La bufala della crisi della RWM

Rilanciamo il comunicato degli attivisti contro la RWM ripreso dalla pagina facebook Campagna Stop Bombe RWM, in cui si mettono in fila alcuni dati, a partire dal fatturato – in aumento nell’ultimo anno – dichiarato dall’azienda nell’ultimo bilancio, che smentiscono in modo evidente la “crisi” di cui hanno parlato diffusamente le principali testate sarde negli ultimi giorni.

RWM mente! Nessuna crisi, secondo l’ultimo bilancio i fatturati sono aumentati nell’ultimo anno nonostante il blocco dell’export.
Apprendiamo dalla stampa che la RWM ancora una volta si dichiara in crisi, nonostante non si siano mai fermate le richieste e i lavori di ampliamento, e anche i bilanci aziendali raccontino una realtà ben diversa.
Già lo scorso anno gli attivisti avevano denunciato la falsa narrazione di un’azienda che da una parte proclamava la crisi, dall’altra si ampliava esponenzialmente nel territorio (si legga: https://www.manifestosardo.org/rwm-senza-controllo-la-falsa-crisi-di-unazienda-in-piena-espansione/)
Alle considerazioni fatte nel dicembre 2019 si aggiungono nuovi elementi che smentiscono la prospettiva di una quanto mai improbabile chiusura, a partire da un dato inequivocabile: secondo l’ultimo bilancio dell’azienda, il fatturato della RWM è cresciuto nonostante il blocco (come si può leggere dalla tabella  nel gruppo social della Campagna Stop Bombe RWM) da oltre 102 milioni di euro nel 2018 a oltre 114 nel 2019.
Questa presunta crisi assume gli aspetti della farsa se si pensa che la scorsa estate (precisamente il 6 agosto 2019, così come emerge dalle visure camerali), proprio mentre si sbandierava la disastrosa “crisi” dovuta al blocco delle esportazioni di bombe e missili verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi, RWM Italia acquistava un ramo della Officine Meccaniche Galli Srl: una società in liquidazione, con dei bilanci in perdita nell’ordine dei milioni di euro, con sede a Roma e con uno stabilimento ad Albano Laziale – palesando ulteriormente il fatto di essere ben lontana dalla crisi, dato che contestualmente acquisiva nuove imprese.
Siamo ancora una volta davanti ad un’azienda che, in un territorio subalterno come quello sardo, sfrutta la popolazione locale per operare pressioni politiche sulle istituzioni.
Un processo tutto a profitto degli azionisti multinazionali che investono i loro capitali nelle industrie belliche: da una parte, lauti dividendi, da un’altra, ricatto occupazionale, da un’altra ancora, la guerra che devasta i popoli.

Michelangelo Pira e l’Identità negata.

Di Francesco Casula

Oggi su Telecostasmeralda (ore 20.30) alla fine della trasmissione Logos de Logu a cura di Enrico Putzolu parlerò – sempre rigorosamente in lingua sarda – del grande antropologo e intellettuale sardo-bittese Michelangelo Pira (Mialinu de Crapinu) e del suo capolavoro “La Rivolta dell’oggetto”. Ecco in sintesi il suo significato.

Il primo giorno di scuola, in prima elementare, dal maestro “un bambino si sentì dire che il suo nome e il suo cognome non erano quelli che credeva di sapere fin dalla nascita e con i quali fino a quel momento era stato «chiamato» da tutti”.
Quel bambino, – che poi è lo scrittore stesso – che per tutti era sempre stato fino ad allora, Mialinu de Crapinu: per la famiglia come per la comunità ma soprattutto per se stesso; a scuola, nella scuola “ufficiale”, dello Stato, si sente nominare Pira Michelangelo.
Di qui la sua identità culturale e linguistica lacerata e mutilata. Scissa e fessurata.
Materia per i labirintici scritti pirandelliani?
O per la poesia di Rimbaud, “Je est un autre”?
No, oltre, addia. Qualcosa di più grave e drammatico.
L’Identità di Mialinu de Crapinu è stata semplicemente azzerata. Nullificata. Repressa.
Ad iniziare dalla sua identità linguistica.
Una costante nella storia sarda, la proibizione e repressione del sardo: a suon di bacchettate nella scuola.
E a suon di bocciature. Ricordo che una trentina di anni fa, in San Pantaleo (una frazione di Olbia) due bambini (prima e terza elementare) furono bocciati perché “il loro lessico era influenzato dal dialetto”(motivazione testuale riportata nelle pagelle).
Una “proibizione” e “criminalizzazione” che viene da lontano.
Carlo Baudi di Vesme nell’opera “Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna”, commissionata dal re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione!
Ovvero la lingua sarda da estirpare in quanto espressione di inciviltà da superare e trascendere con la lingua italiana!
Mialinu de Crapinu, da tutti così chiamato, riconosciuto e istituito come soggetto – scrive Pira – si sente trattare dal maestro dello Stato come alunno oggetto. Reificato. Fatto cosa.
“Faticò non poco – scrive ancora Pira – a riconoscersi e a restituirsi come soggetto”.
I sardi continuano a faticare.
Ma per “restituirsi” come soggetti da oggetti che sono, devono “rivoltarsi”. Ribellarsi.
Operando un radicale “rovesciamento”.
La rivolta dell’oggetto, appunto.

C’è chi manifesta per la sanità pubblica contro se stesso

di Carlo Mura

Il 15 Luglio 2020 presso l’ospedale “Giovanni Paolo II” di Olbia c’è stata una manifestazione di solidarietà promossa e organizzata, si legge nel comunicato che è stato diffuso il giorno prima (sui social) e il giorno stesso su alcune testate giornalistiche, da un movimento spontaneo non politico e non sindacale di dipendenti ospedalieri e dalle associazioni di pazienti.

Il giorno prima (13/07) il Sindaco di Olbia Settimo Nizzi, in un consiglio comunale convocato per discutere dell’emergenza sanitaria, ha dichiarato quanto segue “dobbiamo stare tutti insieme, dobbiamo essere uniti nei fatti. Non dobbiamo farci la guerra. Tutto il territorio deve rimanere unito. Non dobbiamo dividerci le risorse tra di noi ma noi tutti abbiamo bisogno di più risorse e non di dividercele”. Nella stessa occasione il primo cittadino di Olbia ha annunciato un presidio permanente di fronte all’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia.

Torniamo alla manifestazione del 15 (nella modalità del flash mob) tenutasi di fronte all’ospedale e di fronte al Consiglio Comunale (presente il vicesindaco Michele Fiori, il presidente del consiglio comunale Giampiero Mura, Mariantonietta Cossu ed altri).

Nel comunicato  degli appartenenti al movimento si leggeva che ci si dava appuntamento di fronte ai “tre presidi ospedalieri galluresi per dare un segnale alla Regione sul continuo impoverimento di risorse umane nella Assl Olbia”.

Il tempismo dell’organizzazione, in meno di 24 ore, del flash mob di fronte ai presidi e dunque anche all’amministrazione Comunale di fronte all’ospedale di Olbia, è stato sorprendente.

Molti medici, personale ospedaliero e cittadini non erano a conoscenza di chi avesse organizzato la manifestazione ma vi hanno partecipato per protestare contro i tagli alla sanità pubblica a favore di quella privata (vedasi ad esempio il Mater Olbia), che ha portato: alla carenza di personale e al conseguente blocco delle sale operatorie; al fatto che venga chiesto ai pochi medici presenti ad Olbia (che già fanno turni massacranti spesso con carenza di materiale indispensabile) di coprire le carenze di personale in altri centri ospedalieri della Gallura (Tempio e La Maddalena); alla chiusura di ambulatori per carenza di personale (es. pediatri).

Una volta cominciato il presidio si è compreso che, sebbene il comunicato fosse vago sul punto, era stato Pietro Spano (ex consigliere PD, presidente dell’Associazione Diabete Gallura e dirigente della Rete Sarda Diabete) a guidare e condurre il flash mob.

La cosa che in tanti non hanno certo gradito (pazienti, personale medico e cittadini presenti per difendere il diritto ad una salute pubblica), è stato il fatto che non si è attribuita le responsabilità per la situazione in cui ci si trova alla classe politica (al di là del colore) che in questi anni ha continuato a foraggiare la sanità privata con finanziamenti pubblici, depotenziare centri ospedalieri di eccellenza e boicottare (o manifestare cecità) nei confronti di cittadini e movimenti che da anni si battono per il diritto ad una salute pubblica per tutti.

Anche a Tempio c’è stato un presidio e a La Maddalena in molti non sapevano da chi fosse stato organizzato. La distanza degli organizzatori di questo flash mob dagli stessi operatori medico sanitari era dunque palese.

Solinas ha le sue enormi responsabilità, ma la politica messa in atto dalla precedente amministrazione (PD), e dall’attuale (FI) ad esempio ad Olbia, sono sempre state di assoluta cecità nei confronti della drammatica situazione degli ospedali del personale medico che ora è allo stremo.

La speranza è che in questa situazione gli operatori ospedalieri (pazienti e cittadini) vedano oltre il “colpevole” individuato da politici in campagna elettorale (Presidente Regionale Solinas), ma si chiedano chi li ha nei fatti difesi e appoggiati in questi anni, scendendo in piazza anche per loro e per difendere  il diritto ad una sanità Pubblica e gratuita per tutti.

Podemos sparisce in Galizia e crolla nella Comunità Basca. Cresce l’indipendentismo

di Marco Santopadre
Regionali: Podemos sparisce in Galizia e crolla nella Comunità Basca
Il dato che unifica i risultati delle elezioni regionali tenutesi due giorni fa in due comunità autonome del Regno di Spagna – la Galizia e la Comunità Autonoma Basca – è sicuramente il pessimo risultato della coalizione tra Podemos, Izquierda Unida e alcune sigle locali.
L’esperienza di governo avviata a livello statale da Iglesias con il Psoe di Pedro Sanchez non solo ha causato alcune rotture interne e vari abbandoni – in Catalogna di settori vicini all’indipendentismo e a livello statale della corrente Anticapitalistas, quella più a sinistra – ma ha anche provocato un tonfo elettorale senza precedenti del movimento viola, evidenziando una crisi che a questo punto appare di natura strutturale e non più congiunturale.
Si tratta ovviamente di un voto amministrativo e per di più in due territori animati da una storica rivendicazione di autodeterminazione, ma sono diversi i campanelli di allarme che impensieriscono ora la direzione di Podemos.
Salta agli occhi, proiettando i risultati a livello statale, che i due grandi partiti – Ciudadanos a destra e Podemos a sinistra – nati dalla crisi del sistema politico provocata dalle mobilitazioni e dallo scontento popolare causato dalle politiche di austerity e dalla corruzione dal 2008 in poi si sono ampiamente consumati. Il sistema politico sembra tendere all’equilibrio precedente, con la polarizzazione PP-PSOE a livello statale (pur con l’ingombrante presenza a destra dei neofranchisti di Vox) e il rafforzamento delle formazioni indipendentiste e autonomiste.
Veniamo ai dati.
In Galizia il voto ha confermato lo strapotere della destra nazionalista spagnola e dell’uomo forte locale del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, che per la quarta volta consecutiva ottiene la maggioranza assoluta con il 48,42% e 41 seggi sui 75 totali (nel 2016 stesso numero di seggi e 47,08%). Forte del risultato, Feijóo tenterà ora la scalata alla leadership statale del PP lanciando la sfida al segretario generale Pablo Casado.
Nella regione a nord del Portogallo si afferma con uno storico exploit il Blocco Nazionalista Galiziano, che da 6 seggi passa addirittura a 19, ottenendo il 24,02% (dall’8,24). La sinistra indipendentista e popolare galiziana guidata dalla giovane – e dichiaratamente femminista – Ana Pontòn scalza completamente Podemos e i suoi alleati locali, uniti nella sigla “Galicia en Común – Anova Mareas”, che non sono andati oltre il 3.97% e rimangono fuori dall’assemblea regionale (nel 2016 En Marea aveva conquistato il 18,88% e 14 seggi). Superati dal BNG anche i socialisti del PSdeG-PSOE che con il 119,56% conquistano 15 seggi, uno in più del 2016 (dal 17,69%). Il magro risultato di Vox (il 2.05%) non ha consentito all’estrema destra di conquistare seggi in un territorio dove del resto il Partito Popolare ha tratti di destra radicale ma anche clientelare. Il rapporto tra il PP e Vox è oggetto di scontro tra Feijóo e Casado: il secondo punterebbe a un’alleanza, il primo preferisce mettere in atto un misto di ostracismo e sussunzione che non conceda spazio alla formazione politica di ultradestra.
Anche nella Comunità Autonoma Basca rimangono sostanzialmente inalterati gli equilibri politici generali, ma se in Galizia il PP ha confermato tutta la sua forza nella porzione territorialmente maggioritaria del Paese Basco sono i regionalisti/nazionalisti del PNV a consolidare la propria egemonia.
I centristi guidati da Iñigo Urkullu sono passati da 28 a 31 seggi pur perdendo circa 50 mila voti, affermandosi con il 39,13% dei voti dal 37,2% di quattro anni fa.
Nel campo avverso si afferma la coalizione di centrosinistra/sinistra indipendentista di EH Bildu – anche in questo caso guidata da una donna, Maddalen Iriarte – che passa da 18 a 22 seggi con il 27,85% (aveva il 21.04%) e un incremento consistente dei voti.
Come in Galizia, anche in questo caso l’exploit abertzale prosciuga la sezione locale di Podemos, che passa da 11 a 6 seggi e si ferma all’8,04% (dal 14.7 del 2016). I socialisti rimangono stabili e aggiungono un seggio ai 9 che avevano conquistato alle elezioni del 2016, passando dall’11.81 al 13,65% mentre la coalizione tra il Partito Popolare e la sempre più inconsistente Ciudadanos crolla da 9 a 5 seggi prendendo solo il 6,75% (12.08% nel 2016). Festeggiano invece i fascisti di Vox che con solo l’1.96% entrano per la prima volta nell’emiciclo regionale. Da notare che nei seggi della CAV dove hanno votato i membri della Guardia Civil di stanza nella “comunità ribelle” le percentuali dell’estrema destra oscillano dal 5 all’11%, ben oltre il dato medio…
Nella CAV si è registrata una forte crescita dell’astensione che passa dal 37,56% del 2016 al 47,14% di ieri, prodotto del timore di una parte dell’elettorato per il rischio di contagio, che aveva del resto provocato un rinvio di alcuni mesi delle consultazioni – la vigilia è stata contrassegnata anche dalla polemica nei confronti della decisione delle autorità locali di non permettere ai cittadini positivi al Coronavirus di poter esercitare il proprio diritto di voto – ma anche da un crescente disinteresse per la politica. In Galizia invece si è registrata una maggiore partecipazione al voto rispetto alla volta scorsa, con una diminuzione dell’astensione dal 46.37% al 41,12% di ieri e lunghe code durante le prime ore del mattino in alcuni seggi.
Mentre in Galizia la destra nazionalista spagnola potrà continuare a governare da sola grazie alla comoda maggioranza assoluta conquistata dal PP, nella CAV è molto probabile la riedizione del patto di governo tra PNV e socialisti che esce rafforzata dalle urne ottenendo quattro seggi in più rispetto al 2016. Il PNV che esce vincitore dalle consultazioni di ieri nonostante alcuni scandali per corruzione e lo scontento provocato in alcuni comuni, è una formazione che negli ultimi anni ha rafforzato il proprio profilo regionalista abbandonando le suggestioni indipendentiste dell’era Ibarretxe, e che pur contraddistinto da una proposta debolmente riformista sul piano economico-sociale ha gradualmente spostato a destra il proprio discorso politico.
EH Bildu è riuscita invece, incentrando la campagna sui temi sociali piuttosto che su una proposta di rottura indipendentista, ad attirare nuovi consensi in fuga, compresi alcuni di quelli in fuga da Podemos e in alcuni casi anche dal PNV.

Quando i sardi lottarono e morirono per l’indipendenza

 

 

di Francesco Casula

SA BATALLA DE SEDDORI (Niente da celebrare ma da ricordare e studiare)

Domani 30 giugno ricorre il 611° anniversario di Sa Batalla di Sanluri: forse la data più infausta dell’intera storia della Sardegna perché segnò l’inizio della fine della indipendenza e della libertà dei Sardi e della Sardegna. Una fine comunque tutt’altro che scontata ed ineluttabile. Infatti con l’ultimo Marchese di Oristano, Leonardo d’Alagon, (dal 1470 al 1478) sarà ancora scossa e attraversata da momenti di dissenso e di ribellioni nei confronti dei catalano-aragonesi, culminati in opposizione armata prima con la battaglia di Uras (1470) e infine con la sfortunata e definitiva sconfitta di Macomer (1478).
Una data infausta insieme al 238 a.C. che segnò l’inizio dell’occupazione e del brutale dominio romano; al 1297, quando il papa Bonifacio VII, con la Bolla Licentia invadendi, infeudò del regno di Sardegna e Corsica, appositamente e arbitrariamente inventato, Giacomo II d’Aragona, invitandolo di fatto a invadere e occupare militarmente le Isole, cosa che puntualmente avverrà, almeno per la Sardegna; al 1820, quando furono emanati gli Editti delle Chiudende, che posero fine al millenario uso comunitario delle terre da parte di tutto il popolo, usurpate dai nuovi proprietari, in un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze; al 1847, quando con la Fusione perfetta, la Sardegna fu privata del suo Parlamento.
Il 30 giugno 1409 infatti presso Sanluri, si scontrarono l’esercito siculo-catalano-aragonese, guidato da Martino il giovane, Re di Sicilia e Infante di Aragona, e l’esercito sardo-giudicale, al comando di Guglielmo III visconte di Narbona, ultimo giudice-re del Giudicato d’Arborea, che fu battuto e disfatto in quella atroce battaglia. Finiva così la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna che, dopo cruente battaglie i Sardi-Arborensi, prima con Mariano IV e poi con la figlia Eleonora, erano riusciti ad affermare, prevalendo sui Catalano-Aragonesi e dunque riuscendo di fatto a ottenere il controllo su tutto il territorio sardo e coronando in tal modo il sogno, di unificare l’intera nazione sarda.

Il regno d’Arborea infatti dal 1392 al 1409 comprenderà l’intera Isola, eccezion fatta per Castel di Cagliari e di Alghero: Isola governata e gestita sulla base di quella moderna e avanzata Costituzione che fu la Carta de Logu, che promulgata dalla stessa regina Eleonora, rimase in vigore per ben 435 anni, fino al 1827, quando entrò in vigore il Codice feliciano.
Ma ritorniamo alla battaglia di Sanluri: lo scontro finale cominciò all’alba di domenica 30 Giugno del 1409, (al alva de Domingo del mes de Junio: così infatti scrive negli Anales della Corona d’Aragona lo storico aragonese Geronimo Zurita); quando l’esercito siculo-catalano-aragonese, lasciato l’accampamento cominciò ad avanzare ordinatamente (con horden) fino a un miglio a sud est di Sanluri (Sent Luri).

Davanti stava Pietro Torrelles (en la avanguardia Pedro de Torrellas), il capitano generale, con mille militi e quattromila soldati (con mil hombres de armas, y quatro mil soldados), mentre il re Martino il Giovane, più indietro guidava la cavalleria e il resto formava la retroguardia. A loro si contrapponeva, sbucando improvvisamente da dietro un poggio, appena a Oriente di Sanluri e chiamato ancora oggi Bruncu de sa Batalla, l’esercito giudicale comandato dal re arborense Guglielmo di Narbona-Bas con i fanti e i cavalieri (con toda la gente de cavallo, y de pie), nascosti dietro una collina. Quanto durò esattamente la battaglia non ci è dato di sapere, Geronimo Zurita parla genericamente di “por buen espacio”.
Certamente fu dura e accanita. E, purtroppo, perdente per i Sardi. La tattica degli Aragonesi infatti, il cui esercito assunse una formazione a cuneo, sfondò il fronte delle forze sardo-arborensi che investite al centro, fu diviso in due tronconi. La parte sinistra si divise a sua volta in due parti: la prima ripiegò a Sanluri dove trovò rifugio nel borgo fortificato e nel castello di Eleonora; le mura però non resistettero all’assalto e le forze aragonesi irruppero massacrando a fil di spada gran parte della popolazione civile, senza distinzione di sesso e di età, mentre 300 donne furono fatte prigioniere. La seconda parte, guidata dal re Guglielmo III, si rifugiò nel castello di Monreale, a poche miglia di distanza, senza che gli Aragonesi riuscissero a inseguirli. Così: “el Vizconde con los que escaparon huiendo de la batalla, al castillo de Monreal” si salvò.

Morirono invece sul campo ben cinquemila Sardi (y murieron en el campo hasta cinco mil) mentre quattromila furono catturati: sempre secondo i dati di fonte storica aragonese e dunque da prendere prudentemente, cum grano salis. Di contro solo pochissimi nobili iberici persero la vita ((Murieron en esta batalla de la Parte del Rey muy pocos, y los mas senalados fueron, el vizconde de Orta, don Pedro Galceran de Pinos, y mossen Ivan de Vilacausa). Le fonti aragonesi non riportano alcun dato sui soldati semplici: evidentemente contano poco o, niente.
La località, una collinetta subito dopo il bivio “Villa Santa” guardando verso Furtei, dove avvenne una vera e propria strage conserva ancora oggi, in lingua sarda, un nome sinistro e tristo: Su occidroxiu. Ovvero il mattatoio: dove insieme a migliaia di sardi fu “macellata” non solo la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna ma la stessa libertà dei Sardi.

Ci sarebbe, a fronte di tutto ciò, da chiedersi cosa ci sia da “celebrare” in occasione della ricorrenza del 30 Giugno, segnatamente a Sanluri, come da anni avviene. Da celebrare niente. Molto invece da rievocare per conoscere la nostra storia: nelle sconfitte come nelle vittorie. Per conoscere il nostro passato, per troppo tempo sepolto, nascosto e rimosso: dissotterrandolo. Perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.

Proite unu populu chi non connoschet s’istoria sua, su tempus colau, non tenet ne oje nen cras.

#SardinianLivesMatter: i sardi sono bianchi?

di Carlo Manca

Un equivoco

I fatti recenti hanno portano il mondo a fare una riflessione sulla questione dei neri nord-americani che continuano a subire vessazioni che storicamente non hanno mai smesso di subire. L’uccisione di Floyd ha rappresentato l’emblema della violenza razzista della polizia nord-americana, che ancora una volta si è macchiata di un altro assassinio, e da lì in poi si sono scatenate le azioni violente da parte dei neri nord-americani che hanno ripreso a mettere in discussione, semmai si fossero fermati, il paradigma della società capitalista ed il paradigma di un razzismo più o meno soffice di cui la società nord-americana è intrisa.

Lo slogan #blacklivesmatter non è certo nuovo, giacché circolava già da anni e non è raro che si sia parlato di tale tema nel mainstream, ed ogni volta incontrava, oltre al classico razzismo manifesto e al classico colonialismo esplicito, il suo nemico più subdolo #alllivesmatter. Subdolo perché ovviamente non c’è dubbio che tutte le vite contino, ma che, volendo specificare che non siano solamente quelle nere a contare, appare come una precisazione non richiesta che porterebbe a concludere che i neri che protestano abbiano sbagliato il bersaglio della critica. E invece non è così: #blacklivesmatter esattamente perché tutte le vite contano e perché, fino a prova contraria, l’Uomo bianco è attualmente un privilegiato attorno al quale gira la vita moderna e in base al quale si decide cosa sia degno di essere considerato cultura, cosa sia degno di essere considerato universale, cosa sia degno di essere considerato desiderabile per sentirsi delle persone riuscite. Insomma, il colonialismo è mimetizzato nella quotidianità della vita occidentale, sia in quella nord-americana che in quella europea, cioè nella vita quotidiana dell’Uomo bianco. Se tutte le vite contano, ma quelle dei neri sembrano di serie B, allora è giusto dire che le vite dei neri contino, che abbiano un valore, che non siano in blocco né schiavi, né servi, né animali da compagnia, né carne da macello, né tante altre cose che la cultura colonialista nel corso della Storia ha deciso per i neri.

E così, la protesta dei neri nord-americani ha valicato l’oceano ed ha fatto in modo che tutte le persone solidali con tale protesta si accodassero ai contenuti di fondo: denunciare pubblicamente e protestare contro la cultura razzista e contro quella colonialista, di cui il razzismo è un dispositivo atto a giustificare la violenza e la prevaricazione sulla persona altrui. La violazione della dignità umana passa attraverso la narrazione di cui il colonialismo ha bisogno: è giusto non avere rispetto di tale gruppo X di persone, perché queste persone hanno, per natura e non per scelta, determinate caratteristiche deprecabili e immutabili, e pertanto noi siamo giustificati ad agire violentemente nei loro confronti perché noi siamo il gruppo Y e agiamo anche nel bene di tale gruppo X, che dovrà rinunciare alla propria identità, alla propria lingua, alla propria dignità, alla propria libertà, per avere le briciole della facoltà di stare al mondo, facoltà di cui noi siamo gli arbitri. Vero è che, finché questo discorso colonialista sta in piedi, e cioè finché cambiano solo gli equilibri di potere senza che però si superi il paradigma colonialista che porta con sé il razzismo, si sarà sempre i “negri” di qualcun altro.

La lotta per i simboli è innanzitutto una lotta fra modelli concorrenti di società. I simboli non sono né pura estetica e né memoria storica priva di senso. Floyd è diventato l’emblema, quindi un simbolo, della discriminazione razziale attuata dalla società bianca nord-americana e declinata nel pratico soprattutto dalla polizia che sa di avere il coltello dalla parte del manico. Le statue raffiguranti i colonizzatori delle Americhe, quando non di schiavisti e di altre canaglie del passato, non vengono abbattute o vandalizzate per il gusto di farlo, bensì perché sono rappresentazioni insopportabili ed inconcepibili in un modello di società che avanza e che porta con sé un punto di vista etico diametralmente opposto a quella società che invece prevedeva lo schiavismo o un razzismo palese in cui ogni cittadino bianco poteva fare la pelle a un nero impunemente. Relativizzare i modelli di società è fattibile solo quando non si cade nell’errore di considerare egualmente validi anche quelli che contemplano il colonialismo, sui popoli e sui corpi altrui (da cui il sessismo), ed il razzismo funzionale che lo accompagna. Possiamo affermare che l’esperimento sia riuscito se, ogni volta che si abbatte una determinata rappresentazione del colonialismo, lo scontro torna ad essere sui contenuti e non sull’estetica di tali rappresentazioni: si parla nuovamente di politica, di filosofia, di Storia, di antropologia perché ci si scontra sul modello di società che deve affermarsi, mettendo in contrapposizione chi propone un’etica basata sui presupposti universali dell’egualitarismo, di giustizia, di solidarietà e di autodeterminazione e chi invece giustifica le nefandezze di questo o quel personaggio storico, o magari sfoderando la carta della contestualizzazione storica laddove invece c’è di fondo un’affinità ideologica, e magari facendosi aiutare nella trattazione da quegli utili idioti che vorrebbero dare a bere agli altri che quelle rappresentazioni siano dei beni culturali da dover preservare in funzione di una memoria storica superpartes. La memoria storica è possibile anche a prescindere dall’esposizione di raffigurazioni di personaggi dalla dubbia portata, di cui certamente non avremmo bisogno se vogliamo affermare una società più etica che non intende trovarsi in mezzo ai piedi le facce di bronzo del colonialista Tizio, dello schiavista Caio, del lenone Sempronio. La memoria storica non è mai fine a sé stessa ed è possibile perfino con altre modalità: o si mantiene la statua lì dov’è, ma si appende una targa in cui si raccontano le “disavventure” dell’antieroe; oppure si aggiunge nei pressi immediati una statua a rappresentare le vittime di tale personaggio raffigurato; oppure si spostano le statue in un museo, che è il luogo deputato alla memoria storica in cui le opere d’arte perdono gran parte di quella dimensione pubblica-politica, ma sono spettacolarizzate per rappresentare un passato che non c’è e non ci può essere più: è per questo che nei musei troviamo armature medievali, sarcofagi egizi, vasi etruschi, statue greche, busti romani, lanterne puniche, pugnali e bronzetti shardana.

Sulla scia della vandalizzazione o dell’abbattimento delle statue dei colonialisti, anche in Europa si è colta la palla al balzo per tornare sui discorsi avviati già da tempo che sono rimasti come i carboni ardenti sotto la cenere. In Sardegna è percepita una “Questione Sarda” almeno da quando si è percepita l’alterità del colonizzatore: tralasciando adesso il rapporto fra Sardegna e l’esterno nel Medioevo, nell’Età Moderna parliamo del rapporto con la Spagna e poi col Piemonte, che successivamente sarà il rapporto con l’Italia unita. In Sardegna la colonizzazione ha avuto delle modalità affini a quelle avvenute in Africa o nell’America Ispanica, fatta eccezione per lo schiavismo che non ha avuto esito perché la compravendita di schiavi non era già prevista dall’ordinamento giuridico sardo e quindi non poteva prestarsi al traffico di esseri umani col colonialista europeo. Sbalorditivamente, molti sardi non riescono a concepire sé stessi se non come persone nate sotto una cattiva stella e se non come degli eterni colonizzati che hanno come caratteristica quella di riuscire ad accettare di buon grado ogni nuovo colonizzatore. Per capire la Sardegna ed il rapporto con lo Stato coloniale nella sua dimensione storica, è molto più utile leggere la letteratura ispanoamericana dalle origini ad oggi, piuttosto che quella prodotta per la fruizione in un mercato italiano e scritta da italiani di Sardegna (e non da sardi), i quali intendevano descrivere l’isola esattamente come il lettore italiano medio si aspettava che dell’isola si parlasse, cioè in maniera orientalista, arcaica, fiabesca, misteriosa, bizzarra, biasimevole, dannata. La descrizione di sé stessi a misura di occhio alieno ha avuto per i sardi la conseguenza nefasta dell’identificazione in quella narrazione di sé: “io sono ciò che penso che tu mi abbia chiesto di essere”.

E quindi, sempre a proposito della scia di vandalizzazione o di distruzione, si è messa in discussione la legittimità della rappresentazione dei tiranni che tanti danni hanno recato alla Sardegna. I Savoia hanno fatto la loro parte nella stessa maniera in cui ogni Stato occupante ci ha messo del proprio per depredare la Sardegna, con la sola differenza che attualmente sia quasi impossibile trovare rappresentazioni glorificanti del passaggio di questi ultimi. Avere nelle piazze sarde le statue dei regnanti di casa Savoia, non è tanto diverso dal trovarsi statue di eroi sudisti in una qualunque città nord-americana con una grossa componente di popolazione nera – che poi non sarebbe legittimo nemmeno se la città nord-americana qualunque fosse a maggioranza bianca, giacché non aveva senso né prima e né adesso l’approvazione morale delle caratteristiche del contesto antropologico di metà ‘800. Avere vie dedicate ai Savoia nei centri abitati sardi non è tanto diverso dal dedicare vie ai regnanti spagnoli in una città qualunque del Venezuela o del Nicaragua. Avere vie dedicate agli amministratori della Sardegna per conto dei Savoia, e per questo trovare inconcepibile una tale vessazione da parte della amministrazione locale che evidentemente agisce pensando italiano, non è tanto diverso dal trovare inaccettabile che in una qualsiasi città congolese ci possano essere vie dedicate ai funzionari di Re Leopoldo II del Belgio.

Si addicono le critiche allo slogan #alllivesmatter anche a #sardinianlivesmatter?

Mentre #alllivesmatter è una distrazione dal discorso centrale, in cui tale slogan si pone come sostitutivo di #blacklivesmatter quasi come a voler specificare che anche l’Uomo bianco possa essere discriminato e che pertanto perfino la sua vita valga (cosa che nessuno ma proprio nessuno negherebbe mai né a parole e né a fatti), lo slogan made in Sardinia si pone contemporaneamente come slogan di affiancamento e di proseguimento di #blacklivesmatter declinato nel contesto sardo. Possiamo certamente affermare che ci sia una convergenza sulle finalità del movimento per l’emancipazione dei neri del nord America e di quello per l’emancipazione del popolo sardo, e che certamente entrambe possano riconoscersi in una concezione secondo cui tutte le vite contano (e a questo punto azzarderei che sarebbe perfino estremamente coerente convergere con la prospettiva antispecista), tranne quelle volte in cui è il maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese a riempirsene la bocca per voler apparire come vittima di qualcuno e dichiararsi oppresso per aver perso la propria centralità normativa, per non poter più esercitare il proprio privilegio e per fare così del vittimismo a buon mercato. Con il #sardinianlivesmatter nessuno mette in discussione le rivendicazioni dei neri del nord America, ma anzi, si vuole supportare tale rivendicazione che si riverbera anche nella periferia d’Europa e si vuole estendere il ragionamento, senza pretesti di sorta che portino ad un sottile boicottaggio come succede per #alllivesmatter, alla condizione storica dei sardi che hanno sofferto e continuano a soffrire dei pregiudizi razziali in funzione della colonizzazione marchiata Italia, e che hanno perso la propria identità e che hanno difficoltà ad esercitare qualsiasi forma di autogoverno, dall’autonomia ad un orizzonte di indipendenza. L’assunto secondo cui tutte le vite contino, ha senso solo quando la sua comparsa nel discorso non sia un pretesto per annacquare nell’immediato la rivendicazione emancipatoria del popolo nero del nord America; in altre parole, l’orizzonte in cui si muove #blacklivesmatter è quello secondo cui tutte le vite contino, ma lo si ribadisce perché evidentemente non pare così tanto chiaro al maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese di cui sopra. Che poi è lo stesso meccanismo di quando, in Sardegna, chi vorrebbe esercitare il diritto all’autogoverno, viene sommerso dalla retorica unionista e dalle accuse di provincialismo perché “tutti gli italiani contano, e se voi fate l’indipendenza, allora perfino il mio condominio vorrà la sua indipendenza!”; tradotto: con le vostre rivendicazioni da sardignoli noi ci asciughiamo i piedi e voi continuerete a non esistere, perché in fondo siamo tutti italiani, ma voi in ogni caso rimarrete italiani di serie B.

Date le circostanze storiche e politiche, dovremmo iniziare a chiederci quanto i sardi possano considerare sé stessi come bianchi, come persone che, a parte aver guadagnato delle garanzie democratiche di certo importanti che sono state estese quasi a chiunque nell’Europa attuale, non possano considerare sé stesse come parte di una colonia interna in Italia, come persone che hanno dovuto rinunciare quasi completamente alla propria espressione dei caratteri popolari attraverso una serie di minacce e di stigmi sociali, come persone che hanno diritto ai suddetti caratteri popolari ma solo attraverso una musealizzazione dei costumi (ad esempio le sfilate di abiti tradizionali come La Cavalcata a Sassari ed i balli nelle televisioni regionali) e una cristallizzazione dei propri saperi pratici che non devono evolversi, al fine di essere progressivamente persi in una maniera artificiale percepita però come “naturale” e dovuta ai tempi che cambiano. I pregiudizi disprezzanti sui sardi si sprecano, così come è vero che si sprecano per i meridionali d’Italia e per qualsiasi altra comunità straniera presente sia in Sardegna che in Italia, e sono tutti pregiudizi che sono figli di una concezione monolitica dello Stato, fondamentalmente ancora colonialista, che stigmatizza tutte le lingue che stanno sotto l’unica considerata degna di essere imparata, che si attribuisce la storia dei popoli che per lui sono funzionali a raccontare dei precedenti illustri della propria entità statale (l’Italia attuale non è in continuità con Roma Antica, ad esempio, malgrado la retorica nazionalista che per anni abbia voluto spingere questo racconto), e ammette nella composizione della propria cultura di Stato solo poche identità locali funzionali a riprodurre l’idea composita che vuole dare di sé all’esterno (Italia: pizza, cannolo, lasagna, carbonara, mandolino, brava gente, Colosseo, gondole, Vesuvio, Torre di Pisa) e spegnere le istanze centrifughe, come ad esempio è stata l’operazione che ha istituito nuovamente la Brigata Sassari dopo decine d’anni d’inattività. Se la Brigata Sassari fosse stato veramente un corpo militare sardo, innanzitutto avrebbe forse – e dico “forse” – avuto una considerazione diversa del patrimonio naturalistico ed archeologico sardo e poi non avrebbe speso così tante energie per costruire la propria immagine, spesso in modo caricaturale, e non sarebbe stata concepita come il corrispettivo interno degli ascari: “sardi” che si assoldano come bassa forza con l’Italia, nella stessa maniera in cui eritrei e libici si arruolavano come mercenari per l’Italia, ma sempre con quadri provenienti da fuori e non a caso ogni tanto sparano qualche perla di antropologia fai-da-te sul sistema culturale dei sardi e sulla loro presunta indole a delinquere o incestuosa. Per le suddette ragioni, ripeto, c’è da chiedersi quanto i sardi siano effettivamente bianchi.

Allora diremmo che, se è vero che le vite dei neri contano, non possiamo rifiutare di riconoscere che perfino le vite dei sardi contino, perché dopotutto anche i sardi sono neri o, quantomeno, non sono bianchi.

Black and Sardinian lives matter: manifestazione a Sassari

Sei ragazzi hanno lanciato la mobilitazione “Black lives matter / Sardinian lives matter”.

L’appuntamento non è casuale, infatti gli attivisti si ritroveranno sotto il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II a Sassari. In tutto il mondo il movimento addita le statue e i monumenti dedicati ai colonizzatori e questo dibattito esiste in Sardegna da anni. Infatti gli antichi toponomi sono stati sradicati in favore dell’odonomastica dedicata ai Savoia e in generale al Risorgimento italiano.

Ma quale è stato il ruolo della famiglia reale nel declino della Sardegna? L’inno della Sardegna e della rivoluzione antifeudale e antimonarchica S’Innu de su patriota sardu a sos feudatarios lo dice esplicitamente: Fit pro sos piemontesosSa Sardigna una cucagna; Che in sas Indias s ‘Ispagna Issos s’incontrant inoghe; Nos alzaiat sa ogheFinzas unu camareri, O plebeu o cavaglieriSi deviat umiliare…

Sardi e non, europei e non, nasce finalmente un movimento contro tutte le discriminazioni, contro tutte le intolleranze, contro il passato e il presente coloniale, a favore della solidarietà tra i popoli e le persone.

Ecco l’appello dei sei ragazzi che gira sui social:

Il Movimento “Black Lives Matter” è stato un importante punto di svolta: ha scelto di non chiudersi su se stesso e si è aperto ai diritti di tutti, diventando un movimento mondiale contro ogni discriminazione e subalternità. Intersezionalità è la parola d’ordine, le “etichette” che ci vengono attaccate – o quelle che usiamo per definirci – non si sommano e azzerano tra loro, ma interagiscono in modo positivo.La Sardegna a suo modo ha subito e subisce la disparità, la divisione, lo sfruttamento e la marginalizzazione.

Vogliamo unirci al grido mondiale regalando una chiave di lettura contestualizzata al territorio e alle sue lotte. È proprio in Sardegna che realtà, come il CPR di Macomer, che violano i diritti umani, trovano terreno di approdo; vengono invece accantonati progetti virtuosi come lo SPRAR di Sassari (che proprio a giugno giungerà purtroppo alla sua fine).Le strutture sanitarie e scolastiche fatiscenti, l’impossibilità o sconvenienza – per tanti Sardi – di muoversi all’interno e all’esterno della propria terra, poligoni e basi militari (con conseguenti danni alla salute nostra,del bestiame e dei campi) sono tutti elementi del nostro esser considerati popolo servo.Non è violenza? Non è sminuire un popolo e renderlo schiavo?

Da secoli siamo accoliti e seguaci di personalità senza valore, portiamo avanti la nostra lotta e la lotta di chi ha il coraggio di dire che le cose.Ma forse l’unico modo che abbiamo per comprendere la nostra realtà e la nostra storia è proprio quello di apprenderle e osservarle attraverso il nostro passato e il nostro presente.Vi aspettiamo in piazza per dire la vostra!

Caminera Noa: Quest’anno salviamo la Sardegna!

Il Movimento popolare sardo Caminera Noa lancia una campagna per invitare chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

«In questi ultimi giorni abbiamo assistito a sempre maggiori discussioni sulle riaperture di porti e aeroporti, sulla crisi del turismo. Ci si divide tra “apriamo tutto a chiunque” e “chiudiamo tutto senza deroghe”.

La posizione della Giunta non l’abbiamo capita, visto che ha trattato e ritrattato un milione di volte.

La nostra è netta: se vogliamo far ripartire in sicurezza vita sociale ed economia dobbiamo chiedere con forza la chiusura delle regioni ancora ad alto contagio. 

Dal punto di vista economico il sistema turistico applicato in Sardegna ha dimostrato tutta la sua inefficacia soprattutto in questo periodo di crisi, ed è per colpa di un turismo totalmente stagionale e basato sullo sfruttamento dei territori e delle persone che ci troviamo davanti alla scelta: salute o lavoro?

Il problema è complesso ma noi vogliamo iniziare a cambiare subito le cose. Abbiamo una proposta concreta: quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna! 

Questa crisi non è stata uguale per tutti; a fronte di chi ha perso il lavoro, non ha ricevuto la cassa integrazione, ha vissuto senza stipendio, ci sono state categorie di lavoratori che, invece, hanno continuato a percepire reddito regolarmente. 

Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio. 

Quest’anno sceglieremo di conoscere la nostra terra, di prenderci cura delle nostre comunità, di spendere i nostri soldi a casa nostra.

Quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna. Fatelo anche voi!»

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno.

di Francesco Casula

Mi dicono che Sala sia un bravo sindaco e un buon amministratore. Può darsi. Anche se non dimentico che nella gestione di Expo era stato accusato di falso per la retrodatazione di due verbali, processato e condannato a 6 mesi di reclusione per un appalto (il pm aveva chiesto 13 mesi). Pena poi convertita in una multa da 45 mila euro.

Lasciamo perdere questo “dettaglio, in questa sede m’intessa altro: polemizzando con il Presidente della Sardegna Solinas a proposito della “Patente di immunità”, Sala ha dichiarato ”quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”. Una minaccia esplicita. Una ripicca infantile.

Ma che cosa sottende Sala nel “boicottaggio” dell’Isola?

Sostanzialmente un pregiudizio nordista: che i milanesi e, il Nord in genere, “diano” alla Sardegna, che dunque dovrebbe essere riconoscente grata e “accogliente”.

Insomma il vecchio ciarpame inculturale, storico e politico nordista: sul Nord produttivo che sostiene e finanzia e “aiuta” il Sud improduttivo.

È esattamente il contrario.

Il Nord “ricco” (e sviluppato) lo è grazie al Sud: che storicamente ha spogliato delle sue risorse e ricchezze. Scorticandolo. E, dunque, sottosviluppandolo.

Con l’Unità d’Italia infatti la Sardegna (con l’intero Meridione) diventa ancor più una “colonia interna” dello Stato italiano: dopo essere stata fin dal 1720, repressa e sfruttata in modo brutale dal Piemonte e dai tiranni sabaudi.

La dialettica sviluppo-sottosviluppo si instaura dunque nell’ambito di uno spazio economico unitario dominato dalle leggi del capitale e dallo “scambio ineguale”. In base a tale meccanismo, il Nord vende prodotti ad alto valore aggiunto e compra (o semplicemente deruba) materie prime e/o semilavorati, a basso valore aggiunto. Arricchendosi. Di converso il Sud compra prodotti finiti ad alto valore aggiunto e vende materie prime o semilavorati, a basso valore aggiunto,impoverendosi.

È il meccanismo messo in rilievo segnatamente dagli studiosi terzomondisti come P. A. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo, che tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa.

Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento-per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi delle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale. Per Amin il sottosviluppo è l’inverso dello sviluppo: l’uno e l’altro costituiscono le due facce dell’espansione – per natura ineguale – del capitale che induce e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel ”centro”, e degradazione, miseria e carestie croniche nell’altro polo, nella “periferia”.

Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l’accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario.

È questo il “colonialismo”. Fra l’altro denunciato da Antonio Gramsci fin dall’inizio del secolo scorso, quando il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna., ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.

Mi si obietterà: il Nord esprime capacità imprenditoriali che ai sardi (e meridionali) mancano. Siamo certi che queste siano frutto di un qualche dna e non delle condizioni ambientali?

Ci siamo già dimenticati come nacque (e si sviluppò) l’industria del Nord, specie alla fine dell’Ottocento, con Crispi capo del Governo, dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia?

Nacque doppiamente assistita: con i soldi pubblici (per impiantare o implementare le imprese) e con le commesse garantite dallo Stato. Chi infatti acquistava le armi (dalla FIAT) o le navi da guerra (dagli armatori liguri e genovesi)? Lo stato italiano, per avviare il suo patetico e delirante imperialismo da “straccioni” nell’Africa orientale.

Caro Sala, da sarda che vive a Milano da 22 anni, ti scrivo…

Lettera aperta di Valeria Casula.

Sono sarda, vivo a Milano da 22 anni e non vado in Sardegna dall’inizio dell’anno. Ero solita tornare con una certa frequenza, sarei dovuta tornare l’ultimo week-end di febbraio, e nonostante potessi farlo ho preferito annullare la partenza perdendo anche i soldi del volo, perché ho ritenuto doveroso proteggere la mia isola dal pericolo di contagio, perché l’epidemia era già scoppiata qui in Lombardia ma non era possibile effettuare un tampone, neanche privatamente.

Dopo di allora sarei dovuta tornare a fine aprile, e non è stato possibile, poi in questi giorni e sino al 2 giugno, e ovviamente non è possibile, dovrei tornare a fine giugno e anche quel volo è appena stato annullato.

Anche quando sarà nuovamente possibile e anche qualora non fosse necessaria alcuna attestazione sanitaria, non vi tornerò sino a quando non avrò accertato la mia negatività al Covid-19.

E vede Sindaco caro, a me non solo mancano le acque cristalline della Sardegna a me mancano i miei genitori, i miei amici, la mia cara zia anziana e malata per la quale tornavo tanto frequentemente, insomma a me mancano la mia terra e il mio popolo.

Probabilmente non le rivelo una notizia se le dico che la Sardegna è una regione molto più povera della Lombardia, con un sistema sanitario fragile e inadeguato per i soli suoi abitanti (quindi figuriamoci in presenza di turisti), sicuramente impossibilitata in caso di epidemia a spostare malati in altre regioni o addirittura paesi (come ha fatto la Lombardia),

Caro Sindaco, se riesco io a comprendere le ragioni della rinuncia alle mie visite in Sardegna, le ragioni per cui la Sardegna, così come altre regioni, cerchi di trovare una modalità per mitigare il rischio di sbarco di persone positive, francamente mi risulta difficile comprendere come non ci arrivi chi ha come unico motivo di andare in Sardegna quello di farsi un bagno e prendere la tintarella di stagione.

Sindaco Sala, io sono distante anni luce da chi governa attualmente la Regione Sardegna, e se vuole possiamo fare anche a gara nel denunciarne gli errori, anche in relazione alla gestione di questa emergenza, sono ragionevolmente certa che sarei io a vincere la gara.

Ma questa sua uscita che suona proprio di minaccia, davanti ad una preoccupazione legittima la trovo davvero infelice.

Lei forse di questo periodo si ricorderà, come ha detto, del fatto che non è potuto andare a godersi il mare di Sardegna, sicuramente io ricorderò altro, tanto altro.

Ricorderò di come questa emergenza è stata gestita in Lombardia e di come viene ancora gestita, ricorderò il collega che non c’è più e l’altro, molto più giovane di me, ancora intubato dopo diverse settimane che non so quando e in quali condizioni di salute rivedrò.

Mi ricorderò dei forni crematoi dei cimiteri che non riuscivano a smaltire i cadaveri pur marciando giorno e notte, 7 giorni su 7, dei medici e degli infermieri stremati che dormivano qualche ora in ospedale su una sedia, in terra o su una poltrona per poi riprendere a lavorare, degli anziani morti soli ai cui parenti non è stata neanche data la possibilità di un ultimo saluto né in vita, né in morte, delle persone che dormivano per strada che potevano fare affidamento unicamente nelle mani tese di qualche volontario…

Spero che la stessa determinazione, o meglio arroganza, mostrata in questo video la adotti anche nel denunciare che se la Lombardia non è in grado in questa fase non più emergenziale di fare ciò che avrebbe dovuto fare da subito, vale a dire identificare tutti i positivi, tracciare i contatti e testare anche questi, è essa stessa che sta privando i cittadini lombardi (fra cui la sottoscritta) della possibilità di spostarsi in altre Regioni e non sono certo le Regioni a contagio zero che, seppur povere, sono disposte a sacrificare una fettina di PIL legato al turismo per non mettere a rischio la salute pubblica.

Chiedo a lei: ma a parti invertite lei farebbe entrare chiunque senza alcuno scrupolo?

Beh, in fondo la risposta è in quel “Milano non si ferma”, l’economia prima di tutto, o mi sbaglio?