A Bonorva comandano i Savoia? Parla il sindaco Massimo D’Agostino

L’Amministrazione Comunale di Bonorva intende presentare formale ricorso gerarchico nei confronti della decisione assunta dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro che ha bocciato la proposta del Comune di Bonorva di mutare la denominazione di via Regina Margherita in via Professor Virgilio Tetti.
L’Amministrazione porterà all’attenzione dello staff del Ministro ai Beni Culturali le proprie argomentazioni rispetto ad un diniego i cui contenuti sono – secondo l’amministrazione –  “anomali e meritevoli della nostra protesta”.

Inoltre l’amministrazione valuterà anche in sede legale l’opportunità di  ricorrere al TAR.

E’ anche in via di costituzione un comitato composto da diversi comuni che presentano le stesse problematiche del comune di Bonorva, in relazione all’abolizione delle vie intitolate ai Savoia. Tra le finalità del comitato anche quello di coinvolgere i parlamentari sardi per la proposta di un disegno di legge che abolisca il parere della Soprintendenza nelle decisioni delle amministrazioni locali di mutare le singole vie.
Abbiamo raggiunto telefonicamente il Sindaco di Bonorva Massimo D’Agostino, per farci raccontare da lui  l’incredibile vicenda dell’intitolazione della via, da dedicare al Professor Tetti, insigne studioso, preside delle Scuole Medie di Bonorva, ricercatore, scrittore, politico, più volte Consigliere e Assessore Provinciale e Sindaco di Bonorva dal 1964 al 1970.

Intervista di Luana Farina

– Signor Sindaco, come nasce questa vicenda?
Durante la primavera scorsa abbiamo presentato alla Prefettura di Sassari, la richiesta di modifica dell’attuale Via Regina Margehrita che sarebbe dovuta diventare Via Professor Virgilio Tetti. Il Comune di Bonorva voleva onorare la memoria attraverso l’intitolazione di una via,  riconducibile al personaggio e significativa. E’ stata allora scelta Via Regina Margehrita, dove si trova la casa in cui il Professor Tetti abitò per diversi anni.
La Prefettura, per poter procedere con la pratica, necessitava però del parere della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio che, a fine estate, boccia la richiesta  con delle motivazioni che noi riteniamo incomprensibili, assurde e anacronistiche.

Nella risposta di diniego scrive il Soprintendente :
“La via è situata nel centro storico di Bonorva, nei pressi della Chiesa Parrocchiale e della Piazza Santa Maria; al capo opposto della piazza, rispetto alla via Regina Margherita, si pone Corso Umberto I, che prosegue poi con Corso Vittorio Emanuele III. E’ evidente che tale rispondenza non è casuale dal momento che Umberto I e Margherita di Savoia regnarono insieme sino al 1900, anno in cui Umberto venne assassinato, e prese il suo posto appunto il figlio Vittorio Emanuele III. La disposizione delle due vie alle estremità opposte della piazza sulla quale si affaccia la Parrocchiale dimostra la chiara volontà di rappresentare, in concreto sul piano urbanistico, i due poteri di riferimento, quello politico Regina Margherita e quello religioso, lo Stato e la Chiesa.”       

  • Quindi, la tesi sarebbe che nell’attribuzione dei nomi delle vie, ci sia stato l’intento di contrapporre potere Religioso al potere Laico?

Per noi questa ricostruzione è inverosimile e in tutti gli atti di archivio che abbiamo consultato nessun riferimento di questo tipo è stato posto nelle scelte delle intitolazioni delle vie. Ma anche se fosse, siccome qualcuno 120 anni ha deciso questa cosa,  deve rimanere immutabile  nei secoli e il Comune di Bonorva non ha diritto di decidere quale sia l’assetto toponomastico, così come hanno fatto e fanno tantissimi comuni in Sardegna?

Se non ci fosse stata questa specifica vicenda legata al Professor Tetti, il Comune si sarebbe posto comunque di attuare una modifica alla toponomastica dedicata ai Savoia . Noi vorremmo proprio abolirli del tutto i Savoia dalle vie di Bonorva e non abbiamo diritto di farlo perché altrimenti alteriamo un presunto ragionamento urbanistico e  “di continuità storica”.  La Soprintendenza continua nelle sue assurde motivazioni:

“Non va trascurato, peraltro, che – fermo restando il giudizio storico sulla famiglia reale italiana – Margherita di Savoia fu tuttavia una figura particolarmente cara alle popolazioni locali, nonché un personaggio che ebbe con la Sardegna particolare legame, dal momento che fu in stretti rapporti di affettuosa amicizia con la nobile famiglia Pes di Villamarina.”

Il Soprintendente quindi, a nostro parere, oltre che interpretare le presunte intenzioni degli amministratori di oltre un secolo fa (secondo noi, infatti, non esiste alcuna correlazione tra la via Regina Margherita , la Chiesa Parrocchiale e le altre vie dedicate ai Savoia) esprime un parere soggettivo, quasi  “politico” sulla figura della Regina, ed esercita quindi non un esercizio di valutazione storica in base ai fatti, ma una serie di considerazioni opinabili sui quali, tuttavia, poggia il fondamento del diniego. Ed è questo che noi contestiamo.
Come Sindaco, ho senz’altro commesso un errore a fidarmi delle rassicurazioni di chi, questa primavera, mi diceva che la pratica fosse a posto e che da lì a qualche giorno sarebbe arrivata l’autorizzazione, più che altro una formalità.
Noi allora abbiamo proceduto alla cerimonia di intitolazione della via, e di questo mi scuso con la Famiglia Tetti.
Da oggi, però, iniziamo, con tutti i bonorvesi, i Sindaci di Comuni che hanno già attuato il cambiamento del nome delle vie dedicate ai Savoia, e chi ci vorrà sostenere, la nostra battaglia perché non vogliamo, come “suggerito” dalla Soprintendenza, dedicare al Professor Tetti e a nessun altro dei nostri illustri cittadini, scrittori, poeti e unomini di cultura, una via periferica di un’anonima zona industriale.
Già subiamo l’onta dello spopolamento, come gran parte dei piccoli Comuni sardi, ci mancherebbe, che per chi resta, non fosse possibile essere attore delle scelte nel proprio Comune.

– Come intendete muovervi?

A giorni avremo un nuovo incontro in Prefettura, supportati dai Sindaci che hanno già fatto la nostra scelta, non so se le nostre ragioni saranno ascoltate, so già che la nostra battaglia sarà molto difficile, ma faremo in modo che la nostra voce,  senz’altro sentita lontano. Noi non ci fermeremo!

Cosa bolle in pentola in casa ProgReS?

Il partito indipendentista ProgReS va verso il congresso che si terrà il prossimo 15 dicembre. Ma quali sono le tesi politiche in discussione? Abbiamo sentito Lucio Porcu, storico attivista indipendentista e fondatore del partito. L’intervista è di Cristiano Sabino.

  • L’indipendentismo governa in Corsica, è protagonista in Catalogna, rialza la testa nel Paese Basco, è al centro del dibattito politico sulla Brexit in Irlanda e in Scozia, risorge in Sicilia. E in Sardegna?

In Sardegna evidentemente non è riuscito a trovare una sua via. Vorrei aggiungere che anche fuori dall’Europa, in tutto il mondo esistono delle frizioni tra centro e periferia che possono sfociare in un indipendentismo organizzato o in movimenti più generici; il processo di globalizzazione, al contrario di quanto alcuni prevedevano, ha alimentato il fenomeno. Mentre fuori dall’Europa abbiamo l’esempio del popolo Kurdo che nonostante si trovi schiacciato tra l’islam radicale e la violenza dei regimi turco e siriano, resiste ed è capace di creare modelli di società avanzati come quello di Kobanê, in tutta Europa, come hai ricordato, assistiamo a un passaggio ad un indipendentismo di livello superiore, più strutturato e che gode di ampi consensi. Ognuno declinato con le sue varianti, come per esempio la Corsica dove una coalizione formata da autonomisti e indipendentisti, che raggruppa all’interno diverse anime, sta governando molto bene. In Sardegna, facendo un paragone con la Corsica, questo processo non si è realizzato e apparentemente si sta allontanando sempre di più la possibilità di un’alleanza tra partiti più o meno autonomisti o che comunque vedono nell’aumento dei poteri un obbiettivo primario. I motivi sono svariati, uno di questi può essere dovuto ad una mancanza di sintesi che ha colpito le formazioni politiche, ma dietro questa mancanza di sintesi c’è sicuramente la difficoltà a emanciparsi politicamente dalle famiglie politiche che hanno governato e governano l’Italia. L’emancipazione dall’Italia tout court è il nostro grande limite. L’egemonia dei partiti italiani e della cultura politica italiana hanno fatto si che nonostante abbiamo e continuiamo ad avere parecchi militanti, non riusciamo a fare sintesi e costruire un percorso comune come per esempio è stato fatto appunto in Corsica. Comunque, scusa se mi sono dilungato, io spero che avvengano due cose perché lo scenario cambi in meglio: la prima è che i ragazzi e le ragazze nate negli anni 90 e duemila si avvicinino al movimento e lo cambino, la seconda è che “i vecchi” si mettano a disposizione senza manie di protagonismo e che ognuno dia il proprio contributo riconoscendo e accettando i limiti che il passato e il presente ci mostrano.

  • Le ultime tre tornate elettorali sono state disastrose. È tutta colpa dei sardi come alcuni dirigenti hanno dichiarato o si poteva agire diversamente?

Ho sentito le giustificazioni più assurde sulle cause delle sconfitte elettorali, la più malsana è proprio quella che da la colpa all’elettore. Scaricare sugli altri i propri fallimenti è gravissimo e denota mancanza di lucidità. Noi abbiamo bisogno di progetti seri e di meno egocentrismo. Sul fatto che si poteva agire diversamente alle elezioni è un qualcosa che andava fatto molto prima, non credo alle coalizioni costruite a ridosso delle tornate elettorali. Vanno fatti dei percorsi comuni e va individuato uno spazio di azione. Bisognerebbe tracciare quel cerchio di cui parlava il compianto Gianfranco Pintore e capire chi ci sta dentro. Personalmente non sarei per l’esclusione dei partiti autonomisti che oggi si alleano con il centro sinistra o con il centro destra, basterebbero dei paletti saldi intorno a cui costruire un programma di governo.

  • ProReS è rimasto fuori dal cartello elettorale Autodeterminatzione e alle ultime elezioni ha sostenuto la coalizione Sardi Liberi con Unidos di Mauro Pili. Siete contrari all’unità indipendentista?

Autodeterminazione non ci ha mai attratto e devo dare atto a Gianluca Collu, il nostro segretario uscente, di aver tenuto la barra dritta sul rapporto con Autodeterminatzione, sia nel rapporto con il suo primo leader, Muroni, sia con quello che è venuto fuori dopo marzo 2018. Progres ha una struttura fortemente democratica, per cui da quello che abbiamo percepito dal di fuori non era lo spazio adatto a noi, inoltre non abbiamo visto niente di innovativo arrivare da quello spazio. L’alleanza Sardi Liberi e la scelta di Mauro Pili come Candidato presidente è nata comunque sotto il segno di una veduta comune su molti temi come la lotta contro le servitù militari, i trasporti, la vertenza entrate. Inoltre la presenza di Angelo Carta per noi è stato un grande arricchimento, Insieme a Mauro Pili due persone molto preparate che ci hanno insegnato molto. Progres ha sempre lavorato per una convergenza, per l’unità, siamo militanti non politicanti di professione, per cui vogliamo raggiungere il risultato per la causa e non per noi stessi. In quella situazione l’assemblea degli attivisti ha scelto questa alleanza e tutti abbiamo lavorato per portarla avanti.

  • A dicembre celebrerete il vostro congresso. Qual è la tesi politica che sosterrai?

Si esatto, il 15 dicembre ci sarà il congresso di ProgReS. Per ora sta emergendo la voglia di unità, l’unione con tutti coloro che si sono allontanati per i motivi più disparati oltre alla volontà di riunione dei movimenti e delle sigle per semplificare lo scenario politico ma senza ingessarlo, come è successo con Autodeterminazione.

Infatti, come abbiamo visto, l’unione fine a se stessa non porta a niente.

Le strade che ci si aprono oggi sono due: la prima, la più scivolosa è quella dell’apertura a tutto quello che può essere affine a noi. Apertura che inesorabilmente porta ad alleanze anche con soggetti che nel mondo indipendentista sono considerati quasi come appestati (molto probabilmente magari a torto ma questa è la realtà).

La seconda invece è la formazione di un partito o movimento nuovo, che raggruppi il meglio, la sintesi di tutto quello che si è elaborato negli ultimi 15 anni ma con una visione politica contemporanea.

Entrambe le vie sono affascinanti. La prima porterebbe l’indipendentismo dentro le istituzioni, con tutto quello che ne consegue sia in termini positivi che negativi. Faccio un esempio, in termini positivi è l’unico bacino che ha elaborato e continua ad elaborare idee nuove, concetti, che non ha paura di guardare alle nuove sfide della modernità. La politica sarda, da Soru in poi, ha preso a piene mani da questo contenitore. D’altro canto entrare nelle istituzioni significa cambiare pelle, con il rischio di non riconoscersi davanti alla specchio dopo pochi anni.

Se invece si volesse scegliere la strada di un partito che dia la sveglia, un po’ stile iRS anni 2000 e con tutti i passi avanti fatti in termini di chiarificazione del rapporto con la sinistra italiana fatti da A Manca, allora potremo trovarci davanti a un qualcosa che potenzialmente è in grado di fornire chiavi interpretative nuove nel rapporto tra la Sardegna e il mondo con scenari molto interessanti. Bisogna parlare al condizionale perché non è cosi scontato che avvenga ciò che è avvenuto in passato.

Altre soluzioni all’orizzonte non ne vedo.

  • Ma intanto qualcosa si muove nonostante i partiti siano fermi..

Certo,fuori dai partiti stanno nascendo delle organizzazioni come ANS, Corona de Logu e A Foras in grado di unire. Speriamo che questo sia di buon auspicio.

  • Se tu dovessi scegliere una delle due ipotesi che hai prospettato sopra, ossia un nuovo partito che detti la linea o uno che si allei con gli autonomisti, cosa sceglieresti?

Realisticamente la prima ipotesi, ossia riunire le forze per un soggetto nuovo in grado di dettare la linea politica e riscoprire il concetto di nazione sarda, oltre a piacermi di più è quella più attuabile. Vedremo cosa dirà l’assemblea o cosa succederà dopo il congresso. Abbiamo intenzione di suscitare il dibattito dal basso e di ascoltare tutti per poter prendere la migliore decisione. Chiaro che invece un’ammucchiata con gli altri partiti dell’area solo perché affini non sarebbe neanche presa in considerazione in virtù degli ultimi fallimenti di chi ha voluto percorrere questa strada.

Chistione feminile e autodeterminatzione de su populu sardu. Una mutida a nde faeddare

Unu murale chi amentat sor sos mortos de Bugerru de su 1904
de Giovanna Casagrande

B’at unu problema si sa “chistione feminile”, in Itàlia gai comente in Sardigna, non si ressit a irbolicare, che a sa “chistione meridionale” de su restu.

Ite est chi rendet custas duas chistiones simizantes?

Est làdinu: sa mirada de chie s’acòstiat e biet in sa diferèntzia de gènere (gai comente in sa diversidade setentrione-meridione) unu problema chi diat dèpere èssere isortu, non dae sas fèminas, est craru, ma dae chie guvernat.

Pro medas s’esèmpiu no at a èssere bene sestau, e puru provae a meledare supra su ruolu de sa fèmina, dae s’acabbu de sa secunda gherra a oje, e naze.mi si no est làdinu chi, a sas fèminas chi punnant a arribare a sos postos prus artos de sa polìtica, de sas professiones e fintzas de sa cultura, lis cumbenit a pompiare sa realtade chin sas ulleras de sos òmines.

Deo, dae medas annos apo postu a banda sa visione eterosessuada de sa sotziedade, cussa mirada chi biet sos gèneres a cuntierra, o unu “gènere prus dèbile” apunteddau e duncas non reconnotu che parìvile.

Dae meda, oramai, reconnosco e pràtico unu “locu” ube fèminas e òmines traballant,reconnoschende.si a pare, pro una polìtica, una cultura, una sotziedade ube sas diferèntzias non sunt unu disafiu, ma unu balore in prus.

Picamus, pro esempru, su chi est capitau in sos ùrtimos annos in Sardigna: in su 2013 una fèmina, sena bisonzu de èssere “reconnota” dae su sistema, s’est candidada in una porfia eletorale chi previdiat chi su podere polìticu, e duncas maschile, aeret reconnotu, ma fintzas nono, una candidadura “in colore de rosa”.

Ma comente fit possìbile chi una fèmina, chi fit benende dae su mundu culturale, e a mala annata indipendentista puru, podiat pessare de si candidare a sa gàrriga prus arta?

Ecco, deo bio, in cussu mamentu polìticu, una làcana chi non poto prus brincare, e difatis mi dimando, e bos dimando, comente est possìbile chi, nois fèminas, podimus cussiderare sa preferèntzia dòpia de gènere una bìnchida, chi tzertu est unu primu passu secotianu cara a sa candidadura de sas fèminas. Secotianu ca sos paisos iscandìnavos ant aplicau sas cuotas e sos incentivos a sa rapresentàntzia de gènere dae medas annos a commo.

Cando amus a èssere nois fèminas a nos convocare pro faveddare de su mundu a manera nostra, pro afrontare chistiones chi nos bient in prima lìnea die pro die ma semper a còdias in sa legislatzione, in sos issèperos, in sas mesas programmàticas. Guai a faveddare de su ruolu de sa fèmina ube no esistit una polìtica sotziale; de sa capatzidade nostra de parare fronte a sas emergentzias, resessinde a nos imbentare unu traballu, a rèndere sas impresas nostras produtivas e esticas: non balet!

Pesso chi in custu mamentu bi siat unu tretu ampru ube podimus, antzis DEPIMUS, traballare autodeterminande.nos, reconnoschende.nos a pare, chircande de non fàchere sos matessi irballos chi dae su femminismu rivolutzionàriu de sos annos ’60, nos custringhet adèpere rispetare e a non mudare in nudda su mundu chi nos inghiriat, a nos dèpere acunnortare a abarrare unu passu in secus, fintzas si ischimus bene chi podimus èssere sas menzus.

Deo bos pedo de fàchere una cosa: de non nos cuntentare de sos pititos chi sos legisladores, cumpanzos de partiu, collegas de traballu, cada tantu nos dant; bos invito a nos nche tirare sas tropejas chi nos ponimus nois matessi: sa tropeja de sa limba pro esempru, custu sardu chi, a su chi narant in medas, nos fachet grezas, ruzas: non damus securesa.

Depimus isseperare de faveddare in sa limba nadia, sa limba de tita, ca depimus torrare a mòghere dae nois, dae su chi semus, evitande de nos fàchere pònnere un’eticheta dae chie nos cheret che teracas fidadas.

Così la RWM mette in pericolo tutto il Sulcis

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato del Comitato Riconversione RWM, Cagliari Social Forum, Assotziu Consumadoris Sardigna, Centro Sperimentazione Autosviluppo e PCI Sulcis Iglesiente su “Fabbriche di esplosivi e incidenti: violazioni delle norme di sicurezza da parte di RWM Italia S.p.a.”, che esprime la preoccupazione e l’allarme per il disastro che potrebbe capitare ad Iglesias e comuni limitrofi in caso di incidente rilevante. Ciò è dovuto anche al fatto che il piano per la
gestione delle emergenze in caso di incidente nelle aree esterne allo stabilimento RWM Italia S.p.a. risale al 2012 ed è obsoleto, inadeguato e scaduto: 

Fabbriche di esplosivi e incidenti: violazioni delle norme di sicurezza da parte di RWM Italia S.p.a.

Alla luce del grave incidente avvenuto il pomeriggio del 20 novembre scorso alla fabbrica di fuochi artificiali Costa, in cui hanno perso la vita a cinque persone, ci dobbiamo chiedere come è possibile che una fabbrica di esplosivi ed ordigni militari, come quella di RWM Italia S.p.a. che opera in Sardegna, nel territorio di Domusnovas-Iglesias, possa ancora oggi farlo senza tener conto della salute e dei rischi alla sicurezza di lavoratrici, lavoratori e popolazioni del territorio. Quello alla fabbrica di Vito Costa e figli, in provincia di Messina, è l’ennesimo grave incidente in una fabbrica di esplosivi; in questo caso pare sia bastata una scintilla sfuggita da una saldatrice e un’esplosione devastante ha spazzato via l’impianto facendo 5 vittime. Non è certo la prima volta che accade; un incidente analogo il 14 marzo scorso aveva provocato una vittima a Gesualdo, in provincia di Avellino e un altro ancora più grave nel 2015 rase al suolo una fabbrica di fuochi di artificio a Modugno, causando la morte di 10 persone, in quel caso si parlò apertamente di violazione delle norme sulla sicurezza.

Giustamente il CODACONS chiede più controlli e ricorda che le vittime provocate da esplosioni, nelle sole fabbriche di giochi pirotecnici dal 2000 ad oggi, sono addirittura 68. Le fabbriche di esplosivi sono infatti impianti estremamente pericolosi, e sono perciò soggette a una normativa speciale che riguarda gli “stabilimenti a rischio di incidente rilevante” (normati dal decreto legislativo.105 del 2015), che prevede controlli e misure di sicurezza stringenti e rigorosi, ma che purtroppo non sempre vengono rispettati. Nel caso di RWM, ad esempio, una parte dello stabilimento dove sono stoccate quantità incredibili di liquido infiammabile, è ubicata a 400 mt. dal centro urbano di Iglesias e non a 4 km come prevede la vigente normativa. Il piano per la gestione delle emergenze in caso di incidente nelle aree esterne allo stabilimento RWM Italia S.p.a. risale al 2012 ed è impostato sui rischi derivanti da una produzione prevalente di esplosivi per uso civile (di tipo SLURRY, ANFO e Miccia Detonante), che è totalmente cessata già alla fine del 2012, mentre considera la produzione di tipo militare del tutto marginale. Il piano è visibile al pubblico nel sito della prefettura di Cagliari (il tipo ed il volume della produzione sono illustrati a pag. 34). Il piano di emergenza ancora oggi in vigore è ormai del tutto obsoleto e inadeguato, un piano scaduto, infatti:

– la produzione per uso civile descritta nel piano di emergenza per le aree esterne era cessata del tutto già a dicembre 2012, le relative linee di produzione sono state dismesse e i locali riconvertiti alla fabbricazione di esplosivi e di ordigni militari. La produzione militare è stata invece di molto incrementata, passando dalle appena 500 tonnellate/anno (200 di esplosivo di tipo PBX e 300 di esplosivo a base di TNT) del 2012 alle attuali 6.000 tonnellate/anno con un incremento di ben 12 volte (+1200%) rispetto a quanto indicato nel piano di emergenza delle aree esterne attualmente in vigore.

– la differenza tra la situazione produttiva dell’impianto nel 2012, periodo in cui è stato adottato il PEE ancora vigente, e quella attuale determina una condizione di grave pericolo, in aperto contrasto con l’art. 21, comma 6, D.Lgs. 105/2015, il quale afferma che il PEE «è riesaminato, sperimentato e, se necessario, aggiornato, previa consultazione della popolazione, dal Prefetto ad intervalli appropriati e, comunque, non superiori a tre anni». Il comma 5 della stessa norma prevede inoltre che il Prefetto rediga il PEE «entro due anni dal ricevimento delle informazioni necessarie da parte del gestore». La legge prevede inoltre che il Piano deve essere obbligatoriamente aggiornato ogniqualvolta si determinano variazioni significative nella produzione. È appunto il caso della RWM.

Nessuna modifica al Piano di Sicurezza delle Aree Esterne è mai stato apportata dal 2012 a oggi. Gli impianti per la produzione bellica attualmente in gestione a RWM, sono da considerarsi particolarmente pericolosi e sono già stati soggetti a gravissimi incidenti in anni non lontani, quando erano ancora in gestione alla società SEI. In particolare la linea produttiva degli esplosivi e degli ordigni a base di TNT fuso, quando ancora gli impianti operavano nello stabilimento SEI di Ghedi (provincia Brescia), il 23 agosto 1996, era stata devastata da un’esplosione accidentale che aveva provocato tre morti tra gli operai. Si può ad esempio consultare in merito l’articolo del quotidiano La Repubblica dal titolo “Tre morti in una fabbrica di bombe” dell’8 agosto 1994 . Dalle successive indagini risultò all’epoca che lo stabilimento operava nel rispetto della normativa di sicurezza, cosa che comunque, è bene ricordarlo, non può garantire l’assoluta assenza di rischio di incidente in uno stabilimento con livelli di pericolosità così elevati. Successivamente tale linea di produzione è stata spostata dalla SEI nel suo stabilimento di Domusnovas-Iglesias, dove attualmente continua a operare sotto la gestione di RWM. Nonostante i rischi che l’esistenza di questo stabilimento comporta per i cittadini e senza tenere in adeguata considerazione la normativa urbanistica, il comune di Iglesias ha recentemente approvato numerose altre autorizzazioni per ampliare lo stabilimento:

a) il raddoppio delle linee produttive per la realizzazione di esplosivi militari di tipo PBX e dei relativi ordigni (nuovi reparti R200 ed R210), un intervento che a detta di RWM porterebbe la capacità produttiva dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias sino a 9.000 tonnellate/anno;

b) la realizzazione di un nuovo poligono per test esplosivi denominato “Campo Prove R140”, senza neppure una Valutazione di Impatto Ambientale.

Per tutti questi motivi e per le palesi violazioni alle norme, numerose associazioni del territorio hanno infatti contestato la legittimità dei provvedimenti che hanno autorizzato queste opere, anche perché violano palesemente la normativa di sicurezza vigente, presentando:

1) il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) della Sardegna contro la licenza edilizia rilasciata dal comune di Iglesias ai nuovi reparti R200 ed R210, presentato il 7 gennaio 2019;

2) il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro la licenza edilizia rilasciata dal comune di Iglesias per il nuovo poligono per test esplosivi Campo Prove R140, depositato il 18 novembre 2019.

Entrambi i ricorsi sono tuttora pendenti. Lo stato di elevato rischio nella gestione della sicurezza dello stabilimento produttivo di RWM a Domusnovas-Iglesias è stato oggetto di un esposto al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, presentato ad aprile 2019, oltre che essere stato prospettato, già in precedenza, all’attuale sindaco di Iglesias da una delegazione di cittadini nel corso di un incontro tenutosi il 31 luglio 2018 in municipio. Al momento nessun provvedimento è stato preso e la situazione, dal punto di vista della sicurezza, è immutata. A dispetto di una crisi aziendale continuamente sbandierata, inoltre, RWM Italia S.p.a. ha aperto tutti i cantieri previsti dal piano per il potenziamento e l’ingrandimento dei suoi stabilimenti, e li porta avanti pervicacemente, mentre la produzione di ordigni bellici procede senza sosta. Viene da chiedersi se è proprio necessario che si verifichi una tragedia perché le esigenze di sicurezza vengano prese finalmente in esame. Evidentemente la sicurezza della popolazione viene sempre per ultima quando ci sono da tutelare interessi e profitti che vengono dal commercio delle armi e dalla guerra. Le lavoratrici e i lavoratori di RWM così come le popolazioni di Domusnovas, Iglesias, Musei e zone limitrofe si sentono realmente al sicuro?

Cagliari 24 novembre 2019 • Comitato Riconversione RWM • Italia Nostra Sardegna • Cagliari Social Forum • Assotziu Consumadoris Sardigna • Centro Sperimentazione Autosviluppo • PCI Sulcis Iglesiente

C’era una volta l’AIDS e c’è ancora… anche in Sardegna

 

La campagna della LILA
di Daniela Piras 

In principio era l’alone viola, un immaginario quanto tristemente reale segno distintivo di chi si era macchiato di aver contratto un virus, quello dell’HIV.

Risultare positivo al test dell’HIV equivaleva infatti ad ammettere davanti al mondo intero di appartenere a una categoria “a rischio” della quale facevano parte coloro che avevano condotto uno stile di vita ritenuto immorale e riprovevole, sia per la troppa libertà sessuale, sia per l’utilizzo di droghe, in particolare l’eroina. Uomini e donne che diventavano marchiati inesorabilmente come “untori” e “peccatori”: da tenere lontano, emarginare e giudicare.

Erano i primi anni Ottanta e, per la prima volta, si sentiva parlare di un virus letale che si poteva contrarre nell’ambito più privato della vita di ciascuno, poiché il contagio avveniva tramite sperma, secrezioni vaginali o sangue: quello della sfera sessuale. Furono messi al bando innanzitutto gli omosessuali, rei di condurre un modo di vita sregolato e “contro natura” e subito dopo le persone con dipendenze da droghe, le quali trasmettevano il virus condividendo la stessa siringa.

Dalla segnalazione dei primi casi ad oggi molto è cambiato nelle tipologie di campagne d’informazione e di sensibilizzazione finanziate dal Ministero della Salute. Infatti dal primo spot, apparso in Italia nel 1988, in cui si diceva chiaramente che occorreva proteggersi durante i rapporti sessuali con il preservativo, in cui non si creavano allarmismi ingiustificati e dove anzi si affermava che “per fortuna non è facile ammalarsi di AIDS”, si sono fatti (paradossalmente) dei passi indietro notevoli.

L’influenza dello Stato del Vaticano ha decretato l’abolizione della chiarezza linguistica a favore di una serie di messaggi velati e confusionari che, lungi dall’informare sul reale rischio di contaminazione rispetto al virus, hanno creato panico e ansia nella popolazione, fino ad arrivare a stigmatizzare la persona che aveva contratto il virus come sbagliata, peccatrice, rea di “essersela cercata”.

Il punto più basso della campagna informativa si ebbe in Italia con il messaggio dell’allora Ministro della Sanità Donat-Cattin che arrivò ad attribuire ai malati stessi le colpe di aver contratto il virus. “L’AIDS ce l’ha chi se lo va a cercare” si leggeva nella lettera che il ministro inviò alle famiglie italiane, generando una totale psicosi. “La prima regola alla quale è consigliabile attenersi è quella di un’esistenza normale nei rapporti affettivi e sessuali”.

Di proteggersi durante i rapporti sessuali non si parlava più: in compenso, nell’ambito della normalità invocata, era presente un invito all’astinenza da parte delle persone con il virus come rimedio sicuro, poiché il preservativo non era ritenuto tale. A fine degli anni Ottanta in Italia si respirava un’atmosfera degna del Basso Medioevo. Le istituzioni non davano elementi in grado di informare e, di conseguenza, tutelare la salute dei cittadini.

Da allora si sono alternate campagne fumose che hanno in un certo qual modo “stilizzato” il messaggio, e il relativo concetto, in maniera così estrema da generare una psicosi diffusa, senza senso.

La creazione di una “categoria a rischio” ben delimitata ha fatto sì che le persone non avessero reale percezione di quali fossero i comportamenti, quelli sì “a rischio”, da evitare. Si arrivò ad aver paura di poter contrarre il virus attraverso una stretta di mano con un individuo appartenente a tale confinata categoria.

L’ultimo spot informativo del Ministero della Salute risale al 2013. La campagna si chiamava “Fine delle trasmissioni” e faceva riferimento alla trasmissione del virus. Ritorna il concetto del “problema che riguarda tutti”, un po’ troppo fuori tempo massimo, e si invita ad usare il preservativo e ad eseguire il test per verificare se si ha contratto o meno il virus.

Da allora tutto tace. La malattia sembra sparita; lo stato di inconsapevolezza dei giovani si estende anche agli adulti che collegano l’AIDS ad un brutto sogno degli anni Ottanta che non esiste più. Come avviene spesso, ciò di cui non si parla non esiste. In realtà, ciò che più sconcerta di più, è il fatto che l’AIDS esisteva ieri ed esiste ancora oggi, e che coloro più a rischio sono quelli che non sanno di aver contratto il virus. Si ha paura di fare il test, ancora oggi, e si ha più paura di scoprire di avere una sieropositività che non di curarsi.

Il pregiudizio che si è creato nei confronti degli ammalati di AIDS è stato talmente forte da non avere eguali in altre patologie. Il potente stigma sociale che ha segnato le persone risultate sieropositive all’HIV, ha portato alla paura di voler scoprire di essere stati contagiati. L’ansia di essere giudicati per i propri comportamenti, per una presunta immoralità e attigua colpa, ha come risultato un dato allarmante: una consistente fetta di inconsapevoli che ha contratto il virus ma non ne è a conoscenza. A ciò si aggiunge il dato oggettivo che riguarda la difficoltà di accesso al test e l’offerta non sufficiente. Il dato sommerso è quello che più preoccupa i medici.

La conseguenza è che ci si cura soltanto quando si hanno già i sintomi che fanno emergere la malattia, quando ci si potrebbe curare meglio, e prima. Sono le cosiddette “diagnosi tardive”.

In Sardegna la situazione è preoccupante, proprio per la diffusa scarsa percezione del rischio. I dati diffusi dalla LILA di Cagliari (Lega italiana contro la lotta all’AIDS) diagnosticano 54 nuovi casi di infezione nel 2016;  61 i casi registrati nel 2017. Emerge un dato inquietante: quasi la metà degli studenti intervistati dichiara di non utilizzare il profilattico durante i rapporti sessuali.

In vista della giornata mondiale di lotta all’AIDS (WAD) del primo dicembre, The Joint United Nations Programme on HIV/AIDS – UNAIDS – ha scelto per il 2019 il tema “Community make the difference”, un riconoscimento al ruolo essenziale delle community, delle associazione e della società civile nel contrasto all’HIV.

La LILA quest’anno aderisce alla testing week europea, dal 22 (oggi. n.d.R) al 29 di novembre: www.testingweek.eu

L’ultima campagna della LILA invita a combattere il pregiudizio con l’informazione. Nelle locandine informative si fa presente una verità importante, ovvero che oggi, chi segue la terapia retrovirale può condurre una vita normale, avere figli e soprattutto non risulta essere contagioso e avere una lunga aspettativa di vita.

Insieme alla prevenzione, che andrebbe ripresa nelle scuole dove sino agli Novanta è stata molto efficace, resta essenziale eseguire il test, a questo proposito rendiamo noto che, in accordo con la LILA, il MOS di Sassari ha acquisito e messo a disposizione l’accesso al test.

Come si evince dal loro sito: A partire dal 19 Dicembre 2018, ogni primo e terzo mercoledì del mese dalle 16 alle 18.30, si può fare il test rapido, anonimo e gratuito nella sede del MOS in via Rockfeller 16/c a Sassari. Il servizio è svolto in collaborazione con CLAAS (Comitato Lotta all’Aids Sassari), circ. Arci Borderline e all’interno della campagna nazionale We Test! Per ulteriori informazioni invitiamo a visitare il sito al link: https://www.movimentomosessualesardo.org/test-hiv/

Catalogna: dalla sentenza politica allo tsunami democratico

Lo Tsunami Democratico catalano che invade le autostrade in prossimità dei principali aeroporti della catalogna e anche di Madrid
di Marco Santopadre

Il Tribunale Supremo di Madrid, al termine di un processo farsa iniziato a febbraio, ha condannato oggi all’unanimità e con sentenza inappellabile a pene tra i 9 e i 13 anni di reclusione i nove leader e politici sociali catalani arrestati dopo il referendum per l’autodeterminazione del 1° ottobre 2017.
Incredibilmente, già sabato molti media spagnoli anticipavano la decisione dei giudici prima che la sentenza fosse resa nota.
I leader catalani sono stati ritenuti colpevoli – da una corte di nomina politica, supportata dal partito neofranchista Vox in veste di Parte Civile (“Accusa popolare”) – dei reati di “sedizione” – avrebbero guidato una “sollevazione pubblica e violenta allo scopo di sovvertire l’ordine – e alcuni anche di quello di “malversazione di fondi”: secondo i giudici è “provato” l’uso della violenza da parte degli indipendentisti, anche se l’unica violenza messa in campo in questi ultimi due anni è stata quella delle forze di sicurezza spagnole.
Escluso invece il reato di “ribellione”, ma resta la natura politica della sentenza emessa mentre a Madrid governa il Partito Socialista e durante la campagna elettorale per il voto anticipato del 10 novembre.
Tra i condannati l’ex vicepremier catalano Oriol Junqueras, l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell e i leader di due grandi associazioni di massa (rispettivamente Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural), Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, tutti detenuti ormai da quasi due anni.
Altri tre imputati sono stati condannati a pesanti multe e all’inabilitazione dai pubblici uffici.
Nei confronti dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, riparato in Belgio, il giudice Llarena ha riattivato l’ordine di cattura europeo spiccato in passato e poi sospeso.
La maggior parte dei 33 imputati – per la maggior parte militari – processati per il tentato golpe fascista del 23 febbraio 1981 – quello guidato da Tejero – furono condannati a pene inferiori rispetto a quelle inflitte oggi a dirigenti politici e sociali che sì hanno disobbedito alle leggi, ma per chiamare la popolazione al voto.
La società catalana ha già fatto partire la mobilitazione con marce moltitudinarie che tra poco partiranno da diverse città della regione alla volta di Barcellona mentre sono già iniziati i blocchi stradali, le occupazioni di stazioni e caselli autostradali, le manifestazioni.
Il Sindacato degli Studenti dei Paesi Catalani ha già fatto partire la mobilitazione: a fine mattinata gli studenti raggiungeranno in corteo la centrale Plaça de Catalunya da tutti i campus e da vari punti della città.
Decine di manifestanti hanno già bloccato gli arrivi all’aeroporto di Barcellona.
Per il 18 ottobre alcuni sindacati di classe e indipendentisti hanno convocato uno sciopero generale, mandando su tutte le furie anche la Confindustria Catalana, da sempre sostenitrice dell’unità dello Stato.

La mobilitazione si svolge in un clima molto pesante. Da giorni la Catalogna è nuovamente militarizzata. Da stanotte i Mossos d’Esquadra (la “polizia autonoma” catalana) e la polizia spagnola hanno occupato alcune importanti infrastrutture – la stazione di Sants a Barcelona, la stazione dell’alta velocità di Girona, il porto di Tarragona, l’aeroporto del Prat e il Tribunal Superior de Justícia de Catalunya (TSJC) per impedire le annunciate contestazioni.
Nei giorni scorsi i vertici della Guardia Civil sono intervenuti politicamente rivendicando il loro ruolo repressivo, una sorta di “lo rifaremo” rispetto alla dura repressione messa in atto due anni fa e continuata con decine di arresti negli ultimi mesi.
A questo proposito i familiari e i compagni di Ferran Jolis, uno degli attivisti dei Comitati per la Difesa della Repubblica arrestati lo scorso 23 settembre e accusati di “terrorismo” è da allora detenuto in isolamento, al buio e senza avere ancora avuto l’opportunità di parlare col suo avvocato.

La risposta popolare

L’aeroporto  di Barcellona (nella foto, n.d.R.) invaso da migliaia di manifestanti catalani nonostante le ripetute e violente cariche della polizia che ha usato anche proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo, i gas lacrimogeni e i manganelli al contrario.
Dopo la chiusura del collegamento in metropolitana e in autobus da parte delle autorità di polizia migliaia di persone hanno raggiunto lo scalo anche a piedi, percorrendo vari chilometri. I voli cancellati sono stati quasi 150.
A Madrid invece una carovana di 1200 macchine organizzata dal coordinamento “Tsunami Democratic” anche con la collaborazione delle realtà solidali locali sta collassando le vie d’accesso all’aeroporto di Barajas

La sentenza politica del Tribunale Supremo spagnolo contro i leader politici e sociali catalani in carcere preventivo ormai da due anni ha scatenato una reazione popolare.
Stamattina in tutte le città catalane si sono tenute manifestazioni, la più grande delle quali ha coinvolto parecchie migliaia di studenti che dai campus universitari di Barcellona hanno marciato su Placa de Catalunya, unendosi a migliaia di manifestanti radunatisi precedentemente in diverse parti della capitale. Nel frattempo i Cdr insieme al coordinamento “Tsunami Democratic” hanno realizzato decine di blocchi stradali sia nelle città sia sulle autostrade e occupato i binari di alcune stazioni nonostante il vasto spiegamento preventivo delle forze di sicurezza spagnole e della cosiddetta polizia autonoma catalana.
Si segnalano i primi arresti di manifestanti in diverse località della Catalogna.

link utili:

https://www.youtube.com/watch?v=L7AIUQ0Lb2c

https://www.youtube.com/watch?v=Zb9sOLtreuI

Le piazze catalane di oggi nella foto che segue, n.d.R.), in ordine alfabetico. E non è che l’inizio. Il movimento catalano per l’autodeterminazione ha deciso di rispondere alla repressione spagnola, alla sistematica violazione dello stato di diritto, con una disobbedienza di massa non violenta ma organizzata. Le mobilitazioni – come il blocco degli aeroporti, dell’alta velocità e delle autostrade – mirano a infliggere al Regno di Spagna e alle sue classi dirigenti, all’interno delle quali c’è anche la frazione maggioritaria della borghesia catalana, un forte danno economico e di immagine.
Manifestazioni e proteste di massa si sono già svolte o sono in programma nelle prossime ore non solo nel Paese Basco ma anche in Galizia e altri territori del Regno di Spagna

 

 

 

Ataturk: il primo grande massacratore dei Kurdi, ma esaltato dall’Occidente. Ecco perché

Immagine tratta da Quantara.de
di Francesco Casula

In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di fatto legalizzarono l’etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925, 1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d’indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all’integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati “I Turchi della montagna”(1).
I libri scolastici – ancora oggi – mentre non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente “Ataturk”, ovvero “Padre dei Turchi” che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938.
Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dagli storici occidentalisti e progressisti (!) in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.
Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(2); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (3); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (4); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(5); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(6); “Creò uno Stato moderno e laico”(7); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(8); “Poté attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(9); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (10).
A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1).Alessandro Aruffo – Carmelo Adagio – Francesca Marri – Marco Ostoni – Luca Pirola – Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
2).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
3).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
4) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
5) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
6) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
7) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
8) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
9) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
10) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

Due anni fa il popolo catalano ha votato per la libertà

La violenza della polizia franchista il giorno del referendum democratico (1 ottobre 2017

di Marco Santopadre

Esattamente due anni fa, l’1 ottobre del 2017, quasi tre milioni di catalani e catalane – cioè di cittadini e cittadine della Catalogna, molti dei quali nati in altri territori dello Stato Spagnolo o del mondo – andavano alle urne per partecipare ad un referendum per l’autodeterminazione sfidando la legge, la censura, le cariche della polizia e dei militari.
Il bilancio fu di circa 1000 tra feriti e contusi.
Ma il mondo vide di che cosa è capace una “democrazia occidentale” pur di difendere i privilegi dell’oligarchia politica ed economica che la governa. Le immagini dei pestaggi, delle pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo, delle porte delle scuole sfondate a martellate dai militari ricordarono per un attimo a un’opinione pubblica europea distratta e assopita quanto di franchista conserva la civile e moderna Spagna.
Si trattò del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica degli ultimi decenni in Europa contro uno classe politica e un’istituzione, il Regno di Spagna, animato da un bieco sciovinismo nazionalista.
Più del 90% degli elettori votarono indipendenza e Repubblica, scelsero un progetto di liberazione nazionale inclusivo e aperto al mondo. Si aspettavano il sostegno dell’Unione Europea e della “comunità internazionale”, che invece concessero carta bianca a Mariano Rajoy e alla repressione: il “diritto all’autodeterminazione” tanto fortemente difeso da Bruxelles al di là dell’ex cortina di ferro improvvisamente non valeva più all’interno dei confini della Fortezza Europa.
Occhi chiusi e bocche cucite, quindi, di fronte alla conculcazione dei più elementari diritti democratici e civili da parte dello Stato Spagnolo, e al fatto che le prigioni di Madrid si siano riempite nel frattempo di decine di prigionieri politici catalani, che si vanno ad aggiungere a quelli baschi e a quelli galiziani e agli attivisti condannati per aver partecipato a mobilitazioni contro l’austerità o il fascismo.
A due anni di distanza la lotta del popolo catalano continua. Una lotta di liberazione nazionale, in primo luogo, ma anche sociale, che buona parte della sinistra internazionale si ostina a non vedere, a non riconoscere, schierandosi – che lo faccia in maniera cosciente o meno poco importa – dalla parte dello status quo e del conformismo.

Eraclito, l’ambiente e il cambiamento climatico

Immagine tratta da Global Project

 

di Francesco Casula

Il filosofo Eraclito di Efeso, gran teorico del “Πάντα ρει” (tutto scorre), ovvero dell’incessante fluire e divenire delle cose, nella sua concezione relativistica, salvava un unico valore, considerato assoluto, stabile e perenne: l’ambiente. Occorre prendere atto, che a più di 2.500 anni di distanza, l’intuizione e l’avvertimento del filosofo greco nell’intero Pianeta, sono stati fortemente disattesi. Il cambiamento climatico ne è il frutto più pericoloso e nefasto per l’intero ecosistema. Esso è la manifestazione più lampante, che può portarci – se non si cambia radicalmente rotta – alla catastrofe planetaria. E che comunque già oggi, con la modifica del clima, con la devastazione della natura, dissestando e consumando e inquinando il territorio, si producono danni profondi agli ecosistemi, la salute e la vita stessa della popolazione. Esso è il frutto delle dissennate politiche e scelte degli uomini e non un risultato di un qualche destino naturale nemico e baro. E’ il frutto di uno sviluppo industrialista e neoliberista, tutto giocato sullo sfruttamento spietato della natura, del territorio, delle materie prime e delle risorse naturali, teso esclusivamente a produrre merci finalizzate alla realizzazione di un profitto e di un consumo immediato. E’ il frutto di una vera e propria follia: dell’illusione di uno sviluppo infinito in un sistema finito di risorse (la nostra terra). Addirittura di una crescita geometrica assolutamente incompatibile con la natura, che può portarci al collasso e alla morte. A fronte di una crisi di tale dimensione, senza un salto evolutivo, l’uomo sapiens non ce la farà. Perduto il contatto con la natura e l’unità del Cosmo, abbiamo costruito una civilizzazione che porta all’autodistruzione. Apocalittico? Vorrei pensarlo. E vorrei credere ai trombettieri delle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo e della globalizzazione, dello sviluppismo industrialista e produttivista, senza limiti. Occorre invece essere consapevoli che l’ambiente è una risorsa, limitata e irriproducibile. Di qui la necessità di difenderlo con le unghie e con i denti e di conservarlo, valorizzandolo e non semplicemente sfruttandolo e divorandolo. Esso è l’habitat la cui qualità non è un lusso – magari per pochi esteti – ma la necessità stessa per sopravvivere. Ed il territorio deve essere certo utilizzato anche come supporto di attività turistiche, economiche e produttive ma nel rigoroso rispetto e della salvaguardia del nostro complesso sistema di identità ambientali, paesaggistiche, geografiche, etno-storiche, culturali e linguistiche. Parlo dell’intero Pianeta: perché oggi il problema è planetario. Ma parlo soprattutto di noi: perché “de te fabula, narratur”, Sardegna.

Catalogna: per la grande stampa non è successo niente

Immagine presa dal sito del giornale catalano La Vanguardia

 

di Marco Santopadre

Ci risiamo. Anche quest’anno i media hanno bucato o trattato con estrema sufficienza l’enorme manifestazione popolare che a Barcellona, l’11 settembre, ha rivendicato l’indipendenza della Catalogna dal Regno di Spagna.
Eppure in occasione della Diada sono scese in piazza ben 600 mila persone, quasi il dieci per cento della popolazione catalana, rivendicando il pieno esercizio del diritto all’autodeterminazione e la fine della repressione da parte del governo spagnolo, che tiene in prigione da due anni e processa decine di ex deputati e dirigenti politici e sociali passibili di una condanna a pene draconiane per motivi esclusivamente politici.
Non merita forse una prima pagina un evento del genere? Non merita attenzione e dibattito l’esistenza nell’Unione Europea del 2019 di decine di prigionieri politici e di coscienza? Oppure la cosa diventa interessante solo se a conculcare i fondamentali diritti politici e civili sono Stati extraeuropei, meglio ancora se invisi alle “democrazie occidentali”?
Se a Madrid scendessero in piazza quattro milioni di persone o a Roma sei milioni di manifestanti, la stampa tratterebbe la cosa con altrettanta distrazione o con lo sguardo eminentemente folkloristico che ha caratterizzato le poche cronache pubblicate dai quotidiani italiani?
Di nuovo, come negli scorsi anni, questo atteggiamento dei media ha impedito all’opinione pubblica di farsi un’idea più precisa, di informarsi su una vicenda che ha una forte profondità storica e che due anni fa portò milioni di catalani a dar vita al più grande atto di disobbedienza politica e civile verificatosi in Europa negli ultimi decenni, il referendum del Primo Ottobre 2017.
Quell’evento, di portata storica, ha fatto letteralmente irruzione nei media mainstream – dopo che le immagini delle feroci cariche dei militari e dei poliziotti spagnoli contro i cittadini inermi in fila ai seggi per votare e per difendere le urne avevano ampiamente fatto già il giro del mondo sui social – risvegliando per un attimo un’opinione pubblica completamente digiuna.

In quei giorni mi sono più volte domandato cosa potesse comprendere una persona anche mediamente informata di quanto accadeva a Barcellona senza aver avuto a disposizione, negli anni precedenti, una corretta e costante informazione sui protagonisti individuali e collettivi della sfida catalana, sui contenuti e gli obiettivi della mobilitazione, sulla posta in gioco. Non è un caso che anche le apparentemente minuziose cronache del settembre e dell’ottobre del 2017 fossero accompagnate da commenti e analisi estremamente improvvisate, che ricalcavano – quando non erano frutto di un becero copia/incolla dalle agenzie di stampa di Madrid – il punto di vista del nazionalismo spagnolo più reazionario che paradossalmente additava gli indipendentisti catalani quali “estremisti”, “nazionalisti” e “golpisti”.
Nel commento – i media progressisti non hanno rappresentato un’eccezione – sono prevalse le generalizzazioni e le banalizzazioni, come i ricorrenti richiami alla “tragedia Jugoslava” e alle presunte similitudini con il leghismo nostrano, nonostante gran parte dell’alta borghesia catalana fosse schierata contro l’indipendenza e a favore del ristabilimento dell’ordine.
Sono stati davvero pochi coloro che si sono presi la briga di indagare la genesi, le caratteristiche, l’evoluzione e il contenuto ideale e programmatico di un movimento variegato e complesso che ha messo seriamente in crisi il Regno di Spagna e l’Unione Europea tutta.
Un vuoto di informazione ed analisi che ho tentato di contribuire a colmare pubblicando il libro “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” (Pgreco) con l’obiettivo di aprire un dibattito sulla questione nazionale e in particolare sul “problema catalano” – in realtà il “problema spagnolo”, cioè di uno Stato incompiuto la cui legittimazione viene da sempre perseguita in forme aggressiva – che nei nostri territori non si è mai realmente sviluppato.
Anche quest’anno, le poche righe di analisi che hanno accompagnato le scarne cronache delle manifestazioni in occasione della festa nazionale catalana, hanno evidenziato il calo di partecipazione rispetto agli anni scorsi.
E’ oggettivo che l’11 settembre ci fosse meno gente in piazza rispetto ad un anno fa, ma sarebbe interessante indagare le ragioni di questo parziale riflusso. La divisione tra i due principali partiti dello schieramento sovranista catalano – il sovranismo vero, quello che rivendica la sovranità popolare, la democrazia e la libertà di decidere il proprio futuro, non il nazionalismo sciovinista per lo più di stato sotto mentite spoglie – non è sufficiente a spiegare la diminuita mobilitazione della base popolare indipendentista, che comunque sarà di nuovo massicciamente in piazza tra poche settimane quando i tribunali speciali di Madrid, ereditati dal franchismo, emetteranno le loro sentenze politiche.
Gli indipendentisti catalani oggi si chiedono quale sia la via più corretta verso l’indipendenza, e se questa corrisponda alla strada più rapida. E ci si divide quindi sull’opportunità di sostenere un governo spagnolo del PSOE che potrebbe aprire alcuni spiragli ad un ridisegno federale delle istituzioni del Regno (la storia di quel paese ci dice che si tratta di un abbaglio, di una pia illusione) o se invece non sia il caso di continuare sulla strada dell’unilateralità e della disobbedienza nei confronti delle leggi di Madrid. Ci si domanda anche quanto possa essere egemonica una battaglia che per ora non riesce a convincere quasi metà della popolazione della Catalogna, per ideologia, paura o convenienza ancora aggrappata all’attuale status quo.
Ci si chiede anche quale sia l’efficacia di una mobilitazione e prettamente simbolica basata esclusivamente sui grandi numeri che però non riesce a scalfire il muro rappresentato da uno stato sciovinista e antidemocratico, sostenuto da un’Unione Europea blindata e nemica giurata delle rivendicazioni popolari, siano esse per l’autodeterminazione o per l’ampliamento dei diritti sociali e collettivi.

Sono domande che sarebbe bene ci ponessimo anche noi, risvegliandoci da un torpore che dura ormai da troppo tempo.