Sostegno ai pescatori oristanesi

 

protestaLe manifestazioni di questi giorni delle marinerie oristanesi rappresentano un ulteriore passo avanti nella lotta contro le basi e l’occupazione militare della Sardegna.

Fino a oggi i pescatori, interviene il Collettivo Comunista (marxista-leninista) di Nuoro, ostacolati dalle esercitazioni militari, si sono mobilitati solo per avere gli indennizzi previsti per il “fermo pesca” durante i periodi di interdizione alla navigazione. Gli stessi indennizzi vengono corrisposti a tutte le marinerie con esclusione di quelle Oristanesi.

A differenza del passato, gli obiettivi delle manifestazioni di questi giorni, non sono solo rivendicazioni economiche ma anche contro le esercitazioni militari, per la chiusura del poligono di Capo Frasca, la bonifica del mare, degli stagni, e la riappropriazione della risorsa economica del territorio soprattutto quella della pesca.

Ricordiamo come negli anni ’70, nel corso di un addestramento, un aereo della Nato mitragliò una barca di pescatori, che rimasero feriti, nello stagno di Marceddì.

Queste mobilitazioni sono un momento storico importante, perché uniscono le popolazioni dei paesi interessati.
Non dobbiamo dimenticare la funzione delle basi militari, quali strumenti di guerra, dalle esercitazioni agli addestramenti che avvengono in Sardegna e altrove, in quanto prove speciali di eserciti speciali che aggrediscono popoli e stati, in lotta contro le potenze imperialiste e guerrafondaie, non dimentichiamoci, che dalle zone di guerra scappano i profughi e cercano rifugio nei nostri territori.

È necessario organizzarsi e sviluppare la più vasta unità delle masse popolari su contenuti di classe contro l’occupazione militare- sostiene il Collettivo Comunista (marxista-leninista) di Nuoro– con la costituzione di un ampio fronte unico antimperialista, anticolonialista, antifascista.

Queste giornate di lotta si inseriscono nelle iniziative antimilitariste in Sardegna alla quali diamo l’adesione e pieno sostegno.

Scuola di Polizia a Burgos: sprecati 20 milioni

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Foresta Burgos è una delle oasi più belle, ed ancora intatte, della Sardegna. Seppur in provincia di Sassari, si trova nel cuore dell’isola, tra lecci, roverelle, asini e, soprattutto, cavalli.
Nel silenzio dei boschi del Goceano, a tratti spezzato da ronzii e muggiti, si nascondono da un secolo i resti di un complesso militare dedicato all’addestramento della polizia e all’ammaestramento di equini.

A dispetto del suo isolamento, anche questo selvaggio angolo di montagna ora dimenticato ha seguito il corso della Storia. I primi insediamenti moderni sorsero a fine Ottocento, con una piccola azienda agricola locale. Poco più tardi il Regio Esercito effettuò dei sopralluoghi nell’area e, proprio per la sua posizione isolata ma allo stesso tempo pianeggiante, la ritenne adatta all’allevamento dei cavalli per Polizia e Carabinieri. Nel 1906 venne quindi istituito il Centro di Allevamento Governativo che, dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, perfezionò l’attività preparando gli animali agli scenari bellici, come traino e assalti di cavalleria.
Il vecchio Centro di Allevamento Governativo è ora un piccolo villaggio fantasma circondato da edifici desolati in località Foresta Burgos, rivestito da un’atmosfera spettrale e inquietante nonostante l’accecante luce estiva.

Tra il 1954 e il 1959 la struttura venne infatti abbandonata dai militari e si ebbe il passaggio di consegne all’Istituto di Incremento Ippico di Ozieri, ente della R.A.S.

Poi… il colpo genio: l’idea del 2003

Istituire a Foresta Burgos una scuola per l’alta formazione delle polizie a cavallo.
Nel 2004, anno in cui per un attentato muore il padre del sindaco di Burgos, Pino Tilocca (Prc), l’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu dice che si rende necessaria la presenza dello Stato laddove lo Stato è molto distante: con il compromesso delle ricadute occupazionali e del presidio delle forze dell’ordine si intende risarcire il territorio. Sono stati anni di progetti sulla carta e lavori intervallati da altri attentati e minacce agli amministratori locali, fino all’inaugurazione in pompa magna, marzo del 2011, in cui si è consumata l’ennesima gaffe. Per l’occasione, infatti, i vertici della Polizia si sono “scordati” di invitare i primi cittadini e le giunte locali, tranne uno di rappresentanza. Una scortesia che non è passata inosservata e ha alimentato polemiche.

Gli investimenti.

I sindaci dei piccoli paesi hanno creduto nella Scuola tanto che nel 2005 hanno formato 27 ragazzi, da tutti i nove comuni, per essere immediatamente assunti. Si trattava in gran parte di artieri ippici. “Eppure – dice il sindaco di Burgos, Tore Arras – di tecnici pronti ne avevamo già 70. Persone che lavorano con professionalità in tutta Italia”.

E per i sardi?
Oltre 20 milioni di euro spesi per un mero giocattolo elettorale,completamente abbandonato e chiuso per chiunque voglia accedervi.
Diventerà un’altra cattedrale nel deserto?
La struttura di Foresta Burgos è destinata a cadere in pezzi,come Surigheddu o Mamunthanas. Pronta per essere svenduta, tra qualche lustro al… miglior offerente.

La Sardegna si mobilita per la Palestina

pageLo scorso 6 Ottobre il gruppo Studenti contro il Technion, ha organizzato un’assemblea studentesca, che si è svolta al Palazzo delle Scienze nonostante il Direttore del Dipartimento di Informatica e Matematica avesse revocato, all’ultimo momento, l’aula precedentemente concessa. Il Prof. Loi ha motivato la sua decisione affermando di essere venuto a conoscenza del fatto che l’aula era stata richiesta per “fini non usuali”, aggiungendo che nella pubblicizzazione dell’evento da parte degli studenti erano state riportate “accuse dirette a un Dipartimento della Facoltà”.

Ma gli studenti rigettano le accuse ritenendole infondate: «nel nostro evento su Facebook (ancora disponibile nella pagina “Studenti contro il Technion”) e nei nostri volantini c’è scritto chiaramente che “L’accordo di cooperazione riguarda il Dipartimento di Scienze Biomediche, per cui non comprende lo sviluppo di armi”».

Gli studenti si erano proposti di dar vita a una discussione basata su alcune domande come la seguente: «È accettabile collaborare con istituzioni profondamente complici nella violazione dei diritti umani e del diritto internazionale? La libertà di ricerca deve essere garantita a qualunque costo, o è giusto porre dei limiti etici?». Il rifiuto da parte dell’Università a concedere uno spazio per affrontare tale dibattito ha deluso i ragazzi: «Ritenendo che l’Università debba essere un avamposto di dialogo e di difesa dei valori, siamo per questo molto amareggiati della decisione del Prof. Loi. L’esistenza di un accordo di cooperazione accademica con un’Università profondamente legata al’occupazione dei territori palestinesi e alla violazione dei diritti umani è una questione che riguarda noi studenti, riteniamo quindi di subire un’ingiustizia nel momento in cui si tenta di impedirci di dialogare sull’argomento».

Gli studenti non si sono comunque rassegnati e hanno svolto l‘assemblea nell’androne del palazzo. All’incontro ha portato la sua testimonianza l’attivista palestinese Riya Hassan, che ha sottolineato il fatto che questa battaglia è strettamente legata alla lotta del popolo sardo contro l’occupazione militare. Infatti il governo italiano ha fatto cospicui investimenti in tecnologia militare israeliana, che poi viene utilizzata anche per le esercitazioni che si svolgono sul territorio sardo.

La campagna degli studenti impegnati contro la cooperazione di UNICA e Israele continuerà il 21 ottobre, data in cui si terrà un evento a cui sono state invitate la Magnifica Rettrice Maria del Zompo e la Prof.ssa Morelli, referente dell’accordo. Entrambe hanno inizialmente accettato l’invito, ma hanno poi fatto sapere che, causa impegni istituzionali, non potranno essere presenti. Per vie informali la Rettrice ha proposto di invitare al suo posto il Prorettore Ciarlo, che tuttavia a oggi non ha ancora confermato. Al dibattito saranno presenti Enrico Bartolomei, l’accademico promotore a livello dello stato italiano della petizione, firmata ad oggi da più di trecento accademici e accademiche, che chiede di porre fine alla cooperazione con il Technion, e Fausto Gianelli, avvocato e membro dei Giuristi Democratici, da anni impiegato sul fronte della difesa dei diritti umani.

Intanto mercoledì 12 ottobre, alle 18:00, nel Corso Vittorio Emanule 32, nella sede della CSS, a Sassari, l’associazione Italia-Cuba e la Confederazione Sindacale Sarda organizzano un dibattito a cui parteciperà Ugo Giannangeli, avvocato esperto in diritto internazionale e impegnato nella difesa dei detenuti palestinesi. L’incontro è organizzato in collaborazione all’associazione Sardegna-Palestina ed è dedicato alla memoria di Graziella Deffenu, militante indipendentista e storica attivista per la difesa dei diritti dei palestinesi, recentemente e improvvisamente scomparsa.

OCCUPAZIONE MILITARE: la Sardegna si mobilita

dsc_5360Al via il II semestre di attività nell’ambito dell’occupazione militare in Sardegna. Dopo la Trident Juncture dello scorso novembre – l’imponente esercitazione NATO interrotta con successo dai militanti contro l’occupazione militare – indipendentisti, pacifisti, comunisti, anarchici e altre individualità sono di nuovo pronti per fronteggiare il nuovo ciclo di esercitazioni nei Poligoni in Sardegna (Capo Teulada, PISQ e Capo Frasca).

Hanno aperto le proteste i pescatori dell’oristanese bloccando due giorni fa le esercitazioni relative al Poligono di Capo Frasca, in due manifestazioni differenti: un centinaio di imbarcazioni nello specchio acqueo e circa 400 attivisti che da Marceddì hanno raggiunto il cancello della base. Rimane alta l’attenzione sulla mobilitazione del comparto pesca e lo sviluppo delle contestazioni, con Scanu (PD) e Capelli (CD) impegnati ad assicurare una tempestiva risoluzione della malcontento, puntando a prevedere gli stessi interventi compensativi (cd. indennizzi) previsti per gli altri due Poligoni. In particolare, il deputato nuorese ha dichiarato all’ANSA come “da parte dei sindaci ascoltati, compresi i primi cittadini di Arbus e Terralba, non è arrivata alcuna segnalazione su malattie o qualsiasi cosa possa essere ricondotta all’operatività della base. Resta invece il problema dei mancati indennizzi ai Comuni che hanno messo le aree a disposizione dei militari“.

Il clima in Sardegna è reso ancora più incandescente dalle attività e pressioni esercitate su La Maddalena, con la Direzione generale dell’Assessorato all’Ambiente che non più tardi di due settimane fa ha ritenuto di non assoggettare a V.I.A l’ampliamento di Santo Stefano, il potenziamento e la messa in funzione delle strutture alla luce delle accresciute esigenze di controllo del Mediterraneo e del Medio Oriente, aree sempre più incandescenti. Gli uffici dell’Assessorato, nella persona del Dg Paola Zinzula, hanno difatti già stabilito che “il progetto non ha impatti negativi e significativi sull’ambiente“.

Nel calendario per le attività di guerra nei prossimi mesi, si segnala l’imponente coordinamento di forze NATO nel Poligono di Teulada per Emerald Move 2016 (dal 3 al 14 ottobre), esercitazione nell’ambito dell’European Amphibious Initiative. Francia, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito figurano tra i paesi promotori, ma sostengono e partecipano all’E.A.I. anche Belgio, Danimarca, Germania, Portogallo, Svezia, Turchia e Finlandia. Il programma completo delle esercitazioni previste il II semestre 2016 è stato reso noto in esclusiva da Sardinia Post. Imponenti le attività previste anche nei Poligoni di Capo Frasca e di Quirra-Capo San Lorenzo (PISQ, Poligono Interforze del Salto di Quirra).

Numerosi gli eventi in programma in tutta la Sardegna. Dal 6 al 10 ottobre, nel sud Sardegna il campeggio antimilitarista promosso dalla Rete No Basi – Né qui Né altrove. Accoglienza e inizio sostanziale della cinque giorni di No Basi giovedì 6 ottobre, dalle 10:00 alle 12:00, nel parco di Santa Greca a Decimomannu. Per il 10 ottobre è previsto un corteo all’aeroporto di Decimomannu. Concentramento dei militanti previsto per le ore 10:00 al Parco Megalitico di San Sperate.

Ieri, giovedì 6 ottobre, si è svolta l’Assemblea studentesca “Etica e Scienza: quando la ricerca sostiene la guerra – il caso Technion“. Il Technion di Haifa è un istituto di ricerca scientifica israeliano che collabora sempre più strettamente con l’Università di Cagliari e con diverse industrie nel settore bellico, rapporto e relativi interessi che si inseriscono nel più ampio quadro del DASS, il Distretto Aerospaziale della Sardegna. Il Technion, oltre a sviluppare la tecnologia utilizzata nelle aggressioni militari alla Striscia di Gaza e nell’occupazione dei territori palestinesi, svolge un ruolo fondamentale nella militarizzazione delle istituzioni accademiche israeliane. Interverranno nell’incontro Riya Hassan (Palestinian BDS National Committee) e Alessia F. (Studenti contro il Technion).

Il 7 ottobre è previsto il comitato d’accoglienza per la visita di Gian Piero Scanu, presidente della IV Commissione uranio impoverito. Scanu, anche in tempi passati, aveva più volte parlato della paventata chiusura, senza termini e modalità precise, di Teulada e Capo Frasca, ma al contempo ha sempre chiamato fuori dal discorso il PISQ e la sua riconversione civile-scientifico, proprio per il progetto DASS.

La visita di Scanu si concluderà il 7 ottobre con una riunione in programma per le 11:30 in Prefettura. Appuntamento dei militanti contro l’occupazione militare a Piazza Palazzo a Cagliari, ore 10:00.

Sabato 16 ottobre, attesa la 5° Assemblea Generale Sarda contro l’Occupazione militare della Sardegna. Dopo la prima assemblea generale di giugno, momento in cui venne dato avvio a tutto il lavoro estivo in vista di un’estate ed un nuovo anno di lotta, il movimento contro l’occupazione militare ritorna a Bauladu. Dalle ore 10:00 incontro dei gruppi di studio sugli ambiti di interesse analizzati durante il campeggio, mentre alle ore 15:00 al via l’Assemblea Generale. I lavori si svolgeranno a partire dalle ore 09:30, nei locali del Centro Servizi San Lorenzo di Bauladu.

Fonte: http://www.zinzula.it/occupazione-militare-la-sardegna-si-mobilita-oggi-incontro-sul-caso-technion/

NO BASI: repressione e fogli di via

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Intervista a Nicola Piras, militante dell’Assemblea Generale Sarda contro l’occupazione militare.

  • Pochi giorni dopo l’incontro nazionale contro l’occupazione militare “AForasCamp” hai ricevuto dalle forze di polizia un foglio di via da Teulada e Sant’Anna Arresi della durata di 3 anni. ci puoi raccontare come sono andate le cose?
    Durante il campeggio di Lanusei sono stato fermato diverse volte da polizia e carabinieri. Dopo l’ultimo controllo, avvenuto in data 9 settembre e durato un’ora e mezza, sono stato invitato formalmente a presentarmi, un paio di giorni dopo il campeggio, in Questura a Cagliari per ritirare una notifica del 2 novembre 2015. Una volta andato negli uffici del capoluogo mi è stato consegnato il foglio di via con annesse motivazioni. Sono interdetto da quei luoghi perché il 28 ottobre 2015 ero stato identificato mentre FACEVO un sopralluogo in un’area DEMANIALE nei dintorni del poligono, prima di un corteo (NO TRIDENT) per cui era stata chiesta l’autorizzazione.

  • Sei l’unico ad essere stato raggiunto da queste misure repressive?
    Sfortunatamente il fogli di via consegnati a compagni e compagne in lotta contro le basi sono 22 e il numero è in via di aumento con il montare delle mobilitazioni.

  • Come procede la costruzione di un movimento di massa contro l’occupazione militare della Sardegna?
    Il campeggio appena concluso è stato un momento di costruzione, di confronto e discussione tra territori e collettivi che non avevano mai collaborato assieme. Il momento fondamentale è stata la plenaria, momento in cui tutte queste entità hanno scelto la strada del dialogo e della collaborazione in vista di un autunno di lotta. Il nostro auspicio è che il cambio di passo sia immediato, tutti i tavoli di lavoro abbiano il loro seguito nei territori e si possa cercare insieme quelle date che possano portare tutto il popolo sardo a praticare l’obiettivo dello stop delle esercitazioni tramite le invasioni dei poligoni dell’isola. Crediamo veramente che se si è decisi nelle intenzioni, ognuno con le proprie possibilità e capacità possa dare un contributo decisivo in questa enorme lotta che ci deve vedere tutte e tutti protagonisti. Ogni territorio, paese, città, gruppo di affinità, partito, individuo ha voce in capitolo nel movimento, ci sono momenti, mezzi e obiettivi di breve, media e lunga durata. Il campeggio penso abbia messo delle priorità rispetto alle proposte da portare avanti all’unisono con forza e decisione. Allo stesso tempo ogni iniziativa particolare o temporanea merita rispetto e condivisione; TANTI MODI, UN UNICA LOTTA!

Tra le prossime tappe merita una citazione il campeggio antimilitarista proposto dalla Rete No basi né qui né altrove, che si terrà tra il 6 e il 10 ottobre vicino a Decimomannu.
L’assemblea generale sarda contro l’occupazione militare si troverà invece in una zona del centro Sardegna il 16 ottobre per un ragionamento sui due campeggi, ma soprattutto per rilanciare la lotta e trovare delle date in cui organizzare cortei di massa che abbiano l’intenzione di interrompere le esercitazioni!

Megadiscarica regionale a Villacidro: Si prepara la battaglia.

Intervista ad Antonio Muscasmusca-arcobaleno

Con delibera del 6 settembre 2016 il governo sardo ha dato il via libera alla realizzazioe di una megadiscarica regionale a Villacidro. Qual è il tuo giudizio?

Purtroppo, nonostante le battaglie che cittadini e comitati del territorio stanno portando avanti da anni e le richieste ripetute di adottare politiche diverse per il trattamento dei rifiuti, il governo Pigliaru ha tirato dritto per la sua realizzazione, mentre politici e amministratori locali restano colpevolmente in silenzio.

Quali sono le ragioni della tua contrarietà?

La megadiscarica fa parte di un progetto più vasto a carattere regionale che include il potenziamento di vecchi e la realizzazione di nuovi inceneritori. È facile quindi comprendere che proseguire su questa linea, con gli enormi investimenti in gioco (si parla di centinaia di milioni di euro), significherebbe compromettere ogni alternativa almeno per i prossimi venti trent’anni. È necessario intervenire ora: potremmo altrimenti non avere un’altra opportunità.

È un tema questo che, anche se potrebbe non apparire, ha attinenza con le servitù e il furto del territorio poiché la realizzazione e la gestione delle discariche segue le stesse e precise logiche delle basi militari e degli altri progetti di speculazione e distruzione ambientale: le discariche, infatti, oltre ad andare contro le direttive europee e, quindi, incontro alle sanzioni che puntualmente ci vengono comminate, vengono realizzate senza coinvolgimento delle comunità e contro la loro volontà; garantiscono lauti profitti a pochi e soliti noti e alle mafie e, per contro, comportano costi economici oramai insostenibili e, nonostante ciò, in continua crescita. Quando già non sono pericolose per le tipologie di materiali che vi finiscono col cosiddetto secco, divengono aree di destinazione illegale di rifiuti pericolosi che ben si celano sotto gli immensi mucchi di spazzatura. L’affare discariche è ben rappresentato anche dal clima intimidatorio che si respira quando diventano oggetto di contestazione e di polemiche per la pessima gestione e per gli innumerevoli incidenti ambientali che sempre più spesso si verificano. Ciò, senza menzionare le condizioni disumane in cui si trovano ad operare i lavoratori, strumenti di continuo ricatto e spesso teste d’ariete per demolire le proteste e zittire le amministrazioni.

Si ripete spesso che non esistono ancora alternative valide, collaudate ed economicamente sostenibili? Cosa ti senti di rispondere in merito?

Diversi studi e ricerche scientifiche documentate oggi dimostrano il grave impatto delle discariche sulla salute e l’ambiente. Attorno alle discariche, e per diversi chilometri di distanza, diventa impossibile ipotizzare scenari di agricoltura sostenibile o anche di semplice utilizzo delle aree per scopi diversi: inquinamento del suolo, delle falde e dell’aria, la presenza massiccia di gabbiani e di cornacchie che modificano l’avifauna locale, sono solo alcuni degli elementi di trasformazione del territorio e di compromissione di vastissime aree sotto il punto di vista ambientale e paesaggistico.

Trovo stupido e offensivo per la nostra intelligenza che, per curare interessi economici privati, la comunità, l’ambiente e l’economia vengano relegati ad un ruolo marginale portando avanti un piano rifiuti del 2008, folle e antistorico: oggi la tecnologia e la conoscenza consentono di adottare soluzioni all’avanguardia per evitare il ricorso alle discariche e agli inceneritori. La salvaguardia del territorio e delle nostre vite, il diritto all’autodeterminazione, la consapevolezza acquisita dopo anni di torti e prevaricazioni subiti, ci impongono scelte ragionate e intelligenti, in contrapposizione alla mediocrità e scelleratezza di chi oggi ancora propone soluzioni antistoriche e folli.

Come intendete muovervi ora?

L’appuntamento è per sabato 17 settembre a Villacidro, in un’assemblea pubblica discuteremo delle problematiche ambientali e sanitarie delle discariche e promuoveremo delle iniziative per impedire la realizzazione di questo progetto e determinare un cambio netto di rotta nella gestione dei rifiuti.

No occupazione militare, prossima tappa: Lanusei

articolo campeggioNello slogan elettorale di Francesco Pigliaru “Oggi comincia il domani” era compresa anche la promessa di una «riduzione delle servitù militari» che infestano la Sardegna per migliaia di ettari estesi su tutta l’isola. All’indomani dell’incendio causato dall’aereonautica tedesca all’interno del poligono di Capo Frasca, la RAS aveva chiesto di sforbiciare almeno settemila ettari a partire dalla chiusura del poligono in questione.
Il Governo italiano “amico” (espresso non solo dalla stessa parte politica, ma anche dalla stessa corrente di partito facente capo a Matteo Renzi) aveva aperto le porte al dialogo, però non solo Capo Frasca è ancora lì, ma l’Esercito italiano si riprenderà il simbolo stesso dell’occupazione militare della Sardegna, cioè l’isola di S. Stefano dove fino a pochi anni fa stazionavano i sommergibili armati a testate nucleari statunitensi.
Il governatore Pigliaru – per quel che conta – ha scritto una lettera al Ministro della Difesa Pinotti lamentando la “vocazione turistica” dell’arcipelago de La Maddalena (come se il problema fosse questo!), ma, come da copione, lo stato italiano sembra poco interessato ai pareri dei sardi, anche di quelli ben asserviti al colonialismo.

Oggi è più evidente che mai lo scontro tra due interessi contrapposti: da una parte quello dello stato italiano che definisce “necessaria e urgente” la rioccupazione militare dell’arcipelago maddalenino, dall’altro quello nazionale sardo ormai insofferente alla presenza invasiva dei militari italiano e NATO e all’uso bellico che viene fatto di gran parte del territorio.

liberu s stefanoUn malcontento crescente che in questa estate si è manifestato con diverse azioni contro l’occupazione militare. Lo scorso primo settembre gli indipendentisti di Libe.R.U. hanno fatto una sortita nell’isola di S. Stefano per denunciare l’imminente occupazione italiana: «abbiamo voluto rivendicare il diritto dei sardi di decidere sul destino della Sardegna», ha spiegato il segretario del partito Pier Franco Devias ai media presenti sul luogo.
sarasmilitariAll’inizio di luglio gli studenti dell’Università di Cagliari avevano cacciato la Marina Militare dall’Univesità che era stata invitata dalla rettrice Del Zompo con la scusa di un seminario su questioni ambientali.

Ma la novità più significativa della lotta contro l’occupazione militare è senza dubbio la nascita dell’Assemblea generale sarda che ha organizzato una massiccia campagna di propaganda muraria a ridosso di Ferragosto e che si riunirà dal 7 all’11 settembre nel bosco di Selene a Lanusei, confrontandosi con temi di vitale importanza individuati nel corso di un processo costituente democratico e partecipatissimo a cui hanno aderito comitati, associazioni pacifiste, movimenti indipendentisti e tanti singoli cittadini.

Di seguito i riassunti dei workshop che verranno affrontati nel corso dei lavori del campeggio. Gli workshop saranno giovedì 8 e venerdì 9 settembre, tra le 10:00 e le 13:00 e tra le 16:00 e le 19:00:

  1. Le collaborazioni tra le università sarde e l’apparato militare, DASS & Technion
    Da sempre le università rappresentano un territorio privilegiato per le politiche prodotte dal Capitale, dove quest’ultimo può penetrare tranquillamente imponendo una modellazione gerarchica nella produzione dei saperi.
    Il workshop si suddividerà in tre parti ben distinte:
    I – riguarderà il distretto Aerospaziale Sardo. Proveremo ad analizzare il ruolo duale (civile e militare) che il distretto avrà, provando a rompere la narrazione dominante che descrive il DASS solo come uno strumento che può aprire ampi spazi di possibilità nel settore aereospaziale.
    II – riguarda invece gli accordi tra l’università di Cagliari e il Technion Institute che svolge ricerca e sviluppa le tecnologie militari usate dalle forze di sicurezza israeliane. Qui si analizzerà più da vicino l’accordo che l’università di Cagliari ha attuato, provando ad ipotizzare alcuni passaggi pratici che accrescano la forza della campagna “No Technion”
    III – riguarda invece il rapporto sempre più forte tra università e apparati militari, analizzando più da vicino la convenzione che l’università di Sassari ha firmato e che “permetterà ai giovani militari di seguire corsi di studio universitari che consentano di raggiungere riconosciuti obiettivi formativi”.
  2. La fabbriche di bombe di Domusnovas: la RWM s.p.a.
    La fabbrica di armi di Domusnovas della RWM s.p.a, ha un ruolo centrale nella produzione e vendita
    di armamenti e ordigni a paesi coinvolti in conflitti bellici in tutto il mondo. Non solo esercitazioni militari e coinvolgimento in operazioni di guerra:
    la nostra terra da il suo contributo alla “filiera bellica” già dalla fabbricazione delle bombe.
    Dal ruolo della fabbrica agli scenari geopolitici, dalla situazione del Sulcis alla questione del ricatto occupazionale, discuteremo in questo tavolo per porre le basi per un lavoro continuativo nel territorio che rilanci la lotta contro l’RWM.
  3. Comunicazione esterna e propaganda: creare un immaginario contro l’occupazione militare

Parte fondamentale di un percorso di lotta è la comunicazione, senza di essa un fatto smette
di avere una valenza politica. Un lavoro che non può essere slegato dagli altri gruppi
ma che dovrà lavorare in sinergia. Da una parte il lavoro sarà quello di individuare gli obbiettivi politici dal breve al lungo periodo e individuare quali sono, di volta in volta, i referenti.
A qual punto dotarci degli strumenti maggiormente adatti al compito che ci stiamo dati.
Se è vero che buona parte della partecipazione alla manifestazione di Capo Frasca si è data grazie alla copertura mediatica dei maggiori organi di stampa isolani, allora è altrettanto vero che una buona parte del lavoro sarà agevolata se riusciremo a lavorare bene sul terreno della comunicazione. In generale l’obbiettivo dovrebbe essere quello della creazione di un immaginario che diventi patrimonio comune e di massa, nel quale ci si possa rispecchiare negli anni e che crei un’amalgama utile a portare avanti la lotta nel miglior modo possibile.

4. Contrastare la narrazione militarista nelle scuole elementari, medie e superiori

La scuola é il luogo nel quale l’occupazione militare viene presentata e normalizzata agli occhi della popolazione sarda. In quest’ambito l’apparato militare oltre a legittimare la propria presenza cerca di trovare nuove reclute tra i giovani. La narrazione militarista viene introdotta nelle scuole tramite presentazioni, visite in caserme e poligoni fino a diventare parte integrante dei percorsi formativi con progetti di alternanza scuola lavoro che si svolgono in ambito militare.
Se il movimento contro l’occupazione militare vuole darsi un carattere di massa non può prescindere dalla presenza nelle scuole, organizziamoci dunque per impedire ai militari l’ingresso nei luoghi della formazione e dall’altra per creare i presupposti che consentano alle nuove generazioni di avvicinarsi in modo critico alla tematica dell’occupazione militare. La necessità è quella di trovare un sistema che permetta di dare una risposta pronta ed efficace atta a contrastare la presenza militare all’interno degli istituti sardi e al contempo di trovare nuovi strumenti per veicolare la propria narrazione he siano adattabili ai diversi contesti in cui si opera.

5. Economia, lavoro, salute, ambiente le ricadute sociali dell’occupazione militare.
All’interno della lotta contro l’occupazione militare, una parte importante del lavoro sarà dedicata all’analisi dell’impatto degli insediamenti militari sull’economia, il lavoro, la salute e l’ambiente del nostro territorio. Intendiamo sviluppare il lavoro approfondendo i seguenti temi:
– Ricatto occupazionale: a fronte degli enormi profitti dell’industria bellica, i pochissimi posti
di lavoro distribuiti nei territori limitrofi agli insediamenti militari, in cambio dell’enorme territorio sottratto all’intera comunità.
– Calcolo del mancato sviluppo dei territori interessati dall’insediamento militare da contrapporre all’economia di assistenza derivante dagli indennizzi.
– Il disastro Economico derivante dai danni Ambientali e alla Salute. Analisi degli studi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi anni e quelli emersi di conseguenza al Processo che si è tenuto negli scorsi anni a Lanusei contro i generali di Quirra.
– Bonifiche dei territori che sono interessati da attività belliche. Calcolo dei costi per la realizzazione di questi interventi. Individuazione dei possibili sviluppi in termini di professionalizzazione e di occupazione.

6. La storia del movimento contro l’occupazione militare in Sardegna e gli scenari internazionali.

Con riferimenti essenziali alla situazione geopolitica attuale, vogliamo raccogliere informazioni e documenti che parlino della nostra storia, cercando di costruire passo passo una narrazione condivisa che ci permetta di interrogarci sugli errori e sulle conquiste dei movimenti del passato.
La Sardegna ha avuto e ha tuttora un collocamento nello scacchiere internazionale negli obiettivi della Nato e dei suoi alleati. Attraverso lo studio degli attuali scenari di guerra e le attività militari sull’isola possiamo orientare l’analisi e l’azione del movimento verso obiettivi pratici di disturbo e sabotaggio della guerra.La prima grande distinzione riguarda la strategia NATO-USA nei confronti dell’URSS prima, nei confronti dei paesi del sud-mediterraneo, dopo.
Oggi lo scontro si sviluppa su tutto l’arco, dall’Ucraina al mediterraneo.

info e logistica:

https://aforascamp2016.noblogs.org/post/2016/08/31/info-utili-dedicate-ai-campeggiatori-sopravvivere-alla-foras-camp-2016/

Terra bruciata: alcune proposte a confronto

incendio sardegna

uno dei tanti roghi che ha colpito la Sardegna questa estate

È stata un’estate letteralmente di fuoco per la Sardegna, una delle peggiori nella storia recente dell’isola. Decine di roghi hanno mandato in fumo migliaia di ettari boschivi e macchia mediterranea ed hanno impegnato le forze antincendio in una battaglia difficile ed estenuante.

Ma chi c’è dietro gli incendi? Ci sono interessi economici e politici? Quali sono le strategie più efficaci per contrastare il fenomeno e salvare l’isola dalla desertificazione?

Nel corso dell’estate in tanti si sono espressi. Vediamo di fare una sintesi per raccogliere le idee.

Ha fatto molto discutere la proposta del nuovo partito indipendentista Libe.R.U. che in una conferenza, stampa tenuta il 28 luglio, ha annunciato la campagna nazionale “Firma su Fogu”, giocata sul doppio significato del verbo sardo “firmare” che significa sia firmare che fermare. La proposta di legge regionale – per cui gli attivisti del partito stanno organizzando banchetti e portando i moduli in diversi comuni della Sardegna – è articolata in tre punti: 1) organizzare una massiccia campagna di sensibilizzazione pubblica sulla gravità del fenomeno; 2) rafforzare il sistema antincendi della Regione partendo dal rinnovo del parco automezzi antincendio, compresa una flotta regionale di canadair e elicotteri all’avanguardia; 3) chiedere al Consiglio Regionale che si faccia promotore di un’iniziativa di legge di riforma del Codice Penale per un inasprimento della pena di chi appiccia un fuoco, equiparandolo al reato di strage.

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la campagna “firma su fogu” di Libe.R.U.

Quest’ultima posizione, peraltro, è stata ripresa dalla leader del partito di estrema destra Fratelli d’Italia (http://www.fratelli-italia.it/2016/07/22/incendi-sardegna-meloni-governo-problema-nazionale-piromani-pene-esemplari-paghino-danni/) e ha fatto parecchio discutere, suscitando forti reazioni nell’area della sinistra antagonistica alla quale il partito Libe.R.U. si richiama (https://moras.noblogs.org/post/2016/08/10/fuoco-amico/). La petizione ha comunque riscontrato un discreto successo ed è stata sposata persino da alcune amministrazioni colpite dai roghi.

Sul tema è intervenuto anche il sindacato Unione Sindacale di Base (USB), molto presente nel mondo dei lavoratori del settore, con una nota assai approfondita che insiste soprattutto sul taglio manageriale imposto dalle politiche governative. L’USB fa notare come il problema dei roghi in Sardegna sia aggravato dal «numero esiguo di personale e conseguentemente per il sovraccarico di lavoro; per la scarsa dotazione di mezzi e per la mancanza di un coordinamento, nella fase iniziale, che guidasse la disposizione delle squadre segnalando la priorità d’intervento».

L’USB però denuncia anche la scarsità dei mezzi a disposizione e la dislocazione delle Sedi di Servizio «presidiate da una singola squadra di 5 Unità, insufficienti per la vastità di zone di competenza da coprire». L’inefficienza del servizio antincendi però non è frutto del caso o dell’incompetenza, bensì di politiche basate sui tagli, e chiede l’attuazione di alcuni punti strategici che riportiamo sinteticamente:

1) Attuazione Colonna Mobile Regionale come disposto dalla CIRCOLARE n. EM-01/2011 e ancora oggi assente.

2) Apertura delle nuove sedi distaccate per garantire maggiore capacità e celerità di intervento.

3) Rinnovo parco mezzi antincendio perché i mezzi sono ormai vecchi di 25 anni.

4) Rientro vigili del fuoco fuori sede. Sono tanti i VVF permanenti fuori sede che da anni prestano servizio fuori dall’isola, formati ed informati addestrati, eppure non si prende in considerazione il loro rientro.

5) Superamento della politica manageriale dei comandi, dal momento che si continua a tagliare senza scrupoli e a mettere la sicurezza dei cittadini alla stregua di una qualsiasi voce di capitolato.

Ma è possibile capire se ci siano interessi materiali dietro i roghi?

Riportiamo un passaggio di una lunga e profonda intervista su Il Cambiamento a Giorgio Pelosio, amministratore di Teletron Euroricerche (azienda che si occupa di sistemi di rilevazione ambientale):

«Domanda. C’è un business dietro gli incendi? Chi ci guadagna? Per fare un esempio, prima ha parlato di 300 mila euro occorsi per spegnere 300 ettari in un incendio del 2007. In quel caso, chi ha guadagnato?


Risposta. Certamente tutti quelli che hanno fatto questo servizio, tutti quelli che hanno fornito il carburante, tutti quelli che hanno fatto delle missioni, tutti quelli che girano intorno alla macchina dell’antincendio. La campagna antincendio io la vedrei più come ”campagna incendi”. Ma non sto affermando nulla di nuovo, sulla stampa appaiono da oltre 40 anni articoli in tal senso.

D. Sono privati?

R. Ci sono certamente anche privati. I canadair sono della protezione civile però gestiti da società private sotto il controllo dei vigili del fuco. Poi ci sono gli elicotteri che sono per lo più di società private. Ma è evidente che dietro tutta questa macchina girano un sacco di soldi. Per ogni ora (questi sono dati della protezione civile), se girano quattro canadair e un elicottero ci sono circa 50-60 mila euro di interventi. Siccome un intervento può durare dalle 5 alle 10 ore, lì si vede quali interessi si mettono in moto con un incendio».

Pelosio individua dunque nelle tecnologie di monitoraggio un buon deterrente ai roghi, perché rendono l’intervento molto più tempestivo e abbassano drasticamente i costi che – come noto – aumentano proprio nel caso d’interventi lunghi.

La domanda posta da Pelosio è inquietante e fa pensare: perché la RAS «dal 2005 ha delegittimato questi impianti (N.d.R. rilevazione ambientale), che sono stati abbandonati in maniera incomprensibile»?
 I costi sono legati alla durata delle operazioni di spegnimento, quindi più tempo occorre a spegnere un incendio, maggiore è il costo e quindi anche i guadagni.
 Chi ci guadagna dunque dall’allungamento delle procedure antincendio?

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il banner del Fronte Indipendentista che accompagna la richiesta alla RAS di istituzione di una Commissione regionale di inchiesta

Ed è su questo che interviene un’altra organizzazione indipendentista, il Fronte Indipendentista Unidu che, con un lungo comunicato, invita a «seguire la scia dei soldi» che i roghi si lasciano dietro. Il Fronte chiede che il Consiglio Regionale della Sardegna istituisca una Commissione di Inchiesta sui roghi, assumendosi la responsabilità davanti a tutto il popolo sardo di individuare le responsabilità e gli interessi materiali che ci stanno dietro.

Tale Commissione – scrive il Fronte in un comunicato – avrebbe «un enorme valore tecnico e politico. Tecnico perché può raccogliere ed elaborare una serie di dati e informazioni da varie fonti per ricostruire con precisione “il mondo dei roghi”. Politico perché nel caso non proceda efficacemente, o peggio si verifichino tergiversamenti od ostruzionismi di vario genere, questa sarà una grande responsabilità che i componenti della Commissione si assumeranno di fronte a tutto il Popolo sardo, responsabilità che certamente non mancheremo di attaccare in qualsiasi modo».

Fonti

Documento USB: http://tinyurl.com/z93jd76

Fronte Indipendentista Unidu: http://www.fronteindipendentista.org/it/notizie/comunicati.html

Intervista a Giorgio Pelosio: http://www.ilcambiamento.it/foreste/incendi_sardegna.html

Articolo di Sardinia Post su proposta di Libe.R.U.: http://www.sardiniapost.it/cronaca/incendi-parte-la-campagna-liberu-devias-lassessore-si-dimetta/

Fratelli d’Italia: http://www.fratelli-italia.it/2016/07/22/incendi-sardegna-meloni-governo-problema-nazionale-piromani-pene-esemplari-paghino-danni/

MoRAS – “Fuoco amico”: https://moras.noblogs.org/post/2016/08/10/fuoco-amico/

Intervista ad una commerciante del mercato civico di Alghero.

 

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Un mese dopo la lotta di diverse associazioni e movimenti contro il proliferare indisturbato dei grandi centri commerciali e l’apertura notturna del Carrefour di Quartu S. Elena, siamo andati al mercato civico di Alghero per intervistare i lavoratori dei mercati civici e rionali che sono fra quelli che maggiormente subiscono la concorrenza della grande distribuzione.

Vi proponiamo questa bella intervista ad una commerciante molto combattiva con le idee ben chiare.

 

 

Botta e risposta fra i Pinna e i Pastori Sardi: Ecco i video!

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I Fratelli Pinna, dopo una lunga trattativa, sono costretti ad uscire fuori dal caseificio industriale che dirigono e a rispondere alle domande dei pastori sardi. Parlano protetti da un fitto cordone di polizia che attanaglia su due lati i pochi pastori disponibili ad ascoltarli. Infatti nel frattempo molti altri sono andati via perché – dicono – «non ci va di sentire le loro fesserie». La linea dei Pinna è respingere tutte le accuse e dichiarano fondamentalmente che loro non hanno nessuna responsabilità sul prezzo del latte perché a decidere «è il mercato» e che la questione del latte rumeno è stata «strumentalizzata dai media».

 

VIDEO 2

Uno dei Pastori risponde alle argomentazioni e alle scuse dei Pinna ribattendo che non è sostenibile un sistema dove a pagare le oscillazioni e le crisi del mercato siano sempre e solo i pastori.