Erdoğan, il dittatore turco massacra i Kurdi

 

di Francesco Casula

I Kurdi, fra i principali protagonisti nel combattere e sconfiggere l’Isis, vengono oggi ricompensati con il massacro da parte del dittatore turco (pare alleato proprio con assassini dell’Isis).

E l’Europa sta a guardare. E i nostri politici non fiatano. E la stampa italica è più interessata a cianciare sulle alleanze e sulle forme elettorali che sul dramma Kurdo.

I Kurdi rappresentano storicamente un popolo sottoposto a un tragico destino: senza diritti, deportati, incorporati coattivamente in una miriade di Stati stranieri: Iraq, Iran, Siria, Turchia e persino Libano e in alcune regioni asiatiche dell’ex URSS.

Senza Stato, con più di 30 milioni di abitanti, il popolo kurdo dal lontano 1924 ha subito una politica di discriminazione razziale che non ha esempi né precedenti in nessuna altra parte del mondo.

Gli Stati che lo opprimono, con tutti i mezzi a loro disposizione, come la stampa, la radio-TV, l’esercito, la polizia, la scuola, l’università, hanno condotto e continuano a condurre una politica mirante non solo a negare i loro diritti inalienabili, sanciti da tutte le Convenzioni internazionali e dall’Onu, ma ad eliminare la loro stessa esistenza fisica.

Per quasi un secolo i kurdi non esistono: né come popolo, né come etnia, né come lingua, né come cultura.

In modo particolare in Turchia, dove non li chiamano neppure con il loro nome ma “Turchi della montagna” – ma anche gli altri Stati che li hanno incorporati non sono da meno, pensiamo solo ai massacri da parte del dittatore criminale Saddam Hussein – il popolo kurdo è soggetto a distruzione sistematica da parte di tutti i governi che si sono succeduti dal 1924.

Secondo alcuni storici dal 1924 al 1941 la politica degli stati oppressori è stata nei confronti dei kurdi di vero e proprio “etnocidio”: penso in modo particolare a J. P. Derriennic (Le moyen Orient au XX siecle, pagina 68).

Ma non basta. Il dramma dei Kurdi è certamente quello di essere martoriati e “negati” negli Stati in cui sono attualmente incorporati ma anche quello di essere cancellati dall’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, dai media, dalla scuola.

A questo proposito mi sono preso la briga di analizzare e visionare, in modo rigoroso e puntuale ben 32 testi scolastici di storia estremamente rappresentativi e attualmente in adozione nelle Scuole italiane, rivolti ai trienni delle scuole superiori (Licei, Magistrali, Istituti tecnici e professionali).

Ebbene, dal mio studio e dall’indagine risulta che su 32 testi – che diventano 96 perché ogni tomo contiene tre volumi, uno per ciascuna classe del triennio – ben trenta non dedicano neppure una riga al problema kurdo: di più, il termine kurdo non viene neppure nominato!

Eppure si tratta di storici non solo noti e prestigiosi ma di ispirazione e orientamento prevalentemente cattolico, liberale, progressista ma soprattutto di sinistra. Ne ricordo solo alcuni, quelli piiù noti: G. Candeloro e R. Villari, F. Della Peruta e G. De Rosa, A. Desideri e M. Themelly, A. Giardina e G. Sabbatucci, A. Brancati e T. Pagliarani, A. Camera e R. Fabietti, A. Lepre e M. Bontempelli, C. Cartiglia e M. Matteini, F. Gaeta, P. Villani, G. De Luna-

Ahi, ahi, che brutti scherzi combinano ai “nostri” le categorie storiche statoiatriche, centralistiche, eurocentriche e occidentalizzanti!

Sottoposti alla disintegrazione etnica-culturale (minoranze curde esistono in Libano e nelle regioni asiatiche dell’ex URSS), alla deportazione di massa da parte turca e iraqena, alla colonizzazione, i Kurdi sono stati costretti ad emigrare per evitare persecuzioni e disoccupazione. Alla loro storia nuoce non poco il fatto di abitare territori ricchi di petrolio e dunque di essere al centro di contese regionali e internazionali.

Col trattato di Sèvres fra l’impero ottomano e le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale (1918-1920), la Turchia si impegnò a favorire la formazione di un Kurdistan autonomo nella parte orientale dell’Anatolia e nella provincia di Mossul, presupposto dell’indipendenza. Il disegno delle potenze imperialistiche mirava a farne uno stato cuscinetto fra Russia e Turchia.

Ma la vittoria della rivoluzione Kemalista e il trattato di Losanna cancellarono i diritti del popolo kurdo. Ricordo che tale rivoluzione fu guidata da Ataturk, celebrato dai “nostri” storici e dall’Occidente in modo entusiastico, quando in realtà fu il più grande persecutore e massacratore del popolo kurdo.

Non ci ricorda vagamente, mutatis mutandis,  il nostro popolo?

Ragionando su Caminera Noa (Cristiano Sabino)

Il Manifesto Sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). 

La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Cristiano Sabino. 

Il 18 marzo si svolgerà a Bauladu la terza assemblea plenaria di Caminera Noa e la carne al fuoco è molta. Nascerà un nuovo percorso politico in Sardegna o ci si limiterà a restare nella dimensione della rete delle lotte e dei conflitti senza ambire ad una sintesi a tutto tondo? E ci sono tante altre questioni da vedere, come per esempio il rapporto con le forze antiliberiste non sarde e quelli con la vasta area del nazionalismo e dell’autogoverno sardo.

Ma prioritario a mio parere è il metodo con cui si intenderà organizzarsi e lo dico pensando all’ultima telefonata con Vincenza Pillai il quale, con il suo immancabile piglio, si raccomandava perché questa volta si desse corpo ad un vero processo di democrazia popolare.

Ed è questa la prima domanda che mi faccio: cosa ci serve? Partiamo da ciò che non ci serve affatto. Non ci serve l’ennesimo partito indipendentista a parole e subalterno nei fatti. Ce ne sono tanti, chi vuole si iscriva lì. Con la Giunta Pigliaru l’indipendentismo ha perso la verginità e ha purtroppo sdoganato la legittimità di appoggiare le più sciagurate politiche centraliste, colonialiste e antisociali. Non ci serve neppure l’ennesimo nuovo partito comunista. Se non sbaglio solo nell’ultimo anno ne sono rinati due o tre in Italia, ormai seguo queste dinamiche con difficoltà. Non ci serve infine l’organizzazione purissima sulla carta, con l’organigramma perfetto i cui militanti giurino monogamia politica al leader, al comitato centrale, al partito.

D’altro canto mi viene la pelle d’oca quando sento parlare di “associazione delle associazioni”, di “comitato dei comitati” e trasalisco quando qualcuno tira fuori da sottoterra l’abortivo slogan “movimento dei movimenti”. No, questo ci serve ancora di meno, perché non ha mai funzionato, perché la sintesi politica è necessaria, perché ne abbiamo tutti abbastanza di lavorare a vuoto perché poi qualcuno un po’ più furbo e meglio organizzato passi ad incassare convogliando il lavoro fatto verso mulini che con la lotta e la trasformazione delle cose non c’entrano nulla.

Ma se non ci serve il partito ideologico vecchio modello e non ci serve nemmeno la rete delle reti, allora cosa ci serve? Forse sta qui il punto politico rivelato dal nome attualmente in uso di questo nuovo processo ancora nascente: ci serve un camminare nuovo. Mi convince a questo proposito la definizione che ne hanno dato gli attivisti del circolo Me-Ti di “soggetto-progetto” nel loro documento politico. Mi convince perché in questa definizione c’è tutto ciò che ci serve, appunto l’aspetto della sintesi politica capace di incidere in tempi utili sulla realtà sempre più dinamica e velocizzata che ci circonda, ma anche il carattere dell’unità basata sui progetti, sulle capacità operative che i promotori e gli aderenti sviluppano sui territori a difesa delle loro comunità.

E credo anche che sia l’unica forma organizzativa capace di resistere all’onda d’urto che fra poco ci investirà. Credo che sia chiara la pesante svolta a destra uscita fuori da queste elezioni. E non parlo del mero aspetto governativo. Intendo dire che si sta affermando nella società una opinione pubblica profondamente reazionaria, una voglia dell’uomo forte, una propensione alla lotta fra poveri, un’ideologia dell’ordine militare e poliziesco e del privilegio per collocazione geografica se non per razza. In una parola sta riprendendo piede la tendenza al fascismo che noi non potremo più combattere con l’antifascismo militante e le bandiere rosse, ma rafforzando i presidi che abbiamo nei quartieri e nei territori e aprendone di nuovi, occupando tutti gli spazi possibili con opere di reciproco aiuto, di solidarismo, di economie di sussistenza, di mutualismo sociale. Se non lo facciamo noi lo faranno i fascisti e infatti hanno già iniziato.

Costruiamo dunque un soggetto politico plurale, composito, attraversabile, accogliente, ma non rinunciamo a costruirlo perché ne abbiamo bisogno oggi e ne avremo sempre più bisogno in futuro, per riconquistare il consenso che nel corso del tempo i progressisti, i sardisti e gli indipendentisti in questa terra hanno perso. E non parlo dello spazio sui media che pure è importante, ma prioritario è il radicamento sociale e civile, la riconoscibilità, lo spazio di manovra in cui le nostre idee di libertà ed emancipazione possano farsi strada e camminare. Ciò che ci serve è la certezza dell’attivismo e dell’organizzazione, sapere che per le battaglie unitarie siamo tutti per uno e non piccole trincee sparse dedite alla cura dei propri confini. Su questo punto non si giocherà solo la vita e la morte del progetto Caminera Noa, ma anche del fare politica finalizzata alla decolonizzazione nella nostra terra.

Il secondo pilastro è a mio avviso la qualità delle campagne che si intenderà fare. Ogni qualvolta nell’ambito generale della nostra area nasce un progetto o un insieme di progetti si ha la tendenza a occupare tutti gli spazi squadernando uno ad uno i temi del progressismo e del sardismo. Energia, acqua, scuola, identità, lavoro, lingua e via dicendo.

Io credo che bisogna cambiare passo. Non ci serve un programma elettorale. Di questo ne parleremo se e quando si discuterà di elezioni. Ora ci serve trovare lo spazio sociale in cui il nostro cuneo rosso possa fare breccia mediante singole e ben meditate battaglie. E, a mio parere, le caratteristiche che tali battaglie devono avere sono ben chiare: originalità, fattibilità, coscienza, rottura. Non dico di rinunciare alle battaglie di bandiera, cioè a quelle lotte che è giusto fare anche se ora come ora non possiamo vincerle, come per esempio cambiare lo Statuto allargando i poteri sovrani del Popolo sardo o alzare l’insegna della piena occupazione a salario minimo garantito. Ma al loro fianco dobbiamo fare avanzare due prassi ben riconoscibili: il mutualismo sociale (di cui ho parlato prima e che molti di noi stanno già autonomamente praticando) e battaglie originali (nella sostanza o nella modalità con cui le proporremo), fattibili e alla portata di successo. Facciamo un esempio: chiedere l’insegnamento della lingua sarda a scuola è una battaglia giusta che va fatta anche se sappiamo che la risposta è il muro di gomma da parte delle istituzioni competenti. Appunto per questo al suo fianco bisogna farne anche una capace di cambiare da subito il volto monolingue della scuola. Ci sono delle idee sul piatto. Parliamone e agiamo, perché se riusciamo a ottenere risultati pratici e di approssimazione agli obiettivi finali, anche questi ultimi sembreranno a noi- e soprattutto alla società sarda-più vicini e raggiungibili. Dobbiamo approntare una serie di campagne che siano realizzabili e far comprendere che in Sardegna le cose si possono fare, ma che esiste una precisa volontà di impaludarle da parte delle oligarchie al potere. Se lavoriamo bene ciò porterà alla coscienza di non essere cittadini con pieni diritti, ma solo cittadini di serie B. Se lavoriamo ancora meglio ciò si trasformerà in rabbia e in conflitto e dal conflitto nasceranno le lotte che ci faranno avanzare.

Il terzo pilastro può sembrare una contraddizione ma non è così. Dobbiamo coniugare la massima flessibilità e apertura organizzativa (evitare il settarismo e non costruire mai più chiese) con la massima rigidità dei nostri punti base. Con chi usa la sardità in funzione anti immigrazione non si parla, perché non parliamo con i razzisti. Con uno che non riconosce il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione non si parla, perché anche se tinti di rosso sono sciovinisti. Con chi crede che i tirocini possano durare un anno senza obbligo di assunzione o che non debba esistere un salario minimo non si parla perché non parliamo con gli schiavisti.

Ciò di cui sto scrivendo non è mai esistito in Sardegna, anche se in altre parti del mondo qualcosa del genere si sta facendo strada. E sta qui la difficoltà del nostro impegno, ma anche la grande occasione che abbiamo davanti e l’enorme responsabilità che ci stiamo prendendo. So di non avere esaurito la discussione perché ci sono tanti altri nodi gordiani di cui discutere, ma per ora credo che basti così. La scorsa estate a S. Cristina abbiamo deciso che avremmo iniziato a camminare e lo stiamo facendo. Credo che per ora sia già una grande cosa sapere verso dove.

Ragionando su Caminera Noa (Davide Pinna)

Il Manifesto Sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Davide Pinna. 

In uno scenario politico e sociale difficile, quasi ostile, si potrebbe dire, rispetto alle proposte di un percorso di sinistra e per l’autodeterminazione dei sardi, è evidente che sa Caminera Noa deve muoversi con spregiudicatezza per costruire il prosieguo del proprio percorso. Il primo elemento che va tenuto in considerazione è lo spostamento verso destra del sentimento politico dei sardi. Questo lo dico perché ritengo che il peso della frattura destra-sinistra sia ancora, al di là della percezione popolare, l’elemento fondamentale su cui si sviluppa la politica in Europa. Ciò implica che – benché sia possibilissima (addirittura probabile a mio parere) l’affermazione di movimenti sardocentrici di impostazione reazionaria e/o liberista o di impostazione vagamente progressista, ma privi di un’analisi politica concreta di rottura con il sistema vigente1 – lo spazio per un sardocentrismo di sinistra va ricavato con le unghie. E la questione di fondo, in questo spostamento a destra, sta probabilmente nell’incapacità della Sinistra di fornire risposte adeguate alle preoccupazioni che pervadono le società occidentali in questi tempi. Viviamo, con un trascurabile ritardo di qualche lustro rispetto all’avvento del terzo millennio, in un clima millenaristico: se l’uomo dell’Ottocento era convinto che il progresso era inarrestabile, se l’uomo del Novecento sapeva che – sconfitta l’ideologia mortifera del nazifascismo – il mondo si sarebbe orientato verso una società in crescita perenne – attraverso il libero mercato o attraverso la pianificazione socialista – , noi non abbiamo la più pallida idea di cosa ci attenda nei prossimi cinque anni e l’ottimismo non è sicuramente il segno di questi tempi. Questa situazione si configura come una sorta di imbuto, in cui vorticosamente sprofondano i pezzi marginali della società. Ovviamente, man mano che il contenuto dell’imbuto si scarica, nuove componenti si marginalizzano, prendendo il posto di chi c’era prima. Migranti, poveri, giovani che per carenza di status dei genitori non riescono a immettersi in posizione favorevole nel mercato del lavoro, anziani che restano esclusi dalle reti di welfare formali e informali, adulti che perdono il lavoro o si separano, lavoratori che vedono il loro potere contrattuale in caduta libera etc. Ora, che risposte possiamo dare a queste necessità ed esigenze? Il dibattito teorico, seppur esistente, è ben lontano da giungere a una conclusione. Una spinta fondamentale arriverà dalla riflessione sulle pratiche che metteremo in campo. Senza l’esperienza di quelle pratiche però, non è possbile alcuna riflessione. E allora in questo momento Caminera Noa, per come si sta costituendo, rappresenta un punto di partenza corretto, perché è e vuole essere un’aggregazione di percorsi di lotta, quindi di pratiche di resistenza, base di ogni eventuale elaborazione teorica futura. Tuttavia ritengo che dal 18 marzo vada fatto un passo in avanti in direzione di una maggiore strutturazione del progetto, perché senza struttura e senza organizzazione (e quindi senza risorse umane, cognitive e, purtroppo, economiche) è difficile rendere queste pratiche resistenziali pervasive. Perciò auspico che si punti decisamente verso la ramificazione territoriale del progetto, prendendo ad esempio le buone pratiche che conosciamo, puntando sul mutualismo e sulla creazione di reti sociali. E che questa ramificazione avvenga in maniera stabile, attraverso la creazione di coordinamenti locali che, in prospettiva, si dotino di una sede e delle risorse necessarie all’avvio di progetti di mutuo soccorso. Parallelo a questo ci deve essere un discorso politico pervasivo, qualcuno che in ogni territorio – e a livello sardo – su preciso mandato dell’Assemblea e facendo riferimento ai documenti costitutivi di Caminera, prenda parola su ogni elemento del dibattito politico che ci riguarda. Dei portavoce de sa Caminera, in grado di portare la nostra voce all’attenzione dei media e di chi non riusciamo a raggiungere sul territorio. Mi riservo di presentare, nei prossimi giorni e poi all’assemblea del 18 marzo, una proposta strutturata di organizzazione su questi due piani.

Ragionando su Caminera Noa (Davide Mocci e Essia Sahli)

Il Manifesto Sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). 

La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Essia Sahli e Davide Mocci. 

Dopo 8 mesi dalla sua nascita, Caminera Noa è pronta ad affrontare la sua terza plenaria. Un percorso politico la cui base di riferimento si è allargata sempre di più, compresi i presupposti che hanno portato alla sua nascita e al suo sviluppo: attraversare tutte le lotte di liberazione sociale e natzionale presenti in Sardegna, creando una partecipazione reale e inclusiva di tutti i soggetti che ne hanno deciso di intraprendere questo percorso. Grazie agli incontri territoriali di Sassari e Cagliari, passando per Bosa, Terralba e Oristano, sono tante le persone, provenienti o meno da associazioni, comitati e movimenti, che hanno riportato il dibattito sulla Sardegna al suo ruolo centrale, attraverso una lettura contemporanea di ogni aspetto della società sarda e delle sue reali possibilità di sviluppo. La necessità palesata sin da subito da tutti coloro che si sono mostrati attivi nel progetto è stata ed è tuttora quella di sviluppare nuovi strumenti e metodi volti non solo a creare un soggetto credibile che possa presentarsi come interlocutore all’interno del dibattito indipendentista e della sinistra sarda, ma soprattutto a rendere questi strumenti disponibili a chiunque voglia essere artefice del proprio destino e della propria liberazione.

L’obiettivo di Caminera Noa non vuole e non può essere un mero atto di testimonianza, farsi semplice portatore di istanze condivise da alcune parti della società sarda, quanto piuttosto rendere ulteriormente esplicite le contraddizioni del regime coloniale italiano e del mondo neoliberista, per inquadrare la Sardegna non più come periferia geografica e storica ma inserirla nel contesto internazionale che le appartiene: quello mediterraneo, europeo e globale, come soggetto storico-politico indipendente e autodeterminato.

Il percorso che abbiamo iniziato non è semplice e tantomeno di breve respiro. Sappiamo quanto sia lunga ed estenuante la lotta e conosciamo bene quali sono le condizioni in cui la nostra terra versa da quando la libertà ci è stata negata per essere soggiogata agli interessi dei potentati continentali e multinazionali. Altrettanto bene sappiamo quanto sia necessario coinvolgere tutto il popolo sardo in queste lotte, poiché l’avanguardia non basta più.

Le elezioni italiane appena passate ce lo hanno dimostrato: per quanto il risultato (non esclusivamente elettorale, ma di partecipazione e sostegno più o meno attivo) di PA lasci ben sperare riguardo la crescita di un movimento di opinione autodeterminazionista e indipendentista, la retorica razzista e xenofoba dei partiti di centrodestra, avallata e strumentalizzata dalle forze politiche “di sinistra” ha pervaso anche la società sarda, facendo leva sulla miseria sociale e culturale che ormai caratterizza il nostro popolo martoriato. La guerra tra poveri si è scatenata anche in Sardegna, e il nostro compito sarà anche quello di re-indirizzare questi sentimenti comuni verso i reali artefici dei nostri mali, che non possono essere altro che i vari sfruttatori e loro sodali che arrivano nella nostra terra per capitalizzare le proprie fortune e lasciare a noi le briciole e le scorie.

Pertanto, riteniamo sia necessario portare pratiche dal basso e realmente democratiche nei territori, nei paesi e nelle città; (ri)abituare i sardi al dibattito politico dando loro la possibilità di fare i conti con sé stessi (come sardi) e con la propria terra anziché rivolgere lo sguardo al di là del Tirreno. In una parola, dobbiamo favorire e sviluppare un processo profondo di “empowerment” di ogni sardo che si consideri tale, qualunque sia il posto da cui viene: Cagliari, Milano, Gadoni o Dakar. Chiunque si senta parte di questa terra e per questa terra vuole lottare, allora deve sapere che il prossimo 18 marzo ci sarà un appuntamento a cui non potrà mancare.

 

Ragionando su Caminera Noa (Antonio Muscas)

Il manifesto sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). 

La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Antonio Muscas. 

Durante l’ultima tornata elettorale, a seguito del lancio di Potere al Popolo, c’è stato in Sardegna un tentativo di costituire un Potere al Popolo Sardo, un soggetto autonomo in grado di relazionarsi alla pari con PaP, in un rapporto paritetico e perciò non periferico e non ad esso subalterno. L’iniziativa, promossa da soggetti e organizzazioni politiche che, per semplificare, possiamo definire autodeterminazioniste, hanno trovato totale consenso e condivisione da parte di PaP, mentre, paradossalmente, i soggetti politici riconducibili a Prc e Pdci, hanno palesato, in maniera talvolta accesa, come il tema dell’autodeterminazione sia da loro ritenuto poco degno di attenzione, secondario rispetto ai grandi temi che secondo loro questo mondo grande e difficile ci propone. Come se un tema escludesse gli altri, o che si potessero disporre temi parimenti importanti su diversi livelli di priorità.
Tra noi e questi soggetti, ancora legati alle vecchie dinamiche da cui da tempo abbiamo preso le distanze, n​on cred​o ci siano gli estremi per trovare ​un’accordo​, avendo dimostrato quanto abissale sia la distanza che ​ci​ separa.
Non è stata da loro el​​aborata e fatta propria ciò che per noi è divenuta invece necessità.​ Così come non ​sono stati neppur​e capaci di sfruttare l’opportunità di accogliere le nostre istanze e, pertanto, quelle di una fetta crescente di cittadini a cui invece stanno aprendo le porte organizzazioni e movimenti caratterizzati da una evidente e pericolosa deriva a destra e il cui unico interesse è lo slogan a fini personali.
Ho ritrovato ​negli incontri con questi soggetti le​ stesse pratiche e dinamiche logore da cui son sempre rifuggito e che, come dimostrano i numeri, ​li ​costringono​ oramai​ a posizioni marginali, incapaci come sono di farsi realmente interpreti e propositori delle soluzioni di cui la nostra società ha necessità.
​Il fallito, per ora, tentativo di costruire un PaP Sardo, associato alla decisione, presa qualche giorno dopo le prime assemblee sarde di PaP, da parte di Progetto Autodeterminatzione di presentarsi da soli alle elezioni, senza neppure compiere un tentativo di convergere, di inserirsi in quel processo e/o provare a costituire un gruppo unico nel tentativo di dettare la linea, ha evidenziato ancora una volta la frammentazione dei​ numerosi​ gruppi politici sardi dell’autodeterminazione​, in cui il leaderismo ha prevalso sulla necessità di aggregazione e di compiere il necessario salto di qualità. Nonostante le accomunanze siano di gran lunga superiori alle discordanze, si rifugge dal confronto, preferendo gli slogan e la semplice somma di sigle, utile certo a fare numero e garantire posizioni di vertice, ma incapace di elaborare soluzioni praticabili, in particolare quando chi le propone non ha reale rapporto con i territori e non svolge la necessaria e indispensabile pratica politica.
​La vittoria dei 5 stelle​ in Sardegna, come già da altri è stato specificato, è l’evidenza​ di quanto l’elettorato sia più avanti della classe politica sarda. Evidenzia l’assenza di una classe politica adeguata e all’altezza, capace di farsi portatrice delle istanze della Sardegna.
L’esperienza di PaP Sardo ha ​però ​avuto il merito di stimolare ​in tanti ​la necessità di rilanciare l’azione politica in Sardegna, ​facendo emergere ancora di più la necessità di un percorso di elaborazione sardo, intendendo con ciò un percorso di costruzione di un processo politico in ambito internazionale, centrato in Sard​e​gna ma connesso e in stretta relazione coi movimenti di liberazione accomunati a noi dallo stesso spirito e dalle stesse ambizioni.
Caminera Noa può in questo senso rappresentare lo strumento adeguato di elaborazione politica ad alto livello e di formazione di una nuova classe dirigente. Dipenderà tutto da noi: dalla profondità e ampiezza dell​e​ nostr​e​ vision​i​, dalla nostra capacità, dal nostro spirito di condivisione e da quanto saremo capaci di camminare tutti insieme, rinunciando, ove necessario, a mire personalistiche in nome di valori più alti​.​
Caminera Noa si presenta come un laboratorio politico, aperto al confronto e a chi ne condivide i valori di principio, nato per costringere e costringerci ad un confronto serio e serrato.
​Se realmente vogliamo superare questa terribile fase di arretratezza e continuo declino, non possiamo pensare semplicemente di vivacchiare, limitarci a fare  testimonianza o tentare di mettere qualche pezza qua e la. Abbiamo bisogno di volare alto e perciò di darci un forte scossone. Non ci sono vie di mezzo quando si è sull’orlo del baratro: o si cambia repentinamente direzione ​o si casca.
Per chi vuole intraprendere questo percorso devono essere chiari la difficoltà del compito e l’impegno da profondere.

Dibattito Lobina-Tirro su Potere al Popolo e autodeterminazione

Pubblichiamo un interessante scambio di opinioni tra Enrico Lobina (militante sardo, candidato a sindaco di Cagliari con la lista “Cagliari Città Capitale” e animatore del circolo Me-Ti”) e Francesco Tirro, uno dei fondatori dell’esperienza italiano “Potere al Popolo”. In questi articoli uno degli elementi fondamentali è la questione dell’autodeterminazione nazionale del Popolo Sardo, per cui riteniamo doveroso riportarla integralmente. Buona lettura.

Entrambi gli articoli sono stati pubblicati originariamente sul blog di Enrico Lobina

  1. Articolo di Enrico Lobina

Francesco Tirro, che milita a Napoli in Potere al Popolo, mi ha chiesto di esprimermi su Potere al Popolo, sul risultato elettorale, sulle criticità e le prospettive.

Gli rispondo pubblicamente, perché sono sicuro che gli fa piacere, e perché più il dibattito è collettivo, meglio è.

Rispondo in modo poco ordinato, ma se Potere al Popolo è disposta davvero a prendere in considerazione quanto dice un militante cagliaritano, che il 18 non sarà a Napoli, posso anche provare a scrivere qualcosa di più articolato. Sto scrivendo, infatti, dopo quasi 14 ore di seguito passate a difendere 34 lavoratori dal licenziamento.

Io credo che il risultato di Potere al Popolo in Italia sia negativo, e lo sia ancora di più in Sardegna. Abbiamo praterie di fronte a noi, e non le usiamo.

In Europa occidentale ci sono organizzazioni e persone che ci riescono: Podemos, France Insoumise, il Labour.

Non credo sia stato utile riproporre un linguaggio e, in alcuni casi, una liturgia molto lontana dal sentire e dalla vita del popolo, sia esso quello sardo o quello italiano.

In Sardegna si è voluta eliminare la questione sarda dal novero degli argomenti da affrontare: è come imporre ai giocatori di una squadra di calcio di non discutere della loro posizione in campo. Ed i risultati si sono visti. In ogni caso, si è preso l’impegno ad affrontare il tema in appositi “laboratori” subito dopo le elezioni. Come ho detto in alcune riunioni di potere al popolo, io mi iscrivo a questi laboratori, spero che vengano convocati quanto prima e che prendano anche delle posizioni chiare in tempi ragionevoli.

Ma torniamo a Potere al Popolo Italia.
Bisogna scegliere: il popolo o la “sinistra”? A me personalmente viene l’orticaria quando sento la parola sinistra.

Populismo e mutualismo sono per me due fari. O, se non vi piace la parola populismo, possiamo anche dire che dobbiamo essere “popolari”, ma la sostanza non cambia.

Allo stesso tempo, se ci si presenta alle elezioni dobbiamo sapere che ci si candida per governare e, quindi, dobbiamo avere un progetto di governo e, quindi, fare alleanze sociali e politiche per governare. O, almeno, proporle ed averle chiare in testa. Altrimenti si finisce a prendere qualche punto percentuale in più di Casa Pound.

Dobbiamo essere nelle piazze ed essere fautori di un “ordine nuovo”. Piazza ed ordine, insomma. Dobbiamo attaccare i corpi intermedi ed egemonizzarli, e costruire una organizzazione autonoma, che si autosostenta.

Se facciamo tutto questo alle prossime elezioni, in Sardegna ed in Italia, possiamo rinascere.

Le elezioni non sono tutto, ed infatti a questo giro il circolo nel quale milito ha scelto di non partecipare, ma se si vuole contare nella società da essa, e dalle sue regole, non si può prescindere. Altrimenti si fa solamente lavoro culturale e sociale, il quale è assai positivo, ma è una cosa diversa.

Vi sono una marea di elementi che non sono esaminati in questo scritto, i quali dovrebbero esserlo. Uno su tutti: il Movimento 5 Stelle oggi in Italia ed in Sardegna.

PS. Mi permetto di essere così duro perché stimo Francesco, e perché lo sono stato per Cagliari Città Capitale quando abbiamo preso il 2,45%, nelle stesse elezioni comunali in cui i partiti comunisti e tanti sovranisti ed indipendentisti sostenevano il PD ed il suo candidato. http://www.cagliaricittacapitale.com/it/2016/06/21/sulle-elezioni-di-cagliari-sulle-elezioni-e-su-cagliari-citta-capitale/

2. Risposta di Francesco Tirro

Rispondo alle osservazioni di Enrico, che ringrazio, capovolgendo l’ordine del ragionamento e partendo dal dato complessivo. In Italia e in Sardegna stravince – con risultati eguagliati finora solo dalla DC, dal PCI e da Forza Italia – un’opzione populista e dichiaratamente anti-ideologica. Non entrerò nel merito delle caratteristiche politiche del M5S, su cui tanto è stato già detto e scritto, perché ciò che mi interessa di più è l’istanza che il Movimento si trova a rappresentare, non l’orientamento della rappresentazione che loro sceglieranno di avere. Il M5s vince, dopo 13 anni di lavoro politico costante – sui territori, nelle piazze, su internet e nei teatri prima, su internet e in TV poi – perché si configura, aldilà di ciò che concretamente farà,come l’unica opzione anticompatibilista, “anti-inciucio”, radicalmente alternativa al sistema di potere dominante. Lo fa nonostante le esperienze di governo, a Roma, a Torino, a Livorno e altrove, non siano state particolarmente esaltanti, questo perché riesce ancora a presentarsi come alternativo nonostante faccia ormai parte da tempo del panorama politico generale. L’opzione populista vince un po’ su tutto il territorio italiano e sardo, tranne che nelle roccaforti leghiste: di fatto solo la Lega, laddove è storicamente presente e forte, riesce a sottrarre voti ai 5 Stelle.

Ad essere sconfitte sono, a destra come a sinistra, le organizzazioni politiche storicamente più disponibili al compromesso con gli avversari politici: Forza Italia che soccombe, seppur relativamente, all’ingombrante alleato leghista; il PD, la cui crisi di consensi va ben al di là del fatto di essere stato il partito di governo degli ultimi 5 anni; Liberi e Uguali, il cui risultato di almeno il 50 % inferiore alle attese è soprattutto il risultato della scarsa credibilità come forza di alternativa e di una campagna elettorale, condotta principalmente dall’improvvido Grasso, tutta orientata ad una continua affermazione della disponibilità al compromesso. Faccio una menzione solo per onore di cronaca del ridicolo risultato nazionale delle forze della destra estrema, ancora più bruciante se paragonato alla sovraesposizione mediatica di cui hanno goduto per mesi: anche questo ci dice tanto, ma esula sostanzialmente dal tema del dibattito.

Veniamo infine a Potere al Popolo: il risultato elettorale è conforme alle rilevazioni dei principali istituti d’indagine, che ci davano anche al di sotto dell’1%, tranne uno, Lorien Consulting, che a pochi giorni dal termine per la pubblicazione ci dava al 2,7%. Anche le poche informazioni avute successivamente non ci hanno mai lasciato sperare in qualcosa di meglio: l’ottimismo relativo alla possibilità di farcela è stato essenzialmente dovuto ai feedback positivi ricevuti direttamente durante la nostra campagna elettorale, cioè tra coloro che sono stati raggiunti dal nostro messaggio, ma abbiamo pagato essenzialmente una sottoesposizione mediatica che ha fatto sì che solo pochi milioni di elettori sono semplicemente venuti a conoscenza della nostra esistenza. Non a caso i risultati migliori sono stati ottenuti laddove le e i militanti di Potere al Popolo erano già conosciuti e riconosciuti: a Napoli centro, Fuorigrotta e Bagnoli si sono raggiunti in alcune sezioni picchi del 7,6%, a Livorno in alcuni quartieri è stata quasi toccata la doppia cifra, nel sud della Puglia, in un territorio difficile, ci si è attestati su un 2% medio, e via discorrendo.

Questi elementi non sono né consolatori né giustificatori, ma servono semplicemente a restituire un quadro corretto, separando le legittime attese e speranze dai dati concreti: è sicuro che, se non ci fosse stata l’esplosione dei 5 Stelle, almeno in alcuni territori le percentuali sarebbero state molto più alte.

Le critiche di Enrico, dunque, vanno contestualizzate in questo quadro. Passo così a discuterle punto per punto.

Enrico parla di praterie che non percorriamo: è vero, sono davanti a noi ed abbiamo appena iniziato ad avventurarci, ma non sono deserte. Quello spazio vuoto esiste solo nella testa di chi ritiene che il popolo a cui parliamo noi sia “protetto” da un recinto invalicabile, quando invece è vero il contrario: il popolo del lavoro dipendente o falso autonomo, quello dei disoccupati, degli inoccupati e dei precari è da un decennio almeno interlocutore dei 5 Stelle. In questo senso, l’Italia costituisce un’eccezione a livello europeo, perché è l’unico paese in cui quello spazio – lo spazio della critica e del rifiuto del sistema dominante – è stato da tempo occupato da una forza che non è ascrivibile a tradizionali identità politiche. Parliamo di un movimento che spesso, e giustamente, abbiamo indicato come “di destra” (pensiamo ai discorsi su immigrazione e accoglienza) ma che non è tale nell’identificazione e nella rappresentazione che ne danno i suoi elettori, né lo è nella composizione del suo voto e degli attuali eletti.

Il paragone che Enrico fa con forze come Podemos e France Insoumise, dunque, va limitato al fatto che noi vogliamo inserirci in quel discorso e costituirci come forza in grado di fare un simile percorso politico, ma nulla più, al momento. Podemos nasce da un movimento di piazza che noi non abbiamo avuto; la France Insoumise da una “rifondazione” del discorso politico di una certa parte della sinistra francese che inizia almeno 6 anni fa.

Diverso, invece, è il discorso relativo alla critica sul linguaggio e sulla “liturgia”: è vero, da questo punto di vista dobbiamo ancora compiere diversi passi. Un tentativo è stato fatto – quello di essere “popolari” senza essere “populisti”, di non parlare alla “sinistra” ma di presentarsi come una forza capace di rappresentare istanze più generali – ma molto ci resta da compiere. Il linguaggio è un problema importante, molto più importante è il tema della ripetizione di liturgie, dell’affermazione di identitarismi, di riflessi condizionati espressione di un mondo politico che non c’è più: di tutto questo dobbiamo liberarci quanto prima.

Rispetto alla questione dell’autodeterminazione del popolo sardo, che è stata “congelata” dopo accese discussioni, per essere ripresa dopo l’appuntamento elettorale, ho già avuto modo di esprimermi in assemblea a Cagliari il 5 Gennaio: il diritto all’autodeterminazione dei popoli vale sempre e comunque, non solo per quelli “lontani” o per quelli per i quali la sinistra nostrana ha storiche simpatie. Le critiche all’indipendentismo sono state di tre tipi: anteporre la questione nazionale alla questione di classe; essere nazionalisti invece che internazionalisti; sostenere una battaglia marginale e non sentita dalla popolazione. Credo che a queste critiche si possa rispondere semplicemente che l’unità internazionale della classe non è pregiudicata dal contesto nazionale a cui si appartiene  – quello italiano non è immediatamente più progressista di un eventuale contesto sardo – ma dal poter fare o meno degli avanzamenti in termini di coscienza e organizzazione. Se una “questione sarda” esiste, è dovere dei comunisti agitarla e piegarla in un senso favorevole alle proprie istanze, non rimuoverla. Assumerla non vuol dire essere “nazionalisti”: fino a prova contraria chi è contro la “nazione sarda” non diventa automaticamente “cittadino del mondo” ma resta nella nazione storicamente determinatasi in seguito al trionfo della borghesia, che non è migliore ma solo già esistente. Infine, se vogliamo discutere di “marginalità” a giudicare dalle percentuali ottenute siamo marginali tutti, sia quelli che restano nell’alveo tradizionale della sinistra, sia quelli che provano a declinare in modo più deciso il tema dell’autodeterminazione: per questa ragione, non c’è “marginalità” che possa sottrarci al ragionamento politico.

Enrico continua scrivendo che la parola “sinistra” gli fa venire l’orticaria; a me per fortuna non viene, ma condivido la provocazione. Non a caso, in campagna elettorale, rispondendo ad una domanda su “perché popolo?” abbiamo dichiarato che certe parole e certi simboli “nostri” sono purtroppo e ormai, nella migliore delle ipotesi, dei significanti vuoti; nella peggiore, sono carichi di senso negativo. Quest’ultimo aspetto è stato opportunamente notato da una nostra attenta osservatrice d’Oltralpe, compagna di LFI, che dice testualmente che noi paghiamo anche, nell’immaginario collettivo, il tradimento del PD renziano. Non per caso, infatti, a Napoli i 5 Stelle hanno avuto gioco facile a presentarci addirittura come lista civetta del PD: se questo messaggio, per noi ridicolo, è passato senza difficoltà, lo è anche perché la nostra opzione è ancora facilmente confondibile con la sinistra storica italiana, i cui fallimenti e tradimenti ovviamente non sono ascrivibili solo al PDS-PD ma anche alla sinistra d’alternativa, compresa quella presente dentro Potere al Popolo, che storicamente ha fatto delle scelte sbagliate, pagandole caramente.

“Populismo e mutualismo sono per me due fari. O, se non vi piace la parola populismo, possiamo anche dire che dobbiamo essere “popolari”, ma la sostanza non cambia”. Questo dice Enrico, e questo stiamo facendo, anche se preferiamo “popolari” perché riteniamo che la sostanza cambi, e molto. Riteniamo, infatti, soprattutto in uno spazio già egemonizzato da una forza come il M5S, che se c’è qualcosa da recuperare possiamo farlo non mettendoci sul loro piano né chiudendoci nella nostra identità storica, ma recuperando i nostri contenuti e le nostre analisi, benché con linguaggio e simboli nuovi. La capacità di riconoscere gli avversari, di indicare chiaramente le responsabilità, di separare il campo tra amici e nemici è qualcosa che noi abbiamo, i 5 Stelle no.

In questo senso apprezzo anche il riferimento all’ “ordine nuovo”: noi abbiamo il dovere di ricostruire un modello di società, di non limitarci alla critica dell’esistente ma di mostrare a tutti come per noi possono funzionare le cose. Noi diciamo che possiamo mostrarlo in due passi: col controllo popolare – che si traduce nella riattivazione e nella ripresa di conoscenze e competenze sul complesso delle questioni economiche, sociali, politiche – e col potere popolare, cioè con l’assunzione diretta di responsabilità per la risoluzione dei nostri problemi. L’ “ordine nuovo”, infatti, non arriva dalle elezioni, benché siano uno dei campi di battaglia, ma dalla costruzione quotidiana, quartiere per quartiere, strada per strada, posto di lavoro per posto di lavoro, di un nuovo potere. Lo abbiamo già fatto occupando le chiese, riaprendo le strade, occupando le case; lo fanno altri comitati popolari occupando gli ospedali, organizzandosi per riaprire spazi vuoti e abbandonati, inserendosi laddove lo Stato si ritrae. Il nostro campo di battaglia è ovunque, dalla scuola al quartiere, dalle lotte per i diritti individuali a quelle ambientali, insieme a quelle per lavoro, salute, libertà. Per questi motivi per noi le elezioni sono state solo un trampolino per tuffarci nel “mondo grande e terribile”: da adesso navighiamo in mare aperto e lo facciamo con incredibile ottimismo, perché davvero, oggi come 170 anni fa, non abbiamo nulla da perdere

Dopo le elezioni: dal malcontento al progetto

di Giovanni Fara

Il 4 marzo non è stata una giornata qualsiasi, l’esito delle elezioni ha segnato un solco profondo tra i cittadini e i partiti che fino ad oggi si sono alternati al governo dell’Isola. Il Movimento Cinque Stelle ottiene un risultato epocale, stravince in tutti i collegi uninominali con picchi di oltre il 42%. Una scelta chiara, quella dei sardi, che non lascia alcun dubbio sulla voglia di cambiamento che attraversa l’Isola.

Il Movimento Cinque Stelle riesce a incanalare il malcontento popolare ovunque, non solo in Sardegna. In generale nelle isole e nel sud Italia rompe, per la prima volta in settant’anni, un sistema di potere basato su un clientelismo i cui fondi parevano illimitati, che rendevano di fatto la politica impermeabile al cambiamento. Un dato, questo, che ci porta a riflettere sulla assoluta incapacità dei partiti di mantenere in piedi quell’articolato sistema di scambio di favori, elargizione di prebende, spartizione di appalti e interessi che hanno consentito fino a non poco tempo fa di manipolare le sorti di intere popolazioni.

L’indirizzo istituzionale degli ultimi trent’anni, volto a rimuovere ogni domanda politica e sociale non compatibile con le teorie neo-liberiste, ha di fatto svuotato la rappresentanza, trasformando i partiti in funzione delle decisioni prese dai burocrati che presiedono all’Unione Europea. Questo ha contribuito alla nascita e all’ascesa delle cosiddette “forze antisistema” animate da pulsioni di ogni tipo e capaci di intercettare la crescente rabbia dei cittadini verso istituzioni sempre più distanti e incapaci persino di fornire i servizi minimi. Emblematico il caso della Sardegna, dove lo Stato smobilita scuole, presidi ospedalieri, asili nido ecc. lasciando i resti di una industrializzazione selvaggia e dove il sistema clientelare non è più capace neppure di fare promesse. La Sardegna paga un prezzo altissimo a causa di decenni di sfruttamento incontrollato del territorio e di politiche neocoloniali che hanno immiserito ogni aspetto della vita sociale, economica e culturale dell’Isola.

Nel risultato del voto del 4 marzo si intravvede la ragione di una voglia di rottura che fino a quel momento non aveva trovato una forma di canalizzazione politica. Questo il principale dato su cui il movimento indipendentista dovrebbe avviare una seria riflessione.

Se è vero che non è facile decretare l’andamento dei processi politici e le tendenze elettorali, è pur vero che un’analisi attenta delle vicende passate permette di articolare delle riflessioni logiche che non possono essere relegate alla stregua di opinioni, in quanto si basano sulla constatazione di dinamiche ricorrenti.

I dati circa le elezioni politiche italiane, dal 1996 in poi, segnano un inesorabile calo di consenso di tutte le coalizioni formatesi con l’intento di rappresentare le istanze di emancipazione nazionale dei sardi, nonostante la costante del dibattito politico fossero tutte le questioni sollevate dagli indipendentisti negli ultimi venticinque anni; si va dalla denuncia della rapina delle risorse, alla speculazione energetica fino all’occupazione militare e alla difesa dal pericolo nucleare. Un’esperienza di lotte molto ampia e rilevante che non è però riuscita a tradursi in un significativo consenso elettorale. Tenuto conto delle contingenze storiche, di un movimento diviso in mille rivoli e delle leggi elettorali che hanno influito  in diversa misura sul risultato del voto, bisogna prendere atto degli errori e del fallimento di una strategia finalizzata alla sola partecipazione alle elezioni, per spirito di “testimonianza”, senza aver lavorato ad un sostanziale radicamento sul territorio e tralasciando spesso tutte le tematiche del mondo lavoro che hanno invece inciso profondamente sull’esito del voto del 4 marzo.

Il risultato del Progetto Autodeterminatzione guidato da Anthony Muroni (2,5% al senato e 2,2% alla camera) è nettamente al di sotto delle aspettative. Pur riconoscendo all’ex direttore de L’Unione Sarda il merito di aver semplificato il complesso quadro politico, bisogna rilevare che il progetto non era sufficientemente strutturato e rappresentativo per poter essere presentato nell’ambito di una consultazione elettorale il cui esito era ampiamente prevedibile. A questo si aggiunge l’assenza totale di prospettive di trasformazione sociale, ovvero di un approccio capace di affrontare in termini chiari la questione della subalternità politica della Sardegna rispetto agli interessi dello Stato centrale, l’assenza di tematiche in grado di intervenire nel dibattito politico, già pesantemente condizionato dai big della partiti italiani e di un’istanza indipendentista ridotta a mera rivendicazione culturale, ai margini di un progetto scandito da slogan non in grado di interpretare una società molto più avanzata rispetto a ciò che avrebbe dovuto rappresentare “la rivoluzione tranquilla”, perfetto ossimoro per descrivere un fallimento annunciato.

I risultati ottenuti nelle elezioni regionali del 2014 da Sardegna Possibile e Fronte Indipendentista Unidu, con un totale di circa 85mila voti, non sarebbero dovuti rimanere in balia dell’evaporazione, trovandosi, gli elettori, orfani e senza rappresentanza grazie ad una legge profondamente iniqua, liberticida e antidemocratica, alla quale si è aggiunta l’incapacità del movimento nella sua interezza di capitalizzare un ottimo risultato. Non si è riusciti ad impedire la dispersione dell’entusiasmo e a dar luogo ad un progetto ove si potessero condensare ed integrare le diverse esperienze, creando così un vero blocco nazionale da contrapporre ai parti italiani nel corso dei vari appuntamenti elettorali.

È ora necessario rifondare le basi di un progetto di emancipazione nazionale rappresentativo e in grado di formare una nuova e classe dirigente.

Il primo appuntamento importante dopo le elezioni è fissato a Bauladu per il 18 marzo, data in cui si incontreranno tutti coloro che l’estate scorsa hanno iniziato a confrontarsi e a muoversi su un percorso di lotte comuni, su una Caminera Noa. Sarà infatti l’occasione per riflettere su ciò che comporta il risultato di queste elezioni per il futuro dei sardi e prendere decisioni importanti, nell’ordine delle lotte contro l’esclusione e le diseguaglianze sociali, l’affermazione dei diritti civili e culturali, la difesa della salute e dell’ambiente, la lotta alle derive razziste che si sono via via manifestate come reazione ad una crisi di valori indotta da una mentalità sempre più incline all’individualismo e alla competizione. Questo muovendoci con la prospettiva di rendere l’incontro un momento costituente di un soggetto politico nuovo, una casa comune degli indipendentisti e di tutti coloro che, ripartendo dal basso, vogliano confrontarsi con i cittadini e i comitati civici per mettere la democrazia e la partecipazione al centro del loro agire.

Un voto per la questione sarda

Domani si svolgeranno le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Andrìa Pili. Con questo contributo si conclude il giro di pareri sul voto alle elezioni  dell’Italia.

di Andrìa Pili

La mia preferenza elettorale per queste Legislative parte da alcuni assunti fondamentali: il voto in Sardegna dovrebbe essere una scelta ponderata sulla base degli effetti che un determinato risultato può avere nel contesto sardo; i potenziali effetti positivi, per l’isola, che potrebbe avere l’affermazione di un determinato movimento politico italiano dipendono da quanto si sarà autonomamente costruito attivamente in Sardegna. Vediamo, brevemente, quali sono le forze principali in campo.

PD-Centrodestra: Rappresentano la continuità con i governi che – negli ultimi 25 anni – hanno portato avanti politiche neoliberiste a detrimento dei diritti sociali – innanzitutto sul versante del lavoro, dell’istruzione, ricerca e sanità pubblica – contribuendo alla crescita sia delle diseguaglianze sociali che delle diseguaglianze di sviluppo economico fra il Nord e le periferie del Sud e le isole, favorendo il drenaggio di capitale umano in favore del primo. Inoltre, entrambi gli schieramenti hanno attuato un razzismo istituzionale che volto a criminalizzare gli immigrati clandestini o a sacrificarne i diritti umani, in nome degli interessi particolari di partito. In Sardegna, il bipolarismo liberista è il centro principale del ceto politico-clientelare, mediatore degli interessi stranieri, a sostegno di progetti economici neocolonialisti e dell’occupazione militare dell’isola. Sono il nemico immediato di un progetto volto all’emancipazione nazionale e sociale della Sardegna.

LeU: La proposta politica di questa lista non mi pare credibile per diverse ragioni. Innanzitutto, il principale partito – MDP – è una parte di PD che ha condiviso tutto il percorso del cosiddetto centrosinistra sino al governo Renzi (Roberto Speranza e Pierluigi Bersani, ad esempio, hanno votato il Jobs Act). Infatti, la narrazione dominante di questa lista si basa sul mito di un centrosinistra autenticamente progressista che sarebbe stato tradito da Matteo Renzi: il renzismo offre alla quasi totalità dei dirigenti l’opportunità di nascondere la propria responsabilità nella degenerazione e nella crisi di una Sinistra italiana che, qualche decennio fa, esprimeva il partito comunista più forte dell’Occidente. Un buon programma non è tutto, se non è supportato da persone coerenti; a guidare LeU è un bel pezzo di politici professionali il cui primo interesse è quello di salvaguardare la propria posizione.

La sezione sarda distingue fra Sardegna e Italia, ammettendo la collaborazione con il PD nell’isola (o praticandola come nel caso del sostegno alla Giunta Pigliaru) e avversione al PD in Italia. La penisola è il centro dell’azione politica e alla Sardegna è attribuito un ruolo marginale, passivo, importante in primo luogo per piazzamenti nelle amministrazioni regionali e locali, a drenare voti per «il nazionale», a prescindere dalle politiche antisociali e colonialiste portate avanti e dal sostegno alla presenza dei poligoni militari. Non a caso, la lista punta unicamente sulle diseguaglianze legate al reddito fra le classi, tralasciando la questione della diseguaglianza di sviluppo fra centro/periferia, come se questa non incidesse ugualmente in negativo sulla qualità della vita; non hanno un’idea riguardo la questione sarda o meridionale (tanto da candidare dei continentali in nome di un presunto comune interesse italiano che ogni eletto deve rappresentare, in nome della fittizia Nazione costituzionale).

M5S: Come già scritto in una precedente riflessione (link), il Movimento che si presenta come alternativo in Italia, non propone nulla che possa affrontare la questione della subalternità economica, politica e culturale della Sardegna. Inoltre, a mio parere, rappresenta un nazionalismo populista italiano la cui ideologia si basa sul culto di una mitica Italia onesta del passato, rovinata dalla casta politica attuale e che i pentastellati dovranno restaurare. La Sardegna deve solo prepararsi a ricevere le azioni di un futuro salvifico governo pentastellato; Roberto Cotti, il più sensibile alla questione sarda è stato escluso dai candidati della lista di Grillo. Inoltre, si tratta innanzitutto di un marchio italiano il cui risultato elettorale prescinde da una vera base militante e da un reale lavoro sul territorio. Per questo, il voto al M5S non può cambiare in alcun modo a cambiare gli equilibri del contesto politico sardo; il suo successo, anzi, rischia di diffondere un messaggio italianista pericoloso, in quanto allontana i sardi dalla presa di coscienza della propria condizione e, quindi, dalle soluzioni per superarla

Potere al Popolo, PC: Senza entrare nel merito delle evidenti differenze fra le due liste, provo rispetto per entrambe perché credo che rappresentino delle proposte progressiste realmente alternative al centrosinistra, importanti nella ricostruzione di un movimento comunista in Italia. Tuttavia, in Sardegna rappresentano soltanto due marchi italiani; non rafforzano nessun movimento presente sul nostro territorio, né possono essere una base per un progetto di cambiamento fondato sugli interessi dell’isola. Analogamente al M5S, il loro risultato sarà più legato all’immagine mediatica italiana delle liste che a quanto fatto nell’isola. Entrambe le liste non hanno un’idea coerente riguardo la questione sarda, non riconoscono il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione e non propongono una riforma dello Stato in senso federalista (anzi, PaP propone di fatto il vecchio centralismo, chiedendo il ripristino del Titolo V precedente alla riforma del 2001 – http://www.pesasardignablog.info/2018/01/03/potere-al-popolo-progetto-neocentralista/) .

Autodeterminatzione: L’unica lista che ha nella Sardegna il centro della sua azione, vede la questione sarda come prioritaria. Malgrado lo slogan «non siamo né di Destra, né di Sinistra» sia un espediente comunicativo molto discutibile fondato – a mio giudizio erroneamente – che tali definizioni possano allontanare dal voto qualcuno, credo che si tratti di una lista oggettivamente progressista: nessuna delle organizzazioni aderenti può essere definita di Destra, sicuramente non è di Destra il suo programma. È significativo che si sia pronunciata chiaramente contro le controriforme neoliberali del lavoro e dell’istruzione, oltre che in difesa della sanità pubblica e contro le politiche razziste dell’immigrazione. Al netto dei suoi limiti, votare Autodeterminatzione andrà a rafforzare un progetto politico diretto a cambiare gli equilibri nel nostro contesto, dando un maggiore potere al nostro popolo contro l’oligarchia sardo-italianista e contro lo Stato centrale, i maggiori responsabili del sottosviluppo sardo. Inoltre, significa rafforzare una proposta indipendentista coerente e progressista contro l’indipendentismo reazionario di PSdAz e Partito dei Sardi, contribuendo alla connessione fra indipendenza ed emancipazione reale che tali partiti – con il proprio collaborazionismo e sostegno alle politiche di PD e centrodestra, oltre che con la pratica di co-optazione di pezzi di ceto politico clientelare – rischiano di mettere in dubbio.

Disertare le urne per tornare al popolo

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Antonello Pabis. Domani verrà pubblicato l’ultima dichiarazione . 

di Antonello Pabis

Care compagne e cari compagni,
ho deciso di non votare!
Ci pensavo da tempo ma solo oggi ho superato positivamente il dubbio sulla opportunità di esternare le mie considerazioni prima delle elezioni ma … ora ci sono: la sincerità prima di tutto!
Particolarmente dopo la perdita del sistema elettorale proporzionale che, occorre ricordarlo, fu voluta da sedicenti comunisti, quelli stessi che ci hanno portato all’odierno PD, non sono mai stato innamorato delle elezioni.
Poi una lunga autocritica, che intendo proseguire, mi ha portato a vivere con crescente disagio ogni appuntamento elettorale.
Oggi rifiuto anche quello che a buona ragione si può chiamare avventurismo elettorale e mi ritiro dal gioco, anche come elettore, mentre continuo la mia militanza di base.
Le ultime leggi elettorali confermano che, facendo parte dello Stato italiano, ci troviamo in presenza di un golpe bianco che ha portato a governare gentaglia mai eletta o eletta con l’inganno e, con un sistema truffaldino e antidemocratico che riempirà nuovamente il Parlamento di corrotti e mafiosi.
L’ultima legge elettorale è la peggiore di tutte e avrebbe giustificato l’organizzazione di uno sciopero generale dal voto, un sano e consapevole boicottaggio di massa!
Invece no, mentre l’astensionismo è diventato il primo “partito”, proprio perché nessuno ha saputo offrire un’alternativa credibile al sistema mercantile e clientelare vigente, incuranti di ciò, tutti a rincorrere la gran festa delle elezioni, avvallando così il sistema truccato.
Non sono un qualunquista e non metto sullo stesso piano Leu e il PD, ma ho ben presente la dichiarata disponibilità all’inciucio che li rende meno distanti da ciò che ci chiedono di credere.
Ciò significa che, ancora una volta, il sistema mercantile capitalista, colonialista e guerrafondaio non è messo in discussione e che si “naviga” all’interno di quello.
Credo sia maturato il tempo perché la sinistra (senza virgolette) ritorni ad essere la via del riscatto sociale, torni in mezzo al popolo, sia il popolo.
E che i suoi intellettuali siano realmente organici alle masse popolari, partendo effettivamente dalle persone più escluse ed emarginate.
Non voterò nemmeno Potere al Popolo perché, essendo “un invenzione” (tempestiva solo per le elezioni) rappresentativa di associazioni e movimenti soltanto a parole (con alcune ma insufficienti pregevoli eccezioni), produrrà soltanto nuove delusioni e sfiducia con il solo risultato di far aumentare l’astensionismo, il qualunquismo, i 5 stelle (il partito qualunquista per eccellenza) e lasciare altra spazio sociale alla destra.
Questa infatti, occorre pensarci, non può essere contrastata con i muscoli ma deve essere combattuta con l’intelligenza, tornando a occupare i territori nei quali il razzismo ed il fascismo si stanno insinuando.
Voglio continuare a vivere in mezzo al “mio” popolo ed esserne parte totalmente dedicata.
E non mi scoraggio, sapendo che non siamo pochi e che dobbiamo soltanto riconoscerci ed unirci, ciascuna e ciascuno con i suoi caratteri personali e la sua diversità.
In Sardegna sono già accesi cento fuochi di resistenza civile e di lotte dal basso, che dovremmo lavorare perché si connettano in reti sempre più larghe.
Dovremmo promuovere un’inversione di tendenza rispetto al separatismo e alla dispersione in corso; non perderci di vista e costruire ponti per il dialogo e la pratica sociale comune.
Dovremmo essere consapevoli che non sono le elezioni borghesi che cambieranno il mondo ma i movimenti di popolo che cambieranno anche le elezioni.
Non ce l’ho con le compagne ed i compagni che, illudendosi, inevitabilmente contribuiscono ad illudere anche altre/i o che hanno fatto scelte diverse dalla mia, anche quella di compiere “l’ennesimo sacrificio”, dato che non vedono alternative e considerandolo magari “il male minore”.
Ho verso di loro un affetto profondo e a loro voglio chiedere benevolenza, sperando che ci rivedremo nella pratica sociale, in mezzo a quel popolo di cui, escludendo ogni presunzione e supponenza, dobbiamo essere strumento!

(Dedicato sopratutto ai giovani, perché NON SPRECHINO LA LORO INTELLIGENZA, CONTINUINO AD ISTRUIRSI, NON SI STACCHINO MAI DAL POPOLO E CHE FACCIANO DELLA PRATICA SOCIALE LA LORO PRIMA COMPAGNA DI VITA!)

I 5 Stelle e la questione sarda

di Andrìa Pili

Il programma del M5S non è diverso da quello di un partito della Sinistra italiana non radicale. I numerosi punti condivisibili per affinità ideologica rimangono limitati da ambiguità e nodi che non vengono sciolti, impedendo la risoluzione di numerosi problemi risolvibili solo con scelte radicali, di rottura con l’assetto attuale e non con la buona amministrazione. Fra questi, ovviamente, la questione sarda. I pentastellati non intendono cambiare la Costituzione ma solo valorizzare le autonomie «attraverso la legislazione ordinaria senza toccare nuovamente il Titolo V della Costituzione». Si esclude una riforma costituzionale in senso federalista, puntando su un orientamento legislativo favorevole alle regioni e un vago principio di democrazia partecipata dal basso, senza toccare l’impostazione statale, in difesa della Repubblica una e indivisibile ma decentrata amministrativamente e fiscalmente, con la possibilità di un intervento statale per il riequilibrio fra le regioni.

Il principio di autodeterminazione dei popoli è inteso in senso restrittivo, limitato alla non ingerenza statale e quindi identificando popoli e Stati, confermando il dannoso paradigma delle nazioni monolitiche non più sostenibile per una visione democratica nel mondo del XXI secolo. Già la (non) posizione di Di Maio sulla Catalogna è stata emblematica. Perciò, l’idea di «riforma dell’Unione Europea» – attraverso un’alleanza con i Paesi dell’Europa del Sud, danneggiati economicamente dalla moneta unica (analisi parziale e fuorviante dei problemi dell’economia italiana, che non hanno certo la loro origine con l’Euro, che presta il fianco al sovranismo sciovinista borghese) – non porterà ad una lesione del rapporto di subalternità del nostro popolo nei confronti dello Stato-nazione italiano. Europa degli Stati e non delle comunità nazionali e dei diritti sociali, realizzabile solo con una rottura tanto da Bruxelles quanto da Roma.

Il M5S è chiaramente diverso dal bipolarismo PD-CDX riguardo le missioni di guerra, gli investimenti nella Difesa, il filoamericanismo e la condivisione di trattati di libero scambio come il TTIP e il CETA; tuttavia, parla di “riforma della NATO” per adeguare l’alleanza atlantica al nuovo contesto multilaterale. Non si capisce cosa voglia dire. Il programma sulla Difesa parla di ottimizzare la spesa, si fa leva sullo squilibrio fra mancanza di fondi per determinate necessità nell’ordinaria attività militare e ampie spese per altri scopi non ritenuti essenziali. Si ritiene necessario puntare sulla tecnologia, cyber security, intelligence; si propone di valorizzare il patrimonio militare in dismissione con la partecipazione della cittadinanza. Non credo che ciò basti per mettere in discussione i poligoni in territorio sardo; la rimozione di Roberto Cotti dai candidati non fa che confermare un atteggiamento volto più alla conciliazione con l’Esercito in nome dell’interesse “nazionale italiano” piuttosto che con i diritti democratici della nostra comunità.