In morte di un comunista indipendentista

di Cristiano Sabino

L’ultimo corteo di Vincenzo Pillai il giorno del suo funerale a Selargius

Viaggiavamo in auto, non ricordo precisamente per dove, sicuramente la direzione era qualche manifestazione, assemblea o dibattito. Non lo ricordo perché Vincenzo è una di quelle persone che conosco da sempre, non c’è un giorno in cui ci siamo presentati e abbiamo scambiato i convenevoli. Da che ho memoria c’è lui con una bandiera o un cartellone in mano. Quel giorno mi diede un suo scritto sulla liberazione nazionale e sociale della Sardegna. Me ne lesse alcuni stralci e io lo interruppi subito: «ma come fai a dire tutte queste belle cose e poi a stare in un partito che le nega?». All’epoca ero portavoce di A Manca pro s’Indipendentzia e per me non c’erano vie di mezzo: il partito comunista sardo cresceva lì dentro, fuori allignava solo confusione e spreco di tempo. «Sabino – mi rispose paziente – né tu né io sappiano ciò che ci riserva il futuro, ma siamo compagni e da compagni lotteremo insieme quando sarà il momento».

Aveva ragione. Prima dell’inizio del corteo contro l’occupazione militare alla base di Decimo mi fermò pungendomi così: «tutti dicono che il loro movimento è aperto, poi vai lì e devi prendere ordini dal capo di turno. Dobbiamo creare un percorso nuovo, da dove iniziamo?». E di lì a poco ci trovammo insieme a lavorare in A Foras che appunto è un percorso nuovo, realmente democratico. Ma non bastava e infatti a margine di una assemblea di A Foras a Bauladu prendemmo un caffè insieme nel bar della piazza centrale e valutammo di avere bisogno di un percorso che toccasse anche altre tematiche e così abbiamo fatto organizzando la scorsa estate l’assemblea a S. Cristina che ha dato il via a Caminera Noa. L’ultima volta che ci siamo visti è davanti all’Ufficio Scolastico Regionale quando abbiamo chiesto un incontro con il direttore generale per proporre il nostro progetto di inserimento della lingua e della storia sarda a scuola. Non stava bene, a dire il vero si reggeva a mala pena in piedi, ma era lì, per dovere, disciplina, senso di responsabilità. Vincenzo era questo: una roccia! Qualunque cosa accadesse lui era lì presente a dare coraggio con quell’ottimismo della volontà diventato ormai merce rarissima in giro. Nonostante tutte le delusioni, le fratture, gli sbagli, i tradimenti era un compagno che non metteva mai in discussione il senso della lotta, che non cedeva mai al panico, alle tentazioni dell’intimismo e della resa. Vincenzo era un comunista d’altri tempi con un forte senso della morale e del collettivo, completamente inadatto all’andazzo politico odierno basato sul soggettivismo e sull’arrivismo ed è per questo che alla fine ci siamo ritrovati in un percorso comune. Nell’ultima telefonata abbiamo parlato di Caminera Noa e del percorso italiano Potere al Popolo. Come al solito divergevamo perché lui sosteneva la necessità di appoggiare quest’ultimo percorso a prescindere e fare la nostra battaglia avanzando i temi della lotta alla colonizzazione e io invece sostenevo l’imprescindibilità di una dichiarazione, nero su bianco, di sostegno al diritto dei popoli all’autodeterminazione fino al diritto alla separazione, come da prima versione della Costituzione Sovietica. Ci siamo lasciati così, con un «ci aggiorniamo». La terra ora si apre in una voragine sotto i nostri piedi e ci sentiamo tutti molto più soli e spaesati. Ma ti faremmo un torto Vincenzo se esitassimo, anche solo per un momento, perché la lotta per l’indipendenza e il socialismo continua, anche in tuo nome!

Cos’è e cosa vuole Caminera Noa?

di Giovanni Fara

In queste ultime settimane in tanti si sono chiesti cosa fosse la “Camiera Noa”. Se fosse un nuovo partito politico, una coalizione elettorale, uno dei tanti tavoli di discussione che da tempo animano la politica Sarda seguendo l’orizzonte dell’autodeterminazione e dell’indipendenza dell’isola.

Io credo che la Caminera Noa sia qualcosa di molto diverso. Un progetto politico per tantissimi aspetti nuovo, un progetto di lunga durata che punta soprattutto alla costruzione di un percorso di lotte reali e che vuole accomunare la lotta per l’emancipazione sociale, per i diritti civili e per la democrazia alla lotta per l’autodeterminazione nazionale.

Un percorso di lotte reali dunque, come quella sul diritto dei giovani ad apprendere la lingua, la cultura e la storia sarda nelle scuole; la lotta per il diritto al lavoro e per la difesa delle conquiste dei lavoratori. Non in senso astratto ma attraverso la partecipazione alle lotte sindacali, alle mobilitazioni reali, per dare un nuovo impulso ad una politica da troppo tempo relegata tra le sole pagine dei social network, dei blog o dei salotti televisivi.

Caminera Noa vuole uscire da quel contesto per tornare nelle piazze, tornare fra la gente per discutere i problemi reali dei sardi, per offrire occasioni di confronto utili a gettare le fondamenta su cui costruire una solida alternativa alle condizioni di subalternità, di dipendenza, di sottomissione politica che hanno portato 400mila sardi a vivere in condizioni di povertà.

Sullo sfondo di una situazione politico-sociale disastrosa la Caminera Noa rappresenta dunque lo spazio di dibattito pubblico nel quale edificare una nuova coscienza della partecipazione, in contrapposizione agli interessi particolari di chi nell’ambito delle istituzioni e dell’azione politica dei partiti italiani lavora per il mantenimento dello status-quo. Un laboratorio di idee in grado di opporsi alla svendita della nostra terra ai nuovi colonialisti, siano essi portatori del più becero sciovinismo salviniano scandito al grido di “prima i sardi” che della propaganda della discriminazione e dell’esclusione di razza e/o di genere dei “fascisti del terzo millennio”, la quale fa breccia nel rancore per nascondere agli occhi dei sardi l’unico vero nemico da combattere, ossia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il predominio dello Stato centrale sugli interessi dei sardi e la rimozione di ogni anelito di indipendenza e di libertà.

 

Le 4 infamie di Vittorio Emanuele III

di Francesco Casula

Nella  foto il Re d’Italia Vittorio Emanuele III, detto “sciaboletta”, in una parata militare al fianco di Mussolini e Hirler. La salma del Re è stata fatta rientrare con volo di stato da Alessandria d’Egitto

La salma di Vittorio Emanuele III è tornato in Italia, Con il beneplacito di Mattarella. Una vergogna. Ma è stato “il padre della patria”. No, è stato il padre di 4 ciclopiche infamie. Che niente e nessuno potrà cancellare né dimenticare.

1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale. La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze. Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina. Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili. Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari, lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi maggiori fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’est sa Sardigna intrea”, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della “Brigata” (Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna, Editori Laterza, 2002, pagina 9). Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. In cambio delle migliaia di morti ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi – non sfamava la Sardegna.

2. Vittorio Emanuele III, il Fascismo e le leggi razziali. Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece, mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo e alle leggi razziali. Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo, dando il via alla tragedia ventennale di quel regime la cui maggiore infamia furono le leggi razziali del 1938. Esse saranno firmate da un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

3. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale. La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. Ma c’entra il re con la seconda guerra mondiale? Certo che sì: ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi: “su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car¬veddu”. Lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva scriverà:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra, aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili… Alle perdite umane si sommarono quelle materiali”. (Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250). Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Subirà infatti “numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagine 487-488).

4.. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. Persa la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti. E molti, lì moriranno.

LE POLITICHE REGIONALI E NAZIONALI DEL CENTRO SINISTRA

di Marco di Gangi

Presentata la carta del Piano Straordinario della mobilità turistica, approvato con l’assenso della Giunta regionale, che individua le “ Porte di accesso” alla Sardegna! Mancano l’aeroporto di Alghero e il porto di Porto Torres!

Per chi volesse approfondire: vi raccontiamo l’ultimo schiaffo del Governo nazionale e della Giunta regionale al nord ovest della Sardegna.

Il 13 settembre 2017 i Ministri Graziano Delrio e Dario Franceschini hanno presentato alla stampa il primo piano straordinario della mobilità turistica 2017 – 2022 redatto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti d’intesa con il Ministero dei Beni Culturali, delle Attività Culturali e del Turismo ai sensi delle disposizioni contenute nel D.L 83/2014 convertito nella legge 106/2014. Il piano, denominato “Viaggiare in Italia” mette al centro il “turista come viaggiatore”.
Nelle intenzioni degli estensori il Piano Straordinario della Mobilità Turistica è il punto di convergenza di due percorsi istituzionali – «Connettere l’Italia» per il MIT e il «Piano Strategico del Turismo» per il MIBACT – e rappresenta l’attuazione concreta delle Linee di Intervento contenute in questi due documenti di pianificazione strategica.

Il 9 novembre u.s la Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, Regioni e le Provincie autonome ha espresso l’intesa sul relativo schema di decreto ministeriale.

Il Piano disegna un modello basato sulle cosiddette porte d’accesso del turismo in Italia coincidenti con porti, aeroporti e stazioni ferroviarie considerate strategiche e rilevanti per il turismo internazionale ed interconnesse alle reti locali e nazionali e si pone tra gli altri gli obiettivi di accrescere l’accessibilità ai siti turistici per rilanciare la competitività del turismo, valorizzare le infrastrutture di trasporto come elemento di offerta turistica e promuovere modelli di mobilità turistica ambientalmente sostenibili e sicuri.

Noi sardi che facciamo affidamento sul turismo come volano economico e viviamo quotidianamente i problemi e le difficoltà connessi all’isolamento geografico e alla mobilità interna, avremmo dovuto riporre nei confronti di questo piano non poche aspettative, salvo doverci poi ricredere, analizzando le prescrizioni che da esso emergono. Se, infatti, qualcuno avesse avuto ancora bisogno di conferme circa l’esistenza di azioni coordinate al fine di relegare il nord ovest della Sardegna ai margini delle politiche di sviluppo nazionali e regionali ecco la certificazione rappresentata dal Piano Straordinario per la Mobilità Turistica.

Gli antefatti

Le scelte della Giunta regionale in materia di trasporto aereo e di continuità territoriale che incidono drammaticamente sull’aeroporto di Alghero determinando un crollo dei collegamenti e degli arrivi probabilmente costituivano, evidentemente, solo il preludio a altre scelte ancora più devastanti, riguardanti non solo lo scalo algherese, ma più in generale il territorio del Nord Ovest dell’isola.

È opportuno ricordare che queste scelte sono state possibili grazie al sostegno dell’intera maggioranza di centro sinistra in Consiglio Regionale e alla miopia politica di chi avendo la responsabilità di governo, il presidente Pigliaru e la sua Giunta al completo, ha determinato disgregazione territoriale e ha indebolito ulteriormente la già debole struttura economica di vaste aree dell’isola.

In molti restarono perplessi quando il presidente dell’Enac Vito Riggio, insieme al Senatore PD Silvio Lai nel corso di un convegno sui voli low cost affermarono a proposito del futuro dell’aeroporto di Alghero che in Sardegna due aeroporti, uno al nord e uno al sud, fossero più che sufficienti, ancor di più una volta completata la quattro corsie Olbia – Sassari. Sembrava l’ennesima battuta a effetto ma oggi abbiamo la conferma, le cose stanno andando proprio in questa direzione e non per effetto di un destino cinico e baro, ma per effetto di precise scelte politiche.

Le scelte politiche

Basta leggere il Piano Straordinario della Mobilità Turistica per capire che piega abbiano preso le cose per lo scalo algherese e per il porto di Porto Torres.

Ebbene, se si vanno a leggere le previsioni progettuali per la Sardegna si scopre che nel suo territorio vengono individuati come “Porte di accesso” due soli aeroporti e due soli porti, quello di Olbia e quello di Cagliari.
Vengono esclusi l’aeroporto di Alghero e il porto di Porto Torres e questo nonostante le due località costituiscano la porta di accesso in Sardegna di rilevanti flussi di turismo internazionale: il porto di Porto Torres ha infatti un numero di passeggeri ben maggiore rispetto a quello di Cagliari e la città di Alghero da sola, senza considerare il territorio nel suo complesso, è la città sarda con il maggior numero di presenze turistiche. Complessivamente il nord ovest costituisce per arrivi e presenze il terzo polo turistico in Sardegna.
Bisogna sottolineare che tale scelta è stata avvallata dalla Regione Sardegna in occasione del tavolo tecnico del 18 ottobre 2017 e con la sottoscrizione in data 9 nov. 2017 dell’intesa, senza che fossero formulate osservazioni al riguardo, nell’ambito dei lavori della Conferenza permanente Stato-Regioni nel cui verbale si da atto che “le Regioni hanno espresso l’avvio favorevole all’acquisizione dell’intesa, manifestando la necessità di alcune correzioni meramente formali […] per l’adozione del Piano straordinario della mobilità turistica 2017-2022”.

Non si può perciò che pervenire alla conclusione che dalle decisioni della Regione Sardegna emerge la volontà in linea con quella dello Stato di escludere l’aeroporto di Alghero ed il porto di Porto Torres dalla mappa nazionale delle porte d’accesso aventi rilevanza strategica per il turismo.

Appare inspiegabile l’aver escluso dal Piano Straordinario della Mobilità Turistica le due principali infrastrutture che garantiscono il collegamento con l’esterno per un intero territorio, precludendogli così la possibilità di accedere ai rilevanti finanziamenti cui il Piano stesso prelude.
Scelta che appare incomprensibile anche alla luce dei risultati e dei numeri relativi al traffico passeggeri nazionale ed internazionale che le due infrastrutture del nord-ovest della Sardegna, Alghero per il trasporto aereo e Porto Torres per quello via mare fanno registrare, nonostante le recenti politiche regionali di trasporto abbiano contribuito a creare condizioni fortemente sfavorevoli in un territorio che continua ad essere premiato e scelto da visitatori e turisti.

Ancora più inspiegabile e ingiustificabile in considerazione del fatto che il territorio del nord ovest dell’isola possiede siti turistici di rilievo internazionale, facilmente raggiungibili dalle due infrastrutture escluse dal Piano, quali, a titolo d’esempio: il Parco nazionale dell’Asinara, il parco regionale di Porto Conte, l’Area marina protetta di Capo CacciaIsola Piana, la Grotta di Nettuno, la Miniera dell’Argentiera, oltre ad un incommensurabile e diffuso patrimonio ambientale, paesaggistico, archeologico e culturale.

Questa decisione stride anche fortemente con l’investimento di circa 7 milioni di euro finanziato dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) relativo alla razionalizzazione della viabilità di accesso, all’ampliamento delle aree per i parcheggi, alla realizzazione della nuova sala arrivi e all’ampliamento dell’area partenze dell’aeroporto di Alghero i cui lavori, già assegnati, partiranno a breve, una volta avuto il via libera dalla Conferenza dei Servizi e esaurita la progettazione esecutiva.
Questa decisione avallata dalla Regione Sardegna mortifica e penalizza gli sforzi di un intero territorio le cui prospettive vengono pesantemente limitate non tanto dal mercato, ma da precise scelte politiche che a partire dalla negazione della Città Metropolitana di Sassari fanno il paio con altre recenti decisioni di politica dei trasporti che nel 2016 hanno fatto registrare una perdita di 340 mila passeggeri per l’aeroporto di Alghero; azioni politiche che fanno sorgere il dubbio anche tra i più scettici che vi sia la volontà definita di mortificare il territorio del nord-ovest della Sardegna per avvantaggiarne altri.
E con queste premesse bisogna essere molto diffidenti circa la volontà recentemente manifestata dalla Giunta Regionale di creare un sistema aeroportuale con un’unica regia per i tre scali sardi. L’idea non è sbagliata, ma non vorremmo che, ancora una volta, le scelte che si faranno andassero nella direzione di privilegiare alcune aree a discapito della nostra.
Tale scelta, che segue a breve distanza di tempo quella che ha visto il depotenziamento della sanità del sassarese, e quella della mancata indicazione nell’ambito del comitato di gestione dell’autorità portuale di un rappresentante del Comune di Porto Torres, mentre risultano rappresentati sia Olbia sia Cagliari, risulta l’ennesima che l’Amministrazione Regionale in carica assume ingiustificatamente in grave danno del nord-ovest della Sardegna.
Analoghi comportamenti non paiono più accettabili alla luce delle gravissime conseguenze che gli effetti di tali scelte producono in termini di capacità e di diritto alla mobilità delle persone e di prospettive di sviluppo economico e sociale di un intero territorio che ha nel turismo uno dei principali pilastri della propria economia.

Democrazia imprigionata

di Marco Santopadre

In tempi record, che la dicono lunga sul carattere preordinato e prettamente politico della misura, otto ministri del governo catalano – un governo scelto da una maggioranza parlamentare democraticamente eletta – sono stati arrestati ieri e spediti in cinque diverse carceri, ovviamente tutte fuori dal territorio catalano.
E’ la prima volta che dei responsabili di un governo vengono imprigionati nell’Unione Europea per degli atti politici realizzati nel corso del loro mandato e in obbedienza alla volontà popolare espressa nel corso di un referendum democratico. Uno dei ministri, che si era dimesso il giorno precedente alla dichiarazione d’indipendenza non condividendo la decisione dei suoi colleghi, si è risparmiato la prigione in cambio di una cauzione di 50 mila euro. Quando è arrivato a Madrid stamattina è stato accolto dagli slogan di un gruppo di nazionalisti e e fascisti spagnoli che lo hanno apostrofato al grido di “frocio” e “vigliacco”. Comunque il trattamento nei confronti di Santi Vila, ministro catalano legato a doppio filo a quelle imprese che hanno boicottato il referendum e l’indipendenza, è stato “di favore”, in vista della sua possibile elezione a candidato del PDeCat alle prossime elezioni, il che potrebbe imprimere una svolta autonomista ad una forza politica che solo la pressione e la mobilitazione popolare hanno spinto verso rivendicazioni indipendentiste.
inizia quindi con un’altra raffica di arresti la campagna elettorale che dovrebbe portare alle elezioni regionali del 21 dicembre, imposte con la forza dal governo spagnolo con la complicità di Ciudadanos e Psoe (oggi un altro sindaco socialista, quello di Terrassa, si è dimesso in polemica con il sostegno del partito al golpe spagnolo in Catalogna) e senza alcuna mobilitazione da parte delle cosiddette sinistre federaliste che pure si dicono contrarie all’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno catalano. Al carcere sono scampati per ora Puigdemont e altri 4 ministri, ma solo perché hanno deciso di rifugiarsi in Belgio nel tentativo di internazionalizzare la crisi e costringere l’Unione Europea, sostenitrice della repressione di Madrid, a farsi carico del problema.
A queste elezioni i partiti indipendentisti stanno decidendo di partecipare, per sfidare la repressione di Madrid, ma senza alcuna garanzia democratica, con il territorio catalano occupato militarmente da più di 10 mila poliziotti e soldati spagnoli – che oggi hanno perquisito una caserma dei Mossos d’Esquadra a LLeida – e con fortissime minacce alla stampa.
Una evidente contraddizione per un fronte indipendentista che, dopo la proclamazione della Repubblica Catalana, si trova ora a dover fortemente rinculare sull’onda della repressione spagnola sostenuta da Bruxelles, incapace di implementare le misure che rendano effettiva l’indipendenza dichiarata il 27 ottobre a Barcellona.
L’ultima escalation repressiva sembra indicare che non è più il tempo dei tatticismi e delle decisioni prese ‘giorno per giorno’, occorre una strategia che tenga conto della natura dell’avversario, dei rapporti di forza e delle forze realmente a disposizione.

Oggi più che mai le forze della sinistra di classe all’interno e accanto al movimento indipendentista devono porsi il problema dell’organizzazione, del contropotere, di una disobbedienza effettiva e di un sabotaggio che contrastino le misure coercitive adottate dal regime di Madrid.
Il rischio è che la mobilitazione popolare, pur massiccia, generosa e istintiva, venga mandata allo sbaraglio e si riveli inefficace, lasciando spazio alla disillusione e all’impotenza, tanto più in un quadro in cui i dirigenti indipendentisti imprigionati – altri ne seguiranno nei prossimi giorni – costituiranno dei veri e propri ostaggi nelle mani del regime, utilizzati da Madrid per ricattare il fronte sovranista catalano e costringerlo a rinunciare al conflitto. Presto in carcere potrebbero andarci anche i dirigenti della sinistra indipendentista, dei Comitati per la Difesa dei Referendum, gli attivisti sociali e sindacali, e non più solo i ministri del governo catalano o i leader delle associazioni indipendentiste.
Oggi più che mai perde qualsiasi credibilità ogni forza di sinistra e democratica che alla propria condanna di principio della repressione non faccia seguire comportamenti reali, nelle piazze così come nelle istituzioni.
Ieri alle 19 è già stata convocata una mobilitazione da parte delle associazioni indipendentiste, alla quale ne seguirà un’altra decentrata già oggi pomeriggio e una manifestazione nazionale il prossimo 12 novembre.
Intanto ieri l’assemblea municipale della capitale catalana ha riconosciuto come legittimi il governo presieduto da Carles Puigdemont e il Parlamento composto in base ai risultati delle elezioni del 27 settembre 2015. Ha anche rifiutato l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che ha annullato l’autogoverno. La proposta di ERC è stata appoggiata da Barcelona en Comú, dal PDeCat e dalla CUP. Hanno votato contro Ciudadanos, PSC e PP. Non è stata invece accolta la proposta della CUP per il riconoscimento della Repubblica Catalana a causa del voto contrario di Barcelona en Comù..

Gigi Riva e la paura dell’indipendenza

di Omar Onnis

Divide l’intervista all’Unione dove Gigi Riva dichiara qualche dubbio pragmatico (non in linea di principio, però) circa la possibile indipendenza della Sardegna.
Gigi Riva non è un politico, né uno storico, né un sociologo, neppure un economista; insomma è un ex grande campione, un mito sportivo, un emblema, ma non è che abbia proprio i titoli di dispensatore di Verità, su queste faccende.
Ha detto delle banalità, ha snocciolato un paio di luoghi comuni. Non starei a farne un caso.

Viceversa è imbarazzante quel che si legge su altre testate, sul medesimo tema, da parte di persone apparentemente più competenti.
Penso al pezzo di Luciano Marrocu (uno storico) sulla Nuova di ieri (o avantieri). Una serie di paralogismi (non si usa la storia a scopi politici, sostiene, un attimo prima di usare la storia a scopi politici), che sfociano poi nell’unico argomento che dobbiamo essere lieti e fieri di essere accolti nella grande nazione italiana, così ben guidata in nome della costituzione più bella del mondo.
Si può dissentire senza che arrivi la Guardia Civil?

Ma soprattutto, cos’è, adesso, tutta questa premura di trovare ragioni contro l’autodeterminazione? Qualcuno la teme? E se sì, chi è che la teme e per quali ragioni? Io mi farei queste domande, prima ancora di discutere della questione.

Nel frattempo il presidente Pigliaru, scatenando la sua proverbiale grinta, rimprovera il Veneto e la Lombardia per l’intenzione di tenersi i 9/10 delle imposte versate sul loro territorio. Non si fa, dice il professore-presidente, bisogna essere tutti leali e a disposizione dello stato centrale. Il che spiega perché lui e il suo fido compare Paci abbiano combinato tanti guai nella vertenza entrate. Non era impreparazione o pressapochismo, erano proprio scelte fatte con convinzione. Per l’Italia. Sia pure a svantaggio della Sardegna (ma chi se ne importa, mica sono stati messi lì per fare i comodi della Sardegna).

Ma a noi non ci fregano mica. A noi ci pensano i… Riformatori. Quelli dei referendum sull’abolizione delle province (che sono ancora lì, ma senza consigli provinciali, ossia gli organi democratici di quegli enti) e sul taglio non degli emolumenti ma del numero dei consiglieri regionali (con conseguenze non casuali aggravate dalla successiva legge elettorale oligarchica: chapeau!).

Cosa fanno questi filantropi (ops, si può dire “filantropo” o qualcuno si è intestato la qualifica in esclusiva?)? Propongono un referendum per far inserire nella costituzione italiana la notizia che a Sardegna è un’isola.
Referendum, Sardegna=isola, costituzione italiana. Se riuscite a tenere insieme senza ridere queste tre cose eterogenee e scompagnate, vincete una tessera omaggio del partito dei Riformatori e qualche altro gadget (che non specifico).

Mi raccomando, facciamoci fregare ancora. Alla faccia dell’asino sardo!

Sulla Catalogna una montagna di bugie

di Giovanni Fara

L’appuntamento di sabato 21 ottobre ad Alghero è stato una delle iniziative promosse a livello civico in solidarietà del popolo catalano per il diritto di decidere, per la libertà dei prigionieri politici e contro la repressione che lo Stato spagnolo sta attuando in queste ore nei confronti delle istituzioni catalane e dei principali esponenti della società civile impegnati nel processo di indipendenza della Catalogna.

Nella città sarda di lingua catalana ci si è ritrovati con l’intento di far sentire la vicinanza e la solidarietà dei sardi al popolo catalano.

Una occasione importante per riflettere sul futuro delle Nazioni senza

Era presente anche un sindaco (batlle) di Teià, comune catalano, Andreu Bosch (nella foto) presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna. presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna.

Stato presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna.

Di fronte alla chiusura di ogni spiraglio di dialogo da parte del governo spagnolo, alla sospensione di fatto di tutti i poteri dell’autonomia catalana e all’arresto dei due Jordi (tra i principali animatori delle manifestazioni indipendentiste organizzate in questi mesi in Catalogna), all’attacco alla democrazia e alla libertà di scelta, la stampa italiana ha assunto una posizione totalmente a favore dell’unionismo spagnolo, tanto che per capire ciò che realmente sta accadendo in Catalogna è preferibile attingere informazioni dai media internazionali.

I giornalisti italiani raccontano solo una sfilza infinta di bugie, mostrando una realtà viziata dal pregiudizio ideologico e dal rifiuto della scelta di una Nazione in cammino verso l’indipendenza. Ci parlano di una minoranza di indipendentisti intenti a violare le leggi spagnole, parlano di legalità, di rispetto delle regole ma non ci raccontano la verità. Non ci dicono che gli indipendentisti hanno la maggioranza assoluta nel Parlamento Catalano, maggioranza ottenuta attraverso il consenso elettorale e il perseguimento di un programma che da sempre ha puntato all’attuazione di un processo di disconnessione della Catalogna dalla Spagna e alla realizzazione della Repubblica Catalana.

I giornalisti italiani mentono quando affermano che il 1 ottobre si è recato al voto una minoranza di appena due milioni di catalani (circa il 40% degli aventi diritto al voto) e nascondono all’opinione pubblica che sono pressappoco 790mila le schede già votate e sequestrate negli oltre 90 seggi assaltati dalla guardia civile spagnola con il preciso intento di impedire la consultazione referendaria e creare un clima di paura per scoraggiare gli elettori a recarsi ai seggi.

A conti fatti sono andati a votare circa il 55% degli aventi diritto. In tutte le località dove non vi è stata la repressione della polizia spagnola o dove questa è stata respinta dalla popolazione (come dimostrano i numerosissimi video presenti in rete) si è superato quasi ovunque il 50% dell’affluenza. In questo clima di paura e intimidazione il risultato ottenuto è semplicemente straordinario e dimostra che la Spagna ha trovato davanti a sé un popolo fortemente politicizzato e convinto della forza delle sue idee, che neppure la violenza scatenata dalla polizia è riuscita a frenare.

È facile comprendere perché la Spagna abbia negato ogni spiraglio di dialogo e cercato in tutti i modi di impedire lo svolgimento del referendum, trincerandosi dietro la difesa della legalità e dell’immutabilità della sua Costituzione. La Spagna ha paura di concedere un referendum per l’indipendenza alla Catalogna perché sa perfettamente che la maggior parte dei catalani voterebbe a favore dell’indipendenza, perché non vuole più essere subalterna alla potere centrale spagnolo e non si identifica nella monarchia spagnola.

I media italiani accusano gli indipendentisti di passatismo ma non dicono una parola sulla provocatoria immagine di re Felipe, apparso alla Tv pubblica spagnola con alle spalle un quadro di Carlo III di Borbone con bastone nero in mano a sottolineare la totale sintonia dell’odierno monarca Felipe con i manganelli sfoderati nella repressione del referendum catalano.

Non una sola verità della stampa italiana sulla manifestazione unionista svoltasi a Barcellona con migliaia di persone arrivare in pullman l’8 ottobre da tutti gli angoli della Spagna, definiti dai telegiornali italiani “una maggioranza silenziosa di catalani a favore dell’unità con la Spagna” ma nei fatti una spregevole minoranza tutt’altro che silenziosa e pacifica e tantomeno catalana. Manifestazione realizzata con il preciso intento di dimostrare una fantasiosa frattura del popolo catalano e offrire una provocazione che, almeno nella testa degli organizzatori, avrebbe potuto scatenare la reazione violenta dei catalani, i quali invece non sono caduti nella trappola spagnola, dimostrando il carattere pacifico ma altrettanto risoluto delle loro idee.

Mentre milioni di catalani scesi in piazza il 3 ottobre per protestare contro l’impossibilità di svolgere un referendum in completa tranquillità e nel pieno rispetto della democrazia e della libertà di scelta, sono stati incredibilmente definiti dalla quasi totalità dei media italiani una minoranza irrispettosa della legalità.

È dunque chiaro come in Italia vi sia un problema di libertà di stampa e di conseguenza un deficit di democrazia, in quanto ci si ostina a filtrare le notizie secondo una visione distorta della realtà e appiattita sulle convenienze politiche del momento, nell’intento di difendere lo status quo contro ogni volontà popolare.

Quello a cui abbiamo assistito il 1 ottobre con il pestaggio di cittadini inermi è una vergogna senza precedenti. Non si tratta più soltanto di difendere il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza dei Popoli: oggi è in discussione la democrazia, il rispetto e l’affermazione della volontà dei cittadini europei, dei diritti civili, del diritto di decidere, del diritto di voto. Il diritto all’indipendenza è un diritto fondamentale che non può essere oggetto di repressione violenta nell’ambito del moderno diritto internazionale e della necessità di risolvere i conflitti con lo strumento della diplomazia e non della violenza e della sopraffazione del più forte sulla base del rispetto di un legalismo che minaccia la libertà di scelta e l’espressione della democrazia.

Siamo ad un bivio nel quale dobbiamo scegliere se accettare passivamente che oggi in Europa la polizia possa picchiare una folla di persone pacifiche solo perché agitano una scheda elettorale oppure batterci per difendere il diritto di decidere dei popoli. Se noi accettiamo che uno Stato Europeo possa imprigionare esponenti della cultura, della società civile per le loro idee con il preciso scopo di impedire che queste idee vengano propagandate pubblicamente; se permettiamo che questo accada, dobbiamo prepararci a subire un domani lo stesso trattamento dalla polizia italiana nel momento in cui saremo noi sardi a voler decidere.

A questa Europa, che ha mostrato le spalle alle richieste di mediazione della Catalunya, fa paura la voglia di partecipazione dei popoli, fa paura il principio di libertà e di scelta. Questa Europa non vuole cambiare. Questa Europa vuole restare espressione degli Stati-Nazione ottocenteschi per rappresentare gli interessi delle consorterie, delle caste e delle lobbies finanziarie che regolano i rapporti di potere, disinteressandosi dei reali bisogni e della voglia di emancipazione dei popoli.

Non possiamo stare alla finestra pensando che ciò che succede in Catalunya non ci riguardi. In queste ultime settimane in Europa ci sono state tante mobilitazioni a sostegno del popolo catalano e pure noi dobbiamo fare la nostra parte. Pro sa libertade, pro sa democrazia, pro s’indipendentzia. Oe in Catalunya, cras in Sardigna.

Per la Repubblica Socialista di Catalogna

di Gianfranco Camboni

1)La rivoluzione concreta

Il reale, l’effettivo non è ciò che immediatamente si dà ai nostri sensi, ma non è neppure la sua semplificazione intellettualistica. Questi due approcci  al reale portano a disorientamenti politici che se non corretti hanno conseguenze negative. Per esempio molti si scandalizzano perché settori di salariati votarono Berlusconi, la Lega oppure lo scorso anno Donald Trump. Da questi e da altri casi del passato, come il supposto sostegno della classe operaia industriale americana all’aggressione al Vietnam, molti disconobbero il suo ruolo oggettivamente rivoluzionario. Purtroppo per coloro che non vanno oltre l’osservazione empirica e per chi cade nell’errore opposto, l’intellettualismo astratto la classe operaia non è l’insieme dei suoi comportamenti né, tantomeno, “una rude razza pagana senza miti né dei”. La classe operaia come tutto ciò di cui si compone la realtà sociale e naturale è concreta, cioè una molteplicità di determinazioni in continuo movimento e interagenti permanentemente. La classe operaia nel capitalismo è una classe subalterna, se in essa non si diffonde organicamente il comunismo rivoluzionario, le sue idee sono quella della classe dominante. La classe operaia afferma la sua indipendenza nel giudizio e nella lotta su tutti i fatti, i movimenti e le crisi sociali e politiche. Per questa ragione nessuna crisi è estranea ai comunisti e al proletariato rivoluzionario.

Proprio perché il reale, l’effettivo è solo il concreto – cioè la “sintesi di molteplici determinazioni” – anche la rivoluzione è concreta, cioè determinata dalla storia reale. Perciò per i marxisti “<<la rivoluzione socialista non è un atto isolato, una battaglia isolata su un solo fronte, ma tutta un’epoca di acuti conflitti di classe, una lunga serie di battaglie su tutti i fronti, cioè su tutte le questioni dell’economia e della politica, battaglie che possono terminare soltanto con l’espropriazione della borghesia. Sarebbe radicalmente errato pensare che la lotta per la democrazia possa distogliere il proletariato dalla rivoluzione socialista, oppure farla dimenticare, oscurarla ecc. .  Al contrario, come il socialismo non può essere vittorioso senza attuare una piena democrazia, così il proletariato non può prepararsi alla vittoria sulla borghesia senza condurre in tutti i modi una lotta conseguente e rivoluzionaria per la democrazia>> (Lenin La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione- Tesi  gennaio/marzo 1916). Le Tesi di Lenin furono verificate nell’insurrezione irlandese del 1916. Il capo della rivoluzione d’ottobre non ebbe problemi a criticare gli scolastici di Zimmerwald che definirono l’insurrezione irlandese un “colpo di stato” e il movimento nazionale irlandese “nonostante il gran rumore che faceva, non valeva un gran che>>.  Il giudizio di Lenin sugli scolastici fu tagliente:

<<chi chiama colpo di stato una simile insurrezione o è uno dei peggiori reazionari oppure è un dottrinario irrimediabilmente incapace d’immaginare la rivoluzione sociale come un fenomeno reale.

Poiché credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza l’insurrezione delle piccole nazioni e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari terrieri, della chiesa, contro il giogo monarchico, nazionale ecc. significa rinnegare la rivoluzione sociale… Colui che attende una rivoluzione “pura” non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parola che non capisce la vera rivoluzione>> ( L’insurrezione irlandese in Risultati della discussione sull’autodecisione , luglio 1916).

Il principio generale del socialismo scientifico sulle questioni della lotta delle nazioni oppresse a cui si attiene Lenin è: se la lotta della nazione oppressa contro la nazione dominante indebolisce lo stato capitalista e rafforza il proletariato rivoluzionario di entrambe le nazioni allora il proletariato sostiene la lotta fino in fondo (come fu fatto nel ’17 e dopo la guerra civile vittoriosa nell’ex impero zarista). La questione nazionale – contrariamente a quanto dicono molti – è stata sempre al centro del socialismo scientifico nella teoria e nella pratica:

<<La fondazione della I Internazionale fu annunziata in un comizio a Saint James’ Hall a londra, indetto per celebrare l’insurrezione polacca, nel luglio del 1863, e la proclamazione venne fatta in un altro comizio in favore della Polonia, tenuto a Saint Martin’s Hall, a Londra nel settembre del 1864>> (Storia del marxismo, vol. II, pag.798 Einaudi).

2) La crisi catastrofica inarrestabile del capitalismo e la crisi catalana

La questione delle nazioni storiche oppresse in Europa non presenta più la questione contadina centrale nei primi del novecento, neppure una borghesia nazionale interessata allo sviluppo di una propria industria, per difendere il proprio mercato nazionale e neanche una borghesia compradora. Le loro borghesie sono profondamente integrate gerarchicamente nel capitalismo delle nazioni dominanti. Le nazioni storiche oppresse in Europa sono state trasformate dai processi d’industrializzazione capitalistica e di deindustrializzazione. Il proletariato, la classe salariata, costituisce la maggioranza sociale delle nazioni storiche in Europa (fa eccezione la Sardegna data la presenza di un settore agro-zootecnico, i pastori, nei confronti dei quali si pone il problema della direzione politica). Da quanto detto sopra il problema delle nazioni storiche in Europa non si pone nei termini della rivoluzione permanente o della trascrescenza della rivoluzione democratica e borghese in rivoluzione al socialismo ma nei termini di una rivoluzione socialista nei paesi imperialisti dominanti. Allora come mai la classe operaia salariata della Catalogna in questa crisi catastrofica mondiale non ha una coscienza rivoluzionaria, formata dal socialismo scientifico all’altezza della situazione? Le condizioni indicate – maggioranza  sociale salariata e crisi del capitalismo – avrebbero dovuto produrre la coscienza socialista rivoluzionaria, eppure manca!

L’assenza di coscienza socialista rivoluzionaria non vuol dire che non manchino lotte e guerre contro la classe dominante. Questo è il problema da risolvere. A questa condizione ci ha portato la crisi di direzione del proletariato rivoluzionario internazionale.

Forse che il Partito laburista inglese ha mai lavorato per far saltare il Regno unito facendo diventare l’indipendenza dell’Irlanda parte del suo programma e della sua azione? – Come fecero invece Livellatori che mobilitarono, nell’estate del 1647 alcuni reggimenti contro Cromwell che si preparava a invadere l’Irlanda: compito di ogni democratico in Inghilterra era quello di battersi per la libertà dell’Irlanda.  Marx ed Engels sono gli eredi dei Livellatori inglesi sulla questione. Il Partito comunista britannico, quello spagnolo, quello francese, quello italiano hanno fatto di tutto per seppellire la politica leninista sull’autodeterminazione dei popoli, non potevano dirigere la lotta delle nazioni oppresse in europa. Non c’era bisogno del “crollo del muro di Berlino” per ridurre la coscienza socialista rivoluzionaria a un lumicino nella classe salariata delle nazioni oppresse in Europa!

Eppure nell’Ulster, nei Paesi Baschi dalla fine degli anni sessanta sino ad una decina di anni fa si è combattuto con lo stesso eroismo con cui combatterono “gli eroi della Narodnaja Volia”. Ma quella linea politica non ha portato alla liberazione dell’Ulster dall’imperialismo britannico né i Paesi Baschi a liberarsi dalla monarchia borbonica a servizio  del grande capitale.

La crisi catastrofica inarrestabile iniziata con il crollo della borsa di Shanghai nei primi mesi del 2007 ha acutizzato lotta la classe operaia internazionale, ricordiamo le battaglie  dei minatori asturiani nel luglio del 2012, i battaglioni dei minatori del Donbass contro il governo fantoccio di Kiev, gli scioperi nel settore petrolifero degli Usa nel 2015, le lotte del proletariato, i grandi movimenti di sciopero in Francia. In tutte queste lotte era stato  l’idolo del legalismo non era più venerato e temuto. Le organizzazioni indipendentista di sinistra irlandese e basca, al contrario precipitavano in una crisi profonda con la capitolazione all’imperialismo inglese del Sinn Feinn di Adams e di McGuinness. Capitolazione avvenuta in una crisi profonda dello stato inglese.

Nella Dichiarazione di Istanbul del CRQI del luglio 2007  venne fissato un punto che ha costituito la stella polare per i marxisti in questi anni: la crisi catastrofica avrebbe prodotto crisi politiche esplosive e posto le condizioni di una nuova tappa della rivoluzione socialista mondiale:

<< Il capitalismo mondiale è scosso da convulsioni che, in modo costante,  lacerano violentemente tutte relazioni tra le classi e tra gli Stati, rompendo tutti  gli equilibri sociali, politici ed economici …… La convulsione del mondo contemporaneo,  segna chiaramente una transizione dal periodo
precedente, dominato dagli effetti del crollo dell’Unione Sovietica e dello stalinismo, verso una nuova
ascesa  internazionale delle lotte nazionali e sociali negli ultimi anni del Novecento  e nei primi
anni del XXI secolo, verso  una polarizzazione delle forze sociali che  avanzano  verso grandi scontri storici
in tutto il mondo….. Nel 90 ° anniversario della Rivoluzione Socialista di ottobre, primo atto della rivoluzione socialista mondiale, come precisarono  Lenin, Trotskij ei bolscevichi, il mondo entra in una nuova fase della rivoluzione socialista mondiale >>(luglio 2007).

Allora non c’è niente di straordinario se le masse combattive catalane marciano sotto la bandiera della Repubblica catalana.

Nel 2011, partiti borghesi repubblicani catalani, imprudentemente, si sono lanciati in una lotta contro il centralismo madrileno: era il loro modo per rispondere alla loro crisi e per deviare la lotta delle grandi masse. Nel luglio 2012 sull’Espresso la situazione sociale spagnola veniva riassunta così: << Madrid a Barcellona, sta esplodendo la rabbia sociale di un intero Paese….. Lo si vede il 19 luglio con i centomila che a Madrid calano alla Puerta del Sol e fino a notte la occupano scontrandosi con la polizia: ceto medio, impiegati, statali di un’amministrazione non mal funzionante ma elefantiaca, disoccupati ormai tra i giovani al 50 per cento, medici e infermieri con gli ospedali a rischio, madri che a settembre su tempere e quaderni dei figli a scuola pagheranno ‘Iva al 21 anziché al 4%. E poi “mineros y bomberos”, i minatori dalla provincia di Teruel e i pompieri che inondano di schiuma la piazza, persino poliziotti in borghese>>. Gli Indignados e  Podemos, alle masse profonde non potevano dare  la certezza che, in un modo o nell’altro, le avrebbero guidate al rovesciamento dei vertici della società iberica.

Alle masse della Catalogna, deluse di tutti i tradimenti vecchi e nuovi della sinistra iberica, hanno ripreso la tradizione repubblicana catalana per giustificare la lotta alla classe dominante, perché ai loro occhi appariva quella in cui si poneva la questione del potere: la separazione dallo stato iberico. Abbiamo scritto che i partiti borghesi catalani scelsero  imprudentemente la via della separazione perché non avevano presente che nella Nazione Catalana le classi subalterne hanno visione della nazione molto diversa da quella dei capitalisti catalani. Ognuna delle due classi pensa l’indipendenza secondo i suoi propri bisogni, interessi e desideri.

I partiti borghesi catalani si erano illusi sull’Unione Europea e sui singoli governi e, allorchè, quella e questi hanno mostrato il loro vero volto di grandi nazioni imperialiste hanno tremato. Il 10 ottobre in parlamento, Carles Puigdemont ha chiesto tempo per negoziare la resa e per prendere le distanze dalle masse che hanno votato e hanno scioperato il 3 ottobre per la Repubblica di Catalogna

3) Per la Repubblica socialista di Catalogna

Se i partiti borghesi catalani hanno agito imprudentemente è perché non fanno le analisi dei marxisti rivoluzionari. I vertici economici, politici e militari dell’UE, al contrario, di  Puigdemont hanno avuto a disposizione dal 2009 in poi studi come “Manning the barricades -Who’s at risk as deepening economic distress foments social unrest”(marzo 2009) dell’ Economist Intelligence Unit, in cui si cercava il rapporto tra crisi economica  e esplosioni sociali. La grande borghesia ragiona sui rapporti reali di forza senza il feticcio del legalismo e dell’ “ideale”, altrimenti non sarebbe ancora al potere. Contrariamente ai partiti borghesi catalani i vertici dell’UE hanno visto ciò che vogliono, seppur confusamente, le masse catalane: indipendenza vuol dire rovesciare la propria condizione di miseria.

Dopo la resa del 10 ottobre la rottura delle masse catalane con i partiti borghesi “indipendentisti” è destinata ad allargarsi. Diversi sono i fattori che la accelereranno. Il proletariato, la piccola borghesia impoverita hanno visto il ricatto economico dei capitalisti catalani, di quelli spagnoli, di quelli europei e internazionali, ora per loro indipendenza politica significherà, anche, il pieno controllo delle banche e dell’industria, il loro stato che espropria i nemici del popolo catalano. Il controllo economico va difeso, questo implica che la rivoluzione si armi.

Secondo il Segretariato Unificato bisogna: <<sforzarsi di mantenere una strategia il più possibile non violenta, evitando le provocazioni, allo scopo di non dare alcun pretesto a un rafforzamento della repressione ed evitare la divisione del movimento che il governo spagnolo aspetta>>.  Al contrario di quanto sostiene il S.U., il governo non “aspetta”, il governo di Madrid agisce sostenuto da una campagna della stampa borghese per lo stato d’assedio in Catalogna, articolo 156. Sono già operative sul campo un battaglione a Barcellona e un battaglione di blindati a Sant Climent Sescebes.  Per il governo le due unità si trovano in Catalogna per un piano di prevenzione del terrorismo dopo la strage di quest’estate. Solo chi fa come gli struzzi può bersi che le due unità militare, in appoggio alla polizia spagnola, siano state mandate lì contro il “terrorismo”, così come la strage di Barcellona sia una strage su mandato dell’Isis. La strage di Barcellona  e i due battaglioni sono atti di guerra contro il movimento nazionale catalano. Il governo di Madrid ha potuto verificare che il carattere progressivo di quel movimento nel febbraio scorso quando a Barcellona si svolse l’imponente manifestazione a favore dei rifugiati e dei profughi al grido di “Basta scusa: accogliamo subito i rifugiati”. La manifestazione era la conclusione della campagna “casa nostra, casa vostra”. Il sindaco dei Barcellona dichiarò:  «Voglio i profughi a Barcellona ma Madrid lo impedisce». Si deve vergognare chi ha messo sullo stesso piano il movimento nazionale catalano con il leghismo. Questa è una delle ragioni per cui la Catalogna vuole separasi dallo stato iberico, le cui istituzioni non hanno mai rotto con il loro passato fatto di hidalgos sanguinari. Ci troviamo in una situazione che è completamente all’opposto di quella presupposta dalla “strategia il più possibile non violenta” del S.U. Madrid non è alla ricerca di “alcun pretesto” per il “rafforzamento della repressione”, Madrid ha già represso il 1 ottobre e il 10 di ottobre  la sua polizia era pronta ad attaccare. Madrid tiene conto della polizia autonoma catalana. Sa bene che i Mossos sono destinati a fratture e ciò rende più facile l’armamento delle masse.

La rivoluzione catalana si dovrà porre il problema del controllo totale delle banche e dei mezzi di produzione, il problema della sua difesa militare contro il governo reazionario di Madrid e dell’UE.  Oggi, come nel 1934 “la Catalogna può trasformarsi nell’asse della rivoluzione spagnola. La conquista della direzione in Catalogna deve essere la base della nostra politica in Spagna”. Per la Repubblica socialista di Catalogna, appunto!

 

IO NON SONO EUROPEA

di Valeria Casula

Oggi la reazione alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna sarà spietata. E di questa reazione, per quanto i paesi europei dicano in sostanza “sono fatti loro”, in realtà siamo tutti responsabili. Sono responsabili i mezzi di informazione che hanno dipinto la manifestazione di ieri come un evento di democratici che chiedevano il dialogo, mentre in piazza si bruciavano bandiere indipendentiste, si cantavano canti franchisti, si salutava “romanamente” ovunque, si invocava l’arresto di Puigdemont, si acclamava la Policia Nacional responsabile (assieme alla Guardia Civil) della violenza nei seggi elettorali, si inveiva contro i Mossos d’Esquadra che si sono rifiutati di usare i manganelli contro il proprio popolo.
Sono responsabili i paesi europei che si appellano alla legalità di una costituzione che sancisce che i suoi popoli non possono con alcun mezzo democratico rivendicare e ottenere il proprio diritto all’autodeterminazione, perché hanno tutti costituzioni che negano tale diritto.
Sono responsabili i poteri finanziari ed economici, le banche e le imprese che hanno abbandonato la Catalogna per seguire il diktat di Madrid e condizionare pesantemente le scelte di un popolo.
Sono responsabili tutte le persone che si ostinano a sostenere che la lotta di un popolo per l’autogoverno è una lotta di egoismo, quanti stupidamente o strumentalmente associano la vicenda catalana a pseudo-autonomismi razzisti e xenofobi di casa nostra, che spesso vanno a braccetto proprio con gli stessi fascisti che hanno sfilato ieri a Barcellona (contro cui comunque, mai e in nessuna circostanza, invocherei l’uso della repressione violenta). Forse qualcuno condannerà la violenza, ma si tratterà di una condanna ipocrita, perché tutti hanno concorso a rafforzare la posizione della monarchia e del governo spagnolo, perché nessuno ha pensato di intervenire con una mediazione e comunque una condanna netta della repressione a cui abbiamo assistito. Eppure le parole del vice-segretario all’informazione del Partido Popular, Pablo Casado, sono state molto chiare: “La storia non si deve ripetere e speriamo che domani non si dichiari nulla perché forse chi dichiara finisce come che la dichiarò 83 anni fa (ndr: il riferimento è alla dichiarazione di indipendenza della catalogna di Lluis Companys per questo arrestato nel 1934 e fucilato nel 1940). È come se tu sentissi un uomo minacciare di morte la propria moglie che intende lasciarlo (o viceversa) e ti voltassi dall’altra parte, anzi, addirittura se affermassi “lei/lui non può andarsene”. È come se lui/lei dichiarasse pubblicamente che non consentirà in alcun modo il gesto (unilaterale) dell’abbandono e tu dicessi “ha ragione” o, nella migliore delle ipotesi, “sono fatti loro, non posso farci niente”.

A cosa serve questa Europa se non è neanche in grado di scongiurare simili reazioni? A cosa serve un’Europa che nega qualsiasi mediazione? A cosa serve un’Europa se le affermazioni più coraggiose che riesce a proferire sono “dovete parlarvi”, ben consapevole che esiste una parte che non intende nel modo più assoluto trovare una mediazione? Ecco, io che ho sempre pensato che mi fosse andata piuttosto bene per il fatto di essere nata, tutto sommato, nella parte “migliore” del mondo e nel secolo giusto, domani sentirò tutta la rabbia e il disgusto di un’Italia e un’Europa con cui per la prima volta mi sento di non avere proprio niente a che fare, di un’Europa che non solo acconsente o si rende complice di scempi e repressioni in casa altrui, ma che addirittura li legittima in casa propria. IO NON SONO EUROPEA E NON SONO NEANCHE CUGINA DELL’ITALIA, MI RIPUGNANO ENTRAMBE!

Gli indipendentisti catalani una minoranza? Facciamo i conti!

di Valeria Casula

L’impressionante tasso di votanti del referendum del 1 Ottobre in Catalogna

Sicuramente non sono esperta di diritto costituzionale spagnolo, ma le 4 operazioni fondamentali le conosco bene, per cui, poiché in questi giorni la maggiore argomentazione dei detrattori del referendum catalano è “sono una minoranza”, mi sono presa la briga di fare 2 conti semplici semplici.

Gli aventi diritto al voto sono 5,3 milioni (esattamente 5.343.458, se siete d’accordo d’ora in poi uso numeri tondi ma in Excel ci sono precisi, se vi servono) che avrebbero dovuto votare in 2.315 seggi.

Di questi seggi 319 sono stati diciamo “visitati” dalla Policia Nacional o dalla Guardi Civil che hanno sottratto le urne e/o hanno reso di fatto i seggi indisponibili al voto.

Dagli aventi diritto sottraiamo gli aventi diritto afferenti ai siti “non agibili” stimati in circo 736 mila elettori potenziali (ipotizzando che tali seggi avessero dimensione media degli altri, vale a dire circa 2.300 aventi diritto per seggio).

Risultato: gli aventi diritto in grado di poter esercitare questo diritto passano da 5,3 milioni a 4,6 milioni.

I votanti (di cui non sono stati sottratti i voti dalle forze dell’ordine) sono stati 2,26 milioni, vale a dire la metà circa degli aventi diritto con un seggio “disponibile”.

Faccio solo un breve cenno al fatto che questo dato è, a mio avviso, miracoloso in una giornata in cui sin dalla apertura dei seggi arrivavano notizie agli elettori sugli intervento delle forze dell’ordine e quindi sul rischio di prendersi qualche mazzata se avessero messo una croce in quella scheda, ma torno subito ai numeri.

Di questi, il 90%, pari a 2,020 milioni ha detto SÌ, 176.000 No e il resto bianche/nulle.

Quei SÌ rappresentano il 44% di tutti gli aventi diritto che avevano un seggio a disposizione (o di cui non sono state sottratte le urne).

Il dato del 38% calcolato sugli aventi diritto complessivi non ha alcun senso, visto che sono stati portate via le urne con i voti o non hanno più potuto votare oltre 700.000 aventi diritto che afferivano ai seggi “non agibili”.

Quindi una prima menzogna che continuo a leggere è che solo un terzo della popolazione è per l’indipendenza: il 44% non è un terzo della popolazione avente “reale” diritto di esercitare l’opzione di voto, in matematica.

Ma andiamo avanti con una premessa: in tutti i referendum l’adesione non è mai del 100%, quelli che comunque si sarebbero astenuti anche in condizioni di voto serene non possono essere imputati al NO. Nei referendum senza quorum, a differenza delle elezioni, l’astensione non indica una posizione ben precisa perché magari non ci si sente rappresentati dal quesito o si vuol far naufragare la consultazione, in quanto il quesito è un SÌ o un NO, e non andando a votare non si avvantaggia né una parte né l’altra. L’astensione non può che essere interpretata come indifferenza verso le due opzioni.

le delegazioni sarde e basche che hanno seguito le operazioni di voto

Ho fatto qualche simulazione. Immaginiamo che fosse andato a votare l’80% degli aventi diritto e immaginiamo ancora uno scenario particolarmente avverso all’indipendenza, vale a dire che il 90% di questo elettorato incrementale avesse votato NO.

In questo caso, ripeto considerando il SÌ realmente raccolti e solo il 10% di SÌ da parte dell’elettorato incrementale, la situazione sarebbe stata la seguente:

Votanti: 4,3 milioni
SÌ: 2,2 milioni (pari al 52%)
NO: 2 milioni (pari al 47%)
Il complemento a cento sono le bianche/nulle dei votanti reali

Al diminuire delle ipotesi di partecipazione al voto, lo scarto fra SÌ e NO si fa sempre più ampio in favore del SÌ, mentre con queste ipotesi (assolutamente irrealistiche, ma volutamente paradossali) di massiccia adesione al NO, i SÌ e NO si equivalgono con affluenza del 84%, solo sopra questa percentuale prevalgono i NO.

uno dei circa duecento collegi elettorali nella sola città di Barcellona

Poiché nessuno in buona fede può sostenere che il 90% di quanti non si sono recati alle urne avrebbero votato NO, non esiste scenario plausibile in cui il NO avrebbe potuto vincere con 2 milioni di SÌ raccolti su 2,2 milioni di votanti.

In conclusione: 2 milioni di “SI” su 2,2 milioni di votanti è un successo tale da poter rappresentare una minoranza solo nello scenario assolutamente inverosimile in cui il 90% dell’elettorato incrementale avesse votato “NO”, con affluenza maggiore o uguale al 85%!