Covid-19: tutti fermi, tranne l’industria delle armi

Anche durante una crisi sanitaria globale, che ha comportato la chiusura da parte del governo italiano di molte attività produttive, assurdamente – come denunciato dalla Rete Disarmo e altre realtà – nonostante gli inevitabili assembramenti nelle fabbriche e l’alto rischio di contagio, la produzione bellica può proseguire senza difficoltà.

Qui in Sardegna la RWM, stando alle stesse parole dell’amministratore delegato sull’Unione Sarda il 21 Marzo, ha accusato un rallentamento “della catena degli approvvigionamenti nazionali e dall’estero, la ridotta produttività dello stabilimento di Ghedi 2, l’impossibilità per il clienti di eseguire i collaudi”.

A fronte di queste difficoltà oggettive, in un comunicato rivolto ai lavoratori di Domusnovas e di Musei, la RWM ha annunciato una chiusura parziale. Parziale perché, sempre stando a quanto ha detto l’amministratore delegato Sgarzi, “alcune funzioni proseguiranno normalmente” anche e soprattutto per assicurare “la prosecuzione degli investimenti strategici”.

Ovvero, gli ampliamenti.
Ampliamenti che – lo ricordiamo – interessano solo il Comune di Iglesias.

Una splendida occasione per l’azienda che ha saputo sfruttare questa tragedia a proprio vantaggio, con un’operazione di propaganda molto abile: da una parte ha fatto passare il messaggio della chiusura – addirittura sulla stampa a livello italiano – per consolidare il proprio consenso nel territorio, e dall’altra come si è potuto verificare dagli atti, ha portato avanti sotterraneamente e nelle consuete modalità opache le pratiche degli ampliamenti, grazie alla pronta collaborazione del comune di Iglesias.

A questo proposito riceviamo e volentieri pubblichiamo il puntuale contributo del presidente di “Italia Nostra”(associazione tra i ricorrenti al TAR contro la RWM) Graziano Bullegas. Qui si denuncia l’inspiegabile attivismo del Comune di Iglesias in favore di RWM che non si ferma nemmeno durante un’epidemia..

Di Graziano Bullegas

 Nonostante l’emergenza, la RWM raddoppia la produzione di bombe ed esplosivi

Mentre l’intera Europa e buona parte del pianeta è fermo a causa dell’emergenza sanitaria in corso, mentre interi paesi si interrogano sul dopo, sugli errori del passato che hanno portato a questa crisi sanitaria, ambientale ed economica senza precedenti, su come riprendere una vita normale con più attenzione verso la vita delle persone e del pianeta, la RWM di Domusnovas-Iglesias non si arresta, prosegue anzi imperterrita nel suo programma di espansione dello stabilimento per poter raddoppiare la produzione di ordigni bellici (bombe di aereo della serie MK, esplosivo PBX etc…) come se niente stesse accadendo.

Nella prima metà di marzo gli uffici del SUAP del comune di Iglesias sono stati più che mai attivi nell’istruire numerose pratiche relative all’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias. La strategia è quella dello “spezzatino”, ormai collaudata negli anni.

Nei giorni scorsi Italia Nostra Sardegna ha informato gli enti interessati di volersi costituire nel procedimento amministrativo chiedendo di prendere visione dei relativi atti e alla Conferenza di Servizi di rigettare le nuove richieste per una serie di validi motivi:

  1. a)  L’assenza di una progettazione complessiva e di un Piano Attuativo dell’intero ampliamento, sostituita da richieste e successivo rilascio di autorizzazioni parcellizzate – talvolta anche più autorizzazioni per lo stesso edificio – vanifica e immiserisce i Nulla Osta Paesaggistici rilasciati per i singoli interventi in quanto impedisce la visione generale della trasformazione/distruzione dei luoghi attualmente in corso. L’area interessata è ritenuta di notevole interesse pubblico e classificata come “area boschiva” dal vigente PPR!
  2. b) Basterebbe un sopralluogo nel cantiere per rendersi conto dei danni prodotti al paesaggio dalla movimentazione terra, dalla creazione di terrapieni e di nuovi altipiani, dalle impressionanti modifiche apportate alla morfologia del terreno ed al paesaggio in generale, per capire che quell’intervento non poteva essere autorizzato in quel luogo e con le modalità seguite. Insomma, una alterazione irreversibile e paesaggisticamente non mitigabile del territorio tanto da fargli perdere del tutto il suo originario aspetto.
  3. c)    Come si è denunciato da tempo, quella fabbrica rappresenta un serio pericolo per la pubblica incolumità e per la salvaguardia dell’ecosistema in quanto stabilimento ad elevato rischio di incidente rilevante (D.lgs 105/2015 e d.lgs 334/1999), con un Piano di Sicurezza Esterno “scaduto” da ben 8 anni e mai aggiornato all’attuale produzione di ordigni bellici. Il tutto reso ancor più insostenibile dal rilascio da parte della provincia di una autorizzazione ambientale semplificata (l’A.U.A.), simile a quella che viene rilasciata a una piccola attività artigianale, anziché l’autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) più rigida e meno permissiva.
  4. d)   È attualmente in corso un procedimento davanti al TAR Sardegna(N. 00092/2019 REG.RIC.), promosso anche da Italia Nostra, riguardante numerosi motivi di illegittimità sull’ampliamento dello stabilimento RWM di Domusnovas-Iglesias. Uno degli atti impugnati riguarda proprio la realizzazione dei reparti R200 ed R210 interessati da una variante che dovrebbe essere approvata in una delle Conferenze di Servizi indette per i prossimi giorni. Si ritiene che sia oltremodo inopportuno in questa fase modificare un progetto impugnato davanti al TAR e la cui udienza è prevista a breve.
  5. e) La Procura di Cagliari ha da tempo avviato delle indagini per verificare la sussistenza di eventuali reati nello “strano iter” seguito nel rilascio delle numerose autorizzazioni per l’ampliamento dello stabilimento RWM: ne abbiamo contate oltre 20! Anche in questo caso sarebbe utile che venisse garantita la fattiva collaborazione agli inquirenti da parte di tutti gli enti coinvolti, affinché sia fatta la massima chiarezza sulla vicenda e senza che si compromettano o si aggravino le situazioni interessate dalle indagini in corso.

Appare veramente assurdo che nel pieno di una crisi epocale, che trova gli ospedali sardi sguarniti perfino delle mascherine per proteggere i medici che curano i contagiati in terapia intensiva e negli stessi ospedali e nelle case di cura la gente si ammala e muore, mentre tante aziende reinventano la loro produzione per adeguarla ai nuovi e più impellenti bisogni imposti da questa crisi sanitaria epocale, in Sardegna si prosegua imperterriti nell’ampliamento di una fabbrica al fine di incrementare la produzione di strumenti di distruzione e di morte, con il beneplacito di enti e amministrazioni locali e regionali.

Ricorso al TAR, motivi aggiunti e ricorso straordinario al Presidente della Repubblica 

Documentazione fotografica della distruzione in atto nel sito: 

https://italianostrasardegna.blogspot.com/2020/03/nonostante-lemergenza-la-rwm-raddoppia.html?m=1&fbclid=IwAR1w29-5ng5Ldi9jRAvf8ww3BHwBuA41Fju7o_BLZJyPx1dg7hh2k_SCZdM

 

Sulla tragedia della neonata di La Maddalena deceduta durante il parto

Emanuela Cauli, portavoce del Comitato cittadino Isola di La Maddalena e attivista di Caminera Noa, interviene a seguito della tragedia della neonata deceduta che ha colpito la comunità maddalenina.

Emanuela spiega dettagliatamente la situazione e denuncia il declassamento dell’ospedale Paolo Merlo, la situazione di abbandono e di isolamento a cui sono relegati i cittadini dell’isola, i rischi a cui sono esposti i maddalenini per volontà della giunta regionale Pigliaru e di quella attuale, in complicità con il governo centrale dello Stato italiano e specialmente del Ministero della Salute.

Ciò che è accaduto non è da ritenersi una tragica fatalità, bensì l’effetto prevedibile di conseguenze di decenni di tagli della sanità pubblica in Sardegna.

Ascoltiamo il video oggi stando a casa, ma prepariamoci perché presto, molto presto, sarà il momento di fare i conti.

Coordinamento Politico di Caminera Noa

Ma quali fratelli d’Italia? L’unità ha creato solo figli e figliastri!

L’epidemia da Covid-19 ha scatenato anche una epidemia di nazionalismo e sciovinismo italiano. Sono state diverse le iniziative di gruppi e perfino istituzioni a promuovere l’esposizione di tricolori ed esecuzioni dell’inno statale italiano. Una delle poche voci critiche è stata quella del prof. Francesco Casula il cui pensiero è stato persino censurato da un noto social.

Lo abbiamo intervistato.

  • Hanno avuto un discreto successo anche in Sardegna i flash mob legati alla diffusione del tricolore e inni dello stato. La tua è stata l’unica voce critica. Puoi spiegarci il tuo punto di vista?

Non è la prima volta che intervengo sui Media e sul mio profilo Facebook in merito al Tricolore a all’Inno italiano. Questa volta, volutamente sono intervenuto affermando con nettezza e radicalità, il significato mistificatorio dei due simboli del nazionalismo sciovinista italiano.

Inizio dall’Inno “Fratelli d’Italia”. La mistificazione è già tutta dentro tale espressione: l’”Italia unita” non ha creato fratelli ma figli e figliastri, colonizzatori (Nord) e colonizzati (Sud e isole); sviluppo da una parte e sottosviluppo dall’altra.

E comentecasiat nois sardos cun sos italianos non semus frades, antzis, mancu fradiles!

Mi è stato obiettato – da parte di una brava giornalista dell’Unione Sarda che mi ha fatto un’intervista – che tutti gli Inni patriottici sono retorici e patriottardi. Persino la Marsigliese. Certo. Ma la differenza sta tutta nei contenuti.

Fratelli d’Italia è trucemente militaresco, guerrafondaio, carico di cascami di una becera “romanità” (elmo di Scipio…schiava di Roma).

La Marsigliese è un Inno rivoluzionario, moderno, che guarda a un futuro di libertà e non a un passato infame di oppressione. È rivolto contro “la tirannia, i traditori, i re congiurati, i vili despoti”.

  • Insieme all’Inno molti hanno esposto anche il tricolore. Anche questo è un simbolo alieno al popolo sardo?

Il tricolore con il popolo sardo non c’entra un fico secco. E non tanto per la sua origine: nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco e Rosso”. Quanto per i significati che ha avuto e assunto nella sua storia: ideologici, culturali e politici, come espressione del leviatano statale, nemico e ostile al popolo sardo.

Ai più giovani ricordo che solo qualche decennio fa il Tricolore e l’Inno, erano di esclusivo appannaggio dei neofascisti del M.S.I e gruppazzi affini.

Gli altri Partiti – ma segnatamente quelli della Sinistra – nei loro Congressi, Ricorrenze e Feste esibivano le loro Bandiere e cantavano gli Inni della loro storia e tradizione, specie quelli afferenti alla lotta partigiana ed operaia.

Ma tant’è: oggi tutto è cambiato: una profonda μετάνοια, antropologica prima ancora che politica, sembra aver mutato geneticamente i Partiti: ripeto, soprattutto quelli della Sinistra. Di qui – ma è solo un esempio paradigmatico – il “culto” di tale bandiera, in una sorta di union sacrée.

  • In Catalogna durante il discorso del Re, la popolazione ha fragorosamente protestato. Perché molti sardi si identificano ancora con uno stato che li opprime e li umilia in tutti i modi!

Al contrario di quello che molti pensano, i sardi – per la gran parte – hanno un’identità debole e comunque più situata sul versante folcloristico che culturale e politico: magari affermano orgogliosamente DEO SO SARDU o sventolano i Quattro Mori (anche quando non c’entrano niente), ma non hanno un’acuta consapevolezza dei loro diritti, nutrono poca coscienza e stima di sé. Sono più usi alle lamentazioni, ai piagnistei e al consenso conformistico e servile che al dissenso, alla lotta, alla partecipazione.

Nella direzione del consenso e dell’integrazione subalterna nei confronti dello stato e dei valori (e idee) dominanti si muovono, i Media, il potere economico, la Scuola, i Partiti di stato (o di regime?). Che si sono impadroniti non solo del potere politico ma anche di quello burocratico e amministrativo e culturale. Hanno occupato manu militari le Università; gli Enti di qualsivoglia genere: ad iniziare da quelli bancari. Hanno i “loro” Sindacati, ad iniziare da CGIL-CISL-UIL.

Attraverso questi Enti controllano e dirigono l’opinione pubblica, distribuiscono posti di lavoro (per la verità sempre meno, specie con la crisi fiscale dello Stato), prebende e, mance.

A fronte di tutto ciò, c’è da meravigliarsi se i catalani protestano contro il discorso del re e i Sardi cantano l’Inno e sventolano il Tricolore?

Caminera Noa: «Solinas tanca sa SARAS!»

La classe politica sarda vive una specie di schizofrenia. Da una parte resta del tutto inerte a fronte di situazioni di grave pericolo, dall’altro assume posizioni più lealiste del Re sulle misure restrittive dovute ai Decreti d’emergenza ministeriali. È il caso del Presidente della Giunta regionale Christian Solinas. Il Governatore, insieme all’assessore alla sanità Nieddu, non ha mosso un dito per risolvere la gravissima situazione degli ospedali sardi, in particolare degli ospedali di Sassari, Olbia e Nuoro divenuti in breve tempo dei veri e propri focolai di covid-19. Allo stesso modo risulta esplosiva (anche se attualmente per fortuna solo potenzialmente) la situazione della Saras-Sarlux, dove si sono concentrati da fine febbraio 3000 trasfertisti, molti dei quali provenienti dalle zone ad alto contagio del Nord Italia. Ieri sera per fortuna è risultato negativo il tampone di uno di loro, ospitato in una struttura ricettiva di Sarroch, ma il proseguo dell’attività della Saras-Sarlux rimane assai rischiosa. Nel frattempo però Solinas chiede al Governo di impiegare la Brigata Sassari per controllare il territorio e far rispettare tutti i divieti governativi.

Finora solo Caminera Noa ha chiesto esplicitamente che l’attività della fabbrica venga temporaneamente fermata per mettere tutti i lavoratori in quarantena e sanificare gli ambienti.

Di seguito il comunicato diffuso dal movimento popolare sardo ieri sera:

La situazione sta degenerando. In vista di prossime strette ministeriali, sindaci e presidenti di Regione (sardi compresi) stanno vaneggiando e invocando esercito e leggi marziali per perseguire runners e passeggiatori solitari.

Nel frattempo gli ospedali sardi si sono presto trasformati in focolai dato che il 50% dei contagi nell’isola sono medici, infermieri e OSS a fronte dell’8% della media italiana e del 4% di quella cinese.

Inoltre in tutto lo Stato, le grandi fabbriche continuano a essere aperte e spesso davanti ai Market e ai pronto soccorso si formano notevoli assembramenti. In entrambi i casi non si rispettano quasi mai le distanze di sicurezza e le misure minime essenziali previste dai decreti d’urgenza.

In particolare nel Sulcis la situazione è potenzialmente esplosiva. La Saras ha infatti richiamato, dal 20 febbraio fino alla prima decade di marzo, circa 3mila lavoratori provenienti dalla Penisola, molti dei quali dalle zone a più alto contagio (denuncia di Cagliaripad, con il documentato articolo Saras, lavoratori in quarantena: cronistoria di un -potenziale- disastro), denuncia come proprio i lavoratori extra della Saras non siano tenuti a rispettare l’ordinanza n. 5 del Presidente della Regione Sardegna del 09.03.2020 dove si impongono “ulteriori misure straordinarie urgenti”, cioè l’isolamento fiduciario di tutti coloro i quali “abbiano fatto ingresso in Sardegna nei quattordici giorni antecedenti alla data di emanazione della presente ordinanza”.

Nella nota esplicativa del Presidente della Regione Sardegna all’ordinanza n. 5 del 09.03.2020, si specifica infatti che la stessa ordinanza “non si applica ai seguenti casi: “spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità, obblighi connessi all’adempimento di un dovere, da motivi di salute; spostamenti funzionali al transito e al trasporto merci, allo svolgimento della filiera produttiva” [fonti Cagliaripad].

Attualmente sappiamo che almeno un Hotel di Sarroch è stato posto in quarantena preventiva da quando uno dei 19 lavoratori Saras provenienti dalla Penisola ha manifestato sintomi da Covid-19.

Nella giornata di ieri Cagliaripad ha ricevuto una lettera da parte della moglie di un lavoratore Sarlux dove si dichiara quanto segue: “Come forse già sapete oggi sono stati messi in isolamento, nell’albergo di Sarroch nel quale alloggiano, due operai provenienti dalle zone rosse del Nord Italia. Noi cittadini siamo molto preoccupati. La Sarlux non vuole saperne di sospendere la fermata. Mi chiedo, allora che senso ha stare a casa noi mogli e figli se i nostri mariti vanno a lavoro tutti i giorni con un rischio contagio altissimo?”

Anziché invocare l’intervento della Brigata Sassari e di S. Efisio, riteniamo che le autorità della Regione Autonoma di Sardegna debbano verificare tutte queste informazioni e chiedere al Ministero dello sviluppo economico la chiusura temporanea preventiva e cautelare di Saras e Sarlux (o comunque la sospensione di tutte le attività e dei reparti al minimo indispensabile), certamente più pericolose di qualche corridore solitario.

Non vorremmo trovarci, nel giro di pochi giorni, a pronunciare il detto sardo “serra sa corti candu su bestiamini si che est fuidu” come è già avvenuto a proposito del mancato allontanamento dei vacanzieri sospetti delle zone ad alto contagio, dei mancati controlli ai porti e della gravissima crisi degli ospedali sardi.

L’epidemia dell’inno statale – di Francesco Casula

Il coronavirus ha fatto scoppiare un’altra epidemia: quella dell’inno di Mameli sparato a tutto volume per le strade e dai balconi, addirittura diffuso dalle camionette della protezione civile. I promotori di questa iniziativa asseriscono che così le persone si sentono meno sole e che stando uniti ci si fa coraggio in un momento difficile. Lo storico sardo Francesco Casula ha spiegato perché si tratta di un inno che offende la dignità dei sardi e delle sarde con un articolo che è stato poi censurato da Facebook. Abbiamo deciso di pubblicarlo.

 Perché aborro l’Inno Fratelli d’Italia

Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.

Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, militarista e militaresco, urtra retorico e di una “romanità” vomitevole, riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta la storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere” nell’Inno di Mameli.

Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.

Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.

Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.

Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.

Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.

Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).

Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.

Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.

Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.

Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.

Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011:  ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.

Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.

Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.

Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

ll Coronavirus e lo schifo

Emanuela Cauli, attivista di La Maddalena impegnata nella lotta in difesa dell’ospedale Paolo Merlo, aderisce alla campagna “Eja sto in casa ma non zitto/a

Sindaci disperati, medici e infermieri sul fronte che lavorano e cadono come mosche senza dispositivi di sicurezza, senza materiale, cittadini che hanno bisogno di sanità per emergenze di tutti i tipi e non sanno a chi rivolgersi…  Cosa fanno il nostro governatore e l’assessore alla sanità eletti per aver promesso il potenziamento della sanità pubblica, il nervo più sensibile e scoperto del nostro sistema sociale?

Niente, o meglio, fanno danni su danni.

Il primo si affida a Sant’Efisio dimostrando di non sapere neanche dove mettere le mani, il secondo taglia l’assistenza sanitaria dappertutto, compresi i presidi di area insulare e disagiata come il nostro e minaccia sanzioni disciplinari a medici e operatori che denunciano la situazione disperata, mettendo il bavaglio anche ai giornalisti. All’Isola di La Maddalena, dopo averci levato l’elisoccorso, con una circolare scritta in fretta e furia approfittano dell’emergenza coronavirus e depotenziano anche il p.s, in cui si potrà intervenire solo sui codici bianchi e verdi, decretando cosi la fine dell’unico presidio ospedaliero, lasciando una comunità e il personale del Paolo Merlo in balia delle onde, soli e isolati  senza alcun tipo di assistenza sanitaria.

Nessuna vicinanza, ai sardi  in un momento in cui tutti gli altri governatori regionali gridano e difendono i loro cittadini in ogni modo.

NOI RESTIAMO A CASA, ma dovevate restarci pure voi, un anno fa.

Emanuela Cauli, Giandomenico Bulciolu

Portavoce di Comitato Cittadino Isola di La Maddalena

#dimettetevi

Fuori i vacanzieri sospetti delle zone rosse: è razzismo?

La grafica incriminata (e tacciata di razzismo) con cui Caminera Noa ha voluto stigmatizzare l’arrivo indiscriminato di residenti dalle zone ad alto rischio contagio che, nella maggior parte dei casi, si sono riversate in seconde case di proprietà e/0 in località turistiche.

L’ANCI Sardegna (l’organizzazione che raccoglie i sindaci dell’isola) lo scorso 7 marzo ha lanciato un grido d’allarme rivolto a tutte le istituzioni, statali e autonomistiche sarde. Sembra un periodo ormai lontanissimo, perché dal giorno dopo i fatti sono precipitati, ma vale la pena recuperare le richieste a firma Emiliano Deiana (presidente dell’ANCI).

Oggetto: Covid 19 controllo in entrata e in uscita dai porti e dagli aeroporti della Sardegna.

Mi permetto di scrivere alle SV Illustrissime per segnalare un fatto che sta destando grande preoccupazione nella comunità sarda sulle misure necessarie al contenimento del Covid 19.

Scrivo a nome dei sindaci della Sardegna che sono impegnati, in questa complicata fase, ad attivare tutte le possibili iniziative locali di informazione, conoscenza e prevenzione per il contenimento della malattia denominata Covid 19.

Come è noto a tutti la Sardegna è un isola. Può essere raggiunta solo via aerea o via mare. È difficile raggiungerla (per le ragioni note legate ai trasporti e alla continuità territoriale), ma è relativamente semplice controllarla in entrata e in uscita.

In questo contesto particolare importanza per il contenimento della malattia, oltre alle attività di prevenzione, rivestono i controlli negli aeroporti e nei porti sardi: per chi entra e per chi esce dalla nostra isola.

In Sardegna esistono un gran numero di “seconde case” di proprietà di nostri concittadini residenti in altre regioni che, così come segnalano i sindaci dei comuni costieri, si stanno trasferendo in gran numero in Sardegna anche dalle regioni fin’ora più esposte alla malattia oppure arrivano per motivi di lavoro.

Un mancato controllo – associato a una possibile moltiplicazione esponenziale dei contagi – potrebbe mandare in tilt il sistema sanitario regionale “tarato” (neanche troppo accuratamente) sui soli residenti in Sardegna e con un numero largamente insufficiente di posti di terapia intensiva. Un’insufficienza che potrebbe non tutelare né chi risiede in maniera stabile né chi vi risiede temporaneamente nel momento acuto della crisi sanitaria.

In quegli stessi giorni Solinas, che fino ad allora aveva girato a vuoto registrando video messaggi privi di contenuti e infarciti di retorica, ha finalmente chiesto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di bloccare le vie di comunicazione con le zone infette.

La risposta da parte del capo del Governo, per ben due volte è stata negativa. Di fronte a questa irragionevole presa di posizione di Conte il movimento popolare sardo Caminera Noa ha diramato un comunicato, in data 9 marzo, dove chiedeva il blocco degli accessi ai non residenti per almeno 30 giorni. Ovviamente le richieste non sono state ascoltate e in Sardegna si sono riversate migliaia di persone provenienti dalle zone rosse, molte delle quali si sono riversate nelle seconde case, spesso mostrando di non rispettare né il buon senso, né le norme vigenti.

Di fronte al tana liberi tutti e alla totale assenza di controlli e all’atteggiamento strafottente e imprudente di molti non residenti del Nord Italia, nonostante l’obbligo di quarantena nel frattempo imposto dalla Regione Sardegna, due organizzazioni politiche hanno chiesto al Governatore Solinas che facesse propria la misura messa in campo dal governatore della Toscana Rossi (di area centro sinistra) e cioè di notificare una richiesta di allontanamento ai non residenti provenienti dalle zone rosse. Così si arriva alle richieste di Liberi e Uguali e di Caminera Noa di allontanare i non residenti provenienti dalle zone infette nei giorni della dichiarata emergenza.

La Sardegna – hanno dichiarato in sintesi le due organizzazioni politiche –  correva il serio rischio di una crisi sanitaria senza precedenti, aggravato dal massiccio afflusso di non residenti provenienti specialmente dal nord Italia, arrivati nell’isola senza giustificati motivi e in aperta violazione del DPCM del 04/03/2020 e dal DPCM del 09/03/2020.

Secondo l’ANSA infatti sono state 13.000 le persone che si sono auto denunciate sul sito della RAS, mentre molti sindaci dei comuni costieri rendevano nota la presenza di numerosi non residenti provenienti dalle zone a rischio del Nord Italia.

L’appello al Presidente Solinas lanciato da Caminera Noa e Liberi e Uguali, così nella richiesta di emanare far valere appieno un’ordinanza sul modello di quella promossa dalla Regione Toscana n.10 del 10 marzo 2020, invitando ed eventualmente imponendo a chi, arrivato senza giustificata ragione, di ritornare nel proprio luogo di residenza, secondo il DPCM del 9/03/2020.

Paradossalmente le voci più critiche a queste proposte sono state quelle di due sigle di matrice indipendentista: Sardigna Natzione e LibeRU. La sera del 12 marzo il coordinatore di SNI Bustianu Cumpostu ha diramato un comunicato contro LEU (senza citare Caminera Noa). Eccone uno stralcio significativo:

 

La richiesta di LEU Sardigna inoltrata in modo pressante a Solinas, governatore della Sardegna ci preoccupa fortemente e ha tutti i sintomi di epurazione etnica e di cacciata degli untori.

LEU chiede a Solinas “Caro Solinas, è una pandemia: stop alle esercitazioni militari e via dalla Sardegna tutti i non residenti”.

 

Ieri mattina rincara la dose il partito guidato da Pierfranco Devias con un comunicato al vetriolo che prende di mira sia LEU sia Caminera Noa, soffermandosi soprattutto a screditare la posizione di quest’ultima.

 

Di seguito il comunicato integrale di LibeRU:

 

Riteniamo doveroso prendere le distanze e stigmatizzare le gravi posizioni assunte da Leu Sardegna e da Caminera Noa in merito alla gestione dell’emergenza sanitaria per il Covid-19, riprese sia dalla stampa sarda che da quella italiana.

Pensiamo che sia incredibile che due gruppi che asseriscono di essere di sinistra si rendano protagonisti di operazioni di caccia alle streghe di tipo etnico, approfittando della paura e dell’insicurezza dei cittadini e cercando di cavalcare un populismo razzista già fin troppo rappresentato in altri ambienti.
La richiesta di rispedire nel nord Italia le persone residenti, che si trovano attualmente in Sardegna, è una posizione di volgare demagogia prima ancora che rischiosa e tecnicamente impossibile, e in quanto indipendentisti di sinistra riteniamo opportuno sottolineare che noi non abbiamo niente a che fare con sedicenti indipendentisti e sedicenti gruppi di sinistra che professano simili aberrazioni.

Innanzitutto consideriamo ingiusto e contrario ai nostri principi qualsiasi ipotesi di espulsione delle persone su base etnica.
Il documento di Caminera Noa (correlato da una incredibile vignetta che raffigura un omino che prende a calci un altro omino) non chiede l’espulsione di tutte le persone che sono arrivate in Sardegna dal nord Italia, quindi non pone al centro il problema sanitario, dal momento che i virus non chiedono la residenza a nessuno. Chiede invece che vengano espulsi solo i “non residenti”, dimostrando che il problema sarebbero solo i residenti italiani, non le persone che possono aver contratto il virus. Trascura invece di ricordare che tra quelli arrivati dal nord Italia ci sono anche tanti sardi che lavorano, studiano o sono domiciliati nel nord Italia, ma stranamente “graziati” dallo status di “pericolosi”, evidentemente in quanto titolari di residenza sarda.
Noi pensiamo inoltre che deportare gente in zone in cui da parecchio tempo gli ospedali sono al collasso, non solo contribuisce al collasso ma è anche inumano in quanto moltiplica il problema e espone solo le persone a ulteriori rischi.
Pensiamo altresì che spostare migliaia di persone durante una quarantena metta in pericolo tutti, spostati e residenti, per cui anche tecnicamente questa proposta oltre ad avere costi e difficoltà inimmaginabili non risolve il problema nemmeno dal punto di vista sanitario, ma lo accentua soltanto.
Va per l’appunto specificato, proprio per depotenziare l’azione tesa a soffiare sulla paura di posti letto insufficienti, che chi attualmente si trova in Sardegna (di qualsiasi nazionalità sia) è comunque tenuto a rispettare le prescrizioni come tutti e se non è malato non grava in alcun modo sul sistema sanitario sardo, quindi si stanno solo alimentando paure infondate per basse operazioni di sciacallaggio politico.
In ultimo, i provvedimenti di “contenimento sanitario” (e dunque non di tipo etnico) si sarebbero dovuti prendere prima dello spostamento delle persone, non ora: ora siamo sulla stessa barca e tutti – ma a quanto pare non tutti – dovrebbero sapere che meno persone si spostano più in fretta si riesce a debellare il virus.
Perciò consigliamo a questi due gruppi non solo di studiare correttamente le regole elementari della convivenza civile ma anche quelle del corretto contenimento sanitario.

Caminera Noa dunque è tacciata di razzismo, di cavalcare la paura per istigare una «caccia alle streghe di tipo etnico» e la sua proposta viene derubricata  ad una vera e propria “deportazione”.

A rientrare nel mirino anche la grafica utilizzata da Caminera Noa: «una incredibile vignetta che raffigura un omino che prende a calci un altro omino». Evidentemente quella delle pedate era un’immagine consona quando il segretario di LibeRU ha dichiarato, lo scorso 22 febbraio in riferimento ad un cittadino di Carloforte che ha danneggiato alcune piante, quanto segue: «l’altro giorno ho detto che mi sarei augurato che i cittadini di Carloforte, assestassero quattro pedate a un delinquente che ha ucciso un ginepro ultrasecolare. In questo caso sono stato oggetto di critiche di veri non violenti».

 

Ieri stesso, sui canali di comunicazione di Caminera Noa si risponde sobriamente con una serie di FAQ a queste e altre obiezioni e accuse. Di seguito potete leggere le puntuali risposte del movimento:

 

ALLONTANAMENTO DEI NON RESIDENTI PROVENIENTI DALLE EX-ZONE ROSSE🆘🚷

RISPONDIAMO ALLE FAQ E ALLE FAKE NEWS

  1. La nostra richiesta al presidente della Giunta Regionale Solinas è un’operazione di caccia alle streghe di tipo etnico cavalcante la paura e il populismo razzista?
    – No: noi chiediamo l’allontanamento sulla base di serie e dettagliate motivazioni di carattere sanitario. La nostra richiesta al presidente della Giunta Regionale Solinas non prevede l’allontanamento di persone su base etnica: i non residenti possono essere sardi o non sardi, come anche i residenti possono essere sardi e non sardi. Le 11.000 persone potenzialmente contagiose, che in maniera del tutto avventata si sono fiondate in Sardegna – spesso nelle loro case vacanza e portandosi dietro i viveri, come puntualmente denunciato dai media e dall’ANCI Sardegna -, rappresentano una bomba ad orologeria potenzialmente letale per il nostro sistema sanitario.
  2. Caminera Noa chiede l’espulsione di tutte le persone che sono arrivate in Sardegna dal nord Italia senza porre al centro il problema sanitario?
    – No. Il documento afferma: «In sintesi chiediamo al presidente Solinas: di emanare immediatamente una ordinanza regionale di allontanamento per tutti i non residenti provenienti dalle zone infette (con chiaro riferimento a chi si è riversato in Sardegna a zone rosse già istituite dopo la fuga di notizie di ulteriori strette e non ai tanti studenti e lavoratori già presenti da tempo in Sardegna)». Il problema sono le persone che possono aver contratto il virus, non l’essere residenti fuori dalla Sardegna di per sé.
  3. Caminera Noa fa una differenza tra sardi e non sardi tra la massa di persone che si è precipitata in Sardegna dalle zone rosse nei giorni compresi tra l’8 marzo e oggi?
    – No. Abbiamo sempre distinto tra residenti e non residenti e non ci risulta che la residenza sia una caratteristica etnica.
  4. È vero che siamo poco solidali e che non intendiamo prestare aiuto ai cittadini del nord Italia bisognosi di cura e assistenza medica?
    – No, infatti abbiamo scritto quanto segue: «In Sardegna disponiamo di poco più di 130 posti in terapia intensiva (ora diventati 180 con tre nuove unità, ma comunque insufficienti se si dovesse presentare una situazione ancora più allarmante) molti dei quali già occupati da pazienti che ne hanno assoluto bisogno. Potremo essere solidali con pazienti da altre zone dello Stato solo se il nostro sistema sanitario non collasserà, e questo pericolo è concreto». Proprio per poter funzionare da cuscinetto sanitario, la Sardegna doveva rimanere “virus free zone”, cosa che purtroppo non è stata garantita dalla condotta irresponsabile e centralista del premier Conte e dai gravi ritardi del governatore Solinas.
  5. È vero che abbiamo proposta la deportazione dei non residenti?
    – Falso. La deportazione è un fenomeno duraturo e permanente di intere comunità su base etnica dal proprio luogo di normale abitazione. Non c’è nessuno di questi elementi: né l’individuazione su base etnica, né la permanenza del provvedimento, né lo sradicamento dal proprio territorio.
  6. Caminera Noa si è mossa in ritardo e ha avanzato proposte per il contenimento sanitario solo a cose fatte?
    – No. Caminera Noa ha chiesto fin da subito, cioè dal 9 marzo 2020 «Il blocco degli accessi ai non residenti per almeno 30 giorni», vale a dire dopo il secondo diniego di Conte alle legittime, seppur tardive, richieste di Solinas.

 

Sulla questione interviene perfino Selvaggia Lucarelli con un articolo sul Fatto Quotidiano. Ecco alcuni stralci del suo articolo:

 

E poi c’è la Sardegna. In fondo ai pensieri di tutti, lontana quel solito braccio di mare che pare infinito, preoccupazione di pochi e, con una pandemia in corso, occupazione di nessuno. Perché nessuno pensa alla Sardegna, alla fragilità di una regione che sembra più al riparo di altre e che invece ha paura.

Eppure anche lì, anche in Sardegna è arrivato l’egoismo del “continente”, anche lì i medici pregano, tutte le notti, di non ritrovarsi il pronto soccorso affollato all’improvviso, di non dover combattere una guerra più disarmati che altri, più lontani di tutti. In migliaia, nei giorni in cui s’è capito che il virus era arrivato e anche dopo, quando non ci sarebbe stato più il tempo per scappare, sono scappati in Sardegna. Qualcuno – chi in Sardegna ci va in vacanza e si è potuto permettere la fuga benestante – ha giocato d’anticipo, occupando le seconde case i primi di marzo, popolando residence e paesini che d’inverno sono deserti, dalla Gallura ad Alghero al sud dell’isola.

A Carloforte, per dire, gli abitanti in questi giorni sarebbero raddoppiati e lì non c’è alcun presidio sanitario in grado di gestire eventuali urgenze. I sindaci sono così spaventati che in quasi tutte le città e cittadine sarde passa una macchina col megafono per dire alla popolazione di stare in casa. La voce spesso è quella di speaker locali che offrono il servizio.

Certo, c’è un “piano strategico” per implementare i posti, ma questa è la situazione odierna. F., un anestesista presso l’ospedale di Oristano, afferma: “Tutti questi cittadini arrivati in Sardegna da zone a rischio e altre potenzialmente a rischio hanno popolato paesi fantasma, una scelta scellerata perché qui non siamo al Nord. È stupidità. Soprattutto per quello che poi combinano alcuni quando vengono al Pronto soccorso con quadri di insufficienza respiratoria. Mentono sull’anamnesi, non dicono niente e noi veniamo esposti al contagio. Tenere un anestesista adesso in quarantena vuol dire creare un danno enorme all’ospedale, specie in uno come quello di Oristano che ha 5 posti in rianimazione. Il più vicino con la rianimazione, se qui finiscono i letti in terapia intensiva, è Cagliari.

Questa gente doveva capire che se non ci sono più posti qui, poi non c’è una regione confinante in cui portarli, si fa la fine dei topi. O pensano che trasporteranno i malati via in aereo? Io ho già dovuto fare una breve quarantena assieme ad altri colleghi e pure il tampone perché alcuni pazienti sospetti mi hanno nascosto contatti con parenti che arrivano dal Nord. Questo vuol dire che in caso di urgenza sono fuori gioco. Ho perciò deciso che non vedo più nessuno tra amici e parenti finché non finisce l’emergenza, farò la vita del lupo solitario”.

Insomma, una situazione preoccupante, specialmente perché in Sardegna il menefreghismo dei connazionali in fuga è passato più inosservato che altrove. E perché se il numero dei contagiati dovesse crescere esponenzialmente come in altre zone d’Italia, le ambulanze, per quanto potranno correre da una città all’altra, a un certo punto si troveranno il mare davanti.

 

Siamo di fronte ad una razzista, populista di destra, discriminatoria su base etnica anche in questo caso? Ai lettori di Pesa Sardigna la valutazione ponderata.

Corona Virus: in Sardegna l’epidemia c’è già ed è drammatica

di Claudia Aru 
– La Sardegna ha il primato mondiale della più alta incidenza della sclerosi multipla anche in età pediatrica, di due-tre volte superiore, con 2,85 nuovi casi l’anno fra i sardi under 18, cui si aggiunge uno 0,68 per le diagnosi di Cis (Clinically isolated syndrome), considerata l’esordio della SM.
-Diagnosi di tumore in aumento in Sardegna dove la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è inferiore rispetto alla media nazionale raggiungendo infatti il 60% fra le donne (63% Italia) e il 49% fra gli uomini (54% Italia). Pochi sardi seguono stili di vita sani: il 25,1% è sedentario. Non solo. Il 28,4% è in sovrappeso (e il 10,4% obeso), il 25,4% fuma. ed è superiore alla media nazionale (17,1%) la percentuale dei cittadini che assumono alcol in quantità a rischio per la salute (20,5%). I casi di tumore registrati sono 10.200 (6mila uomini e 4.200 donne), 200 in più rispetto al 2018 (5200 uomini e 4.800 donne).
– Sono quarantamila i malati di Alzheimer in Sardegna. Una patologia difficile da affrontare, ma soprattutto complicata da riconoscere e diagnosticare. In tutta Italia, secondo uno studio a livello nazionale, sono un milione e duecentomila le persone affette da questa malattia e ci sono oltre 700mila persone che ancora non sanno di essere malate. E la Sardegna è tra le regioni dove la patologia ha un’incidenza tra le più alte, collocandosi al dodicesimo posto nazionale, ma è tra le prima livello territoriale per tasso di mortalità con il triste primato del Sulcis.
– Ogni anno in Sardegna si registrano 45 nuovi casi di diabete ogni 100 mila abitanti. Un triste primato che pone l’Isola tra le prime regioni mondiali per l’incidenza della patologia nella fascia da zero a 14 anni.
Complessivamente si calcolano circa 70 mila malati dei quali 25 mila non sanno di esserlo e si stima che nel 2025 ci sarà un incremento del 21%.
– la Sardegna purtroppo conferma un triste primato che certamente non avremmo mai voluto avere. Prima in Italia nella classifica dei suicidi: 20,4 uomini e 4,5 donne su 100 mila abitanti contro circa 5 casi su 100 mila di media nelle regioni del Sud Italia. Numeri che fanno riflettere. L’OMS stima che ogni anno nel mondo muoiano un milione di persone per suicidio, 4000 in Italia.
– Sono oltre 56mila gli ettari di territorio sardo contaminato secondo i dati diffusi dal ministero dell‘Ambiente. Un numero preoccupante che porta l’Isola a essere la seconda regione in Italia, dopo il Piemonte che ha un territorio complessivo di quasi 90mila ettari. L’inquinamento a terra si estende per 21.625 ettari mentre la contaminazione del mare risulta addirittura più ampia raggiungendo i 35.164 ettari.
-Svegliatevi, cazzo.

Sui lavoratori Conad mentivano tutti. A Sassari l’assemblea cittadina

L’avevano detto a gran voce: il passaggio Auchan-Conad era di fatto una liquidazione fallimentare sottoscritta sulla pelle dei lavoratori e, in particolare in Sardegna, si trattava di un danno oltre la beffa dopo anni di porte spalancate alle multinazionali della Grande Distribuzione con il cavallo di Troia dei posti di lavoro. Caminera Noa, Sardegna Rossa, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista hanno organizzato lo scorso 8 febbraio un sit in congiunto agli Auchan di Sassari e di S. Gilla (Cagliari) per rilanciare una mobilitazione dentro e fuori le mura dei mega mercati e per ribadire un concetto semplice: le persone lavoratrici non sono cose da poter mettere da parte in un semplice passaggio commerciale, a dispetto degli slogan utilizzati dai colossi della distribuzione per vendere di più.

Ma Conad e Auchan non sono i soli responsabili di questo disastro. La signora assessora  al lavoro Alessandra Zedda che ha “rassicurato” dichiarando alla stampa che nel 2020 non ci saranno licenziamenti, è stata poi zittita dalla notizia diramata il giorno di S. Valentino (14 febbraio) sulla richiesta di cassa integrazione  per 5.300 lavoratori (a livello statale). I sindacati confederali dal canto loro si sono guardati bene dal proclamare lo sciopero  generale di tutti i lavoratori Conad, che in effetti era l’unica arma che poteva creare problemi alla proprietà.

 

Nel silenzio generale che sta nuovamente calando sulla vicenda le organizzazioni che si battono per una trasformazione sociale e per l’autodeterminazione del popolo sardo fanno la loro seconda mossa e convocano una prima assemblea cittadina a Sassari sulla vertenza.
Di seguito l’appello diffuso sui social e ai media:

Con il passaggio di consegne Auchan-Conad più di 400 lavoratori sardi rischiano di perdere il lavoro. Oggi in Sardegna perdere il lavoro significa con tutta probabilità restare disoccupati o dover emigrare. La proprietà fa domanda di cassa integrazione, ma allo stesso tempo elargisce vuote promesse di riassunzioni. La Regione Autonoma pende dalle labbra dei privati e non mostra i muscoli ad una Grande Distribuzione che in Sardegna ha fatto sempre ciò che ha voluto e ora tratta i dipendenti non come persone ma come cose.
I sindacati confederali sonnecchiano e non usano l’unica vera arma in mano ai lavoratori: lo sciopero generale di tutti i laviratori Conad. Tocca a noi scendere in piazza per dire che la nostra Isola non è un Supermercato e che le persone non devono essere trattate come cose. Decidiamo cosa fare per non lasciare i lavoratori CONAD-AUCHAN da soli!

Caminera Noa, Rifondazione Comunista, Sardegna Rossa, Domo de Totus, Potere al Popolo

L’assemblea cittadina è prevista per giovedì 27 febbraio, a Sassari, alle ore 18:30, nella casa del popolo Sa Domo de Totus, via Cetti 2 d. 

 

Il reato di solidarietà

di Gianluigi Deiana
Il caso della famiglia spano: appello per l’assoluzione del collettivo ‘furia rossa’ di Oristano
Si avvia alla conclusione presso il tribunale di Oristano il processo intentato contro tre giovani attivisti del Collettivo Furia Rossa, per un articolo di critica dell’operato della Questura in occasione di uno sfratto, avvenuto nel 2015 nelle campagne di Arborea.
La vicenda, maturata a causa della situazione debitoria di una azienda familiare nel rapporto con una banca, aveva comportato l’abbandono forzato della fattoria e dell’abitazione da parte della famiglia Spanu, da un lato con l’intervento attivo della forza pubblica e dall’altro con il dispiegamento di una resistenza passiva da parte della rete di solidarietà maturata in quei giorni.
La gravità del fatto (catena debitoria, perdita dei beni primari) era apparsa emblematica della precipitazione sociale nella quale stavano cadendo molte famiglie contadine; e tuttavia questa gravità, che costituisce il centro del problema, è stata successivamente adombrata dalla ribalta che si è determinata con la denuncia di diffamazione, elevata per iniziativa della Questura medesima a carico di alcuni dei contestatori di prima linea, appunto il Collettivo Furia Rossa. In ragione di un epiteto, che si assume come volgare ma di uso assolutamente comune e nei contesti più svariati, i giovani Davide Pinna, Mario Figus e Marco Contu sono stati chiamati a processo con una richiesta di risarcimento di oltre duecentomila euro da parte dei denuncianti e di otto mesi di reclusione da parte del pubblico ministero.
Se emblematica e cinica era apparsa la vicenda Spanu, questa sua conseguenza apparentemente secondaria ne replica in automatico la pesantezza e la gravità; la questione si configura ora in modo compiuto e assolutamente semplice:
come sia possibile che vecchi contadini che non hanno commesso reati siano rovinati per sempre nell’indifferenza generale, e come sia possibile che giovani studenti, incensurati fin nei registri di scuola, che non sono rimasti indifferenti a quella vicenda, debbano rischiare di subire la stessa sorte.
Non è per questo genere di avvitamenti che i cittadini necessitano degli istituti di polizia: noi che di questi studenti siamo stati maestri, noi cittadini, abbiamo conformato il nostro insegnamento al principio che proprio l’indifferenza è il maggior pericolo sociale, in quanto complice perpetuo delle ingiustizie conclamate e delle storture che possono generarsi nei periodi di crisi, ed è il massimo agente diseducativo, in quanto è il più pervasivo e impunito dei mali della società; le impertinenze verbali, in questa difficile composizione delle ragioni, non si castigano per via giudiziaria.
Vorremmo sollecitare i denuncianti a ritirare la loro iniziativa giudiziaria, in rispetto di questo principio superiore che primariamente deve ispirare anche la loro funzione; manifestiamo a Davide, Mario e Marco la nostra solidarietà, e chiediamo la loro piena assoluzione.
CHIUNQUE VOGLIA SOTTOSCRIVERE QUESTA DICHIARAZIONE PUÒ FARLO DIRETTAMENTE A COMMENTO DI QUESTO POST E PUÒ EVENTUALMENTE CONDIVIDERLO CONTRIBUENDO ALLA SUA DIFFUSIONE