Megadiscarica regionale a Villacidro: Si prepara la battaglia.

Intervista ad Antonio Muscasmusca-arcobaleno

Con delibera del 6 settembre 2016 il governo sardo ha dato il via libera alla realizzazioe di una megadiscarica regionale a Villacidro. Qual è il tuo giudizio?

Purtroppo, nonostante le battaglie che cittadini e comitati del territorio stanno portando avanti da anni e le richieste ripetute di adottare politiche diverse per il trattamento dei rifiuti, il governo Pigliaru ha tirato dritto per la sua realizzazione, mentre politici e amministratori locali restano colpevolmente in silenzio.

Quali sono le ragioni della tua contrarietà?

La megadiscarica fa parte di un progetto più vasto a carattere regionale che include il potenziamento di vecchi e la realizzazione di nuovi inceneritori. È facile quindi comprendere che proseguire su questa linea, con gli enormi investimenti in gioco (si parla di centinaia di milioni di euro), significherebbe compromettere ogni alternativa almeno per i prossimi venti trent’anni. È necessario intervenire ora: potremmo altrimenti non avere un’altra opportunità.

È un tema questo che, anche se potrebbe non apparire, ha attinenza con le servitù e il furto del territorio poiché la realizzazione e la gestione delle discariche segue le stesse e precise logiche delle basi militari e degli altri progetti di speculazione e distruzione ambientale: le discariche, infatti, oltre ad andare contro le direttive europee e, quindi, incontro alle sanzioni che puntualmente ci vengono comminate, vengono realizzate senza coinvolgimento delle comunità e contro la loro volontà; garantiscono lauti profitti a pochi e soliti noti e alle mafie e, per contro, comportano costi economici oramai insostenibili e, nonostante ciò, in continua crescita. Quando già non sono pericolose per le tipologie di materiali che vi finiscono col cosiddetto secco, divengono aree di destinazione illegale di rifiuti pericolosi che ben si celano sotto gli immensi mucchi di spazzatura. L’affare discariche è ben rappresentato anche dal clima intimidatorio che si respira quando diventano oggetto di contestazione e di polemiche per la pessima gestione e per gli innumerevoli incidenti ambientali che sempre più spesso si verificano. Ciò, senza menzionare le condizioni disumane in cui si trovano ad operare i lavoratori, strumenti di continuo ricatto e spesso teste d’ariete per demolire le proteste e zittire le amministrazioni.

Si ripete spesso che non esistono ancora alternative valide, collaudate ed economicamente sostenibili? Cosa ti senti di rispondere in merito?

Diversi studi e ricerche scientifiche documentate oggi dimostrano il grave impatto delle discariche sulla salute e l’ambiente. Attorno alle discariche, e per diversi chilometri di distanza, diventa impossibile ipotizzare scenari di agricoltura sostenibile o anche di semplice utilizzo delle aree per scopi diversi: inquinamento del suolo, delle falde e dell’aria, la presenza massiccia di gabbiani e di cornacchie che modificano l’avifauna locale, sono solo alcuni degli elementi di trasformazione del territorio e di compromissione di vastissime aree sotto il punto di vista ambientale e paesaggistico.

Trovo stupido e offensivo per la nostra intelligenza che, per curare interessi economici privati, la comunità, l’ambiente e l’economia vengano relegati ad un ruolo marginale portando avanti un piano rifiuti del 2008, folle e antistorico: oggi la tecnologia e la conoscenza consentono di adottare soluzioni all’avanguardia per evitare il ricorso alle discariche e agli inceneritori. La salvaguardia del territorio e delle nostre vite, il diritto all’autodeterminazione, la consapevolezza acquisita dopo anni di torti e prevaricazioni subiti, ci impongono scelte ragionate e intelligenti, in contrapposizione alla mediocrità e scelleratezza di chi oggi ancora propone soluzioni antistoriche e folli.

Come intendete muovervi ora?

L’appuntamento è per sabato 17 settembre a Villacidro, in un’assemblea pubblica discuteremo delle problematiche ambientali e sanitarie delle discariche e promuoveremo delle iniziative per impedire la realizzazione di questo progetto e determinare un cambio netto di rotta nella gestione dei rifiuti.

No occupazione militare, prossima tappa: Lanusei

articolo campeggioNello slogan elettorale di Francesco Pigliaru “Oggi comincia il domani” era compresa anche la promessa di una «riduzione delle servitù militari» che infestano la Sardegna per migliaia di ettari estesi su tutta l’isola. All’indomani dell’incendio causato dall’aereonautica tedesca all’interno del poligono di Capo Frasca, la RAS aveva chiesto di sforbiciare almeno settemila ettari a partire dalla chiusura del poligono in questione.
Il Governo italiano “amico” (espresso non solo dalla stessa parte politica, ma anche dalla stessa corrente di partito facente capo a Matteo Renzi) aveva aperto le porte al dialogo, però non solo Capo Frasca è ancora lì, ma l’Esercito italiano si riprenderà il simbolo stesso dell’occupazione militare della Sardegna, cioè l’isola di S. Stefano dove fino a pochi anni fa stazionavano i sommergibili armati a testate nucleari statunitensi.
Il governatore Pigliaru – per quel che conta – ha scritto una lettera al Ministro della Difesa Pinotti lamentando la “vocazione turistica” dell’arcipelago de La Maddalena (come se il problema fosse questo!), ma, come da copione, lo stato italiano sembra poco interessato ai pareri dei sardi, anche di quelli ben asserviti al colonialismo.

Oggi è più evidente che mai lo scontro tra due interessi contrapposti: da una parte quello dello stato italiano che definisce “necessaria e urgente” la rioccupazione militare dell’arcipelago maddalenino, dall’altro quello nazionale sardo ormai insofferente alla presenza invasiva dei militari italiano e NATO e all’uso bellico che viene fatto di gran parte del territorio.

liberu s stefanoUn malcontento crescente che in questa estate si è manifestato con diverse azioni contro l’occupazione militare. Lo scorso primo settembre gli indipendentisti di Libe.R.U. hanno fatto una sortita nell’isola di S. Stefano per denunciare l’imminente occupazione italiana: «abbiamo voluto rivendicare il diritto dei sardi di decidere sul destino della Sardegna», ha spiegato il segretario del partito Pier Franco Devias ai media presenti sul luogo.
sarasmilitariAll’inizio di luglio gli studenti dell’Università di Cagliari avevano cacciato la Marina Militare dall’Univesità che era stata invitata dalla rettrice Del Zompo con la scusa di un seminario su questioni ambientali.

Ma la novità più significativa della lotta contro l’occupazione militare è senza dubbio la nascita dell’Assemblea generale sarda che ha organizzato una massiccia campagna di propaganda muraria a ridosso di Ferragosto e che si riunirà dal 7 all’11 settembre nel bosco di Selene a Lanusei, confrontandosi con temi di vitale importanza individuati nel corso di un processo costituente democratico e partecipatissimo a cui hanno aderito comitati, associazioni pacifiste, movimenti indipendentisti e tanti singoli cittadini.

Di seguito i riassunti dei workshop che verranno affrontati nel corso dei lavori del campeggio. Gli workshop saranno giovedì 8 e venerdì 9 settembre, tra le 10:00 e le 13:00 e tra le 16:00 e le 19:00:

  1. Le collaborazioni tra le università sarde e l’apparato militare, DASS & Technion
    Da sempre le università rappresentano un territorio privilegiato per le politiche prodotte dal Capitale, dove quest’ultimo può penetrare tranquillamente imponendo una modellazione gerarchica nella produzione dei saperi.
    Il workshop si suddividerà in tre parti ben distinte:
    I – riguarderà il distretto Aerospaziale Sardo. Proveremo ad analizzare il ruolo duale (civile e militare) che il distretto avrà, provando a rompere la narrazione dominante che descrive il DASS solo come uno strumento che può aprire ampi spazi di possibilità nel settore aereospaziale.
    II – riguarda invece gli accordi tra l’università di Cagliari e il Technion Institute che svolge ricerca e sviluppa le tecnologie militari usate dalle forze di sicurezza israeliane. Qui si analizzerà più da vicino l’accordo che l’università di Cagliari ha attuato, provando ad ipotizzare alcuni passaggi pratici che accrescano la forza della campagna “No Technion”
    III – riguarda invece il rapporto sempre più forte tra università e apparati militari, analizzando più da vicino la convenzione che l’università di Sassari ha firmato e che “permetterà ai giovani militari di seguire corsi di studio universitari che consentano di raggiungere riconosciuti obiettivi formativi”.
  2. La fabbriche di bombe di Domusnovas: la RWM s.p.a.
    La fabbrica di armi di Domusnovas della RWM s.p.a, ha un ruolo centrale nella produzione e vendita
    di armamenti e ordigni a paesi coinvolti in conflitti bellici in tutto il mondo. Non solo esercitazioni militari e coinvolgimento in operazioni di guerra:
    la nostra terra da il suo contributo alla “filiera bellica” già dalla fabbricazione delle bombe.
    Dal ruolo della fabbrica agli scenari geopolitici, dalla situazione del Sulcis alla questione del ricatto occupazionale, discuteremo in questo tavolo per porre le basi per un lavoro continuativo nel territorio che rilanci la lotta contro l’RWM.
  3. Comunicazione esterna e propaganda: creare un immaginario contro l’occupazione militare

Parte fondamentale di un percorso di lotta è la comunicazione, senza di essa un fatto smette
di avere una valenza politica. Un lavoro che non può essere slegato dagli altri gruppi
ma che dovrà lavorare in sinergia. Da una parte il lavoro sarà quello di individuare gli obbiettivi politici dal breve al lungo periodo e individuare quali sono, di volta in volta, i referenti.
A qual punto dotarci degli strumenti maggiormente adatti al compito che ci stiamo dati.
Se è vero che buona parte della partecipazione alla manifestazione di Capo Frasca si è data grazie alla copertura mediatica dei maggiori organi di stampa isolani, allora è altrettanto vero che una buona parte del lavoro sarà agevolata se riusciremo a lavorare bene sul terreno della comunicazione. In generale l’obbiettivo dovrebbe essere quello della creazione di un immaginario che diventi patrimonio comune e di massa, nel quale ci si possa rispecchiare negli anni e che crei un’amalgama utile a portare avanti la lotta nel miglior modo possibile.

4. Contrastare la narrazione militarista nelle scuole elementari, medie e superiori

La scuola é il luogo nel quale l’occupazione militare viene presentata e normalizzata agli occhi della popolazione sarda. In quest’ambito l’apparato militare oltre a legittimare la propria presenza cerca di trovare nuove reclute tra i giovani. La narrazione militarista viene introdotta nelle scuole tramite presentazioni, visite in caserme e poligoni fino a diventare parte integrante dei percorsi formativi con progetti di alternanza scuola lavoro che si svolgono in ambito militare.
Se il movimento contro l’occupazione militare vuole darsi un carattere di massa non può prescindere dalla presenza nelle scuole, organizziamoci dunque per impedire ai militari l’ingresso nei luoghi della formazione e dall’altra per creare i presupposti che consentano alle nuove generazioni di avvicinarsi in modo critico alla tematica dell’occupazione militare. La necessità è quella di trovare un sistema che permetta di dare una risposta pronta ed efficace atta a contrastare la presenza militare all’interno degli istituti sardi e al contempo di trovare nuovi strumenti per veicolare la propria narrazione he siano adattabili ai diversi contesti in cui si opera.

5. Economia, lavoro, salute, ambiente le ricadute sociali dell’occupazione militare.
All’interno della lotta contro l’occupazione militare, una parte importante del lavoro sarà dedicata all’analisi dell’impatto degli insediamenti militari sull’economia, il lavoro, la salute e l’ambiente del nostro territorio. Intendiamo sviluppare il lavoro approfondendo i seguenti temi:
– Ricatto occupazionale: a fronte degli enormi profitti dell’industria bellica, i pochissimi posti
di lavoro distribuiti nei territori limitrofi agli insediamenti militari, in cambio dell’enorme territorio sottratto all’intera comunità.
– Calcolo del mancato sviluppo dei territori interessati dall’insediamento militare da contrapporre all’economia di assistenza derivante dagli indennizzi.
– Il disastro Economico derivante dai danni Ambientali e alla Salute. Analisi degli studi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi anni e quelli emersi di conseguenza al Processo che si è tenuto negli scorsi anni a Lanusei contro i generali di Quirra.
– Bonifiche dei territori che sono interessati da attività belliche. Calcolo dei costi per la realizzazione di questi interventi. Individuazione dei possibili sviluppi in termini di professionalizzazione e di occupazione.

6. La storia del movimento contro l’occupazione militare in Sardegna e gli scenari internazionali.

Con riferimenti essenziali alla situazione geopolitica attuale, vogliamo raccogliere informazioni e documenti che parlino della nostra storia, cercando di costruire passo passo una narrazione condivisa che ci permetta di interrogarci sugli errori e sulle conquiste dei movimenti del passato.
La Sardegna ha avuto e ha tuttora un collocamento nello scacchiere internazionale negli obiettivi della Nato e dei suoi alleati. Attraverso lo studio degli attuali scenari di guerra e le attività militari sull’isola possiamo orientare l’analisi e l’azione del movimento verso obiettivi pratici di disturbo e sabotaggio della guerra.La prima grande distinzione riguarda la strategia NATO-USA nei confronti dell’URSS prima, nei confronti dei paesi del sud-mediterraneo, dopo.
Oggi lo scontro si sviluppa su tutto l’arco, dall’Ucraina al mediterraneo.

info e logistica:

https://aforascamp2016.noblogs.org/post/2016/08/31/info-utili-dedicate-ai-campeggiatori-sopravvivere-alla-foras-camp-2016/

Terra bruciata: alcune proposte a confronto

incendio sardegna

uno dei tanti roghi che ha colpito la Sardegna questa estate

È stata un’estate letteralmente di fuoco per la Sardegna, una delle peggiori nella storia recente dell’isola. Decine di roghi hanno mandato in fumo migliaia di ettari boschivi e macchia mediterranea ed hanno impegnato le forze antincendio in una battaglia difficile ed estenuante.

Ma chi c’è dietro gli incendi? Ci sono interessi economici e politici? Quali sono le strategie più efficaci per contrastare il fenomeno e salvare l’isola dalla desertificazione?

Nel corso dell’estate in tanti si sono espressi. Vediamo di fare una sintesi per raccogliere le idee.

Ha fatto molto discutere la proposta del nuovo partito indipendentista Libe.R.U. che in una conferenza, stampa tenuta il 28 luglio, ha annunciato la campagna nazionale “Firma su Fogu”, giocata sul doppio significato del verbo sardo “firmare” che significa sia firmare che fermare. La proposta di legge regionale – per cui gli attivisti del partito stanno organizzando banchetti e portando i moduli in diversi comuni della Sardegna – è articolata in tre punti: 1) organizzare una massiccia campagna di sensibilizzazione pubblica sulla gravità del fenomeno; 2) rafforzare il sistema antincendi della Regione partendo dal rinnovo del parco automezzi antincendio, compresa una flotta regionale di canadair e elicotteri all’avanguardia; 3) chiedere al Consiglio Regionale che si faccia promotore di un’iniziativa di legge di riforma del Codice Penale per un inasprimento della pena di chi appiccia un fuoco, equiparandolo al reato di strage.

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la campagna “firma su fogu” di Libe.R.U.

Quest’ultima posizione, peraltro, è stata ripresa dalla leader del partito di estrema destra Fratelli d’Italia (http://www.fratelli-italia.it/2016/07/22/incendi-sardegna-meloni-governo-problema-nazionale-piromani-pene-esemplari-paghino-danni/) e ha fatto parecchio discutere, suscitando forti reazioni nell’area della sinistra antagonistica alla quale il partito Libe.R.U. si richiama (https://moras.noblogs.org/post/2016/08/10/fuoco-amico/). La petizione ha comunque riscontrato un discreto successo ed è stata sposata persino da alcune amministrazioni colpite dai roghi.

Sul tema è intervenuto anche il sindacato Unione Sindacale di Base (USB), molto presente nel mondo dei lavoratori del settore, con una nota assai approfondita che insiste soprattutto sul taglio manageriale imposto dalle politiche governative. L’USB fa notare come il problema dei roghi in Sardegna sia aggravato dal «numero esiguo di personale e conseguentemente per il sovraccarico di lavoro; per la scarsa dotazione di mezzi e per la mancanza di un coordinamento, nella fase iniziale, che guidasse la disposizione delle squadre segnalando la priorità d’intervento».

L’USB però denuncia anche la scarsità dei mezzi a disposizione e la dislocazione delle Sedi di Servizio «presidiate da una singola squadra di 5 Unità, insufficienti per la vastità di zone di competenza da coprire». L’inefficienza del servizio antincendi però non è frutto del caso o dell’incompetenza, bensì di politiche basate sui tagli, e chiede l’attuazione di alcuni punti strategici che riportiamo sinteticamente:

1) Attuazione Colonna Mobile Regionale come disposto dalla CIRCOLARE n. EM-01/2011 e ancora oggi assente.

2) Apertura delle nuove sedi distaccate per garantire maggiore capacità e celerità di intervento.

3) Rinnovo parco mezzi antincendio perché i mezzi sono ormai vecchi di 25 anni.

4) Rientro vigili del fuoco fuori sede. Sono tanti i VVF permanenti fuori sede che da anni prestano servizio fuori dall’isola, formati ed informati addestrati, eppure non si prende in considerazione il loro rientro.

5) Superamento della politica manageriale dei comandi, dal momento che si continua a tagliare senza scrupoli e a mettere la sicurezza dei cittadini alla stregua di una qualsiasi voce di capitolato.

Ma è possibile capire se ci siano interessi materiali dietro i roghi?

Riportiamo un passaggio di una lunga e profonda intervista su Il Cambiamento a Giorgio Pelosio, amministratore di Teletron Euroricerche (azienda che si occupa di sistemi di rilevazione ambientale):

«Domanda. C’è un business dietro gli incendi? Chi ci guadagna? Per fare un esempio, prima ha parlato di 300 mila euro occorsi per spegnere 300 ettari in un incendio del 2007. In quel caso, chi ha guadagnato?


Risposta. Certamente tutti quelli che hanno fatto questo servizio, tutti quelli che hanno fornito il carburante, tutti quelli che hanno fatto delle missioni, tutti quelli che girano intorno alla macchina dell’antincendio. La campagna antincendio io la vedrei più come ”campagna incendi”. Ma non sto affermando nulla di nuovo, sulla stampa appaiono da oltre 40 anni articoli in tal senso.

D. Sono privati?

R. Ci sono certamente anche privati. I canadair sono della protezione civile però gestiti da società private sotto il controllo dei vigili del fuco. Poi ci sono gli elicotteri che sono per lo più di società private. Ma è evidente che dietro tutta questa macchina girano un sacco di soldi. Per ogni ora (questi sono dati della protezione civile), se girano quattro canadair e un elicottero ci sono circa 50-60 mila euro di interventi. Siccome un intervento può durare dalle 5 alle 10 ore, lì si vede quali interessi si mettono in moto con un incendio».

Pelosio individua dunque nelle tecnologie di monitoraggio un buon deterrente ai roghi, perché rendono l’intervento molto più tempestivo e abbassano drasticamente i costi che – come noto – aumentano proprio nel caso d’interventi lunghi.

La domanda posta da Pelosio è inquietante e fa pensare: perché la RAS «dal 2005 ha delegittimato questi impianti (N.d.R. rilevazione ambientale), che sono stati abbandonati in maniera incomprensibile»?
 I costi sono legati alla durata delle operazioni di spegnimento, quindi più tempo occorre a spegnere un incendio, maggiore è il costo e quindi anche i guadagni.
 Chi ci guadagna dunque dall’allungamento delle procedure antincendio?

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il banner del Fronte Indipendentista che accompagna la richiesta alla RAS di istituzione di una Commissione regionale di inchiesta

Ed è su questo che interviene un’altra organizzazione indipendentista, il Fronte Indipendentista Unidu che, con un lungo comunicato, invita a «seguire la scia dei soldi» che i roghi si lasciano dietro. Il Fronte chiede che il Consiglio Regionale della Sardegna istituisca una Commissione di Inchiesta sui roghi, assumendosi la responsabilità davanti a tutto il popolo sardo di individuare le responsabilità e gli interessi materiali che ci stanno dietro.

Tale Commissione – scrive il Fronte in un comunicato – avrebbe «un enorme valore tecnico e politico. Tecnico perché può raccogliere ed elaborare una serie di dati e informazioni da varie fonti per ricostruire con precisione “il mondo dei roghi”. Politico perché nel caso non proceda efficacemente, o peggio si verifichino tergiversamenti od ostruzionismi di vario genere, questa sarà una grande responsabilità che i componenti della Commissione si assumeranno di fronte a tutto il Popolo sardo, responsabilità che certamente non mancheremo di attaccare in qualsiasi modo».

Fonti

Documento USB: http://tinyurl.com/z93jd76

Fronte Indipendentista Unidu: http://www.fronteindipendentista.org/it/notizie/comunicati.html

Intervista a Giorgio Pelosio: http://www.ilcambiamento.it/foreste/incendi_sardegna.html

Articolo di Sardinia Post su proposta di Libe.R.U.: http://www.sardiniapost.it/cronaca/incendi-parte-la-campagna-liberu-devias-lassessore-si-dimetta/

Fratelli d’Italia: http://www.fratelli-italia.it/2016/07/22/incendi-sardegna-meloni-governo-problema-nazionale-piromani-pene-esemplari-paghino-danni/

MoRAS – “Fuoco amico”: https://moras.noblogs.org/post/2016/08/10/fuoco-amico/

Intervista ad una commerciante del mercato civico di Alghero.

 

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Un mese dopo la lotta di diverse associazioni e movimenti contro il proliferare indisturbato dei grandi centri commerciali e l’apertura notturna del Carrefour di Quartu S. Elena, siamo andati al mercato civico di Alghero per intervistare i lavoratori dei mercati civici e rionali che sono fra quelli che maggiormente subiscono la concorrenza della grande distribuzione.

Vi proponiamo questa bella intervista ad una commerciante molto combattiva con le idee ben chiare.

 

 

Botta e risposta fra i Pinna e i Pastori Sardi: Ecco i video!

VIDEO 1

 

I Fratelli Pinna, dopo una lunga trattativa, sono costretti ad uscire fuori dal caseificio industriale che dirigono e a rispondere alle domande dei pastori sardi. Parlano protetti da un fitto cordone di polizia che attanaglia su due lati i pochi pastori disponibili ad ascoltarli. Infatti nel frattempo molti altri sono andati via perché – dicono – «non ci va di sentire le loro fesserie». La linea dei Pinna è respingere tutte le accuse e dichiarano fondamentalmente che loro non hanno nessuna responsabilità sul prezzo del latte perché a decidere «è il mercato» e che la questione del latte rumeno è stata «strumentalizzata dai media».

 

VIDEO 2

Uno dei Pastori risponde alle argomentazioni e alle scuse dei Pinna ribattendo che non è sostenibile un sistema dove a pagare le oscillazioni e le crisi del mercato siano sempre e solo i pastori.

Quando i razzisti hanno la solidarietà delle proprie vittime

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Periodicamente celebri personaggi italiani, noti giornalisti o alti funzionari dello Stato manifestano apertamente profondi pregiudizi razziali verso i sardi.

Non molti ricorderanno le parole di colui che, se il referendum “Repubblica o monarchia” si fosse risolto in favore della “monarchia”, sarebbe oggi Re d’Italia e quindi anche di Sardegna: Vittorio Emanuele di Savoia. Il “nobile” sabaudo nel 2005, scontento per una riparazione alla sua barca durante le vacanze in Sardegna, definì i sardi “capre puzzolenti”.

Altri avranno più fresche le parole dell’attore Paolo Villaggio che ebbe a dichiarare in una trasmissione che la Sardegna ha un basso tasso di natalità perché i sardi «preferiscono le pecore».
Molti ricordano inoltre le recenti dichiarazioni del Procuratore di Cagliari Roberto Saieva che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha parlato di «istinto predatorio» dei sardi barbaricini come «base dei sequestri di persona a scopo di estorsione» e di numerosi altri delitti.

Infine di questi giorni è l’articolo del giornalista Corrado Zunino, finito in prima pagina sul noto giornale italiano La Repubblica, che a fronte di alcuni casi di maltrattamenti avvenuti in alcuni asili in Italia commenta: «non sale dalla profonda Barbagia il racconto del maltrattamento dei piccoli alunni. Tocca Roma, Grosseto, Pisa, Bolzano», come se in Barbagia fosse costume maltrattare i bambini.

Dietro a questo sguardo razzista sta l’impronta del noto antropologo e criminologo italiano Alfredo Niceforo, secondo cui i sardi sono una «razza maledetta» e «delinquente per natura» da trattare «col ferro e col fuoco» che è poi lo sguardo col quale tutti i colonizzatori stigmatizzano i loro colonizzati per giustificare l’occupazione delle loto terre e lo sfruttamento delle loro risorse.

Ma, in pieno manuale della colonizzazione descritto da illustri studiosi del fenomeno come Franz Fanon in “Pelle nera, maschere bianche” e da Edward W. Said in “Orientalismo”, rientrano anche le dichiarazioni del sindaco di Onne (Fonni), Daniela Falconi, che imputa una parte di responsabilità ai sardi per questa e altre dichiarazioni razziste. Il sindaco ha dichiarato alla stampa isolana che «se non ci fossimo dipinti così egregiamente banditi non sarebbe arrivato l’esercito a stanare i latitanti».

Insomma i sardi, con le loro narrazioni sui banditi, avrebbero giustificato e rafforzato i pregiudizi razziali di molti illustri italiani verso il popolo sardo.

Non hanno invece dubbi sulla natura razzista di tali dichiarazione gli attivisti del Fronte Indipendentista Unidu che hanno risposto prontamente con una campagna di denuncia sui socials sovrascrivendo la testata del celebre quotidiano italiano su un rotolone di carta igienica.

di seguito il link con le sconcertanti dichiarazioni del sindaco di Onne

http://www.sardiniapost.it/…/la-sindaca-fonni-barbagia…/

Le azioni del movimento contro l’occupazione militare della Sardegna

manifSono arrivati a Lanusé da tutta la Sardegna, hanno preso quartiere nell’aula consiliare dell’importante centro ogliastrino, hanno bonificato lo spazio da bandiere italiane ed europee e hanno pianificato la campagna d’estate contro l’occupazione militare.

Studenti, pacifisti, antagonisti, indipendentisti ma anche persone senza una precisa collocazione politica che semplicemente si sono stancate di vedere la loro terra occupata dai militari italiani e dalla NATO e che vogliono reagire alle quotidiane immagini di morte che arrivano dagli scenari di guerra. Sì, perché dietro all’immagine di Sardegna paradiso turistico si nasconde la dura realtà di una terra dove risiedono i tre più importanti poligoni di tiro d’Europa, dove si sono addestrati e continuano ad addestrarsi gli eserciti dei paesi che in questi anni hanno destabilizzato il Medio Oriente- e diverse altre aree del pianeta- e dove vengono addirittura prodotte le bombe impiegate nelle operazioni di sterminio.

assembleaLe motivazioni per opporsi all’occupazione militare quindi non mancano e si intrecciano fra loro nell’unità del Movimento e negli interventi dei partecipanti finalmente riuniti in un clima positivo e collaborativo: «basta alla colonizzazione della Sardegna, cacciamo via l’Italia e i suoi sporchi affari militari dalla nostra terra!»; «lottiamo contro le basi militari qui e altrove, diamo il nostro contributo per fermare la guerra!»; «cacciamo via la propaganda militarista dalle nostre scuole; perché i militari devono indottrinare i nostri figli?».

bonificaMa la maggior concentrazione dell’assemblea è posta sugli aspetti pratici e l’ordine del giorno viene rispettato con pazienza e rigore.

Si parte con la presentazione del “gruppo comunicazione” della campagna muraria multilingue (sardo, italiano e inglese) da farsi nella prima settimana di agosto per raggiungere i sardi residenti, gli emigrati che tornano per le ferie e i turisti. I manifesti vengono subito arrotolati e divisi tra i tanti territori che compongono l’assemblea.

Si discute in seguito  del campeggio che si terrà dal 7 all’11 settembre nel bellissimo bosco di Selene a Lanusei. Si organizzano i gruppi di lavoro per informare e coinvolgere i partecipanti negli ambiti di interesse individuati nella prima assemblea a Bauladu (distretto aerospaziale sardo; contatto con le scuole per informare i giovani sardi sulla realtà dell’occupazione militare; storia dell’occupazione militare e scenari internazionali della guerra, ecc), ma si parla anche di cucine autogestite, di concerti, di spazi per i bambini e del coinvolgimento della popolazione ogliastrina – toccata direttamente dall’occupazione militare con il più grande poligono d’Europa, quello del Salto di Quirra – grazie ad una grande assemblea popolare e in un corteo.

domusnovasNon si aspetterà molto per riprendere la lotta contro l’occupazione militare: venerdì 29 luglio, infatti, alle 5:30 del mattino ci sarà una mobilitazione nel piazzale antistante dello stabilimento della multinazionale tedesca RWM a Domusnovas che ha un ruolo centrale nella produzione e nella vendita di armamenti e ordigni pesanti poi impiegati nei diversi scenari di guerra. Nel solo mese di marzo 2016 sono stati spesi 4,6 milioni di euro in spedizioni di armi e munizioni partite dal sud Sardegna e dirette all’Arabia Saudita (dati Istat), destinate all’atroce guerra in Yemen che ha visto la morte di oltre 6mila persone, di cui circa la metà civili, oltre 20mila feriti e che ha provocato 685mila rifugiati dall’inizio del conflitto (dati UNHC). L’azione è organizzata dal comitato “Campagna Stop Bombe RWM”.

Tutto questo guardando l’autunno, quando in Sardegna riprenderanno le esercitazioni e quindi anche la campagna per fermarle.

VelEni: dopo la condanna la lotta continua!

chimica verdeSi è concluso ieri, presso il tribunale di Sassari, il processo che vedeva sedere sul banco degli imputati alcuni dirigenti di una società dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), multinazionale creata dallo stato italiano e a controllo maggioritario dello stato italiano medesimo. I dirigenti sono stati riconosciuti colpevoli per lo sversamento nel mare del Golfo dell’Asinara di sostanze altamente tossiche, quindi di disastro ambientale e condannati ad un anno di reclusione e a dover risarcire le parti civili fra cui il Ministero dell’Ambiente e la Regione Sardegna (ovvero altre due parti dello stato italiano) per la cifra rispettivamente di 200mila e 100mila euro. Fra le parti civili che beneficeranno del risarcimento anche il Comitato “No chimica verde”, (a cui andranno 10mila euro), che da anni si batte per reclamare il diritto a reali bonifiche dei territori avvelenati da decenni di pratiche inquinanti, (legali e anche illegali), e per contrastare i disegni di una nuova industrializzazione pesante dell’area (il cosiddetto progetto “chimica vede”).

Il comitato – ha dichirato Paola Pilisio in un comunicato –  «ha deciso di destinare l’intera somma per la costituzione  di un fondo a sostegno delle spese mediche e logistiche per le  persone malate di tumore residenti a Porto Torres e dintorni. E invita le altre parti civili di questo processo, in particolare il Ministero dell’Ambiente, la Regione Sardegna e il comune di Porto Torres a contribuire a questo fondo di solidarietà». Gli attivisti ambientalisti dichiarano inoltre che la lotta è tutt’altro che finita e chiedono «agli enti sopracitati di non continuare a rilasciare autorizzazioni per impianti altamente inquinanti all’interno del SIN di Porto Torres, come di recente avvenuto con la delibera n°43/23 del 19.07.2016, « cioé ieri », da parte della Regione Sardegna per la costruzione della centrale a biomasse di Matrica o l’AIA ministeriale rilasciata dal Ministero dell’Ambiente alla centrale termoelettrica di Versalis (società Eni) a regime dal gennaio 2014, per lo smaltimento di 50 mila tonnellate l’anno di FOK (residuato della lavorazione dell’etilene), altamente cancerogeno e inquinante».

Insomma la lotta contro la colonizzazione della Sardegna da parte di stato e multinazionali  industriali continua!

Via Umberto I°! di Francesco Casula

umberto primoContributo dello storico Francesco Casula sulla battaglia per ripulire la toponomastica sarda dai nomi della casata Savoia

Via i Savoia – non solo Carlo feroce – dalla Toponomastica Sarda.

Alcune motivazioni perché Umberto I di Savoia non è degno di essere intestatario di una Via, una Piazza o altri simili ed equivalenti “onori” e riconoscimenti nei paesi e nelle città della Sardegna

Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale,nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

  1. campo fiscale.

Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe Dessì nel romanzo Paese d’ombre “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse.

In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne tornavano a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani…”

-tassa sul macinato

Durante il suo regno permarrà  l’imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel 1880), l’imposta più odiosa di tutte, “perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”. (Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440).

-aggio esattoriale

Scrive lo storico Ettore Pais: “Nelle altre province del regno l’aggio esattoriale ha una media che non supera il 3%, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a 14%”. (F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam, Padova, 1959, pagina 245).

-sequestro di immobili

A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 – anni in cui Umberto I è re – si ebbero in Sardegna “52.060 devoluzioni allo stato di immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre regioni messe insieme” (F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958,pagina 162). Ed ancora nel 1913 – regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo – la media delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.

  1. campo economico

In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda. Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.

La “Guerra delle tariffe con la Francia – scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d’ombre – aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti. Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del Risparmio di Cagliari”.

Mentre  Raimondo Carta Raspi annota: “Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo commercio e l’isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali” (Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882)

Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l’intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – sostiene Gramsci – ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.

Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.

  1. campo ambientale

L’Isola del «grande verde»,  che fra il XIV e XII secolo a.c. fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte Beltrami “devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna”, mandò in fumo il patrimonio silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.

Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento. Scriverà Eliseo Spiga “lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”. (La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 161).

Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).

E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: “La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno”.

  1. Gli spogliatori di cadaveri

Gramsci in un articolo del 1919 sull’Avanti, censurato e scoperto tra Carte d’archivio decenni dopo e fortemente critico nei confronti della politica italiana postunitaria, scrive che : “I signori di Torino e la classe borghese torinese ha ridotto allo squallore la Sardegna, privandola dei suoi traffici con la Francia ha rovinato i porti di Oristano e Bosa e ha costretto più di centomila Sardi a lasciare la famiglia per emigrare nell’Argentina e nel Brasile”.

Infatti in seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda: di qui lì emigrazione biblica.

Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato. Nel solo 1883 – ricorda lo storico Carta-Raspi – erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l’intera economia sarda.

Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – annota Gramsci – ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.

Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. E s’affrettano a sbarcare in Sardegna quelli che Gramsci chiama “Gli spogliatori di cadaveri” .

1° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono gli industriali caseari. I signori Castelli – scrive Gramsci – vengono dal Lazio nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. Il meccanismo dello sfruttamento (ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso) è semplice: al pastore che privo di potere contrattuale, deve fare i conti con chi gli affitta il pascolo e con l’esattore, l’industriale affitta i soldi per l’affitto  del pascolo, in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale.

Il prezzo del formaggio cresce ma va ai caseari e ai proprietari del pascolo o ai grandi allevatori non ai pastori che conducono una vita di stenti, aggravati dalle annate di siccità e dalle alluvioni: conseguenze e prodotti del disboscamento della Sardegna, opera di un’altra categoria di spogliatori di cadaveri.

2° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono gli industriali del carbone – secondo Gramsci – che scendono dalla Toscana. Stavolta il lascito perla Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali toscani ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi: a un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza, scrive ancora Gramsci.

Così – continua l’intellettuale di Ales – L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi con un’alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l’abbiamo ereditata allora.

Massajos ridotti in miseria dalla politica protezionista di Crispi e pastori spogliati dagli industriali caseari, s’affollano alla ricerca di un lavoro stabile nel bacino minerario del Sulcis Iglesiente. Dove troveranno altri  spogliatori di cadaveri.

3° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono quelli che arrivano dalla Francia, dal Belgio e da Torino per un’attività di rapina delle risorse del sottosuolo. Ricordiamo  che il 9 settembre del 1848, ad appena otto mesi dalla Fusione perfetta, fu esteso alla Sardegna un Editto, già operante nella terraferma, che assegnava la proprietà delle miniere – e tutte le risorse del sottosuolo – allo Stato. Questo, per quattro soldi le darà in concessione a pochi “briganti”, in genere stranieri ma anche italiani.

“Essi si limiteranno – scrive Gramsci –  a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione, senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”

Certo, gli occupati nelle industrie estrattive passeranno da 5 mila (1880) a 10 mila (1890) ma in condizioni inumane di lavoro (11 ore consecutive) e di vita: La Commissione parlamentare istituita dopo i moti del 1906 scriverà: Si mangia un tozzo di pane durante il lavoro e per companatico mangeranno polvere di calamina o di minerale”.

Sempre nella relazione della Commissione parlamentare si dice testualmente: S’attraversano ancora oggi nel Sulcis Iglesiente villaggi nati allora, lascito della borghesia mineraria con intonaci scomparsi, pavimenti trascurati, filtrazioni d’ umidità, insetti immondi, annidati dappertutto.

Ad essere date in concessione non erano solo le miniere di carbone ma anche quelle di piombo, argento, zinco, rame.

  1. Nel campo delle libertà e della democrazia. La “Caccia grossa” e i fatti di Sanluri.

Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore: appoggio le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben 6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000  caddero prigionieri.

Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione, riunione ecc) garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), “le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400” Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461).

Ebbene il re Umberto, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!

Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo,  nella notte fra il 14 e il 15 maggio arrestò migliaia di persone.

Ecco come descrive  la Caccia grossa Eliseo Spiga: “Lo stato rispondeva al banditismo cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi… di un’intera società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato… Ed ecco gli arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi… sequestrate tutte le mandrie e marchiate col fatidico GS, sequestro giudiziario… venduti in aste punitive tutti i beni  degli arrestati e dei perseguiti… Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta. Un sequestro di persona in grande, per fare scuola”- (La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 162).

Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta anche prima del 899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (SU TRUMBULLU DE SEDDORI ), sommossa repressa violentemente: ci furono 6 morti.

Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’isola. e in gran parte della terra ferma, per i morti e per le gravi conseguenze giudiziarie .

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “PROCESSO” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei processi più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

Devias: “giù le mani da Surigheddu-Mamuntanas!”

deviasInervista al segretario del partito indipendentista di sinistra Liber.R.U. Pierfranco Devias sulla vicenda Surigheddu-Mamuntanas

Alcune settimane fa, Liberu, ha occupato le tenute di Surigheddu e Mamuntanas, ci puoi spiegare perché e che fine faranno?

LIBE.R.U. con un blitz il 12 maggio ha denunciato pubblicamente un’operazione che rischiava di passare in sordina, ovvero l’imminente scadenza del bando di interesse per le terre e le strutture di Surigheddu-Mamuntanas, beni regionali situati in agro di Alghero. La RAS cerca di mettere in vendita queste terre con un bando internazionale accampando l’intento di voler rilanciare l’agricoltura, ma dietro quest’operazione si nasconde un’operazione per cedere agli speculatori 1.200 ettari di terra e 20.000 di stabili, a cinque km da Alghero e nelle vicinanze dell’aeroporto. Un’occasione imperdibile per gli speculatori.

Dopo il blitz di LIBE.R.U. dalla Regione non arrivò alcun segnale, se non le favole dell’Assessore Erriu, che pretendeva di far credere che non ci fosse alcun rischio di speculazione “perché la zona è soggetta a vincoli”. L’assessore sa benissimo che con circa 20.000 metri quadri di stabili da ristrutturare (o da abbattere e ricostruire con uguale dimensione) non c’è alcun impedimento da parte dei vincoli. Lo sa l’assessore, lo sa l’intera Giunta e lo sa anche la speculazione immobiliare internazionale, a cui quelle terre fanno gola.

Esattamente un mese dopo, l’11 giugno, LIBE.R.U. ha chiamato tutti i cittadini sardi, i partiti, i movimenti e le associazioni a occupare simbolicamente quelle terre per far sentire forte la contrarietà del popolo sardo di fronte a questo ennesimo scippo dei beni collettivi. All’occupazione delle terre, oltre a LIBE.R.U., hanno preso parte Sardigna Natzione Indipendentzia  e le associazioni legate alle cooperative agricole, oltre a numerosi cittadini accorsi da Alghero e da tutta la Sardigna.

La Regione, insensibile alle proteste e determinata a portare a compimento questo saccheggio, ha risposto che va avanti la preparazione del bando, aperto anche (badate bene!) alle società che non hanno precedentemente manifestato interesse. Questo significa che quando verrà aperto il bando le società immobiliari si affacceranno apertamente o camuffate da società agricole, ma senza dubbio cercheranno di accaparrarsi questa zona dalle enormi potenzialità.

Qual è la proposta di Liberu?

La proposta di LIBE.R.U. è quella di bloccare immediatamente il bando di vendita internazionale. In seguito proponiamo di procedere con un bando di concessione temporanea per la coltivazione delle terre che permetta di verificare, passo dopo passo, se effettivamente si porta avanti un rilancio dell’agricoltura o meno. Se ciò non venisse rispettato la Regione potrebbe in qualunque momento far decadere il contratto di concessione, cosa che sarebbe impossibile da fare, appunto, con un bando di vendita che aprirebbe le porte agli speculatori e ai signori del turismo d’elite. Naturalmente non si deve dimenticare che ci sono diverse aziende di pastori che lavorano in quei territori da quarant’anni e che hanno anche loro diritto di veder riconosciuto il loro spazio. E’ paradossale che la Forestale ad aprile abbia multato questi pastori per pascolo e occupazione abusiva mentre si cerca di vendere quelle terre che sono della Regione. Pigliaru dice che vuole rilanciare l’agricoltura. Lo fa multando i Sardi che lavorano la loro terra e spalancando le porte alla speculazione straniera.

Secondo voi, la riqualificazione di Surigheddu e strutture simili, possono  essere il punto di partenza per il rilancio dell’economia sarda?

Certamente. La Sardigna oggi importa l’80% dei prodotti agroalimentari che vengono consumati nel suo territorio. Le nostre terre sono abbandonate, la disoccupazione giovanile è alle stelle, l’emigrazione a causa della povertà vede andare via ogni anno oltre 7000 persone. Abbiamo una terra fertile, abbiamo bisogno di rioccupare il nostro mercato interno prima ancora che di pensare all’esportazione. Abbiamo bisogno di dare lavoro ai Sardi e rilanciare i prodotti sardi: l’agricoltura permette di poter lavorare per tutto l’anno, non solo tre mesi l’anno come lavapiatti e camerieri. Abbiamo bisogno di rilanciare un’economia sarda forte e stabile: della speculazione degli emiri e dei signori del mattone non ne abbiamo proprio bisogno.

per saperne di più:

http://www.liberu.org/