Solinas: Fai qualcosa di sardista. Subito la Riforma dello Statuto Sardo!

di Cristiano Sabino
 La campagna di Caminera Noa per la riforma dello Statuto Autonomistico lanciata oggi sui social 
Christian Solinas ce l’ha fatto, dopo un centinaio di giorni ha partorito una Giunta presumibilmente frutto di una lunga e logorante trattativa con i suoi partner elettorali e in particolar modo con la Lega a cui Solinas deve la sua folgorante ascesa prima come senatore, poi come presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
Dopo i disastrosi cinque anni di subalternità e servilismo imposti dal PD e da Francesco Pigliaru, i sardi stanno per sperimentare la verga della nuova destra a guida salviniana, con tanto di assessori che non rinnegano il loro recentissimo passato in organizzazioni neofasciste come Forza Nuova.
Ma siccome ormai viviamo in un mondo completamente alla rovescia e, si dice, ormai “post-ideologico” e “liquido” (devo ancora leggere tutta la bibliografia del sociologo Bauman per capire cosa ciò voglia dire!) insieme al franchising lumbard recentemente riverniciato a sovranismo italiano governano anche i sardisti, appunto per tramite di assessorati chiavi e della presidenza della Regione.
Ora il caso vuole che proprio mentre la giunta lumbard-sardista scalda i motori, si riaccenda in Sardegna l’annoso dibattuto sulla riforma dello Statuto Autonomistico, anche a traino della richiesta di alcune ricche Regioni del nord di ottenere l’autonomia del dibattito sulla regionalizzazione delle competenze scolastiche.
Proprio il presidente Solinas aveva  depositato una proposta di riforma dello Statuto Sardo, prima in Regione e poi in Senato.
Per capire di cosa si parli la riporto qui integralmente (solo il testo, senza la lunga introduzione giuridica):
TESTO DEL PROPONENTE
Art. 1
Integrazioni allo statuto in materia di lingua, cultura e ordinamento scolastico1. Dopo il titolo II della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), e successive modifiche ed integrazioni è aggiunto il seguente: 
“Titolo II bis (Lingua, cultura e ordinamento scolastico)”.Art. 2
Uso della lingua sarda1. Dopo il titolo II bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 1, è inserito il seguente articolo: 
“Art. 6 bis (Uso della lingua sarda) 
1. Nel territorio della Regione la lingua sarda è parificata a quella italiana. 
2. I cittadini sardi hanno facoltà di usare la propria lingua nei rapporti con gli uffici giudiziari e con gli organi e uffici della pubblica amministrazione situati nel territorio regionale, nonché con i concessionari di servizi di pubblico interesse svolti nella stessa Regione. 
3. Nelle adunanze degli organi collegiali della Regione e degli enti locali può essere usata indistintamente la lingua italiana o la lingua sarda. 
4. Gli uffici, gli organi e i concessionari di cui al secondo comma usano nella corrispondenza e nei rapporti verbali la lingua del richiedente. 
5. Nei rispettivi territori, la lingua catalana di Alghero ed il tabarchino delle Isole del Sulcis godono di analoghe tutele secondo la legge regionale.”.Art. 3
Toponomastica regionale1. Dopo l’articolo 6 bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 2, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 ter (Toponomastica regionale) 
1. La toponomastica nel territorio regionale è tenuta nel rispetto ed a salvaguardia dei toponimi locali in lingua sarda e, con riferimento alle aree interessate, in lingua catalana ed in tabarchino. 
2. L’accertamento dell’esistenza e dell’ortografia dei toponimi locali è deliberato, su istanza degli enti locali interessati e previa idonea istruttoria, dalla Giunta regionale.”.

Art. 4
Criteri di priorità

1. Dopo l’articolo 6 ter della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 3, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 quater (Criteri di priorità) 
1. Le amministrazioni statali, le autonomie funzionali e i concessionari di servizi di pubblico interesse ubicati nel territorio della Regione assumono in servizio prioritariamente dipendenti originari della Sardegna o che conoscano la lingua sarda.”.

Art. 5
Insegnamento della lingua sarda

1. Dopo l’articolo 6 quater della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 4, è aggiunto il seguente: 
Art. 6 quinquies (Insegnamento della lingua sarda) 
1. L’insegnamento nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, nei licei e negli istituti tecnici e professionali è impartito nella lingua materna italiana, sarda, catalana o tabarchina degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna, secondo classi omogenee formate sulla base delle richieste di iscrizione da parte degli interessati. 
2. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado è obbligatorio l’insegnamento della seconda lingua, diversa da quella materna con la quale è impartito l’insegnamento ai sensi del primo comma. 
3. Per l’amministrazione della scuola in Sardegna è istituita una autonoma Sovrintendenza scolastica regionale, cui compete altresì la verifica ed il coordinamento dei programmi di insegnamento e di esame delle autonomie scolastiche regionali, nonché il relativo dimensionamento. La Giunta regionale nomina il sovrintendente scolastico della Sardegna. 
4. Ferma restando l’imputazione al bilancio dello Stato dei relativi costi, il personale insegnante e il personale amministrativo delle scuole di ogni ordine e grado, della Direzione scolastica regionale e degli uffici scolastici territoriali passa alle dipendenze ed è soggetto al coordinamento e controllo della Sovrintendenza scolastica regionale, che lo organizza anche mediante strutture decentrate sul territorio secondo criteri di efficienza ed efficacia. 
5. È riconosciuta l’equipollenza dei titoli di studio conseguiti all’esito dei percorsi di istruzione di cui al primo comma in lingua sarda, catalana o tabarchina.”.

 

Se per un attimo facciamo astrazione dal proponente e dalle scelte politiche del suo partito, completa o no, condivisibile o meno in tutte le sue parti, si tratta di una proposta che oggettivamente ribalterebbe il tavolo del rapporto di sudditanza vissuta dalla Sardegna nei confronti dello Stato italiano, almeno per quanto riguarda il pieno riconoscimento del profilo storico, culturale e linguistico della nazione sarda.
Oggi viviamo in una situazione dove i ragazzi a scuola vengono puniti  disciplinarmente perché dicono “eja” invece di “si” da docenti – sardi o no non fa alcuna differenza – che allo stesso tempo rispondono “ok” o che riempiono i loro bei verbali di termini come “feedback”, “cooperative learning”, ecc..
Per questo a mio parere squarcia il velo della sonnolenza la sveglia suonata da Caminera Noa al presidente Solinas e alla sua Giunta nuova di zecca: “Solinas fai qualcosa di sardista!” – incalzano gli attivisti di Caminera Noa sui social – fa diventare realtà ciò che finora hai solo annunciato di fare e fallo subito, fallo con priorità assoluta, fallo davvero visto che ne hai il potere!
Provocazione? Suggerimento disinteressato? Assist inatteso da parte di un movimento dichiaratamente antifascista e antileghista? Vedetela come vi pare, ma sicuramente si tratta di una novità da seguire e da sostenere con forza.
Di seguito riporto il testo integrale del documento che sta girando sul web:

A distanza di molti anni dalla guida alla Regione Autonoma della Sardegna da parte di Mario Melis, primo Presidente sardista, con il dibattito in corso sulla richiesta di autonomia da parte di alcune Regioni a statuto ordinario del nord Italia, si creano le condizioni perfette per rinvigorire il dibattito che da molti anni “scuote” le coscienze della classe politica e degli intellettuali della nazione sarda: il superamento della stagione autonomistica – così come la conosciamo dal secondo dopoguerra – con la scrittura di un vero Statuto Autonomistico, che metta al centro il popolo sardo e il suo diritto all’esistenza, la sua lingua e di conseguenza il diritto all’autodeterminazione nazionale concepita in tutte le sue forme.

Politicamente siamo ben lontani dalle posizioni del presidente Solinas e soprattutto dalla scelta scellerata di accordarsi con un partito xenofobo e padronale come la Lega, perciò vigileremo con attenzione perché in Sardegna non vengano imposte le medesime politiche repressive e securitarie di matrice razzista, che ormai da decenni spadroneggiano nel Nord Italia nelle amministrazioni egemonizzate dalla Lega.

Non possiamo però non recepire positivamente la Proposta di Legge Nazionale elaborata dal presidente del PSdAz e presentata al Consiglio Regionale della R.A.S. nel settembre del 2015, poi ripresentata in Senato come DdL Costituzionale (–>https://tinyurl.com/y2gcsqps ), di cui Solinas è il primo Senatore firmatario, comunicato alla Presidenza del Senato della Repubblica italiana il 20 giugno 2018.

Una riforma incentrata sull’uso del sardo – richiamandosi alla giurisprudenza in materia di tutela delle minoranze linguistiche adottata dalle province autonome di Trento e Bolzano e dalla Val D’Aosta – e sul suo insegnamento nelle scuole, che può dare lo slancio necessario per rimettere in discussione l’intero testo dello statuto, che ad oggi non sancisce nemmeno l’esistenza del nostro popolo, non tutela la nostra lingua, la nostra cultura e tantomeno prevede sovranità in materia di politica economica e fiscale.

Nessuna giunta regionale, dal dopoguerra ad oggi, ha seriamente affrontato la questione della totale insufficienza dello Statuto Autonomistico Sardo e ogni dibattito è stato lasciato cadere nel vuoto a causa dell’inconsistenza delle classi dirigenti sarde omologhe a quelle italiane, che si sono susseguite alla guida della Regione Autonoma. Persino Emilio Lussu denunciò l’incompletezza del testo, poiché spogliato di tutto ciò che il sardismo aveva proposto già dall’immediato dopoguerra per garantire la permanenza pacifica dei sardi nella cornice unitaria dello Stato italiano.

Solo così si aprirà un ragionamento concreto sulle fonti normative che regolano la vita quotidiana e il destino del popolo sardo, così da cominciare a costruire il futuro della nostra Terra (e di tutti coloro che vi risiedono per nascita, scelta, vocazione o altro) e poter decidere finalmente quali siano le norme che regolino la società sarda autodeterminata e libera dalle politiche neocoloniali, volte a sottomettere ulteriormente l’isola, il suo popolo e a depauperare le sue risorse economiche, ambientali ed intellettuali.

La possibilità che finalmente la Sardegna possa conquistare una carta dei diritti che permetta il dovuto riconoscimento del suo ruolo nella storia delle nazioni del mondo, facendola così uscire da un’idea diffusa di “minorità” che necessita sempre di un “tutore” estraneo, deve essere il frutto di uno sforzo collettivo e popolare, di una spinta che parta democraticamente dal basso, quindi dallo stesso popolo sardo, e non da riforme imposte in maniera meccanica e burocratica.

Agricoltura: per documentarsi non c’è tempo

  foto tratta da AgroNotizie

di Samed Ismail

Il ping-pong tra sinistra e destra alla guida della Regione Sardegna procede come da copione. La palla passa a Sal…Solinas dopo cinque anni di pietoso PD. Il risultato elettorale coincide con la fine della dura protesta dei pastori. La Sardegna guarda, lascia fare. Lascia un mese, facciamo due, perché la novità, si sa, ha bisogno di tempo, e poi?

E poi arriviamo all’incredibile scelta per l’assessorato all’agricoltura, chiaramente il più caldo dopo i litri di latte rovesciati. La nuova giunta di centro destra aveva un solo vantaggio, la novità per cui si poteva dire “probabilmente siete come gli altri, ma vi concediamo il beneficio del dubbio”, invece se lo sono giocati candidando un’ex PDina.

Ex PDina però convertita, ci spinge a pensare ancora la «novità», almeno sarà competente, l’avranno scelta a posta. Invece lei per prima ammette di non sapere NULLA, “mi documenterò” dice coraggiosamente.

Quest’ultima si aggiunge alle prese per il culo di Salvini e dei tavoli, ribadisce un fatto ormai assodato e che ci dobbiamo stampare bene in testa: la classe politica non è più buona neanche a nascondere la propria incompetenza.

“Calma pastori calma” recita il famoso motto, ma non serviva aspettare due mesi, non servirà aspettare che la Murgia si metta a studiare per rendersi conto che la pazienza è finita, per i pastori e per la Sardegna.

In due mesi si è documentata e continua a documentarsi la Procura della Repubblica sui pastori. Per ora sono 14 quelli raggiunti dal pugno della legge, molto più fermo di quello sbattuto dalla politica sui tavoli delle trattative. Per reprimere si sono già documentati. Per reprimere i più deboli ovviamente, perché gli industriali, quelli sì, veri «malviventi» continuano a dormire sonni tranquilli dopo aver rovinato intere famiglie: non si sa infatti che fine abbiano fatto le famose indagini aperte dall’Antitrust durante i disordini.

Secondo voi chi passerà i documenti all’assessorato? Staranno ad ascoltare i pastori o sceglieranno la competenza del signor Pinna? Si può aspettare, ma come abbiamo imparato la politica si muove più in fretta se è sollecitata…

Fra tricolore, inno Fratelli d’Italia e falsificazione della storia

Pubblichiamo l’intervento dello storico Francesco Casula (in foto) in seguito alla querelle sull’utilizzo della fascia tricolore indossata alla rovescia dal sindaco di Villanovaforru per protesta contro la giunta a trazione leghista.

Maurizio Onnis, il combattivo sindaco indipendentista di Villanovaforru “Porterà la fascia tricolore rivoltata fino a quando le cose cambieranno”.
Una “repulsione” quindi di ordine politico.
Io nutro una repulsione per motivi di salute: quando vedo il Tricolore, mi viene l’orticaria.
Nei confronti invece dell’Inno “Fratelli d’Italia” la repulsione è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, ulrtraretorico, esso riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta a storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere nell’Inno di Mameli.
Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.
Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.
Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.
Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.
Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.
Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).
Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.
Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.
Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.
Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.
Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011: ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.
Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.
Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.
Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.
Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

Costruiamo insieme la Sardegna che vogliamo lasciare ai nostri figli

di Emanuela Cauli

Pubblichiamo il saluto inviato da Emanuela Cauli del Comitato Cittadino Isola di La Maddalena – Progetti in Comune ai lavori della Plenaria di Caminera Noa dello scorso 31 marzo

Innanzitutto grazie! Vi ringraziamo per non averci mai dimenticato e per continuare a ritenerci compagni di lotta. Questo ci rende orgogliosi e ci fa sentire parte di un tutto, Sardi prima di tutto, quindi popolo. Il sentimento è assolutamente reciproco.
Per noi sardi maddalenini questa inclusione forse è ancora più importante e significativa essendo stati per lungo tempo quasi dimenticati. In questa dimenticanza ci mettiamo anche la consapevolezza di esserci noi stessi dimenticati, in qualche modo, di far parte del popolo sardo. Il richiamo di una Caminera Noa alla partecipazione alle lotte condivise da tutta la Sardegna ha fatto sì che in qualche modo non ci sentissimo più soli e ci ha stimolato ad aprirci e intraprendere questo percorso collettivo e di appartenenza. Per adesso il Comitato Cittadino è un piccolo gruppo all’interno di una realtà ancora purtroppo lontana da questo sentimento identitario e autonomista che, nonostante l’interferenza del tripolarismo nazionale, sta progredendo e continua a crescere al di là della frammentazione che purtroppo ancora ostacola questo cammino di affrancamento dalla politica colonialista che allontana noi sardi dai problemi specifici e atavici del nostro territorio.
L’ultima campagna elettorale pensiamo abbia evidenziato ulteriormente quanto siamo disorientati e come privi di una memoria identitaria. Abbiamo ascoltato i vari leader nazionali parlare di immigrazione, legittima difesa, energia nucleare, consolidamento delle servitù militari, investimenti esteri, eccetera. Abbiamo votato questa gente! Ci rendiamo conto? Anche quando ci parlavano di sviluppo delle nostre possibilità lavorative, questione annosa per noi e mai risolta, le soluzioni prospettate erano sempre quanto di più avulso dalla nostra realtà culturale, sociale, economica e territoriale. Raccontiamo un aneddoto tanto per dirne una. Nel suo comizio elettorale a La Maddalena, arcipelago di isole a vocazione ittico-marinaresca, Zedda ci parlava della grande preoccupazione intorno all’importazione del prezzemolo dalla Cina. In quella sala c’era una sessantina di persone, solo tre (noi) hanno notato con orrore questa incongruenza.
Abbiamo dimenticato la nostra cultura di popolo accogliente, produttivo, creativo, intelligente. Abbiamo dimenticato che la nostra terra è splendida, fertile, varia, grande. Abbiamo dimenticato di essere nati pastori, costruttori, pescatori, artigiani, intellettuali, giuristi, medici, poeti, viaggiatori. Escludendo dal nostro panorama politico qualsiasi alternativa al tripolarismo nazionale, in una sorta di automatismo generato dalla colonizzazione che non capiamo perché abbiamo sempre subito, abbiamo dimenticato di essere sardi. Quasi come fosse una cosa da nascondere, di cui vergognarsi.
La realtà è che noi non siamo inferiori a nessuno, anche se vogliono continuare a farcelo credere. In questo panorama che secondo il nostro modo di vedere non offre prospettive di crescita e affrancamento è necessario e fondamentale fare un’autocritica collettiva che coinvolga tutte le realtà autonomiste progressiste, antirazziste, antifasciste di cui ognuno di noi fa parte, nessuno escluso. A questo punto crediamo spetti a tutti noi lavorare per offrire un’alternativa valida che sia rispettosa della nostra realtà e della nostra identità e che sia allo stesso modo inclusiva e coinvolgente nelle lotte e che riconosca allo stesso tempo le nostre diversità personali e territoriali. Siamo un popolo ricco, diversificato anche nel suo modo di esprimersi e agire, facciamo in modo che la nostra diversità sia sempre il motore di questo cammino che, non dimentichiamolo mai, ha dei Padri Fondatori a cui dobbiamo rispettosamente riconoscere il loro ruolo di precursori. E’ evidente che questo messaggio non siamo riusciti a farlo passare. I Sardi non ci hanno preso nella dovuta considerazione. L’autocritica che dobbiamo fare parte da questi punti. Tutti assieme, noi che abbiamo iniziato da poco e chi invece è padre e madre dell’autonomismo sardo. Impariamo, per favore, a convivere con le nostre differenze, riconoscerle e accettarle perché il nostro sia anche un percorso di mediazione. Mettiamo da parte i nostri conflitti interni, quando è possibile risolviamoli di persona , e andiamo avanti. Difendiamoci dai razzisti e dai fascisti tutti assieme, facciamo scudo tutti uniti, non attacchiamoci gli uni con gli altri neanche nei social, rispettiamoci fra di noi e riconosciamoci come gruppo coeso e unito.
Noi ci siamo e ci saremo sempre. Dovessimo impiegare cent’anni per vedere i risultati, non arrendiamoci, rimaniamo uniti e teniamo nel cuore come unico obiettivo una Sardegna libera a misura dei sardi, accogliente e ospitale. La Sardegna che vogliamo lasciare ai nostri figli.

Emanuela Cauli
Maja Maiore
Comitato Cittadino Isola di La Maddalena – Progetti in Comune

Sinistra e autodeterminazione: apriamo il dibattito

di Michele Zuddas

“PartimSuo Proprio, Partim Communi Omnium Hominum Iure”

Il giorno dopo i risultati elettorali della consultazione regionale sono emersi in tutta la loro drammaticità i danni derivanti da un lato dalla frammentazione della sinistra e dall’altro dalla frammentazione di movimenti politici, e non, portatori delle istanze dell’autodeterminazione del popolo sardo. Nelle settimane successive non sono mancati appelli all’unità della sinistra e all’unità dell’indipendentismo, critiche, attacchi personali più o meno velati, tentativi assembleari ed incontri. In tutto questo fermento, forse per mia colpa e quindi chiedo anticipatamente venia, non ho visto porre in luce il vero problema che sta all’origine dell’ennesimo fallimento e cioè la mancanza di un’alternativa e di un modello sociale e giuridico che fosse al tempo stesso alternativo e credibile. Tale mancanza, si badi bene, non è responsabilità di una singola forza politica ma, al contrario, di tutte le forze politiche che solidalmente devono accettare “pro quota” di aver perso di vista il vero obbiettivo.

Se si pone come obbiettivo prioritario l’autodeterminazione del popolo sardo, non si possono escludere dal tavolo le forze politiche autenticamente di sinistra sulla base di un’aprioristica valutazione di scarsa autonomia nelle proprie scelte politiche. Se si pone come obbiettivo prioritario la lotta di classe e la realizzazione di una società basata sui valori di uguaglianza e libertà, non si può ignorare il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo.  Entrambi gli obbiettivi sono condizione e contemporaneamente conseguenza l’uno dell’altro.

Preso atto che il raggiungimento degli obbiettivi presuppone una convergenza politica tra le forze dell’autodeterminazione e le forze della sinistra alternativa, rimangono aperti i temi del “Come”, del “che fare” e del modello giuridico ottimale dei rapporti Italia-Sardegna.

Per fare questo, senza l’ambizione di affrontare in maniera esaustiva un tema cosi complesso ma con l’intenzione di sollevare il tema ed un dialogo tra le forze coinvolte, ritengo doverosa la dichiarazione di fallimento del modello di regionalismo che finora ha determinato i rapporti Stato-Regione. A prescindere dalle responsabilità da attribuire alla classe politica che di volta in volta si è succeduta alla guida della Sardegna, il dato dell’inadeguatezza di un siffatto modello dovrebbe esser posta fuori discussione e si dovrebbe iniziare a pensare ad un nuovo modello. Un modello che vada oltre il federalismo“sedicente” democratico a favore di soluzioni che affrontino la sfida dell’evoluzione del modello democratico in un contesto confederale.

Su quest’ultimo punto sarebbe utile volgere lo sguardo all’indietro fino a quando, a parer di chi scrive, non si ritrova il seme che nel corso dei secoli successivi ha dato vita agli stati ottocenteschi, e cioè fino al momento in cui lo “IusCommuneha imposto la propria supremazia sullo “IusProprium”. Il primo diritto vigente ovunque in Europa, costituito dal Corpus iuris civilis dell’imperatore Giustiniano, rielaborato dai glossatori e dai commentatori. Il secondo, il diritto degli ordinamenti locali (feudi, comuni, corporazioni artigiane, Stati monarchici), considerato particolare rispetto al diritto universale dell’impero. Per quanto riguarda i rapporti tra i due ordinamenti giuridici coesistenti nel medesimo territorio si cita, seppur non possa considerarsi esaustiva, la situazione della Sicilia all’indomani dell’emanazione della cosiddetta Costituzione Puritatem del Liber Augustalis.

La particolarità della costituzione Puritatem risiedeva nell’attestazione che il Regno di Sicilia avesse due diritti comuni, il longobardo e il romano.  Seppur a prima vista potrebbe sembrare una contraddizione in termini, occorre rilevare che la stessa cost. Puritatem prevedeva un meccanismo di scelta da individuarsi nella cosiddetta qualitaslitigantiumovvero il principio della personalità della legge. Secondo tale principio la risoluzione delle controversie avrebbe dovuto seguire l’ordinamento giuridico di riferimento dei “litiganti” preferendo lo “IusCommune” in caso di diversità di ordinamento.

In questo modo da un lato si risolveva il conflitto tra ordinamenti giuridici coesistenti e dall’altro manteneva inalterata l’autonomia tra gli stessi superando la dimensione territoriale a favore dell’appartenenza alla comunità.

Una situazione simile, secondo gli studi di Antonio Pigliaru, è sopravvissuta in Sardegna fino all’800-900 dove accanto all’ordinamento giuridico del nascente Stato Italiano, coesisteva un ordinamento giuridico penale barbaricino. Anche in questo caso risultava determinante l’appartenenza alla comunità. Celebre la norma che indentificava la fattispecie penale del furto “furat chie furat in domo o benit dae su mare”(Ruba chi ruba in casa o viene dal mare) dove la condotta acquisiva rilevanza penale generale solo nel caso in cui l’autore non appartenesse alla comunità.

Questi brevi esempi, vogliono, seppur brevemente, ribadire due questioni che divengono dirimenti della crisi che tutti gli Stati liberal democratici si ritrovano ad affrontare dopo il consolidamento della globalizzazione finanziaria.  Infatti, le istituzioni, che dalle loro origini erano funzionali al mantenimento dello “status quo” della classe borghese, non riescono a far fronte e a bilanciare la perdita della sovranità economica a favore delle oligarchie finanziarie. Quest’ultime esigono uniformità degli ordinamenti giuridici, controllo dei tassi di interesse, libertà di circolazione di merci e capitali, teleologicamente ordinati per il conseguimento di un utile economico. Per contro, il diritto all’autodeterminazione dei popoli, gli ideali di uguaglianza e libertà, risultano per le oligarchie finanziarie, dei freni e degli ostacoli da eliminare.   Ecco quindi che si ripropone la prima questione e cioè la necessità di una lotta di sinistra contro il capitalismo e quindi contro le oligarchie, lotta che, ed ecco la seconda questione, può portarsi avanti solo attraverso il primato del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Diritto che potrebbe risolvere la ricerca della cosiddetta Grundnorm”, ovvero della norma fondamentale da porsi a fondamento di qualsiasi ordinamento giuridico, che tanto ha impegnato gli studi di Kelsen.

Queste brevi osservazioni, dimostrano come sia necessario riconsiderare in chiave moderna e con un studio sulla interconnessione degli ordinamenti giuridici, una soluzione che in ambito civilistico, e quindi ad esclusione di quello penalistico, punti, nell’ottica di una maggior autonomia dell’ordinamento giuridico sardo, a recuperare quanto di positivo si possa ancora ritrovare nel principio della personalità della legge. In questo modo da un lato si conserverebbe l’integrazione tra ordinamento interno (quello Sardo) e ordinamenti esterni, e dall’altro si consentirebbe il raggiungimento del diritto all’autodeterminazione del popolo sardo.

Il dibattito, nell’ottica di raggiungere il maggior coinvolgimento possibile, potrebbe proseguire secondo il metodo “open sourcemediante la condivisione dei contributi che ciascuno riterrà di voler offrire alla comunità nella cartella condivisa:

N.d.R. Ecco il link per discutere insieme della prospettiva di sinistra e di autodeterminazione:

Sinistra e Autodeterminazione: Apriamo il dibattito

 

Sono un militante antifascista

Tratto dal profilo facebook di Mauro Aresu

È difficile scrivere qualcosa sulla vicenda che mi ha riguardato oggi, non tanto perché sia una vicenda triste quanto lo è un’Italia dove si va sul giornale con nome e cognome per le proprie convinzioni politiche. Nemmeno perchè il Ministro degli Interni, dopo essersi avvalso dell’immunità parlamentare, aver fatto dilatare quei 49 milioni “spariti” dalle casse dello stato in 89 comode rate annuali, fa la vittima contro uno dei tanti sfigati di turno che incombe nella pesca a strascico dei suoi avvocati.

Scrivere di questa vicenda è difficile perchè vuol dire sottrarre tempo e parole a chi questo tempo e queste parole se le merita veramente. Parole che dovrebbero essere di ringraziamento nei confronti di tutte quelle e quei militanti che hanno rischiato la loro vita nella Siria del Nord e che ora sono a processo contro lo Stato Italiano. Parole che dovrebbero trasformarsi in partecipazione per Lorenzo Orsetti, italiano in forze alle YPG morto ieri per mano di DAESH, e per tutti i martiri che hanno dato la vita in questa guerra.

Sono un militante antifascista, che lotta per il diritto all’abitare, perché sulla propria terra venga eliminata ogni traccia di servitù militare e perché si possa vivere liberi in una terra libera. Non sprecherò un minuto di più a parlare di questa vicenda che è finita in tribunale dopo la richiesta di ABIURA (ahahahahah) rifiutata dal sottoscritto e tornerò a fare quello che stavo facendo fino a quando è comparso quell’articolo scritto con i piedi, il militante comunista.

Ringrazio tutte e tutti per la solidarietà e i tanti messaggi arrivati (a cui non riesco a rispondere ma vi prometto una birra) e vi lascio con le ultime parole di Orso che spero ognuno faccia proprie e siano da spinta per una vita coscientemente attiva, partigiana e militante.

“Non avrei potuto chiedere di meglio. Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo.

Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo.”

p.s.: questo profilo è inattivo da tempo, Facebook ha fatto la sua storia e non è più utile come in passato per veicolare i messaggi politici. Ci rimangono i vecchi bacucchi troll che stanno attaccati al pc a commentare in maniera compulsiva. Questo è l’ultimo messaggio che comparirà su questa pagina. Se volete beccarmi, sapete dovete trovarmi… nelle piazze dei quartieri e dei paesi lì dove i politici stipendiati vanno solo per farsi qualche selfie e mangiare a sbaffo.

Mauro Aresu

Lettera aperta ai patrioti e alla sinistra antagonista sarda.

di Salvatore Palita

”Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”. [Máo Zédōng]

Tracciamo una nuova strada di di liberazione natzionale

Mi rivolgo a tutti i patrioti, ai partiti sardocentrici e alla sinistra antagonista che vogliono lavorare per costruire, da domani e per il futuro, una nuova strada, una reale alternativa ai partiti unionisti, alla destra razzista e agli ascari che nascosti dietro la bandiera del P.S.d’Az hanno aperto il governo regionale al “Salvinismo”: Compagni, patrioti, è arrivato il momento di fare autocritica e una seria analisi degli errori finora commessi. Il tempo delle divisioni deve finire, è necessario mettete da parte il leaderismo sterile, la sicumera di “avere l’unica ricetta giusta” liberarci della convinzione che “solo il mio progetto è buono” senza accettare critiche costruttive.

È necessario dialogare compagni, parlarci apertamente e pubblicamente, “cara a cara”, anche con reciproca diffidenza ma aprirsi e avviare un nuovo progetto per costruire il futuro della nostra terra.

Lavoriamo da domani a una via d’uscita dal “cul de sac” in cui l’indipendentismo si è andato a cacciare in questi anni. Sono convinto che sia fondamentale la ripresa di un dialogo aperto e franco, senza risparmiarci critiche purché utili a costruire un reale percorso di liberazione natzionale del popolo sardo.

Invito quindi ogni patriota ad assumersi le sue responsabilità, a mettersi in discussione per creare le condizioni necessarie per uscire vincenti da questo difficile momento storico. Facciamo chiarezza, lo dobbiamo al nostro popolo.

Da domani dovremo essere capaci di mettere in campo una grande sinergia di intelligenze, di capacità, di progettualità e di concretezza per prendere nelle nostre mani il nostro futuro il futuro dei nostri figli e della Sardegna.

Ascoltiamo chi fa le lotte contro l’occupazione militare e contro il colonialismo energetico e ambientale; ascoltiamo i pastori, gli agricoltori e gli studenti, sosteniamo la lotta per la sanità pubblica, per i trasporti, per la lingua e la storia sarda, diamo la parola alle forze sane della Sardegna, alle associazioni culturali e ai comitati. Si apra finalmente un dibattito franco, un confronto aperto e il più ampio possibile.

Apriamo la strada al dibattito per raccogliere e finalizzare idee e progetti per la costruzione di un grande blocco natzionale per la liberazione della Sardegna, perché se è grande la confusione sotto il cielo, la situazione è favorevole per tracciare una nuova strada di liberazione per il nostro popolo.

Dalle campagne sarde una lezione di lotta e di internazionalismo

di Antonello Barmina

Chi ha spesso una parte della propria vita nella militanza di sinistra è stato indottrinato a pensare che la classe operaia dovesse essere l’avanguardia del socialismo, e ha coltivato il leitmotiv anche quando la prospettiva di una società radicalmente altra iniziava a sfumare; la campagna rimaneva sempre sullo sfondo, oggetto di rimpianto poetico e di attenzioni etnografiche, quasi mai di reale sollecitudine politica. La pastorizia rappresentava il sottosviluppo da cui emendarsi per accettare la panacea dell’industrializzazione, con tutto quello che poi ne sarebbe conseguito in termini di irreversibile devastazione ambientale e antropologica.

Quando l’Isola è stata trasformata in paradiso per vacanzieri, l’immagine del pastore omertoso, connivente con ogni fenomeno criminale, individualista e analfabeta -l’analfabetismo consisteva nel non aver assimilato lingua e codici dell’invasore – è stata riverniciata con le tinte di un’arcaicità rassicurante e politicamente inoffensiva.

La sinistra sarda a stento riusciva ad immaginare il pastore come lavoratore, e come lavoratore sfruttato in modo particolare, ed è almeno in parte comprensibile: era tutta protesa nello sforzo dogmatico di sussunzione della classe lavoratrice entro gli schemi concettuali di un astratto operaismo che non concedeva spazio ad un lavoratore autonomo difficilmente sindacalizzabile; la campagna fungeva, al massimo, da riserva di manodopera d’esportazione e miniera di clientele elettorali.

Questi giorni assistiamo ad una mobilitazione nazionale attorno ad una vertenza di tipo salariale. Proviamo a dare una lettura politica della protesta in corso, al netto dei facili entusiasmi e delle scontate strumentalizzazioni. L’oggetto del contendere, l’equa remunerazione del latte ovino da parte degli industriali, non è nuovo; nuova, e per nulla scontata, è però la solidarietà trasversale con i pastori: le rivendicazioni di categoria erano accompagnate dalla sufficienza e dal malcelato disprezzo dei parvenues quando andava bene, dai manganelli e dalla camera di sicurezza in altri casi.

Se pure volessimo prescindere dal motivo della protesta e dai possibili esiti, una lezione dobbiamo impararla: i pastori sardi, secondo la vulgata giornalistica sempre disuniti e con nessuna capacità di organizzazione, senza coscienza di classe e incapaci di usare il lessico del sindacalismo addomesticato, sono riusciti nell’impresa straordinaria di radunare la nazione attorno alla propria causa, ottenendo peraltro una solidarietà che va oltre i confini dell’Isola: le campagne ci hanno ricordato il dovere e la prospettiva dell’internazionalismo proletario.

Il deserto delle elezioni e una (sofferta) dichiarazione di voto

  di Cristiano Sabino

Elezioni regionali veniamo a noi. Diciamocelo francamente: lo scenario è desolante.

Per affrontare l’argomento è forse utile partire da come è impostata la legge elettorale e dalla sua natura autoritaria e profondamente antidemocratica.

Cosa prevede? Essenzialmente due cose: possibilità di voto disgiunto (uno alla lista e uno al candidato presidente) e soglie di sbarramento altissime (5% alla lista e 10% alla coalizione). Insomma una legge di merda – senza offendere la merda – voluta dal PD e da Forza Italia nella passata legislatura regionale e rimasta tale e quale grazie alla Giunta Pigliaru per eliminare possibili scomodi concorrenti.

Partiamo da quest’ultimo aspetto. In una situazione di disaffezione alla vita politica e di calo crescente di partecipazione alle elezioni è criminale tenere fuori dalla rappresentanza una lista che non riesce ad arrivare al 5% e una coalizione che non arriva al 10%. Grazie a questo gioco alle scorse elezioni circa il 20% degli elettori rimasero privi di rappresentanza. Se teniamo conto che circa la metà dei sardi non votò, è facile capire come la giunta Pigliaru si sia retta per cinque anni su un consenso davvero risicato (circa il 20% degli aventi diritto, insomma poco più di un mandato oligarchico!).

Basterebbe questo per decidere di non votare né Zedda né Solinas, perché le loro coalizioni sono i veri responsabili di questa legge e loro è anche la responsabilità di non aver fatto nulla per cambiare la legge.

Sul tripolarismo italiano non vale la pena fermarsi più di tanto. Giusto qualche riga per capire di chi stiamo parlando e perché non dobbiamo assolutamente fare l’errore di votare né per Solinas, né per Zedda, né per Desogus. Vediamo un po’..

Coalizione destra liberista e centralista (a guida PD). Zedda sceglie uno slogan ridicolo e patetico “tutta un’atra storia” facendo leva sul fatto che lui non è mai stato del PD e rimarcando la discontinuità con la giunta Pigliaru. Ma si tratta appunto di una storia, anzi di una favoletta, perché Zedda è stato scelto da un vertice di coalizione ad indiscussa egemonia PD (le altre liste contano meno di niente o sono letteralmente tirate su con la carta pesta): Zedda fa finta di essere il boss, ma in verità gli è stata imposta la candidatura di quasi tutta la giunta uscente (compreso il macellaio della sanità pubblica sarda Luigi Arru, candidato nel collegio di Nuoro che ovviamente sta basando la sua campagna elettorale sui suoi grandi successi di macellaio ospedaliero). A chi ribatte che “Zedda non è del PD” vale la pena rammentare che anche Pigliaru si vantava di non essere un uomo del PD e a chi obietta che bisogna leggere i programmi, basta rispondere in questo modo: «perché nei programmi Pigliaru aveva dichiarato di voler distruggere la sanità pubblica, di voler finanziare la sanità privata, di voler votare per il revamping dell’inceneritore di Tossilo, di voler smantellare il servizio lingua sarda e di voler ritirare i ricorsi contro lo stato sulla vertenza entrate e di svendere il credito sardo? I programmi non contano nulla se chi li scrive è una marionetta che poi esegue i diktat della segreteria romana del partito egemone».

Zedda non è altro che un Pigliaru con altri mezzi, non bisogna votare né lui né nessuna delle liste a suo seguito. A chi ci rimprovera che così non si battono le destre, rispondiamo che il PD e tutte le sue liste civetta sono la destra, perché pagare un lavoro mascherato da tirocinio 500 euro al mese è destra che più destra non si può.

Coalizione destra razzista e repressiva travestita da sardismo. Solinas si presenta come un volto nuovo e millanta una egemonia sardista che non esiste. Se alle politiche italiane non si fosse candidato in un collegio del nord Italia blindato della Lega Solinas non sarebbe mai diventato senatore e ora non sarebbe il candidato presidente della coalizione ad egemonia leghista. Così giusto per farvi capire quanto sia subalterno e succube quest’uomo ai voleri (e ai capricci) del nuovo Orban italiano. Solinas del resto è stato già assessore della Giunta Cappellacci, ricordate? La giunta che spese 950 mila euro sottratti all’artigianato per la realizzazione di un reality Mediaset (Sweet Sardinia, mai andato in onda fra l’latro). Per non parlare della misera fine della “flotta sarda” annegata in un mare di debiti proprio con Solinas assessore ai trasporti. La verità è che il Psdaz ha costituito la testa di ponte della Lega in Sardegna e ne risulta il suo scendiletto. Il patto Lega-Psdaz è chiaro: “io ti faccio entrare in Sardegna e tu mi elevi a capo ascari”. Morale della favole chi vota Solinas sta votando Lega, sta votando Salvini e chi vota Salvini vota gli interessi dei padroni del nord, vota il decreto sicurezza che prevede 12 anni di galera per i pastori che stanno facendo i blocchi stradali. Non un voto a Solinas e nemmeno alle liste civette a suo seguito, tra cui quella con i 4mori di paravento.

Coalizione destra qualunquista in franchising amica della destra razzista e repressiva. Veniamo a Desogus. Che credibilità può avere un signore piazzato candidato presidente con 450 like su una piattaforma social di una azienda privata che va ai programmi televisivi con foglietti in mano senza neppure riuscire a leggerli e il cui partito di riferimento cambia idea come si cambiano le mutande? Sulla Sardegna non si è capito quale sia il progetto dei 5Stelle, dicono e non dicono, dichiarano e non ritrattano. L’unico esponente che ha fatto delle battaglie coerenti sulle basi militari (Cotti) non l’hanno ricandidato e poi loro esponenti improvvisamente si sono messi ad esaltare la capacità dei poligoni militari di portare lavoro. Insomma più che un movimento politico un movimento di saltimbanchi  di nessuna affidabilità che fra l’altro si è rapidamente trasformato in movimento anticasta in scendiletto della parte più marcia e fascistoide della casta italiana: il leghismo. Non un voto né al signor Desogus né alla lista dei 5 stelle, alias salviniani di colore giallo.

Veniamo alle quattro liste alternative (o pseudo tali) al tripolarismo italiano.

Intanto fa già effetto comico che siano quattro. Quattro liste di alternativa sono come nessuna lista di alternativa. Non ci vuole una laurea in politologia per comprenderlo. Tre sono ad ispirazione sardista, indipendentista, autodeterminazionista, ammesso e non concesso che questi termini vogliano ormai dire ancora qualcosa. Una è di ispirazione comunista o di sinistra radicale (ovviamente italianista e centralista), ammesso e non concesso anche qui che questi termini vogliano dire ancora qualcosa.

Ora lasciamo da una parte la lista del Partito dei Sardi che ha tenuto il moccolo fino all’ultimo giorno utile alla giunta Pigliaru e il cui leader ora si mette a fare il Nelson Mandela sardo vaneggiando rivoluzioni gentili e ribaltamenti di poteri. In realtà non di un partito ma di una monarchia si tratta tutta basata sulla potenza clientelare di un uomo che negli ultimi quindici anni ha girato più coalizioni e partiti che fidanzate (scherzo, non conosco il numero di fidanzate di Maninchedda). Anche in questo caso non c’è bisogno di scendere nei particolari, stiamo parlando di uno che quando i pastori occupavano la Regione per protestare contro il prezzo del latte (contro la giunta di cui lui era maggioranza) li definì “eversivi”, i pastori e chi li aiutava, come per esempio il sottoscritto. È apprezzabile che finalmente il PDS si sia sganciato dall’orbita dei partiti italiani (anche se tardivamente e solo quando era evidente che il PD era ormai un Titanic in affondamento), ma se davvero aveva intenzione di costruire una alternativa perché non ha aperto un dibattito pubblico facendo autocritica sulle sue scelte e costruendo umilmente un percorso di alternativa al tripolarismo invece di lanciare referendum farlocchi, farlocche primarie (dove potevano votare anche Cavour e Garibaldi per intenderci) e altrettanto farlocche Costituzioni? Credo che i posteri avranno difficoltà a catalogare simili eventi e saranno assai indecisi se annoverare tali atti tra i documenti della politica o quelli della psichiatria. Non un voto né al candidato presidente né alla sua lista di clientes. Il PDS è a tutti gli effetti un PD a cui è stata aggiunta una S finale. Non c’è da fidarsi.

Rimangono tre liste con tre presidenti. Vediamo prima i presidenti.

Vindice Lecis. Rappresenta una lista chiamata “sinistra sarda”. A parte che è l’unica lista in cui campeggia il tricolore (gli altri candidati un po’ più furbi hanno capito che questa anticaglia risorgimentale non tira più e sfruttano mori, nuraghes e varie sagome sarde), ascoltando le sue interviste sembra di fare un tuffo nella Sardegna degli anni ’50: industria, industria, industria purché sia; piano rinascita; ritorno a Berlinguer (perché dire ritorno a Togliatti sembrava troppo retrò). Lecis è un buon profilo culturale ma è anche l’eminenza grigia che scese in campo durante  il dibattito per le elezioni statali contro ogni possibile riconoscimento del diritto all’autodeterminazione definendo la nostra proposta di riforma dell’articolo 5 della Costituzione italiana e di riconoscimento del diritto all’autodeterminazione  «folclorismo dal basso» e «delirio totale inaccettabile».

Peccato, perché nel sottobosco delle sigle ispirate al comunismo italiano qualcosa andava pur muovendosi verso il riconoscimento democratico e popolare all’autodeterminazione dei sardi, soprattutto grazie ad alcuni giovani militanti dagli orizzonti più ampi il cui impegno ha portato alla costruzione di interconnessioni importanti con gli ambienti anticolonialisti sardi (progetto cittadinanza onoraria, sportello telèfono ruju, lotta contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia).

Anche sul metodo di selezione c’è da ridire. Perché non si è chiamato ad un ragionamento pubblico sui grandi temi della Sardegna da un punto di vista radicale, di sinistra e anticolonialista? In questa prospettiva anche una candidatura di Lecis sarebbe stata possibile con alle spalle però un programma condiviso e condivisibile. Invece nulla, sempre gli stessi metodi da politburo blindato, ovviamente anche questo scongelato dagli anni cinquanta del secolo ormai passato da un bel po’.

Mauro Pili. Che dire? La storia è strana. Da delfino di Berlusconi e figurante solo pochi anni fa davanti al palazzo di giustizia di Milano insieme ai parlamentari del PDL (al fianco di Alfano, Larussa e Cicu tanto per intenderci) per protestare contro il processo al suo capo, ora Pili si è riciclato in capopopolo della sarda rivoluzione, intercettando anche il sostegno di sardisti dissidenti e degli indipendentisti di ProgReS. C’è da fidarsi? Valutatelo voi, io mi limito a sottolineare il fatto che è bene cambiare idea se esiste un reale progresso, ciò che non è bene invece è non fare alcuna autocritica, non dichiarare la rottura col passato, svegliarsi sotto le regionali e mettere come condizione la propria candidatura come precondizione di qualunque trattativa. Siamo alle solite: a pochi mesi dalle elezioni si incoronano pseudo salvatori della patria e si dichiara che quello a cui si partecipa è un percorso politico che andrà oltre le elezioni, quando poi ovviamente così non è. Va bene tutto, va bene persino il tatticismo e la speranza che una personalità conosciuta e con sicuro spazio nei media possa fungere da traino, ma almeno non chiamatela convergenza nazionale, perché sappiamo tutti che ci stiamo solo prendendo in giro.

Andrea Murgia. È noto per aver concorso alle primarie del PD per le scorse regionali sfidando Francesca Barracciu e Gianfranco Ganau. Murgia inoltre era nel listino di Soru nel 2009, cioè sarebbe entrato sicuramente se il centrosinistra avesse vinto e in una intervista a Sardinia Post aveva dichiarato che il suo sogno consisteva nel rendere «potabile il PD» (potabile nel senso di essere potabile, bevibile, digeribile, dunque accettabile).

Ma la suddetta intervista è interessante anche per l’agenda programmatica del signor Murgia nel caso fosse diventato il candidato del centrosinistra a governatore della Sardegna.

Ad una domanda sull’emergenza lavoro il signor Murgia rispondeva così: «quello sarebbe l’obiettivo principale della mia Giunta. Dalla crisi si esce soltanto creando nuova occupazione e utilizzando i fondi europei. Ma è anche necessario (abbassare n.d.A.) il costo del lavoro e rendere la Sardegna un luogo competitivo dove le imprese possano insediarsi e operare». Insomma nessuna visione alternativa del modello di dipendenza economica e della matrice ultra liberista di tutte le giunte regionali dagli anni Novanta a oggi. E ciò si vede anche nelle dichiarazioni di questa campagna elettorale dove Murgia ad ogni domanda ripete come un mantra  che la soluzione ad ogni problema è “spendere bene i fondi europei”, come se il problema della Sardegna sia realmente questo e non il regime di dipendenza, subalternità e sottosviluppo indotto. Liberismo spinto ed europeismo fideistico sono le sue coordinate. Mi pare evidente.

Si dirà che le cose cambiano, le persone crescono e maturano, le idee si evolvono. Benissimo, ma perché piazzarlo proprio sul trono che dovrebbe rappresentare l’indipendentismo e non in seconda o terza fila, magari fra i candidati o meglio ancora a fare un po’ di sana gavetta nei movimenti dal basso visto che la sua faccia è ignota a tutti coloro in Sardegna in questi anni hanno contrastato tutti i progetti e le strategie neocoloniali dei blocchi italiani che invece Murgia ha oggettivamente sostenuto attraverso la sua sovraesposizione con il PD? Lo dico a scanso di equivoci, non so chi sia peggio o meno peggio tra Pili e Murgia, ma hanno torto molti compagni che dichiarano che voteranno Murgia perché Pili è di destra. Anche Murgia lo è, una destra di diverso tipo, una destra a matrice PD, ultraliberista e fanaticamente europeista, ma si tratta sempre di destra. Inoltre con tutte le sue contraddizioni Pili è la seconda volta che si presenta da solo alle regionali e l’ultima volta ha pagato a caro prezzo tale isolamento non entrando in Consiglio pur racimolando il 5% dei voti, mentre diversi personaggi ora animatori di ADN hanno ottenuto un seggio da consigliere con poche centinaia di voti, come per esempio Gavino Sale e il consigliere dei Rossomori grazie a cui oggi ADN si è potuto presentare non dovendo raccogliere le firme. Anche in questo caso va bene tutto, va bene anche sfruttare una posizione di comodo ricavata in seguito a prassi opportunistiche e trasformiste, ma almeno non si giochi a fare i puri perché a questo giro nessuno può permettersi di guardare dall’alto in basso nessuno.

Il panorama è desolante, questo l’ho ammesso subito. Per questo non posso biasimare molti sinceri attivisti e militanti che il 24 febbraio resteranno a casa. Non si tratta di essere astensionisti ideologici o addirittura nichilisti-utopisti, come pure qualcuno non privo di malizia ha cercato di far credere. In realtà ci sono moltissime persone impegnate e presenti nelle lotte che non voteranno e non per pregiudizio anarchico o per convinzione nichilista, ma semplicemente perché nessuno li rappresenta, perché nessuno ha fatto nemmeno un passo per volerli rappresentare. Di questa triste realtà è sintomatico il silenzio seguito all’appello di Caminera Noa alle liste indipendentiste e di sinistra in gestazione per un allargamento alle lotte, ai conflitti e sostanzialmente a chi in questi anni ha garantito l’unica, vera opposizione a Pigliaru. La risposta è stata il silenzio, quando non lo sfottò e il tentativo di logorio sotterraneo.

Ha agito prepotentemente una sorta di autosuggestione religiosa, cioè è entrata in azione la convinzione di essere i migliori, di poter essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno e di  dover decidere soli soletti, in pochi, facendo agire sempre la solita logica del “io dirigo e tu se vuoi segui zitto e mosca, altrimenti sparisci”. Peccato, perché non solo la storia dei popoli, ma neppure gli affari si fanno così e dove ha portato finora questo atteggiamento spocchioso, egocentrico, settario e irresponsabile di tutte le liste in campo lo si vede con chiarezza.

Detto questo però bisogna rimanere lucidi e pensare al dopo. Di fatto non votare vuol dire dare un aiutino al tripolarismo italiano (PD-Lega-5S) e questo non è né buono né saggio. Allora che fare?

Semplice. Il gioco della torre. Giochiamoci insieme e visto il carattere duale della legge elettorale partiamo dalle liste partendo dai presidenti.

Siamo sulla torre con tutti i candidati presidenti. Chi buttiamo giù? Solinas, Desogus e Zedda subito, con estremo piacere e con un bel balzello di gioia al tonfo sordo fatto dai tre colonialisti appena giunti al suolo.

Rimangono Maninchedda, Pili, Murgia e Lecis. Direi che non è molto difficile defenestrare il Nelson Mandela sardo per le ragioni di cui sopra, perciò diciamo “ciao ciao” a Paoletto il quale, una volta deresponsabilizzato dalla vita dello statista a tempo pieno, potrà dedicarsi a scrivere e riscrivere bellissime costituzioni per la gioia di tutti noi.

Ora tra Murgia, Pili e Lecis io ho un criterio semplice semplice. Murgia è stato uomo organico del PD fino al referendum sulle trivelle (cioè pochissimo tempo fa). Non c’è da fidarsi, vola giù dalla torre. Rimangono Pili e Lecis. Ma prima di decidere chi lasciare sulla torre (e solo perché questo schifo di legge elettorale ci obbliga a votare un presidente) ragioniamo sulle liste.

Personalmente condivido la posizione di Caminera Noa. Votare si deve perché se non si vota si fa un favore al tripolarismo italiano e questo non è bene. Dato che nessuna lista si merita un appoggio convinto sarà bene che ciascuno di noi guardi nel proprio collegio quei candidati che negli anni abbiamo sempre visto nelle lotte, che si sono spesi con più generosità, che conosciamo come affidabili e umili e che una volta diventati eventualmente consiglieri regionali sappiamo che non tradiranno, che non si faranno comprare, che non si monteranno la testa, che rimarranno al servizio della lotta di liberazione nazionale e sociale del popolo sardo.

Non ce ne sono molti che corrispondono a queste caratteristiche ma qualcuno c’è. Per esempio nel collegio di Cagliari ci sono Adriano Sollai (Sardi Liberi) e Michele Zuddas (Sinistra Sarda). Nella Gallura c’è Emanuela Cauli (Autodeterminatzione). In quello di Sassari ci sono Andrea Faedda (Autodeterminatzione)  e Bainzu Piliu (Sardi Liberi). Vado a memoria sperando di non far torto a nessuno (non ci sono solo questi che ricordo qui)  e comunque non c’è bisogno di fare elenchi completi; ognuno conosce i suoi polli e sa bene chi ha un vissuto di lotte e partecipazione ai processi di emancipazione e resistenza e chi invece ha solo una pagina fb con una foto da rivoluzione del sorriso di mentadent.

Il mio collegio è quello di Sassari e farò così. Voterò Bainzu Piliu (Sardi Liberi) perché è uno che ha pagato per le sue idee senza mai piegarsi, perché su di lui si può contare, perché quando c’è una manifestazione anche dall’altra parte dell’isola si alza presto e si mette in viaggio senza protestare ed è uno con cui, nonostante la sua fortissima personalità, si può ragionare e che sa fare autocritica riconoscendo gli errori.

Voterò dunque un candidato di Sardi Liberi anche se non voterò Mauro Pili. Troppo compromettente la sua immagina affianco ai lacché di Berlusconi. Troppo nitide le immagini di lui vestito con la mimetica della Brigata Sassari (ben prima delle manie carnevalesche di Salvini). Troppo ambigue le sue posizioni sui migranti definiti anche di recente “bivaccanti” con scarsissimo senso di umanità. Mi spiace ma per quanto mi riguarda non posso dargli delega, anche se apprezzo diverse sue campagne e soprattutto quella contraria al monopolista Onorato.

Sulla torre resta – e non per suo merito – Vindice Lecis, un comunista scongelato dagli anni Cinquanta privo di qualsiasi attitudine alla comprensione della questione sarda. Darò il voto a lui perché almeno so di chi si tratta (un avversario che gioca a viso aperto e che non fa finta di essere ciò che non è per accaparrarsi il voto altrui) e perché con molti suoi compagni di lista c’è un discorso aperto e diversi progetti in piedi di emancipazione nazionale e sociale per la terra e il popolo di Sardegna.

Un voto a un patriota interclassista (Bainzu Piliu) e un voto a un comunista centralista (Vindice Lecis) con la speranza e l’impegno che queste due direttrici (nazionalismo democratico sardo e socialismo) possano e debbano gradualmente convergere in un grande progetto di resistenza e progettualità al nostro vero e grande nemico che è il tripolarismo italiano.

 

I tavoli non salveranno i pastori

Foto tratta da SardegnaLive

Pubblichiamo l’intervento sullo stato attuale della lotta dei pastori sardi del collettivo Furia Rossa di Oristano perché con rigore e realismo rappresenta bene la forza ma anche le contraddizioni e i limiti di questa straordinaria lotta di popolo. 

Facciamo un po’ di chiarezza su quelle che possono essere le soluzioni immediate alla crisi della pastorizia in Sardegna. Il tavolo regionale di ieri ha segnato la strada che probabilmente verrà seguita anche oggi a Roma, nel tavolo elettorale convocato da Matteo Salvini e Coldiretti.

L’idea che sta prendendo forma è questa: Regione e Stato si devono far carico dell’acquisto di una cifra che oscilla tra i 30 e i 50 mila quintali di pecorino romano con una spesa, abbastanza ingente, che, secondo quello che si legge nei commenti della stampa e dei siti specializzati oscilla tra i 30 e i 40 milioni di euro. Le forme così acquistate, dovrebbero essere ritirate dal mercato, o destinandole alla stagionatura o assegnandole (tramite bando, si immagina) a Onlus e servizi per gli indigenti. Non è detto che il mercato recepisca favorevolmente questa mossa, il prezzo del romano potrebbe salire ma non ai livelli necessari ad arrivare alla quota richiesta dai pastori per il pagamento del latte: 1 euro più IVA al litro.

Ieri Pigliaru, al termine del tavolo regionale, ha parlato di uno stanziamento di 10 milioni di euro da parte della RAS e ha auspicato che da Roma oggi arrivassero altri 20 milioni. Che il tavolo si chiuda con questo accordo non è impossibile, ma il punto è che i caseifici dovrebbero accettare su questi presupposti di pagare il latte a un euro e questo non è un meccanismo automatico.

Che si tratti di una soluzione emergenziale (e non necessariamente destinata al successo) è evidente e comunque non è detto che vada in porto. La sicumera di Salvini lascia pensare che abbia già la certezza di trovare un accordo che possa essere quantomeno spacciato per buono, ma c’è un altro problema: il tavolo di oggi potrebbe avere una rappresentatività molto limitata del mondo dei pastori, considerando che vi prenderà parte solo Coldiretti, le cui mosse filo-salviniane degli ultimi giorni hanno destato un po’ di irritazione fra i pastori in mobilitazione. Si allarga intanto la spaccatura all’interno del movimento dei pastori, con la Coldiretti che sta giocando tutte le sue carte sulla soluzione Salvini e il Movimento Pastori Sardi che ieri, contestato da una parte dei pastori in mobilitazione, ha
deciso di non partecipare al tavolo regionale. Nei fatti però sembrerebbe che l’assenza dell’MPS abbia comportato una partecipazione molto debole degli allevatori al tavolo, tanto che all’uscita in tarda serata dal palazzo della Giunta regionale le recriminazioni dei manifestanti si sono rivolte proprio ai delegati che non erano riusciti a strappare un prezzo più alto di 65 centesimi al litro.

Se anche dovesse arrivare una soluzione accettabile di emergenza, sul piano strutturale non saranno i tavoli di questi giorni a fornire dei risultati concreti e ci sono alte probabilità che la situazione precipiti nuovamente nel giro di qualche mese.

Mentre stamattina gli studenti hanno continuato a mobilitarsi in varie parti dell’isola, con un nuovo corteo selvaggio per le strade di Cagliari, si apprende che numerosi gruppi di pastori si dirigeranno questo pomeriggio al presidio che sta bloccando da giorni il conferimento del latte al caseificio dei fratelli Pinna di Thiesi, uno degli attori più importanti del settore della trasformazione del pecorino romano, ben proiettato sul mercato statunitense, quello cioè nel quale si sono verificate le speculazioni che hanno provocato il crollo del prezzo del latte ai livelli attuali. Lì si attenderanno i risultati del tavolo romano, che probabilmente finirà in tarda serata anche nella speranza di far scemare i pastori mobilitati in caso di un accordo non particolarmente positivo. Salvini sta già mandando i primi segnali sul fatto che le questure sarde – che sembrano aver ricevuto, fino ad oggi, l’ordine di lasciar fare i pastori – dovranno cambiare atteggiamento nei prossimi giorni per quanto riguarda la gestione dei blocchi stradali. Insomma, sembra che da Roma oggi arriverà questo messaggio: “Questo è l’accordo, prendere o lasciare. Chi continua a protestare ne pagherà le conseguenze”.

Questa è la situazione, difficile fare previsioni più dettagliate e anche queste potrebbero essere smentite dall’evolversi degli eventi.