Catalogna: dalla sentenza politica allo tsunami democratico

Lo Tsunami Democratico catalano che invade le autostrade in prossimità dei principali aeroporti della catalogna e anche di Madrid
di Marco Santopadre

Il Tribunale Supremo di Madrid, al termine di un processo farsa iniziato a febbraio, ha condannato oggi all’unanimità e con sentenza inappellabile a pene tra i 9 e i 13 anni di reclusione i nove leader e politici sociali catalani arrestati dopo il referendum per l’autodeterminazione del 1° ottobre 2017.
Incredibilmente, già sabato molti media spagnoli anticipavano la decisione dei giudici prima che la sentenza fosse resa nota.
I leader catalani sono stati ritenuti colpevoli – da una corte di nomina politica, supportata dal partito neofranchista Vox in veste di Parte Civile (“Accusa popolare”) – dei reati di “sedizione” – avrebbero guidato una “sollevazione pubblica e violenta allo scopo di sovvertire l’ordine – e alcuni anche di quello di “malversazione di fondi”: secondo i giudici è “provato” l’uso della violenza da parte degli indipendentisti, anche se l’unica violenza messa in campo in questi ultimi due anni è stata quella delle forze di sicurezza spagnole.
Escluso invece il reato di “ribellione”, ma resta la natura politica della sentenza emessa mentre a Madrid governa il Partito Socialista e durante la campagna elettorale per il voto anticipato del 10 novembre.
Tra i condannati l’ex vicepremier catalano Oriol Junqueras, l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell e i leader di due grandi associazioni di massa (rispettivamente Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural), Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, tutti detenuti ormai da quasi due anni.
Altri tre imputati sono stati condannati a pesanti multe e all’inabilitazione dai pubblici uffici.
Nei confronti dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, riparato in Belgio, il giudice Llarena ha riattivato l’ordine di cattura europeo spiccato in passato e poi sospeso.
La maggior parte dei 33 imputati – per la maggior parte militari – processati per il tentato golpe fascista del 23 febbraio 1981 – quello guidato da Tejero – furono condannati a pene inferiori rispetto a quelle inflitte oggi a dirigenti politici e sociali che sì hanno disobbedito alle leggi, ma per chiamare la popolazione al voto.
La società catalana ha già fatto partire la mobilitazione con marce moltitudinarie che tra poco partiranno da diverse città della regione alla volta di Barcellona mentre sono già iniziati i blocchi stradali, le occupazioni di stazioni e caselli autostradali, le manifestazioni.
Il Sindacato degli Studenti dei Paesi Catalani ha già fatto partire la mobilitazione: a fine mattinata gli studenti raggiungeranno in corteo la centrale Plaça de Catalunya da tutti i campus e da vari punti della città.
Decine di manifestanti hanno già bloccato gli arrivi all’aeroporto di Barcellona.
Per il 18 ottobre alcuni sindacati di classe e indipendentisti hanno convocato uno sciopero generale, mandando su tutte le furie anche la Confindustria Catalana, da sempre sostenitrice dell’unità dello Stato.

La mobilitazione si svolge in un clima molto pesante. Da giorni la Catalogna è nuovamente militarizzata. Da stanotte i Mossos d’Esquadra (la “polizia autonoma” catalana) e la polizia spagnola hanno occupato alcune importanti infrastrutture – la stazione di Sants a Barcelona, la stazione dell’alta velocità di Girona, il porto di Tarragona, l’aeroporto del Prat e il Tribunal Superior de Justícia de Catalunya (TSJC) per impedire le annunciate contestazioni.
Nei giorni scorsi i vertici della Guardia Civil sono intervenuti politicamente rivendicando il loro ruolo repressivo, una sorta di “lo rifaremo” rispetto alla dura repressione messa in atto due anni fa e continuata con decine di arresti negli ultimi mesi.
A questo proposito i familiari e i compagni di Ferran Jolis, uno degli attivisti dei Comitati per la Difesa della Repubblica arrestati lo scorso 23 settembre e accusati di “terrorismo” è da allora detenuto in isolamento, al buio e senza avere ancora avuto l’opportunità di parlare col suo avvocato.

La risposta popolare

L’aeroporto  di Barcellona (nella foto, n.d.R.) invaso da migliaia di manifestanti catalani nonostante le ripetute e violente cariche della polizia che ha usato anche proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo, i gas lacrimogeni e i manganelli al contrario.
Dopo la chiusura del collegamento in metropolitana e in autobus da parte delle autorità di polizia migliaia di persone hanno raggiunto lo scalo anche a piedi, percorrendo vari chilometri. I voli cancellati sono stati quasi 150.
A Madrid invece una carovana di 1200 macchine organizzata dal coordinamento “Tsunami Democratic” anche con la collaborazione delle realtà solidali locali sta collassando le vie d’accesso all’aeroporto di Barajas

La sentenza politica del Tribunale Supremo spagnolo contro i leader politici e sociali catalani in carcere preventivo ormai da due anni ha scatenato una reazione popolare.
Stamattina in tutte le città catalane si sono tenute manifestazioni, la più grande delle quali ha coinvolto parecchie migliaia di studenti che dai campus universitari di Barcellona hanno marciato su Placa de Catalunya, unendosi a migliaia di manifestanti radunatisi precedentemente in diverse parti della capitale. Nel frattempo i Cdr insieme al coordinamento “Tsunami Democratic” hanno realizzato decine di blocchi stradali sia nelle città sia sulle autostrade e occupato i binari di alcune stazioni nonostante il vasto spiegamento preventivo delle forze di sicurezza spagnole e della cosiddetta polizia autonoma catalana.
Si segnalano i primi arresti di manifestanti in diverse località della Catalogna.

link utili:

https://www.youtube.com/watch?v=L7AIUQ0Lb2c

https://www.youtube.com/watch?v=Zb9sOLtreuI

Le piazze catalane di oggi nella foto che segue, n.d.R.), in ordine alfabetico. E non è che l’inizio. Il movimento catalano per l’autodeterminazione ha deciso di rispondere alla repressione spagnola, alla sistematica violazione dello stato di diritto, con una disobbedienza di massa non violenta ma organizzata. Le mobilitazioni – come il blocco degli aeroporti, dell’alta velocità e delle autostrade – mirano a infliggere al Regno di Spagna e alle sue classi dirigenti, all’interno delle quali c’è anche la frazione maggioritaria della borghesia catalana, un forte danno economico e di immagine.
Manifestazioni e proteste di massa si sono già svolte o sono in programma nelle prossime ore non solo nel Paese Basco ma anche in Galizia e altri territori del Regno di Spagna

 

 

 

Ataturk: il primo grande massacratore dei Kurdi, ma esaltato dall’Occidente. Ecco perché

Immagine tratta da Quantara.de
di Francesco Casula

In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di fatto legalizzarono l’etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925, 1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d’indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all’integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati “I Turchi della montagna”(1).
I libri scolastici – ancora oggi – mentre non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente “Ataturk”, ovvero “Padre dei Turchi” che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938.
Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dagli storici occidentalisti e progressisti (!) in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.
Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(2); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (3); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (4); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(5); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(6); “Creò uno Stato moderno e laico”(7); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(8); “Poté attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(9); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (10).
A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1).Alessandro Aruffo – Carmelo Adagio – Francesca Marri – Marco Ostoni – Luca Pirola – Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
2).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
3).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
4) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
5) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
6) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
7) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
8) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
9) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
10) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

Due anni fa il popolo catalano ha votato per la libertà

La violenza della polizia franchista il giorno del referendum democratico (1 ottobre 2017

di Marco Santopadre

Esattamente due anni fa, l’1 ottobre del 2017, quasi tre milioni di catalani e catalane – cioè di cittadini e cittadine della Catalogna, molti dei quali nati in altri territori dello Stato Spagnolo o del mondo – andavano alle urne per partecipare ad un referendum per l’autodeterminazione sfidando la legge, la censura, le cariche della polizia e dei militari.
Il bilancio fu di circa 1000 tra feriti e contusi.
Ma il mondo vide di che cosa è capace una “democrazia occidentale” pur di difendere i privilegi dell’oligarchia politica ed economica che la governa. Le immagini dei pestaggi, delle pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo, delle porte delle scuole sfondate a martellate dai militari ricordarono per un attimo a un’opinione pubblica europea distratta e assopita quanto di franchista conserva la civile e moderna Spagna.
Si trattò del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica degli ultimi decenni in Europa contro uno classe politica e un’istituzione, il Regno di Spagna, animato da un bieco sciovinismo nazionalista.
Più del 90% degli elettori votarono indipendenza e Repubblica, scelsero un progetto di liberazione nazionale inclusivo e aperto al mondo. Si aspettavano il sostegno dell’Unione Europea e della “comunità internazionale”, che invece concessero carta bianca a Mariano Rajoy e alla repressione: il “diritto all’autodeterminazione” tanto fortemente difeso da Bruxelles al di là dell’ex cortina di ferro improvvisamente non valeva più all’interno dei confini della Fortezza Europa.
Occhi chiusi e bocche cucite, quindi, di fronte alla conculcazione dei più elementari diritti democratici e civili da parte dello Stato Spagnolo, e al fatto che le prigioni di Madrid si siano riempite nel frattempo di decine di prigionieri politici catalani, che si vanno ad aggiungere a quelli baschi e a quelli galiziani e agli attivisti condannati per aver partecipato a mobilitazioni contro l’austerità o il fascismo.
A due anni di distanza la lotta del popolo catalano continua. Una lotta di liberazione nazionale, in primo luogo, ma anche sociale, che buona parte della sinistra internazionale si ostina a non vedere, a non riconoscere, schierandosi – che lo faccia in maniera cosciente o meno poco importa – dalla parte dello status quo e del conformismo.

Eraclito, l’ambiente e il cambiamento climatico

Immagine tratta da Global Project

 

di Francesco Casula

Il filosofo Eraclito di Efeso, gran teorico del “Πάντα ρει” (tutto scorre), ovvero dell’incessante fluire e divenire delle cose, nella sua concezione relativistica, salvava un unico valore, considerato assoluto, stabile e perenne: l’ambiente. Occorre prendere atto, che a più di 2.500 anni di distanza, l’intuizione e l’avvertimento del filosofo greco nell’intero Pianeta, sono stati fortemente disattesi. Il cambiamento climatico ne è il frutto più pericoloso e nefasto per l’intero ecosistema. Esso è la manifestazione più lampante, che può portarci – se non si cambia radicalmente rotta – alla catastrofe planetaria. E che comunque già oggi, con la modifica del clima, con la devastazione della natura, dissestando e consumando e inquinando il territorio, si producono danni profondi agli ecosistemi, la salute e la vita stessa della popolazione. Esso è il frutto delle dissennate politiche e scelte degli uomini e non un risultato di un qualche destino naturale nemico e baro. E’ il frutto di uno sviluppo industrialista e neoliberista, tutto giocato sullo sfruttamento spietato della natura, del territorio, delle materie prime e delle risorse naturali, teso esclusivamente a produrre merci finalizzate alla realizzazione di un profitto e di un consumo immediato. E’ il frutto di una vera e propria follia: dell’illusione di uno sviluppo infinito in un sistema finito di risorse (la nostra terra). Addirittura di una crescita geometrica assolutamente incompatibile con la natura, che può portarci al collasso e alla morte. A fronte di una crisi di tale dimensione, senza un salto evolutivo, l’uomo sapiens non ce la farà. Perduto il contatto con la natura e l’unità del Cosmo, abbiamo costruito una civilizzazione che porta all’autodistruzione. Apocalittico? Vorrei pensarlo. E vorrei credere ai trombettieri delle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo e della globalizzazione, dello sviluppismo industrialista e produttivista, senza limiti. Occorre invece essere consapevoli che l’ambiente è una risorsa, limitata e irriproducibile. Di qui la necessità di difenderlo con le unghie e con i denti e di conservarlo, valorizzandolo e non semplicemente sfruttandolo e divorandolo. Esso è l’habitat la cui qualità non è un lusso – magari per pochi esteti – ma la necessità stessa per sopravvivere. Ed il territorio deve essere certo utilizzato anche come supporto di attività turistiche, economiche e produttive ma nel rigoroso rispetto e della salvaguardia del nostro complesso sistema di identità ambientali, paesaggistiche, geografiche, etno-storiche, culturali e linguistiche. Parlo dell’intero Pianeta: perché oggi il problema è planetario. Ma parlo soprattutto di noi: perché “de te fabula, narratur”, Sardegna.

Catalogna: per la grande stampa non è successo niente

Immagine presa dal sito del giornale catalano La Vanguardia

 

di Marco Santopadre

Ci risiamo. Anche quest’anno i media hanno bucato o trattato con estrema sufficienza l’enorme manifestazione popolare che a Barcellona, l’11 settembre, ha rivendicato l’indipendenza della Catalogna dal Regno di Spagna.
Eppure in occasione della Diada sono scese in piazza ben 600 mila persone, quasi il dieci per cento della popolazione catalana, rivendicando il pieno esercizio del diritto all’autodeterminazione e la fine della repressione da parte del governo spagnolo, che tiene in prigione da due anni e processa decine di ex deputati e dirigenti politici e sociali passibili di una condanna a pene draconiane per motivi esclusivamente politici.
Non merita forse una prima pagina un evento del genere? Non merita attenzione e dibattito l’esistenza nell’Unione Europea del 2019 di decine di prigionieri politici e di coscienza? Oppure la cosa diventa interessante solo se a conculcare i fondamentali diritti politici e civili sono Stati extraeuropei, meglio ancora se invisi alle “democrazie occidentali”?
Se a Madrid scendessero in piazza quattro milioni di persone o a Roma sei milioni di manifestanti, la stampa tratterebbe la cosa con altrettanta distrazione o con lo sguardo eminentemente folkloristico che ha caratterizzato le poche cronache pubblicate dai quotidiani italiani?
Di nuovo, come negli scorsi anni, questo atteggiamento dei media ha impedito all’opinione pubblica di farsi un’idea più precisa, di informarsi su una vicenda che ha una forte profondità storica e che due anni fa portò milioni di catalani a dar vita al più grande atto di disobbedienza politica e civile verificatosi in Europa negli ultimi decenni, il referendum del Primo Ottobre 2017.
Quell’evento, di portata storica, ha fatto letteralmente irruzione nei media mainstream – dopo che le immagini delle feroci cariche dei militari e dei poliziotti spagnoli contro i cittadini inermi in fila ai seggi per votare e per difendere le urne avevano ampiamente fatto già il giro del mondo sui social – risvegliando per un attimo un’opinione pubblica completamente digiuna.

In quei giorni mi sono più volte domandato cosa potesse comprendere una persona anche mediamente informata di quanto accadeva a Barcellona senza aver avuto a disposizione, negli anni precedenti, una corretta e costante informazione sui protagonisti individuali e collettivi della sfida catalana, sui contenuti e gli obiettivi della mobilitazione, sulla posta in gioco. Non è un caso che anche le apparentemente minuziose cronache del settembre e dell’ottobre del 2017 fossero accompagnate da commenti e analisi estremamente improvvisate, che ricalcavano – quando non erano frutto di un becero copia/incolla dalle agenzie di stampa di Madrid – il punto di vista del nazionalismo spagnolo più reazionario che paradossalmente additava gli indipendentisti catalani quali “estremisti”, “nazionalisti” e “golpisti”.
Nel commento – i media progressisti non hanno rappresentato un’eccezione – sono prevalse le generalizzazioni e le banalizzazioni, come i ricorrenti richiami alla “tragedia Jugoslava” e alle presunte similitudini con il leghismo nostrano, nonostante gran parte dell’alta borghesia catalana fosse schierata contro l’indipendenza e a favore del ristabilimento dell’ordine.
Sono stati davvero pochi coloro che si sono presi la briga di indagare la genesi, le caratteristiche, l’evoluzione e il contenuto ideale e programmatico di un movimento variegato e complesso che ha messo seriamente in crisi il Regno di Spagna e l’Unione Europea tutta.
Un vuoto di informazione ed analisi che ho tentato di contribuire a colmare pubblicando il libro “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” (Pgreco) con l’obiettivo di aprire un dibattito sulla questione nazionale e in particolare sul “problema catalano” – in realtà il “problema spagnolo”, cioè di uno Stato incompiuto la cui legittimazione viene da sempre perseguita in forme aggressiva – che nei nostri territori non si è mai realmente sviluppato.
Anche quest’anno, le poche righe di analisi che hanno accompagnato le scarne cronache delle manifestazioni in occasione della festa nazionale catalana, hanno evidenziato il calo di partecipazione rispetto agli anni scorsi.
E’ oggettivo che l’11 settembre ci fosse meno gente in piazza rispetto ad un anno fa, ma sarebbe interessante indagare le ragioni di questo parziale riflusso. La divisione tra i due principali partiti dello schieramento sovranista catalano – il sovranismo vero, quello che rivendica la sovranità popolare, la democrazia e la libertà di decidere il proprio futuro, non il nazionalismo sciovinista per lo più di stato sotto mentite spoglie – non è sufficiente a spiegare la diminuita mobilitazione della base popolare indipendentista, che comunque sarà di nuovo massicciamente in piazza tra poche settimane quando i tribunali speciali di Madrid, ereditati dal franchismo, emetteranno le loro sentenze politiche.
Gli indipendentisti catalani oggi si chiedono quale sia la via più corretta verso l’indipendenza, e se questa corrisponda alla strada più rapida. E ci si divide quindi sull’opportunità di sostenere un governo spagnolo del PSOE che potrebbe aprire alcuni spiragli ad un ridisegno federale delle istituzioni del Regno (la storia di quel paese ci dice che si tratta di un abbaglio, di una pia illusione) o se invece non sia il caso di continuare sulla strada dell’unilateralità e della disobbedienza nei confronti delle leggi di Madrid. Ci si domanda anche quanto possa essere egemonica una battaglia che per ora non riesce a convincere quasi metà della popolazione della Catalogna, per ideologia, paura o convenienza ancora aggrappata all’attuale status quo.
Ci si chiede anche quale sia l’efficacia di una mobilitazione e prettamente simbolica basata esclusivamente sui grandi numeri che però non riesce a scalfire il muro rappresentato da uno stato sciovinista e antidemocratico, sostenuto da un’Unione Europea blindata e nemica giurata delle rivendicazioni popolari, siano esse per l’autodeterminazione o per l’ampliamento dei diritti sociali e collettivi.

Sono domande che sarebbe bene ci ponessimo anche noi, risvegliandoci da un torpore che dura ormai da troppo tempo.

Le infamie dei Savoia e noi

L’infame Re Savoia Vittorio Emanuele III detto “Sciaboletta”

di Francesco Casula

9 settembre 1943: la fuga ingloriosa Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) si macchiò, indelebilmente e ignominiosamente di ben 5 infamie, con conseguenze devastanti per la Sardegna e l’Italia intera.

1.La partecipazione alla 1° Guerra mondiale, caldeggiata dal suddetto tiranno sabaudo. La Sardegna, alla fine del conflitto, avrebbe contato ben 13.602 morti . Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

2. Il fascismo: fu lui a nominare capo del Governo Mussolini.

3. La firma delle leggi razziali.

4. La seconda Guerra mondiale.

5. L’Olocausto: ad iniziare da quello sardo.

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti. Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, – non esistendo più una unità di comando e di direzione – essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato. Ne ricordo alcuni, tre che ebbero la fortuna di rientrare dopo la tragedia dei lager: -GIUSEPPE SASSU, di Bolotana. Padre dell’amico Damiano Sassu. Nato il 6 aprile del 1919 verrà chiamato al servizio militare nel 1939 proprio il giorno del suo ventesimo compleanno. Nel 1943 (si trovava nel fronte greco) verrà internato nei campi di concentramento. Fortunatamente, finita la guerra, dopo due anni e mezzo di internamento nei campi di concentramento nazisti,ritornerà in Sardegna e nella sua Bolotana dai lager di a Norimberga, alla fine del 1945: pesava 38 kg , quando partì pesava 60. Nel novembre del 1946 si arruolò in Polizia e rimase fino all’età di 58 anni. Morirà a Cagliari il 13 agosto del 1989. MODESTO MELIS, di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. La sua esperienza sarà raccontata in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. Muore a 97 anni il 9 gennaio del 1987. SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici. Uno che invece morì in un campo di concentramento dell’attuale Repubblica Ceca: si tratta di COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto

Luana Farina: «Attenzione agli ambientalisti colonialisti!»

di Luana Farina (portavoce di Caminera Noa)

Spesso abbiamo condiviso coi movimenti ambientalisti sardi tante battaglie a difesa e a tutela del paesaggio e della stessa terra di Sardegna. Abbiamo collaborato inoltre con gli ambientalisti per le battaglie contro le speculazioni energetiche e contro i siti inquinanti e per le bonifiche delle aree interessate dall’attività passata o presente di siti industriali altamente inquinanti. Questo è accaduto anche con il Gruppo di Intervento Giuridico che ha fatto tante battaglie giuste e condivisibili in difesa della Sardegna da mere opere di speculazione.
Ma ambientalismo non sempre è sinonimo di libertà e autodeterminazione, come nel caso del recente comunicato Niente “pieni poteri” sul paesaggio e il territorio della Sardegna!
Pur capendo l’allarme lanciato per mettere all’erta dalle intenzioni di speculazioni edilizia che la destra sarda ha sempre sbandierato come un cavallo di battaglia spacciandola per sviluppo, riteniamo avventata e assolutamente non condivisibile la seguente dichiarazione:
“Hanno anche detto chiaramente che intendono acquisire la competenza piena in materia di tutela del paesaggio e regionalizzare le Soprintendenze per archeologia, belle arti e paesaggio sarde mediante una norma di attuazione dello statuto speciale per la Sardegna che innovi l’art. 57 del D.P.R. n. 348/1979, che assegna – al pari delle altre regioni (con esclusione della Sicilia) – la delega (non il trasferimento) delle competenze in tema di tutela del paesaggio.
Vogliono – evidentemente sulla scorta del nume tutelare leghista Salvini e delle proposte di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna sulla c.d. autonomia differenziata – i pieni poteri sul paesaggio e il territorio sardo.
Ma anche no.”
Caminera Noa, al contrario, sostiene la battaglia per le competenze proprio in materia dei beni archeologici e delle belle arti. Infatti ad oggi il patrimonio archeologico e artistico sardo – è completamente lasciato in abbandono e la responsabilità è soprattutto delle Soprintendenze dello stato centralista italiano che evidentemente considera il nostro patrimonio culturale alla stregua di una montagna di mondezza.
Solo per fare alcuni esempi in Sardegna circa otto mila torri nuragiche sono abbandonate a se stesse e non solo alla furia predatrice dei tombaroli, ma anche alla distruzione dei nuraghi situati nelle zone militarizzate, dovesi svolgono le esercitazioni. Non è un caso che centinaia di reperti archeologici sardi siano venduti sui diversi siti di acquisto online senza che nessuno faccia nulla.
Un caso parimenti eclatante è l’insieme della statuaria di Mont’e Prama che detiene un primato davvero rilevante essendo le statue più antiche del mar Mediterraneo occidentale. Questo sito versa in stato di completo abbandono.

Caminera Noa si rivolge agli amici del Gruppo d’Intervento Giuridico perché proseguano la loro preziosa attività di studio e denuncia contraria alla speculazione edilizia, ma abbandonino il fanatismo centralista e avverso ad ogni pratica di autodeterminazione del Popolo Sardo, perché questo centralismo è antistorico, inopportuno e soprattutto complice dei crimini compiuti dallo Stato italiano verso i beni materiali e immateriali della civiltà dei sardi.
Caminera Noa allo stesso tempo chiede alla Regione Sardegna di esercitare pienamente i sui poteri autonomistici, cosa che appunto non ha mai fatto e continua a non fare. La RAS infatti, pur avendo competenza primaria in materia di Beni Paesaggistici e Beni Culturali, compresa la Lingua Sarda, per la quale dal 2018 non è stata però rifinanziata la L.R. 7 agosto 2009 n. 3, art. 9, comma 10, lett. b), Sperimentazione, nelle scuole di ogni ordine e grado, dell’insegnamento e dell’utilizzo veicolare della lingua sarda in orario curricolare, non ha saputo o voluto esercitare a pieno questa sua competenza!

 

Folklore da discount per una Sardegna a misura di turista da social

Immagine tratta da Vistanet.it

di Fabio Solinas

L’estate in Sardegna non fa solo rima con sole, mare e vacanze, ma troppo spesso fa rima con disservizi, gap tecnologico e folklore da discount.

Ormai con i social network e con Trip Advisor è facile pubblicizzare le attività commerciali e i vari servizi da esse offerti ma è altrettanto facile imbattersi nelle temute recensioni negative dei consumatori finali.

Scopriamo allora che il titolare del bar sotto casa ha il vizietto di spennare i turisti facendo pagare 5 euro per un caffè e una mezza gasata, che in molti ristoranti non è possibile pagare con la carta perché secondo i gestori il pos non è economicamente sostenibile, che trovare un punto di ristoro con il wi-fi gratuito poi è un’impresa.

Dall’altra c’è tutta una serie di eventi creati dal nulla, che svendono l’immagine della Sardegna dando l’idea che si possa avere tutto e subito, dalla cultura all’enogastronomia in nome un turismo mordi e fuggi che tanto piace non solo ai gestori di attività commerciali ma anche a molti amministratori locali. Quante volte ci capita di leggere di sagre improbabili, create per vendere qualsiasi prodotto in qualsiasi periodo dell’anno? Ahimè troppo spesso! Del resto è facile creare un evento low cost – low quality: basta dare il nome in sardo all’evento, programmare una sfilata delle maschere tradizionali ed ecco che ad agosto nasce “Sa festa de sas casadinas”, dolce tipico del periodo primaverile.

Assistiamo sempre di più non solo alla destagionalizzazione dei prodotti enogastronomici ma anche alla delocalizzazione delle maschere tradizionali, tipiche di una determinata realtà della Sardegna e di un determinato periodo dell’anno: il carnevale.

Tutto questo guazzabuglio si sposa bene con l’idea che molti vacanzieri continentali hanno della Sardegna: un nonsoché di esotico, di ancestrale, di esclusivo che unito alle spiagge candide, all’acqua cristallina e al mangiar bene rendono l’Isola meta di vacanze perfette.

Attenzione però, perché se qualcosa va storto saranno i primi a lamentarsi sui social e a confezionare recensioni negative in grado di trasformare un dignitoso 3 stelle nella peggior bettola.

Credo che dal punto di vista turistico la Sardegna abbia anche altri problemi quali, per esempio, il caro traghetti, la poca disponibilità di collegamenti aerei e la quasi totale assenza di trasporti pubblici e servizi che altrove sono la norma: parlo di aree camper, bagni chimici, cartelli con indicazioni stradali.

Condiscono il tutto i soliti luoghi comuni sull’arretratezza culturale della Sardegna, la leggenda metropolitana sui sardi che usano ancora gli asini come mezzo di trasporto e su quanto la Sardegna sia “wild”, vergine e terra di conquiste.

Il resto lo sappiamo fare bene da soli: porceddu, seade, formaggelle e vermentino a fiumi, spiagge che attirano i colonizzatori estivi che, solo perché pagano il parcheggio, credono di potersi portar via un sacchetto di sabbia.

Manu Invisible: arte o propaganda coloniale?

Uno dei meme che sta impazzando sui social che criticano la “commissione” della famosa raffineria dei Moratti al’artista sardo Manu Invisible dopo l’articolo di denuncia pubblicato da Pesa Sardigna.

Come redazione di Pesa Sardigna abbiamo ospitato un contributo di un noto writer sardo (chiamato qui Writer Sardo) sulla commissione all’artista Manu invisibile alla Saras. L’articolo ha fatto discutere molto ed è diventato presto virale. Sono perfino arrivate delle risposte di protesta pubblicate su alcuni giornali on line. Il rapporto cultura / potere ha sempre fatto discutere e chi si indigna oggi dovrebbe sapere che non si tratta di una questione liquidabile con la semplice valutazione positiva della portata estetica di un artista, altrimenti  – solo per fare un esempio – J.P. Sartre non avrebbe rifiutato il Nobel. 

Siccome in una terra coloniale come la Sardegna dove le multinazionali fanno il bello e il cattivo tempo permettendosi anche di assoldare famosi artisti per opere di Greenwashing (neologismo che indica la strategia di comunicazione di diverse aziende e corporations finalizzate a costruire un’immagine positiva nascondendo gli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle proprie attività), abbiamo ritenuto opportuno lanciare questo dibattito. 

Siamo contenti che anche i ragazzi  Fridayforfuture siano intervenuti con un post sulla loro pagina fb rivolgendosi direttamente all’artista sardo e rivolgendogli una domanda che riteniamo molto importante:

Ciao Manu,

Siamo i ragazzi di Fridays For Future, I giovani ispirati dalla sedicenne svedese Greta Thunberg che ogni venerdì scioperano per il clima e che, solo in Sardegna, hanno portato quasi 7000 studenti in piazza.

Siamo quei ragazzi che da mesi si impegnano per il proprio futuro, e oggi ti scriviamo perché vogliamo parlarti di una parola nuova ma sempre più importante: ‘greenwashing’.

Con questo termine si indica l’abitudine delle aziende più dannose per il clima – in particolare quelle che si occupano di combustibili fossili – di finanziare campagne ambientaliste o presunte tali per “lavare” la loro reputazione.

Una tecnica sempre più diffusa, tanto che non c’è multinazionale del petrolio o del carbone che non promuova brochure contro lo spreco di plastica, mini-progetti di riforestazione, opere d’arte a tema ecologico.

Bazzecole in confronto ai danni fatti con le loro attività, ma sufficenti a presentarsi all’opinione pubblica come aziende green.

Ecco, col tuo murale che invita alla consapevolezza ambientale – ma pagato dalla Saras – hai prestato la tua creatività a niente più che greenwashing.

La raffineria Saras di Sarroch raffina petrolio, quello stesso petrolio in larga parte responsabile della catastrofe ecologica a cui stiamo andando incontro.

La raffineria Saras di Sarroch è – secondo uno studio pubblicato dalla prestigiosa università di Oxford – responsabile di danni e di alterazioni del dna sui bambini della zona.

La raffineria Saras di Sarroch ha visto morire negli anni diversi operai, morti considerate come “annunciate” dai sindacati.

Con la tua opera non hai aiutato chi come noi si batte per il clima e il futuro dei giovani ma, anzi, hai dato a chi ci sta rubando il futuro una nuova scusa per pulirsi la coscienza.

In tanti sui social ti stanno criticando, ti danno del “venduto”, ti insultano.

Noi vogliamo credere alla tua buona fede, e per questo ti scriviamo.

Ora sai a cosa ti sei prestato, e sei ancora in tempo a rimediare. Noi ti aspettiamo in piazza con noi il 27 settembre per il terzo Global Strike for Climate.

Marcerai assieme a milioni di ragazzi e ragazze di tutto il mondo che, a differenza della Saras, hanno davvero a cuore il futuro del pianeta e la sopravvivenza della nostra civiltà!

Aspettiamo la tua risposta!

Nel frattempo che aspettiamo la risposta del signor Manu o di uno dei suoi collaboratori all’appello dei giovani attivisti pubblichiamo la replica di Writer Sardo che ormai è diventato famoso per questa sua presa di posizione critica e anticolonialista:

di Writer Sardo

Il precedente articolo sulla “commissione” della Saras a Manu Invisible  ha ricevuto risposta su due diversi blog. Volentieri si controbatte, non per scatenare una “gogna virtuale” contro l’artista, bensì per opporci alla campagna di green-washing messa in atto dall’azienda, che periodicamente crea eventi –per un pubblico giovanile –al fine di ripulire la sua immagine inquinata.Il primo pezzo (per traslitterare sarcasticamente la sua introduzione) è scritto su un blog che si presenta come“la prima piattaforma social d’arte contemporanea nell’isola concepita come un nodo di web interconnesso e mobile”, qualsiasi cosa questo significhi. In questo pezzo si grida all’oltraggio,verso l’artista in questione, seguito da un lungo osanna nei suo confronti, a cui si allega il suo curriculum artistico. Nemmeno l’artista in questione avrebbe potuto scrivere, senza arrossire, un pezzo tanto autocelebrativo e borioso. Tra i vari concetti espressi, si afferma che la non presenza di un un’Accademia di Belle Arti a Cagliari dipenda in qualche modo dall’anticolonialismo (!). Si capisce che, essendo scritto su un magazine di arte, l’articolista cerchi (molto confusamente) di spostare il focus dall’etica all’estetica, dai problemi ambientali a quelli artistici, con un appello finale e disperato alla Saras, affinché finanzi “un’Accademia di Belle Arti privata con Manu Invisible docente e Maestro d’arte del muralismo”, ciò “sarebbe anche un modo per rifarsi una verginità dinanzi alla memoria e la storia che ne racconterà il reale impatto ambientale”. A voi le valutazioni sulla lucidità dello scrivente, e sul suo porgere il cappello verso il padrone, per ottenere la sua compassionevole elemosina.

Di sicuro, non ha (più o meno intenzionalmente) colto il nocciolo della questione. L’articolo comparso su Pesa Sardigna infatti non voleva, in alcun modo,dare un giudizio di valore sulla qualità estetica dei lavori dell’artista interessato, bensì mettere il punto sulla responsabilità di un artista rispetto alle opere che produce, soprattutto quando il suo committente sembra totalmente in contrasto con la poetica e i valori delle sua produzione. La scelta di firmare come ‘writer sardo’, dunque anonimo, come è anonimo l’artista di cui si tratta, è stata effettuata per non essere tacciato di cercare pubblicità tramite questo mio scrivere ,e anche per non ridurre il tutto a una questione personale tra me e tale soggetto. Circa le offese ricevute, in seguito alla pubblicazione della sua opera e moltiplicatesi dopo la condivisione dell’articolo di Pesa Sardigna, si prendono le distanze,perché sterili ed effimere. Non è Manu Invisibile il vero bersaglio della contestazione: “quando il dito indica la luna,lo stolto guarda il dito”, in questo caso l’artista è solo il dito, ma lo sguardo va volto verso la Saras. Manu Invisible,ciò che ti si chiede –e si chiede a tutti coloro che si sono interessati a questa vicenda –è una riflessione sulla Saras: sulla scarsa sicurezza sul lavoro (attestata dai processi e condanne seguiti alla morte di alcuni operai);sulla denuncia di una prestigiosa rivista internazionale di epidemiologia,dell’Università di Oxford “Mutagenesis”,circa i danni a carico del DNA per i bambini di Sarroch che verranno trasmessi alla future generazioni; sull’affare degli incentivi per le energie rinnovabili che ricevono i petrolieri,in maniera indebita, e che noi paghiamo in bolletta; e sui miasmi di acido solfidrico, denunciati dalla popolazione locale e provenienti dalla raffineria. Più che due mani che si stringono pacificamente, come quelle dell’opera contestata, vien da pensare a una mano stretta sul collo di un bambino dentro una culla. Ti cedo volentieri tale idea, per un futuro dipinto.

Alle nuove generazione, così ci dice –molto ingenuamente –il secondo articolo di risposta al nostro,“idealmente era rivolto il messaggio, perché non leggere questo come un modo per evadere da quella cornice e guardare oltre sottraendosi a un destino e una rassegnazione già scritta?”. Si pensa di aver risposto ampiamente a tale interrogativo, dimostrando come il messaggio sia discordante rispetto al futuro contaminato prodotto dalla Saras, da cui non si potranno sottrarre tutti quei sardi che vivono in quell’area, se non fuggendo da essa.

Il giornalista cerca di dimostrare quanto siano state genuine le intenzioni di Manu Invisibile, desumendole dal disegno stesso. Come writer, più volte,mi è capitato di sentirmi dire cosa volevo rappresentare tramite i miei lavori e,devo ammettere divertito che,il pubblico trova spesso significati, a cui non avrei mai pensato. Dunque ‘far parlare’ l’opera, senza sapere ciò che l’artista ha davvero in mente, è sempre un’operazione piuttosto funambolica e arbitraria. Si potrebbe invece citare la presenza- in rete – di una foto, abbastanza famosa, in cui compare la stessa scena dipinta per la Saras. “Le idee sono nell’aria” e a quanto sembra nella rete. https://www.flickr.com/photos/84501212@N00/452070895

Ciò potrebbe suscitare il dubbio circa l’elaborazione concettuale attribuita all’artista. Viene più semplice immaginare un’addetto alla comunicazione esterna della raffineria che stampa l’immagine desiderata, scaricandola dalla rete, e commissiona all’artista di eseguirla. È solo una supposizione, che sembra smentita da ciò che ha affermato “un intermediario stretto collaboratore di Manu Invisible (che notoriamente non rilascia dichiarazioni): “M. I.come sempre ha percepito un lavoro da un committente, si è relazionato alla Saras come fa sempre con i suoi committenti pubblici e privati, per lui una committenza e (sic) una committenza e non esiste distinguo in tal senso, gli è stata garantita libertà operativa e linguistica, come sempre ha presentato tre piani di lavoro indiscutibili ma con un listino prezzo invariabile e ha poi realizzato un lavoro commissionato e concordato da una delle tre proposte, con il suo lavoro si è espresso”. Si prende per buona ogni singola parola, cercando di non mettere in dubbio l’originalità dell’opera –nonostante tutto–anche se, affermare che “una committenza è (sic) una committenza e non esiste distinguo in tal senso”, porta a pensare che Manu Invisibile non abbia preso alcuna consapevolezza della critica, fin qui portata avanti, e non abbia capito il perché in tanti abbiano commentato sdegnati
il suo lavoro. La stessa critica si sarebbe levata se la RWM, che fabbrica bombe a Domusnovas, in un evento destinato ai giovani, avesse commissionato, a un qualsiasi altro artista, il dipinto di una colomba con un ramo d’olivo in bocca, per associare il proprio nome al concetto di ‘pace’. L’RWM sta alla ‘pace’ come la Saras sta alla ‘consapevolezza’ ambientale e sociale.

Non si chiederà dunque – in questo articolo, sulla scia degli altri due –dunque l’elemosina per costituire un’Accademia a Cagliari, si chiede piuttosto ai sardi di premere sulle istituzioni per obbligare la Saras (e tutte le altre aziende qui non citate, ma ugualmente nefaste per la nostra terra) a  bonificare quanto inquinato finora e risarcire tutti coloro che patiranno le conseguenze venefiche della sua speculazione,atta a conseguire più utili. Anche se ciò non potrà ridare una parvenza di ‘verginità’ a queste aziende, così come non può apparirci pietoso un omicida che si diletta a comporre decorosamente il corpo delle proprie vittime.

Sardinia is my nation. Orgoglio Dinamo

di Riccardo Futta

Fanno abbastanza pena e tristezza gli sfottò, le sterili critiche e le manifestazioni di felicità per la “sconfitta” della Dinamo Sassari da parte di Sardi in generale ma a maggior ragione di Sassaresi.

Lo sport, come qualsiasi settore di questa società in putrefazione, è dominato da regole di mercato, dal business, dalle più becere logiche del capitalismo. Su questo siamo d’accordo e possiamo discuterne.

Allo stesso tempo lo sport nel mondo contemporaneo, dove si son persi o relegati a folklore gli usi antichi e le tradizioni e dove i popoli sono sempre più uguali fra loro per usi e costumi, rappresenta una forma di identità di popoli e campanili.
Che ci piaccia o meno la Dinamo Sassari così come la Squadra di Ballocci “Città Di Sassari” rappresentano Sassari, i Sassaresi e quindi tutti i Sardi fuori dai nostri confini cittadini e nazionali.

Snobbare e denigrare credo sia segnale oltre che di snobismo e spirito antipopolare anche e soprattutto di poco amor di Patria, a maggior ragione per una squadra che anche solo mediaticamente utilizza slogan, grafiche ed estetiche di tipica ispirazione identitaria Sarda (vedi gli slogan “Ca semus prus de unu giogu”, “Sardinia is my Nation”, i giocatori chiamati “Giganti”, il cinghiale “Sirbo” come mascotte).

In più in una città in perenne crisi, vecchia, grigia e nervosa, afflitta da tanti problemi sociali, disoccupata, emigrata, arresa; per una sera si poteva essere felice per qualcosa, si poteva uscire tutti di casa per vedere il nome di quella città che amiamo sul tetto d’Italia.
Rallegrarsi perché ciò non è avvenuto nella maniera sperata è sintomo di meschinità.

Il fatto che la gente non si accorga che per risolvere i problemi della nostra terra deve muoversi in prima persona non dipende dalla Dinamo o dallo sport. Punto.

Questa era Sassari ieri, una città che accoglie i suoi sportivi che hanno sfiorato l’impresa. Chi scrive non c’era e non ne capisce nulla di Basket ma ha tifato e tiferà il nome di Sassari sempre, a prescindere dallo sport e dal tema.

Sabato scorso un Sassarese “Simone Piroddu” ha vinto gli Europei di Lotta e io ne sono contento e sarebbe stato bello accoglierlo nella medesima maniera, ma questo è un altro discorso.

Penso che per migliorare un posto, cambiarlo secondo le nostre utopie, bisogna per prima cosa amarlo profondamente e amare il proprio popolo.