Salviamo la scuola sarda

di Ninni Tedesco

La presentazione di un Manifesto per la scuola sarda, avvenuto ad opera della Alternativa Natzionale il 1 aprile a Oristano, è giunta pochi giorni prima di un evento che ha in via definitiva smascherato il progetto di distruzione della scuola pubblica italiana: l’approvazione, il 7 aprile, dei decreti attuativi della  107/2015, battezzata con non poca presa in giro dal peggior partito post fascista al governo, “Buona scuola”.

In queste deleghe, per farla breve, si conferma quanto era stato proposto all’origine del disegno politico unilaterale da parte del governo Renzi, nell’assoluto disprezzo di qualunque dialogo con le parti interessate, nel disinteresse delle richieste da parte dei lavoratori della scuola e degli studenti, nella violazione totale di quello che si raffigura come il mandato fondante l’esistenza stessa di ogni processo educativo: formare persone e cittadini consapevoli, capaci di fare scelte autonome, che possano fruire di pari condizioni di partenza e che siano messi in condizioni di raggiungere, tutti, gli stessi obiettivi. Si conferma invece, al contrario, la volontà di trasformare la scuola pubblica in un’azienda che sforna utilizzatori passivi e consumatori privi di strumenti intellettuali.

La 107 è dunque un inganno, una legge che torna indietro di decenni: che inserisce forzatamente l’alternanza scuola-lavoro togliendo ore alla formazione didattica ordinaria e lo fa in modo spregevole, talvolta addirittura nascondendo forme di sfruttamento minorile; che relega di nuovo i disabili a ruoli marginali togliendo risorse economiche e ore di sostegno; che rende gli esami di stato una passeggiata in cui una discutibile “prova invalsi”  e “l’alternanza scuola lavoro” (non le conoscenze, le capacità critiche, le competenze linguistiche, tecnologiche o relazionali, le qualità espressive e logiche, eccetera, ovvero tutto quello che una dimensione lavorativa globale e complessa richiedono) fanno punti credito per essere ammessi insieme a una “media” del 6 anche con insufficienze gravi; che riassegna la formazione professionale alle regioni togliendo un anno di studi ritornando alla scuola gentiliana che, giustamente, Gramsci definiva scuola classista.

Ma tutto questo non è incompetenza, questo è il passaggio conclusivo di un progetto iniziato con i governi Berlusconi e vergognosamente concluso il 7 aprile con quello Gentiloni, a dimostrazione, caso mai ce ne fosse bisogno, della perfetta collusione al vertice tra i partiti italiani e i loro orientamenti e disegni politici che vedono nella scuola il centro del sistema di controllo e gestione delle future generazioni.

A questo punto la Sardegna, utilizzando appieno i propri margini di autonomia (un giorno, forse, di indipendenza) deve necessariamente mettere in pratica, e con urgenza, i punti redatti nel Manifesto, attuando quanto l’art. dello Statuto sardo consente e che recita: “… la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi”

In caso contrario si rende ufficialmente complice del “genocidio culturale” messo in atto dal “padrone” italiano che tiene le redini del controllo decretando che la nostra terra, più di tutte le altre visti i dati della dispersione (ma questo merita un altro articolo), debba essere “un volgo disperso”, una colonia da svuotare di energie, privare di radici, e quindi liberamente devastare.

Al Manifesto deve seguire pertanto, a breve, un’agenda di lavoro fatta di incontri, di ulteriori proposte, di attività che mettano alle strette questa inerte e passiva (ma attiva nell’essere complice) amministrazione della Sardegna, in modo da salvare almeno quel poco che resta dei nostri saperi, insieme ai pochi ma coraggiosi insegnanti che lavorano in trincea per difendere lingua e cultura, alle associazioni, agli intellettuali, ai sindaci, alle singole persone.

Non abbiamo molto tempo.

Vedi anche:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/04/02/dibattiamo-per-scrivere-il-manifesto-della-scuola-sarda-pro-salternativa-natzionale/

Anticolonialismu

Lettera aperta ai miei concittadini sull’imminente appuntamento elettorale

Tissi – foto tratta da sardegnaincomune
di Daniela Piras

Mancano un paio di mesi all’appuntamento elettorale che vedrà i cittadini di Tissi chiamati ad esprimersi per rinnovare il consiglio comunale. A così breve distanza non si assiste, però, ad un dibattito costruttivo sui progetti da realizzare nei prossimi cinque anni.

Mettendo da parte elenchi sterili su ciò che è stato fatto e su ciò che non è stato fatto dalle ultime giunte che si sono susseguite alla guida del paese, quello di cui si avverte l’assenza è una discussione sui temi, sulle idee e sulle proposte attraverso i quali ci si dovrebbe rivolgere ai cittadini.
Il volto di Tissi, negli ultimi tempi, si è molto modificato, da paese di poco più di 1300 abitanti è diventato un centro che ha visto incrementare il numero dei residenti di oltre mille persone. Un fatto in controtendenza con quello che, purtroppo, vediamo accadere nei piccoli centri che hanno una maggiore distanza da Sassari, i quali assistono a un progressivo spopolamento.
Questo incremento di abitanti del paese, però, è quasi impercettibile. Interi complessi residenziali sono abitati da persone che, trasferitesi principalmente dalla città di Sassari, invogliati dai prezzi delle abitazioni più accessibili, non frequentano minimamente il paese, limitandosi a dormirci, fenomeno che sta progressivamente trasformando Tissi in una periferia della città di Sassari. Il paese, parallelamente, appare svuotato e smorto: le vie del centro sempre meno vissute, il senso di comunità che va sparendo.
Considerando quindi il cambiamento avvenuto alla composizione della nostra comunità, bisognerebbe far fronte a due questioni fondamentali: la prima è rilevare che le esigenze del paese sono diverse da quelle del passato, la seconda è domandarsi se gli amministratori degli ultimi anni siano riusciti a conciliare i bisogni di tutti i cittadini (vecchi e nuovi) e di gestire al meglio questa nuova situazione.
Partendo dal presupposto che la crescita demografica è comunque una risorsa economica e che la vicinanza a Sassari è, di per sé, un punto di forza, ciò che bisogna scongiurare è che Tissi diventi un quartiere dormitorio di Sassari. Io sono convinta che questo non sia già avvenuto e che, se si agisce in maniera drastica su alcune criticità, il peggio possa ancora scongiurarsi.
I miei ricordi di Tissi, risalenti alla metà degli anni ’80, mi rimandano l’immagine di un paese pieno di vita. Le domeniche mattina la gente passeggiava al centro, andava a fare colazione nei bar che, in occasione della giornata di festa, si rifornivano di cornetti e pasticcini. Dopo la messa di metà mattina, giovani e meno giovani si sedevano nello storico “muraglione” a ridosso del belvedere a chiacchierare. Le sere d’estate le persone riempivano le vie del centro sino ad arrivare all’allora poco illuminata fine di via Brigata Sassari, quella che portava all’uscita del paese e alla zona che veniva chiamata “delle ville”, ovvero le prime singole costruzioni al di fuori del centro.
Un altro ricordo appartiene al lunedì mattina e riguarda il bellissimo mercatino che vedeva la presenza di bancarelle di ogni sorta, il quale si estendeva dalla piazza Municipale fino alla parte alta della stessa via. Può darsi si vendessero anche patacche, ma quello che lo rendeva “bellissimo” era la presenza della gente, le chiacchiere, gli incontri, in poche parole la socialità che ci stava dietro. Un altro bel ricordo è quello che riguarda l’aria che respiravo quando, per qualche motivo, la mattina non mi trovavo a scuola: via Roma era un viavai di persone, le attività apparivano fiorenti, il negozio principale, quello di “Zia Angelica” era un punto cruciale, si respirava un’aria di casa, oggi definirei quella sensazione un “collante sociale”. Sicuramente la vita non era perfetta e facile nemmeno allora, anche se la crisi economica era qualcosa di distante; era chiaro che chi voleva fare qualcosa la faceva, chi voleva restare in paese lo faceva e, a partire alla ricerca di qualcos’altro, erano per lo più ragazzi giovani che volevano fare esperienze fuori dalla Sardegna, e si trattava di una scelta.

Le cose cambiano ovunque e questo è normale però ancora oggi, come ieri, sappiamo che la forza di Tissi è sempre stata quella di saper mantenere le peculiarità della piccola comunità, unendole al vantaggio di avere la grande città a fianco, a uno schiocco di chilometri; in questo è stata una vera opera rivoluzionaria la costruzione della “strada nuova” e del ponte che ci ha permesso di accorciare in maniera drastica il tempo di percorrenza della tratta Tissi-Sassari, rendendo la vecchia strada che attraversava la frazione di Caniga, con le sue curve e il suo passaggio a livello, in breve tempo, solo un ricordo.

Vorrei offrire, con queste poche righe, degli spunti di riflessione che trovano sbocco in alcune proposte che mi piacerebbe vedere fra quelle dei candidati al consiglio comunale del paese:
Partirei dalla rivitalizzazione del tessuto commerciale del centro con l’introduzione di incentivi che favoriscano l’apertura di nuove attività.
Ritengo essenziale che ci si preoccupi di rispettare i luoghi che appartengono a tutti, e per rispetto intendo la salvaguardia e la valorizzazione dello scopo per il quale sono nati, come ad esempio la sala del museo etnografico inserita nel complesso dell’ex mattatoio. Allo stesso modo sarebbe auspicabile assistere alla riqualificazione di locali che hanno avuto un’importanza strategica nel passato e che oggi meriterebbero di essere riutilizzati in un’ottica di affermazione culturale e di sviluppo socio economico del paese.
Tra i monumenti da valorizzare non può essere escluso il lavatoio storico, risalente al 1905, il quale si presta ad essere un luogo ideale in cui organizzare eventi culturali di alto spessore qualitativo e dibattiti di vario genere. I luoghi storici vivono e continuano ad esistere se vengono messi al centro delle persone, e non relegati negli angoli.
Per quel che concerne la struttura urbanistica, penso sia essenziale per il decoro del paese che le vecchie case, che oggi appaiono completamente abbandonate, nelle vie parallele a via Roma (la via principale) vadano risistemate o messe in vendita con bando pubblico a prezzi competitivi, cercando di trovare le risorse affinché si proceda ad una reale riqualificazione del tessuto urbano.
Considerando l’importanza del territorio sul quale è nato Tissi, credo sia imprescindibile agire in modo tale da riconoscere il valore del suo patrimonio archeologico e storico. L’ipogeo de “Sas Puntas”, uno dei più importanti ipogei di Età Nuragica della Sardegna, è attualmente abbandonato, nascosto da erbacce, al punto tale che, ancora oggi, molti cittadini di Tissi ne ignorano l’esistenza. Il sito andrebbe pulito e reso facilmente accessibile. L’ideale sarebbe seguire gli esempi di quei comuni che, scegliendo di puntare sul loro patrimonio storico, hanno costituito cooperative che si occupano di gestire e curare i siti archeologici, dotandoli di percorsi storici, cartellonistica e guide turistiche. Questo rappresenterebbe un’importante opportunità di lavoro, in una prospettiva di sviluppo economico legata all’archeologia, alla storia e alle identità del paese che, di fatto, è un piccolo museo a cielo aperto grazie anche alla presenza delle due chiese di età medievale, la Chiesa di Santa Anastasia e quella di Santa Vittoria, le quali risalgono al XII secolo. Grazie a questi monumenti, in passato, Tissi è stato scelto dal grande regista Mario Monicelli che, nel 1954, ha deciso di ambientare in paese il suo film “Proibito”, tratto dal romanzo “La Madre” di Grazia Deledda, che vantava nel cast la presenza di attori del calibro di Amedeo Nazzari, Lea Massari, Henry Vilbert, Paolo Ferrara e Mel Ferrer.  Le due chiese dovrebbero essere accessibili e visitabili, e bisognerebbe riuscire a sfruttare anche i punti che si prestano per realizzare riprese fotografiche e pittoriche.
Tornando al presente, se non si può certo negare che negli ultimi anni Tissi si sia distinto dal punto di vista culturale, è pur vero che non si può non notare la mancanza di una adeguata programmazione. Ad esempio, abbiamo una efficiente biblioteca, che andrebbe sicuramente messa nelle condizioni di disporre di maggiori risorse.
Credo che in paese manchi una visione di insieme della cultura che partendo dalle sagre, passando per la promozione di eventi culturali, arrivi a rilanciare le iniziative della Proloco (al momento inattiva) in coordinamento con le altre associazioni presenti, come quella della consulta giovanile. Il tutto finalizzato alla realizzazione di idee che aiutino a riscoprire i nostri costumi e a valorizzare le nostre peculiarità.
Il fatto che Tissi non sia un quartiere dormitorio di Sassari è evidente anche da piccole constatazioni, per esempio vedere dei giovani giocare a “sa murra” nelle piazze o parlare in sardo non è così raro. A questi ragazzi si dovrebbero offrire dei punti di riferimento che gli permettano di acquisire maggiore consapevolezza della propria identità. A tal fine ritengo essenziale ripristinare lo sportello linguistico, attivo nel 2008, la cui esperienza è finita troppo presto nel dimenticatoio. Il nostro paese non è estraneo a quello che è il grande dibattito sulla lingua sarda.
Di pari passo si dovrebbe cercare di promuovere i nostri artisti, i nostri poeti, i nostri pittori, in un’ottica di rilancio economico del paese, perché la cultura va a braccetto con la ricchezza, non solo intellettuale.
In virtù di quanto esposto, credo che Tissi possa ambire ad affermarsi come uno dei paesi guida del sistema Coros Figulinas, pianificando lo sviluppo del territorio insieme a paesi che distano pochi chilometri fra loro.
In conclusione, in un paese di 2300 abitanti, bisognerebbe cercare di rendere tutti partecipi di una idea di comunità affinché il paese venga vissuto in pieno e sentito come “proprio”. La programmazione dei prossimi cinque anni dovrebbe essere costruita sui reali bisogni della popolazione, ascoltando con attenzione quelli che sono i problemi dei suoi abitanti.

L’auspicio, per me che ho deciso di guardare queste elezioni dall’esterno e di provare comunque a dare un mio contributo attraverso queste poche righe, è quello di non assistere ad una campagna elettorale che abbia come tema la capacità dei candidati di riuscire a racimolare voti o di avere come unica motivazione quella di portare avanti una protesta fine a se stessa, senza aver ben chiaro un progetto alternativo.
La raccolta di questi suggerimenti implica, in automatico, non di fare un copia e incolla tra le pagine di un programma elettorale, ma che si riesca a dar vita ad un confronto in un dibattito da mettere in piedi con i cittadini, cosa imprescindibile anche in campagna elettorale.
Tutti dovrebbero avere la possibilità di esprimere, durante un confronto, qual è la loro idea di paese, perché le idee non devono avere paura di essere espresse. Le idee non costituiscono che un punto di partenza, e hanno senso solo se accompagnate dalla capacità di realizzarle.

Tissi, 3 aprile 2017

Polìtica

Sa càusa queer e sa càusa indipendentista si podent chistionare

Illustrazione di Moju Manuli e grafica di Bakis Murgia
di Bakis Murgia

S’acabu de chida passadu amus atobiadu in Casteddu pro sa de tres editziones de Is Lèsbicas Contende-si, una ressinna ordingiada dae su sòtziu Arc Cagliari, asuba de is temas lgbt e queer e prus in particulare a cussos femeninos, normalmente prus pagu arresonados.

Temas importantes arremonados puru in sa manifestatzione internatzionale feminista de s’otu de martzu: patriarcadu, omofobia e omofobia interiorizada; est a nàrrere su chi passat candu unu mundu de valores istràngios gherrat s’identidade tua fintzas a ti cumbìnchere chi est isballiada o finas chi no essistit, faghende-ti indentificare cun su dominante e a ti torrare inimigu tuo e totu.

Aparrat craru chi funt cuntzetos àmparos e chi no chistionant petzi de identidades e orientamentos sessuales ma de idendidade de pòpulu puru e duncas depent interessare a nosus cumente sardos e sardas.

Ma in su debate lgbt e queer de s’ìsula, in mesas cumente sa de sa Queeresima o in Is Lèsbicas Contende-si, profundizende is variantes de sa discriminatzione, chi si podet nàrrere puru ‘colonialista’, cumente cussa cara a is personas imigrantes, a chie tenet discapatzidades o difarèntzias de àteru tipu, mai s’at contadu de sa chi sutzedit cara a s’identidade e sa cultura sarda, chi mancu arribat a èssere ogetu de cumparatzione cun is àteras.

Cumente? Personas fatuvatu studiadas e ativistas chi gherrant pro is deretos de una minorìa subalterna no arribant a arreconnòschere chi funt vìtimas de un’àtera negatzione?

Cun custu no bollu criticare sa comunidade lgbt e queer sarda, chi connòsciu bene, poita puru tocat sinnalare sa contraparte: in annos de ressinnas, chistiones e Sardegna Pride funt pagos is indipendentistas chi ant ascurtadu, contrafirmadu, partitzipadu ativamente e arregortu sa càusa queer.

Torra: cumente? Personas fatuvatu studiadas e ativistas chi gherrant pro is deretos de una minorìa subalterna no arribant a arreconnòschere chi funt vìtimas de un’àtera negatzione?

Eintzandus, in dies de tzèrrios ratzistas, de luta contra su furòngiu de sa terra e de cramadas a s’unione de is batàllias, tocat a si pregontare cumente bessire de custa auto-referentzialidade e de sa massificatzione de is identidades, si puru frigat personas entrenadas a su resonu e a su demascaramentu de istereòtipos colonizadores de s’unu o de s’àteru fronte.

Su consillu meu est de bessire dònnia tanti dae is partidos, is sòtzios e is movimentos chi connoschemus tropu bene e de si aperrere a is càusas de is àteros, sas chi connoschemus prus de mancu su mellus; e faghende de aici, aparrende in tema, is indipendentistas mancai podent imparare sa letzione de s’unidade de is movimentos lgbtq, de s’inclusividade e de cumente chistionare a sa sotziedade; is personas queer a cussiderare puru s’identidade sarda insoru, e totu su chi custu cumportat politicamente, chena timorias e brigùngia, is pròpios sentidos chi ant bintu cun prodesa e traballu.

Sceti arregollende su chi ant imparadu is àteros podemus crèschere, cumprendende-si a pares e in libertade: sa càusa indipendentista e sa càusa queer si podent chistionare.

Limba sarda

Questa terra non è la nostra

di Gianluca Collu

Segretàriu de ProgReS – Progetu Repùblica

Sta facendo discutere e indignare l’ultimo “schiaffo” del Governo italiano ai danni della Sardegna in merito al via libera del ministero dell’ambiente al progetto targato Flumini Mannu Ltd. – società con sede a Londra – per un impianto di produzione di energia solare.

Ciò che ormai da troppi anni sta avvenendo in Sardegna più che un assalto alle nostre risorse ha i contorni di un vero e proprio assedio su cui i cittadini sardi hanno ben poche possibilità di porre un freno e l’attuale classe dirigente unionista–autonomista è assolutamente priva della volontà politica per opporsi alle prevaricazioni e imporre indirizzi e usi delle terre diversi, soprattutto quando un progetto di land grabbing come questo ha il via libera dallo Stato italiano.

Oggi i sardi non possono decidere il futuro dei propri territori, non possono partecipare alle scelte che riguardano i propri beni collettivi, non possono autodeterminare il proprio sviluppo economico, non possono difendere i propri interessi. Purtroppo la realtà ci dice una cosa tragicamente molto semplice: Questa terra non è la nostra.

Perché se è pur vero che grazie all’impegno di organizzazioni come ProgReS – Progetu Repùblica e dei comitati civici in alcuni casi si è riusciti ad opporsi in maniera ragionata e a difendere il territorio dalla arrogante prevaricazione di avide società con progetti calati dall’alto – vedi la vittoria sul “Progetto Eleonora” della Saras – è innegabile che negli ultimi anni abbiamo assistito più o meno impotenti a un continuo proliferare di grandi impianti di produzione elettrica, eolici e/o solari, in tutta la Sardegna.

Abbiamo vinto qualche battaglia ma stiamo perdendo la guerra. È un po’ come nella lotta al narcotraffico dove per ogni carico di droga che viene bloccato decine di altri vanno a buon fine.

È importante puntualizzare la nostra posizione politica: siamo favorevoli alla produzione energetica da fonti rinnovabili, crediamo in un graduale affrancamento dai combustibili fossili sicuramente più dannosi per l’ambiente e la salute pubblica e riteniamo che il solare termodinamico sia una tecnologia strategicamente importante su cui puntare per questo proposito. Cionondimeno siamo contro le speculazioni e lo sfruttamento sconsiderato del territorio che non portano alcun vantaggio alle comunità e alla nostra nazione.

La centrale che sorgerà nei territori di Gonnosfanadiga, Guspini e Villacidro sarà un mega impianto di 55 MW che occuperà centinaia di ettari di terreno ad alta vocazione agricola, frutterà profitti milionari alla società e, se va bene, un misero 2% dei ricavi e un’elemosina di buste paga per il territorio. I progetti di questo tipo sono così insensati da non poter neanche far leva sull’odiosa retorica del ricatto occupazionale.

Questi sono i casi in cui la mobilitazione è cosa buona e giusta: risvegliare le coscienze e sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema che riguarda la collettività e il territorio. Noi ci saremo ma l’impegno per bloccare un progetto approvato e in avvio di lavori è enorme, estenuante. E anche nel fortunato caso si riuscisse a vincere la battaglia, probabilmente in quel momento ci sarebbero due o tre nuovi progetti, approvati dal Governo italiano o dalla RAS, con le stesse caratteristiche speculative e di rapina ai danni del territorio.

Quindi noi sardi cosa possiamo fare? Come possiamo riprenderci la nostra terra in modo definitivo e senza quindi doverci sottoporre a cicliche ed estenuanti lotte?

Certamente serve un serio Piano Energetico Nazionale che determini in maniera netta il futuro energetico per la nostra isola. Dovremo fare delle scelte molto chiare e dare un indirizzo politico ben preciso. È inammissibile che venga dato il via libera per realizzare delle mega centrali termodinamiche come a Gonnosfanadiga – motivando tali scelte con l’obiettivo primario di diminuire la dipendenza dai combustibili fossili – e contestualmente si approvi la costruzione di una “innovativa” centrale elettrica di cogenerazione a vapore da 350 megawatt alimentata a carbone, finanziata con i soldi della RAS (vedi Euroalluminia nel Sulcis).

È fondamentale che i rapporti fra la Nazione sarda e lo Stato italiano vengano ridefiniti attraverso una riforma statutaria che garantisca il rispetto dei nostri diritti, che difenda i nostri interessi e allarghi i nostri spazi di sovranità in tema di energia, fiscalità, istruzione, beni culturali. È tempo di dare inizio a una fase costituente per la riscrittura dello Statuto sardo, perché anche quelle che sono le nostre attuali competenze non siano subordinate alla supremazia dell’interesse nazionale italiano, come purtroppo avviene oggi nei territori del Medio Campidano (vedi art. 1 – 3 Statuto sardo), con buona pace dei tanti sardi che il 4 dicembre hanno votato no alla riforma della costituzione, pensando grazie a quel voto di aver salvato l’autonomia sarda.

Parallelamente, sul piano politico, è sempre più urgente e necessario strutturare una proposta alternativa di governo indipendentista della nostra terra. Un progetto a cui ProgReS – Progetu Repùblica sta lavorando da anni e che, a medio-lungo periodo, costituirà l’antidoto politico alla cattive pratiche dei politici sardi non indipendentisti che si ostinano a prendere il toro per la coda.

Anticolonialismu

«Gli agricoltori di Gonnos sono incazzati»

di Maurizio Onnis

In questi anni ho partecipato a parecchie assemblee e manifestazioni di protesta, discussione, proposta, sul tema dell’energia e della speculazione connessa. Ebbene, solo sabato mattina, a Gonnosfanadiga, alla conferenza stampa di presentazione della Consulta appena creata tra sindaci e comitati, ho visto contadini davvero incazzati. Non preoccupati dall’assalto degli speculatori, non impauriti, non indifferenti come a volte in passato, non combattuti tra il desiderio di resistere e la tentazione di dar via la terra in cambio di qualche soldo. No, incazzati. Perché quando è troppo è troppo e il progetto Gonnosfanadiga Ltd. ha decisamente passato la misura. Siamo vicini al punto di non ritorno. Siamo vicini alla rapina del suolo.

Locandina della manifestazione

Si sa bene di cosa parliamo. Circa 250 ettari di terra, posti nella piana che unisce Gonnosfanadiga, Guspini e Villacidro. Qui, la Energo Green vuole piantare centinaia di specchi, per catturare l’energia del sole e trasformarla in energia elettrica. Consumo di suolo sottratto agli usi agricoli, minaccia alle acque che scorrono in profondità, modifica irreparabile del paesaggio e dell’equilibrio ambientale. Più speculazione selvaggia, incentivi milionari sull’impianto per energia rinnovabile: impianto che nessuno davvero vuole, tranne i costruttori, tanto potenti da essere arrivati sul tavolo del Consiglio dei Ministri italiano. Solo formale l’opposizione della Regione, debole e illusa che esista veramente un patto d’onore tra Stato e Sardegna per il rispetto della volontà della popolazione dell’isola.

I contadini, che rischiano l’esproprio per pubblica utilità, sono incazzati. E non sono i soli. L’imposizione del solare termodinamico è uno schiaffo alla dignità di tutti noi. Non piace a nessuno essere trattato da schiavo. E l’emergenza del Medio Campidano, per un sardo consapevole, equivale a quelle di Arborea, Tossilo, Portovesme, Portoscuso, e a tante altre. Stesse valenze economiche, politiche, ambientali.
Ecco perché sabato 25 marzo ci troveremo a Gonnosfanadiga: per opporre il nostro diritto di cittadinanza al potere del denaro. In sintesi, infatti, si tratta di proprio di questo: impedire a chi specula sulla nostra terra di fare quel che vuole. Io personalmente guardo all’appuntamento di sabato con grande fiducia. Credo nella mia gente. Ci credo: altrimenti non farei il sindaco. So che la lotta ci renderà più indipendenti politicamente, più consapevoli di noi stessi, persino più ricchi. Liberi di creare moneta buona con il nostro lavoro e con la moneta buona scacciare quella cattiva.

Nasce ATE, la consulta contro le speculazioni

ALLEANZA FRA ASSOCIAZIONI, COMITATI E COMUNI NASCE L'ATE, LA CONSULTA CONTRO LE SPECULAZIONI Presentate a Gonnosfanadiga le linee d'azione di Ate (Ambiente, Territorio, Energia), la nuova organizzazione che difende il territorio dalle aggressioni all'ambiente dettate da logiche del profitto. Sulle barricate comitati, come NO Megacentrale e No Trivelle in Sardegna, ma anche i sindaci di Gonnosfanadiga Fausto Orrù, di Villanovaforru Maurizio Onnis, di Guspini Giuseppe De Fanti, di Decimoputzu Alessandro Scano e di Sardara Roberto Montisci. Il 25 marzo la prima marcia contro il grande impianto termodinamico di Gonnos.

Pubblicato da YouTG.net su Domenica 19 marzo 2017

Manifestazione contro le megacentrali termodinamiche, Gonnosfanadiga, fiera mercato via Nazionale ore 9:00

Anticolonialismu

Crisi ucraina: lotta anti imperialista per l’indipendenza dei popoli

di Riccardo Sotgia
In vista della terza carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti e della raccolta di risorse, alimentari e non, a sostegno della stessa, che si terrà stasera (11 marzo, alle ore 19:00) nella sede del Collettivu S’Idea Libera a Sassari, il compagno Riccardo Sotgia scrive un’analisi geopolitica sulla situazione in cui versa oggi l’Ucraina, ripercorrendo le varie tappe storiche.

La crisi ucraina, esplosa nel 2014 con il sanguinoso golpe di Majdan, dopo un lungo periodo di stallo politico si sta evolvendo verso un definitivo distacco delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, proclamate dalla popolazione locale dopo l’indizione di apposite consultazioni.

In Ucraina, colpita da una paralisi produttiva generale e sempre più impoverita dalle “riforme”, ispirate al liberismo più fanatico, dettate dalla UE, imperversa una lotta senza quartiere fra le diverse fazioni di capitalisti, e le rispettive bande armate vessano e terrorizzano la popolazione.
Al contrario, le repubbliche sorte in Donbass dopo i referendum del 2014 che ne hanno sancito l’autodeterminazione e l’insurrezione contro l’aggressione delle truppe della giunta, nonostante la recente intensificazione della guerra, procedono nella loro strada verso la piena indipendenza e la ricostruzione economica e sociale. In risposta al blocco totale della frontiera improvvisato nelle scorse settimane da gruppi di nazionalisti per fermare l’unica importazione ancora attiva dal Donbass –quella di carbone, in sfida alla stessa autorità di Poroshenko –che obtorto collo ha dovuto accondiscendere, le autorità delle repubbliche hanno nazionalizzato tutte le attività produttive di proprietà dei capitalisti ucraini insistenti sul proprio territorio. Fra esse, soprattutto imprese di importanza strategica, come miniere e stabilimenti siderurgici. Simultaneamente è stato dichiarato, per rappresaglia, il blocco commerciale verso l’Ucraina. Di fronte a questo climax sul piano bellico ed economico, la presidenza della Federazione Russa ha approvato un decreto, provvisorio (ma senza scadenza) e motivato con ragioni umanitarie, con cui finalmente si dà riconoscimento ai documenti rilasciati dalle autorità delle repubbliche.

Sul fronte militare, in totale spregio degli ormai defunti accordi di Minsk, le ostilità da parte delle forze armate ucraine, e con esse dei famigerati “battaglioni punitivi” fascisti, non cessano di colpire il territorio delle repubbliche. A partire dalla recrudescenza a cavallo dell’inizio dell’anno, continuano a essere bersagliati incessantemente ed esclusivamente obbiettivi civili, a scopo terroristico. La settimana scorsa è stata occupata dagli ucraini, per essere poi liberata 48 ore dopo, la stazione di pompaggio e potabilizzazione dell’acqua di Donetsk, interrompendo l’approvvigionamento ed anche approfittando subdolamente della presenza di un ingente deposito di cloro, per tirare con l’artiglieria senza temere contrattacchi. Sotto il tiro dei cannoni, dei mortai e di batterie missilistiche (fra le quali sono state sconsideratamente impiegate quelle di micidiali Točka-U) si trova principalmente tutta la conurbazione di Donetsk (fino al centro della città), specie Adveevka, Yasinovataja, e la zona di Spartak. In ultimo, unità navali ucraine hanno aperto il fuoco dal mar d’Azov verso la zona costiera di Marijupol (la città, adiacente alla linea di contatto, è occupata dai nazisti). Nella LNR, l’attacco si concentra nella zona di Pervomajsk e Stachanov, dopo il fallimento del tentativo di offensiva, a dicembre, lungo l’ansa di Svetlodarsk, presso l’importante nodo ferroviario di Debaltsevo. Il presidente della repubblica di Donetsk, A. Zacharchenko, ha emesso un ultimatum agli aggressori, minacciando di ricorrere ad un’offensiva se non cesseranno i bombardamenti. Tale circostanza, che pare prossima, potrebbe aggravare sensibilmente la situazione, dando appiglio per un intervento diretto alle potenze che osservano il conflitto (o lo manovrano, nel caso statunitense). Nello scorso periodo, i sabotatori della giunta, addestrati da personale NATO, hanno portato a termine vari attacchi terroristici contro alcuni celebri comandanti delle milizie insorte, al fine di colpire e disarticolare le strutture istituzionali e militari delle repubbliche e seminare il panico e la demoralizzazione in vista di un’offensiva su larga scala. Sono stati così vigliaccamente assassinati in attentati i comandanti Arsen Pavlov detto “Motorola”, e Mikhail Tolstych detto “Givi” nella DNR, nonché il capo della milizia della LNR Oleg Anashenko. Le reazioni, tuttavia, sono state diametralmente opposta all’effetto desiderato. Di fronte a questi barbari omicidi, popolo ed esercito hanno fatto quadrato, consolidando lo spirito combattivo e manifestando una crescente insofferenza verso la passività bellica e l’indifferenza dell’ingombrante vicino russo.

Dall’inizio della guerra, la giunta di Kiev ha provocato in Donbass la morte di migliaia di civili, fra cui più di 200 bambini. Solo nella DNR, dall’inizio dell’anno sono stati uccise 60 persone, e 110 sono rimasti feriti. Nonostante ciò, sia gli Stati Uniti (e la NATO) che l’Unione europea continuano a sostenere attivamente l’Ucraina golpista, insistendo nella diffusione della menzogna su un’invasione russa nell’oriente del paese, del tutto priva di fondamento. Proprio la UE, mentre promuove il massacro dei diritti sociali all’interno del proprio spazio politico e nella stessa Ucraina, ha regalato di recente alla giunta di Poroshenko e Groysman una nuova tranche di “aiuti” di 600 milioni di euro, per supportare sfacciatamente lo sforzo bellico fascista contro il Donbass insorto. I parassiti dell’OSCE, inviati come osservatori in zona di operazioni, non vedono e non sentono nulla di ciò che accade, ad iniziare dalla provenienza dei tiri, al carattere civile degli obbiettivi, alla costante violazione degli accordi di Minsk sull’uso dell’artiglieria pesante e dei carri armati. In alcune occasioni, le poche in cui non gozzovigliano in albergo o si accompagnano con prostitute, sono stati addirittura colti a trasmettere le coordinate di obbiettivi sul territorio delle repubbliche all’artiglieria ucraina.

La popolazione è stremata dalle temperature bassissime, dalla mancanza di acqua e di elettricità, e il numero delle vittime civili cresce di giorno in giorno. Sono vittime due volte, la prima per mano ucraina, la seconda per il silenzio colluso della stampa europea. Ciò nonostante, ciascun abitante del Donbass ha chiaro che la resistenza è l’unica contromisura all’annientamento totale.

Di fronte a questo quadro, se è “naturale” vedere i fascisti europei, compresi gli italiani, schierati apertamente con le forze golpiste (di recente Casapound ha incassato la solidarietà dei nazisti di Praviy Sektor per l’attacco subito a Firenze), la natura interclassista, per quanto “socialmente orientata”, che attualmente caratterizza il potere repubblicano a Donetsk e Lugansk, attira da tempo le attenzioni repellenti di settori opportunisti della destra, interessati ai rapporti con la Russia putiniana e a eventuali possibilità di speculazioni imprenditoriali e realizzazioni di profitti. Sotto quest’ottica è possibile leggere le prese di posizione di personaggi vicina alla Lega Nord e Fratelli d’Italia a favore della causa del Donbass, compresa l’apertura di un informale “ufficio di rappresentanza” della DNR, a Torino, da parte del consigliere regionale piemontese di FdI Marrone (lo stesso che ai tempi del golpe, appena 3 anni fa, dichiarò di “schierarsi al fianco di Kiev minacciata dai carri armati russi, per rivendicare che il cuore di Torino batte con quello di Piazza Majdan”). I tentativi di infiltrazione fascista in Donbass, già sventati varie volte riguardo alle milizie, possono essere contrastati efficacemente, quanto all’influenza sociale in un prossimo e auspicabile periodo di pace, solo con il sostegno fattivo all’avanzata e alla conquista dell’egemonia politica delle forze progressiste e realmente antifasciste delle repubbliche, a cominciare dai PC di Donetsk e Lugansk e da altre formazioni come Borotba. L’Ucraina, pur proseguendo la sua politica genocida, non ha alcuna chance di sconfiggere militarmente il Donbass. Ma chi, dall’altra parte del fronte, ha combattuto fin dall’inizio, non solo contro l’aggressione fascista alla propria gente, ma per una società nuova, senza oligarchi e sfruttatori, dopo la guerra ha bisogno di “vincere la pace”.
In occidente, va ancora infranto il muro di disinformazione sul golpe, sulla guerra e sul carattere della lotta del Donbass: di fatto, e senza negarne le contraddizioni, l’unica lotta armata e vittoriosa in Europa contro un regime fascista al potere, direttamente sostenuto dalla NATO. Solo questa assunzione di responsabilità a sinistra può fare piazza pulita di ambiguità e tentativi di manipolazione.

D’altronde, la politica atlantista, che in Sardegna si manifesta con l’irrigidimento, anche repressivo, della militarizzazione del territorio, come enorme poligono e struttura indispensabile nelle retrovie, si sta imponendo in modo sempre più minaccioso e aggressivo. Il rafforzamento dell’arsenale militare statunitense a ridosso dei confini russi e la cooperazione degli stati della UE con la Nato aprono la strada a nuovi drammatici scenari di guerra in Europa.

Cullettivu S’Idea Libera, via Casaggia n. 12, stasera, ORE 19
Link all’evento:
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Coordinamento Ucraina Antifascista:
https://www.facebook.com/CoordinamentoUcrainaAntifascista/?fref=ts

Internatzionalismu

Il razzismo delle autorità italiane per la subalternità della Sardegna. Di Ruberto è solo lo strumento

di Luigi Piga

Dalle prescrizioni di pubblica sicurezza ad un nuovo episodio di razzismo istituzionale in Sardegna. A far parlare è il caso della Sartiglia e il questore, Francesco Di Ruberto, che per la sicurezza cittadina ha blindato il centro storico del capoluogo oristanese. In particolare, ha fatto discutere la chiusura della piazzetta antistante la Cattedrale di Santa Maria Assunta.

In seguito, anonimi hanno contestato pacificamente la linea di Di Ruberto con uno striscione  che recitava “Cattedrale chiusa, gioventù esclusa“. Di Ruberto non ha gradito, la Digos ha rimosso e il questore ha rilanciato esprimendo il suo personalissimo quadro sociale dell’oristanese parlando di “cultura del coltello” con la quale fare i conti.

Di Ruberto ha dichiarato e specificato che “le misure di sicurezza sono rapportate alla presenza di persone, su un determinato scenario, e legate a quella che è una certa cultura anche del territorio. È  naturale che se io mi trovassi lì dove fanno la guerra delle arance, a Ivrea, non potrei vietare il “porto” di sacchetto di arance, perchè le usano per tirarsele dietro; ma qui dove c’è una cultura del coltello, ed è innegabile, da bambini, tutti quanti; io penso, anche lei da bambino avrà avuto il suo coltellino per tagliarsi la merendina a scuola. Qui dove c’è una cultura del coltello, e il coltello è ovviamente un’arma che può essere utilizzata per offendere, in un certo modo bisogna coniugare le esigenze della sicurezza con questa cultura”.

Il questore siracusano fu al centro del dibattito per la denuncia penale a carico di ignoti a causa di un articolo su un imponente blitz di due anni fa, il noto sfratto della famiglia Spanu.  “Sfratti e sgomberi. È ora di organizzarsi”, infatti, non è più fruibile perché sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. Opinare sul questore ed altri dirigenti di pubblica sicurezza ha costituito ragione di denuncia penale (diffamazione); alcuni militanti del collettivo Furia Rossa sono stati sentiti come persone informate sui fatti, anche al di fuori della Sardigna, in quanto alcuni per ragioni di studio nel frattempo si sono trasferiti in Italia. Le risate della Questura bolognese l’hanno detta piuttosto lunga: un breve documento che indicava i dirigenti che avevano guidato le operazioni, citava dati statistici sugli sfratti nell’oristanese, proponeva alcune riflessioni di carattere sociologico e, chiaramente, rilanciava la lotta.

Per allargare la visione sul fenomeno, va detto che Di Ruberto è in buona compagnia e, ciclicamente, affermazioni tanto gravi quanto improvvisate sulla società sarda ricorrono nelle pagine e nei servizi giornalistici, come il noto caso Saieva e l’istinto predatorio citato persino in occasione dell’apertura dell’Anno giudiziario 2016.

Un’opinione pubblica sarda così schiacciata, da un lato, da bufale razziste e fascistoidi finalizzate ad un po’ di denaro con pubblicità facile e, dall’altro, falsità istituzionali, veline e stereotipi sui sardi propagandati come analisi sociologiche da soggetti qualificati. Materia seria, mica scivoloni: così seria che qualcuno di altrettanto qualificato si sente in dovere di, quantomeno, contestualizzare tali affermazioni, come la sindaca di Fonni che a suo tempo subalternamente si chiedeva le ragioni del perché Saieva “ci vede così“. Situazione così seria che nel caso di Saieva passa in secondo piano ciò che dovrebbe contare maggiormente, ad esempio le infiltrazioni della criminalità organizzata italiana, ritenute superficialmente non preoccupanti per via del peculiare “carattere individualista dei sardi“.

Contraddizioni ed ambiguità che ricorsivamente aumentano il grado di confusione e disinformazione e questo non può certo far stare tranquilli gli indipendentisti, dal momento che in ogni generazione si è verificata un’ondata repressiva, momento culminante di un grado di “attenzioni” costante. L’ultima, Arcadia, è ancora in corso e dopo oltre 10 anni il processo infinito prosegue e con esso l’impianto accusatorio di De Angelis che si caratterizza per le misteriose intercettazioni che – secondo l’accusa – proverebbero l’eversione e le finalità terroristiche. Dunque, la questione è non tanto se l’atteggiamento delle due questure citate indichi la possibilità di una nuova fase repressiva in grande stile. La domanda riguarda solo quando questo accadrà e dove potrebbe colpire più duramente.

Esternazioni come quelle di Di Ruberto sono altrettanto gravi perché proprio l’oristanese è una delle regioni sarde, e parti della statualità italiana, meno “delinquenziali” in assoluto. Emblematico un dato di alcuni anni fa dove Oristano veniva persino considerata la città più sicura “d’Italia” e questo, va detto, si riscontrava già prima che Di Ruberto si insediasse.

Quindi, oltre la mistificazione della realtà, l’atteggiamento di fondo è sempre quello del predominio culturale. Al punto che Di Ruberto per corroborare la sua “idea” cita una festa italiana d’origine medioevale, da lui percepita in modo “culturale” nel senso più positivo del termine. Gli italiani fanno festa con innocue arance, in Sardegna i barbari si lanciano coltelli. Per rimanere sul piano della pubblica sicurezza e della cronaca, l’ultima edizione del Carnevale di Isernia segnala diversi arti e volti fratturati per un totale di 70 feriti e l’impiego nella manifestazione persino di gazebo di pronto soccorso allestiti per i contusi. Nulla da dire ai molisani, ma quale dovrebbe essere il “giudizio” da parte dei sardi se questi li considerassero con la stessa mentalità che Di Ruberto mostra nei confronti delle popolazioni dove  presta servizio allo Stato italiano?

Affermazioni molto gravi che, se non fossero appunto così perniciose, farebbero sorridere per l’ignoranza che esprimono. Mentre il nazionalismo in Sardegna ha il compito di ricomporsi e filtrare al contempo derive da guerre tra poveri e intolleranza diffusa, le istituzioni italiane – dotate di maggiore potere e visibilità, e quindi di altrettanta responsabilità rispetto all’uomo della strada – si lasciano andare a razzismo e provocazioni che offrono uno spaccato della considerazione della società sarda da parte del Ministero competente che forma e qui trasferisce dirigenti e sottoposti. Spesso e volentieri, sappiamo bene, con l’intento punitivo di chi non ha fatto bene il proprio lavoro “in continente” e viene sbattuto in Sardegna per qualche anno.

Ad ogni modo, l’esigenza di coniugare sicurezza e obiettivi dello Stato con la cultura degenere dei sardi è un’espressione vecchia: già ai primi anni ’60, la Commissione Medici sul banditismo parlava delle esigenze del mondo moderno ed industrializzato da conciliare con quelle della cultura agropastorale, freno a mano dello sviluppo. I risultati si sono visti. Anche la Commissione Medici parlava di una risoluzione pacifica del contrasto economico e sociale, ma questo non impediva certo ad opinionisti di varia estrazione di invocare armi chimiche sui sardi in battute di caccia naziste sul Supramonte, rastrellare cuiles e con processi lampo affibbiare decine di ergastoli o giustiziare pastori e contadini. Come, del resto, è accaduto.

Di Ruberto è in buona compagnia. Negli ultimi tempi sicuramente emerge l’atteggiamento dei sindacati dei militari, con la figura di Antonsergio Belfiori e il suo sardo in berritta che non può far altro che vedere “lo sviluppo” da dietro una rete. Che siano resorts, poligoni da riconvertire e bonificare, o altre attività, quelle terre vedranno l’esclusione costante degli indigeni e con questo dato incontrovertibile i sardi devono fare i conti. Non fece molto discutere la vignetta di Belfiori, tant’è che in nessuna trasmissione televisiva o radio, o sulla carta stampata, si è criticato il “Belfiori-pensiero”. D’altronde, perché mai chiedere? Il problema non viene in larga parte percepito perché la cultura dominante italiana ha plasmato e continua a farlo l’opinione pubblica sarda. Se così non fosse, ad esempio, il caso di Di Ruberto non si sarebbe verificato. Intendiamoci, sicuramente avrebbe pensato ciò che pensa dei sardi allo stesso modo, questo nessuno può impedirglielo, ma si sarebbe ben guardato dall’esternarlo. Lo fa non perché sia vero che i bambini sardi ricevano il coltello in dotazione per la ricreazione, ma perché se lo può, semplicemente, permettere.

Eppure, la “merendina e il coltello” per Di Ruberto e il resort “Il Milanese” per Belfiori sono sfoggi carichi di razzismo e scherno manifesto, veri e propri atteggiamenti coloniali. Spesso non viene neanche percepita la necessità di indignarsi su episodi così gravi, perché in fondo la mentalità coloniale ha attecchito così bene che molti sardi condividono l’idea che – in un modo o nell’altro – essi saranno sempre succubi e questo è un dato non storico ma divino. Ineluttabile. Questo, ovviamente, non è un punto a sfavore della lotta di liberazione nazionale, o un arrendevole “se molti sardi lo permettono, lo meritano tutti“, ma indica, al contrario, l’urgenza dello sviluppo futuro dell’indipendentismo ed un enorme lavoro politico e sociale da portare avanti.

Se è vero che la Storia in seconda battuta ha il volto della farsa, sicuramente la tragedia ha preceduto Belfiori: cos’è cambiato da quando i sardi ospitavano “orgogliosamente” la Capo Canaveral dei poveretti e la Sardegna veniva definita Buzzurronia? Non molto, tanto più che oggi ad esempio il leitmotiv sulle basi militari, repressione compresa, è lo stesso: la Sardegna nello Spazio, la Sardegna scientifica, la Sardegna sulla Luna, la Sardegna sul tetto dell’Universo. Due facce della stessa subalternità: il fatalismo e il servilismo più sfrenati, da un lato, e la megalomania più patetica e illusa, dall’altro. Due poli psicologici della stessa cultura della subalternità, rispettivamente tramite repressione e adulazione a seconda delle necessità contingenti del dominus.

Insomma, in prospettiva, il problema principale è che i sardi pensino e si organizzino, più che l’abuso di alcol – grave piaga giovanile in Sardegna utilizzata spesso strumentalmente, dal momento che dopo la Sartiglia abuso di alcol e risse potranno proseguire tranquillamente, a piazza Cattedrale chiusa o meno. Insieme alle sale slot che proliferano ovunque intorno alle scuole, s’intende.

I Belfiori, Saieva e Di Ruberto di oggi mostrano come non ci siano valide ragioni per ritenere mutata quella cultura italiana dominante, e che quindi con essa e per mano della stessa siano mutati gli interessi strutturali perseguiti, laddove – come lo definì il SISDE – “un alto tasso di cultura politica” potrebbe metterli nel corso del tempo a rischio. E questi, ieri come oggi, andranno difesi ad ogni costo. In questo quadro di riattualizzazione del controllo economico e politico, più che nell’emergenza alcol o violenze, vanno rintracciate le ragioni dello scherno del questore e di tutte quelle deprecabili esternazioni che caratterizzano la classe dirigente italiana.

Il razzismo delle autorità italiane per la subalternità della Sardegna. Di Ruberto è solo lo strumento

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