Il Carrefour apre h. 24. Il Fronte: “mobilitiamoci, è schiavismo!”

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Supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, sembra lo scenario di un libro di George Orwell o Ray Bradbury, una società distopica dove domina l’azienda totale e la dittatura delle merci e del profitto sulle persone. Invece è la triste realtà che sbarca in Sardegna. È l’effetto di quel decreto “Salva Italia” del governo Monti (sostenuto dal centrosinistra) che liberalizzò totalmente l’apertura dei megamercati togliendo la competenza a Comuni e Regioni.

Così il megamercato Carrefour “Le Vele” di Quartu S. Elena, aprirà 24 ore su 24 dal prossimo 4 luglio. Sull’argomento sono intervenuti i sindacati che hanno annunciato la loro contrarietà e che stanno studiando la possibilità di uno sciopero dei lavoratori. Ma la lotta contro questa nuova forma di schiavismo non è rimasta dentro il recinto della vertenza sindacale. Il Fronte Indipendentista Unidu aveva già in passato denunciato l’inesistenza di una politica di sovranità alimentare e i danni causati dalla totale dipendenza dal mercato extra isolano in  materia.

Dall’organizzazione anticolonialista arriva oggi una nota severa contro la decisione della direzione del Carrefour di aprire H 24. Per i militanti indipendentisti la tendenza all’occupazione di spazi sempre più invadenti della Grande Distribuzione Organizzata nell’isola, crea fondamentalmente due enormi problemi: la sempre più scarsa tutela dei lavoratori impiegati nel settore, spesso soggetti a pressioni psicologiche, a sfruttamento intensivo e al ricatto occupazionale (o fai così o alzi le tende!) e la concorrenza spietata e sleale al piccolo commercio e ai mercati contadini, civici e rionali.

Il Fronte Indipendentista Unidu invita dunque “tutte le organizzazioni politiche, sindacali e sociali che hanno a cuore i diritti dei lavoratori e la difesa e la valorizzazione del comparto agroalimentare sardo” a costruire paritariamente una mobilitazione  in difesa dei diritti dei lavoratori e per una politica di sovranità alimentare della Sardegna.

 

articolo dell’Unione Sarda sulla vicenda

http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_economia/2016/06/11/la_svolta_di_carrefour_a_luglio_e_agosto_l_ipermercato_aperto_24-2-505628.html

“Progetto Dinamo”, ovvero la definitiva scomparsa della sovranità creditizia dei Sardi.

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Ormai sta giungendo a conclusione quel lento processo di cessione progressiva e costante della sovranità del credito inSardegna.

Ancora poco più di quindici anni or sono i Sardi potevano ancorafare affidamento su tre grosse realtà creditizie (Banco di Sardegna,Banca di Sassari e Credito Industriale). Poi, piano piano, la situazione cominciò a modificarsi.

Mentre, da una parte, IntesaSanpaolo acquisiva la proprietà del Credito Industriale Sardo, dall’altra il Banco di Sardegna spa e, di conseguenza, la sua controllata Banca di Sassari, passarono sotto “l’ala protettrice” della Bper, una banca emiliana di medie dimensioni, la quale ne acquisì il 51% del capitale sociale

Con il passare degli anni il principale Istituto di Credito operante nella nostra Isola, il Banco di Sardegna, vide progressivamente spostare i propri centri decisionali dalla Sardegna verso una piccola cittadina dell’Emilia Romagna: Modena.

Questo comportò negli anni una continua perdita di autonomia gestionale sia del risparmio dei Sardi che riguardo le scelte strategiche nelle politiche di concessione del credito.

Oggi con l’annuncio del “Progetto Dinamo”, viene portata a termina la definitiva fusione per incorporazione tra il Banco di Sardegna e la Banca di Sassari, motivando questa operazione come una fase necessaria al fine dell’ottimizzazione dei costi e dell’operatività dei due istituti di credito sardi.

In realtà questa operazione nasconde una strategia più fine e, in fondo, anche prevedibile: il futuro incorporamento del Banco di Sardegna da parte della Bper.

In pratica si avrebbe il passaggio definitivo della gestione nelle mani dei centri decisionali dei vertici di Modena e la fine di ogni autonomia creditizia in Sardegna.

Se si verificasse questo fatto si avrebbe la totale assenza sul territorio di una banca gestista da e per i Sardi, con le logiche conseguenze sul flusso dei risparmi che si orienterebbero verso le realtà produttive della Penisola.

E’ grave come in questa fase si sia sentita costante la “rumorosa” assenza della Fondazione Banco di Sardegna la quale controlla il 49% del capitale sociale dello stesso Banco.

Le solite logiche politiche hanno impedito alla Fondazione di portare avanti una valida strategia degli interessi economici legati al territorio sardo. E oggi il risultato finale di tutto questo è che diventa sempre più concreta la possibilità di una scomparsa definitiva di una politica creditizia mirata su misura per le esigenze dell’economia sarda.

Oggi con il “Progetto Dinamo” si segna la linea di partenza che, piano piano, ci porterà sempre più lontano dalla Sardegna e più vicini alla Pianura Padana (N.B.: oltre la “Linea Gotica”).

Vertenza entrate: le perline colorate di Pigliaru, Paci e Maninchedda

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Secondo lo Statuto autonomo della Sardegna (art. 8) la Regione ha diritto di trattenere una parte delle tasse pagate sull’isola, in particolare ha diritto ai 7 decimi dell’IRPEF e ad analoghe percentuali di altre imposte, soprattutto indirette (IVA, ecc.). Dal 1948 la classe dirigente italianista ha “sorvolato” sul fatto che lo Stato Italiano non restituiva proprio nulla alla Regione e in tutti questi anni nessun partito italiano (leggasi coloniale) ha mai preso sul serio questa cruciale rivendicazione per avere indietro il maltolto. Nel mentre l’indipendentismo non è stato a guardare e ha denunciato lo sfruttamento fiscale già nelle regionali del 1992 con Anghelu Caria.

Da sola questa notizia in qualunque altra nazione avrebbe causato una guerra civile, perché stiamo parlando di cifre rilevanti strutturalmente, non di un semplice ammanco una tantum: 10 miliardi di euro che nel 2006 Soru ha fatto finta di voler esigere cavalcando la rivendicazione sempre più di dominio pubblico e ammiccando al governo amico di Romano Prodi con la conclusione – tutt’altro che positiva – che il debito è stato pressoché dimezzato da 10 a 5 miliardi (unico episodio al mondo dove i debiti invece di maturare interessi vengono amichevolmente dimezzati). La situazione è peggiorata ancor più dal momento che, in cambio di una riduzione dei suoi crediti, la Giunta Soru ha concordato che la Sardegna si facesse carico della spesa in settori come sanità e trasporti. La Giunta Pigliaruad inizio mandato ha rinunciato ai ricorsi pendenti presso la Corte Costituzionale contro lo Stato italiano e due giorni fa, il 16 maggio, ha firmato una capitolazione definitiva verniciandola grottescamente come “successo”.

I colonialisti che governano attualmente la RAS esultano e parlano di “vittoria” e di “fatto storico”. Ma cosa cambia? In soldoni la RAS riceverà ogni anno circa 130 milioni di euro in più perché le entrate di diritto verranno trattenute alla fonte mentre lo Stato italiano rimborserà circa 900 milioni in quattro anni, di cui 300 risultano già erogati nei primi del 2015. Per quanto riguarda le entrate che finalmente verranno trattenute alla fonte senza dover prima andare a Roma si tratta di un diritto che sarebbe dovuto essere rispettato dal 1948 e già questo basterebbe a mettere in mora un’intera classe politica italianista che ha fatto della sudditanza la sua bandiera. I 900 milioni (su dieci miliardi) invece sono veramente una beffa, ancor più se si pensa che in un decennio il centrosinistra italiano, dal Pigliaru Assessore al Pigliaru Presidente, è passato da rivendicare teoricamente un aggregato enorme, (miliardi di arretrati), ad indebitare per una generazione i sardi con 700 milioni di mutuo regionale di cui una larga parte destinati a spese infrastrutturali, le stesse fondamentali spese che nei contesti non coloniali si dovrebbero finanziare proprio con le risorse che per anni e anni sono state illegittimamente drenate al sistema economico sardo il quale, grazie alla scellerata politica unionista di Pigliaru, subisce un ulteriore duro colpo per la sua sostenibilità.

Paola Pilisio: l’inganno della “chimica verde” e le vere intenzioni dell’ENI

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  • Che fine ha fatto la grande promessa della chimica verde?

La fine che abbiamo sempre detto che avrebbe fatto, ovvero quella di restare solo una promessa che ha permesso ad Eni di prendere tempo e non occuparsi di un’area di cui ha abusato, profittato e avvelenato per 40 anni, con il solo fine di scamparsi le bonifiche. Il tutto orchestrato ad arte per intrattenere la nostra classe politica, qualche sindacalista residuale e chi ancora credeva nel sogno della chimica.

  • Voi siete stati fra i primi a denunciare l’inganno dell’ENI?

In realtà no, i primi che hanno avanzato grossi dubbi su questo progetto sono stati l’ISDE e il GRIG. Noi siamo arrivati subito dopo e anche grazie al loro lavoro di ricerca e studio, solo che abbiamo fatto un lavoro diverso. Creando prima di tutto un comitato che ci ha permesso di costituirci parte civile nei processi che riguardano l’Eni nell’area industriale di Porto Torres, ma specialmente abbiamo usato le parole giuste, abbiamo trasformato i dati che ISDE, ma anche il Ministero dell’Ambiente ha sempre messo a disposizione, come il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I., in informazioni alla portata di tutti. Abbiamo diffuso una consapevolezza collettiva dei luoghi in cui ci è dato vivere. Lo abbiamo fatto attraverso i social network, non perdendo mai l’occasione di rovesciare le notizie che la stampa, non solo locale, dava in pasto alla gente. Abbiamo smontato punto per punto ogni loro dichiarazione sempre, anche con gesti: sit.in, occupazioni, manifestazioni che hanno coinvolto i collettivi artistici sorti nell’area del nord/ovest della Sardegna. Abbiamo denunciato e svelato questo progetto ovunque ci è stato possibile farlo, comprese amministrazioni comunali, aule universitarie e strade.

  • A che punto sono le bonifiche? Vedremo mai Porto Torres risanata?

Le bonifiche in realtà non sono mai partite, salvo piccoli interventi di facciata, che pero’ non hanno certamente risolto il problema delle falde, dei pozzi della Nurra, della polla di benzene nella darsena o della ormai famosa Collina dei Veleni di Minciaredda. Non sarà certo la nostra generazione a godere di una nuova Porto Torres, manca la volontà politica, se c’è una cosa che è emersa in questi anni, è che i nostri amministratori hanno ceduto su questi luoghi la sovranità e il controllo, i fatti dimostrano che non capiscono ciò che sta accadendo da anni in questi territori, ceduti a multinazionali senza scrupoli che impunemente, con la connivenza degli incontrollati controllori stanno dando il colpo di grazia. Il problema é che lasciano fare tutto quello che passa nella testa dell’ENI, ma non é detto che un giorno o l’altro questo malaffare finirà. E prima sarebbe meglio che dopo. Noi non li molliamo.

Paola Pilisio è un’attivista ambientalista del comitato “No chimica verde” nota per le sue battaglie in tutta l’isola e vincitrice nel 2015 della sezione “Premio Terra”  del Premio Donne Pace e Ambiente. È  tra le maggiori animatrici dei comitati sorti attorno al polo petrolchimico di Porto Torres per chiedere la messa in sicurezza e la bonifica del territorio.

Il Fronte ricorda i martiri di Palabanda trucidati dai Savoia

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Il 13 maggio scorso l’organizzazione anticolonialista Fronte Indipendentista Unidu ha lanciato una campagna di forte impatto per ricordare i martiri della cosiddetta “congiura di Palabanda” avvenuta nel 1812. In realtà non si trattava affatto di una “congiura”, bensì di uno degli ultimi tentativi da parte dei rivoluzionari repubblicani, antipiemontesi e antifeudali di fare ripartire il processo rivoluzionario sardo cominciato il 28 aprile 1793 con la “cacciata dei piemontesi” a Casteddu.

Palabanda era una località (oggi nel mezzo dell’orto botanico di Casteddu) dove s’incontravano i patrioti sardi, nello specifico nella casa di Salvatore Cadeddu che aveva già preso parte ai moti antifeudali, repubblicani e indipendentisti di fine Settecento. Il canonico Spanu scrive sul tenore rivoluzionario di questi incontri: “All’ombra di due cipressi seduti tutti, solevano biasimare gli atti del Governo e quindi meditavano di farlo crollare”.

Il 1812 fu un’annata terribile, “s’annu de su famini” a causa di una grande carestia e anche delle tasse che la Corte sabauda, di stanza a Cagliari, vista l’occupazione francese del Piemonte, imponeva ai sardi per mantenere i suoi fasti in totale disprezzo delle necessità e delle ristrettezze della popolazione oramai esasperata. Oltre a Cadeddu e ad alcuni dei suoi figli dirigevano la rivolta gli avvocati Francesco Garau e Antonio Massa, il sacerdote Antonio Muroni, il docente Giuseppe Zedda, il conciatore Raimondo Sorgia, il sarto Giovanni Putzolu, il pescatore Ignazio Fanni e il panettiere Giacomo Floris. Fra i rivoluzionari anche il fratello di Frantziscu Cillocco, il notaio della Reale Udienza diventato uno dei patrioti sardi più radicali,  torturato e ucciso a Sassari dieci anni prima mentre tentava una sortita nel nord Sardegna. Insomma una compagine davvero popolare che puntava sull’esasperazione dei cagliaritani e di tutti i sardi per riavviare il processo rivoluzionario stroncato brutalmente con la repressione in tutto il territorio nazionale sardo.

L’insurrezione non ebbe successo perché fu subito scoperta dalla polizia e la macchina della repressione piemontese fu spietata, in perfetto stile sabaudo, come del resto era stata spietata nel passato. Lo stesso Angioy calcola nel suo Memoriale (recentemente tradotto in sardo e in italiano da Omar Onnis) in 4.000 le vittime e parla di torture e di rastrellamenti su tutto il territorio nazionale.

Il 13 maggio 1813 venivano impiccati a Cagliari alcuni dei patrioti arrestati. Altri furono giustiziati subito, altri ancora riuscirono a fuggire all’estero.

Il Fronte Indipendentista Unidu ha diffuso su internet un banner con due figure impiccate con alle spalle una Sardigna rosso sangue su cui campeggiano i nomi  di alcuni martiri di Palabanda impiccati appunto il 13 maggio 1813, solo gli ultimi in ordine di tempo di una lunghissima serie di caduti per la causa della libertà, dell’indipendenza e del progresso contro il blocco storico, purtroppo vincitore, dei piemontesi, dei feudatari e dei sardi collaborazionisti.

 

(per ulteriori e più approfondite informazioni sull’insurrezione di Palabanda consultare il sito della Fondazione Sardinia: http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=4707)

Francesco Casula: perché spostare la statua di Carlo Felice

Abbiamo intervistato Francesco Casula, un noto storico sardo, sulle motivazioni della richiesta di rimozione della statua di Carlo Felice dal centro di Cagliari.

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  • Da dove nasce la petizione “Spostiamo la statua di Carlo Felice”?

Il promotore del Comitato “Spostiamo la statua di Carlo Felice” è stato il professore universitario Giuseppe Melis Giordano. Io ho aderito subito e volentieri offrendo il mio contributo soprattutto dal punto di vista storico. Perché l’appello? Perché un popolo deve innalzare monumenti ai propri eroi non ai propri carnefici. E Carlo Felice tale è stato, per ammissione di tutti gli storici liberi.: un viceré e poi re, ottuso e inetto, sanguinario e famelico (pensava ad accumulare il suo “privato tesoro”, depositando i soldi nelle banche londinesi mentre le carestie decimavano le popolazioni affamate). Su di lui la storia ha già emesso la sua condanna inappellabile. Lo storico Pietro Martini, pur di orientamento monarchico, lo descrive come gaudente parassita, gretto, che “avea poca cultura di lettere e ancor meno di pubblici negozi… servo dei ministri ma più dei cortigiani”. Ai feudatari, da viceré, – scrive, un altro storico sardo Raimondo Carta Raspi – diede carta bianca per dissanguare i vassalli. Mentre a personaggi come Giuseppe Valentino affidò il governo: questi svolse il suo compito ricorrendo al terrore, innalzando forche soprattutto contro i seguaci di Giovanni Maria Angioy, tanto da meritarsi, da parte di Giovanni Siotto-Pintor, l’epiteto di “carnefice e giudice dei suoi concittadini”. Divenuto re con l’abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I, mira a conservare e restaurare in Sardegna lo stato di brutale sfruttamento e di spaventosa arretratezza: “con le decime, coi feudi, coi privilegi, col foro clericale, col dispotismo viceregio, con l’iniquo sistema tributario, col terribile potere economico e coll’enorme codazzo degli abusi, delle ingiustizie, delle ineguaglianze e delle oppressioni intrinseche ad ordini di governo nati nel medioevo”: è ancora Pietro Martini a scriverlo.

  •  Qual’è stato storicamente il rapporto tra i sardi e i Savoia?

I savoia, letteralmente, odiavano i Sardi, Li disprezzavano. Di qui l’oppressione economica e fiscale, la repressione e il terrore: soprattutto da parte di Carlo .Felice. Il suo maestro, in tal senso è il reazionario Giuseppe de Maistre che arrivato in Sardegna nel 1800 per reggere la reale cancelleria, non pensa nei tre anni di reggenza, che ai propri interessi denotando uno sviscerato disprezzo per i sardi “je ne connais rien dans l’univers au-dessous (sotto) des molentes”, soleva affermare nei loro confronti e in una lettera da Pietroburgo al Ministro Rossi nel 1805 scrive : “Le sarde est plus savage che le savage , car le savage ne connait la lumiere e le Sarde la connait”.

Purtroppo molti, troppi sardi, riversano nei confronti dei savoia simpatie e consensi. E persino entusiastiche acclamazioni:annotano alcuni storici. Sindrome di Stoccolma? O opera degli ascari locali? Propenderei per questa ipotesi, sulla scia di Pietro Martini che scrive:”Le acclamazioni furono poche e queste furono comprate o vennero dagli uomini del privilegio, del favore e della reazione”.

  • Savoia a parte, sembra che i sardi non abbiano nessuno a cui dedicare le vie e le piazze. Non abbiamo una nostra storia, dei nostri poeti, dei personaggi di spicco?

 La scuola italiana in Sardegna, da sempre, con una impostazione pedagogica, didattica e culturale coloniale e italocentrica, ha proibito, negato e  interrato, in primis la lingua sarda. E con essa la nostra ricca e variegata poesia e letteratura. Proprio in questi ultimi anni ho pubblicato due volumi su “Letteratura e civiltà della Sardegna” da cui emergono decine e decine di Autori, universalmente riconosciuti come poeti e romanzieri di altissimo valore, che la scuola ha cancellato:sic et simpliciter. Penso a Grazia Deledda, Lussu, Salvatore Satta; penso a Peppino Mereu  Montanaru, Cicitu Masala, Benvenuto Lobina.

Una scuola che ha cancellato omines e feminas de gabale, (penso a Eleonora d’Arborea ma anche a Marianna Bussalai) o intellettuali di livello europeo come Sigismondo Arquer; o eroi come Giovanni Maria Angioy e con esso Francesco Cilocco o Sanna Corda, vittime della violenta repressione dei Savoia e soprattutto di Carlo Felice. Un popolo libero e orgoglioso a questi personaggi deve dedicare le sue piazze, le sue vie, i suoi monumenti. Non agli oppressori.

  •  Qualcuno ha detto che la cancellazione sistematica della lingua e della memoria storica di un popolo sono da considerarsi un genocidio, a prescindere dalla presenza di omicidi di massa. I sardi stanno subendo un genocidio?

Sì è proprio così. Lo scriveva fin dagli anni ’70 Antonio Simon Mossa: “Un processo forzato di integrazione minaccia l’identità culturale, linguistica ed etnica”. Un vero e proprio genocidio sia pure – cito ancora Simon Mossa – “sotto ad innocente maschera della difesa di determinati interessi di classe o di casta, di privilegi, di antiche sopraffazioni … con i guanti di velluto anziché col bastone”.

Perché si commette genocidio, prosegue l’intellettuale algherese: “Non solo distruggendo fisicamente un popolo. Vi sono altri modi: assoggettandolo a schiavitù e a regime coloniale, assimilandolo per mezzo dell’integrazione: questo è il più moderno, il più subdolo perché incomincia con l’intorpidimento delle coscienze, ma il punto di arrivo è lo stesso: l’uccisione della coscienza comunitaria di un popolo e la distruzione della sua personalità”.

  • Perché la sinistra italiana (cioè quella sinistra che non mette in discussione il rapporto coloniale con l’Italia della Sardegna) non apprezza la lotta per cambiare la toponomastica degli indipendentisti e di alcuni intellettuali sardi?

La sinistra italiana – ma in genere il marxismo occidentale –  è stata storicamente statalista e centralista. Per la verità con dei maestri e teorici illustri come Engels: “Il proletariato – affermava nel 1847 – può utilizzare soltanto la forma della repubblica una e indivisibile” e “non solo ha bisogno dell’accentramento com’è avviato dalla borghesia, ma dovrà addirittura portarlo più avanti”. Per questo lo stesso Engels combatte il Federalismo “perché semplice espressione di anacronistici particolarismi provinciali”.  Fa eccezione l’austromarxismo. Ricordo che nel 1899 al Congresso socialista austriaco si sostenne che la “soluzione delle questioni nazionali faceva parte degli interessi del proletariato ed era compito del Movimento socialista ed operaio coltivare e sviluppare le specificità nazionali di tutti i popoli dell’Austria”.Peraltro in sintonia con il Marx più rivoluzionario che sosteneva: “un popolo che opprime un altro popolo non può mai essere libero” e a proposito della Questione irlandese affermava: “la vittoria della classe operaia inglese non può risolvere la Questione irlandese, sarà invece la soluzione della Questione irlandese a favorire e rendere possibile la vittoria della classe operaia”. Il PCI  si è sempre mosso in direzione opposta: non ha mai capito né voluto riconoscere il colonialismo interno né tanto meno sostenuto i diritti dei popoli: ad iniziare da quello dell’autodeterminazione e, dunque dell’indipendenza. Di qui la sua ostilità verso tutto quello che è sardo: ad iniziare dalla toponomastica.

 

https://www.change.org/p/sindaco-spostiamo-la-statua-di-carlo-felice-istesiemus-s-ist%C3%A0tua-de-carlo-felice

 

Fondazione Sardinia contro lo spopolamento

 

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È previsto per domani a Seneghe (domenica 8 maggio) un incontro organizzato dalla Fondazione “Sardinia” Sulle cause dello spopolamento e sulle possibili misure alternative per il riequilibrio territoriale.

Dopo un saluto del presidente della Fondazione Sardinia Bachisio Bandinu introdurrà Salvatore Cubeddu, direttore della Fondazione. Seguiranno poi gli interventi programmati: Federico Francioni (dai dati storici ai programmi ad hoc contro lo spopolamento, da inserire in un progetto complessivo); Mario Cubeddu (animare i Comuni con gli incontri di tipo letterario e culturale: l’esperienza di Seneghe e di altri centri); Vanni Lobrano, Università di Sassari (che cosa si può fare sul versante delle istituzioni); Benedetto Meloni, Università di Cagliari (una riflessione sulle esperienze di sviluppo locale); Vincenzo Migaleddu (verso un futuro senza inquinamento e desertificazioni); Paolo Pisu, Sindaco emerito di Laconi (che cosa hanno fatto e che cosa ancora possono fare i piccoli Comuni nella lotta allo spopolamento).

Il convegno di domani appare tanto più importante dopo la pubblicazione di SEO (Sardinian Socio Economic Observatory) sulla spaventosa tendenza allo spopolamento della Sardegna. SEO aveva osservato che la tendenza allo spopolamento non c’entra nulla con l’insularità e che anzi i dati di Eurostat mostrano la crescita “per tutte le principali isole europee (sia per numero di abitanti che per estensione) nel periodo che va dal 2015 al 2080”.

Secondo le stime la Sardegna perderà “il 34% della popolazione attuale e si collocherà in testa in un’ipotetica graduatoria dello spopolamento”.

Differente è la situazione di tutte le altre isole mediterranee – continuano gli autori di SEO – che vedranno crescere la propria popolazione nel periodo considerato “con incrementi che spaziano dal +50% della Corsica al +13% di Malta”.

Le ragioni dello spopolamento sono quindi esclusivamente politiche ed economiche ed hanno a che fare con il regime neo coloniale o semi coloniale a cui è sottoposta la nostra terra. Speriamo dunque che dal convegno di domani vengano fuori soluzioni e prospettive di rottura per dare alla nostra terra un futuro che non sia il deserto dello spopolamento.

L’appuntamento è previsto alle ore 9,30, nella Sala consiliare del Comune di Seneghe.

https://seosardinia.wordpress.com/

http://www.fondazionesardinia.eu/ita/

 

Manifestazione di Teulada contro la Trident: Prosciolte le tre militanti per irrilevanza dei fatti contestati.

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foto Roberto Pili

Manifestazione di Teulada contro la Trident: Prosciolte le tre militanti per irrilevanza dei fatti contestati.

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale minorile di Cagliari dopo una breve udienza ha archiviato la posizione delle tre militanti contro l’occupazione militare per irrilevanza dei fatti contestati. Si chiude così il caso delle tre antimilitariste minorenni – una di 16 anni e le altre di 17 – protagoniste con un’altra ventina di attivisti della violazione del Poligono di Teulada durante la manifestazione contro l’esercitazione Trident Juncture del 3 novembre scorso, giornata culminata con cariche delle forze dell’ordine all’esterno del Poligono e lo stop delle esercitazioni intorno alle ore 15:00.

Seguirono forti polemiche riguardo la gestione della manifestazione; dal divieto di manifestazione da parte del Questore Gagliardi, motivato con la necessità “di dare un segnale forte“, ai fogli di via notificati ai militanti del Comitato Studentesco contro l’Occupazione militare, passando per l’imponente assetto militare implementato a Sant’Anna Arresi la giornata del 3 novembre come nelle due settimane precedenti. Fino alle cariche al corteo e la divulgazione di notizie false sull’interruzione dell’esercitazione NATO, come nel caso del Generale Giovanni Pintus secondo il quale lo stop era già in programma in quanto le operazioni si sarebbero dovute protrarre fino ad ora di pranzo del 3 novembre. In realtà, è noto che le attività fossero programmate fino alle ore 18:00.

Accompagnate dagli avvocati e dai genitori, le tre giovani militanti sono comparse giovedì di fronte al Gip del Tribunale minorile con l’accusa di essere entrate nella zona militare interdetta di Teulada. Erano state identificate e denunciate nel corso della protesta e oggi il giudice – come prevede l’ordinamento della giustizia minorile – doveva valutare la rilevanza dell’accusa per decide se proseguire nel giudizio, propendendo come detto per un’archiviazione.

Dopo il caso dei militanti del movimento contro l’occupazione perquisiti e fermati con l’accusa di divulgazione di materiale coperto da segreto militare, rivelatisi poi normali atti accessibili con ordinarie procedure di legge, si chiude nel migliore dei modi per le tre giovani militanti sarde l’ennesima pagina repressiva che dimostra come lo scontro in atto tra lo Stato italiano e il Popolo sardo sul versante dell’occupazione militare mantenga un ruolo di primo piano nella vita politica e sociale della Sardegna.

Al momento non sono previste altre udienze relativamente ai fatti del 3 novembre a Teulada anche se stanno giungendo nuove denunce a carico di vari militanti autori del taglio alle reti e dell’accesso al Poligono.

Il ritorno della CSS a Sassari

Il ritorno della CSS a Sassari

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Venerdì 15 aprile, in pieno centro storico di Sassari, la Cunfederatzione Sindicale Sarda ha inaugurato la sua sede. I lavori sono stati aperti in lingua sarda dal sindacalista Giuseppe Pisano, il quale ha relazionato sulla proposta lanciata di concerto con il Fronte Indipendentista Unidu e con l’Altra Sardegna di un piano triennale per il lavoro. Immediatamente dopo è intervenuto il figlio del grande architetto indipendentista Antoni Simon Mossa, a cui è stata inaugurata la sede sassarese della CSS. Predu Simon Mossa ha presentato le iniziative previste per il centenario dalla nascita (1916-2016) e ha annunciato «grandi novità venute fuori nella ricerca dei suoi documenti che presto verranno rivelate al pubblico». Ha poi preso la parola il sindacalista Vincenzo Monaco che, in catalano algherese, ha denunciato il raggiungimento del limite inferiore di sopportazione dei soprusi causati dal colonialismo e ha fatto appello ad una reazione del popolo sardo per una programmazione dal basso del nostro futuro economico, sociale, linguistico e politico. Monaco ha duramente attaccato il modello economico imposto alla società sarda che «forma giovani lavoratori per poi allontanarli dall’isola impoverendo sempre di più il nostro tessuto sociale». Ai lavoro ha partecipato anche il sindacalista catalano Carles Sastre, Segretario Generale della Confederation Sindacal Catalunya – Intersindacal che ha evidenziato i punti di contatto con la realtà lavorativa sarda e in particolare la fuga di competenze all’estero dopo essere state formate (come in Sardegna con il disastroso progetto “master and back” della giunta Soru). Sempre dalla Catalunya è intervenuto il rappresentante della Generalitat catalana Joan Elies Adell Pitarch il quale ha ribadito il carattere “rivoluzionario, pacifico e inesorabile” del processo di mobilitazione della società catalana: «noi non vogliamo l’indipendenza solo per una questione culturale o identitaria, ma perché il nostro popolo ha diritto al benessere e con la Spagna ciò non è possibile dal momento in cui i catalani non possono autodeterminare le loro scelte economiche e sociali». Joan Elies ha anche teso una mano alla Sardegna invitando i sardi a stringere rapporti sempre più stretti sia culturali che economici, perché «i popoli catalano e sardo non devono più darsi le spalle, ma cooperare nell’interesse comune indipendentemente da ciò che fanno o non fanno Roma e Madrid».
Per la CSS sassarese sono intervenuti, tutti in sardo, Gavino Piredda (settore bancario), Luana Farina (Servizi Regione) la quale ha sottolineato l’immobilismo della giunta Regionale sotto diversi punti di vista e Cristiano Sabino (scuola) che ha puntato il dito contro la «scuola italiana in Sardegna che priva i cittadini sardi del diritto di conoscere la propria storia, cultura e lingua generando analfabeti antropologici e sull’assenza di una legge regionale per la scuola».
I lavori sono stati chiusi dal segretario generale Giacomo Meloni che con un lungo e appassionato intervento, parte in sardo e parte in italiano, ha ribadito il carattere necessariamente politico e non meramente burocratico del sindacato nazionale sardo: «dobbiamo combattere un modello economico che ha distrutto la nostra terra inquinandola e creando dipendenza economica e mentale contrastando e denunciando chi ci ha ingannati, derubati e avvelenati. Se le grandi industrie che stanno in piedi solo ricevendo finanziamenti statali ci ripagassero del danno arrecatoci ci sarebbe lavoro per trent’anni con le bonifiche che oltretutto ci restituirebbero un territorio nuovamente utilizzabile»

http://www.confederazionesindacalesarda.it/

Alessandro Mongili – Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

Mongili

Intervista a Alessandro Mongili sulla sua ultima ricerca.

Alessandro Mongili (1960) è professore di Sociologia generale e di Processi di modernizzazione e tecnoscienza all´Università di Padova. Ha lavorato all´Università di Cagliari. È stato visiting all´Accademia delle scienze dell´URSS (1987-1988), alle Università della California a San Diego (2004) e a Berkeley (2011), a Santa Clara (2007) e a Stanford (2008). Ha ricevuto il dottorato all´EHESS, a Parigi. Si è dedicato dapprima a ricerche sulla scienza sovietica (La chute de l´U.R.S.S. et la recherche scientifique,1998) per poi occuparsi di tecnologia e informatica (Donne al computer, con C. Casula, 2006, Tecnologia e società, 2007, Information Infrastructure(s), con G. Pellegrino, 2014). È autore di diversi saggi. Nel 1995 ha pubblicato inoltre Stalin e l´impero sovietico, tradotto in due altre lingue. È stato il primo presidente della Società Italiana di Studi sulla Scienza e la Tecnologia (STS Italia). Alla ricerca ha affiancato l´attivismo politico e gli interventi sui media.

Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

• Che rapporto intercorre tra innovazione e arretratezza?

Innovazione è una parola oggi satura di politica e di attese quasi messianiche. Come lo sviluppo, è una parola che ha colonizzato ogni visione di divenire storico-sociale. Nei Paesi del Sud Globale o comunque etichettati come “arretrati”, come anche la Sardegna, l’innovazione è soprattutto gestita da politiche ad hoc che la riducono a pratiche lineari che seguono modelli abbastanza fallimentari. Il dato più preoccupante di queste politiche è l’esclusione che creano, e il dare per scontato il fatto che l’innovazione (e quindi la modernità) sia qualcosa che si crea solo dall’alto e seguendo “buone pratiche” che invariabilmente riproducono le gerarchie sociali esistenti, ed emarginano saperi locali e i soggetti che ne sono portatori, prima di tutto le donne, ma anche tutto quello che puzza di “troppo sardo” agli occhi dei gruppi “modernizzatori”, che sono stati selezionati negli ultimi due secoli in base all’orrore del sardo e al suo accostamento con ciò che è “arretrato” e “primitivo”. Mentre modernità e innovazione si creano ovunque, spesso in risposta a problemi da risolvere, e più in attività ordinarie che nei set smart dell’innovation da palco e da fiera, finanziata magari con i soldi pubblici.

• Qual è il compito della sociologia in una terra come la Sardegna?

La Sardegna è sconosciuta. Ridotta a epitome della “società tradizionale” e della loro “arretratezza” dalle scienze sociali convenzionali e confermative di ipotesi tarate su altri mondi. La Sardegna non ha voce. Compito degli intellettuali è quello di dare voce ai suoi fenomeni, e in particolare dar voce ai subalterni. Invece,  si tacitano in nome di paradigmi cripto-funzionalisti o costruiti in base a fenomeni propri delle società settentrionali e, nel nostro caso, “italiane”, rispetto alle quali misurare i nostri fenomeni come “scarto”. C’è molta resistenza alla concettualizzazione, che è necessaria a partire dal nostro vissuto, a costo di mettere in crisi schemi generali. Non sappiamo nulla delle aree urbane, poco del turismo, nulla del ruolo della medicina, le dinamiche culturali del cambiamento linguistico sono semplicemente irrise, nulla di fenomeni di massa come le dinamiche religiose (anche interne alla Chiesa cattolica) e del consumo (visto che ormai la produzione non esiste più). Gli studi sulla ruralità hanno prodotto qualcosa, ma stentano ancora a uscire dalla dicotomia modernità/tradizione con cui viene spiegato qualsiasi aspetto della nostra esistenza. Gli studi di storia e sociologia ambientale e l’inclusione dell’ambiente nei collettivi agenti, che è al centro del dibattito internazionale sull’Antropocene di questi ultimi anni, sono relegati a studiosi esterni all’Accademia. Tre anni fa visitai gli impianti petrolchimici di Porto Torres per una indagine esplorativa e un funzionario mi disse: “siete i primi a venire qui dall’Università negli ultimi vent’anni”. Ecco. Personalmente ho voluto dare un contributo mettendomi a studiare la tecnoscienza attraverso alcuni casi legati alla sua articolazione.

• Un libro degli anni settanta poneva questa domanda: Sardegna. Regione o colonia? Che risposta daresti oggi alla luce dei processi di impoverimento economici e culturali degli ultimi 60 anni?

Si tratta di processi di sviluppo e di “innovazione” che hanno preso inizialmente il nome di Rinascita della Sardegna e corrispondono a pratiche di modernizzazione dall’alto applicate in tutto il Sud globale, e che hanno ovunque, non solo da noi, prodotto la dislocazione delle società precedenti e risultati catastrofici. Pintore scriveva che la Sardegna è una colonia economica e non politica. Di formazione marxista ortodossa, confondeva il livello politico con quello politico-istituzionale. Sardigna è sicuramente una colonia, tanto più perché dal 1799 in poi si è creata un’alleanza di ferro fra il ceto modernizzatore locale e gli interessi stranieri interessati alla sua spoliazione e al suo sfruttamento. Istituzionalmente, queste reti d’azione hanno attraversato tre fasi, quella terminale del Regno di Sardegna, il periodo di “Fusione perfetta” e l’Autonomia, senza mai intaccare le infrastrutture della dipendenza, che capillarmente hanno dislocato la società sarda e performato la sua e nostra subalternità.

In un ambito di deterritorializzazione e di reticolarità dei fenomeni è difficile ragionare in termini stanziali in relazione a un territorio geograficamente definito come la Sardegna. Per questo nel mio libro parlo di “topologie”, cioè di relazioni omeomorfiche postcoloniali presenti in misura preoccupante in Sardegna. Politicamente, niente mi discosta negli ultimi anni dall’idea che la dipendenza e la sua continua attualizzazione, in quasi tutti gli ambiti della nostra vita sarda, sia il nostro principale problema e la causa dell’attuale catastrofe della Sardegna.

• La tua ricerca ha un debito con le analisi di Gramsci?

Gramsci l’ho incontrato nel corso della mia ricerca di risorse per una comprensione maggiore di casi di innovazione da me studiati in Sardegna. In particolare, attraverso gli storici bengalesi e americani che si sono occupati di Postcolonial e Subaltern Studies. Direi che Gramsci è stato ridotto a un cencio inamidato dalle letture togliattiane e il suo pensiero è invece vivo, e per noi Sardi da esplorare in profondità. Gramsci è un materialista non banale, la sua idea di processi materiali è oggi finalmente comprensibile in tutta la sua estensione, proprio perché il suo pensiero è libero da un naturalismo ingenuo. Gramsci è molto studiato in tutto il mondo, proprio perché non hanno conosciuto la deriva essenzialistica e passatista del dibattito “culturale” italiano. Gramsci può aiutare noi Sardi a uscire dalla dipendenza peggiore, quella culturale, e dalla nostra subalternità a una cultura oggi inutile e provinciale come quella italiana, poiché il suo punto di vista è globale proprio perché, come Pasolini, si occupò di Italia dai suoi margini, cosa che tutti noi Sardi facciamo “costitutivamente”. Sì, oggi ho un interesse enorme per la sua opera.

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