Questa terra non è la nostra

di Gianluca Collu

Segretàriu de ProgReS – Progetu Repùblica

Sta facendo discutere e indignare l’ultimo “schiaffo” del Governo italiano ai danni della Sardegna in merito al via libera del ministero dell’ambiente al progetto targato Flumini Mannu Ltd. – società con sede a Londra – per un impianto di produzione di energia solare.

Ciò che ormai da troppi anni sta avvenendo in Sardegna più che un assalto alle nostre risorse ha i contorni di un vero e proprio assedio su cui i cittadini sardi hanno ben poche possibilità di porre un freno e l’attuale classe dirigente unionista–autonomista è assolutamente priva della volontà politica per opporsi alle prevaricazioni e imporre indirizzi e usi delle terre diversi, soprattutto quando un progetto di land grabbing come questo ha il via libera dallo Stato italiano.

Oggi i sardi non possono decidere il futuro dei propri territori, non possono partecipare alle scelte che riguardano i propri beni collettivi, non possono autodeterminare il proprio sviluppo economico, non possono difendere i propri interessi. Purtroppo la realtà ci dice una cosa tragicamente molto semplice: Questa terra non è la nostra.

Perché se è pur vero che grazie all’impegno di organizzazioni come ProgReS – Progetu Repùblica e dei comitati civici in alcuni casi si è riusciti ad opporsi in maniera ragionata e a difendere il territorio dalla arrogante prevaricazione di avide società con progetti calati dall’alto – vedi la vittoria sul “Progetto Eleonora” della Saras – è innegabile che negli ultimi anni abbiamo assistito più o meno impotenti a un continuo proliferare di grandi impianti di produzione elettrica, eolici e/o solari, in tutta la Sardegna.

Abbiamo vinto qualche battaglia ma stiamo perdendo la guerra. È un po’ come nella lotta al narcotraffico dove per ogni carico di droga che viene bloccato decine di altri vanno a buon fine.

È importante puntualizzare la nostra posizione politica: siamo favorevoli alla produzione energetica da fonti rinnovabili, crediamo in un graduale affrancamento dai combustibili fossili sicuramente più dannosi per l’ambiente e la salute pubblica e riteniamo che il solare termodinamico sia una tecnologia strategicamente importante su cui puntare per questo proposito. Cionondimeno siamo contro le speculazioni e lo sfruttamento sconsiderato del territorio che non portano alcun vantaggio alle comunità e alla nostra nazione.

La centrale che sorgerà nei territori di Gonnosfanadiga, Guspini e Villacidro sarà un mega impianto di 55 MW che occuperà centinaia di ettari di terreno ad alta vocazione agricola, frutterà profitti milionari alla società e, se va bene, un misero 2% dei ricavi e un’elemosina di buste paga per il territorio. I progetti di questo tipo sono così insensati da non poter neanche far leva sull’odiosa retorica del ricatto occupazionale.

Questi sono i casi in cui la mobilitazione è cosa buona e giusta: risvegliare le coscienze e sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema che riguarda la collettività e il territorio. Noi ci saremo ma l’impegno per bloccare un progetto approvato e in avvio di lavori è enorme, estenuante. E anche nel fortunato caso si riuscisse a vincere la battaglia, probabilmente in quel momento ci sarebbero due o tre nuovi progetti, approvati dal Governo italiano o dalla RAS, con le stesse caratteristiche speculative e di rapina ai danni del territorio.

Quindi noi sardi cosa possiamo fare? Come possiamo riprenderci la nostra terra in modo definitivo e senza quindi doverci sottoporre a cicliche ed estenuanti lotte?

Certamente serve un serio Piano Energetico Nazionale che determini in maniera netta il futuro energetico per la nostra isola. Dovremo fare delle scelte molto chiare e dare un indirizzo politico ben preciso. È inammissibile che venga dato il via libera per realizzare delle mega centrali termodinamiche come a Gonnosfanadiga – motivando tali scelte con l’obiettivo primario di diminuire la dipendenza dai combustibili fossili – e contestualmente si approvi la costruzione di una “innovativa” centrale elettrica di cogenerazione a vapore da 350 megawatt alimentata a carbone, finanziata con i soldi della RAS (vedi Euroalluminia nel Sulcis).

È fondamentale che i rapporti fra la Nazione sarda e lo Stato italiano vengano ridefiniti attraverso una riforma statutaria che garantisca il rispetto dei nostri diritti, che difenda i nostri interessi e allarghi i nostri spazi di sovranità in tema di energia, fiscalità, istruzione, beni culturali. È tempo di dare inizio a una fase costituente per la riscrittura dello Statuto sardo, perché anche quelle che sono le nostre attuali competenze non siano subordinate alla supremazia dell’interesse nazionale italiano, come purtroppo avviene oggi nei territori del Medio Campidano (vedi art. 1 – 3 Statuto sardo), con buona pace dei tanti sardi che il 4 dicembre hanno votato no alla riforma della costituzione, pensando grazie a quel voto di aver salvato l’autonomia sarda.

Parallelamente, sul piano politico, è sempre più urgente e necessario strutturare una proposta alternativa di governo indipendentista della nostra terra. Un progetto a cui ProgReS – Progetu Repùblica sta lavorando da anni e che, a medio-lungo periodo, costituirà l’antidoto politico alla cattive pratiche dei politici sardi non indipendentisti che si ostinano a prendere il toro per la coda.

Anticolonialismu

«Gli agricoltori di Gonnos sono incazzati»

di Maurizio Onnis

In questi anni ho partecipato a parecchie assemblee e manifestazioni di protesta, discussione, proposta, sul tema dell’energia e della speculazione connessa. Ebbene, solo sabato mattina, a Gonnosfanadiga, alla conferenza stampa di presentazione della Consulta appena creata tra sindaci e comitati, ho visto contadini davvero incazzati. Non preoccupati dall’assalto degli speculatori, non impauriti, non indifferenti come a volte in passato, non combattuti tra il desiderio di resistere e la tentazione di dar via la terra in cambio di qualche soldo. No, incazzati. Perché quando è troppo è troppo e il progetto Gonnosfanadiga Ltd. ha decisamente passato la misura. Siamo vicini al punto di non ritorno. Siamo vicini alla rapina del suolo.

Locandina della manifestazione

Si sa bene di cosa parliamo. Circa 250 ettari di terra, posti nella piana che unisce Gonnosfanadiga, Guspini e Villacidro. Qui, la Energo Green vuole piantare centinaia di specchi, per catturare l’energia del sole e trasformarla in energia elettrica. Consumo di suolo sottratto agli usi agricoli, minaccia alle acque che scorrono in profondità, modifica irreparabile del paesaggio e dell’equilibrio ambientale. Più speculazione selvaggia, incentivi milionari sull’impianto per energia rinnovabile: impianto che nessuno davvero vuole, tranne i costruttori, tanto potenti da essere arrivati sul tavolo del Consiglio dei Ministri italiano. Solo formale l’opposizione della Regione, debole e illusa che esista veramente un patto d’onore tra Stato e Sardegna per il rispetto della volontà della popolazione dell’isola.

I contadini, che rischiano l’esproprio per pubblica utilità, sono incazzati. E non sono i soli. L’imposizione del solare termodinamico è uno schiaffo alla dignità di tutti noi. Non piace a nessuno essere trattato da schiavo. E l’emergenza del Medio Campidano, per un sardo consapevole, equivale a quelle di Arborea, Tossilo, Portovesme, Portoscuso, e a tante altre. Stesse valenze economiche, politiche, ambientali.
Ecco perché sabato 25 marzo ci troveremo a Gonnosfanadiga: per opporre il nostro diritto di cittadinanza al potere del denaro. In sintesi, infatti, si tratta di proprio di questo: impedire a chi specula sulla nostra terra di fare quel che vuole. Io personalmente guardo all’appuntamento di sabato con grande fiducia. Credo nella mia gente. Ci credo: altrimenti non farei il sindaco. So che la lotta ci renderà più indipendenti politicamente, più consapevoli di noi stessi, persino più ricchi. Liberi di creare moneta buona con il nostro lavoro e con la moneta buona scacciare quella cattiva.

Nasce ATE, la consulta contro le speculazioni

ALLEANZA FRA ASSOCIAZIONI, COMITATI E COMUNI NASCE L'ATE, LA CONSULTA CONTRO LE SPECULAZIONI Presentate a Gonnosfanadiga le linee d'azione di Ate (Ambiente, Territorio, Energia), la nuova organizzazione che difende il territorio dalle aggressioni all'ambiente dettate da logiche del profitto. Sulle barricate comitati, come NO Megacentrale e No Trivelle in Sardegna, ma anche i sindaci di Gonnosfanadiga Fausto Orrù, di Villanovaforru Maurizio Onnis, di Guspini Giuseppe De Fanti, di Decimoputzu Alessandro Scano e di Sardara Roberto Montisci. Il 25 marzo la prima marcia contro il grande impianto termodinamico di Gonnos.

Pubblicato da YouTG.net su Domenica 19 marzo 2017

Manifestazione contro le megacentrali termodinamiche, Gonnosfanadiga, fiera mercato via Nazionale ore 9:00

Anticolonialismu

Crisi ucraina: lotta anti imperialista per l’indipendenza dei popoli

di Riccardo Sotgia
In vista della terza carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti e della raccolta di risorse, alimentari e non, a sostegno della stessa, che si terrà stasera (11 marzo, alle ore 19:00) nella sede del Collettivu S’Idea Libera a Sassari, il compagno Riccardo Sotgia scrive un’analisi geopolitica sulla situazione in cui versa oggi l’Ucraina, ripercorrendo le varie tappe storiche.

La crisi ucraina, esplosa nel 2014 con il sanguinoso golpe di Majdan, dopo un lungo periodo di stallo politico si sta evolvendo verso un definitivo distacco delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, proclamate dalla popolazione locale dopo l’indizione di apposite consultazioni.

In Ucraina, colpita da una paralisi produttiva generale e sempre più impoverita dalle “riforme”, ispirate al liberismo più fanatico, dettate dalla UE, imperversa una lotta senza quartiere fra le diverse fazioni di capitalisti, e le rispettive bande armate vessano e terrorizzano la popolazione.
Al contrario, le repubbliche sorte in Donbass dopo i referendum del 2014 che ne hanno sancito l’autodeterminazione e l’insurrezione contro l’aggressione delle truppe della giunta, nonostante la recente intensificazione della guerra, procedono nella loro strada verso la piena indipendenza e la ricostruzione economica e sociale. In risposta al blocco totale della frontiera improvvisato nelle scorse settimane da gruppi di nazionalisti per fermare l’unica importazione ancora attiva dal Donbass –quella di carbone, in sfida alla stessa autorità di Poroshenko –che obtorto collo ha dovuto accondiscendere, le autorità delle repubbliche hanno nazionalizzato tutte le attività produttive di proprietà dei capitalisti ucraini insistenti sul proprio territorio. Fra esse, soprattutto imprese di importanza strategica, come miniere e stabilimenti siderurgici. Simultaneamente è stato dichiarato, per rappresaglia, il blocco commerciale verso l’Ucraina. Di fronte a questo climax sul piano bellico ed economico, la presidenza della Federazione Russa ha approvato un decreto, provvisorio (ma senza scadenza) e motivato con ragioni umanitarie, con cui finalmente si dà riconoscimento ai documenti rilasciati dalle autorità delle repubbliche.

Sul fronte militare, in totale spregio degli ormai defunti accordi di Minsk, le ostilità da parte delle forze armate ucraine, e con esse dei famigerati “battaglioni punitivi” fascisti, non cessano di colpire il territorio delle repubbliche. A partire dalla recrudescenza a cavallo dell’inizio dell’anno, continuano a essere bersagliati incessantemente ed esclusivamente obbiettivi civili, a scopo terroristico. La settimana scorsa è stata occupata dagli ucraini, per essere poi liberata 48 ore dopo, la stazione di pompaggio e potabilizzazione dell’acqua di Donetsk, interrompendo l’approvvigionamento ed anche approfittando subdolamente della presenza di un ingente deposito di cloro, per tirare con l’artiglieria senza temere contrattacchi. Sotto il tiro dei cannoni, dei mortai e di batterie missilistiche (fra le quali sono state sconsideratamente impiegate quelle di micidiali Točka-U) si trova principalmente tutta la conurbazione di Donetsk (fino al centro della città), specie Adveevka, Yasinovataja, e la zona di Spartak. In ultimo, unità navali ucraine hanno aperto il fuoco dal mar d’Azov verso la zona costiera di Marijupol (la città, adiacente alla linea di contatto, è occupata dai nazisti). Nella LNR, l’attacco si concentra nella zona di Pervomajsk e Stachanov, dopo il fallimento del tentativo di offensiva, a dicembre, lungo l’ansa di Svetlodarsk, presso l’importante nodo ferroviario di Debaltsevo. Il presidente della repubblica di Donetsk, A. Zacharchenko, ha emesso un ultimatum agli aggressori, minacciando di ricorrere ad un’offensiva se non cesseranno i bombardamenti. Tale circostanza, che pare prossima, potrebbe aggravare sensibilmente la situazione, dando appiglio per un intervento diretto alle potenze che osservano il conflitto (o lo manovrano, nel caso statunitense). Nello scorso periodo, i sabotatori della giunta, addestrati da personale NATO, hanno portato a termine vari attacchi terroristici contro alcuni celebri comandanti delle milizie insorte, al fine di colpire e disarticolare le strutture istituzionali e militari delle repubbliche e seminare il panico e la demoralizzazione in vista di un’offensiva su larga scala. Sono stati così vigliaccamente assassinati in attentati i comandanti Arsen Pavlov detto “Motorola”, e Mikhail Tolstych detto “Givi” nella DNR, nonché il capo della milizia della LNR Oleg Anashenko. Le reazioni, tuttavia, sono state diametralmente opposta all’effetto desiderato. Di fronte a questi barbari omicidi, popolo ed esercito hanno fatto quadrato, consolidando lo spirito combattivo e manifestando una crescente insofferenza verso la passività bellica e l’indifferenza dell’ingombrante vicino russo.

Dall’inizio della guerra, la giunta di Kiev ha provocato in Donbass la morte di migliaia di civili, fra cui più di 200 bambini. Solo nella DNR, dall’inizio dell’anno sono stati uccise 60 persone, e 110 sono rimasti feriti. Nonostante ciò, sia gli Stati Uniti (e la NATO) che l’Unione europea continuano a sostenere attivamente l’Ucraina golpista, insistendo nella diffusione della menzogna su un’invasione russa nell’oriente del paese, del tutto priva di fondamento. Proprio la UE, mentre promuove il massacro dei diritti sociali all’interno del proprio spazio politico e nella stessa Ucraina, ha regalato di recente alla giunta di Poroshenko e Groysman una nuova tranche di “aiuti” di 600 milioni di euro, per supportare sfacciatamente lo sforzo bellico fascista contro il Donbass insorto. I parassiti dell’OSCE, inviati come osservatori in zona di operazioni, non vedono e non sentono nulla di ciò che accade, ad iniziare dalla provenienza dei tiri, al carattere civile degli obbiettivi, alla costante violazione degli accordi di Minsk sull’uso dell’artiglieria pesante e dei carri armati. In alcune occasioni, le poche in cui non gozzovigliano in albergo o si accompagnano con prostitute, sono stati addirittura colti a trasmettere le coordinate di obbiettivi sul territorio delle repubbliche all’artiglieria ucraina.

La popolazione è stremata dalle temperature bassissime, dalla mancanza di acqua e di elettricità, e il numero delle vittime civili cresce di giorno in giorno. Sono vittime due volte, la prima per mano ucraina, la seconda per il silenzio colluso della stampa europea. Ciò nonostante, ciascun abitante del Donbass ha chiaro che la resistenza è l’unica contromisura all’annientamento totale.

Di fronte a questo quadro, se è “naturale” vedere i fascisti europei, compresi gli italiani, schierati apertamente con le forze golpiste (di recente Casapound ha incassato la solidarietà dei nazisti di Praviy Sektor per l’attacco subito a Firenze), la natura interclassista, per quanto “socialmente orientata”, che attualmente caratterizza il potere repubblicano a Donetsk e Lugansk, attira da tempo le attenzioni repellenti di settori opportunisti della destra, interessati ai rapporti con la Russia putiniana e a eventuali possibilità di speculazioni imprenditoriali e realizzazioni di profitti. Sotto quest’ottica è possibile leggere le prese di posizione di personaggi vicina alla Lega Nord e Fratelli d’Italia a favore della causa del Donbass, compresa l’apertura di un informale “ufficio di rappresentanza” della DNR, a Torino, da parte del consigliere regionale piemontese di FdI Marrone (lo stesso che ai tempi del golpe, appena 3 anni fa, dichiarò di “schierarsi al fianco di Kiev minacciata dai carri armati russi, per rivendicare che il cuore di Torino batte con quello di Piazza Majdan”). I tentativi di infiltrazione fascista in Donbass, già sventati varie volte riguardo alle milizie, possono essere contrastati efficacemente, quanto all’influenza sociale in un prossimo e auspicabile periodo di pace, solo con il sostegno fattivo all’avanzata e alla conquista dell’egemonia politica delle forze progressiste e realmente antifasciste delle repubbliche, a cominciare dai PC di Donetsk e Lugansk e da altre formazioni come Borotba. L’Ucraina, pur proseguendo la sua politica genocida, non ha alcuna chance di sconfiggere militarmente il Donbass. Ma chi, dall’altra parte del fronte, ha combattuto fin dall’inizio, non solo contro l’aggressione fascista alla propria gente, ma per una società nuova, senza oligarchi e sfruttatori, dopo la guerra ha bisogno di “vincere la pace”.
In occidente, va ancora infranto il muro di disinformazione sul golpe, sulla guerra e sul carattere della lotta del Donbass: di fatto, e senza negarne le contraddizioni, l’unica lotta armata e vittoriosa in Europa contro un regime fascista al potere, direttamente sostenuto dalla NATO. Solo questa assunzione di responsabilità a sinistra può fare piazza pulita di ambiguità e tentativi di manipolazione.

D’altronde, la politica atlantista, che in Sardegna si manifesta con l’irrigidimento, anche repressivo, della militarizzazione del territorio, come enorme poligono e struttura indispensabile nelle retrovie, si sta imponendo in modo sempre più minaccioso e aggressivo. Il rafforzamento dell’arsenale militare statunitense a ridosso dei confini russi e la cooperazione degli stati della UE con la Nato aprono la strada a nuovi drammatici scenari di guerra in Europa.

Cullettivu S’Idea Libera, via Casaggia n. 12, stasera, ORE 19
Link all’evento:
https://www.facebook.com/events/378629039162226/

Coordinamento Ucraina Antifascista:
https://www.facebook.com/CoordinamentoUcrainaAntifascista/?fref=ts

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Il razzismo delle autorità italiane per la subalternità della Sardegna. Di Ruberto è solo lo strumento

di Luigi Piga

Dalle prescrizioni di pubblica sicurezza ad un nuovo episodio di razzismo istituzionale in Sardegna. A far parlare è il caso della Sartiglia e il questore, Francesco Di Ruberto, che per la sicurezza cittadina ha blindato il centro storico del capoluogo oristanese. In particolare, ha fatto discutere la chiusura della piazzetta antistante la Cattedrale di Santa Maria Assunta.

In seguito, anonimi hanno contestato pacificamente la linea di Di Ruberto con uno striscione  che recitava “Cattedrale chiusa, gioventù esclusa“. Di Ruberto non ha gradito, la Digos ha rimosso e il questore ha rilanciato esprimendo il suo personalissimo quadro sociale dell’oristanese parlando di “cultura del coltello” con la quale fare i conti.

Di Ruberto ha dichiarato e specificato che “le misure di sicurezza sono rapportate alla presenza di persone, su un determinato scenario, e legate a quella che è una certa cultura anche del territorio. È  naturale che se io mi trovassi lì dove fanno la guerra delle arance, a Ivrea, non potrei vietare il “porto” di sacchetto di arance, perchè le usano per tirarsele dietro; ma qui dove c’è una cultura del coltello, ed è innegabile, da bambini, tutti quanti; io penso, anche lei da bambino avrà avuto il suo coltellino per tagliarsi la merendina a scuola. Qui dove c’è una cultura del coltello, e il coltello è ovviamente un’arma che può essere utilizzata per offendere, in un certo modo bisogna coniugare le esigenze della sicurezza con questa cultura”.

Il questore siracusano fu al centro del dibattito per la denuncia penale a carico di ignoti a causa di un articolo su un imponente blitz di due anni fa, il noto sfratto della famiglia Spanu.  “Sfratti e sgomberi. È ora di organizzarsi”, infatti, non è più fruibile perché sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. Opinare sul questore ed altri dirigenti di pubblica sicurezza ha costituito ragione di denuncia penale (diffamazione); alcuni militanti del collettivo Furia Rossa sono stati sentiti come persone informate sui fatti, anche al di fuori della Sardigna, in quanto alcuni per ragioni di studio nel frattempo si sono trasferiti in Italia. Le risate della Questura bolognese l’hanno detta piuttosto lunga: un breve documento che indicava i dirigenti che avevano guidato le operazioni, citava dati statistici sugli sfratti nell’oristanese, proponeva alcune riflessioni di carattere sociologico e, chiaramente, rilanciava la lotta.

Per allargare la visione sul fenomeno, va detto che Di Ruberto è in buona compagnia e, ciclicamente, affermazioni tanto gravi quanto improvvisate sulla società sarda ricorrono nelle pagine e nei servizi giornalistici, come il noto caso Saieva e l’istinto predatorio citato persino in occasione dell’apertura dell’Anno giudiziario 2016.

Un’opinione pubblica sarda così schiacciata, da un lato, da bufale razziste e fascistoidi finalizzate ad un po’ di denaro con pubblicità facile e, dall’altro, falsità istituzionali, veline e stereotipi sui sardi propagandati come analisi sociologiche da soggetti qualificati. Materia seria, mica scivoloni: così seria che qualcuno di altrettanto qualificato si sente in dovere di, quantomeno, contestualizzare tali affermazioni, come la sindaca di Fonni che a suo tempo subalternamente si chiedeva le ragioni del perché Saieva “ci vede così“. Situazione così seria che nel caso di Saieva passa in secondo piano ciò che dovrebbe contare maggiormente, ad esempio le infiltrazioni della criminalità organizzata italiana, ritenute superficialmente non preoccupanti per via del peculiare “carattere individualista dei sardi“.

Contraddizioni ed ambiguità che ricorsivamente aumentano il grado di confusione e disinformazione e questo non può certo far stare tranquilli gli indipendentisti, dal momento che in ogni generazione si è verificata un’ondata repressiva, momento culminante di un grado di “attenzioni” costante. L’ultima, Arcadia, è ancora in corso e dopo oltre 10 anni il processo infinito prosegue e con esso l’impianto accusatorio di De Angelis che si caratterizza per le misteriose intercettazioni che – secondo l’accusa – proverebbero l’eversione e le finalità terroristiche. Dunque, la questione è non tanto se l’atteggiamento delle due questure citate indichi la possibilità di una nuova fase repressiva in grande stile. La domanda riguarda solo quando questo accadrà e dove potrebbe colpire più duramente.

Esternazioni come quelle di Di Ruberto sono altrettanto gravi perché proprio l’oristanese è una delle regioni sarde, e parti della statualità italiana, meno “delinquenziali” in assoluto. Emblematico un dato di alcuni anni fa dove Oristano veniva persino considerata la città più sicura “d’Italia” e questo, va detto, si riscontrava già prima che Di Ruberto si insediasse.

Quindi, oltre la mistificazione della realtà, l’atteggiamento di fondo è sempre quello del predominio culturale. Al punto che Di Ruberto per corroborare la sua “idea” cita una festa italiana d’origine medioevale, da lui percepita in modo “culturale” nel senso più positivo del termine. Gli italiani fanno festa con innocue arance, in Sardegna i barbari si lanciano coltelli. Per rimanere sul piano della pubblica sicurezza e della cronaca, l’ultima edizione del Carnevale di Isernia segnala diversi arti e volti fratturati per un totale di 70 feriti e l’impiego nella manifestazione persino di gazebo di pronto soccorso allestiti per i contusi. Nulla da dire ai molisani, ma quale dovrebbe essere il “giudizio” da parte dei sardi se questi li considerassero con la stessa mentalità che Di Ruberto mostra nei confronti delle popolazioni dove  presta servizio allo Stato italiano?

Affermazioni molto gravi che, se non fossero appunto così perniciose, farebbero sorridere per l’ignoranza che esprimono. Mentre il nazionalismo in Sardegna ha il compito di ricomporsi e filtrare al contempo derive da guerre tra poveri e intolleranza diffusa, le istituzioni italiane – dotate di maggiore potere e visibilità, e quindi di altrettanta responsabilità rispetto all’uomo della strada – si lasciano andare a razzismo e provocazioni che offrono uno spaccato della considerazione della società sarda da parte del Ministero competente che forma e qui trasferisce dirigenti e sottoposti. Spesso e volentieri, sappiamo bene, con l’intento punitivo di chi non ha fatto bene il proprio lavoro “in continente” e viene sbattuto in Sardegna per qualche anno.

Ad ogni modo, l’esigenza di coniugare sicurezza e obiettivi dello Stato con la cultura degenere dei sardi è un’espressione vecchia: già ai primi anni ’60, la Commissione Medici sul banditismo parlava delle esigenze del mondo moderno ed industrializzato da conciliare con quelle della cultura agropastorale, freno a mano dello sviluppo. I risultati si sono visti. Anche la Commissione Medici parlava di una risoluzione pacifica del contrasto economico e sociale, ma questo non impediva certo ad opinionisti di varia estrazione di invocare armi chimiche sui sardi in battute di caccia naziste sul Supramonte, rastrellare cuiles e con processi lampo affibbiare decine di ergastoli o giustiziare pastori e contadini. Come, del resto, è accaduto.

Di Ruberto è in buona compagnia. Negli ultimi tempi sicuramente emerge l’atteggiamento dei sindacati dei militari, con la figura di Antonsergio Belfiori e il suo sardo in berritta che non può far altro che vedere “lo sviluppo” da dietro una rete. Che siano resorts, poligoni da riconvertire e bonificare, o altre attività, quelle terre vedranno l’esclusione costante degli indigeni e con questo dato incontrovertibile i sardi devono fare i conti. Non fece molto discutere la vignetta di Belfiori, tant’è che in nessuna trasmissione televisiva o radio, o sulla carta stampata, si è criticato il “Belfiori-pensiero”. D’altronde, perché mai chiedere? Il problema non viene in larga parte percepito perché la cultura dominante italiana ha plasmato e continua a farlo l’opinione pubblica sarda. Se così non fosse, ad esempio, il caso di Di Ruberto non si sarebbe verificato. Intendiamoci, sicuramente avrebbe pensato ciò che pensa dei sardi allo stesso modo, questo nessuno può impedirglielo, ma si sarebbe ben guardato dall’esternarlo. Lo fa non perché sia vero che i bambini sardi ricevano il coltello in dotazione per la ricreazione, ma perché se lo può, semplicemente, permettere.

Eppure, la “merendina e il coltello” per Di Ruberto e il resort “Il Milanese” per Belfiori sono sfoggi carichi di razzismo e scherno manifesto, veri e propri atteggiamenti coloniali. Spesso non viene neanche percepita la necessità di indignarsi su episodi così gravi, perché in fondo la mentalità coloniale ha attecchito così bene che molti sardi condividono l’idea che – in un modo o nell’altro – essi saranno sempre succubi e questo è un dato non storico ma divino. Ineluttabile. Questo, ovviamente, non è un punto a sfavore della lotta di liberazione nazionale, o un arrendevole “se molti sardi lo permettono, lo meritano tutti“, ma indica, al contrario, l’urgenza dello sviluppo futuro dell’indipendentismo ed un enorme lavoro politico e sociale da portare avanti.

Se è vero che la Storia in seconda battuta ha il volto della farsa, sicuramente la tragedia ha preceduto Belfiori: cos’è cambiato da quando i sardi ospitavano “orgogliosamente” la Capo Canaveral dei poveretti e la Sardegna veniva definita Buzzurronia? Non molto, tanto più che oggi ad esempio il leitmotiv sulle basi militari, repressione compresa, è lo stesso: la Sardegna nello Spazio, la Sardegna scientifica, la Sardegna sulla Luna, la Sardegna sul tetto dell’Universo. Due facce della stessa subalternità: il fatalismo e il servilismo più sfrenati, da un lato, e la megalomania più patetica e illusa, dall’altro. Due poli psicologici della stessa cultura della subalternità, rispettivamente tramite repressione e adulazione a seconda delle necessità contingenti del dominus.

Insomma, in prospettiva, il problema principale è che i sardi pensino e si organizzino, più che l’abuso di alcol – grave piaga giovanile in Sardegna utilizzata spesso strumentalmente, dal momento che dopo la Sartiglia abuso di alcol e risse potranno proseguire tranquillamente, a piazza Cattedrale chiusa o meno. Insieme alle sale slot che proliferano ovunque intorno alle scuole, s’intende.

I Belfiori, Saieva e Di Ruberto di oggi mostrano come non ci siano valide ragioni per ritenere mutata quella cultura italiana dominante, e che quindi con essa e per mano della stessa siano mutati gli interessi strutturali perseguiti, laddove – come lo definì il SISDE – “un alto tasso di cultura politica” potrebbe metterli nel corso del tempo a rischio. E questi, ieri come oggi, andranno difesi ad ogni costo. In questo quadro di riattualizzazione del controllo economico e politico, più che nell’emergenza alcol o violenze, vanno rintracciate le ragioni dello scherno del questore e di tutte quelle deprecabili esternazioni che caratterizzano la classe dirigente italiana.

Il razzismo delle autorità italiane per la subalternità della Sardegna. Di Ruberto è solo lo strumento

Anticolonialismu

A Bisu Meu

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