A Foras: «Il 2 giugno alziamo la testa contro basi e guerra»

Intervista a Michele Salis, a nome dell’Assemblea Sarda contro l’occupazione militare della Sardigna “A Foras” in vista dell’assemblea plenaria di domenica 22 aprile (domani) a Bauladu al centro servizi di S. Lorenzo (tavoli di lavoro ore 10:00 di mattina, assemblea ore 15:00 il pomeriggio)

  • Tirano nuovi venti di guerra. La Sardegna è terra strategica per le politiche imperialiste dell’alleanza atlantica. Qual è la posizione di A Foras?

Sin dai primi mesi dalla sua nascita, l’assemblea di A Foras si è schierata non solo contro l’occupazione militare della Sardegna, ma anche in opposizione a tutti gli “output” della filiera bellica sarda. Per questo oltre che porci in opposizione alla NATO, ci siamo schierati contro ogni tipo di guerra di aggressione e imperialista. Un movimento che si batte contro la guerra, non può che lottare per la liberazione della nostra terra da qualunque mezzo utilizzato per tali conflitti: dai poligoni, alle fabbriche di bombe, fino all’industria e alla ricerca bellica, come denunciato nel nostro recente sit in al Rettorato dell’Università di Cagliari.

  • Il prossimo 22 aprile a Bauladu si svolgerà una importante assemblea plenaria del movimento contro l’occupazione militare. Qual è l’ordine del giorno?

Oltre alle relazioni dei tavoli di lavoro (che si riuniranno la mattina) e delle assemblee territoriali di A FORAS che hanno recentemente organizzato diverse iniziative, i punti trattati saranno essenzialmente due.

Il primo sarà la costruzione politica della giornata del 2 giugno, che ci vedrà ancora una volta a Cagliari per un corteo che si concluderà con un concerto al Colle di S.Michele. Già dall’anno scorso abbiamo lanciato per questa data un appuntamento annuale di mobilitazione per la liberazione della nostra terra dalle servitù militari. Abbiamo scelto il 2 giugno, festa della repubblica italiana, per ribaltare questa ricorrenza, e manifestare contro quello stato che da oltre 60 anni ci impone in maniera unilaterale i due terzi delle sue servitù militari. Inoltre sempre il 2 giugno, ricorre la data della prima assemblea di A FORAS. Le rivendicazioni di questo 2 giugno saranno discusse domenica prossima in un incontro aperto ai gruppi e le individualità che condividono i punti fermi di A FORAS. Per questo invitiamo all’assemblea chiunque voglia lottare per la dismissione dei poligoni, le bonifiche e i risarcimenti ai territori colpiti.

In secondo luogo, continueremo a discutere e a organizzare il cammino di questa estate, una sorta di assemblea itinerante. Dopo il due giugno ci metteremo in cammino, attraversando a piedi i luoghi colpiti da attività militari, aree industriali insostenibili o da dismettere,  ma non solo. Incontreremo le diverse comunità che vivono questi territori per confrontarci, discutere e crescere con loro. Andremo alla ricerca di tutte quelle risorse latenti (o tarpate dalla presenza militare) di questi territori, dei loro casi virtuosi. Con questo cammino vogliamo rilanciare la partecipazione ad A Foras tramite nuove pratiche inclusive, incentrate su identità e aspirazioni territoriali, oltre che stimolare e migliorare i rapporti con le popolazioni dei diversi territori della Sardegna. Anche per questo domenica 22 chiamiamo a raccolta chiunque voglia mettersi in cammino con noi.

  • Come sappiamo il presidente Pigliaru ha siglato un accordo con il Ministero della Difesa (Pinotti) che l’attuale Giunta e l’Esercito hanno presentato come “nuovo corso nei rapporti tra Esercito e società civile”. Come giudicate questo accordo?

Diverse testate giornalistiche hanno quasi esultato alla notizia di questo accordo, sparando titoloni come “Via i militari da Capo Frasca e Teulada”, come se davvero si fosse realizzato quanto scritto nel programma dei Francesco Pigliaru alle ultime regionali, che prometteva la chiusura di questi due poligoni. Al contrario però, nulla è stato chiuso né dismesso (con l’eccezione di alcune strutture già cedute al demanio civile dal 2008). Al contrario, alla faccia della riduzione della presenza militare nell’isola, i militari sono addirittura aumentati con questo accordo! Infatti, in cambio della formalizzazione di accordi di fatto già in essere da anni (lo stop alle esercitazioni dal 1 giugno al 30 settembre e a concessione temporanea di alcune spiagge), oltre al passaggio al demanio civile di poche decine di metri di spiagge, e l’istituzione di non meglio precisati osservatori ambientali, l’accordo nasconde almeno due polpette avvelenate. Da una parte è stato finanziato il dislocamento di alcuni reparti nella caserma di Pratosardo a Nuoro (ecco l’aumento dei militari). Dall’altra, l’accordo pone le basi per “l’implementazione del SIAT, Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre, e di altri sistemi duali”, che non sono altro che nuovi utilizzi (e nuovi investimenti) per i poligoni. Altro che chiusura! L’accordo pone le basi per continuare a utilizzare i poligoni per tanti altri anni! E tutto questo nel silenzio generale, misto alla grande soddisfazione del “centro – sinistra”. Anche contro questo accordo, sarà importate essere presenti domenica e alle prossime mobilitazioni di A FORAS, 2 giugno in primis.

 

Sa terra sarda in s’àndala

Prosegue con la sua quinta tappa la “Marcia per la Terra”, organizzata dal Coordinamento Comitati Sardi in collaborazione e con la partecipazione dell’associazione Re:Common.

Appuntamento a Villacidro, domenica 22 alle ore 9:30, presso l’agriturismo Perda Massa, al Km 26 della Strada Statale 196 (qui l’indirizzo).

Il Coordinamento è costituito da Comitati e Associazioni, impegnati in Sardegna per la tutela dell’ambiente e della salute, per la gestione del territorio e la promozione di modelli  di governo condivisi e eco-sostenibili.

Re:Common è un associazione impegnata in inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo. Lavora e si adopera per contrastare il consolidamento di un modello estrattivista di società, fondato sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, sul furto dei beni alle comunità che li vivono, portando al conseguente impoverimento di miliardi di persone in tutto il mondo.

Dopo le prime cinque tappe del 2014 il Coordinamento Comitati Sardi continua la sua Marcia per la Terra. Questa seconda edizione della Marcia (“Ancora insieme per la nostra terra”), suddivisa anch’essa in più tappe, vuole rivendicare il diritto delle cittadine e dei cittadini a decidere del futuro della propria Terra, e ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica della nostra Regione riguardo ai problemi causati dalla cattiva gestione di vari progetti industriali proposti nell’Isola, con le connesse speculazioni finanziarie, facendo riferimento specifico alla salvaguardia dei terreni agricoli e al rilancio della nostra agricoltura contadina.

Si è scelto di centrare la quinta tappa di quest’edizione della Marcia sul seguente tema: “Le nuove forme di rapina dei territori: il neoestrattivismo”, per cogliere e collegare i processi attraverso cui la finanza “estrae”, letteralmente, le risorse ai territori, sia in termini economici, che di sovranità e autodeterminazione.

Sarà un’occasione per dialogare a più voci, intrecciando spunti locali, nazionali e internazionali, che pongono domande come: quali le nuove forme di depredazione dei territori? cosa le differenzia dai vecchi processi di spoliazione? quali le possibili risposte che in difesa della terra possono essere adottate qui e altrove?

Ampio spazio verrà lasciato a interventi e contributi di chiunque desideri partecipare, oltre che a nuove domande e richieste di chiarimenti.

Laura Cadeddu e Claudio Orrù coordineranno i lavori che inizieranno alle ore 9,30.

Il Coordinamento Comitati Sardi

      coordcomitatisardi@gmail.com

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Senza etica non c’è ricerca. Domani il Cua presidia il Rettorato di Cagliari

Intervista a Cristian Perra, del Collettivo Autonomo Universitario Casteddu. Nella foto una azione di stamattina alla facoltà di studi umanistici a Cagliari contro i legami tra Unica e Ricerca bellica israeliana

 

  1. Mercoledì 11 aprile presidierete il rettorato dell’Ateneo di Cagliari. Perché?

Saremmo di fronte al rettorato mercoledì 11 aprile, alle ore 10, perché pensiamo che non ci possa essere ricerca senza etica. L’università di Cagliari, infatti, ha stretto e continua a stringere accordi di cooperazione con apparati militari, come nel caso dell’accordo del polo ospedaliero con il Comando Militare Esercito Sardegna, o con Università Israeliane di fatto complici con il massacro del popolo palestinese come il TechnionInstitute, la HebrewUniversity of Jerusalem e l’OranimAcademic College. Come militanti del Collettivo Universitario Autonomo Casteddu, facente parte di A Foras, pretendiamo la rescissione di qualsiasi rapporto con enti direttamente o indirettamente coinvolti con il mondo militare, quello della sperimentazione bellica o con interessi nelle guerre in corso nel mondo.

  1. Università ed Esercito: un legame indissolubile?

L’occupazione militare non è fatta solo di caserme, territori off-limits, filo spinato ed esercitazioni militari bensì di una pervasione del militarismo all’interno della nostra quotidianità. Ormai da tempo, l’apparato militare si è intromesso nella formazione, nelle aule universitarie e negli studi della ricerca e tale presenza si è rafforzata dal 2017 grazie ad un accordo Lavoro-Difesa-Istruzione. Nei mesi passati abbiamo denunciato, con diversi documenti e studi, la vera faccia del DASS (Distretto AereoSpaziale Sardo), un progetto dichiarato apertamente come civile ma che con il “dual use” piega l’Università, i Saperi e la Ricerca alle necessità dei militari e della guerra raccontando il tutto come una buona causa e un’occasione di sviluppo. Come studenti e studentesse non possiamo tollerare che le strutture del sapere siano al servizio degli interessi militari, trasformate in luoghi di propaganda di guerra o di un “progresso scientifico” con ripercussioni negative sul territorio che viviamo. La cultura, il sapere, la ricerca, l’Università non possono sottostare alle esigenze di mercato e di profitto, tantomeno a quelli militari e bellici. Senza etica non c’è ricerca. Non vogliamo sottostare al ricatto che ci impone l’occupazione militare. Come giovani non possiamo vedere il nostro lavoro all’interno dell’Università messo a valore da e per interessi militari di stampo imperialista. Non vogliamo collaborare con chi, dandoci un tozzo di pane, qualche credito o qualche ora in più di tirocinio, usa il nostro lavoro per devastare la nostra terra o quella altrui, per quanto lontana possa sembrare.

  1. L’Università sarda collabora anche con Israele. Puoi dirci di più?

Lo ha dichiarato anche recentissimamente l’ambasciatore isrealiano Sachs: «Tra noi e voi c’è una storia d’amore. Israele, quando si parla di tecnologia, c’è”». Questa “storia d’amore” è sporcata dal sangue delle centinaia di palestinesi che ogni giorno muoiono a Gaza e nel resto della Palestina, spesso a causa dei droni progettati dal Technion di Haifa con il quale l’università di Cagliari ha un accordo di cooperazione. L’ambasciatore israeliano parlava di una storia d’amore tra Unica e Israele proprio pochi giorni prima che i cecchini israeliani sparassero sulla folla uccidendo più di 20 Palestinesi e ferendone più di mille. Una risposta violenta e ingiustificata contro civili disarmati, in linea con la politica di violenza e repressione del governo Israeliano. Ci chiediamo allora come possano non vergognarsi tutti e tutte coloro che stendono tappeti rossi per le istituzioni israeliane, promuovono questo tipo di iniziative e si fanno promotori di accordi con le università israeliane e come non si vergognino di millantare una del tutto posticcia libertà di ricerca per legittimare la smodata fame di fondi di alcune facoltà.

Cresce la resistenza ai signori del vento e del sole

Intervista a Antonio Muscas (attivista di Assemblea Permanente di Villacidro)

Un momento del presidio indetto da Assemblea Permanente a Villacidro contro il nuovo parco eolico in costruzione

 

Lo scorso 27 marzo l’Assemblea Permanente ha organizzato un sit-in contro il parco eolico che sarà realizzato dalla Green Energy Sardegna. Siete contro le energie rinnovabili?

Immaginiamoci un signore che dovendo andare da solo da Cagliari a Sassari si doti di una vecchia locomotiva a vapore, un camion a gasolio e una bici tandem elettrica a quattro posti non in grado però di affrontare le salite e quindi obbligata ad andare costantemente accompagnata da una vettura a benzina capace di trainarla in caso di necessità; immaginate anche che questo signore abbia pure la pretesa di utilizzare tutti i mezzi contemporaneamente. Folle, vero? E cosa c’entra questo con le rinnovabili? C’entra, eccome, perché in Sardegna siamo praticamente nella stessa situazione. Abbiamo una potenza elettrica installata superiore di oltre quattro volte la potenza necessaria. Tutta l’energia potenzialmente producibile non riusciamo neppure a smaltirla poiché i cavidotti che ci mettono in connessione con la Corsica e la penisola italiana possono solo in parte trasmettere l’eccesso. E le rinnovabili sono sottoutilizzate: la produzione idroelettrica è stata pressoché dimezzata negli ultimi anni, mentre l’eolico ha una produzione media di 1700-1800 ore anno, e questo per diverse ragioni, la più importante delle quali è il fatto che l’eolico, così come il fotovoltaico, deve andare accoppiato con impianti di accumulo in grado di sopperire alla inevitabile variabilità dell’erogazione e della domanda di energia. Abbiamo esubero di tutto e, nonostante ciò, sembra non bastarci mai. In programma abbiamo oltre a innumerevoli parchi eolici e fotovoltaici, diversi termodinamici, impianti a biomassa, una nuova centrale a carbone, due inceneritori equiparati alle centrali da fonti rinnovabili, per non parlare del geotermico, dei rigasificatori di volumetria sproporzionata per le nostre esigenze e del nuovo progetto di metanizzazione che sventrerà la Sardegna da nord a sud. Non siamo contrari alle rinnovabili, ci mancherebbe, ma questa situazione è folle, e a folle velocità ci stiamo lanciando verso il baratro, perché qua non stiamo parlando di rinnovabili che vanno a sostituire il fossile, stiamo parlando di una sovrapposizione infinita di impianti di qualunque specie. Quale logica c’è dietro la volontà di continuare a costruire all’infinito impianti senza senso? Semplicemente e banalmente, la speculazione finalizzata ad ottenere i ricchi incentivi disponibili.

Uno dei cavalli di battaglia della vostra mobilitazione è la democrazia sancita dalla Convenzione di Aarhus. Cosa c’entra la democrazia con l’energia?

Di chi sono il vento e il sole? Si possono privatizzare il vento e il sole? Chi installa una pala eolica acquisisce un diritto sullo spazio aereo circostante, paga una fesseria al comune di pertinenza e al proprietario del suolo e tutto il restante lauto guadagno lo tiene per sé. Parliamo di pale che possono rendere anche un milione di euro all’anno, a fronte di circa diecimila euro destinati al comune per l’Imu e qualche migliaio di euro al proprietario del fondo. Centinaia di milioni di euro per pochi e la fame per gli altri, inclusi gli oneri per lo smaltimento dei residui di fine vita degli impianti. Una pala può ripagare l’investimento in 3, massimo 5 anni, dopodiché per 25-30 anni è tutto grasso che cola, e che grasso! È forse oggi una delle migliori forme di investimento sul mercato. Incentivi per avere le pale ferme la maggior parte del tempo o per produrre energia inutilmente, giacché le centrali a combustibili fossili non vengono spente o ridimensionate, anzi, esse stesse, ricevono compensazioni per la mancata produttività causata dagli impianti alimentati a energia rinnovabile. La convenzione di Aarhus stabilisce che le comunità interessate da progetti di grande impatto debbano essere coinvolte nei processi decisionali, e tra i parametri da prendere in considerazione non ci sono esclusivamente aspetti economici e ambientali, ma anche storici, tradizionali e socio culturali. Un progetto potrebbe essere perciò economicamente vantaggioso e sostenibile a livello ambientale, ma nel contempo insensato o dannoso per il contesto nel quale si vuole realizzare. Le comunità, secondo la convenzione, devono essere correttamente informate, formate e coinvolte, dall’inizio alla fine, devono essere loro prospettate e valutate tutte le possibili alternative e loro devono avere l’ultima parola. È chiaro come qualunque dei nuovi progetti in corso in Sardegna con questa logica mai supererebbe la prova delle comunità. Ecco perché è in corso da parte del Governo italiano e di quello sardo un processo di estromissione totale, accompagnato dall’imposizione, dal ricatto e dalla coercizione. Noi non solo vogliamo essere partecipi del nostro destino ma contestiamo pure la privatizzazione e l’accaparramento delle risorse naturali. Sole e vento, al pari dell’acqua, sono beni comuni, sui quali non si può e non si deve speculare.

Sostenete che «finita l’epopea dell’industria, da qualche anno la nuova corsa all’oro è rappresentata dalle rinnovabili». Dopo i signori del petrolio arrivano i signori del vento e del sole che vedono la Sardegna sempre terra di conquista?

È un assalto senza fine e sempre più massiccio, favorito dalla condizione di difficoltà in cui versa la Sardegna. Una condizione assurda tenuto conto delle risorse ancora disponibili nonostante la spoliazione avvenuta nel corso dei secoli. Così come è assurdo che la nostra isola riesca a garantire miliardi di euro di profitti a persone che neanche mettono piede nel nostro suolo se non per trascorrere le vacanze in Costa, ma non sia in grado di dare sostentamento e pace a chi la abita. Appare perciò evidente come il nostro “svantaggio insulare” non sia, come qualcuno vuol farci credere, un fatto naturale, dipendente da questioni geografiche e insito nella natura dei sardi, ma sia piuttosto una condizione artificiale, creata appositamente per favorire i fenomeni di sfruttamento e accaparramento.

Di solito la risposta a tali mobilitazioni è che non si può dire sempre no a tutto. Quali sono le alternative?

Una delle frasi più ricorrenti, pronunciate dalle controparti e da chi appoggia questi progetti è “voi siete per il no a tutto”. Basta guardarsi attorno per capire come in Sardegna abbia prevalso invece il “sì a tutto”. Non si è trattato sempre di sì ingiustificati, ci mancherebbe. Alcune scelte fatte in epoche passate le reputo doverose e anche coraggiose e innovative. Però molto più spesso ha prevalso il mito della modernità, l’illusione di potersi emancipare a basso costo, di poter manipolare la natura senza preoccuparsi troppo delle conseguenze; ha prevalso la fiducia incondizionata nelle istituzioni, negli uomini di governo e dei loro amici imprenditori venuti qua ad “aiutarci”. Non condanno le scelte di chi mi ha preceduto, non quando sono state dettate da reali necessità pur senza comprendere bene quale sarebbe stato il prezzo reale da pagare, non sempre si aveva la necessaria consapevolezza. Oggi le cose sono diverse. La differenza rispetto a ieri è questa: noi siamo in grado di misurare esattamente la portata delle nostre azioni. Citando Bachisio Bandinu, “noi allora non sapevamo”, però oggi sappiamo, e abbiamo il dovere di agire diversamente. Per tornare all’eolico e alle fonti rinnovabili in generale, in Sardegna non siamo al punto zero, siamo già in una condizione di esubero e di caos totale. Oggi non abbiamo bisogno di nuovi impianti, abbiamo necessità di gestire quelli presenti e di avviare realmente la transizione verso il rinnovabile. Nel contempo dobbiamo portare avanti una battaglia di riappropriazione dei beni comuni perché non è accettabile che siano società private ad impadronirsi del sole e del vento e di arricchirsi ai danni dei più.

 

Per una Via Campesina sarda

Il Coordinamento dei comitati sardi  ha partecipato all’incontro dell’ ARI – Associazione Rurale Italiana che si è svolto sabato 24 e domenica 25 febbraio  presso la Cascina Malerbe a S. Raffaele Cimena (To).

Perché i comitati sardi che lottano in difesa della terra e contro le speculazioni hanno sfidato il gelo dei giorni scorsi per partecipare ad un simile incontro? E’ stato un incontro molto importante – dichiara Antonio Muscas della rete dei Comitati – perché si è parlato di accesso ed uso del suolo agricolo e dello scambio di sementi. Argomenti molto importanti sui quali, al pari di altri, e in particolar modo in questo periodo, , è necessario concentrare la nostra attenzione.

L’assemblea – si legge in una nota stampa dell’ARI – ha passato in rassegna le attività dell’anno trascorso per decidere le priorità del 2018. Sottolineando il consolidamento del Coordinamento Europeo Via Campesina (ECVC) e la partecipazione di ARI alle sue attività ed iniziative di lotta, è stata affermata la necessità di uno sforzo continuo per ampliare il consenso alle strategie di ECVC, al di là dei sui membri. Non solo l’ennesima riforma della PAC (…) ma anche la difesa di un’economia, quella contadina, fatta di resistenza al modello industriale dominante, di costruzione di alternative e innovazione, di continui adattamenti al cambiamento climatico e sociale, per dare un cibo di qualità a tutti compreso chi è costretto a vivere al limite della povertà.

Il “cibo non è un lusso ma un diritto” è la parola d’ordine che più è stata citata nelle due giornate di lavoro. In tale prospettiva  si è deciso di continuare la lotta per la difesa delle sementi contadine impedendo l’ingresso silenzioso degli OGM nascosti prodotti con il genoma editing e costruendo, contemporaneamente, iniziative decentrate di case delle sementi, formazione, in particolare vivaistica, per accrescere l’autonomia ed il controllo sulla gestione dinamica della biodiversità in azienda.

Non ci interessa diventare dei piccoli agricoltori-sementieri – dichiarano gli attivisti dell’ARI nella loro nota – vogliamo solo continuare a scambiare e vendere le nostre sementi ad altri contadini per la loro coltivazione nel pieno diritto che ci è riconosciuto dalla legalità internazionale.

La testimonianza del coordinamento dei comitati sardi che resistono alla distruzione della terra è stata al centro di una riflessione più ampia sul tema di accesso alla terra, della salvaguardia dell’uso agricolo e sulla necessità di iniziative più determinate e numerose nel contesto dello stato italiano. Il progetto per una Via Campesina Sarda è chiaro: combattere la vendita delle terre pubbliche operata dallo stato o da altri enti pubblici (regioni e Comuni), favorire tutte quelle iniziative che facilitano l’accesso alla terra per i giovani o quanti hanno scarsa disponibilità aziendale o si vogliono istallare recuperando alla vita spazi rurali desertificati o malcoltivati.

Tutti temi che i comitati di ritorno in Sardegna mettono a disposizione di chi porta avanti la battaglia per la difesa della terra attraverso una produttività compatibile, realmente moderna e trasmissibile alle prossime generazioni.

Quali strumenti per l’accesso alla terra?

Quali strumenti per l’accesso alla terra?

Questo il tema del dibattito in programma sabato 27 gennaio all’Ex Casa Sirio, a Selargius alle 16:00. L’incontro, promosso dal Coordinamento Comitati Sardi, è la quarta tappa della serie di eventi “Ancora insieme in marcia per la nostra terra”, organizzata insieme al Centro Internazionale Crocevia, Ari e il Coordinamento Europeo di Via Campesina, all’interno del progetto “Hands on the land” (Le mani sulla terra). In programma gli interventi degli esperti di Crocevia/Ari/Via Campesina, Terre Colte e Presidio Piazzale Trento. Il dibattito sarà coordinato da Gianluigi Deiana che aprirà con un intervento in ricordo di Vincenzo Pillai, attivista recentemente scomparso.

L’accesso alla terra e gli strumenti in mano alla società civile saranno illustrati da Federica Sperti, della rete Crocevia/Ari/Via Campesina. Successivamente Angelo Pedditzi di Terre colte con l’intervento “Ritorno alla terra con esperienze di recupero di terreni agricoli abbandonati. In chiusura Maurizio Camba del Presidio Piazzale Trento illustrerà i benefici della lombricoltura raccontando le iniziative di Lombrichi Liberi “Qualcosa di pratico per il bene della nostra terra”. A seguire gli interventi del pubblico.

L’evento segue le tappe che si sono svolte a novembre e dicembre a Villacidro, Oristano e Narbolia e riporta al centro il tema della terra, del suo grande valore e potenziale, al servizio e per la produzione di beni di prima di necessità, o per i suoi frutti quale capitale naturale, nell’ottica di restituzione di servizi ecosistemici non sostituibili.

Sarà occasione per parlare anche delle “Linee guida volontarie per una gestione responsabile dei regimi fondiari” proposte dalla FAO, argomento che nell’Isola si collega con il tema della produzione energetica e dell’industria spesso ingombrante, inquinante e poco produttiva perché i modelli proposti sono desueti e superati, in competizione con il mondo agro-zootecnico.

Appuntamento all’Ex Casa Sirio a Selargius, SS 387, Km 8

Al termine dell’incontro del Coordinamento a Selargius, per chi avesse piacere di trattenersi è possibile partecipare ad uno spuntino preparato da Maddalena Senis.

La quota è stata fissata in 5€.

La partecipazione è estesa a tutti.

È gradita conferma entro la sera di domani, venerdì 26, per organizzare gli acquisti e la preparazione dei pasti.

Al fine di ridurre la produzione di rifiuti, chi ha possibilità porti con sé posate, piatti e bicchieri NON “usa e getta”

Tirocinanti: «se inascoltati faremo un Tripadvisor dello sfruttamento»

Immagine tratta  dal sito http://clashcityworkers.org/lotte/cassetta-degli-attrezzi/770-tirocini-abbassamento-costo-lavoro.html
Avevano inviato una lettera aperta alle istituzioni competenti per denunciare l’utilizzo distorto dei tirocini, divenuti uno strumento in mano alle imprese per abbattere il costo del lavoro e per sfruttare la forza lavoro. Insieme alla denunciaa avevano chiesto una indennità minima di partecipazione a 800€ contro i 400€ delle Linee Guida del 2013 e i 300€ delle Linee Guida italiane del Maggio 2017 e altre garanzie minime per non trasformare il periodo di tirocinio in lavoro sottopagato.
Sono i tirocinanti che raccogliendo l’appello della rete dei conflitti sociali Caminera Noa si sono recentemente riuniti ad Oristano dove hanno elaborato una strategia per far emergere la loro voce rimasta inascoltata:

«se la Giunta non dovesse recepire le nostre proposte – rendono noto i giovani attivisti – daremo vita a un TRIPADVISOR dello sfruttamento in cui i tirocinanti sardi possano denunciare pubblicamente le imprese e i datori di lavoro che abusano dei tirocini; le conseguenze sociali e politiche saranno esclusiva responsabilità della Giunta regionale».

Pochi giorni fa, il 16 Gennaio 2018 la Giunta regionale ha approvato la Delibera n.2/8 che a sua volta approva IN VIA PROVVISORIA le nuove Linee Guida regionali, cioè l’insieme di regole su cui si baseranno i tirocini dal 2018 ai prossimi anni.

La delibera non è ancora stata pubblicata sul sito dela RAS ma i militanti sono entrati in possesso di una copia e lanciano l’allarme visto che essa delinea «un quadro addirittura peggiorativo rispetto alle linee guida del 2013 con una indennità ferma a 400€ e un aumento del periodo massimo fino a 12 mesi anche del tirocinio formativo e di orientamento».

Visto che il testo deve passare per la Commissione Lavoro gli attivisti cercheranno nel prossimo futuro di fare pressione perché ci siano dei miglioramenti significativi sul testo proposto.

In questa prospettiva il 24 e 25 gennaio verrà organizzato un volantinaggio al Sardinian Job Day e il 26 Gennaio si terrà una assemblea pubblica a Cagliari in via Mandrolisai, 8 alle ore 18.

Occupazione Militare: accordo o capitolazione?

La montagna ha partorito il topolino? A sfogliare la bozza del protocollo d’intesa “Per il coordinamento delle attività militari presenti nel territorio della Regione” illustrata nei giorni scorsi dal governatore Francesco Pigliaru (che ha avuto il via libera in aula con 34 voti a favore e 9 contrari) parrebbe che le cose stiano veramente così.

Negli ultimi anni il movimento contro l’occupazione militare è cresciuto parecchio fino ad arrivare a bloccare – se pur temporaneamente – lo svolgimento delle esercitazioni attraverso imponenti e determinate manifestazioni popolari nei pressi dei principali poligoni dell’isola. Il movimento, compattatosi intorno all’assemblea sarda contro l’occupazione militare (Aforas), è anche riuscito a uscire dal cono d’ombra delle mobilitazioni e dei fisiologici riflussi, strutturandosi sul territorio e proponendosi come centro di riferimento per una fitta attività informativa, di analisi e anche di aggregazione sociale.

A fronte della montante insofferenza dei sardi verso l’occupazione militare è evidente che lo Stato italiano è alla ricerca di una narrazione capace di rendere più tollerabile la presenza militare nella nostra isola ed è altrettanto chiaro che la maggioranza che governa la Regione Autonoma di Sardegna (ad egemonia PD) è complice di tale tentativo.

Ma che cosa dovrebbe prevedere l’accordo su quella che Pigliaru ha definito una “graduale dismissione delle servitù militari nell’isola” e altri esponenti della maggioranza un “passo storico per la Sardegna”?

Vediamolo in breve:

  • Sospendere le esercitazioni in periodo estivo
  • La cessione della spiaggia di Portu Tramatzu nel poligono di capo Teulada
  • Concessioni temporanee di altre spiagge prima sempre interdette
  • L’istituzione di osservatori ambientali indipendenti per le attività esercitative che si svolgono presso poligoni basi militari e aree addestrative.

Questi i punti definiti positivi dal partito del governatore Pigliaru. In estrema sintesi l’apertura temporanea di un paio di spiaggette e la cessione delle attività belliche in periodo estivo per non spaventare i turisti. Ma fra i punti annoverati come “successi diplomatici” dalla giunta dei professori anche delle vere e proprie beffe come per esempio la cessione della caserma “Ederle”, «previa realizzazione di idonee strutture ove rilocare attività e funzioni attualmente ivi svolte, con oneri non a carico della Difesa» e la «piena operatività della Caserma di Pratosardo, attraverso anche il dislocamento di alcuni reparti». Insomma, lo stato italiano e il suo esercito da una parte aprono i cancelli di un paio di spiagge, dall’altro si fanno pagare dalla Regione la realizzazione di nuove strutture dove svolgere le attività ora svolte nella Ederle e sbandierano come positiva l’apertura di una nuova caserma a Nuoro (a suo tempo fortemente avversata dall’organizzazione A Manca pro s’Indipendentzia) annunciando il dislocamento di nuovi reparti, cioè un incremento della presenza militare italiana in Sardegna.

A parte le colorite dichiarazioni del capogruppo del Partito dei Sardi che ha annunciato di non “voler vivere in una colonia” (dimenticando di essere però solido e fedelissimo alleato dei colonizzatori), è sceso subito in campo il neonato polo dell’Autodeterminazione attraverso le dichiarazioni del suo portavoce Antony Muroni che ha chiesto al governatore Pigliaru di non firmare l’accordo: «Ogni passo compiuto verso la liberazione delle terre sarde occupate dalle servitù militari e sottoposte a invasive esercitazioni militari va salutato con soddisfazione. Detto questo, l’accordo di programma presentato ieri in Consiglio regionale dal presidente Pigliaru è tutt’altro che storico. E, quand’anche si concretizzasse, è anni luce lontano da quel che serve: il presidente Pigliaru è ancora in tempo a non firmarlo».

Il segretario del partito indipendentista ProGreS ha invece stabilito una equazione politica fra servitù e PD ricordando che gli esponenti di tale partito in Parlamento nel 2008 avevano protestato chiedendo la realizzazione di un’ulteriore servitù all’interno del poligono di Quirra (per la cronaca: Andrea Lulli, Siro Marrocu, Amalia Schirru, Giulio Calvisi, Caterina Pes, Paolo Fadda e Guido Melis). Il PD – argomenta Gianluca Collu – «sostiene come ha sempre fatto che gli interessi dell’esercito italiano e dei suoi alleati, ma soprattutto gli interessi economici e politici di multinazionali belliche come Finmeccanica e dei partiti ad essa collegata, non si possono mettere in discussione né ora né mai. E se le popolazioni locali o l’intera nazione sarda non sono dello stesso avviso, poco importa, si continui a sparare e a bombardare».

Collu torna anche sulla questione degli osservatori ambientali “indipendenti” sbandierati da Pigliaru come uno dei punti forti dell’accordo, ricordando come il Governo Renzi abbia approvato un «decreto legge che aumenta di fatto i limiti di “inquinamento consentito” delle aree militari per alcune sostanze fino a cento volte i valori attuali». Insomma, a che servono degli osservatori ambientali indipendenti se poi nei poligoni militari si può inquinare per decreto?

Dello stesso avviso l’Assemblea sarda contro l’occupazione militare Aforas che è uscita oggi con un articolato documento di analisi denunciando l’accordo Stato-Regione come una truffa. I pochi punti positivi presenti nell’accordo cioè lo stop alle esercitazioni dal 1 giugno al 30 settembre e l’apertura temporanea delle spiagge di Murtas e Spiagge Bianche – denunciano gli attivisti – «erano già in essere negli ultimi anni attraverso protocolli d’intesa tra Comuni e Difesa, che venivano ogni anno rinnovati». Anche sugli osservatori ambientali gli attivisti svelano le carte giocate dalla Difesa e Pigliaru: «anche per questi non meglio precisati controlli ambientali ribadiamo quanto già scritto: avranno accesso e fondi per analisi approfondite? A tal proposito ricordiamo che, come riportato nel nostro ultimo dossier su Teulada, le uniche indagini su ambiente e salute sono state commissionate dalla Difesa e secretate. Per questo pretendiamo ricerche approfondite e condotte da enti terzi, non governativi e riconosciuti da tutte le parti». E, dulcis in fundo, la vera e propria mela avvelenata presente nell’accordo: a fronte di inconsistenti porzioni di territorio cedute all’uso pubblico i sardi dovranno acconsentire a nuove servitù militari «da una parte, il dislocamento di alcuni reparti nella caserma di Pratosardo (Nuoro), infrastruttura tra l’altro costruita su terre civiche, sclassificate e dichiarate edificabili con una legge del 2013. E dall’altra, l’implementazione del SIAT, Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre, e di altri sistemi duali. Abbiamo già sottolineato nel nostro dossier sul PISQ (Poligono Interforze del Salto di Quirra) a proposito del Distretto Aerospaziale della Sardegna (DASS) la pericolosità dell’uso civile e militare di infrastrutture tecnologiche finalizzate sempre ad un uso bellico. In particolare il SIAT, (citato nel nostro dossier su Teulada), è presentato come un nuovo modo di utilizzare il poligono, moderno, orientato alla ricerca scientifica e addirittura “green”. Ma, anche se si spara qualche cartuccia in meno del solito, si tratta pur sempre dell’ennesimo sistema di addestramento volto alla preparazione di guerre di aggressione (come dimostra la costruzione di due villaggi addestrativi riprodotti in stile medio orientale e dell’est Europa). E anche il coinvolgimento dell’Università rivela sempre lo stesso schema, già intravisto con il DASS: drenare fondi pubblici dalla ricerca verso l’industria bellica. In pratica, anziché porre le basi per la dismissione del Poligono di Teulada, l’accordo prepara il terreno per un suo nuovo utilizzo, sempre indirizzato al vecchio sfruttamento coloniale: della nostra terra da una parte e dei futuri scenari di guerra dall’altra».

 

“Dove stanno andando i nostri atenei?”

Riceviamo una nota scritta dalla Federatzione de sa Gioventude Indipendentista, invitata il passato 1 dicembre 2017 a parlare in una assemblea pubblica intitolata “Dove stanno andando i nostri atenei?”, organizzata da Noi Restiamo a Bologna.

L’assemblea dello scorso 1° dicembre organizzata dai compagni di Noi Restiamo, “Dove stanno andando i nostri atenei?”, si è rivelata essere un’esperienza ricca di spunti di analisi per comprendere in quale direzione il governo italiano si stia muovendo riguardo le politiche sull’istruzione superiore e la ricerca. I contributi portati da Bologna, Torino, Urbino e Siena ci hanno permesso di inquadrare la situazione attuale e avere la conferma di quanto abbiamo sempre sostenuto: il gap tra le università del Nord e del Sud va sempre più aumentando e si rivela essere una precisa scelta politica. Ad esempio, basta vedere i criteri totalmente campati in aria attraverso cui il premiale FFO viene ripartito tra gli atenei e, in particolare, quelli legati all’attrattività: sono conferiti maggiori fondi agli atenei che hanno tra gli iscritti un numero maggiore di fuori sede (studenti provenienti da altre regioni).

Tale divario viene strumentalmente utilizzato, in un’ottica “meritocratica”, per penalizzare gli atenei del Sud, colpevoli di non saper reggere il confronto col mercato o di non essere abbastanza competitivi; questa disparità è in realtà funzionale alla creazione di un polo d’eccellenza sempre più rivolto all’establishment europeo e soprattutto si palesa come l’ennesima dimostrazione di politiche utili al mantenimento di una condizione strutturalmente arretrata del Meridione e delle Isole, passando per quelle istituzioni che dovrebbero formare le future classi dirigenti.

È stato interessante notare come gli atenei italiani, per via della ricerca di finanziatori esterni, ultimamente si stiano indirizzando sempre più verso aziende sviluppatrici di tecnologie militari o accordi con le forze armate: un esempio è il politecnico di Torino e i suoi ormai storici legami con il Technion di Haifa, con cui la stessa UniCa collabora da tempo, o i nuovi accordi stipulati dall’ateneo urbinate con esercito, guardia di finanza a cui sono stati dedicati dei corsi di laurea aperti anche ai civili (come l’UniSS) e, infine, con la Benelli, industria produttrice di armi leggere nonché primo fornitore di armi per Polizia e Carabinieri.

Per quanto riguarda gli atenei sardi, abbiamo dovuto innanzitutto descrivere il contesto coloniale in cui questi sono inseriti, totalmente slegati dalla realtà e asserviti a logiche esogene nonché portatori di interessi diametralmente opposti a quelli del nostro popolo. Lo scopo dovrebbe essere quello di creare persone consapevoli di vivere in una comunità ben definita, invece si formano giovani che si sentono genericamente “cittadini del mondo” e che vedono positivamente doversi spostare inseguendo il mercato e per scappare da questa terra che nulla ci offre. Il nostro percorso verso l’autodeterminazione che passa dalla creazione di Università autonome e autocentrate non può prescindere da una lotta che ci vede impegnati su tutti i fronti della società sarda, poiché un simile strumento nelle mani sbagliate – ad esempio con una classe politica e intellettuale come quello che ci troviamo adesso, totalmente schiacciata su posizioni unioniste e antisarde – potrebbe rivelarsi terribilmente dannoso.

Pertanto con i compagni italiani che sostengono e solidarizzano con la nostra lotta di liberazione natzionale, abbiamo deciso di aprire una collaborazione laica e su temi specifici, volta a condividere analisi e cercare di sviluppare un percorso emancipativo per quanto riguarda l’istruzione universitaria che abbia anche respiro internazionale, attraverso i contatti con sindacati studenteschi della penisola iberica e altri.

È proprio attraverso quest’ottica internazionalista che la FGI deve provare a interfacciarsi con soggetti politici italiani, ponendo come discriminante il riconoscimento della questione natzionale. La presenza anche in Italia del dibattito sull’autodeterminazione del popolo sardo permetterebbe a molti emigrati (studenti o lavoratori), come ad esempio il “collettivo anticolonialista Zenti Arrubia” di Bologna, di venire direttamente a contatto con le ragioni dell’indipendentismo o, qualora si riesca ad aggregare degli emigrati già preparati e informati sulla questione, fornire una struttura che possa tenere insieme la rete di contatti con le realtà giovanili indipendentiste presenti nell’Isola e portare avanti la lotta anche dal continente.

Uniss e accordi militari: Brigata Sassari a lezione

Striscione apposto fuori dal Quadrilatero

Nella mattinata di giovedì 12 ottobre, alcuni militanti del Culletivu S’IdeaLìbera e di A Foras – Contra s’ocupatzione militare de sa Sardigna, hanno effettuato un’azione di sensibilizzazione presso il Polo Didattico-Universitario Quadrilatero dell’Università di Sassari, luogo che ospitava presso l’aula Mossa un seminario dal titolo “Preparazione culturale delle missioni all’estero” con relatore Pasquale Orecchioni (Tenente Colonnello della Brigata Sassari), facente parte del Corso di Laurea in Cooperazione e Sicurezza Internazionale messo in piedi dall’Ateneo Turritano con in accordo con la Marina Militare e l’ Esercito Italiano.

Appena arrivati i militanti hanno esposto uno striscione con scritto:
“Brigata Sassari a lezione: opprimere i popoli, servire i ricchi”
per continuare poi a distribuire volantini sia all’interno dell’aula Mossa che nel cortile dell’Università.
Durante tutta la durata dell’azione sono state presenti tre volanti della Polizia Italiana e gli agenti della Digos a cui si è aggiunta una volante dei Carabinieri mandata sul posto per staccare lo striscione, quando i militanti erano ormai andati via. Di seguito viene riportato il volantino distribuito durante l’azione.

 

“BRIGATA SASSARI A LEZIONE: OPPRIMERE I POPOLI, SERVIRE I RICCHI!

Cosa si nasconde dietro il Corso di Laurea in Cooperazione e Sicurezza Internazionale?
Nonostante l’Ateneo Turritano rassicuri affermando che “il Corso si discosta nettamente dai corsi imperniati unicamente sulle scienze sociali o di quelli di Scienza della Difesa e della sicurezza ad indirizzo militare” per comprendere meglio dove si inserisce il corso di Laurea è necessario soffermarsi su due aspetti: il primo riguarda la classe di concorso a cui afferisce (non a caso la classe L-DS Lauree in Scienze della Difesa e della Sicurezza), il secondo sono le convenzioni in atto strette dall’Ateneo.

Carabinieri staccano lo striscione

I corsi di Laurea afferenti alla classe L-DS si caratterizzano per un’apertura evidente al mondo militare; come recita l’art.2 del decreto che li istituisce, questi corsi sono “finalizzati alla formazione di esperti e di ufficiali delle Forze armate” e “I laureati della classe sono professionisti, militari o civili, dotati della preparazione culturale, dell’addestramento teorico-pratico e di una spiccata sensibilità al rispetto dei diritti umani per operare con incarichi di comando, di gestione e di coordinamento nei settori di unità militari, di sicurezza interna ed esterna, di tutela del territorio nazionale e dei suoi beni, di tutela degli interessi strategici ed economico-finanziari dello stato italiano e dell’Unione Europea, di gestione e direzione di sistemi organizzativi-funzionali, anche di carattere non specificatamente militare.”
Il corso diventa finalizzato alla formazione di queste categorie, ma allo stesso tempo segna un’importante svolta: il mondo militare entra nell’ambito della gestione civile ed umanitaria, la logica del controllo sociale e dell’approccio securitario si amplia anche a questi contesti.

Nel 2016 l’Ateneo (rettore Massimo Carpinelli) firma la convenzione con l’Esercito Italiano e la Marina Militare. La convenzione permetterà al personale delle Forze Armate di seguire il corso di studio universitario a prezzi di iscrizione agevolati. Gli studenti, inoltre, avranno la possibilità di svolgere specifici progetti di tirocinio nell’ambito delle Forze Armate di appartenenza. E cosa ha in cambio l’Ateneo turritano? “L’Esercito potrà concorrere all’offerta formativa con l’inserimento all’interno dei percorsi didattici di seminari o stage attraverso specifici accordi attuativi”… insomma, l’Università apre le porte ai militari e in cambio l’Esercito dà formazione, tirocini e stage. La motivazione la fornisce lo stesso Rettore, il quale sottolinea come “l’esperienza professionale del personale militare possa essere valorizzata e messa a frutto in ambito civile”. I militari, insomma, non solo devono essi stessi diventare studenti, ma docenti e formatori, portando così la prospettiva e l’ideologia militare dentro le Università con tanto di riconoscimento ufficiale da parte dell’Istituzione universitaria. Infine, prevedendo una presenza delle forze armate tra i banchi, lo studente “civile” si troverà sin da subito in una realtà a forte connotazione militare: militari saranno i suoi compagni e i suoi docenti, militari saranno gli ambiti di tirocinio pratico. In poche parole, il mondo dell’Università diventa il primo importante passo per abolire un confine fino a qualche anno fa ancora marcato: il mondo militare dal mondo civile, il mondo della guerra dal mondo della società civile.

A testimonianza di come questo intreccio sia effettivo, ecco elencati una parte dei seminari promossi dal Corso di Laurea nell’anno 2016:
-Danilo Fancellu e Roberto Spolvieri (MM Mariscuola La Maddalena) rispettivamente “Introduzione alla Cybersecurity” e “Informatica forense: esperti informatici e tecniche di indagine”.
-Paolo Scotto di Castelbianco (direttore della scuola di formazione dell’Intelligence) “La cultura della sicurezza. Le nuove sfide della intelligence italiana” che chiude l’intervento dicendo: “Non vi chiediamo di lavorare per noi ma con noi”. Una frase che fa capire come la figura di operatore che si vuole creare con il Corso di Laurea sia inserita nel sistema di controllo e di sicurezza, in sinergia con gli apparati militari e della difesa.

Tenere a mente queste connessioni diventa fondamentale per capire che apparentemente “innocui” seminari (come quello odierno) e i vari Corsi di Laurea con collaborazioni militari si inseriscono in un quadro più ampio, dove anche l’Università diventa il luogo in cui far accettare la militarizzazione della società come normale procedura per la sicurezza pubblica, trasformando il militare (sia sul piano dell’accettazione sia su quello legale) da strumento bellico a forza di intervento in caso di crisi sociale, ad ulteriore difesa delle istituzioni politiche ed economiche, difensore della pace sociale necessaria per continuare a sfruttare e far profitto. In Sardegna in particolare questa strategia mostra un’evoluzione nei metodi tradizionali di reclutamento, non si ricerca più solamente il ragazzo disoccupato in cerca di una fonte di reddito, ma vuol creare figure professionali civili legate a doppio filo con le Forze Armate e l’industria militare, anche con l’obbiettivo di far crescere il consenso nella società sarda rispetto alla pesante occupazione militare dell’isola, che ospita il 60% del demanio militare italiano, fra cui gli enormi poligoni militari, principale causa di sottosviluppo, emigrazione, disoccupazione e malattie dei territori che li ospitano.”