Lo schifo dell’occupazione militare

LA BASE AMERICANA DEL LIMBARA: INQUINAMENTO E MANCATE BONIFICHE. ECCO LE FOTO CHE TESTIMONIANO LO SCHIFO CHE LASCIA L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA SARDEGNA (dalla pagina fb di A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna)

Qualche giorno fa, siamo stati in gita vicino a Tempio, più precisamente in cima al monte Limbara, un vero gioiello situato nella Sardegna nord-orientale.
E’ proprio in uno degli angoli più belli dell’isola che si erge la base radio USAF (United States Air Force), un regalino che gli americani hanno lasciato in gentile concessione all’areonautica militare italiana, ma che di fatto rimane sul groppone della Sardegna e dei sardi.

Questa installazione militare entrò in funzione nel 1966 durante la guerra fredda, con lo scopo di trasmettere, dall’altra parte del mondo, messaggi in codice; diventando il principale centro di controllo delle comunicazioni radio nel mediterraneo.


Non ci vollero tanti anni e con le nuove tecnologie, la base diventò antiquata e non più utilizzabile, con la conseguente dismissione da parte degli americani, che invece di bonificare l’area e tornare da dove sono venuti, hanno avuto la brillante idea di regalare la base all’areonautica militare che, essendo a conoscenza delle condizioni ormai obsolete di quelle apparecchiature, accettò il gentile gesto da parte dell’alleato, abbandonandola a sua volta.
Dal 2008 la mela marcia passa alla Regione Sardegna, proprio così come era nel 1993, senza eseguire un briciolo di bonifica o un briciolo di messa in sicurezza dell’area.

Ecco come appare oggi, un area stuprata e fortemente inquinata vista anche la presenza di piombo, nafta, vetro, lana di ferro e rame, oltre a tutto il materiale e le strutture presenti completamente divelte da 25 anni di completo abbandono.
Non vi è nemmeno un cartello di pericolo o una qualche ostruzione al passaggio nelle zone più pericolanti.

Per questo ribadiamo che AFORAS, oltre a combattere per la chiusura definitiva di tutte le basi militari in Sardegna, si batte anche per la bonifica e la restituzione delle terre alle comunità.

#aforas

A scuola di guerra e di disastro ambientale

La denuncia del collettivo oristanese “Furia Rossa” arriva come una tegolata in testa: ad Oristano l’Istituto tecnico Lorenzo Mossa spedisce i ragazzi impegnati nell’alternanza scuola-lavoro nel poligono interforze del Salto di Quirra. Di per se sarebbe già una notizia che dovrebbe fare interrogare sul rapporto militare-scuola e formazione, ma va aggiunto che è in corso un processo per disastro ambientale che riguarda le attività di quel poligono. Tutto questo è etico, è opportuno, e soprattutto è educativo e didattico?

Inoltre c’è un particolare che fa pensare. Uno dei tre indirizzi dell’istituto  riguarda il turismo. Educare alla “cultura” dell’occupazione militare della nostra terra è compatibile con la prospettiva di un turismo sostenibile sia antropicamente che ambientalmente?

Pubblichiamo per intero il comunicato perché riteniamo che vada letto e veicolato integralmente.

Apprendiamo dalla stampa che alcune classi dell’Istituto Mossa sono state impiegate in un percorso di alternanza scuola-lavoro presso il Poligono Interforze del Salto di Quirra. Il fatto ci preoccupa, perché crediamo con fermezza che la scuola pubblica non dovrebbe instradare i propri studenti verso la carriera lavorativa nell’esercito, né crediamo sia eticamente corretto mettere dei ragazzi e delle ragazze di 18 anni a studiare e a esercitarsi su tecniche di guerra. Inoltre accogliamo con dispiacere la notizia che le scuole sarde, legittimino con questo tipo di attività i soggetti e le strutture che perpetrano da 50 anni la situazione di occupazione militare della nostra isola, con tutte le ricadute negative che ne conseguono, non ultima l’impossibilità per i sardi di fruire di enormi porzioni di terra – ricordiamo che il PISQ è tra i poligoni più grandi d’Europa – che, se impiegate in attività produttive diverse potrebbero far vivere dignitosamente molte più persone. Queste sono considerazioni nostre, ma vogliamo sottolineare un’altra cosa che dovrebbe destare preoccupazione in tutte le persone che hanno a cuore il ruolo formativo ed educativo della scuola pubblica, e che dovrebbe, crediamo, essere sottoposta a dibattito nel Consiglio d’Istituto e nel Collegio docenti della scuola interessata. Il Poligono Interforze del Salto di Quirra è oggetto di un processo, che si svolge presso il tribunale di Lanusei, che vede otto ufficiali delle forze armate italiane imputati per omissione agggravata di cautele contro infortuni e disastri. Se anche questi otto indagati dovessero alla fine venire assolti, il quadro generale che emerge dal dibattimento – basta leggere gli articoli di giornale – e che emerge anche dalle relazioni delle varie Commissioni di indagine parlamentari sull’uranio impoverito – che, ricordiamo, sono organi dotati dello stesso potere dell’autorità giudiziaria – non lascia alcun dubbio in merito all’incredibile situazione di totale spregio delle più basilari misure di sicurezza dei lavoratori e di violazione delle più elementari norme di tutela dell’ambiente che va avanti, nel poligono, da decenni. Ci sembra ovvio che nessuno accetterebbe mai un percorso di alternanza scuola-lavoro presso un’impresa indagata per reati ambientali, ma non è così per i poligoni militari e tutto questo accade mentre a Roma viene sgomberato con la forza un liceo occupato e mentre, anche nella nostra città, si moltiplicano le operazioni repressive contro gli studenti che fanno uso di droghe leggere, invece di avviare percorsi per la miglior comprensione e per la consapevolezza da parte giovani dei rischi legati all’utilizzo di sostanze stupefacenti. Invitiamo tutte le dirigenze scolastiche della città e della provincia ad avviare percorsi di informazione per i propri studenti e per il proprio corpo docente su quanto sta venendo dibattuto nel processo di Lanusei sul disastro ambientale nel Poligono di Quirra e a non ripetere esperienze di alternanza di scuola lavoro di questo tipo, che rischiano di ingenerare, negli studenti, l’idea che per i militari tutto sia lecito e consentito e che i poligoni militari presenti in Sardegna siano un paradiso incontaminato, dove tutto è sempre stato fatto con trasparenza e rispetto delle norme di sicurezza per le popolazioni locali e per i lavoratori. Cosa che, e lo attestano i documenti ufficiali, non è vera.

Collettivo Furia Rossa – Oristano

Sanidade sarda: sa gherra sighit

Un gruppo di attivisti  al concentramento organizzato dalla Rete Sarda in difesa della sanità pubblica

Lo scorso 25 ottobre è stata una giornata di importante mobilitazione per tutti i comitati sardi in lotta per difendere il diritto alla salute e per i presidi occupati nella difesa degli ospedali in via di dismissione.

E’ stata una giornata importante nella storia delle nostre lotte – scrive Claudia Zuncheddu, portavoce Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica –Le rappresentanze di tutti i territori della Sardegna hanno sfilato dietro un’unica bandiera apartitica, ma fortemente politica: quella della tutela del diritto inalienabile dei sardi alla Salute, diritto che non può prescindere dalla difesa degli ospedali dei territori disagiati e delle città.

La Rete ha dato una dimostrazione concreta di come sia possibile fare Politiche giuste, amministrare al meglio il Bene collettivo come quello della Salute. Anche se abbiamo ben capito che ciò implica una rivoluzione radicale dell’intero sistema politico.

La Rete ha saputo dare un nuovo impulso alle lotte per i diritti dei sardi. La distanza dai partiti politici e la partecipazione attiva delle comunità nell’elaborare soluzioni possibili ai processi di smantellamento degli ospedali pubblici e di tutti i servizi sanitari territoriali, hanno fatto della Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica un’avanguardia riconosciuta e rispettata in loco ed oltre Tirreno.

E’ palese che la Rete dei comitati sia particolarmente temuta dalle forze politiche di maggioranza e di opposizione presenti in Consiglio Regionale, entrambi responsabili dello smantellamento dei nostri ospedali. La complessità del tema sulla Sanità, in questi anni, ha richiesto a ciascuno di noi studio, approfondimenti e confronti costanti all’interno dei territori e tra i territori. Le nostre analisi, le nostre osservazioni e le nostre proposte che partono dalle specificità locali, sono arrivate costantemente nelle redazioni dei giornali e sui tavoli della Politica a tutti i livelli.

La miopia, l’ignoranza e la sudditanza che spesso regna sovrana nelle istituzioni sarde, non ci hanno fermato.
Abbiamo interloquito con amministratori locali talvolta condizionati dall’appartenenza partitica, i nostri messaggi sono arrivati sui banchi di ogni singolo consigliere della Regione Autonoma, della Commissione Sanità, della Giunta e delle Presidenze. I momenti di confronto non sono mancati con le leadership dell’Azienda sanitaria. Abbiamo fatto pervenire documenti preziosi alle ministre della Salute che si sono alternate negli ultimi governi a Roma, ci siamo appellati persino agli Ordini dei Medici della Sardegna.

Abbiamo messo a disposizione le nostre competenze al Presidente del Consiglio con lo spirito di collaborare perché si evitassero danni per le nostre comunità. Abbiamo chiesto audizioni alla Commissione Sanità, assolutamente non all’altezza dei compiti.
Nonostante il colpevole silenzio generale, le nostre azioni non sono state inutili e la storia ci chiede di andare avanti. Se non lo facciamo noi, nessuno lo farà per noi.
Grazie all’attività di ogni nostro comitato la Rete sta sperimentando un modello di partecipazione dal basso alle scelte politiche. In questi anni, giorno dopo giorno, abbiamo praticato il ruolo di opposizione e di proposta a chi governa la Sardegna in materia sanitaria. E’ una sperimentazione straordinaria visto che le forze politiche deputate all’opposizione in Consiglio, hanno rinunciato al ruolo.
Noi non sappiamo quando, ma è certo che ci sarà la stagione per la raccolta dei frutti del grande lavoro della Rete.

Per questo dico che la lotta e la Resistenza è un dovere quando le decisioni neoliberiste-antipopolari diventano Legge come nel caso della Sanità.

Il 25 ottobre è stato un evento speciale non solo per partecipazione numerica, di cui parlano le immagini, ma perché le rappresentanze di tutte le comunità sarde in lotta per difendere i propri ospedali hanno deciso di non abdicare alla guida dell’importante processo in corso.
Il 25 ottobre è anche la conferma che il “re è nudo”. Dall’interlocuzione con i vertici della Giunta e della Massima assemblea dei sardi, per la sufficienza, la superficialità, l’arroganza, il vuoto delle loro argomentazioni, i buchi di memoria, il negare tutto di fronte all’evidenza dei fatti, i tentativi di dividerci anche con toni che violano lo stile di correttezza previsto dal Protocollo istituzionale, si deduce che il cammino della Rete è lungo e ciascuno di noi deve impegnarsi perché nessun ostacolo blocchi il suo percorso. Cresceranno su tanti fronti i tentativi per minare la nostra solidità.
La Rete Sarda dopo aver bocciato i rappresentati istituzionali per l’inutile audizione, attende di poter visionare la “garantita bontà” delle modifiche al piano di riorganizzazione della rete chirurgica.
La Lotta continua.

Anche il Comitato Sanità Bene Comune – Sarcidano/Barbagia di Seulo  interviene con una nota di analisi e riflessione pubblica post mobilitazione che valorizza la formazione che riportiamo qui sotto:

Un largo fronte di volontà popolare democratica e di risentimento sociale genuino ha bussato forte alla porta della coscienza governativa regionale. Per la prima volta nella storia della sanità sarda, 10 comitati civici appartenenti a 10 diversi territori, si sono confederati per manifestare al Consiglio Regionale tutte le sfumature del dramma socio-sanitario che sta attraversando la nostra isola. Il nostro Comitato ha fatto la sua parte, proseguendo quella ricerca di risposte e quella richiesta di tutela dei servizi che ha sempre contraddistinto il nostro operato. Nonostante i rapporti con la politica sarda siano sempre stati difficili, non abbiamo esitato a chiedere al Presidente Ganau, ai capigruppo e all’Assessore Arru di poter rivedere insieme i nodi irrisolti di una riforma la quale senza importanti modifiche rappresenta una fatale minaccia per i presidi ospedalieri delle zone disagiate. Abbiamo ribadito l’importanza della chiarezza nei confronti del popolo, chiedendo ai consiglieri di maggioranza di sciogliere le ambiguità che hanno finora caratterizzato il loro atteggiamento nei confronti di una tendenza generale che vede l’ATS guidata da Moirano proseguire un opera di smantellamento dei servizi ospedalieri perfino più profonda ed avanzata di quanto fosse lecito aspettarsi leggendo la riforma. Abbiamo evidenziato come, in una democrazia, non si possano delegare organi tecnico-sanitari per determinare i destini sanitari dei sardi e dei servizi ospedalieri, ma devono essere gli eletti ad assumersi le responsabilità politiche. Abbiamo anche ammonito i nostri illustri interlocutori circa la difficoltà di mantenere la pace sociale in Sardegna, allorché non vengano prese minimamente in considerazione le richiesti dei territori: la lenta decadenza del ruolo storico degli ospedali, anche da un punto di vista socio-economico, non può essere accettata come imposizione unilaterale. Chiediamo che qualsiasi trasformazione profonda del tessuto sardo venga concertata con le istituzioni locali e con i comitati civici. Purtroppo il clima dell’incontro è stato condizionato dalle intemperanze dell’Assessore Arru, il quale, per motivazioni che non ci sono ancora ben chiare, si è rivolto molto duramente contro la Portavoce del comitato “Salviamo il Paolo Merlo della Maddalena”, alla quale va tutta la nostra fraterna stima e riconoscenza. Infine questi sono giorni di attesa e di riflessione. Siamo in attesa di capire se il tavolo del 25 avrà conseguenze concrete sul piano di una possibile apertura a modifiche rilevanti. Siamo in riflessione per capire se le massime istituzioni della nostra isola riusciranno a scrollarsi di dosso la supponenza tecnicistica, la tracotanza statistica e l’autoreferenzialità da primi della classe che finora ne ha caratterizzato l’approccio. Nel frattempo i comitati continueranno a presidiare, monitorare e vigilare i propri ospedali, a rafforzare la loro fraterna determinazione e a dare nuovo impulso a questa nuova forma di democrazia partecipata e collettiva: la confederazione dei comitati civici dentro la Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica. 

Metanodotto: energia economica e pulita o nuova servitù coloniale?

Un momento del dibattito organizzato a La Corte (Sassari) in cui è intervenuta per Caminera Noa l’insegnanete e giornalista Ninni Tedesco

di Ninni Tedesco

No metano nord Sardegna ha scelto di  incontrarsi e confrontarsi con  il pubblico nella frazione di La Corte con l’intenzione di informare sulle conseguenze che la scelta del metano in Sardegna soprattutto nelle campagne e nelle aree periferiche.

I relatori hanno infatti, ciascuno nel suo campo, illustrato in modo chiaro e con dati alla mano le ragioni della scelta di un NO deciso e motivato.

Coordinati  e presentati da Paola Pilisio, nota portavoce dei comitati ambientalisti  in difesa dell’energia pulita, hanno “svelato”, snocciolando numeri tratti da fonti ufficiali quali Terna, Regione Sardegna, Snam, gli innumerevoli svantaggi che tale scelta comporterebbe. A cominciare dalla geologa Laura Cadeddu che ha insistito sulle “servitù”, e non espropriazioni, che coinvolgerebbero enormi aree antropizzate dell’isola con tagli di alberi, attraversamento di corsi e specchi di acqua, seminativi e periferie di zone urbane.  Quindi Domenico Scanu, presidente di ISDE medici per l’ambiente, ricordando il grande lavoro svolto dal suo predecessore Vincenzo Migaleddu, ha ancora una volta messo in risalto i costi in termini di salute di cui nessun progetto calato dall’alto tiene conto.  Già oggi la Sardegna possiede ben due zone SIN e un sardo su tre (percentuale fra le più alte in Italia) è “contaminato” a causa di precedenti e disastrose scelte industriali.  Infatti la procedura di liquefazione del gas metano, che è una fonte fossile, risulta inquinante, come verrà spiegato più chiaramente nell’intervento del giornalista Piero Loi, il quale ricorda che nel 2015 a Parigi è stato firmato un protocollo (COP 21) contro le emissioni di CO2 e la dismissione entro il 2050 di tutte le energie derivate da fossili.  Tra i dati riportati è impressionante la differenza tra consumo energetico della Sardegna e produzione di energia: esportiamo tra il 30 e il 40% di quanto produciamo per cui, considerati i tempi per la costruzione della rete e degli Hub nei porti di Cagliari, Oristano e Portotorres, considerato che è stimata una produzione dalle 4 alle 12 volte superiore al nostro fabbisogno, che non ci saranno posti di lavoro locali significativi, ci si chiede quasi ovviamente a chi servirà tutto quel metano?

Paola Pilisio ricorda la teoria di Vincanzo Migaleddu, che sempre più diventa realtà, di un progetto che vede la nostra isola diventare una “Piattaforma energetica”, una nuova servitù alle dipendenze di Paesi lontani da noi come ad esempio  il Qatar (che ha già acquistato la compagnia Meridiana, la Costa Smeralda, il mater Olbia), che utilizzano comunque fondi pubblici della Regione per le loro imprese.

Numerosi gli interventi tra cui la sottoscritta che, a nome di Caminera Noa, che assume l’impegno di sostenere la campagna di informazione del comitato NO metano, insiste invece sulla necessità di una cornice politica in quanto la servitù energetica è purtroppo solo uno dei tanti tasselli con i quali si è svenduto il nostro territorio ad altre forme di colonizzazione altrettanto mortifere come quella delle zone militari, la privatizzazione della Sanità, le arre industriali dismesse e non bonificate. La lotta, sostiene Caminera Noa, non può essere parziale ma deve coinvolgere tutti i soggetti realmente anticolonialisti verso una reale e forte condivisione avversa a progetti che desertificano e avvelenano ciò che resta della Sardegna.

Ospedali occupati: è rivolta!

 

Il faro della sanità di La Maddalena simbolo della protesta e dell’occupazione dell’ospedale Paolo Merlo

«L’assessore Paci intervistato, sulla situazione della sanità dall’Unione Sarda lo scorso 23 settembre, esprimeva la sua felicità per “aver gestito un enorme rientro di costi senza imporre ticket. Quanto ai servizi, non è la mia competenza: forse serve tempo perché ci sia l’adeguata percezione dell’importanza della riforma”.

Evidentemente non la pensano così le decine di comitati in Sardegna stanno occupando gli ospedali in dismissione e promuovendo azioni di lotta, né il soggetto-progetto Caminera Noa che dallo scorso giugno ha sollevato la questione del finanziamento pubblico al privato denunciando in particolare l’operazione Mater Olbia, né la Rete Sarda per la sanità Pubblica che instancabilmente denuncia la dismissione ospedaliera dell’isola e ha convocato una manifestazione a Cagliari prevista per il prossimo 25 ottobre.

La mobilitazione chiamata dalla Rete sarda difesa sanità pubblica del prossimo 25 ottobre

Intanto si inasprisce la resistenza delle comunità agli scippi della sanità pubblica sui territori. A La Maddalena, dopo la riuscita manifestazione congiunta di Caminera Noa e del Comitato cittadino in difesa del Paolo Merlo, un nutrito e motivato gruppo di cittadini, armato di striscioni e bandiere sarde, ha occupato in pianta stabile l’ospedale.

L’occupazione è iniziata venerdì 5 ottobre con un blitz improvviso dopo una decisione lampo presa in giornata. I promotori sono stati subito affiancati da una gara di solidarietà da parte di chi non può fare i turni. «L’esperienza è bellissima – dice Emanuela Cauli, esponente del Comitato – ci stiamo stringendo tutti intorno al nostro ospedale. Abbiamo messo bandiere dei quattro mori ovunque perché siamo sardi anche noi e in questo senso va l’azione simbolo della torre faro alta dieci metri che accendiamo tutte le notti rivolta verso la Sardegna: una rivolta che parte da nord e che si riferisce a tutta la Sardegna. Ricordiamo gli ospedali di Ghilarza e Isili occupati anche loro e probabilmente se ne uniranno a noi. L’obiettivo è occupare fino a quando Arru e Moirano, la dottoressa Virdis dell’ATS di Olbia non verranno a sentire i disagi e le difficoltà enormi che stiamo affrontando per poterci curare. Con i tempi delle liste non si possono fare liste vitali e stiamo facendo collette comunitarie per permettere ai pazienti di fare visite private a Sassari. C’è gente che ha bisogno di interventi e non può fare l’elettrocardiogramma propedeutico perché le liste di attesa dell’ospedale sono troppo lunghe. Stamattina siamo stati richiamati dalla direzione sanitaria dell’ospedale perché secondo loro stiamo intaccando la privacy dei pazienti dell’ospedale ma non è vero perché i pazienti si siedono con noi per difendere il presidio. Per cui la nostra risposta è stata chiara: siamo qui e non ce ne andremo e soprattutto non vogliamo salvare il salvabile, vogliamo tutti i servizi che ci hanno tolto. Abbiamo capito che l’obiettivo è ridurre il nostro ospedale a una guardia medica che non copre neppure le 24 ore, bensì 12 ore. L’obiettivo è chiudere tutti gli ospedali e accentrare tutto nei grandi ospedali, anche in quelli privati come il Mater che, anche a detta degli operatori interessati, è una concausa della morte della sanità pubblica a monte dei tagli sconsiderati senza giudizio e senza umanità.

Abbiamo fortunatamente l’appoggio dell’amministrazione e abbiamo l’intenzione di andare avanti e di fare azioni sempre più forti. Abbiamo l’appoggio anche di molti professori che stanno portando le classi al presidio per spiegare cosa stiamo facendo nell’ambito di una applicata azione di educazione civica.

Dulcis in fundo  la chiesa dove gli occupanti riposavano nelle ore notturne è stata chiusa per volontà della direzione sanitaria, nonostante l’opposizione dei parroci solidali con il presidio.

Cramada a is disterraus

Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli, Milano, 1968

I circoli dei sardi esistono già e ricevono anche lauti finanziamenti dalla Regione Autonoma, ma si tratta di associazioni spesso prive di qualunque prospettiva di trasformazione della realtà sarda in chiave anticolonialista. Ciò si è reso palese con l’adesione della FASI alla raccolta firme per l’inserimento del principio di insularità nella Costituzione italiana, iniziativa come sappiamo legata ad una concezione subalterna promossa da movimenti colonialisti e di destra come i Riformatori Sardi.

Sta nel solco dell’esigenza di chiamare a raccolta gli emigrati sardi dotati di coscienza politica che non si rassegnano ad un ruolo meramente passivo o folkloristico l’evento organizzato a Bologna dal collettivo Zenti Arrubia e previsto il 18 novembre al centro sociale VAG61.

Di seguito il testo della chiamata:

 

Il periodo storico attuale, caratterizzato dalla “totale” libertà di circolazione delle merci e delle persone, ha rimesso al centro del dibattito il tema dell’immigrazione/emigrazione e delle grandi migrazioni umane. Nonostante la martellante pressione mediatica volta ad affrontare il fenomeno come un problema o una minaccia, in ognuno di noi sardi ritorna alla memoria, volente o nolente, il racconto di quel parente o amico che oggi come ieri si vede(va) costretto a lasciare il paese e gli affetti per tentare fortuna, o per studiare e dare maggiori opportunità alle proprie aspirazioni, in Italia o addirittura fuori dai confini dello stato.
La comunità sarda emigrata nella Penisola è molto numerosa e anche stratificata, in quanto comprende un nutrito gruppo di emigrati di seconda e terza generazione, ma non oltre. Contrariamente a quanto si pensa, il fenomeno migratorio sardo non ha avuto le magnitudini dell’omologo che ha riguardato la Sicilia e tutto il Meridione: prima degli anni ’60 del Novecento erano pochi i sardi che decidevano di affrontare il mare.
L’emigrazione sarda come fenomeno sociale ha quindi una precisa collocazione temporale e un preciso contesto da cui si è originata, ovvero il modello industriale esogeno di cui oggi la nostra terra ne paga le conseguenze (che, nonostante sia da tanti anni che viviamo fuori, ancora consideriamo tale).
Sappiamo che in Italia come nel resto del mondo, tra gli anni 70 e 80, siano cominciati a nascere i primi circoli dei sardi, ancora oggi attivi nei territori – e che in Italia hanno avuto anche la lungimiranza di federarsi a livello “nazionale” – che portano avanti la loro funzione di animatori del tessuto culturale in cui vivono e verso la comunità sarda ivi presente, insieme alle reti informali e mutualistiche tra sardi emigrati e tra questi e la Sardegna che i circoli hanno da sempre stimolato e agevolato; risultando ancora oggi un valido strumento per integrarsi col contesto urbano di approdo per i nuovi emigrati, nonché fare da rappresentante istituzionale per portare avanti rivendicazioni e vertenze come quelle sulla continuità territoriale.
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito inoltre ad un incremento dell’emigrazione “di cervelli”, ovvero di sardi che scelgono di frequentare le università site in Italia, vuoi per questioni strutturali legati al sottoinvestimento delle università sarde e ad una politica universitaria scadente (nonostante le potenzialità sulla carta), per un sistema di welfare studentesco non omogeneo sul territorio italiano che non garantisce i medesimi livelli di standard e che quindi incentiva a raggiungere quelle regioni con una più alta copertura di borse di studio, oppure perché semplicemente desiderosi di conoscere contesti nuovi e differenti.
Vista la notevole quantità di sardi emigrati, per le ragioni più disparate, e visto anche quel forte attaccamento verso la nostra isola che tutti sentiamo intimamente, sono molti quelli che vorrebbero avere la prospettiva di tornare in Sardegna e di potersi realizzare e vedere valorizzate le proprie competenze anche in Sardegna. Purtroppo però date le condizioni di sottosviluppo della nostra isola e nessun cambio di tendenza all’orizzonte, questo continuerà ad essere un sogno. A questo punto ci si può abbandonare al catastrofismo e vivere di eterna “saudade” oppure riflettere collettivamente se può invece rappresentare una rivendicazione da muovere a quelli che, come cinquanta anni fa, ci spingono ad emigrare e non ci permettono di tornare.
Così come i palestinesi rifugiati all’estero impugnano il diritto al ritorno nella loro terra martoriata dall’occupazione sionista, anche i sardi emigrati che desiderano tornare nella propria terra – e che magari non hanno neanche scelto di abbandonare – devono avere la possibilità di organizzarsi per essere davvero liberi di muoversi ma anche liberi di scegliere dove stanziarsi, cercando di combattere l’emorragia di persone che vedrà disabitati e abbandonati i paesi della Sardegna del futuro.
Il confronto e l’organizzazione, quindi, possono essere degli strumenti utili a problematizzare i motivi della nostra “fuga” e condividere quelli che invece ci animano quando pensiamo all’opportunità di tornare in Sardegna, cercando di concretizzarlo e di non farci vincere dalla retorica nostalgica e tragica che ammanta l’emigrazione sarda “istituzionale”.
Abbiamo bisogno di prospettive comuni e di un rinnovato senso di comunità dei sardi emigrati, che non siano solo folklore e spuntini organizzati ogni 28 aprile, ma che si pongano dei problemi sulla propria condizione di “sardo nel mondo”.
L’esperienza di forze organizzate e attive nel passato come Su Pòpulu Sardu e Sardigna Ruja, alle quali il nostro collettivo si è ispirato sin dalla sua genesi, è emblematica di questo processo ed è infatti alla loro sensibilità e alla loro azione che facciamo riferimento, invitando ad incontrarsi e organizzarsi tutti coloro che, in barba all’appiattimento sociale e al reflusso dalla politica attiva, ancora oggi partecipano alle attività di associazioni culturali, collettivi e circoli dei sardi e che vogliono lottare per poter essere padroni del proprio destino e scegliere di emigrare ma anche di poter crescere e maturare dove siamo nati o dove sentiamo le nostre radici. Per i sardi come per chiunque altro essere umano.

*** presto il programma completo

Cara Aspal ti scrivo

Gli operatori dello sportello Telèfonu Ruju (progetto lanciato dal soggetto-progetto Caminera Noae da USB) scrivono all’Agenzia Sarda per le politiche attive del lavoro. Lo fanno in maniera pubblica con tanto di nota di accompagnamento a mezzo stampa e si aspettano una risposta chiedendo spiegazioni in merito ai tanti ritardi di pagamento segnalati dai tirocinanti che si sono rivolti allo sportello.

Pesa Sardigna seguirà da vicino le evoluzioni di questa battaglia. di seguito il testo integrale della lettera diffusa da Telèfonu Ruju:

Grazie a tutte le segnalazioni ricevute abbiamo deciso di inviare una mail direttamente all’ASPAL per chiedere chiarimenti sui ritardi nei pagamenti dei tirocini.

Reputiamo necessario portare alla luce questa problematica non di poco conto. La maggior parte dei tirocini sono, in realtà, veri e propri lavori.

La cifra è già esigua, se aggiungiamo anche i ritardi nel pagamento dei 300 euro spettanti la Regione i tirocinanti e le tirocinanti stanno praticamente lavorando gratis.

Per questo abbiamo deciso di intervenire direttamente!

Qui il testo della mail:

Alla cortese attenzione dell’ASPAL,
Siamo le operatrici e gli operatori di Telèfonu Ruju, una campagna di Caminera Noa e dell’USB Sardegna che si occupa di raccogliere segnalazioni dai lavoratori e lavoratrici che vivono condizioni di sfruttamento e irregolarità sul lavoro.

Vi scriviamo per chiedere chiarimenti in merito allo stato dei pagamenti dei tirocini finanziati dalla Regione Sardegna.

In questi giorni abbiamo ricevuto numerose segnalazioni riguardanti i ritardi nei pagamenti, per entrambe le tipologie di tirocinio, che consistono in:

– Tirocini di Tipo B. Al 26/09/2018 il pagamento della quota spettante all’ASPAL non è ancora stata corrisposta. Fino al mese di giugno il pagamento è stato effettuato il giorno 18 di ogni mese, da luglio si rileva un ritardo di ben 7 giorni rispetto a questa data. Per la mensilità di giugno, corrisposta a settembre, l’accredito della somma è avvenuto il 25 luglio.

Nel mese di agosto l’ASPAL ha inviato una mail a tutti i tirocinanti e le tirocinanti in cui si chiedeva di chiudere il libretto entro il 06/08 per poter procedere con il pagamento prima della chiusura per ferie dell’amministrazione.
In questo caso il pagamento è avvenuto il 09/08.

Alla luce di questi dati vorremmo sapere se esiste una data entro la quale l’ASPAL deve corrispondere i 300 euro a suo carico; se non dovesse esistere vorremmo sapere il motivo per cui non è definita e cosa abbia interrotto la regolarità nei pagamenti, esistita fino a giugno.

– Tirocini di Tipo A. Le segnalazioni ricevute hanno tutte come oggetto i ritardi nel pagamento da parte dell’INPS, ma soprattutto la totale incertezza riguardante la data degli stessi.
I tentativi di comunicazione con gli enti non hanno avuto esito positivo, in quanto l’INPS risponde raramente e quando lo fa rimanda all’ASPAL, la quale, a sua volta, rimbalza le responsabilità verso l’INPS.

Esigiamo, dunque, chiarimenti e informazioni precise in merito alle date dei pagamenti delle due tipologie di tirocinio e chiediamo che gli enti comunichino in modo efficiente con i tirocinanti e le tirocinanti, i quali necessitano di avere notizie dei loro 300 euro mensili.

Da tutte le segnalazioni, infatti, emerge che tanti e tante tirocinanti hanno inviato numerose mail all’indirizzo “lav.agenzia.regionale@regione.sardegna.it”, senza tuttavia ottenere risposte.

Le nostre domande sono, dunque, le seguenti: esiste, per caso, un’altra mail a cui fare riferimento? Perché le richieste più che lecite vengono ignorate in questo modo?

Inoltre, alla luce delle nuove Linee Guida sui tirocini che entreranno in vigore dal primo Ottobre ex Deliberazione n.34/7 del 3.07.2018, chiediamo chiarezza sul rapporto che intercorrerà tra la nuova disciplina e i tirocini tipologia A e B che verranno attivati dal primo Ottobre, e più precisamente se a questi ultimi si applicherà interamente la nuova disciplina.

Certi di un vostro celere riscontro Vi porgiamo i nostri saluti.

Gli operatori e le operatrici di Telèfonu Ruju.

La Maddalena in piazza per difendere la sanità pubblica

Dopo aver scoperchiato il vaso di pandora del Mater Olbia con la mobilitazione dello scorso giugno, il nuovo soggetto-progetto politico Caminera Noa ritorna in piazza – questa volta affiancato dal Comitato Cittadino in difesa del Paolo Merlo di La Maddalena – per rilanciare la lotta generale in nome della sanità pubblica, contro ogni strategia di privatizzazione e per denunciare gli accordi militari tra Difesa italiana e la petro-monarchia del Qatar previsti proprio a La Maddalena. Caminera Noa lo scorso giugno attirò su di sé una serie di attacchi a mezzo stampa da parte di diverse forze politiche, dal PD al Forza Italia al Psdaz alla segreteria provinciale della CGIL ma tenne botta e scomodò perfino l’assessore Arru in una polemica pubblica.

Oggi la lotta viene rilanciata ripartendo da uno dei territori più sacrificati dalla demolizione della sanità pubblica e assume i contorni di una mobilitazione ben più ampia della base di attivisti del soggetto politico, vista la partecipazione nell’organizzazione del Comitato cittadino e l’adesione di molti cittadini di La Maddalena impegnati nell’associazionismo e persino del sindaco Luca Carlo Montella che dalla sua pagina fb annuncia la sua presenza: “Non c’è manifestazione pacifica in difesa del nostro Ospedale alla quale saremo assenti. Il 22 settembre alle 11 al Paolo Merlo NOI CI SAREMO!”. Le adesioni social sono davvero tante e gli attivisti del comitato hanno diffuso sia in rete, sia materialmente, il volantino congiunto con Caminera Noa rendendo nota anche la collaborazione della tipografia Rossi che si è resa così disponibile a sostenere questa battaglia in difesa della comunità.

Inoltre da una recente nota diramata dal Comitato cittadino si apprende che parteciperà all’evento anche l’ex consigliera regionale Claudia Zuncheddu il cui impegno in difesa della sanità pubblica è notorio e riconosciuto da tutti:

La Manifestazione a cui parteciperanno tutti i comitati aderenti alla Rete Sarda per la Sanità, con i loro portavoce, tra cui Claudia Zuncheddu, da sempre in prima linea contro lo sfascio causato da questa riforma intende unire non solo simbolicamente la nostra Sardegna, da Nord a Sud, nello spirito che dovrebbe contraddistinguere il nostro popolo, e cioè l’unione e la partecipazione democratica alla vita sociale e collettiva.

La mobilitazione incassa anche il sostegno della tavola sarda contro l’occupazione militare A Foras che, dal campeggio di Tertenia, lancia una convinta adesione alla mobilitazione:

A FORAS IN DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA

Adesione alla manifestazione in difesa del Paolo Merlo 
Sabato 22 settembre 2018 ore 11 La Maddalena

A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna è un’assemblea aperta e inclusiva che lotta per il blocco delle esercitazioni, la completa dismissione dei poligoni, il risarcimento delle popolazioni da parte di chi ha inquinato e la bonifica dei territori compromessi.

A Foras coerentemente con i principi su cui basa le sue lotte legate anche alla tutela della salute pubblica e dei territori in cui la stessa viene minata direttamente o indirettamente con politiche scellerate di impoverimento delle strutture sanitarie – proprio nei territori dove sono più evidenti anche i danni fisici sulle popolazioni che hanno ospitato e/o ospitano ancora dal 1956 strutture militari italiane e Nato, in cui si svolgono esercitazioni e formazione di militari finalizzate alla Guerra e all’occupazione militare – aderisce alla manifestazione del 22 Settembre a La Maddalena chiamata da Caminera Noa e il Comitato Cittadino in difesa dell’Ospedale “Paolo Merlo”.

Scendiamo in strada dunque in difesa delle strutture della Sanità Pubblica di tutta la Sardegna, chiuse o impoverite non solo nei finanziamenti, ma anche nei servizi ai cittadini, da una riforma sanitaria regionale volute dalla Giunta Regionale, che non solo a tale proposito ha fatto “tagli”enormi: investe nella sanità privata come il Mater Olbia del Qatar e sigla l’accordo tra Qatar, Ministero della Difesa e Regione Sardegna – che prevede che soldati del Qatar si formeranno e si eserciteranno nella scuola sottufficiali «Domenico Bastianini» di La Maddalena da gennaio 2019.
Non solo, è di questi giorni la notizia che per la fine di settembre dovrebbero arrivare un centinaio di militari provenienti dalla Libia. Per loro è stata appositamente ristrutturata una capiente palazzina. Con lo Stato nordafricano c’è un accordo formativo-militare relativo a corsi concernenti l’attività di guardia costiera.
Per la fine dell’anno o gli inizi del 2019 dovrebbero giungere anche, sempre per frequentare i corsi di Mariscuola, militari del Kuwait.
Insomma siamo di fronte all’ennesima palesazione della continua militarizzazione dell’Isola col tacito e meschino appoggio della Regione Sardegna.

L’appuntamento è per sabato 22 settembre  alle  ore 11:00, sopra il parcheggio “Opera Pia” davanti al Paolo Melo. Non di secondaria importanza è che il volantino è interamente in maddalenino.

Di seguito il comunicato congiunto di lancio della manifestazione e il link dell’evento social che lo sponsorizza:

La sanità pubblica è un bene comune che va tutelato anche impedendo progetti di speculazione privata che la danneggino. Nonostante si faccia di tutto per evitare di associare la realizzazione del Mater Olbia al ridimensionamento della rete ospedaliera pubblica di La Maddalena, tutta la Gallura e di tutta la Sardegna, la verità è facilmente dimostrabile e tutta contenuta nelle diverse disposizioni di legge dal 2014. L’accordo imposto da Renzi a Pigliaru per agevolare “gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere” è chiaramente riportato nella legge di stabilità 164 del 2014. Il “punto di riferimento per la Gallura”, come è definito il Mater, costerà caro all’isola: mentre la parola d’ordine per gli ospedali pubblici è “riduzione della spesa”, per il Mater, gli euro messi a bilancio ammontano a 55,6 milioni l’anno (Deliberazione di Giunta Regionale n.24/1 del 26/06/2014).
Non è un caso che in questi ultimi due anni siano nati già sedici Comitati in difesa degli ospedali e dei propri territori, molti dei quali convergono nella Rete Sarda in difesa della Sanità Pubblica.

LE NOSTRE RICHIESTE: Caminera Noa e il Comitato Cittadino in difesa del “Paolo Merlo” di La Maddalena chiedono non solo il miglioramento dei servizi ospedalieri pubblici di grandi dimensioni che invece sono impoveriti in tutta la Sardegna, ma soprattutto la tutela dei piccoli e quelli delle “zone disagiate”, che sono a rischio chiusura o che sono declassati e trasformati in pronto soccorso o strutture di lunga degenza. L’efficienza della sanità pubblica non può essere intesa come un mero taglio delle spese, bensì come una reale riorganizzazione che garantisca uguali servizi di qualità per tutti, a prescindere dalla densità abitativa delle aree di interesse.

Quello dell’Ospedale “Paolo Merlo” di La Maddalena è sicuramente uno dei casi più emblematici. Un esempio dei tanti danni subiti è quello del punto nascita: a tal proposito chiediamo che non sia chiuso solo perché non risponde a parametri, europei e italiani, stabiliti sulla base di concetti economici di austerity completamente decontestualizzati dalle realtà cui sono applicati. Chiediamo perciò che si applichi la deroga così com’è stato per altri ospedali definiti di “zone disagiate”, per esempio in Sicilia: Bronte, Licata, Nicosia, Corleone, Pantelleria e Cefalù; in Trentino: Cles e Cavalese; in Emilia Romagna:Scandiano (Re) e i due situati nel cratere sismico: Mirandola (Mo) e Cento (Fe).
Ripristino e/o potenziamento dei servizi soppressi o ridimensionati a La Maddalena:

Oncologia: aperta ufficialmente, in realtà non eroga terapie, solo il prelievo propedeutico alla terapia; 
Dialisi: chiude alle 14, dopodiché non c’è la reperibilità; 
Ginecologia: soppressa a causa della soppressione del percorso nascite previsto in riforma; 
Pediatria: aperto solo due volte la settimana; 
Iperbarica: solo ossigenoterapia, non funziona per emergenze;
Chirurgia: chiusa, neanche ambulatoriale; 
Farmacia ospedaliera:i farmaci arrivano da Olbia e, se non ci sono ambulanze disponibili, non possono essere somministrati ai pazienti;
Elisoccorso: per quanto efficiente, nel caso di doppia emergenza o in condizioni meteorologiche sfavorevoli, non potrà mai sostituire l’assistenza diretta in loco.

FERMIAMO LA COLONIZZAZIONE DA PARTE DEL QATAR

La Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese più ricco del mondo, ha acquistato nel 2012, la Smeralda Holding dal finanziere americano-libanese Tom Barrack, entrando in possesso di un patrimonio immobiliare consistente in 4 alberghi, la marina di Porto Cervo, il Pevero Golf Club e soprattutto nei 2.300 ettari di terreni vergini su cui oggi incombe la minaccia di una immensa lottizzazione. Inoltre La Maddalena, dal gennaio 2019, ospiterà, a seguito di un accordo tra Qatar, Ministero della Difesa, col beneplacito della Regione Sardegna, i soldati del Qatar che si formeranno e si eserciteranno nella scuola sottufficiali «Domenico Bastianini» di La Maddalena. In “cambio” l’emiro Al Thani ha annunciato l’acquisto di quattro corvette per la difesa aerea, prodotte da Fincantieri, perciò il Qatar è in grado, con il flusso di investimenti milionari spalmati in più settori strategici, dai trasporti alla sanità, di influenzare decisioni politiche importanti.

Ha ragione Claudia Zuncheddu a definire l’intera vicenda del Mater Olbia come una «operazione coloniale senza precedenti» avallata dalla quasi totalità delle forze politiche isolane (comprese alcune sedicenti sardiste o sovraniste). Il miraggio di investimenti qatariani nel Mater Olbia, lasciano intravvedere il preludio per l’abbattimento di vincoli e impedimenti all’aumento di cubature e alla realizzazione di nuove faraoniche costruzioni. In poche parole più cubature, cemento e deroghe in cambio di petroldollari. In questa direzione pare essere orientato il governo Pigliaru e i suoi alleati sovranisti che intendono modificare il PPR del 2006.

Caminera Noa e il Comitato Cittadino in difesa del “Paolo Merlo” di La Maddalena invitano tutti i cittadini di La Maddalena, Gallura e Sardegna e tutte le associazioni e i movimenti politici sensibili a tali tematiche, a partecipare domenica 22 settembre alle ore 11:00, nel parcheggio degli ospedalieri Piazzale Opera Pia davanti all’ospedale, alla manifestazione a sostegno del “Paolo Merlo”contro la privatizzazione della sanità sarda a sostegno della Sanità Pubblica, sempre più impoverita sia di risorse sia di servizi.
Il microfono sarà aperto a tutte le opinioni con la sola discriminante dell’educazione e del rispetto reciproco.

Sardegna e Sicilia isole in lotta

Il Mediterraneo è da sempre un luogo di eserciti, di strategie militari, di tensioni geopolitiche. Oggi al centro ci sono soprattutto i migranti che cercano di attraversare quelle acque per raggiungere il miraggio di una vita più degna di quella che gli è capitata nella loro terra. Incolpevoli, vittime della diplomazia e del pugno duro dei paesi europei, della speculazione dei trafficanti di armi e di materie prime estratte dall’Africa e dal Medio Oriente.

Poi ci sono i popoli che sulle sponde del Mediterraneo ci abitano, che devono rinunciare alla loro terra perché lì si devono esercitare le forze militari dei Paesi che prendono parte al Grande
Gioco del Mare Interno. Si devono esercitare – come accade nelle basi militari e nei poligoni sardi – ma usano quelle sponde anche per tenere sotto controllo quelle acque – come accade con gli impianti del MUOS in Sicilia o come sarebbe dovuto accadere con i radar che più volte hanno cercato di installare in Sardegna – o per produrre le armi che poi semineranno panico e distruzione nei paesi del Medio Oriente – come accade con le bombe prodotte a Domusnovas.

Un giorno poi, magari non troppo lontano, quelle basi serviranno di nuovo come centri logistici per le campagne militari, come già accaduto per gli attacchi in Libia solo qualche anno fa.

Costruire un Mediterraneo delle persone e dei popoli, e non degli Stati e degli apparati militari-industriali, ecco l’obiettivo di questo incontro-dibattito tra A Foras, l’assemblea Sarda contro l’occupazione militare, e i NO MUOS siciliani. Conoscersi meglio e coordinare le proprie lotte, per rendere realizzabile la prospettiva di un Mediterraneo dove tutte le persone possano circolare, ma non possano entrare eserciti e bombe. Isole in lotta contro l’occupazione militare che pervade le nostre acque, le nostre terre e le nostre vita.

Al termine dell’incontro-dibattito tra A FORAS e NO MUOS, ci sarà una cena popolare e poi un concerto che vedrà impegnati numerosi artisti della scena sarda attivi anche nel sostegno alla lotta contro le basi militari.

I proventi della serata saranno destinati al sostegno alle spese legali dei compagni e delle compagne del Collettivo Furia Rossa di Oristano, impegnati in un processo in cui alcune parti dello stato italiano li accusano di aver diffamato il loro onore, per aver semplicemente denunciato pubblicamente la violenza che aveva segnato l’esecuzione di uno sfratto qualche anno fa.

 

Metanodotto in Sardegna: regione o colonia?

C’è un appello che sta girando sottotraccia in rete ed è quello lanciato dalla pagina Sardegna Rossa, rivolto a “tutte le forze anticolonialiste sarde e a tutto il movimento operaio rivoluzionario per fermare quest’impresa scellerata”.

L’impresa scellerata è il metanodotto che dovrebbe vedere la Sardegna diventare un gigantesco hub energetico del Mediterraneo.

Qualche mese fa era intervenuto sul tema anche il giornalista Vito Biolchini sul suo blog con un articolo molto chiaro a riguardo: In Siria infuria la guerra del gas e la Sardegna vuole a tutti i costi il metano: come se niente fosse.

Biolchini scrive senza mezzi termini che il progetto, spacciato dalla giunta Pigliaru come meta di progresso e abbattimento dei costi per le imprese, “in realtà prevede soprattutto la realizzazione di depositi costieri, che dovrebbero essere realizzati non a beneficio dell’esiguo mercato sardo ma di quello internazionale, ben più vasto e promettente, depositi che consentirebbero ai grandi player dell’energia di stoccare il gas per poi rivenderlo in altri stati. Depositi costieri che per essere realizzati hanno bisogno di essere inseriti in una nuova pianificazione territoriale (ed ecco allora che potrebbe arrivare a fagiolo la nuova legge urbanistica targata VaniniErriuPigliaru, pronta a favorire gli interessi dell’Eni e non solo quelli degli speculatori locali). Con questo progetto di metanizzazione la Sardegna diventerebbe dunque un grande hub nel Mediterraneo, una piattaforma energetica inserita in un contesto internazionale e mondiale ben più vasto. E ben più instabile“.

La Sardegna secondo Biolchini diventerebbe insomma una mera piattaforma energetica, una servitù coloniale utile soltanto ai grandi attori dell’energia internazionale, con l’aggravante di andare a infilarsi in un conflitto molto serio e dagli esiti imprevedibili (tra i quali c’è una tensione militare sempre crescente) tra i due progetti in competizione: quello promosso dalla Russia attraverso l’Iran e quello spinto dagli USA attraverso il Qatar.

Di seguito l’appello di Sardegna Rossa:

Il 13 giugno 2017 il Ministero dello sviluppo economico e la Regione Sardegna (giunta di centrosinistra) firmarono l’ “Accordo procedimentale per le autorizzazioni dei metanodotti inclusi nella Rete Nazionale e nella Rete Regionale”: un metanodotto che collegherà Sarroch, Oristano e Porto Torres e sarà lungo 277 chilometri, uno unirà Cagliari al Sulcis, 57 chilometri, mentre l’ultimo spaccherà l’isola in orizzontale unendo Codrongianos a Olbia con una tubatura di 75 chilometri e due depositi a Oristano e un deposito più ampio, e con possibilità di rigassificazione, nell’area di Cagliari, approvvigionati con navi metanifere. Il costo previsto dell’impresa imperialista è di un miliardo e 578 milioni di euro. In una nota del quotidiano sardo La Nuova Sardegna del 15 settembre per quanto riguarda i tempi dell’impresa veniva scrisse: “Impossibile sapere quando l’intera opera sarà completata: trattandosi di un iter piuttosto complesso nessuno ha mai azzardato dei tempi perché il rischio è non riuscire a rispettarli”. Non c’era bisogno del commento della La Nuova Sardegna per sapere che l’opera una volta iniziata non si sa quando finirà. Storicamente le masse proletarie in Sardegna conoscono per esperienza sulla propria pelle l’efficienza dei capitalisti e del loro stato: vent’anni per la tratta ferroviaria Cagliari-Sassari (1864-1884).

L’Accordo attuale sostituisce il precedente “GALSI” (Gasdotto Algeria Sardegna Italia). Accordo nato con la costituzione di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. L’itinerario di “GALSI”: dalla stazione di El-Kala, in Algeria, per approdare a Porto Botte, in comune di Giba, da dove sarebbe dovuta salire verso nord riprendendo il mare nei pressi di Olbia per approdare, infine, in Toscana, nella zona di Piombino. L’Eni, da subito, fu contraria all’iniziativa fuori dalle linee politiche governative, iniziate con Prodi e Berlusconi, di privilegiare i rapporti con l’oligarchia russa per l’approvvigionamento del metano. La società che deteneva il 46% delle azioni “GALSI” era la Sonatrach, la compagnia di Stato algerina per la ricerca, lo sfruttamento, il trasporto, la commercializzazione di idrocarburi. Indagata, alla fine del 2012, dalla procura di Milano per una tangente di 200 milioni di euro, la Sonatrach chiese di prendere tempo fino al maggio 2013. Nel maggio del 2014 la giunta regionale di centrosinistra ritira la SFIRS (società soggetta a direzione e controllo della Regione Sardegna) dall’accordo GALSI: “L’uscita da Galsi non può in alcun modo interrompere il processo di metanizzazione già avviato con la realizzazione, attualmente in corso, delle reti urbane di distribuzione del gas, il cui completamento richiede la costruzione di una dorsale di trasporto e delle relative reti intermedie di collegamento. Anzi usciamo da Galsi proprio per rilanciare la metanizzazione della Sardegna. Non possiamo continuare a stare fermi su un tema strategico per lo sviluppo della nostra regione “, Francesco Pigliaru, presidente della giunta degli ascari di centrosinistra.  Con il ritiro dal GALSI, la Regione sarda si è ripresa gli undici milioni di euro che vi aveva investito. Con il nuovo accordo tra Snam e Società gasdotti Italia, Regione Sardegna e MiSE per il metanodotto in Sardegna, entra in ballo l’Eni che con la Snam ha firmato, alla fine del 2017, un accordo progettazione, realizzazione e manutenzione da parte di Snam di un primo lotto di 14 nuovi impianti di gas naturale compresso (compressed natural gas – CNG) all’interno della rete nazionale di distributori Eni, favorendo l’offerta di carburanti alternativi a basse emissioni come il gas naturale. La giunta degli ascari di centrosinistra vi ha reinvestito gli undici milioni.

Due sporchi affari colonialisti sulla pelle delle masse sarde. Oggi, come ieri, la borghesia italiana usa la Regione Sardegna e i governi regionali come comitato d’affari degli ascari per potervi condurre scorribande, saccheggi e devastazioni.  Lo stato italiano è nato con l’assoggettamento coloniale del sud e della Sicilia alla borghesia settentrionale guidata dai tiranni sabaudi. I Savoia estesero a tutto il Meridione e alla Sicilia il rapporto coloniale che instaurò in Sardegna con il trattato di Londra del 1720, quando gli fu messa nella testa ottusa e oscurantista la corona maledetta del Regno di Sardegna. Rapporto coloniale di cui erano consapevoli i rivoluzionari sardi nel triennio 1793-1796. Dai Savoia alla Repubblica sono falliti tutti i tentativi della classe dominante di far uscire il Meridione, la Sicilia e la Sardegna da quello che i suoi intellettuali chiamano “sottosviluppo”. La storia di questi tentativi – dalla Cassa per il Mezzogiorno, ai poli industriali petrolchimici e siderurgici, alle privatizzazioni sbandierate dal governo Amato agli inizi degli novanta alla green economy che sta trasformando la Sardegna in una terra di pale eoliche, di impianti solari e di coltivazioni per gli impianti per l’energia delle biomasse, nuovo terreno per le scorribande e i saccheggi colonialisti – dimostra che  la fuoriuscita  dal “sottosviluppo” del Meridione, della Sardegna e della Sicilia non può avvenire nell’epoca storica dell’agonia del capitalismo ma solo con il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione di regimi di dittatura rivoluzionaria del proletariato. Questa era la posizione adottata dal congresso di Lione (1926) del Partito Comunista d’Italia sezione dell’Internazionale Comunista. Tutti gli intellettuali borghesi che hanno cercato di confutarla, dai “meridionalisti” di fine XIX inizi XX a Pasquale Saraceno hanno fallito miseramente.

Tutte le avventure coloniali, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno avuto successo per la disoccupazione strutturale che alimenta un esercito industriale di riserva permanente su cui agisce il ricatto della borghesia italiana, sarda e a cui si è unito, negli ultimi trent’anni, quello della borghesia sindacale di CGIL-CISL-UIL che si prepara a vendere al meglio a Snam e Società gasdotti Italia la forza lavoro degli edili sardi, obbligati dal ricatto padronale dell’esercito industriale di riserva. Dai 56 mila edili occupati nel 2009, si è passati agli attuali 21.785 occupati nel settore. La burocrazia sindacale sarda ha sempre sostenuto la costruzione di un metanodotto. Ai cani morti della burocrazia sindacale non interessa combattere le politiche dell’esercito industriale di riserva. Quanto più è numeroso l’esercito industriale di riserva, tanto più il proletariato occupato è ricattato e sottomesso alla burocrazia sindacale. I cani morti della burocrazia potrebbero portare in piazza migliaia di edili sardi per tradurre in pratica le risorse già stanziate ed appaltate per ammodernare la viabilità che da sole valgono 900 milioni di euro; per tradurre in cantieri i 450milioni del pacchetto infrastrutture messo a punto due anni fa dalla Giunta regionale. Misure minime che se realizzate allenterebbero il ricatto dell’esercito industriale di riserva.

Gli undici milioni che la giunta regionale ha investito nel nuovo accordo sul metanodotto vanno invece utilizzati per un piano di ristrutturazione dei centri storici delle città, dei paesi e degli stazzi della Sardegna; per la riqualificazione e rafforzamento della viabilità interna su strada e su ferrovia (la centralizzazione economica, finanziaria e statale a Cagliari, a Sassari e a Olbia è l’altra faccia del depauperamento delle zone interne all’isola, di metà della popolazione sarda); la riqualificazione ed il rafforzamento del sistema idrico-fognario.

I lavoratori edili sardi non sono minimamente illusi dalle favole sulle virtù economiche del metanodotto dell’assessore all’industria Maria Grazia Piras. Hanno visto che l’edilizia turistica nelle coste sarde non ha prodotto un Eldorado ma un centro di sfruttamento servile di forza lavoro sarda, in particolare quella giovanile, per tre mesi all’anno. In Sardegna 616.791 elettori votarono, nel referendum del 2016, contro il governo, il 72,22% della popolazione. Quel No era un voto contro tutte le politiche avviate con il trattato di Maastricht. Un dato politico che ha provato l’opposizione alla classe dominante, sul piano elettorale, era ed è massicciamente diffuso. Il voto proletario ai 5stelle e a Salvini lo prova. A parte una minoranza sociale razzista indurita, il voto operaio e popolare ai giallo-verdi è dato per i contenuti della loro demagogia economico e sociale. Se il malcontento operaio e popolare non ha preso la strada anticapitalistica e degli organismi democratici rivoluzionari (i consigli), lo si deve all’assenza di un fronte unico proletario, sperimentato e disciplinato che attragga le masse e dia fiducia nel combattimento di classe. Questa è il problema che le forze rivoluzionarie devono risolvere in Sardegna, nello Stato italiano, in Europa e in tutto il mondo.

Il movimento 5Stelle ha espresso la propria contrarietà al metanodotto sardo. Andrea Vallascas, capogruppo del M5S nella Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati, ha presentato (nei primi giorni di luglio) ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico un’interrogazione sul progetto di metanizzazione della Sardegna  definito un’opera inutile e anacronistica, destinata a compromettere il territorio e a negare ancora una volta all’Isola un percorso di sviluppo sostenibile…… Ci vogliono far credere che nel giro di tre anni il gas arriverà nelle case e nelle aziende. Ma è da quando eravamo ragazzini-e che aspettiamo di percorrere la SS 131 in sicurezza, che tolgano i semafori dalla SS 554 o che, finalmente, in Sardegna sarà una cosa normale prendere un treno, così come nella gran parte dei Paesi civili……”. Vallascas con un’interrogazione parlamentare vuole costringere i vertici del capitalismo di stato ad abbandonare il progetto del metanodotto. Con un’interrogazione, Vallascas vuole fare quello che non è riuscita a fare la classe operaia sarda del Sulcis-Iglesiente e del petrolchimico di P. Torres contro i vertici dell’ENI dalla fine degli anni Cinquanta del XX secolo ad oggiI 5Stelle non porteranno mai coloro che li hanno votati contro i vertici di Snam e di Società gasdotti Italia per bloccare il metanodotto in Sardegna, così come non porteranno le masse a Roma contro il ministro dell’economia Tria (“occhio e orecchio” di Mattarella e dei vertici dell’UE nel governo giallo-verde, insieme a Moavero Milanesi).

Tutto procede in senso contrario alla “stabilizzazione”. La potenza della contraddizione e della negazione, che i disfattisti vogliono ridurre ad anomalia, è esaltata dalla bancarotta del capitalismo. Tutti gli strumenti usati dalle classi dominanti, dal 2008, si sono trasformati in fattori di aggravamento della crisi, segno inequivocabile del declino avanzato del modo di produzione capitalistico. La lotta contro quest’impresa colonialista in Sardegna necessita del sostegno e della solidarietà delle forze classiste combattive e internazionaliste di tutto lo stato italiano. Ma, prima di tutto, è l’unità di tutte le forze anticolonialiste e anticapitaliste sarde che è fondamentale.

Segui la battaglia contro il metanodotto e per una Sardegna libera sul gruppo Sardegna Rossa e le pagine Prospettiva Operaia Sardegna e Prospettiva Operaia.