Sardegna=colonia. A processo per una critica alla polizia su un blog

Nella colonia Sardegna succede che se critica l’operato delle forze dell’ordine ti puoi ritrovare con un processo kafchiano e con una richiesta di decine di migliaia di euro sul collo. Fare politica nella colonia Sardegna può essere molto pericoloso, soprattutto se si criticano le forze di occupazione militari e poliziesche. 

Domani il processo agli attivisti del collettivo oristanese Furia Rossa. Pubblichiamo il comunicato di solidarietà del soggetto-progetto politico Caminera Noa:

Caminera Noa esprime massima solidarietà ai compagni del Collettivo Furia Rossa-Oristano che domani 12 Febbraio verranno processati presso il Tribunale di Oristano per aver criticato l’operato della polizia durante uno sfratto.

Il 22 Gennaio 2015 ad Arborea ci fu il violento sfratto di una famiglia di agricoltori; dopo mesi di resistenza allo sfratto grazie alla solidarietà di tanti sardi, la polizia decise di agire con l’utilizzo di un numero spropositato e indefinito di agenti anti-sommossa. In quell’occasione è comparso sul blog “lafuriarossa.noblogs.org” un articolo (tuttora sequestrato dalla magistratura) in cui si denunciavano i fatti della giornata e si accusavano i vertici della Questura oristanese di aver esercitato “violenza di stato” e i celerini venivano definiti “canis de isterzu”.
Tanto è bastato per far partire una querela contro i membri del collettivo – denunciati dall’ex questore di Oristano Francesco Di Ruberto (lo stesso che in tv affermò a più riprese che in Sardegna c’è “un’innegabile cultura del coltello”), dal capo della Digos Vincenzo Valerioti e da un altro membro della Digos cittadina – e oggi sul banco degli imputati per concorso formale nel reato di diffamazione (art. 595, comma 3 del codice penale), nonostante due precedenti richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero.
Come se non bastasse i poliziotti si sono costituiti parte civile chiedendo una condanna a 220.000€ per i tre giovani compagni, “per l’ingente danno morale, per le gravi offese alla reputazione, alla dignità personale e per l’ingente danno esistenziale e di immagine” loro causato.

Questo fatto è un chiaro indice dei tempi bui che stiamo attraversando, fatto di atti repressivi contro gli indipendentisti e contro le forze che partecipano ai conflitti sociali in Sardegna; ma ciò che è accaduto a Oristano ci preoccupa in modo particolare, perché quando anche la libertà di pensiero e la banale critica politica – che pensavamo intoccabili – è messa sotto attacco in questo modo e la si affronta con il codice penale, siamo in pericolo tutte e tutti e questo può essere un precedente che non siamo disposti ad accettare.

Per questo ribadiamo la nostra solidarietà ai compagni oristanesi e ci auguriamo la piena assoluzione da ogni accusa.

Bianco è il colore della rabbia dei pastori. Caminera Noa al loro fianco

Un fiume di latte sversato poche ore fa a Uliana (foto diffusa sulla pagina fb del MPS)

La Sardegna si colora del latte sversato dai pastori che preferiscono buttarlo o regalarlo piuttosto che conferirlo ai padroni e agli speculatori. 

La campagna elettorale condotta in sordina senza chiare prospettive di cambiamento viene eclissata dalla roboante protesta dei pastori che ai quattro angoli della Sardegna organizzano blocchi stradali, blocchi ai porti, banchetti in cui regalano i loro prodotti alla popolazioni e capannelli dove sversano a terra il loro prodotto per protesta. 

Il tempo dei tavoli, delle promesse, delle lungaggini, delle vuote promesse elettorali è volto al termine.

Il soggetto-progetto politico Caminera Noa si schiera senza tentennamenti al fianco della lotta dei pastori sardi.

Pubblichiamo il loro comunicato diramato in rete poche ore fa:

Le campagne sarde sono pronte a incendiarsi con la rabbia dei pastori e le fiamme minacciano di divampare in tutta l’isola. Quanto successo ieri ad Abbasanta, con il blocco della Carlo Felice e lo sversamento di decine di migliaia di litri di latte, potrebbe essere solo l’inizio di una nuova stagione di lotta del mondo agro-pastorale sardo.

Caminera Noa intende manifestare la propria solidarietà a chi ieri, in maniera spontanea e autorganizzata, ha partecipato alla manifestazione, nata da un tam tam telefonico e social tra gli stessi pastori. Purtroppo, la stretta repressiva avviata dagli ultimi due ministri dell’Interno rischia di presentare un conto molto salato ai pastori che, stremati da anni di umiliazioni e soprusi da parte della politica e dei raggruppamenti industriali del settore lattiero-caseario, hanno deciso ieri di dare un forte segnale di rottura con la linea delle trattative e dei tavoli tecnici. Lo diciamo chiaro e forte: un prezzo del latte equo è una necessità improcrastinabile per la Sardegna tutta, non c’è nessuna trattativa o nessun tavolo che tenga. C’è solo un modo per evitare che quello che è accaduto ieri (e che potrebbe accadere di nuovo nei prossimi giorni) venga trattato come un fatto di semplice ordine pubblico: tutti i sardi devono far capire alla politica e all’autorità giudiziaria che quella dei pastori è una vicenda politica e come tale va trattata. Non solo, quello che vogliamo mettere in luce è che la questione del prezzo del latte è solo un aspetto del problema generale della nostra isola: l’essere succube del colonialismo italiano e l’essere inserita in un sistema economico liberista e capitalista, che nessun rispetto ha per la dignità delle persone, ma bada solo al profitto dei monopolisti. Il dramma dei pastori non è su un altro pianeta, ma ha le stesse radici e la stessa natura del problema della chiusura dei piccoli ospedali, o della speculazione energetica, o della disoccupazione di massa e giovanile. Si attivino pertanto tutte le misure necessarie a risolvere l’emergenza del latte pagato 60 centesimi al litro e si apra un dibattito più ampio su come risolvere la questione in maniera strutturale.
Ciò che è certo è che i pastori sardi devono avere la più totale autonomia su come gestire modi e tempi della loro lotta.
Caminera Noa è al loro fianco.

Le proposte dei pastori sardi pronti alla battaglia

Da qualche settimana il Movimento Pastori Sardi ha lanciato nuovamente l’allarme: il prezzo del latte è sceso nuovamente sotto i 60 centesimi al litro. In un video messaggio il leader del Movimento Felice Floris ha dichiarato che i pastori sono pronti a dare battaglia per una legge sul prezzo del latte che sottragga la contrattazione al monopolio degli industriali i quali decidono quello che vogliono sulla pelle appunto dei produttori.

Spesso si rimproverano i pastori di non avere proposte ma di limitarsi alle lamentele e a chiedere contributi. Tutto questo non è vero, perché dal 2010 i pastori hanno realizzato una piattaforma di proposte molto concrete che ha poi gettato le basi per l’esperienza della Consulta Rivoluzionaria (che raccoglieva pastori, artigiani, operai, indipendentisti).

Ieri il MPS ha pubblicato un documento con diverse proposte per invertire la rotta e permettere un giusto presto per il versamento del latte.

Pesa Sardigna ha deciso di pubblicare il documento integralmente:

MOVIMENTO PASTORI SARDI

PROPOSTE SETTORE LATTIERO CASEARIO OVI-CAPRINO

La Pastorizia in Sardegna sta attraversando un momento di profonda crisi economica caratterizzata dal crollo del prezzo del formaggio “Pecorino Romano DOP” tipologia di prodotto esportato in particolare nei mercati Nord-Americano e Canadese, la perdita di prezzo è determinata dall’assenza di moderni strumenti di programmazione e per il deficit negli investimenti in ricerca, finalizzati a creare valide alternative al suddetto formaggio. Il regime di monocultura comporta frequentemente un eccesso di produzione. Crisi che i trasformatori scaricano addosso ai pastori dimezzandone il prezzo del latte oggi valutato circa 0,60 euro/litro, ben trenta centesimi al di sotto dei costi di produzione. Serve un intervento super partes che permetta ai produttori primari di ottenere il giusto riconoscimento del loro ruolo guida nella tutela del made in italy e nel presidio civile delle aree rurali in via di spopolamento.

In Sardegna la zootecnia ovina da latte è costituita da circa 15.000 allevamenti con oltre 3.000.000 di capi ovini e da circa 3.000 allevamenti con oltre 330.000 capi caprini e rappresenta il principale aggregato zootecnico della Sardegna, con un’incidenza sulla PLV agricola regionale del 25% circa (45% il peso dell’intero settore zootecnico). Ognuno di questi capi ovini produce annualmente oltre 120 litri di latte, per cui la produzione complessiva del comparto si attesta ai 350/380 milioni di litri di latte, che trasformati portano a una produzione totale di formaggi pari a circa 590.000 quintali di formaggi così ripartiti:

• 160/170 milioni di litri a Pecorino Romano Dop
• 130 milioni di litri circa ad altri formaggi
• 10/11 milioni a Pecorino Sardo Dop
• 4/5 milioni a Fiore Sardo Dop

che hanno mosso un fatturato di circa 400 milioni di euro pari al 25% del fatturato agro-industriale regionale. La Sardegna è il più importante produttore nazionale di latte ovino caprino, più di due terzi (68%) ovino nazionale e oltre la metà del latte caprino sono prodotti in Sardegna e occupa tra diretti e indiretti circa 100 mila persone.

Sul piano economico la pastorizia crea ricchezza diffusa, basti pensare all’indotto che in maniera diretta o indiretta è collegato al mondo pastorale, pensate a tutto ciò che gira attorno alla pastorizia; caseifici, mangimifici, trasporti, mattatoi, il settore meccanico e delle costruzioni fino ad arrivare al terziario. La presenza di questo settore giustifica l’esistenza di migliaia di posti di lavoro; veterinari, biologi, impiegati delle ASL di enti Regionali ed anche due Facoltà Universitarie – quelle di Agraria e di Veterinaria girano attorno a questo comparto.

Nonostante l’importanza economica del pastoralismo, la pastorizia in Sardegna non va misurata soltanto in termini di punti percentuale del PIL prodotto ma anche e soprattutto per il suo valore sociale, culturale e ambientale.

La pastorizia produce dunque un valore più importante di quello economico.
La pastorizia ha un inestimabile valore ambientale.
Le oltre 17.000 aziende pastorali distribuite nel territorio ne garantiscono infatti la cura e il controllo.

Che cosa costerebbe alla società questo controllo? Non soltanto è questione di tenere i terreni puliti per prevenire gli incendi e le devastazioni, ma soprattutto conservare il paesaggio che abbiamo costruito in secoli di lavoro nelle campagne. Quel paesaggio non è solo il frutto della natura, ma del lavoro dei pastori sulla natura. Quel paesaggio è la nostra storia e la nostra cultura. La pastorizia ha infine un valore sociale, essa mantiene in vita l’interno della Sardegna, i suoi paesi, offre un senso all’esistenza di decine di migliaia di persone e costituisce anche un elemento fondamentale della nostra identità.

E’ necessario intervenire subito per evitare che la situazione economica degeneri creando tensioni sociali di difficile gestione.

Proponiamo di intervenire con i seguenti strumenti:

A) Vigilare affinché il Consorzio di tutela del Pecorino Romano DOP si attenga al rispetto delle quote di produzione già stabilite dal regolamento interno approvato dal Ministero delle Politiche Agricole.

B) Chiedere agli organismi Nazionali preposti di ritirare dal mercato almeno 20 mila quintali di prodotto da destinare alle persone meno abbienti o da destinare sotto forma di assistenza alimentare a paesi bisognosi. Tali misure potrebbero essere attuate, la prima con fondi Nazionali all’interno degli stessi strumenti Ministeriali a disposizione quale, il Programma AGEA degli aiuti alimentari agli indigenti per la platea di aventi diritto in Italia; la seconda con fondi regionali attraverso interventi del Ministero degli Esteri per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, inseriti all’interno del programma di Cooperazione internazionale.

C) Finanziare un ammasso volontario di 20 mila quintali di formaggio tipo Pecorino Romano con lo scopo di favorire ai produttori una graduale immissione nel mercato.

D) Potenziare le O.P. Organizzazioni dei Produttori riconosciute e impegnarle nella gestione unitaria del latte in esubero attraverso aiuti finanziari e strutturali con il compito di togliere dal mercato locale almeno 30 milioni di litri di latte da destinare alla polverizzazione e alla vendita del latte tal quale nel mercato estero. Anche la suddetta misura è contemplata all’interno della L.R. 15/2010 e può essere finanziata con fondi Regionali.

E) Impedire anche attraverso l’utilizzo della “moral suasion” che singoli trasformatori acquistino più latte a loro necessario con il preciso intento di riversare l’eccedenza non trasformata al fine di creare inflazione nel mercato, obbligando i produttori primari a svendere il loro latte.

F) Convocare e istituzionalizzare un tavolo permanente per il settore Ovi-Caprino Nazionale con la presenza anche di rappresentanti del Movimento Pastori Sardi.

Tramatza, 25/01/19

MOVIMENTO PASTORI SARDI

Ci hanno rubato (anche) le banche

di G. R. Pisanu – Confederazione Sindacale Sarda (CSS)

Ormai è solo questione di tempo e la scomparsa dell’ultima realtà creditizia della Sardegna diventerà un dato di fatto. Infatti, con l’acquisizione del 49% del capitale sociale in mano alla Fondazione Banco di Sardegna da parte della BPER spa, si andrà a chiudere in modo definitivo l’operazione di incorporazione del Banco di Sardegna spa da parte della banca emiliana. Cerchiamo di capire perché siano fondate le preoccupazioni che questa operazione, nel medio e nel lungo periodo, potrebbe portare non pochi svantaggi al tessuto economico e produttivo della Sardegna. Ancora pochi decenni fa la realtà economica isolana poteva contare su sostegno creditizio di tre Banche: Banco di Sardegna, Banca di Sassari e Credito Industriale Sardo (CIS). Con l’andare degli anni, sia per vicende legate alla normativa fiscale che agevolava le fusioni/incorporazioni da Istituti di Credito, sia la ricerca di una dimensione crescente delle banche per operare con più forza nel mercato del credito, le principali banche sarde vennero acquisite e controllate da banche esterne al territorio. Il primo a perdere autonomia fu il CIS, acquisito da Banca Intesa. La banca lombarda subito operò per un ridimensionamento strutturale e la presa di possesso totale del controllo aziendale, tanto che ormai questa banca è diventata solo uno dei tanti sportelli del colosso creditizio lombardo. La storia del Banco di Sardegna è più complessa, dato che nel frattempo il Banco controllava già la Banca di Sassari. Con l’acquisizione del 51% delle azioni (“pacchetto di maggioranza”) da parte della BPER spa, in un sol colpo la banca emiliana prese il controllo di due banche sarde. Una parte di autonomia operativa, però, veniva in qualche modo garantita dato che il restante 49% del capitale sociale rimaneva ancora sotto il controllo della Fondazione Banco di Sardegna. Con il passare degli anni, però, la BPER ha sempre fatto sentire sempre di più la propria presenza. Varie e continue operazioni di ridimensionamento, ristrutturazione aziendale, chiusura di sportelli e riduzione di organico, hanno negli anni cambiato la fisionomia del Banco di Sardegna, fino alla definitiva fusione per incorporazione della Banca di Sassari avvenuta nel 2016. In particolare per il Banco di Sardegna, è stata completamente modificata la propria natura operativa. Da banca legata al territorio e strettamente legata al tessuto produttivo sardo, oggi la politica creditizia del Banco è sempre più orientata alla raccolta del risparmio e alla vendita di prodotti finanziari (polizze assicurative, fondi, carte di credito, ecc.) che al finanziamento dell’attività produttiva e delle famiglie. Con l’acquisizione del 49% del capitale Sociale da parte della BPER spa si porterà a chiusura definitiva della possibilità che possa esistere una banca sarda per i sardi. Inoltre la lontananza dei centri decisionali (Modena) dal territorio sardo alla lunga mostrerà i suoi effetti.

In un mercato creditizio globale, dove le banche mirano essenzialmente alla raccolta dei risparmi e della vendita dei prodotti finanziari a dispetto della richiesta di credito da parte delle imprese e famiglie, a soffrire sarà sicuramente la richiesta di fondi a sostegno dell’attività economica. Il risparmio raccolto in Sardegna inevitabilmente rischia di essere dirottato in aree geografiche ritenute “più redditizie” dal punto di vista della profittabilità aziendale, mentre si ridurrebbe il sostegno al tessuto socio produttivo della Sardegna. In pratica si creerebbe un flusso di ricchezza e di risparmi a senso unico (dalla Sardegna alla Penisola), accentuando quel processo di stagnazione economica che da anni sta ormai affliggendo la nostra Isola. Inoltre non sono da poco le preoccupazioni sulle ricadute occupazionali riguardanti gli attuali dipendenti del Banco di Sardegna (e della ex Banca di Sassari). Non nascondiamo la nostra preoccupazione per questa vicenda e ora non ci resta che attendere. Speriamo sempre che, come si usa spesso dire, “il tempo sia galantuomo”.

Pastori sardi e monopolisti caseari

di Gianfranco Camboni

SOLO FACENDO AFFIDAMENTO SU SE STESSI, SULLA LORO LOTTA E NON SUI DEMAGOGHI DI TURNO I PASTORI POSSONO IMPORRE LA LORO VOLONTA’ AI MONOPOLISTI LATTIERO-CASEARI

Il Movimento Pastori Sardi rivendica un atto legislativo che assicuri un prezzo del latte che venga sottratto all’arbitrio dei monopolisti lattiero-caseari. Nella storia delle classi subalterne ci sono state lotte fondamentali per imporre leggi che mettessero dei vincoli allo strapotere delle classi dominanti. Pensiamo alle lotte internazionali per imporre la giornata lavorativa di otto ore.

La lotta dei pastori contro il potere dei monopolisti lattiero-caseari non è da oggi. Agli inizi del XX secolo lo scontro era con gli industriali lattiero-caseari continentali. Nel primo dopoguerra i pastori, ex soldati della Brigata Sassari, guidati da Emilio Lussu e Dino Giacobbe condussero battaglie generali ed elaborarono un piano economico, contenuto nel Programma di Macomer (1920), che prevedeva il pieno controllo della produzione-trasformazione- commercializzazione da parte dei produttori, cioè i pastori. Nel 1923, una parte dei sardisti guidati da Paolo Pili entrò nel partito nazionale fascista convinta di poter realizzare quel piano che rendeva i pastori padroni assoluti del lavoro. Fondarono la Fedlac, Federazione delle latterie sociali, che nel 1925 concluse un accordo per l’esportazione del pecorino romano negli USA per 50 mila quintali di formaggio. Al ritorno dagli USA il segretario del PNF, Augusto Turati convocò a Roma Pili e gli disse ”queste organizzazioni ci seccano” (1).

Nel 1930 la Fedlac fu liquidata. La lezione da ricavarne è valida ancora oggi: bisogna affidarsi alla propria forza, alla propria organizzazione indipendente e alla lotta determinata con tutti i mezzi possibili date le circostanze.

I monopolisti lattiero-caseari sono potenti e finora hanno vinto sempre. Facciamo un esempio. Per l’annata 2015-2016 dichiararono la sovraproduzione del latte, con 430 milioni di litri di latte per abbassare i prezzi, ma il latte prodotto era di 286.611.739 litri. I pastori il 5 agosto del 2016, a Thiesi, smascherarono i fratelli Pinna. Ma non si trattava di “incapacità dei trasformatori a organizzare e programmare le produzioni”, come affermò la Coldiretti. Si trattava di un piano deliberato. L’azione del 5 agosto 2016 indicava la strada da seguire: lo scontro diretto con gli industriali saltando le mediazioni inutili con il ceto politico. Il punto è questo il ceto politico regionale e quello italiano sono solo delle marionette nelle mani degli industriali e dei banchieri che hanno il compito di deviare le lotte dall’obiettivo reale: piegare gli industriali del latte. Non esiste una sfera indipendente della politica: i governi sono sempre il comitato d’affari di industriali e banchieri.

Attuare una legislazione sulla contrattazione del latte richiede un mutamento totale dei rapporti di forza.

Una legislazione come la richiedono i pastori si scontra con tutto il sistema dominante nello stato italiano e nell’UE. Pone al primo posto non le leggi del mercato ma i bisogni dei reali produttori. La potenza dei nemici dei pastori e della Sardegna significa che la lotta è persa in partenza. No. La sconfitta ci sarà se ci si fa illudere dai demagoghi di turno. I pastori sono convinti che Salvini, uomo degli industriali e degli agrari del nord farà una legislazione che rovescia i rapporti di forza tra i capitalisti e i pastori? Si levino dalla testa questa convinzione. Oppure che Christian Solinas, epigone di Paolo Pili, andrà contro i meccanismi della dominazione coloniale? Il governo dei gialloverdi che aveva promesso la guerra ai despoti dell’UE ne è uscito con la coda fra le gambe dopo quasi un anno di pantomime.

Andiamo incontro a una recessione internazionale ben più grave di quella iniziata nel 2008, con l’aggravante che è prodotta dagli strumenti che l’aristocrazia finanziaria aveva predisposto per salvare capitalisti e banchieri (il quantitative easing). Questa recessione avverrà nel bel mezzo di una guerra di tariffe doganali che darà colpi pesanti al commercio mondiale, in cui è inserito il mercato di esportazioni dei prodotti lattiero-caseari sardi. Salvini e Di Maio in realtà non sanno come uscire da questa situazione. Per rimanere a galla hanno cercato di indirizzare la rabbia dei salariati e dei pastori con chi è più debole di loro.

La strada da seguire per i pastori qual è? Cercare alleanze con il resto delle masse popolari sarde perché comune è il nemico: industriali e banchieri. Si può vincere? Si, se si fa affidamento solo sulla propria forza. I pastori, sono solo una parte del popolo sardo, e potranno vincere se faranno capire che la loro guerra è la guerra di tutto il popolo sardo contro i suoi oppressori dentro e fuori della Sardegna.

Gian Franco Camboni – Sardegna Rossa

1) In G.Sotgiu, Storia della Sardegna dalla grande guerra al fascismo, Ed. Laterza pag. 218

Le ragioni dei pastori. Intervista alla portavoce Maria Barca

Il Movimento Pastori Sardi ha annunciato a gran voce che è pronto a scendere in piazza a causa del costante ribasso del prezzo del latte. Abbiamo intervistato la portavoce del MPS Maria Barca (in foto)

  • Dopo tanti anni di lotte e mobilitazioni il prezzo del latte è ancora scandalosamente a 50-60 centesimi al litro. Come è possibile?

Purtroppo è possibilissimo. Io conosco la lotta per il prezzo del latte fin da quando ero piccola. In vari momenti storici si sono trovate soluzioni temporanee che hanno guardato più alla contingenza che al lungo periodo. La piattaforma che con il movimento pastori sardi avevamo portato all’attenzione durante l’occupazione del 2010 conteneva 10 punti fondamentali che analizzavano criticità e proponevano soluzioni. La sua messa in essere avrebbe risolto molti dei nostri problemi. Purtroppo poi la storia è sempre diversa…

  • Quanto costa produrre un litro di latte?

Il prezzo per produrre un litro di latte varia ovviamente da azienda ad azienda e da zona a zona. Possiamo indicarlo, in generale, in una cifra che si aggira tra gli 80 cent e 1 euro.

  • Come funzione fuori dalla Sardegna? Il latte viene pagato di più?

Si, certo. In tutto il Mediterraneo viene pagato di più. In Spagna circa 1,20, in Francia 1,10 almeno. In Toscana, Lazio ecc.. almeno 1 euro. Questi posti si sono innovati, hanno seguito le tendenze, ed in generale riescono a mantenere prezzi più decenti perché non hanno la zavorra del pecorino romano, il quale è un prodotto industriale destinato sempre allo stesso mercato. Qui in Sardegna, pur producendo 350 milioni di litri di latte e quindi circa il 70% della produzione nazionale (n.d.R, statale italiana) nessuno fa gli interessi dei produttori. E’ come se sprecassimo il nostro valore.

  • Dite che bisogna stanare i responsabili che stanno nei vari consorzi. Puoi spiegarci meglio?

Abbiamo 3 DOP. Pecorino Romano DOP, Fiore Sardo DOP, Pecorino sardo DOP. Il vantaggio di averle è, almeno finora, beneficio solo per chi le “amministra” e, ovviamente non le amministrano i pastori. Stessa cosa per l’IGP dell’agnello. Questa per il movimento è stata una lotta fondamentale: i nostri agnelli hanno una carne indiscutibilmente esclusiva, per come nasce, per come viene allevata, ma l’IGP che dovrebbe raccontare questo è un controsenso, una fregatura per produttori e consumatori, una brulla.

  • Esiste un asse classe dirigente-industriali? Chi specula sul lavoro dei pastori?

No, non credo. Forse è un po’ forte, ma preferiamo parlare di “rendita parassitariada parte degli industriali. Da oltre 100 anni il loro punto fermo è il canale con l’America per il pecorino romano – come dicevo poco fa – questa è una zavorra che non vogliamo, ovviamente, eliminare ma regolare. Se il mercato richiede 10 per pecorino romano, non farne 11. L’aumento delle produzioni per il pastore è deleterio, perdiamo valore. La nostra forza non è la quantità, ma la qualità di quello che facciamo. Il modo in cui lo facciamo è la nostra specialità. Se perdiamo questo o se abbiamo dubbi su questo concetto perdiamo noi stessi. La lotta dei pastori non è solo sui centesimi, ma anche sulla nostra identità.

  • Qual è la vostra principale richiesta?

Vogliamo che vengano ristabilite le regole fondamentali di contrattazione (sia per il latte che per la carne). Tu pensa che ultimamente per il discorso carne, più che avviare una contrattazione, siamo arrivati a sperare che si riuscisse a darli via. E’ assurdo. La politica deve e può fare tanto. E quando diciamo che è un discorso politico non intendiamo le fazioni, le campagne elettorali a palas nostras, o uno dei tanti che ci incoraggia dicendo: vi capisco perché pure nonno era pastore. Per noi è un discorso politico perché è il legislatore che deve mettere mano ad una situazione sfuggita di mano a troppi. Contrattare, diversificare, valorizzare, rinnovare noi stessi mantenendo noi stessi, adattarci alle mode del palato offrendo ciò che di buono abbiamo. Da qui bisogna ripartire.

In piazza il fronte “No Mater”: no a un miliardo di soldi dei sardi alla sanità privata del Qatar!

Cresce il fronte di contestazione al finanziamento pubblico al Mater Olbia.

All’iniziativa lanciata per la seconda volta dal soggetto-progetto Caminera Noa (la prima lo scorso 17 giugno sempre davanti ai cancelli dell’ospedale privato del Qadar) hanno ormai aderito svariati soggetti politici, sociali e sindacali e diversi comitati.

Ad oggi, oltre a Caminera Noa, hanno aderito i sindacati di base USB e S.I.Cobas, i soggetti politici della sinistra radicale italiana Rifondazione Comunista e Potere al Popolo, l’assemblea sarda contro l’occupazione militare A Foras, i comitati cittadini di La Maddalena, di Tempio, di Ghilarza e di Muravera, il collettivo Resistenza Gallura e l’associazione Medicina Democratica Sardegna.

Nessuna adesione finora da parte di alcun soggetto indipendentista, dal cartello di sigle che compone Autodeterminatzione a ProgReS, gli indipendentisti probabilmente diserteranno la mobilitazione contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia.

Intanto il sindaco di Olbia Settimo Nizzi scende in campo contro gli organizzatori con un comunicato a mezzo stampa che stigmatizza la manifestazione:

« non il presente documento intendiamo stigmatizzare le azioni di quelle persone che manifestano il loro disappunto nei confronti della nuova struttura sanitaria Mater Olbia. Pensare che questo tipo di atteggiamento possa essere utile a risolvere problemi relativi ad altri ospedali, è un grave errore. Il Mater Olbia fa parte della rete ospedaliera sarda, è una struttura che accoglie tutti i cittadini, una risorsa importantissima per il nostro territorio e per tutta la Regione. Grazie al Mater Olbia, la Sardegna, dal punto di vista sanitario ha di più, non di meno. Si tratta di un ospedale di eccellenza grazie al quale sarà ridotta la mobilità verso le strutture sanitarie della Penisola».

Il sindaco di Olbia si va ad aggiungere alla lunga lista trasversale di tifosi del Mater Olbia; dal PD a Forza Italia, dal Psdaz al M5Stelle il fronte Si Mater fa trasparire la pluralità di interessi che nasconde questa operazione.

Pubblichiamo di seguito l’appello degli organizzatori della manifestazione. L’appuntamento è domenica 16 dicembre, ore 11:00, fronte ospedale sulla SS Orientale Sarda:

Così come avevamo già detto il 17 giugno scorso, con l’apertura del Mater Olbia, la Regione Sarda con Arru e Moirano continua con la distruzione della sanità pubblica sarda iniziata da Cappellacci, finanziando il Mater Olbia a danno di strutture anche di eccellenza presenti i Gallura e in tutta la Sardegna.

Dopo il 17 giugno ci sono state numerose manifestazioni di protesta, sono nati o si sono riattivati numerosi comitati e presidi in difesa degli ospedali pubblici; a questa mobilitazione popolare, la Regione risponde chiudendo o depotenziando grandi e piccole strutture sanitarie che privano interi territori di servizi fondamentali per la salute dei cittadini. La classe politica sarda con la distruzione sulla sanità contribuisce ad un ulteriore spopolamento e desertificazione dei paesi interni.

È urgente che si metta subito fine a questo sfascio della sanità pubblica e per questo chiediamo:

• Il miglioramento dei servizi ospedalieri pubblici di grandi dimensioni che vengono sistematicamente depotenziati o chiusi in tutta la Sardegna.
• La tutela dei piccoli presidi ospedalieri che sono a rischio chiusura o che vengono declassati e trasformati in pronto soccorso o strutture di lunga degenza.
• Che non vengano chiusi i punti nascita solo perché non rispondono a parametri, europei e italiani, stabiliti sulla base di concetti economici di austerity completamente decontestualizzati dalle realtà a cui vengono applicati.
• Che la R.A.S. recepisca i commi 11 e 13. Essi prevedono che, se le strutture pubbliche non possono garantire entro 30/60 giorni l’erogazione di una prestazione sanitaria, questa venga effettuata in regime privato a rimborso da parte della Direzione Sanitaria competente, o intramoenia, al costo del solo ticket.
• Che la R.a:S. destini i finanziamenti regionali dati al Mater Olbia ad altre voci di spesa come la creazione di Breast Unit nelle strutture pubbliche (Legge 124/98, articolo 3).

Giù le mani dalla nostra terra!

La Costa Smeralda conserva ancora un enorme patrimonio naturalistico da tutelare dall’aggressione di chi vorrebbe attuare un enorme piano di speculazione basato essenzialmente sul cemento e l’intreccio di affari tra la politica e il fiume di petroldollari provenienti dalla Monarchia Saudita del Qatar.

La Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese più ricco del mondo, ha infatti acquistato nel 2012, la Smeralda Holding dal finanziere americano-libanese Tom Barrack, entrando in possesso di un patrimonio immobiliare consistente in 4 alberghi, la marina di Porto Cervo, il Pevero Golf Club e soprattutto nei 2.300 ettari di terreni vergini su cui oggi incombe la minaccia di una immensa lottizzazione.

Tenuto conto della necessità di salvaguardia di un importante patrimonio naturalistico, finora sfuggito alle cementificazioni per via di vincoli paesaggisti che ne impediscono la lottizzazione, occorre sottolineare che la vendita di terreni ad un fondo sovrano significa vendere direttamente parti del proprio territorio ad un Paese straniero, in questo caso una potente monarchia saudita in grado, con il flusso di investimenti milionari spalmati in più settori strategici, dai trasporti alla sanità, di influenzare decisioni politiche importanti in funzione di interessi estranei ai cittadini, sempre più vittime inconsapevoli di accordi siglati sulla loro pelle.

La vicenda del Mater Olbia non fa alcuna eccezione e anzi si presenta come una operazione coloniale senza precedenti, in cui la pressoché totalità delle forze politiche si sono schierate a favore dell’investimento saudita nella sanità sarda, la cui razionalizzazione si traduce in una drastica riduzione di servizi irrinunciabili, finendo per favorire gli investimenti del Qatar nel settore. In questo sconcertante scenario, il coro di promesse di centinaia di posti di lavoro fatte da una larghissima schiera di forze politiche, che deriverebbero dagli investimenti qatariani nel Mater Olbia, lasciano intravvedere il preludio per l’abbattimento di vincoli e impedimenti all’aumento di cubature e alla realizzazione di nuove faraoniche costruzioni. In poche parole più cubature, cemento e deroghe in cambio di petroldollari.
In questa direzione pare essere orientato il governo Pigliaru e i suoi alleati sovranisti che intendono modificare il PPR del 2006.

Ad uno scenario di questo tipo diciamo no, decisi a difendere gli interessi del popolo sardo, le nostre risorse incontaminate e un modello di sviluppo che non metta a rischio il nostro habitat in cambio di business ed interessi politici di qualsiasi natura.

* Per adesioni alla manifestazione inviare una e-mail a: unacamineranoa@gmail.com

Tutti uniti contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia

Si è svolta ieri pomeriggio la conferenza di presentazione della mobilitazione “No finanziamenti pubblici al Mater Olbia” riassunto dall’hashtag #NoMater (perché senza i 60 milioni annui donati generosamente dalla RAS il Mater semplicemente non aprirebbe). Per il prossimo 16 dicembre è convocata nuova manifestazione davanti ai cancelli del Mater Olbia, sulla strada statale Orientale Sarda, alle ore 11 del mattino.

Alla conferenza stampa ospitata dalla Casa del Popolo di Olbia ha partecipato una delegazione a rappresentanza dei seguenti soggetti politici, sindacali e comitati:

La pubblicità dell’apertura del Mater Olbia riprodotta e cambiata di segno

Caminera Noa, Potere al Popolo Gaddura, Potere al Popolo Tàtari, Rifondazione Comunista, A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, USB, S.I. COBAS, Comitato Cittadino in difesa dell’ospedale Paolo Merlo di La Maddalena, Comitato Salviamo l’ospedale S. Marcellino di Muravera,  Presidio “Abali Basta” Occupazione Ospedale Dettori di Tempio, Collettivo Resistenza Gallura.

La conferenza stampa è stata aperta dalle parole del padrone di casa Gianni Cirotto, portavoce di Potere Al Popolo-Gallura «l’ospedale Mater è il simbolo della debolezza dei governanti sardi ai quali oggi vogliamo dire che la mobilitazione sta crescendo e con essa la consapevolezza di non arretrare. Per una Sardegna libera e lontana  da come l’hanno pensata mettendo al primo posto il business. La Sanita Pubblica, non si tocca!».

Ha proseguito Luana Farina, responsabile del tavolo sanità di Caminera Noa: «Il Mater Olbia è l’emblema della demolizione della sanità privata. Le ultime disposizioni legislative, della Giunta Pigliaru e dell’Assessore Arru con la Riforma della Rete Ospedaliera, hanno rielaborato la tabella riguardante i posti letto assegnati al Mater, per far spazio ai 130 posti letto per acuti e ai 72 per neuroriabilitazione e riabilitazione, come stabilito dalla convenzione fra lo stesso Mater e il sistema sanitario. Ha assegnato quindi 202 posti, più altri 50 a pagamento, come previsto anche dal piano presentato dalla Fondazione Gemelli, partner scientifico dell’ospedale qatariota; tutto ciò per far posto ai nuovi reparti privati di neurologia, oncologia, otorinolaringoiatria, chirurgia generale, ortopedia, ostetricia e pediatria, a scapito di tutti quelli pubblici sardi depotenziati e/o chiusi. Non vedere il legame tra distruzione del servizio pubblico e finanziamento di quello privato significa essere orbi, allo stesso modo del non vedere l’appoggio dell’attuale governo giallo-verde a questo affare con lo stanziamento di 162 milioni di euro per i prossimi tre anni e con la nomina  di Guido Carpani a nuovo Capo di Gabinetto della ministra della sanità Giulia Grillo. Carpani aveva infatti ricoperto lo stesso ruolo per il ministro Balduzzi del Governo Monti e fino a un mese fa, alla vigilia della nuova nomina, era membro del Cda del Mater Olbia, la società per azioni controllata dal fondo sovrano del Qatar».

Sula stessa linea Emanuela Cauli del comitato di La Maddalena in difesa dell’ospedale Paolo Merlo ormai occupato da due mesi: ««Siamo qui per sostenere fino in fondo, percorrendo ogni strada possibile, la difesa del diritto inalienabile e universale che è sancito dall’Art. 32 della Costituzione che ci tutela, e che in realtà vediamo costantemente strumentalizzato in modo disonesto e funzionale ad esclusivo vantaggio del disegno oramai svelato e che ci trova tutti qui riuniti. L’americanizzazione della Sanità Pubblica che tende alla frammentazione e alla riduzione dei servizi territoriali in favore di una sanità privata potenziata ad uso di pochi privilegiati è oramai sotto gli occhi di tutti. Questo disegno tocca da vicino non solo noi pazienti ma anche l’intero corpo sanitario. Oggi noi lottiamo in entrambe queste direzioni, pazienti e lavoratori, presenziando a questa manifestazione uniti a tutte le realtà territoriali sarde e nazionali (n.d, R. “statali”) coinvolte nella difesa del diritto inalienabile alla Salute. Saremo quindi presenti insieme a tutti voi qui a Olbia, quella che consideriamo la sede simbolo della lotta alla privatizzazione della sanità pubblica, ma contemporaneamente a Cagliari per difendere insieme ai sindacati i lavoratori che ci garantiscono il corretto ed equo funzionamento dei servizi e che a loro volta hanno il diritto alla salute e ad essere posti nelle migliori condizioni psicologiche, umane e pratiche di svolgere il loro compito. Siamo fermamente convinti che la sanità che ci spetta di diritto non debba escludere nessuna delle parti in causa nel progetto, come invece sta purtroppo avvenendo. Restiamo uniti restiamo umani. Aiutiamoci ad aiutarci».

La lavagna degli appuntamenti al presidio occupato dell’ospedale Paolo Merlo di La Maddalena

Presente anche Lidia Todde, presidente dell’associazione Onlus Obiettivo Sanità Sardegna e coordinatrice del Movimento del Sarrabus Salviamo L’ospedale San Marcellino: «Faccio parte della Rete Sarda  Difesa della Sanità Pubblica e Gratuita. Siamo in lotta da settembre 2014 quando con una delibera  della Asl 8 volevano tagliare gli anestesisti. Il loro progetto era tagliare la chirurgia già dal 2010. Abbiamo fatto lotte e manifestazioni, ma il problema era solo posticipato. Con la riforma della Rete ospedaliera approvato il 25 ottobre del 2017 da tutti i consiglieri di maggioranza, nonostante il nostro diniego e quello dei sindaci del Sarrabus. Nonostante le varie manifestazioni, nulla è stato fatto dalla Regione per venire incontro alla sanità dei territori periferici e non solo, perché hanno smantellato e accorpato anche i grandi ospedali. Hanno tagliato i posti letto e chiuso interi reparti per darli al Mater Olbia, ospedale privato del Qatar. La Regione Sardegna  ha tolto il diritto alla salute dei cittadini sardi per sovvenzionare l’ospedale privato. Si è impegnata a versare 55 milioni di euro annui per dieci anni. Se tutti questi soldi fossero stati investiti negli ospedali pubblici, oggi avremmo uno scenario diverso della Sanità in Sardegna! Inoltre la Regione ha applicato in parte in D.M. Lorenzin del 2015, nonostante la Sardegna sia una regione autonoma a statuto speciale e paghi la Sanità dal 2008. Inoltre nell’articolo tre si evidenzia che nelle zone disagiate è possibile applicare le deroghe, cosa che la Regione non ha mai fatto. Ci troviamo solo penalizzati da un sistema sanitario fantasma, soprattutto nei luoghi più periferici e disagiati, già impoveriti dallo spopolamento. Comunque il taglio dei servizi ospedalieri e territoriali favoriranno l’incremento di 250 milioni di euro per la nuova edilizia sanitaria. Vergogna!».

Fa sentire la propria voce Abali basta! – questo il nome del Presidio che da oltre 50 giorni difende strenuamente l’Ospedale Dettori di Tempio – «la realizzazione del Mater Olbia, grazie alla convenzione con la RAS per circa 60.000.000 di euro l’anno per i prossimi 10 anni e con alcune centinaia di posti letto, rende ormai tragicamente visibile il fatto che a pagarne il prezzo più alto è, e sarà in futuro, la sanità pubblica, gli ospedali decentrati e i cittadini più deboli. Per questi motivi lottare è un dovere e noi il 16 dicembre saremo in piazza.»

Presente anche il Partito della Rifondazione Comunista – Sardegna con il segretario provinciale Nicolino Camboni: «è chiara la nostra opposizione alla politica sanitaria regionale che invece di investire nelle proprie strutture, intese sia come strumentazione che come personale, preferisce delegare al privato con elargizioni di soldi pubblici. Nessuno vuole impedire che un’azienda apra un proprio ospedale ma questo non può avvenire a discapito del sistema sanitario nazionale e, quest’ultimo, non deve essere smantellato perché “intanto ci sono i privati”. Occorre che la Politica riprenda in mano le redini dell’agire anche in campo sanitario garantendo una rete territoriale di assistenza efficiente e improntata alla prevenzione in netto contrasto, quindi, con lo smantellamento e impoverimento delle strutture in atto».

Anche i sindacati di base USB e S.I. Cobas sostengono la mobilitazione. Di seguito la posizione di Sisinnio Usai del S.I. Cobas «la nostra posizione è la totale abolizione della sanità privata, ma per fare ciò occorre una buona rivoluzione. In subordine la battaglia va fatta perché Stato e Regioni non eroghino un centesimo alla sanità privata. Riguardo al Mater i giochi sono fatti. Bisognerebbe organizzare dei sit in sotto le case dei signori che stanno affossando in maniera criminogena la sanità pubblica. Fare volantinaggi casa per casa con obiettivo di sensibilizzare le popolazioni contro la deriva privatista della salute».

Lo schifo dell’occupazione militare

LA BASE AMERICANA DEL LIMBARA: INQUINAMENTO E MANCATE BONIFICHE. ECCO LE FOTO CHE TESTIMONIANO LO SCHIFO CHE LASCIA L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA SARDEGNA (dalla pagina fb di A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna)

Qualche giorno fa, siamo stati in gita vicino a Tempio, più precisamente in cima al monte Limbara, un vero gioiello situato nella Sardegna nord-orientale.
E’ proprio in uno degli angoli più belli dell’isola che si erge la base radio USAF (United States Air Force), un regalino che gli americani hanno lasciato in gentile concessione all’areonautica militare italiana, ma che di fatto rimane sul groppone della Sardegna e dei sardi.

Questa installazione militare entrò in funzione nel 1966 durante la guerra fredda, con lo scopo di trasmettere, dall’altra parte del mondo, messaggi in codice; diventando il principale centro di controllo delle comunicazioni radio nel mediterraneo.


Non ci vollero tanti anni e con le nuove tecnologie, la base diventò antiquata e non più utilizzabile, con la conseguente dismissione da parte degli americani, che invece di bonificare l’area e tornare da dove sono venuti, hanno avuto la brillante idea di regalare la base all’areonautica militare che, essendo a conoscenza delle condizioni ormai obsolete di quelle apparecchiature, accettò il gentile gesto da parte dell’alleato, abbandonandola a sua volta.
Dal 2008 la mela marcia passa alla Regione Sardegna, proprio così come era nel 1993, senza eseguire un briciolo di bonifica o un briciolo di messa in sicurezza dell’area.

Ecco come appare oggi, un area stuprata e fortemente inquinata vista anche la presenza di piombo, nafta, vetro, lana di ferro e rame, oltre a tutto il materiale e le strutture presenti completamente divelte da 25 anni di completo abbandono.
Non vi è nemmeno un cartello di pericolo o una qualche ostruzione al passaggio nelle zone più pericolanti.

Per questo ribadiamo che AFORAS, oltre a combattere per la chiusura definitiva di tutte le basi militari in Sardegna, si batte anche per la bonifica e la restituzione delle terre alle comunità.

#aforas

A scuola di guerra e di disastro ambientale

La denuncia del collettivo oristanese “Furia Rossa” arriva come una tegolata in testa: ad Oristano l’Istituto tecnico Lorenzo Mossa spedisce i ragazzi impegnati nell’alternanza scuola-lavoro nel poligono interforze del Salto di Quirra. Di per se sarebbe già una notizia che dovrebbe fare interrogare sul rapporto militare-scuola e formazione, ma va aggiunto che è in corso un processo per disastro ambientale che riguarda le attività di quel poligono. Tutto questo è etico, è opportuno, e soprattutto è educativo e didattico?

Inoltre c’è un particolare che fa pensare. Uno dei tre indirizzi dell’istituto  riguarda il turismo. Educare alla “cultura” dell’occupazione militare della nostra terra è compatibile con la prospettiva di un turismo sostenibile sia antropicamente che ambientalmente?

Pubblichiamo per intero il comunicato perché riteniamo che vada letto e veicolato integralmente.

Apprendiamo dalla stampa che alcune classi dell’Istituto Mossa sono state impiegate in un percorso di alternanza scuola-lavoro presso il Poligono Interforze del Salto di Quirra. Il fatto ci preoccupa, perché crediamo con fermezza che la scuola pubblica non dovrebbe instradare i propri studenti verso la carriera lavorativa nell’esercito, né crediamo sia eticamente corretto mettere dei ragazzi e delle ragazze di 18 anni a studiare e a esercitarsi su tecniche di guerra. Inoltre accogliamo con dispiacere la notizia che le scuole sarde, legittimino con questo tipo di attività i soggetti e le strutture che perpetrano da 50 anni la situazione di occupazione militare della nostra isola, con tutte le ricadute negative che ne conseguono, non ultima l’impossibilità per i sardi di fruire di enormi porzioni di terra – ricordiamo che il PISQ è tra i poligoni più grandi d’Europa – che, se impiegate in attività produttive diverse potrebbero far vivere dignitosamente molte più persone. Queste sono considerazioni nostre, ma vogliamo sottolineare un’altra cosa che dovrebbe destare preoccupazione in tutte le persone che hanno a cuore il ruolo formativo ed educativo della scuola pubblica, e che dovrebbe, crediamo, essere sottoposta a dibattito nel Consiglio d’Istituto e nel Collegio docenti della scuola interessata. Il Poligono Interforze del Salto di Quirra è oggetto di un processo, che si svolge presso il tribunale di Lanusei, che vede otto ufficiali delle forze armate italiane imputati per omissione agggravata di cautele contro infortuni e disastri. Se anche questi otto indagati dovessero alla fine venire assolti, il quadro generale che emerge dal dibattimento – basta leggere gli articoli di giornale – e che emerge anche dalle relazioni delle varie Commissioni di indagine parlamentari sull’uranio impoverito – che, ricordiamo, sono organi dotati dello stesso potere dell’autorità giudiziaria – non lascia alcun dubbio in merito all’incredibile situazione di totale spregio delle più basilari misure di sicurezza dei lavoratori e di violazione delle più elementari norme di tutela dell’ambiente che va avanti, nel poligono, da decenni. Ci sembra ovvio che nessuno accetterebbe mai un percorso di alternanza scuola-lavoro presso un’impresa indagata per reati ambientali, ma non è così per i poligoni militari e tutto questo accade mentre a Roma viene sgomberato con la forza un liceo occupato e mentre, anche nella nostra città, si moltiplicano le operazioni repressive contro gli studenti che fanno uso di droghe leggere, invece di avviare percorsi per la miglior comprensione e per la consapevolezza da parte giovani dei rischi legati all’utilizzo di sostanze stupefacenti. Invitiamo tutte le dirigenze scolastiche della città e della provincia ad avviare percorsi di informazione per i propri studenti e per il proprio corpo docente su quanto sta venendo dibattuto nel processo di Lanusei sul disastro ambientale nel Poligono di Quirra e a non ripetere esperienze di alternanza di scuola lavoro di questo tipo, che rischiano di ingenerare, negli studenti, l’idea che per i militari tutto sia lecito e consentito e che i poligoni militari presenti in Sardegna siano un paradiso incontaminato, dove tutto è sempre stato fatto con trasparenza e rispetto delle norme di sicurezza per le popolazioni locali e per i lavoratori. Cosa che, e lo attestano i documenti ufficiali, non è vera.

Collettivo Furia Rossa – Oristano