Quando i sardi lottarono e morirono per l’indipendenza

 

 

di Francesco Casula

SA BATALLA DE SEDDORI (Niente da celebrare ma da ricordare e studiare)

Domani 30 giugno ricorre il 611° anniversario di Sa Batalla di Sanluri: forse la data più infausta dell’intera storia della Sardegna perché segnò l’inizio della fine della indipendenza e della libertà dei Sardi e della Sardegna. Una fine comunque tutt’altro che scontata ed ineluttabile. Infatti con l’ultimo Marchese di Oristano, Leonardo d’Alagon, (dal 1470 al 1478) sarà ancora scossa e attraversata da momenti di dissenso e di ribellioni nei confronti dei catalano-aragonesi, culminati in opposizione armata prima con la battaglia di Uras (1470) e infine con la sfortunata e definitiva sconfitta di Macomer (1478).
Una data infausta insieme al 238 a.C. che segnò l’inizio dell’occupazione e del brutale dominio romano; al 1297, quando il papa Bonifacio VII, con la Bolla Licentia invadendi, infeudò del regno di Sardegna e Corsica, appositamente e arbitrariamente inventato, Giacomo II d’Aragona, invitandolo di fatto a invadere e occupare militarmente le Isole, cosa che puntualmente avverrà, almeno per la Sardegna; al 1820, quando furono emanati gli Editti delle Chiudende, che posero fine al millenario uso comunitario delle terre da parte di tutto il popolo, usurpate dai nuovi proprietari, in un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze; al 1847, quando con la Fusione perfetta, la Sardegna fu privata del suo Parlamento.
Il 30 giugno 1409 infatti presso Sanluri, si scontrarono l’esercito siculo-catalano-aragonese, guidato da Martino il giovane, Re di Sicilia e Infante di Aragona, e l’esercito sardo-giudicale, al comando di Guglielmo III visconte di Narbona, ultimo giudice-re del Giudicato d’Arborea, che fu battuto e disfatto in quella atroce battaglia. Finiva così la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna che, dopo cruente battaglie i Sardi-Arborensi, prima con Mariano IV e poi con la figlia Eleonora, erano riusciti ad affermare, prevalendo sui Catalano-Aragonesi e dunque riuscendo di fatto a ottenere il controllo su tutto il territorio sardo e coronando in tal modo il sogno, di unificare l’intera nazione sarda.

Il regno d’Arborea infatti dal 1392 al 1409 comprenderà l’intera Isola, eccezion fatta per Castel di Cagliari e di Alghero: Isola governata e gestita sulla base di quella moderna e avanzata Costituzione che fu la Carta de Logu, che promulgata dalla stessa regina Eleonora, rimase in vigore per ben 435 anni, fino al 1827, quando entrò in vigore il Codice feliciano.
Ma ritorniamo alla battaglia di Sanluri: lo scontro finale cominciò all’alba di domenica 30 Giugno del 1409, (al alva de Domingo del mes de Junio: così infatti scrive negli Anales della Corona d’Aragona lo storico aragonese Geronimo Zurita); quando l’esercito siculo-catalano-aragonese, lasciato l’accampamento cominciò ad avanzare ordinatamente (con horden) fino a un miglio a sud est di Sanluri (Sent Luri).

Davanti stava Pietro Torrelles (en la avanguardia Pedro de Torrellas), il capitano generale, con mille militi e quattromila soldati (con mil hombres de armas, y quatro mil soldados), mentre il re Martino il Giovane, più indietro guidava la cavalleria e il resto formava la retroguardia. A loro si contrapponeva, sbucando improvvisamente da dietro un poggio, appena a Oriente di Sanluri e chiamato ancora oggi Bruncu de sa Batalla, l’esercito giudicale comandato dal re arborense Guglielmo di Narbona-Bas con i fanti e i cavalieri (con toda la gente de cavallo, y de pie), nascosti dietro una collina. Quanto durò esattamente la battaglia non ci è dato di sapere, Geronimo Zurita parla genericamente di “por buen espacio”.
Certamente fu dura e accanita. E, purtroppo, perdente per i Sardi. La tattica degli Aragonesi infatti, il cui esercito assunse una formazione a cuneo, sfondò il fronte delle forze sardo-arborensi che investite al centro, fu diviso in due tronconi. La parte sinistra si divise a sua volta in due parti: la prima ripiegò a Sanluri dove trovò rifugio nel borgo fortificato e nel castello di Eleonora; le mura però non resistettero all’assalto e le forze aragonesi irruppero massacrando a fil di spada gran parte della popolazione civile, senza distinzione di sesso e di età, mentre 300 donne furono fatte prigioniere. La seconda parte, guidata dal re Guglielmo III, si rifugiò nel castello di Monreale, a poche miglia di distanza, senza che gli Aragonesi riuscissero a inseguirli. Così: “el Vizconde con los que escaparon huiendo de la batalla, al castillo de Monreal” si salvò.

Morirono invece sul campo ben cinquemila Sardi (y murieron en el campo hasta cinco mil) mentre quattromila furono catturati: sempre secondo i dati di fonte storica aragonese e dunque da prendere prudentemente, cum grano salis. Di contro solo pochissimi nobili iberici persero la vita ((Murieron en esta batalla de la Parte del Rey muy pocos, y los mas senalados fueron, el vizconde de Orta, don Pedro Galceran de Pinos, y mossen Ivan de Vilacausa). Le fonti aragonesi non riportano alcun dato sui soldati semplici: evidentemente contano poco o, niente.
La località, una collinetta subito dopo il bivio “Villa Santa” guardando verso Furtei, dove avvenne una vera e propria strage conserva ancora oggi, in lingua sarda, un nome sinistro e tristo: Su occidroxiu. Ovvero il mattatoio: dove insieme a migliaia di sardi fu “macellata” non solo la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna ma la stessa libertà dei Sardi.

Ci sarebbe, a fronte di tutto ciò, da chiedersi cosa ci sia da “celebrare” in occasione della ricorrenza del 30 Giugno, segnatamente a Sanluri, come da anni avviene. Da celebrare niente. Molto invece da rievocare per conoscere la nostra storia: nelle sconfitte come nelle vittorie. Per conoscere il nostro passato, per troppo tempo sepolto, nascosto e rimosso: dissotterrandolo. Perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.

Proite unu populu chi non connoschet s’istoria sua, su tempus colau, non tenet ne oje nen cras.

#SardinianLivesMatter: i sardi sono bianchi?

di Carlo Manca

Un equivoco

I fatti recenti hanno portano il mondo a fare una riflessione sulla questione dei neri nord-americani che continuano a subire vessazioni che storicamente non hanno mai smesso di subire. L’uccisione di Floyd ha rappresentato l’emblema della violenza razzista della polizia nord-americana, che ancora una volta si è macchiata di un altro assassinio, e da lì in poi si sono scatenate le azioni violente da parte dei neri nord-americani che hanno ripreso a mettere in discussione, semmai si fossero fermati, il paradigma della società capitalista ed il paradigma di un razzismo più o meno soffice di cui la società nord-americana è intrisa.

Lo slogan #blacklivesmatter non è certo nuovo, giacché circolava già da anni e non è raro che si sia parlato di tale tema nel mainstream, ed ogni volta incontrava, oltre al classico razzismo manifesto e al classico colonialismo esplicito, il suo nemico più subdolo #alllivesmatter. Subdolo perché ovviamente non c’è dubbio che tutte le vite contino, ma che, volendo specificare che non siano solamente quelle nere a contare, appare come una precisazione non richiesta che porterebbe a concludere che i neri che protestano abbiano sbagliato il bersaglio della critica. E invece non è così: #blacklivesmatter esattamente perché tutte le vite contano e perché, fino a prova contraria, l’Uomo bianco è attualmente un privilegiato attorno al quale gira la vita moderna e in base al quale si decide cosa sia degno di essere considerato cultura, cosa sia degno di essere considerato universale, cosa sia degno di essere considerato desiderabile per sentirsi delle persone riuscite. Insomma, il colonialismo è mimetizzato nella quotidianità della vita occidentale, sia in quella nord-americana che in quella europea, cioè nella vita quotidiana dell’Uomo bianco. Se tutte le vite contano, ma quelle dei neri sembrano di serie B, allora è giusto dire che le vite dei neri contino, che abbiano un valore, che non siano in blocco né schiavi, né servi, né animali da compagnia, né carne da macello, né tante altre cose che la cultura colonialista nel corso della Storia ha deciso per i neri.

E così, la protesta dei neri nord-americani ha valicato l’oceano ed ha fatto in modo che tutte le persone solidali con tale protesta si accodassero ai contenuti di fondo: denunciare pubblicamente e protestare contro la cultura razzista e contro quella colonialista, di cui il razzismo è un dispositivo atto a giustificare la violenza e la prevaricazione sulla persona altrui. La violazione della dignità umana passa attraverso la narrazione di cui il colonialismo ha bisogno: è giusto non avere rispetto di tale gruppo X di persone, perché queste persone hanno, per natura e non per scelta, determinate caratteristiche deprecabili e immutabili, e pertanto noi siamo giustificati ad agire violentemente nei loro confronti perché noi siamo il gruppo Y e agiamo anche nel bene di tale gruppo X, che dovrà rinunciare alla propria identità, alla propria lingua, alla propria dignità, alla propria libertà, per avere le briciole della facoltà di stare al mondo, facoltà di cui noi siamo gli arbitri. Vero è che, finché questo discorso colonialista sta in piedi, e cioè finché cambiano solo gli equilibri di potere senza che però si superi il paradigma colonialista che porta con sé il razzismo, si sarà sempre i “negri” di qualcun altro.

La lotta per i simboli è innanzitutto una lotta fra modelli concorrenti di società. I simboli non sono né pura estetica e né memoria storica priva di senso. Floyd è diventato l’emblema, quindi un simbolo, della discriminazione razziale attuata dalla società bianca nord-americana e declinata nel pratico soprattutto dalla polizia che sa di avere il coltello dalla parte del manico. Le statue raffiguranti i colonizzatori delle Americhe, quando non di schiavisti e di altre canaglie del passato, non vengono abbattute o vandalizzate per il gusto di farlo, bensì perché sono rappresentazioni insopportabili ed inconcepibili in un modello di società che avanza e che porta con sé un punto di vista etico diametralmente opposto a quella società che invece prevedeva lo schiavismo o un razzismo palese in cui ogni cittadino bianco poteva fare la pelle a un nero impunemente. Relativizzare i modelli di società è fattibile solo quando non si cade nell’errore di considerare egualmente validi anche quelli che contemplano il colonialismo, sui popoli e sui corpi altrui (da cui il sessismo), ed il razzismo funzionale che lo accompagna. Possiamo affermare che l’esperimento sia riuscito se, ogni volta che si abbatte una determinata rappresentazione del colonialismo, lo scontro torna ad essere sui contenuti e non sull’estetica di tali rappresentazioni: si parla nuovamente di politica, di filosofia, di Storia, di antropologia perché ci si scontra sul modello di società che deve affermarsi, mettendo in contrapposizione chi propone un’etica basata sui presupposti universali dell’egualitarismo, di giustizia, di solidarietà e di autodeterminazione e chi invece giustifica le nefandezze di questo o quel personaggio storico, o magari sfoderando la carta della contestualizzazione storica laddove invece c’è di fondo un’affinità ideologica, e magari facendosi aiutare nella trattazione da quegli utili idioti che vorrebbero dare a bere agli altri che quelle rappresentazioni siano dei beni culturali da dover preservare in funzione di una memoria storica superpartes. La memoria storica è possibile anche a prescindere dall’esposizione di raffigurazioni di personaggi dalla dubbia portata, di cui certamente non avremmo bisogno se vogliamo affermare una società più etica che non intende trovarsi in mezzo ai piedi le facce di bronzo del colonialista Tizio, dello schiavista Caio, del lenone Sempronio. La memoria storica non è mai fine a sé stessa ed è possibile perfino con altre modalità: o si mantiene la statua lì dov’è, ma si appende una targa in cui si raccontano le “disavventure” dell’antieroe; oppure si aggiunge nei pressi immediati una statua a rappresentare le vittime di tale personaggio raffigurato; oppure si spostano le statue in un museo, che è il luogo deputato alla memoria storica in cui le opere d’arte perdono gran parte di quella dimensione pubblica-politica, ma sono spettacolarizzate per rappresentare un passato che non c’è e non ci può essere più: è per questo che nei musei troviamo armature medievali, sarcofagi egizi, vasi etruschi, statue greche, busti romani, lanterne puniche, pugnali e bronzetti shardana.

Sulla scia della vandalizzazione o dell’abbattimento delle statue dei colonialisti, anche in Europa si è colta la palla al balzo per tornare sui discorsi avviati già da tempo che sono rimasti come i carboni ardenti sotto la cenere. In Sardegna è percepita una “Questione Sarda” almeno da quando si è percepita l’alterità del colonizzatore: tralasciando adesso il rapporto fra Sardegna e l’esterno nel Medioevo, nell’Età Moderna parliamo del rapporto con la Spagna e poi col Piemonte, che successivamente sarà il rapporto con l’Italia unita. In Sardegna la colonizzazione ha avuto delle modalità affini a quelle avvenute in Africa o nell’America Ispanica, fatta eccezione per lo schiavismo che non ha avuto esito perché la compravendita di schiavi non era già prevista dall’ordinamento giuridico sardo e quindi non poteva prestarsi al traffico di esseri umani col colonialista europeo. Sbalorditivamente, molti sardi non riescono a concepire sé stessi se non come persone nate sotto una cattiva stella e se non come degli eterni colonizzati che hanno come caratteristica quella di riuscire ad accettare di buon grado ogni nuovo colonizzatore. Per capire la Sardegna ed il rapporto con lo Stato coloniale nella sua dimensione storica, è molto più utile leggere la letteratura ispanoamericana dalle origini ad oggi, piuttosto che quella prodotta per la fruizione in un mercato italiano e scritta da italiani di Sardegna (e non da sardi), i quali intendevano descrivere l’isola esattamente come il lettore italiano medio si aspettava che dell’isola si parlasse, cioè in maniera orientalista, arcaica, fiabesca, misteriosa, bizzarra, biasimevole, dannata. La descrizione di sé stessi a misura di occhio alieno ha avuto per i sardi la conseguenza nefasta dell’identificazione in quella narrazione di sé: “io sono ciò che penso che tu mi abbia chiesto di essere”.

E quindi, sempre a proposito della scia di vandalizzazione o di distruzione, si è messa in discussione la legittimità della rappresentazione dei tiranni che tanti danni hanno recato alla Sardegna. I Savoia hanno fatto la loro parte nella stessa maniera in cui ogni Stato occupante ci ha messo del proprio per depredare la Sardegna, con la sola differenza che attualmente sia quasi impossibile trovare rappresentazioni glorificanti del passaggio di questi ultimi. Avere nelle piazze sarde le statue dei regnanti di casa Savoia, non è tanto diverso dal trovarsi statue di eroi sudisti in una qualunque città nord-americana con una grossa componente di popolazione nera – che poi non sarebbe legittimo nemmeno se la città nord-americana qualunque fosse a maggioranza bianca, giacché non aveva senso né prima e né adesso l’approvazione morale delle caratteristiche del contesto antropologico di metà ‘800. Avere vie dedicate ai Savoia nei centri abitati sardi non è tanto diverso dal dedicare vie ai regnanti spagnoli in una città qualunque del Venezuela o del Nicaragua. Avere vie dedicate agli amministratori della Sardegna per conto dei Savoia, e per questo trovare inconcepibile una tale vessazione da parte della amministrazione locale che evidentemente agisce pensando italiano, non è tanto diverso dal trovare inaccettabile che in una qualsiasi città congolese ci possano essere vie dedicate ai funzionari di Re Leopoldo II del Belgio.

Si addicono le critiche allo slogan #alllivesmatter anche a #sardinianlivesmatter?

Mentre #alllivesmatter è una distrazione dal discorso centrale, in cui tale slogan si pone come sostitutivo di #blacklivesmatter quasi come a voler specificare che anche l’Uomo bianco possa essere discriminato e che pertanto perfino la sua vita valga (cosa che nessuno ma proprio nessuno negherebbe mai né a parole e né a fatti), lo slogan made in Sardinia si pone contemporaneamente come slogan di affiancamento e di proseguimento di #blacklivesmatter declinato nel contesto sardo. Possiamo certamente affermare che ci sia una convergenza sulle finalità del movimento per l’emancipazione dei neri del nord America e di quello per l’emancipazione del popolo sardo, e che certamente entrambe possano riconoscersi in una concezione secondo cui tutte le vite contano (e a questo punto azzarderei che sarebbe perfino estremamente coerente convergere con la prospettiva antispecista), tranne quelle volte in cui è il maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese a riempirsene la bocca per voler apparire come vittima di qualcuno e dichiararsi oppresso per aver perso la propria centralità normativa, per non poter più esercitare il proprio privilegio e per fare così del vittimismo a buon mercato. Con il #sardinianlivesmatter nessuno mette in discussione le rivendicazioni dei neri del nord America, ma anzi, si vuole supportare tale rivendicazione che si riverbera anche nella periferia d’Europa e si vuole estendere il ragionamento, senza pretesti di sorta che portino ad un sottile boicottaggio come succede per #alllivesmatter, alla condizione storica dei sardi che hanno sofferto e continuano a soffrire dei pregiudizi razziali in funzione della colonizzazione marchiata Italia, e che hanno perso la propria identità e che hanno difficoltà ad esercitare qualsiasi forma di autogoverno, dall’autonomia ad un orizzonte di indipendenza. L’assunto secondo cui tutte le vite contino, ha senso solo quando la sua comparsa nel discorso non sia un pretesto per annacquare nell’immediato la rivendicazione emancipatoria del popolo nero del nord America; in altre parole, l’orizzonte in cui si muove #blacklivesmatter è quello secondo cui tutte le vite contino, ma lo si ribadisce perché evidentemente non pare così tanto chiaro al maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese di cui sopra. Che poi è lo stesso meccanismo di quando, in Sardegna, chi vorrebbe esercitare il diritto all’autogoverno, viene sommerso dalla retorica unionista e dalle accuse di provincialismo perché “tutti gli italiani contano, e se voi fate l’indipendenza, allora perfino il mio condominio vorrà la sua indipendenza!”; tradotto: con le vostre rivendicazioni da sardignoli noi ci asciughiamo i piedi e voi continuerete a non esistere, perché in fondo siamo tutti italiani, ma voi in ogni caso rimarrete italiani di serie B.

Date le circostanze storiche e politiche, dovremmo iniziare a chiederci quanto i sardi possano considerare sé stessi come bianchi, come persone che, a parte aver guadagnato delle garanzie democratiche di certo importanti che sono state estese quasi a chiunque nell’Europa attuale, non possano considerare sé stesse come parte di una colonia interna in Italia, come persone che hanno dovuto rinunciare quasi completamente alla propria espressione dei caratteri popolari attraverso una serie di minacce e di stigmi sociali, come persone che hanno diritto ai suddetti caratteri popolari ma solo attraverso una musealizzazione dei costumi (ad esempio le sfilate di abiti tradizionali come La Cavalcata a Sassari ed i balli nelle televisioni regionali) e una cristallizzazione dei propri saperi pratici che non devono evolversi, al fine di essere progressivamente persi in una maniera artificiale percepita però come “naturale” e dovuta ai tempi che cambiano. I pregiudizi disprezzanti sui sardi si sprecano, così come è vero che si sprecano per i meridionali d’Italia e per qualsiasi altra comunità straniera presente sia in Sardegna che in Italia, e sono tutti pregiudizi che sono figli di una concezione monolitica dello Stato, fondamentalmente ancora colonialista, che stigmatizza tutte le lingue che stanno sotto l’unica considerata degna di essere imparata, che si attribuisce la storia dei popoli che per lui sono funzionali a raccontare dei precedenti illustri della propria entità statale (l’Italia attuale non è in continuità con Roma Antica, ad esempio, malgrado la retorica nazionalista che per anni abbia voluto spingere questo racconto), e ammette nella composizione della propria cultura di Stato solo poche identità locali funzionali a riprodurre l’idea composita che vuole dare di sé all’esterno (Italia: pizza, cannolo, lasagna, carbonara, mandolino, brava gente, Colosseo, gondole, Vesuvio, Torre di Pisa) e spegnere le istanze centrifughe, come ad esempio è stata l’operazione che ha istituito nuovamente la Brigata Sassari dopo decine d’anni d’inattività. Se la Brigata Sassari fosse stato veramente un corpo militare sardo, innanzitutto avrebbe forse – e dico “forse” – avuto una considerazione diversa del patrimonio naturalistico ed archeologico sardo e poi non avrebbe speso così tante energie per costruire la propria immagine, spesso in modo caricaturale, e non sarebbe stata concepita come il corrispettivo interno degli ascari: “sardi” che si assoldano come bassa forza con l’Italia, nella stessa maniera in cui eritrei e libici si arruolavano come mercenari per l’Italia, ma sempre con quadri provenienti da fuori e non a caso ogni tanto sparano qualche perla di antropologia fai-da-te sul sistema culturale dei sardi e sulla loro presunta indole a delinquere o incestuosa. Per le suddette ragioni, ripeto, c’è da chiedersi quanto i sardi siano effettivamente bianchi.

Allora diremmo che, se è vero che le vite dei neri contano, non possiamo rifiutare di riconoscere che perfino le vite dei sardi contino, perché dopotutto anche i sardi sono neri o, quantomeno, non sono bianchi.

Black and Sardinian lives matter: manifestazione a Sassari

Sei ragazzi hanno lanciato la mobilitazione “Black lives matter / Sardinian lives matter”.

L’appuntamento non è casuale, infatti gli attivisti si ritroveranno sotto il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II a Sassari. In tutto il mondo il movimento addita le statue e i monumenti dedicati ai colonizzatori e questo dibattito esiste in Sardegna da anni. Infatti gli antichi toponomi sono stati sradicati in favore dell’odonomastica dedicata ai Savoia e in generale al Risorgimento italiano.

Ma quale è stato il ruolo della famiglia reale nel declino della Sardegna? L’inno della Sardegna e della rivoluzione antifeudale e antimonarchica S’Innu de su patriota sardu a sos feudatarios lo dice esplicitamente: Fit pro sos piemontesosSa Sardigna una cucagna; Che in sas Indias s ‘Ispagna Issos s’incontrant inoghe; Nos alzaiat sa ogheFinzas unu camareri, O plebeu o cavaglieriSi deviat umiliare…

Sardi e non, europei e non, nasce finalmente un movimento contro tutte le discriminazioni, contro tutte le intolleranze, contro il passato e il presente coloniale, a favore della solidarietà tra i popoli e le persone.

Ecco l’appello dei sei ragazzi che gira sui social:

Il Movimento “Black Lives Matter” è stato un importante punto di svolta: ha scelto di non chiudersi su se stesso e si è aperto ai diritti di tutti, diventando un movimento mondiale contro ogni discriminazione e subalternità. Intersezionalità è la parola d’ordine, le “etichette” che ci vengono attaccate – o quelle che usiamo per definirci – non si sommano e azzerano tra loro, ma interagiscono in modo positivo.La Sardegna a suo modo ha subito e subisce la disparità, la divisione, lo sfruttamento e la marginalizzazione.

Vogliamo unirci al grido mondiale regalando una chiave di lettura contestualizzata al territorio e alle sue lotte. È proprio in Sardegna che realtà, come il CPR di Macomer, che violano i diritti umani, trovano terreno di approdo; vengono invece accantonati progetti virtuosi come lo SPRAR di Sassari (che proprio a giugno giungerà purtroppo alla sua fine).Le strutture sanitarie e scolastiche fatiscenti, l’impossibilità o sconvenienza – per tanti Sardi – di muoversi all’interno e all’esterno della propria terra, poligoni e basi militari (con conseguenti danni alla salute nostra,del bestiame e dei campi) sono tutti elementi del nostro esser considerati popolo servo.Non è violenza? Non è sminuire un popolo e renderlo schiavo?

Da secoli siamo accoliti e seguaci di personalità senza valore, portiamo avanti la nostra lotta e la lotta di chi ha il coraggio di dire che le cose.Ma forse l’unico modo che abbiamo per comprendere la nostra realtà e la nostra storia è proprio quello di apprenderle e osservarle attraverso il nostro passato e il nostro presente.Vi aspettiamo in piazza per dire la vostra!

Caminera Noa: Quest’anno salviamo la Sardegna!

Il Movimento popolare sardo Caminera Noa lancia una campagna per invitare chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

«In questi ultimi giorni abbiamo assistito a sempre maggiori discussioni sulle riaperture di porti e aeroporti, sulla crisi del turismo. Ci si divide tra “apriamo tutto a chiunque” e “chiudiamo tutto senza deroghe”.

La posizione della Giunta non l’abbiamo capita, visto che ha trattato e ritrattato un milione di volte.

La nostra è netta: se vogliamo far ripartire in sicurezza vita sociale ed economia dobbiamo chiedere con forza la chiusura delle regioni ancora ad alto contagio. 

Dal punto di vista economico il sistema turistico applicato in Sardegna ha dimostrato tutta la sua inefficacia soprattutto in questo periodo di crisi, ed è per colpa di un turismo totalmente stagionale e basato sullo sfruttamento dei territori e delle persone che ci troviamo davanti alla scelta: salute o lavoro?

Il problema è complesso ma noi vogliamo iniziare a cambiare subito le cose. Abbiamo una proposta concreta: quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna! 

Questa crisi non è stata uguale per tutti; a fronte di chi ha perso il lavoro, non ha ricevuto la cassa integrazione, ha vissuto senza stipendio, ci sono state categorie di lavoratori che, invece, hanno continuato a percepire reddito regolarmente. 

Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio. 

Quest’anno sceglieremo di conoscere la nostra terra, di prenderci cura delle nostre comunità, di spendere i nostri soldi a casa nostra.

Quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna. Fatelo anche voi!»

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno.

di Francesco Casula

Mi dicono che Sala sia un bravo sindaco e un buon amministratore. Può darsi. Anche se non dimentico che nella gestione di Expo era stato accusato di falso per la retrodatazione di due verbali, processato e condannato a 6 mesi di reclusione per un appalto (il pm aveva chiesto 13 mesi). Pena poi convertita in una multa da 45 mila euro.

Lasciamo perdere questo “dettaglio, in questa sede m’intessa altro: polemizzando con il Presidente della Sardegna Solinas a proposito della “Patente di immunità”, Sala ha dichiarato ”quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”. Una minaccia esplicita. Una ripicca infantile.

Ma che cosa sottende Sala nel “boicottaggio” dell’Isola?

Sostanzialmente un pregiudizio nordista: che i milanesi e, il Nord in genere, “diano” alla Sardegna, che dunque dovrebbe essere riconoscente grata e “accogliente”.

Insomma il vecchio ciarpame inculturale, storico e politico nordista: sul Nord produttivo che sostiene e finanzia e “aiuta” il Sud improduttivo.

È esattamente il contrario.

Il Nord “ricco” (e sviluppato) lo è grazie al Sud: che storicamente ha spogliato delle sue risorse e ricchezze. Scorticandolo. E, dunque, sottosviluppandolo.

Con l’Unità d’Italia infatti la Sardegna (con l’intero Meridione) diventa ancor più una “colonia interna” dello Stato italiano: dopo essere stata fin dal 1720, repressa e sfruttata in modo brutale dal Piemonte e dai tiranni sabaudi.

La dialettica sviluppo-sottosviluppo si instaura dunque nell’ambito di uno spazio economico unitario dominato dalle leggi del capitale e dallo “scambio ineguale”. In base a tale meccanismo, il Nord vende prodotti ad alto valore aggiunto e compra (o semplicemente deruba) materie prime e/o semilavorati, a basso valore aggiunto. Arricchendosi. Di converso il Sud compra prodotti finiti ad alto valore aggiunto e vende materie prime o semilavorati, a basso valore aggiunto,impoverendosi.

È il meccanismo messo in rilievo segnatamente dagli studiosi terzomondisti come P. A. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo, che tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa.

Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento-per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi delle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale. Per Amin il sottosviluppo è l’inverso dello sviluppo: l’uno e l’altro costituiscono le due facce dell’espansione – per natura ineguale – del capitale che induce e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel ”centro”, e degradazione, miseria e carestie croniche nell’altro polo, nella “periferia”.

Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l’accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario.

È questo il “colonialismo”. Fra l’altro denunciato da Antonio Gramsci fin dall’inizio del secolo scorso, quando il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna., ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.

Mi si obietterà: il Nord esprime capacità imprenditoriali che ai sardi (e meridionali) mancano. Siamo certi che queste siano frutto di un qualche dna e non delle condizioni ambientali?

Ci siamo già dimenticati come nacque (e si sviluppò) l’industria del Nord, specie alla fine dell’Ottocento, con Crispi capo del Governo, dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia?

Nacque doppiamente assistita: con i soldi pubblici (per impiantare o implementare le imprese) e con le commesse garantite dallo Stato. Chi infatti acquistava le armi (dalla FIAT) o le navi da guerra (dagli armatori liguri e genovesi)? Lo stato italiano, per avviare il suo patetico e delirante imperialismo da “straccioni” nell’Africa orientale.

Caro Sala, da sarda che vive a Milano da 22 anni, ti scrivo…

Lettera aperta di Valeria Casula.

Sono sarda, vivo a Milano da 22 anni e non vado in Sardegna dall’inizio dell’anno. Ero solita tornare con una certa frequenza, sarei dovuta tornare l’ultimo week-end di febbraio, e nonostante potessi farlo ho preferito annullare la partenza perdendo anche i soldi del volo, perché ho ritenuto doveroso proteggere la mia isola dal pericolo di contagio, perché l’epidemia era già scoppiata qui in Lombardia ma non era possibile effettuare un tampone, neanche privatamente.

Dopo di allora sarei dovuta tornare a fine aprile, e non è stato possibile, poi in questi giorni e sino al 2 giugno, e ovviamente non è possibile, dovrei tornare a fine giugno e anche quel volo è appena stato annullato.

Anche quando sarà nuovamente possibile e anche qualora non fosse necessaria alcuna attestazione sanitaria, non vi tornerò sino a quando non avrò accertato la mia negatività al Covid-19.

E vede Sindaco caro, a me non solo mancano le acque cristalline della Sardegna a me mancano i miei genitori, i miei amici, la mia cara zia anziana e malata per la quale tornavo tanto frequentemente, insomma a me mancano la mia terra e il mio popolo.

Probabilmente non le rivelo una notizia se le dico che la Sardegna è una regione molto più povera della Lombardia, con un sistema sanitario fragile e inadeguato per i soli suoi abitanti (quindi figuriamoci in presenza di turisti), sicuramente impossibilitata in caso di epidemia a spostare malati in altre regioni o addirittura paesi (come ha fatto la Lombardia),

Caro Sindaco, se riesco io a comprendere le ragioni della rinuncia alle mie visite in Sardegna, le ragioni per cui la Sardegna, così come altre regioni, cerchi di trovare una modalità per mitigare il rischio di sbarco di persone positive, francamente mi risulta difficile comprendere come non ci arrivi chi ha come unico motivo di andare in Sardegna quello di farsi un bagno e prendere la tintarella di stagione.

Sindaco Sala, io sono distante anni luce da chi governa attualmente la Regione Sardegna, e se vuole possiamo fare anche a gara nel denunciarne gli errori, anche in relazione alla gestione di questa emergenza, sono ragionevolmente certa che sarei io a vincere la gara.

Ma questa sua uscita che suona proprio di minaccia, davanti ad una preoccupazione legittima la trovo davvero infelice.

Lei forse di questo periodo si ricorderà, come ha detto, del fatto che non è potuto andare a godersi il mare di Sardegna, sicuramente io ricorderò altro, tanto altro.

Ricorderò di come questa emergenza è stata gestita in Lombardia e di come viene ancora gestita, ricorderò il collega che non c’è più e l’altro, molto più giovane di me, ancora intubato dopo diverse settimane che non so quando e in quali condizioni di salute rivedrò.

Mi ricorderò dei forni crematoi dei cimiteri che non riuscivano a smaltire i cadaveri pur marciando giorno e notte, 7 giorni su 7, dei medici e degli infermieri stremati che dormivano qualche ora in ospedale su una sedia, in terra o su una poltrona per poi riprendere a lavorare, degli anziani morti soli ai cui parenti non è stata neanche data la possibilità di un ultimo saluto né in vita, né in morte, delle persone che dormivano per strada che potevano fare affidamento unicamente nelle mani tese di qualche volontario…

Spero che la stessa determinazione, o meglio arroganza, mostrata in questo video la adotti anche nel denunciare che se la Lombardia non è in grado in questa fase non più emergenziale di fare ciò che avrebbe dovuto fare da subito, vale a dire identificare tutti i positivi, tracciare i contatti e testare anche questi, è essa stessa che sta privando i cittadini lombardi (fra cui la sottoscritta) della possibilità di spostarsi in altre Regioni e non sono certo le Regioni a contagio zero che, seppur povere, sono disposte a sacrificare una fettina di PIL legato al turismo per non mettere a rischio la salute pubblica.

Chiedo a lei: ma a parti invertite lei farebbe entrare chiunque senza alcuno scrupolo?

Beh, in fondo la risposta è in quel “Milano non si ferma”, l’economia prima di tutto, o mi sbaglio?

Filosofia de Logu per decolonizzare il pensiero

Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna

S’Ulisse de sa Sarda Liberatzione

È sorto un gruppo di lavoro e di ricerca multidisciplinare che ha preso il nome di Filosofia de logu. Ne fanno parte studiosi e attivisti, dentro e fuori dall’accademia, provenienti dall’ambito delle scienze umane, sociali e filosofiche. Il nostro intento è quello di sviluppare un approccio di ricerca non subalterno e forme di concettualizzazione libere dallo sguardo coloniale e auto-colonizzato sulla Sardegna.

Filosofia de logu dispone già di un suo sito (filosofiadelogu.eu) e nella giornata di oggi procederà alla diffusione della sua Dichiarazione di intenti. In questo momento stiamo lavorando alla pubblicazione di una raccolta collettiva di saggi, a un evento pubblico in rete, e a una serie di incontri sul territorio. 

Il gruppo è aperto a ogni collaborazione fattiva e basata sulla condivisione dei principi enunciati nei suoi documenti fondativi. 

In allegato a questo Comunicato, troverete un press-kit con qualche materiale utile per la pubblicazione, come le fotografie fornite per il progetto da Rossella Fadda, le grafiche e i loghi del progetto.

Gruppo di Ricerca “Filosofia de Logu” – cuntatos@filosofiadelogu.eu

Dibattito: Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale.

Caminera Noa in collaborazione con Il Manifesto Sardo, invita al Dibattito “Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale” che sabato 23 maggio alle ore 17.30 andrà in diretta streaming su:

• Pagina Facebook Caminera Noa 

• Canale YouTube Caminera Noa  • Sito web camineranoa.org

• Blog Pesa Sardigna

• Sito web manifestosardo.org

“Questo cerchio è aperto e mai spezzato. In pace ci siamo incontrati e in pace ci salutiamo, felici perché presto ci vedremo ancora”

Immaginate un “non luogo” (in tempi di Covid non è poi così difficile), un cerchio, dove nessuno è ospitante, né ospitato, in cui cinque persone, non a caso usiamo questa parola, provenienti da esperienze e luoghi “altri”, anche in questo caso la parola non è scelta a caso, si incontrano e parlano tra loro, ma anche con “altr*” che vorranno intervenire durante la diretta, di due temi: “Femminismo e Autodeterminazione”, che in realtà, come scatole cinesi, ne contengono  tantissimi altri,

Tiziana Albanese: Palermo, studentessa universitaria, militante di Antudo: “Rete dei comitati territoriali per l’indipendenza della Sicilia”

Giovanna Casagrande: Nuoro, attivista femminista, indipendentista di Sardegna Possibile

Luana Farina Martinelli: Ozieri/Sassari, portavoce di Caminera Noa, attivista indipendentista, femminista e poeta

Marta Onnis: Cagliari, psicologa, attivista politica femminista e indipendentista, impegnata sui temi dell’autodeterminazione e empowerment di individui, gruppi, comunità

Benedetta Pintus: Cagliari, giornalista e attivista femminista, formatrice sul contrasto alla violenza e alle discriminazioni

Rifletteranno e si interrogheranno, partendo ognuna dalla propria esperienza di militanza, su argomenti di grande interesse ed attualità: 

– Rapporto tra autodeterminazione di genere e autodeterminazione di un popolo; 

– Diritti di genere e analisi della realtà socio-economica-culturale in cui sono rivendicati;

– Quote-rosa e neo femminismi; 

– Uomini femministi e donne maschiliste; 

– Diversità e normalità: uso e abuso dei due termini/concetti;

– Il razzismo, il sessismo, l’abilismo, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia  e ruolo dei media,

e altro ancora.

L’incontro nasce dalla necessità, divenuta impellente, di avviare un confronto dialettico tra militanti, che evidenzi le forti contraddizioni esistenti anche all’interno dei partiti e/o movimenti di appartenenza, riguardo il dichiararsi per l’autodeterminazione del proprio popolo ed invece usare nella pratica politica, e non solo, azioni, atteggiamenti e linguaggi  discriminatori, propri di chi invece nega il valore e il diritto all’autodecisione, sia della singola persona, sia di un popolo.

È necessario quindi interrogarsi, confrontarsi, tutte e tutti, su come l’autodeterminazione non sia mera liberazione individuale e rivendicazione di un diritto della persona, ma debba essere soprattutto azione politica comune e collettiva, che deve necessariamente orientarsi a “destrutturare un vecchio pensiero” per costruirne uno nuovo, non solo nelle parole.

Fase 2. Sicilia, Sardegna e Sud non accettano ordini dal Nord!

Comunicato congiunto di Caminera Noa (Sardegna), Il Sud Conta (Sud Italia), Antudo (Sicilia).

Il 26 aprile il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con una breve diretta, ha annunciato la tanto attesa Fase 2. E i nostri sospetti sono stati confermati.

Il DPCM del 26 aprile non è nient’altro che il risultato delle pressioni di Confindustria e dei governatori di Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna. Sempre gli stessi, che piegano le politiche statali ai propri interessi e ci consegnano un governo a totale trazione nordista.

Il decreto prevede, infatti, la riapertura in tutto lo Stato dei settori produttivi in aggiunta a quelli rimasti aperti durante la precedente fase. Settori, guarda caso, situati principalmente nell’area nord dello Stato Italiano. Nessuna parola è stata spesa per le economie del Sud e delle Isole, legate a piccole e medie imprese attive nei settori turistico, agricolo e artigianale. Ancora una volta le richieste di tutti coloro che in queste settimane hanno fatto grossi sacrifici e che stanno pagando le conseguenze dell’emergenza, sono rimaste inascoltate.

Lo Stato Italiano – e non è una novità – ha fatto coincidere gli interessi del “sistema Italia” con gli interessi dei settori produttivi delle regioni del Nord. Ancora una volta lo Stato Italiano ha imposto decisioni senza fare distinzioni che rispondano alle specifiche territoriali, senza tenere minimamente conto della realtà che ci consegna, a oggi, la curva epidemiologica regione per regione.

Secondo i dati di ieri, 2 maggio, i casi attualmente positivi in Lombardia sono 36.667, in Piemonte 15.719, in Emilia Romagna 9.323 e in Veneto 7.431.

Nel Meridione si registrano: 2.721 attualmente positivi in Campania, 2.186 in Sicilia, 730 in Sardegna, 713 in Calabria.
100.704 è il numero totale di positivi in Italia. Questo significa che le quattro regioni del Nord citate prima corrispondono al 68,7% degli attuali positivi in Italia, la Lombardia da sola il 36,4%. Le 4 regioni del Sud insieme raggiungono solo il 6,3%.

Sebbene la situazione epidemiologica sia totalmente opposta, le restrizioni sono identiche. Si, perché il Sud deve rimanere “in lockdown” affinché possano riaprire industrie e grosse aziende del Nord.

Le quattro regioni del Nord citate rappresentano insieme il 48% del PIL italiano; non ci sorprende che le nostre regioni siano la parte del PIL sacrificabile.

Nel frattempo molte imprese meridionali, tantissime attività commerciali delle nostre città, resteranno chiuse, con il rischio concreto di non sopravvivere alla chiusura e di non poter mai più riaprire, con conseguenze gravissime sull’economia locale che versava in una situazione drammatica già prima dell’emergenza.

Non possiamo, però, accettare in silenzio di essere la carne da macello sacrificata per i profitti del Nord. Non possiamo accettare di essere considerati unicamente ingranaggi della macchina produttiva della metà ricca d’Italia.

Considerando anche il fatto che questi mesi di chiusura hanno fortemente minato la già provata economia meridionale, pretendiamo che vengano immediatamente immessi nelle casse dei Comuni del Sud e delle Isole tutti i mancati introiti del fondo di perequazione. Tele iniezione di liquidità gestita dalle istituzioni più prossime ai cittadini risulta a oggi irrinunciabile e rappresenta in questo momento una boccata d’ossigeno vitale per la nostra economia.

Inoltre, l’epidemia ha eliminato tutte le forme della rappresentanza, concentrata del tutto nelle mani di governatori e sindaci, espressa attraverso le loro dirette facebook. È necessario, oggi più che mai, riprendersi gli spazi della politica, della mobilità, della socialità. Se possiamo tornare a produrre, consumare e fare la spesa, perché non possiamo uscire, manifestare, socializzare?

Il vero untore del Sud, della Sardegna e della Sicilia è lo Stato Italiano. Non esiste nessuna “unità nazionale”, esistono gli interessi di alcuni a scapito di altri, del Nord Italia sul Mezzogiorno e sulle Isole.

Non staremo più a guardare, chiusi nelle nostre case. Pretendiamo una gestione della fase 2 ASIMMETRICA, differenziata su base regionale, che permetta ai territori di avere il potere di decidere cosa apre e cosa no. Pretendiamo misure economiche adeguate alle esigenze dei nostri territori caratterizzati da un tessuto economico e produttivo differente da quello lombardo, veneto e romagnolo, per questo crediamo che il governo debba immediatamente adottare 3 provvedimenti: 

1) Estensione del Reddito di Cittadinanza; 

2) Moratoria delle utenze per soggetti con comprovate difficoltà economiche; 

3) Risorse a fondo perduto per artigiani, piccoli commercianti e piccole attività. 

Alla fase 2, dato il numero di contagi, la Lombardia non dovrebbe neanche passarci. Se le è permesso, allora noi possiamo passare alla fase 4!
E lo faremo, con o senza il permesso dello Stato Italiano.

Chi ha paura di sa DIE? di Francesco Casula

Sa DIE, come Festa nazionale del popolo sardo, unica nostra Festa “non ottriata”, nel corso degli anni è stata via via depotenziata: e non solamente per gli investimenti finanziari viepiù ridotti. Da parte poi della Regione sarda e delle Istituzioni è stata sostanzialmente azzerata, cancellata.

Probabilmente l’opera di studio, ricerca, confronto, sensibilizzazione che vi è stata nei primi anni, dopo l’istituzione nel 1993, ha spaventato soprattutto la politica.

Così la “Festa” da occasione di studio e di risveglio identitario si riduce nel tempo a rito formale e liturgia vuota: con l’Amministrazione Soru viene annacquata e svuotata  dei significati storici e simbolici più “eversivi”; la Giunta di Cappellacci la stravolge del tutto: viene addirittura dedicata alla Brigata Sassari! E Pigliaru, la seppellisce definitivamente. 

L’attuale Giunta ha altro cui pensare: equilibri di potere. 

Ma fin dai primi anni, dopo la sua istituzione, soprattutto da parte di certa intellettualità, se non ascara certo culturalmente subalterna, ai paradigmi storici e storiografici italici, sono state avanzate riserve in merito alla “forza” dello stesso Evento del 28 aprile del 1794:

1. Sarebbe stata “robetta” quello di “cacciare” 514 piemontesi, savoiardi e nizzardi. Dimenticandosi che lo stesso numero è enorme: Cagliari aveva allora 20.000 abitanti, duncas sulla groppa di ogni 40 cagliaritani pesava un parassita che ruotava intorno al vicerè, arrogante e prepotente.

2. Sarebbe stata sostanzialmente una “congiura” de unu grustu de burghesos, antzis de bator abogadeddos, illuministas. Guarda caso, tale ipotesi, combacia esattamente con le posizioni degli storici filo sabaudi come Giuseppe Manno e Vittorio Angius, che, appunto, avevano parlato di “congiura”!

3. I sabaudi sarebbero comunque ritornati dopo qualche mese. Questo è vero. Ma che significa? Dopo la Rivoluzione francese si afferma un despota come Napoleone. E dopo la caduta del Corso si restaurano in tutta l’Europa regimi autoritari, assoluti e liberticidi. Ciò significa negare valore all’Evento dell’89? Chi fa questa obiezione non sa o non capisce che la storia non ha un andamento lineare e rettilineo, ma rinculi e ritorni all’indietro, cadute e regressioni.

In realtà personaggi e intellettuali di valore e diversa provenienza culturale e politica (da Lussu a Lilliu a Maria Rosa Cardia) riconoscono e sostengono l’importanza di quell’evento e di quella temperie culturale e politica in cui si radica la Sardegna moderna, in cui si afferma e si sedimenta una nuova consapevolezza e coscienza da parte dei Sardi.

Questi infatti dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a piegare la schiena, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo abituati a abbassare la testa, sopportando ogni tipo di prepotenza, umiliazione, sfruttamento, sberleffi e prese in giro, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di orgoglio, si ribellano e alzano la testa, raddrizzano la schiena e dicono basta! 

E voglio precisare che “quelle temperie culturale e politica” non abbraccia – come si suole comunemente affermare – il cosiddetto triennio rivoluzionario (1794-96) ma più che un trentennio rivoluzionario: dal 1780 (rivolta di Sassari contro il governatore Allì di Maccarani ) al 1812 (Rivolta di Palabanda). 

E allora?

Allora, al di là dei pretesti sulla “debolezza” dell’Evento o altre tontesas, la verità è che sa DIE dà fastidio. È una festa “pericolosa” e “sovversiva”. Anzi:eversiva. Perché può mettere in crisi i compromessi e gli equilibri di potere prima ancora che i paradigmi culturali e politici di tutti i partiti che dominano la Sardegna: del centro sinistra come del centro destra. Di ieri come di oggi.

Per questo l’hanno, di fatto cancellata.