Lettera aperta ai patrioti e alla sinistra antagonista sarda.

di Salvatore Palita

”Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”. [Máo Zédōng]

Tracciamo una nuova strada di di liberazione natzionale

Mi rivolgo a tutti i patrioti, ai partiti sardocentrici e alla sinistra antagonista che vogliono lavorare per costruire, da domani e per il futuro, una nuova strada, una reale alternativa ai partiti unionisti, alla destra razzista e agli ascari che nascosti dietro la bandiera del P.S.d’Az hanno aperto il governo regionale al “Salvinismo”: Compagni, patrioti, è arrivato il momento di fare autocritica e una seria analisi degli errori finora commessi. Il tempo delle divisioni deve finire, è necessario mettete da parte il leaderismo sterile, la sicumera di “avere l’unica ricetta giusta” liberarci della convinzione che “solo il mio progetto è buono” senza accettare critiche costruttive.

È necessario dialogare compagni, parlarci apertamente e pubblicamente, “cara a cara”, anche con reciproca diffidenza ma aprirsi e avviare un nuovo progetto per costruire il futuro della nostra terra.

Lavoriamo da domani a una via d’uscita dal “cul de sac” in cui l’indipendentismo si è andato a cacciare in questi anni. Sono convinto che sia fondamentale la ripresa di un dialogo aperto e franco, senza risparmiarci critiche purché utili a costruire un reale percorso di liberazione natzionale del popolo sardo.

Invito quindi ogni patriota ad assumersi le sue responsabilità, a mettersi in discussione per creare le condizioni necessarie per uscire vincenti da questo difficile momento storico. Facciamo chiarezza, lo dobbiamo al nostro popolo.

Da domani dovremo essere capaci di mettere in campo una grande sinergia di intelligenze, di capacità, di progettualità e di concretezza per prendere nelle nostre mani il nostro futuro il futuro dei nostri figli e della Sardegna.

Ascoltiamo chi fa le lotte contro l’occupazione militare e contro il colonialismo energetico e ambientale; ascoltiamo i pastori, gli agricoltori e gli studenti, sosteniamo la lotta per la sanità pubblica, per i trasporti, per la lingua e la storia sarda, diamo la parola alle forze sane della Sardegna, alle associazioni culturali e ai comitati. Si apra finalmente un dibattito franco, un confronto aperto e il più ampio possibile.

Apriamo la strada al dibattito per raccogliere e finalizzare idee e progetti per la costruzione di un grande blocco natzionale per la liberazione della Sardegna, perché se è grande la confusione sotto il cielo, la situazione è favorevole per tracciare una nuova strada di liberazione per il nostro popolo.

Dalle campagne sarde una lezione di lotta e di internazionalismo

di Antonello Barmina

Chi ha spesso una parte della propria vita nella militanza di sinistra è stato indottrinato a pensare che la classe operaia dovesse essere l’avanguardia del socialismo, e ha coltivato il leitmotiv anche quando la prospettiva di una società radicalmente altra iniziava a sfumare; la campagna rimaneva sempre sullo sfondo, oggetto di rimpianto poetico e di attenzioni etnografiche, quasi mai di reale sollecitudine politica. La pastorizia rappresentava il sottosviluppo da cui emendarsi per accettare la panacea dell’industrializzazione, con tutto quello che poi ne sarebbe conseguito in termini di irreversibile devastazione ambientale e antropologica.

Quando l’Isola è stata trasformata in paradiso per vacanzieri, l’immagine del pastore omertoso, connivente con ogni fenomeno criminale, individualista e analfabeta -l’analfabetismo consisteva nel non aver assimilato lingua e codici dell’invasore – è stata riverniciata con le tinte di un’arcaicità rassicurante e politicamente inoffensiva.

La sinistra sarda a stento riusciva ad immaginare il pastore come lavoratore, e come lavoratore sfruttato in modo particolare, ed è almeno in parte comprensibile: era tutta protesa nello sforzo dogmatico di sussunzione della classe lavoratrice entro gli schemi concettuali di un astratto operaismo che non concedeva spazio ad un lavoratore autonomo difficilmente sindacalizzabile; la campagna fungeva, al massimo, da riserva di manodopera d’esportazione e miniera di clientele elettorali.

Questi giorni assistiamo ad una mobilitazione nazionale attorno ad una vertenza di tipo salariale. Proviamo a dare una lettura politica della protesta in corso, al netto dei facili entusiasmi e delle scontate strumentalizzazioni. L’oggetto del contendere, l’equa remunerazione del latte ovino da parte degli industriali, non è nuovo; nuova, e per nulla scontata, è però la solidarietà trasversale con i pastori: le rivendicazioni di categoria erano accompagnate dalla sufficienza e dal malcelato disprezzo dei parvenues quando andava bene, dai manganelli e dalla camera di sicurezza in altri casi.

Se pure volessimo prescindere dal motivo della protesta e dai possibili esiti, una lezione dobbiamo impararla: i pastori sardi, secondo la vulgata giornalistica sempre disuniti e con nessuna capacità di organizzazione, senza coscienza di classe e incapaci di usare il lessico del sindacalismo addomesticato, sono riusciti nell’impresa straordinaria di radunare la nazione attorno alla propria causa, ottenendo peraltro una solidarietà che va oltre i confini dell’Isola: le campagne ci hanno ricordato il dovere e la prospettiva dell’internazionalismo proletario.

Il deserto delle elezioni e una (sofferta) dichiarazione di voto

  di Cristiano Sabino

Elezioni regionali veniamo a noi. Diciamocelo francamente: lo scenario è desolante.

Per affrontare l’argomento è forse utile partire da come è impostata la legge elettorale e dalla sua natura autoritaria e profondamente antidemocratica.

Cosa prevede? Essenzialmente due cose: possibilità di voto disgiunto (uno alla lista e uno al candidato presidente) e soglie di sbarramento altissime (5% alla lista e 10% alla coalizione). Insomma una legge di merda – senza offendere la merda – voluta dal PD e da Forza Italia nella passata legislatura regionale e rimasta tale e quale grazie alla Giunta Pigliaru per eliminare possibili scomodi concorrenti.

Partiamo da quest’ultimo aspetto. In una situazione di disaffezione alla vita politica e di calo crescente di partecipazione alle elezioni è criminale tenere fuori dalla rappresentanza una lista che non riesce ad arrivare al 5% e una coalizione che non arriva al 10%. Grazie a questo gioco alle scorse elezioni circa il 20% degli elettori rimasero privi di rappresentanza. Se teniamo conto che circa la metà dei sardi non votò, è facile capire come la giunta Pigliaru si sia retta per cinque anni su un consenso davvero risicato (circa il 20% degli aventi diritto, insomma poco più di un mandato oligarchico!).

Basterebbe questo per decidere di non votare né Zedda né Solinas, perché le loro coalizioni sono i veri responsabili di questa legge e loro è anche la responsabilità di non aver fatto nulla per cambiare la legge.

Sul tripolarismo italiano non vale la pena fermarsi più di tanto. Giusto qualche riga per capire di chi stiamo parlando e perché non dobbiamo assolutamente fare l’errore di votare né per Solinas, né per Zedda, né per Desogus. Vediamo un po’..

Coalizione destra liberista e centralista (a guida PD). Zedda sceglie uno slogan ridicolo e patetico “tutta un’atra storia” facendo leva sul fatto che lui non è mai stato del PD e rimarcando la discontinuità con la giunta Pigliaru. Ma si tratta appunto di una storia, anzi di una favoletta, perché Zedda è stato scelto da un vertice di coalizione ad indiscussa egemonia PD (le altre liste contano meno di niente o sono letteralmente tirate su con la carta pesta): Zedda fa finta di essere il boss, ma in verità gli è stata imposta la candidatura di quasi tutta la giunta uscente (compreso il macellaio della sanità pubblica sarda Luigi Arru, candidato nel collegio di Nuoro che ovviamente sta basando la sua campagna elettorale sui suoi grandi successi di macellaio ospedaliero). A chi ribatte che “Zedda non è del PD” vale la pena rammentare che anche Pigliaru si vantava di non essere un uomo del PD e a chi obietta che bisogna leggere i programmi, basta rispondere in questo modo: «perché nei programmi Pigliaru aveva dichiarato di voler distruggere la sanità pubblica, di voler finanziare la sanità privata, di voler votare per il revamping dell’inceneritore di Tossilo, di voler smantellare il servizio lingua sarda e di voler ritirare i ricorsi contro lo stato sulla vertenza entrate e di svendere il credito sardo? I programmi non contano nulla se chi li scrive è una marionetta che poi esegue i diktat della segreteria romana del partito egemone».

Zedda non è altro che un Pigliaru con altri mezzi, non bisogna votare né lui né nessuna delle liste a suo seguito. A chi ci rimprovera che così non si battono le destre, rispondiamo che il PD e tutte le sue liste civetta sono la destra, perché pagare un lavoro mascherato da tirocinio 500 euro al mese è destra che più destra non si può.

Coalizione destra razzista e repressiva travestita da sardismo. Solinas si presenta come un volto nuovo e millanta una egemonia sardista che non esiste. Se alle politiche italiane non si fosse candidato in un collegio del nord Italia blindato della Lega Solinas non sarebbe mai diventato senatore e ora non sarebbe il candidato presidente della coalizione ad egemonia leghista. Così giusto per farvi capire quanto sia subalterno e succube quest’uomo ai voleri (e ai capricci) del nuovo Orban italiano. Solinas del resto è stato già assessore della Giunta Cappellacci, ricordate? La giunta che spese 950 mila euro sottratti all’artigianato per la realizzazione di un reality Mediaset (Sweet Sardinia, mai andato in onda fra l’latro). Per non parlare della misera fine della “flotta sarda” annegata in un mare di debiti proprio con Solinas assessore ai trasporti. La verità è che il Psdaz ha costituito la testa di ponte della Lega in Sardegna e ne risulta il suo scendiletto. Il patto Lega-Psdaz è chiaro: “io ti faccio entrare in Sardegna e tu mi elevi a capo ascari”. Morale della favole chi vota Solinas sta votando Lega, sta votando Salvini e chi vota Salvini vota gli interessi dei padroni del nord, vota il decreto sicurezza che prevede 12 anni di galera per i pastori che stanno facendo i blocchi stradali. Non un voto a Solinas e nemmeno alle liste civette a suo seguito, tra cui quella con i 4mori di paravento.

Coalizione destra qualunquista in franchising amica della destra razzista e repressiva. Veniamo a Desogus. Che credibilità può avere un signore piazzato candidato presidente con 450 like su una piattaforma social di una azienda privata che va ai programmi televisivi con foglietti in mano senza neppure riuscire a leggerli e il cui partito di riferimento cambia idea come si cambiano le mutande? Sulla Sardegna non si è capito quale sia il progetto dei 5Stelle, dicono e non dicono, dichiarano e non ritrattano. L’unico esponente che ha fatto delle battaglie coerenti sulle basi militari (Cotti) non l’hanno ricandidato e poi loro esponenti improvvisamente si sono messi ad esaltare la capacità dei poligoni militari di portare lavoro. Insomma più che un movimento politico un movimento di saltimbanchi  di nessuna affidabilità che fra l’altro si è rapidamente trasformato in movimento anticasta in scendiletto della parte più marcia e fascistoide della casta italiana: il leghismo. Non un voto né al signor Desogus né alla lista dei 5 stelle, alias salviniani di colore giallo.

Veniamo alle quattro liste alternative (o pseudo tali) al tripolarismo italiano.

Intanto fa già effetto comico che siano quattro. Quattro liste di alternativa sono come nessuna lista di alternativa. Non ci vuole una laurea in politologia per comprenderlo. Tre sono ad ispirazione sardista, indipendentista, autodeterminazionista, ammesso e non concesso che questi termini vogliano ormai dire ancora qualcosa. Una è di ispirazione comunista o di sinistra radicale (ovviamente italianista e centralista), ammesso e non concesso anche qui che questi termini vogliano dire ancora qualcosa.

Ora lasciamo da una parte la lista del Partito dei Sardi che ha tenuto il moccolo fino all’ultimo giorno utile alla giunta Pigliaru e il cui leader ora si mette a fare il Nelson Mandela sardo vaneggiando rivoluzioni gentili e ribaltamenti di poteri. In realtà non di un partito ma di una monarchia si tratta tutta basata sulla potenza clientelare di un uomo che negli ultimi quindici anni ha girato più coalizioni e partiti che fidanzate (scherzo, non conosco il numero di fidanzate di Maninchedda). Anche in questo caso non c’è bisogno di scendere nei particolari, stiamo parlando di uno che quando i pastori occupavano la Regione per protestare contro il prezzo del latte (contro la giunta di cui lui era maggioranza) li definì “eversivi”, i pastori e chi li aiutava, come per esempio il sottoscritto. È apprezzabile che finalmente il PDS si sia sganciato dall’orbita dei partiti italiani (anche se tardivamente e solo quando era evidente che il PD era ormai un Titanic in affondamento), ma se davvero aveva intenzione di costruire una alternativa perché non ha aperto un dibattito pubblico facendo autocritica sulle sue scelte e costruendo umilmente un percorso di alternativa al tripolarismo invece di lanciare referendum farlocchi, farlocche primarie (dove potevano votare anche Cavour e Garibaldi per intenderci) e altrettanto farlocche Costituzioni? Credo che i posteri avranno difficoltà a catalogare simili eventi e saranno assai indecisi se annoverare tali atti tra i documenti della politica o quelli della psichiatria. Non un voto né al candidato presidente né alla sua lista di clientes. Il PDS è a tutti gli effetti un PD a cui è stata aggiunta una S finale. Non c’è da fidarsi.

Rimangono tre liste con tre presidenti. Vediamo prima i presidenti.

Vindice Lecis. Rappresenta una lista chiamata “sinistra sarda”. A parte che è l’unica lista in cui campeggia il tricolore (gli altri candidati un po’ più furbi hanno capito che questa anticaglia risorgimentale non tira più e sfruttano mori, nuraghes e varie sagome sarde), ascoltando le sue interviste sembra di fare un tuffo nella Sardegna degli anni ’50: industria, industria, industria purché sia; piano rinascita; ritorno a Berlinguer (perché dire ritorno a Togliatti sembrava troppo retrò). Lecis è un buon profilo culturale ma è anche l’eminenza grigia che scese in campo durante  il dibattito per le elezioni statali contro ogni possibile riconoscimento del diritto all’autodeterminazione definendo la nostra proposta di riforma dell’articolo 5 della Costituzione italiana e di riconoscimento del diritto all’autodeterminazione  «folclorismo dal basso» e «delirio totale inaccettabile».

Peccato, perché nel sottobosco delle sigle ispirate al comunismo italiano qualcosa andava pur muovendosi verso il riconoscimento democratico e popolare all’autodeterminazione dei sardi, soprattutto grazie ad alcuni giovani militanti dagli orizzonti più ampi il cui impegno ha portato alla costruzione di interconnessioni importanti con gli ambienti anticolonialisti sardi (progetto cittadinanza onoraria, sportello telèfono ruju, lotta contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia).

Anche sul metodo di selezione c’è da ridire. Perché non si è chiamato ad un ragionamento pubblico sui grandi temi della Sardegna da un punto di vista radicale, di sinistra e anticolonialista? In questa prospettiva anche una candidatura di Lecis sarebbe stata possibile con alle spalle però un programma condiviso e condivisibile. Invece nulla, sempre gli stessi metodi da politburo blindato, ovviamente anche questo scongelato dagli anni cinquanta del secolo ormai passato da un bel po’.

Mauro Pili. Che dire? La storia è strana. Da delfino di Berlusconi e figurante solo pochi anni fa davanti al palazzo di giustizia di Milano insieme ai parlamentari del PDL (al fianco di Alfano, Larussa e Cicu tanto per intenderci) per protestare contro il processo al suo capo, ora Pili si è riciclato in capopopolo della sarda rivoluzione, intercettando anche il sostegno di sardisti dissidenti e degli indipendentisti di ProgReS. C’è da fidarsi? Valutatelo voi, io mi limito a sottolineare il fatto che è bene cambiare idea se esiste un reale progresso, ciò che non è bene invece è non fare alcuna autocritica, non dichiarare la rottura col passato, svegliarsi sotto le regionali e mettere come condizione la propria candidatura come precondizione di qualunque trattativa. Siamo alle solite: a pochi mesi dalle elezioni si incoronano pseudo salvatori della patria e si dichiara che quello a cui si partecipa è un percorso politico che andrà oltre le elezioni, quando poi ovviamente così non è. Va bene tutto, va bene persino il tatticismo e la speranza che una personalità conosciuta e con sicuro spazio nei media possa fungere da traino, ma almeno non chiamatela convergenza nazionale, perché sappiamo tutti che ci stiamo solo prendendo in giro.

Andrea Murgia. È noto per aver concorso alle primarie del PD per le scorse regionali sfidando Francesca Barracciu e Gianfranco Ganau. Murgia inoltre era nel listino di Soru nel 2009, cioè sarebbe entrato sicuramente se il centrosinistra avesse vinto e in una intervista a Sardinia Post aveva dichiarato che il suo sogno consisteva nel rendere «potabile il PD» (potabile nel senso di essere potabile, bevibile, digeribile, dunque accettabile).

Ma la suddetta intervista è interessante anche per l’agenda programmatica del signor Murgia nel caso fosse diventato il candidato del centrosinistra a governatore della Sardegna.

Ad una domanda sull’emergenza lavoro il signor Murgia rispondeva così: «quello sarebbe l’obiettivo principale della mia Giunta. Dalla crisi si esce soltanto creando nuova occupazione e utilizzando i fondi europei. Ma è anche necessario (abbassare n.d.A.) il costo del lavoro e rendere la Sardegna un luogo competitivo dove le imprese possano insediarsi e operare». Insomma nessuna visione alternativa del modello di dipendenza economica e della matrice ultra liberista di tutte le giunte regionali dagli anni Novanta a oggi. E ciò si vede anche nelle dichiarazioni di questa campagna elettorale dove Murgia ad ogni domanda ripete come un mantra  che la soluzione ad ogni problema è “spendere bene i fondi europei”, come se il problema della Sardegna sia realmente questo e non il regime di dipendenza, subalternità e sottosviluppo indotto. Liberismo spinto ed europeismo fideistico sono le sue coordinate. Mi pare evidente.

Si dirà che le cose cambiano, le persone crescono e maturano, le idee si evolvono. Benissimo, ma perché piazzarlo proprio sul trono che dovrebbe rappresentare l’indipendentismo e non in seconda o terza fila, magari fra i candidati o meglio ancora a fare un po’ di sana gavetta nei movimenti dal basso visto che la sua faccia è ignota a tutti coloro in Sardegna in questi anni hanno contrastato tutti i progetti e le strategie neocoloniali dei blocchi italiani che invece Murgia ha oggettivamente sostenuto attraverso la sua sovraesposizione con il PD? Lo dico a scanso di equivoci, non so chi sia peggio o meno peggio tra Pili e Murgia, ma hanno torto molti compagni che dichiarano che voteranno Murgia perché Pili è di destra. Anche Murgia lo è, una destra di diverso tipo, una destra a matrice PD, ultraliberista e fanaticamente europeista, ma si tratta sempre di destra. Inoltre con tutte le sue contraddizioni Pili è la seconda volta che si presenta da solo alle regionali e l’ultima volta ha pagato a caro prezzo tale isolamento non entrando in Consiglio pur racimolando il 5% dei voti, mentre diversi personaggi ora animatori di ADN hanno ottenuto un seggio da consigliere con poche centinaia di voti, come per esempio Gavino Sale e il consigliere dei Rossomori grazie a cui oggi ADN si è potuto presentare non dovendo raccogliere le firme. Anche in questo caso va bene tutto, va bene anche sfruttare una posizione di comodo ricavata in seguito a prassi opportunistiche e trasformiste, ma almeno non si giochi a fare i puri perché a questo giro nessuno può permettersi di guardare dall’alto in basso nessuno.

Il panorama è desolante, questo l’ho ammesso subito. Per questo non posso biasimare molti sinceri attivisti e militanti che il 24 febbraio resteranno a casa. Non si tratta di essere astensionisti ideologici o addirittura nichilisti-utopisti, come pure qualcuno non privo di malizia ha cercato di far credere. In realtà ci sono moltissime persone impegnate e presenti nelle lotte che non voteranno e non per pregiudizio anarchico o per convinzione nichilista, ma semplicemente perché nessuno li rappresenta, perché nessuno ha fatto nemmeno un passo per volerli rappresentare. Di questa triste realtà è sintomatico il silenzio seguito all’appello di Caminera Noa alle liste indipendentiste e di sinistra in gestazione per un allargamento alle lotte, ai conflitti e sostanzialmente a chi in questi anni ha garantito l’unica, vera opposizione a Pigliaru. La risposta è stata il silenzio, quando non lo sfottò e il tentativo di logorio sotterraneo.

Ha agito prepotentemente una sorta di autosuggestione religiosa, cioè è entrata in azione la convinzione di essere i migliori, di poter essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno e di  dover decidere soli soletti, in pochi, facendo agire sempre la solita logica del “io dirigo e tu se vuoi segui zitto e mosca, altrimenti sparisci”. Peccato, perché non solo la storia dei popoli, ma neppure gli affari si fanno così e dove ha portato finora questo atteggiamento spocchioso, egocentrico, settario e irresponsabile di tutte le liste in campo lo si vede con chiarezza.

Detto questo però bisogna rimanere lucidi e pensare al dopo. Di fatto non votare vuol dire dare un aiutino al tripolarismo italiano (PD-Lega-5S) e questo non è né buono né saggio. Allora che fare?

Semplice. Il gioco della torre. Giochiamoci insieme e visto il carattere duale della legge elettorale partiamo dalle liste partendo dai presidenti.

Siamo sulla torre con tutti i candidati presidenti. Chi buttiamo giù? Solinas, Desogus e Zedda subito, con estremo piacere e con un bel balzello di gioia al tonfo sordo fatto dai tre colonialisti appena giunti al suolo.

Rimangono Maninchedda, Pili, Murgia e Lecis. Direi che non è molto difficile defenestrare il Nelson Mandela sardo per le ragioni di cui sopra, perciò diciamo “ciao ciao” a Paoletto il quale, una volta deresponsabilizzato dalla vita dello statista a tempo pieno, potrà dedicarsi a scrivere e riscrivere bellissime costituzioni per la gioia di tutti noi.

Ora tra Murgia, Pili e Lecis io ho un criterio semplice semplice. Murgia è stato uomo organico del PD fino al referendum sulle trivelle (cioè pochissimo tempo fa). Non c’è da fidarsi, vola giù dalla torre. Rimangono Pili e Lecis. Ma prima di decidere chi lasciare sulla torre (e solo perché questo schifo di legge elettorale ci obbliga a votare un presidente) ragioniamo sulle liste.

Personalmente condivido la posizione di Caminera Noa. Votare si deve perché se non si vota si fa un favore al tripolarismo italiano e questo non è bene. Dato che nessuna lista si merita un appoggio convinto sarà bene che ciascuno di noi guardi nel proprio collegio quei candidati che negli anni abbiamo sempre visto nelle lotte, che si sono spesi con più generosità, che conosciamo come affidabili e umili e che una volta diventati eventualmente consiglieri regionali sappiamo che non tradiranno, che non si faranno comprare, che non si monteranno la testa, che rimarranno al servizio della lotta di liberazione nazionale e sociale del popolo sardo.

Non ce ne sono molti che corrispondono a queste caratteristiche ma qualcuno c’è. Per esempio nel collegio di Cagliari ci sono Adriano Sollai (Sardi Liberi) e Michele Zuddas (Sinistra Sarda). Nella Gallura c’è Emanuela Cauli (Autodeterminatzione). In quello di Sassari ci sono Andrea Faedda (Autodeterminatzione)  e Bainzu Piliu (Sardi Liberi). Vado a memoria sperando di non far torto a nessuno (non ci sono solo questi che ricordo qui)  e comunque non c’è bisogno di fare elenchi completi; ognuno conosce i suoi polli e sa bene chi ha un vissuto di lotte e partecipazione ai processi di emancipazione e resistenza e chi invece ha solo una pagina fb con una foto da rivoluzione del sorriso di mentadent.

Il mio collegio è quello di Sassari e farò così. Voterò Bainzu Piliu (Sardi Liberi) perché è uno che ha pagato per le sue idee senza mai piegarsi, perché su di lui si può contare, perché quando c’è una manifestazione anche dall’altra parte dell’isola si alza presto e si mette in viaggio senza protestare ed è uno con cui, nonostante la sua fortissima personalità, si può ragionare e che sa fare autocritica riconoscendo gli errori.

Voterò dunque un candidato di Sardi Liberi anche se non voterò Mauro Pili. Troppo compromettente la sua immagina affianco ai lacché di Berlusconi. Troppo nitide le immagini di lui vestito con la mimetica della Brigata Sassari (ben prima delle manie carnevalesche di Salvini). Troppo ambigue le sue posizioni sui migranti definiti anche di recente “bivaccanti” con scarsissimo senso di umanità. Mi spiace ma per quanto mi riguarda non posso dargli delega, anche se apprezzo diverse sue campagne e soprattutto quella contraria al monopolista Onorato.

Sulla torre resta – e non per suo merito – Vindice Lecis, un comunista scongelato dagli anni Cinquanta privo di qualsiasi attitudine alla comprensione della questione sarda. Darò il voto a lui perché almeno so di chi si tratta (un avversario che gioca a viso aperto e che non fa finta di essere ciò che non è per accaparrarsi il voto altrui) e perché con molti suoi compagni di lista c’è un discorso aperto e diversi progetti in piedi di emancipazione nazionale e sociale per la terra e il popolo di Sardegna.

Un voto a un patriota interclassista (Bainzu Piliu) e un voto a un comunista centralista (Vindice Lecis) con la speranza e l’impegno che queste due direttrici (nazionalismo democratico sardo e socialismo) possano e debbano gradualmente convergere in un grande progetto di resistenza e progettualità al nostro vero e grande nemico che è il tripolarismo italiano.

 

I tavoli non salveranno i pastori

Foto tratta da SardegnaLive

Pubblichiamo l’intervento sullo stato attuale della lotta dei pastori sardi del collettivo Furia Rossa di Oristano perché con rigore e realismo rappresenta bene la forza ma anche le contraddizioni e i limiti di questa straordinaria lotta di popolo. 

Facciamo un po’ di chiarezza su quelle che possono essere le soluzioni immediate alla crisi della pastorizia in Sardegna. Il tavolo regionale di ieri ha segnato la strada che probabilmente verrà seguita anche oggi a Roma, nel tavolo elettorale convocato da Matteo Salvini e Coldiretti.

L’idea che sta prendendo forma è questa: Regione e Stato si devono far carico dell’acquisto di una cifra che oscilla tra i 30 e i 50 mila quintali di pecorino romano con una spesa, abbastanza ingente, che, secondo quello che si legge nei commenti della stampa e dei siti specializzati oscilla tra i 30 e i 40 milioni di euro. Le forme così acquistate, dovrebbero essere ritirate dal mercato, o destinandole alla stagionatura o assegnandole (tramite bando, si immagina) a Onlus e servizi per gli indigenti. Non è detto che il mercato recepisca favorevolmente questa mossa, il prezzo del romano potrebbe salire ma non ai livelli necessari ad arrivare alla quota richiesta dai pastori per il pagamento del latte: 1 euro più IVA al litro.

Ieri Pigliaru, al termine del tavolo regionale, ha parlato di uno stanziamento di 10 milioni di euro da parte della RAS e ha auspicato che da Roma oggi arrivassero altri 20 milioni. Che il tavolo si chiuda con questo accordo non è impossibile, ma il punto è che i caseifici dovrebbero accettare su questi presupposti di pagare il latte a un euro e questo non è un meccanismo automatico.

Che si tratti di una soluzione emergenziale (e non necessariamente destinata al successo) è evidente e comunque non è detto che vada in porto. La sicumera di Salvini lascia pensare che abbia già la certezza di trovare un accordo che possa essere quantomeno spacciato per buono, ma c’è un altro problema: il tavolo di oggi potrebbe avere una rappresentatività molto limitata del mondo dei pastori, considerando che vi prenderà parte solo Coldiretti, le cui mosse filo-salviniane degli ultimi giorni hanno destato un po’ di irritazione fra i pastori in mobilitazione. Si allarga intanto la spaccatura all’interno del movimento dei pastori, con la Coldiretti che sta giocando tutte le sue carte sulla soluzione Salvini e il Movimento Pastori Sardi che ieri, contestato da una parte dei pastori in mobilitazione, ha
deciso di non partecipare al tavolo regionale. Nei fatti però sembrerebbe che l’assenza dell’MPS abbia comportato una partecipazione molto debole degli allevatori al tavolo, tanto che all’uscita in tarda serata dal palazzo della Giunta regionale le recriminazioni dei manifestanti si sono rivolte proprio ai delegati che non erano riusciti a strappare un prezzo più alto di 65 centesimi al litro.

Se anche dovesse arrivare una soluzione accettabile di emergenza, sul piano strutturale non saranno i tavoli di questi giorni a fornire dei risultati concreti e ci sono alte probabilità che la situazione precipiti nuovamente nel giro di qualche mese.

Mentre stamattina gli studenti hanno continuato a mobilitarsi in varie parti dell’isola, con un nuovo corteo selvaggio per le strade di Cagliari, si apprende che numerosi gruppi di pastori si dirigeranno questo pomeriggio al presidio che sta bloccando da giorni il conferimento del latte al caseificio dei fratelli Pinna di Thiesi, uno degli attori più importanti del settore della trasformazione del pecorino romano, ben proiettato sul mercato statunitense, quello cioè nel quale si sono verificate le speculazioni che hanno provocato il crollo del prezzo del latte ai livelli attuali. Lì si attenderanno i risultati del tavolo romano, che probabilmente finirà in tarda serata anche nella speranza di far scemare i pastori mobilitati in caso di un accordo non particolarmente positivo. Salvini sta già mandando i primi segnali sul fatto che le questure sarde – che sembrano aver ricevuto, fino ad oggi, l’ordine di lasciar fare i pastori – dovranno cambiare atteggiamento nei prossimi giorni per quanto riguarda la gestione dei blocchi stradali. Insomma, sembra che da Roma oggi arriverà questo messaggio: “Questo è l’accordo, prendere o lasciare. Chi continua a protestare ne pagherà le conseguenze”.

Questa è la situazione, difficile fare previsioni più dettagliate e anche queste potrebbero essere smentite dall’evolversi degli eventi.

In difesa dei pastori

foto tratta da Il Manifesto 

di Francesco Casula

Perché difendo i Pastori? Perché, incondizionatamente sono a fianco dei pastori e della loro sacrosanta lotta? Per motivi certamente affettivi: Perché era pastore mio padre (e i miei parenti) e so quanto era dura la sua vita. Ma anche – per non dire soprattutto – perché – sena pastores e sena pastoriu, si-che morit sa Sardigna intrea. Senza la pastorizia la Sardegna si ridurrebbe a forma di ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto, in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte. Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia. Buona solo per ricchi e annoiati vacanzieri, da dilettare e divertire con qualche ballo sardo e bimborimbò da parte di qualche “riserva indiana”, peraltro in via di sparizione. Si ridurrebbe a un territorio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura, e senza lingua. Disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti. Una Sardegna uniforme. In cui a prevalere sarebbe l’odiosa, omogenea unicità mondiale: come l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna. Si avvererebbe la profezia annunciata da Eliseo Spiga, che nel suo potente e suggestivo romanzo Capezzoli di pietra scrive: “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Villaggi campagne altipiani livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”. Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-culturale e civile,prima ancora che economica e sociale. Apocalittico e catastrofista? Vorrei sperarlo.

Dieci argomenti a favore della Repubblica Sarda

di Maurizio Onnis

Dieci argomenti a favore della libertà della Sardegna e della creazione di una repubblica dei sardi. Basilari, semplici e intuitivi. Da rispolverare, tenere a portata di mano e offrire a chi ha ancora dubbi in merito. Soprattutto in questo tempo elettorale: perché molti parlano d’indipendentismo, ma (quasi) nessuno parla d’indipendenza.

1) È assurdo che una grande isola come la Sardegna sia governata dal continente. Una grande isola come la Sardegna, posta nel centro del mare Mediterraneo, ha il diritto di governarsi da sé. È la geografia a dirlo.

2) I sardi sono italiani per il capriccio della storia. Quattro secoli fa erano spagnoli. Dodici secoli fa erano bizantini. Sedici secoli fa erano romani. Ventiquattro secoli fa erano punici. Ma mentre erano tutto ciò, la storia e la geografia hanno fatto sì che i sardi fossero prima di tutto sardi. Per essere sardi e basta, ai sardi serve l’indipendenza.

3) Ogni popolo ha il diritto di scegliersi il tipo di Stato e di governo che preferisce. I sardi non sono mai stati interpellati su questo. Nessuno ha mai chiesto loro quale stato e governo preferivano. Hanno ricevuto e preso lo Stato e il governo che altri davano loro. Eppure, anche i sardi hanno diritto di fare, in tale campo, ciò che vogliono.

4) Ogni popolo ha il diritto di scegliere la propria lingua, le proprie istituzioni sociali, le proprie usanze, di coltivarle, cambiarle, migliorarle, tramandarle di generazione in generazione. I sardi hanno questo diritto, ma non lo potranno praticare per intero fino a quando non saranno indipendenti.

5) È impossibile che gli interessi dei sardi e della Sardegna siano curati nel modo migliore da un governo che siede a Roma (o in qualsiasi altro posto) e non è composto di sardi. Gli interessi dei sardi e della Sardegna possono essere curati nel modo migliore solo dai sardi. Qualsiasi governo della Sardegna che sieda fuori della Sardegna curerà prima di tutto i propri interessi, non quelli dei sardi.

6) Ogni popolo ha il diritto di instaurare con gli altri popoli le relazioni che trova più opportune. I sardi non possono lasciare che a decidere questo per loro siano altri. I sardi devono decidere da soli se essere amici o nemici di europei, africani, asiatici, americani. In particolare, una grande isola come la Sardegna, egualmente distante dall’Europa e dall’Africa, può e deve diventare il ponte tra continenti e genti diverse.

7) Ogni popolo, come ogni individuo, ha il diritto e il dovere di diventare maggiorenne. I sardi non saranno maggiorenni fino a quando lasceranno che altri decidano al posto loro le cose che li riguardano. Rimarranno bambini, con tutti i problemi che l’infantilismo genera.

8) Ogni popolo, come ogni individuo, ha il diritto e il dovere di procurarsi da sé le risorse necessarie per vivere. I sardi, prima di accontentarsi delle briciole cadute dal tavolo dei potenti, hanno il diritto e il dovere di cercare sostentamento nelle risorse della Sardegna, sfruttandole, incrementandole e commerciandole per se stessi e con i continentali.

9) Ogni popolo ha il diritto di arricchirsi. I sardi non potranno arricchirsi fino a quando lasceranno che altri decidano al posto loro in che modo sfruttare le risorse della Sardegna. I sardi non potranno arricchirsi fino a quando la loro parte nel sistema economico internazionale sarà decisa da chi vive fuori della Sardegna.

10) La Storia è una competizione cinica in cui il più forte vince e il più debole perde. L’indipendenza renderà i sardi più forti. Solo l’indipendenza eviterà ai sardi di essere estromessi dalla Storia. Che gusto c’è a essere sempre l’ultima ruota del carro?

Dalle elezioni alla liberazione. Appunti per la Sardegna che verrà

di Davide Mocci

Alla fine è successo: tutto quello che ha rappresentato l’indipendentismo sardo, nella sua accezione moderna, in questa tornata elettorale, viene a mancare. Almeno formalmente non avremo un candidato che si definisce (e si può anche constatare che sia) indipendentista. Maninchedda e il PdS che parlano di Stato, di Nazione, di emancipazione nazionale dopo essere stati in maggioranza ed aver avallato le peggiori politiche per questioni di equilibrismo; abbiamo Pili, anche lui folgorato sulla via del nazionalismo sardo, già pronto a metanizzare la Sardegna dopo per altro averla governata (male) con il centrodestra italiano, ora è sostenuto da indipendentisti/e; Murgia che si definisce autonomista dicendo di ispirarsi a Lussu ma è sostenuto dalla lista delle forze indipendentiste “storiche” e della società civile.

Come si è arrivati ad una simile mescolanza di forze e ad una simile “tolleranza” degli indipendentisti? Quando ha avuto origine una simile involuzione?

Sappiamo che il sentimento indipendentista in Sardegna parte male: percepito sottotraccia dai subalterni sardi del primo Novecento, trova sulla sua strada il Psdaz, che lo annacqua e travia una massa consistente che stava lottando per conquistarsi una rappresentanza, dandogli prospettive limitate e limitanti, tra catastrofismo, autonomismo e “nazione fallita”. Poi venne il fascismo e l’oblio. Fino agli anni ’70, che ritrova verve grazie allo scenario della decolonizzazione e degli altri indipendentismi europei, senza però riuscire a capitalizzare il (poco) consenso che erano riusciti a raccogliere e le estemporanee mobilitazioni popolari, su cui poche volte si è riusciti a costruire un cammino percorrendolo fino in fondo, forse una della cause del superamento dell’indipendentismo classico.

Questo periodo di grande esposizione mediatica e l’ingresso prepotente della parola ”indipendenza” nella politica sarda ha svegliato i vecchi  guardiani. Infatti il Psdaz durante un congresso fiume opera la “svolta” indipendentista – di facciata, dato che di indipendentisti nella sua storia ne ha epurati diversi, arrogandosi il diritto di poter esprimere un proprio immaginario di emancipazione nazionale e quindi infestare l’area di riferimento dei partiti sardi. Un immaginario “consequenzialista” e meramente utilitarista, ritenuto “giusto” e coerente poiché quello che  risulta strettamente rilevante è l’obbiettivo (l’indipendenza in astratto, lo scranno in consiglio nel concreto) e non gli strumenti e i metodi con cui ci si arriva, sui quali possiamo questionare senza porci scrupoli di ordine solidaristico, morale o etico. Da quel momento in poi questo atteggiamento del Psdaz  – possiamo dire – machiavellico, ha cominciato a spandersi tra gli ambienti sardisti/indipendentisti, generando poi la brillante strategia di “inflitrazione” di IRS e il progetto di “erosione” del ceto politico coloniale da parte del PdS. A quest’ultimo è andata meglio perché sono riusciti effettivamente a raccogliere un discreto consenso. Un consenso però già discretamente cristallizzato dai rapporti clientelari pregressi di questi nuovi “erosi”. Questa capacità di rappresentare una parte della società sarda, unita alla narrazione “nazionalisteggiante” e ad una idea precisa di (come prendere il potere in) Sardegna, gli permette di ascriversi a quello che è l’area dell’indipendentismo sardo; sempre però in termini formali. Come se l’indipendenza della Sardegna fosse una questione solo di merito, e non anche di metodo.

Questo per quanto riguarda i partiti che sono stati già tacciati di collaborazionismo. E su questo gli altri partiti dell’indipendentismo – che possiamo definire radicale – sarebbero sicuramente d’accordo nel definirli tali.  Ad oggi però questi partiti hanno scelto come candidati due figure che non solo non sono espressione della propria area o dei propri percorsi, ma che addirittura non si considerano essi stessi indipendentisti. Certo, la comunicazione verso l’esterno è chiara e precisa (com’è anche chiara quella di Maninchedda, però) e le liste che li sostengono, così come i loro candidati indipendentisti, hanno un preciso linguaggio e proposta politica. Tuttavia, per potersi rendere “presentabile” al grande pubblico, quel che rimaneva dell’indipendentismo sardo si è dovuto affidare a personalità esterne al proprio mondo, una che incarna l’abile comunicatore da migliaia di voti, l’altra che rappresenta la competenza, la preparazione e la responsabilità di governo. Ossia tutto quello di cui gli indipendentisti sono stati accusati da sempre di essere manchevoli. Una sorta di candida accettazione di quella che era l’idea – distorta, poiché corrotta dai mezzi di informazione non tanto accomodanti – che l’elettore medio aveva di quest’area politica, interiorizzando questa percezione e cercando di porvi rimedio non attraverso l’autocritica profonda e quindi ritornare a cercare di capire (e di farsi capire dalla) società sarda, ma solo rinnovando la propria immagine che propongono all’esterno. Una strategia di questo tipo fatta a ridosso delle elezioni appare, quindi, molto simile a quelle intraprese dagli altri due partiti “sardisti”: tutte infatti tendono ad ottenere il loro obbiettivo quale che sia il mezzo con cui ci si arriva; la si chiama convergenza nazionale ma è solo opportunismo politico per ottenere un posto in consiglio.

Posto in consiglio che, chiaramente, non è da buttare via e anzi ben venga  il fatto che riescano ad ottenerlo. Quello che su cui ci dovremo interrogare non sarà quindi il mero esito delle urne, ma se questa strategia potrà dare i suoi frutti, che – è bene ricordarlo – non sono affatto i voti in assoluto. È la coscienza nazionale da (ri)costruire quello che realmente conta e su cui si dovrà lavorare, quale che sarà l’esito delle elezioni; capitalizzare anche quelle poche risposte positive che arriveranno e lavorarci, ripartendo dal lavoro e dal dibattito quotidiano, dal dialogo con le varie realtà politiche sparse per la Sardegna e dalla costruzione di un sentimento diffuso che vada oltre le scadenze elettorali e che sia in grado di riportare le sarde e i sardi di tutta l’isola (e magari anche quelle/i emigrati) alla partecipazione attiva nella società sarda, un humus politico che ridia vita a questo deserto delle relazioni umane.

In conclusione potremmo dire che ormai la parola “indipendenza”, che un tempo si aveva timore di pronunciare all’interno del dibattito pubblico, sia stata sdoganata. Se nell’era degli slogan e degli hashtag quello che conta è quello che si dice (anzi, si posta sui social) e non la coerenza di quello che si dice con quello che si fa, allora tutti possono essere indipendentisti. E tutti potranno parlare di indipendentismo. Tutti chi, però? Beh, ovviamente tutti quelli che fanno politica attualmente in Sardegna. Ossia, data la cultura politica meramente passiva – tipica delle aree depresse culturalmente ed economicamente – quei pochi che fanno politica attiva. E la maggior parte di questi sono vecchi, dotati di un background politico fatto di clientele, clanismi e attaccamento parassitario alle istituzioni. Insomma, il classico ceto politico coloniale. Che di sicuro non vorremmo mai sentir parlare di indipendentismo e indipendenza, se vogliamo che all’idea di indipendenza e di emancipazione nazionale si rifletta un metodo che sia coerente intrinsecamente, che abbia un senso della storia ma che non venga visto in balìa del determinismo, come se quale che sia il modo in cui ci si arriva, prima o poi l’indipendenza pioverà dal cielo; dobbiamo far sì che sia il popolo sardo ad emanciparsi con le proprie parole, non attraverso notabili, capitani, dirizentes e con le proprie azioni. E queste parole potranno anche non essere “indipendenza”, potranno essere qualcosa di diverso, che grideremo noi che ci siamo ora e che ci saremo anche domani, “diluiti” nella società sarda in balia del postmoderno e del postidentitario, che per quanti saremo la Storia la faremo noi.

Sardinian Job Day: da vetrina a progetto?

di Orlando Palita

Una giornata, quella del 24 gennaio 2019, che si potrebbe definire straordinaria sotto molteplici aspetti, da un lato le condizioni meteo che vedono la Sardegna insolitamente innevata da Nord a Sud, dall’altro l’inconsueta mobilitazione di tutte le forze economiche e istituzionali sarde nel capoluogo per il Sardinian Job Day. Cinquantamila tra ragazze e ragazzi che si riversano alla Fiera di Cagliari in cerca di opportunità lavorative, sfidando il mal tempo e le immancabili difficoltà nella viabilità.

L’impatto iniziale è sicuramente poco incoraggiante, tutti coloro i quali avevano compilato i prestampati sul sito di Sardegna Lavoro, hanno ottenuto una convocazione alle 11.00 presso il padiglione dedicato ai colloqui. La fila è imponente ma ordinata, resa abbastanza scorrevole dall’ottimo lavoro degli addetti ai lavori (purtroppo code di circa mezz’ora all’aperto, nella fredda mattinata che ha colpito Cagliari).

I colloqui finalmente iniziano, l’impressione di amici e conoscenti non è sempre positiva, anzi, in molti percepiscono i colloqui come degli speed date: i candidati per ciascun annuncio sono molti e i selezionatori accelerano i tempi delle conversazioni per ottimizzare il tempo, si hanno pochi minuti per essere convincenti e ottenere una vera occasione. Molti provano a strappare qualche minuto in più e spesso ci riescono, ma la sensazione globale è che molte aziende e selezionatori siano lì perché convenga esserci piuttosto che per ricercare profili interessanti. Anche girando nel padiglione dedicato alle aziende l’impressione è la stessa, molte imprese decidono di presenziare e accettare libere candidature, ma spesso questi stand sono sforniti di veri e propri selezionatori e i curricula finiranno tra un pacco di pasta Cellino e una cassetta di Ichnusa. Ci sono delle eccezioni naturalmente, ma per molti, arrivati da tutta la Sardegna, questo viaggio della speranza non sarà decisivo per entrare nel mondo del lavoro.

La giornata procede tra punti di ristoro e seminari, alcuni davvero interessanti e indirizzanti. C’è chi cerca semplicemente di pubblicizzare la propria attività e chi realmente prova a dare consulenza a giovani e meno giovani alla  ricerca di un lavoro. Nel complesso questa parte dell’evento sembra quella più riuscita, i presenti partecipano attivamente alle numerose iniziative e dimostrazioni dei padiglioni, in particolare quello dedicato all’Innovazione tecnologica.

La giornata scorre piacevolmente, l’argomento di riflessione e discussione tra i partecipanti resta lo stesso, il lavoro, un bene prezioso e purtroppo sempre più raro in Sardegna, ancor di più per chi ha deciso di spendere le proprie energie nella formazione universitaria, ritrovandosi ora specializzato ma poco appetibile per un mercato del lavoro che arranca qui più che altrove.

Proprio questo è il nodo della questione: ha davvero senso organizzare due giornate straordinarie come il SJD? La prima superficiale risposta potrebbe essere “si”, e in effetti l’evento nel complesso non si può che giudicare positivamente, nonostante alcuni inconvenienti, spesso le occasioni sono reali e si ha la possibilità di mettersi in contatto con importanti aziende e cooperative del territorio.

Il nodo critico del SJD però è proprio questo, la straordinarietà dell’avvenimento, insolito quasi quanto una nevicata come quella di ieri. Chi è in cerca di lavoro non avrebbe forse bisogno che le occasioni di contatto siano stabili e ordinarie?

Un amico, durante un seminario sull’innovazione e il turismo ha brillantemente parlato del tentativo della sua piccola azienda di invertire il paradigma che vede il turismo balneare al primo posto e tutte le altre attività interne all’isola, legate a questo settore, arrancare nella disorganizzazione, destinate ad una posizione subalterna. Anche per quanto riguarda le politiche del lavoro appare necessario oggi un ribaltamento di paradigma: dalla straordinarietà di eventi come il SJD e altri organizzati in diversi centri dell’isola, a delle politiche per il lavoro ordinarie e concrete, che sappiano mantenere stabili contatti tra il mercato del lavoro e chi ha la necessità di entrarci o rimanerci stabilmente. Allora perché non lanciare la Sardinian Job Week e magari farla diventare un evento mensile, magari con meno vetrina per aziende e istituzioni e più sostanza, proprio per valorizzare il lato dell’utenza e quindi chi è in cerca di lavoro?

L’insostenibile leggerezza della divisione indipendentista

 

di Francesco Casula

Ormai pare certo: gli Indipendentisti si presenteranno divisi alle elezioni di febbraio. Con tre liste: Autodeterminazione, Partito dei sardi e Sardi liberi.

Si tratta di un tragico errore. Si è tentato, fino all’ultimo momento, di evitare la divisione e la frammentazione. Non è stato possibile. Troppi e profondi fossati sono stati creati. Troppo astio è stato prodotto. Inqualificabili maldicenze sono state diffuse.

Nonostante tutto ciò occorreva fare di tutto per presentarsi uniti.
Perché – per chi non l’avesse capito – alle elezioni non ci si presenta per testimoniare o per affermare la propria identità di piccolo gruppo o partito ma per convogliare il massimo consenso possibile. Ebbene l’unità e l’unione delle tre liste, sarebbe stata elemento e strumento moltiplicatore di adesioni e voti e dunque sarebbe stato un primo momento e occasione per la costruzione di un vasto, composito e plurale Movimento nazionale sardo in grado di competere, anche a livello elettorale, con le liste italiche.

Conosco le obiezioni, anche le più nobili: le diversità fra le tre coalizioni, anche su punti importanti, persino strategici. In termini programmatici ma anche deali e di referenti sociali. Tutto vero. Ma occorre capire che se vogliamo creare un grande Movimento nazionale sardo in grado di porsi come alternativa politica al sistema dei Partiti dello Stato italiano “occupante”, dobbiamo necessariamente scontare diversità al suo interno, anche corpose e copiose.

Ma ormai alea iacta est. E dunque non servono le recriminazioni e le lamentazioni.

C’è però almeno da augurarsi che le tre Liste sarde la smettano di “scannarsi” fra di loro e individuino con nettezza i veri avversari e controparti: i Partiti e le coalizioni italiche responsabili, in primis il cosiddetto centro-sinistra e il centro-destra, della politica fallimentare, specie degli ultimi 20 anni e più, che sta portando la Sardegna alla “morienza”: economica e sociale oltre che culturale.

Ogni Sardo che ha a cuore le sorti della nostra Isola non può non votare o Autodeterminazione o Partito dei sardi o Sardi liberi: ciascuno secondo la propria sensibilità e vicinanze, ideali, culturali e politiche. .

Da parte mia voterò la Lista che con più forza, coerenza e linearità metterà al centro della sua battaglia politico-elettorale i problemi che attengono:
1. All’Identità (Bilinguismo, Scuola sarda, revisione della Toponomastica):
2. All’Ambiente (con la connessa questione delle Basi e delle Servitù militari);
3. Ai Beni e Servizi primari ed essenziali (la sanità, i trasporti e la scuola prima di tutto);
4. Al lavoro, legato alle risorse locali e comunque all’interno di uno sviluppo autocentrato.

Considerazioni sparse su candidature ed elezioni regionali

Sono imminenti le elezioni regionali (per gli indipendentisti “natzionali”) sarde. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Davide Mocci. Chiunque ritenesse opportuno manifestare il suo pensiero può tranquillamente inviare l’articolo alla redazione di Pesa Sardigna: pesa.sardigna.blog@gmail.com

La campagna elettorale della Lega-PSdAz  alle scorse elezioni politiche in Sardegna che riprende gli slogan di ultra destra anti immigrati della Lega Nord

di Davide Mocci

L’investitura di Salvini a Solinas è l’esempio colonialista di “razzistizzazione” dei movimenti “etnoregionalisti”. Esattamente come era accaduto con la Lega Nord in Veneto – che però razzista, salvo i primissimi anni, ci è nata – si cerca di catalizzare il sentimento “regionalista” attraverso dispositivi ideologici atti al controllo e allo sfruttamento elettorale dello stesso: il razzismo e la retorica del “blut und boden” sono facilmente inculcabili in una società con un senso d’appartenenza meramente passivo e isolato che purtroppo non è ancora rivendicativo e diffuso. Il terrore, l’insicurezza, l’attacco alle radici culturali (già di per sé distrutte dal colonizzatore occidentale, però) e il bombardamento mediatico sono utili a catalizzare e polarizzare una popolazione già di per sé con problemi intrinseci di autoriconoscimento e autostima collettiva.

E dopo che molti sinceri “cani sciolti” indipendentisti nonché storici “leader” dell’indipendentismo classico sono caduti nella rete del controllo sociale di stampo Lega-PD contro la famosa invasione di africani (irreale, data la presenza esigua nei singoli paesi della Sardegna), ecco che il nazionalismo italiano si appresta a sferrare l’attacco ideologico decisivo all’indipendentismo sardo, attraverso il trasferimento del reflusso mediatico (già immagino i titoli dei giornali: “Solinas il Salvini sardo”) nelle mani non semplicemente di un lacché opportunista, ma il segretario di un partito clientelare – che ha sempre fatto la stampella del regime coloniale in Sardegna – che all’art. 1 del suo statuto parla di indipendenza della Sardegna. Sebbene come forza politica non abbia mai teso ad un simile obbiettivo, questo lo legittima ad essere riconosciuto dall’occhio esterno come componente organica del movimento di liberazione sardo e quindi legittimerà di conseguenza le considerazioni spicciole – e in malafede – che tacceranno l’indipendentismo nella sua totalità di essere reazionario. Questa visione non solo attecchirà in Italia e nel resto del mondo, dove bisogna cercare un riconoscimento internazionale, ma si insinuerà anche e soprattutto tra i sardi che pensano che “la Sardegna da sola non può farcela”, dandogli ulteriore riprova di rifiutare la “mentalità” sarda retrograda e razzista e fare appello al costituzionalismo “più bello del mondo” all’italiana per fare argine alla barbarie dilagante.
Insomma, gli attacchi agli indipendentisti continuano nelle più svariate forme, se si conta la repressione poliziesca di questi ultimi mesi. E la situazione si delinea sempre più drammatica quando sul versante autodeterminazionista si annaspa e si fatica nel trovare candidati all’altezza e metodi di aggregazione e partecipazione che riescano a mettere le basi per una rottura col sistema vigente, rischiando ancora una volta di frustrare l’impegno profuso da molte persone, e molti giovani, di cui questa terra ha bisogno come il pane; accecati dalla smania e dalla fretta di rattoppare quel poco che rimane del nazionalismo sardo (stimolato prostaticamente anche da individui loschi come Maninchedda e Pili, il cui percorso politico non li esime da giudizio solo perché usano parole nuove nel loro limitato vocabolario), si perde di vista il punto: bisogna ricostruire la società sarda, perché questa ormai non esiste più; non esistono più le reti sociali che hanno permesso che si manifestassero spontaneamente occasioni di lotta e resistenza, insieme alla lotta quotidiana per la sopravvivvenza. Ergo bisogna tornare al contatto diretto con le comunità e con le contraddizioni che queste attraversano, significa osservare e apprezzare il lavoro degli altri resistenti se questo muove verso il medesimo obbiettivo, riconoscerne l’operato e istaurarci rapporti di mutuo sostegno, quando necessario. Bisogna spingere sulla partecipazione attiva e non sulla delega, chiamare all’impegno tutti i solidali, perché ormai il tempo della solidarietà “esterna” è finito.
Ma per fare sì che ciò possa essere possibile, bisogna prima di tutto mantenere una certa coerenza e manifestarla, oltre alle buone intenzioni. Soprattutto se poi dalla base elettorale non appare esserci un ritorno entusiastico, fare appello alla testimonianza e all’idea aleatoria del progetto in sé serve a poco. In questo modo si cade nelle trappole del nazionalismo italiano e si rischia di non poterne più uscire per parecchio tempo, visto il futuro non tanto roseo che ci attende.