Salvini ostaggio dei migranti

Salvini ostaggio dei migranti.

di Antonio Muscas

Come uscirà fuori Salvini da questo inghippo?

Il ministro dell’interno ne ha combinata un’altra delle sue, senza calcolarne le conseguenze e ora, come un adolescente irresponsabile, non sapendo cosa fare, alza la voce cercando di addossare responsabilità ad altri.

È inguaiato insomma, e in questo guaio ci ha trascinato un Paese intero.
Sembra incredibile, ma l’Italia, una delle più grandi potenze mondiali, si mostra incapace di far fronte a 150 poveri migranti, disarmati, indeboliti dagli stenti e ammalati di scabbia, polmonite e tubercolosi.

Un Paese forte, potente e realmente superiore, economicamente, socialmente e culturalmente, non avrebbe avuto timore di 150 esseri umani bisognosi di aiuto. Avrebbe dimostrato a tutto il mondo come ci si comporta, avrebbe dato l’esempio di cosa significa essere di alto livello. Invece Salvini e soci hanno bisogno di levare ai profughi ogni traccia di umanità per trasformarli in mostri, in potenziali criminali. Quel suo “sono tutti irregolari” è il più grande segno di debolezza, sua, dei 5 stelle e del Presidente Conte. Così come lo è la necessità di fare la voce grossa con l’Europa, di minacciare e sfidare istituzioni e magistratura davanti alle televisioni, di abbaiare da dietro il recinto.

Se il Governo fosse come ci racconta e ci vuole far credere, sarebbe in grado di mettere in campo altri strumenti, più eleganti e decorosi, forse mediaticamente meno efficaci, ma senz’altro più proficui in termini di risultati.

Invece 150 profughi inconsapevoli hanno messo sotto scacco l’Italia, e a loro, ai profughi, va riconosciuto il merito di aver messo a nudo la vacuità dei vari Salvini, Conte e Di Maio. Senza saperlo hanno sfondato la parete di cartapesta che nasconde l’inconsistenza gialloverde.

Eravamo partiti con un movimento, quello dei 5 stelle, nato per rovesciare il sistema, un movimento capace in pochi anni di raggiungere un consenso inimmaginabile e quindi arrivare al potere attraverso un “contratto” con la Lega. L’occasione finalmente per attuare quella trasformazione necessaria e tanto agognata. E allora perché continuare a dimenarsi, perché continuare a rilanciare sui mezzi di comunicazione messaggi propagandistici e accuse infamanti contro i nemici? Perché la ricerca costante di consenso?

Perché in realtà propaganda e proposte concrete sono due cose distinte, e noi siamo di fronte a forze politiche senza progetti concreti e soluzioni ai problemi, soprattutto senza il consenso millantato o comunque senza la garanzia di mantenerlo.

E allora si sbraita, si cerca di fornire una descrizione distorta della realtà, si bleffa, accrescendo il potere e la capacità distruttiva del nemico; e fortuna che ci sono i mezzi di comunicazione e le telecamere, altrimenti i profughi da 150 sarebbero diventati 150.000 terribili terroristi armati fino ai denti. Si sbraita, tentando in tutti i modi di alimentare il terrore e l’insicurezza generali, presentandosi come gli unici e i veri salvatori della patria, così da poter tirare a campare ancora un pò, evitando di scomparire così velocemente come si è saliti al potere.

Non dobbiamo avere paura di questo Governo. Oggi che ci sentiamo annichiliti dal loro potere in realtà dobbiamo essere consapevoli della loro debolezza, rifiutarci di accettare il modello da loro proposto e ribellarci con tutte le nostre forze

Perché il Mater Olbia non giova alla Gallura

di Carlo Manca

Premessa: scrivo questo modesto contributo, sapendo già di fare un buco nell’acqua. Parlare di Mater Olbia è un argomento spinoso e scrivo questo articolo principalmente per un pubblico a cui non riuscirò ad arrivare. Non sappiamo quanta gente si affaccerà a quella nuova mangiatoia che viene presentata come il non plus ultra dei servizi ospedalieri in Gallura, ma sappiamo che piace perché, in assenza dell’accesso a diverse cure, un ospedale privato che le promette sembra meglio di niente. L’entrata in funzione del Mater si prefigura come un ennesimo accentramento di servizi in un territorio poco popolato, bisognoso però di decentramento e di uscita dalle logiche aliene alle esigenze delle comunità galluresi e sarde.

Fotografia de Una Caminera Noa
Banner della campagna di Caminera Noa

​La Caminera Noa il 17 giugno 2018 ha programmato una mobilitazione davanti all’ospedale Mater Olbia. Il motivo di questo presidio è presto detto: si manifesta per la volontà di mantenere pubblica la sanità in Sardegna, protestando affinché gli ospedali privati costruiti nell’isola non sottraggano i servizi che invece possono e devono essere erogati dalla sanità pubblica. Chiaro, lineare.

Ciò che la Caminera Noa propone è un radicale cambio di paradigma rispetto alla logica di gestione della sanità pubblica. Le retoriche su quanto il Mater Olbia sia un polo ospedaliero di eccellenza, fanno breccia nell’immaginario popolare a cui ultimamente il popolo sardo è stato educato. C’è tutta una mitologia dietro la privatizzazione dei servizi pubblici (fra cui gli ospedali) che prevederebbe che, sotto una gestione privata, le cose vadano meglio, la qualità del servizio sia più alta, il personale sia necessariamente più qualificato e non “incozzato” (di nomina politica, per intenderci). Aggiungiamoci il sempreverde ricatto occupazionale, che è ormai un classico in Sardegna che storicamente ha fatto breccia anche in altri settori per mezzo di raffinerie, petrolchimici, miniere, fonderie e industria turistica insostenibile e stagionale.
I miti sulla privatizzazione dei servizi pubblici si appoggiano reciprocamente a una serie di luoghi comuni.

Partiamo dal principio: per la gestione privata di un ospedale non esistono pazienti ma esistono innanzitutto clienti, ed è per questo che un servizio così fondamentale della modernità, quale è il diritto alle cure che tenda alla gratuità, viene considerato un servizio da erogare al meglio possibile solo perché il cliente (ops, paziente!) ha pagato e quindi lo pretende, come se, nella sanità pubblica, i singoli cittadini non stessero comunque pagando per il servizio attraverso i contributi e non potessero avanzare nessuna pretesa di miglioramento del servizio sanitario pubblico.
La differenza sta nel fatto che l’ospedale privato è un’azienda e che quindi, secondo l’immaginario attuale, non può essere contestata con argomenti politici, perché teoricamente propone un “prodotto” che si potrebbe tranquillamente non scegliere, mentre l’ospedale pubblico, che si può contestare politicamente poiché la gestione è data all’amministrazione pubblica, viene contestato troppo poco spesso per avere un reale peso incisivo sull’erogazione del servizio qualora quest’ultimo dovesse scarseggiare o non esistere proprio.
Assistiamo a scene di persone che possono pagare per andare in strutture private e fare la voce grossa per aver cacciato fuori i soldi, e poi vediamo poveretti che, sopraffatti dalla rassegnazione e dalla disorganizzazione, non sono ancora capaci di mobilitarsi per pretendere ciò che spetta loro e finiscono con l’abbandonarsi a sospiri e lamentele inconcludenti sulla sanità pubblica.
La sanità pubblica è una conquista delle classi più povere e bisogna essere consci che il diritto alla salute va difeso dalla privatizzazione e che non può essere negoziabile con nessuna logica imposta dal modello di gestione capitalistica.

Invece per quanto riguarda l’assunzione del personale, essendo l’ospedale privato un’azienda privata (ça va sans dire), è a discrezione del consiglio di amministrazione che valuterà in base ai propri parametri di valutazione. Nella sanità pubblica invece c’è necessariamente un concorso e questo basterebbe per rompere il mito secondo cui in quest’ultimo tipo di gestione ci siano solo assunzioni di nomina politica. È vero che purtroppo ce ne siano ed è da condannare ma ciò non rappresenta minimamente la totalità delle assunzioni. È vero però quest’altro aspetto: nel privato non ci sarebbero nomine politiche, poiché è sufficiente soddisfare le aspettative del “datore di lavoro”, cosa che assolutamente in sé non assicura l’assenza di personale raccomandato.

A proposito di ricatto occupazionale: il Mater Olbia non darà lavoro più di quanto ne avrebbe dato la sanità pubblica se tutti gli ospedali galluresi avessero lavorato a pieno regime, con tutti i reparti aperti e con tutto il personale in servizio. Che il Mater Olbia dia una possibilità di assorbimento occupazionale, è vero solo se non riusciamo a riconoscere che quei posti di lavoro sono sottratti alle strutture pubbliche del circondario. Quindi, che il Mater Olbia crei più occupazione di quanta ce ne sarebbe nella sanità pubblica, è falso.

Preoccupati per il miglioramento dei servizi sanitari in Gallura, si decide di mobilitare la popolazione sarda per protestare contro una struttura privata, ovvero il suddetto Mater, su cui saranno dirottati servizi e posti letto che invece sarebbero potuti essere in mano all’amministrazione pubblica e dislocati nelle strutture de La Maddalena, Tempio, Arzachena, Olbia. Il fenomeno del Mater infatti prevede un nuovo tipo di accentramento dei servizi sanitari che risulteranno sbilanciati su Olbia, in contrapposizione a ciò che le stesse comunità galluresi hanno sperato per anni.
Associazioni e singoli cittadini vorrebbero un miglioramento palpabile soprattutto per quanto riguarda cure che non vengono prestate nelle vicinanze, ad esempio manca il reparto diabetologia, ma è inspiegabile questo entusiasmo per una nuova struttura privata su cui verranno dirottate delle cure come se Olbia fosse in posizione baricentrica e come se la solfa dovesse cambiare per le comunità galluresi lontane da Olbia, come ad esempio Trinità d’Agultu, Santa Teresa o La Maddalena.
Assai vizinu.

Si legge perfino qua e là per la rete che si voglia negare alla Gallura la possibilità di avere tutta una serie di servizi. Falso, perché il problema sta nel fatto che proprio quei servizi che vanno dal punto nascite alla senologia fino alla diabetologia, sono stati tagliati o ridimensionati o mai aperti negli ospedali e nei poliambulatori galluresi, così come è successo in altri punti della Sardegna come Nuoro e Sassari (in cui si è dovuto faticare con anni di proteste per avere la Breast Unit), per essere invece affidati all’ospedale privato Mater Olbia. Quindi è da ritenersi falso affermare che non si voglia dotare la Gallura di determinate cure o di un tot di posti letto, perché in vero, quei servizi, la Gallura li avrebbe dovuti avere coperti dal pubblico e non dal privato a danno della gestione pubblica.

Avere questi servizi nel privato, comporta un costo maggiore per la Regione Sardegna che è competente in materia di sanità. Quei servizi di pubblica gestione negati al territorio gallurese, ripeto, sono stati progressivamente tagliati in altre strutture per essere affidati, a costo maggiorato, alla gestione privata del Mater. Cioè a costo maggiorato? Qualcuno dovrà pagare quei servizi: il paziente paga il ticket, perché il Mater è privato ma convenzionato, e il resto del costo della prestazione viene coperto dalla Regione Autonoma Sardegna, il ché vuol dire che pagherà la differenza al prezzo deciso dall’amministrazione del Mater.
Dinà pùbligghi in busciaca privadda e furisthera.

In una Sardegna sensata, le strutture ospedaliere private non dovrebbero esistere, ma così non è purtroppo. Le strutture private in Sardegna esistono, ma il vero scandalo che possiamo individuare nell’immediato è che le strutture pubbliche subiscano dei tagli, per poi vedere quei servizi precedentemente tagliati affidati alla gestione privata.
Dove si è mai visto che la gestione di un ospedale privato si possa vantare di essere complementare e non concorrenziale alla rete di strutture sanitarie pubbliche, quando nei fatti non è mai stato concorrente proprio perché è portato a diventare parzialmente sostitutivo? Il privato è necessariamente concorrente laddove il pubblico offre già un servizio, non raccontiamoci storie, ma questo pare che faccia eccezione nell’idilliaco clima che si è creato attorno al Mater: perché mai vantare la complementarietà, dopo aver assistito ad una progressione di tagli ai servizi di gestione pubblica fatti passare come apparentemente necessari? Necessari a cosa? Grazie al piffero che adesso si può parlare di complementarietà, dopo la cessione di servizi e posti letto al privato!

La Caminera Noa intende migliorare la qualità della vita della Gallura e di tutta la Sardegna e respinge al mittente ogni accusa di ostilità verso le comunità galluresi. Altrimenti non si spenderebbe in questa campagna che ha come parole d’ordine I) la difesa della sanità pubblica, II) la difesa delle piccole strutture ospedaliere diffuse sul territorio, III) la fornitura di servizi e cure attualmente assenti in Gallura. Nessuna simpatia per un ospedale che si prefigge di fornire anche quelle cure, ma che è privato ed utilizzerà denaro pubblico per operare in sostituzione e a danno degli ospedali e degli ambulatori già esistenti sparsi per la Gallura.

Faccio presente inoltre che parte degli attivisti di Caminera Noa sono galluresi e che questi si spendono già da anni in favore della sanità pubblica e in favore della decentralizzazione dei servizi su tutto il territorio gallurese, opponendosi strenuamente contro la logica liberista secondo cui, i servizi che non creano profitto o che servano a comunità troppo piccole per gli standard estranei alla Sardegna, non siano degni di essere erogati.

Confermeranno lor signori della Qatar Investment Authority, che la sanità è una direzione di arrivo del denaro pubblico e non una vacca da mungere per trarne profitto?

Carlo Manca
militante di Caminera Noa

Altro che autonomia: andate al popolo (sardo)!

di Omar Onnis

Un momento dell’incontro su “Autonomia e Federalismo” organizzato a Ghilarza lo scorso 28 aprile da intellettuali della sinistra del PD e di LeU.

Senza troppa polemica, perché certi processi sono complessi e non scorrono rapidi come i tempi della cronaca quotidiana. Ma qui si ha una riprova della condizione deficitaria della classe politica sarda e di certi fenomeni in corso di cui parlavo ieri su SardegnaMondo.

Una parte consistente della nomenklatura e dei quadri intermedi dei partiti italiani grosso modo socialdemocratici (con sfumature dal neoliberismo acritico al riformismo timido), intellettuali organici compresi, si ritrova senza fissa dimora e senza certezze per il futuro.

Certezze per il futuro significa fondamentalmente ragionevoli garanzie di carriera, sia chiaro. Non siamo sul terreno dei grandi ideali o delle prospettive di lungo periodo.

Ma questo rischia di essere un giudizio sbrigativo e anche eccessivamente severo. Dentro l’egoismo diffuso e la cattiva abitudine all’opportunismo in realtà si intravede anche un barlume di disagio politico, una ricerca di senso che lo status quo non fornisce più.

Dato che non è facile diventare incendiari dopo una vita da pompieri, si procede a vista, provando a uscire dalla zona di comfort, impiegando concetti e termini che per questo eterogeneo conglomerato di esperienze e aspettative suonano comunque avventurosi. Dunque rischiosi.

Addirittura si lanciano come parole d’ordine “autonomia e federalismo“. Un’endiadi vagamente auto-contraddittoria, quasi un ossimoro. Non voglio dire un nonsenso. Ma è (quasi) una novità. Si usa addirittura la parola “autogoverno” (che è un altro concetto ancora).

Un’apertura che a loro sembra già un pericoloso sbilanciamento in un terreno incognito e oscuro, ma che a un osservatore appena appena informato, o senza vincoli di sudditanza, suona pateticamente in ritardo.

Eppure è un segnale.

È la certificazione che l’orizzonte politico dentro cui ha ancora senso fare politica in Sardegna offre solo due possibilità che vanno estremizzandosi:

– o l’adesione attiva al processo neo-colonialista (in atto e operante);
– o il suo contrasto radicale dentro una prospettiva di autodeterminazione (a prescindere dalle forme che tale obiettivo potrà rivestire, nel quadro internazionale che va articolandosi).

Dato che in campo ci sono già almeno due percorsi collettivi e plurali (Autodeterminatzione e Caminera noa) – largamente egemonizzati dalle istanze di sinistra (il che a mio avviso è non solo un bene ma è anche conseguente e sensato, in Sardegna), oltre che votati appunto al perseguimento dell’autodeterminazione già dentro il quadro normativo e politico vigente – sarebbe utile che le aperture degli ex quadri e intellettuali della sinistra italiana in Sardegna trovassero una collocazione coerente e concreta nell’avvicinamento, almeno in termini di confronto, a tali due percorsi.

Ho i miei dubbi. Ho la sensazione che per molti di loro si tratti solo di trovare una formula retorica per poter ri-negoziare la propria partecipazione ai prossimi tavoli di spartizione della ormai moribonda classe politica dominante (dominante nelle istituzioni, molto meno nella collettività sarda reale).

Ma chissà.

Bisogna essere fiduciosi e aprire un po’ di credito. Alla meta si arriva tutti o non arriva nessuno. Verificheremo la sincerità di tali aperture alla prova dei fatti.

Occupazione militare: se questa è informazione!

di Cristiano Sabino

Lo scorso 5 aprile è andata in onda su Videolina una puntata di Monitor condotto dalla giornalista Egidiangela Sechi. Al centro della puntata – come recitato dall’anticipazione andata in onda al Tg di Videolina – «il recente accordo di programma sulle servitù militari stipulato tra regione e Ministero della Difesa, che inaugura un nuovo corso nei rapporti tra forze armate e isola».

Ospiti della trasmissione il sindaco di Nuoro Andrea Soddu e il comandante militare della Sardegna Giovanni Domenico Pintus.

In molti, compreso il sottoscritto, hanno subito sottolineato sulle pagine social di Videolina che questa non è informazione, ma propaganda. Perché? È presto detto: è mancato completamente il contraddittorio e una visione critica rispetto all’occupazione militare della Sardegna di per sé, sia verso il cosiddetto accordo del dicembre 2017 siglato dal presidente Pigliaru e dalla ministra della difesa Pinotti che in pratica ratifica questa occupazione nei suoi centri più importanti a fronte di poche briciole concesse in pasto all’opinione pubblica.

La dinamica del programma è stata un lungo panegirico alle Forze Armate e al presunto “nuovo corso” dei rapporti tra militari con la società civile e con i giovani. Ma in realtà la verità è venuta fuori comunque attraverso le parole del capo di stato maggiore della Difesa Claudio Graziano «la Sardegna è sempre più strategica, per la situazione globale del Mediterraneo, lo è per il ruolo che riveste nelle nostre forze armate».

Ecco spiegata la ratio del programma, tutto incentrato su quanto l’occupazione militare sia bella, quanto sia vicina ai cittadini e soprattutto ai giovani studenti che grazie all’Esercito italiano imparano la storia (!?) e su quanto bisogna essere grati all’Esercito che ci riempie di nuove caserme e che ci permette di preservare l’ambiente e ci consente persino di visitare occasionalmente qualche spiaggetta prima interdetta.

Traduzione: «siccome la Sardegna è strategica per le forze armate fatevela piacere e fate un bel lavaggio di cervello massivo di massa ai ragazzi e ai telespettatori».

Per fortuna i “giovani” sardi sono categoria assai più ampia di quella immaginata dai propagandisti dell’Esercito Italiano, prova ne sia che l’11 aprile gli studenti cagliaritani presidieranno il Rettorato per denunciare le strette correlazioni tra Università e Forze Armate e il 22 aprile a Bauladu si terrà l’assemblea plenaria di A Foras per costruire la mobilitazione a Cagliari contro l’occupazione militare prevista per il 2 giugno.

 

Che succede dentro Autodeterminatzione?

 

di Alexis Barranger

Senza fare valutazioni strettamente politiche vorrei reagire da militante di AutodetermiNatzione, alle dimissioni di Anthony Muroni dal suo ruolo di portavoce della stessa coalizione. Come premessa vorrei sottolineare che: non ho mai aderito ad una delle sigle che compongono questo movimento; non ho l’intenzione di tifare per un partito o un’associazione politica in particolare, che proverò ad essere imparziale e infine che questa mia valutazione pubblica è un’opinione personale, svincolata da simpatie o ipotetici mandanti (anzi…).

Credo che siano tantissimi gli attivisti e i simpatizzanti che da circa una settimana si sentono delusi quando non addirittura abbandonati. L’annuncio delle dimissioni di Anthony Muroni è stato sorprendente e inaspettato, brusco e inquietante. Tutti noi, che per mesi abbiamo seguito l’evolversi della coalizione con grande entusiasmo avevamo ancora in testa gli applausi e i sorrisi del T-Hotel, i comizi con le sale piene in tutta l’isola, gli abbracci tra vecchi e nuovi militanti del non-dipendentismo sardo, la coesione storica di otto sigle che erano riuscite a costituire un sincretismo politico per proporre una nuova governance in Sardegna.

Eppure, un mese dopo il discreto risultato alle elezioni politiche italiane, il nostro portavoce annuncia le dimissioni su FaceBook, in totale autonomia: sorpresa generale e stupore. Chiamata dopo chiamata si profila il peggio, effettivamente nella «domu de cumone» qualcuno ha sbattuto la porta. Uno status di qualche riga, laconico benché pedagoga, quasi un sussurro nel silenzio post-elettorale. Sì, perché bisogna partire da lì. La critica e principalmente l’autocritica, sono gli elementi che permettono ad un movimento fatto di persone imperfette (senza voler entrare in dettagli ontologici) di cambiare rotta per non fare gli stessi errori, di strutturare tecniche e strategie, di anticipare un programma concorrenziale e convincente – detto in parole povere di esistere fra passato, presente, e futuro, elementi positivi e negativi, momenti di bravura e passaggi critici – cioè quello che non fece il Partito Democratico sardo fino al 4 marzo sera.
E questo momento della politica allo specchio, con il martello in mano (Nietzsche docet, sic!) sfortunatamente non è mai arrivato in modo chiaro. Mi piace stare nel dubbio, poiché esso porta ad assumere un pensiero necessariamente dialettico e dunque ad un’eventuale autocritica costruttiva. In politica, i monologhi e le litanie ditirambiche mi fanno paura; nascondere i fallimenti sotto il tappeto di casa non fa altro che accentuare le debolezze e le criticità di un movimento collettivo, poiché è costruito su una parziale illusione. Così fece il Partito Socialista francese prima della inesorabile scissione post-Macroniana, così per dire.

In seguito bisogna fare una critica dura, ma necessaria. Non si può in alcun modo sparire per più di una settimana dopo un evento del genere, che è pur normale (le dimissioni sono consuetudinarie in qualunque movimento politico del mondo), e non apocalittico (nessuno è indispensabile e non stiamo di certo cercando un messia, ma bensì un’azione/struttura sintetica e collettiva) ma chiaramente notevole. Esattamente questo: no-te-vo-le. Posto che io da attivista non so perché Anthony Muroni abbia dato le sue dimissioni, e posto che non fu certamente una cosa concordata (come si era detto, per la precisione), posso capire che non è di certo stato facile gestire una decisione individuale così impattante per l’intera coalizione. Capisco anche che alcune sigle non avrebbero firmato un comunicato stampa che ufficializzava le dimissioni dello stesso. Ma insomma, anche quello va detto. Non è la critica, e neanche l’imperfezione di una comunicazione mediocre che mi spaventa di più, ma bensì il silenzio totale di un intero tavolo politico che non si esprime né sul fondo né sulla forma, tranne che per aforismi e metafore distillate lì e là su FaceBook.

Come attivista avrei voluto che ci fosse una risposta o un comunicato che dimostra la serietà di AutodetermiNatzione e il rispetto per tutti coloro che gratuitamente hanno dedicato le loro forze e il loro impegno personale, politico, lavorativo, sociale e organizzativo alla coalizione durante la campagna. Insomma, preferisco uno schiaffo in faccia – dunque un comunicato maldestro e fatto nell’urgenza – ad un silenzio radio concordato. Detto ciò voglio dire che è stato un momento davvero difficile per tutti i componenti del tavolo, e capisco la loro voglia di dare tempo al tempo, per agire con saggezza, e penso che tutti loro siano sinceri, in buona fede e disposti a seguire il lavoro di AutodetermiNatzione con la più grande passione politica, e una dedizione che non metto assolutamente in dubbio. Ma forse anche questo doveva essere puntualizzato, anche timidamente e discretamente. È la critica che faccio a titolo personale, avendo letto centinaia di commenti di attivisti e simpatizzanti, sperando che sia costruttiva e che possa servire nel futuro.

Spero che il tavolo politico di AutodetermiNatzione possa trovare un accordo, e possa dotarsi di organi democratici per strutturare il movimento. Prendo atto del fatto che Anthony Muroni si è dimesso ufficialmente e sono sicuro che si impegnerà politicamente per continuare a far crescere la coalizione in vista delle regionali del 2019. Spero che una grande coalizione non-dipendentista non si basi su assunzioni leaderiste e personalistiche ma bensì sulla forza di tale movimento storico, ovvero i valori peculiari dell’indipendentismo e dell’autonomismo sardo, la democrazia radicale, il decentramento, l’attenzione per le categorie più deboli della società, la partecipazione collettiva etc… Spero inoltre che sia riservato più spazio a quelli che, come me, non sono aderenti di nessuna delle sigle che compongono il progetto, senza togliere nulla ai partiti e alle associazioni politiche che sono un patrimonio storico e intellettuale della lotta politica non-dipendentista in Sardegna. Auguro a tutti gli attivisti tranquillità, serenità, dialogo, partecipazione, convivialità e rispetto reciproco.

Nel frattempo, ho deciso di sospendere tutte le (mie) attività politiche che abbiano a che fare con AutodetermiNatzione fin quando la situazione non si sarà risolta con chiarezza. Tutti noi ci abbiamo messo la faccia, l’impegno, la fede e la voglia di metterci a lavorare. Tale impegno non può continuare serenamente in queste condizioni. Con tranquillità e felicità tornerò a militare appena il tavolo politico si sarà riunito e avrà deciso collegialmente il da farsi dopo le dimissioni di Anthony Muroni. Bisogna essere tranquilli, rispettosi, sereni (insisto) ma non bisogna mai e poi mai delegare la propria azione, la propria disponibilità e il proprio credo politico, né tacere quando non si è d’accordo o quando ci sentiamo insoddisfatti. Le critiche, fatte bene con sincerità, buona fede e dedizione, fanno sempre bene. Il silenzio e l’indifferenza oppure la paura di dispiacere a qualcuno è sempre un male individuale e collettivo.

Un bacio caloroso e sincero a tutti gli amici e le amiche di AutodetermiNatzione.

 

Ricostruire è possibile!

Sul processo di ricostruzione di un movimento per l’emancipazione della Sardegna.

di Giovanni Fara

Domenica 18 marzo si è riunita a Bauladu la terza assemblea plenaria di Caminera Noa, il percorso nato lo scorso 23 luglio attorno ai conflitti sociali che investono l’isola.  È stata l’occasione per riflettere sull’esito delle elezioni appena trascorse, sui temi che animano il dibattito politico in Sardegna e sul difficile percorso di sintesi intrapreso.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta a Santa Cristina di Paulilatino sembrava un’impresa quasi impossibile quella di mettere assieme tante esperienze diverse, tante persone provenienti da militanze politiche anche di lungo corso nell’indipendentismo e nella sinistra sarda.

Ognuno ha portato dentro questo processo qualcosa della propria esperienza maturata dentro un partito, un movimento o uno dei tanti comitati di cittadini che negli ultimi anni hanno rappresentato il cuore pulsante di questa terra, fronteggiando in prima linea ogni genere di speculazione e di minaccia ai danni del territorio, di sopraffazione economica, di impoverimento culturale della nostra società, compressa da una economia sempre più accelerata e scollata da quelle che sono le necessità delle nostre 377 comunità, di un popolo relegato ai margini degli interessi politici dello Stato, ad eccezione di quando si tratta di raccogliere consensi elettorali per mezzo di quei partiti che hanno governato l’isola negli ultimi venticinque anni, portandoci sull’orlo di un baratro economico, sociale e culturale senza precedenti.

Non è stato facile aprire questo percorso ma il merito dell’assemblea degli attivisti che ha reso possibile la nascita di una Caminera Noa è stato quello di valorizzare questa pluralità, questa diversità di esperienze. Nessuno deve o dovrà rinnegare il proprio percorso e la propria storia, perché il principale obiettivo di Caminera Noa è quello di creare uno spazio di condivisione delle lotte e aprire un confronto pubblico, democratico e onesto attorno alle tante vertenze che attraversano l’isola. L’obiettivo non è mai stato quello di sostituirsi alle realtà che funzionano, quanto semmai estendere le lotte esistenti sul territorio e farle diventare patrimonio collettivo, patrimonio di tutti e tutte. Lo stiamo facendo sulla base della condivisione di tre punti principali:

  • il rispetto del pluralismo e della democrazia, alla base di ogni decisione presa dall’assemblea e presupposto di ogni azione comune;
  • il riconoscimento della Nazione Sarda;
  • l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, come presupposto irrinunciabile di una trasformazione sociale che consenta alla Sardegna di rafforzare i propri poteri, di acquisire le competenze necessarie per determinare lo sviluppo economico e culturale del popolo sardo, per far valere il diritto di decidere sul proprio futuro e creare strade di reale emancipazione politica.

Dal 23 luglio dello scorso anno sono successe tante cose su cui è necessario aprire una riflessione. Ci sono state le elezioni politiche per il rinnovo del parlamento italiano, dalle quali è emerso un segnale chiaro, inequivocabile dell’inadeguatezza di tutti i percorsi finora intrapresi dall’indipendentismo e della sinistra sarda. È venuta a mancare una vera proposta di rottura degli equilibri politici che determinano le condizioni di subalternità dell’Isola e di conseguenza la sua arretratezza economico-sociale. Le formazioni in campo non sono state in grado di arginare il populismo razzista di una destra, che attraverso l’infausto accordo elettorale tra Psd’Az e Lega, è riuscita a penetrare nell’isola pur senza alcuna base di consenso reale. Il Psd’Az ha colpevolmente sottovalutato le conseguenze di tale accordo, spianando la strada ad una insopportabile retorica che, ben lontana da mettere in risalto la contrapposizione di interessi tra La Sardegna e lo Stato Italiano, irrompe nel dibattito politico attraverso la strumentalizzazione della paura dello straniero, in una società già sfiancata dalle conseguenze di una crisi economica senza fine, da una periferizzazione politica dell’Isola, oggetto di speculazioni energetiche e militari, strategiche per gli scopi “nazionali” (italiani) e per gli interessi geopolitici e di espansione della Nato e degli Stati dell’Unione Europea. Un pericoloso impianto politico che punta a costruire il proprio consenso sulla contrapposizione tra popoli e culture, che mina i valori stessi della democrazia, dell’accoglienza e del diritto alla mobilità a favore di pulsioni autoritarie e di una sopraffazione culturale che proprio i sardi hanno conosciuto sulla loro pelle nei 150 anni di politiche coloniali subite dallo Stato italiano.

Il voto del 4 marzo, caratterizzato dal successo ottenuto dal Movimento Cinque Stelle, mette in evidenza la debolezza del Progetto Autodeterminatzione, incapace di farsi interprete della voglia di cambiamento dei sardi e all’interno del quale le istanze indipendentiste sono state ridotte ad una generica rivendicazione culturale piuttosto che rappresentare il motore di un processo di rivendicazioni politiche reali.

Quella successiva al voto sarebbe dovuta essere la fase del dibattito, del confronto e dell’autocritica necessari al superamento di una crisi del movimento natzionale che ha portato all’evaporazione dei consensi e degli entusiasmi raccolti negli ultimi vent’anni attorno alle tematiche sollevate dalle forze indipendentiste, oggi ridotte a sigle con pochi militanti e con una scarsa capacità organizzativa. Il clima da perenne campagna elettorale e i preparativi per la partecipazione alle prossime elezioni regionali pare non concedano lo spazio di una riflessione ma se non prendiamo atto delle ragioni di un evidente insuccesso politico e della necessità di aprire un dibattito pubblico sulla prospettiva di costruzione di una alternativa ai blocchi di potere italiani, difficilmente si potranno gettare le basi per futuri percorsi unitari.

Caminera Noa per questo dovrà mantenere un approccio laico verso le elezioni, poiché l’obiettivo primario deve essere quello di sviluppare una sinergia politica nell’ambito dei conflitti sociali e gettare così le basi per la ricostruzione di un movimento natzionale per l’emancipazione sociale e politica della Sardegna. Dobbiamo farlo attraverso strumenti nuovi, attraverso la partecipazione, la democrazia, la condivisione di pratiche di lotta. Abbiamo la responsabilità storica di rilanciare un progetto-soggetto in grado di raccogliere le esperienze di chi negli ultimi vent’anni ha lottato contro le politiche della subalternità, del colonialismo e della dipendenza. Un soggetto-progetto che si faccia promotore di battaglie politiche per la lingua, per il lavoro, per il bene della nostra terra, del nostro popolo e per la giustizia sociale. Un soggetto-progetto che oltre al lavoro teorico punti al radicamento sul territorio, alla difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori in un’ottica di sostenibilità ambientale, in difesa dell’istruzione e della diffusione della cultura come patrimonio storico di esperienze della natzione sarda, in cui il diritto di cittadinanza sia un riconoscimento a chi l’ha scelta come la propria casa.

La sintesi venuta fuori dall’assemblea del 18 marzo è stata la creazione di un coordinamento di attivisti che si riunirà il prossimo 8 aprile per porre le fondamenta di una casa comune inclusiva, plurale e democratica. Una casa comune dei sardi, degli indipendentisti e di tutte le forze civiche, sociali e progressiste che si battono per i diritti civili e collettivi dei sardi, per una società più giusta, più equa, più libera.

Ainnantis pro una Caminera Noa!

Lettera aperta ai militanti di Potere al Popolo (Sardegna)

Lettera aperta ai militanti di Potere al Popolo (Sardegna)

di Cristiano Sabino

Cari compagni e care compagne,
Oggi 24 marzo sarà una giornata importante per voi. Immagino dovrete discutere di questioni importanti legate al proseguo dell’esperienza intrapresa in occasione delle elezioni politiche italiane appena concluse.
In primo luogo l’emersione in Sardegna di una destra razzista, identitaria, sovranista e addentellata al sardo-fascismo del Psd’az. Si tratta di un blocco sociale e politico potenzialmente esplosivo che purtroppo affonda le sue radici in una capacità di questa nuova destra pragmatica e razzista di fare breccia nelle classi subalterne della nazione sarda.

Il secondo elemento è il tracollo della sinistra istituzionale egemonizzata dalle politiche liberiste, centraliste ed europeiste. La sinistra anticapitalista e persino alcune frange della sinistra indipendentista, ha molte responsabilità e voltare pagina è necessario. La sinistra va ricostruita contando sulla trazione delle lotte sociali, dei conflitti, della ricostruzione del tessuto connettivo nelle nostre comunità messo a dura prova da decenni di politiche antipopolari, centraliste e privatistiche. Chi nutrisse ancora facili tentazioni governiste a tutti i costi non commetterebbe solo un errore imperdonabile, ma dimostrerebbe di essere in effetti parte del problema e non della sua soluzione.

Il terzo elemento consiste nella necessità di sciogliere finalmente il nodo della questione nazionale sarda. La sinistra deve affrontare in maniera franca la questione dell’autodeterminazione e del diritto a decidere, dal piccolo al grande, dal controllo e dalla difesa delle comunità dagli attacchi speculativi delle multinazionali e dalle politiche di spopolamento e di privazione dei servizi essenziali, fino alle questioni che riguardano il profilo del rilancio di una vera e propria sovranità nazionale sarda. Se non lo facciamo noi lo faranno altri disgiungendo questione nazionale e questione sociale o, anche peggio, cavalcando la questione identitaria per drenarla verso politiche di carattere razzista e xenofobo. Ciò sta già avvenendo.

La quarta questione le abbraccia tutte, perché riguarda il percorso che intendiamo finalmente intraprendere in Sardegna per uscire dallo stadio di minorità relativo alla società sarda e alle dinamiche esterne alla Sardegna. Credo che noi tutti abbiamo presente il percorso che dobbiamo intraprendere. Per affrontare la deriva reazionaria, le grandi sfide che la crisi del capitalismo impone, il tracollo della società sarda e la desertificazione della nostra terra non è più tempo di “accordicchi” tra sigle e nemmeno di dare corpo ad organizzazioni periferiche a traino di centri metropolitani lontani. È necessario un progetto che parta dalla lotte qui in Sardegna, che si nutra dei conflitti reali qui in Sardegna, che sappia proporsi finalmente come sponda sincera e insieme pragmatica delle realtà di base e che abbia testa e braccia qui in Sardegna. Questo non vuol dire rinunciare a preziose collaborazioni, anche organiche ed organizzate, con chi fa la stessa cosa in altre porzioni del Mediterraneo, d’Europa e del mondo. Significa invece concepire un percorso autocefalo che da indipendente possa strutturare proficue sinergie con forze sorelle. Ma essere fratelli non significa essere subalterni, marginali, periferici, negazionisti della questione nazionale e sociale sarda.
L’assemblea Plenaria di Bauladu di Caminera Noa dello scorso 18 marzo ha aperto una discussione che proseguirà libera nei prossimi mesi. I nostri percorsi devono trovare uno spazio di confronto perché al loro centro sta il principio del potere popolare. Possiamo e dobbiamo trovare il modo di costituirci come movimento di liberazione del Popolo Sardo a partire dai quattro principi che – spero ormai per noi tutti – costituiscono le radici di qualunque percorso di trasformazione nella nostra terra: antirazzismo, superamento del liberismo, diritto all’autodeterminazione nazionale, sostenibilità.
Per questo vi auguro un buon lavoro sicuro che questa importante giornata di discussione possa concludersi con il medesimo auspicio.

E’ morta la sinistra. Evviva la sinistra sarda!

di Omar Onnis

Questo articolo è comparso con il titolo di “La sinistra e l’autodeterminazione in Sardegna: un rapporto storicamente complicato” sul blog di Omar Onnis.

Uno degli effetti dell’ultima tornata elettorale è stato la certificazione della scomparsa della sinistra politica dallo scenario italiano. E sardo.

Non si è trattato di un esito improvviso e imprevisto. Semplicemente il dato elettorale ha sancito una realtà di fatto già ampiamente visibile.

Non è detto che sia un problema. Non se si riesce a trarne qualche insegnamento utile.

La sinistra italiana da tempo ha subito una deriva che l’ha spostata sempre più a destra o verso lidi di pura astrazione ideologica.

Oggi ci ritroviamo con una parola – “sinistra” – che ha finito per combaciare con la sua accezione peggiore (ossia “funesta, minacciosa”) e una ampia fetta di cittadinanza – quella subalterna, per dirla con Gramsci, quella popolare, esclusa dai vantaggi della globalizzazione e dell’accaparramento cleptocratico – privata non solo di rappresentanza ma anche di punti di riferimento ideali.

Questo fenomeno è sufficientemente indagato (per esempio qui, o qui, o anche qui) per non doverci tornare su.

In questa sede interessa il suo riverbero inevitabile sullo scenario politico sardo, fin troppo tributario verso quello italiano.

Un tentativo di analisi post-elettorale si trova in uno scambio di analisi e opinioni tra Enrico Lobina, militante di sinistra vicino all’ambito indipendentista, e Francesco Tirro, tra i fondatori del progetto Potere al popolo.

Uno scambio franco, che tocca alcuni punti decisivi, in primis quello della corretta collocazione della questione “autodeterminazione sarda” nell’alveo di un discorso generale di sinistra, anti-capitalista o comunque radicalmente alternativo ai modelli socio-economici dominanti.

E tuttavia largamente incompiuto, non esaustivo.

Qualche elemento di riflessione in più lo offre il libro di Cristiano Sabino Compagno T, Lettere a un comunista sardo, uscito l’anno scorso per Condaghes.

Sono primi tentativi consapevoli di affrontare un tema che la sinistra in Sardegna ha da sempre tenuto a distanza, rimosso, temuto. Sicuramente anche per non scoperchiare il vaso di Pandora della propria cattiva coscienza.

Uno dei problemi strutturali della sinistra in Sardegna è che nell’isola non è mai maturata una riflessione autonoma in quest’ambito, né sono sorte formazioni intermedie (partiti, sindacati, associazionismo civico) che la interpretassero e la traducessero in azione e in rappresentanza politica.

Questo nel corso del Novecento. Ma il fenomeno ha radici più lontane.

I processi storici che hanno prodotto in Europa le grandi famiglie politiche contemporanee nascono dalla conclusione dell’Antico Regime e la sua sostituzione – non pacifica né lineare – con i regimi liberali.

Uno dei fattori determinanti di questo processo è stata l’affermazione delle borghesie nazionali e la loro assunzione di un ruolo pubblico, non solo di difesa di interessi di classe, ma anche di guida e di egemonia generale.

È la famosa questione delle classi dominanti che si fanno dirigenti (mutuo anche questa da Gramsci, ovviamente).

La sinistra, come concetto politico e come ambito di azione nella sfera sociale, nasce dialetticamente con le rivoluzioni borghesi e con l’affermazione dei regimi costituzionali e liberali, dei nazionalismi, del trionfo delle rivoluzioni industriali e del capitalismo.

È un fenomeno prettamente europeo, che poi è andato declinandosi molto a fatica e non senza robusti adattamenti anche ad altri contesti geografici, socio-economici e culturali.

Come si inserisce storicamente la Sardegna in questo processo?

Si inserisce malamente e in un ruolo passivo, come sappiamo.

Non per mancanza di istanze locali, di conflitto sociale o di occasioni contingenti, ma per via prima di tutto dell’esito infelice della Rivoluzione sarda, quindi dell’unificazione italiana.

Come sancisce efficacemente Girolamo Sotgiu nel suo Storia della Sardegna sabauda, la sconfitta della Rivoluzione in Sardegna aveva prodotto, tra gli altri, un esito in particolare, ossia la distruzione (anche fisica) della parte più attiva, aggiornata e ambiziosa della borghesia isolana, lasciando il campo ad un ceto opportunista, intellettualmente mediocre e votato a un ruolo di pura intermediazione.

Le classi subalterne, nel corso dell’Ottocento, non avranno così né un alleato tattico contro il potere costituito (quello dei notabili filo-sabaudi, dell’aristocrazia reazionaria, delle gerarchie ecclesiastiche parassitarie), né un contraltare sociale forte con cui confrontarsi.

Le numerose e periodiche ribellioni avvenute nell’isola nel corso del XIX secolo, tutte potenzialmente indirizzabili verso una prospettiva di emancipazione sia sociale sia politica, come nel resto d’Europa, restarono episodi scoordinati e senza guida, prive di un orizzonte di riferimento.

Nemmeno il primo autonomismo, sorto dalla delusione di una parte della borghesia liberale per la Fusione Perfetta, saprà farsi interprete delle istanze popolari più profonde, restandone anzi per lo più scandalizzato.

Tipiche le reazioni preoccupate ai sommovimenti che nel corso del 1848 agitarono anche l’isola, incomprese e lasciate al proprio destino di jaqueries o di ribellismo spontaneo.

E anche quelle sollevate, nel 1859, dall’ipotesi (probabilmente mai davvero perseguita dal governo Cavour) di cedere l’isola alla Francia, quando allo scandalo dei liberali e dei repubblicani italiani (Mazzini in primis) e sardi (Asproni, per esempio) non si accompagnò alcun moto di indignazione popolare. Anzi, gli epistolari e le cronache dell’epoca segnalano la preoccupazione per l’indifferenza che tale possibilità suscitava nel popolo.

Del resto il tessuto produttivo e sociale della Sardegna già allora era improntato a una condizione di subalternità molto vicina ai tipici rapporti coloniali, che negli stessi anni diventavano la regola per le varie potenze europee (vere o aspiranti tali).

Il rapporto di forza tra Sardegna e stato centrale, già reso complicato dalla Fusione, divenne drammatico con l’unificazione italiana.

Tale esito storico non ebbe in Sardegna alcun effetto positivo, a dispetto delle retorica che fin da allora lo accompagna.

Nel nuovo contesto politico la differenza di dimensioni, la distanza geografica, la mediocrità della classe politica sarda e la debolezza strutturale dell’economia isolana divennero dei fattori di subalternità strutturali difficili da temperare, ancor più da superare.

Tale rapporto di forza sbilanciato – già chiarissimo nella sua natura ad alcuni dei primi autonomisti (come Federico Fenu) – divenne palese dopo la crisi di fine anni Ottanta primi anni Novanta del secolo XIX, crisi che nell’isola si protrasse però fino ben dentro il secolo XX.

Gramsci fu uno dei pochi, lucidi osservatori di tale situazione, voce inascoltata anche quando, dalla tragedia della Prima guerra mondiale, emerse il sardismo come primo tentativo di politicizzazione della “quistione sarda” (vedi Carlo Pala, 2016).

In quel difficile periodo, benché i sommovimenti popolari fossero pressoché all’ordine del giorno (come nel 1904 o nel 1906 e poi ancora nel 1919), solo una parte dei lavoratori del comparto minerario ebbe qualche forma di contatto con idee e prospettive socialiste o anarchiche. Una frazione minima della popolazione in una terra ancora largamente a vocazione agricola.

Non nacque nemmeno allora una spinta sociale e intellettuale autonoma che interpretasse il marxismo o le altre correnti del socialismo europeo sub specie Sardiniae.

Beninteso, vi furono alcuni intellettuali vicini alle idee socialiste. Basti pensare a poeti come Pepinu Mereu, Bustianu Satta o Badore Sini. Ma non si crearono formazioni intermedie strutturate, né una scuola di pensiero sufficientemente consistente per diventare un fattore sociale attivo.

Risultato che invece ottenne il sardismo, con la fondazione del PSdAz.

Anche da questo punto di vista, il sardismo organizzato si rivelò più una iattura che un fenomeno positivo.

La sua debolezza ideologica, la sua ambiguità sociale, i tentennamenti politici dei suoi leader ne fecero sì il primo e unico partito di massa sardo mai esistito, ma anche una zavorra ideologica e culturale da cui l’isola non saprà più sbarazzarsi.

Spazzato via il sardismo di massa dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale, fallita anche la prova dell’autonomia come fonte di possibile riscatto delle masse sarde, lo scenario politico dell’isola da allora è stato egemonizzato dai partiti italiani e dalla loro influenza su tutti i fattori sociali e culturali.

Il Piano di Rinascita e l’industrializzazione – tipica modernizzazione passiva, con profili di colonialismo nemmeno troppo mascherati – consegnarono poi il controllo dell’economia sarda a processi del tutto esogeni e a pochissimi soggetti dotati di mezzi potentissimi.

La politica sarda non riuscì ad esprimere un proprio pensiero, una propria prospettiva, se non dentro le cornici imposte dalla politica italiana, dai giochi geo-politici, dagli interessi costituiti dei grossi centri di interesse economico.

La politica di desardizzazione, diventata pervasiva e capillare con l’alfabetizzazione di massa e la televisione, non solo non fu contrastata dagli esponenti sardi dei partiti italiani o dalle università, ma fu anzi avallata e promossa.

La totale incomprensione della questione sarda da parte dei Sardi nasce anche da qui. E la mancanza di una sinistra propriamente sarda, sorta dalle lotte e dai conflitti della società isolana, ha avuto un peso in tutte le scelte disgraziate che hanno costellato gli ultimi sette decenni.

Naturalmente il problema prima o poi doveva emergere. Finché il possibile contraltare dialettico era solo il sardismo opportunista e senza nerbo non c’erano problemi a tenerlo a bada.

Ma dagli anni Sessanta del secolo scorso l’alfabetizzazione generalizzata e l’accesso finalmente ampio all’istruzione superiore e universitaria produssero le prime reazioni intellettuali a uno stato di cose evidentemente inaccettabile.

Tuttavia l’egemonia della DC e del PCI (quest’ultimo molto forte dentro le università) ha sempre tenuto ai margini del dibattito intellettuale ufficiale il pensiero critico dei vari Antonio Simon Mossa, Mialinu Pira, Placido Cherchi, Eliseo Spiga, Bachisio Bandinu, ecc.

Allo stesso modo è stata trascurata l’eredità intellettuale e politica di Gramsci, anche quando ormai a livello internazionale era già diventata il fulcro della riflessione post-coloniale e un monumento del pensiero politico mondiale, riverito e studiato ovunque.

Così come sono stati rimossi dalla conoscenza e dalla percezione storica dei Sardi i momenti nodali della nostra vicenda collettiva, in primis la Rivoluzione sarda e i suoi personaggi, ancora oggi piuttosto maltrattati dalla storiografia istituzionale e nel discorso pubblico.

Il Movimento extraparlamentare e l’area autonoma, a sinistra del PCI, furono gli unici interlocutori delle istanze indipendentiste e anti-colonialiste emerse dagli anni Settanta in poi. Con poco spazio e poco successo, tuttavia, se dobbiamo giudicare dalla presa sull’elettorato e sulle masse.

Ma anche lì si è sempre trattato di un rapporto difficile, spesso impantanato in questioni astratte, tra internazionalismo teorico e incomprensione dei fenomeni sociali concreti.

Il discorso dell’autodeterminazione è stato in ogni caso sempre rifiutato, a sinistra, proprio in virtù di una dogmatica tributaria verso il marxismo-leninismo più scolastico e di una ignoranza storica profonda.

Un problema che ci portiamo dietro ancora oggi, nonostante sia finalmente presente più di una componente di sinistra, nell’ambito dell’indipendentismo, e non in una posizione marginale.

Ma si tratta ancora di un’avanguardia. Molti che in Sardegna hanno fatto militanza di sinistra e che votano a sinistra e che si riconoscono nei valori della giustizia sociale, della democrazia popolare, dell’internazionalismo, dell’anti-militarismo e dell’ambientalismo si tengono lontani dalla prospettiva dell’autodeterminazione e dell’indipendenza.

Abbiamo tanti nobili esempi, anche in termini di associazionismo e di iniziative pubbliche, di solidarietà verso le sorti di tanti popoli del pianeta, sfruttati o colonizzati o devastati da guerra e povertà. In pochi, tuttavia, amano applicare le stesse categorie di giudizio alla Sardegna stessa.

L’adesione acritica a un concetto di italianità totalmente campato per aria, ma nondimeno attraente per chi si sente figlio di un dio minore in cerca di riscatto, ha prodotto molti errori di prospettiva.

La fede religiosa nei precetti del “nazionalismo costituzionale” con la sua stucchevole retorica sulla bellezza della carta costituzionale italiana e le trite argomentazioni sulla preziosità di appartenere a una repubblica “nata dalla Resistenza” (e finita in mano a Berlusconi, Renzi, Salvini, Grillo) ha da sempre avuto come esito, a sinistra, il rifiuto ostinato di riconoscere il problema strutturale e ineludibile costituito dal rapporto di forza sbilanciato e coloniale con lo stato italiano.

Fenomeni che si sono manifestati in tutta la loro natura paradossale, per esempio, a proposito del Procés catalano, con stuoli di commentatori sedicenti di sinistra (ferventi adoratori della Costituzione, appunto, anche di quella spagnola) che parteggiavano per Rajoy e i franchisti, per la Guardia Civil che manganellava signore anziane dentro un seggio elettorale, per gli arresti politici.

Anche nel dibattito pre-elettorale dei mesi scorsi sono emerse queste frizioni, per lo più difficilmente ricomponibili.

Addirittura siamo ormai arrivati al paradosso che discutere di autodeterminazione della Sardegna con compagni italiani è di gran lunga più facile e senza intoppi che farlo con compagni sardi.

Questo potrà sembrare un problema di poco conto a chi crede che parlare di “sinistra” e “destra” sia una perdita di tempo e che si tratti – come spesso leggo sui social o sento dire – di categorie politiche *italiane*, quindi inutilizzabili in Sardegna.

Che è un’argomentazione un po’ più originale di quella che le vuole semplicemente categorie obsolete e inutilizzabili, in quanto appartenenti al passato (?).

Ma il problema non è nominalistico. Possiamo anche evitare di usare i termini “destra” e “sinistra”, ma le questioni a cui essi fanno riferimento sono ancora sul tappeto e tutte largamente irrisolte.

La diseguaglianza crescente, la radicalizzazione dei processi autoritari, la minaccia della guerra globale sempre più incombente, il razzismo dilagante, i rigurgiti del fascismo, la devastazione della biosfera, l’inadeguatezza delle istituzioni politiche statali e internazionali: tutto questo continua a richiedere un punto di vista, una prospettiva, la proposta di valori e di obiettivi alternativi.

E tali prospettive, tali valori e obiettivi non possono nascere su un terreno puramente astratto. Lì domina il pensiero unico, veicolato dai mass media e dalle istituzioni politiche, egemonizzate dai centri di potere economico sovranazionale.

Devono invece nascere e trovare nutrimento sul terreno dei rapporti sociali concreti, dentro il conflitto tra interessi contrapposti, nella lotta per un mondo più equo, libero e sano da contrapporre alla deriva di odio, paura e malattia che ci è stata apparecchiata ed è già in corso.

Il discorso dell’autodeterminazione della Sardegna si inserisce a pieno titolo in questa dialettica.

È essenzialmente un problema di piena e compiuta realizzazione della democrazia.

È, in modo profondo e storicamente radicato, una questione di lotta di classe. L’unica lotta di classe che abbia senso in Sardegna.

Una lotta popolare per un riscatto collettivo, per la liberazione delle nostre potenzialità, per il libero accesso all’interazione con gli altri popoli.

Se la sinistra in Sardegna, sia quella riformista sia quella più radicale e rivoluzionaria, non si occupa di autodeterminazione e – nelle circostanze attuali – di indipendenza, ponendo tale processo come costitutivo e centrale nella propria teoria e nella propria prassi, non ha alcun senso in Sardegna dichiararsi di sinistra.

Erdoğan, il dittatore turco massacra i Kurdi

 

di Francesco Casula

I Kurdi, fra i principali protagonisti nel combattere e sconfiggere l’Isis, vengono oggi ricompensati con il massacro da parte del dittatore turco (pare alleato proprio con assassini dell’Isis).

E l’Europa sta a guardare. E i nostri politici non fiatano. E la stampa italica è più interessata a cianciare sulle alleanze e sulle forme elettorali che sul dramma Kurdo.

I Kurdi rappresentano storicamente un popolo sottoposto a un tragico destino: senza diritti, deportati, incorporati coattivamente in una miriade di Stati stranieri: Iraq, Iran, Siria, Turchia e persino Libano e in alcune regioni asiatiche dell’ex URSS.

Senza Stato, con più di 30 milioni di abitanti, il popolo kurdo dal lontano 1924 ha subito una politica di discriminazione razziale che non ha esempi né precedenti in nessuna altra parte del mondo.

Gli Stati che lo opprimono, con tutti i mezzi a loro disposizione, come la stampa, la radio-TV, l’esercito, la polizia, la scuola, l’università, hanno condotto e continuano a condurre una politica mirante non solo a negare i loro diritti inalienabili, sanciti da tutte le Convenzioni internazionali e dall’Onu, ma ad eliminare la loro stessa esistenza fisica.

Per quasi un secolo i kurdi non esistono: né come popolo, né come etnia, né come lingua, né come cultura.

In modo particolare in Turchia, dove non li chiamano neppure con il loro nome ma “Turchi della montagna” – ma anche gli altri Stati che li hanno incorporati non sono da meno, pensiamo solo ai massacri da parte del dittatore criminale Saddam Hussein – il popolo kurdo è soggetto a distruzione sistematica da parte di tutti i governi che si sono succeduti dal 1924.

Secondo alcuni storici dal 1924 al 1941 la politica degli stati oppressori è stata nei confronti dei kurdi di vero e proprio “etnocidio”: penso in modo particolare a J. P. Derriennic (Le moyen Orient au XX siecle, pagina 68).

Ma non basta. Il dramma dei Kurdi è certamente quello di essere martoriati e “negati” negli Stati in cui sono attualmente incorporati ma anche quello di essere cancellati dall’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, dai media, dalla scuola.

A questo proposito mi sono preso la briga di analizzare e visionare, in modo rigoroso e puntuale ben 32 testi scolastici di storia estremamente rappresentativi e attualmente in adozione nelle Scuole italiane, rivolti ai trienni delle scuole superiori (Licei, Magistrali, Istituti tecnici e professionali).

Ebbene, dal mio studio e dall’indagine risulta che su 32 testi – che diventano 96 perché ogni tomo contiene tre volumi, uno per ciascuna classe del triennio – ben trenta non dedicano neppure una riga al problema kurdo: di più, il termine kurdo non viene neppure nominato!

Eppure si tratta di storici non solo noti e prestigiosi ma di ispirazione e orientamento prevalentemente cattolico, liberale, progressista ma soprattutto di sinistra. Ne ricordo solo alcuni, quelli piiù noti: G. Candeloro e R. Villari, F. Della Peruta e G. De Rosa, A. Desideri e M. Themelly, A. Giardina e G. Sabbatucci, A. Brancati e T. Pagliarani, A. Camera e R. Fabietti, A. Lepre e M. Bontempelli, C. Cartiglia e M. Matteini, F. Gaeta, P. Villani, G. De Luna-

Ahi, ahi, che brutti scherzi combinano ai “nostri” le categorie storiche statoiatriche, centralistiche, eurocentriche e occidentalizzanti!

Sottoposti alla disintegrazione etnica-culturale (minoranze curde esistono in Libano e nelle regioni asiatiche dell’ex URSS), alla deportazione di massa da parte turca e iraqena, alla colonizzazione, i Kurdi sono stati costretti ad emigrare per evitare persecuzioni e disoccupazione. Alla loro storia nuoce non poco il fatto di abitare territori ricchi di petrolio e dunque di essere al centro di contese regionali e internazionali.

Col trattato di Sèvres fra l’impero ottomano e le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale (1918-1920), la Turchia si impegnò a favorire la formazione di un Kurdistan autonomo nella parte orientale dell’Anatolia e nella provincia di Mossul, presupposto dell’indipendenza. Il disegno delle potenze imperialistiche mirava a farne uno stato cuscinetto fra Russia e Turchia.

Ma la vittoria della rivoluzione Kemalista e il trattato di Losanna cancellarono i diritti del popolo kurdo. Ricordo che tale rivoluzione fu guidata da Ataturk, celebrato dai “nostri” storici e dall’Occidente in modo entusiastico, quando in realtà fu il più grande persecutore e massacratore del popolo kurdo.

Non ci ricorda vagamente, mutatis mutandis,  il nostro popolo?

Ragionando su Caminera Noa (Cristiano Sabino)

Il Manifesto Sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). 

La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Cristiano Sabino. 

Il 18 marzo si svolgerà a Bauladu la terza assemblea plenaria di Caminera Noa e la carne al fuoco è molta. Nascerà un nuovo percorso politico in Sardegna o ci si limiterà a restare nella dimensione della rete delle lotte e dei conflitti senza ambire ad una sintesi a tutto tondo? E ci sono tante altre questioni da vedere, come per esempio il rapporto con le forze antiliberiste non sarde e quelli con la vasta area del nazionalismo e dell’autogoverno sardo.

Ma prioritario a mio parere è il metodo con cui si intenderà organizzarsi e lo dico pensando all’ultima telefonata con Vincenza Pillai il quale, con il suo immancabile piglio, si raccomandava perché questa volta si desse corpo ad un vero processo di democrazia popolare.

Ed è questa la prima domanda che mi faccio: cosa ci serve? Partiamo da ciò che non ci serve affatto. Non ci serve l’ennesimo partito indipendentista a parole e subalterno nei fatti. Ce ne sono tanti, chi vuole si iscriva lì. Con la Giunta Pigliaru l’indipendentismo ha perso la verginità e ha purtroppo sdoganato la legittimità di appoggiare le più sciagurate politiche centraliste, colonialiste e antisociali. Non ci serve neppure l’ennesimo nuovo partito comunista. Se non sbaglio solo nell’ultimo anno ne sono rinati due o tre in Italia, ormai seguo queste dinamiche con difficoltà. Non ci serve infine l’organizzazione purissima sulla carta, con l’organigramma perfetto i cui militanti giurino monogamia politica al leader, al comitato centrale, al partito.

D’altro canto mi viene la pelle d’oca quando sento parlare di “associazione delle associazioni”, di “comitato dei comitati” e trasalisco quando qualcuno tira fuori da sottoterra l’abortivo slogan “movimento dei movimenti”. No, questo ci serve ancora di meno, perché non ha mai funzionato, perché la sintesi politica è necessaria, perché ne abbiamo tutti abbastanza di lavorare a vuoto perché poi qualcuno un po’ più furbo e meglio organizzato passi ad incassare convogliando il lavoro fatto verso mulini che con la lotta e la trasformazione delle cose non c’entrano nulla.

Ma se non ci serve il partito ideologico vecchio modello e non ci serve nemmeno la rete delle reti, allora cosa ci serve? Forse sta qui il punto politico rivelato dal nome attualmente in uso di questo nuovo processo ancora nascente: ci serve un camminare nuovo. Mi convince a questo proposito la definizione che ne hanno dato gli attivisti del circolo Me-Ti di “soggetto-progetto” nel loro documento politico. Mi convince perché in questa definizione c’è tutto ciò che ci serve, appunto l’aspetto della sintesi politica capace di incidere in tempi utili sulla realtà sempre più dinamica e velocizzata che ci circonda, ma anche il carattere dell’unità basata sui progetti, sulle capacità operative che i promotori e gli aderenti sviluppano sui territori a difesa delle loro comunità.

E credo anche che sia l’unica forma organizzativa capace di resistere all’onda d’urto che fra poco ci investirà. Credo che sia chiara la pesante svolta a destra uscita fuori da queste elezioni. E non parlo del mero aspetto governativo. Intendo dire che si sta affermando nella società una opinione pubblica profondamente reazionaria, una voglia dell’uomo forte, una propensione alla lotta fra poveri, un’ideologia dell’ordine militare e poliziesco e del privilegio per collocazione geografica se non per razza. In una parola sta riprendendo piede la tendenza al fascismo che noi non potremo più combattere con l’antifascismo militante e le bandiere rosse, ma rafforzando i presidi che abbiamo nei quartieri e nei territori e aprendone di nuovi, occupando tutti gli spazi possibili con opere di reciproco aiuto, di solidarismo, di economie di sussistenza, di mutualismo sociale. Se non lo facciamo noi lo faranno i fascisti e infatti hanno già iniziato.

Costruiamo dunque un soggetto politico plurale, composito, attraversabile, accogliente, ma non rinunciamo a costruirlo perché ne abbiamo bisogno oggi e ne avremo sempre più bisogno in futuro, per riconquistare il consenso che nel corso del tempo i progressisti, i sardisti e gli indipendentisti in questa terra hanno perso. E non parlo dello spazio sui media che pure è importante, ma prioritario è il radicamento sociale e civile, la riconoscibilità, lo spazio di manovra in cui le nostre idee di libertà ed emancipazione possano farsi strada e camminare. Ciò che ci serve è la certezza dell’attivismo e dell’organizzazione, sapere che per le battaglie unitarie siamo tutti per uno e non piccole trincee sparse dedite alla cura dei propri confini. Su questo punto non si giocherà solo la vita e la morte del progetto Caminera Noa, ma anche del fare politica finalizzata alla decolonizzazione nella nostra terra.

Il secondo pilastro è a mio avviso la qualità delle campagne che si intenderà fare. Ogni qualvolta nell’ambito generale della nostra area nasce un progetto o un insieme di progetti si ha la tendenza a occupare tutti gli spazi squadernando uno ad uno i temi del progressismo e del sardismo. Energia, acqua, scuola, identità, lavoro, lingua e via dicendo.

Io credo che bisogna cambiare passo. Non ci serve un programma elettorale. Di questo ne parleremo se e quando si discuterà di elezioni. Ora ci serve trovare lo spazio sociale in cui il nostro cuneo rosso possa fare breccia mediante singole e ben meditate battaglie. E, a mio parere, le caratteristiche che tali battaglie devono avere sono ben chiare: originalità, fattibilità, coscienza, rottura. Non dico di rinunciare alle battaglie di bandiera, cioè a quelle lotte che è giusto fare anche se ora come ora non possiamo vincerle, come per esempio cambiare lo Statuto allargando i poteri sovrani del Popolo sardo o alzare l’insegna della piena occupazione a salario minimo garantito. Ma al loro fianco dobbiamo fare avanzare due prassi ben riconoscibili: il mutualismo sociale (di cui ho parlato prima e che molti di noi stanno già autonomamente praticando) e battaglie originali (nella sostanza o nella modalità con cui le proporremo), fattibili e alla portata di successo. Facciamo un esempio: chiedere l’insegnamento della lingua sarda a scuola è una battaglia giusta che va fatta anche se sappiamo che la risposta è il muro di gomma da parte delle istituzioni competenti. Appunto per questo al suo fianco bisogna farne anche una capace di cambiare da subito il volto monolingue della scuola. Ci sono delle idee sul piatto. Parliamone e agiamo, perché se riusciamo a ottenere risultati pratici e di approssimazione agli obiettivi finali, anche questi ultimi sembreranno a noi- e soprattutto alla società sarda-più vicini e raggiungibili. Dobbiamo approntare una serie di campagne che siano realizzabili e far comprendere che in Sardegna le cose si possono fare, ma che esiste una precisa volontà di impaludarle da parte delle oligarchie al potere. Se lavoriamo bene ciò porterà alla coscienza di non essere cittadini con pieni diritti, ma solo cittadini di serie B. Se lavoriamo ancora meglio ciò si trasformerà in rabbia e in conflitto e dal conflitto nasceranno le lotte che ci faranno avanzare.

Il terzo pilastro può sembrare una contraddizione ma non è così. Dobbiamo coniugare la massima flessibilità e apertura organizzativa (evitare il settarismo e non costruire mai più chiese) con la massima rigidità dei nostri punti base. Con chi usa la sardità in funzione anti immigrazione non si parla, perché non parliamo con i razzisti. Con uno che non riconosce il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione non si parla, perché anche se tinti di rosso sono sciovinisti. Con chi crede che i tirocini possano durare un anno senza obbligo di assunzione o che non debba esistere un salario minimo non si parla perché non parliamo con gli schiavisti.

Ciò di cui sto scrivendo non è mai esistito in Sardegna, anche se in altre parti del mondo qualcosa del genere si sta facendo strada. E sta qui la difficoltà del nostro impegno, ma anche la grande occasione che abbiamo davanti e l’enorme responsabilità che ci stiamo prendendo. So di non avere esaurito la discussione perché ci sono tanti altri nodi gordiani di cui discutere, ma per ora credo che basti così. La scorsa estate a S. Cristina abbiamo deciso che avremmo iniziato a camminare e lo stiamo facendo. Credo che per ora sia già una grande cosa sapere verso dove.