Così la RWM mette in pericolo tutto il Sulcis

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato del Comitato Riconversione RWM, Cagliari Social Forum, Assotziu Consumadoris Sardigna, Centro Sperimentazione Autosviluppo e PCI Sulcis Iglesiente su “Fabbriche di esplosivi e incidenti: violazioni delle norme di sicurezza da parte di RWM Italia S.p.a.”, che esprime la preoccupazione e l’allarme per il disastro che potrebbe capitare ad Iglesias e comuni limitrofi in caso di incidente rilevante. Ciò è dovuto anche al fatto che il piano per la
gestione delle emergenze in caso di incidente nelle aree esterne allo stabilimento RWM Italia S.p.a. risale al 2012 ed è obsoleto, inadeguato e scaduto: 

Fabbriche di esplosivi e incidenti: violazioni delle norme di sicurezza da parte di RWM Italia S.p.a.

Alla luce del grave incidente avvenuto il pomeriggio del 20 novembre scorso alla fabbrica di fuochi artificiali Costa, in cui hanno perso la vita a cinque persone, ci dobbiamo chiedere come è possibile che una fabbrica di esplosivi ed ordigni militari, come quella di RWM Italia S.p.a. che opera in Sardegna, nel territorio di Domusnovas-Iglesias, possa ancora oggi farlo senza tener conto della salute e dei rischi alla sicurezza di lavoratrici, lavoratori e popolazioni del territorio. Quello alla fabbrica di Vito Costa e figli, in provincia di Messina, è l’ennesimo grave incidente in una fabbrica di esplosivi; in questo caso pare sia bastata una scintilla sfuggita da una saldatrice e un’esplosione devastante ha spazzato via l’impianto facendo 5 vittime. Non è certo la prima volta che accade; un incidente analogo il 14 marzo scorso aveva provocato una vittima a Gesualdo, in provincia di Avellino e un altro ancora più grave nel 2015 rase al suolo una fabbrica di fuochi di artificio a Modugno, causando la morte di 10 persone, in quel caso si parlò apertamente di violazione delle norme sulla sicurezza.

Giustamente il CODACONS chiede più controlli e ricorda che le vittime provocate da esplosioni, nelle sole fabbriche di giochi pirotecnici dal 2000 ad oggi, sono addirittura 68. Le fabbriche di esplosivi sono infatti impianti estremamente pericolosi, e sono perciò soggette a una normativa speciale che riguarda gli “stabilimenti a rischio di incidente rilevante” (normati dal decreto legislativo.105 del 2015), che prevede controlli e misure di sicurezza stringenti e rigorosi, ma che purtroppo non sempre vengono rispettati. Nel caso di RWM, ad esempio, una parte dello stabilimento dove sono stoccate quantità incredibili di liquido infiammabile, è ubicata a 400 mt. dal centro urbano di Iglesias e non a 4 km come prevede la vigente normativa. Il piano per la gestione delle emergenze in caso di incidente nelle aree esterne allo stabilimento RWM Italia S.p.a. risale al 2012 ed è impostato sui rischi derivanti da una produzione prevalente di esplosivi per uso civile (di tipo SLURRY, ANFO e Miccia Detonante), che è totalmente cessata già alla fine del 2012, mentre considera la produzione di tipo militare del tutto marginale. Il piano è visibile al pubblico nel sito della prefettura di Cagliari (il tipo ed il volume della produzione sono illustrati a pag. 34). Il piano di emergenza ancora oggi in vigore è ormai del tutto obsoleto e inadeguato, un piano scaduto, infatti:

– la produzione per uso civile descritta nel piano di emergenza per le aree esterne era cessata del tutto già a dicembre 2012, le relative linee di produzione sono state dismesse e i locali riconvertiti alla fabbricazione di esplosivi e di ordigni militari. La produzione militare è stata invece di molto incrementata, passando dalle appena 500 tonnellate/anno (200 di esplosivo di tipo PBX e 300 di esplosivo a base di TNT) del 2012 alle attuali 6.000 tonnellate/anno con un incremento di ben 12 volte (+1200%) rispetto a quanto indicato nel piano di emergenza delle aree esterne attualmente in vigore.

– la differenza tra la situazione produttiva dell’impianto nel 2012, periodo in cui è stato adottato il PEE ancora vigente, e quella attuale determina una condizione di grave pericolo, in aperto contrasto con l’art. 21, comma 6, D.Lgs. 105/2015, il quale afferma che il PEE «è riesaminato, sperimentato e, se necessario, aggiornato, previa consultazione della popolazione, dal Prefetto ad intervalli appropriati e, comunque, non superiori a tre anni». Il comma 5 della stessa norma prevede inoltre che il Prefetto rediga il PEE «entro due anni dal ricevimento delle informazioni necessarie da parte del gestore». La legge prevede inoltre che il Piano deve essere obbligatoriamente aggiornato ogniqualvolta si determinano variazioni significative nella produzione. È appunto il caso della RWM.

Nessuna modifica al Piano di Sicurezza delle Aree Esterne è mai stato apportata dal 2012 a oggi. Gli impianti per la produzione bellica attualmente in gestione a RWM, sono da considerarsi particolarmente pericolosi e sono già stati soggetti a gravissimi incidenti in anni non lontani, quando erano ancora in gestione alla società SEI. In particolare la linea produttiva degli esplosivi e degli ordigni a base di TNT fuso, quando ancora gli impianti operavano nello stabilimento SEI di Ghedi (provincia Brescia), il 23 agosto 1996, era stata devastata da un’esplosione accidentale che aveva provocato tre morti tra gli operai. Si può ad esempio consultare in merito l’articolo del quotidiano La Repubblica dal titolo “Tre morti in una fabbrica di bombe” dell’8 agosto 1994 . Dalle successive indagini risultò all’epoca che lo stabilimento operava nel rispetto della normativa di sicurezza, cosa che comunque, è bene ricordarlo, non può garantire l’assoluta assenza di rischio di incidente in uno stabilimento con livelli di pericolosità così elevati. Successivamente tale linea di produzione è stata spostata dalla SEI nel suo stabilimento di Domusnovas-Iglesias, dove attualmente continua a operare sotto la gestione di RWM. Nonostante i rischi che l’esistenza di questo stabilimento comporta per i cittadini e senza tenere in adeguata considerazione la normativa urbanistica, il comune di Iglesias ha recentemente approvato numerose altre autorizzazioni per ampliare lo stabilimento:

a) il raddoppio delle linee produttive per la realizzazione di esplosivi militari di tipo PBX e dei relativi ordigni (nuovi reparti R200 ed R210), un intervento che a detta di RWM porterebbe la capacità produttiva dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias sino a 9.000 tonnellate/anno;

b) la realizzazione di un nuovo poligono per test esplosivi denominato “Campo Prove R140”, senza neppure una Valutazione di Impatto Ambientale.

Per tutti questi motivi e per le palesi violazioni alle norme, numerose associazioni del territorio hanno infatti contestato la legittimità dei provvedimenti che hanno autorizzato queste opere, anche perché violano palesemente la normativa di sicurezza vigente, presentando:

1) il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) della Sardegna contro la licenza edilizia rilasciata dal comune di Iglesias ai nuovi reparti R200 ed R210, presentato il 7 gennaio 2019;

2) il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro la licenza edilizia rilasciata dal comune di Iglesias per il nuovo poligono per test esplosivi Campo Prove R140, depositato il 18 novembre 2019.

Entrambi i ricorsi sono tuttora pendenti. Lo stato di elevato rischio nella gestione della sicurezza dello stabilimento produttivo di RWM a Domusnovas-Iglesias è stato oggetto di un esposto al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, presentato ad aprile 2019, oltre che essere stato prospettato, già in precedenza, all’attuale sindaco di Iglesias da una delegazione di cittadini nel corso di un incontro tenutosi il 31 luglio 2018 in municipio. Al momento nessun provvedimento è stato preso e la situazione, dal punto di vista della sicurezza, è immutata. A dispetto di una crisi aziendale continuamente sbandierata, inoltre, RWM Italia S.p.a. ha aperto tutti i cantieri previsti dal piano per il potenziamento e l’ingrandimento dei suoi stabilimenti, e li porta avanti pervicacemente, mentre la produzione di ordigni bellici procede senza sosta. Viene da chiedersi se è proprio necessario che si verifichi una tragedia perché le esigenze di sicurezza vengano prese finalmente in esame. Evidentemente la sicurezza della popolazione viene sempre per ultima quando ci sono da tutelare interessi e profitti che vengono dal commercio delle armi e dalla guerra. Le lavoratrici e i lavoratori di RWM così come le popolazioni di Domusnovas, Iglesias, Musei e zone limitrofe si sentono realmente al sicuro?

Cagliari 24 novembre 2019 • Comitato Riconversione RWM • Italia Nostra Sardegna • Cagliari Social Forum • Assotziu Consumadoris Sardigna • Centro Sperimentazione Autosviluppo • PCI Sulcis Iglesiente

C’era una volta l’AIDS e c’è ancora… anche in Sardegna

 

La campagna della LILA
di Daniela Piras 

In principio era l’alone viola, un immaginario quanto tristemente reale segno distintivo di chi si era macchiato di aver contratto un virus, quello dell’HIV.

Risultare positivo al test dell’HIV equivaleva infatti ad ammettere davanti al mondo intero di appartenere a una categoria “a rischio” della quale facevano parte coloro che avevano condotto uno stile di vita ritenuto immorale e riprovevole, sia per la troppa libertà sessuale, sia per l’utilizzo di droghe, in particolare l’eroina. Uomini e donne che diventavano marchiati inesorabilmente come “untori” e “peccatori”: da tenere lontano, emarginare e giudicare.

Erano i primi anni Ottanta e, per la prima volta, si sentiva parlare di un virus letale che si poteva contrarre nell’ambito più privato della vita di ciascuno, poiché il contagio avveniva tramite sperma, secrezioni vaginali o sangue: quello della sfera sessuale. Furono messi al bando innanzitutto gli omosessuali, rei di condurre un modo di vita sregolato e “contro natura” e subito dopo le persone con dipendenze da droghe, le quali trasmettevano il virus condividendo la stessa siringa.

Dalla segnalazione dei primi casi ad oggi molto è cambiato nelle tipologie di campagne d’informazione e di sensibilizzazione finanziate dal Ministero della Salute. Infatti dal primo spot, apparso in Italia nel 1988, in cui si diceva chiaramente che occorreva proteggersi durante i rapporti sessuali con il preservativo, in cui non si creavano allarmismi ingiustificati e dove anzi si affermava che “per fortuna non è facile ammalarsi di AIDS”, si sono fatti (paradossalmente) dei passi indietro notevoli.

L’influenza dello Stato del Vaticano ha decretato l’abolizione della chiarezza linguistica a favore di una serie di messaggi velati e confusionari che, lungi dall’informare sul reale rischio di contaminazione rispetto al virus, hanno creato panico e ansia nella popolazione, fino ad arrivare a stigmatizzare la persona che aveva contratto il virus come sbagliata, peccatrice, rea di “essersela cercata”.

Il punto più basso della campagna informativa si ebbe in Italia con il messaggio dell’allora Ministro della Sanità Donat-Cattin che arrivò ad attribuire ai malati stessi le colpe di aver contratto il virus. “L’AIDS ce l’ha chi se lo va a cercare” si leggeva nella lettera che il ministro inviò alle famiglie italiane, generando una totale psicosi. “La prima regola alla quale è consigliabile attenersi è quella di un’esistenza normale nei rapporti affettivi e sessuali”.

Di proteggersi durante i rapporti sessuali non si parlava più: in compenso, nell’ambito della normalità invocata, era presente un invito all’astinenza da parte delle persone con il virus come rimedio sicuro, poiché il preservativo non era ritenuto tale. A fine degli anni Ottanta in Italia si respirava un’atmosfera degna del Basso Medioevo. Le istituzioni non davano elementi in grado di informare e, di conseguenza, tutelare la salute dei cittadini.

Da allora si sono alternate campagne fumose che hanno in un certo qual modo “stilizzato” il messaggio, e il relativo concetto, in maniera così estrema da generare una psicosi diffusa, senza senso.

La creazione di una “categoria a rischio” ben delimitata ha fatto sì che le persone non avessero reale percezione di quali fossero i comportamenti, quelli sì “a rischio”, da evitare. Si arrivò ad aver paura di poter contrarre il virus attraverso una stretta di mano con un individuo appartenente a tale confinata categoria.

L’ultimo spot informativo del Ministero della Salute risale al 2013. La campagna si chiamava “Fine delle trasmissioni” e faceva riferimento alla trasmissione del virus. Ritorna il concetto del “problema che riguarda tutti”, un po’ troppo fuori tempo massimo, e si invita ad usare il preservativo e ad eseguire il test per verificare se si ha contratto o meno il virus.

Da allora tutto tace. La malattia sembra sparita; lo stato di inconsapevolezza dei giovani si estende anche agli adulti che collegano l’AIDS ad un brutto sogno degli anni Ottanta che non esiste più. Come avviene spesso, ciò di cui non si parla non esiste. In realtà, ciò che più sconcerta di più, è il fatto che l’AIDS esisteva ieri ed esiste ancora oggi, e che coloro più a rischio sono quelli che non sanno di aver contratto il virus. Si ha paura di fare il test, ancora oggi, e si ha più paura di scoprire di avere una sieropositività che non di curarsi.

Il pregiudizio che si è creato nei confronti degli ammalati di AIDS è stato talmente forte da non avere eguali in altre patologie. Il potente stigma sociale che ha segnato le persone risultate sieropositive all’HIV, ha portato alla paura di voler scoprire di essere stati contagiati. L’ansia di essere giudicati per i propri comportamenti, per una presunta immoralità e attigua colpa, ha come risultato un dato allarmante: una consistente fetta di inconsapevoli che ha contratto il virus ma non ne è a conoscenza. A ciò si aggiunge il dato oggettivo che riguarda la difficoltà di accesso al test e l’offerta non sufficiente. Il dato sommerso è quello che più preoccupa i medici.

La conseguenza è che ci si cura soltanto quando si hanno già i sintomi che fanno emergere la malattia, quando ci si potrebbe curare meglio, e prima. Sono le cosiddette “diagnosi tardive”.

In Sardegna la situazione è preoccupante, proprio per la diffusa scarsa percezione del rischio. I dati diffusi dalla LILA di Cagliari (Lega italiana contro la lotta all’AIDS) diagnosticano 54 nuovi casi di infezione nel 2016;  61 i casi registrati nel 2017. Emerge un dato inquietante: quasi la metà degli studenti intervistati dichiara di non utilizzare il profilattico durante i rapporti sessuali.

In vista della giornata mondiale di lotta all’AIDS (WAD) del primo dicembre, The Joint United Nations Programme on HIV/AIDS – UNAIDS – ha scelto per il 2019 il tema “Community make the difference”, un riconoscimento al ruolo essenziale delle community, delle associazione e della società civile nel contrasto all’HIV.

La LILA quest’anno aderisce alla testing week europea, dal 22 (oggi. n.d.R) al 29 di novembre: www.testingweek.eu

L’ultima campagna della LILA invita a combattere il pregiudizio con l’informazione. Nelle locandine informative si fa presente una verità importante, ovvero che oggi, chi segue la terapia retrovirale può condurre una vita normale, avere figli e soprattutto non risulta essere contagioso e avere una lunga aspettativa di vita.

Insieme alla prevenzione, che andrebbe ripresa nelle scuole dove sino agli Novanta è stata molto efficace, resta essenziale eseguire il test, a questo proposito rendiamo noto che, in accordo con la LILA, il MOS di Sassari ha acquisito e messo a disposizione l’accesso al test.

Come si evince dal loro sito: A partire dal 19 Dicembre 2018, ogni primo e terzo mercoledì del mese dalle 16 alle 18.30, si può fare il test rapido, anonimo e gratuito nella sede del MOS in via Rockfeller 16/c a Sassari. Il servizio è svolto in collaborazione con CLAAS (Comitato Lotta all’Aids Sassari), circ. Arci Borderline e all’interno della campagna nazionale We Test! Per ulteriori informazioni invitiamo a visitare il sito al link: https://www.movimentomosessualesardo.org/test-hiv/

Catalogna: dalla sentenza politica allo tsunami democratico

Lo Tsunami Democratico catalano che invade le autostrade in prossimità dei principali aeroporti della catalogna e anche di Madrid
di Marco Santopadre

Il Tribunale Supremo di Madrid, al termine di un processo farsa iniziato a febbraio, ha condannato oggi all’unanimità e con sentenza inappellabile a pene tra i 9 e i 13 anni di reclusione i nove leader e politici sociali catalani arrestati dopo il referendum per l’autodeterminazione del 1° ottobre 2017.
Incredibilmente, già sabato molti media spagnoli anticipavano la decisione dei giudici prima che la sentenza fosse resa nota.
I leader catalani sono stati ritenuti colpevoli – da una corte di nomina politica, supportata dal partito neofranchista Vox in veste di Parte Civile (“Accusa popolare”) – dei reati di “sedizione” – avrebbero guidato una “sollevazione pubblica e violenta allo scopo di sovvertire l’ordine – e alcuni anche di quello di “malversazione di fondi”: secondo i giudici è “provato” l’uso della violenza da parte degli indipendentisti, anche se l’unica violenza messa in campo in questi ultimi due anni è stata quella delle forze di sicurezza spagnole.
Escluso invece il reato di “ribellione”, ma resta la natura politica della sentenza emessa mentre a Madrid governa il Partito Socialista e durante la campagna elettorale per il voto anticipato del 10 novembre.
Tra i condannati l’ex vicepremier catalano Oriol Junqueras, l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell e i leader di due grandi associazioni di massa (rispettivamente Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural), Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, tutti detenuti ormai da quasi due anni.
Altri tre imputati sono stati condannati a pesanti multe e all’inabilitazione dai pubblici uffici.
Nei confronti dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, riparato in Belgio, il giudice Llarena ha riattivato l’ordine di cattura europeo spiccato in passato e poi sospeso.
La maggior parte dei 33 imputati – per la maggior parte militari – processati per il tentato golpe fascista del 23 febbraio 1981 – quello guidato da Tejero – furono condannati a pene inferiori rispetto a quelle inflitte oggi a dirigenti politici e sociali che sì hanno disobbedito alle leggi, ma per chiamare la popolazione al voto.
La società catalana ha già fatto partire la mobilitazione con marce moltitudinarie che tra poco partiranno da diverse città della regione alla volta di Barcellona mentre sono già iniziati i blocchi stradali, le occupazioni di stazioni e caselli autostradali, le manifestazioni.
Il Sindacato degli Studenti dei Paesi Catalani ha già fatto partire la mobilitazione: a fine mattinata gli studenti raggiungeranno in corteo la centrale Plaça de Catalunya da tutti i campus e da vari punti della città.
Decine di manifestanti hanno già bloccato gli arrivi all’aeroporto di Barcellona.
Per il 18 ottobre alcuni sindacati di classe e indipendentisti hanno convocato uno sciopero generale, mandando su tutte le furie anche la Confindustria Catalana, da sempre sostenitrice dell’unità dello Stato.

La mobilitazione si svolge in un clima molto pesante. Da giorni la Catalogna è nuovamente militarizzata. Da stanotte i Mossos d’Esquadra (la “polizia autonoma” catalana) e la polizia spagnola hanno occupato alcune importanti infrastrutture – la stazione di Sants a Barcelona, la stazione dell’alta velocità di Girona, il porto di Tarragona, l’aeroporto del Prat e il Tribunal Superior de Justícia de Catalunya (TSJC) per impedire le annunciate contestazioni.
Nei giorni scorsi i vertici della Guardia Civil sono intervenuti politicamente rivendicando il loro ruolo repressivo, una sorta di “lo rifaremo” rispetto alla dura repressione messa in atto due anni fa e continuata con decine di arresti negli ultimi mesi.
A questo proposito i familiari e i compagni di Ferran Jolis, uno degli attivisti dei Comitati per la Difesa della Repubblica arrestati lo scorso 23 settembre e accusati di “terrorismo” è da allora detenuto in isolamento, al buio e senza avere ancora avuto l’opportunità di parlare col suo avvocato.

La risposta popolare

L’aeroporto  di Barcellona (nella foto, n.d.R.) invaso da migliaia di manifestanti catalani nonostante le ripetute e violente cariche della polizia che ha usato anche proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo, i gas lacrimogeni e i manganelli al contrario.
Dopo la chiusura del collegamento in metropolitana e in autobus da parte delle autorità di polizia migliaia di persone hanno raggiunto lo scalo anche a piedi, percorrendo vari chilometri. I voli cancellati sono stati quasi 150.
A Madrid invece una carovana di 1200 macchine organizzata dal coordinamento “Tsunami Democratic” anche con la collaborazione delle realtà solidali locali sta collassando le vie d’accesso all’aeroporto di Barajas

La sentenza politica del Tribunale Supremo spagnolo contro i leader politici e sociali catalani in carcere preventivo ormai da due anni ha scatenato una reazione popolare.
Stamattina in tutte le città catalane si sono tenute manifestazioni, la più grande delle quali ha coinvolto parecchie migliaia di studenti che dai campus universitari di Barcellona hanno marciato su Placa de Catalunya, unendosi a migliaia di manifestanti radunatisi precedentemente in diverse parti della capitale. Nel frattempo i Cdr insieme al coordinamento “Tsunami Democratic” hanno realizzato decine di blocchi stradali sia nelle città sia sulle autostrade e occupato i binari di alcune stazioni nonostante il vasto spiegamento preventivo delle forze di sicurezza spagnole e della cosiddetta polizia autonoma catalana.
Si segnalano i primi arresti di manifestanti in diverse località della Catalogna.

link utili:

https://www.youtube.com/watch?v=L7AIUQ0Lb2c

https://www.youtube.com/watch?v=Zb9sOLtreuI

Le piazze catalane di oggi nella foto che segue, n.d.R.), in ordine alfabetico. E non è che l’inizio. Il movimento catalano per l’autodeterminazione ha deciso di rispondere alla repressione spagnola, alla sistematica violazione dello stato di diritto, con una disobbedienza di massa non violenta ma organizzata. Le mobilitazioni – come il blocco degli aeroporti, dell’alta velocità e delle autostrade – mirano a infliggere al Regno di Spagna e alle sue classi dirigenti, all’interno delle quali c’è anche la frazione maggioritaria della borghesia catalana, un forte danno economico e di immagine.
Manifestazioni e proteste di massa si sono già svolte o sono in programma nelle prossime ore non solo nel Paese Basco ma anche in Galizia e altri territori del Regno di Spagna

 

 

 

Ataturk: il primo grande massacratore dei Kurdi, ma esaltato dall’Occidente. Ecco perché

Immagine tratta da Quantara.de
di Francesco Casula

In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di fatto legalizzarono l’etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925, 1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d’indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all’integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati “I Turchi della montagna”(1).
I libri scolastici – ancora oggi – mentre non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente “Ataturk”, ovvero “Padre dei Turchi” che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938.
Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dagli storici occidentalisti e progressisti (!) in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.
Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(2); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (3); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (4); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(5); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(6); “Creò uno Stato moderno e laico”(7); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(8); “Poté attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(9); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (10).
A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1).Alessandro Aruffo – Carmelo Adagio – Francesca Marri – Marco Ostoni – Luca Pirola – Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
2).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
3).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
4) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
5) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
6) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
7) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
8) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
9) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
10) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

Due anni fa il popolo catalano ha votato per la libertà

La violenza della polizia franchista il giorno del referendum democratico (1 ottobre 2017

di Marco Santopadre

Esattamente due anni fa, l’1 ottobre del 2017, quasi tre milioni di catalani e catalane – cioè di cittadini e cittadine della Catalogna, molti dei quali nati in altri territori dello Stato Spagnolo o del mondo – andavano alle urne per partecipare ad un referendum per l’autodeterminazione sfidando la legge, la censura, le cariche della polizia e dei militari.
Il bilancio fu di circa 1000 tra feriti e contusi.
Ma il mondo vide di che cosa è capace una “democrazia occidentale” pur di difendere i privilegi dell’oligarchia politica ed economica che la governa. Le immagini dei pestaggi, delle pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo, delle porte delle scuole sfondate a martellate dai militari ricordarono per un attimo a un’opinione pubblica europea distratta e assopita quanto di franchista conserva la civile e moderna Spagna.
Si trattò del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica degli ultimi decenni in Europa contro uno classe politica e un’istituzione, il Regno di Spagna, animato da un bieco sciovinismo nazionalista.
Più del 90% degli elettori votarono indipendenza e Repubblica, scelsero un progetto di liberazione nazionale inclusivo e aperto al mondo. Si aspettavano il sostegno dell’Unione Europea e della “comunità internazionale”, che invece concessero carta bianca a Mariano Rajoy e alla repressione: il “diritto all’autodeterminazione” tanto fortemente difeso da Bruxelles al di là dell’ex cortina di ferro improvvisamente non valeva più all’interno dei confini della Fortezza Europa.
Occhi chiusi e bocche cucite, quindi, di fronte alla conculcazione dei più elementari diritti democratici e civili da parte dello Stato Spagnolo, e al fatto che le prigioni di Madrid si siano riempite nel frattempo di decine di prigionieri politici catalani, che si vanno ad aggiungere a quelli baschi e a quelli galiziani e agli attivisti condannati per aver partecipato a mobilitazioni contro l’austerità o il fascismo.
A due anni di distanza la lotta del popolo catalano continua. Una lotta di liberazione nazionale, in primo luogo, ma anche sociale, che buona parte della sinistra internazionale si ostina a non vedere, a non riconoscere, schierandosi – che lo faccia in maniera cosciente o meno poco importa – dalla parte dello status quo e del conformismo.

Eraclito, l’ambiente e il cambiamento climatico

Immagine tratta da Global Project

 

di Francesco Casula

Il filosofo Eraclito di Efeso, gran teorico del “Πάντα ρει” (tutto scorre), ovvero dell’incessante fluire e divenire delle cose, nella sua concezione relativistica, salvava un unico valore, considerato assoluto, stabile e perenne: l’ambiente. Occorre prendere atto, che a più di 2.500 anni di distanza, l’intuizione e l’avvertimento del filosofo greco nell’intero Pianeta, sono stati fortemente disattesi. Il cambiamento climatico ne è il frutto più pericoloso e nefasto per l’intero ecosistema. Esso è la manifestazione più lampante, che può portarci – se non si cambia radicalmente rotta – alla catastrofe planetaria. E che comunque già oggi, con la modifica del clima, con la devastazione della natura, dissestando e consumando e inquinando il territorio, si producono danni profondi agli ecosistemi, la salute e la vita stessa della popolazione. Esso è il frutto delle dissennate politiche e scelte degli uomini e non un risultato di un qualche destino naturale nemico e baro. E’ il frutto di uno sviluppo industrialista e neoliberista, tutto giocato sullo sfruttamento spietato della natura, del territorio, delle materie prime e delle risorse naturali, teso esclusivamente a produrre merci finalizzate alla realizzazione di un profitto e di un consumo immediato. E’ il frutto di una vera e propria follia: dell’illusione di uno sviluppo infinito in un sistema finito di risorse (la nostra terra). Addirittura di una crescita geometrica assolutamente incompatibile con la natura, che può portarci al collasso e alla morte. A fronte di una crisi di tale dimensione, senza un salto evolutivo, l’uomo sapiens non ce la farà. Perduto il contatto con la natura e l’unità del Cosmo, abbiamo costruito una civilizzazione che porta all’autodistruzione. Apocalittico? Vorrei pensarlo. E vorrei credere ai trombettieri delle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo e della globalizzazione, dello sviluppismo industrialista e produttivista, senza limiti. Occorre invece essere consapevoli che l’ambiente è una risorsa, limitata e irriproducibile. Di qui la necessità di difenderlo con le unghie e con i denti e di conservarlo, valorizzandolo e non semplicemente sfruttandolo e divorandolo. Esso è l’habitat la cui qualità non è un lusso – magari per pochi esteti – ma la necessità stessa per sopravvivere. Ed il territorio deve essere certo utilizzato anche come supporto di attività turistiche, economiche e produttive ma nel rigoroso rispetto e della salvaguardia del nostro complesso sistema di identità ambientali, paesaggistiche, geografiche, etno-storiche, culturali e linguistiche. Parlo dell’intero Pianeta: perché oggi il problema è planetario. Ma parlo soprattutto di noi: perché “de te fabula, narratur”, Sardegna.

Catalogna: per la grande stampa non è successo niente

Immagine presa dal sito del giornale catalano La Vanguardia

 

di Marco Santopadre

Ci risiamo. Anche quest’anno i media hanno bucato o trattato con estrema sufficienza l’enorme manifestazione popolare che a Barcellona, l’11 settembre, ha rivendicato l’indipendenza della Catalogna dal Regno di Spagna.
Eppure in occasione della Diada sono scese in piazza ben 600 mila persone, quasi il dieci per cento della popolazione catalana, rivendicando il pieno esercizio del diritto all’autodeterminazione e la fine della repressione da parte del governo spagnolo, che tiene in prigione da due anni e processa decine di ex deputati e dirigenti politici e sociali passibili di una condanna a pene draconiane per motivi esclusivamente politici.
Non merita forse una prima pagina un evento del genere? Non merita attenzione e dibattito l’esistenza nell’Unione Europea del 2019 di decine di prigionieri politici e di coscienza? Oppure la cosa diventa interessante solo se a conculcare i fondamentali diritti politici e civili sono Stati extraeuropei, meglio ancora se invisi alle “democrazie occidentali”?
Se a Madrid scendessero in piazza quattro milioni di persone o a Roma sei milioni di manifestanti, la stampa tratterebbe la cosa con altrettanta distrazione o con lo sguardo eminentemente folkloristico che ha caratterizzato le poche cronache pubblicate dai quotidiani italiani?
Di nuovo, come negli scorsi anni, questo atteggiamento dei media ha impedito all’opinione pubblica di farsi un’idea più precisa, di informarsi su una vicenda che ha una forte profondità storica e che due anni fa portò milioni di catalani a dar vita al più grande atto di disobbedienza politica e civile verificatosi in Europa negli ultimi decenni, il referendum del Primo Ottobre 2017.
Quell’evento, di portata storica, ha fatto letteralmente irruzione nei media mainstream – dopo che le immagini delle feroci cariche dei militari e dei poliziotti spagnoli contro i cittadini inermi in fila ai seggi per votare e per difendere le urne avevano ampiamente fatto già il giro del mondo sui social – risvegliando per un attimo un’opinione pubblica completamente digiuna.

In quei giorni mi sono più volte domandato cosa potesse comprendere una persona anche mediamente informata di quanto accadeva a Barcellona senza aver avuto a disposizione, negli anni precedenti, una corretta e costante informazione sui protagonisti individuali e collettivi della sfida catalana, sui contenuti e gli obiettivi della mobilitazione, sulla posta in gioco. Non è un caso che anche le apparentemente minuziose cronache del settembre e dell’ottobre del 2017 fossero accompagnate da commenti e analisi estremamente improvvisate, che ricalcavano – quando non erano frutto di un becero copia/incolla dalle agenzie di stampa di Madrid – il punto di vista del nazionalismo spagnolo più reazionario che paradossalmente additava gli indipendentisti catalani quali “estremisti”, “nazionalisti” e “golpisti”.
Nel commento – i media progressisti non hanno rappresentato un’eccezione – sono prevalse le generalizzazioni e le banalizzazioni, come i ricorrenti richiami alla “tragedia Jugoslava” e alle presunte similitudini con il leghismo nostrano, nonostante gran parte dell’alta borghesia catalana fosse schierata contro l’indipendenza e a favore del ristabilimento dell’ordine.
Sono stati davvero pochi coloro che si sono presi la briga di indagare la genesi, le caratteristiche, l’evoluzione e il contenuto ideale e programmatico di un movimento variegato e complesso che ha messo seriamente in crisi il Regno di Spagna e l’Unione Europea tutta.
Un vuoto di informazione ed analisi che ho tentato di contribuire a colmare pubblicando il libro “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” (Pgreco) con l’obiettivo di aprire un dibattito sulla questione nazionale e in particolare sul “problema catalano” – in realtà il “problema spagnolo”, cioè di uno Stato incompiuto la cui legittimazione viene da sempre perseguita in forme aggressiva – che nei nostri territori non si è mai realmente sviluppato.
Anche quest’anno, le poche righe di analisi che hanno accompagnato le scarne cronache delle manifestazioni in occasione della festa nazionale catalana, hanno evidenziato il calo di partecipazione rispetto agli anni scorsi.
E’ oggettivo che l’11 settembre ci fosse meno gente in piazza rispetto ad un anno fa, ma sarebbe interessante indagare le ragioni di questo parziale riflusso. La divisione tra i due principali partiti dello schieramento sovranista catalano – il sovranismo vero, quello che rivendica la sovranità popolare, la democrazia e la libertà di decidere il proprio futuro, non il nazionalismo sciovinista per lo più di stato sotto mentite spoglie – non è sufficiente a spiegare la diminuita mobilitazione della base popolare indipendentista, che comunque sarà di nuovo massicciamente in piazza tra poche settimane quando i tribunali speciali di Madrid, ereditati dal franchismo, emetteranno le loro sentenze politiche.
Gli indipendentisti catalani oggi si chiedono quale sia la via più corretta verso l’indipendenza, e se questa corrisponda alla strada più rapida. E ci si divide quindi sull’opportunità di sostenere un governo spagnolo del PSOE che potrebbe aprire alcuni spiragli ad un ridisegno federale delle istituzioni del Regno (la storia di quel paese ci dice che si tratta di un abbaglio, di una pia illusione) o se invece non sia il caso di continuare sulla strada dell’unilateralità e della disobbedienza nei confronti delle leggi di Madrid. Ci si domanda anche quanto possa essere egemonica una battaglia che per ora non riesce a convincere quasi metà della popolazione della Catalogna, per ideologia, paura o convenienza ancora aggrappata all’attuale status quo.
Ci si chiede anche quale sia l’efficacia di una mobilitazione e prettamente simbolica basata esclusivamente sui grandi numeri che però non riesce a scalfire il muro rappresentato da uno stato sciovinista e antidemocratico, sostenuto da un’Unione Europea blindata e nemica giurata delle rivendicazioni popolari, siano esse per l’autodeterminazione o per l’ampliamento dei diritti sociali e collettivi.

Sono domande che sarebbe bene ci ponessimo anche noi, risvegliandoci da un torpore che dura ormai da troppo tempo.

Le infamie dei Savoia e noi

L’infame Re Savoia Vittorio Emanuele III detto “Sciaboletta”

di Francesco Casula

9 settembre 1943: la fuga ingloriosa Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) si macchiò, indelebilmente e ignominiosamente di ben 5 infamie, con conseguenze devastanti per la Sardegna e l’Italia intera.

1.La partecipazione alla 1° Guerra mondiale, caldeggiata dal suddetto tiranno sabaudo. La Sardegna, alla fine del conflitto, avrebbe contato ben 13.602 morti . Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

2. Il fascismo: fu lui a nominare capo del Governo Mussolini.

3. La firma delle leggi razziali.

4. La seconda Guerra mondiale.

5. L’Olocausto: ad iniziare da quello sardo.

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti. Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, – non esistendo più una unità di comando e di direzione – essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato. Ne ricordo alcuni, tre che ebbero la fortuna di rientrare dopo la tragedia dei lager: -GIUSEPPE SASSU, di Bolotana. Padre dell’amico Damiano Sassu. Nato il 6 aprile del 1919 verrà chiamato al servizio militare nel 1939 proprio il giorno del suo ventesimo compleanno. Nel 1943 (si trovava nel fronte greco) verrà internato nei campi di concentramento. Fortunatamente, finita la guerra, dopo due anni e mezzo di internamento nei campi di concentramento nazisti,ritornerà in Sardegna e nella sua Bolotana dai lager di a Norimberga, alla fine del 1945: pesava 38 kg , quando partì pesava 60. Nel novembre del 1946 si arruolò in Polizia e rimase fino all’età di 58 anni. Morirà a Cagliari il 13 agosto del 1989. MODESTO MELIS, di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. La sua esperienza sarà raccontata in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. Muore a 97 anni il 9 gennaio del 1987. SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici. Uno che invece morì in un campo di concentramento dell’attuale Repubblica Ceca: si tratta di COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto

Luana Farina: «Attenzione agli ambientalisti colonialisti!»

di Luana Farina (portavoce di Caminera Noa)

Spesso abbiamo condiviso coi movimenti ambientalisti sardi tante battaglie a difesa e a tutela del paesaggio e della stessa terra di Sardegna. Abbiamo collaborato inoltre con gli ambientalisti per le battaglie contro le speculazioni energetiche e contro i siti inquinanti e per le bonifiche delle aree interessate dall’attività passata o presente di siti industriali altamente inquinanti. Questo è accaduto anche con il Gruppo di Intervento Giuridico che ha fatto tante battaglie giuste e condivisibili in difesa della Sardegna da mere opere di speculazione.
Ma ambientalismo non sempre è sinonimo di libertà e autodeterminazione, come nel caso del recente comunicato Niente “pieni poteri” sul paesaggio e il territorio della Sardegna!
Pur capendo l’allarme lanciato per mettere all’erta dalle intenzioni di speculazioni edilizia che la destra sarda ha sempre sbandierato come un cavallo di battaglia spacciandola per sviluppo, riteniamo avventata e assolutamente non condivisibile la seguente dichiarazione:
“Hanno anche detto chiaramente che intendono acquisire la competenza piena in materia di tutela del paesaggio e regionalizzare le Soprintendenze per archeologia, belle arti e paesaggio sarde mediante una norma di attuazione dello statuto speciale per la Sardegna che innovi l’art. 57 del D.P.R. n. 348/1979, che assegna – al pari delle altre regioni (con esclusione della Sicilia) – la delega (non il trasferimento) delle competenze in tema di tutela del paesaggio.
Vogliono – evidentemente sulla scorta del nume tutelare leghista Salvini e delle proposte di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna sulla c.d. autonomia differenziata – i pieni poteri sul paesaggio e il territorio sardo.
Ma anche no.”
Caminera Noa, al contrario, sostiene la battaglia per le competenze proprio in materia dei beni archeologici e delle belle arti. Infatti ad oggi il patrimonio archeologico e artistico sardo – è completamente lasciato in abbandono e la responsabilità è soprattutto delle Soprintendenze dello stato centralista italiano che evidentemente considera il nostro patrimonio culturale alla stregua di una montagna di mondezza.
Solo per fare alcuni esempi in Sardegna circa otto mila torri nuragiche sono abbandonate a se stesse e non solo alla furia predatrice dei tombaroli, ma anche alla distruzione dei nuraghi situati nelle zone militarizzate, dovesi svolgono le esercitazioni. Non è un caso che centinaia di reperti archeologici sardi siano venduti sui diversi siti di acquisto online senza che nessuno faccia nulla.
Un caso parimenti eclatante è l’insieme della statuaria di Mont’e Prama che detiene un primato davvero rilevante essendo le statue più antiche del mar Mediterraneo occidentale. Questo sito versa in stato di completo abbandono.

Caminera Noa si rivolge agli amici del Gruppo d’Intervento Giuridico perché proseguano la loro preziosa attività di studio e denuncia contraria alla speculazione edilizia, ma abbandonino il fanatismo centralista e avverso ad ogni pratica di autodeterminazione del Popolo Sardo, perché questo centralismo è antistorico, inopportuno e soprattutto complice dei crimini compiuti dallo Stato italiano verso i beni materiali e immateriali della civiltà dei sardi.
Caminera Noa allo stesso tempo chiede alla Regione Sardegna di esercitare pienamente i sui poteri autonomistici, cosa che appunto non ha mai fatto e continua a non fare. La RAS infatti, pur avendo competenza primaria in materia di Beni Paesaggistici e Beni Culturali, compresa la Lingua Sarda, per la quale dal 2018 non è stata però rifinanziata la L.R. 7 agosto 2009 n. 3, art. 9, comma 10, lett. b), Sperimentazione, nelle scuole di ogni ordine e grado, dell’insegnamento e dell’utilizzo veicolare della lingua sarda in orario curricolare, non ha saputo o voluto esercitare a pieno questa sua competenza!

 

Folklore da discount per una Sardegna a misura di turista da social

Immagine tratta da Vistanet.it

di Fabio Solinas

L’estate in Sardegna non fa solo rima con sole, mare e vacanze, ma troppo spesso fa rima con disservizi, gap tecnologico e folklore da discount.

Ormai con i social network e con Trip Advisor è facile pubblicizzare le attività commerciali e i vari servizi da esse offerti ma è altrettanto facile imbattersi nelle temute recensioni negative dei consumatori finali.

Scopriamo allora che il titolare del bar sotto casa ha il vizietto di spennare i turisti facendo pagare 5 euro per un caffè e una mezza gasata, che in molti ristoranti non è possibile pagare con la carta perché secondo i gestori il pos non è economicamente sostenibile, che trovare un punto di ristoro con il wi-fi gratuito poi è un’impresa.

Dall’altra c’è tutta una serie di eventi creati dal nulla, che svendono l’immagine della Sardegna dando l’idea che si possa avere tutto e subito, dalla cultura all’enogastronomia in nome un turismo mordi e fuggi che tanto piace non solo ai gestori di attività commerciali ma anche a molti amministratori locali. Quante volte ci capita di leggere di sagre improbabili, create per vendere qualsiasi prodotto in qualsiasi periodo dell’anno? Ahimè troppo spesso! Del resto è facile creare un evento low cost – low quality: basta dare il nome in sardo all’evento, programmare una sfilata delle maschere tradizionali ed ecco che ad agosto nasce “Sa festa de sas casadinas”, dolce tipico del periodo primaverile.

Assistiamo sempre di più non solo alla destagionalizzazione dei prodotti enogastronomici ma anche alla delocalizzazione delle maschere tradizionali, tipiche di una determinata realtà della Sardegna e di un determinato periodo dell’anno: il carnevale.

Tutto questo guazzabuglio si sposa bene con l’idea che molti vacanzieri continentali hanno della Sardegna: un nonsoché di esotico, di ancestrale, di esclusivo che unito alle spiagge candide, all’acqua cristallina e al mangiar bene rendono l’Isola meta di vacanze perfette.

Attenzione però, perché se qualcosa va storto saranno i primi a lamentarsi sui social e a confezionare recensioni negative in grado di trasformare un dignitoso 3 stelle nella peggior bettola.

Credo che dal punto di vista turistico la Sardegna abbia anche altri problemi quali, per esempio, il caro traghetti, la poca disponibilità di collegamenti aerei e la quasi totale assenza di trasporti pubblici e servizi che altrove sono la norma: parlo di aree camper, bagni chimici, cartelli con indicazioni stradali.

Condiscono il tutto i soliti luoghi comuni sull’arretratezza culturale della Sardegna, la leggenda metropolitana sui sardi che usano ancora gli asini come mezzo di trasporto e su quanto la Sardegna sia “wild”, vergine e terra di conquiste.

Il resto lo sappiamo fare bene da soli: porceddu, seade, formaggelle e vermentino a fiumi, spiagge che attirano i colonizzatori estivi che, solo perché pagano il parcheggio, credono di potersi portar via un sacchetto di sabbia.