Saras ed Esercito zittiti all’Università di Cagliari

occupazione militare

È durato meno di dieci minuti il IX seminario anti-inquinamento organizzato dalla Marina Militare e l’Università di Cagliari con la partecipazione della SARAS nell’aula magna della cittadella universitaria di Monserrato. Il seminario doveva essere associato all’esercitazione nelle acque del golfo di Cagliari.

Ma lo spot di Saras e Marina Militare, gentilmente concesso dall’Università di Cagliari, è stato interrotto dagli attivisti del Comitato Studentesco contro l’Occupazione Militare che hanno tirato fuori uno striscione e hanno interrotto lo scandaloso teatrino scandendo slogans.

Gli studenti si sono opposti alla presenza di Militari e SARAS all’università di Cagliari e hanno anche contestato duramente la rettrice Del Zompo che si è prestata ad avallare gli interessi dell’economia di guerra e di sfruttamento della Sardegna.

“Oggi a sloggiare da casa nostra siete stati voi” – hanno esultato gli attivisti del Comitato a fine giornata – riferendosi alla quotidiana oppressione subita dal popolo sardo determinata dall’occupazione militare.

Puddu: “ora uniti contro l’occupazione militare!”

intervista enrico puddu

Domenica 26 giugno ad Aristanis (Oristano) si terrà la seconda assemblea generale sarda contro l’occupazione militare. Abbiamo intervistato Enrico Puddu del Comitato Studentesco contro l’occupazione militare per capire che aria tira. Ecco le coordinate dell’incontro: Aristanis, 26 giugno, ore 15:00, teatro S. Martino, via Ciutadella de Menorca, n.3

Avete sfidato la disunità del movimento contro l’occupazione militare chiamando una assemblea generale a Bauladu lo scorso 2 giugno. Come è andata?

Il 2 giugno è stata una data importante per tutti coloro che lottano contro l’occupazione militare in Sardegna. Come Comitato Studentesco contro l’occupazione militare abbiamo voluto convocare in quella data tutte le organizzazioni, movimenti indipendentisti, associazioni, comitati e singoli che in questi anni si sono interessati dell’argomento. Prima del 2 giugno abbiamo organizzato un tour in tutta la Sardegna in modo tale da poter raggiungere più persone possibili e cercare di costruire quella data insieme. Ci siamo resi conto che l’esperienza del tour, ha portato ad un confronto sincero e costruttivo con molteplici realtà e che, con tutte queste, si condivideva il fine ultimo cioè la chiusura delle installazioni militari. Fare un analisi dell’assemblea in poche righe non risulterebbe esaustivo e corretto però sicuramente si può dire che si sono raggiunti due obbiettivi che ci eravamo prefissati. Il primo era quello di portare in una stessa data tutte le organizzazioni e i singoli raggiunti durante il tour e soprattutto tutti coloro che si sono impegnati negli anni nella lotta contro le basi a parlarsi e confrontarsi. Il secondo obbiettivo era quello di rendere l’assemblea il più operativa e concreta possibile ponendo le basi per un lavoro continuativo nel medio e lungo periodo. Questi risultati uniti ad una progettualità di breve termine ha portato i partecipanti ad avere la necessità di un secondo confronto che avverrà domenica 26 giugno al Teatro San Martino di Oristano.

Dagli interventi è uscita una linea comune basata sul diritto del popolo sardo di liberarsi dell’occupazione, sulla necessità di un lavoro continuativo e sul fatto che nessuno deve mettere il cappello sulla lotta. È così?

Si è proprio così. Gli interventi di tutti i territori hanno dimostrato che queste volontà sono condivise da tutti e ci si è impegnati per trovare una sintesi concreta per continuare a lottare insieme. Questo implica che la nostra volontà di confronto è stata accolta e che è emersa una linea comune che sarà la base su cui si dovrà costruire nel prossimo futuro un percorso condiviso.

Che ruolo hanno i giovani in questa nuova mobilitazione?

Pensiamo che la composizione dell’assemblea del 2 giugno abbia dimostrato quanto nei territori sia sentito il problema dell’occupazione militare soprattutto nella fasce d’età più giovani. Eravamo abituati, negli ultimi anni, ad assistere a riunioni e assemblee di poche decine di persone alle quali intervenivano i soliti protagonisti della lotta contro le basi. L’Assemblea di Bauladu ha visto la presenza di una composizione molto giovane che ha dato nuova linfa ad un movimento che aveva perso lo slancio ormai da anni.

Che posizione hanno preso i diversi movimenti indipendentisti? E gli ambientalisti?

I movimenti indipendentisti hanno voluto voluto ribadire l’importanza di una lotta contro l’occupazione militare nel contesto di una lotta più ampia e complessa che riguarda il territorio sardo. Nella narrazione indipendentista l’occupazione militare ha sempre rappresentato un’importante snodo nell’ottica di lotta di liberazione nazionale e penso che anche questi movimenti abbiano intuito l’importanza dell’unione agli altri gruppi che si occupano di questa tematica. Così come i movimenti indipendentisti, i movimenti pacifisti hanno accolto favorevolmente il nostro intento e hanno dato un contributo reale e concreto durante l’assemblea e in prospettiva.

Quando sarà il prossimo incontro e con quale ordine del giorno

Il prossimo incontro, come deciso a Bauladu dall’assemblea, è stato convocato al Teatro San Martino di Oristano per domenica 26 giugno alle ore 15. L’ordine del giorno è uscito dai resoconti dell’assemblea di Bauladu e si articolerà nei seguenti punti: comunicazione interna alle componenti nei territori dell’assemblea, ambiti d’interesse del movimento (Dalle scuole elementari a quelle superiori la narrazione militare, alternanza scuola lavoro – università, distretto aerospaziale sardo, accordi con Technion – occupazione militare e economia, ricatto del lavoro, indennizzi, situazione economiche delle aree limitrofe ai poligoni – occupazione militare e salute, registro tumori, dossier sui morti e malati che hanno prestato servizio civili/militari – occupazione militare e scenari internazionali, esercitazioni in Sardegna e interessi geopolitici, lotta di autodeterminazione dei popoli oppressi, guerra e migrazioni – comunicazione esterna e gruppo propaganda – gruppo di studio sul movimento sardo contro le basi dagli anni 60 a oggi). E ultimo punto: proposte pratiche per una prospettiva politica condivisa di movimento in Sardegna contro l’occupazione militare.

comitato

Il Carrefour apre h. 24. Il Fronte: “mobilitiamoci, è schiavismo!”

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Supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, sembra lo scenario di un libro di George Orwell o Ray Bradbury, una società distopica dove domina l’azienda totale e la dittatura delle merci e del profitto sulle persone. Invece è la triste realtà che sbarca in Sardegna. È l’effetto di quel decreto “Salva Italia” del governo Monti (sostenuto dal centrosinistra) che liberalizzò totalmente l’apertura dei megamercati togliendo la competenza a Comuni e Regioni.

Così il megamercato Carrefour “Le Vele” di Quartu S. Elena, aprirà 24 ore su 24 dal prossimo 4 luglio. Sull’argomento sono intervenuti i sindacati che hanno annunciato la loro contrarietà e che stanno studiando la possibilità di uno sciopero dei lavoratori. Ma la lotta contro questa nuova forma di schiavismo non è rimasta dentro il recinto della vertenza sindacale. Il Fronte Indipendentista Unidu aveva già in passato denunciato l’inesistenza di una politica di sovranità alimentare e i danni causati dalla totale dipendenza dal mercato extra isolano in  materia.

Dall’organizzazione anticolonialista arriva oggi una nota severa contro la decisione della direzione del Carrefour di aprire H 24. Per i militanti indipendentisti la tendenza all’occupazione di spazi sempre più invadenti della Grande Distribuzione Organizzata nell’isola, crea fondamentalmente due enormi problemi: la sempre più scarsa tutela dei lavoratori impiegati nel settore, spesso soggetti a pressioni psicologiche, a sfruttamento intensivo e al ricatto occupazionale (o fai così o alzi le tende!) e la concorrenza spietata e sleale al piccolo commercio e ai mercati contadini, civici e rionali.

Il Fronte Indipendentista Unidu invita dunque “tutte le organizzazioni politiche, sindacali e sociali che hanno a cuore i diritti dei lavoratori e la difesa e la valorizzazione del comparto agroalimentare sardo” a costruire paritariamente una mobilitazione  in difesa dei diritti dei lavoratori e per una politica di sovranità alimentare della Sardegna.

 

articolo dell’Unione Sarda sulla vicenda

http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_economia/2016/06/11/la_svolta_di_carrefour_a_luglio_e_agosto_l_ipermercato_aperto_24-2-505628.html

“Progetto Dinamo”, ovvero la definitiva scomparsa della sovranità creditizia dei Sardi.

Euro banknotes locked on white

Ormai sta giungendo a conclusione quel lento processo di cessione progressiva e costante della sovranità del credito inSardegna.

Ancora poco più di quindici anni or sono i Sardi potevano ancorafare affidamento su tre grosse realtà creditizie (Banco di Sardegna,Banca di Sassari e Credito Industriale). Poi, piano piano, la situazione cominciò a modificarsi.

Mentre, da una parte, IntesaSanpaolo acquisiva la proprietà del Credito Industriale Sardo, dall’altra il Banco di Sardegna spa e, di conseguenza, la sua controllata Banca di Sassari, passarono sotto “l’ala protettrice” della Bper, una banca emiliana di medie dimensioni, la quale ne acquisì il 51% del capitale sociale

Con il passare degli anni il principale Istituto di Credito operante nella nostra Isola, il Banco di Sardegna, vide progressivamente spostare i propri centri decisionali dalla Sardegna verso una piccola cittadina dell’Emilia Romagna: Modena.

Questo comportò negli anni una continua perdita di autonomia gestionale sia del risparmio dei Sardi che riguardo le scelte strategiche nelle politiche di concessione del credito.

Oggi con l’annuncio del “Progetto Dinamo”, viene portata a termina la definitiva fusione per incorporazione tra il Banco di Sardegna e la Banca di Sassari, motivando questa operazione come una fase necessaria al fine dell’ottimizzazione dei costi e dell’operatività dei due istituti di credito sardi.

In realtà questa operazione nasconde una strategia più fine e, in fondo, anche prevedibile: il futuro incorporamento del Banco di Sardegna da parte della Bper.

In pratica si avrebbe il passaggio definitivo della gestione nelle mani dei centri decisionali dei vertici di Modena e la fine di ogni autonomia creditizia in Sardegna.

Se si verificasse questo fatto si avrebbe la totale assenza sul territorio di una banca gestista da e per i Sardi, con le logiche conseguenze sul flusso dei risparmi che si orienterebbero verso le realtà produttive della Penisola.

E’ grave come in questa fase si sia sentita costante la “rumorosa” assenza della Fondazione Banco di Sardegna la quale controlla il 49% del capitale sociale dello stesso Banco.

Le solite logiche politiche hanno impedito alla Fondazione di portare avanti una valida strategia degli interessi economici legati al territorio sardo. E oggi il risultato finale di tutto questo è che diventa sempre più concreta la possibilità di una scomparsa definitiva di una politica creditizia mirata su misura per le esigenze dell’economia sarda.

Oggi con il “Progetto Dinamo” si segna la linea di partenza che, piano piano, ci porterà sempre più lontano dalla Sardegna e più vicini alla Pianura Padana (N.B.: oltre la “Linea Gotica”).

Vertenza entrate: le perline colorate di Pigliaru, Paci e Maninchedda

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Secondo lo Statuto autonomo della Sardegna (art. 8) la Regione ha diritto di trattenere una parte delle tasse pagate sull’isola, in particolare ha diritto ai 7 decimi dell’IRPEF e ad analoghe percentuali di altre imposte, soprattutto indirette (IVA, ecc.). Dal 1948 la classe dirigente italianista ha “sorvolato” sul fatto che lo Stato Italiano non restituiva proprio nulla alla Regione e in tutti questi anni nessun partito italiano (leggasi coloniale) ha mai preso sul serio questa cruciale rivendicazione per avere indietro il maltolto. Nel mentre l’indipendentismo non è stato a guardare e ha denunciato lo sfruttamento fiscale già nelle regionali del 1992 con Anghelu Caria.

Da sola questa notizia in qualunque altra nazione avrebbe causato una guerra civile, perché stiamo parlando di cifre rilevanti strutturalmente, non di un semplice ammanco una tantum: 10 miliardi di euro che nel 2006 Soru ha fatto finta di voler esigere cavalcando la rivendicazione sempre più di dominio pubblico e ammiccando al governo amico di Romano Prodi con la conclusione – tutt’altro che positiva – che il debito è stato pressoché dimezzato da 10 a 5 miliardi (unico episodio al mondo dove i debiti invece di maturare interessi vengono amichevolmente dimezzati). La situazione è peggiorata ancor più dal momento che, in cambio di una riduzione dei suoi crediti, la Giunta Soru ha concordato che la Sardegna si facesse carico della spesa in settori come sanità e trasporti. La Giunta Pigliaruad inizio mandato ha rinunciato ai ricorsi pendenti presso la Corte Costituzionale contro lo Stato italiano e due giorni fa, il 16 maggio, ha firmato una capitolazione definitiva verniciandola grottescamente come “successo”.

I colonialisti che governano attualmente la RAS esultano e parlano di “vittoria” e di “fatto storico”. Ma cosa cambia? In soldoni la RAS riceverà ogni anno circa 130 milioni di euro in più perché le entrate di diritto verranno trattenute alla fonte mentre lo Stato italiano rimborserà circa 900 milioni in quattro anni, di cui 300 risultano già erogati nei primi del 2015. Per quanto riguarda le entrate che finalmente verranno trattenute alla fonte senza dover prima andare a Roma si tratta di un diritto che sarebbe dovuto essere rispettato dal 1948 e già questo basterebbe a mettere in mora un’intera classe politica italianista che ha fatto della sudditanza la sua bandiera. I 900 milioni (su dieci miliardi) invece sono veramente una beffa, ancor più se si pensa che in un decennio il centrosinistra italiano, dal Pigliaru Assessore al Pigliaru Presidente, è passato da rivendicare teoricamente un aggregato enorme, (miliardi di arretrati), ad indebitare per una generazione i sardi con 700 milioni di mutuo regionale di cui una larga parte destinati a spese infrastrutturali, le stesse fondamentali spese che nei contesti non coloniali si dovrebbero finanziare proprio con le risorse che per anni e anni sono state illegittimamente drenate al sistema economico sardo il quale, grazie alla scellerata politica unionista di Pigliaru, subisce un ulteriore duro colpo per la sua sostenibilità.

Paola Pilisio: l’inganno della “chimica verde” e le vere intenzioni dell’ENI

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  • Che fine ha fatto la grande promessa della chimica verde?

La fine che abbiamo sempre detto che avrebbe fatto, ovvero quella di restare solo una promessa che ha permesso ad Eni di prendere tempo e non occuparsi di un’area di cui ha abusato, profittato e avvelenato per 40 anni, con il solo fine di scamparsi le bonifiche. Il tutto orchestrato ad arte per intrattenere la nostra classe politica, qualche sindacalista residuale e chi ancora credeva nel sogno della chimica.

  • Voi siete stati fra i primi a denunciare l’inganno dell’ENI?

In realtà no, i primi che hanno avanzato grossi dubbi su questo progetto sono stati l’ISDE e il GRIG. Noi siamo arrivati subito dopo e anche grazie al loro lavoro di ricerca e studio, solo che abbiamo fatto un lavoro diverso. Creando prima di tutto un comitato che ci ha permesso di costituirci parte civile nei processi che riguardano l’Eni nell’area industriale di Porto Torres, ma specialmente abbiamo usato le parole giuste, abbiamo trasformato i dati che ISDE, ma anche il Ministero dell’Ambiente ha sempre messo a disposizione, come il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I., in informazioni alla portata di tutti. Abbiamo diffuso una consapevolezza collettiva dei luoghi in cui ci è dato vivere. Lo abbiamo fatto attraverso i social network, non perdendo mai l’occasione di rovesciare le notizie che la stampa, non solo locale, dava in pasto alla gente. Abbiamo smontato punto per punto ogni loro dichiarazione sempre, anche con gesti: sit.in, occupazioni, manifestazioni che hanno coinvolto i collettivi artistici sorti nell’area del nord/ovest della Sardegna. Abbiamo denunciato e svelato questo progetto ovunque ci è stato possibile farlo, comprese amministrazioni comunali, aule universitarie e strade.

  • A che punto sono le bonifiche? Vedremo mai Porto Torres risanata?

Le bonifiche in realtà non sono mai partite, salvo piccoli interventi di facciata, che pero’ non hanno certamente risolto il problema delle falde, dei pozzi della Nurra, della polla di benzene nella darsena o della ormai famosa Collina dei Veleni di Minciaredda. Non sarà certo la nostra generazione a godere di una nuova Porto Torres, manca la volontà politica, se c’è una cosa che è emersa in questi anni, è che i nostri amministratori hanno ceduto su questi luoghi la sovranità e il controllo, i fatti dimostrano che non capiscono ciò che sta accadendo da anni in questi territori, ceduti a multinazionali senza scrupoli che impunemente, con la connivenza degli incontrollati controllori stanno dando il colpo di grazia. Il problema é che lasciano fare tutto quello che passa nella testa dell’ENI, ma non é detto che un giorno o l’altro questo malaffare finirà. E prima sarebbe meglio che dopo. Noi non li molliamo.

Paola Pilisio è un’attivista ambientalista del comitato “No chimica verde” nota per le sue battaglie in tutta l’isola e vincitrice nel 2015 della sezione “Premio Terra”  del Premio Donne Pace e Ambiente. È  tra le maggiori animatrici dei comitati sorti attorno al polo petrolchimico di Porto Torres per chiedere la messa in sicurezza e la bonifica del territorio.

Il Fronte ricorda i martiri di Palabanda trucidati dai Savoia

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Il 13 maggio scorso l’organizzazione anticolonialista Fronte Indipendentista Unidu ha lanciato una campagna di forte impatto per ricordare i martiri della cosiddetta “congiura di Palabanda” avvenuta nel 1812. In realtà non si trattava affatto di una “congiura”, bensì di uno degli ultimi tentativi da parte dei rivoluzionari repubblicani, antipiemontesi e antifeudali di fare ripartire il processo rivoluzionario sardo cominciato il 28 aprile 1793 con la “cacciata dei piemontesi” a Casteddu.

Palabanda era una località (oggi nel mezzo dell’orto botanico di Casteddu) dove s’incontravano i patrioti sardi, nello specifico nella casa di Salvatore Cadeddu che aveva già preso parte ai moti antifeudali, repubblicani e indipendentisti di fine Settecento. Il canonico Spanu scrive sul tenore rivoluzionario di questi incontri: “All’ombra di due cipressi seduti tutti, solevano biasimare gli atti del Governo e quindi meditavano di farlo crollare”.

Il 1812 fu un’annata terribile, “s’annu de su famini” a causa di una grande carestia e anche delle tasse che la Corte sabauda, di stanza a Cagliari, vista l’occupazione francese del Piemonte, imponeva ai sardi per mantenere i suoi fasti in totale disprezzo delle necessità e delle ristrettezze della popolazione oramai esasperata. Oltre a Cadeddu e ad alcuni dei suoi figli dirigevano la rivolta gli avvocati Francesco Garau e Antonio Massa, il sacerdote Antonio Muroni, il docente Giuseppe Zedda, il conciatore Raimondo Sorgia, il sarto Giovanni Putzolu, il pescatore Ignazio Fanni e il panettiere Giacomo Floris. Fra i rivoluzionari anche il fratello di Frantziscu Cillocco, il notaio della Reale Udienza diventato uno dei patrioti sardi più radicali,  torturato e ucciso a Sassari dieci anni prima mentre tentava una sortita nel nord Sardegna. Insomma una compagine davvero popolare che puntava sull’esasperazione dei cagliaritani e di tutti i sardi per riavviare il processo rivoluzionario stroncato brutalmente con la repressione in tutto il territorio nazionale sardo.

L’insurrezione non ebbe successo perché fu subito scoperta dalla polizia e la macchina della repressione piemontese fu spietata, in perfetto stile sabaudo, come del resto era stata spietata nel passato. Lo stesso Angioy calcola nel suo Memoriale (recentemente tradotto in sardo e in italiano da Omar Onnis) in 4.000 le vittime e parla di torture e di rastrellamenti su tutto il territorio nazionale.

Il 13 maggio 1813 venivano impiccati a Cagliari alcuni dei patrioti arrestati. Altri furono giustiziati subito, altri ancora riuscirono a fuggire all’estero.

Il Fronte Indipendentista Unidu ha diffuso su internet un banner con due figure impiccate con alle spalle una Sardigna rosso sangue su cui campeggiano i nomi  di alcuni martiri di Palabanda impiccati appunto il 13 maggio 1813, solo gli ultimi in ordine di tempo di una lunghissima serie di caduti per la causa della libertà, dell’indipendenza e del progresso contro il blocco storico, purtroppo vincitore, dei piemontesi, dei feudatari e dei sardi collaborazionisti.

 

(per ulteriori e più approfondite informazioni sull’insurrezione di Palabanda consultare il sito della Fondazione Sardinia: http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=4707)

Francesco Casula: perché spostare la statua di Carlo Felice

Abbiamo intervistato Francesco Casula, un noto storico sardo, sulle motivazioni della richiesta di rimozione della statua di Carlo Felice dal centro di Cagliari.

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  • Da dove nasce la petizione “Spostiamo la statua di Carlo Felice”?

Il promotore del Comitato “Spostiamo la statua di Carlo Felice” è stato il professore universitario Giuseppe Melis Giordano. Io ho aderito subito e volentieri offrendo il mio contributo soprattutto dal punto di vista storico. Perché l’appello? Perché un popolo deve innalzare monumenti ai propri eroi non ai propri carnefici. E Carlo Felice tale è stato, per ammissione di tutti gli storici liberi.: un viceré e poi re, ottuso e inetto, sanguinario e famelico (pensava ad accumulare il suo “privato tesoro”, depositando i soldi nelle banche londinesi mentre le carestie decimavano le popolazioni affamate). Su di lui la storia ha già emesso la sua condanna inappellabile. Lo storico Pietro Martini, pur di orientamento monarchico, lo descrive come gaudente parassita, gretto, che “avea poca cultura di lettere e ancor meno di pubblici negozi… servo dei ministri ma più dei cortigiani”. Ai feudatari, da viceré, – scrive, un altro storico sardo Raimondo Carta Raspi – diede carta bianca per dissanguare i vassalli. Mentre a personaggi come Giuseppe Valentino affidò il governo: questi svolse il suo compito ricorrendo al terrore, innalzando forche soprattutto contro i seguaci di Giovanni Maria Angioy, tanto da meritarsi, da parte di Giovanni Siotto-Pintor, l’epiteto di “carnefice e giudice dei suoi concittadini”. Divenuto re con l’abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I, mira a conservare e restaurare in Sardegna lo stato di brutale sfruttamento e di spaventosa arretratezza: “con le decime, coi feudi, coi privilegi, col foro clericale, col dispotismo viceregio, con l’iniquo sistema tributario, col terribile potere economico e coll’enorme codazzo degli abusi, delle ingiustizie, delle ineguaglianze e delle oppressioni intrinseche ad ordini di governo nati nel medioevo”: è ancora Pietro Martini a scriverlo.

  •  Qual’è stato storicamente il rapporto tra i sardi e i Savoia?

I savoia, letteralmente, odiavano i Sardi, Li disprezzavano. Di qui l’oppressione economica e fiscale, la repressione e il terrore: soprattutto da parte di Carlo .Felice. Il suo maestro, in tal senso è il reazionario Giuseppe de Maistre che arrivato in Sardegna nel 1800 per reggere la reale cancelleria, non pensa nei tre anni di reggenza, che ai propri interessi denotando uno sviscerato disprezzo per i sardi “je ne connais rien dans l’univers au-dessous (sotto) des molentes”, soleva affermare nei loro confronti e in una lettera da Pietroburgo al Ministro Rossi nel 1805 scrive : “Le sarde est plus savage che le savage , car le savage ne connait la lumiere e le Sarde la connait”.

Purtroppo molti, troppi sardi, riversano nei confronti dei savoia simpatie e consensi. E persino entusiastiche acclamazioni:annotano alcuni storici. Sindrome di Stoccolma? O opera degli ascari locali? Propenderei per questa ipotesi, sulla scia di Pietro Martini che scrive:”Le acclamazioni furono poche e queste furono comprate o vennero dagli uomini del privilegio, del favore e della reazione”.

  • Savoia a parte, sembra che i sardi non abbiano nessuno a cui dedicare le vie e le piazze. Non abbiamo una nostra storia, dei nostri poeti, dei personaggi di spicco?

 La scuola italiana in Sardegna, da sempre, con una impostazione pedagogica, didattica e culturale coloniale e italocentrica, ha proibito, negato e  interrato, in primis la lingua sarda. E con essa la nostra ricca e variegata poesia e letteratura. Proprio in questi ultimi anni ho pubblicato due volumi su “Letteratura e civiltà della Sardegna” da cui emergono decine e decine di Autori, universalmente riconosciuti come poeti e romanzieri di altissimo valore, che la scuola ha cancellato:sic et simpliciter. Penso a Grazia Deledda, Lussu, Salvatore Satta; penso a Peppino Mereu  Montanaru, Cicitu Masala, Benvenuto Lobina.

Una scuola che ha cancellato omines e feminas de gabale, (penso a Eleonora d’Arborea ma anche a Marianna Bussalai) o intellettuali di livello europeo come Sigismondo Arquer; o eroi come Giovanni Maria Angioy e con esso Francesco Cilocco o Sanna Corda, vittime della violenta repressione dei Savoia e soprattutto di Carlo Felice. Un popolo libero e orgoglioso a questi personaggi deve dedicare le sue piazze, le sue vie, i suoi monumenti. Non agli oppressori.

  •  Qualcuno ha detto che la cancellazione sistematica della lingua e della memoria storica di un popolo sono da considerarsi un genocidio, a prescindere dalla presenza di omicidi di massa. I sardi stanno subendo un genocidio?

Sì è proprio così. Lo scriveva fin dagli anni ’70 Antonio Simon Mossa: “Un processo forzato di integrazione minaccia l’identità culturale, linguistica ed etnica”. Un vero e proprio genocidio sia pure – cito ancora Simon Mossa – “sotto ad innocente maschera della difesa di determinati interessi di classe o di casta, di privilegi, di antiche sopraffazioni … con i guanti di velluto anziché col bastone”.

Perché si commette genocidio, prosegue l’intellettuale algherese: “Non solo distruggendo fisicamente un popolo. Vi sono altri modi: assoggettandolo a schiavitù e a regime coloniale, assimilandolo per mezzo dell’integrazione: questo è il più moderno, il più subdolo perché incomincia con l’intorpidimento delle coscienze, ma il punto di arrivo è lo stesso: l’uccisione della coscienza comunitaria di un popolo e la distruzione della sua personalità”.

  • Perché la sinistra italiana (cioè quella sinistra che non mette in discussione il rapporto coloniale con l’Italia della Sardegna) non apprezza la lotta per cambiare la toponomastica degli indipendentisti e di alcuni intellettuali sardi?

La sinistra italiana – ma in genere il marxismo occidentale –  è stata storicamente statalista e centralista. Per la verità con dei maestri e teorici illustri come Engels: “Il proletariato – affermava nel 1847 – può utilizzare soltanto la forma della repubblica una e indivisibile” e “non solo ha bisogno dell’accentramento com’è avviato dalla borghesia, ma dovrà addirittura portarlo più avanti”. Per questo lo stesso Engels combatte il Federalismo “perché semplice espressione di anacronistici particolarismi provinciali”.  Fa eccezione l’austromarxismo. Ricordo che nel 1899 al Congresso socialista austriaco si sostenne che la “soluzione delle questioni nazionali faceva parte degli interessi del proletariato ed era compito del Movimento socialista ed operaio coltivare e sviluppare le specificità nazionali di tutti i popoli dell’Austria”.Peraltro in sintonia con il Marx più rivoluzionario che sosteneva: “un popolo che opprime un altro popolo non può mai essere libero” e a proposito della Questione irlandese affermava: “la vittoria della classe operaia inglese non può risolvere la Questione irlandese, sarà invece la soluzione della Questione irlandese a favorire e rendere possibile la vittoria della classe operaia”. Il PCI  si è sempre mosso in direzione opposta: non ha mai capito né voluto riconoscere il colonialismo interno né tanto meno sostenuto i diritti dei popoli: ad iniziare da quello dell’autodeterminazione e, dunque dell’indipendenza. Di qui la sua ostilità verso tutto quello che è sardo: ad iniziare dalla toponomastica.

 

https://www.change.org/p/sindaco-spostiamo-la-statua-di-carlo-felice-istesiemus-s-ist%C3%A0tua-de-carlo-felice

 

Fondazione Sardinia contro lo spopolamento

 

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È previsto per domani a Seneghe (domenica 8 maggio) un incontro organizzato dalla Fondazione “Sardinia” Sulle cause dello spopolamento e sulle possibili misure alternative per il riequilibrio territoriale.

Dopo un saluto del presidente della Fondazione Sardinia Bachisio Bandinu introdurrà Salvatore Cubeddu, direttore della Fondazione. Seguiranno poi gli interventi programmati: Federico Francioni (dai dati storici ai programmi ad hoc contro lo spopolamento, da inserire in un progetto complessivo); Mario Cubeddu (animare i Comuni con gli incontri di tipo letterario e culturale: l’esperienza di Seneghe e di altri centri); Vanni Lobrano, Università di Sassari (che cosa si può fare sul versante delle istituzioni); Benedetto Meloni, Università di Cagliari (una riflessione sulle esperienze di sviluppo locale); Vincenzo Migaleddu (verso un futuro senza inquinamento e desertificazioni); Paolo Pisu, Sindaco emerito di Laconi (che cosa hanno fatto e che cosa ancora possono fare i piccoli Comuni nella lotta allo spopolamento).

Il convegno di domani appare tanto più importante dopo la pubblicazione di SEO (Sardinian Socio Economic Observatory) sulla spaventosa tendenza allo spopolamento della Sardegna. SEO aveva osservato che la tendenza allo spopolamento non c’entra nulla con l’insularità e che anzi i dati di Eurostat mostrano la crescita “per tutte le principali isole europee (sia per numero di abitanti che per estensione) nel periodo che va dal 2015 al 2080”.

Secondo le stime la Sardegna perderà “il 34% della popolazione attuale e si collocherà in testa in un’ipotetica graduatoria dello spopolamento”.

Differente è la situazione di tutte le altre isole mediterranee – continuano gli autori di SEO – che vedranno crescere la propria popolazione nel periodo considerato “con incrementi che spaziano dal +50% della Corsica al +13% di Malta”.

Le ragioni dello spopolamento sono quindi esclusivamente politiche ed economiche ed hanno a che fare con il regime neo coloniale o semi coloniale a cui è sottoposta la nostra terra. Speriamo dunque che dal convegno di domani vengano fuori soluzioni e prospettive di rottura per dare alla nostra terra un futuro che non sia il deserto dello spopolamento.

L’appuntamento è previsto alle ore 9,30, nella Sala consiliare del Comune di Seneghe.

https://seosardinia.wordpress.com/

http://www.fondazionesardinia.eu/ita/

 

Manifestazione di Teulada contro la Trident: Prosciolte le tre militanti per irrilevanza dei fatti contestati.

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foto Roberto Pili

Manifestazione di Teulada contro la Trident: Prosciolte le tre militanti per irrilevanza dei fatti contestati.

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale minorile di Cagliari dopo una breve udienza ha archiviato la posizione delle tre militanti contro l’occupazione militare per irrilevanza dei fatti contestati. Si chiude così il caso delle tre antimilitariste minorenni – una di 16 anni e le altre di 17 – protagoniste con un’altra ventina di attivisti della violazione del Poligono di Teulada durante la manifestazione contro l’esercitazione Trident Juncture del 3 novembre scorso, giornata culminata con cariche delle forze dell’ordine all’esterno del Poligono e lo stop delle esercitazioni intorno alle ore 15:00.

Seguirono forti polemiche riguardo la gestione della manifestazione; dal divieto di manifestazione da parte del Questore Gagliardi, motivato con la necessità “di dare un segnale forte“, ai fogli di via notificati ai militanti del Comitato Studentesco contro l’Occupazione militare, passando per l’imponente assetto militare implementato a Sant’Anna Arresi la giornata del 3 novembre come nelle due settimane precedenti. Fino alle cariche al corteo e la divulgazione di notizie false sull’interruzione dell’esercitazione NATO, come nel caso del Generale Giovanni Pintus secondo il quale lo stop era già in programma in quanto le operazioni si sarebbero dovute protrarre fino ad ora di pranzo del 3 novembre. In realtà, è noto che le attività fossero programmate fino alle ore 18:00.

Accompagnate dagli avvocati e dai genitori, le tre giovani militanti sono comparse giovedì di fronte al Gip del Tribunale minorile con l’accusa di essere entrate nella zona militare interdetta di Teulada. Erano state identificate e denunciate nel corso della protesta e oggi il giudice – come prevede l’ordinamento della giustizia minorile – doveva valutare la rilevanza dell’accusa per decide se proseguire nel giudizio, propendendo come detto per un’archiviazione.

Dopo il caso dei militanti del movimento contro l’occupazione perquisiti e fermati con l’accusa di divulgazione di materiale coperto da segreto militare, rivelatisi poi normali atti accessibili con ordinarie procedure di legge, si chiude nel migliore dei modi per le tre giovani militanti sarde l’ennesima pagina repressiva che dimostra come lo scontro in atto tra lo Stato italiano e il Popolo sardo sul versante dell’occupazione militare mantenga un ruolo di primo piano nella vita politica e sociale della Sardegna.

Al momento non sono previste altre udienze relativamente ai fatti del 3 novembre a Teulada anche se stanno giungendo nuove denunce a carico di vari militanti autori del taglio alle reti e dell’accesso al Poligono.