Sulla tragedia della neonata di La Maddalena deceduta durante il parto

Emanuela Cauli, portavoce del Comitato cittadino Isola di La Maddalena e attivista di Caminera Noa, interviene a seguito della tragedia della neonata deceduta che ha colpito la comunità maddalenina.

Emanuela spiega dettagliatamente la situazione e denuncia il declassamento dell’ospedale Paolo Merlo, la situazione di abbandono e di isolamento a cui sono relegati i cittadini dell’isola, i rischi a cui sono esposti i maddalenini per volontà della giunta regionale Pigliaru e di quella attuale, in complicità con il governo centrale dello Stato italiano e specialmente del Ministero della Salute.

Ciò che è accaduto non è da ritenersi una tragica fatalità, bensì l’effetto prevedibile di conseguenze di decenni di tagli della sanità pubblica in Sardegna.

Ascoltiamo il video oggi stando a casa, ma prepariamoci perché presto, molto presto, sarà il momento di fare i conti.

Coordinamento Politico di Caminera Noa

Ma quali fratelli d’Italia? L’unità ha creato solo figli e figliastri!

L’epidemia da Covid-19 ha scatenato anche una epidemia di nazionalismo e sciovinismo italiano. Sono state diverse le iniziative di gruppi e perfino istituzioni a promuovere l’esposizione di tricolori ed esecuzioni dell’inno statale italiano. Una delle poche voci critiche è stata quella del prof. Francesco Casula il cui pensiero è stato persino censurato da un noto social.

Lo abbiamo intervistato.

  • Hanno avuto un discreto successo anche in Sardegna i flash mob legati alla diffusione del tricolore e inni dello stato. La tua è stata l’unica voce critica. Puoi spiegarci il tuo punto di vista?

Non è la prima volta che intervengo sui Media e sul mio profilo Facebook in merito al Tricolore a all’Inno italiano. Questa volta, volutamente sono intervenuto affermando con nettezza e radicalità, il significato mistificatorio dei due simboli del nazionalismo sciovinista italiano.

Inizio dall’Inno “Fratelli d’Italia”. La mistificazione è già tutta dentro tale espressione: l’”Italia unita” non ha creato fratelli ma figli e figliastri, colonizzatori (Nord) e colonizzati (Sud e isole); sviluppo da una parte e sottosviluppo dall’altra.

E comentecasiat nois sardos cun sos italianos non semus frades, antzis, mancu fradiles!

Mi è stato obiettato – da parte di una brava giornalista dell’Unione Sarda che mi ha fatto un’intervista – che tutti gli Inni patriottici sono retorici e patriottardi. Persino la Marsigliese. Certo. Ma la differenza sta tutta nei contenuti.

Fratelli d’Italia è trucemente militaresco, guerrafondaio, carico di cascami di una becera “romanità” (elmo di Scipio…schiava di Roma).

La Marsigliese è un Inno rivoluzionario, moderno, che guarda a un futuro di libertà e non a un passato infame di oppressione. È rivolto contro “la tirannia, i traditori, i re congiurati, i vili despoti”.

  • Insieme all’Inno molti hanno esposto anche il tricolore. Anche questo è un simbolo alieno al popolo sardo?

Il tricolore con il popolo sardo non c’entra un fico secco. E non tanto per la sua origine: nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco e Rosso”. Quanto per i significati che ha avuto e assunto nella sua storia: ideologici, culturali e politici, come espressione del leviatano statale, nemico e ostile al popolo sardo.

Ai più giovani ricordo che solo qualche decennio fa il Tricolore e l’Inno, erano di esclusivo appannaggio dei neofascisti del M.S.I e gruppazzi affini.

Gli altri Partiti – ma segnatamente quelli della Sinistra – nei loro Congressi, Ricorrenze e Feste esibivano le loro Bandiere e cantavano gli Inni della loro storia e tradizione, specie quelli afferenti alla lotta partigiana ed operaia.

Ma tant’è: oggi tutto è cambiato: una profonda μετάνοια, antropologica prima ancora che politica, sembra aver mutato geneticamente i Partiti: ripeto, soprattutto quelli della Sinistra. Di qui – ma è solo un esempio paradigmatico – il “culto” di tale bandiera, in una sorta di union sacrée.

  • In Catalogna durante il discorso del Re, la popolazione ha fragorosamente protestato. Perché molti sardi si identificano ancora con uno stato che li opprime e li umilia in tutti i modi!

Al contrario di quello che molti pensano, i sardi – per la gran parte – hanno un’identità debole e comunque più situata sul versante folcloristico che culturale e politico: magari affermano orgogliosamente DEO SO SARDU o sventolano i Quattro Mori (anche quando non c’entrano niente), ma non hanno un’acuta consapevolezza dei loro diritti, nutrono poca coscienza e stima di sé. Sono più usi alle lamentazioni, ai piagnistei e al consenso conformistico e servile che al dissenso, alla lotta, alla partecipazione.

Nella direzione del consenso e dell’integrazione subalterna nei confronti dello stato e dei valori (e idee) dominanti si muovono, i Media, il potere economico, la Scuola, i Partiti di stato (o di regime?). Che si sono impadroniti non solo del potere politico ma anche di quello burocratico e amministrativo e culturale. Hanno occupato manu militari le Università; gli Enti di qualsivoglia genere: ad iniziare da quelli bancari. Hanno i “loro” Sindacati, ad iniziare da CGIL-CISL-UIL.

Attraverso questi Enti controllano e dirigono l’opinione pubblica, distribuiscono posti di lavoro (per la verità sempre meno, specie con la crisi fiscale dello Stato), prebende e, mance.

A fronte di tutto ciò, c’è da meravigliarsi se i catalani protestano contro il discorso del re e i Sardi cantano l’Inno e sventolano il Tricolore?

“Ci può stare” che Nieddu vada a casa: la petizione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la petizione redatta dall’avvocato e militante comunista Michele Zuddas che chiede le immediate dimissioni dell’assessore alla sanità Nieddu per palese incapacità a fronteggiare l’emergenza.

“Ci può stare” che Nieddu vada a casa: la petizione

Il popolo Sardo da qualche settimana si ritrova ad affrontare, in piena solitudine ed armato solo del sacrificio di medici, infermieri ed ausiliari, un’emergenza sanitaria senza precedenti. Alla concretezza dei Sardi fa da contraltare l’assoluta inconsistenza ed inadeguatezza del Governatore Sardo e del suo Assessore Nieddu. Il teatrino, che da qualche giorno portano avanti circa all’assenza di strumenti di prevenzione del contagio nelle strutture sanitarie Sarde, di fronte alla conta dei nuovi contagi e dei primi morti, è disgustoso ed indegno.

Alle proteste del personale medico rispondono in maniera contradditoria e offensiva dell’intelligenza di tutti noi. Pur tralasciando l’infelice affermazione “ci può stare” riferita ai contagi all’interno degli ospedali, non si può trascurare il fatto che ogni giorno forniscono l’ennesima pesudo giustificazione sull’assenza di mascherine che va dal “sono in giacenza”, “Le abbiamo richieste a Roma”, e da ultimo “le distribuiremo a tutta la popolazione”. Giusto per fornire alcuni numeri, posto che si tratta di mascherine monouso, in quest’ultimo caso servirebbero almeno 1.000.000 di mascherine al giorno.

Gli aggiornamenti quotidiani sulla diffusione del coronavirus in Sardegna confermano che il 50% dei contagiati appartiene al personale medico/sanitario degli ospedali, lasciati soli dalla politica regionale, destinatari di diffide a tacere le inefficienze del sistema, e privi degli strumenti di prevenzione del contagio.

Il Governatore della Sardegna prima invoca Sant’Efisio e poi supplica il battaglione della Brigata Sassari.

Ebbene, come promotore della raccolta firme ritengo che il politico, e nel caso specifico chi ricopre ruoli di vertice nella amministrazione regionale, abbia il dovere di assumersi le responsabilità delle proprie azioni e omissioni, sia nell’ordinaria sia nella straordinaria amministrazione. Se l’errore umano può, forse, essere perdonato, ritengo non possa perdonarsi l’arroganza, la presunzione e l’irresponsabilità che ad oggi rischia di mietere vittime tra i nostri cari. L’ammissione di un errore è sintomo di possibile ravvedimento.

In questo caso non solo non vi è ammissione dell’errore ma addirittura si insinua la malafede di chi, tra gli operatori medico-sanitari, protesta per l’assenza degli strumenti di prevenzione.

L’emergenza coronavirus non può essere superata senza una visione e gestione politica seria e competente ed è assolutamente necessario chiedere le dimissioni delle persone che ad oggi non sono in grado di dare certezze e sicurezza ai Sardi.

Anche nei momenti di crisi ed emergenza, come quello che stiamo affrontando, non dobbiamo abbassare la guardia ne tantomeno rinunciare ad analizzare in maniera critica le scelte politiche di chi ci governa. Ne va del nostro futuro.

Per il momento più di 3.000 Sardi hanno raccolto l’invito.

https://www.change.org/p/regione-sardegna-chiedere-le-dimissioni-dell-assessore-alla-sanità-sarda-nieddu

Cagliari, 22.03.2020, Michele Zuddas

Foto: youth.net

L’epidemia dell’inno statale – di Francesco Casula

Il coronavirus ha fatto scoppiare un’altra epidemia: quella dell’inno di Mameli sparato a tutto volume per le strade e dai balconi, addirittura diffuso dalle camionette della protezione civile. I promotori di questa iniziativa asseriscono che così le persone si sentono meno sole e che stando uniti ci si fa coraggio in un momento difficile. Lo storico sardo Francesco Casula ha spiegato perché si tratta di un inno che offende la dignità dei sardi e delle sarde con un articolo che è stato poi censurato da Facebook. Abbiamo deciso di pubblicarlo.

 Perché aborro l’Inno Fratelli d’Italia

Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.

Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, militarista e militaresco, urtra retorico e di una “romanità” vomitevole, riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta la storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere” nell’Inno di Mameli.

Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.

Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.

Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.

Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.

Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.

Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).

Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.

Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.

Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.

Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.

Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011:  ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.

Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.

Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.

Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

ll Coronavirus e lo schifo

Emanuela Cauli, attivista di La Maddalena impegnata nella lotta in difesa dell’ospedale Paolo Merlo, aderisce alla campagna “Eja sto in casa ma non zitto/a

Sindaci disperati, medici e infermieri sul fronte che lavorano e cadono come mosche senza dispositivi di sicurezza, senza materiale, cittadini che hanno bisogno di sanità per emergenze di tutti i tipi e non sanno a chi rivolgersi…  Cosa fanno il nostro governatore e l’assessore alla sanità eletti per aver promesso il potenziamento della sanità pubblica, il nervo più sensibile e scoperto del nostro sistema sociale?

Niente, o meglio, fanno danni su danni.

Il primo si affida a Sant’Efisio dimostrando di non sapere neanche dove mettere le mani, il secondo taglia l’assistenza sanitaria dappertutto, compresi i presidi di area insulare e disagiata come il nostro e minaccia sanzioni disciplinari a medici e operatori che denunciano la situazione disperata, mettendo il bavaglio anche ai giornalisti. All’Isola di La Maddalena, dopo averci levato l’elisoccorso, con una circolare scritta in fretta e furia approfittano dell’emergenza coronavirus e depotenziano anche il p.s, in cui si potrà intervenire solo sui codici bianchi e verdi, decretando cosi la fine dell’unico presidio ospedaliero, lasciando una comunità e il personale del Paolo Merlo in balia delle onde, soli e isolati  senza alcun tipo di assistenza sanitaria.

Nessuna vicinanza, ai sardi  in un momento in cui tutti gli altri governatori regionali gridano e difendono i loro cittadini in ogni modo.

NOI RESTIAMO A CASA, ma dovevate restarci pure voi, un anno fa.

Emanuela Cauli, Giandomenico Bulciolu

Portavoce di Comitato Cittadino Isola di La Maddalena

#dimettetevi

Corona Virus: in Sardegna l’epidemia c’è già ed è drammatica

di Claudia Aru 
– La Sardegna ha il primato mondiale della più alta incidenza della sclerosi multipla anche in età pediatrica, di due-tre volte superiore, con 2,85 nuovi casi l’anno fra i sardi under 18, cui si aggiunge uno 0,68 per le diagnosi di Cis (Clinically isolated syndrome), considerata l’esordio della SM.
-Diagnosi di tumore in aumento in Sardegna dove la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è inferiore rispetto alla media nazionale raggiungendo infatti il 60% fra le donne (63% Italia) e il 49% fra gli uomini (54% Italia). Pochi sardi seguono stili di vita sani: il 25,1% è sedentario. Non solo. Il 28,4% è in sovrappeso (e il 10,4% obeso), il 25,4% fuma. ed è superiore alla media nazionale (17,1%) la percentuale dei cittadini che assumono alcol in quantità a rischio per la salute (20,5%). I casi di tumore registrati sono 10.200 (6mila uomini e 4.200 donne), 200 in più rispetto al 2018 (5200 uomini e 4.800 donne).
– Sono quarantamila i malati di Alzheimer in Sardegna. Una patologia difficile da affrontare, ma soprattutto complicata da riconoscere e diagnosticare. In tutta Italia, secondo uno studio a livello nazionale, sono un milione e duecentomila le persone affette da questa malattia e ci sono oltre 700mila persone che ancora non sanno di essere malate. E la Sardegna è tra le regioni dove la patologia ha un’incidenza tra le più alte, collocandosi al dodicesimo posto nazionale, ma è tra le prima livello territoriale per tasso di mortalità con il triste primato del Sulcis.
– Ogni anno in Sardegna si registrano 45 nuovi casi di diabete ogni 100 mila abitanti. Un triste primato che pone l’Isola tra le prime regioni mondiali per l’incidenza della patologia nella fascia da zero a 14 anni.
Complessivamente si calcolano circa 70 mila malati dei quali 25 mila non sanno di esserlo e si stima che nel 2025 ci sarà un incremento del 21%.
– la Sardegna purtroppo conferma un triste primato che certamente non avremmo mai voluto avere. Prima in Italia nella classifica dei suicidi: 20,4 uomini e 4,5 donne su 100 mila abitanti contro circa 5 casi su 100 mila di media nelle regioni del Sud Italia. Numeri che fanno riflettere. L’OMS stima che ogni anno nel mondo muoiano un milione di persone per suicidio, 4000 in Italia.
– Sono oltre 56mila gli ettari di territorio sardo contaminato secondo i dati diffusi dal ministero dell‘Ambiente. Un numero preoccupante che porta l’Isola a essere la seconda regione in Italia, dopo il Piemonte che ha un territorio complessivo di quasi 90mila ettari. L’inquinamento a terra si estende per 21.625 ettari mentre la contaminazione del mare risulta addirittura più ampia raggiungendo i 35.164 ettari.
-Svegliatevi, cazzo.

Il reato di solidarietà

di Gianluigi Deiana
Il caso della famiglia spano: appello per l’assoluzione del collettivo ‘furia rossa’ di Oristano
Si avvia alla conclusione presso il tribunale di Oristano il processo intentato contro tre giovani attivisti del Collettivo Furia Rossa, per un articolo di critica dell’operato della Questura in occasione di uno sfratto, avvenuto nel 2015 nelle campagne di Arborea.
La vicenda, maturata a causa della situazione debitoria di una azienda familiare nel rapporto con una banca, aveva comportato l’abbandono forzato della fattoria e dell’abitazione da parte della famiglia Spanu, da un lato con l’intervento attivo della forza pubblica e dall’altro con il dispiegamento di una resistenza passiva da parte della rete di solidarietà maturata in quei giorni.
La gravità del fatto (catena debitoria, perdita dei beni primari) era apparsa emblematica della precipitazione sociale nella quale stavano cadendo molte famiglie contadine; e tuttavia questa gravità, che costituisce il centro del problema, è stata successivamente adombrata dalla ribalta che si è determinata con la denuncia di diffamazione, elevata per iniziativa della Questura medesima a carico di alcuni dei contestatori di prima linea, appunto il Collettivo Furia Rossa. In ragione di un epiteto, che si assume come volgare ma di uso assolutamente comune e nei contesti più svariati, i giovani Davide Pinna, Mario Figus e Marco Contu sono stati chiamati a processo con una richiesta di risarcimento di oltre duecentomila euro da parte dei denuncianti e di otto mesi di reclusione da parte del pubblico ministero.
Se emblematica e cinica era apparsa la vicenda Spanu, questa sua conseguenza apparentemente secondaria ne replica in automatico la pesantezza e la gravità; la questione si configura ora in modo compiuto e assolutamente semplice:
come sia possibile che vecchi contadini che non hanno commesso reati siano rovinati per sempre nell’indifferenza generale, e come sia possibile che giovani studenti, incensurati fin nei registri di scuola, che non sono rimasti indifferenti a quella vicenda, debbano rischiare di subire la stessa sorte.
Non è per questo genere di avvitamenti che i cittadini necessitano degli istituti di polizia: noi che di questi studenti siamo stati maestri, noi cittadini, abbiamo conformato il nostro insegnamento al principio che proprio l’indifferenza è il maggior pericolo sociale, in quanto complice perpetuo delle ingiustizie conclamate e delle storture che possono generarsi nei periodi di crisi, ed è il massimo agente diseducativo, in quanto è il più pervasivo e impunito dei mali della società; le impertinenze verbali, in questa difficile composizione delle ragioni, non si castigano per via giudiziaria.
Vorremmo sollecitare i denuncianti a ritirare la loro iniziativa giudiziaria, in rispetto di questo principio superiore che primariamente deve ispirare anche la loro funzione; manifestiamo a Davide, Mario e Marco la nostra solidarietà, e chiediamo la loro piena assoluzione.
CHIUNQUE VOGLIA SOTTOSCRIVERE QUESTA DICHIARAZIONE PUÒ FARLO DIRETTAMENTE A COMMENTO DI QUESTO POST E PUÒ EVENTUALMENTE CONDIVIDERLO CONTRIBUENDO ALLA SUA DIFFUSIONE

La ferocia dei tiranni sabaudi sbarca al Senato della Repubblica

Lo storico Francesco Casula autore del best-seller di saggistica storica “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”
di Francesco Casula

IL SENSO DI UNA PRESENTAZIONE

Il 21 a Roma Per presentare “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” Nella Biblioteca del Senato. Per raccontare la nostra storia. Interrata cancellata abrasa. O comunque compressa. Più spesso mistificata e persino falsificata: nei libri scolastici come nei Media. Per imporci una storia italo centrica e nord centrica: Una storia oleografica. Patriottarda. Retorica: “delle magnifiche sorti e progressive” del Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Occultando “di che lacrime grondino e di che sangue”: il loro Risorgimento, la loro Unità, le loro Guerre. Con i Sardi “cattivi banditi in tempo di pace, ma eroi buoni in tempo di guerra; in guerra nelle patrie trincee, in pace nelle patrie galere” (Cicitu Masala). A Roma non per fare piagnistei o esprimere lamentazioni o pietire qualche elemosina. E neppure per pelose rivendicazioni, con il cappello in mano. Ma per affermare il nostro diritto a insegnare e imparare la nostra storia vera: libera e liberata dalle incrostazioni di una storiografia manipolatrice. Per affermare il nostro diritto e la nostra libertà di liquidare dalle nostre VIE e PIAZZE i tiranni sabaudi e i loro cortigiani e compari, per intitolarle alle donne e agli uomini sardi de balia: senza che bracci più o meno armati del Leviatano statale italico, (Prefetti e soprintendenti) ce lo impediscano e ce lo vietino.

I nuraghi non esistono

di Nicola Giua

In una guida di Storia per insegnanti elementari, di una dozzina di anni fa, ho trovato questa “interessante” scheda con la quale si vogliono evidenziare differenze costruttive in alcune diverse civiltà e aree geografiche (Mesopotamia, Egitto, Italia), in periodi che vanno dal 3mila al 2mila a.c. e dal 2mila al mille a.c..
Dalle immagini si può notare che, secondo gli autori, in Italia tra il 3mila ed il mille a.c. si viveva esclusivamente nelle capanne e poi nelle palafitte, uniche costruzioni conosciute.

La civiltà Nuragica ed i Nuraghi non sono mai esistiti (ma neanche i Pozzi Sacri, le Tombe dei Giganti…).

Ho evidenziato questo abominio storiografico alle/agli alunne/i delle mie classi proponendo la scheda con una mia didascalia.

È seguito un approfondito dibattito nel quale le/gli alunne/i delle due quarte elementari hanno espresso e sottolineato tutto il loro disappunto poiché da due anni studiano la civiltà pre Nuragica e Nuragica e, quindi, non capiscono questa grave omissione storiografica.

Ulteriori materiali per i seminari CESP-COBAS in Sardegna su “LA MAESTRA MUTA…”.

Nicola Giua – maestro

Solidarizzare ti costa? Considerazioni sul processo a Furia Rossa

 

Immagine tratta da Link Oristano
di Danilo Lampis

Sarebbe bene che si sentisse in tutta la Sardegna una voce plurale di sdegno e solidarietà per quanto sta accadendo a tre giovani lavoratori precari e studenti impegnati da più di un decennio dalla parte dei diritti dei più deboli.
I fatti sono questi: dopo uno sfratto avvenuto nel gennaio 2015, appariva sul blog del collettivo La Furia Rossa, un articolo in cui si condannava come “violenza di stato” la condotta di chi aveva guidato le operazioni.
Per la sola colpa di aver fatto pubblicare sul proprio blog l’articolo, tre giovani sono stati accusati di concorso morale e materiale in diffamazione, cui si sono aggiunte alcune aggravanti previste dal Codice Penale, con una pena che può andare dai 6 mesi ai 3 anni di reclusione o una multa che parte dai 500€, a loro volta triplicabili a causa delle aggravanti.
Due giorni fa, la pubblica accusa ha chiesto la loro condanna a 8 mesi di reclusione. La parte civile – l’ex questore, il capo della digos e un poliziotto – che recrimina, mediante il risarcimento di 220mila euro, l’“ingente danno morale” e l’“ingente danno esistenziale e di immagine”, ha chiesto che la eventuale condizionale venga applicata solo dopo il pagamento di 150mila euro di provvisionale.
Questo dovrebbe essere il risultato della loro solidarietà attiva nei confronti di una famiglia che ha tentato di opporsi allo sfratto della propria casa e dell’azienda agricola.
È assurdo che, con la scusa della presunta “diffamazione”, si colpisca in questo modo l’esercizio del diritto di critica sancito dalla Costituzione, rovinando – letteralmente – la vita a tre giovani.
Questa vicenda sembra voler essere una risposta “esemplare” a chi lotta per risolvere i problemi sociali della nostra isola. In realtà non fa altro che rafforzarne le ragioni per impegnarsi e cambiarla.
La sentenza sarà il 24 febbraio, e piena dev’essere la solidarietà a MarcoDavide e Mario.