Chi ha paura di sa DIE? di Francesco Casula

Sa DIE, come Festa nazionale del popolo sardo, unica nostra Festa “non ottriata”, nel corso degli anni è stata via via depotenziata: e non solamente per gli investimenti finanziari viepiù ridotti. Da parte poi della Regione sarda e delle Istituzioni è stata sostanzialmente azzerata, cancellata.

Probabilmente l’opera di studio, ricerca, confronto, sensibilizzazione che vi è stata nei primi anni, dopo l’istituzione nel 1993, ha spaventato soprattutto la politica.

Così la “Festa” da occasione di studio e di risveglio identitario si riduce nel tempo a rito formale e liturgia vuota: con l’Amministrazione Soru viene annacquata e svuotata  dei significati storici e simbolici più “eversivi”; la Giunta di Cappellacci la stravolge del tutto: viene addirittura dedicata alla Brigata Sassari! E Pigliaru, la seppellisce definitivamente. 

L’attuale Giunta ha altro cui pensare: equilibri di potere. 

Ma fin dai primi anni, dopo la sua istituzione, soprattutto da parte di certa intellettualità, se non ascara certo culturalmente subalterna, ai paradigmi storici e storiografici italici, sono state avanzate riserve in merito alla “forza” dello stesso Evento del 28 aprile del 1794:

1. Sarebbe stata “robetta” quello di “cacciare” 514 piemontesi, savoiardi e nizzardi. Dimenticandosi che lo stesso numero è enorme: Cagliari aveva allora 20.000 abitanti, duncas sulla groppa di ogni 40 cagliaritani pesava un parassita che ruotava intorno al vicerè, arrogante e prepotente.

2. Sarebbe stata sostanzialmente una “congiura” de unu grustu de burghesos, antzis de bator abogadeddos, illuministas. Guarda caso, tale ipotesi, combacia esattamente con le posizioni degli storici filo sabaudi come Giuseppe Manno e Vittorio Angius, che, appunto, avevano parlato di “congiura”!

3. I sabaudi sarebbero comunque ritornati dopo qualche mese. Questo è vero. Ma che significa? Dopo la Rivoluzione francese si afferma un despota come Napoleone. E dopo la caduta del Corso si restaurano in tutta l’Europa regimi autoritari, assoluti e liberticidi. Ciò significa negare valore all’Evento dell’89? Chi fa questa obiezione non sa o non capisce che la storia non ha un andamento lineare e rettilineo, ma rinculi e ritorni all’indietro, cadute e regressioni.

In realtà personaggi e intellettuali di valore e diversa provenienza culturale e politica (da Lussu a Lilliu a Maria Rosa Cardia) riconoscono e sostengono l’importanza di quell’evento e di quella temperie culturale e politica in cui si radica la Sardegna moderna, in cui si afferma e si sedimenta una nuova consapevolezza e coscienza da parte dei Sardi.

Questi infatti dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a piegare la schiena, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo abituati a abbassare la testa, sopportando ogni tipo di prepotenza, umiliazione, sfruttamento, sberleffi e prese in giro, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di orgoglio, si ribellano e alzano la testa, raddrizzano la schiena e dicono basta! 

E voglio precisare che “quelle temperie culturale e politica” non abbraccia – come si suole comunemente affermare – il cosiddetto triennio rivoluzionario (1794-96) ma più che un trentennio rivoluzionario: dal 1780 (rivolta di Sassari contro il governatore Allì di Maccarani ) al 1812 (Rivolta di Palabanda). 

E allora?

Allora, al di là dei pretesti sulla “debolezza” dell’Evento o altre tontesas, la verità è che sa DIE dà fastidio. È una festa “pericolosa” e “sovversiva”. Anzi:eversiva. Perché può mettere in crisi i compromessi e gli equilibri di potere prima ancora che i paradigmi culturali e politici di tutti i partiti che dominano la Sardegna: del centro sinistra come del centro destra. Di ieri come di oggi.

Per questo l’hanno, di fatto cancellata.

Antifascisti si. Tricolori no. Per una nuova resistenza  – di Matteo Murgia (Su presidenti)

Iniziamo con il chiarire una cosa: Ho un grande rispetto per i Partigiani che hanno dato la vita per garantirmi la libertà, per quelli di ieri, di oggi e di domani. 

E odio gli indifferenti come li odiava il mio “Partigiano” preferito:  Antonio Gramsci. 

Ne ho anche, in misura minore, per quelli che lo sono diventati nel 1943 dopo la caduta di Mussolini e lo scioglimento del partito fascista. 

Quelli che lo sono diventati nel 1948, invece, mi fanno abbastanza schifo. 

Chiarito questo devo però cambiare argomento perché ieri, nel mio post (il 23 aprile sul profilo fb di Matteo Murgia, N.d.R.) appunto, parlavo d’altro, quando affermavo che l’iniziativa dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, ovvero cantare Bella Ciao sventolando dal balcone il tricolore, è una buffonata. 

Benissimo ha fatto invece L’ANPI a rivendicare il diritto di poter portare una corona di fiori in memoria dei caduti durante la Resistenza, nonostante le restrizioni alla circolazione che ci sono state imposte in questi mesi.

Ma ieri parlavo d’altro ed un commento di un mio contatto recente, preziosissimo, aggiungeva che oltre che una buffonata questa iniziativa ha il sapore di una beffa, cogliendo in pieno il sentimento che mi ha spinto a prendere una posizione così pesante nei confronti dell’ANPI odierna.

E con questo non voglio certo negare il lavoro importante svolto dalla stessa nelle scuole, ad esempio, per tenere viva la memoria dei tantissimi ragazzi che hanno dato la vita per combattere e per garantirmi e garantirci la libertà. Ma oggi mi chiedo anche se l’attacco più forte degli ultimi settant’anni a quella stessa libertà non sia quello iniziato due mesi fa costringendo milioni di italiani agli arresti domiciliari. 

Quindi se oggi “attacco” l’ANPI 2.0 non significa affatto infangare la memoria dei Partigiani di ieri bensì, dal mio punto di vista, difenderne la memoria dalle “buffonate” di oggi. Memoria che da quando ho vent’anni difendo nelle piazze contro gli attacchi di chi, in nome di una stronzata colossale, vorrebbe accostarli ai “bravi ragazzi” della repubblica di Salò, spesso ben difesi dalla polizia in assetto antisommossa. 

Se oggi dovessi attaccare il vaticano perché in due mesi non ha cacciato fuori un soldo, questo non significa che non riconosca il lavoro che fa la Caritas per aiutare chi ne ha bisogno e, se non capite questo banale esempio, queste righe non le sto scrivendo per voi.

Ci stiamo avvicinando sempre di più ad uno stato di polizia, ma io non ho letto nessuna posizione dell’ANPI di Cagliari su questi elicotteri che volano sopra la città terrorizzando i cittadini Cagliaritani. 

Su quello che sta succedendo nel “resto della penisola” non mi addentro perché la finirei tra due giorni. 

Festeggerò il 25 aprile facendomi una passeggiata nel mio paese, usando come autocertificazione una bella Bandiera Rossa di Piero Murgia, l’unico educatore che vorrei e che sarebbe stato al mio fianco in questo atto di disubbidienza. 

E farò lo stesso il 28 Aprile con la bandiera Sarda per ricordare la cacciata dei Savoia dalla nostra Nazione.

Lo farò anche perché una delle fortune della mia comunità sulcitana è che il comandante della caserma dei Carabinieri, ed i suoi colleghi, sono tra le persone più ragionevoli che conosco a Giba. 

Altrimenti saranno due semplici multe illegittime e anticostituzionali.

Perché la memoria va coltivata, cari amici, e a me la memoria non m’inganna. E mi preparo ad una nuova e più pericolosa resistenza.

Una mattina, mi son svegliato, o Bella Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao, una mattina, mi sono svegliato, e ho trovato l’invasor.

Su Presidenti vi abbraccia, da un metro di distanza.

La Quarantena in sardo – di Alessandro Mongili

Nella seconda settimana di quarantena, considerando il fatto che questo è un momento in cui molte persone stanno imparando a usare piattaforme come Skype, insieme a Isabella Tore e altri amici abbiamo pensato di lanciare una idea, che è diventata subito una pratica quotidiana.

L’idea è quella di condurre ogni giorno una conversazione in sardo, libera in quanto ad argomento. Ogni pomeriggio, alle 19.00, basta entrare nella pagina Facebook Rexonadas in sardu in Skype, cliccare sul link alla conversazione Skype, e seguendo le istruzioni entrare nella conversazione. D’altronde, si può accedere alla conversazione a qualsiasi ora, se si trova gente, o perfino aprirne un’altra, magari tematica, se si vuole sviluppare un argomento, partendo stavolta da Skype e incollando il link del collegamento alla conversazione sulla pagina Facebook. Per ora, però, questa modalità non ha avuto successo e tutti vogliono entrare nella rexonada principale. Così come sinora nessuno ha proposto o introdotto altre piattaforme al di fuori di Skype, tutte cose possibilissime e gradite. L’iniziativa è aperta a ogni sperimentazione.

L’unica consegna, è parlare in sardo. Fino a ora ci sono già 120 persone nel gruppo. Però le persone che sinora si sono impegnate a usare i link e accedere alla conversazione non sono più di venti. Partecipano alla conversazioni moltissime persone che non risiedono in Sardegna. La cosa più significativa è che le persone parlano il sardo in tutte le varianti e si capiscono completamente. In secondo luogo, c’è un apprendimento continuo di parole che appartengono ad altre varianti. Ma forse la cosa più importante è che in un clima inclusivo e non giudicante, le persone parlano liberamente in sardo senza troppa vergogna per la qualità della loro competenza linguistica, e imparano. Bolotanesi di Malta, trataliesi di Cork, cagliaritani, nuoresi, oristanesi e sassaresi, da Barcellona o da Posada, eccoci tutti a condividere una lingua. Giovani, uomini e donne fatte o pensionati. È una bellissima esperienza, anche umana, in cui alla comunicazione si sostituisce finalmente l’interazione.

L’idea è partita dal fatto che per mantenere il sardo occorre parlarlo. Non sempre questo è possibile nei contesti che viviamo ma, usando le reti e le piattaforme, è possibile farlo. E allora, facciamolo.

Questo strumento si sta rivelando versatile ma anche fonte continua di sorprese linguistiche, umane, e di apprendimento. In futuro, sarebbe bello se le piattaforme possano essere usate per addestrarsi a usare il sardo anche in conversazioni fra una persona competente in modo attivo e una persona competente solo passivamente, proprio per superare il blocco che molti sardi possiedono nell’esprimersi nella nostra lingua senza subire il giudizio o lo stigma altrui.

Non basta scrivere “andrà tutto bene” in un lenzuolo.  Intervista a Quilo.

Alisandru Sanna, in arte Quilo, fondatore del progetto Sa Razza Posse che poi uscì ufficialmente nel ’92 con due singoli incisi su vinile per la century Vox che al tempo era l’etichetta numero uno in fatto di rap nella penisola. Fra i protagonisti del progetto “Maloscantores” con cui RAP in SARDO tocca punte molto elevate.  Oggi gestisce la factory nootempo e suona insieme all’artista sardo Randagiu sardu. Oltre alla musica si occupo di comunicazione visiva (grafica, design e produzione media), campo nel quale ha sempre lavorato sia come dipendente che come autonomo. Ha anche sempre partecipato attivamente al dibattito politico indipendentista dapprima con la prima e la seconda IRS, oggi come indipendente.

  • Che effetti avrà la pandemia sul lavoro degli artisti sardi?

Saludi a totus is fradis e sorris sardus. Viviamo certamente tutti un dramma senza precedenti. Un virus, del quale sembra che pure gli scienziati non sappiano molto, ha piegato questo mondo iper-consumista e fortemente globalizzato. Gli Artisti, come altre categorie meno “fortunate”, oggi sono letteralmente annientati.

Al netto delle performance da balcone o qualche altra iniziativa, che sta sfumando giorno dopo giorno, l’artista ha bisogno del pubblico per poter lavorare. Musicisti, cantanti, ballerini, dj’s, addetti ai lavori, compagnie teatrali, service audio luci, tecnici insomma tutti gli operatori dello spettacolo e quindi della Cultura sarda sono fermi.

La cultura inoltre è direttamente collegata alle sagre, alle feste paesane, agli eventi piccoli e grandi e quindi anche al Turismo completamente devastato. L’emergenza sanitaria, data anche da una Sanità disintegrata da tagli scriteriati, ha colpito al cuore quindi anche la musica e l’arte. Gli effetti lavorativi sono gravi, I big della musicasicuramente hanno più possibilità mentre i piccoli indipendenti sono alla fame e non credo di esagerare. Il ministro della cultura, l’assessore alla cultura dove sono? Hanno forse espresso qualche soluzione?

  • Gli artisti dovrebbero essere una voce critica. Eppure ben pochi hanno avuto da dire sulla gestione della crisi da parte di Stato e Regione. Perché?

In effetti con mio dispiacere ho notato anche io questo “stare buoni”. In molti magari non hanno ancora preso coscienza della situazione. Essere critici, stare attenti è doveroso. Un artista è una voce libera della società. Io poi ho una mia visione dell’arte e della musica e non pretendo che tutti abbiano la stessa.  Ho visto un certo adeguamento in alcuni, in altri la stanchezza e la preoccupazione. Io sono arrabbiato, deluso e frustrato.

Mi sento come se tutto stia per crollare. Nel mio piccolo, come tanti, continuo a produrre qualcosa anche se è difficile monetizzare con delle canzoni indipendenti in streaming. Io non mi allineo e non voglio adeguarmi ad un pensiero etero diretto. Non credo nella speranza come forma di imbonimento sociale. La speranza (in quel senso) è una trappola, sposo il discorso di Monicelli. Credo di più nell’agire, nel fare, nel costruire e nel fallire ma non resto a sperare che le cose passino così senza dire nulla. Gli Artisti sardi dovrebbero ora unirsi davvero e far sentire la propria voce con proposte, con la loro testimonianza. Non basta scrivere “andrà tutto bene” in un lenzuolo. Sono molto realista anche se certamente mi auguro il bene ma voglio, vorrei fare qualcosa di utile. Gli Artisti sardi sono tanti e sono molto capaci. Non si può vivere senza arte, senza musica, senza spettacolo, senza teatro, senza cultura. Mi fa paura una società del genere. L’arte è alla base della vita stessa. Senza salute si rischia è vero, ma come può un sano non ammalarsi in questa condizione assurda?

  • Cosa lascerà questa pandemia (e soprattutto le drastiche misure prese dal Governo) alla Sardegna e ai sardi?

Non sono un politico, né un virologo o un analista. Il mio compito da artista è raccontare la vita quella stessa vita che oggi è Sospesa. Io sono molto preoccupato per come si stanno evolvendo le cose. Se non troveremo la strada verso la riapertura graduale la vita stessa sarà negata. In tanti dicono e urlano presi dal panico che meglio la salute; certo quello sempre e comunque ma questo non toglie che la libertà sia in pericolo e non esiste VITA senza libertà, non esiste VITA senza poter lavorare e produrre. Non esiste VITA senza l’arte e la cultura. Questa terra è forte ma nello stesso tempo è anche fragile. Non basta disegnare un infermiere che abbraccia la Sardegna quando poi fino a ieri molti sardi ahimè, si compiacevano delle nostre servitù militari o facevano inchini per ossequiare chi ci ha sempre depredato. La nostra Terra non ci ha insegnato la paura, non ci ha insegnato a denunciare il vicino che magari ha comprato solo un pacco di pasta e poco altro, non ci ha insegnato a non essere solidali.

Chi sta al governo di quest’isola deve dare ascolto a tutti, alle aziende che sono sul lastrico, agli Artisti, a chi oggi sta perdendo il lavoro anche in maniera subdola e lenta, così almeno non se ne accorge nessuno. Non c’è una strategia adeguata, magari non è facile, ma servono decisioni serie perché un’Isola come la nostra può uscirne fuori in meno tempo rispetto ad altri. Impareremo qualcosa? Purtroppo ora vedo solo paura e panico. Servono misure decise e coraggiose per l’economia sarda, oppure la Regione Sarda decide solo restrizioni più forti di quelle dello Stato centrale e per l’economia accetta perline? Dobbiamo aiutarci tutti ecco cosa dobbiamo fare.

  • La pandemia e la crisi che stiamo vivendo cambierà il modo di fare arte in Sardegna?

Questo è un punto veramente oscuro e pericoloso. Il timore di tanti artisti, dell’industria stessa dell’intrattenimento è che queste restrizioni che io considero esagerate e soprattutto disordinate possano trasformarsi in leggi e leggine che impediscano di tornare a fare musica, concerti, eventi culturali.  Potremmo lavorare in streaming? L’artista ha bisogno del pubblico e le persone hanno bisogno di evadere, di vivere liberamente il contatto con l’arte. Per me non sarebbe possibile uno scenario nel quale un artista lavori davanti a una telecamera da chissà quale studio.

Un’idea che mi fa venire i brividi. Noi artisti spesso siamo come fantasmi, come se il nostro non fosse un lavoro. Molti piccoli artisti sono costretti a lavorare, diffondere la loro arte con ritenute d’acconto. Lascio perdere i grandi VIP che sono più protetti dalle majors discografiche, dalle grandi agenzie (anche loro in ogni caso danno molto lavoro a migliaia di persone). Sono certo che si possa anche cambiare in meglio alcune cose. Forse in molti scopriranno che noi Artisti esistiamo e abbiamo una importante funzione sociale ed economica anche in rapporto alla nostra lingua, al nostro essere, alle nostre specificità. L’artista è un Artigiano culturale e va tutelato. Tutelare significa sostenerlo in questo tempo di crisi senza fare elemosine. Uno stato basato sull’assistenzialismo non avrebbe senso di esistere.

  • Come passi il tempo durante questa Quarantena?

Produco musica, studio il più possibile anche per organizzarmi meglio su ipotetici scenari futuri. Non nascondo la mia voce, cerco di fare il possibile per tenermi sveglio anche se il tempo sembra dilatato, la mancanza di Libertà si fa sentire ed a volte sono molto giù. Sento parecchi amici e ci raccontiamo i nostri punti di vista. Non ho tv da 15 anni quindi uso la rete passando al setaccio le informazioni e scartando fake news e notizie non ufficiali. Purtroppo mi manca il contatto con il pubblico, il calore delle persone. Non voglio vivere in un mondo dove la distanza sociale potrebbe diventare una triste realtà. Non vorrei che queste restrizioni possano inoltre diventare leggi e leggine nascoste per tagliare la testa alla musica stessa.

Grazie per la vostra intervista. Io non ho verità in tasca cerco solo di dire la mia come sempre. Sardigna pesa sa conca, allui su ciorbeddu toccat a battallai , aiutate sempre per quel che potete  le persone in difficoltà.

 

 

 

 

 

 

Contro la tattica dell’immunità di gregge di Matteo Renzi!

Contro la tattica dell’immunità di gregge di Matteo Renzi! – di Sardegna Rossa

La posizione di Renzi che dovremo convivere con la pandemia per «un anno, se andrà male tra due…», si fonda su un presupposto criminale: non fare il test a tutta la popolazione e su quel dato riorganizzare la società, questa è la strada obbligata per far vincere la vita. Solo con un quadro clinico completo si può pianificare in tutta sicurezza l’attività economica. Solo con questo dato si può pianificare la produzione di ventilatori per chi ne ha e ne avrà bisogno.

La tattica dell’immunità di gregge è stata adottata nei paesi imperialisti dominanti in tempi diversi e con modalità differenti a seconda dei rapporti di forza fra le classi. I ritardi criminali subito dopo che l’inizio della pandemia a Wuhan sono un momento di questa tattica.

Questa è la ragione per cui gli scienziati texani del Center for Vaccine Development al Texas Children Hospital denunciano che «un vaccino avrebbe potuto essere pronto e testato negli Stati Uniti per provare a combattere nuove, gravi forme di coronavirus quale quella che ha scatenato il dramma del Covid-19. Ma tutto si arrestò prematuramente per carenza di fondi, privati o pubblici, nei laboratori accademici, dal 2016!». Prosegue la denuncia: «il business dei vaccini, questa forse la verità più scomoda, è stato spesso considerato poco redditizio per le grandi case farmaceutiche, almeno non quanto i farmaci brevettati per trattare e curare malattie anziché prevenirle e dove di conseguenza dirigono il loro impegno. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca sono lontani dai tempi d’oro di campagne di salute pubblica, da anni sottoposti a pressioni e draconiani tagli per ridurre gli ‘sprechi” governativi» (1).

Gli scienziati texani hanno svolto una deduzione da fatti evidenti. Produrre generalizzazioni e dedurne predizioni è la caratteristica della scienza e già nella sua fondazione la medicina si pose come compito la capacità di prevenire le malattie e le epidemie. Nella seconda metà del V sec. a.C. nell’Isola di Cos, la scuola di Ippocrate come studio ineliminabile il rapporto ambiente geofisico e società umana per prevenire le epidemie. Con la conoscenza meticolosa di tutte le forze, gli elementi e gli stati che esistono in natura, il medico «non sarà incerto e non commetterà errori nella terapia…e col trascorrere del tempo e dell’anno egli sarà in grado di dire quali malattie epidemiche colpiranno la città d’estate e d’inverno» (Ippocrate, Le arie, le acque, i luoghi).

Le oligarchie parassitarie dei paesi imperialisti dominanti ogni giorno che passa commettono un crimine contro l’umanità.

La tattica dell’immunità di gregge è stata sintetizzata da David Cummings, uno dei più importanti consiglieri del governo di Boris Johnson: «l’immunità di gregge protegge l’economia e se muore qualche pensionato muore, peccato». Cummings è la punta di lancia dei fascisti nel partito Tory. Se questa politica è stata dilatata, ma non abbandonata, è per la reazione degli scienziati e delle masse lavoratrici. Cummings alla fine di gennaio fece un errore che ha spinto Johnson ad adattare la tattica sull’epidemia: assunse Andrew Sabisky, un epigono di Stewart Chamberlain il ciarlatano razzista maestro di Hitler, e ciò innescò l’opposizione. In Gran Bretagna il “socialdarwinismo” è organizzato all’interno dell’università e vi svolge la sua agitazione con i soldi pubblici. Alla fine di febbraio, quando in Lombardia si moriva per Covid-19, l’University College London (UCL) ha pubblicato “Inquiry into the History of Eugenics at UCL”, l’inchiesta su conferenze riservate sull’eugenetica tenute all’interno dell’università e con l’utilizzazione dei suoi fondi, per quattro anni di fila. L’organizzatore era un docente dell’UCL, James Thompson. Un raduno di tutte le tendenze fasciste internazionali (2). Per approfondire sulle conferenze eugenetiche vedi “Johnson’s herd immunity strategy” and the “London Conference on Intelligence whitewash: Britain’s ruling class and eugenics” di Thomas Scrips. Il governo criminale di Sua Maestà britannica invece di pianificare la produzione di ventilatori, favoriva le iniziative degli eugenetisti.

Il governo Conte, gli istituti di sanità, sulla base delle conoscenze acquisite nelle precedenti epidemie di Sars e di Mers, prendendo atto dell’epidemia a Wuhan, ha predisposto un’indagine per accertare il numero di ventilatori disponibili e pianificarne la produzione per il fabbisogno? No, si è comportata allo stesso modo di Johnson, Trump, Merkel, Felipe di Borbone e tutti i governi dell’UE. L’agitazione del sindacalismo combattivo e poi tutto il movimento di scioperi che ne è seguito ha costretto il governo a fare concessioni.

Il padronato vuole mettere fine alla lotta dei lavoratori e lavoratrici per difendersi dall’epidemia e i governatori della Lombardia e della Sardegna vogliono imbavagliare il personale sanitario che denuncia il disastro provocato dai tagli. Il bullo fiorentino [Matteo Renzi] vuole diventare la punta di lancia politica del padronato in questa offensiva genocida. Contro questa iniziativa sociopatica deve concentrarsi il massimo della lotta con tutti i mezzi possibili. Perciò il movimento degli scioperi operai si deve coordinare con l’opposizione del personale sanitario per strappare dalle mani a governo e giunte regionali la gestione della lotta alla pandemia, alla lotta per la difesa della vita. Perciò è necessario avere un quadro completo della diffusione dell’epidemia, senza un quadro completo non si può procedere con efficacia perché non si possono predisporre farmaci e strumenti per la cura. I governi genocidi contano che la stanchezza, l’isteria, la depressione, provocate dalla quarantena, annullino la capacità intellettuali delle masse e le mantengano in uno stato di rassegnazione, rotto da isolate rivolte locali e individuali disperate perché non centralizzate da un piano di lotta.

L’aristocrazia finanziaria internazionale vuole convincere sulla fatalità della pandemia, attribuendo a questa una funzione naturale neomalthusiana come sostiene R. D. Kaplan, anima nera e stratega dell’imperialismo yankee:

«Cominciamo con il coronavirus cinese, che costituisce l’evento geopolitico più significativo dalla Grande recessione del 2008-09, minaccia la reputazione e forse la sopravvivenza di alcuni regimi. Con la popolazione mondiale che sale dal 7,7 a quasi 11 miliardi di persone entro il 2100, con gli esseri umani in stretto contatto con la fauna selvatica nei paesi in via di sviluppo e con i viaggi aerei intercontinentali di passeggeri che sono aumentati a passi da gigante dalla fine della guerra fredda, le pandemie continueranno a essere un accompagnamento naturale a un mondo neo-malthusiano».

Kaplan vuole convincerci dell’inevitabile funzione malthusiana delle pandemie perché come tutti i membri della sua classe è un sociopatico e perché da un punto di vista teorico è un materialista volgare. Il materialismo volgare che giustifica l’egoismo criminale della classe dominante nasconde che la natura con lo sviluppo della specie umana, animali costruttori di strumenti (4), progressivamente diventa consapevole di sé stessa. L’arte della medicina che cos’è se non un prodotto della natura stessa? Il materialismo volgare nasconde questa caratteristica della specie umana per seminare il virus morale-intellettuale dell’accettazione della catastrofe e dell’impossibilità di arrestarla e invertire la rotta. Il fine è rendere come dato naturale immodificabile che i ricchi si salvano e le masse crepano.

Riassumendo: bisogna togliere illusione, soprattutto quelle mascherate da un linguaggio radicale, che la classe dominante o una parte di essa metta fine a quest’inferno. Il legame inscindibile tra conquista del potere e difesa della pandemia si farà sempre più chiaro alle masse che si difendono, a noi spetta dare le linee dell’azione a ogni passo in avanti che faremo con esse

Sardegna Rossa

NOTE 1) https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-scienziati-usa-vaccini-rallentati-profitti-big-pharma-e-austerita-pubblica-ADmtG6B

2)https://www.ucl.ac.uk/provost/inquiry-history-eugenics-ucl

3)https://nationalinterest.org/blog/buzz/neo-malthusian-world-coronavirus-127947

4) F. Engels “Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia” (1876) https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1876/6/pr-umani.htm

Sulla tragedia della neonata di La Maddalena deceduta durante il parto

Emanuela Cauli, portavoce del Comitato cittadino Isola di La Maddalena e attivista di Caminera Noa, interviene a seguito della tragedia della neonata deceduta che ha colpito la comunità maddalenina.

Emanuela spiega dettagliatamente la situazione e denuncia il declassamento dell’ospedale Paolo Merlo, la situazione di abbandono e di isolamento a cui sono relegati i cittadini dell’isola, i rischi a cui sono esposti i maddalenini per volontà della giunta regionale Pigliaru e di quella attuale, in complicità con il governo centrale dello Stato italiano e specialmente del Ministero della Salute.

Ciò che è accaduto non è da ritenersi una tragica fatalità, bensì l’effetto prevedibile di conseguenze di decenni di tagli della sanità pubblica in Sardegna.

Ascoltiamo il video oggi stando a casa, ma prepariamoci perché presto, molto presto, sarà il momento di fare i conti.

Coordinamento Politico di Caminera Noa

Ma quali fratelli d’Italia? L’unità ha creato solo figli e figliastri!

L’epidemia da Covid-19 ha scatenato anche una epidemia di nazionalismo e sciovinismo italiano. Sono state diverse le iniziative di gruppi e perfino istituzioni a promuovere l’esposizione di tricolori ed esecuzioni dell’inno statale italiano. Una delle poche voci critiche è stata quella del prof. Francesco Casula il cui pensiero è stato persino censurato da un noto social.

Lo abbiamo intervistato.

  • Hanno avuto un discreto successo anche in Sardegna i flash mob legati alla diffusione del tricolore e inni dello stato. La tua è stata l’unica voce critica. Puoi spiegarci il tuo punto di vista?

Non è la prima volta che intervengo sui Media e sul mio profilo Facebook in merito al Tricolore a all’Inno italiano. Questa volta, volutamente sono intervenuto affermando con nettezza e radicalità, il significato mistificatorio dei due simboli del nazionalismo sciovinista italiano.

Inizio dall’Inno “Fratelli d’Italia”. La mistificazione è già tutta dentro tale espressione: l’”Italia unita” non ha creato fratelli ma figli e figliastri, colonizzatori (Nord) e colonizzati (Sud e isole); sviluppo da una parte e sottosviluppo dall’altra.

E comentecasiat nois sardos cun sos italianos non semus frades, antzis, mancu fradiles!

Mi è stato obiettato – da parte di una brava giornalista dell’Unione Sarda che mi ha fatto un’intervista – che tutti gli Inni patriottici sono retorici e patriottardi. Persino la Marsigliese. Certo. Ma la differenza sta tutta nei contenuti.

Fratelli d’Italia è trucemente militaresco, guerrafondaio, carico di cascami di una becera “romanità” (elmo di Scipio…schiava di Roma).

La Marsigliese è un Inno rivoluzionario, moderno, che guarda a un futuro di libertà e non a un passato infame di oppressione. È rivolto contro “la tirannia, i traditori, i re congiurati, i vili despoti”.

  • Insieme all’Inno molti hanno esposto anche il tricolore. Anche questo è un simbolo alieno al popolo sardo?

Il tricolore con il popolo sardo non c’entra un fico secco. E non tanto per la sua origine: nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco e Rosso”. Quanto per i significati che ha avuto e assunto nella sua storia: ideologici, culturali e politici, come espressione del leviatano statale, nemico e ostile al popolo sardo.

Ai più giovani ricordo che solo qualche decennio fa il Tricolore e l’Inno, erano di esclusivo appannaggio dei neofascisti del M.S.I e gruppazzi affini.

Gli altri Partiti – ma segnatamente quelli della Sinistra – nei loro Congressi, Ricorrenze e Feste esibivano le loro Bandiere e cantavano gli Inni della loro storia e tradizione, specie quelli afferenti alla lotta partigiana ed operaia.

Ma tant’è: oggi tutto è cambiato: una profonda μετάνοια, antropologica prima ancora che politica, sembra aver mutato geneticamente i Partiti: ripeto, soprattutto quelli della Sinistra. Di qui – ma è solo un esempio paradigmatico – il “culto” di tale bandiera, in una sorta di union sacrée.

  • In Catalogna durante il discorso del Re, la popolazione ha fragorosamente protestato. Perché molti sardi si identificano ancora con uno stato che li opprime e li umilia in tutti i modi!

Al contrario di quello che molti pensano, i sardi – per la gran parte – hanno un’identità debole e comunque più situata sul versante folcloristico che culturale e politico: magari affermano orgogliosamente DEO SO SARDU o sventolano i Quattro Mori (anche quando non c’entrano niente), ma non hanno un’acuta consapevolezza dei loro diritti, nutrono poca coscienza e stima di sé. Sono più usi alle lamentazioni, ai piagnistei e al consenso conformistico e servile che al dissenso, alla lotta, alla partecipazione.

Nella direzione del consenso e dell’integrazione subalterna nei confronti dello stato e dei valori (e idee) dominanti si muovono, i Media, il potere economico, la Scuola, i Partiti di stato (o di regime?). Che si sono impadroniti non solo del potere politico ma anche di quello burocratico e amministrativo e culturale. Hanno occupato manu militari le Università; gli Enti di qualsivoglia genere: ad iniziare da quelli bancari. Hanno i “loro” Sindacati, ad iniziare da CGIL-CISL-UIL.

Attraverso questi Enti controllano e dirigono l’opinione pubblica, distribuiscono posti di lavoro (per la verità sempre meno, specie con la crisi fiscale dello Stato), prebende e, mance.

A fronte di tutto ciò, c’è da meravigliarsi se i catalani protestano contro il discorso del re e i Sardi cantano l’Inno e sventolano il Tricolore?

“Ci può stare” che Nieddu vada a casa: la petizione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la petizione redatta dall’avvocato e militante comunista Michele Zuddas che chiede le immediate dimissioni dell’assessore alla sanità Nieddu per palese incapacità a fronteggiare l’emergenza.

“Ci può stare” che Nieddu vada a casa: la petizione

Il popolo Sardo da qualche settimana si ritrova ad affrontare, in piena solitudine ed armato solo del sacrificio di medici, infermieri ed ausiliari, un’emergenza sanitaria senza precedenti. Alla concretezza dei Sardi fa da contraltare l’assoluta inconsistenza ed inadeguatezza del Governatore Sardo e del suo Assessore Nieddu. Il teatrino, che da qualche giorno portano avanti circa all’assenza di strumenti di prevenzione del contagio nelle strutture sanitarie Sarde, di fronte alla conta dei nuovi contagi e dei primi morti, è disgustoso ed indegno.

Alle proteste del personale medico rispondono in maniera contradditoria e offensiva dell’intelligenza di tutti noi. Pur tralasciando l’infelice affermazione “ci può stare” riferita ai contagi all’interno degli ospedali, non si può trascurare il fatto che ogni giorno forniscono l’ennesima pesudo giustificazione sull’assenza di mascherine che va dal “sono in giacenza”, “Le abbiamo richieste a Roma”, e da ultimo “le distribuiremo a tutta la popolazione”. Giusto per fornire alcuni numeri, posto che si tratta di mascherine monouso, in quest’ultimo caso servirebbero almeno 1.000.000 di mascherine al giorno.

Gli aggiornamenti quotidiani sulla diffusione del coronavirus in Sardegna confermano che il 50% dei contagiati appartiene al personale medico/sanitario degli ospedali, lasciati soli dalla politica regionale, destinatari di diffide a tacere le inefficienze del sistema, e privi degli strumenti di prevenzione del contagio.

Il Governatore della Sardegna prima invoca Sant’Efisio e poi supplica il battaglione della Brigata Sassari.

Ebbene, come promotore della raccolta firme ritengo che il politico, e nel caso specifico chi ricopre ruoli di vertice nella amministrazione regionale, abbia il dovere di assumersi le responsabilità delle proprie azioni e omissioni, sia nell’ordinaria sia nella straordinaria amministrazione. Se l’errore umano può, forse, essere perdonato, ritengo non possa perdonarsi l’arroganza, la presunzione e l’irresponsabilità che ad oggi rischia di mietere vittime tra i nostri cari. L’ammissione di un errore è sintomo di possibile ravvedimento.

In questo caso non solo non vi è ammissione dell’errore ma addirittura si insinua la malafede di chi, tra gli operatori medico-sanitari, protesta per l’assenza degli strumenti di prevenzione.

L’emergenza coronavirus non può essere superata senza una visione e gestione politica seria e competente ed è assolutamente necessario chiedere le dimissioni delle persone che ad oggi non sono in grado di dare certezze e sicurezza ai Sardi.

Anche nei momenti di crisi ed emergenza, come quello che stiamo affrontando, non dobbiamo abbassare la guardia ne tantomeno rinunciare ad analizzare in maniera critica le scelte politiche di chi ci governa. Ne va del nostro futuro.

Per il momento più di 3.000 Sardi hanno raccolto l’invito.

https://www.change.org/p/regione-sardegna-chiedere-le-dimissioni-dell-assessore-alla-sanità-sarda-nieddu

Cagliari, 22.03.2020, Michele Zuddas

Foto: youth.net

L’epidemia dell’inno statale – di Francesco Casula

Il coronavirus ha fatto scoppiare un’altra epidemia: quella dell’inno di Mameli sparato a tutto volume per le strade e dai balconi, addirittura diffuso dalle camionette della protezione civile. I promotori di questa iniziativa asseriscono che così le persone si sentono meno sole e che stando uniti ci si fa coraggio in un momento difficile. Lo storico sardo Francesco Casula ha spiegato perché si tratta di un inno che offende la dignità dei sardi e delle sarde con un articolo che è stato poi censurato da Facebook. Abbiamo deciso di pubblicarlo.

 Perché aborro l’Inno Fratelli d’Italia

Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.

Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, militarista e militaresco, urtra retorico e di una “romanità” vomitevole, riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta la storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere” nell’Inno di Mameli.

Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.

Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.

Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.

Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.

Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.

Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).

Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.

Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.

Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.

Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.

Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011:  ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.

Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.

Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.

Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

ll Coronavirus e lo schifo

Emanuela Cauli, attivista di La Maddalena impegnata nella lotta in difesa dell’ospedale Paolo Merlo, aderisce alla campagna “Eja sto in casa ma non zitto/a

Sindaci disperati, medici e infermieri sul fronte che lavorano e cadono come mosche senza dispositivi di sicurezza, senza materiale, cittadini che hanno bisogno di sanità per emergenze di tutti i tipi e non sanno a chi rivolgersi…  Cosa fanno il nostro governatore e l’assessore alla sanità eletti per aver promesso il potenziamento della sanità pubblica, il nervo più sensibile e scoperto del nostro sistema sociale?

Niente, o meglio, fanno danni su danni.

Il primo si affida a Sant’Efisio dimostrando di non sapere neanche dove mettere le mani, il secondo taglia l’assistenza sanitaria dappertutto, compresi i presidi di area insulare e disagiata come il nostro e minaccia sanzioni disciplinari a medici e operatori che denunciano la situazione disperata, mettendo il bavaglio anche ai giornalisti. All’Isola di La Maddalena, dopo averci levato l’elisoccorso, con una circolare scritta in fretta e furia approfittano dell’emergenza coronavirus e depotenziano anche il p.s, in cui si potrà intervenire solo sui codici bianchi e verdi, decretando cosi la fine dell’unico presidio ospedaliero, lasciando una comunità e il personale del Paolo Merlo in balia delle onde, soli e isolati  senza alcun tipo di assistenza sanitaria.

Nessuna vicinanza, ai sardi  in un momento in cui tutti gli altri governatori regionali gridano e difendono i loro cittadini in ogni modo.

NOI RESTIAMO A CASA, ma dovevate restarci pure voi, un anno fa.

Emanuela Cauli, Giandomenico Bulciolu

Portavoce di Comitato Cittadino Isola di La Maddalena

#dimettetevi