I cavalcavia sulla Carlo Felice intitolati ai Patrioti angioiani

Uno dei cavalcavia della memoria sulla ss 131
di Piero Atzori

Quella delle targhe sui cavalcavia della 131SS poste 17 anni fa è stata un’ottima iniziativa,purtroppo poco o nulla condivisa. Adesso che su fb si è brevemente discusso su questa iniziativa.

In un link giornalistico, si può rivedere l’approccio poco produttivo che è alla base. Le targhe risultano pochissimo visibili, i caratteri sono troppo piccoli e non si riesce a leggerli neanche se si viaggia a 60Km/h. Non a caso, in diciassette anni dacché si sono incollate queste targhe, quasi nessuno le aveva notate. Personalmente sono venuto a conoscenza della targa di Antonio Vincenzo Petretto, al bivio di Bonnanaro, perché me lo ha detto mesi orsono un amico, un Petretto di Sassari. Poi ho trovato altre due targhe scandagliando tutti i cavalcavia. Si sbagliò la dimensione dei caratteri, o fu una scelta meditata per rendere più agevole il lavoro d’incollaggio?

Un progetto simile, presuppone che si conoscano le vicende dei patrioti sardi, molti dei quali martiri. Sappiamo che la scuola è passivamente coinvolta nella damnatio memoriae dei martiri angioianie di Angioy e che qualche insegnante impegnato non basta a rovesciare la situazione, ma ciascuno di noi deve prima rivolgere a se stesso la domanda: sai chi erano Baingio Fadda, Antonio Vincenzo Petretto, Antonio Maria Carta, Giovanni Antonio Mereglias, Filippo Serra, Salvatore Quessa, Gasparo Sini, Giovannico Devilla,Giovanni Pintus detto Toppu, Luigi Martinetti, Giovanni Battino, Francesco Frau, ecc.? Credo che la risposta sia negativa per il 99,99% dei sardi. Occorre ammetterlo che finora ha vinto la volontà di cancellare dalla memoria i nostri martiri per rimpiazzarli con altri. Cosi, per definire dov’era a Sassari il carcere San Leonardo, dove patirono le torture gli angioiani, dobbiamo dire “in via Cesare Battisti”. Tutt’al più, se sei indipendentista sai chi era Francesco Cillocco, che credi vada scritto Cilocco, come lo scriveva Giuseppe Manno, lo storico filosabaudo storpiatore dei cognomi angioiani e denigratore dei nostri martiri per la libertà. L’ipse dixit del Manno riproposto da una sfilza di storici, viene oggi ancora ripetuto. Ecco che a Mamoiada s’intitola a Cilocco una via tolta giustamente ai Savoia, non a Cillocco, come il martire si firmava. C’è da chiedersi se gli stessi che hanno promosso l’iniziativa delle targhe conoscano la storia degli angioiani o abbiano semplicemente trasferito all’artigiano l’elenco fornitogli da uno storico. Lo dice uno che fino a un anno fa sapeva poco di Angioy e seguaci e se ne vergognava. Per questo da un anno sto leggendo libri mai letti e frequentando gli archivi. Non tarderò a pubblicare un resoconto dettagliato sui risultati del mio lavoro, sperando di essere utile al risveglio delle coscienze. Studiare le vicende umane e politiche dei nostri martiri viene prima di scalpellare le targhe ai Savoia dalle strade sarde. Dobbiamo evitare di cancellare la memoria della sopraffazione subita prima di averla insegnata ai nostri figli. Ma per argomentare questo ci vuole un altro intervento.

La guerra dei panni e l’appalto ai veneti

di Ninni Tedesco

immagine tratta liberamente da Invisibili.corriere.it

La ASL(o chi per essa), a partire dal mese di Novembre, ha deciso di cambiare una cosa che funzionava, ovvero la consegna mensile di panni e traverse, per malati cronici aventi diritto, presso le farmacie di riferimento.
Perché? Non si sa. Un appalto? Un interesse privato? Un risparmio? Fatto sta che ad oggi 8 novembre, i nostri cari non hanno ricevuto quanto necessario e noi, popolo di caregiver, a cui non basta la convivenza quotidiana col dolore della malattia, dobbiamo sopportare le lunghe file in via Tempio (a Sassari, n.d.R.), le ore passate a un telefono che non risponde e, infine, le spese per sopperire a un servizio, che è anche un diritto, che non funziona. La ditta che ha in carico l’onere della consegna si chiama Sanex, ha sede legale in Veneto e (NON) risponde a un numero verde, 800243427, per concordare modalità e tempi di consegna. Questo numero è accessibile per chi è stato informato, ovvero per chi si è preso la briga di andare personalmente a informarsi, dato che nessuna campagna è stata messa in atto con i giusti tempi per arrivare a tutti gli utenti interessati. A ciò si aggiunga che le consegne domiciliari dovrebbero essere trimestrali o addirittura semestrali, dato per scontato che tutti abbiamo case capienti per tenere le scorte, che le consegne siano corrette e senza errori perché non sono previsti ritiri e riconsegne, che siano puntuali in modo da non dover sottostare ai capricci dei loro orari e dei giorni da loro stabiliti. Insomma, viste le premesse, non pare che ci si sia affidati a un servizio ineccepibile.

Comunque  sappiate, cari SIGNORI DELLA SANITÀ, che non finisce quì, e che dopo aver dovuto necessariamente comprare, chi può farlo, panni e traverse adeguati alle necessità, dato che pare che anche la qualità dei nuovi prodotti sia alquanto scadente rispetto a quella precedente, noi, che ogni giorno non ci siamo arresi alle sofferenze dei nostri cari, non ci arrenderemo di certo di fronte alla vostra squallida burocrazia o a interessi che non siano quelli della tutela della salute pubblica.
No, non finisce qui.

P.S. (alcune informazioni  utii che ho avuto tramite contatti face book di persone coinvolte nel problema):

Numero verde 800243427

SMS (a pagamento) 3202042835

Mail  numeroverde@santex.it

 

 

“Stop invasione”: al via la campagna contro l’occupazione militare della Sardegna

Dopo il successo della manifestazione di Capo Frasca contro l’occupazione militare della Sardegna e il pienone dell’assemblea plenaria di A Foras a ridosso della mobilitazione, viene lanciata la nuova campagna. “Stop invasione”. La campagna punta a radicare la lotta per la smilitarizzazione dell’isola in ogni paese e città della Sardegna. Riceviamo e pubblichiamo il comunicato:

Rivendicandoci l’ottimo risultato ottenuto con la scorsa campagna muraria in occasione del lancio della manifestazione del 12 Ottobre e approfittando dell’occasione per fare i complimenti a tutte e a tutti quelli che si son spesi per riuscire nell’impensabile impresa di raggiungere 200 comuni su 370, battiamo il ferro finché è caldo perché chi occupa la Sardegna non dorme. Le esercitazioni continuano, con le loro conseguenze di danni ambientali ed economici.

Rilanciamo l’attività di A Foras immediatamente con la nuova campagna muraria : “STOP INVASIONE, un manifesto in ogni paese”.

L’obbiettivo che si pone questa nuova campagna è quello di raggiungere tutti i comuni della Sardegna per sensibilizzare la popolazione, ribaltando la retorica leghista di una presunta invasione, abbiamo utilizzato il motto “Stop Invasione” per rendere noto al popolo sardo che la nostra terra è da decine di anni sotto attacco.

Il manifesto della nuova campagna di A Foras


In Sardegna rappresenta l’8% del territorio dello stato italiano e ci abita il 2,4% della popolazione, ma ospita circa il 66% del territorio militare dello stesso, compresi i due poligoni più grandi d’Europa, sottoposti a costante bombardamento da parte degli eserciti di mezzo mondo, Non possiamo che definire questa situazione una vera e propria invasione.

Mettiamo bene a fuoco quindi chi è il nostro nemico:

Chi ogni anno utilizza la Sardegna come laboratorio di guerra, bombardando la nostra terra, i nostri cieli e i nostri mari, simulando sbarchi e conflitti da realizzare in altre parti del mondo. La nostra lotta non parte solo da un rifiuto etico per la guerra ma vuole rimarcare il diritto dei sardi e delle sarde di riappropriarsi del proprio futuro.

Già al lancio i nostri manifesti sono presenti in circa 80 paesi, facciamogli sentire il fiato sul collo, ci riposeremo quando avremo vinto.

Non siamo pochi, siamo dappertutto.

La campagna parte, non casualmente, il 4 novembre, giorno che nella retorica italiana rappresenta la festa delle Forze Armate. Nessuna festa, non per la Sardegna, che oggi, come durante la Prima Guerra Mondiale, continua a pagare in modo fortemente sproporzionato il peso dell’attività militare dello stato italiano. Allora la mortalità media dei sardi partiti al fronte fu più alta di quella registrata su tutto il territorio dello stato, oggi ci ritroviamo addosso praticamente tutto il peso delle esercitazioni e di demanio e servitù militari.

Invitiamo pertanto tutti gli interessati a rivolgersi ai canali social e mail di A Foras, per richiedere i manifesti e attaccarli nel proprio paese. Quando saranno stati attaccati, bisognerà scattare una foto e inviarla ai nostri canali. Noi provvederemo ad aggiornare una cartina con tutti i luoghi che sono stati raggiunti dalla campagna. Chi distrugge questa terra, deve vedere sui muri che non è il benvenuto.

Referenti da contattare per ricevere i manifesti:

Oristano: Davide ‭+39 349 7233403‬

Gallura: Agostino +39 ‭347 7768673‬

Nuoro: Luigi ‭+39 329 9694001‬

Sassari: Cristiano ‭+39 338 2154200‬

Cagliari: Agostino +39 ‭347 7768673‬

Sarrabus: Massimiliano ‭+39 328 6654681‬

4 Novembre: per i sardi nulla da festeggiare

immagine liberamente tratta da I Nuovi Vespri
di Francesco Casula

4 novembre: anniversario della Vittoria. Ma vittoria di chi e di che?

Temo e sospetto che in occasione del 4 novembre anche quest’anno, si scateneranno le fanfare della retorica, patriottarda e militarista, con eventi, manifestazioni, raduni d’arma, conferenze e cerimonie solenni in molte città italiane. Senza alcun pudore. Infatti non c’è proprio niente da celebrare e tanto meno festeggiare alcuna vittoria. Infatti:vittoria di che e di chi? Quella guerra fu semplicemente una inutile strage, come la definì il Papa Benedetto XV. E in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis),una gigantesca carneficina. Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna. Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico”

1. Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore”

2. Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire”

3. Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra. Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati. E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine ”terrificante, pieno di marciumi, terremotato”

4. Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profilavano all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo. I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni. Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu:”Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita”.

In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna. Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto”

5. C’è da festeggiare per questo dramma immane? Magari spendendo soldi in parate militaresche? Non c’è niente da festeggiare. Ha ragione il combattivo e giovane sindaco di Bauladu, Davide Corriga Sanna, Presidente della Corona de Logu – l’Assemblea che raccoglie gli amministratori locali indipendentisti – a fare del 4 novembre “una giornata di riflessione sul prezzo pagato dalla Sardegna alla Prima Guerra mondiale, un tributo di sangue e di arretramento economico”.

Note bibliografiche 1.Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17. 2.S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Carlo Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30. 3.E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28. 4.Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218. 5.Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).

La dipendenza ha il nome del metano

 

Il sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis è stato recentemente ospite della trasmissione di Videolina “Monitor” per parlare di politica energetica in Sardegna in contraddittorio con Anita Pili, assessora regionale all’industria. Abbiamo intervistato Onnis sul tema perché raro rappresentante di un pensiero istituzionale non subalterno agli interessi delle multinazionali e dello stato italiano.

Maurizio Onnis in una foto dell’Unione Sarda
  • Il metano darà una mano ai sardi?

Non alle condizioni cui ne viene prospettato l’uso. Stando alle carte, oggi, non garantisce la salvaguardia degli equilibri ambientali, non garantisce l’autosufficienza energetica della Sardegna, non garantisce un risparmio ai consumatori. Questi sono i tre criteri su cui dovrebbe basarsi qualsiasi politica energetica decente per l’isola: il metano non permette di avanzare su nessuno di essi.

  • L’Area (l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) ha comunicato che i costi della metanizzazione saranno addossati ai sardi. Si tratta del costo necessario per la modernizzazione?

Parlare di “modernizzazione” per il metano, fonte energetica fossile, è una contraddizione in termini. Valutata l’enorme capacità di movimentazione del GNL dei depositi costieri, direi che noi pagheremo il prezzo dello sviluppo altrui. Metano più elettrodotto renderanno infatti la Sardegna un gigantesco distributore d’energia piantato in mezzo al Mediterraneo. I guadagni, ovviamente, finiranno in tasche molto lontane dalle nostre.

  • Perché la classe politica e sindacale sarda forma un blocco compatto, da sinistra a destra, pro metano?

Credo che la risposta a questa domanda sia scoraggiante. Pochi, secondo me, perché ricavano un vantaggio diretto o indiretto dal suo sfruttamento: lavoro, visibilità, carriera, denaro. Moltissimi per semplice pigrizia intellettuale. Quella energetica è una questione terribilmente complicata, la più complicata di tutte. Bisogna studiare, tanto, e studiare è faticoso.

 

  • Chi contrasta la metanizzazione batte molto sull’autosufficienza energetica della Sardegna. Puoi spiegare meglio questo concetto?

Nave metaniera o elettrodotto: per la Sardegna si tratta sempre e comunque di energia importata, dunque di una dipendenza. Proprio in un campo, quello energetico, nel quale con i giusti investimenti potremmo diventare non solo autosufficienti, ma addirittura un modello. È anche in questo ambito che dovrebbe emergere l’effettiva volontà dei governi regionali di far “crescere” i sardi. Altro che insularità in Costituzione…

  • Che impressione ti ha fatto la tanto discussa assessora all’industria Anita Pila? Quali sono le fragilità della sua visione dell’industria e dell’energia sarda?

Non mi interessa giudicare la persona. Sicuramente, questa politica e le persone che la esprimono sono figlie di una grande debolezza culturale. Persino ai maggiori livelli del governo regionale sembrano assenti una formazione adeguata e una visione del futuro onnicomprensiva. In queste condizioni è molto difficile sopravvivere alla violenza della competizione politica italiana e internazionale.

Gli occupanti crivellano l’isola di bombe. A Foras rilancia la mobilitazione

 

Mentre in Sardegna l’esercito occupante spara a profusione e spesso sconfina anche oltre i limiti dei giganteschi poligoni, l’assemblea sarda A Foras rilancia e invita alla discussione su come proseguire la mobilitazione. Pubblichiamo l’appello dell’assemblea sarda contro l’occupazione militare: 

Il movimento A FORAS, contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna chiama collettivi, associazioni, cittadini e tutte le realtà organizzatrici della manifestazione di Capo Frasca, a partecipare alla prossima Assemblea generale sarda, che si terrà alle 15 presso il Centro Civico Culturale, piazza Emilio Lussu a Bauladu.

Dopo la grande risposta popolare del 12 ottobre, dobbiamo ragionare attentamente su come tenere attiva l’attenzione politica e mediatica sul tema, ma soprattutto come attivare di nuovo le forze incrociate fuori dal poligono due settimane fa.

Il 27 ottobre a partire dalle 15 discuteremo di:

_Breve analisi sulla manifestada del 12 ottobre, punti di forza e problemi

_ Proposte di mobilitazione a livello comunale: mobilitazione ASL su registro tumori e registri epidemiologici, mozione contro l’attracco delle navi militari e lo sbarco dei mezzi corazzati con passaggi nei centri cittadini

_ Proposte di mobilitazione a livello sardo: Istituzione del corso di bonifiche all’università, campagna muraria “STOP INVASIONE”, attivazione in primavera delle bonifiche dei siti militari dismessi

_ Prossime mobilitazioni in vista delle esercitazioni internazionali inverno/primavera

Dobbiamo fare in modo che sempre nuovi comitati in tanti paesi si organizzino e lottino per contrastare l’occupazione militare e la narrazione militarista in tutte le parti della società. Abbiamo molti elementi per far ripartire la nostra azione con forza e determinazione.

Ci vediamo il 27 ottobre a Bauladu per la prossima assemblea generale sarda contro l’occupazione militare.

A INNANTIS, CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE RISPOSTA POPOLARE!

Il futuro della Sardegna è senza poligoni e basi italiane e NATO

La testa del piccolo corteo che dal paese S. Antonio di Santadi ha marciato verso il concentramento della manifestazione dello scorso 12 ottobre

In seguito alla riuscita mobilitazione di Capo Frasca l’assemblea contro l’occupazione militare A Foras rilancia e convoca un incontro per discutere come proseguire la lotta contro l’occupazione militare italiana della Sardegna. Pubblichiamo il comunicato appena uscito sui canali social dell’organizzazione:

Dopo la splendida giornata di sabato, proviamo a mettere in ordine i pensieri ed evidenziare alcuni spunti usciti dalla bella manifestazione di Capo Frasca.

Innanzitutto vorremmo ringraziare tutti e tutte coloro che si sono spese per l’organizzazione e la costruzione di questo corteo, dalle realtà organizzatrici che si sono fatte carico di far tornare tutti e tutte noi di fronte ad una base militare dopo due anni e mezzo in cui era mancata la presenza davanti ai poligoni, fino alle compagne ed i compagni che si sono alternate tra intensi compiti tra i bus, i banchetti, il palco e le situazioni più tese. Molto spesso ci dimentichiamo di loro e non pensiamo mai che se non fosse per chi si annulla tra compiti politici e logistici, probabilmente queste giornate non ci sarebbero.

Il lavoro congiunto di più di 40 organizzazioni, con altre decine di adesioni che si sono aggiunte col tempo, è un risultato notevole già di per sé. Abbiamo limato differenze, abbiamo prodotto una sintesi fra posizioni di partenza differenti ma accomunate dal medesimo obiettivo: liberare la Sardegna dalla presenza militare. Ognuno ha portato il contributo dato dalla propria storia ed esperienza, e il risultato è stato quello di includere tantissime persone in una giornata in cui ci siamo resi conto di essere forti e numerosi, uniti e disposti a lottare tutti assieme.

Prima del 12 ottobre erano due anni e mezzo che non si manifestava davanti a una base, ma in questo tempo non siamo stati fermi. Sono stati prodotti, dal gruppo economia di A Foras, due dossier sui poligoni di Teulada e Quirra che rappresentano una delle fonti più aggiornate sulla situazione di quei territori in merito all’occupazione militare. Abbiamo portato avanti momenti di formazione collettiva e di coinvolgimento dei territori, con i campeggi, le camminate, partecipazione a momenti di dibattito anche fuori dall’isola. Il bel risultato del 12 ottobre dipende anche da questo impegno costante, che ci ha permesso di costruire relazioni e fiducia con tante persone e movimenti.

Il primo dato da raccogliere è che ci sono migliaia di persone che sono disponibili a lottare e mobilitarsi contro l’occupazione militare seriamente, sembrerebbe un dato scontato ma se pensiamo al fatto che la mobilitazione è stata tirata su completamente dal basso e in qualche modo minata da silenzio o posizioni faziose della carta stampata, così come da politici e sindacati mainstream, è un risultato notevole. Soprattutto se pensiamo che poche settimane prima dell’appuntamento di Capo Frasca, la Procura di Cagliari ha messo in piedi un grave tentativo di intimidazione e repressione con l’Operazione Lince che ha colpito 45 militanti del movimento sardo contro le basi. Eppure il successo della manifestazione dimostra che nessuno si è lasciato spaventare, anzi abbiamo acquisito una maggiore determinazione.

Migliaia di persone che non hanno fatto mancare il loro apporto politico e artistico, difficilmente si è riusciti a portare in passato dei momenti qualitativamente intensi e così emozionanti sopra e sotto il palco. Difficilmente prima di sabato scorso, si è riusciti a collaborare così attivamente con le famiglie dei militari morti nei poligoni sardi, aggiungendo una casella fondamentale nel panorama del movimento contro l’occupazione militare della Sardegna.

Il secondo dato che va analizzato è che ci sono centinaia di persone che nonostante il palco e gli interventi musicali e politici, hanno presenziato con determinazione davanti agli scudi della celere per ore provando ad aggirare lo sbarramento per arrivare al poligono.

Da qui dobbiamo partire e capire come organizzarci nel prossimo futuro per far convivere tutte le parti fondamentali di questo movimento, far comprendere quanto sia importante la militanza di base perché la risposta all’occupazione militare sia efficace e legittimata dal consenso e l’attivismo popolare. A Foras ha dimostrato di essere un interlocutore serio negli ultimi anni per tutto il movimento, l’unico forse che si è preoccupato di fare in modo che tutte le espressioni avessero spazio e rispetto negli eventi organizzati, uno dei pochi che è riuscito a contrastare la narrazione militarista su carta stampata e sui media, uno dei pochi purtroppo che da tre anni, pur con tanti problemi, ha mantenuto vivo con continuità lo studio, l’inclusione e la mobilitazione contro l’occupazione militare della Sardegna.

Non ci dobbiamo aspettare che tutti e tutte vogliano far parte di A Foras, ma abbiamo il compito di fare in modo che le proposte siano sempre attraversate e attraversabili, così come il corteo di Capo Frasca. Esistono “tanti modi e un unica lotta” come scrivono in tanti e siamo d’accordo, ma come metodo dobbiamo virare verso l’inclusione popolare senza il feticcio delle azioni, guardando a iniziative ragionate, utili a portare numeri, empatia, complicità. La legittimità popolare ha, come conseguenza diretta, la possibilità di allargare geograficamente, politicamente e praticamente la concretezza delle nostre azioni, renderle più efficaci, condivise e libere dai limiti che ci impone la controparte.

Sabato di nuovo abbiamo vissuto in un recinto, nonostante le autorità sapessero che migliaia di persone avrebbero raggiunto il presidio hanno preferito chiudere il ponte e non far fare il piccolo corteo concordato nelle strade bianche, di fatto congestionando il traffico e causando tensioni inutili.

A Foras ha provato con le sue proposte a tracciare un percorso che ci possa permettere di raggiungere questi obiettivi:

_ Proposta concreta per l’istituzione di un corso specialistico in bonifiche presso l’Università di Cagliari e l’Università di Sassari.

_Campagna di pressione su l’assessorato alla sanità sardo e alle dirigenze delle ASL locali per l’istituzione di un registro tumori sardo e la redazione dei registri epidemiologici comunali.

_Nella prossima primavera inizio di una serie di azioni simboliche per bonificare siti militari dismessi e lasciati a marcire sul territorio sardo.

_Mozione nei comuni di Cagliari, Sant’Antioco, Bosa, Olbia e Porto Torres contro l’attracco delle navi militari e contro il passaggio nei flussi d’acqua di mezzi anfibi o imbarcazioni; divieto per esercitazioni urbane e l’utilizzo delle arterie centrali di paesi e città ai mezzi corazzati a tutela dei cittadini e della fluidità del traffico.

_Campagna muraria “Un manifesto per paese” per raccontare ai 377 paesi della Sardegna qual’è la vera invasione in Sardegna, MILITARE!

_ Costruzione di momenti di azione diretta da praticare durante esercitazioni imponenti, cercando un coinvolgimento ampio ed esteso.

A Foras attualmente è attivo in diverse parti della Sardegna, dobbiamo fare in modo che sempre nuovi comitati in tanti paesi si organizzino e lottino per contrastare l’occupazione militare e la narrazione militarista in tutte le parti della società. Partendo da quelle centinaia di persone che hanno deciso di salire sui bus per raggiungere Capo Frasca e di partire e tornare tutti insieme, abbiamo molti elementi per far ripartire la nostra azione con forza e determinazione.

Ci vediamo il 27 ottobre a Bauladu per la prossima assemblea generale sarda contro l’occupazione militare.

A INNANTIS, CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE RISPOSTA POPOLARE!

Una telefonata o un fax per manifestare dissenso al Consolato Onorario spagnolo di Cagliari

La chiamata di Caminera Noa per esprimere il proprio dissenso telefonicamente al consolato onorario di Spagna di stanza a Cagliari

Le immagini delle enormi proteste popolari partite immediatamente dopo la pubblicazione della sentenza politica spagnola contro i dirigenti politici e culturali catalani stanno facendo il giro dei social e sono molti i sardi che stanno vivendo con partecipazione ed empatia la protesta. Ma per l’unica iniziativa per dimostrare concretamente dissenso verso le autorità neofranchiste proviene dal movimento Caminera Noa che chiama gli indipendentisti e i sardi democratici a chiamare nella giornata di venerdì 18 o inviare un fax al consolato onorario di Spagna di via Baccaredda a Cagliari.

Di seguito pubblichiamo il comunicato che sta girando sui social:

Il Tribunale Supremo spagnolo ha condannato per l’accausa del procés i dirigenti politici catalani che il 1 ottobre del 2017 avevano organizzato il referendum per l’autodeterminazione della Catalunya.

La pena più grave è stata commutata all’ex vicepersidente della Generalitat Oriol Junqueras, condannato a 13 anni di prigione e 13 di interdizione assoluta dai pubblici uffici. La tesi dell’accusa è stata confermata: i dirigenti politici e culturali sono stati condannati per sedizione e malversazione dei fondi pubblici.

 Le altre pene non sono lievi e vanno dai 9 ai 12 anni, comprese quelle emesse nei confronti di Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, i segretari delle due associazioni culturali Omnium Cultural e ANC.

Caminera Noa esprime sdegno e condanna peril silenzio delle istituzioni europee e della Comunità Internazionale, nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una repressione senza precedenti delle libertà democratiche e del diritto all’autodeterminazione dei popoli, che è l’unica cosa di cui sono realmente colpevoli tutti i prigionieri politici catalani.
Caminera Noa ribadisce la propria vicinanza e solidarietà al popolo catalano, che in queste ore organizza le prime manifestazioni di protesta e invita i sardi a fare altrettanto, attivandosi fin da subito per una più ampia mobilitazione a sostegno del diritto alla libertà, alla democrazia e all’indipendenza nazionale dei popoli senza Stato.

Vogliamo cominciare con un segnale tangibile aperto a tutti i sardi democratici. Proponiamo di chiamare il consolato onorario di Spagna (Cagliari, via Baccaredda) durante tutta la giornata del prossimo venerdì 18 ottobre per esprimere tutta la nostra indignazione e vicinanza alla causa di autodeterminazione del popolo catalano.

Ataturk: il primo grande massacratore dei Kurdi, ma esaltato dall’Occidente. Ecco perché

Immagine tratta da Quantara.de
di Francesco Casula

In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di fatto legalizzarono l’etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925, 1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d’indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all’integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati “I Turchi della montagna”(1).
I libri scolastici – ancora oggi – mentre non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente “Ataturk”, ovvero “Padre dei Turchi” che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938.
Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dagli storici occidentalisti e progressisti (!) in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.
Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(2); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (3); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (4); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(5); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(6); “Creò uno Stato moderno e laico”(7); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(8); “Poté attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(9); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (10).
A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1).Alessandro Aruffo – Carmelo Adagio – Francesca Marri – Marco Ostoni – Luca Pirola – Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
2).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
3).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
4) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
5) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
6) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
7) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
8) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
9) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
10) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

A Foras: «basta scuse. Fisicamente o no domani tutti a Capo Frasca!»

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Una giovane aderente alla campagna “Stop esercitazioni” lanciata da A Foras

Se siete in Sardegna non avete scuse: o state con la Manifestada contra a s’ocupatzione militare  e parteciperete all’evento previsto per domani davanti ai cancelli del poligono di Capo Frasca (dove sono in corso intensi bombardamenti, oppure sarete complici dell’uso bellico dell’isola, o state con lo Stato italiano e la NATo che occupano la nostra terra e la usano come base militare e poligono di tiro coloniale.

Per chi è invece costretto a vivere e lavorare o studiare fuori esiste la possibilità di aderire virtualmente alla mobilitazione scattando e diffondendo una foto sui social.

Riportiamo l’appello di A Foras:

Tutto è partito dal fermento dei preparativi per la Manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna e durante l’assemblea conclusiva del 4′ A Foras Camp tenuosi ad Orgosolo lo scorso settembre è venuta fuori la proposta di lanciare questa campagna per mobilitare anche chi non avesse la possibilità di essere presente il 12 ottobre a Capo Frasca. Al seguente link trovate tutte le info: https\://www.facebook.com/aforas2016/photos/rpp.675211922644586/1419652114867226/?type=3&theater Cogliamo l’occasione per rilanciare la proposta e contribuire così: fatti scattare una foto con le mani aperte scrivendoci sopra “stop esercitazioni!”, ** pubblicala su Facebook e/o Instagram con scritto “Sono presente con il cuore e la mente a Capo Frasca contro l’occupazione militare. #stopesercitazioni #12ottobre #manifestadacapofrasca”. Se ti va, tagga qualche amico/a invitandolo/a a prendere posizione come hai fatto tu. ** o inviandola alla nostra pagina. A Foras contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna