La legge elettorale che favorisce potenti e autoritari

di Roberto Loddo

Le persone che si candidano a costruire il cambiamento in ogni dimensione della rappresentanza politica in Sardegna dovrebbero esprimersi su come portare ossigeno alla democrazia e riavvicinare le cittadine e i cittadini alle istituzioni. Oggi la politica è logorata dall’assenza di partecipazione e da alcuni decenni in occasione delle elezioni, siano esse politiche o amministrative, registriamo una percentuale di non votanti che si avvicina sempre più al 50%.

Questo processo di delegittimazione della rappresentanza politica e dei partiti ha compromesso ogni assemblea elettiva in Sardegna a partire dall’impianto istituzionale della Regione. Una delle maggiori cause è la legge elettorale sarda che ha contrastato ogni tentativo di capacità critica e di mobilitazione delle opposizioni. L’attuale legge regionale è una truffa che ha reso la Regione Autonoma della Sardegna un’istituzione insignificante e piegata da un potere dello Stato sempre più accentratore. Una truffa che garantisce alla coalizione vincente una maggioranza del 55% dei consiglieri regionali e una soglia di sbarramento del 10% a danno delle formazioni non alleate con le due coalizioni più votate. Per questo abbiamo bisogno di una legge elettorale democratica che possa contrastare quei poteri che hanno scelto di mettere le disuguaglianze come motore della società.

Sono queste le ragioni che mi hanno motivato a sottoscrivere il ricorso presentato dai Comitati sardi per la democrazia costituzionale e dal Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria perché venga abolita l’attuale legge elettorale sarda. Ho firmato il ricorso perché vorrei combattere le pulsioni del populismo autoritario e dell’antipolitica. La rabbia degli esclusi dalla società non si risolve mettendo in stand-by il sistema dei partiti, e non si placa riducendo la democrazia e affidando potere all’onnipotenza della maggioranza impersonata da stregoni e leader carismatici.

A Foras s’Italia

Foto tratta dalla pagina fb de Il Manifesto Sardo

di Bainzu Piliu

Il 2 giugno era la festa della Repubblica Italiana e discorsi e parate militari sono stati all’ordine del giorno in tutte le principali città italiane, lo stesso ovviamente è accaduto in Sardegna. Io non ho potuto, né voluto, assistere ai festeggiamenti perché impegnato insieme ad un migliaio di altre persone in una contro-manifestazione che nello stesso giorno si svolgeva a Cagliari.
Prima, durante, e dopo mi chiedevo a che cosa potesse servire – da una parte e dall’altra – tutta questa agitazione, da parte nostra e da parte italiana, perché l’esibizione di uniformi e di macchine da guerra, di discorsi. Credo che fossimo in tanti a porci delle domande. Ieri, 4 giugno 2019, leggo il commento di un amico di Facebook che scrive: “Qualcuno intellettualmente onesto è in grado di dirmi a cosa è servita questa “passeggiata”?”. Penso che anche il pubblico che ci osservava e le forze dell’ordine che ci tenevano sotto controllo si siano posti la stessa domanda.
A Cagliari erano convenuti da tutta la Sardegna gli esponenti di parecchie organizzazioni per le quali la presenza italiana nella nostra Terra è considerata provocatoria e opprimente, erano presenti anche gruppi indipendentisti di diversa estrazione. Il corteo, nel quale vi erano molti striscioni, bandiere, uomini e donne giovani e anziani, tutti urlanti slogan antimilitaristi e A FORA S’ITALIA, ha attraversato la città fino a concludere la sua “passeggiata” davanti al Municipio. E vi era anche un buon numero di carabinieri e poliziotti che seguiva passo passo i manifestanti e osservava tutti i nostri movimenti, pronti ad intervenire qualora non fossero state rispettate determinate regole. Tutto si svolse tranquillamente, ascoltammo le canzoni e la musica, qualcuno parlò al microfono per esprimere il suo dissenso contro la politica italiana che abusa del nostro territorio per gli interessi suoi e dei suoi alleati.
Perché siamo stati a Cagliari? Ne valeva la pena? Io credo di sì, è evidente che con le nostre forze non potevamo opporci all’apparato militare italiano, d’altronde l’obiettivo non era questo, ma dovevamo invece rispondere a quello che era un nostro obbligo morale: dimostrare che non tutti i Sardi erano disposti a subire passivamente le decisioni del governo italiano; per questo quella domenica ci siamo alzati presto, per questo abbiamo sfidato il sole e sventolato le nostre bandiere. E siamo stati fotografati e ripresi da tanti individui armati di telecamere, sicuramente non sempre si trattava di semplici curiosi, più d’uno certamente agiva per conto della polizia politica e voleva documentare le scritte degli striscioni e dei cartelli ed il viso dei manifestanti; fra questi c’era anche un pregiudicato per cospirazione contro l’unità dello Stato, ero io. Però, va bene così, noi abbiamo fatto il nostro dovere, carabinieri e poliziotti hanno fatto il loro e hanno ascoltato, il nostro messaggio era rivolto anche a loro, nessuno rimane inerte anche se appare impassibile.
Dove vogliamo arrivare? Per me ed altri che vogliono il completo distacco della Sardegna dall’Italia quella di domenica – 2 giugno 2019 – è una delle tante giornate di mobilitazione e di testimonianza, giornate necessarie e propedeutiche alla lotta di liberazione nazionale che necessariamente dovrà esserci, prima o poi. Non ci sono alternative: l’Italia vuole tenerci in stato di soggezione e noi, invece, vogliamo essere uno Stato indipendente: vogliamo un nostro esercito, una nostra politica interna ed una politica estera del tutto autonoma rispetto a quella italiana, perciò, essendo le due posizioni inconciliabili si dovrà arrivare ad un braccio di ferro.
Quando? Come? Non lo sappiamo. Per il momento si dovrà osservare, testimoniare, riflettere e studiare. Io sono fiducioso, insieme possiamo farcela

 

La Sardegna e la canapa (il)legale

 

Immagine tratta da: link
 di Luana Farina Martinelli

 

In Sardegna produttori, negozianti e pazienti saranno danneggiati dalla sentenza proibizionista arrivata ieri, come una mannaia, da parte della Corte di Cassazione in merito alla cosiddetta «cannabis light», che vieta la commercializzazione (quindi danneggia anche la produzione) del prodotto e di conseguenza l’uso terapeutico che ne fanno tanti pazienti affetti da diverse patologie.

 L’iter legislativo: A giugno 2018 la ministra Giulia Grillo Governo Lega/ 5 Stelle e ancor prima di lei la ministra Lorenzin governo PD, a febbraio dello stesso anno, aveva chiesto un parere al Consiglio Superiore di Sanità che si era espresso negativamente riguardo la vendita di prodotti a base di cannabis.

La sentenza della Corte di Cassazione ciò che stava diventando anche per la nostra terra una risorsa economica, oltre all’immane danno economico, rischia di attivare un mercato nero e criminale anche per la cannabis light, al pari delle droghe propriamente dette.

Si focalizza l’attenzione sulla cannabis (perfino su quella legale) quando la vera emergenza in Italia è l’alcol: 435 mila morti in 10 anni!

Un po’ di storia: Questa confusione nasce dall’ignoranza non solo scientifica, ma anche storico-economica. Infatti all’inizio del 1900, prima dell’avvento del proibizionismo, nello stato italiano si coltivavano più di 100 mila ettari di canapa. Nel 2015 se ne sono coltivati poco più di 3 mila. Questo perché la pianta è passata dall’essere centro di un’economia fiorente a prodotto fuorilegge, a causa della confusione con la marijuana al 100% (per informazioni: link)

Danni economici: Una mazzata per produttori e negozianti, anche sardi, che coltivano e vendono la marijuana legale contenente un principio attivo di Thc (tetraidrocannabinolo) inferiore allo 0,6%, come previsto nella legge.n.42 approvata nel dicembre 2016, entrata in vigore il 14 gennaio 2017.

In Sardegna le associazioni di categoria infatti si preoccupano delle ricadute per chi ha intrapreso la coltivazione, perché nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte i terreni coltivati a cannabis sativa: “Ora occorre fare chiarezza per tutelare i cittadini e le centinaia di aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa”(Coldiretti).

In Sardegna a livello commerciale sono attivi 20 esercizi (+5). http://growshop.dolcevitaonline.it/  (dati aggiornati a gennaio 2019)

Per quanto riguarda invece i produttori la Sardegna è un esempio virtuoso emblematico: “…la SardiniaCannabisAssociazione Canapicoltori della SardegnaNo Profit per lo Sviluppo Umano Sostenibile è un gruppo eterogeneo di imprenditori e professionisti sardi e di tutto mondo accomunati dal desiderio di risolvere, grazie alla creazione di una filiera etica della canapa locale, diverse problematiche del territorio puntando alla creazione di ecosistemi fiorenti in interazione multifunzionale con altri settori.

Sardinia Cannabis trasforma in vantaggio quello che storicamente era considerato un limite: l’essere un’isola. Ora questo “gap” era diventata un’opportunità perché si sperimentano a livello locale soluzioni anche di provenienza globale, potendo controllare molte variabili in maniera accessibile grazie alla biodiversità climatica e geologica della nostra  isola posta al centro del Mediterraneo.

Facciamo alcune attività: Creazione di occasioni di lavoro per giovani e adulti disoccupati. Messa in produzione di terreni abbandonati. Bonifica da agenti inquinanti. Rigenerazione dei suoli esausti. Protezione dell’ambiente. Valorizzazione della risorsa acqua. Inclusione di soggetti deboli e svantaggiati. Costituzione di fattorie sociali cooperative. Connessioni produttive con i settori dell’artigianato tradizionale e artistico e dell’ecodesig.

Danni sanitari: Moltissimi dei negozi “incriminati” vendono tisane, olii, pasticche, gocce, mentre attendevano  che la Regione recepisse dal 2015 la legge sulla somministrazione della cannabis a fini terapeutici nelle strutture sanitarie, così come promesso a suo tempo dall’Assessore Arru sulla quale nel 2017 si spaccò in due il Consiglio Regionale, in seguito ad una proposta di legge regionale avanzata dal consigliere Paolo Zedda. Tali farmaci suppliscono a volte alla cura e spesso contribuiscono ad alleviare dolori ed effetti collaterali di patologie come, sclerosi, artrite reumatoide, neuropatia, tumori, morbo di Parkinson, insonnia, prevenzione e trattamento dell’Alzheimere altre infiammazioni cerebrali.

In una Sardegna, priva di tale legge, ancora la terapia antalgica a base di cannabis non rientra tra quelle previste dai Lea della Regione, ovvero  tra le cure convenzionate e dispensate dal Servizio sanitario nazionale, come avviene invece in altre regioni a statuto ordinario, prima tra tutte la Toscana, e altre regioni a statuto speciale come Sicilia e Trentino (link).

Per approfondimenti: link

Tirando le somme di quanto esposto, è evidente che ancora una volta per noi sardi si tratta di affrontare il problema dal punto di vista politico-economico-sanitario, in una Regione che soffre, anche in questo caso, di una totale dipendenza coloniale dall’Italia, dalla sue leggi e di una gestione politica sarda che non si emancipa mai (nemmeno in nome della presunta Autonomia speciale), con leggi proprie che tutelino l’economia e la salute dei sardi. Invece si susseguono Governi regionali incapaci di cogliere una benché minima occasione per dare prova di capacità, ma anche di umiltà, rispetto a chi ha dimostrato che “si può fare, basta volerlo”, di sostenere i piccoli imprenditori coraggiosi, gli esercenti, ma soprattutto di tutelare la salute dei propri cittadini.

 

Come la Lega vuole fregare sud, Sicilia e Sardegna con flat tax e altre furbate

di Giovanni Pagano (spazio Zero81 di Napoli)

Flat Tax: 28 miliardi di euro, sarebbero gli effetti del risparmio in termini di tassazione per i cittadini del Nord, mentre per i meridionali il risparmio sarebbe appena di 7 miliardi di euro e 3 miliardi per le isole.
Un altro regalo che si aggiunge ai 60 miliardi l’anno di mancati trasferimenti da parte del fondo di solidarietà agli enti locali meridionali, che tra il 2012 e il 2016 sono finiti indebitamente nelle casse dei comuni del nord.
Pensate a cosa potrebbe succedere se le Regioni del nord riuscissero a portare a casa l’autonomia differenziata? Altri 60 miliardi di mancati trasferimenti nelle casse delle regioni meridionali.
Ricapitolando.
Nord:
+ 60 miliardi l’anno grazie al federalismo fiscale
+ 60 residuo fiscale (Regionalismo)
– 28 miliardi di tasse (flat tax)
+ 3 miliardi l’anno di capitale umano, grazie al trasferimento di forza lavoro giovane formatasi delle scuole e delle università del sud, che si trasferiscono al nord.

Salario medio doppio rispetto alle regioni del sud.
Tassi di disoccupazione 3 volte inferiori rispetto alle regioni meridionali.
Sanità, scuola, trasporti e infrastrutture di alta qualità.
Siete ancora convinti che vogliano la secessione? Secondo me hanno trovato la gallina dalle uova d’oro.
Quando l’Europa chiederà una manovra lacrime e sangue, per garantire il 3% del rapporto deficit-pil, sicuramente i “secessionisti” padani ci diranno che siamo tutti fratelli.
Quando incontro un napoletano che mi dice orgoglioso, che non è meridionalista…penso che poi l’exploit della Lega al sud non è la cosa più stupida che mi devo sorbire.

Il gioco sporco dei pro-inceneritori

Di Antonio Muscas

Il Sole 24 ore, organo di Confindustria, prosegue la sua battaglia pro inceneritori. Attraverso la penna di Jacopo Giliberto a finire sotto accusa sono stavolta gli “indignati”, ovvero comitati, associazioni ambientaliste e singoli “che con il ‘no inceneritore’”a suo dire “riempiono le discariche e aiutano la malavita degli incendi.” Un’accusa pesante la sua, non c’è che dire, e non si capisce bene se il torto dei ‘no inceneritore’ sia dovuto più a ignoranza, a connivenza malavitosa o a entrambe. Nell’articolo a sua firma, pubblicato il 21 maggio 2019, ci sono due passaggi meritevoli di attenzione. Nel primo, in cui è contenuta la frase incriminata, afferma quanto segue:

“Inseriti i dati nei criteri della scienza econometrica il risultato è che per sbloccare il riciclo a Palermo, Napoli, Roma e in altre città nemiche dell’ambiente servirebbero inceneritori per 6,3 milioni di tonnellate di spazzatura l’anno. Cioè una quantità impiantistica ben diversa dal fabbisogno impiantistico di 1,8 milioni di tonnellate stimato da un decreto del 2016, quell’articolo 35 del decreto Sblocca Italia il quale disturba quegli indignati che con il “no inceneritore” riempiono le discariche e aiutano la malavita degli incendi.”

Le sue argomentazioni oltre ad essere fuorvianti sono intellettualmente disoneste, e i suoi ragionamenti hanno il grave limite di essere parziali e condotti utilizzando parametri di convenienza.

Se la politica non promuove e impone con provvedimenti adeguati politiche virtuose e subisce le pressioni di una classe imprenditoriale intenta a proseguire a puro scopo speculativo con pratiche obsolete, dannose e antieconomiche, non si possono accusare le vittime del sistema di esserne responsabili. Le discariche sono la conseguenza dell’assenza colpevole della politica. È tutto il sistema dei gestione dei rifiuti a dover essere messo in discussione e non esclusivamente la parte finale. Invece l’attenzione è concentrata sul mucchio senza considerare cosa lo genera. Il dibattito in questo modo inevitabilmente si restringe al finto dilemma discariche-inceneritori.

Ma anche così, andando più a fondo nella questione sollevata da Giliberto, se si mettono a confronto discariche gestite male con inceneritori gestiti bene, potrebbe anche valere la teoria del “piuttosto che la malavita è meglio incenerire”. Malauguratamente però, checché ne dica Giliberto, anche dietro gli inceneritori c’è il malaffare e lo dimostrano le numerose inchieste giudiziarie a riguardo: vedasi ad esempio il sequestro avvenuto ai primi del 2019 del cantiere per la costruzione del nuovo inceneritore di Tossilo disposto dalla procura (LINK).

Gli indignati del ‘no inceneritore’, dovrebbe sapere Giliberto, si oppongono sia alle discariche sia agli inceneritori perché, dati alla mano, entrambe le pratiche sono dannose e antieconomiche e soggette a infiltrazioni malavitose. Nel suo articolo di promozione a tutto tondo dell’incenerimento, o termovalorizzazione come gli piace chiamarla, omette di dire quali siano i costi economici di realizzazione e gestione degli inceneritori, i costi economici, sanitari e ambientali delle sostanze altamente inquinanti contenute nei fumi e nelle ceneri. Da quanto traspare dalle sue righe le ceneri e le emissioni sembrerebbero inesistenti, cosicché tutto quanto viene bruciato evapora o diventa utile sostanza riciclabile. Ebbene, per i 6,3 milioni di tonnellate di rifiuti da incenerire a cui fa riferimento, vengono prodotte non meno di 1,89 milioni di tonnellate di ceneri da stoccare in discariche speciali o miscelare nei cementi da costruzione e tra gli 8,82 e i 9,45 milioni di tonnellate di fumi caldi. Che poi gli inceneritori economicamente convengano dovrebbe venirlo a spiegare in Sardegna dove conferire in discarica costa circa 90 euro a tonnellata mentre all’inceneritore circa 190, ciò senza parlare dei buchi da decine di milioni di euro generati dalle gravi inefficienze di questi ultimi. E Cagliari è stata a lungo la città con la Tari più cara d’Italia nonostante conferisca i rifiuti all’inceneritore del Tecnocasic di cui è anche azionista. In Sardegna inoltre non si può scegliere dove conferire perché si incenerisce per legge: così dispose Oppi quando era assessore all’ambiente nella giunta Cappellacci, e Pigliaru durante il suo mandato non si è certo sognato di cambiare le disposizioni. Quindi in discarica va solo ciò che resta quando non

 

c’è più capienza o gli impianti sono fermi. Si potrebbe obiettare che quelli sardi son pessimi esempi da prendere a riferimento, e allora basta andare a vedere cosa ha già prodotto a livello di buco economico il mega inceneritore danese di Copenaghen prima ancora di aver acceso i forni (fonte).

Gli inceneritori, se gestiti bene, potrebbero anche convenire economicamente, ma per far ciò hanno necessità di andare a regime, essere condotti con estrema accuratezza, devono bruciare rifiuto secco ad alto valore energetico e continuare a godere di ricchi incentivi economici. I problemi si presentano quando anche una sola di queste condizioni viene a mancare e, solitamente, a parte l’ultima, una o più delle altre mancano sempre. Detto in altre parole: un inceneritore per avere un rendimento termico adeguato deve essere posto a valle di una buona raccolta differenziata affinché arrivi continuamente molta sostanza povera di umido e ricca soprattutto di plastiche; ma anche così, se non si raggiungono i quantitativi previsti a progetto, nonostante gli incentivi, la macchina si inceppa. Gli inceneritori nella realtà vengono alimentati con quello che arriva, solitamente rifiuto di pessima qualità, hanno rendimenti bassissimi prossimi allo zero e per garantire le adeguate temperature di combustione in caldaia devono essere addizionati combustibili fossili in generose quantità. Hanno costi di gestione molto elevati, crescenti esponenzialmente col livello di sofisticazione, tanto che diversi impianti in giro per il mondo sono stati chiusi in conseguenza degli esorbitanti costi dei sistemi di abbattimento dei fumi. Per dirla tutta, gli inceneritori rivestono notevole interesse in quanto, essendo equiparati agli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili, godono di sostanziosi incentivi economici (volendo, si potrebbero chiamare impianti diversamente fossili). Ma non promuovono il riciclo e il recupero perché devono necessariamente andare a regime avendo elasticità di funzionamento pressoché nulla. A titolo di esempio: un impianto dimensionato per 100.000 tonnellate/anno difficilmente può scendere sotto le 90.000 senza andare in perdita. In questo modo si vincola negativamente ogni prospettiva di incremento della differenziata.

Per dovere di verità Giliberto avrebbe dovuto confrontare i dati dei comuni virtuosi con gli inceneritori, anche quelli più efficienti, al netto degli incentivi però, per vedere chi ne esce fuori con le ossa rotte. E senza accusare i comuni virtuosi di ricorrere agli inceneritori, come ha fatto in articoli precedenti, come se fossero questi a poter decidere liberamente della destinazione ultima dei rifiuti residui e non invece le Regioni o le politiche statali.

Bene avrebbe fatto a sottolineare che, mentre l’Europa procede sempre più velocemente col suo piano per ridurre i rifiuti plastici, l’Italia sta a guardare e nessun impianto della filiera del riciclo è stato considerato “strategico” e “di preminente interesse nazionale” come invece sono stati dichiarati nel 2014 gli inceneritori con l’art. 35 dello Sblocca Italia, nessun piano efficace di riduzione dei rifiuti è stato messo in atto sino ad ora, nessuna regola è stata introdotta per imporre alle aziende di usare imballaggi davvero riciclabili. Altro che inceneritori “in secondo piano”!

Ma evidentemente l’interesse a promuovere gli inceneritori è molto grande, tanto che sono anni che Confindustria si scaglia contro comitati e Unione Europea (a proposito: la Corte Europea ha dato ragione ai comitati ricorrenti contro l’art. 35 dello sblocca Italia, a dispetto de Il Sole, Renzi e lega-5 stelle. Meno male che l’Europa c’è!, viene da dire).

Due note importanti:

1 – Nella raccolta differenziata la premialità è rivolta a chi fa più differenziata e non a chi produce meno rifiuti, perciò, paradossalmente, un comune che produce 100 kg di rifiuti pro capite all’anno con una differenziata al 50% viene penalizzato mentre un comune con 1000 kg anno pro capite e differenziata al 70% viene premiato. Eppure il primo produce appena 50 kg di residuo secco mentre il secondo 300 kg! Quale dei due, ragionevolmente, andrebbe premiato? La Regione Sardegna, a questo proposito, è una delle più contestate per il suo criterio totalmente indirizzato verso la differenziata fine a se stessa.

2 – I consorzi obbligatori per il recupero della materia utile come il Corepla sono in mano alle società produttrici di imballaggi che hanno tutto l’interesse a incenerirli e produrne di nuovi.

Questo, Giliberto si è dimenticato di scriverlo.

Nel secondo passaggio di interesse dell’articolo c’è una verità sulla quale c’è pieno accordo e nel quale si raccoglie tutta la sostanza attorno alla quale i comitati si battono contro discariche e inceneritori:

“L’autorità dell’energia e dei servizi a rete Arera, cui è stato assegnato anche il compito di regolazione del segmento dei rifiuti, lavorerà per ripensare il sistema attuale di calcolo della tassa rifiuti. «Oggi la Tari si basa sulla superficie della casa o dell’azienda e, per le famiglie, anche sul numero di persone. Sono strumenti inadeguati», osserva Beccarello. «L’Europa chiede che la tariffa

sia correlata con il principio che chi inquina paga (e quindi servono criteri di misurazione dei rifiuti prodotti) e con il principio di conservazione di risorse (bisogna calcolare la qualità e l’organizzazione del sistema di gestione dei rifiuti). Sarà un cambio di passo importante per stimolare comportamenti virtuosi nei cittadini ma anche nei Comuni e nelle aziende che danno loro il servizio di nettezza urbana».”

Di fatto dobbiamo produrre meno rifiuti e più riciclabili. Ed è questa la battaglia di comitati e associazioni, ciò che Giliberto racconta parzialmente, gettando intenzionalmente su di essi un’ombra oscura. L’economia circolare è in contrapposizione alla realizzazione di nuove discariche e inceneritori perché vanificano le politiche di riduzione della produzione di rifiuti. L’economia circolare non è, come equivocamente ha scritto Giliberto in un altro suo articolo del 22 novembre 2018, completata dalla termovalorizzazione. L’economia è circolare quando niente diventa rifiuto e tutto rientra in circolo. E fino a prova contraria le ceneri degli inceneritori finiscono stoccate in discarica e i fumi con tutti i loro inquinanti nell’aria che respiriamo.

L’Unione Europea (ancora: meno male!) a questo proposito imporrà a breve agli Stati membri vincoli sul recuperato invece che sul differenziato; con quest’ultimo sistema, infatti, si potrebbe paradossalmente avere anche recupero zero. Prova ne sia quanto è successo da quando la Cina prima e l’India poi hanno vietato l’ingresso di numerose tipologie di rifiuti provenienti dall’Occidente, tra cui plastica, carta e metalli: è saltata tutta la teoria sulla buona differenziata e in pochi mesi gli impianti di riciclo sono andati in crisi e i cumuli di rifiuti e di materiale riciclabile sono cresciuti vertiginosamente e non si sa più dove metterli.

Ad essere ridotta deve essere innanzitutto la produzione di rifiuti e deve essere fatto ogni sforzo affinché tutti i materiali prodotti siano resi riciclabili e possano effettivamente essere reimmessi nel ciclo produttivo o reintrodotti in natura. Cittadini e amministrazioni devono essere messi in condizione di svolgere la loro parte e dotati degli strumenti adeguati, non si può considerarli i maggiori responsabili quando è tutta l’architettura dei rifiuti nel suo complesso a non funzionare. Ecco perché il ragionamento sugli inceneritori è erroneo in quanto parte da un presupposto sbagliato, cominciando cioè dalla fine del ciclo e non dall’inizio.

Ma per andare nella direzione della minore produzione di rifiuti ci vogliono tanta volontà, determinazione, impegno e capacità politica, e molti investimenti per finanziare la ricerca e la promozione di attività virtuose. Finanziamenti che basterebbe togliere dagli incentivi per gli inceneritori e le finte pratiche rinnovabili. A quel punto si potrebbe anche imporre una tariffa di 500 euro a tonnellata, e allora sì che vedremmo le amministrazioni seriamente impegnate a ridurre l’ammontare del secco residuo.

Sarebbe conveniente anche per Confindustria se i suoi soci industriali fossero più preparati, illuminati e all’avanguardia e perciò desiderosi di mettersi alla prova con tematiche concrete, certo complesse ma oltremodo stimolanti

Su inceneritori e malaffare

Le mani della mafia sull’inceneritore

https://www.possibile.com/colleferro-storia-rifiuti-malaffare-veleni/

Solinas: Fai qualcosa di sardista. Subito la Riforma dello Statuto Sardo!

La campagna di Caminera Noa per la riforma dello Statuto Autonomistico lanciata oggi sui social
 di Cristiano Sabino
Christian Solinas ce l’ha fatta, dopo un centinaio di giorni ha partorito una Giunta presumibilmente frutto di una lunga e logorante trattativa con i suoi partner elettorali e in particolar modo con la Lega a cui Solinas deve la sua folgorante ascesa prima come senatore, poi come presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
Dopo i disastrosi cinque anni di subalternità e servilismo imposti dal PD e da Francesco Pigliaru, i sardi stanno per sperimentare la verga della nuova destra a guida salviniana, con tanto di assessori che non rinnegano il loro recentissimo passato in organizzazioni neofasciste come Forza Nuova.
Ma siccome ormai viviamo in un mondo completamente alla rovescia e, si dice, ormai “post-ideologico” e “liquido” (devo ancora leggere tutta la bibliografia del sociologo Bauman per capire cosa ciò voglia dire!) insieme al franchising lumbard recentemente riverniciato a sovranismo italiano governano anche i sardisti, appunto per tramite di assessorati chiavi e della presidenza della Regione.
Ora il caso vuole che proprio mentre la giunta lumbard-sardista scalda i motori, si riaccenda in Sardegna l’annoso dibattuto sulla riforma dello Statuto Autonomistico, anche a traino della richiesta di alcune ricche Regioni del nord di ottenere l’autonomia del dibattito sulla regionalizzazione delle competenze scolastiche.
Proprio il presidente Solinas aveva  depositato una proposta di riforma dello Statuto Sardo, prima in Regione e poi in Senato.
Per capire di cosa si parli la riporto qui integralmente (solo il testo, senza la lunga introduzione giuridica):
TESTO DEL PROPONENTE
Art. 1
Integrazioni allo statuto in materia di lingua, cultura e ordinamento scolastico1. Dopo il titolo II della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), e successive modifiche ed integrazioni è aggiunto il seguente: 
“Titolo II bis (Lingua, cultura e ordinamento scolastico)”.Art. 2
Uso della lingua sarda1. Dopo il titolo II bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 1, è inserito il seguente articolo: 
“Art. 6 bis (Uso della lingua sarda) 
1. Nel territorio della Regione la lingua sarda è parificata a quella italiana. 
2. I cittadini sardi hanno facoltà di usare la propria lingua nei rapporti con gli uffici giudiziari e con gli organi e uffici della pubblica amministrazione situati nel territorio regionale, nonché con i concessionari di servizi di pubblico interesse svolti nella stessa Regione. 
3. Nelle adunanze degli organi collegiali della Regione e degli enti locali può essere usata indistintamente la lingua italiana o la lingua sarda. 
4. Gli uffici, gli organi e i concessionari di cui al secondo comma usano nella corrispondenza e nei rapporti verbali la lingua del richiedente. 
5. Nei rispettivi territori, la lingua catalana di Alghero ed il tabarchino delle Isole del Sulcis godono di analoghe tutele secondo la legge regionale.”.Art. 3
Toponomastica regionale1. Dopo l’articolo 6 bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 2, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 ter (Toponomastica regionale) 
1. La toponomastica nel territorio regionale è tenuta nel rispetto ed a salvaguardia dei toponimi locali in lingua sarda e, con riferimento alle aree interessate, in lingua catalana ed in tabarchino. 
2. L’accertamento dell’esistenza e dell’ortografia dei toponimi locali è deliberato, su istanza degli enti locali interessati e previa idonea istruttoria, dalla Giunta regionale.”.Art. 4
Criteri di priorità

1. Dopo l’articolo 6 ter della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 3, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 quater (Criteri di priorità) 
1. Le amministrazioni statali, le autonomie funzionali e i concessionari di servizi di pubblico interesse ubicati nel territorio della Regione assumono in servizio prioritariamente dipendenti originari della Sardegna o che conoscano la lingua sarda.”.

Art. 5
Insegnamento della lingua sarda

1. Dopo l’articolo 6 quater della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 4, è aggiunto il seguente: 
Art. 6 quinquies (Insegnamento della lingua sarda) 
1. L’insegnamento nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, nei licei e negli istituti tecnici e professionali è impartito nella lingua materna italiana, sarda, catalana o tabarchina degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna, secondo classi omogenee formate sulla base delle richieste di iscrizione da parte degli interessati. 
2. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado è obbligatorio l’insegnamento della seconda lingua, diversa da quella materna con la quale è impartito l’insegnamento ai sensi del primo comma. 
3. Per l’amministrazione della scuola in Sardegna è istituita una autonoma Sovrintendenza scolastica regionale, cui compete altresì la verifica ed il coordinamento dei programmi di insegnamento e di esame delle autonomie scolastiche regionali, nonché il relativo dimensionamento. La Giunta regionale nomina il sovrintendente scolastico della Sardegna. 
4. Ferma restando l’imputazione al bilancio dello Stato dei relativi costi, il personale insegnante e il personale amministrativo delle scuole di ogni ordine e grado, della Direzione scolastica regionale e degli uffici scolastici territoriali passa alle dipendenze ed è soggetto al coordinamento e controllo della Sovrintendenza scolastica regionale, che lo organizza anche mediante strutture decentrate sul territorio secondo criteri di efficienza ed efficacia. 
5. È riconosciuta l’equipollenza dei titoli di studio conseguiti all’esito dei percorsi di istruzione di cui al primo comma in lingua sarda, catalana o tabarchina.”.

 

Se per un attimo facciamo astrazione dal proponente e dalle scelte politiche del suo partito, completa o no, condivisibile o meno in tutte le sue parti, si tratta di una proposta che oggettivamente ribalterebbe il tavolo del rapporto di sudditanza vissuta dalla Sardegna nei confronti dello Stato italiano, almeno per quanto riguarda il pieno riconoscimento del profilo storico, culturale e linguistico della nazione sarda.
Oggi viviamo in una situazione dove i ragazzi a scuola vengono puniti  disciplinarmente perché dicono “eja” invece di “si” da docenti – sardi o no non fa alcuna differenza – che allo stesso tempo rispondono “ok” o che riempiono i loro bei verbali di termini come “feedback”, “cooperative learning”, ecc..
Per questo a mio parere squarcia il velo della sonnolenza la sveglia suonata da Caminera Noa al presidente Solinas e alla sua Giunta nuova di zecca: “Solinas fai qualcosa di sardista!” – incalzano gli attivisti di Caminera Noa sui social – fa diventare realtà ciò che finora hai solo annunciato di fare e fallo subito, fallo con priorità assoluta, fallo davvero visto che ne hai il potere!
Provocazione? Suggerimento disinteressato? Assist inatteso da parte di un movimento dichiaratamente antifascista e antileghista? Vedetela come vi pare, ma sicuramente si tratta di una novità da seguire e da sostenere con forza.
Di seguito riporto il testo integrale del documento che sta girando sul web:

A distanza di molti anni dalla guida alla Regione Autonoma della Sardegna da parte di Mario Melis, primo Presidente sardista, con il dibattito in corso sulla richiesta di autonomia da parte di alcune Regioni a statuto ordinario del nord Italia, si creano le condizioni perfette per rinvigorire il dibattito che da molti anni “scuote” le coscienze della classe politica e degli intellettuali della nazione sarda: il superamento della stagione autonomistica – così come la conosciamo dal secondo dopoguerra – con la scrittura di un vero Statuto Autonomistico, che metta al centro il popolo sardo e il suo diritto all’esistenza, la sua lingua e di conseguenza il diritto all’autodeterminazione nazionale concepita in tutte le sue forme.

Politicamente siamo ben lontani dalle posizioni del presidente Solinas e soprattutto dalla scelta scellerata di accordarsi con un partito xenofobo e padronale come la Lega, perciò vigileremo con attenzione perché in Sardegna non vengano imposte le medesime politiche repressive e securitarie di matrice razzista, che ormai da decenni spadroneggiano nel Nord Italia nelle amministrazioni egemonizzate dalla Lega.

Non possiamo però non recepire positivamente la Proposta di Legge Nazionale elaborata dal presidente del PSdAz e presentata al Consiglio Regionale della R.A.S. nel settembre del 2015, poi ripresentata in Senato come DdL Costituzionale (–>https://tinyurl.com/y2gcsqps ), di cui Solinas è il primo Senatore firmatario, comunicato alla Presidenza del Senato della Repubblica italiana il 20 giugno 2018.

Una riforma incentrata sull’uso del sardo – richiamandosi alla giurisprudenza in materia di tutela delle minoranze linguistiche adottata dalle province autonome di Trento e Bolzano e dalla Val D’Aosta – e sul suo insegnamento nelle scuole, che può dare lo slancio necessario per rimettere in discussione l’intero testo dello statuto, che ad oggi non sancisce nemmeno l’esistenza del nostro popolo, non tutela la nostra lingua, la nostra cultura e tantomeno prevede sovranità in materia di politica economica e fiscale.

Nessuna giunta regionale, dal dopoguerra ad oggi, ha seriamente affrontato la questione della totale insufficienza dello Statuto Autonomistico Sardo e ogni dibattito è stato lasciato cadere nel vuoto a causa dell’inconsistenza delle classi dirigenti sarde omologhe a quelle italiane, che si sono susseguite alla guida della Regione Autonoma. Persino Emilio Lussu denunciò l’incompletezza del testo, poiché spogliato di tutto ciò che il sardismo aveva proposto già dall’immediato dopoguerra per garantire la permanenza pacifica dei sardi nella cornice unitaria dello Stato italiano.

Solo così si aprirà un ragionamento concreto sulle fonti normative che regolano la vita quotidiana e il destino del popolo sardo, così da cominciare a costruire il futuro della nostra Terra (e di tutti coloro che vi risiedono per nascita, scelta, vocazione o altro) e poter decidere finalmente quali siano le norme che regolino la società sarda autodeterminata e libera dalle politiche neocoloniali, volte a sottomettere ulteriormente l’isola, il suo popolo e a depauperare le sue risorse economiche, ambientali ed intellettuali.

La possibilità che finalmente la Sardegna possa conquistare una carta dei diritti che permetta il dovuto riconoscimento del suo ruolo nella storia delle nazioni del mondo, facendola così uscire da un’idea diffusa di “minorità” che necessita sempre di un “tutore” estraneo, deve essere il frutto di uno sforzo collettivo e popolare, di una spinta che parta democraticamente dal basso, quindi dallo stesso popolo sardo, e non da riforme imposte in maniera meccanica e burocratica.

Agricoltura: per documentarsi non c’è tempo

  foto tratta da AgroNotizie

di Samed Ismail

Il ping-pong tra sinistra e destra alla guida della Regione Sardegna procede come da copione. La palla passa a Sal…Solinas dopo cinque anni di pietoso PD. Il risultato elettorale coincide con la fine della dura protesta dei pastori. La Sardegna guarda, lascia fare. Lascia un mese, facciamo due, perché la novità, si sa, ha bisogno di tempo, e poi?

E poi arriviamo all’incredibile scelta per l’assessorato all’agricoltura, chiaramente il più caldo dopo i litri di latte rovesciati. La nuova giunta di centro destra aveva un solo vantaggio, la novità per cui si poteva dire “probabilmente siete come gli altri, ma vi concediamo il beneficio del dubbio”, invece se lo sono giocati candidando un’ex PDina.

Ex PDina però convertita, ci spinge a pensare ancora la «novità», almeno sarà competente, l’avranno scelta a posta. Invece lei per prima ammette di non sapere NULLA, “mi documenterò” dice coraggiosamente.

Quest’ultima si aggiunge alle prese per il culo di Salvini e dei tavoli, ribadisce un fatto ormai assodato e che ci dobbiamo stampare bene in testa: la classe politica non è più buona neanche a nascondere la propria incompetenza.

“Calma pastori calma” recita il famoso motto, ma non serviva aspettare due mesi, non servirà aspettare che la Murgia si metta a studiare per rendersi conto che la pazienza è finita, per i pastori e per la Sardegna.

In due mesi si è documentata e continua a documentarsi la Procura della Repubblica sui pastori. Per ora sono 14 quelli raggiunti dal pugno della legge, molto più fermo di quello sbattuto dalla politica sui tavoli delle trattative. Per reprimere si sono già documentati. Per reprimere i più deboli ovviamente, perché gli industriali, quelli sì, veri «malviventi» continuano a dormire sonni tranquilli dopo aver rovinato intere famiglie: non si sa infatti che fine abbiano fatto le famose indagini aperte dall’Antitrust durante i disordini.

Secondo voi chi passerà i documenti all’assessorato? Staranno ad ascoltare i pastori o sceglieranno la competenza del signor Pinna? Si può aspettare, ma come abbiamo imparato la politica si muove più in fretta se è sollecitata…

Fra tricolore, inno Fratelli d’Italia e falsificazione della storia

Pubblichiamo l’intervento dello storico Francesco Casula (in foto) in seguito alla querelle sull’utilizzo della fascia tricolore indossata alla rovescia dal sindaco di Villanovaforru per protesta contro la giunta a trazione leghista.

Maurizio Onnis, il combattivo sindaco indipendentista di Villanovaforru “Porterà la fascia tricolore rivoltata fino a quando le cose cambieranno”.
Una “repulsione” quindi di ordine politico.
Io nutro una repulsione per motivi di salute: quando vedo il Tricolore, mi viene l’orticaria.
Nei confronti invece dell’Inno “Fratelli d’Italia” la repulsione è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, ulrtraretorico, esso riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta a storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere nell’Inno di Mameli.
Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.
Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.
Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.
Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.
Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.
Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).
Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.
Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.
Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.
Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.
Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011: ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.
Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.
Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.
Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.
Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

Costruiamo insieme la Sardegna che vogliamo lasciare ai nostri figli

di Emanuela Cauli

Pubblichiamo il saluto inviato da Emanuela Cauli del Comitato Cittadino Isola di La Maddalena – Progetti in Comune ai lavori della Plenaria di Caminera Noa dello scorso 31 marzo

Innanzitutto grazie! Vi ringraziamo per non averci mai dimenticato e per continuare a ritenerci compagni di lotta. Questo ci rende orgogliosi e ci fa sentire parte di un tutto, Sardi prima di tutto, quindi popolo. Il sentimento è assolutamente reciproco.
Per noi sardi maddalenini questa inclusione forse è ancora più importante e significativa essendo stati per lungo tempo quasi dimenticati. In questa dimenticanza ci mettiamo anche la consapevolezza di esserci noi stessi dimenticati, in qualche modo, di far parte del popolo sardo. Il richiamo di una Caminera Noa alla partecipazione alle lotte condivise da tutta la Sardegna ha fatto sì che in qualche modo non ci sentissimo più soli e ci ha stimolato ad aprirci e intraprendere questo percorso collettivo e di appartenenza. Per adesso il Comitato Cittadino è un piccolo gruppo all’interno di una realtà ancora purtroppo lontana da questo sentimento identitario e autonomista che, nonostante l’interferenza del tripolarismo nazionale, sta progredendo e continua a crescere al di là della frammentazione che purtroppo ancora ostacola questo cammino di affrancamento dalla politica colonialista che allontana noi sardi dai problemi specifici e atavici del nostro territorio.
L’ultima campagna elettorale pensiamo abbia evidenziato ulteriormente quanto siamo disorientati e come privi di una memoria identitaria. Abbiamo ascoltato i vari leader nazionali parlare di immigrazione, legittima difesa, energia nucleare, consolidamento delle servitù militari, investimenti esteri, eccetera. Abbiamo votato questa gente! Ci rendiamo conto? Anche quando ci parlavano di sviluppo delle nostre possibilità lavorative, questione annosa per noi e mai risolta, le soluzioni prospettate erano sempre quanto di più avulso dalla nostra realtà culturale, sociale, economica e territoriale. Raccontiamo un aneddoto tanto per dirne una. Nel suo comizio elettorale a La Maddalena, arcipelago di isole a vocazione ittico-marinaresca, Zedda ci parlava della grande preoccupazione intorno all’importazione del prezzemolo dalla Cina. In quella sala c’era una sessantina di persone, solo tre (noi) hanno notato con orrore questa incongruenza.
Abbiamo dimenticato la nostra cultura di popolo accogliente, produttivo, creativo, intelligente. Abbiamo dimenticato che la nostra terra è splendida, fertile, varia, grande. Abbiamo dimenticato di essere nati pastori, costruttori, pescatori, artigiani, intellettuali, giuristi, medici, poeti, viaggiatori. Escludendo dal nostro panorama politico qualsiasi alternativa al tripolarismo nazionale, in una sorta di automatismo generato dalla colonizzazione che non capiamo perché abbiamo sempre subito, abbiamo dimenticato di essere sardi. Quasi come fosse una cosa da nascondere, di cui vergognarsi.
La realtà è che noi non siamo inferiori a nessuno, anche se vogliono continuare a farcelo credere. In questo panorama che secondo il nostro modo di vedere non offre prospettive di crescita e affrancamento è necessario e fondamentale fare un’autocritica collettiva che coinvolga tutte le realtà autonomiste progressiste, antirazziste, antifasciste di cui ognuno di noi fa parte, nessuno escluso. A questo punto crediamo spetti a tutti noi lavorare per offrire un’alternativa valida che sia rispettosa della nostra realtà e della nostra identità e che sia allo stesso modo inclusiva e coinvolgente nelle lotte e che riconosca allo stesso tempo le nostre diversità personali e territoriali. Siamo un popolo ricco, diversificato anche nel suo modo di esprimersi e agire, facciamo in modo che la nostra diversità sia sempre il motore di questo cammino che, non dimentichiamolo mai, ha dei Padri Fondatori a cui dobbiamo rispettosamente riconoscere il loro ruolo di precursori. E’ evidente che questo messaggio non siamo riusciti a farlo passare. I Sardi non ci hanno preso nella dovuta considerazione. L’autocritica che dobbiamo fare parte da questi punti. Tutti assieme, noi che abbiamo iniziato da poco e chi invece è padre e madre dell’autonomismo sardo. Impariamo, per favore, a convivere con le nostre differenze, riconoscerle e accettarle perché il nostro sia anche un percorso di mediazione. Mettiamo da parte i nostri conflitti interni, quando è possibile risolviamoli di persona , e andiamo avanti. Difendiamoci dai razzisti e dai fascisti tutti assieme, facciamo scudo tutti uniti, non attacchiamoci gli uni con gli altri neanche nei social, rispettiamoci fra di noi e riconosciamoci come gruppo coeso e unito.
Noi ci siamo e ci saremo sempre. Dovessimo impiegare cent’anni per vedere i risultati, non arrendiamoci, rimaniamo uniti e teniamo nel cuore come unico obiettivo una Sardegna libera a misura dei sardi, accogliente e ospitale. La Sardegna che vogliamo lasciare ai nostri figli.

Emanuela Cauli
Maja Maiore
Comitato Cittadino Isola di La Maddalena – Progetti in Comune

Sinistra e autodeterminazione: apriamo il dibattito

di Michele Zuddas

“PartimSuo Proprio, Partim Communi Omnium Hominum Iure”

Il giorno dopo i risultati elettorali della consultazione regionale sono emersi in tutta la loro drammaticità i danni derivanti da un lato dalla frammentazione della sinistra e dall’altro dalla frammentazione di movimenti politici, e non, portatori delle istanze dell’autodeterminazione del popolo sardo. Nelle settimane successive non sono mancati appelli all’unità della sinistra e all’unità dell’indipendentismo, critiche, attacchi personali più o meno velati, tentativi assembleari ed incontri. In tutto questo fermento, forse per mia colpa e quindi chiedo anticipatamente venia, non ho visto porre in luce il vero problema che sta all’origine dell’ennesimo fallimento e cioè la mancanza di un’alternativa e di un modello sociale e giuridico che fosse al tempo stesso alternativo e credibile. Tale mancanza, si badi bene, non è responsabilità di una singola forza politica ma, al contrario, di tutte le forze politiche che solidalmente devono accettare “pro quota” di aver perso di vista il vero obbiettivo.

Se si pone come obbiettivo prioritario l’autodeterminazione del popolo sardo, non si possono escludere dal tavolo le forze politiche autenticamente di sinistra sulla base di un’aprioristica valutazione di scarsa autonomia nelle proprie scelte politiche. Se si pone come obbiettivo prioritario la lotta di classe e la realizzazione di una società basata sui valori di uguaglianza e libertà, non si può ignorare il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo.  Entrambi gli obbiettivi sono condizione e contemporaneamente conseguenza l’uno dell’altro.

Preso atto che il raggiungimento degli obbiettivi presuppone una convergenza politica tra le forze dell’autodeterminazione e le forze della sinistra alternativa, rimangono aperti i temi del “Come”, del “che fare” e del modello giuridico ottimale dei rapporti Italia-Sardegna.

Per fare questo, senza l’ambizione di affrontare in maniera esaustiva un tema cosi complesso ma con l’intenzione di sollevare il tema ed un dialogo tra le forze coinvolte, ritengo doverosa la dichiarazione di fallimento del modello di regionalismo che finora ha determinato i rapporti Stato-Regione. A prescindere dalle responsabilità da attribuire alla classe politica che di volta in volta si è succeduta alla guida della Sardegna, il dato dell’inadeguatezza di un siffatto modello dovrebbe esser posta fuori discussione e si dovrebbe iniziare a pensare ad un nuovo modello. Un modello che vada oltre il federalismo“sedicente” democratico a favore di soluzioni che affrontino la sfida dell’evoluzione del modello democratico in un contesto confederale.

Su quest’ultimo punto sarebbe utile volgere lo sguardo all’indietro fino a quando, a parer di chi scrive, non si ritrova il seme che nel corso dei secoli successivi ha dato vita agli stati ottocenteschi, e cioè fino al momento in cui lo “IusCommuneha imposto la propria supremazia sullo “IusProprium”. Il primo diritto vigente ovunque in Europa, costituito dal Corpus iuris civilis dell’imperatore Giustiniano, rielaborato dai glossatori e dai commentatori. Il secondo, il diritto degli ordinamenti locali (feudi, comuni, corporazioni artigiane, Stati monarchici), considerato particolare rispetto al diritto universale dell’impero. Per quanto riguarda i rapporti tra i due ordinamenti giuridici coesistenti nel medesimo territorio si cita, seppur non possa considerarsi esaustiva, la situazione della Sicilia all’indomani dell’emanazione della cosiddetta Costituzione Puritatem del Liber Augustalis.

La particolarità della costituzione Puritatem risiedeva nell’attestazione che il Regno di Sicilia avesse due diritti comuni, il longobardo e il romano.  Seppur a prima vista potrebbe sembrare una contraddizione in termini, occorre rilevare che la stessa cost. Puritatem prevedeva un meccanismo di scelta da individuarsi nella cosiddetta qualitaslitigantiumovvero il principio della personalità della legge. Secondo tale principio la risoluzione delle controversie avrebbe dovuto seguire l’ordinamento giuridico di riferimento dei “litiganti” preferendo lo “IusCommune” in caso di diversità di ordinamento.

In questo modo da un lato si risolveva il conflitto tra ordinamenti giuridici coesistenti e dall’altro manteneva inalterata l’autonomia tra gli stessi superando la dimensione territoriale a favore dell’appartenenza alla comunità.

Una situazione simile, secondo gli studi di Antonio Pigliaru, è sopravvissuta in Sardegna fino all’800-900 dove accanto all’ordinamento giuridico del nascente Stato Italiano, coesisteva un ordinamento giuridico penale barbaricino. Anche in questo caso risultava determinante l’appartenenza alla comunità. Celebre la norma che indentificava la fattispecie penale del furto “furat chie furat in domo o benit dae su mare”(Ruba chi ruba in casa o viene dal mare) dove la condotta acquisiva rilevanza penale generale solo nel caso in cui l’autore non appartenesse alla comunità.

Questi brevi esempi, vogliono, seppur brevemente, ribadire due questioni che divengono dirimenti della crisi che tutti gli Stati liberal democratici si ritrovano ad affrontare dopo il consolidamento della globalizzazione finanziaria.  Infatti, le istituzioni, che dalle loro origini erano funzionali al mantenimento dello “status quo” della classe borghese, non riescono a far fronte e a bilanciare la perdita della sovranità economica a favore delle oligarchie finanziarie. Quest’ultime esigono uniformità degli ordinamenti giuridici, controllo dei tassi di interesse, libertà di circolazione di merci e capitali, teleologicamente ordinati per il conseguimento di un utile economico. Per contro, il diritto all’autodeterminazione dei popoli, gli ideali di uguaglianza e libertà, risultano per le oligarchie finanziarie, dei freni e degli ostacoli da eliminare.   Ecco quindi che si ripropone la prima questione e cioè la necessità di una lotta di sinistra contro il capitalismo e quindi contro le oligarchie, lotta che, ed ecco la seconda questione, può portarsi avanti solo attraverso il primato del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Diritto che potrebbe risolvere la ricerca della cosiddetta Grundnorm”, ovvero della norma fondamentale da porsi a fondamento di qualsiasi ordinamento giuridico, che tanto ha impegnato gli studi di Kelsen.

Queste brevi osservazioni, dimostrano come sia necessario riconsiderare in chiave moderna e con un studio sulla interconnessione degli ordinamenti giuridici, una soluzione che in ambito civilistico, e quindi ad esclusione di quello penalistico, punti, nell’ottica di una maggior autonomia dell’ordinamento giuridico sardo, a recuperare quanto di positivo si possa ancora ritrovare nel principio della personalità della legge. In questo modo da un lato si conserverebbe l’integrazione tra ordinamento interno (quello Sardo) e ordinamenti esterni, e dall’altro si consentirebbe il raggiungimento del diritto all’autodeterminazione del popolo sardo.

Il dibattito, nell’ottica di raggiungere il maggior coinvolgimento possibile, potrebbe proseguire secondo il metodo “open sourcemediante la condivisione dei contributi che ciascuno riterrà di voler offrire alla comunità nella cartella condivisa:

N.d.R. Ecco il link per discutere insieme della prospettiva di sinistra e di autodeterminazione:

Sinistra e Autodeterminazione: Apriamo il dibattito