Il razzismo delle autorità italiane per la subalternità della Sardegna. Di Ruberto è solo lo strumento

di Luigi Piga

Dalle prescrizioni di pubblica sicurezza ad un nuovo episodio di razzismo istituzionale in Sardegna. A far parlare è il caso della Sartiglia e il questore, Francesco Di Ruberto, che per la sicurezza cittadina ha blindato il centro storico del capoluogo oristanese. In particolare, ha fatto discutere la chiusura della piazzetta antistante la Cattedrale di Santa Maria Assunta.

In seguito, anonimi hanno contestato pacificamente la linea di Di Ruberto con uno striscione  che recitava “Cattedrale chiusa, gioventù esclusa“. Di Ruberto non ha gradito, la Digos ha rimosso e il questore ha rilanciato esprimendo il suo personalissimo quadro sociale dell’oristanese parlando di “cultura del coltello” con la quale fare i conti.

Di Ruberto ha dichiarato e specificato che “le misure di sicurezza sono rapportate alla presenza di persone, su un determinato scenario, e legate a quella che è una certa cultura anche del territorio. È  naturale che se io mi trovassi lì dove fanno la guerra delle arance, a Ivrea, non potrei vietare il “porto” di sacchetto di arance, perchè le usano per tirarsele dietro; ma qui dove c’è una cultura del coltello, ed è innegabile, da bambini, tutti quanti; io penso, anche lei da bambino avrà avuto il suo coltellino per tagliarsi la merendina a scuola. Qui dove c’è una cultura del coltello, e il coltello è ovviamente un’arma che può essere utilizzata per offendere, in un certo modo bisogna coniugare le esigenze della sicurezza con questa cultura”.

Il questore siracusano fu al centro del dibattito per la denuncia penale a carico di ignoti a causa di un articolo su un imponente blitz di due anni fa, il noto sfratto della famiglia Spanu.  “Sfratti e sgomberi. È ora di organizzarsi”, infatti, non è più fruibile perché sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. Opinare sul questore ed altri dirigenti di pubblica sicurezza ha costituito ragione di denuncia penale (diffamazione); alcuni militanti del collettivo Furia Rossa sono stati sentiti come persone informate sui fatti, anche al di fuori della Sardigna, in quanto alcuni per ragioni di studio nel frattempo si sono trasferiti in Italia. Le risate della Questura bolognese l’hanno detta piuttosto lunga: un breve documento che indicava i dirigenti che avevano guidato le operazioni, citava dati statistici sugli sfratti nell’oristanese, proponeva alcune riflessioni di carattere sociologico e, chiaramente, rilanciava la lotta.

Per allargare la visione sul fenomeno, va detto che Di Ruberto è in buona compagnia e, ciclicamente, affermazioni tanto gravi quanto improvvisate sulla società sarda ricorrono nelle pagine e nei servizi giornalistici, come il noto caso Saieva e l’istinto predatorio citato persino in occasione dell’apertura dell’Anno giudiziario 2016.

Un’opinione pubblica sarda così schiacciata, da un lato, da bufale razziste e fascistoidi finalizzate ad un po’ di denaro con pubblicità facile e, dall’altro, falsità istituzionali, veline e stereotipi sui sardi propagandati come analisi sociologiche da soggetti qualificati. Materia seria, mica scivoloni: così seria che qualcuno di altrettanto qualificato si sente in dovere di, quantomeno, contestualizzare tali affermazioni, come la sindaca di Fonni che a suo tempo subalternamente si chiedeva le ragioni del perché Saieva “ci vede così“. Situazione così seria che nel caso di Saieva passa in secondo piano ciò che dovrebbe contare maggiormente, ad esempio le infiltrazioni della criminalità organizzata italiana, ritenute superficialmente non preoccupanti per via del peculiare “carattere individualista dei sardi“.

Contraddizioni ed ambiguità che ricorsivamente aumentano il grado di confusione e disinformazione e questo non può certo far stare tranquilli gli indipendentisti, dal momento che in ogni generazione si è verificata un’ondata repressiva, momento culminante di un grado di “attenzioni” costante. L’ultima, Arcadia, è ancora in corso e dopo oltre 10 anni il processo infinito prosegue e con esso l’impianto accusatorio di De Angelis che si caratterizza per le misteriose intercettazioni che – secondo l’accusa – proverebbero l’eversione e le finalità terroristiche. Dunque, la questione è non tanto se l’atteggiamento delle due questure citate indichi la possibilità di una nuova fase repressiva in grande stile. La domanda riguarda solo quando questo accadrà e dove potrebbe colpire più duramente.

Esternazioni come quelle di Di Ruberto sono altrettanto gravi perché proprio l’oristanese è una delle regioni sarde, e parti della statualità italiana, meno “delinquenziali” in assoluto. Emblematico un dato di alcuni anni fa dove Oristano veniva persino considerata la città più sicura “d’Italia” e questo, va detto, si riscontrava già prima che Di Ruberto si insediasse.

Quindi, oltre la mistificazione della realtà, l’atteggiamento di fondo è sempre quello del predominio culturale. Al punto che Di Ruberto per corroborare la sua “idea” cita una festa italiana d’origine medioevale, da lui percepita in modo “culturale” nel senso più positivo del termine. Gli italiani fanno festa con innocue arance, in Sardegna i barbari si lanciano coltelli. Per rimanere sul piano della pubblica sicurezza e della cronaca, l’ultima edizione del Carnevale di Isernia segnala diversi arti e volti fratturati per un totale di 70 feriti e l’impiego nella manifestazione persino di gazebo di pronto soccorso allestiti per i contusi. Nulla da dire ai molisani, ma quale dovrebbe essere il “giudizio” da parte dei sardi se questi li considerassero con la stessa mentalità che Di Ruberto mostra nei confronti delle popolazioni dove  presta servizio allo Stato italiano?

Affermazioni molto gravi che, se non fossero appunto così perniciose, farebbero sorridere per l’ignoranza che esprimono. Mentre il nazionalismo in Sardegna ha il compito di ricomporsi e filtrare al contempo derive da guerre tra poveri e intolleranza diffusa, le istituzioni italiane – dotate di maggiore potere e visibilità, e quindi di altrettanta responsabilità rispetto all’uomo della strada – si lasciano andare a razzismo e provocazioni che offrono uno spaccato della considerazione della società sarda da parte del Ministero competente che forma e qui trasferisce dirigenti e sottoposti. Spesso e volentieri, sappiamo bene, con l’intento punitivo di chi non ha fatto bene il proprio lavoro “in continente” e viene sbattuto in Sardegna per qualche anno.

Ad ogni modo, l’esigenza di coniugare sicurezza e obiettivi dello Stato con la cultura degenere dei sardi è un’espressione vecchia: già ai primi anni ’60, la Commissione Medici sul banditismo parlava delle esigenze del mondo moderno ed industrializzato da conciliare con quelle della cultura agropastorale, freno a mano dello sviluppo. I risultati si sono visti. Anche la Commissione Medici parlava di una risoluzione pacifica del contrasto economico e sociale, ma questo non impediva certo ad opinionisti di varia estrazione di invocare armi chimiche sui sardi in battute di caccia naziste sul Supramonte, rastrellare cuiles e con processi lampo affibbiare decine di ergastoli o giustiziare pastori e contadini. Come, del resto, è accaduto.

Di Ruberto è in buona compagnia. Negli ultimi tempi sicuramente emerge l’atteggiamento dei sindacati dei militari, con la figura di Antonsergio Belfiori e il suo sardo in berritta che non può far altro che vedere “lo sviluppo” da dietro una rete. Che siano resorts, poligoni da riconvertire e bonificare, o altre attività, quelle terre vedranno l’esclusione costante degli indigeni e con questo dato incontrovertibile i sardi devono fare i conti. Non fece molto discutere la vignetta di Belfiori, tant’è che in nessuna trasmissione televisiva o radio, o sulla carta stampata, si è criticato il “Belfiori-pensiero”. D’altronde, perché mai chiedere? Il problema non viene in larga parte percepito perché la cultura dominante italiana ha plasmato e continua a farlo l’opinione pubblica sarda. Se così non fosse, ad esempio, il caso di Di Ruberto non si sarebbe verificato. Intendiamoci, sicuramente avrebbe pensato ciò che pensa dei sardi allo stesso modo, questo nessuno può impedirglielo, ma si sarebbe ben guardato dall’esternarlo. Lo fa non perché sia vero che i bambini sardi ricevano il coltello in dotazione per la ricreazione, ma perché se lo può, semplicemente, permettere.

Eppure, la “merendina e il coltello” per Di Ruberto e il resort “Il Milanese” per Belfiori sono sfoggi carichi di razzismo e scherno manifesto, veri e propri atteggiamenti coloniali. Spesso non viene neanche percepita la necessità di indignarsi su episodi così gravi, perché in fondo la mentalità coloniale ha attecchito così bene che molti sardi condividono l’idea che – in un modo o nell’altro – essi saranno sempre succubi e questo è un dato non storico ma divino. Ineluttabile. Questo, ovviamente, non è un punto a sfavore della lotta di liberazione nazionale, o un arrendevole “se molti sardi lo permettono, lo meritano tutti“, ma indica, al contrario, l’urgenza dello sviluppo futuro dell’indipendentismo ed un enorme lavoro politico e sociale da portare avanti.

Se è vero che la Storia in seconda battuta ha il volto della farsa, sicuramente la tragedia ha preceduto Belfiori: cos’è cambiato da quando i sardi ospitavano “orgogliosamente” la Capo Canaveral dei poveretti e la Sardegna veniva definita Buzzurronia? Non molto, tanto più che oggi ad esempio il leitmotiv sulle basi militari, repressione compresa, è lo stesso: la Sardegna nello Spazio, la Sardegna scientifica, la Sardegna sulla Luna, la Sardegna sul tetto dell’Universo. Due facce della stessa subalternità: il fatalismo e il servilismo più sfrenati, da un lato, e la megalomania più patetica e illusa, dall’altro. Due poli psicologici della stessa cultura della subalternità, rispettivamente tramite repressione e adulazione a seconda delle necessità contingenti del dominus.

Insomma, in prospettiva, il problema principale è che i sardi pensino e si organizzino, più che l’abuso di alcol – grave piaga giovanile in Sardegna utilizzata spesso strumentalmente, dal momento che dopo la Sartiglia abuso di alcol e risse potranno proseguire tranquillamente, a piazza Cattedrale chiusa o meno. Insieme alle sale slot che proliferano ovunque intorno alle scuole, s’intende.

I Belfiori, Saieva e Di Ruberto di oggi mostrano come non ci siano valide ragioni per ritenere mutata quella cultura italiana dominante, e che quindi con essa e per mano della stessa siano mutati gli interessi strutturali perseguiti, laddove – come lo definì il SISDE – “un alto tasso di cultura politica” potrebbe metterli nel corso del tempo a rischio. E questi, ieri come oggi, andranno difesi ad ogni costo. In questo quadro di riattualizzazione del controllo economico e politico, più che nell’emergenza alcol o violenze, vanno rintracciate le ragioni dello scherno del questore e di tutte quelle deprecabili esternazioni che caratterizzano la classe dirigente italiana.

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