasi mediazione? A cosa serve un’Europa se le affermazioni più coraggiose che riesce a proferire sono “dovete parlarvi”, ben consapevole che esiste una parte che non intende nel modo più assoluto trovare una mediazione? Ecco, io che ho sempre pensato che mi fosse andata piuttosto bene per il fatto di essere nata, tutto sommato, nella parte “migliore” del mondo e nel secolo giusto, domani sentirò tutta la rabbia e il disgusto di un’Italia e un’Europa con cui per la prima volta mi sento di non avere proprio niente a che fare, di un’Europa che non solo acconsente o si rende complice di scempi e repressioni in casa altrui, ma che addirittura li legittima in casa propria. IO NON SONO EUROPEA E NON SONO NEANCHE CUGINA DELL’ITALIA, MI RIPUGNANO ENTRAMBE!

Gli indipendentisti catalani una minoranza? Facciamo i conti!

di Valeria Casula

L’impressionante tasso di votanti del referendum del 1 Ottobre in Catalogna

Sicuramente non sono esperta di diritto costituzionale spagnolo, ma le 4 operazioni fondamentali le conosco bene, per cui, poiché in questi giorni la maggiore argomentazione dei detrattori del referendum catalano è “sono una minoranza”, mi sono presa la briga di fare 2 conti semplici semplici.

Gli aventi diritto al voto sono 5,3 milioni (esattamente 5.343.458, se siete d’accordo d’ora in poi uso numeri tondi ma in Excel ci sono precisi, se vi servono) che avrebbero dovuto votare in 2.315 seggi.

Di questi seggi 319 sono stati diciamo “visitati” dalla Policia Nacional o dalla Guardi Civil che hanno sottratto le urne e/o hanno reso di fatto i seggi indisponibili al voto.

Dagli aventi diritto sottraiamo gli aventi diritto afferenti ai siti “non agibili” stimati in circo 736 mila elettori potenziali (ipotizzando che tali seggi avessero dimensione media degli altri, vale a dire circa 2.300 aventi diritto per seggio).

Risultato: gli aventi diritto in grado di poter esercitare questo diritto passano da 5,3 milioni a 4,6 milioni.

I votanti (di cui non sono stati sottratti i voti dalle forze dell’ordine) sono stati 2,26 milioni, vale a dire la metà circa degli aventi diritto con un seggio “disponibile”.

Faccio solo un breve cenno al fatto che questo dato è, a mio avviso, miracoloso in una giornata in cui sin dalla apertura dei seggi arrivavano notizie agli elettori sugli intervento delle forze dell’ordine e quindi sul rischio di prendersi qualche mazzata se avessero messo una croce in quella scheda, ma torno subito ai numeri.

Di questi, il 90%, pari a 2,020 milioni ha detto SÌ, 176.000 No e il resto bianche/nulle.

Quei SÌ rappresentano il 44% di tutti gli aventi diritto che avevano un seggio a disposizione (o di cui non sono state sottratte le urne).

Il dato del 38% calcolato sugli aventi diritto complessivi non ha alcun senso, visto che sono stati portate via le urne con i voti o non hanno più potuto votare oltre 700.000 aventi diritto che afferivano ai seggi “non agibili”.

Quindi una prima menzogna che continuo a leggere è che solo un terzo della popolazione è per l’indipendenza: il 44% non è un terzo della popolazione avente “reale” diritto di esercitare l’opzione di voto, in matematica.

Ma andiamo avanti con una premessa: in tutti i referendum l’adesione non è mai del 100%, quelli che comunque si sarebbero astenuti anche in condizioni di voto serene non possono essere imputati al NO. Nei referendum senza quorum, a differenza delle elezioni, l’astensione non indica una posizione ben precisa perché magari non ci si sente rappresentati dal quesito o si vuol far naufragare la consultazione, in quanto il quesito è un SÌ o un NO, e non andando a votare non si avvantaggia né una parte né l’altra. L’astensione non può che essere interpretata come indifferenza verso le due opzioni.

le delegazioni sarde e basche che hanno seguito le operazioni di voto

Ho fatto qualche simulazione. Immaginiamo che fosse andato a votare l’80% degli aventi diritto e immaginiamo ancora uno scenario particolarmente avverso all’indipendenza, vale a dire che il 90% di questo elettorato incrementale avesse votato NO.

In questo caso, ripeto considerando il SÌ realmente raccolti e solo il 10% di SÌ da parte dell’elettorato incrementale, la situazione sarebbe stata la seguente:

Votanti: 4,3 milioni
SÌ: 2,2 milioni (pari al 52%)
NO: 2 milioni (pari al 47%)
Il complemento a cento sono le bianche/nulle dei votanti reali

Al diminuire delle ipotesi di partecipazione al voto, lo scarto fra SÌ e NO si fa sempre più ampio in favore del SÌ, mentre con queste ipotesi (assolutamente irrealistiche, ma volutamente paradossali) di massiccia adesione al NO, i SÌ e NO si equivalgono con affluenza del 84%, solo sopra questa percentuale prevalgono i NO.

uno dei circa duecento collegi elettorali nella sola città di Barcellona

Poiché nessuno in buona fede può sostenere che il 90% di quanti non si sono recati alle urne avrebbero votato NO, non esiste scenario plausibile in cui il NO avrebbe potuto vincere con 2 milioni di SÌ raccolti su 2,2 milioni di votanti.

In conclusione: 2 milioni di “SI” su 2,2 milioni di votanti è un successo tale da poter rappresentare una minoranza solo nello scenario assolutamente inverosimile in cui il 90% dell’elettorato incrementale avesse votato “NO”, con affluenza maggiore o uguale al 85%!

Gli Stati contro i Popoli e i cittadini

di Francesco Casula

Una violenza brutale cieca ingiustificata. Contro cittadini. Contro anziani. Contro giovani. Inermi. Con le braccia alzate. Con in mano il semplice documento per votare: arma che terrorizza lo stato franchista di Madrid.
Uomini e donne catalane: rei solo di voler liberamente e pacificamente esprimere il proprio pensiero su come autogovernarsi. Su come gestire il proprio destino.

È la politica degli Stati dei manganelli: è la “forza” bruta, la massima espressione della loro debolezza. Della loro decadenza.L’ultimo colpo di coda.
Stati in avanzata putrefazione. Vie più antisociali, burocratici, inefficienti. Fonti di crescenti disuguaglianze, ingiustizie, malessere.
Con Partiti di stato e di regime, corrotti. Con leader cialtroni e analfabeti. Risibili.
Stati controparti dei cittadini e dei popoli, cui sempre più negano diritti sociali e civili: il diritto al lavoro, alla cultura, alla salute, al benessere.
Stati oppressori delle minoranze nazionali, delle piccole patrie, delle nazioni non riconosciute: deprivate della loro identità, storia, cultura, lingua, memoria.
Nazioni senza stato incorporate coattivamente e imprigionate in confini artificiosi, imposti dalle superpotenze, stabiliti da trattati e da gerarchi mondiali in base a ragioni geopolitiche ed economiche.

I Catalani, con la loro rivoluzione dal basso partecipata, ubiquitaria e gioiosa, hanno indicato la rotta.
Tocca agli altri popoli oppressi, tocca a noi sardi costruire, autonomamente solidamente e unitariamente, il nostro processo e progetto di autogoverno, autodeterminazione e di INDIPENDENZA.
È un nostro diritto storico. Basato sulla nostra identità etno-nazionale, culturale e linguistica.
Occorre la nostra volontà.

Con i catalani per l’indipendenza

di Francesco Casula

Lo striscione utilizzato lo scorso 22 settembre nel presidio indetto dal Comitadu Sardu pro su Referendum de Catalunya sotto al consolato spagnolo a Cagliari

Il Referendum si farà comunque nella data fissata, il 1° ottobre prossimo. A ribadirlo è lo stesso Presidente catalano Carles Puigdemont, che ha accusato la Spagna di avere «violato lo stato di diritto e attuato uno stato di eccezione». Certo, amettono gli Indipendentisti, si è fatto più complicato.

Il Referendum si farà comunque nella data fissata, il 1° ottobre prossimo. A ribadirlo è lo stesso Presidente catalano Carles Puigdemont, che ha accusato la Spagna di avere «violato lo stato di diritto e attuato uno stato di eccezione». Certo, amettono gli Indipendentisti, si è fatto più complicato.

Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha infatti messo in atto tutto l’armamentario burocratico-giudiziario, repressivo e poliziesco, tipico dei regimi totalitari e fascisti, per impedire ai Catalani di poter esprimere, liberamente, il loro voto al referendum.

Così nei giorni scorsi, oltre ad arrestare 14 alti funzionari, (alcuni poi liberati), fra cui il braccio destro del vicepresidente Oriol Junqueras, impegnati nell’organizzazione del referendum, ha fra l’altro sequestrato 10 milioni di schede per il referendum e molto materiale elettorale. In precedenza la Guardia Civil aveva sequestrato migliaia di convocazioni destinate alle 45mila persone designate per costituire i seggi.

Un vero e proprio stato d’assedio. Al di fuori da ogni legalità.Ma no pasaran! Democrazia, libertà e indipendenza, urlano decine di migliaia di Catalani scesi in Piazza e nelle strade. La gente, in stragrande maggioranza è dalla loro parte. Il Governo (franchista) di Madrid, per giustificare gli arresti e tutto quell’armamentario poliziesco e repressivo messo in atto per impedire il referendum sull’Indipendenza, si appella alla Legge e alla Costituzione.

Ma può una Legge e una Costituzione impedire l’esercizio della democrazia? Violando il sacrosanto diritto dei cittadini di potersi esprimere liberamente in merito all’Autogoverno, all’Autodeterminazione e all’Indipendenza?

Per il capo del governo spagnolo e per la Corte Costituzionale sì. Un’aberrazione. La legittimazione di un arbitrio: tipico dei regimi autoritari e fascisti. E stalinisti con i carri armati sovietici in Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968).

Lo stesso arbitrio della Semiramide dantesca, la regina assira che, accusata di immoralità, aveva emanato una legge che dichiarava leciti i vizi di cui era colpevole

A vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta.

I Catalani hanno il diritto all’Indipendenza: viene dalla loro identità etnonazionale, sostiene il mio amico Francesco Cesare Casula, il nostro più grande storico medievista e gran conoscitore della storia catalana, Che scrive:” ho abitato a Barcellona dal 1960 al 1975 al tempo di Franco e ho frequentato di nascosto tutti i maggiori catalanisti e so che fra i Catalani e i Castigliani non c’è nessuna comunanza, di lingua di storia di arte e perfino di musica (i Catalani sono di origine franca, i castgliani sono di origine visigota)”.

C’è di più:la Catalogna (come del resto la Sardegna) oltre che nazione fu uno Stato e dal 947 al 1715, occupata con la forza da Filippo V e annessa alla Castiglia, perciò ora ha tutto il diritto di riprendersi la sua statualità.

Chi ama la libertà e la democrazia non può che sostenere e solidarizzare con la causa dei Catalani. E all’Europa – schieratasi cinicamente con Madrid – occorrerà ricordare che il diritto all’Autodeterminazione dei popoli, è previsto e garantito persino da tutte le Leggi e da tutte le Convenzioni internazionali.

Evidentemente, l’Europa delle banche e delle multinazionali ritiene il diritto (e le libertà) dei popoli, un dettaglio. Che si può calpestare, impunemente. Tanto, dalla sua parte, c’è la finanza e la forza brutale.

Ma devono stare attenti. I popoli si possono reprimere. Ma difficilmente annientare. E prima o poi si rivolteranno. Anche perché non hanno niente da perdere. Se non le proprie catene.

L’esaltazione della romanità e l’etnocidio dei sardi

di Francesco Casula

Inquietanti e pericolosissimi rigurgiti nazifascisti attraversano l’Europa e l’Italia. Alcuni inneggianti alla “Romanità”. Voglio sperare che la Sardegna ne sia immune. Significherebbe altrimenti non capire, non conoscere e non aver consapevolezza degli immani disacatos perpetrati dal dominio romano in Sardegna. Fu un vero e proprio etnocidio. Spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni- un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176- nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”. Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio “Sardi venales“ : Sardi da vendere, a basso prezzo. Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i sardi.

Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra. La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.

Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità. A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. “La lunga guerra di libertà dei Sardi –è sempre Lilliu a scriverlo – ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori)”. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos.

Il Referendum catalano manda in crisi Podemos

Il quesito referendario trilingue (spagnolo, catalano e occitano) presentato pochi giorni fa dal Governo Catalano
di Marco Santopadre

Nel giro di pochi giorni ha preso corpo la road map che dovrebbe portare alla convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Un referendum che sta incubando da molto tempo, fin da quando, tra la fine del decennio precedente e l’inizio di quello in corso, due fenomeni hanno turbato l’equilibrio raggiunto alla fine della lunga e feroce dittatura franchista. Un regime autoritario che si impose non solo contro la Spagna repubblicana e i movimenti socialisti e comunisti, ma anche per stroncare le rivendicazioni di indipendenza dei baschi e dei catalani.

La fine del franchismo non fu determinata da alcuna rottura, da alcuna frattura, ma il passaggio al nuovo regime – una Monarchia parlamentare – avvenne nel segno della continuità. Il tutto grazie all’autoriforma, accettata supinamente dalle opposizioni antifasciste statali, realizzata da un pezzo consistente del regime che pur di integrarsi nella costituenda Unione Europea e nella Nato accettò di disfarsi della ormai troppo ingombrante dittatura pur di garantire la continuazione del dominio dell’oligarchia che ne era stata il perno.

Se il Movimento di Liberazione Basco, da posizioni socialiste e rivoluzionarie, rifiutò e contestò una defranchizzazione limitata e superficiale, le componenti maggioritarie del movimento nazionalista catalano si integrarono volentieri all’interno del cosiddetto ‘Stato delle autonomie’ che in cambio della concessione di un certo grado di autogoverno evitava quella rottura della Spagna che era stato il maggior cruccio dei promotori del golpe fascista.

Grazie al nuovo regime, la grande e media borghesia catalana, ampiamente integrata sia a livello statale che internazionale, ha potuto gestire il potere economico e politico a livello locale attraverso le formazioni regionaliste e autonomiste – in particolare Convergència Democràtica – che hanno costituito un efficace argine contro i movimenti indipendentisti sostenendo in cambio i governi statali formati di volta in volta dai socialisti e dai popolari.

Come detto, l’equilibrio si è rotto negli ultimi dieci anni. La gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dei governi spagnoli – sotto dettatura dell’Ue – e di quelli regionali ha provocato la politicizzazione di ampi strati della popolazione che fino ad allora si erano tenuti al margine o al di fuori della mobilitazione sociale e politica. A centinaia di migliaia i lavoratori, i giovani, le donne catalane si sono riversati nelle piazze e nelle strade, hanno partecipato agli scioperi, ai picchetti, alle assemblee.

Contemporaneamente un tiepido tentativo da parte dei regionalisti e di alcune forze di centrosinistra di riformare lo Statuto di Autonomia varato nel 1979 fu brutalmente frustrato dalle istituzioni statali. La mutilazione del testo, oltretutto approvato solo al termine di un lunghissimo iter, rese patente alla base sociale del catalanismo l’impossibilità di ottenere un aumento dell’autonomia grazie ad un negoziato con lo Stato e rispettando gli insormontabili vincoli imposti da una vera e propria gabbia costituzionale e istituzionale.

La confluenza dei due processi – mobilitazione politica indipendentista e mobilitazione sociale – ha condotto ad un auge dell’indipendentismo e ad un rafforzamento delle correnti di sinistra e popolari obbligando i regionalisti catalani – nel frattempo al centro di numerosi scandali per corruzione – ad abbracciare la parola d’ordine della separazione da Madrid.

Dopo le ultime elezioni autonomiche si è formato un governo composto dai liberal-conservatori del PDeCat (ex Convergència) e dai socialdemocratici di Esquerra Republicana de Catalunya, sostenuto dall’esterno dagli eletti della Cup, formazione di sinistra radicale di tendenza anticapitalista.

La maggioranza indipendentista del Parlament ha intrapreso un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità che nei giorni scorsi ha condotto i deputati della maggioranza ad approvare due leggi: la prima convoca il Referendum per il prossimo 1 Ottobre, la seconda stabilisce i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana, l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

I partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione e stanno intraprendendo un boicottaggio che potrebbe condurre all’intervento delle forze di sicurezza contro i promotori del referendum, alla sospensione dello statuto catalano di autonomia e a ritorsioni personali di tipo giudiziario ed economico contro esponenti politici, funzionari e dipendenti pubblici.

Come si dice in questi casi il gioco si sta facendo duro e l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Settori consistenti dello stesso partito che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana. Il PDeCat, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum e il relativo passaggio parlamentare stanno mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – stanno ampiamente sforbiciando il proprio programma originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più e si dimostra un artificio retorico.

Podemos, così come il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Questo vuol dire che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada che in alcune occasioni ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero in tema di indipendenza.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro. Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un argomento propagandistico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte chiede a Madrid di consentire lo svolgimento del referendum, dall’altra afferma che consentirà la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avrà l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e se non comporterà rischi di ritorsioni da parte spagnola per i funzionari e i dipendenti comunali.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori della consultazione ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e del movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i maggiori progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia e alla rottura della legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza tra le classi e nazionali in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia.

Oltretutto le capriole di Iglesias e di Ada Colau stanno avendo effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, oltre che provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

Nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata a Barcellona, ma non potrà contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra loro iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Infine, mentre Podemos e Colau insistono sul fatto che accetteranno il referendum solo se godrà del consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti ad andare a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione.