Ospedali occupati: è rivolta!

 

Il faro della sanità di La Maddalena simbolo della protesta e dell’occupazione dell’ospedale Paolo Merlo

«L’assessore Paci intervistato, sulla situazione della sanità dall’Unione Sarda lo scorso 23 settembre, esprimeva la sua felicità per “aver gestito un enorme rientro di costi senza imporre ticket. Quanto ai servizi, non è la mia competenza: forse serve tempo perché ci sia l’adeguata percezione dell’importanza della riforma”.

Evidentemente non la pensano così le decine di comitati in Sardegna stanno occupando gli ospedali in dismissione e promuovendo azioni di lotta, né il soggetto-progetto Caminera Noa che dallo scorso giugno ha sollevato la questione del finanziamento pubblico al privato denunciando in particolare l’operazione Mater Olbia, né la Rete Sarda per la sanità Pubblica che instancabilmente denuncia la dismissione ospedaliera dell’isola e ha convocato una manifestazione a Cagliari prevista per il prossimo 25 ottobre.

La mobilitazione chiamata dalla Rete sarda difesa sanità pubblica del prossimo 25 ottobre

Intanto si inasprisce la resistenza delle comunità agli scippi della sanità pubblica sui territori. A La Maddalena, dopo la riuscita manifestazione congiunta di Caminera Noa e del Comitato cittadino in difesa del Paolo Merlo, un nutrito e motivato gruppo di cittadini, armato di striscioni e bandiere sarde, ha occupato in pianta stabile l’ospedale.

L’occupazione è iniziata venerdì 5 ottobre con un blitz improvviso dopo una decisione lampo presa in giornata. I promotori sono stati subito affiancati da una gara di solidarietà da parte di chi non può fare i turni. «L’esperienza è bellissima – dice Emanuela Cauli, esponente del Comitato – ci stiamo stringendo tutti intorno al nostro ospedale. Abbiamo messo bandiere dei quattro mori ovunque perché siamo sardi anche noi e in questo senso va l’azione simbolo della torre faro alta dieci metri che accendiamo tutte le notti rivolta verso la Sardegna: una rivolta che parte da nord e che si riferisce a tutta la Sardegna. Ricordiamo gli ospedali di Ghilarza e Isili occupati anche loro e probabilmente se ne uniranno a noi. L’obiettivo è occupare fino a quando Arru e Moirano, la dottoressa Virdis dell’ATS di Olbia non verranno a sentire i disagi e le difficoltà enormi che stiamo affrontando per poterci curare. Con i tempi delle liste non si possono fare liste vitali e stiamo facendo collette comunitarie per permettere ai pazienti di fare visite private a Sassari. C’è gente che ha bisogno di interventi e non può fare l’elettrocardiogramma propedeutico perché le liste di attesa dell’ospedale sono troppo lunghe. Stamattina siamo stati richiamati dalla direzione sanitaria dell’ospedale perché secondo loro stiamo intaccando la privacy dei pazienti dell’ospedale ma non è vero perché i pazienti si siedono con noi per difendere il presidio. Per cui la nostra risposta è stata chiara: siamo qui e non ce ne andremo e soprattutto non vogliamo salvare il salvabile, vogliamo tutti i servizi che ci hanno tolto. Abbiamo capito che l’obiettivo è ridurre il nostro ospedale a una guardia medica che non copre neppure le 24 ore, bensì 12 ore. L’obiettivo è chiudere tutti gli ospedali e accentrare tutto nei grandi ospedali, anche in quelli privati come il Mater che, anche a detta degli operatori interessati, è una concausa della morte della sanità pubblica a monte dei tagli sconsiderati senza giudizio e senza umanità.

Abbiamo fortunatamente l’appoggio dell’amministrazione e abbiamo l’intenzione di andare avanti e di fare azioni sempre più forti. Abbiamo l’appoggio anche di molti professori che stanno portando le classi al presidio per spiegare cosa stiamo facendo nell’ambito di una applicata azione di educazione civica.

Dulcis in fundo  la chiesa dove gli occupanti riposavano nelle ore notturne è stata chiusa per volontà della direzione sanitaria, nonostante l’opposizione dei parroci solidali con il presidio.

Cramada a is disterraus

Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli, Milano, 1968

I circoli dei sardi esistono già e ricevono anche lauti finanziamenti dalla Regione Autonoma, ma si tratta di associazioni spesso prive di qualunque prospettiva di trasformazione della realtà sarda in chiave anticolonialista. Ciò si è reso palese con l’adesione della FASI alla raccolta firme per l’inserimento del principio di insularità nella Costituzione italiana, iniziativa come sappiamo legata ad una concezione subalterna promossa da movimenti colonialisti e di destra come i Riformatori Sardi.

Sta nel solco dell’esigenza di chiamare a raccolta gli emigrati sardi dotati di coscienza politica che non si rassegnano ad un ruolo meramente passivo o folkloristico l’evento organizzato a Bologna dal collettivo Zenti Arrubia e previsto il 18 novembre al centro sociale VAG61.

Di seguito il testo della chiamata:

 

Il periodo storico attuale, caratterizzato dalla “totale” libertà di circolazione delle merci e delle persone, ha rimesso al centro del dibattito il tema dell’immigrazione/emigrazione e delle grandi migrazioni umane. Nonostante la martellante pressione mediatica volta ad affrontare il fenomeno come un problema o una minaccia, in ognuno di noi sardi ritorna alla memoria, volente o nolente, il racconto di quel parente o amico che oggi come ieri si vede(va) costretto a lasciare il paese e gli affetti per tentare fortuna, o per studiare e dare maggiori opportunità alle proprie aspirazioni, in Italia o addirittura fuori dai confini dello stato.
La comunità sarda emigrata nella Penisola è molto numerosa e anche stratificata, in quanto comprende un nutrito gruppo di emigrati di seconda e terza generazione, ma non oltre. Contrariamente a quanto si pensa, il fenomeno migratorio sardo non ha avuto le magnitudini dell’omologo che ha riguardato la Sicilia e tutto il Meridione: prima degli anni ’60 del Novecento erano pochi i sardi che decidevano di affrontare il mare.
L’emigrazione sarda come fenomeno sociale ha quindi una precisa collocazione temporale e un preciso contesto da cui si è originata, ovvero il modello industriale esogeno di cui oggi la nostra terra ne paga le conseguenze (che, nonostante sia da tanti anni che viviamo fuori, ancora consideriamo tale).
Sappiamo che in Italia come nel resto del mondo, tra gli anni 70 e 80, siano cominciati a nascere i primi circoli dei sardi, ancora oggi attivi nei territori – e che in Italia hanno avuto anche la lungimiranza di federarsi a livello “nazionale” – che portano avanti la loro funzione di animatori del tessuto culturale in cui vivono e verso la comunità sarda ivi presente, insieme alle reti informali e mutualistiche tra sardi emigrati e tra questi e la Sardegna che i circoli hanno da sempre stimolato e agevolato; risultando ancora oggi un valido strumento per integrarsi col contesto urbano di approdo per i nuovi emigrati, nonché fare da rappresentante istituzionale per portare avanti rivendicazioni e vertenze come quelle sulla continuità territoriale.
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito inoltre ad un incremento dell’emigrazione “di cervelli”, ovvero di sardi che scelgono di frequentare le università site in Italia, vuoi per questioni strutturali legati al sottoinvestimento delle università sarde e ad una politica universitaria scadente (nonostante le potenzialità sulla carta), per un sistema di welfare studentesco non omogeneo sul territorio italiano che non garantisce i medesimi livelli di standard e che quindi incentiva a raggiungere quelle regioni con una più alta copertura di borse di studio, oppure perché semplicemente desiderosi di conoscere contesti nuovi e differenti.
Vista la notevole quantità di sardi emigrati, per le ragioni più disparate, e visto anche quel forte attaccamento verso la nostra isola che tutti sentiamo intimamente, sono molti quelli che vorrebbero avere la prospettiva di tornare in Sardegna e di potersi realizzare e vedere valorizzate le proprie competenze anche in Sardegna. Purtroppo però date le condizioni di sottosviluppo della nostra isola e nessun cambio di tendenza all’orizzonte, questo continuerà ad essere un sogno. A questo punto ci si può abbandonare al catastrofismo e vivere di eterna “saudade” oppure riflettere collettivamente se può invece rappresentare una rivendicazione da muovere a quelli che, come cinquanta anni fa, ci spingono ad emigrare e non ci permettono di tornare.
Così come i palestinesi rifugiati all’estero impugnano il diritto al ritorno nella loro terra martoriata dall’occupazione sionista, anche i sardi emigrati che desiderano tornare nella propria terra – e che magari non hanno neanche scelto di abbandonare – devono avere la possibilità di organizzarsi per essere davvero liberi di muoversi ma anche liberi di scegliere dove stanziarsi, cercando di combattere l’emorragia di persone che vedrà disabitati e abbandonati i paesi della Sardegna del futuro.
Il confronto e l’organizzazione, quindi, possono essere degli strumenti utili a problematizzare i motivi della nostra “fuga” e condividere quelli che invece ci animano quando pensiamo all’opportunità di tornare in Sardegna, cercando di concretizzarlo e di non farci vincere dalla retorica nostalgica e tragica che ammanta l’emigrazione sarda “istituzionale”.
Abbiamo bisogno di prospettive comuni e di un rinnovato senso di comunità dei sardi emigrati, che non siano solo folklore e spuntini organizzati ogni 28 aprile, ma che si pongano dei problemi sulla propria condizione di “sardo nel mondo”.
L’esperienza di forze organizzate e attive nel passato come Su Pòpulu Sardu e Sardigna Ruja, alle quali il nostro collettivo si è ispirato sin dalla sua genesi, è emblematica di questo processo ed è infatti alla loro sensibilità e alla loro azione che facciamo riferimento, invitando ad incontrarsi e organizzarsi tutti coloro che, in barba all’appiattimento sociale e al reflusso dalla politica attiva, ancora oggi partecipano alle attività di associazioni culturali, collettivi e circoli dei sardi e che vogliono lottare per poter essere padroni del proprio destino e scegliere di emigrare ma anche di poter crescere e maturare dove siamo nati o dove sentiamo le nostre radici. Per i sardi come per chiunque altro essere umano.

*** presto il programma completo

Cara Aspal ti scrivo

Gli operatori dello sportello Telèfonu Ruju (progetto lanciato dal soggetto-progetto Caminera Noae da USB) scrivono all’Agenzia Sarda per le politiche attive del lavoro. Lo fanno in maniera pubblica con tanto di nota di accompagnamento a mezzo stampa e si aspettano una risposta chiedendo spiegazioni in merito ai tanti ritardi di pagamento segnalati dai tirocinanti che si sono rivolti allo sportello.

Pesa Sardigna seguirà da vicino le evoluzioni di questa battaglia. di seguito il testo integrale della lettera diffusa da Telèfonu Ruju:

Grazie a tutte le segnalazioni ricevute abbiamo deciso di inviare una mail direttamente all’ASPAL per chiedere chiarimenti sui ritardi nei pagamenti dei tirocini.

Reputiamo necessario portare alla luce questa problematica non di poco conto. La maggior parte dei tirocini sono, in realtà, veri e propri lavori.

La cifra è già esigua, se aggiungiamo anche i ritardi nel pagamento dei 300 euro spettanti la Regione i tirocinanti e le tirocinanti stanno praticamente lavorando gratis.

Per questo abbiamo deciso di intervenire direttamente!

Qui il testo della mail:

Alla cortese attenzione dell’ASPAL,
Siamo le operatrici e gli operatori di Telèfonu Ruju, una campagna di Caminera Noa e dell’USB Sardegna che si occupa di raccogliere segnalazioni dai lavoratori e lavoratrici che vivono condizioni di sfruttamento e irregolarità sul lavoro.

Vi scriviamo per chiedere chiarimenti in merito allo stato dei pagamenti dei tirocini finanziati dalla Regione Sardegna.

In questi giorni abbiamo ricevuto numerose segnalazioni riguardanti i ritardi nei pagamenti, per entrambe le tipologie di tirocinio, che consistono in:

– Tirocini di Tipo B. Al 26/09/2018 il pagamento della quota spettante all’ASPAL non è ancora stata corrisposta. Fino al mese di giugno il pagamento è stato effettuato il giorno 18 di ogni mese, da luglio si rileva un ritardo di ben 7 giorni rispetto a questa data. Per la mensilità di giugno, corrisposta a settembre, l’accredito della somma è avvenuto il 25 luglio.

Nel mese di agosto l’ASPAL ha inviato una mail a tutti i tirocinanti e le tirocinanti in cui si chiedeva di chiudere il libretto entro il 06/08 per poter procedere con il pagamento prima della chiusura per ferie dell’amministrazione.
In questo caso il pagamento è avvenuto il 09/08.

Alla luce di questi dati vorremmo sapere se esiste una data entro la quale l’ASPAL deve corrispondere i 300 euro a suo carico; se non dovesse esistere vorremmo sapere il motivo per cui non è definita e cosa abbia interrotto la regolarità nei pagamenti, esistita fino a giugno.

– Tirocini di Tipo A. Le segnalazioni ricevute hanno tutte come oggetto i ritardi nel pagamento da parte dell’INPS, ma soprattutto la totale incertezza riguardante la data degli stessi.
I tentativi di comunicazione con gli enti non hanno avuto esito positivo, in quanto l’INPS risponde raramente e quando lo fa rimanda all’ASPAL, la quale, a sua volta, rimbalza le responsabilità verso l’INPS.

Esigiamo, dunque, chiarimenti e informazioni precise in merito alle date dei pagamenti delle due tipologie di tirocinio e chiediamo che gli enti comunichino in modo efficiente con i tirocinanti e le tirocinanti, i quali necessitano di avere notizie dei loro 300 euro mensili.

Da tutte le segnalazioni, infatti, emerge che tanti e tante tirocinanti hanno inviato numerose mail all’indirizzo “lav.agenzia.regionale@regione.sardegna.it”, senza tuttavia ottenere risposte.

Le nostre domande sono, dunque, le seguenti: esiste, per caso, un’altra mail a cui fare riferimento? Perché le richieste più che lecite vengono ignorate in questo modo?

Inoltre, alla luce delle nuove Linee Guida sui tirocini che entreranno in vigore dal primo Ottobre ex Deliberazione n.34/7 del 3.07.2018, chiediamo chiarezza sul rapporto che intercorrerà tra la nuova disciplina e i tirocini tipologia A e B che verranno attivati dal primo Ottobre, e più precisamente se a questi ultimi si applicherà interamente la nuova disciplina.

Certi di un vostro celere riscontro Vi porgiamo i nostri saluti.

Gli operatori e le operatrici di Telèfonu Ruju.

La Maddalena in piazza per difendere la sanità pubblica

Dopo aver scoperchiato il vaso di pandora del Mater Olbia con la mobilitazione dello scorso giugno, il nuovo soggetto-progetto politico Caminera Noa ritorna in piazza – questa volta affiancato dal Comitato Cittadino in difesa del Paolo Merlo di La Maddalena – per rilanciare la lotta generale in nome della sanità pubblica, contro ogni strategia di privatizzazione e per denunciare gli accordi militari tra Difesa italiana e la petro-monarchia del Qatar previsti proprio a La Maddalena. Caminera Noa lo scorso giugno attirò su di sé una serie di attacchi a mezzo stampa da parte di diverse forze politiche, dal PD al Forza Italia al Psdaz alla segreteria provinciale della CGIL ma tenne botta e scomodò perfino l’assessore Arru in una polemica pubblica.

Oggi la lotta viene rilanciata ripartendo da uno dei territori più sacrificati dalla demolizione della sanità pubblica e assume i contorni di una mobilitazione ben più ampia della base di attivisti del soggetto politico, vista la partecipazione nell’organizzazione del Comitato cittadino e l’adesione di molti cittadini di La Maddalena impegnati nell’associazionismo e persino del sindaco Luca Carlo Montella che dalla sua pagina fb annuncia la sua presenza: “Non c’è manifestazione pacifica in difesa del nostro Ospedale alla quale saremo assenti. Il 22 settembre alle 11 al Paolo Merlo NOI CI SAREMO!”. Le adesioni social sono davvero tante e gli attivisti del comitato hanno diffuso sia in rete, sia materialmente, il volantino congiunto con Caminera Noa rendendo nota anche la collaborazione della tipografia Rossi che si è resa così disponibile a sostenere questa battaglia in difesa della comunità.

Inoltre da una recente nota diramata dal Comitato cittadino si apprende che parteciperà all’evento anche l’ex consigliera regionale Claudia Zuncheddu il cui impegno in difesa della sanità pubblica è notorio e riconosciuto da tutti:

La Manifestazione a cui parteciperanno tutti i comitati aderenti alla Rete Sarda per la Sanità, con i loro portavoce, tra cui Claudia Zuncheddu, da sempre in prima linea contro lo sfascio causato da questa riforma intende unire non solo simbolicamente la nostra Sardegna, da Nord a Sud, nello spirito che dovrebbe contraddistinguere il nostro popolo, e cioè l’unione e la partecipazione democratica alla vita sociale e collettiva.

La mobilitazione incassa anche il sostegno della tavola sarda contro l’occupazione militare A Foras che, dal campeggio di Tertenia, lancia una convinta adesione alla mobilitazione:

A FORAS IN DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA

Adesione alla manifestazione in difesa del Paolo Merlo 
Sabato 22 settembre 2018 ore 11 La Maddalena

A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna è un’assemblea aperta e inclusiva che lotta per il blocco delle esercitazioni, la completa dismissione dei poligoni, il risarcimento delle popolazioni da parte di chi ha inquinato e la bonifica dei territori compromessi.

A Foras coerentemente con i principi su cui basa le sue lotte legate anche alla tutela della salute pubblica e dei territori in cui la stessa viene minata direttamente o indirettamente con politiche scellerate di impoverimento delle strutture sanitarie – proprio nei territori dove sono più evidenti anche i danni fisici sulle popolazioni che hanno ospitato e/o ospitano ancora dal 1956 strutture militari italiane e Nato, in cui si svolgono esercitazioni e formazione di militari finalizzate alla Guerra e all’occupazione militare – aderisce alla manifestazione del 22 Settembre a La Maddalena chiamata da Caminera Noa e il Comitato Cittadino in difesa dell’Ospedale “Paolo Merlo”.

Scendiamo in strada dunque in difesa delle strutture della Sanità Pubblica di tutta la Sardegna, chiuse o impoverite non solo nei finanziamenti, ma anche nei servizi ai cittadini, da una riforma sanitaria regionale volute dalla Giunta Regionale, che non solo a tale proposito ha fatto “tagli”enormi: investe nella sanità privata come il Mater Olbia del Qatar e sigla l’accordo tra Qatar, Ministero della Difesa e Regione Sardegna – che prevede che soldati del Qatar si formeranno e si eserciteranno nella scuola sottufficiali «Domenico Bastianini» di La Maddalena da gennaio 2019.
Non solo, è di questi giorni la notizia che per la fine di settembre dovrebbero arrivare un centinaio di militari provenienti dalla Libia. Per loro è stata appositamente ristrutturata una capiente palazzina. Con lo Stato nordafricano c’è un accordo formativo-militare relativo a corsi concernenti l’attività di guardia costiera.
Per la fine dell’anno o gli inizi del 2019 dovrebbero giungere anche, sempre per frequentare i corsi di Mariscuola, militari del Kuwait.
Insomma siamo di fronte all’ennesima palesazione della continua militarizzazione dell’Isola col tacito e meschino appoggio della Regione Sardegna.

L’appuntamento è per sabato 22 settembre  alle  ore 11:00, sopra il parcheggio “Opera Pia” davanti al Paolo Melo. Non di secondaria importanza è che il volantino è interamente in maddalenino.

Di seguito il comunicato congiunto di lancio della manifestazione e il link dell’evento social che lo sponsorizza:

La sanità pubblica è un bene comune che va tutelato anche impedendo progetti di speculazione privata che la danneggino. Nonostante si faccia di tutto per evitare di associare la realizzazione del Mater Olbia al ridimensionamento della rete ospedaliera pubblica di La Maddalena, tutta la Gallura e di tutta la Sardegna, la verità è facilmente dimostrabile e tutta contenuta nelle diverse disposizioni di legge dal 2014. L’accordo imposto da Renzi a Pigliaru per agevolare “gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere” è chiaramente riportato nella legge di stabilità 164 del 2014. Il “punto di riferimento per la Gallura”, come è definito il Mater, costerà caro all’isola: mentre la parola d’ordine per gli ospedali pubblici è “riduzione della spesa”, per il Mater, gli euro messi a bilancio ammontano a 55,6 milioni l’anno (Deliberazione di Giunta Regionale n.24/1 del 26/06/2014).
Non è un caso che in questi ultimi due anni siano nati già sedici Comitati in difesa degli ospedali e dei propri territori, molti dei quali convergono nella Rete Sarda in difesa della Sanità Pubblica.

LE NOSTRE RICHIESTE: Caminera Noa e il Comitato Cittadino in difesa del “Paolo Merlo” di La Maddalena chiedono non solo il miglioramento dei servizi ospedalieri pubblici di grandi dimensioni che invece sono impoveriti in tutta la Sardegna, ma soprattutto la tutela dei piccoli e quelli delle “zone disagiate”, che sono a rischio chiusura o che sono declassati e trasformati in pronto soccorso o strutture di lunga degenza. L’efficienza della sanità pubblica non può essere intesa come un mero taglio delle spese, bensì come una reale riorganizzazione che garantisca uguali servizi di qualità per tutti, a prescindere dalla densità abitativa delle aree di interesse.

Quello dell’Ospedale “Paolo Merlo” di La Maddalena è sicuramente uno dei casi più emblematici. Un esempio dei tanti danni subiti è quello del punto nascita: a tal proposito chiediamo che non sia chiuso solo perché non risponde a parametri, europei e italiani, stabiliti sulla base di concetti economici di austerity completamente decontestualizzati dalle realtà cui sono applicati. Chiediamo perciò che si applichi la deroga così com’è stato per altri ospedali definiti di “zone disagiate”, per esempio in Sicilia: Bronte, Licata, Nicosia, Corleone, Pantelleria e Cefalù; in Trentino: Cles e Cavalese; in Emilia Romagna:Scandiano (Re) e i due situati nel cratere sismico: Mirandola (Mo) e Cento (Fe).
Ripristino e/o potenziamento dei servizi soppressi o ridimensionati a La Maddalena:

Oncologia: aperta ufficialmente, in realtà non eroga terapie, solo il prelievo propedeutico alla terapia; 
Dialisi: chiude alle 14, dopodiché non c’è la reperibilità; 
Ginecologia: soppressa a causa della soppressione del percorso nascite previsto in riforma; 
Pediatria: aperto solo due volte la settimana; 
Iperbarica: solo ossigenoterapia, non funziona per emergenze;
Chirurgia: chiusa, neanche ambulatoriale; 
Farmacia ospedaliera:i farmaci arrivano da Olbia e, se non ci sono ambulanze disponibili, non possono essere somministrati ai pazienti;
Elisoccorso: per quanto efficiente, nel caso di doppia emergenza o in condizioni meteorologiche sfavorevoli, non potrà mai sostituire l’assistenza diretta in loco.

FERMIAMO LA COLONIZZAZIONE DA PARTE DEL QATAR

La Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese più ricco del mondo, ha acquistato nel 2012, la Smeralda Holding dal finanziere americano-libanese Tom Barrack, entrando in possesso di un patrimonio immobiliare consistente in 4 alberghi, la marina di Porto Cervo, il Pevero Golf Club e soprattutto nei 2.300 ettari di terreni vergini su cui oggi incombe la minaccia di una immensa lottizzazione. Inoltre La Maddalena, dal gennaio 2019, ospiterà, a seguito di un accordo tra Qatar, Ministero della Difesa, col beneplacito della Regione Sardegna, i soldati del Qatar che si formeranno e si eserciteranno nella scuola sottufficiali «Domenico Bastianini» di La Maddalena. In “cambio” l’emiro Al Thani ha annunciato l’acquisto di quattro corvette per la difesa aerea, prodotte da Fincantieri, perciò il Qatar è in grado, con il flusso di investimenti milionari spalmati in più settori strategici, dai trasporti alla sanità, di influenzare decisioni politiche importanti.

Ha ragione Claudia Zuncheddu a definire l’intera vicenda del Mater Olbia come una «operazione coloniale senza precedenti» avallata dalla quasi totalità delle forze politiche isolane (comprese alcune sedicenti sardiste o sovraniste). Il miraggio di investimenti qatariani nel Mater Olbia, lasciano intravvedere il preludio per l’abbattimento di vincoli e impedimenti all’aumento di cubature e alla realizzazione di nuove faraoniche costruzioni. In poche parole più cubature, cemento e deroghe in cambio di petroldollari. In questa direzione pare essere orientato il governo Pigliaru e i suoi alleati sovranisti che intendono modificare il PPR del 2006.

Caminera Noa e il Comitato Cittadino in difesa del “Paolo Merlo” di La Maddalena invitano tutti i cittadini di La Maddalena, Gallura e Sardegna e tutte le associazioni e i movimenti politici sensibili a tali tematiche, a partecipare domenica 22 settembre alle ore 11:00, nel parcheggio degli ospedalieri Piazzale Opera Pia davanti all’ospedale, alla manifestazione a sostegno del “Paolo Merlo”contro la privatizzazione della sanità sarda a sostegno della Sanità Pubblica, sempre più impoverita sia di risorse sia di servizi.
Il microfono sarà aperto a tutte le opinioni con la sola discriminante dell’educazione e del rispetto reciproco.

Sardegna e Sicilia isole in lotta

Il Mediterraneo è da sempre un luogo di eserciti, di strategie militari, di tensioni geopolitiche. Oggi al centro ci sono soprattutto i migranti che cercano di attraversare quelle acque per raggiungere il miraggio di una vita più degna di quella che gli è capitata nella loro terra. Incolpevoli, vittime della diplomazia e del pugno duro dei paesi europei, della speculazione dei trafficanti di armi e di materie prime estratte dall’Africa e dal Medio Oriente.

Poi ci sono i popoli che sulle sponde del Mediterraneo ci abitano, che devono rinunciare alla loro terra perché lì si devono esercitare le forze militari dei Paesi che prendono parte al Grande
Gioco del Mare Interno. Si devono esercitare – come accade nelle basi militari e nei poligoni sardi – ma usano quelle sponde anche per tenere sotto controllo quelle acque – come accade con gli impianti del MUOS in Sicilia o come sarebbe dovuto accadere con i radar che più volte hanno cercato di installare in Sardegna – o per produrre le armi che poi semineranno panico e distruzione nei paesi del Medio Oriente – come accade con le bombe prodotte a Domusnovas.

Un giorno poi, magari non troppo lontano, quelle basi serviranno di nuovo come centri logistici per le campagne militari, come già accaduto per gli attacchi in Libia solo qualche anno fa.

Costruire un Mediterraneo delle persone e dei popoli, e non degli Stati e degli apparati militari-industriali, ecco l’obiettivo di questo incontro-dibattito tra A Foras, l’assemblea Sarda contro l’occupazione militare, e i NO MUOS siciliani. Conoscersi meglio e coordinare le proprie lotte, per rendere realizzabile la prospettiva di un Mediterraneo dove tutte le persone possano circolare, ma non possano entrare eserciti e bombe. Isole in lotta contro l’occupazione militare che pervade le nostre acque, le nostre terre e le nostre vita.

Al termine dell’incontro-dibattito tra A FORAS e NO MUOS, ci sarà una cena popolare e poi un concerto che vedrà impegnati numerosi artisti della scena sarda attivi anche nel sostegno alla lotta contro le basi militari.

I proventi della serata saranno destinati al sostegno alle spese legali dei compagni e delle compagne del Collettivo Furia Rossa di Oristano, impegnati in un processo in cui alcune parti dello stato italiano li accusano di aver diffamato il loro onore, per aver semplicemente denunciato pubblicamente la violenza che aveva segnato l’esecuzione di uno sfratto qualche anno fa.

 

Metanodotto in Sardegna: regione o colonia?

C’è un appello che sta girando sottotraccia in rete ed è quello lanciato dalla pagina Sardegna Rossa, rivolto a “tutte le forze anticolonialiste sarde e a tutto il movimento operaio rivoluzionario per fermare quest’impresa scellerata”.

L’impresa scellerata è il metanodotto che dovrebbe vedere la Sardegna diventare un gigantesco hub energetico del Mediterraneo.

Qualche mese fa era intervenuto sul tema anche il giornalista Vito Biolchini sul suo blog con un articolo molto chiaro a riguardo: In Siria infuria la guerra del gas e la Sardegna vuole a tutti i costi il metano: come se niente fosse.

Biolchini scrive senza mezzi termini che il progetto, spacciato dalla giunta Pigliaru come meta di progresso e abbattimento dei costi per le imprese, “in realtà prevede soprattutto la realizzazione di depositi costieri, che dovrebbero essere realizzati non a beneficio dell’esiguo mercato sardo ma di quello internazionale, ben più vasto e promettente, depositi che consentirebbero ai grandi player dell’energia di stoccare il gas per poi rivenderlo in altri stati. Depositi costieri che per essere realizzati hanno bisogno di essere inseriti in una nuova pianificazione territoriale (ed ecco allora che potrebbe arrivare a fagiolo la nuova legge urbanistica targata VaniniErriuPigliaru, pronta a favorire gli interessi dell’Eni e non solo quelli degli speculatori locali). Con questo progetto di metanizzazione la Sardegna diventerebbe dunque un grande hub nel Mediterraneo, una piattaforma energetica inserita in un contesto internazionale e mondiale ben più vasto. E ben più instabile“.

La Sardegna secondo Biolchini diventerebbe insomma una mera piattaforma energetica, una servitù coloniale utile soltanto ai grandi attori dell’energia internazionale, con l’aggravante di andare a infilarsi in un conflitto molto serio e dagli esiti imprevedibili (tra i quali c’è una tensione militare sempre crescente) tra i due progetti in competizione: quello promosso dalla Russia attraverso l’Iran e quello spinto dagli USA attraverso il Qatar.

Di seguito l’appello di Sardegna Rossa:

Il 13 giugno 2017 il Ministero dello sviluppo economico e la Regione Sardegna (giunta di centrosinistra) firmarono l’ “Accordo procedimentale per le autorizzazioni dei metanodotti inclusi nella Rete Nazionale e nella Rete Regionale”: un metanodotto che collegherà Sarroch, Oristano e Porto Torres e sarà lungo 277 chilometri, uno unirà Cagliari al Sulcis, 57 chilometri, mentre l’ultimo spaccherà l’isola in orizzontale unendo Codrongianos a Olbia con una tubatura di 75 chilometri e due depositi a Oristano e un deposito più ampio, e con possibilità di rigassificazione, nell’area di Cagliari, approvvigionati con navi metanifere. Il costo previsto dell’impresa imperialista è di un miliardo e 578 milioni di euro. In una nota del quotidiano sardo La Nuova Sardegna del 15 settembre per quanto riguarda i tempi dell’impresa veniva scrisse: “Impossibile sapere quando l’intera opera sarà completata: trattandosi di un iter piuttosto complesso nessuno ha mai azzardato dei tempi perché il rischio è non riuscire a rispettarli”. Non c’era bisogno del commento della La Nuova Sardegna per sapere che l’opera una volta iniziata non si sa quando finirà. Storicamente le masse proletarie in Sardegna conoscono per esperienza sulla propria pelle l’efficienza dei capitalisti e del loro stato: vent’anni per la tratta ferroviaria Cagliari-Sassari (1864-1884).

L’Accordo attuale sostituisce il precedente “GALSI” (Gasdotto Algeria Sardegna Italia). Accordo nato con la costituzione di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. L’itinerario di “GALSI”: dalla stazione di El-Kala, in Algeria, per approdare a Porto Botte, in comune di Giba, da dove sarebbe dovuta salire verso nord riprendendo il mare nei pressi di Olbia per approdare, infine, in Toscana, nella zona di Piombino. L’Eni, da subito, fu contraria all’iniziativa fuori dalle linee politiche governative, iniziate con Prodi e Berlusconi, di privilegiare i rapporti con l’oligarchia russa per l’approvvigionamento del metano. La società che deteneva il 46% delle azioni “GALSI” era la Sonatrach, la compagnia di Stato algerina per la ricerca, lo sfruttamento, il trasporto, la commercializzazione di idrocarburi. Indagata, alla fine del 2012, dalla procura di Milano per una tangente di 200 milioni di euro, la Sonatrach chiese di prendere tempo fino al maggio 2013. Nel maggio del 2014 la giunta regionale di centrosinistra ritira la SFIRS (società soggetta a direzione e controllo della Regione Sardegna) dall’accordo GALSI: “L’uscita da Galsi non può in alcun modo interrompere il processo di metanizzazione già avviato con la realizzazione, attualmente in corso, delle reti urbane di distribuzione del gas, il cui completamento richiede la costruzione di una dorsale di trasporto e delle relative reti intermedie di collegamento. Anzi usciamo da Galsi proprio per rilanciare la metanizzazione della Sardegna. Non possiamo continuare a stare fermi su un tema strategico per lo sviluppo della nostra regione “, Francesco Pigliaru, presidente della giunta degli ascari di centrosinistra.  Con il ritiro dal GALSI, la Regione sarda si è ripresa gli undici milioni di euro che vi aveva investito. Con il nuovo accordo tra Snam e Società gasdotti Italia, Regione Sardegna e MiSE per il metanodotto in Sardegna, entra in ballo l’Eni che con la Snam ha firmato, alla fine del 2017, un accordo progettazione, realizzazione e manutenzione da parte di Snam di un primo lotto di 14 nuovi impianti di gas naturale compresso (compressed natural gas – CNG) all’interno della rete nazionale di distributori Eni, favorendo l’offerta di carburanti alternativi a basse emissioni come il gas naturale. La giunta degli ascari di centrosinistra vi ha reinvestito gli undici milioni.

Due sporchi affari colonialisti sulla pelle delle masse sarde. Oggi, come ieri, la borghesia italiana usa la Regione Sardegna e i governi regionali come comitato d’affari degli ascari per potervi condurre scorribande, saccheggi e devastazioni.  Lo stato italiano è nato con l’assoggettamento coloniale del sud e della Sicilia alla borghesia settentrionale guidata dai tiranni sabaudi. I Savoia estesero a tutto il Meridione e alla Sicilia il rapporto coloniale che instaurò in Sardegna con il trattato di Londra del 1720, quando gli fu messa nella testa ottusa e oscurantista la corona maledetta del Regno di Sardegna. Rapporto coloniale di cui erano consapevoli i rivoluzionari sardi nel triennio 1793-1796. Dai Savoia alla Repubblica sono falliti tutti i tentativi della classe dominante di far uscire il Meridione, la Sicilia e la Sardegna da quello che i suoi intellettuali chiamano “sottosviluppo”. La storia di questi tentativi – dalla Cassa per il Mezzogiorno, ai poli industriali petrolchimici e siderurgici, alle privatizzazioni sbandierate dal governo Amato agli inizi degli novanta alla green economy che sta trasformando la Sardegna in una terra di pale eoliche, di impianti solari e di coltivazioni per gli impianti per l’energia delle biomasse, nuovo terreno per le scorribande e i saccheggi colonialisti – dimostra che  la fuoriuscita  dal “sottosviluppo” del Meridione, della Sardegna e della Sicilia non può avvenire nell’epoca storica dell’agonia del capitalismo ma solo con il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione di regimi di dittatura rivoluzionaria del proletariato. Questa era la posizione adottata dal congresso di Lione (1926) del Partito Comunista d’Italia sezione dell’Internazionale Comunista. Tutti gli intellettuali borghesi che hanno cercato di confutarla, dai “meridionalisti” di fine XIX inizi XX a Pasquale Saraceno hanno fallito miseramente.

Tutte le avventure coloniali, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno avuto successo per la disoccupazione strutturale che alimenta un esercito industriale di riserva permanente su cui agisce il ricatto della borghesia italiana, sarda e a cui si è unito, negli ultimi trent’anni, quello della borghesia sindacale di CGIL-CISL-UIL che si prepara a vendere al meglio a Snam e Società gasdotti Italia la forza lavoro degli edili sardi, obbligati dal ricatto padronale dell’esercito industriale di riserva. Dai 56 mila edili occupati nel 2009, si è passati agli attuali 21.785 occupati nel settore. La burocrazia sindacale sarda ha sempre sostenuto la costruzione di un metanodotto. Ai cani morti della burocrazia sindacale non interessa combattere le politiche dell’esercito industriale di riserva. Quanto più è numeroso l’esercito industriale di riserva, tanto più il proletariato occupato è ricattato e sottomesso alla burocrazia sindacale. I cani morti della burocrazia potrebbero portare in piazza migliaia di edili sardi per tradurre in pratica le risorse già stanziate ed appaltate per ammodernare la viabilità che da sole valgono 900 milioni di euro; per tradurre in cantieri i 450milioni del pacchetto infrastrutture messo a punto due anni fa dalla Giunta regionale. Misure minime che se realizzate allenterebbero il ricatto dell’esercito industriale di riserva.

Gli undici milioni che la giunta regionale ha investito nel nuovo accordo sul metanodotto vanno invece utilizzati per un piano di ristrutturazione dei centri storici delle città, dei paesi e degli stazzi della Sardegna; per la riqualificazione e rafforzamento della viabilità interna su strada e su ferrovia (la centralizzazione economica, finanziaria e statale a Cagliari, a Sassari e a Olbia è l’altra faccia del depauperamento delle zone interne all’isola, di metà della popolazione sarda); la riqualificazione ed il rafforzamento del sistema idrico-fognario.

I lavoratori edili sardi non sono minimamente illusi dalle favole sulle virtù economiche del metanodotto dell’assessore all’industria Maria Grazia Piras. Hanno visto che l’edilizia turistica nelle coste sarde non ha prodotto un Eldorado ma un centro di sfruttamento servile di forza lavoro sarda, in particolare quella giovanile, per tre mesi all’anno. In Sardegna 616.791 elettori votarono, nel referendum del 2016, contro il governo, il 72,22% della popolazione. Quel No era un voto contro tutte le politiche avviate con il trattato di Maastricht. Un dato politico che ha provato l’opposizione alla classe dominante, sul piano elettorale, era ed è massicciamente diffuso. Il voto proletario ai 5stelle e a Salvini lo prova. A parte una minoranza sociale razzista indurita, il voto operaio e popolare ai giallo-verdi è dato per i contenuti della loro demagogia economico e sociale. Se il malcontento operaio e popolare non ha preso la strada anticapitalistica e degli organismi democratici rivoluzionari (i consigli), lo si deve all’assenza di un fronte unico proletario, sperimentato e disciplinato che attragga le masse e dia fiducia nel combattimento di classe. Questa è il problema che le forze rivoluzionarie devono risolvere in Sardegna, nello Stato italiano, in Europa e in tutto il mondo.

Il movimento 5Stelle ha espresso la propria contrarietà al metanodotto sardo. Andrea Vallascas, capogruppo del M5S nella Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati, ha presentato (nei primi giorni di luglio) ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico un’interrogazione sul progetto di metanizzazione della Sardegna  definito un’opera inutile e anacronistica, destinata a compromettere il territorio e a negare ancora una volta all’Isola un percorso di sviluppo sostenibile…… Ci vogliono far credere che nel giro di tre anni il gas arriverà nelle case e nelle aziende. Ma è da quando eravamo ragazzini-e che aspettiamo di percorrere la SS 131 in sicurezza, che tolgano i semafori dalla SS 554 o che, finalmente, in Sardegna sarà una cosa normale prendere un treno, così come nella gran parte dei Paesi civili……”. Vallascas con un’interrogazione parlamentare vuole costringere i vertici del capitalismo di stato ad abbandonare il progetto del metanodotto. Con un’interrogazione, Vallascas vuole fare quello che non è riuscita a fare la classe operaia sarda del Sulcis-Iglesiente e del petrolchimico di P. Torres contro i vertici dell’ENI dalla fine degli anni Cinquanta del XX secolo ad oggiI 5Stelle non porteranno mai coloro che li hanno votati contro i vertici di Snam e di Società gasdotti Italia per bloccare il metanodotto in Sardegna, così come non porteranno le masse a Roma contro il ministro dell’economia Tria (“occhio e orecchio” di Mattarella e dei vertici dell’UE nel governo giallo-verde, insieme a Moavero Milanesi).

Tutto procede in senso contrario alla “stabilizzazione”. La potenza della contraddizione e della negazione, che i disfattisti vogliono ridurre ad anomalia, è esaltata dalla bancarotta del capitalismo. Tutti gli strumenti usati dalle classi dominanti, dal 2008, si sono trasformati in fattori di aggravamento della crisi, segno inequivocabile del declino avanzato del modo di produzione capitalistico. La lotta contro quest’impresa colonialista in Sardegna necessita del sostegno e della solidarietà delle forze classiste combattive e internazionaliste di tutto lo stato italiano. Ma, prima di tutto, è l’unità di tutte le forze anticolonialiste e anticapitaliste sarde che è fondamentale.

Segui la battaglia contro il metanodotto e per una Sardegna libera sul gruppo Sardegna Rossa e le pagine Prospettiva Operaia Sardegna e Prospettiva Operaia.

Nel deserto industriale di Porto Torres riscoppia la lotta operaia

di Cristiano Sabino

L’assemblea degli operai Sices nella zona industriale di Porto Torres

Zona industriale di Porto Torres, ore 15:00, il clima è torrido e le poche auto in movimento sono dirette verso le numerose e bellissime spiagge nei dintorni. Noi invece ci fermiamo davanti ai cancelli della Sices. Da pochi mesi  la fabbrica ha sospeso la produzione per mancanza di liquidità ma già si notano i segni evidenti dell’abbandono e della noncuranza.

Arriviamo e gli operai stanno discutendo sotto il sole. Il tema è il perché dell’assenza dei sindacati confederali che pure sono stati avvisati e invitati rispettando tutti i crismi del protocollo. La maggior parte dei lavoratori non ha più fiducia in loro, anche se qualcuno tenta di trovare giustificazioni di sorta: «avevano una riunione», «hanno assicurato massima disponibilità». A quanto capiamo però è una storia che va avanti da tempo e non è il frutto di un disguido occasionale. In sostanza i sindacati sono latitanti nella vertenza Sices che infatti soltanto da poco e a macchia di leopardo sta iniziando a comparire sulle cronache dei giornali. Mariano Peddis, operaio dell’azienda, ci fa un sunto della situazione: la multinazionale aveva utilizzato la cassa integrazione fin dal 2013, anche se la produzione è andata avanti fino al 2017 e pur fra tagli e crescenti inquietudini. Poi ad un certo punto il crollo e la fine delle illusioni: i problemi di liquidità erano insormontabili e la proprietà ha portato i libri in tribunale chiedendo un concordato in bianco , cioè il blocco delle ingiunzioni di pagamento per quattro mesi con proroga fino al 24 luglio, vale a dire fra quattro giorni. Intanto la cassa integrazione ordinaria è finita nello scorso ottobre ed è stata chiesta la cassa integrazione speciale per area di crisi di Porto Torres che terminerà il prossimo ottobre. Insomma un disastro precipitato nel più assoluto silenzio di sindacati e politica locale e regionale.

Il tutto per una multinazionale non in perdita,  a cui non mancavano certo commesse, che non campava di contributi pubblici e che non inquinava l’ambiente, forse per questo non meritoria dell’attenzione di stampa e politica. La Sices ha sedi in tutto il mondo (nello stato italiano anche a Varese, a Legnano e in Europa in Polonia e in Svizzera): «abbiamo due anni di commesse e dentro gli stabilimenti ci sono dieci milioni di euro in lavori da finire e consegnare» – dice un operaio mentre prendo appunti – «sì, abbiamo 12 scambiantori cominciati e quattro reattori da 800 tonnellate iniziati e non finiti. Tutti lavori non terminati perché non c’erano i soldi per comprare merci indispensabili come i fasci tubieri e materiale per saldatura» puntualizza un altro operaio agitando i pugni in aria rabbiosamente.

Martedì 24 luglio si capirà se il re è nudo oppure se esiste effettivamente un piano industriale di rientro, ma non c’è molto ottimismo fra i lavoratori perché – lamentano coralmente – «siamo stati tenuti all’oscuro di tutto, abbiamo chiesto un incontro con i vertici dell’azienda e l’amministratore Passina ha disatteso l’appuntamento. Allora abbiamo fissato una videoconferenza presso l’associazione degli industriali e anche questa è saltata. Noi operai siamo stati tenuti allo scuro di tutto e a tre giorni dalla fine del concordato ci sentiamo abbandonati da tutti, direzione e sindacati. A questo punto non abbiamo nulla da perdere e ci muoveremo autonomamente per difendere il nostro posto di lavoro e la nostra professionalità. Siamo operai altamente specializzati e ciò che facciamo ha mercato al contrario di altri settori ormai in crisi per concorrenza internazionale come carbone, alluminio e bauxite. Qui il problema è solo ed esclusivamente di cattiva gestione manageriale e politica, altre aziende sono state aiutate per anni pur non essendo più capaci di stare sul mercato, se noi superiamo questo momento in un anno siamo capaci di rientrare in pista perché abbiamo due anni di commesse».

Praticamente è la storia del cane dell’ortolano perché pare che ci fossero anche altre due aziende interessate a subentrare all’attuale proprietà. C’è da chiedersi perché la cosa non sia stata neppure discussa: «se i proprietari hanno sbagliato, lascino ad altri» – chiosano gli operai sotto il sole – «siamo legati al palo e non sappiamo neppure di che morte dovremo morire, per vie traverse si parla di un nuovo anno di cassa integrazione, ma noi siamo contrari, vogliamo sapere come stanno esattamente le cose e soprattutto vogliamo lavorare perché il lavoro c’è e noi siamo figure altamente specializzate per farlo»

Nei prossimi giorni ci saranno nuove mobilitazioni, questa volta senza più aspettare i sindacati e a quanto pare saranno mobilitazioni eclatanti.

Una mano alla buscacca per vincere la battaglia “Rifiuti 0”

Il 24 aprile 2018 il TAR del Lazio ha pubblicato l’ordinanza in merito al ricorso presentato dal Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare costituito anche da Zero Waste Sardegna col quale era stato impugnato il decreto attuativo dell’art. 35 del decreto Sblocca Italia, riconoscendo di fatto le ragioni degli appellanti sul mancato rispetto della corretta gerarchia dei rifiuti e la mancata effettuazione della VAS (Valutazione Ambientale Strategica).

Ora il TAR ha rimandato alla Corte di Lussemburgo la decisione.

Vincere alla Corte di Giustizia Europea rappresenterebbe un passaggio fondamentale per l’enorme impatto dal punto di vista giuridico, il carattere vincolante e la sua immediata applicazione in tutti i Paesi europei; un aspetto fondamentale in termini di legittimazione e orientamento delle politiche dei governi in questa direzione.

La necessità di raccogliere fondi.

Il ricorso presso la Corte di Lussemburgo comporta costi economici importanti, per le spese legali e le risorse necessarie per garantire forza e visibilità alla nostra azione.

Nel corso degli anni sono stati raggiunti grandi obiettivi, si sono create e a consolidate ampie reti che si battono a tutela dell’ambiente e della salute, con l’obiettivo di un passaggio ad un diverso modello di sviluppo.

Ora però l’obiettivo a portata di mano è molto più grande.

È necessario coinvolgere sempre più persone, mettere in rete sempre più realtà, contribuire allo sviluppo di un’opinione pubblica consapevole ed informata, per acquisire un peso e una forza maggiore per sostenere ciò che è giusto.

Il ruolo della Sardegna

È innegabile il ruolo e il contributo della Sardegna in questa vicenda. Pur con una popolazione di meno del 3% del totale di quella dello stato italiano, ha fornito la spinta e un contributo determinante nel processo in corso. A dispetto dei luoghi comuni che vogliono relegarci ad un ruolo subalterno, abbiamo dimostrato grande attenzione e sensibilità ai temi ambientali ed economici dell’isola e di tutta l’Europa, non abbiamo avuto dubbi nello schierarci in prima linea per avviare un profondo processo di cambiamento e di stravolgimento dei fallimentari modelli imperanti.

C’è oggi l’opportunità di rendere affettivo il notevole sforzo espresso nel corso degli anni e la Sardegna può ancora una volta rendersi protagonista a livello locale ed europeo.

Un piccolo supporto finanziario da parte di tutti può consentire di raccogliere agevolmente la cifra necessaria per sostenere il ricorso in Europa e per informare e sensibilizzare più persone possibile, così da avere sempre più forza nel rivendicare il nostro diritto ad una società più equa e sostenibile.

L’art.35 Sblocca Italia

l’Art. 35 impone la realizzazione di nuovi inceneritori e l’aumento della capacità di quelli esistenti senza effettuare una valutazione ambientale strategica (VAS). Ciò significa aumentare in modo massiccio le emissioni in atmosfera di polveri sottili contenenti sostanze tossiche e cancerogene e continuare a investire su un modello industriale speculativo i cui profitti sono garantiti esclusivamente dagli incentivi pubblici inseriti nella bolletta elettrica, impedendo, a causa degli ingenti investimenti e dei loro tempi di ritorno, di muoversi nella direzione del recupero di materia attraverso pratiche come il riciclo e il riutilizzo, secondo i criteri dell’economia circolare.

In Sardegna, oltre al potenziamento dei 2 inceneritori esistenti, è previsto anche un terzo inceneritore per gestire complessivamente 300.000 t/anno di rifiuti indifferenziati, con un ricalcolo del fabbisogno residuo del tutto incongruente con le reali previsioni. Questo nonostante appena 6 mesi prima dell’approvazione del decreto si affermasse che non c’erano le condizioni per un terzo inceneritore.

Economia Circolare

Produzione, consumo, recupero e smaltimento sono gli elementi alla base del processo di produzione all’interno del paradigma economico in cui siamo immersi. Un sistema che, di fronte alla continua crescita della domanda di risorse e ai costi, economici e ambientali, mostra chiaramente la sua inadeguatezza.

Il Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare si identifica in una società basata su una vera “sostenibilità planetaria”, in cui occorre rimettere in equilibrio il sistema di produzione e consumo attuale con la disponibilità delle risorse e con la tutela dell’ambiente naturale, attraverso una nuova visione di sviluppo denominata “Economia Circolare”.

Un nuovo modello in cui la produzione e gestione di scarti venga progettata per evitare di produrre rifiuti non riciclabili, in cui la generazione e distribuzione di energia avvenga da sole fonti rinnovabili e in cui la dimensione locale trovi valorizzazione.

Con l’adozione di un pacchetto di misure sull’economia circolare e con l’approvazione delle quattro recenti Direttive Europee del 30 maggio 2018, viene stabilita una gerarchia dei rifiuti che dà priorità alla riduzione, al riuso, al riciclo ed al recupero di materia.

Per sostenere ed effettuare una donazione basta andare al sito di Zero Waste Sardegna. 

Il fronte contro il Mater si allarga

Per giorni le principali testate giornalistiche sarde hanno ospitato attacchi trasversali alla mobilitazione contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia (di proprietà della Qatar Foundation), senza nemmeno ospitare il diritto di replica del nuovo soggetto-progetto politico (con la sola eccezione di Olbia.it).

Uno dei rilievi di PD, FI e associazioni vicine a questi partiti, è stato l’isolamento di Caminera Noa.

Eppure Caminera Noa non è affatto isolata. I primi ad annunciare la presenza di una delegazione alla mobilitazione di domenica sono stati gli attivisti della tavola sarda contro l’occupazione militare “A Foras” con la nota dell’8 giugno “più ospedali meno militari” pubblicata sulla pagina fb del movimento.

In secondo luogo è arrivata la formazione della sinistra italiana Potere al Popolo (qui), che già pochi giorni prima dell’annuncio della mobilitazione di Caminera Noa, era intervenuta a mezzo stampa contro l’operazione Mater.

Poche ore fa invece il lungo e articolato comunicato dell’Unione sindacale di base (USB) che da manforte alla mobilitazione di domenica.

In silenzio invece gli attivissimi attivisti grillini di Olbia i quali evidentemente stanno attendendo di capire se i loro vertici italiani la pensano come Beppe Grillo (che ha ospitato un endorsment al Mater), oppure no, e nell’attesa tacciono.

Di seguito il comunicato della USB. Buona lettura:

MATER OLBIA: così preparano la fine della Sanità Pubblica Gallurese

 

Qualcuno s’era illuso che la dipartita del prete manager avesse potuto scongiurare l’insano progetto.  Illusione rivelatasi fallace visto che esso può essere usato come cavallo di Troia per una nuova avventura coloniale con conseguente calata di milioni di metri cubi di cemento sulle coste sarde. Il progetto che era di Don Verzè è stato prontamente ripreso dagli sceicchi qatarioti che, forti dei loro petrodollari hanno deciso di continuarlo per farne un “centro di eccellenza” Il Mater Olbia. Per realizzare il loro progetto (con fondi regionali) cioè con soldi pagati da noi tutti hanno avuto bisogno di sostegno prima di tutto logistico e questo è stato fornito loro dal ceto manageriale e politico che ha retto la sanità in tutti questi anni

Sono gli stessi che hanno fatto “carne di porco” della sanità pubblica che hanno favorito “i generosi investitori stranieri.

Hanno fatto sì che le strutture ospedaliere pubbliche funzionassero al minimo per creare il “bisogno” di una sanità alternativa privata-convenzionata (nel senso che il pubblico mette i soldi e i profitti diventano privati),

 

E allora chiediamoci, insieme ai cittadini galluresi,  perché essi debbano fare file interminabili presso ospedali lontani per una banale visita oculistica o per un intervento alla cataratta mentre l’apparecchio laser è stato restituito senza mai essere stato utilizzato.  Si volevano creare i presupposti per l’apertura di una divisione di oculistica presso il privato?

– Perché si deve ricorrere ad un privato o agli ospedali di Nuoro o di Sassari per un semplice intervento di rimozione di un neo?, visto che  mancando un servizio di Dermatologia efficiente, per non aspettare tre mesi per una visita, si è costretti a ricorrere ad un privato;

– Perché la Chirurgia del Giovanni Paolo II non garantisce la visita dì un endocrinologo dopo un intervento alla tiroide?;

– Perché ad Olbia si deve, mediamente, attendere 4 mesi per una banale visita cardiologica?;

-Perché si costringono i pazienti colpiti da ictus ad andare a Nuoro, Sassari o Cagliari dato che in Gallura manca la stroke Unit in grado di intervenire in due o tre ore?;

– Perché si continua ad assistere al trasferimento di neonati con problemi?;

-Perché è necessario recarsi a Tempio per un semplice tamponamento nasale visto che ad Olbia manca il pronto soccorso di Otorinolaringoiatria?;

– Perché i privati devono avere il monopolio della riabilitazione?;

-Perché non esiste un servizio di  Radioterapia per i pazienti oncologici costringendoli al calvario dei viaggi della speranza verso Nuoro o Cagliari con tutta la loro sofferenza e i disagi del viaggio sopportati da loro stessi e spesso dai loro  loro familiari?;

 

Queste sopra elencate, sono solo alcune delle problematiche, non le elenchiamo tutte perché altrimenti riempiremmo pagine su pagine.

Può ipotizzare qualcuno  che la soluzione per tutti i mali sia un ospedale privato? Siamo sicuri che cambierà qualcosa per i pazienti galluresi col Mater?

NOI CREDIAMO CHE NON SIA COSÌ.

Questa struttura costerà alla Sanità Pubblica sarda circa 60 milioni di euro annue per 10 anni; le deroghe concesse dal governo sul taglio ai posti letto e sulla riduzione della spesa per i convenzionati sono una trappola perché questo ha un costo, e, sarà finanziato interamente dal bilancio della Regione sarda. Il Mater farà concorrenza al pubblico e gli Olbiesi abbandoneranno felici il pubblico per fare la prestazione al Mater?

 

Noi riteniamo che il miglioramento sanitario in Sardegna ed in Gallura debba passare da una gigantesca opera di moralizzazione che permetterebbe, con le risorse già stanziate, di avere una sanità pubblica di eccellenza, senza dover ricorrere a mirabolanti proposte, che possono allettare un territorio divorato dalla crisi come la Gallura, ma che sarebbero solo un terreno di pascolo per gli affaristi che nella sanità pubblica hanno fatto le loro proprie fortune.

È indispensabile il potenziamento dell’assistenza sanitaria territoriale e che vengano messe in primo piano la cronicità e la disabilità, aspetti con cui dovremo sempre più confrontarci in futuro, settori, questi, che al Mater non interessano perché non profittevoli, perché, sia chiaro a tutti, al Mater non interessa il benessere sanitario dei galluresi, al Mater interessano i profitti.

 

Chi ora promette un futuro radioso è chi ha collaborato a non far crescere la sanità pubblica e che non ha fatto nulla per impedirne lo sfascio. Perché dovremmo ancora fidarci di loro?

Il problema non è quello di aprire nuovi ospedali, ma fare piazza pulita di chi ha sistematicamente prosciugato le risorse di tutti i Sardi. Il problema si risolve potenziando la Sanità Pubblica e non indebolendola in tutto il territorio della Sardegna.

 

PER QUESTI MOTIVI LA USB ADERISCE E FA PROPRIA LA MANIFESTAZIONE A DIFESA DELLA SANITÀ PUBBLICA INDETTA DA CAMINERA NOA

La guerra del Mater Olbia (tutti contro Caminera Noa)

Hanno lanciato un sasso nello stagno e indietro è tornato uno tzunami. Forse gli attivisti del nuovo soggetto-progetto politico sardo Caminera Noa nemmeno si aspettavano una tale levata di scudi (e di conseguenza anche una così grande focalizzazione di interesse) alla loro campagna contro il finanziamento pubblico all’ospedale di proprietà della Qatar Foundation “Mater Olbia”.

Si erano dati appuntamento sotto il palazzo regionale in una decina per annunciare le ragioni della manifestazione indetta davanti ai cancelli del Mater, sulla strada statale 125 Orientale Sarda, domenica prossima alle ore 11:00.

«È solo un’operazione di natura colonialistica, che poco ha a che fare con la sanità e molto con le logiche di mercato» – aveva dichiarato all’Ansa Sardegna Giovanni Fara, uno dei due portavoce. «Diremo che la sanità pubblica non si tocca – ha aggiunto l’altra portavoce, Alessia Etzi, insieme con il delegato della USB Enrico Rubiu, sindacato co-promotore della manifestazione – Il Mater è l’emblema di uno scambio tra Italia e Qatar che toglie risorse alla sanità pubblica, a danno di strutture anche di eccellenza presenti nel territorio sardo – dicono – i 58 milioni annui che la Regione stanzierà per il Mater potrebbero essere utilizzati per potenziare gli ospedali nei territori».

Il sospetto è che dietro ci sia una partita di giro legata  alla nuova legge urbanistica che, «se approvata – spiegano i tre referenti della mobilitazione – consentirebbe di sbloccare a favore del Qatar la costruzione di due milioni di metri cubi su circa 2300 ettari. Il Mater sarebbe semplicemente una contropartita, e non partirà sino a quando il ddl Erriu non avrà il via libera, ecco perché si registra tutta questa fretta di varare la legge sul governo del territorio».

Inoltre, a quanto pare, il Qatar punta anche su altri nodi economici e militari nevralgici, sono passate in sottotraccia le dichiarazioni del consigliere regionale dell’Upc, Pierfranco Zanchetta, il quale ha recentemente rivelato  che «dal prossimo anno i marinai dell’emirato dovrebbero perfezionare la loro formazione alla scuola allievi sottufficiali della Marina militare italiana Domenico Bastianini, uno dei pilastri della Marina italiana nella formazione di nocchieri, nostromi e tecnici di macchina. (…) La cooperazione tra la marina qatarina e quella italiana e’ frutto del lavoro svolto con un assidua presenza a Doha della ministra delle Difesa Roberta Pinotti- spiega Zanchetta-. La marina dell’emiro Al Thani ha annunciato anche l’acquisto di quattro corvette per la difesa aerea».

Qatar asso pigliatutto, qualcuno avverte, anche sull’affare “metano”. Insomma una vera e propria presenza economica pesante che non rende ben chiaro quali siano gli interessi effettivi e quali quelli usati come paravento propagandistico e cavallo di troia.

Una posizione non nuova quella esternata da Caminera Noa, già espressa a suo tempo dall’ex Consigliere regionale Claudia Zuncheddu, la quale aveva bollato quella del Mater una operazione neo-coloniale: «urbanistica e sanità trovano la sintesi nella più grande operazione neocoloniale italo-araba in Sardegna, il Mater Olbia. Sull’ambiguo ospedale nato su les affaires e gli scandali di Don Verzè fanno pace le grandi religioni e si riconciliano tutte le forze politiche di centro destra e di centro sinistra.

Sull’altare del Mater come ultimi sacrifici, a fine legislatura, si offrono Sanità Pubblica e Territorio. Passa il Piano di riordino della rete ospedaliera sarda, con la decimazione di interi servizi sanitari ed ospedali in tutta la Sardegna. Ci si avvia verso la privatizzazione del Sistema sanitario pubblico ed il ritorno al Far West nell’edilizia (…). A noi sardi dicono che intanto ci salverà il Mater Olbia, l’ospedale privato che funzionerà solo con i nostri finanziamenti pubblici, dicono. Ma i 58 milioni all’anno per dieci anni dalle casse sarde all’emiro non bastano più e l’apertura si rinvia da un’anno all’altro. È palese che insieme all’alibi della Sanità pressano gli interessi del cemento».

Queste e altre dichiarazioni però non avevano causato alcuna rivolta degli schiavi. Schiavi – per continuare a usare questa metafora letteraria – che invece si sono subito rivoltati al pensiero che la protesta si spostasse proprio ad Olbia e proprio davanti al Mater Olbia.

Così i giornali cartacei e on-line sardi sono stati tempestati di attacchi, alcuni al vetriolo, contro Caminera Noa.

A picchiare giù duro il consigliere regionale di Forza Italia Giuseppe Fasolino, che difende a spada tratta l’apertura di un «polo di eccellenza sanitaria in Sardegna, in grado di intervenire in tutte quelle situazioni che oggi costringono molti sardi a recarsi fuoridal’isola per le cure e a molti altri ad abbandonare i percorsi terapeutici per l’insostenibilità delle spese» (Nuova Sardegna, 12 giugno ). Fasolino nella medesima intervista ripropone poi il leitmotiv delle critiche standard a Caminera Noa: dire si al Mater non significa dire no alla sanità pubblica, il Mater sarà convenzionato, quindi sarà pubblico, il Mater non è sostitutivo ma integrativo, ecc..

Poi la presa di posizione del Tavolo Associazioni Gallura (Tag) attraverso la segretaria territoriale della CGIL e portavoce del Tag Luisa Di Lorenzo che si è detta addirittura «sorpresa, preoccupata e indignata dalla manifestazione indetta a Olbia da un gruppo indipendentista contro la nascita dell’ospedale Mater Olbia». La mobilitazione contro il finanziamento pubblico al fondo del Qatar sarebbe un attacco alla Gallura. Chissà se la segretaria territoriale della CGIL a suo tempo si è indignata alla stessa maniera per il contenuto della seguente relazione:

«la scelta strategica per noi è qualificare il nostro SSN, non privatizzarlo. È per questo che da subito ci siamo detti contrari all’apertura del Mater di Olbia che è stato visto da parte della politica della Provincia di OT come un volano di sviluppo. Perché invece non investire quelle risorse nell’efficientamento dei servizi pubblici? Forse quei capitali esteri si sarebbero potuti impiegare per sviluppare altri settori produttivi, senza contare che per noi non è indifferente da dove viene il finanziamento e dove vanno le nostre risorse» (stralcio della relazione della segreteria Funzione Pubblica della CGIL al convegno del 2015 sull’argomento).

Infine il PD olbiese che, dopo aver denigrato il profilo politico del nuovo soggetto-progetto politico («anonimi gruppi», «iniziativa di pochi, priva di senso, frutto di un’analisi semplicistica e riduttiva dell’argomento», ecc..), ricalca sostanzialmente le posizioni di Forza Italia sull’argomento, con toni se possibile ancora più a tinte rosa per l’iniziativa del Qatar: «il Partito Democratico di Olbia, da sempre sostenitore dell’apertura di un ospedale di eccellenza in città, riconoscendo il valore che tale iniziativa riveste, con la guida di eccellenza della Fondazione Gemelli e gli importanti investimenti del Qatar, si augura che tale iniziativa rappresenti l’ultimo “colpo di coda” di iniziative mai sopite contro un investimento fondamentale per la nostra città e i nostri territori».

Caminera Noa, per tutta risposta e senza scomporsi, ha diramato un lungo comunicato invitando tutte le voci critiche e palesemente ostili al pubblico confronto proprio in occasione della manifestazione. E per rilanciare la mobilitazione ha messo sul piatto nuovi argomenti che hanno anche la funzione di disinnescare tutte le critiche e gli attacchi subiti in queste 48 ore sulla carta stampata, sulle riviste on-line e anche alle immancabili numerose minacce e insulti arrivati sui social:

«Il 17 al Mater daremo la parola a tutti, anche a chi ci sta attaccando. Ma intanto chiariamo alcune cose fondamentali.

Rispondiamo alle molte critiche che sono arrivate e mezzo stampa e sui social alla nostra mobilitazione “Mancu unu citu in prus a su Mater Olbia e a sa sanidade privada”.

Nonostante si faccia di tutto per evitare di associare la realizzazione del Mater Olbia al ridimensionamento della rete ospedaliera pubblica, la verità è facilmente dimostrabile e tutta contenuta nelle diverse disposizioni che si sono succedute a cominciare dal 2014.

L’accordo stipulato, o meglio sarebbe dire imposto da Renzi a Pigliaru per agevolare “gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere” è chiaramente riportato nella legge di stabilità 164 del 2014, nel cap. 16 ai commi 1 e 2.

Art.16. Misure di agevolazioni per gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere.

  1. Al fine di favorire la partecipazione di investimenti stranieri per la realizzazione di strutture sanitarie, per la regione Sardegna, con riferimento al carattere sperimentale dell’investimento straniero da realizzarsi nell’ospedale di Olbia, ai fini del rispetto dei parametri del numero di posti letto per mille abitanti […], per il periodo 2015-2017 non si tiene conto dei posti letto accreditati in tale struttura. La regione Sardegna, in ogni caso, assicura, mediante la trasmissione della necessaria documentazione al competente Ministero della Salute, l’approvazione di un programma di riorganizzazione della rete ospedaliera che garantisca che, a decorrere dal 1° gennaio 2018, i predetti parametri siano rispettati includendo nel computo dei posti letto anche quelli accreditati nella citata struttura.
    2. Sempre in relazione al carattere sperimentale dell’investimento nell’ospedale di Olbia e nelle more dell’adozione del provvedimento di riorganizzazione della rete ospedaliera di cui al comma 1, la regione Sardegna nel periodo 2015-2017 è autorizzata ad incrementare fino al 6% il tetto di incidenza della spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati […]. La copertura di tali maggiori oneri avviene annualmente all’interno del bilancio regionale […]”

Soldi pubblici quindi, e posti letto, da sottrarre al resto dell’isola per un’opera, il Mater, che forse mai vedrà la luce, mentre la rete ospedaliera pubblica viene costretta ad annaspare.
In tutta questa vicenda non può non saltare agli occhi che nella riorganizzazione della rete ospedaliera approvata dal Consiglio regionale nella seduta del 25 ottobre 2017 si fa riferimento solo alla prima parte della legge 164, e viene omessa completamente la parte in cui testualmente la Regione Sardegna “assicura l’approvazione di un programma di riorganizzazione della rete ospedaliera che garantisca che, a decorrere dal 1° gennaio 2018” si includano “nel computo dei posti letto anche quelli accreditati nella citata struttura”.

Svista o voluta omissione? Il “punto di riferimento per la Gallura”, costerà caro all’isola: 178 posti letto convenzionati in fase di avvio che diventeranno 242 a regime. Così, mentre la parola d’ordine per gli ospedali pubblici è “riduzione della spesa”, per il Mater, gli euro messi a bilancio ammontano a 55,6 milioni all’anno (Deliberazione di Giunta Regionale n.24/1 del 26/06/2014) e non ci sarà da rallegrarsi per i galluresi: a cambio di quest’opera, che forse mai verrà completata, e barattata per 2 milioni di metri cubi di nuovo cemento lungo la costa, già stanno chiudendo i reparti di Tempio e il presidio di Santa Teresa.

L’efficienza della sanità pubblica non può essere un mero taglio delle spese ma una reale riorganizzazione che garantisca uguali servizi di qualità per tutti, in maniera indistinta a prescindere dalla densità abitativa delle aree di interesse.
I galluresi come i restanti cittadini sardi hanno il sacrosanto diritto di curarsi, senza farsi prendere in giro da chi continua a promettere il paradiso a prezzi scontati e non cascare nella trappola di barattare i loro diritti con quelli degli altri sardi.

Detto questo, abbiamo deciso di aprire la nostra manifestazione a chiunque voglia confrontarsi con noi, anche se da posizioni critiche o addirittura antagonistiche. L’unica cosa che esigiamo è il rispetto del nostro diritto democratico alla libertà di opinione che non permetteremo a nessuno di mettere in discussione.
Per questo motivo Caminera Noa invita tutti i cittadini di Olbia e Gallura, singoli o associati, a partecipare domenica 17 alla manifestazione contro la privatizzazione della sanità sarda di cui il Mater Olbia è l’emblema, a sostegno della Sanità Pubblica, sempre più impoverita sia di risorse sia di servizi.
Chi è interessato si potrà iscrivere a parlare, a titolo personale o uno in rappresentanza di ogni organizzazione, movimento, associazione, sindacato ecc.; si potrà intervenire per esprimere il proprio parere FAVOREVOLE o CONTRARIO, nel rispetto della pluralità d’opinione. A tutti sarà dato il microfono, ciò a dimostrazione che Una Caminera Noa muove da presupposti sì di lotta, che vuol dire individuare un problema e portarlo all’attenzione del pubblico per informare, ma soprattutto di apertura al dibattito, partendo dall’incontro e non dallo scontro, con i territori che più soffrono di questo impoverimento sanitario pubblico, a differenza di chi sui social ha usato termini violenti e persino minacciosi. Caminera Noa ribadisce, in particolare ai giornalisti abituati ad etichettare a tutti i costi, che il nostro non è un progetto esclusivamente indipendentista, e che si tratta invece di un soggetto-progetto politico aperto e pluralista, nato un anno fa fuori da logiche di aggregazioni pre elettorali, in continua evoluzione, basato sui valori democratici fondamentali e condivisi: l’antifascismo, l’antirazzismo, la necessità di superare il liberismo come modello economico, la sostenibilità e il diritto all’autodeterminazione.»

 

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