Disertare le urne per tornare al popolo

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Antonello Pabis. Domani verrà pubblicato l’ultima dichiarazione . 

di Antonello Pabis

Care compagne e cari compagni,
ho deciso di non votare!
Ci pensavo da tempo ma solo oggi ho superato positivamente il dubbio sulla opportunità di esternare le mie considerazioni prima delle elezioni ma … ora ci sono: la sincerità prima di tutto!
Particolarmente dopo la perdita del sistema elettorale proporzionale che, occorre ricordarlo, fu voluta da sedicenti comunisti, quelli stessi che ci hanno portato all’odierno PD, non sono mai stato innamorato delle elezioni.
Poi una lunga autocritica, che intendo proseguire, mi ha portato a vivere con crescente disagio ogni appuntamento elettorale.
Oggi rifiuto anche quello che a buona ragione si può chiamare avventurismo elettorale e mi ritiro dal gioco, anche come elettore, mentre continuo la mia militanza di base.
Le ultime leggi elettorali confermano che, facendo parte dello Stato italiano, ci troviamo in presenza di un golpe bianco che ha portato a governare gentaglia mai eletta o eletta con l’inganno e, con un sistema truffaldino e antidemocratico che riempirà nuovamente il Parlamento di corrotti e mafiosi.
L’ultima legge elettorale è la peggiore di tutte e avrebbe giustificato l’organizzazione di uno sciopero generale dal voto, un sano e consapevole boicottaggio di massa!
Invece no, mentre l’astensionismo è diventato il primo “partito”, proprio perché nessuno ha saputo offrire un’alternativa credibile al sistema mercantile e clientelare vigente, incuranti di ciò, tutti a rincorrere la gran festa delle elezioni, avvallando così il sistema truccato.
Non sono un qualunquista e non metto sullo stesso piano Leu e il PD, ma ho ben presente la dichiarata disponibilità all’inciucio che li rende meno distanti da ciò che ci chiedono di credere.
Ciò significa che, ancora una volta, il sistema mercantile capitalista, colonialista e guerrafondaio non è messo in discussione e che si “naviga” all’interno di quello.
Credo sia maturato il tempo perché la sinistra (senza virgolette) ritorni ad essere la via del riscatto sociale, torni in mezzo al popolo, sia il popolo.
E che i suoi intellettuali siano realmente organici alle masse popolari, partendo effettivamente dalle persone più escluse ed emarginate.
Non voterò nemmeno Potere al Popolo perché, essendo “un invenzione” (tempestiva solo per le elezioni) rappresentativa di associazioni e movimenti soltanto a parole (con alcune ma insufficienti pregevoli eccezioni), produrrà soltanto nuove delusioni e sfiducia con il solo risultato di far aumentare l’astensionismo, il qualunquismo, i 5 stelle (il partito qualunquista per eccellenza) e lasciare altra spazio sociale alla destra.
Questa infatti, occorre pensarci, non può essere contrastata con i muscoli ma deve essere combattuta con l’intelligenza, tornando a occupare i territori nei quali il razzismo ed il fascismo si stanno insinuando.
Voglio continuare a vivere in mezzo al “mio” popolo ed esserne parte totalmente dedicata.
E non mi scoraggio, sapendo che non siamo pochi e che dobbiamo soltanto riconoscerci ed unirci, ciascuna e ciascuno con i suoi caratteri personali e la sua diversità.
In Sardegna sono già accesi cento fuochi di resistenza civile e di lotte dal basso, che dovremmo lavorare perché si connettano in reti sempre più larghe.
Dovremmo promuovere un’inversione di tendenza rispetto al separatismo e alla dispersione in corso; non perderci di vista e costruire ponti per il dialogo e la pratica sociale comune.
Dovremmo essere consapevoli che non sono le elezioni borghesi che cambieranno il mondo ma i movimenti di popolo che cambieranno anche le elezioni.
Non ce l’ho con le compagne ed i compagni che, illudendosi, inevitabilmente contribuiscono ad illudere anche altre/i o che hanno fatto scelte diverse dalla mia, anche quella di compiere “l’ennesimo sacrificio”, dato che non vedono alternative e considerandolo magari “il male minore”.
Ho verso di loro un affetto profondo e a loro voglio chiedere benevolenza, sperando che ci rivedremo nella pratica sociale, in mezzo a quel popolo di cui, escludendo ogni presunzione e supponenza, dobbiamo essere strumento!

(Dedicato sopratutto ai giovani, perché NON SPRECHINO LA LORO INTELLIGENZA, CONTINUINO AD ISTRUIRSI, NON SI STACCHINO MAI DAL POPOLO E CHE FACCIANO DELLA PRATICA SOCIALE LA LORO PRIMA COMPAGNA DI VITA!)

I 5 Stelle e la questione sarda

di Andrìa Pili

Il programma del M5S non è diverso da quello di un partito della Sinistra italiana non radicale. I numerosi punti condivisibili per affinità ideologica rimangono limitati da ambiguità e nodi che non vengono sciolti, impedendo la risoluzione di numerosi problemi risolvibili solo con scelte radicali, di rottura con l’assetto attuale e non con la buona amministrazione. Fra questi, ovviamente, la questione sarda. I pentastellati non intendono cambiare la Costituzione ma solo valorizzare le autonomie «attraverso la legislazione ordinaria senza toccare nuovamente il Titolo V della Costituzione». Si esclude una riforma costituzionale in senso federalista, puntando su un orientamento legislativo favorevole alle regioni e un vago principio di democrazia partecipata dal basso, senza toccare l’impostazione statale, in difesa della Repubblica una e indivisibile ma decentrata amministrativamente e fiscalmente, con la possibilità di un intervento statale per il riequilibrio fra le regioni.

Il principio di autodeterminazione dei popoli è inteso in senso restrittivo, limitato alla non ingerenza statale e quindi identificando popoli e Stati, confermando il dannoso paradigma delle nazioni monolitiche non più sostenibile per una visione democratica nel mondo del XXI secolo. Già la (non) posizione di Di Maio sulla Catalogna è stata emblematica. Perciò, l’idea di «riforma dell’Unione Europea» – attraverso un’alleanza con i Paesi dell’Europa del Sud, danneggiati economicamente dalla moneta unica (analisi parziale e fuorviante dei problemi dell’economia italiana, che non hanno certo la loro origine con l’Euro, che presta il fianco al sovranismo sciovinista borghese) – non porterà ad una lesione del rapporto di subalternità del nostro popolo nei confronti dello Stato-nazione italiano. Europa degli Stati e non delle comunità nazionali e dei diritti sociali, realizzabile solo con una rottura tanto da Bruxelles quanto da Roma.

Il M5S è chiaramente diverso dal bipolarismo PD-CDX riguardo le missioni di guerra, gli investimenti nella Difesa, il filoamericanismo e la condivisione di trattati di libero scambio come il TTIP e il CETA; tuttavia, parla di “riforma della NATO” per adeguare l’alleanza atlantica al nuovo contesto multilaterale. Non si capisce cosa voglia dire. Il programma sulla Difesa parla di ottimizzare la spesa, si fa leva sullo squilibrio fra mancanza di fondi per determinate necessità nell’ordinaria attività militare e ampie spese per altri scopi non ritenuti essenziali. Si ritiene necessario puntare sulla tecnologia, cyber security, intelligence; si propone di valorizzare il patrimonio militare in dismissione con la partecipazione della cittadinanza. Non credo che ciò basti per mettere in discussione i poligoni in territorio sardo; la rimozione di Roberto Cotti dai candidati non fa che confermare un atteggiamento volto più alla conciliazione con l’Esercito in nome dell’interesse “nazionale italiano” piuttosto che con i diritti democratici della nostra comunità.

Dichiarazione di voto

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Cristiano Sabino.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Cristiano Sabino
Cristiano Sabino

Alle elezioni italiane del 4 marzo 2018 voterò. Già questa è una dichiarazione perché in vita mia ho votato una sola volta alle elezioni per il rinnovo del parlamento italiano, quando avevo 18 anni, Rifondazione Comunista non era candidata con il centro sinistra e io ero convinto che essere comunisti significasse automaticamente lottare per la liberazione dei popoli, compreso quello sardo. Ovviamente mi sbagliavo!
Dopo non ho mai più votato alle italiane, ma solo alle sarde e ai referendum perché non c’è mai stato un partito che riconoscesse il diritto a decidere del nostro popolo, oppure si trattava di liste molto ambigue come quella di Soberanìa che non ha mai fatto chiarezza sulla questione del razzismo presentando alcuni candidati le cui posizioni erano davvero improponibili su tali questioni. Come stanno le cose a questa tornata? Ovviamente non prendo nemmeno in considerazioni i partiti-Stato e i loro alleati (PD, FI, centristi vari, LeU che è praticamente un PD 2.0, Lega, Fd’I, ecc).

I 5 Stelle. Sono senza dubbio una forza destabilizzante perché vanno ad incidere sulla larga corruzione diffusa come un cancro in larghissimi settori del sistema partitico italiano. Ma non voterò per i 5 stelle per tanti motivi. Innanzitutto si tratta di una forza politica completamente decontestualizzata dal contesto sardo. Cosa sarebbe accaduto, per esempio, alla maggioranza dei centri abitati sardi, se fosse passata la proposta avanzata qualche tempo fa dai 5 Stelle sull’accorpamento dei comuni sotto i 5000 abitanti? Sarebbe stata la definitiva ecatombe delle zone interne e disagiate che avrebbe reso totalmente inospitale e spopolata la gran parte del territorio isolano. A livello generale penso sia inoltre in atto una pesante normalizzazione del M5S e che ogni ipotesi di sua possibile funzione erodente del sistema politico fondato sull’egemonia della borghesia italiana in disfacimento sia ormai fuori dalla realtà (eppure ci sono compagni che ancora incredibilmente lo pensano e lo teorizzano!). Lo dimostrano tanti indicatori: il viaggio di Di Maio a Washington per garantire l’asse Italia-NATO lo testimonia in maniera palese. È una coincidenza che dopo questo viaggio il senatore sardo Roberto Cotti (che noi tutti conosciamo per il suo impegno chiaro contro occupazione militare e RWM di Domusnovas) è stato cinicamente trombato dalle cosiddette parlamentarie? Non mi dilungo, anche perché comunque i 5S non riconoscono né l’esistenza della nazione sarda né il suo diritto ad autodeterminarsi, sebbene ogni tanto lo stesso Grillo abbia dichiarato il contrario.

Potere al Popolo. Conosco i compagni napoletani che hanno dato vita a questa proposta che – pur presentando alcune zone di ambiguità su questioni come fuoriuscita dalla NATO e dalla UE (nel senso che non dichiara apertamente la necessità di fuoriuscire) – nel complesso è un’ottima proposta politica resasi capaci di suscitare in breve tempo ampie energie, soprattutto di quelle forze realmente impegnate nei conflitti sociali. C’era bisogno di una forza viva nata dalle lotte, però mi chiedo perché a sinistra, come al solito, ci si ricorda della necessità della sintesi sempre e solo sotto elezioni. A parte questo il problema sono soprattutto i lealisti sardi, quasi tutti sopravvissuti politici del ceto prototogliattiano, i quali hanno appena finito di combattere una santissima guerra di religione per impedire che Potere al Popolo riconoscesse la nazione sarda e il suo diritto a decidere. Questi personaggi che in Sardegna e in Italia hanno retto il moccolo fino all’altro ieri ai governi del centro sinistra, che in alcuni casi (per esempio il Pdci, oggi riverniciato PCI) hanno votato l’infame aggressione imperialista alla Jugoslavia, oggi alzano le barricate contro una dichiarazione di autodeterminazione che ogni comunista dovrebbe accettare perché componente basilare del suo corredo di valori. Questo ceto parassitario di burocrati lontani dalle lotte e lontani dalla realtà ha fatto muro affinché Potere al Popolo Sardo non si presentasse alle elezioni con un programma per l’emancipazione della Sardegna, fondato sul diritto a decidere e focalizzato sulle questioni trainanti della questione nazionale e sociale sarda. Il risultato è stato che in Sardegna, a parte un paio di eccezioni, la rosa dei candidati è composta da gente mai vista nelle lotte reali. Purtroppo direi, ma anche per fortuna, perché tale dibattito ha segnato un solco ancora più netto fra i comunisti sardi che lottano contro la colonizzazione e quelli che invece ne sono agenti. Un solco che sarà utilissimo soprattutto all’indomani delle elezioni quando il filo della discussione potrà essere ripreso con i compagni (sardi e italiani) senza l’ansia delle scadenze elettorali.

Sul PSd’Az non credo ci sia nulla da dire. L’operazione del segretario Solinas, oltre a negare la stessa tesi uscita dall’ultimo congresso favorevole alla formazione di una alleanza delle forze sardiste e indipendentiste, dimostra che la storia di questo partito di notabili è sempre quella che ha portato una grande parte dei sardisti ad aderire al Partito Nazionale Fascista: una storia di miseria e vergogna coloniale! Al netto del fatto che l’alleanza con la Lega faccia rivoltare lo stomaco per le note posizioni di estrema destra di questo partito, vorrei capire che tipo di giustificazione politica possa avere per un sardista candidarsi in Lombardia, visto che il segretario Solinas sarà eletto in un blindatissimo collegio della Lombardia. Che interessi dei sardi andrà a rappresentare Solinas senza essere nemmeno stato delegato dai sardi?
Una cosa è la tattica che può essere anche spregiudicata, altra cosa è il mercimonio delle candidature. La nuova era del sardismo è il lombardismo? Per fortuna qualche sussulto di dignità interno è venuto fuori con forza con le posizioni di numerose sezioni e con la voce levata dal consigliere regionale Angelo Carta.

Partito Comunista. Ho apprezzato recentemente la campagna per le elezioni comunali di Roma e le posizioni molto chiare di rottura su Austerity e UE. Ma il PC di Rizzo è l’ennesimo partito paracadutato in Sardegna, senza alcun lavoro reale sul territorio ed è paradossale che proprio loro che fanno un discorso di ritorno al lavoro della talpa del vecchio movimento comunista poi corrano in fretta e furia a raccattare candidati improbabili giusto per essere presenti in un collegio. Inoltre sono pessime le posizioni che recentemente questo partito ha espresso sulla questione catalana dichiarando pilatescamente equidistanza “da Barcellona e da Madrid”. In un conflitto, quando non ti schieri, stai sempre favorendo il più forte: in questo caso il monopolio della forza detenuto da Madrid e di fatto ti stai schierando con i falangisti, i borboni, il PP e la stessa UE che in altre sedi dichiari di combattere. Qualcosa di peggio di una brutta caduta di stile. Spero che questi compagni possano correggere i propri errori per non riproporre il solito vecchio modello di comunismo centralista e autoritario, anche se le dichiarazioni del segretario Rizzo rilasciate nella sua discesa in terra sarda non promettono nulla di buono e si manifestano come l’ennesima dichiarazione dell’ennesimo partito colonialista: “senza la Sardegna non c’è l’Italia”.

Autodeterminatzione. Premetto che ho iniziato a partecipare al dibattito di Potere al Popolo senza farmi molte illusioni e prima che venisse ufficializzata la partecipazione del progetto dell’Autodeterminatzione alle elezioni italiane. Sinceramente non me lo aspettavo neanche. Avrei confidato in una mossa temporeggiatrice, puntando tutto sulle nazionali sarde con un percorso di un anno di diffusione e radicamento del progetto. Pensavo questo non perché avessi informazioni a riguardo, ma perché il ragionamento con il progetto Mesa Natzionale era proprio questo: lunga discussione interna, lungo percorso di radicamento, eventuale partecipazione alle elezioni.
Ma quel percorso è interrotto, come gli Holzwege di Heidegger e come la sua svolta filosofica, e anche Progetto Autodeterminazione rappresenta un cambio di parametro: da quello che ho capito i protagonisti di PA vogliono iniziare a radicare il progetto proprio sfruttando l’occasione elettorale italiana ed è su questo che divergo, perché nel corso del tempo ho maturato l’idea che proprio il momento elettorale è quello peggiore per battezzare un progetto. Non c’è nulla di male, per carità ma credo che la fretta elettorale abbia sempre portato una incredibile sfiga agli indipendentisti e ai sardisti conseguenti, perché li hanno portati a fare spesso i conti senza l’oste e ad acuire tensioni interne subito sfociate in gravi crisi strutturali di progetto. Prova ne sia che tutti i partiti o cartelli sardocentrici usciti fuori dalle elezioni senza la tempra del percorso di maturazione politica si sono frantumati come un oggetto bagnato nell’azoto liquido (la mia è nel contempo una critica e un’autocritica). Mi auguro che Autodeterminazione faccia eccezione, ma questa è la mia paura ed è questo uno dei motivi per cui non mi sono finora esposto schierandomi apertamente con questo progetto.
C’è poi la questione della partecipazione popolare. Credo che un progetto unitario debba fondarsi sulla partecipazione dei tanti cittadini sardi che hanno nel corso degli ultimi anni maturato una sensibilità favorevole al diritto a decidere. Partecipazione popolare che dovrebbe essere la base di ogni programma di liberazione e che in effetti è l’unico antidoto alla creazione di una logica amico-nemico dove chi aderisce è ben accetto e chi invece avanza dubbi e domande è visto con fastidio. In questo senso Mesa Natzionale, con i tanti incontri sul territorio, i suoi processi partecipativi come l’esperienza “Partimus dae tue” e le discussioni aperte, orizzontali e coinvolgenti su riforma dello Statuto, scuola sarda e sanità aveva iniziato a dire qualcosina di nuovo rispetto alle precedenti esperienze. E su questo mi sembra che PA  – visti i tempi della corsa elettorale – sia stato carente.

Credo che al di là di queste mie considerazioni critiche si debba però sostenere elettoralmente questo progetto, perché al momento rappresenta l’unica lista che riconosce il diritto all’autodeterminazione, che non deve rispondere alle segreterie dei partiti coloniali e che non viene riassorbita in altre logiche che con i bisogni del popolo sardo e la sua lotta di liberazione non hanno nulla a che fare.

Io credo che Autodeterminatzione possa e debba essere criticata sotto tanti aspetti ma credo anche che in questo momento non sia opportuno spendere il proprio voto altrove. Non credo sia utile nemmeno non votare, perché all’oggi il non voto (anche se consapevole e dichiarato) si somma ad un indistinto senso di ripulsa verso “la politica” (v. protesta di alcune categorie di lavoratori sardi) che è quanto di più lontano dalla nostra esigenza di avviare un percorso di liberazione nazionale.

Voterò dunque Autodeterminatzione con lo sguardo rivolto al dopo 4 marzo, perché credo inizierà allora la partita più complicata e significativa per la costruzione di un percorso di emancipazione nazionale e sociale del popolo sardo, un percorso che non inizia certo con queste elezioni né qui si concluderà.

Dichiarazione di non voto: la mia scelta

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Luana Farina Martinelli, poeta e militante del FIU.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Luana Farina Martinelli

Il 4 marzo 2018, da militante Indipendentista, per le elezioni Politiche italiane, così come per le Europee, al seggio, farò la mia abituale dichiarazione di non voto da mettere agli atti.

La farò prima di tutto, per coerenza, perché ritengo che un voto alle politiche italiane legittimerebbe e riconoscerebbe ulteriormente e implicitamente il potere dello stato colonialista italiano di decidere ancora per noi sardi, politicamente, economicamente, militarmente e culturalmente.
Diverso è un voto per le comunali e “regionali” che, per chi è indipendentista, sono “Natzionali”, e si è chiamati a impegnarsi realmente per la propria città e la natzione sarda.

Fotografia de Rina Sanna
Luana Farina (settembre 2017), foto di Rina Sanna

“Ma perché? – mi dice qualcuno – Capisco che tu non voglia votare partiti italiani o sardi filo-italianisti, ma ora c’è il nuovo Polo dell’AutodetermiNatzione!”

Certo, personalmente però ho dei forti dubbi su questo “Polo”:

  • Non credo che sia stata una scelta oculata esordire alle politiche e non alle “regionali”, perché sino al 2019, il “Polo” avrebbe avuto tutto il tempo necessario per radicarsi in Sardigna, ma anche presso le comunità sarde d’oltremare, con azioni forti, pratiche, visibili e condivise, riguardo le lotte per l’autodeterminazione e per la liberazione dal colonialismo italiano, di cui molti sardi che vivono fuori dalla loro terra, sono totalmente all’oscuro.
  • È innegabile che alcune delle “componenti storiche” di questo neo “Polo” siano state promotrici o abbiano aderito a queste lotte, in tanti anni di militanza; le hanno fatte e le fanno tutt’oggi, ma solo a titolo personale o di sigle. Allo stato attuale, a parte le assemblee pubbliche di presentazione, di stampo populista, in cui il programma illustrato è ancora troppo nebuloso e carente riguardo alcuni problemi, in questo “Polo” non vedo altro. Un esempio per tutti: come si fa a dedicare alla Sanità sarda solo 6 righe del programma e con termini obsoleti, quando sappiamo che del bilancio regionale 2018 (pari a 7,792 miliardi di euro), più della metà (3,488 miliardi) è impegnato per il settore sanitario?
  • Non credo che il Polo dell’AutodetermiNatzione, candidandosi alle politiche italiane, possa raggiungere un risultato davvero utile all’autodeterminazione della Natzione Sarda. L’esperienza di almeno un gruppo politico sardo presente in Parlamento lo dimostra. Resta sempre un can che abbaia ma non morde! Non ho mai creduto a chi dice “le cose si cambiano da dentro”. Facendo mie le parole di un illustre patriota sardo vivente, penso che “la frittata si possa fare solo rompendo le uova”!
  • Con alcune componenti di questo neo schieramento ho personalmente divergenze di pensiero troppo forti, perché provenienti o dalla politica italiana, anche di destra, alcuni con precisi incarichi politici/amministrativi o non hanno un passato, nemmeno recente, di attivismo nelle lotte che per un indipendentista sono fondamentali; intravedo anche da parte di alcuni una certa ambiguità “modaiola” , mentre altri mi pare sia saltati “sul carro dell’autodeterminazione” all’ultimo istante, tanto per non restare a piedi, ma in realtà o non sanno dove andare, oppure, abituati al potere (non solo politico), vogliono esserci a tutti i costi.
  • Ci sono poi le modalità con le quali, alcune componenti del neo Polo dell’autodeterminazione, in fase preliminare, in cui ci si confrontava e si valutava la possibilità di costruire qualcosa di nuovo, si sono relazionate, con l’indipendentismo “già esistente“ e attivo, in un modo che definirei “alla grillina”, con un atteggiamento che ho percepito come antidemocratico, perché calato dall’alto, pregno di pregiudizi e diktat, che anziché unire, lavoravano per zittire o fagocitare le voci “altre”.
  • La percezione che ho è quella che dietro questo frettoloso presentarsi alle elezioni politiche, in realtà si voglia, in previsione delle regionali (natzionali), valutare gli equilibri e le forze interne per candidature e spartizione di ruoli all’interno del Polo. Direi che ancora una volta ci troviamo di fronte a un modo “italo-colonialista-spartizionista” di pensare la politica.

La confusione comunque è tanta, anche nelle “alternative” che avrebbero potuto tentarmi, soprattutto della neonata sinistra che si presenta come “antagonista”, ma che è stata spesso assente dalle lotte per la liberazione della Sardigna dal colonialismo militare, dai veleni, dalla negazione della lingua e della cultura sarda, che ha sostenuto e sostiene ancora, un’ economia “aliena” basata sulla chimica e sulle armi, anziché su ciò che è “la vocazione naturale” della Sardigna: agricoltura, pastorizia, pesca, turismo popolare e diffuso, cultura e supporto alle imprese locali che la praticano.
Solo oggi a un passo dalle elezioni questa neo-sinistra (ma questo sta succedendo anche a destra) cerca maldestramente di fare propri temi che da molto tempo, nella pratica, non gli appartengono più.

Infine ci sono anche compagni di lotte comuni, che hanno deciso di presentarsi per la prima volta, e per i quali ho volentieri firmato la lista, ma solo perché credo che in democrazia, gli schieramenti di Sinistra, Democratici e Progressisti (seppur di matrice italiana) debbano avere la possibilità di competere, anche se non avranno il mio voto.

Ribadisco perciò la scelta di dichiarazione di non voto, che viene verbalizzata e permette di esprimere per iscritto il perché non si vota e non va a incrementare il premio di maggioranza, per questo la reputo una vera e propria azione politica, coerente, incisiva, e mediaticamente visibile, se fosse praticata in massa, rispetto all’astensione o al voto in bianco o nullo.

Infine, la dichiarazione di non voto crea un certo “disturbo” immediato all’interno del seggio perché costringe i presidenti a verbalizzare la dichiarazione con la motivazione prevista dalla legge “mi presento al seggio, faccio vidimare la tessera elettorale, non tocco la scheda, non voto perché non mi sento rappresentata da nessun partito e da nessun candidato” (o altra motivazione). Volendo si può anche preparare a casa la dichiarazione da far allegare al verbale e, se i presidenti si rifiutano di farlo, sono passibili di denuncia immediata. Tutto ciò deve avvenire senza discussioni e in perfetta calma. Per chi desidera praticare la mia stessa scelta, mi contatti via mail: luanedda57@gmail.com, invierò istruzioni dettagliate, il modulo stampabile e la dichiarazione di non voto da compilare e firmare in 3 copie.

Partiamo dalle nostre comunità locali

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Gianluca Collu, attuale segretario natzionale di ProgReS.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Gianluca Collu

Come partito indipendentista sardo non nutriamo particolare interesse nel prendere parte ad una competizione elettorale regolata da una legge come il Rosatellum, che sostanzialmente esclude le chance di rappresentanza dei soggetti politici nazionali sardi nel Parlamento italiano; anche per questo l’Assemblea Nazionale degli attivisti di Progetu Repùblica de Sardigna ha deciso che non parteciperemo alle elezioni politiche italiane del prossimo 4 marzo 2018.

Gianluca Collu

Fare i conti con la realtà significa prendere coscienza, al netto delle leggi elettorali, dell’effettivo peso politico dell’elettorato sardo nello scenario delle “democratiche” elezioni italiane: parliamo di un valore pari al 2,6% sulla media italiana, questo sempre che la partecipazione al voto rappresenti il 100% del censo, ossia che tutti i sardi aventi diritto si rechino nei seggi per votare. Di conseguenza, considerando il quadro generale tra l’attuale legge elettorale in vigore e l’effettivo peso politico dei voti sardi su scala italiana, risultano molto chiare due sole opzioni in campo per un partito indipendentista: nella prima ci si allea con uno dei poli italiani di centrodestra o di centrosinistra, considerato che 5 Stelle non stringe alleanze con i partiti; nella seconda, invece, correndo da soli, si partecipa per lo più a livello simbolico o di mera testimonianza.

Entrambe le opzioni, per quanto legittime, non rientrano nel nostro fine politico, non è il motivo per cui Progetu Repùblica de Sardigna è nato e non è il motivo per cui le nostre attiviste e i nostri attivisti lavorano ogni giorno.

Il senso dell’agire politico di Progetu Repùblica è un cambio di prospettiva che vuole mettere al centro del nostro orizzonte la Sardegna e le 377 comunità da cui è formata. Il nostro obiettivo è la costruzione graduale e non violenta di una Repùblica di Sardegna, prospera e giusta. Per fare questo, la sfida a cui sentiamo di dover partecipare sono le elezioni nazionali sarde, le uniche che ci permetteranno di spezzare l’egemonia triste e deleteria dei partiti italiani.

Come già abbiamo detto, la nostra campagna elettorale per il 2019 deve iniziare oggi, possibilmente partendo dall’impegno nelle nostre 42 comunità dove sono previste le amministrative del 2018.

Le famiglie sarde affrontano con sempre maggiori difficoltà e sfiducia la vita quotidiana, è notizia di questi giorni che il 39% ritiene che la propria condizione economica nel 2017 sia peggiorata rispetto all’anno precedente, addirittura il 10% pensa che sia peggiorata di molto. (dati ISTAT elaborati da SSEO).

È tempo di rimboccarsi le maniche e lavorare seriamente alla costruzione di una rete di cittadini disponibili a mettere in gioco le proprie competenze, il proprio entusiasmo, il desiderio di riscatto per la nostra terra e per i nostri figli e iniziare dare luogo a una rivoluzione democratica, capace di guidare i sardi e le sarde verso una condizione storica migliore sul piano materiale e immateriale, verso la costruzione della propria Repùblica.

Il futuro della nostra nazione dipenderà soltanto dall’impegno di ogni sardo per il benessere collettivo, e questo cambiamento potrà avvenire soltanto partendo dalle nostre comunità locali.

Per mettere in atto questi propositi è necessario un accordo, una strategia condivisa, tra i maggiori partiti indipendentisti, sovranisti e autonomisti. Un patto di responsabilità nazionale per giungere a una convergenza capace di realizzare un’alternativa di governo ai poli italiani forte e autorevole. Per queste ragioni è importante coltivare il dialogo e il rispetto, anche con quei soggetti indipendentisti che attualmente mettono in atto strategie che non si condividono, e confrontarsi sui temi e sulle possibili soluzioni ai tanti gravissimi problemi che affliggono il nostro Paese.

L’autoindeterminazione e la sua cura

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema cominciando con un articolo del professor Gianluigi Deiana.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Gianluigi Deiana
Gianluigi Deiana

Per come sono messe le cose, soprattutto a sinistra, una sana e consapevole indeterminazione rispetto alle vicine elezioni politiche consente di lasciar passare la buriana senza rovinarsi il fegato, e questa è in termini generali una soluzione raccomandabile per tutti i soggetti sensibili alla patologia politica: è vero che si sconta l’aspetto negativo di questo non fare, tuttavia si conserva almeno la coscienza del fatto che si tratta di una indeterminazione decisa tra sé e sé (una auto-indeterminazione) che è sempre meglio di una determinazione scelta da altri (una etero-determinazione). Esempi ricorrenti e sempre uguali di etero-determinazione sono la candidatura in Sardegna dell’ex plenipotenziario di Rifondazione Claudio Grassi, che è emiliano (Liberi e Uguali), il paradosso di un cartello elettorale chiamato enfaticamente “Potere al Popolo” che è finito da subito sotto il potere concreto della forma residuale del PRC-PCI, la cancellazione romana di Roberto Cotti dalle candidature Cinque Stelle ecc.

L’auto-indeterminazione è quindi il campo base per tutti noi portatori sani della malattia elettorale, per i quali la tentazione della ricaduta potrebbe essere deleteria ancora una volta; tuttavia, mai dire mai, sembra essere spuntata, in questo giardino di male piante extrainsulari, una piantina autoctona che una manifestazione di interesse la merita: curiosamente si chiama “autodeterminatzione”, e nel gioco di significati veicolati dalle parole (specialmente le doppie parole) si pone come una plausibile risoluzione dell’alternativa secca tra l’auto-indeterminazione (cioè astenersi) e l’etero-determinazione (cioè votare per Grassi o per il cartello elettorale PRC-PCI o buttarla alle Cinque Stelle).

Fatti salvi i buoni propositi di questi soggetti, cioè il proposito di LeU di rifare una sinistra di governo, il proposito di Potere al Popolo di avviare un progetto di sinistra ricostruito di sana pianta dal basso, il proposito della stella sana dei Cinque Stelle di ripulire dai buchi neri tutto il cielo stellato, abbiamo anche il dovere di misurare questi buoni propositi sulla realtà; la realtà è rispettivamente questa: LeU è già oggi un partito politico, il quale con numeri visibilmente scoraggianti sta andando incontro alla prospettiva di un debole ruolo di opposizione secondaria in un panorama politico instabile dominato in maggioranza dalla destra ed egemonizzato in opposizione dalle quattro stelle sporche delle Cinque Stelle.

Potere al Popolo è nato come un progetto politico e solo subordinatamente, in funzione di rodaggio interno e di visibilità pubblica, come cartello elettorale; tuttavia per come stanno andando le cose, non solo in Sardegna, e per come sono già andate recentemente altre volte con cartelli come “Cambiare si può” o la “Lista Tsipras”, cioè a farsi benedire, è ormai concreta l’ipotesi che il cartello elettorale stia diventando il sudario del progetto politico; questo sacrosanto progetto, infatti, di tutto avrebbe bisogno per aprire le ali meno che della colla necessaria a tenere insieme un cartello elettorale.

Buttare il voto alle stelle poteva essere ragionevole, da sinistra, cinque anni fa; ora è chiaro però che le stelle non sono milioni di milioni ma sono solo cinque, esattamente come le dita di una mano: lotta alla corruzione, lotta ai migranti, disconoscimento dei sindacati, sintonia con la grande impresa, assenza totale di idee sulla politica europea: quattro cattive stelle contro una; la cancellazione in Sardegna della ricandidatura di Roberto Cotti, meritevole di tante cose e soprattutto della denuncia mondiale del business militare RWM e di Finmeccanica, è una meteora al contrario di portata letteralmente stellare, e questo spiega in senso lato il carattere illusionistico, cioè meteorico al contrario, di tutto questo fenomeno politico.

AutodetermiNatzione: vengo ora alla possibile risoluzione del mio strano rebus, la lista di AutodetermiNatzione; personalmente non so quasi niente di come essa sia stata concepita, anche se il suo concepimento era assolutamente nell’ordine delle cose; infatti ogni fidanzamento degnamente coltivato alla fine concepisce qualcosa e qui ci troviamo al primo esito di un fidanzamento degnamente e ponderatamente coltivato; ciascuna delle parti contraenti può presentare motivi di simpatia o motivi di dubbio, e nella contraenza stessa si possono lamentare preclusioni o esclusioni che sarebbe stato bene evitare, ma la risultante è da considerare assolutamente benefica nel contesto dato.

Il contesto dato, anche e particolarmente in questo caso, è per l’immediato un contesto elettorale (e quindi AutodetermiNatzione non può non essere ora un cartello elettorale) e per la prospettiva un vero e proprio progetto politico (la cui prova del nove sarà inevitabilmente il prossimo rinnovo del consiglio regionale); anche qui quindi le elezioni politiche italiane rivestono una funzione sia di rodaggio interno che di visibilità pubblica, tuttavia, a differenza dei casi precedenti, i passi finora compiuti non sembrano preludere a un mortifero effetto sudario, quale quello per cui in altri casi il cartello ha finito per ibernare o seppellire il progetto (si vedano Sa Mesa, il FIU, Sardegna Possibile ecc.).

A questa analisi, che personalmente ritengo condivisibile da parte di molti compagni, devo aggiungere qualcosa di mio: non riguarda lo scontato carattere variabile di questa nuova piantina, cioè la multiformità politica e l’interclassismo sociale: la piantina infatti deve crescere nel terreno sociale e non sotto vetro in un orto botanico; riguarda invece il fatto (minore) che stimo sinceramente molti dei compagni che vi si sono impegnati in prima linea, cioè Bustianu, Filippo, Pier Franco, Lucia ed altri ancora; e riguarda in ultimo (ma con importanza dirimente) l’esplicitazione di una chiara e incontrovertibile posizione antirazzista, priva di infingimenti, di se e di ma, che spero sia resa a prescindere dal calcolo elettorale.

Strada facendo, e cioè tra le elezioni politiche italiane e le elezioni regionali sarde, ci attendono due compiti: il primo, fronteggiare di nuovo con questi stessi compagni la spada di Damocle del sito prescelto per le scorie nucleari; il secondo, realizzare (su questa che ora ne appare come la pietra angolare di fondazione) il grande progetto politico della autodeterminazione del popolo sardo; è un compito immane per il quale i compagni che vi si sono impegnati finora non dispongono probabilmente di forze autosufficienti; auguro loro apertura, ponderazione e saggezza.

Indipendentismo popolare o reazionario?

di Andrìa Pili

Gli italianisti che sostengono l’inserimento dell’insularità in Costituzione e gli indipendentisti del PdS hanno una cosa in comune: le loro tesi, per vie diverse, giungono ugualmente all’assoluzione della classe dirigente sarda. L’idea di “convergenza nazionale sarda” del PdS – che si pone l’obiettivo di unire “il maggior numero di forze, escludendo solo quelle razziste, fasciste, violente”, senza “nessuna preclusione” in favore di “una campagna elettorale competitiva col governo” e per “creare più poteri per i sardi” (cito il segretario Maninchedda, dall’Unione Sarda del 10 gennaio) – si basa sull’idea che ogni soggetto politico operante in Sardegna sia naturalmente portato, di per sé, a fare gli interessi della maggioranza dei sardi. La colpa è tutta del potere esterno. I partiti e gli individui che hanno detenuto il potere politico in Sardegna avrebbero compiuto degli errori in totale buona fede; si tratta soltanto di persone non ancora convinte dell’indipendenza ma che possono diventarlo. Sarebbe tutta una questione di Fede. Non di conflitto sociale, quindi di scelte compiute in nome di determinati interessi, al fine di conservare uno stato di cose vantaggioso per il ceto politico-clientelare sardo e dannoso per la maggioranza.

Lenin aveva scritto: “Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario”. Penso sia interessante guardare all’ideologia che porta alla giustificazione di un’alleanza fra una parte dell’indipendentismo e il Partito Democratico sardo (in atto dal 2014, saltata per queste legislative ma pronta per essere riproposta l’anno prossimo; è già rilevante solo il fatto che si possa pensare). Penso che leggere qualche passaggio del cosiddetto “Manuale di Indipendenza Nazionale”, scritto dall’attuale presidente del PdS, possa aiutare a comprendere le idee confuse che fanno da paravento ad un modo di agire così incoerente per gli interessi dell’emancipazione nazionale e sociale.

L’aspetto che mi ha più colpito del testo è l’approccio “microfondato” all’indipendenza. Mi pare che si guardi al «popolo sardo» come ad una moltitudine indistinta di individui, ad una sommatoria di singoli sardi da convincere affinché aderiscano ad un’ideologia. Peggio: l’indipendentismo sembra diventare quasi una Fede. Così, essere indipendentista non significa più semplicemente volere uno Stato sardo formalmente indipendente (e quindi ciò potrebbe racchiudere i progetti politici più disparati, dalle ideologie più nobili e legittime fino a quelle più aberranti) ma aderire ad una fede (“l’indipendenza sarà … anche di quelli che oggi credono di non crederci”), avere un particolare atteggiamento (“godere immensamente dalla condivisione di ogni piccola o grande vittoria”) o un modo di agire (“impegnarsi quotidianamente”, “prendersi la responsabilità di governare per quanto possibile la Sardegna come il nostro Stato futuro”).

La nascita del cosiddetto “nuovo indipendentismo” viene inquadrata – in maniera direi mistica, senza considerare le particolari condizioni sociali, economiche, politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa che hanno creato una condizione favorevole alla crescita di un movimento indipendentista e permesso una maggiore diffusione dei suoi messaggi – in “questo sereno coraggio (…) questa fiducia in una visione diversa dei sardi e del loro futuro”. Inoltre, dire che ci sono dei sardi che “ancora non sanno di essere indipendentisti” e dire che l’indipendenza è di “tutti i sardi”, oltre a sembrare un essenzialismo, omette completamente l’esistenza di interessi concreti, oggettivi, al di là della condizione soggettiva, che fanno sì che uno sostenga o meno un progetto di emancipazione nazionale oppure si possa convincere o meno a sostenerlo.

Viene omessa l’esistenza di una contraddizione interna alla nostra società, tra sardi oppressi e sardi oppressori, sardi che la dipendenza ha posto in una condizione di privilegio e sardi che hanno visto la propria vita menomata dalla condizione di dipendenza in cui si trova la loro terra. Tutte le dominazioni coloniali si sono basate anche sulla complicità di un ceto locale. La dipendenza non può essere vista solo come qualcosa che viene dall’esterno ma anche come una relazione tra l’oligarchia del Paese dominato e quella dello Stato dominatore.
La dicotomia fondamentale interna alla società sarda che Sedda ci propone è invece questa “Sardi che lavorano per l’indipendenza e sardi da convincere – con l’esempio ed il dialogo – ad unirsi al lavoro per l’indipendenza”; “il lavoro per l’indipendenza è la trama che ci lega”.

Un’altra falsa dicotomia è quella proposta per definire gli stessi indipendentisti: “passare dalla pura testimonianza alla concreta pratica della sovranità”; “Solo così potrà conquistare la fiducia dei tanti sardi che si dichiarano per l’indipendenza ed evidentemente non votano per gli indipendentisti”. Da queste frasi l’importanza dell’opposizione, per far crescere i consensi, viene esclusa. La concreta pratica della sovranità (formula che in realtà non vuol dire niente) sarebbe unicamente connessa con il ricoprire posizioni di governo; i sardi sono intesi passivamente, soggetti da conquistare tramite il governo, più che attori di questa pratica concreta (che io, invece, vedo non nel guidare un assessorato o una Giunta ma nella lotta dal basso contro l’occupazione militare, la speculazione energetica, la sottrazione del territorio, per la difesa dell’ambiente). Quando l’indipendenza si trasformerà in un “movimento di popolo”? Ecco la risposta seddiana: “Solo nel momento in cui avremo costruito ponti, rianimato i cuori, ridato ossigeno alle menti” (!?). Come possiamo trasformare la crisi mondiale in un’opportunità? Questa la risposta: “a questo mondo servono persone buone (…) solo la bussola della bontà e dell’amore che può consentirci di orientarci e ad attraversarlo”. Insomma, c’è il tanto per rimanere sbigottiti di fronte a queste numerose formule vuote.

Non credo in questo indipendentismo che non guarda a come conquistare e soddisfare le domande di gruppi sociali determinati, esistenti, oggettivamente oppressi e dunque coinvolgibili in una lotta di emancipazione nazionale e sociale. Dagli anni’90 in poi questa è stato un difetto condiviso dal sardismo maggioritario ed è questa la ragione che, a mio giudizio, ha portato l’indipendentismo sardo a giungere in forte ritardo teorico ed organizzativo al momento della crisi economica, in cui avrebbe potuto capitalizzare e dirigere in senso nazionalista il crescente disagio sociale. Il problema fondamentale rimane quello di creare un indipendentismo di massa; penso che ciò possa essere fatto solo all’interno di una logica di conflitto sociale e in nome di un coerente progetto politico rivoluzionario sul piano sociale ed economico, che punti ad aumentare il potere del popolo lavoratore sardo più che la libertà dell’oligarchia sarda di poter disporre di strumenti politici più autonomi per poter continuare ad esercitare il proprio dominio sui subalterni di questa nazione. Nessun individuo ha la bacchetta magica per trovare delle «ricette» valide a questo scopo; penso che non sia un progetto che possa nascere dal cervello geniale di qualcuno ma unicamente dalle battaglie per cambiare questo stato di cose. Possiamo comunque essere certi di una cosa: ciò che è assolutamente inutile alla Sardegna è un indipendentismo inteso come un’ideologia per cui i membri del nostro ceto politico e della nostra borghesia (i vari Ganau, Paci, Scanu…e perché non anche Cappellacci, Oppi etc.) non sarebbero dei nemici della maggioranza del nostro popolo ma dei sardi che non sono ancora diventati indipendentisti e che – con l’esempio ed il dialogo – possono diventarlo.

 

Sacchetti “bio” e veleni di Sardegna

di Comitato No chimica verde- no inceneritori

La scienziata che in Italia ha reso famosi i sacchetti biodegradabili, o meglio il mater-bi, è Catia Bastioli, che oltre a essere amministratore delegato di Novamont lo è anche di Terna.

Catia Bastioli grazie all’aiuto dell’Eni ha deciso di fare la sua fabbrichetta di sacchetti a Porto Torres. Per chi non lo sapesse, uno dei siti più inquinati d’Italia. Per intenderci, sotto i terreni dove è stata impiantata la fabbrichetta verde, scorrono fiumi di benzene, dicloroetano, CVM e altro ancora. Ma sotto eh, sopra è tutto tinteggiato di verde. Il colore della speranza.

Quindi Novamont ed Eni (Versalis) rubandoci la parola Matrica hanno creato una joint venture che avrebbe dovuto trasformare uno dei siti più inquinati d’Italia nel polo più verde del mondo. Un’impresa talmente audace e green che pure Legambiente ci ha creduto, talmente tanto da diventare partnership di Novamont.

Poi chiedetevi perché Ciafani difende l’amica dell’amico.

Ah in questa greffa si è infilata anche Intesa San Paolo, che per restare sul pezzo fa tanti soldini dalle Cluster Bomb. Per le quali la convenzione ONU ne proibisce l’uso. Così giusto perché si parla di buone pratiche.

Ora il polo più verde del mondo, di verde non ha che il nome. Dal momento che Eni, come previsto dal buon senso e dalla legge, lo avrebbe dovuto prima bonificare.

Ma tornando ai nostri sacchetti, la Bastioli non è scienziata solo di nome. Infatti ha avuto una bella idea. Ovvero produrre i sacchettini con l’olio estratto dalla pianta del cardo. Idea che ha richiesto studi approfonditi e gli studi approfonditi ai giorni d’oggi costano e anche molto. Per l’esattezza 3,7 miliardi di euro solo dalla UE, non tutti a Novamont naturalmente. Poi qualche altro spicciolo lo ha dato la Regione Sardegna, ma poca roba solo 60 milioni di euro (soldi del contribuente).
Una parte di questi soldini sono serviti per finanziare le ricerche degli enti vari, tra questi anche illustri università, marketing e spesucce varie. Ma tanta fatica per nulla, purtroppo il cardo è scomparso dall’orizzonte. Non perché non fosse una pianta adatta, anzi al CNR hanno addirittura scoperto che oltre a produrre olio, dal cardo si poteva ricavare anche miele, farine vegetali insomma quelli la ricerca l’hanno presa sul serio. Il problema è che i contadini della Nurra, la seconda piana più fertile della Sardegna, dove si sarebbe dovuta coltivare la pianta spinosa, non ne hanno voluto sapere di sterilizzare le loro terre con i cardi.

Ma la Bastioli è una che non si arrende, così l’olio per i suoi sacchetti ha deciso di importarlo, smuovendo navi e innescando un circolo poco virtuoso, che di bio continua ad avere solo il nome.

E comunque la fabbrichetta per trasformare l’olio importato con le navi, in sacchetti biodegradabili, ha bisogno di energia. Ma non c’è problema, ora non ci è dato sapere i dettagli, fatto sta che vicino alla fabbrichetta bio, c’è la centrale termoelettrica di Versalis. Che non brucia farfalle, ma FOK (fuel oil of cracking) un derivato della lavorazione dell’etilene, talmente cancerogeno e nocivo che lo IARC (International Agency for Research on Cancer) lo mette nella tabella A1 che vuol dire massima nocività. Anche questo a Porto Torres arriva via nave.

In sintesi i sacchetti biodegradabili sono fatti grazie o comunque di lato a un inceneritore di rifiuti tossico nocivi in uno dei siti più inquinati d’Italia. Dove si ammalano e muoiono troppe persone. Alla faccia delle “produzioni ambientalmente virtuose e rispettose degli ecosistemi”.

E siccome però questi sacchetti vanno venduti e bene, il PD all’amica Catia Bastioli le ha regalato una legge sartoriale che non solo obbliga tutti ad usarli, ma cosa ancora più grave vieta ai cittadini di portarseli da casa. Pagandoli, considerati anche i soldi per produrli, una cifra esagerata!

Inevitabilmente il popolo è insorto, ma dal momento che la quadriglia si balla in famiglia, ci ha pensato Legambiente in modo totalmente disinteressato a difendere la nostra scienziata.

Ora che il mater-bi sia meglio del PVC non lo nega nessuno. Ma che prima di fare impresa green bisognava mettere in sicurezza terre, acque e persone, ma anche pesci, che da quei luoghi continuano a trarne solo malefici è ancora più certo.

Potere al popolo: progetto neocentralista?

di Andrìa Pili

Penso che la nascita di un progetto di Sinistra coerentemente alternativo al PD, in discontinuità con il passato centrosinistra, sia qualcosa di positivo con riferimento al contesto politico italiano. Perciò guardo con rispetto alla nascita di Potere al Popolo, a differenza di altri soggetti politici, come quelli che hanno dato vita a Liberi e Uguali, che non rappresentano – al di là di qualche slogan retorico comunicativo – alcuna garanzia di cambiamento, a mio modo di vedere.

Tuttavia, ho letto alcune parti del programma di Potere al Popolo e, pur condividendone molti punti, credo ce ne sia uno molto contraddittorio: “ripristinare il Titolo V della Costituzione com’era prima della riforma del 2001”.

Questo significherebbe almeno due cose: ripristinare il principio secondo cui le Regioni possono emanare delle leggi purché “non siano in contrasto con l’interesse nazionale” (dopo il 2001 questo passaggio è sparito, mi pare importante); annullare le competenze che la Sardegna aveva conquistato grazie a quella riforma, in particolare sulla legislazione concorrente in istruzione, ricerca, tutela e sicurezza del lavoro. Un altro punto importante della riforma del 2001 – che tutti i manuali sottolineano – è il passaggio da un articolo per cui la Repubblica “si riparte in Regioni, Provincie e Comuni” ad uno per cui la Repubblica ” è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, giungendo ad una visione più orizzontale dei rapporti, il che non mi pare poco. Tale punto del programma è in contrasto con altre sue parti come “Una nuova Questione Meridionale” e quella sull’ambiente, in cui si parla di “democrazia dei territori contro un modello centralizzato orientato da interessi multinazionali”.

Se non si prevede una riforma migliorativa, in senso federale, della Costituzione – mi pare che si parli solo di una sua difesa o rilancio – non capisco come abolire l’attuale Titolo V possa andare d’accordo con punti che esaltano la democrazia locale e la discontinuità con le modalità con cui i governi italiani hanno affrontato la questione meridionale e isolana: “la fine di una strategia che vede nel meridione una mega discarica, o una mega centrale elettrica per il paese; la difesa dei territori dagli appetiti speculativi di imprenditori nostrani e grandi multinazionali, l’affermazione di un modello di economia alternativo, che accanto a produzioni qualificate valorizzi la bellezza, la storia, la terra, le nuove tecnologie, la cultura di città che sono da sempre luoghi di pace, crocevia di popoli e culture”.

Penso che questo punto controverso possa essere spiegato, provando ad entrare nella mente di chi l’ha voluto, con un ragionamento su come i governi locali possano ostacolare la grande rivoluzione voluta dal governo centrale egemonizzato da Potere al Popolo. Si tratta di una prospettiva che – allo stato delle cose – è campata in aria, visto che è improbabile che, da qui a marzo, PaP possa anche solo pensare di avere un parlamentare. Se pensiamo ad un progetto a lungo termine, credo che tale proposta sia un passo falso, rivelante anche una componente ideologica anti-regionalista oltre che una questione pratica come il contrasto dell’atteggiamento reazionario delle classi dirigenti regionali. Ovviamente, un’impostazione del genere rivela un’idea dannosa, paternalista, di un governo centrale che si pone, nei confronti di Meridione ed Isole, come un’autorità salvifica; il che si pone in contraddizione con l’idea di protagonismo popolare “dal basso” su cui il progetto si fonderebbe. Inspiegabile se consideriamo che è stata una realtà vivace come quella napoletana – ex opg Je so pazzo – a contribuire in modo determinante a dare vita a questo progetto.

La Sardegna diede la più alta percentuale di No alla riforma renziana della Costituzione; probabilmente, un rifiuto così massiccio si può interpretare proprio come la volontà di difendere l’autonomia regionale minacciata (malgrado degli accordi farlocchi fossero stati sventolati per dimostrare il contrario). Vedo come contraddittorio anche citare quella vittoria referendaria, se l’aspetto “regionalista” viene fatto passare in secondo piano.

Per i compagni sardi che hanno aderito a questo progetto politico mi pare sia essenziale chiarire le contraddizioni dei punti che ho richiamato, sempre che siano veramente sensibili alla questione sarda. Ho letto, al contrario, delle reazioni riprovevoli alla proposta dei compagni sassaresi di mettere nero su bianco il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione e l’abolizione del principio di unità e indivisibilità dello Stato. Conosco dei compagni italiani che hanno più capacità di comprendere la questione di certi compagni nostrani; nulla di nuovo se pensiamo che per far capire al PCI sardo l’importanza dell’autonomia regionale ci volle qualche rimbrotto di Togliatti.

La questione dei poteri autonomi penso che, più che a partire dalla qualità delle classi dirigenti regionali – e tra l’altro non mi risulta che la qualità di chi amministra il governo centrale sia migliore, anzi quelle regionali/locali sono peggiori forse proprio nella misura in cui sono legate alla prima – si debba valutare in base alle possibilità che si aprirebbero per le comunità, le quali possono incidere di più, con la propria azione, sulle scelte di un pessimo governo locale piuttosto che su quelle di un pessimo governo centrale. In Sardegna è sicuramente così. In ogni caso, considerando tanto l’avversione dei compagni sardi al diritto all’autodeterminazione del proprio popolo che l’incomprensione del federalismo in Italia, ci troviamo di fronte all’ulteriore conferma del fatto che ogni ragionamento di alleanze con forze alternative italiane debba avere, come necessario passaggio preliminare, la formazione di un indipendentismo/nazionalismo sardo di massa.

Costituzione, autodeterminazione e sinistra: si apre il dibattito

Lo scorso 27 dicembre il noto scrittore e giornalista Vindice Lecis ha scritto uno stato sul suo profilo fb che ha fatto molto discutere.

Lo scritto di Lecis si riferisce al resoconto dell’assemblea sassarese della lista di sinistraPotere al Popolo” che si presenterà alle prossime elezioni italiane con un programma nato dal basso e dalle lotte sociali.

Il brano incriminato è il seguente:

“Pur difendendo il carattere progressivo della Costituzione, dobbiamo però chiederne la trasformazione a partire dall’articolo 5 della Costituzione che prevede l’unità e indivisibilità della Repubblica. Questo articolo viola il diritto all’autodeterminazione dei popoli e trasforma la costruzione statuale in una gabbia per i popoli e le minoranze nazionali che ne fanno parte. Esse debbono essere pienamente tutelate in tutti gli aspetti, a partire dal patrimonio linguistico e culturale, e debbono essere messe nelle condizioni di scegliere se aderire volontariamente allo stato italiano, oppure no, e in che forma. L’art. 5 non prevede infatti la possibilità per le popolazioni, attraverso un referendum, di distaccarsi dall’Italia o di avere con essa altra forma di rapporto (federativo o confederativo). Crediamo che questo sia uno strumento irrinunciabile, per far si che la Sardegna, così come le altre realtà territoriali, possano decidere liberamente il proprio destino, esercitando così il diritto di preservare la propria cultura e la propria lingua (che dovrebbe potersi insegnare nelle scuole)”

Nei giorni seguenti in molti nell’area della sinistra e dell’indipendentismo  hanno seguito il dibattito lanciato da Lecis, fra cui anche Silvio Netami Fard, un giovane studente sassarese militante di Rifondazione Comunista, che ha proposto sul suo profilo social una analisi molto profonda della questione.

La redazione di Pesa Sardigna, avendo ricevuto il permesso da Silvio, ritiene di doverla pubblicare integralmente perché in essa riconosce una lettura assai attenta sulla questione del diritto all’autodeterminazione nazionale come questione democratica. Silvio non guarda la questione con l’occhio dell’indipendentista ma del progressista aprendo di fatto una faglia dialettica all’interno della sinistra sarda che ancora oggi stenta ad assumere la questione dell’autodeterminazione nazionale come valore centrale e punto fondamentale del suo programma.

Buona lettura.

…………………………………………….

di Silvio Netami Fard

Vindice Lecis, non ci conosciamo di persona ma sono stato un tuo appassionato lettore di post di Fuori Pagina. Sono stato e non sono più perché non mi appaiono più sulla bacheca dato che hai scelto di rimuovermi dai tuoi contatti “facebookiani”. Scelta che può essere motivata da mille ragioni, magari proprio al fatto che non ci conosciamo di persona, ma che spero non sia dovuta al fatto che all’interno del dibattito sui percorsi unitari della Sinistra (sassarese o italiana che sia) sosteniamo linee diverse. Qualunque sia la ragione, non contesto minimamente la legittimità della tua scelta, ma mi piacerebbe una tua risposta.

Sul tuo post leggo diverse cose che mi lasciano perplesso, a partere da quelle quattro parole tra parentesi <<decise da chi poi?>>. Che l’assemblea sassarese abbia avuto poco preavviso, non molta pubblicità e, di conseguenza, poca partecipazione è vero, ma è anche vero che i tempi per convocarla erano stretti e che si sono mossi i soliti noti per permettere anche al nostro territorio di inviare un report a livello nazionale. Mi risulta che a questo percorso aderisca anche il Partito Comunista Italiano e che ci siano diverse forze italiane (come Rifondazione Comunista, a cui io ho scelto di tesserarmi) e/o addirittura “italianiste”, nel senso di contrarie ad ogni ipotesi di indipendenza, che vi hanno preso parte al pari del PCI. Ad ogni modo, che il PCI ci sia oppure no, che ci siano forze organizzate italianiste, oppure no, posso dirti per certo che ci sono in tutta Italia militanti di Potere al Popolo contrari alle scelte indipendentiste e che ci sono anche a Sassari (io stesso, non sono un indipendentista).
Tutto questo per dirti che nel dibattito sassarese non è mancata la discussione sul punto che nel tuo post contesti e che si è trattato di un tavolo estremamente democratico. Se qualcun’altro avesse voluto ancora più partecipazione, avrebbe potuto semplicemente venire all’assemblea o, ancora meglio, impegnarsi in prima persona per convocarla.

In secondo luogo leggo che “la Costituzione non si tocca”. Io sono, politicamente parlando, un signor nessuno, anche perché ho molta poca esperienza. Però so bene che la Costituzione (come qualsiasi documento che abbia una certa lunghezza) contiene delle possibili antinomie. L’attuale costituzione dice ad esempio all’articolo 4 che la Repubblica “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. ” e all’articolo 9 “che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. “. Dunque cosa dobbiamo scegliere, di tutelare l’aria che respiriamo o i lavoratori dell’ILVA di Taranto? L’ambiente di Portovesme o i posti di lavoro? La risposta è ovvia: entrambe le cose, sforzandoci di trovare la “porta stretta” che garantisca lavoro e rispetto per gli ecosistemi ed il paesaggio.
Ora, la Costituzione all’articolo 5 dice che la Repubblica è “una e indivisibile”, ma all’articolo 10 precisa che “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. Dunque la Costituzione Italiana fa sue anche la consuetudini internazionali, tra cui fa da capofila il Principio di autodeterminazione dei popoli, codificato all’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite. Il Principio in questione ha avuto una grande evoluzione nel diritto internazionale ed è prima di tutto “diritto dei popoli a liberarsi da una dominazione che li opprime”. Compito di chi interpreta questi testi è poi capire cosa significa “dominazione che li opprime”. Qualunque interpretazione si voglia dare del concetto di oppressione, accadrà sempre e comunque che un popolo che ha un desiderio persistente di organaizzarsi in uno Stato diverso da quello di cui fanno parte degenererà in uno scontro che vedrà o la sua emancipazione o la sua oppressione.
Nella vicina Catalogna, ad esempio, a me sembra evidente di per se che siamo di fronte ad una dominazione (nel senso neutro del termine, per cui il popolo catalano ha ceduto sovranità allo Stato Spagnolo) che nell’Ottobre passato ha agito da oppressore, impedendo lo svolgimento di un referendum con l’utilizzo della forza.
La domanda è: vogliamo trovarci di fronte ad una situazione simile che può emergere in Italia come in Spagna? Oppure vogliamo costituzionalizzare i processi di rottura di un popolo verso lo Stato? A me sembra doverso procedere in questa direzione e lo dico da non-indipendentista che non parla una parola di sardo.

Quale deve essere il significato dell’articolo 5 della costituzione? Indivisibile in eterno? Si tratterebbe di una costituzione che pretende di sfuggire ai normali processi storici e sfuggire ai processi storici non è diverso da sfuggire dalla fisica, come se la Costituzione vietasse la legge di gravità. Non c’è un solo esempio di uno stato che non si è mai ristretto o allargato!
Invece, una lettura costituzionale intelligente è quella che legge il principio dell’indivisibilità della Repubblica come un divieto di una divisione unilaterale, autoritaria e violenta. Una lettura che mira non ad impedire che il territorio italiano rimanga identico “nei secoli dei secoli”, ma a governare democraticamente (anzichè militarmente) queste naturali modifiche.
Dunque una forza politica progressista deve porsi l’obiettivo di rinnovare il significato della parola “indivisibile”, anche ampliando l’articolo 5.
Ci sono altri esempi di costituzioni che hanno previsto questa ipotesi, come quella sovietica.