Intervista inedita a Vincenzo Migaleddu

In occasione dell’inaugurazione della sede della CSS a Sassari, Pesa Sardigna aveva intervistato Vincenzo Migaleddu sul progetto “Sardigna terra bia”.

Per motivi tecnici questa intervista non è stata pubblicata immediatamente e, passato qualche tempo, si è deciso con Migaleddu di rimandare il discorso ad analisi più fresche.

Riteniamo ora di dover pubblicare questa intervista inedita non solo per rendere omaggio alla memoria di Migaleddu, ma anche per restituire una immagine completa della sua attività, perché egli non era soltanto un grande medico e un grande ambientalista, ma anche un vero patriota sardo orientato con tutte le sue forze alla difesa della lingua sarda e alla battaglia per l’autodeterminazione della nazione sarda, a partire dalla protezione della nostra terra dalle grinfie della speculazione colonialista e del malaffare.

Liberazione nazionale sarda e rivoluzione – Intervista a Gianfranco Camboni

Gian Franco Camboni, storico comunista, insegnante di storia e filosofia, oggi militante del Partito Comunista dei Lavoratori.

Il mondo sta cambiando. Alcuni parlano di passaggio di fase dal nuovo ordine mondiale nord-americano al multipolarismo. Sei d’accordo?

Concetti quali multipolarismo, unilateralismo, isolazionismo etc., tratti dalla politologia e dalla geopolitica, non ci aiutano a comprendere le dinamiche politiche su scala mondiale. Tali definizioni prescindono dai concreti rapporti sociali e perciò sono astratte. Il concreto, al contrario, dell’astratto è tale perché sintesi di molteplici determinazioni (Marx), per cui la concretezza dell’analisi politica può essere solo quando la politica è considerata quale “sintesi dell’economia”, cioè della lotta fra le classi. Per essere chiari, dopo il crollo dell’URSS si parlò di multipolarità, mentre si procedeva all’allargamento della NATO a est; dopo l’elezione di Obama si parlò di un G2 USA-Cina e Obama sfoderava l’AIR-SEA-BATTLE, il piano di aggressione alla Cina.

Per comprendere la situazione attuale dobbiamo analizzarla come il risultato dei compiti che l’imperialismo si è dato dopo la vittoria dei soviet nell’ottobre del ’17. Furono sottratti all’imperialismo circa 24 709 825 km² e le immense ricchezze del suo sottosuolo, infatti la Russia era una semicolonia del capitalismo inglese e francese. La sua effettiva sovranità nazionale l’ottenne solo con lo repubblica dei soviet. La rivoluzione russa dette l’impulso alle rivoluzioni anticoloniali che aggravarono la condizione dell’imperialismo. Non c’è bisogno d’essere laureati alla Sorbona per capire che dall’ottobre del 1917 la direttrice di marcia dell’imperialismo fu quella di riprendersi ciò che gli era stato espropriato. Tutta la politica della classe dominante è determinata da questo imperativo. Roosevelt fece concessioni alla classe operaia americana, perché la combinazione della lotta di classe operaia negli USA dopo il crollo del ’29 con la presenza dell’URSS poteva essere fatale alla classe dominante USA. Lo “stato sociale” del secondo dopoguerra fu una concessione nei paesi dominanti per evitare la rivoluzione. Ma il destino dell’URSS non era eterno come sostenevano molti sovietologi sovietici. Il destino dell’URSS era legato alla vittoria della rivoluzione mondiale. Di ciò erano pienamente consapevoli Lenin e Trotsky e tutta la loro strategia e tattica era fondata su tale consapevolezza. Il destino dell’URSS era quello di una rivoluzione politica antiburocratica o la restaurazione.

L’illusione della burocrazia ex sovietica che la restaurazione capitalista, iniziata con Gorbaciov, si sarebbe tradotta in un nuovo ordine mondiale dove l’imperialismo gli avrebbe concesso un posto a tavola è stata solo un illusione. La prima guerra all’Iraq di Bush padre fu un modo di tastare la burocrazia prossima alla capitolazione definitiva.

La crisi inarrestabile iniziata nel 2007, dopo il fallimento delle politiche keynesiane e del “liberismo”, ha costretto l’imperialismo a concentrarsi sul modo classico con cui risolvere le sue crisi, il militarismo.
Dal 1991 viviamo in uno stato di guerra imperialista ininterrotta, ma dopo il 2007 il militarismo ha subito una accelerazione straordinaria. Si è completato l’accerchiamento della Russia e con il colpo di stato di Kiev nel 2014 è iniziata l’aggressione. Obama ai primi del 2012 decise di spostare il 60% della marina militare a Oriente, verso la Cina. Il Giappone ha iniziato il riarmo e la sua dottrina militare è in funzione anticinese. Questo è il risultato della direttrice storica.
Vedere nelle divisioni tattiche dell’imperialismo l’emergenza di “nuovi ordini mondiali” è fuorviante. Un esempio basta per tutti, il gen. J. Mattick è stato messo a segretario della difesa per tenere sotto controllo Trump, il sen. Mccain, grande sostenitore di Mattis, giovedì 30 marzo, ha chiesto una commisione d’inchiesta sui rapporti tra Trump e capitalisti russi. Ma le leggi della crisi capitalistica e quelle della guerra sono le stesse della rivoluzione. Questa è la ragione per cui il militarismo all’estero richiede all’interno una politica autoritaria che liquidi le libertà politiche e sindacali del proletariato e lo sguinzagliamento delle bande fasciste. Per questa ragione è necessario accelerare i tempi di costruzione dell’Internazionale, cioè del Partito della Rivoluzione socialista mondiale. Siamo entrati in un periodo di guerre civili, cioè di una forma specifica della lotta di classe.

Il movimento comunista ha subito “un arresto un pò ovunque, eppure riemergono con forza le ragioni che tra Ottocento e Novecento l’avevano fatto nascere. In che cosa sbagliano i comunisti del terzo millennio?

Ti risponderò in positivo, ma prima voglio svolgere una considerazione su un errore che bisogna superare al più presto. Gli esseri umani sono vittime di un feticcio che il filosofo rivoluzionario inglese, del XVII sec., Francis Bacon definì idola tribus, il feticcio strutturale della specie umana, cioè il considerare il proprio presente ed il proprio tempo come la normalità storica. Di fronte allo scoppio della crisi nel 2007 (l’ultimo anello della crisi iniziata alla fine degli anni ’60), molti rimasero attoniti perché erano convinti che il capitale avrebbe superato la crisi. Costoro erano convinti che il capitalismo dello “stato sociale” fosse la norma. Le cose invece non stanno così. Invece di vedere le implicazioni rivoluzionarie della crisi s’impegnarono a cercare quale carota il capitale avrebbe concesso invece di vedere il bastone che assestava un colpo dietro l’altro. Vediamo la fine miserabile di Syriza: invece di utilizzare il consenso e la mobilitazione delle masse elleniche per espropriare banche e industrie, per armare il popolo e far diventare la Grecia il punto di partenza della rivoluzione in Europa è diventata uno strumento del capitalismo greco ed europeo. Altri di fronte alla crisi hanno pensato che l’unico modo per rispondere alla crisi fosse il ripiegamento sullo stato nazionale, il cosìddetto sovranismo. Provate a pensare una linea di questo tipo in rapporto alla Sardegna.
La liberazione della Sardegna passa attraverso lo sfascio rivoluzionario dello stato italiano e dell’Unione europea.
Gramsci e i suoi compagni, fra questi Pietro Tresso “Blasco”, avendo ben chiara la natura dell’imperialismo italiano e la storia dello stato post-unitario lanciarono al III ed al IV Congresso del PCd’I, la linea della Repubblica sarda degli operai, la Repubblica siciliana, quella del Sud e del Nord. La svolta cominformista di Stalin, con la nascita del Partito Comunista Italiano, seppellì quei congressi: ecco come, per usare una espressione indipendentista, il PCI divenne un partito “italianista”.

Il ricompattamento dei comunisti deve avvenire proprio col riconoscimento che le leggi della crisi, della guerra e della rivoluzione sono ben attive. Il crollo dell’URSS ha segnato su scala internazionale un arretramento dei rapporti di forza per il proletariato, ma per dirla con Hegel “tutte le cose in sé sono contraddittorie”. Il dissolvimento dell’URSS ha avuto come effetto la fine della presa sulla classe operaia dei partiti di origine stalinista e di quelli della socialdemocrazia. Questo costituisce per noi un vantaggio. Ma sono ad ora non si è stati capaci di sfruttarlo sino in fondo. Pensiamo agli scioperi in Francia dello scorso anno dove le masse in tanti episodi hanno rotto la legalità. Invece di unificarsi in una direzione politica per quelle masse, con tale volontà di lotta, coloro che lo dovevano fare hanno preferito star dietro ai vertici burocratici della CGT. Abbiamo un patrimonio teorico-politico di due secoli, una storia di vittorie e di sconfitte, si tratta di applicarle.

La Sardegna versa in condizioni disastrose. Qual è la tua analisi sulla fase socio-politica della nostra isola?

In Sardegna, in maniera tale che solo gli apologeti più ottusi e ben pagati lo negano, c’è un vero e proprio regresso storico delle forze produttive. Come in tutte le crisi profonde precedenti le masse sarde rispondono con lotte senza avere il feticcio della legalità: i minatori che hanno difeso gli imbocchi delle miniere con la dinamite, che hanno fatto scappare ministri in elicottero, l’azione di difesa degli operai dell’Alcoa a Roma, i pastori che hanno affrontato la polizia a Cagliari, il movimento contro le basi militari, la Nato e la guerra imperialista.

Come in tutte le crisi profonde riemerge la coscienza nazionale che nello specifico della nostra storia significa rovesciamento della borghesia sarda e italiana e conquista del potere politico. Un’avanguardia di giovani proletari e studenti ha assimilato, per usare una formula della sinistra indipendentista, che la liberazione sociale e nazionale sono inseparabili. Riconosciamo al FIU il contributo decisivo che dà in questa direzione.  Quest’avanguardia ha dimostrato di saper rispondere immediatamente allo squadrismo con la giornata del 25 marzo ed è consapevole che solo lottando contro il colonialismo ed il capitalismo si batte il mostro. Perciò ciò che dobbiamo fare è costruire una politica sindacale che risponda con l’azione diretta al padrone, un esempio ci viene dal Sicobas, che pur essendo attivo nel continente, non è né italianista né italiota e lo prova il suo carattere multietnico, in particolare, i nostri coraggiosi fratelli arabi. In Sardegna va fatta unitariamente una campagna contro la burocrazia sindacale collaborazionista denunciandola quale agente del padrone e del colonialismo.

Molti sono i compiti, molte le difficoltà e molto breve è  il tempo per prepararci per le battaglie decisive, ma come i rivoluzionari e le rivoluzionarie hanno affrontato con successo le crisi rivoluzionarie così le affronteremo pure noi. Amus a binchere!

Mobilitazione dei bancari sardi: “Stanno smantellando il credito!”

Una foto della mobilitazione dei lavoratori e dei sindacalisti a Sassari

Lo scorso 21 febbraio 2017, a Sassari, l’assemblea dei lavoratori del Banco di Sardegna ha indetto un’azione di protesta per lamentare e denunciare attraverso il Sindacato le problematiche che stanno scaturendo dalla fusione dello storico istituto bancario sardo con una banca più piccola, la BPER (Banca Popolare dell’Emilia Romagna), avvenuta nel 2001. All’evento hanno partecipato tutte le seguenti sigle: CSS,  FABI, FIRST-CISL, CGIL-FISAC, UGL, UILCA, UNISIN.

Il piano, secondo quanto sostenuto dai lavoratori e in contrasto con quanto dichiarato dalla BPER stessa, è assolutamente quanto di più iniquo e lontano dalla realtà possa esserci. Tale condizione è stata già oggetto di denuncia da parte di diversi Sindacati, che attraverso quanto esternato dalla loro dichiarazione contenuta nell’accordo quadro sulle ricadute del personale, sostengono nero su bianco che le previsioni riguardanti l’occupazione, la politica del credito e la capillarità del gruppo nei territori, rilevano un lento ma inesorabile ritiro del Gruppo bancario dagli stessi, fatto che ha colpito soprattutto la Sardegna e il Sud-Italia.

Il programma della BPER, spinto da una carica fin troppo lusinghiera, prometteva il mantenimento della propria impronta di “banca di retail regionale”, creando idealmente nuove opportunità di sviluppo per le economie territoriali, l’estensione dei servizi al cliente e l’attivazione di nuovi canali, come da richiesta di mercato.

La realtà, allo stato attuale, è più grave che mai. La fusione, nel tempo, sta portando al totale decentramento dei maggiori enti decisionali dell’Isola, come ad esempio la Sardaleasing che ha trasferito tutte le proprie competenze alla sede di Milano. Stessa cosa accaduta alla Banca di Sassari, inglobata al Banco di Sardegna prima e poi passata al diretto controllo della BPER.

Fino ad ora il gruppo ha chiuso, secondo quanto riportato dal comunicato stampa, 102 sportelli, di cui 65 solo al Banco di Sardegna. Un numero altissimo, se si pensa alle filiali stanziate nel solo territorio dell’Isola. Oltre alla chiusura delle filiali poi, il cui processo sarà inarrestabile, c’è stato un drastico taglio dell’organico, fatto che andrà a peggiore la qualità dei servizi rispetto al cliente. I lavoratori, inoltre, invece di usufruire della tecnologia adeguata a snellire le operazioni, si ritrovano a dover operare tramite sistemi lenti e obsoleti, molto distanti dalle promesse fatte. A ciò si aggiunge il generale stato di confusione dei ruoli e il continuo ricambio di persone, che disorienta e crea un clima di caos, perfino nella clientela che perde così i propri punti di riferimento.

Per quanto riguarda la Sardegna, la delocalizzazione e la totale indifferenza delle peculiarità territoriali da parte della BPER, porterà a una progressiva condizione di subalternità, penalizzante tanto per le imprese locali quanto, di conseguenza, per l’economia dell’Isola.

Pare chiaro, alla luce di quanto descritto fino ad ora, che non siano più sufficienti la buona volontà e lo spirito di abnegazione dei lavoratori, ma che sia necessario un serio impegno nello sviluppo delle risorse umane, siano essi dipendenti o clienti.

Ci saranno a breve altre mobilitazioni da parte dei movimenti e dei sindacati.

Partimus dae Tue – Pro s’Alternativa Natzionale

Più di cento persone hanno partecipato all’incontro “Partimus dae Tue”, promosso dalle organizzazioni aderenti allo spazio di sintesi politica Pro s’Alternativa Natzionale, che si è tenuto domenica 19 Febbraio presso il castello San Michele a Cagliari.

L’incontro, che voleva essere il primo momento di politica partecipativa organizzato dai partiti e movimenti che aderiscono al progetto, ha raccolto un pubblico eterogeneo che ha seguito con attenzione i vari interventi introduttivi, con i quali sono state illustrate le ragioni e le necessità che hanno la Sardegna ed il suo Popolo di iniziare a percorrere la strada verso la propria autodeterminazione, e di farlo uniti.

Attraverso l’analisi degli open data statistici è stato fatto un focus sulla Sardegna, un crudo spaccato del presente e del futuro dell’isola che racconta di una terra e di un popolo “in via di estinzione”, in preda a un inesorabile spopolamento, con un livello di disoccupazione pari al 50% che, se confrontato con analoghi dati delle altre isole europee o di altre Nazioni affini alla nostra, le quali hanno prospettive di crescita opposte, ha messo in evidenza il fatto che la causa principale dell’attuale condizione e del futuro dei sardi, decisamente cupo, sia da ascrivere all’immobilismo della classe politica -incapace di attuare strategie coerenti per delle riforme strutturali- e alle oggettive condizioni di dipendenza in cui è mantenuta la Sardegna dai governi centrali e dalle loro propaggini isolane.

Fulcro della mattinata è stata la partecipazione dei presenti che hanno potuto esprimere, tramite l’ausilio di pannelli tematici predisposti dagli organizzatori, suggerimenti, idee e soluzioni su dieci settori d’intervento (Agricoltura, Difesa Dell’Ambiente, Igiene e Sanità, Industria, Lavoro e Formazione Professionale, Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Trasporti, Turismo, Artigianato e Commercio) che riprendevano le competenze attuali di alcuni assessorati della RAS.
Un pannello di lavoro a parte è stato dedicato alla raccolta di idee e suggerimenti sulla riforma Statutaria in continuità con il lavoro organizzato la settimana precedente nell’incontro di Pro s’Alternativa natzionale organizzato a Sassari.

In conclusione della mattinata, gli organizzatori dopo aver valutato gli apporti dei presenti, hanno deciso di dedicare i prossimi incontri tematici ai due argomenti che hanno destato più interesse e raccolto più idee e suggerimenti: Lavoro, formazione professionale e Pubblica Istruzione.

Per informazioni sul progetto Pro s’Alternativa Natzionale:

https://www.facebook.com/alternativanatzionale/?fref=ts

 

I diritti dei sardi nel XXI secolo – Pro s’Alternativa Natzionale

Sabato 11 Febbraio, presso l’auditorium sito in Viale Umberto n°11 a Sassari, si terrà un’importante giornata di approfondimento e dibattito sui diritti dei sardi, intitolato “Sos deretos de sos sardos in su sèculu XXI – dae s’Istatutu a sa Costitutzione de sos sardos”.

I lavori verranno suddivisi in due sessioni (dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 15 alle 20,00) cui parteciperanno come relatori i portavoce dei movimenti che compongono il progetto dell’Alternativa Natzionale (Cristiano Sabino per il FIU, Gianluca Collu Cecchini per ProgReS, Gianfranco Sollai per Gentes, Claudia Zuncheddu per Sardigna Libera, Bustianu Cumpostu per SNI), e alcuni nomi di spicco del panorama politico e intellettuale sardo: Carlo Pala (politologo); Federico Francioni (storico); Omar Chessa (costituzionalista); Cristian Solinas (segretario del Psd’AZ), Paolo Mureddu (Rossomori); Bobore Cubeddu (Fondazione Sardinia); Ernesto Batteta (Sardegna Possibile).

Come si evince dal titolo dell’evento, la giornata sarà dedicata alla discussione sul cruciale problema della spoliazione dei diritti dei sardi da parte del sistema politico italiano. Attraverso l’analisi e la lettura critica dello Statuto Autonomistico a tutt’oggi vigente, si studieranno adeguate strategie per l’applicazione di tutti quei punti rimasti lettera morta e si discuterà di tutti quei diritti fondamentali che nello Statuto non compaiono e che invece sarebbe necessario riportare.

Se infatti lo Statuto fosse stato applicato nei suoi principali punti, la Sardegna probabilmente avrebbe una maggiore autonomia, in termini economici e non solo, ma è anche vero che ciò non basta e che oggi risulta imprescindibile conquistare nuovi diritti e nuove competenze per permettere al Popolo sardo di stare al mondo da soggetto storico libero e capace di prendere decisioni per la sua vita e il suo futuro.

L’obiettivo dichiarato della giornata è dunque quello di contribuire alla nascita di un grande movimento sinergico capace di guidare il popolo sardo verso l’autodeterminazione e l’autogoverno e avviare così una fase di revisione dello Statuto, che porterà alla riscrittura della Carta fondamentale dei sardi.

Breast Unit – Intervista a Luana Farina

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Intervista a Luana Farina, militante del Fronte Indipendentista Unidu, da sempre impegnata nella lotta per i diritti civili, femminista, promotrice di diverse manifestazioni e proteste per la sanità sarda.

Che cos’è la Breast Unit e a chi si rivolge?

La Breast Unit (traduzione: Unità Senologica) – o per meglio dire- le Breast Units sono dei Centri multidisciplinari di senologia, ideati per la prevenzione e la cura del tumore al seno. In questi spazi viene assicurata, alle donne affette dal carcinoma del seno, un’assistenza da parte di un team di specialisti dedicati, che si fanno carico di tutti i bisogni fisici nonché psicologici delle pazienti. La donna viene accompagnata nell’iter della malattia, dalla diagnosi al follow up.
Si rivolge inoltre alle donne che non sono affette da tumore al seno, proponendo campagne di prevenzione, effettuando visite senologiche, mettendo a disposizione le sue strutture e i suoi medici con il programma italiano di screening mammografico. La Breast Unit dovrebbe peraltro garantire l’utilizzo di tecnologie avanzate e la presenza di personale altamente qualificato nella diagnostica senologica.

La Breast Unit è legge? È già stato avviato il percorso in qualche regione?

Esiste un documento italiano ufficiale, inviato dal Ministero della Salute nel 2012, che spiega e definisce ogni fase del percorso della Breast Unit: “Linee di indirizzo sulle modalità organizzative ed assistenziali della rete dei centri di senologia”. Tale dossier, oltre a definire le linee guida e analizzare le necessità che hanno portato all’ideazione di questo tipo di percorso, stabilisce che le Breast Unit devono essere istituite in ogni metropoli dell’Italia. Attualmente quasi tutte le città hanno applicato questo decreto: la Sardegna, invece, non ha ancora avviato il protocollo. Almeno non in tutte le città. Infatti, per quanto concerne la nostra isola, solamente Cagliari è provvista di questo importante sistema terapeutico olistico; a Sassari sono state fatte tante promesse, tuttavia ad oggi della Breast Unit non si vede nemmeno l’ombra. Da una parte le promesse della classe dirigente ospedaliera, dall’altra le sollecitazioni dei cittadini: ad oggi un nulla di fatto, che non potrà avere risvolti positivi, dato che la scadenza per l’avvio delle pratiche era prevista per il 1 gennaio 2017. I dirigenti della ASL Sassari e dell’Azienda Ospedaliera Universitaria si erano impegnati pubblicamente, il 1 gennaio 2016, per la messa in atto del progetto e dovrebbero oggi rendicontare il perché del mancato ottemperamento alle loro dichiarazioni e, ancora una volta pubblicamente, assumersi le proprie responsabilità, in senno alle 40mila firme raccolte dai sassaresi e alle molteplici manifestazioni, che hanno visto in prima linea soprattutto ammalati e donne che non chiedevano altro che il proprio diritto alle cure.

Perché la Sardegna, nella fattispecie, ha bisogno della Breast Unit?

L’ASL Olbia nel 2009 pubblica un articolo che parla da sé: nel nord Sardegna ogni anno si ammalano 250 donne:
“I dati disponibili sono quelli del Registro Tumori del nord Sardegna relativi alla popolazione delle Asl di Sassari e di Olbia: in questo territorio vengono segnalati ogni anno 250 nuovi casi di tumore mammario infiltrante, potenzialmente capace di dare localizzazioni a distanza”

Ad oggi il trend è in aumento. È chiaro, allora, che l’istituzione di una struttura che sappia badare ad ogni aspetto di questa patologia sia ora più che mai necessario.
Per quanto riguarda tutte le categorie di tumori e il tasso di mortalità, la Sardegna si colloca al secondo posto tra il 2006 e il 2012, preceduta dalla Campania.

Link utili:

I voucher, la distruzione del lavoro e la Sardegna

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La storia
A partire dal 2003, i vari governi italiani che si sono susseguiti, hanno attuato una progressiva trasformazione del lavoro retribuito, con l’introduzione del voucher, altrimenti conosciuto come “buono lavoro”, smantellando i contratti portatori di diritti, perfino quelli precari. I buoni lavoro servirebbero, in teoria, a regolamentare il lavoro accessorio e di natura occasionale, destinato a restare in nero come lavori stagionali, ripetizioni private e baby-sitting.
Il voucher viene introdotto ufficialmente nel 2003 a opera del secondo governo Berlusconi (a seguito della contestatissima legge Biagi che costò la vita al giuslavorista omonimo). Successivamente il Governo Prodi nel 2008 diede piena attuazione alla legge, a dimostrazione del fatto che in materia economica la continuità fra i due schieramenti è stata sempre pienamente garantita. Nel 2009, con il nuovo Governo Berlusconi, Viene legittimato l’utilizzo dei buoni anche da parte degli enti locali, per attività di giardinaggio, pulizia e manutenzione dei beni pubblici. Nel 2010 la vendita dei voucher ha trovato un altro vettore, ovvero le tabaccherie, facilitandone a dismisura la proliferazione incontrollata. Successivamente, assistiamo alla totale liberalizzazione dei voucher con il Governo Monti nell’ambito della riforma Fornero e infine al suo pieno utilizzo ed estensione con il Governo Renzi (nell’ambito della riforma sul lavoro, il cosiddetto Jobs Act), che ha innalzato il tetto di utilizzo da 5.000 a 7.000 € annui, eliminando anche la dicitura “di natura meramente occasionale”. Così, nati in teoria per coprire i lavori occasionali e tipicamente in nero, i voucher sono presto diventati uno dei sistemi più convenienti per sfruttare i lavoratori eliminando diritti e garanzie.

Come si articola il lavoro accessorio
Il lavoratore svolge presso l’azienda le stesse mansioni degli altri ma viene inquadrato diversamente. Per un certo periodo la prestazione lavorativa sarà part-time, poi dopo il licenziamento, verrà imposto al lavoratore di svolgere attività con pagamento a mezzo voucher. Su 10 euro di vucher 7,50 vanno al lavoratore e 2,50 all’INPS. Un modello di pagamento e di prestazione lavorativa che lascia dietro sé pesanti strascichi: esso non costituisce infatti nessuna fonte di contribuzione previdenziale, né serve a calcolare l’anzianità del lavoratore. Per riuscire ad acquisire un minimo di 20 anni lavorativi, tra lavoro precario, in nero, periodi di disoccupazione, il lavoratore sarà comunque costretto a dilatare i tempi della sua attività, percependo ugualmente importi ridottissimi. Ecco perché una parte del sindacalismo ha raccolto le firme per indire un referendum con lo scopo di abolire i voucher. Le firme sono attualmente al vaglio della Corte Costituzionale che ne dovrà valutare la legittimità.

Il voucher in cifre
I voucher sono una storia tutta italiana, a dispetto di quanto viene continuamente ripetuto sulla necessità di imitare i modelli europei. Oltretutto il fenomeno appare ormai fuori controllo. Stando a quanto riportato dal monitoraggio INPS continua il vertiginoso calo delle assunzioni a tempo indeterminato a tutto vantaggio dei voucher: nel 2016 le assunzioni a tempo indeterminato sono crollate del -32,9%, mentre i voucher hanno proliferato.

I voucher in Sardegna
La Sardegna ha subito la progressiva soppressione del lavoro a tempo indeterminato, che ad oggi riporta un -45%.
Nel 2015 si è toccata una cifra vertiginosa: +82%, 15 punti percentuali in più della media italiana e nel 2016 la vendita dei buoni continua a crescere (+36,6%). Le cifre fanno venire il capogiro, anche perché nello stesso tempo crollano verticalmente le assunzioni a tempo indeterminato. Risultato di questa folle politica ultraliberista? Il lavoro nero resta in “nero” e i contratti portatori di diritti perdono velocemente terreno! L’utilizzo dei buoni lavoro in Sardegna spopola soprattutto nel settore turistico-ricettivo e nel commercio (28% dei voucher venduti), dove funziona da vera e propria copertura del lavoro nero (spesso la prima ora viene pagata in voucher e il resto in nero)
Una tattica, quella dell’uso del voucher, che va ad incidere sul già pesante tasso di disoccupazione, che nell’isola risulta molto più elevato rispetto a quello italiano: 17,35% contro l’11,90%.

I voucher e la RAS
A peggiorare la situazione, già grave in ambito dello stato, le amministrazioni regionali sarde sono state più lealiste del Re e hanno ampiamente impiegato il modello voucher. Tutto è iniziato con la giunta Cappellacci con la questione dei 5000 tirocini formativi (“Sardegna Tirocini”) che hanno trasformato i tirocinanti in veri e propri operai sottopagati proprio mediante l’uso dei voucher, aggirando i minimi contrattuali. All’epoca il centrosinistra aveva alzato le barricate, ma poi ha proseguito sulla stessa linea. Cappellacci aveva precorso i tempi perché la giunta Pigliaru, con il programma “flexicurity”, ha destinato 23 milioni di euro alle imprese per facilitare l’assunzione di “persone svantaggiate” (tirocini rivolti a persone tra i 40 e i 59 anni espulse dal mercato del lavoro ), erogando appunto bonus e voucher. Una pratica definita “imbarazzante anche da alcuni alleati di Governo (http://www.vitobiolchini.it/2015/04/28/rifondazione-scrive-a-pigliaru-la-flexicurity-e-imbarazzante-i-tirocini-per-i-40enni-umilianti-inoltre-chi-comanda-in-assessorato/). Il tutto senza alcun vincolo di assunzione da parte delle imprese, come aveva fatto il buon vecchio e tanto criticato Cappellacci. Difatti il programma è stato un totale flop e solo 17 persone sono state assunte a tempo indeterminato.

Contestato il SI-ndaco di Sassari

Grafica del FIU per il referendum
Grafica del FIU per il referendum

Una “Passeggiata ombra per il NO” è ciò che ieri un gruppo di militanti del Fronte di Sassari ha effettuato lungo il percorso scelto dal sindaco Nicola Sanna, da piazza Tola fino ad arrivare in Via Luzzatti.
I militanti hanno dato vita all’azione con dei manifesti appuntati addosso, che riportavano la scritta “A su refendum deo voto No”, per poi fermare i passanti e fare controinformazione. A pochi passi da Nicola Sanna che, attorniato da una “piccola corte” e scortato dalla polizia urbana, fermava i passanti per spiegare le sue ragioni per votare Si, gli indipendentisti contestavano il sindaco renziano.

15284823_10209998321146385_1321732058032173450_nA tal proposito il Fronte fa notare che esiste la Circolare del Ministero dell’Interno sul “Divieto per le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di comunicazione“, lasciando liberi gli esponenti politici di fare propaganda soltanto in quanto cittadini, circolare a cui il sindaco Sanna non si è attenuto, chiamando la sua iniziativa “Basta un SIndaco”

Secondo il Fronte, il sindaco Sanna, come già fatto in occasione dello spettacolo organizzato al teatro Verdi per la campagna populista di Renzi, ha dimostrato, ancora una volta, d’essere un bravo “tzeraccu bambu”, disposto a qualsiasi cosa pur d’ingraziarsi “su mere Renzi”, mancando ai suoi doveri di equilibrio e correttezza e di amministratore super partes.

Il FIU Sassari coglie l’occasione per ricordare che terrà aperta la sede di Via Cetti per tutta la giornata di sabato 3, al fine di continuare a fare controinformazione referendaria.

DASS: la nuova frontiera dell’occupazione militare della Sardegna

divietodi-accessoIntervista all’attivista dell’Assemblea Sarda contro l’occupazione militare Fabrizio Addis sul Distretto Aerospaziale Sardo.

  1. Cos’è il Distretto Aerospaziale Sardo (DASS)?

Per Distretto Aerospaziale della Sardegna si intende la società di tipo consortile (51% a fondo pubblico, 49% a fondo privato) che si occupa di ricerca e sviluppo di tecnologie legate all’ambito aerospaziale. Quello sardo è uno dei 6 presenti all’interno del territorio italiano e il presidente è Giacomo Cao, docente ordinario di Ingegneria all’Università di Cagliari. Le società che vi partecipano ad oggi sono 25 e, a dispetto di quello che si racconta sull’uso esclusivamente civile del Distretto, numerose di queste sono direttamente colluse con l’apparato militare e ricevono commesse milionarie da esso. La lista delle società coinvolte è facilmente reperibile da questo link (http://www.unica.it/pub/7/show.jsp?id=32371&iso=20&is=7). Basta andare a fare una piccola ricerca sul web per rendersi conto di come industrie come Avio Spa, Alenia, Aermacchi vi figurino.

2. Che ruolo ha il PD nell’occupazione militare della Sardegna?

Il PD svolge un ruolo determinante, sia dal punto di vista italiano che sardo il Partito Democratico si dimostra per ciò che è ed è sempre stato: lo zerbino dei poteri forti e dell’apparato militare. In 3 anni di giunta Pigliaru si sono sentite poche voci contro, perlopiù a livello strumentale (basti ricordare la finta minaccia di bloccare la Trident da parte dell’assessore Maninchedda, poi mai attuata).

A dimostrazione dell’asservimento totale stanno le parole e le strategie dell’assessore Paci che ha da poco siglato un accordo che permetterà al DASS di accedere ai fondi POR FESR 2014 2020 (si parla di centinaia di milioni di euro) e che ha ribadito l importanza strategica per la Sardegna del progetto . Inoltre nella finanziaria 2015 vennero stanziati 500 000 euro sempre per il DASS. Se vogliamo quindi liberarci dalla presenza ingombrante dei militari non possiamo fare affidamento su questa gente

3. Che cos’è il dual use?

Per dual use si intende un sistema di uso civile/militare inerente specialmente alle tecnologie sperimentate all’interno del distretto. I casi più lampanti sono quelli dei droni Anteos sviluppati da Aermatica Spa e del razzo VEGA sviluppato da Avio Spa. Molte delle aziende coinvolte nel DASS sperimentano tecnologie dual use (Nurjana, Alenia aermacchi, Piaggio Spa). Risulta ancora più evidente quindi quale sia il ruolo reale del distretto che, sempre secondo la Strategia di Specializzazione, andrebbe a investire sul PISQ (Poligono Interforze del Salto di Quirra, N.d.R.) che viene descritto come polo d’attrazione per la presenza della Vitrociset che già vi sperimenta tecnologie militari/civili e che nacque nel ’56 sotto il patrocinio di Broglio, padre della ricerca aerospaziale in Italia.

Contro l’inceneritore di Tossilo – Manifestazione 29 ottobre

inceneritore2-372x221“Non posso immaginare uno Stato centrale che impone ai territori qualcosa che non vogliono.”
Il presidente Pigliaru lo disse il 13 ottobre, appena dieci giorni fa, in occasione della dichiarazione di sostegno al Si per il referendum costituzionale. Ed ecco che la IV sezione del Consiglio di Stato ha sospeso la sentenza contro l’inceneritore emessa dal Tar Sardegna, sentenza per cui i cittadini, numerosi sindaci sardi, comitati di lotta, organizzazioni ecologiste e indipendentiste hanno lottato e si sono schierati.

Nonostante la contrarietà palesatasi durante la lunga mobilitazione popolare, lo Stato centrale ha imposto qualcosa che i cittadini non vogliono- dichiarano gli organizzatori Associazione Temporanea di Idee “14 dicembre” e Libe.r.u.
A dare man forte a questo sopruso di Stato è stata proprio la Regione, che si è appellata alla decisione del Tar, ponendosi essa stessa quindi contro la chiara volontà dei cittadini.
Dopo l’accaduto è più chiaro cosa sia accaduto con la firma del “Patto per la Sardegna”, firmato con Renzi a fine luglio scorso: in esso, infatti, era già presente la voce di finanziamento dell’inceneritore di Tossilo, nonostante in quel momento il Consiglio di Stato non si fosse ancora pronunciato. Si dimostra, dunque, una becera premeditazione da parte degli organi.

Mentre tutta Europa procede allo smantellamento degli inceneritori, in Sardegna li si finanzia.

Appare altresì sconcertante che dal Piano Regionale sui Rifiuti emerga che questo gigantesco finanziamento di oltre 40 milioni serva per un impianto che dovrà essere spento entro il 2030. Un costosissimo impianto che, dopo il tempo di costruzione, resterà in funzione appena dieci anni: sarà impiegato giusto il tempo di risolvere il problema rifiuti delle grandi città italiane.
Queste vicende assumono chiaramente i connotati della presa in giro e, ovviamente come al solito, dell’imposizione coloniale contro i cittadini sardi, contro il loro diritto alla salute, dato che l’incidenza di patologie è altissima, contro la loro volontà di una gestione ecologica ed ecocompatibile del ciclo dei rifiuti.
La giunta Pigliaru insiste sull’incenerimento, nonostante esistano metodologie meno costose e più efficaci nel fondamentale rispetto dell’ambiente, spendendo molti più soldi pubblici, con un minor numero di occupati, non curandosi affato dei dati allarmanti di incidenza di tumori nel territorio.
“Noi Sardi non siamo servi di nessuno e la nostra terra non sarà la discarica di nessuno!”

Per questo motivo i cittadini liberi di questa terra si ritroveranno sabato 29 ottobre alle ore 10:30 davanti ai cancelli dell’inceneritore di Tossilo per dire un forte NO ALL’INCENERIMENTO dei rifiuti e un forte SI alla riconversione dello stabilimento, con la conferma occupazionale per tutto il personale attualmente occupato e il rilancio di una gestione dei rifiuti basata sulla valorizzazione delle materie prime e sul rispetto della salute umana e ambientale.

Articolo tratto dall’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/697060100452698/permalink/697604103731631/