Pratobello chimbant’annos

Oggi a Nuoro si terrà una giornata interamente dedicata alla lotta di Pratobello del 1969 contro l’occupazione militare italiana della Sardegna organizzata dall’assemblea sarda contro l’occupazione militare A Foras.

L’evento si terrà oggi sabato 22 giugno 2019 presso la Biblioteca Sabastiano Satta, piazza Asproni Nuoro.

✮Dalle 18:00: dibattito storico sull’imposizione dei poligoni militari in Sardegna, sulla lotta della comunità orgolese del 1969 e sulle lotte del presente contro l’occupazione militare della Sardegna.

✮Dalle 21:00: Presso il circolo Tuco Ramirez di via Roma 15, ci sarà musica e una cena benefit a offerta, per finanziare gli eventi che si terranno ad Orgosolo nel mese di Settembre, organizzati dal comitato Pratobello 50 Annos.

Il prossimo 30 giugno si terrà invece la marcia a Orgosolo organizzata dal comitato “Pratobello 50 Annos”. Si partirà da Orgosolo per raggiungere la Località di Pradu, intervallando il cammino con momenti di lettura e musica, per raccontare attraverso i luoghi e i protagonisti, l’evento che nel 1969 ha segnato uno dei momenti più importanti della storia della Sardegna del ‘900.

Pratobello chimbant’annos

Oggi a Nuoro si terrà una giornata interamente dedicata alla lotta di Pratobello del 1969 contro l’occupazione militare italiana della Sardegna organizzata dall’assemblea sarda contro l’occupazione militare A Foras.

L’evento si terrà oggi sabato 22 giugno 2019 presso la Biblioteca Sabastiano Satta, piazza Asproni Nuoro.

✮Dalle 18:00: dibattito storico sull’imposizione dei poligoni militari in Sardegna, sulla lotta della comunità orgolese del 1969 e sulle lotte del presente contro l’occupazione militare della Sardegna.

✮Dalle 21:00: Presso il circolo Tuco Ramirez di via Roma 15, ci sarà musica e una cena benefit a offerta, per finanziare gli eventi che si terranno ad Orgosolo nel mese di Settembre, organizzati dal comitato Pratobello 50 Annos.

Il prossimo 30 giugno si terrà invece la marcia a Orgosolo organizzata dal comitato “Pratobello 50 Annos”. Si partirà da Orgosolo per raggiungere la Località di Pradu, intervallando il cammino con momenti di lettura e musica, per raccontare attraverso i luoghi e i protagonisti, l’evento che nel 1969 ha segnato uno dei momenti più importanti della storia della Sardegna del ‘900.

Sei precario o tirocinante e ti pagano di merda? Ora non sei più solo!

Lo sportello mutualistico di Caminera Noa e USB Telèfonu Ruju

Ci risiamo. Come ben sappiamo questo non è solo il periodo in cui cominciano ad arrivare le proposte di tirocinio più assurde e illegali ma è anche quel periodo dell’anno in cui ricomincia la solita solfa delle imprese che fanno fatica a trovare lavoratori “perché i giovani sono dei fannulloni, che non hanno la cultura del lavoro” mentre dall’altra parte c’è l’eroico imprenditore che dispensa posti di lavoro e una giusta paga. 

Quest’anno è scoppiato il caso dei lavoratori stagionali su segnalazione del sindaco di Gabicce Mare, poi rilanciato anche dall’ex premier Matteo Renzi (PD), i quali hanno denunciato il vuoto di lavoratori stagionali nei luoghi di lavoro tipici dell’estate (cioè spiagge, stabilimenti, ristoranti e negozi) a causa – secondo loro – del reddito di cittadinanza. I lavoratori stagionali preferirebbero stare a casa in panciolle e percepire il reddito di cittadinanza piuttosto che sgobbare tutto il giorno in costa per due soldi di stipendio.

Si tratta di una polemica nata in Italia ma che riguarda direttamente in Sardegna perché nell’isola il sistema di sfruttamento stagionale è come sappiamo assai complesso e spesso coperto dagli stessi enti regionali.

L’anno scorso il soggetto progetto Caminera Noa e il sindacato di base USB hanno lanciato la campagna-sportelo Telèfonu Ruju che ha dato assistenza a decine di lavoratori precari, stagionali e/o tirocinanti (è spesso molto difficile stabilire dove finisca una categoria e dove inizi l’altra).

L’allarme viene lanciato dalla Cambiamo le regole sui tirocini – Sardegna:

«Insomma oltre il danno dello sfruttamento anche la beffa di io amo la cele guai a chu me la tocca sorbirci puntualmente questa cazzata riportata da qualche giornale che dà spazio a questi padroni piagnucolosi. Il quadro che esce fuori dall’articolo odierno de L’Unione Sarda è che secondo questi imprenditori i colloqui di lavoro sono un incubo: le persone si preoccupano di chiedere addirittura quale sarà il salario, se ci sarà il giorno libero o le ferie e per giunta si presentano ai colloqui sporchi!! Ma la cosa più divertente è il ribaltamento della realtà peraltro enfatizzato da un riquadro isolato che recita: “ESCAMOTAGE. Alcuni vogliono essere presi in nero per non rinunciare alla disoccupazione”. Per assurdo il lavoro nero diviene quindi uno strumento usato dai lavoratori al quale i poveri datori di lavoro devono sottostare, mica un sistematico strumento di ricatto da loro utilizzato!»

Le vere domande che un giornalista serio dovrebbe porre – scrivono gli attivisti di Cambiamo le regole dei tirocini e di Telèfonu Ruju (due pagine che lavorano a stretto contatto) sono ben altre:

Le reali domande da fare a questi imprenditori sono: ma voi applicate il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro di riferimento? La retribuzione è quella prevista dal CCNL o ve la inventate voi? Pagate con le maggiorazioni dovute il lavoro festivo, gli straordinari e il lavoro notturno? Lo sapete che quando il lavoratore tiene per dovere aperto il locale nonostante l’ora tarda perché i clienti non se ne vanno sta lavorando e non vi sta regalando le ore? Non è che per caso fate stipulare un contratto part-time e poi sistematicamente i lavoratori lavorano a tempo pieno e quelle ore in più le pagate in nero?

Dopo aver lanciato l’allarme sulla pagina di Telèfonu Ruju vengono periodicamente pubblicati annunci bizzarri, alcuni paradossali, che gli utenti di Telèfono Ruju segnalano a Caminera Noa o direttamente alla pagina.

Riportiamo alcune segnalazioni curate dagli attivisti, ma invitiamo a visitare la pagina di Telèfonu Ruju per leggere con i vostri stessi occhi l’assurdità di molte richieste (di cui sulla pagina sono pubblicati gli screen degli annunci):

Ti hanno mai proposto un contratto di #tirocinio a tempo pieno, e però ti richiedono di avere già un anno di esperienza?

Eravamo convinti che l’anno di esperienza pregresso potesse già equivalere al tirocinio, ma il mondo del lavoro odierno ci riserva sempre inquietanti sorprese e ci regala perle di furbizia come queste.

Anche per questo motivo, contatta Telèfonu Ruju. ☎️

Segnalaci in privato altri annunci di lavori a tempo pieno fatti passare per #tirocini. ✏️

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Ci segnalano questa offerta di tirocinio per addetto vendita nel centro di Cagliari. Male sin da subito, infatti da sempre contestiamo la legittimità del tirocinio per questa mansione, sicuramente importante e faticosa ma a bassa specializzazione: cosa giustifica sei mesi di formazione per svolgere questa attività? Cosa impedisce di proporre un normale contratto di lavoro?

Come se non bastasse chiedono anche un anno di esperienza obbligatorio nella mansione. Insomma vogliono un tirocinante a 400€ al mese per formarlo nella mansione ma lo vogliono già formato; ci ricorda il modo di dire “volere la botte piena e la moglie ubriaca”. Noi intanto proviamo a svuotare la botte di tutti questi furbetti e segnaleremo all’Ispettorato del Lavoro questa offerta.

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Ci segnalano in privato:

“Pizzeria a Cagliari, nel quartiere San Benedetto, mansione fattorino.
Orario di lavoro: dalle ore 18:00 alle ore 24:00 ogni giorno. 6 ore di lavoro per 20€ al giorno (3,33€ all’ora). Il fattorino deve fare il lavaggio della sala all’inizio del turno e la pulizia dei piatti alla fine del servizio.
Il fine settimana, turno spezzato: dalle ore 12:00 alle ore 16:00, 4 ore di lavoro per 15€ di compenso (3,75€ all’ora); dalle 18:00 alle 24:00, come sopra, 6 ore di lavoro per 20€ (3,33€ all’ora).
Non definito il contratto.”

Totale ore settimanali: ~ 50 ore.
Totale salario mensile stimato: ~ 720€.

Anche i fattorini hanno una dignità. Non riteniamo etico pagare un lavoratore mediamente 3,39€ all’ora. Un salario di circa 720€ al mese è poco al di sopra della soglia di povertà e non permette di risparmiare niente per investire sul proprio futuro. A chi cerca lavoro, sconsigliamo, in linea di massima, di accettare trattamenti economici del genere, al fine di non alimentare il ribasso dei salari a causa della grande disponibilità di persone che occuperebbero quella mansione, e invitiamo il pubblico ad essere comprensivo e solidale con tutti i fattorini e tutti i lavoratori similmente salariati.

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Ti è mai capitato che ti chiedessero di parlare bene l’italiano, di avere i documenti in regola e non capire perché te lo chiedessero, per poi proporti una paga di 3,12€ a ora per 30 ore a settimana?

Anche per questo motivo, contatta #TelèfonuRuju. ☎️

✏️ Segnalaci in privato altri #annunci con lavori malpagati.

 

A Gli attivisti di Caminera Noa e i sindacalisti della USB annunciano che entro pochi giorni diffonderanno un vademecum per tutti i lavoratori stagionali, precari e tirocinanti perché nessuno sia lasciato solo davanti alla sempre più intollerabile arroganza di padroni, padroncini.

 

 

 

 

 

 

 

Non si ruba sul latte versato. Intervista agli autori del libro

di Daniela Piras

 

A febbraio di quest’anno la Sardegna è stata scenario di una delle lotte più dure portate avanti dai pastori. La lotta è stata principalmente contro chi utilizza il latte da loro prodotto e lo trasforma, gli industriali, accusati di guadagnare senza avere nessun rischio d’impresa. È in questo rapporto tra pastori/lavoratori e padroni/industriali che si insinua la rottura.

È una lotta che va oltre la richiesta di interventi da parte dell’anello intermedio della politica, non si vogliono ottenere sovvenzioni, si vuole mettere in discussione alla radice il rapporto tra coloro che producono e coloro che controllano l’intera filiera.

Per più di un mese si assiste a uno sciopero durissimo, con presidi permanenti in otto caseifici, camion perquisiti ai porti, autocisterne assaltate per impedire di far conferire il latte agli industriali, a quei padroni che, nascondendosi dietro parole come “mercato” e simili, decidono che prezzo dare al lavoro dei pastori, al loro latte e al loro sudore. Il mercato è visto come una grande truffa che serve a giustificare condizioni illogiche, che vedono i produttori come l’anello debole della filiera, senza alcun potere decisionale.

La recriminazione maggiore è ben sintetizzata nella dichiarazione di un pastore di Siniscola, il quale afferma che «Questo è l’unico mestiere al mondo in cui chi compra fa il prezzo».

Si è trattato di una protesta che ha tenuto alta l’attenzione della Stampa per oltre un mese. Abbiamo chiesto a un redattore di InfoAut, coautore del libro “Non si ruba sul latte versato – sullo sciopero dei pastori sardi”, edizioni DeriveApprodi, di darci il suo punto di vista su una lotta che lo ha visto, insieme ad altri militanti, partecipare attivamente ai presidi ed entrare in contatto diretto con i protagonisti di questa lotta.

  1. I pastori sono considerati lavoratori autonomi. Nell’analisi dello scontro tra produttori e industriali riportato nel libro invece troviamo parole che sembrano appartenere ad altre dinamiche, come “salario”. Come si può associare all’idea di lavoratore autonomo un concetto come quello di “salario”? Sembrerebbe una contraddizione in termini.

È questo uno degli aspetti su cui ci siamo impegnati a dissipare alcuni pregiudizi che ci sembrava affliggessero i contesti dei militanti di sinistra che osservavano in quelle settimane di febbraio la protesta dei pastori. Si sa, è opinione ricorrente in questi ambienti giudicare come estranee alla lotta e alle possibilità della lotta di classe categorie estranee a quelle tradizionalmente protagoniste della storia del movimento operaio: i salariati. Ci sembrava allora che alcune rappresentazioni all’apparenza distanti andassero fatte incontrare alla luce di un tentativo di lettura materialistico dei fenomeni. Ogni allevatore è titolare di partita IVA, questa è una ovvietà. È così che una filiera produttiva con al vertice industriali e caseari e grande distribuzione organizzata scarica verso il basso i costi di produzione comprando da altri attori economici subordinati un prodotto di consumo intermedio da trasformare e immettere sul mercato. Ogni allevatore è dunque formalmente autonomo sul mercato ma salariato di fatto perché di quanto valga il suo lavoro, e il prodotto del suo lavoro decidono altri padroni: gli industriali, le politiche comunitarie, la grande distribuzione. D’altra parte in quei 60 centesimi al litro non si può dire che c’è il salario del pastore? Il punto è che anche della nozione di salario si condivide un’interpretazione molto riduttiva. Non si tratta infatti, come sosteniamo anche nel testo, solo della forma della compravendita della forza lavoro ma del modo della sua alienazione, il fatto che il pastore non controlli nulla della sua vita e del suo lavoro e che il modo in cui ne è espropriato passa per la mercificazione della capacità umana.

2. Gli interessi dei pastori e quelli degli industriali, nonostante entrambi appartengano alla stessa catena produttiva, appaiono contrapposti. È qui che l’idea di non conferire il latte nei caseifici da parte dei pastori appare come un tentativo di far aumentare il loro peso e la loro capacità di contare. Che aria si respirava nei presidi? Pensi di aver assistito a una nuova presa di consapevolezza dei pastori, capace di mettere in discussione lo stato attuale del rapporto tra i vari anelli della catena produttiva, specie dei più giovani tra loro?

Gli interessi dei pastori e quelli degli industriali sono contrapposti. Come ripeteva un pastore della Baronia: “noi pascoliamo e mungiamo, non siamo agenti di borsa”. Lo ripeteva per ribadire un concetto molto semplice: il pastore vende, l’industriale compra, trasforma e rivende il latte del pastore in prodotto finito. È la forma elementare della circolazione che realizza il capitale degli industriali che investono nel settore: denaro, merce, denaro. C’è un antagonismo elementare tra la figura di chi vende e quella di chi compra, ognuno persegue il suo specifico interesse sebbene con mezzi e capacità differenti… l’industriale controlla il lavoro del pastore, come dicevamo. Ora, troppo spesso i vari cicli di lotta dei pastori sardi sono stati rappresentati mistificando questi interessi contrapposti. Si parlava di “salvare la filiera”, “rilanciare il settore” e cose di questo tipo. Queste espressioni erano completamente sparite nei primi giorni dello sciopero, prima che la questione dei tavoli di trattativa tornasse centrale nella dinamica di conflitto apertasi. Perché? Di fatto questo sciopero attaccando direttamente l’interesse dell’industriale mostrava la realtà di interessi contrapposti nella stessa filiera. Era come se i pastori dicessero: non sarà il mercato a salvarci, non la quotazione in borsa del pecorino romano, ma, prima di tutto l’erosione dei margini di profitto degli industriali. In questa maniera – sentivamo dire ai presidi – sicuramente avremmo garantito il valore del nostro lavoro e potremmo raggiungere un euro al litro. Certamente la situazione era ancora più complessa ma la difesa egoistica di un interesse irriducibile, di parte e antagonista a quello del padrone che controlla il tuo lavoro e ne decide il prezzo era una conquista straordinaria per la chiarezza, anche comunicativa, della lotta in corso. Non direi si trattasse di maggiore consapevolezza acquisita. Infatti di odio per gli industriali ne ho sentito sempre parlare, in ogni dove in Sardegna e a ogni ondata di protesta dei pastori. Il punto di novità qui è stato un altro: quest’odio non veniva più “diluito” negli obbiettivi politici della lotta in una generica richiesta di aiuto alla politica affinché mediasse tra pastori e industriali ammortizzando i costi vivi di produzione dei primi e garantendo i profitti dei secondi. Non si trattava più di salvare la filiera quanto semmai di spezzarla per contrattare un nuovo costo del lavoro e nuovi rapporti di forza nello stesso ciclo produttivo. Questo ci sembra sia stato un fattore di discontinuità notevole, soprattutto nei primi dieci giorni di protesta, favorito in particolar modo dallo scavalcamento di vecchie rappresentanze abituate a condurre la lotta in questa logica di mediazione e dall’irruenza della protesta partita all’improvviso e in maniera incontrollabile. In questa dinamica ci sembra di aver osservato come molti pastori giovani e giovanissimi, estranei anche anagraficamente ai precedenti cicli di lotta, agissero un ruolo di primo piano riproducendo e allargando pratiche di lotta orientate a colpire gli industriali: i presidi ai caseifici, il non conferire, la caccia alle cisterne. Erano estremamente conseguenti: se il problema è l’industriale è il suo interesse che va danneggiato. Tantissimi ripetevano: “non abbiamo da chiedere nulla ai politici, basta con le elemosine”.

3. Lo sciopero dei pastori può essere visto come un conflitto di classe? Quanta libertà e potere decisionale hanno i pastori all’interno della filiera produttiva? Quanto le famigerate “regole del mercato” incidono sulla vita quotidiana e sul lavoro reale dei pastori?

È importante ponderare le parole, per non sovraccaricare di significati esterni ciò che le parole denotano e per non tradire la realtà. Nel libro a proposito di questo sciopero di febbraio parliamo di frammenti di lotta di classe perché in alcuni suoi aspetti ci sembrava di rintracciare alcune condizioni di sviluppo proprie di possibili conflitti di classe all’altezza del nostro tempo. Mi spiego meglio. Lo scontro con gli industriali come anello superiore della catena produttiva, la costruzione di un interesse collettivo irriducibile e contrapposto a questo per una nuova contrattazione collettiva nel rapporto produttivo, il negarsi come fattore di valorizzazione del capitale detenuto dagli industriali, quindi di fatto, non conferendo, scioperare per aumentare il valore della propria attività. Questi sono frammenti di un conflitto con caratteristiche di classe. Ma la suggestione si ferma qui. Infatti come dichiarato da alcuni pastori al blocco di Lula: “noi restiamo una categoria, non siamo classe”. Bisogna volare basso ma dare fiducia alla realtà quando questa grazie alle lotte disvela l’antagonismo nei rapporti di sfruttamento che riproducono questo mondo.

In questo senso ci siamo sentiti di parlare di lotta di classe, anche per sfidare una percezione ottusa e diffusa che invece per pregiudizio questa fiducia a quanto accaduto non la voleva accordare. Frammenti comunque. Anche se molto potenti e in grado di mostrare un antagonismo dentro un possibile sviluppo di classe perché poi attorno alla lotta almeno fino al 13 febbraio altre istanze, per quanto confusamente, si accordavano. Non bisogna sottovalutare il peso di intere comunità che sono scese in lotta con i pastori. Non che hanno solidarizzato, ma hanno proprio lottato con loro. Al blocco del bivio di Lula del 13 febbraio si trovavano almeno quattromila persone dai paesi di Barbagia e Baronia.

Centri con scuole, uffici e attività completamente chiusi. Perché? Era una forma di governo del territorio infrastrutturato e riprodotto da quell’economia che veniva contestata. L’essere ostaggio delle sue regole e di quelle del suo mercato. Venivano fermati e perquisiti i camion della carne per controllarne la provenienza perché le carni di importazione abbassano il prezzo delle produzioni sarde, perché tutta la vita e la riproduzione sociale è stata integrata in circuiti mercificati a condizioni non sostenibili. Espropriati della possibilità di produrre, ridotti i redditi, costretti a consumare. A un certo punto attorno alla lotta dei pastori sembrava si addensassero anche queste contraddizioni come ulteriori frammenti di un possibile sviluppo di classe, ovvero per l’autonomia di una macroparte in conflitto da un padrone collettivo – il mercato – che scompone gli aggregati sociali, mercifica la riproduzione della vita, erode i salari. Sono segnali importanti all’altezza dei conflitti al tempo della crisi in cui dopo il lungo ciclo neoliberista sembrava non esserci più spazio per un’ipotesi di ricomposizione delle istanze proletarie, di chi comunque lavora e consuma non alle proprie condizioni, in un corpo collettivo, di classe per l’appunto. Frammenti, certo. Occorre ribadirlo. Ma forse in Francia, per quel che riguarda i gilets jaunes, su contraddizioni analoghe quei frammenti iniziano a comporsi in una nuova sintassi di conflitto e critica all’esistente.

 

  1. Si è sentito dire spesso, in questa protesta e anche in tempi passati, che i pastori sono per lo più degli “egoisti”. Secondo te perché vengono tacciati di egoismo?

    È una rappresentazione ricorrente in cui un’immagine romantica trasfigura in giudizio politico e viceversa. La secessione dalla società di questo mestiere che si svolge nelle campagne ha alimentato un’idea del pastore come uomo solo interessato solo a sé, legato alle comunità di appartenenza come appendice relativamente indipendente. Cosa c’è di vero in questo? Alle condizioni della produzione industriale del formaggio pecorino ben poco, se non il fatto che effettivamente, in quanto produttori autonomi, i pastori nella catena produttiva hanno poche occasioni di incontro tra di loro sebbene negli ultimi anni i social network abbiano costruito una comunicazione informale endogena a questo mondo la quale ha anche rappresentato una infrastruttura importante per la lotta. Comunque questo essere soli è stato percepito come un pensare solo a sé. Da qui l’accusa di egoismo, confermata, a detta di tanti, dai troppi cicli di lotta precedenti ritenuti troppo dipendenti dall’assistenzialismo della politica, dipendenti dagli aiuti solo per sé. Si tratta di giudizi esterni al mondo dei pastori ovviamente. Ma questi giudizi andrebbero sfidati. Ricordo bene che in quei giorni quando sentivo, specie in contesti militanti, sentenze di questo tipo istintivamente mi veniva da pensare: “ma qual è la categoria o la figura anche individuale che, in società scomposte e atomizzate come le nostre, lottando non parte dalla difesa del proprio interesse?”. Non esistono le lotte combattute per l’universale e se queste arrivano lo diventano. Questo discorso dell’egoismo va anzi impugnato. Meno male che c’è chi lotta per il proprio interesse specifico, portandolo fino in fondo, costruendo un’irriducibilità di questo ad altri. È nella costruzione della parzialità che emergono gli interessi in conflitto senza che questi vengano mistificati nella difesa di interessi comuni di vario tipo: dalla filiera, alla democrazia. Inoltre è solo sullo sviluppo di questa parzialità che le gerarchie nella riproduzione del rapporto sociale si possono incrinare ponendo delle condizioni di ricomposizione su istanze ulteriori e allargate. Ma se non si lotta a partire da sé, dalla propria condizione e contro la propria condizione attuale non c’è una generalità possibile a venire.

  2. Con l’accordo raggiunto l’otto marzo si è stabilito di fissare il prezzo del latte a 74 centesimi al litro, e ventiquattro milioni sono andati dal governo agli industriali. È una soluzione-tampone che ha lasciato rabbia e molta delusione. Adesso che i riflettori si sono un po’ spenti, e ci si è concentrati sulle conseguenze di tali rimostranze (attualmente ci sono centosessanta procedimenti penali in corso) è importante capire che il fuoco della protesta cova sotto la cenere. Nel libro si dice che le condizioni per far sì che la lotta riesploda ci sono tutte, puoi spiegarci il motivo, in maniera sintetica?

 

Sì la brace cova sotto la cenere, ma è importante anche fare il punto sulla trattativa penso. O meglio sul senso che ha acquisito in una dinamica di scontro vero. Un rischio che si è profilato, specie tra chi ha assistito dall’esterno alla lotta, è stato nel corso delle settimane quello di dividersi tra tifosi della lotta a oltranza e partito della fiducia nella trattativa. È sempre stata una falsa opposizione che nasconde un’attitudine a giudicare la lotta invece che a comprenderla. Credo che ogni conflitto quando è vero e trasformativo della realtà da un lato la nega radicalmente puntando a rovesciarla da un’altro lato, ma nello stesso sviluppo dialettico, innova le condizioni di riproduzione della realtà. La trattativa è stata per l’appunto questo: il verso innovativo di uno stesso movimento conflittuale impostosi con il rifiuto di continuare a lavorare come si lavorava prima, a 60 centesimi a litro. Quindi, primo fatto: senza lo sciopero non ci sarebbe stata nessuna trattativa, vero; ma, secondo fatto: si può discutere di come e per quali limiti progettuali la trattativa abbia poi preso il sopravvento sullo sciopero diventando l’aspetto centrale e ufficiale della protesta ma non si può affermare che la trattativa abbia “tradito” la lotta. Un pastore di Siniscola, un’avanguardia di lotta, sostenitore dello sciopero duro e mai implicato nelle dinamiche dei tavoli, quando abbiamo presentato il libro a Siniscola, ha rammentato che pure quei 14 centesimi in più sono innanzitutto un risultato della lotta e un nuovo punto di partenza aggiungendo che se non si è convinti di questo allora ci si inganna, ritenendo di aver lottato per nulla. Invece non si è lottato per nulla, perché nuove condizioni di possibilità sono emerse. La trattativa è un po’, diciamo, il sintomo di un autonomia che c’è, quella di avere la forza di negarsi in un ruolo preordinato lottando collettivamente, e di quella che manca, ovvero la capacità di costruire un progetto su questa forza favorendo però comunque un’innovazione, un cambiamento e quindi la possibilità di continuare a svilupparla in rivolgimento. Il massimalismo di per sé non è una risposta sufficiente. Detto questo il malumore è tanto. Ed è comprensibile. Infatti la domanda iniziale era giustamente molto pretenziosa, frutto anch’essa dell’accumulo di cicli di lotta precedenti. Ma ciò che va specificato è che questa insoddisfazione per una trattativa ferma non è attribuibile solo a un umore oltranzista della base di chi ha lottato. Ci sono delle ragioni materiali. Provo a elencarne alcune per punti. Primo: il fatto è che ancora una volta il prezzo del latte e le sue progressioni sono agganciate al prezzo del romano sul mercato, dunque alla produttività dei padroni. Ciò ovviamente non sposta gli assetti materiali contro i quali la lotta è esplosa. Secondo: i 74 centesimi ristrutturano la filiera. Gli industriali hanno liquidità per sostenere il sovrapprezzo mentre le cooperative avendo stipulato prestiti con le banche su una campagna che prevedeva un costo del latte più basso, si trovano ora scoperte. Pare che alcune grosse cooperative siano in ritardo nei pagamenti dei mesi successivi all’accordo. Ciò ovviamente aumenta il malcontento dei soci-conferitori che hanno condotto la stessa identica battaglia di chi conferiva agli industriali. Terzo: gli industriali lamentando una crisi di sovrapproduzione contemplano questa ristrutturazione della filiera con un restringimento della base dei conferitori. Pare infatti stiano stipulando contratti separati con aziende grosse – oltre i mille capi – le quali potrebbero sopportare un prezzo basso del latte. Si produrrebbe così in tendenza uno scontro tra allevatori medio-piccoli che sono la più parte e la base più conflittuale dello sciopero e grossi allevatori. Questi verrebbero integrati nel mercato a condizioni non sostenibili dagli altri. Quarto: non tutto ruota attorno alla trattativa. Le generazioni più giovani e centinaia di pastori impegnati nello sciopero sono stati solo parzialmente coinvolti dalla dinamica di sviluppo delle trattative. Rappresentano la faccia non ufficiale della lotta e allo stesso tempo la sua ossatura. Questa ancora continua a organizzarsi o a non conferire. Porta avanti comunque la lotta anche se le manifestazioni di questa non emergono sul lato dell’ufficialità, di ciò a cui la politica e la comunicazione danno importanza, ma ciò non significa che non possano ritrovare un’autonomia di linguaggio e dunque di protagonismo che costringerà di nuovo la controparte a fare i conti con una domanda irrisolta: non solo un euro a litro di latte ma più potere e controllo sulla propria vita per migliaia di pastori.

  1. “Non si ruba sul latte versato” si chiude con una riflessione sul fatto che la potenza di questa lotta consiste nel suo essere “incompiuta” e con la sua incompatibilità con il regime di mercato. Cosa dobbiamo e possiamo aspettarci nell’immediato futuro?

 

È in questo senso che sosteniamo che quanto avvenuto in Sardegna a febbraio rappresenta una lotta all’altezza di questo tempo. Tempo dei neopopulismi, come amano dire i politologi, o tempo della crisi del neoliberismo. Infatti è vero che la lotta ha innovato delle condizioni di questo lavoro ma il suo risultato più importante è aver mostrato anche e soprattutto l’incapacità di riformare il settore alle sue stesse condizioni. Non c’è capacità di recupero istituzionale a una domanda di conflitto quando questa assume la chiarezza del proprio obiettivo e l’irriducibilità del proprio punto di vista e di quello delle reti sociali produttive e riproduttive che aggrega. Per questo è incompiuta. Perché ciò che vuole davvero non lo otterrà alle regole del gioco a cui vorrebbero farla stare. C’è in ballo molto di più… ma qui ci fermiamo. In Francia, su proporzioni ovviamente differenti, si assiste alla stessa dinamica. Questa lotta è stata innanzitutto un frammento di possibilità che ci consegna una rinnovata fiducia nella possibilità di lottare e ricomporre su istanze politiche autonome mondi che pensavamo integrati e compromessi irrimediabilmente con la riproduzione capitalistica della vita, strozzati da questa. La partita non è mai chiusa.

 

Facciamo la festa alla Repubblica della guerra

Domani è il 2 giugno. In Italia si festeggia la giovane Repubblica antifascista. In Sardegna si è appena finito di sparare fino all’ultima cartuccia per la mega esercitazione Joint Stars.

L’occupazione militare della Sardegna è benvoluta da tutti gli schieramenti politici in campo, ovviamente da tutta la destra, dal PD, dai 5Stelle – che dismesse le bandierine arcobaleno e le colombe hanno subito cambiato rotta e oggi benedicono la destinazione d’uso militare dell’isola – e perfino dai sindacati confederali (CGIL compresa).

Davanti a questo fronte unito militar-repubblicano se n’è però creato un altro contrario all’occupazione che per la terza volta rilancia l’A Foras Fest a Cagliari.

Pubblichiamo di seguito il comunicato integrale:

Corteo contro l’occupazione militare della Sardegna

 

2 GIUGNO 2019 

10.00 

PIAZZA DEI CENTOMILA CAGLIARI

 

Il 2 giugno 2019 A Foras torna in piazza a Cagliari per manifestare contro l’occupazione militare della Sardegna. La partenza del corteo è in Piazza dei Centomila alle ore10.00.

A Foras è un’assemblea nata il 2 giugno del 2016 a Bauladu, composta da comitati, collettivi, associazioni, realtà politiche e individui che si oppongono all’occupazione militare della Sardegna.

A Foras Fest è la Festa della Repubblica in quella parte della Repubblica che      non       ha       nulla       da       festeggiare,      è       il       rovescio       della       medaglia.   Il 2 giugno è la Festa della Repubblica Italiana che da ormai 70 anni occupa abusivamente ampie porzioni di territorio dell’isola, per devastarlo con il proprio esercito, prestarlo edaffittarlo agli eserciti di mezzo mondo e ad imprese multinazionali che testano le proprie armi per venderle ai migliori offerenti. Quella che a Roma è solo una parata, una finzione, nella nostra isola è la realtà quotidiana di soldati che da porti e aeroporti “sfilano” fino alle basi militari. A Roma il 2 giugno brillano le spillette, qui “brillano” quasi tutti i giorni le bombe, qui le frecce tricolori sono frecce avvelenate nella carne della popolazione.

Quest’anno il 2 giugno di A Foras sarà dedicato al Mare, all’acqua che bagna la nostra isola e l’attraversa nei fiumi, nei litorali e nelle insenature che disegnano il profilo della nostra terra.

Le coste e i golfi sono il teatro di questa guerra e il luogo di insediamento dei tre poligoni più grandi d’Europa (Capo Frasca, PISQ, Teulada). I porti sono il luogo di attracco e partenza di una miriade di navi militari che si preparano alle esercitazioni o sbarcano i mezzi pesanti che attraversano città e paesi per arrivare ai poligoni di tiro. Centinaia le navi che hanno occupato e occuperanno il porto di Cagliari, Sant’Antioco e Olbia per “Mare Aperto” (Ottobre 2018), per la “Joint Stars” (Maggio 2019), l’ultima mastodontica operazione che ha coinvolto l’Arma dei Carabinieri, il Corpo della Guardia di Finanza, l’agenzia ENAV, l’US Marines Corps, schierando oltre 2000 uomini con più di 25 tra velivoli ed elicotteri, decine di mezzi terrestri, navali ed anfibi impegnati in intense attività addestrative diurne e notturne; molte di meno invece le navi che prenderanno il largo per trasportare sardi e sarde di ritorno da lavoro o studio, o per viaggiare per il Mediterraneo. Un nonsenso che conferma la Regione Sardegna completamente asservita al giogo del Ministero della difesa e della NATO, ma che non riesce a garantire i servizi basilari e la mobilità dei suoi figli.

Così l’esercito arrivato a maggio per la “Joint Stars” ha trovato un intero sistema apparecchiato al suo servizio, come mostrano le foto scattate al porto di Sant’Antioco, mentre noi per andare e tornare dalla Sardegna dobbiamo fare i salti mortali: una strana continuità territoriale questa che vale per i carri armati e non per le semplici automobili, che vale solo per chi ha una divisa o un portafogli gonfio di investimenti che ai sardi lasceranno solo briciole e macerie.

La guerra nel golfo non è fatta solo di azioni militari. È un piano economico studiato da UE e Italia, con i loro alleati Arabia Saudita e Qatar. Come spiegare altrimenti certe scelte dannose, antieconomiche e obsolete come quella del metano? Il metano è un combustibile fossile altamente inquinante, estremamente dannoso per l’ambiente e la salute, scegliere oggi il metano significa investire risorse per renderci ancora dipendenti da un combustibile fossile e da interessi esterni.

Il progetto di metanizzazione che intende trasformare la Sardegna in un grande HUB del metano al centro del Mediterraneo è un affare per pochi a discapito della collettività, che comporterebbe un cambiamento radicale del sistema energetico attuale senza nessuna contropartita adeguata: non è certo pensata per i sardi la dorsale che partirebbe dai rigassificatori di Giorgino a Cagliari, con un tracciato che toccherebbe le coste dal Sulcis passando per Santa Giusta, arrivando infine a Porto Torres per poi virare verso Olbia. L’ennesima servitù, fatta di espropri, inquinamento e militarizzazione di punti strategici, che si va ad aggiungere ai rapporti militari con l’alleato Qatariota, i cui marinai saranno ospitati nella Caserma Bastianini de La Maddalena, nella scuola per sottoufficiali della Marina. Il Qatar investe e trova la strada spianata anche in altri settori della società sarda come la sanità; la Qatar Foundation, infatti, ha inaugurato lo scorso 12 dicembre un ospedale privato, il Mater Olbia, che gradualmente andrà a sostituire la sanità pubblica,ampiamente razionalizzata e menomata dalle politiche statali e regionali.

La guerra nel golfo deve finire: non vogliamo più carichi di bombe dal Porto Canale o dal Porto di Olbia, non vogliamo più esercitazioni sul fiume Temo a Bosa, stop all’attracco di navi militari nei porti cittadini, basta al passaggio di mezzi militari e carri armati nelle città e nei paesi della Sardegna.

Chiediamo al comune di Cagliari, di Sant’Antioco, di Bosa, di Olbia, di Siniscola e alle autorità portuali di prendere posizione ufficialmente contro il passaggio dei mezzi, l’attracco e l’utilizzo di ampie fette di mare e fiumi per fini militari. Non ci facciamo ammaliare dagli accordi truffa firmati da Regione e militari che con una mano restituiscono mezza spiaggia al demanio pubblico, mentre con l’altra aumentano gli spazi di addestramento, senza che le istituzioni e i cittadini abbiano voce in capitolo. Da Pula a Muravera, passando per Capo Comino e Prato Sardo dobbiamo impedire che il territorio sia sacrificato alle esercitazioni militari.

PER IL NOSTRO MARE, PER LA RESTITUZIONE DEGLI SPECCHI D’ACQUA AI PESCATORI, PER NON ESSERE SERVI DELLA GEOPOLITICA NATO E ITALIANA, PER

UN’ECONOMIA BASATA SUI NOSTRI BISOGNI E NON SUL METANO QATARIOTA O SULLA SANITÀ SVENDUTA AL MIGLIOR OFFERENTE, A FORAS È OGGI IN PIAZZA PER RIBADIRE:

  • STOP alle ESERCITAZIONI militari, DISMISSIONE di TUTTI i POLIGONI; avvio di BONIFICHE integrali;
  • RISARCIMENTI per tutti i danni (demografici, economici alla salute e all’ambiente) subiti in 60 anni di occupazione militare, e utilizzo degli stessi per l’avvio di ALTERNATIVE ECONOMICHE etiche, sostenibili e legate alle risorse deiterritori;
  • RICONVERSIONE a uso civile di tutti siti militari, dalle CASERME dei POLIGONI a quella di Pratosardo, e della fabbrica di bombe RWM diDomusnovas;
  • STOP ai nuovi progetti sui poligoni DUAL USE(civile-militare);
  • STOP ai progetti di ampliamento e ammodernamento dei poligoni, come il Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre(SIAT)
  • Revoca degli accordi dell’Università di Cagliari con il comando militare della Sardegna e con le università israeliane complici del massacro del popolo palestinese. Revoca della convenzione tra Università di Sassari ed Esercito Italiano. Fine di ogni rapporto degli atenei sardi con aziende coinvolte con lo sviluppo bellico. Avvio di ricerche e corsi di studio su bonifiche e riconversioni di siti militari;
  • Annullamento dell’accordo tra Regione Sardegna e Ministero della Difesa sulle servitù militari;
  • Cessazione di ogni tipo di collaborazione sia civile che militare tra la Regione Sardegna e governi (comequelli di Arabia Saudita, Turchia, Qatar, USA e Israele) che promuovono guerre di aggressione negli stati senza pace.

L’occupazione militare che distrugge la Sardegna

Adriano Sollai, l’avvocato di parte civile intervistato da A Foras

Pubblichiamo l’intervista fatta da A Foras ad Adriano Sollai, legale di parte civile al processo Quirra 

Cogliamo l’occasione per ricordarvi la data della manifestazione del 2 giugno: ore 10:00 piazza dei Centomila Cagliari. ecco l’evento

– Si parla di un processo che parte da una denuncia del 2011, la cui prima udienza, concluse le indagini preliminari nel 2013, si è svolta nel marzo 2015. Ci può dire in quale fase del processo ci troviamo? Ci può dire quante udienze si sono tenute sinora?

🔴 Il procedimento penale nei confronti dei comandanti del P.I.S.Q. di Perdasdefogu e di quelli del distaccamento di Capo San Lorenzo è stato intrapreso dall’allora Procuratore della Repubblica di Lanusei Domenico Fiordalisi nel 2011, anche in seguito alle denunce pubbliche delle diverse associazioni e comitati antimilitaristi nonché di alcuni cittadini che indicavano la possibile correlazione tra la presenza militare e le decine di persone ammalatesi e decedute nei pressi del Poligono.
A seguito della udienza preliminare che si è tenuta per circa due anni (dal 2012 al 2014 con decine di udienze e l’espletamento di una perizia) è stato disposto il rinvio a giudizio dei militari, imputati di omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri; in sostanza si contesta loro di aver cagionato un persistente e grave disastro ambientale esponendo i cittadini e gli animali da allevamento ad un pericolo chimico e radioattivo, per non aver interdetto l’area militare nonostante le intense e periodiche esercitazioni militari e per non aver collocato segnali di pericolo nelle aree ad alta intensità militare. Il periodo di riferimento va dal 2002 in poi.
Dal 2014 è iniziato il dibattimento davanti al Tribunale di Lanusei dove in tutti questi anni sono stati sentiti decine e decine di testimoni della accusa e delle parti civili (operatori della polizia giudiziaria che hanno svolto le indagini, veterinari, militari, cittadini comuni, parenti di alcune persone ammalatesi e poi decedute, consulenti tecnici).
La prossima udienza è fissata per il 12 giugno prevista per l’audizione del perito nominato dal Giudice della udienza preliminare per svolgere accertamenti circa il contestato disastro ambientale. Successivamente sarà la volta dei testimoni citati dalla difesa.

Ci può dire quante altre udienze sono programmate e entro quale data si arriverà ad una prima sentenza?

🔴 Allo stato è difficile stabilire i tempi in cui si potrà arrivare alla sentenza del Tribunale.

La difesa dei generali alla sbarra più che difendere nel merito i suoi assistiti, sembra aggrapparsi a qualunque cavillo e qualunque vizio di forma in modo di allungare i tempi della causa e giungere ad una possibile prescrizione. Cosa ci può dire nel merito?

🔴 Legittimamente la strategia difensiva si esplica anche attraverso eccezioni e questioni rituali tutte a garanzia del diritto di difesa che comprende anche la possibilità della prescrizione. Ad ogni modo l’eventuale estinzione del reato per intervenuta prescrizione non pregiudicherà l’accertamento dei fatti emersi durante il processo.

– Durante le udienze sono venuti alla luce dei racconti raccapriccianti circa la gestione del territorio sardo e degli “esseri umani” che sono venuti in contatto con l’industria bellica negli ultimi decenni. Ci può indicare un episodio o una pratica che l’ha particolarmente colpita in termini di rischio per la salute? E a tale proposito ci può sintetizzare con poche parole l’atteggiamento delle istituzioni che amministravano questi territori (istituzioni militari e istituzioni civili, s’intende), sia in termini di sottovalutazione del rischio e di mancata salvaguardia degli operatori?

🔴 La pratica dei cosiddetti brillamenti che consisteva nel far esplodere tonnellate di munizioni e bombe fuori uso che provenivano dagli arsenali di tutte le Regioni dell’Italia è quella che maggiormente ha esposto l’ambiente, gli esseri umani e gli animali a danni permanenti e devastanti attraverso la diffusione nel territorio circostante di metalli e altre sostanze nocive per la salute. Queste attività, secondo la tesi della accusa e delle parti civili, hanno provocato danni devastanti anche per gli stessi militari che operavano nel poligono; infatti, secondo diversi testimoni, la bonifica del terreno successivamente alle esplosioni avveniva a mani nude da parte dei militari incaricati, senza alcun tipo di protezione.
Le autorità militari per aver omesso le necessarie cautele sono sotto processo; le autorità civili, in particolare alcuni Comuni, ritengono che il proprio territorio e i cittadini siano stati lesi e per questo si sono costituiti parte civile.

Dalle indagini preliminari alla testimonianza dei vari teste durante le udienze emerge chiaramente una divisione tra chi accusa l’industria bellica e chi, pur non avendo nessun tornaconto evidente, difende a spada tratta la presenza dei militari. Questo succede sia quando sentiamo testimoniare gli allevatori (alcuni accusano, altri tacciono o minimizzano), sia quando sentiamo testimoniare i militari sentiti come testimoni. Allo stesso modo l’opinione pubblica e l’intera società sarda si divide tra chi pensa che l’industria bellica non debba più operare nella nostra terra e chi invece la difende, pur senza aver nessun apparente tornaconto. Cosa ci può dire in merito? Cosa ci insegna questa esperienza processuale? 

🔴Questo processo, al di là di quello che sarà il suo possibile esito, ha il merito di aver fatto conoscere all’opinione pubblica sarda alcune delle attività che si sono svolte e si svolgono all’interno dei poligoni militari. Certo sarà pur sempre una ricostruzione parziale, ma nessuno potrà più dire che nei poligoni militari della Sardegna si svolgono “giochi di guerra”, le esercitazioni sono anch’esse un momento di guerra vera e propria che lascia vittime sul terreno

Durante il processo emerge che sono presenti numerose aziende agricole e zootecniche del territorio che operano e producono all’interno dell’area del Pisq. Ci può dire se esiste qualche controllo sui prodotti di queste filiere o se i prodotti vengano immessi nel mercato assieme a tutti gli altri? In poche parole, il consumatore medio ha la possibilità di scegliere se comprare o non comprare i cibi prodotti all’interno del Pisq?

🔴 Confermo, all’interno delle aree militari insistono diversi allevamenti i cui prodotti vengono immessi nel mercato.

In questo processo abbiamo assistito ad un vero e proprio cortocircuito istituzionale in cui lo Stato, attraverso i suoi giudici, accusa lo Stato, i generali alla sbarra, che sono difesi dall’Avvocatura dello Stato. I più maligni hanno da subito pensato ad una assoluzione piena e completa perché mai e poi mai lo Stato Italiano avrebbe condannato se stesso. Lei da giurista cosa ci può dire in merito?

🔴 In effetti questo processo presenta una particolare fisionomia: Il Pubblico ministero, l’avvocatura dello Stato che difende gli imputati, il Giudice, seppur indipendenti nella loro funzione, sono tutti dipendenti dello Stato italiano, come pure i comandanti. Inoltre lo Stato Italiano è anche parte offesa. Sarebbe una partita tutta interna allo Stato se non ci fossero i cittadini costituitisi parte civile unitamente ai loro rappresentanti territoriali.

La Confindustria scopre l’acqua calda

Immagine tratta da link

di Antonio Muscas

Alla fine Confindustria sarda si è resa conto che la dorsale del metano è a carico dei sardi. Ha scoperto il segreto di pulcinella.

E dire che ci sono associazioni e comitati che lo denunciano da sempre, persino io l’ho scritto e ripetuto diverse volte (https://www.manifestosardo.org/metano-combustibile-di-transizione/). D’altronde così prevedeva l’accordo firmato da Pigliaru e Renzi. Gli unici a non essersene accorti erano quelli di Confindustra, probabilmente distratti, ammaliati dall’idea di posare nelle nostre terre con le loro ruspe i luccicanti tubi del gas nuovi fiammanti.

Ora è addirittura salito il prezzo del progetto: eravamo partiti da meno di un miliardo e mezzo e siamo già arrivati sopra i due miliardi di euro.

Ma perché Confindustria è così allarmata? È veramente interessata delle conseguenze economiche sulle famiglie sarde?

Probabilmente le ragioni sono ben diverse da quanto vogliono farci credere e risiedono nella vera natura del progetto. Il metanodotto non è un progetto per i sardi, e anche questo non è un segreto, perché fu lo stesso Massimo Deiana, Presidente dell’AdSP del Mare di Sardegna, a specificare l’intenzione di dare, con l’approvazione alla realizzazione dei depositi costieri, a cui la dorsale è funzionale, “ufficialmente il via ad una nuova politica energetica e ambientale dei porti della Sardegna, che si candidano come hub mediterraneo per il bunkeraggio ecosostenibile”. E, a conti fatti, se il costo della dorsale si dovesse scaricare sugli utenti sardi, le imprese esecutrici dovrebbero anticipare gli investimenti e sperare poi in un alquanto improbabile recupero delle spese.

E le pesanti dichiarazioni di Confindustria, arrivata addirittura a gridare al “complotto contro i sardi”, sono la più importante prova della fregatura che si nasconde per noi dietro questo progetto.

Se Confindustria è certa di non poter recuperare i soldi dalle bollette degli utenti, significa semplicemente che le promesse di grandi risparmi, addirittura fino al 30%!, sono solo una trovata per indorarci la pillola, per la semplice ragione che saranno in pochissimi ad allacciarsi alla rete del gas metano, sempre che il gas metano arrivi fino alle nostre case. E se saremo noi a doverci far carico delle spese di realizzazione della dorsale, anche i soci di Confindustria, se e quando si dovessero allacciare alla rete, dovrebbero sborsare una quota generosa di compensazione.

Perciò Confindustria non è preoccupata per il nostro portafogli, è preoccupata per il suo: non vuole anticipare capitali che è quasi certa non torneranno indietro e pretende allora la garanzia di soldi pubblici per realizzare l’opera. Che poi sia dannosa e inutile poco importa.

Se altrimenti fosse quest’affare come continuano a dichiarare, quali dubbi li dovrebbero perseguitare?

Il metano non è per noi sardi, al più ce ne spetterebbe una parte minima, ma dubito che qualcuno voglia farsi carico dei costi di stravolgimento del nostro assetto energetico. Il metano è una fonte combustibile fossile altamente inquinante, estremamente dannosa per l’ambiente e la salute; il suo effetto climatico è più importante nel breve termine dell’anidride carbonica: una tonnellata di metano è 80 volte superiore a quello di una tonnellata di anidride carbonica nei primi 20 anni dopo l’emissione e 28 volte su un periodo di 100 anni. Il suo prezzo è competitivo solo grazie all’assenza di accise; ma per noi sardi, a causa degli ingenti costi di infrastrutturazione (immaginate cosa può significare trasformare il sistema energetico attuale), rappresenterebbe solo un problema, uno sperpero di denaro, un freno verso la reale transizione per trovarci in una ulteriore condizione di monopolio. E l’interesse verso questo combustibile “di transizione” è per ora tutto legato ai soldi per la realizzazione della dorsale.

A dimostrare l’impatto e la pericolosità del metano sono autorevoli studi scientifici disponibili in rete e scaricabili gratuitamente (si vedano ad esempiohttps://www.edf.org/climate/methane-research-series-16-studies https://www.transportenvironment.org/publications/natural-gas-powered-vehicles-and-ships-). Nel 2010 il GNL ha rappresentato il 20% delle emissioni globali di gas serra (550 Milioni di tonnellate) legate in particolare alla sua estrazione.

Oramai tutto il mondo lo sa. Eccetto in Sardegna, dove rappresentanti sindacali di CGIL, CISL e UIL, politici di centrodestra e centrosinistra, addirittura qualche organizzazione ambientalista e Confindustria continuano a chiamarlo combustibile di transizione.

Chissà quindi se prima di commettere danni questi di Confindustria faranno in tempo ad accorgersi che il metano inquina anche più degli altri combustibili fossili e che l’opera è un disastro a prescindere.

Ma questo forse è pretendere troppo

https://www.videolina.it/articolo/tg/2019/05/27/metano_allarme_di_confindustria_complotto_contro_i_sardi-78-885430.html?fbclid=IwAR2YcGnO2df1Pqu6oAQ6ebTe5IJie7wd4B0TQEWPjmyNAW8aHrkJIXOSJ-4

Libertade: gli angeli di chi lotta per liberare la Sardegna

Intervista a Gian Piero Cocco, Uno dei portavoce di Libertade

1. Che cos’è Libertade e quali sono le sue finalità?
– L’Associazione persegue finalità di solidarietà sociale a sostegno
di tutte quelle persone che svolgano attività in Sardegna in favore 
dell’autodeterminazione dei popoli ed individuale e che si battono per i
diritti civili, ambientali, culturali, sindacali e di tutti i 
lavoratori, qualora le stesse siano destinatarie di provvedimenti 
dell’Autorità giudiziaria e/o di polizia.
Tra i suoi scopi statutari ritengo sia fondamentale quello di
contrastare ogni tentativo mediatico di criminalizzare le lotte e i
movimenti in Sardegna, attraverso una corretta informazione in contrasto
a quella proposta dagli organismi repressivi e attraverso la
sensibilizzazione della tematica della repressione dell’attività
politica. Non meno importante inoltre è l’obiettivo di facilitare
l’assistenza legale alle persone impegnate nelle predette lotte
politiche e sociali.
2. Perché una associazione che si batte contro la repressione in Sardegna?
– In Sardegna abbiamo sempre assistito a fenomeni repressivi come ad
esempio oggi i Pastori, colpiti da provvedimenti repressivi per via
delle loro lotta per il prezzo del latte, ma anche il processo Arcadia
che ha visto protagonisti gli indipendentisti attivi politicamente o
ancora coloro i quali si battono contro le basi e i poligoni militari.
Questi fenomeni fanno si che i sardi abbandonino le legittime lotte e si
allontanino dalla politica attiva e Libertade appunto ritiene necessario
sollevare l’attenzione e non lasciare i singoli soggetti soli
nell’affrontare i processi siano essi giudiziari che mediatici.
3. La vostra prima attività è stata in favore dei pastori indagati in seguito ai blocchi stradali per le proteste contro il prezzo del latte. cosa rischiano?
– Ad oggi siamo a conoscenza di alcuni pastori colpiti dagli “Avvisi 
orali” provvedimenti prodromici all’applicazione della richiesta di
misura di sorveglianza, qualora dovessero trasgredire le prescrizioni
imposte dall’Autorità; inoltre siamo a conoscenza di decine di indagati 
per le manifestazioni come quella in prossimità del bivio di Lula a cui
hanno partecipato migliaia di persone tra cui semplici cittadini e
rappresentati delle istituzioni.
4. E’ notizia di pochi giorni fa che a decine di pastori sono state ritirate le licenze di detenzione di armi perché consisterebbe il pericolo di un “uso malavitoso”. Si vuole criminalizzare la protesta?
– Rendiamoci conto che i provvedimenti di cui prima parlavo sono stati 

emessi a seguito delle elezioni Regionali, probabilmente si vuole
evitare che le manifestazioni continuino, ognuno poi tragga le proprie
considerazioni.

5. Quali sono le prossime azioni che vuole mettere in campo l’associazione?
– L’associazione interviene dinanzi ai fenomeni oppressivi in qualunque
forma essi si manifestino; ad oggi diverse sono le emergenze, tra cui il
processo Arcadia ancora in corso e di cui i media si sono dimenticati e
la vertenza dei Pastori.Ogni qualvolta ci saranno delle azioni oppressive, vi sarà una corrispondente azione in solidarietà da parte dell’Associazione.
Detto ciò, invitiamo tutti a partecipare all’Evento da noi organizzato (22 maggio n.d.R.), presso il locale su Tzirculu a Cagliari, Via Molise, ore 18:00 e ss.,interverranno diversi protagonisti dell’oppressione in Sardegna e a
seguire un concerto con diversi cantanti (Andrea Andrilo, Golaseca,
Enrico Putzolu, Andrea Deiana Porcu, Miriam Costeri)

Altro che “festa della Repubblica”: il 2 giugno A Fora is basis!

Riceviamo, condividiamo e rilanciamo la chiamata dell’annuale manifestazione contro  l’occupazione militare di A Foras:

A FORAS FEST 2019 // LA GUERRA NEL GOLFO

Il 2 giugno 2019 A Foras torna in piazza a Cagliari per manifestare contro l’occupazione militare della Sardegna. Il 2 giugno è la festa della Repubblica Italiana che da ormai 70 anni occupa abusivamente ampie porzioni di territorio dell’isola, per devastarlo con il proprio esercito, prestarlo ed affittarlo agli eserciti di mezzo mondo e imprese multinazionali che testano le proprie armi per venderle ai migliori offerenti.

Quest’anno il 2 giugno di A Foras sarà dedicato al Mare, all’acqua che bagna la nostra isola e l’attraversa nei fiumi, nei litorali e nelle insenature che disegnano il profilo della nostra terra.

Le coste, i golfi sono il teatro di questa guerra e il luogo di insediamento dei tre poligoni più grandi d’Europa (Capo Frasca, PISQ, Teulada). I porti sono il luogo di attracco e partenza di una miriade di navi militari che si preparano alle esercitazioni o sbarcano i mezzi pesanti che attraversano città e paesi per arrivare ai poligoni di tiro. Centinaia le navi che hanno occupato e occuperanno il porto di Cagliari, Sant’Antioco e Olbia per “Mare Aperto” (Ottobre 2018) e la prossima “Joint Stars” (Maggio 2019); molte di meno invece le navi che prenderanno il largo per trasportare sardi e sarde di ritorno da lavoro o studio, o per viaggiare per il Mediterraneo. Un ossimoro specchio dei tempi nel quale la Sardegna si trova completamente asservita al giogo di Ministero della difesa e della Nato, completamente compromessa nei servizi basilari e nella mobilità dei suoi figli.

La guerra nel golfo non è portata avanti solo dalle azioni militari perpetrate sulla nostra terra. E’ un ragionamento economico pianificato da UE e Italia con i suoi alleati Arabia Saudita e Qatar. I progetti di metanizzazione che vedono la Sardegna come un grande HUB di metano al centro del Mediterraneo, partono dai rigassificatori di Giorgino a Cagliari passando con un tracciato che tocca tutte le coste dal Sulcis passando per Santa Giusta, arrivando poi a Porto Torres per poi virare verso Olbia. L’ennesima servitù, fatta di espropri, inquinamento e militarizzazione di punti strategici che si va a intersecare con i rapporti militari con l’alleato Qatariota che vedrà ospitare i suoi marinai nella Caserma Bastianini de La Maddalena, nella scuola sotto-ufficiali della marina. Il Qatar che investe e trova strada spianata anche in altri settori della società sarda come la sanità; la Qatar Fundation, infatti, ha aperto lo scorso 12 dicembre un ospedale privato, il Mater Olbia, che piano piano andrà a sostituire la sanità pubblica ampiamente razionalizzata e mozzata dalle azioni statali e regionali.

La GUERRA NEL GOLFO DEVE FINIRE non vogliamo più carichi di bombe da Porto Canale o dal Porto di Olbia, non vogliamo più esercitazioni sul fiume Temo a Bosa, stop all’attracco di navi militari nei porti cittadini, basta al passaggio di mezzi militari e carri armati nelle città e nei paesi della Sardegna.

Chiediamo al comune di Cagliari, di Sant’Antioco, di Bosa, di Olbia, di Siniscola e alle autorità portuali di prendere posizione ufficialmente contro il passaggio dei mezzi, l’attracco e l’utilizzo da parte dei militari di ampie fette di mare e fiumi per le loro esercitazioni. Non ci facciamo ammaliare dagli accordi truffa firmati da Regione e militari che restituiscono mezza spiaggia al demanio pubblico, nel mentre che gli spazi di addestramento aumentano, senza la possibilità che le istituzioni e i cittadini possano metterci bocca. Da Pula a Muravera, passando per Capo Comino e Prato Sardo dobbiamo impedire che altre porzioni di territorio siano sacrificate alle esercitazioni militari.

PER IL NOSTRO MARE, PER LA RESTITUZIONE DEGLI SPECCHI D’ACQUA AI PESCATORI, PER NON ESSERE SERVI DELLA GEOPOLITICA NATO E ITALIANA, PER UN’ECONOMIA BASATA SUI NOSTRI BISOGNI E NON SUL METANO QATARIOTA O UNA SANITA’ SVENDUTA AL MIGLIOR OFFERENTE, A FORAS E OGGI IN PIAZZA PER RIBADIRE CHE:

• STOP alle ESERCITAZIONI militari, DISMISSIONE di TUTTI i POLIGONI; avvio di BONIFICHE integrali;
• RISARCIMENTI per tutti i danni (demografici, economici alla salute e all’ambiente) subiti in 60 anni di occupazione militare, e utilizzo degli stessi per l’avvio di ALTERNATIVE ECONOMICHE etiche, sostenibili e legate alle risorse dei territori;
• RICONVERSIONE a uso civile di tutti siti militari, dalle CASERME dei POLIGONI a quella di Pratosardo, e della fabbrica di bombe RWM di Domusnovas;
• STOP ai nuovi progetti sui poligoni DUAL USE (civile-militare);
• STOP ai progetti di ampliamento e ammodernamento dei poligoni, come il Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre (SIAT)
• Revoca degli accordi dell’Università di Cagliari con il comando militare della Sardegna e con le università israeliane complici del massacro del popolo palestinese. Revoca della convenzione tra Università di Sassari ed Esercito Italiano. Fine di ogni rapporto degli atenei sardi con aziende coinvolte con lo sviluppo bellico. Avvio di ricerche e corsi di studio su bonifiche e riconversioni di siti militari;
• Annullamento dell’accordo tra Regione Sardegna e Ministero della Difesa sulle servitù militari;
• Cessazione di ogni tipo di collaborazione sia civile che militare tra la Regione Sardegna e governi (come quelli di Arabia Saudita, Turchia, Qatar, USA e Israele) che promuovono guerre di aggressione negli stati senza pace.

Sa Die de sa Sardigna per difendere la terra a Bolotana e a Ottana

Ecoturismo Sardegna, Caminera Noa, A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardign, Rete dei Comitati Sardi e Zero Waste Sardegna organizzano la seconda edizione dell’importante evento “Dall’industria allo sviluppo sostenibile- Difendimus sa terra nostra!”

In occasione della festa nazionale dei sardi i promotori hanno deciso di occuparsi di una questione che sta diventando sempre più attuale: la sostenibilità dello sviluppo e la difesa della terra. Si tratta di un percorso tematico a tappe (spostamenti in auto- pullman) dalla zona industriale di Ottana alla montagna di Bolotana raccontando il territorio e la storia di una terra e di un popolo violentato dal colonialismo italiano ma desideroso di costruire un processo di liberazione.


Si tratta in pratica di una giornata di unione e sensibilizzazione allo sviluppo sostenibile del territorio.

Il territorio verrà raccontato dai protagonisti: attraverso le testimonianze degli ex lavoratori di Ottana e dei loro familiari si toccherà con mano l’impatto dell’industria sulla cultura, sulla società e sul territorio, sulle comunità.

Il senso dell’evento consiste nella valorizzazione dei territori, partendo dal recupero dei mestieri antichi come prima risposta di cambiamento per porre le basi per una innovazione che possa essere sostenibile.


La scelta del 28 di aprile non è casuale perché – scrivono gli organizzatori – la festa nazionale dei sardi non è e non deve essere solo un ricordo ma anche un progetto per il nostro futuro.

di seguito il programma:

-Ore 9:00 di fronte ai cancelli di Ottana – testimonianza ex lavoratori e familiari vittime. Sarà presente l’Avvocato Sabina Contu, Segretaria nazionale AIEA

-Ore 10:00 tappa a Bolotana interventi degli organizzatori su basi militari, lavoro, bonifiche, battaglie in difesa della terra, prospettive di liberazione della Sardegna

-Ore 11:30 carovana visita zone archeologiche, naturalistiche e di rilevanza turistica e culturale del territorio

-Ore 13:00 pranzo in località montana (casa del tiro a piattello)
Ore 15,30 Ritorno al paese di Bolotana

-Ore 16:00 aula consiliare di Bolotana:
⦁ accoglienza da parte dei Tenores Tottoi Zobbe di Bolotana;
saluti istituzionali
⦁ presentazione storie di attività sostenibili del territorio e progetti innovativi

Interventi:
Annalisa Motzo, Sindaco di Bolotana, Presentazione progetto di
valorizzazione territoriale dei paesaggi storici olivetati
Carlo Gaspa, da Il tramonto di un paradiso a Heart of Sardinia
Gabriele Casu, Comitato di Riconversione RWM

-Ore 17:30 presentazione libro “La mano destra della storia” – Fiorenzo Caterini

-Ore 18:30 proiezione documentario “Senza passare dal via” dei registi Antonio Sanna e Umberto Siotto

Durante la giornata ci saranno degli interventi musicali con Giuliano Mocci e letture di poesie di artisti vari, tra cui Natalino Usai, ex lavoratore di Ottana e poeta.

Durante le presentazioni la casa editrice Catartica organizzerà un banchetto di libri sulla Sardegna e una parte del ricavato sarà utilizzata per organizzare la prossima edizione di Sa die de sa Sardigna

Pranzo di autofinanziamento: 15 euro (necessaria la prenotazione a 28abrilesadieinbolotana@gmail.com)

Menù:
Pane Zichi cotto nel brodo di pecora con pecorino
Carne di pecora
Vino/acqua

Disponibile menù vegetariano:
Pane Zichi con verdure
Zuppa di finocchi (se disponibile) in alternativa timballo di zucchine con contorno di caponata di verdure
Vino/ acqua

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