Il reato di solidarietà

di Gianluigi Deiana
Il caso della famiglia spano: appello per l’assoluzione del collettivo ‘furia rossa’ di Oristano
Si avvia alla conclusione presso il tribunale di Oristano il processo intentato contro tre giovani attivisti del Collettivo Furia Rossa, per un articolo di critica dell’operato della Questura in occasione di uno sfratto, avvenuto nel 2015 nelle campagne di Arborea.
La vicenda, maturata a causa della situazione debitoria di una azienda familiare nel rapporto con una banca, aveva comportato l’abbandono forzato della fattoria e dell’abitazione da parte della famiglia Spanu, da un lato con l’intervento attivo della forza pubblica e dall’altro con il dispiegamento di una resistenza passiva da parte della rete di solidarietà maturata in quei giorni.
La gravità del fatto (catena debitoria, perdita dei beni primari) era apparsa emblematica della precipitazione sociale nella quale stavano cadendo molte famiglie contadine; e tuttavia questa gravità, che costituisce il centro del problema, è stata successivamente adombrata dalla ribalta che si è determinata con la denuncia di diffamazione, elevata per iniziativa della Questura medesima a carico di alcuni dei contestatori di prima linea, appunto il Collettivo Furia Rossa. In ragione di un epiteto, che si assume come volgare ma di uso assolutamente comune e nei contesti più svariati, i giovani Davide Pinna, Mario Figus e Marco Contu sono stati chiamati a processo con una richiesta di risarcimento di oltre duecentomila euro da parte dei denuncianti e di otto mesi di reclusione da parte del pubblico ministero.
Se emblematica e cinica era apparsa la vicenda Spanu, questa sua conseguenza apparentemente secondaria ne replica in automatico la pesantezza e la gravità; la questione si configura ora in modo compiuto e assolutamente semplice:
come sia possibile che vecchi contadini che non hanno commesso reati siano rovinati per sempre nell’indifferenza generale, e come sia possibile che giovani studenti, incensurati fin nei registri di scuola, che non sono rimasti indifferenti a quella vicenda, debbano rischiare di subire la stessa sorte.
Non è per questo genere di avvitamenti che i cittadini necessitano degli istituti di polizia: noi che di questi studenti siamo stati maestri, noi cittadini, abbiamo conformato il nostro insegnamento al principio che proprio l’indifferenza è il maggior pericolo sociale, in quanto complice perpetuo delle ingiustizie conclamate e delle storture che possono generarsi nei periodi di crisi, ed è il massimo agente diseducativo, in quanto è il più pervasivo e impunito dei mali della società; le impertinenze verbali, in questa difficile composizione delle ragioni, non si castigano per via giudiziaria.
Vorremmo sollecitare i denuncianti a ritirare la loro iniziativa giudiziaria, in rispetto di questo principio superiore che primariamente deve ispirare anche la loro funzione; manifestiamo a Davide, Mario e Marco la nostra solidarietà, e chiediamo la loro piena assoluzione.
CHIUNQUE VOGLIA SOTTOSCRIVERE QUESTA DICHIARAZIONE PUÒ FARLO DIRETTAMENTE A COMMENTO DI QUESTO POST E PUÒ EVENTUALMENTE CONDIVIDERLO CONTRIBUENDO ALLA SUA DIFFUSIONE

La ferocia dei tiranni sabaudi sbarca al Senato della Repubblica

Lo storico Francesco Casula autore del best-seller di saggistica storica “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”
di Francesco Casula

IL SENSO DI UNA PRESENTAZIONE

Il 21 a Roma Per presentare “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” Nella Biblioteca del Senato. Per raccontare la nostra storia. Interrata cancellata abrasa. O comunque compressa. Più spesso mistificata e persino falsificata: nei libri scolastici come nei Media. Per imporci una storia italo centrica e nord centrica: Una storia oleografica. Patriottarda. Retorica: “delle magnifiche sorti e progressive” del Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Occultando “di che lacrime grondino e di che sangue”: il loro Risorgimento, la loro Unità, le loro Guerre. Con i Sardi “cattivi banditi in tempo di pace, ma eroi buoni in tempo di guerra; in guerra nelle patrie trincee, in pace nelle patrie galere” (Cicitu Masala). A Roma non per fare piagnistei o esprimere lamentazioni o pietire qualche elemosina. E neppure per pelose rivendicazioni, con il cappello in mano. Ma per affermare il nostro diritto a insegnare e imparare la nostra storia vera: libera e liberata dalle incrostazioni di una storiografia manipolatrice. Per affermare il nostro diritto e la nostra libertà di liquidare dalle nostre VIE e PIAZZE i tiranni sabaudi e i loro cortigiani e compari, per intitolarle alle donne e agli uomini sardi de balia: senza che bracci più o meno armati del Leviatano statale italico, (Prefetti e soprintendenti) ce lo impediscano e ce lo vietino.

I nuraghi non esistono

di Nicola Giua

In una guida di Storia per insegnanti elementari, di una dozzina di anni fa, ho trovato questa “interessante” scheda con la quale si vogliono evidenziare differenze costruttive in alcune diverse civiltà e aree geografiche (Mesopotamia, Egitto, Italia), in periodi che vanno dal 3mila al 2mila a.c. e dal 2mila al mille a.c..
Dalle immagini si può notare che, secondo gli autori, in Italia tra il 3mila ed il mille a.c. si viveva esclusivamente nelle capanne e poi nelle palafitte, uniche costruzioni conosciute.

La civiltà Nuragica ed i Nuraghi non sono mai esistiti (ma neanche i Pozzi Sacri, le Tombe dei Giganti…).

Ho evidenziato questo abominio storiografico alle/agli alunne/i delle mie classi proponendo la scheda con una mia didascalia.

È seguito un approfondito dibattito nel quale le/gli alunne/i delle due quarte elementari hanno espresso e sottolineato tutto il loro disappunto poiché da due anni studiano la civiltà pre Nuragica e Nuragica e, quindi, non capiscono questa grave omissione storiografica.

Ulteriori materiali per i seminari CESP-COBAS in Sardegna su “LA MAESTRA MUTA…”.

Nicola Giua – maestro

Solidarizzare ti costa? Considerazioni sul processo a Furia Rossa

 

Immagine tratta da Link Oristano
di Danilo Lampis

Sarebbe bene che si sentisse in tutta la Sardegna una voce plurale di sdegno e solidarietà per quanto sta accadendo a tre giovani lavoratori precari e studenti impegnati da più di un decennio dalla parte dei diritti dei più deboli.
I fatti sono questi: dopo uno sfratto avvenuto nel gennaio 2015, appariva sul blog del collettivo La Furia Rossa, un articolo in cui si condannava come “violenza di stato” la condotta di chi aveva guidato le operazioni.
Per la sola colpa di aver fatto pubblicare sul proprio blog l’articolo, tre giovani sono stati accusati di concorso morale e materiale in diffamazione, cui si sono aggiunte alcune aggravanti previste dal Codice Penale, con una pena che può andare dai 6 mesi ai 3 anni di reclusione o una multa che parte dai 500€, a loro volta triplicabili a causa delle aggravanti.
Due giorni fa, la pubblica accusa ha chiesto la loro condanna a 8 mesi di reclusione. La parte civile – l’ex questore, il capo della digos e un poliziotto – che recrimina, mediante il risarcimento di 220mila euro, l’“ingente danno morale” e l’“ingente danno esistenziale e di immagine”, ha chiesto che la eventuale condizionale venga applicata solo dopo il pagamento di 150mila euro di provvisionale.
Questo dovrebbe essere il risultato della loro solidarietà attiva nei confronti di una famiglia che ha tentato di opporsi allo sfratto della propria casa e dell’azienda agricola.
È assurdo che, con la scusa della presunta “diffamazione”, si colpisca in questo modo l’esercizio del diritto di critica sancito dalla Costituzione, rovinando – letteralmente – la vita a tre giovani.
Questa vicenda sembra voler essere una risposta “esemplare” a chi lotta per risolvere i problemi sociali della nostra isola. In realtà non fa altro che rafforzarne le ragioni per impegnarsi e cambiarla.
La sentenza sarà il 24 febbraio, e piena dev’essere la solidarietà a MarcoDavide e Mario.

La Sardegna si mobilita contro la guerra

La locandina dell’assemblea sassarese contro la guerra e contro l’occupazione militare della Sardegna
di Daniela Piras

Proposte concrete per organizzare delle mobilitazioni contro la guerra nella città di Sassari. Questo lo scopo dell’assemblea convocata ieri al circolo C.C.S. Borderline di via Rockfeller, alla quale ha partecipato qualche decina di cittadini e alcuni rappresentanti della confederazione universitaria UDU, esponenti del movimento ambientalista Fridays for Future (FfF)Caminera Noa, Liberu, Emergency, Comitato contro RWM, Rifondazione comunista, Mama Terra, A Foras e ResPublica. L’appuntamento dello scorso 20 gennaio era il secondo realizzato in pochi giorni a Sassari. Il 12 gennaio, infatti, a Sa Domo de Totus – la casa del popolo e della cultura, in via Cetti, il collettivo A Foras Nord Sardegna aveva convocato un incontro allo scopo di discutere sulle mobilitazioni di opposizione ai venti di guerra in Medio Oriente e  all’utilizzo della Sardegna come base di guerra.

Le idee riguardanti la manifestazione, prevista approssimativamente per la metà del mese prossimo, hanno fatto leva sull’importanza del coinvolgimento di più giovani possibili e sulla possibilità di abbinare ad un sit-in o corteo delle performance artistiche in grado di catalizzare l’attenzione anche dei passanti più disinteressati.

In vista di una successiva assemblea più propriamente organizzativa, e necessaria per stabilire orario e luogo esatto, l’assemblea di ieri è stata una importante occasione di confronto tra interessati di varie età e formazione.

Nel frattempo ricordiamo l’appuntamento fissato per sabato 25 gennaio a Cagliari, dove si terrà la manifestazione promossa da diverse organizzazioni: A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, Associazione Antonio Gramsci – Cagliari, Potere al Popolo -Sardegna, Sa Domu – Feminismu, Sotzialismu, Indipendentzia, Su Tzirculu – Cagliari, Rete Kurdistan Sardegna, ResPublica. Il concentramento è fissato alle ore 15:30 in Piazza Trento. Il corteo, dall’emblematico slogan “Togliamo le basi alla guerra” chiederà lo stop immediato delle operazioni militari dei membri Nato  e il ritiro delle truppe dagli scenari di guerra.

Sia la manifestazione di sabato a Cagliari che quella in via di organizzazione a Sassari sono improntate sul ruolo chiave ricoperto dalla nostra isola nel contesto internazionale. La presenza di un elevato numero di basi, aeroporti e poligoni la rendono infatti un potenziale bersaglio. “Ci troviamo su una piattaforma militare al centro del Mediterraneo”, frase che è stata detta ieri al Borderline e che non ha potuto non mettere tutti d’accordo sull’importanza di acquisire consapevolezza e informazione sulla situazione internazionale e sugli equilibri che ci vedono attori, nostro malgrado.

Ecco il link dell’evento del corteo di Cagliari!

Chiuso lo SPRAR di Sassari. Il vero progetto è la guerra tra poveri

 

Immagine tratta da SassariOggi.it
di Ninni Tedesco

E’ stata un’intuizione corretta quando, lo scorso 2 dicembre alla Domo de Totus di Sassari, abbiamo organizzato il convegno “Migranti e territorio:facciamo il punto”. Troppo silenzio e da troppo tempo su questo tema, e sentivamo la necessità di parlarne con gli operatori del settore e i diretti interessati in un luogo simbolo della loro presenza, il centro storico di Sassari. A poco più di un mese esplode la bomba SPRAR, La Nuova Sardegna informa a grandi titoli sul caso, i social e l’opposizione si svegliano indignati. DOPO. Dopo la scadenza dei termini per cui, dal 13 gennaio, il Comune di Sassari NON ha manifestato interesse, perdendo dunque il diritto di accesso, ai finanziamento del Ministero dell’Interno per contributi al “Progetto di accoglienza integrato per richiedenti asilo e profughi o minori non accompagnati” di durata triennale, finanziato appunto per il triennio 2017-2020.

I risultati positivi di tale progetto sono stati correttamente riportati dagli organi di stampa: oltre 450.000 euro annui entrati nelle casse del Comune per sostenere percorsi di inclusione sociale rivolti a circa 75 persone, interessando 7 appartamenti e famiglie sassaresi, organizzando tirocini e corsi di formazione, dando lavoro a 5 dipendenti e soprattutto consentendo alla maggior parte dei migranti di ricostruirsi una vita, di curare le profonde ferite dei drammi vissuti, di potersi sentire ancora quasi “a casa”.

Ho avuto il privilegio di avere come studente di lingua italiana Madi, giovane uomo Maliano sopravissuto all’inferno e oggi iscritto all’Università in Urbanistica, ospite dello SPRAR, che ha partecipato al convegno del Sa Domo raccontando la sua visione del mondo: “ Tanti sono ancora colonizzati nella mentalità e mettono le leggi davanti alle persone, perciò dobbiamo promuovere incontri e momenti di socialità”.

Invece, diceva Mahamoud Idrissa, mediatore culturale e profondo conoscitore della realtà del nostro territorio, “queste leggi folli aumentano la presenza di irregolari e creano fratture fra gli stessi migranti”.

E’ il principio del creare divisioni, che chi governa e amministra conosce bene. Ma c’è anche la strategia del silenzio per poi attaccare, nota invece all’opposizione.  Se si entra sul sito dello SPRAR infatti si legge testualmente:   “18.12.2019 – Per evitare interruzioni nei servizi di accoglienza, è stato adottato dalla ministra dell’Interno il decreto di finanziamento dei progetti del Sistema di protezione per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati (Siproimi) con triennio in scadenza al 31 dicembre prossimo.Il finanziamento consentirà agli enti locali che hanno manifestato l’intenzione di proseguire le attività progettuali di continuare a operare, nelle more della valutazione e approvazione delle domande di prosecuzione dei progetti per il triennio 2020-2022.”

Documento pubblico che tutti potevano leggere per cui penso che sarebbe stato doveroso informarsi, fare tutto quello che era possibile fare, anche mediaticamente e coinvolgendo tutti i soggetti interessati, per evitare la vergogna che ora tocca subire, magari facendo anche gli indignati!

Sassari sta diventando una città povera, e dove c’è miseria cresce il seme dell’intolleranza.

Chiudere  8 CAS (centri di accoglienza) e lo SPRAR senza realizzare un progetto di inclusione alternativo, senza creare posti di lavoro alternativi, significa voler alimentare un disagio sociale e un malessere in cui “pescare” disvalori e malumori, ovvero sempre più guerre tra poveri. Scivolando verso l’autoritarismo.

Questo è il vero progetto, e non ha alcuna opposizione.

10 anni fa: la Belle epoque dell’indipendentismo

di Marco Lepori

10 anni fa eravamo tutti più giovani e belli, non sentivamo il fiatone nel fare le scale di casa e non morivamo di sonno alle undici meno un quarto come succede oggi. E la barba lunga non ci faceva somigliare a dei clochard disperati, anzi ci dava maturità, e sbarbarci la mattina non ci donava una faccia da cadavere dell’obitorio, anzi ci toglieva qualche anno, seppure di toglierci qualche anno non ne avevamo bisogno, perché eravamo tutti più giovani e belli (ma questo può anche darsi che l’abbia già scritto, ché con l’età che avanza anche la memoria va a farsi friggere…).

Erano gli sfavillanti e scintillanti anni ‘10, in cui tutto poteva acadere, in cui tutto sembrava stesse per esplodere, la Belle Epoque dell’indipendentismo sardo: l’anno in cui toccammo il cielo con un dito!

10 anni fa, o giù di lì (non stiamo a contarci i brufoli sulle chiappe che non serve a nulla…), ci ritrovavamo a vendere le bombole di gas in una piazza di Sassari (non ricordo il nome, ma tanto se un giorno dovessimo farcela per davvero, a quella piazza il nome lo dovremmo cambiare, e cambieremo pure la statua che ha in mezzo visto che ci siamo, per cui tanto vale non sforzare troppo la memoria…) a metà prezzo; a bloccare le pale eoliche in campagna; ad occupare la sede di Equitalia etc. etc. E il motivo per cui facevamo queste cose, non c’è bisogno che ve lo spieghi io, che tanto lo conoscete già. E la notte poi, si usciva a fare attacchinaggio, con la colla fatta in mille modi diversi, che però non funzionava mai sul cemento ma solo sui manifesti degli altri; a piantare di nascosto arbureddi di compensato nelle aiuole del paese; a cercare di proiettare il simbolo nostro sulle mura del castello, a tipo Batman che si staglia nel cielo; a preparare bandieroni da srotolare a sorpresa in piazza, come la volta del comizio di Beppe Pisanu!

10 anni fa, avevamo fatto tutto questo casino per arrivare al 4%, in delle elezioni, quelle provinciali che noi chiamavamo regionali, che adesso manco esistono più! E non sto qua a specificare a quale movimento appartenevo all’epoca, tanto anche questo dovreste averlo già capito da soli (e se proprio non ci arrivate, VI DIKO TUTT IN PRV). Una percentuale che era bassissima ma che a noi sembrava altissima, talmente alta che subito dopo le piccole ali di cera si sciolsero e finimmo a faccia in terra a baciare l’asfalto ruvido. “Parlateci di Tramatza!” Ogni volta che scendo a Cagliari, faccio di tutto per non dovermi fermare all’autogrill di Tramatza, piuttosto la faccio dietro un guardrail, muoio di fame o di sete, raschio il fondo del serbatoio della benzina. Ogni volta che scendo a Cagliari, contro ogni mia volontà, capita che mi fermo all’autogrill di Tramatza e c’ho l’effetto “Cura Ludovico”. Guardo dall’altra parte della carreggiata, indico col dito il grande albergo (suppongo che sia un albergo…) sopra la stazione di servizio, o meglio ancora la sala convegni con terrazza panoramica e dico “Lì è dove è morta IRS!” (si è vero, avevo appena scritto che non l’avrei nominata, ma adesso ho cambiato idea). Inevitabilmente la persona con cui sto parlando, di solito il benzinaio, mi fa una faccia come a dire “E a me che minchia me ne dovrebbe fregare?”, spezzandomi il cuore.

10 anni fa, in una sala accogliente al centro perfetto della Sardegna, e di conseguenza, se i calcoli sono giusti, al centro perfetto del mondo intero (gloria eterna all’etnocentrismo sardignolo!), un centinaio scarso di persone/attivisti, “Meno degli iscritti al circolo bocciofilo di Latte Dolce!” (Cit.), se ne sono letteralmente cavati gli occhi gli uni con gli altri. E anche quelli, come il sottoscritto, che lì per lì non ci avevano capito un’acca del motivo per cui tutti gli altri si stavano cavando gli occhi, alla fine sono finiti col cavarsene gli occhi pure loro. Poi, ma solo poi, arrivarono anche le mail segretissime, le scissioni dell’atomo, le scatole vuote e le sale piene, l’alleanza col PD e vai col liscio. Ma, senza la “Giornata dei lunghi coltelli” di Tramatza tutto questo difficilmente sarebbe successo. Ed è piacevole pensare anche che, seppur non ne abbiamo alcuna certezza, senza quella clamorosa e forse inevitabile implosione il movimento sarebbe cresciuto ulteriormente (tanto di capello a chi continua a portarlo avanti!) e magari la Lega non avrebbe spadroneggiato indisturbata, almeno dalle nostre parti. Ormai però, i favolosi anni ‘10 appartengono al passato e a continuare a guardare indietro si finisce con l’invecchiare ancora più in fretta!

Scuola: mobilitiamoci contro il decreto ammazza precari (sardi)

di Andrea Faedda

Imperterrita, sorda e arrogante la neo ministra Azzolina continua la sua guerra personale contro i docenti precari della scuola. L’anno prossimo avremo in Sardegna migliaia di insegnanti esodati che con il provvedimento della call veloce verranno sostituiti da personale proveniente da altre regioni. In barba ai tanti anni di servizio spesi per la scuola pubblica del proprio territorio. Vediamo ora se la politica regionale rimarrà inerme di fronte a quello che si preannuncia come un nuovo disastro economico e sociale per migliaia di sardi.

Ecco le ragioni per le quali nessun precario passerà di ruolo con questo concorso (dal Coordinamento precari autoconvocati Sassari):

12 cattedre a regione per cdc, da cui togliere sostegno e che il MIUR ha già dichiarato che non saranno distribuite in parti uguali in tutte le regioni, ma plausibilmente per necessità (quindi non in Sardegna). Prova computer based 7/10 sullo scibile umano. Obbligo di avere un contratto al 30 giugno anche per ottenere l’ abilitazione e obbligo quinquennale di rimanere nella scuola assegnataria, quindi se stavate pensando di andare a fare il concorso in un’altra regione pensateci bene . Numero di partecipanti superiore di tre volte ai posti messi al bando = probabile prova pre selettiva. Partecipazione docenti di ruolo che a parità risultato computer based avranno punteggio enorme rispetto a qualunque precario, sorpassandolo. Valanga di ricorsi dei colleghi delle paritarie che avendo preso punteggio più alto di quelli delle statali faranno ricorso per il ruolo bloccando il concorso dal punto di vista amministrativo. Prima di frequentare corsi spendendo soldi vi consigliamo la piazza io 17 gennaio a Sassari e Cagliari e lo sciopero generale della scuola il 14 febbraio.

Appuntamenti di lotta per bloccare questo scempio ai danni dei lavoratori della scuola della Sardegna e del diritto allo studio dei giovani sardi:

Sassari

Cagliari

Insularità a chi?

 

Risultati immagini per isolamento
Immagine liberamente tratta da Marterblog
di Andrìa Pili

Le regioni ultraperiferiche dell’Unione Europea sono quelle cui il comitato per l’insularità in Costituzione guarda, in maniera più o meno esplicita, al fine di raggiungere uno status analogo. Credo sia discutibile associare la Sardegna a tali regioni, per motivi a mio parere ovvi, ma così non sembra almeno per i nostri eroi in Consiglio Regionale e altrove (ad esempio, Luciano Uras e Margherita Zurru di Campo Progressista, in un articolo su La Nuova Sardegna del 10 novembre scorso, hanno affermato che sarebbe invece “evidente” il contrario, per “condizione oggettiva”).

Quali sono le nove regioni cui il Trattato di Amsterdam (1997) ha riconosciuto la condizione di ultraperifericità in virtù della loro “situazione socioeconomica strutturale” segnata dall’insularità, dalla distanza e dalla superficie ridotta?

I dipartimenti d’Oltremare francesi (Guadalupa, Martinica, Guyana, Mayotte, Riunione) sono territori nei quali persistono le conseguenze del colonialismo classico che hanno subito per secoli, tra cui la dipendenza dall’export monocolturale di materie prime e lo schiavismo; le rimanenti sono isole dalle dimensioni molto ridotte rispetto alla Sardegna (24100 kmq): le Canarie (7447 kmq complessivi, la più grande, Tenerife, ha solo 2034 kmq), le Azzorre (2333 kmq complessivi, la più grande Sao Miguel ha 759 kmq), Madeira (801 kmq), St.Martin (53 kmq). Ciò che accomuna queste nove regioni è il fatto di trovarsi in aree geografiche extraeuropee (America Centrale, Sudamerica, Africa Occidentale ed Orientale) pur facendo parte dell’Unione Europea sia politicamente che per PIL pro capite. A prescindere da ogni considerazione sugli effetti economici di determinate politiche, appare ragionevole che si adottino provvedimenti per sopperire a tale distacco dal continente cui artificiosamente appartengono. Meno ragionevole è invece pensare che la Sardegna, una grande isola situata al centro del Mediterraneo Occidentale, possa essere paragonata a questi nove territori.

Dando per buona questa tesi, tuttavia, mi ha colpito il fatto che tra questi il modello prediletto più citato (anche dal nostro presidente della Regione in una recente intervista su La Nuova Sardegna del 5 dicembre scorso) siano le Canarie anziché le Azzorre o Madeira. Il motivo è che, durante l’ultimo ventennio (cioè il periodo in cui a queste regioni sono state applicate determinate politiche in ragione della loro condizione riconosciuta) le succitate isole dello Stato spagnolo hanno ampliato il divario di sviluppo con la media UE (tra il 2000 e il 2016 hanno avuto il più basso tasso di crescita annuale del PIL pro capite delle regioni spagnole, solo 0.03%) mentre le isole portoghesi, al contrario, l’hanno ridotto: Madeira, è stata la regione portoghese con il più alto tasso di crescita (1.9% annuale, tra il 2000 e il 2016), grazie al quale ha colmato il divario con la media del suo Stato (fonte OECD Regions and Cities at a Glance 2018); il PIL pro capite delle Azzorre, dal 1999 al 2016 (fatto 100 quello portoghese) è passato da 84 a 90, giungendo a toccare anche 94 nel 2009, prima della crisi (fonte: InstitutoNacional de Estatistica – ContasRegionais 2013 e 2019).

Per quanto manchi uno studio sugli effetti delle politiche per le regioni ultraperiferiche, chi sostiene la tesi in favore dell’insularità in Costituzione e l’attribuzione alla Sardegna di questo status, farebbe meglio a citare i casi di presunto successo anziché un fallimento palese.

Entro questa mistificazione, il consigliere regionale di centrodestra Antonello Peru addirittura dichiarò che le Canarie, grazie al principio di insularità avrebbero “fatto la loro fortuna economica e azzerato la disoccupazione” (La Nuova Sardegna, 14 marzo 2018). A leggere i dati forniti dal governo delle Canarie, tuttavia, non pare esattamente così: tasso di disoccupazione 21%; disoccupazione giovanile 41%; tasso di occupazione 47%; deficit commerciale 9.7 mld di euro, il tasso di copertura (rapporto export/import) è solo del 21% (quello sardo è del 70%, dai dati dell’ultimo rapporto CRENOS). Insomma, a prescindere dalla conoscenza dei dati, la citazione delle Canarie rimane una ottima mossa retorica, in quanto, nell’immaginario collettivo, queste isole rappresentano un paradiso.

Fermo restando che, per me, Azzorre e Madeira non sono paragonabili alla Sardegna e tralasciando i problemi notevoli che tali regioni continuano ad avere (ad esempio, per quanto concerne sanità, innovazione, occupazione) citarle a supporto dell’insularità in Costituzione darebbe almeno una parvenza di serietà all’argomentazione. Penso sia una dimostrazione ulteriore della natura tutta propagandistica e strumentale di questa “battaglia”, dove nessuno ha compiuto uno straccio di analisi seria. Infine, mi chiedo: cosa ha prodotto il “comitato scientifico” in questi due anni, durante i quali la sua presidentessa Maria Antonietta Mongiu (archeologa) e i suoi vari sodali non hanno fatto che ripetere sui giornali sempre le stesse tre-quattro frasi ad effetto? Inoltre, un comitato che ospita nel suo seno personalità dei campi più disparati non economici (fra cui anche il presidente dell’associazione fantarcheologica Nurnet, Antonello Gregorini) quali garanzie di scientificità potrebbe mai fornire?

Fermiamo l’espansione di RWM Italia: ecco l’appello!

Immagine tratta da Diritti Globali

 Il 29 novembre l’Assemblea Cittadina Contro RWM ha prodotto il breve documento informativo RWM senza controllo,  sulla falsa crisi di un’azienda in piena espansione, ad oggi sottoscritto da oltre 30 realtà sarde e italiane sensibili alla vertenza.

Attraverso un’analisi circostanziata delle fonti pubbliche disponibili, si restituisce all’opinione pubblica un quadro ricco di criticità inerenti alla vicenda di RWM Italia e alla narrazione pubblica che nel tempo si è costruita attraverso la stampa e le dichiarazioni di alcuni soggetti istituzionali. Il documento, ignorato dalle principali testate sarde (così come è passata sotto silenzio l’autorizzazione del poligono per test e sperimentazione di nuovi tipi di esplosivi di Iglesias, con la presentazione di un ricorso, che ha trovato sponda solo in una testata nazionale) denuncia il clima di vergognosa omertà che circonda la RWM Italia. In questo clima, l’indisponibilità dell’amministratore delegato Sgarzi a presentarsi all’incontro che si sarebbe dovuto svolgere il 3 dicembre presso l’Assessorato regionale all’Industria tra parti sociali e azienda, palesa per l’ennesima volta l’arroganza dell’azienda, nonostante il contesto tutt’altro che conflittuale in cui sarebbe stato ricevuto. Si rende a questo punto necessaria una presa di coscienza collettiva del popolo sardo, contro la speculazione del capitale bellico multinazionale, a partire dal nostro territorio: chiediamo a tutti/e di sostenere questa lotta, secondo le proprie modalità, a partire dalla condivisione, sottoscrizione e diffusione del seguente documento in ogni tipo di canale:

 

RWM senza controllo

La falsa crisi di un’azienda in piena espansione

Il discorso pubblico regionale sulla fabbrica di bombe RWM Italia è caratterizzato dallo scorso luglio, ovvero da quando il governo italiano ha annunciato attraverso una diretta Facebook del Ministro Di Maio[1]la sospensione per 18 mesi dell’esportazione di bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, dal monologo ininterrotto dei vertici aziendali dell’impresa e delle sue delegazioni sindacali e da qualche sporadico appello di qualche amministratore locale. Non solo sono state praticamente eliminate dal discorso le posizioni critiche riguardo all’azienda, ma si è anche evitato di mettere in evidenza le numerose contraddizioni palesi, le bugie e le omissioni che caratterizzano il discorso prodotto da queste parti incausa.

Attraverso il grimaldello retorico della “difesa del lavoro”, dopo l’annuncio di un numero non ben precisato di esuberi, si è accreditata l’idea falsa di una crisi aziendale, sviando completamente l’attenzione dalla bancarotta morale del sistema industriale di RWM Italia e dai meccanismi di potere opachi su cui si sostiene e si continua ad espandere nel territorio.

In questo documento vogliamo mettere in fila alcuni fatti completamente trascurati nell’attuale narrazione pubblica del caso RWM Italia, per cercare di riequilibrare tale narrazione, completamente distorta in quanto fabbricata a proprio uso e consumo dall’azienda stessa e replicata in maniera acritica dai giornali sardi.

 

a)  La questione del lavoro:

  • i 200, 160 lavoratori in esubero annunciati questa estate sono già scesi a 130 (e giunge notizia che 20 saranno riassunti a breve);
  • la vaghezza del numero non è solo un fatto di propaganda: il lavoro degli esuberi era lavoro interinale, con contratti a termine, dunque lavoro precario e privo di prospettive certe. Dato il contesto, che impedisce di strutturare un progetto di vita attorno a questo lavoro, è ovvio e auspicabile che molti degli esuberi possano cercarsi un’altra sistemazione, piuttosto che imbarcarsi in una vertenza sindacale senza prospettive in difesa della propriaprecarietà;
  • è grazie alla complicità tra sindacati e azienda, con la contrattazione di II livello, che questa ha potuto abusare della contrattazione a termine e interinale aldilà dei limiti sanciti dal contratto nazionale, garantendosi le mani libere per gliesuberi;
  • Infatti, nel Verbale di accordo sulla contrattazione di II livello stipulato tra Parti sociali e RWM Italia il 15 giugno 2012 si può leggere: «con la dismissione delle produzioni rivolte al civile. Le commesse di lavoro non avranno più la caratteristica della omogenea continuità nel tempo, né saranno per larga parte facilmente programmabili. L’attività produttiva sarà dunque caratterizzata da picchi e flessi di lavoro che dovranno essere affrontati e organizzati con adeguati strumenti di flessibilità […]. È necessario dunque adeguare e rendere coerenti alcuni istituti contrattuali regolamentati dal CCNL dei chimici alle nuove e peculiari esigenze produttive del nuovocomplesso mercato di riferimento della RWM ItaliaSpA»[2].
  • così, grazie alla collaborazione delle parti sindacali, RWM Italia nel 2018 faceva marciare i siti produttivi di Ghedi e di Domusnovas-Iglesias con il 59,2% di forza lavoro assuntacon contratti di lavoro somministrato (a termine), percentuale che aumentava notevolmente nel sito sardo. Si consideri che se nel 2017 RWM Italia si serviva per il 56,2% di lavoro somministrato, in Sardegna su un totale di 281 lavoratori, ben 190 erano somministrati;
  • se si prende in considerazione la suddivisione della forza lavoro tra i siti di Ghedi e quelli sardi, così come riportato nel bilancio presentato dall’impresa per il 2018, emerge che nei primi è concentrata la maggior percentuale di occupati in posizioni impiegatizie, mentre in Sardegna prevalgono le posizioni da operaio. Inoltre, si rileva il fatto che l’impresa si rifornisce di lavoro somministrato in relazione alle mansioni maggiormente dequalificate. L’impresa conta tra i suoi dipendenti diretti una quota pari al 27% assunti come impiegati e solo un 14% come operai. Si palesa in questo modo una maggiore precarizzazione e insicurezza delle condizioni economiche verso i lavoratoricon minore capacità contrattuale.
  • essendo tutti interinali e a termine, i 130 esuberi non hanno diritto ad alcun ammortizzatore sociale aldilà della disoccupazione; i sindacalisti di RWM Italia stanno spingendo questi lavoratori a intraprendere una vertenza senza speranza, con l’unico scopo di nascondere le responsabilità proprie e dell’azienda negli esuberi e veicolare attraverso i media la falsa notizia di una crisi aziendale inesistente;
  • RWM Italia ha registrato un utile di 16,975 milioni nell’ultimo anno contabile e ha raggiunto un patrimonio netto di 71,122 milioni di euro: spenderne due per pagare gli stipendi a tutti gli esuberi lungo i 18 mesi di sospensione delle forniture ai sauditi non sarebbe certo un problema. Ne stanno spendendo molti di più per allargare le linee produttive, è una semplice questione di priorità. Le RSU della fabbrica stanno bussando alla porta sbagliata, è il modello di sfruttamento della manodopera precaria utilizzato da RWM che dovrebberoattaccare;
  • il lavoro interinale e precario riguarda molta più gente dei lavoratori RWM Italia, qualsiasi diritto riconosciuto a loro dovrebbe essere riconosciuto a chiunque altro, per esempio alle migliaia di stagionali che sono rientrati a casa dopo il lavoro estivo. Ma i sindacati della fabbrica sono i primi ad avere accettato la disciplina sulla contrattazione a termine, per cui la loro posizione è meramente strumentale;

 

b)  La crisi presunta e l’espansione reale

RWM Italia non è in crisi: la produzione procede regolarmente, la sospensione per 18 mesi di parte delle commesse all’Arabia Saudita è un incidente di percorso assolutamente previsto e tollerabileperl’azienda,laqualesiriforniscedilavorousaegettainrelazioneallavariazionedeiflussi produttivi, cosicché alla loro diminuzione possa scaricare i lavoratori, considerati alla stregua di una zavorra;

  • la sospensione delle licenze di esportazione, giunta tra giugno e luglio, come si evince dalla Relazione sulla gestione al bilancio chiuso al 31/12/2015, era una concreta possibilità ventilata e temuta dall’azienda da anni: per questo essa ha da tempo diversificato i propri clienti, rivolgendosi in maniera molto più sostenuta al mercato europeo, in particolare aggiudicandosi grosse commesse a favore dell’esercito francese e verso il RegnoUnito.
  • RWM Italia, oltre ad aumentare il proprio pacchetto clienti, ha provveduto ad ampliare la propria gamma di prodotti, cosicché ad oggi, oltre alle mine marine e alle bombe d’aereo, produce ed esporta munizioni da artiglieria di vario calibro. Nel 2018, si segnala così una commessa di esportazione per questi prodotti pari a 230.854.523 €[3]verso un ignoto paese destinatario. Commessa che, è bene ricordarlo, anche qualora fosse indirizzata ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non verrebbe bloccata dalla sospensione delle licenze votata dal Parlamento a giugno, poiché questa non riguarda le munizioni daartiglieria;
  • RWM Italia nel 2018 ha effettuato investimenti pari a 12.218.323 €: questi, oltre ad essere indirizzati alla sostituzione dei macchinari usurati, sono serviti ad implementare ulteriormente le linee produttive sia di Ghedi che, specialmente, di Domusnovas. Annunciavano «per l’anno 2019 ulteriori ingenti investimenti per portare a termine gli investimenti in corso nel 2018 e per aumentare la capacità produttiva ad un livello utile per poter far fronte alle necessità produttive derivanti dagli ordini in portafoglio e a quelli di futuraacquisizione»[4];
  • inoltre, proseguono i lavori di espansione delle linee produttive, a seguito delle decine di domande presentate agli uffici SUAP del comune di Iglesias e dei comuni limitrofi (per esempio Musei) negli ultimi anni. La presentazione di progetti non si è fermata dopo la parziale sospensione delle esportazioni all’Arabia Saudita, l’ultima domanda risale al 22 ottobre;
  • l’azienda ha avviato i cantieri degli interventi che consentirebbero la triplicazione della produzione, oltre ad avere avviato la costruzione di un campo prove per la sperimentazione e il test di nuovi esplosivi: altro chechiusura;
  • l’attività di espansione di RWM Italia si svolge in maniera opaca, con la complicità delle istituzioni nazionali e di quelle locali. Queste ultime hanno garantito una corsia preferenziale a tutti gli interventi proposti dall’azienda, e rinunciano ad operare le funzioni di controllo che spettano ad un impianto come quello in questione, nel quale si maneggiano sostanze chimiche tossiche e si producono esplosivi, e perciò sarebbe soggetto alla normativa per il rischio di incidente rilevante;
  • per le modalità spezzettate di presentazione dei progetti, nonostante l’ampiezza e la natura degli interventi di espansione proposti, si è completamente evitato una Valutazione di Impatto Ambientale;
  • la contiguità con le istituzioni è garantita da un solido sistema di porte girevoli: alcuni interlocutori istituzionali locali, responsabili di parti del processo autorizzativo, sono divenuti nel tempo dipendenti dell’impresa. Come rilevato da inchieste giornalistiche nazionali, ad esempioquella andata in onda a maggio nel programma di La7 «Piazzapulita»[5], questo è accaduto per diversi amministratori delcomune di Domusnovas, così come per il responsabile dell’ufficio Emissioni in atmosfera della provincia del Sud Sardegna che dal 2018 è diventato dipendente di RWM nell’importante ruolo di “Environment Protection Manager”;
  • l’opacità del processo autorizzativo ha condotto il Comitato per la riconversione, Italia Nostra, Legambiente, e altre associazioni, a intraprendere una serie di ricorsi al TAR, il primo dei quali andrà a sentenza il 22 gennaio 2020. Sono anche stati depositati diversi esposti in procura contro gli abusi prodotti dall’amministrazione edall’azienda;
  • il processo di raccolta dei documenti e delle informazioni necessarie a conoscere la situazione, e dunque predisporre i ricorsi, una volta venuti a conoscenza delle opacità dei procedimenti, è stato segnato dal costante ostruzionismo praticato dagli uffici pubblicidedicati;
  • un esempio grave di questo comportamento, in totale spregio delle norme sull’amministrazione trasparente, è la pubblicazione sull’albo pretorio del comune di Iglesias del provvedimento di autorizzazione all’inizio dei lavori sul campo prove 140 della RWM Italia, nel luglio di quest’anno, che per impedire al Comitato e alle associazioni la predisposizione di un ulteriore ricorso al TAR è stata operata rendendo sostanzialmente irriconoscibile ildocumento;
  • il piano di sicurezza dell’impianto non è aggiornato, nonostante le disposizioni di legge, e le modifiche alla produzione e agli impianti avvenute dal 2012, anno di presentazione del piano. Ciò comporta un serio problema di sicurezza per i lavoratori e gli abitanti del circondario, considerando che da allora è cambiato il tipo di produzione (da civile a bellica), e soprattutto il volume della produzione, e che l’azienda continua ad espandersi, e a Iglesias possiede depositi di liquidi infiammabili ben aldilà dei perimetri di sicurezza previsti per i luoghiabitati.

 

c)   La questione dello Yemen

  • si è ripetuto a sfinimento che la sospensione della vendita ai sauditi non fermerà la guerra. Si è invece dimenticato di dire che la sospensione non riguarda certo la sola RWM Italia, ma è parte di un movimento internazionale che coinvolge tutti i principali paesi europei, Regno Unito incluso. Negli Stati Uniti, solo il veto di Trump ha evitato una decisione analoga a quella presa dal governo italiano. I sauditi sono già in difficoltà, e l’obiettivo, parte di un movimento internazionale amplissimo che va ben aldilà della Sardegna, è realisticamente raggiungibile. Molto più realisticamente raggiungibile delle richieste al governo italiano di ammortizzatori straordinari per degli interinali cui è scaduto il contratto a termine;
  • va ricordato, d’altronde, che la sospensione non nasce tanto da motivi umanitari, quanto dal rischio concreto che i governi dei paesi fornitori di armi si ritrovino chiamati in causa come corresponsabili dei crimini di guerra attuati dagli eserciti della coalizione a guida saudita ed emiratina. Il rapporto del Concilio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite del 3 settembre 2019, al punto 92, esplicita chiaramente questo fatto;
  • un episodio di crimine di guerra attuato attraverso una bomba prodotta dalla RWM Italia di Domusnovas è già dimostrato: alle 3 del mattino dell’8 ottobre 2016, nel villaggio di Deir Al- Hajari, un uomo, una donna incinta e quattro bambini sono stati uccisi da una bomba MK-80, la quale viene prodotta dalla RWM Italia a Domusnovas. Sul posto sono stati trovati resti di un anello di sospensione, componente necessario per il carico dell’ordigno sull’aereo, con il codice di RWM Italia stampigliatosopra[6].
  • RWM Italia produce e vende armi da guerra. Armi che si usano per uccidere indiscriminatamente lepersone, perché questa è la natura della guerra, e non certo solo in Yemen, o solo per mano dei sauditi. Il lavoro che si svolge nella RWM Italia non è un lavoro qualunque, è un lavoro che si regge sulla morte degli uomini e la distruzione dei territori. Pretendere da un’azienda del genere qualsiasi sensibilità verso le persone o il territorio è pura follia. RWM Italia farà sempre e comunque solo i comodi dei propri azionisti, e se ne andrà dalla Sardegna quando (è questione di tempo) troverà un posto da cui è più facile estrarreprofitti.
  • La Sardegna è piena di aziende in crisi, di disoccupati, sottoccupati, precari, in settori che possono rappresentare una reale utilità sociale, contribuire realmente al benessere collettivo della Sardegna e del Mediterraneo. Eppure pochi hanno ricevuto anche solo un decimo dell’attenzione ricevuta da chi per lavoro produce bombe. Pretendere di sostenere RWM Italia con soldi pubblici, affidandole commesse destinate “alle forze armate nazionali”, come fanno alcuni parlamentari, in risposta ad una crisi aziendale inesistente, è uno schiaffo a tutte le situazioni di bisogno reale, come quelle della sanità, e a tutti i progetti di sviluppo sostenibile e durevole che si tenta di creare in Sardegna, spesso scontrandosi con la sordità e l’ostruzionismo di quelle stesse istituzioni così servili, invece, verso la fabbrica RWM Pretendere di drenare ulteriori risorse economiche pubbliche a favore di una fabbrica che fa parte di un gruppo multinazionale degli armamenti, in una condizione in cui lo Stato italiano, secondo quanto rilevano gli studi Mil€x[7], impegna nella spesa militare all’incirca 25 miliardi di euro annui, è oltremodooltraggioso;
  • con la scusa di rappresentare il lavoro, le RSU dell’azienda si arrogano addirittura una superiorità morale verso chi contesta la fabbrica RWM Ma è il sindacato stesso, per esempio la CGIL nazionale, ad avere preso ferma posizione contro questa produzione di RWM Italia[8], che è intrinsecamente contro il lavoro e i lavoratori, perché fornisce i mezzi per distruggere infrastrutture, fabbriche, case, e uccidere i lavoratori stessi. Sono lavoratori i componenti dei comitati contro la fabbrica delle bombe, sono lavoratori i portuali che a Genova si rifiutano di caricare le bombe saudite. Le RSU della RWM Italia rappresentano l’azienda, al più sé stesse, non il lavoro néi lavoratori.

Assemblea Cittadina Contro RWM

29 Novembre 2019

Cofirmatari

  • Assotziu Consumadoris Sardigna
  • Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica
  • Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica Coord. Sulcis-Iglesiente
  • Residenti Sa Stoia
  • CamineraNoa
  • Assemblea Permanente Villacidro
  • Comitato No Megadiscarica Villacidro
  • Comitato No Megacentrale Guspini
  • USB Sardegna
  • Confederazione Sindacale Sarda
  • Cagliari Social Forum
  • Asce Sardegna
  • PCI Federazione Cagliari
  • PCI Federazione Sulcis-Iglesiente
  • Sardigna Natzione
  • Collettivo Comunista Nuoro
  • Sardegna Pulita – VerdeS
  • DonneAmbiente Sardegna
  • Potere al Popolo Sardegna
  • Partito Comunista Sardegna
  • Rete Kurdistan Sardegna
  • Comitato per la qualità della vita di Sant’Anna, IsBangius e Masongi
  • Rete Livornese contro la nuova normalità della guerra
  • Liberu
  • Autodeterminatzione
  • COBAS Cagliari
  • COBAS Sardegna
  • RUAS –Rete Unitaria Antifascista Sulcis-Iglesiente
  • A Foras -Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna
  • Rete contro la guerra e il militarismo-Napoli

 

Adesioni individuali

  • Paolo Murgia,
  • Giampaolo Muntoni,
  • Bruno Flavio Martingano,
  • Francesco Nieddu,
  • Marco Palomba,
  • Marco Forte,
  • Giulia Angius,
  • Chiara Angius,
  • Marco Cannas
  • Franca Faita, ex lavoratrice Valsella-Meccanotecnica, RSU Fiom,
  • Myriam Pellegrini Ferri, partigiana decorata per aver partecipato alla Resistenza romana,
  • Viola Secci,
  • Patrizia Pili.

 

Per sottoscrivere pubblicamente il presente documento e /o avere informazioni scrivere all’indirizzo stoprwm@autistici.org

[1]     Luigi DI MAIO, annuncio sospensione esportazioni bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, 11/07/2019, [Facebook post],https://www.facebook.com/watch/?v=459741458141049.Oltre a questo inusuale annuncio, non si registra alcun Atto pubblico ufficiale dell’Esecutivo o degli uffici competenti

[2]     Verbale di accordo Contrattazione di II livello, stipulato tra Parti sociali e RWM Italia il 15 giugno2012.

[3]    Esportazione autorizzata da UAMA ad RWM Italia per esportazione pari a 230.854.523,04 euro per «16.320 NUMERO CARTUCCIA DA 120MM X 570 – ATTIVA; 1.664 NUMERO RH125 SMOKE COLPO DA 155MM – ATTIVA; 2.616 NUMERO SPOLETTA TIPO L0163Q – ATTIVA; 10.630 NUMERO SPOLETTA TIPO L0166Q – ATTIVA; 157.368 NUMERO CARICA MODULARE PER COLPO DA 155MM – ATTIVA; 30.432 NUMERO INIZIATORE DM191A1 – ATTIVA». Cfr. Relazione al Parlamento per le attività del 2018, Doc. LXVII, n. 2, XVIII LEGISLATURA, 2019, vol. 1, p.298.

[4]     RWM Italia, Relazione sulla gestione al bilancio chiuso al 31/12/2018, p.60.

[5]     Corrado FORMIGLI, «Piazzapulita» – La7, puntata del 02/05/2019,https://www.la7.it/piazzapulita/rivedila7/piazzapulita-la-rincorsa-puntata-02052019-03-05-2019-270505.

[6]     Rete Italiana per il Disarmo, Mwatana for Human Rights, European Center for Constitutional and Human Rights,“Le responsabilità europee per i crimini di guerra commessi in Yemen”, Aprile 2018,https://www.disarmo.org/rete/docs/5211.pdf.

[7]     Francesco Vignarca, Spese militari 2019: i primi dati dalla Legge di Bilancio, Mil€x – Osservatorio sulle spese militari italiane,http://www.milex.org/2019/02/17/spese-militari-2019-i-primi-dati-dalla-legge-di-bilancio/.

[8]     Risoluzione approvata al XVIII Congresso CGIL, Per un mondo di pace, senza più armi nucleari, dove ogni donna ed ogni uomo possa avere pieno accesso ai diritti universali, alle libertà ed al lavoro dignitoso, Bari, 23 gennaio 2019