Bocciata la scuola (italiana) in Sardegna

di Francesco Casula

Fra tutte le venti regioni, gli alunni sardi, registrano i peggiori risultati: sono i più bocciati e i più rimandati. Nella scuola Secondaria di secondo grado il 28,6 per cento ha la sospensione di giudizio, cioè rimandato e, l’11,4 è stato bocciato. Solo il 60 per cento promosso.

Il numero più alto di alunni bocciati si registra nelle scuole professionali con il 17,3 per cento: significa che quasi uno su cinque ripete lo stesso anno, mentre il 31% è rimandato. Sale il dato nei Tecnici dove i rimandati sono il 32,8 per cento e il 14,4 per cento i non ammessi alla classe successiva.

Anche nelle Secondarie di Primo grado si registrano risultati negativi per l’anno scolastico appena terminato: in Italia la percentuale degli ammessi alla classe successiva è il 97,7, in Sardegna si sta sotto la media con il 97,2 e il 2,8 per cento di bocciati. E la dispersione scolastica è la più alta d’Italia: un ragazzo su quattro non arriva al diploma.

Gli studenti sardi sono più tonti di quelli italiani? O poco inclini allo studio e all’impegno? E i docenti sono più scarsi o più severi? Io non credo. Come non penso che svolgano più un ruolo determinante la mancanza o l’insufficienza delle strutture scolastiche (laboratori, trasporti, mense ecc.), anche se certamente influenzano negativamente i risultati scolastici.

E allora?
E allora i motivi veri sono altri: attengono alle demotivazioni, al senso di lontananza e di estraneità di questa scuola. Che non risulta né interessante, né gratificante, né attraente. La scuola italiana in Sardegna infatti è rivolta a un alunno che non c’è: tutt’al più a uno studente metropolitano, nordista e maschio. Dunque non a un sardo. E tanto meno a una sarda.

È una scuola che con i contesti sociali, ambientali, culturali e linguistici degli studenti non ha niente a che fare. Nella scuola la Sardegna non c’è: è assente nei programmi, nelle discipline, nei libri di testo, nell’organizzazione.

Provate a chiedere a uno studente sardo che esca da un liceo artistico, cosa conosce di una civiltà e di un’architettura grandiosa come quella nuragica, sicuramente fra la più significative dell’intero Mediterraneo; provate a chiedere a uno studente del liceo classico cosa sa della parentela fra la lingua sarda e il latino; provate a chiedere a uno studente di un Istituto tecnico per ragionieri e persino a un laureato in Giurisprudenza cosa conosce di quel monumentale codice giuridico che è la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea.

Vi rendereste conto che la storia, la lingua e la civiltà complessiva dei Sardi dalla scuola ufficiale è stata non solo negata ma cancellata. Permane una scuola monoculturale e monolinguistica, negatrice delle specificità, tutta tesa allo sradicamento degli antichi codici culturali e basata sulla sovrapposizione al “periferico” di astratti paradigmi e categorie che le grandi civiltà avrebbero voluto irradiare verso le civiltà considerate inferiori.

Questa scuola ha prodotto in Sardegna, soprattutto negli ultimi decenni, giovani che ormai appartengono a una sorta di area grigia, a una terra di nessuno. Apprendono l’italiano a scuola ma soprattutto grazie ai media: ma si tratta di una lingua stereotipata, gergale, banale, una lingua di plastica, inodore, insapore e incolore.

Ma una scuola monoculturale e monolinguistica produce effetti ancor più gravi e devastanti a livello psicologico e culturale. Da decenni infatti la pedagogia moderna più attenta e avveduta ritiene che la lingua materna e i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i bambini senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita.

Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui bambini, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico.

Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine, la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente.

Di qui la mortalità e la dispersione scolastica.
Ite faghere? Cambiare radicalmente la didattica, i curricula, la stessa mentalità di docenti e dirigenti scolastici.

Per quanto attiene alla lingua sarda occorrerà finalmente partire dal dato – appurato scientificamente da tutti gli studiosi – che la presenza della lingua materna e della cultura locale nel curriculum scolastico non si configurano come un fatto increscioso da correggere e controllare ma come elementi indispensabili di arricchimento, di addizione e non di sottrazione, che non “disturbano” anzi favoriscono apprendimento e le capacità comunicative degli studenti, perché agiscono positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo.

Di qui la necessità che nelle scuole di ogni ordine e grado si inserisca la lingua e la cultura sarda, come materia curriculare. Altrimenti i record negativi della scuola in Sardegna permarranno.

E continuare a piangersi addossso e a lamentarci servirà a poco.

Articolo originariamente pubblicato al:

http://www.anthonymuroni.it/2017/08/19/bocciata-la-scuola-italiana-sardegna-francesco-casula/

Il carnevale estivo e il vizio della folklorizzazione – di Davide Mocci

di Davide Mocci

Alcune cittadine e piccoli paesi della Sardegna, sempre guardandosi attraverso le lenti della cultura italica, da qualche decina d’anni a questa parte hanno cominciato a organizzare il famoso “carnevale estivo”. Molti esperti locali o amministratori menzionano la “tradizione ancestrale”, il “rito dionisiaco o apollineo” e la “cultura carnascialesca” ma ignorano quanto possa essere dannosa la commercializzazione e la presentazione in stile safari africano di un evento che non solo rappresenta per molti un fattore identitario, ma che ha un senso solo nel periodo che gli compete, in quanto legato ai cicli stagionali e ai rituali pagani prima e cristiani poi. Questo bisogno di presentarsi allo straniero nella solita veste del selvaggio eclettico, riprendendo gli stereotipi che ci sono stati affibiati e che noi, di tutta risposta, abbiamo pensato di farli nostri e vederli come positivi, raggiunge livelli altissimi soprattutto d’estate, periodo di massima affluenza di turisti e che anziché cercare di adattarli a quelli che sono i nostri tempi di vita e le nostre sfaccettature culturali, siamo noi che adattiamo la nostra esistenza al periodo di maggiori presenze nell’isola.

Basti pensare a quanto faccia specie vedere i Mamuthònes o i Bòes e Merdùles in giro per le piazze della Sardegna, con addosso i loro trenta chili di campanacci e i mantelli di pelle mentre si schiatta dal caldo, a farsi ammirare dalle facce inebetite dei turisti che magari pretendono pure che le maschere non si muovano troppo affinché possano fare una foto. Già, perché il totale asservimento di quanto concerne la nostra cultura ai tempi imposti dal mercato, inculca nel turista medio l’idea che chi abita quest’isola sia di contorno; quasi come se faccia parte della scenografia di un eterno spot promozionale e di cui loro sono i protagonisti sorridenti, sempre al centro dell’inquadratura e della narrazione, ignorando la realtà sociale che li circonda perché, dopotutto, sono in vacanza e soprattutto stanno “portando soldi”.

Altro che Costituzioni farlocche, parliamo di conflitto sociale! – di Andrìa Pili

                        di Andrìa Pili

Un partito indipendentista serio, se volesse creare un dibattito serio sulla futura Repubblica di Sardegna, si occuperebbe di toccare il nodo del conflitto sociale interno. Ovviamente, una Costituzione rifletterà i rapporti di forza nella società sarda; dunque, ogni discorso rivolto “ai sardi” indistintamente, in cui si ribadisce ossessivamente che dobbiamo amarci tutti senza dubitare di alcuno o ci si lancia in vaneggi sulla ricerca della felicità, della verità e della giustizia o sul concetto di nazione (ignorando la scienza politica e la logica) … non ha nulla a che fare con un dibattito politico. Del resto, “elevare il dibattito” è tutto il contrario di ciò che il PdS ha fatto da quando esiste, diffondendo soltanto fesserie o robacce prepolitiche mutuate dal dibattito partitico italiano; sul piano della cultura politica sardista, un passo indietro enorme.
Sono un ammiratore delle recenti rivoluzioni latinoamericane. In Venezuela, Bolivia, Ecuador, la creazione di nuove Costituzioni democratiche e sociali avanzate è stata il risultato di una rivoluzione democratica popolare contro l’oligarchia neoliberale e filostatunitense. Per un movimento rivoluzionario democratico sardo l’ambizione dovrebbe essere la stessa. Non “virtù dell’amore” o un impianto massimo liberale da fine della storia e delle ideologie ma cultura del conflitto, lotta di classe, socialismo, anticolonialismo, nazionalismo rivoluzionario.
Che una retorica similsardista e autonomistica possa andare d’accordo con la dipendenza politica ed economica e l’oppressione della maggioranza è una cosa che sa bene chiunque conosca la storia della Sardegna, non solo quella degli ultimi 70 anni; un fenomeno come il “sovranismo/indipendentismo” di notabili e del ceto politico rappresentati nel PdS o il diffuso “sardismo” ostentato dai partiti italiani nell’isola (a parole, molti di questi sono per una maggiore autonomia) vanno letti secondo il periodo storico che stiamo vivendo dall’ultimo piano di Rinascita in poi. Disporre di maggiori poteri “regionali” può rientrare negli interessi del nostro ceto politico, in termini di maggiore potere di allocare soldi pubblici e posti di lavoro (e quindi legittimazione e consenso per sé stesso) in compensazione della perdita delle prebende dei decenni passati; “maggiore autonomia” o addirittura “indipendenza” non necessariamente rappresenterebbero una reale emancipazione per i sardi subalterni. Ecco perché, a mio parere, avremmo bisogno di tutto un altro dibattito sull’indipendentismo rispetto a quello comparso in questi ultimi due giorni sulla stampa sarda tra i vaneggi e l’infantilismo di alcuni autoproclamati padri costituenti, l’amore per la Costituzione italiana di altri, passando per la difesa della specificità e larghe forme di autonomia speciale da parte di esponenti di partiti che difendono l’occupazione militare della Sardegna.

Brigata Sassari: male l’inerzia, peggio l’elogio – di Carlo Manca

di Carlo Manca

Concepire come naturale l’esistenza della Brigata Sassari, attualmente unica divisione etnica dell’esercito italiano, è una cosa comune per chi si sente italiano in Sardegna. Lo si dà per scontato per diversi motivi, fra cui il nome che glorificherebbe la città, la tradizione e l’accettazione supina del vetusto sciovinismo italiano, la pace diplomatica fra la classe politica sarda e la rappresentanza locale dell’esercito italiano, la retorica pacifinta di un corpo armato che va in giro per le scuole a raccontare di “portare la pace”, paradossalmente seguendo tutte le missioni della NATO e tutti gli interessi del silenzioso imperialismo italiano.

Facciamo finta che tutti questi elementi che rendono scontata l’esistenza e l’accettazione della Brigata Sassari fossero in qualche maniera “accettabili”, ma va detto che, giusto per eufemizzare, tutto ciò sia un po’ meno scontato per chi si sente sardo (ma non italiano) e cittadino del mondo con cuore e cervello in Sardegna.

Qui si aprirebbe un capitolo, dal momento che, essendo quella una divisione etnica, automaticamente implicherebbe l’esistenza della sardità, cosa che è vera per via di diversi fattori, e che essa venga forzosamente assimilata alla subordinazione all’italianità e alla sua ragione di Stato, cosa altrettanto vera. Un po’ come venivano considerati gli ascari, che erano tali proprio a causa della loro appartenenza etnica: un ascaro era tale se militava nell’esercito italiano ma non era italiano, bensì eritreo, somalo, libico.
Andiamo oltre.

Per molti sardi, l’accettazione dell’esistenza della Brigata Sassari e della resistenza della sua retorica apologica al limite fra l’eroismo ed il vittimismo, si possono considerare analoghe a come tanti sassaresi e altrettanti sardi considerano il folklore nostrano legato a musica, balli e abbigliamento da festa: un dato elemento era già lì da quando ci si ricorda e viene quindi considerato come una cosa indiscutibile, da ricordare di tanto in tanto attraverso qualche parata o qualche altra dimostrazione basata su una sovraesposizione di particolari estetiche semi-decontestualizzate, su cui non ci si pone troppe domande sui contenuti e su cui è difficile pronunciarsi a causa dell’indifferenza sul tema e dell’inerzia con cui il tema viene riproposto. Inerzia, quindi, è una parola chiave.

Tuttavia, tessere le lodi della Brigata Sassari, chiedere la pulizia per le scritte ingiuriose nei suoi confronti, chiedere la manutenzione dei monumenti ad essa dedicati e calcare la mano sulla glorificazione di chi ha dato la vita per le mire espansionistiche della patria degli altri (cioè della patria italiana), omettendo quindi che si trattasse di giovani sardi  fra l’incudine e il martello, si dimostra ancora un oggi un complesso di rivendicazioni che non possono che essere tacciate di retorica e visione del mondo sciovinista, colonialista e guerrafondaio, in una sola parola: fascista.
E infatti ci ha pensato bene CasaPound a fare questa cafonata politica made in Sassari.

Finas a cando ais a èssere italianistas, ais a malegastare sa vida pro sa pàtria angena!

Costituzione sarda o carta igienica – di Cristiano Sabino

di Cristiano Sabino

Avantieri il Partito dei Sardi, cioè quel partito fondato dal noto trasformista Paolo Maninchedda e dall’ex ideologo di IRS Francesco Sedda saldamente ancorato al carrozzone della Giunta Pigliaru, ha annunciato al mondo di aver evacuato nientepopodimenoche la “Costituzione della Repubblica di Sardegna”. Nello stesso momento in cui governi indipendentisti stanno facendo la storia in Corsica e in Cataloga con grande forza e umiltà, in Sardegna tristi figure giocano con le parole e tirano fuori dal cilindro improbabili costituzioni repubblicane ricamate in solitaria davanti al PC con Wikipedia alla mano.

Per capire di cosa stiamo parlando facciamo uno di quei giochi che si trovano sulle pagine sbiadite dei cruciverba estivi. Trova le differenze:

Catalunya 2017, dopo un processo di crescita verticale dell’indipendentismo, dimostrazioni di piazza che hanno coinvolto milioni di persone e un governo sorretto interamente da forze indipendentiste (da quelle moderate a quelle schiettamente anticapitalistiche), il prossimo primo ottobre si celebrerà un Referendum “vincolante” per l’indipendenza. Cioè se vince il “Si” entro 48 ore il governo della Generalitat proclamerà la nascita della Repubblica catalana indipendente. E la Costituzione? Nonostante l’enorme forza popolare che sostiene i partiti indipendentisti al governo la bozza della Costituzione della futura repubblica catalana è stata affidata ad un vasto numero di saggi e giuristi catalani indipendenti dai partiti.

Sardegna 2017, un partitino da nulla, pieno di transfughi e acclamatori dei due indiscussi leader fondatori, che ha la responsabilità storica di tenere infilata la spina del peggiore governo regionale centralista e subalterno della storia autonomistica sarda, per farsi pubblicità tira fuori dal cilindro una “costituzione” che dichiara di voler garantire quei diritti sociali e civili che nella realtà vengono fatti a pezzi proprio dalla medesima Giunta Pigliaru. Non solo, proprio mentre nella maggioranza si valuta un testo unico che farebbe a pezzi quel poco di politica linguistica conquistata negli scorsi anni e contro le stesse dichiarazioni di un anno fa di Sedda che sul blog Limbasarda2.0 difendeva l’unificazione linguistica, oggi sul blog del PdS leggiamo che la “costituzione” è stata tradotta in logudorese, campidanese e in limba de mesania. Alla faccia della coerenza!

Ma vediamola questa “costituzione” scritta,  letta, sottoscritta e approvata nel salottino di casa dai due leader maximi dell’indipendentismo governativo.

Nel preambolo, a parte il linguaggio mutuato dai testi del catechismo e dal libercolo di pugno seddiano “I Sardi sono capaci di amare” c’è un passaggio interessante che ci da la cifra della megalomania di questi curiosi padri costituenti:

«Noi oggi, dunque, approviamo questa nuova Carta de Logu per onorare un impegno storico verso il desiderio di libertà e felicità passato, presente e futuro delle donne e degli uomini di Sardegna»

Servono commenti? Abbiamo davanti a noi due novelli Benjamin Franklin e Mariano IV!

 Ma il meglio deve ancora venire:

«Noi, la Nazione sarda, oggi, attraverso questa nuova Carta de Logu ci facciamo Repubblica di Sardegna».

È questo il punto fondamentale di tutta l’opera omnia partorita dai due grandi statisti, ovvero l’identificazione di se stessi con la nazione sarda. È un vizietto antico a tutti ben noto, il medesimo che spinse Sedda a rivelare al mondo la vera essenza della bandiera sarda, scomunicando e processando per eresia chiunque non giurasse sui famosi tre “non” (non nazionalistanon sardistanon violento) e non si sottomettesse al movimento politico di cui si concepiva padre fondatore e supremo ideologo.

Il resto della nuova costituzione più bella del mondo è una collazione di articoli che descrivono il Disneyland preferito dai due nuovi Platone: una Sardegna bella, giusta, indipendente, insomma il Bengondi dove tutto è accessibile, solidale, coeso, efficace, fighissimo!

Quando la realtà in cui si vive fa schifo e soprattutto quando si è responsabili e complici del peggior governo regionale della storia autonomistica, quando si è lavorato con solerzia per spaccare ogni movimento di unità nazionale e quando non si è neppure in grado di fare rispettare i pochi punti di sovranità previsti dallo Statuto d’autonomia, allora si cerca di evadere nel mondo fiabesco dello Stato che vorrei e ci si immagina come Napoleone sul cavallo bianco a dispensare giustizia, libertà e bellezza ad una massa di popolani acclamanti e fedeli.

Ma i sogni sono sogni e la realtà è realtà e questa costituzione è quello che è, cioè carta igienica di bassa fattura. E nella realtà i due padri costituenti sono solo due opportunisti che passeranno alla storia per aver contribuito ad infangare e rendere ridicolo l’indipendentismo sardo con “costituzioni” farlocche autovalidate.

Ciò che resta da capire è il perché lo stiano facendo, se per convenienza monetaria, megalomania, disturbi della personalità, ingenuità, strambo patriottismo o motivazioni più profonde che probabilmente apprenderemo solo il giorno in cui apriremo gli archivi.

Buona costituzione a tutti!

Cosa ci unisce “pro una Caminera noa”

di Giovanni Fara

Un momento dell’affollata riunione “Pro una caminera noa” nella sala congressi del Parco Archeologico Naturalistico di S. Cristina di Paulilatino.

Chentu Concas e Chentu Ideas pro una “Caminera noa”. Questo lo slogan scelto per proporre l’incontro svoltosi domenica 23 luglio presso la Sala Congressi del Parco Archeologico Naturalistico di Santa Cristina di Paulilatino (OR). Chentu Ideas da mettere a confronto per iniziare un nuovo percorso politico. 

Tante le domande sollevate nel corso dell’assemblea rispetto al cammino proposto, all’eterogeneità dei partecipanti, alle varie sensibilità emerse nel corso del dibattito. Iniziare un nuovo percorso politico non è mai una cosa semplice e necessita di una propensione al confronto da parte di chi proviene da differenti esperienze e intende perseguire un fine di emancipazione collettiva comune. Mi piace in tal senso pensare che questo incontro non fosse che una tappa di un processo politico ben più lungo e complesso, un tassello di un puzzle più grande che riguarda questa terra e il suo popolo. Non esattamente un nuovo inizio dunque, quanto piuttosto una occasione di confronto attorno a temi e a valori comuni e condivisi in una prospettiva di reale emancipazione sociale e nazionale.

Oggi che la crisi del sistema economico porta alla disgregazione della nostra società e dei suoi valori più saldi, fino a poco tempo fa considerati punti di riferimento incrollabili della cultura sarda, quali l’accoglienza e la solidarietà, per fare due esempi, diventa sempre più difficile contrastare l’onda di razzismo che va diffondendosi a macchia d’olio in Sardegna. Un razzismo strumentale ad una politica priva di idee e propesa a sfruttare il clima di incertezza e di confusione creata ad hoc dai media piuttosto che proporre soluzioni capaci di portare la Sardegna fuori dal baratro nel quale è rovinosamente precipitata. Diventa quindi necessario arginare una tendenza che rischia di divenire maggioritaria e che tende a dipingere l’immigrato, anziché lo Stato Italiano, il nemico da contrastare e combattere. L’immigrato sbarcato sulla nostra terra per inseguire il miraggio di una vita migliore e più dignitosa invece di una classe politica parassitaria che ha costruito i propri privilegi su una fitta rete di clientele, di distribuzione di favori e di privilegi, sottraendo diritti alla collettività e ai singoli e creando sacche di miseria e povertà sempre più ampie ed evidenti.

Il nemico è dunque l’immigrato o il sistema di sfruttamento coloniale della nostra terra e delle sue risorse?

Si è posta questa domanda fra i primi punti all’ordine del giorno, poiché la risposta rappresenta un punto cardine. Ciò che crea maggiore preoccupazione è che i dati esaminati dall’Istat ci dicono che gli immigrati rappresentano appena il 3% dell’intera posizione residente (poco più di 50mila immigrati su circa un milione e seicentomila abitanti), mentre i soggetti che spingono l’odio verso gli immigrati parlano di invasione, fino ad arrivare a tirare in ballo il pericolo di una “sostituzione di popolo”, creando così allarmismo verso un pericolo immaginario che non ha alcun riscontro nella realtà. Queste paure, però, vengono alimentate anche dalla martellante campagna di disinformazione prodotta sull’argomento dai media italiani, oltre che dai numerosissimi siti di bufale presenti in rete.

Queste tendenze che avanzano nella politica sarda rappresentano il grimaldello utile a mantenere diviso l’indipendentismo, a relegarlo ai margini della politica sarda, rendendolo una nota di colore folkloristica, del tutto inoffensiva e incapace di incidere sui processi decisionali che riguardano le nostre vite e il futuro di questa terra.

In Sardegna cominciano ad apparire movimenti che, richiamandosi ad un’area genericamente “identitaria”, mutuano gli slogan della Lega di Matteo Salvini e Casa Pound con tutto il loro bagaglio di intolleranza e razzismo. Queste organizzazioni, ancora minoritarie, utilizzano una strategia che, se incontrastata, condurrà ad una inevitabile frantumazione dell’indipendentismo, facilitando l’ascesa di una destra xenofoba e per vocazione scollegata dagli interessi dell’isola e, al contrario, interessata a salvaguardare l’unità dello Stato italiano e i suoi affari sul nostro territorio, a cominciare dalla presenza dei poligoni militari e della fabbrica di armi di Domusnovas, funzionali alla difesa dello Stato dalla fantasiosa invasione islamica.

Il ragionamento si completa nel momento in cui assistiamo ad una preoccupante sequela di dichiarazioni che arrivano da destra a da sinistra, dai sindacati e persino dai tanti sindaci che, invece di presidiare il territorio, si abbandonano ad una difesa incondizionata dei poligoni militari, della fabbrica di mine antiuomo così come, negli anni sessanta, si difendeva l’industrializzazione selvaggia della nostra isola in funzione dei posti lavoro che questa avrebbe creato, nonché della molto meno nobile causa della creazione di un bacino elettorale ad uso e consumo dell’allora sinistra italiana. Contraddizioni infami, finalizzate a tenere in piedi il sistema di dipendenza politica ed economica ad appannaggio di una borghesia compradora che negli ultimi venticinque anni ha letteralmente ridotto in ginocchio questa terra, contribuendo al rafforzamento del complesso apparato di potere coloniale italiano.

Ecco, dunque, cosa ci unisce per intraprendere un percorso comune: la critica alla globalizzazione, ai modelli dell’austerità imposti dall’Unione Europea che rendono la Sardegna una periferia marginale oggetto di sfruttamento economico e militare.

Ci unisce l’idea di una società dove la giustizia sociale, i diritti civili individuali e collettivi, il diritto ad una vita dignitosa, devono essere messi davanti a quelli del profitto e dell’egoismo del turbo capitalismo.

Ci uniscono le tante lotte che molti di noi hanno combattuto fianco a fianco contro lo sfruttamento del territorio e il furto delle risorse, contro l’idea dello Stato di rendere la Sardegna una discarica ad uso e consumo delle multinazionali italiane ed europee, un luogo dove smaltire rifiuti di ogni genere, dove installare impianti di stoccaggio di scorie radioattive e persino basi nucleari.

Ci unisce l’idea che questa terra non debba più essere considerata una terra di conquista. Ci unisce l’idea di affermare un principio di sovranità e autodeterminazione dei territori, sulla base delle loro reali necessità. Ci unisce il rifiuto della guerra, dell’occupazione militare. Il rifiuto che il nostro territorio sia luogo di sperimentazione di armi poi impiegate nei conflitti bellici (si pensi alla guerra in Iraq, in Siria, in Palestina o nello Jemen, per fare alcuni esempi concreti).

Ci uniscono lotte e valori che ci portano ad avere consapevolezza che le battaglie nelle quali siamo stati spesso fianco a fianco fanno parte di uno scontro che vede contrapposti gli interessi della Nazione Sarda, gli interessi di questo Popolo e quelli dello Stato italiano, che mai potranno trovarsi su uno stesso piano.

Ciò che dovrebbe costituire la piattaforma di partenza di un percorso politico comune è la consapevolezza che la giustizia sociale e l’idea della costruzione di una società più equa e più giusta passa attraverso l’affrancamento del Popolo sardo dal colonialismo italiano.

È ad un progetto plurale, progressista e democratico che dovremmo guardare con la consapevolezza della complessità di una sfida che ci deve portare a guidare il processo di cambiamento della nostra società. Questo specialmente oggi che tutti i partiti, da destra a sinistra, cercano di appropriarsi di termini quali sovranità, autodeterminazione e persino indipendenza.

In un momento storico nel quale tutto il dibattito politico è caratterizzato dalle tematiche e dalle battaglie storiche dell’indipendentismo, o noi ci rendiamo capaci di guidare il processo di cambiamento, o i partiti italiani riusciranno a ricondurre il malcontento popolare nell’alveo dell’autonomismo. Mutano pelle perché fiutano l’aria del cambiamento popolare per imbrigliarlo e imbavagliarlo e trarne il massimo vantaggio elettorale.

Il nostro deve essere un progetto politico capace di guardare oltre le scadenze elettorali, che parta dai territori, che scaturisca dalle esigenze delle nostre 377 comunità, che scaturisca dalle lotte reali e che sappia andare oltre l’idea di un semplice spazio di dibattito politico per costruire invece una campagna di lotte comuni necessarie ad affrontare la sfida del cambiamento. Non bisogna avere paura delle scadenze elettorali ma occorre saper costruire l’alternativa politica di governo di quest’Isola, se davvero si intende guidare un reale processo di emancipazione e di liberazione di questo Popolo.

I capisaldi di questo percorso comune non possono che essere il diritto di decidere della Nazione Sarda, il suo diritto all’autodeterminazione e la volontà di creare i presupposti per una vita migliore, per ridare dignità a ciascun individuo, dove sovranità, autodeterminazione e indipendenza non siano parole astratte sulle quali sacrificare il diritto ad una vera giustizia sociale ma principi attraverso cui affermare l’inscindibilità della lotta per l’emancipazione sociale dalla lotta di liberazione nazionale.

Sulla querelle “festival letterari” in Sardegna

di Daniela Piras

Ho seguito con attenzione la discussione relativa ai festival letterari e alla letteratura in sardo assente nell’ambito di alcuni importanti eventi. Il dibattito riveste oggi una grande importanza, a mio avviso, dovuta al particolare momento culturale che la cultura sarda sta vivendo, attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia e ci aiuta a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro, tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta, ed è questo il punto: cosa ci rappresenta davvero, oggi?

Ho letto i diversi interventi e li ho trovati tutti molto stimolanti, mi hanno fatto pensare e mi hanno fatto interrogare su alcune questioni. Mi sono chiesta se io posso considerarmi, a pieno merito, una esponente della letteratura sarda o se, mio malgrado, devo ritenermi esclusa d’ufficio, per via dell’utilizzo esclusivo della lingua italiana nei miei scritti, se il raccontare la Sardegna mi dia una collocazione di scrittrice sarda o se, a prescindere dai temi, devo essere classificata come scrittrice italiana avente la sola residenza in Sardegna.

Credo che la questione centrale sia quella dell’insegnamento scolastico della lingua sarda. Finché le persone come me, madrelingua italiane, utilizzeranno solo saltuariamente la lingua sarda, nelle sue espressioni più caratteristiche spesso sintetizzate in poche battute, è normale che la lingua, quella con cui scrivere e, di conseguenza, quella da leggere, sarà l’italiano. La questione principale è che con la lingua, con qualsiasi lingua, bisogna familiarizzare e, nel nostro contesto quotidiano, nel quale la lingua sarda è relegata ad aneddoti della tradizione, all’oralità, a specifici contesti culturali, è praticamente impossibile restarne contaminati. Qualcuno potrebbe sostenere che “basta studiarla, come tutte le altre lingue”, ma io credo che questo, in Sardegna, non basti. Ho partecipato al programma Erasmus e ho vissuto per quasi un anno in Francia. Studiavo il francese, seguivo le lezioni universitarie in francese e, quando camminavo per strada, leggevo e sentivo parlare il francese ovunque. Ero circondata e allo stesso tempo immersa in quella lingua e, dopo qualche mese, quando mi sono ritrovata a pensare in francese, ne sono rimasta molto scossa. Qui in Sardegna, a casa nostra, è diverso. Il sardo non si trova in ogni angolo, non basta studiarlo a casa, quello che manca è un luogo fisico dove poterlo sperimentare e vivere a pieno. Il paradosso è proprio questo: il sardo, in Sardegna, è considerato non essenziale, spesso inutile e facilmente sostituibile con l’italiano.

La nostra lingua, una delle nostre ricchezze principali, ha bisogno di trovare gli strumenti, attraverso la volontà politica, per non estinguersi; strumenti come gli uffici linguistici, i quali dovrebbero trovare posto in tutti gli uffici dei piccoli centri, come le manifestazioni di interesse storico – linguistico che dovrebbero essere legate al territorio ma anche aperte a un confronto non solo con l’esterno dell’isola ma anche all’interno, con il fine di placare le polemiche legate alle diverse parlate e ai diversi costumi che altro non fanno che creare ostacoli strumentali e politici che paiono insormontabili. Se ne parla troppo, di lingua sarda, e si parla troppo poco il sardo.

Se tutti i difensori della lingua sarda si impegnassero a parlare in sardo il più delle volte, con la maggior parte delle persone, invece di preoccuparsi, troppo spesso, di tradurre di continuo anche parole la cui interpretazione non lascia spazio ad equivoci (cosa che purtroppo vediamo troppe volte anche nella stampa locale), sarebbe un gran passo avanti. Se chi si sforza di parlare in sardo non ricevesse smorfie ed espressioni di disappunto da parte degli “esperti conoscitori” che ascoltano e che accusano i caparbi parlatori di “storpiare” la lingua, sarebbe certamente più motivato e più propenso nel continuare a provare a parlarlo e, di conseguenza, ad impararlo. Se si riuscisse ad attivare un processo politico, culturale e sociale che portasse ad ottenere una scolarizzazione in sardo, che portasse ad insegnare la lingua sarda nelle scuole, tra qualche anno ci sarebbero moltissimi sardi fieramente bilingue, effettivamente padroni di entrambi gli idiomi. Non è un percorso impossibile, basterebbe mettere in atto delle politiche che non avessero come unico scopo quello di “salvaguardare” il sardo ma quello di mettere in circolo le parole e di farle entrare nella vita di tutti i giorni. A quel punto il passo successivo, e naturale, sarebbe quello che permetterebbe, ad ognuno di noi, di avere la possibilità di scegliere se scrivere in sardo o in italiano, se parlare di Sardegna in italiano, o se parlare di paesi orientali in sardo. Il punto centrale è creare sardi padroni della propria lingua, che siano in grado perfettamente di leggere, e capire, il sardo quanto l’italiano e per cui la decisione di leggere un libro in una lingua o nell’altra, e di conseguenza di scrivere, diverrebbe semplicemente una questione di scelte.

Tornando ai festival, non c’è da stupirsi se spesso la Sardegna, e i libri in sardo, non trovino spazio. Finché non sentiremo vicina la nostra lingua e i nostri autori, è normale che sia così. I festival si chiameranno “sardi” solo perché si svolgeranno in comuni sardi, ma per avere un vero festival della letteratura sarda dobbiamo far in modo di sentire la lingua sarda davvero come “la nostra lingua” e non come qualcosa da tutelare, non come se fosse una specie protetta. Quando questo avverrà sarà naturale vedere autori sardi che presentano i loro libri in lingua italiana, e che secondo me rientrano a pieno titolo nella letteratura sarda, e autori sardi che parlano dei loro libri in lingua sarda.

Occorre ripartire da noi, vedere attentamente chi siamo e cosa abbiamo da dire, e da raccontare, in quanto sardi, perché a volte ciò che sfugge è proprio questo, io credo che prima di pensare a nomi altisonanti da invitare, da salotto televisivo, ci si dovrebbe domandare chi ha effettivamente qualcosa da raccontare, che possa farci viaggiare con la fantasia, divertirci, farci pensare, altrimenti un festival letterario si riduce ad uno spettacolo che ha il solo scopo di attirare il maggior numero di persone possibili, né più né meno come una sagra.

È cruciale capire cosa vogliamo essere, prima di tutto, se sardi o se italiani abitanti in un’isola per solo caso. Dovremmo iniziare a sentirci coinvolti in prima persona, perché la lingua sarda è un patrimonio comune di tutti, e non solo di chi scrive o di chi ama leggere, e a tutti dovrebbe interessare la sua tutela e la sua valorizzazione. Dovremo interrogarci su quanto sia normale che la letteratura in sardo resti esclusa da uno dei maggiori festival organizzati in Sardegna. Il fatto che se ne parli è positivo, in ogni caso. Io ho la speranza di vedere, negli anni a venire, un’apertura maggiore verso gli autori sardi nei festival storici, e anche di vedere nascere altri festival, ai quali possano partecipare ospiti internazionali e italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna.

Festival di Gavoi? Sena limba sarda e duncas sena Sardigna

Nella foto Francesco Casula
di Francesco Casula

Festival di Gavoi? Sena limba sarda. E, duncas, sena Sardigna.

Anche quest’anno, il Festival di Gavoi, sarà senza Limba: parlerà tutte le lingue del mondo ma non quella sarda. Così come in quelli precedenti infatti è stata rigorosamente esclusa la letteratura in Sardo. Ed è spiegabile solo dentro un’ottica biecamente italocentrica ed esterofila.
Vanno bene gli scrittori “stranieri” e italiani e anche quelli sardi in lingua italiana: peraltro, sempre i soliti noti.

Ma perché escludere la letteratura in limba?
Perché ha prodotto poco? Ma anche dato e non concesso che la lingua sarda abbia prodotto poco, si poteva pensare che un cavallo per troppo tempo tenuto a freno, legato imbrigliato e impastoiato potesse correre e correre velocemente? E non dice niente a Fois e agli organizzatori del festival di Gavoi la produzione in sardo degli ultimi trent’anni ma segnatamente degli ultimi dieci? Eccola: nei primi dieci anni (1980-1989) le pubblicazioni sono state 22, fra cui 11 romanzi; nei secondi dieci anni (1990-1999) le pubblicazioni sono più che raddoppiate: dalle 22 del primo decennio passano a 57; nei terzi dieci anni (2000-2007) le opere narrative in sardo sono ben 107. E parlo solo di quelle censite. Molte delle quali di gran vaglia. Certo, la lingua sarda, deve crescere. Ma sta crescendo: ha soltanto bisogno che le vengano riconosciuti i suoi diritti, che le venga riconosciuto il suo “status” di lingua, e dunque le opportunità concrete per potersi esprimere, oralmente e per iscritto, come avviene per la lingua italiana. E per poter essere conosciuta e apprezzata: il festival di Gavoi poteva essere una formidabile occasione in tal senso.

È stata brutalmente censurata. Perché?
Probabilmente perché Fois e gli altri organizzatori del festival non credono a una produzione letteraria in limba che esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come autorevolmente è stato scritto. E dunque non credono ad Autori che –ha sostenuto il compianto Antonello Satta- “sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”. Dimenticandosi, fra l’altro, che a riconoscere una Letteratura in limba è persino “uno straniero”: un viaggiatore francese dell’800, il barone e deputato Eugene Roissard De Bellet che dopo un viaggio nell’Isola, in “La Sardaigne à vol d’oiseau” nel 1882 scriverà: “Si è diffusa una letteratura sarda, esattamente come è avvenuto in Francia del provenzale, che si è conservato con una propria tradizione linguistica”
Bene. Marcello Fois e gli altri sodali sono liberi di pensarla così. Ma almeno dovrebbero sapere e convenire che l’idea di una letteratura italiana che comprenda esclusivamente le opere scritte in italiano può considerarsi ormai tramontata. Il concetto stesso di letteratura italiana si è dilatato sino a comprendere l’insieme delle opere scritte in tutto il territorio dello Stato italiano, indipendentemente dal codice linguistico utilizzato. Pertanto le letterature “regionali”, un tempo considerate minori, sono diventate le diverse componenti di un quadro “nazionale” più vasto. Ciò che sostanzialmente deve essere riconsiderato è il rapporto fra il “centro” e le “periferie”, dal momento che – come scrive in “Geografia e storia della letteratura italiana”, Carlo Dionisetti, il principale teorico di questi studi,- “La storia della marginalità reca un contributo essenziale alla storia totale in costruzione, perché si manda lo storico, senza tregua, dal centro alla periferia e dalla periferia al centro”. In tal modo, finalmente i fenomeni letterari possono essere considerati per il loro valore artistico, estetico, storico e culturale e non in base a un sistema linguistico. Oltretutto la furia italiota, italocentrica e cosmopolita gioca brutti scherzi: le star letterarie straniere vanno bene, ma escludere gli scrittori sardi in limba è segno di becero provincialismo non di apertura al mondo. 
Ma del resto, non sono forse stati scienziati come Einstein e scrittori come Honorè de Balzac e Tolstoj – per non parlare dei nostri Giuseppe Dessì e Cicitu Masala- ad affermare “Descrivi il tuo paese e sarai universale”?

Lìmba sarda

Legge elettorale e sciovinismo italiano

di Andrìa Pili

Riguardo la legge elettorale il M5S si è rivelato ancora una volta come un populismo di Destra, riguardo i toni con cui ha discusso l’emendamento per estendere il proporzionale su base statale anche al Trentino Alto Adige, voluto dalla nota sciovinista italiana antitedesca Micaela Biancofiore (andatevi a leggere il resoconto stenografico del suo discorso parlamentare QUI, c’è da vomitare).

“Noi oggi stiamo discutendo, cercando di emendare e modificare, ma stiamo discutendo una legge elettorale proporzionale per l’Italia, per il Paese Italia (…) È come se il Trentino Alto Adige non fosse quasi Italia. Ora, io penso, anzi, sono orgoglioso del fatto che il Trentino Alto Adige sia Italia e, proprio per questo, penso che dovremmo capire come mai una legge elettorale che dà dei diritti agli italiani nell’esercizio del loro voto sia diversa per una piccola area del nostro territorio italiano (Riccardo Fraccaro).

“Far saltare tutto per il Trentino Alto Adige”
(Beppe Grillo);

“Da irresponsabili far cadere la legge elettorale per colpa del Trentino” (Roberto Fico).

Insomma, una questione seria – come la rappresentanza delle “minoranze linguistiche” in Parlamento, io direi il riconoscimento della presenza di nazionalità altre rispetto a quella italiana, è stato trattato o come un privilegio o come una piccola questione di cui si può fare a meno.

Anche MDP e Sinistra Italiana hanno votato l’emendamento Biancofiore, il quale ha fatto saltare l’accordo tra il PD e il M5S sull’approvazione di una legge elettorale condivisa. Chiaramente al PD interessa solo mantenere il rapporto di alleanza con il Sudtirol Volkspartei e la discussione pro o contro questo emendamento si è soffermato sui collegi uninominali che garantiscono a questo partito di fare incetta di deputati nella provincia di Bolzano (4 su 4 “per tradizione, e ora per diritto” secondo il deputato di SI Kronbichler, il quale fu eletto nel 2013 grazie alla coalizione con SVP e PD, malgrado SEL avesse preso solo il 3.8% in Trentino Alto Adige, mentre i nazionalisti di Die Freiheitlitchen non ebbero alcun deputato pur con l’8% dei voti… per dire, ogni legge elettorale è criticabile). Per quanto ciò possa essere discutibile, ritengo molto più grave “risolverlo” in negativo, cioè favorendo – nella provincia di Bolzano – un candidato il cui partito supera il 5% in tutto lo Stato contro uno, entro il partito riferimento principale della comunità tedesca, che nello stesso prende almeno il 45% dei voti.

Polìtica

I sardi non sono ospitali con chi li sfrutta

Agostino Peru interviene durante la manifestazione “A Foras Fest” il 2 giugno 2017 – foto di Giovanni Salis
di Agostino Peru (FIU)

Sardegna, un’isola al centro del Mediterraneo per i più, una regione dell’Italia come ci hanno insegnato a scuola, un’isola del piacere e parco giochi per tanti turisti, spiagge bellissime, paesaggi mozzafiato, alberghi villaggi e residence extralusso, popolata da persone ospitali e gentili poco civilizzate che farebbero di tutto per lasciare un bel ricordo nella memoria del vacanziere di turno, ma dietro questa serie di luoghi comuni c’è molto di più.
Un’isola lacerata, in ottica militare facile da controllare, porto e discarica della Nato e di qualsiasi cosa rappresenti un peso per l’italia, che nel tempo ha ospitato: scorie, rifiuti di vario tipo, ha subito un’industrializzazione intensiva e una deforestazione selvaggia, e come ciliegina sulla torta la trasformazione da parte dell’alleato atlantico in un mega complesso militare che comprende il 67% delle installazioni militari dello stato italiano che dalla Gallura fino ad arrivare alla punta più a sud della nostra terra colleziona una miriade di installazioni militari di qualunque tipo: porto per sommergibili atomici, depositi, poligoni di tiro, aeroporti militari, basi per sperimentazione di razzi e infine il fiore all’occhiello dell’occupazione NATO il poligono sperimentale più grande d’europa situato nel salto di Quirra.


Industrializzazione, disoccupazione, sfruttamento del suolo del mare e dell’aria, discarica, occupazione militare Nato ed esercito italiano, repressione.


Tutto ciò come può continuare a farvi vedere la Sardegna come una regione dello stato italiano? Il risultato di questa operazione non lascia dubbi, siamo palesemente gli abitanti di una colonia.
Isola del piacere, abitanti pochi e ospitali, ci hanno drogato di luoghi comuni per convincerci che eravamo in torto e lasciarli agire indisturbati.
Non si aspettavano dopo tutta la repressione che ha subito la nostra terra che un giorno avrebbero trovato noi, hanno fatto terra bruciata ma si son dimenticati che il fuoco sotto la cenere continua ad ardere e alla fine esplode, e no, non siamo ospitali con chi devasta e sfrutta i nostri territori e la nostra gente, non rispettiamo, non elogiamo e non predichiamo la pace con chi fa la guerra nella nostra terra e no, non abbiamo mai sopportato i dominatori, chi tenta di passare sulla testa del nostro popolo.

Questo non è il giorno in cui festeggiamo la festa della vostra maledetta repubblica, il 2 Giugno è il giorno in cui ci avete condannato, stavolta ricordatevi di questo 2 giugno come il giorno in cui vi abbiamo dichiarato guerra.

Anticolonialismu