Gli occupanti crivellano l’isola di bombe. A Foras rilancia la mobilitazione

 

Mentre in Sardegna l’esercito occupante spara a profusione e spesso sconfina anche oltre i limiti dei giganteschi poligoni, l’assemblea sarda A Foras rilancia e invita alla discussione su come proseguire la mobilitazione. Pubblichiamo l’appello dell’assemblea sarda contro l’occupazione militare: 

Il movimento A FORAS, contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna chiama collettivi, associazioni, cittadini e tutte le realtà organizzatrici della manifestazione di Capo Frasca, a partecipare alla prossima Assemblea generale sarda, che si terrà alle 15 presso il Centro Civico Culturale, piazza Emilio Lussu a Bauladu.

Dopo la grande risposta popolare del 12 ottobre, dobbiamo ragionare attentamente su come tenere attiva l’attenzione politica e mediatica sul tema, ma soprattutto come attivare di nuovo le forze incrociate fuori dal poligono due settimane fa.

Il 27 ottobre a partire dalle 15 discuteremo di:

_Breve analisi sulla manifestada del 12 ottobre, punti di forza e problemi

_ Proposte di mobilitazione a livello comunale: mobilitazione ASL su registro tumori e registri epidemiologici, mozione contro l’attracco delle navi militari e lo sbarco dei mezzi corazzati con passaggi nei centri cittadini

_ Proposte di mobilitazione a livello sardo: Istituzione del corso di bonifiche all’università, campagna muraria “STOP INVASIONE”, attivazione in primavera delle bonifiche dei siti militari dismessi

_ Prossime mobilitazioni in vista delle esercitazioni internazionali inverno/primavera

Dobbiamo fare in modo che sempre nuovi comitati in tanti paesi si organizzino e lottino per contrastare l’occupazione militare e la narrazione militarista in tutte le parti della società. Abbiamo molti elementi per far ripartire la nostra azione con forza e determinazione.

Ci vediamo il 27 ottobre a Bauladu per la prossima assemblea generale sarda contro l’occupazione militare.

A INNANTIS, CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE RISPOSTA POPOLARE!

Il futuro della Sardegna è senza poligoni e basi italiane e NATO

La testa del piccolo corteo che dal paese S. Antonio di Santadi ha marciato verso il concentramento della manifestazione dello scorso 12 ottobre

In seguito alla riuscita mobilitazione di Capo Frasca l’assemblea contro l’occupazione militare A Foras rilancia e convoca un incontro per discutere come proseguire la lotta contro l’occupazione militare italiana della Sardegna. Pubblichiamo il comunicato appena uscito sui canali social dell’organizzazione:

Dopo la splendida giornata di sabato, proviamo a mettere in ordine i pensieri ed evidenziare alcuni spunti usciti dalla bella manifestazione di Capo Frasca.

Innanzitutto vorremmo ringraziare tutti e tutte coloro che si sono spese per l’organizzazione e la costruzione di questo corteo, dalle realtà organizzatrici che si sono fatte carico di far tornare tutti e tutte noi di fronte ad una base militare dopo due anni e mezzo in cui era mancata la presenza davanti ai poligoni, fino alle compagne ed i compagni che si sono alternate tra intensi compiti tra i bus, i banchetti, il palco e le situazioni più tese. Molto spesso ci dimentichiamo di loro e non pensiamo mai che se non fosse per chi si annulla tra compiti politici e logistici, probabilmente queste giornate non ci sarebbero.

Il lavoro congiunto di più di 40 organizzazioni, con altre decine di adesioni che si sono aggiunte col tempo, è un risultato notevole già di per sé. Abbiamo limato differenze, abbiamo prodotto una sintesi fra posizioni di partenza differenti ma accomunate dal medesimo obiettivo: liberare la Sardegna dalla presenza militare. Ognuno ha portato il contributo dato dalla propria storia ed esperienza, e il risultato è stato quello di includere tantissime persone in una giornata in cui ci siamo resi conto di essere forti e numerosi, uniti e disposti a lottare tutti assieme.

Prima del 12 ottobre erano due anni e mezzo che non si manifestava davanti a una base, ma in questo tempo non siamo stati fermi. Sono stati prodotti, dal gruppo economia di A Foras, due dossier sui poligoni di Teulada e Quirra che rappresentano una delle fonti più aggiornate sulla situazione di quei territori in merito all’occupazione militare. Abbiamo portato avanti momenti di formazione collettiva e di coinvolgimento dei territori, con i campeggi, le camminate, partecipazione a momenti di dibattito anche fuori dall’isola. Il bel risultato del 12 ottobre dipende anche da questo impegno costante, che ci ha permesso di costruire relazioni e fiducia con tante persone e movimenti.

Il primo dato da raccogliere è che ci sono migliaia di persone che sono disponibili a lottare e mobilitarsi contro l’occupazione militare seriamente, sembrerebbe un dato scontato ma se pensiamo al fatto che la mobilitazione è stata tirata su completamente dal basso e in qualche modo minata da silenzio o posizioni faziose della carta stampata, così come da politici e sindacati mainstream, è un risultato notevole. Soprattutto se pensiamo che poche settimane prima dell’appuntamento di Capo Frasca, la Procura di Cagliari ha messo in piedi un grave tentativo di intimidazione e repressione con l’Operazione Lince che ha colpito 45 militanti del movimento sardo contro le basi. Eppure il successo della manifestazione dimostra che nessuno si è lasciato spaventare, anzi abbiamo acquisito una maggiore determinazione.

Migliaia di persone che non hanno fatto mancare il loro apporto politico e artistico, difficilmente si è riusciti a portare in passato dei momenti qualitativamente intensi e così emozionanti sopra e sotto il palco. Difficilmente prima di sabato scorso, si è riusciti a collaborare così attivamente con le famiglie dei militari morti nei poligoni sardi, aggiungendo una casella fondamentale nel panorama del movimento contro l’occupazione militare della Sardegna.

Il secondo dato che va analizzato è che ci sono centinaia di persone che nonostante il palco e gli interventi musicali e politici, hanno presenziato con determinazione davanti agli scudi della celere per ore provando ad aggirare lo sbarramento per arrivare al poligono.

Da qui dobbiamo partire e capire come organizzarci nel prossimo futuro per far convivere tutte le parti fondamentali di questo movimento, far comprendere quanto sia importante la militanza di base perché la risposta all’occupazione militare sia efficace e legittimata dal consenso e l’attivismo popolare. A Foras ha dimostrato di essere un interlocutore serio negli ultimi anni per tutto il movimento, l’unico forse che si è preoccupato di fare in modo che tutte le espressioni avessero spazio e rispetto negli eventi organizzati, uno dei pochi che è riuscito a contrastare la narrazione militarista su carta stampata e sui media, uno dei pochi purtroppo che da tre anni, pur con tanti problemi, ha mantenuto vivo con continuità lo studio, l’inclusione e la mobilitazione contro l’occupazione militare della Sardegna.

Non ci dobbiamo aspettare che tutti e tutte vogliano far parte di A Foras, ma abbiamo il compito di fare in modo che le proposte siano sempre attraversate e attraversabili, così come il corteo di Capo Frasca. Esistono “tanti modi e un unica lotta” come scrivono in tanti e siamo d’accordo, ma come metodo dobbiamo virare verso l’inclusione popolare senza il feticcio delle azioni, guardando a iniziative ragionate, utili a portare numeri, empatia, complicità. La legittimità popolare ha, come conseguenza diretta, la possibilità di allargare geograficamente, politicamente e praticamente la concretezza delle nostre azioni, renderle più efficaci, condivise e libere dai limiti che ci impone la controparte.

Sabato di nuovo abbiamo vissuto in un recinto, nonostante le autorità sapessero che migliaia di persone avrebbero raggiunto il presidio hanno preferito chiudere il ponte e non far fare il piccolo corteo concordato nelle strade bianche, di fatto congestionando il traffico e causando tensioni inutili.

A Foras ha provato con le sue proposte a tracciare un percorso che ci possa permettere di raggiungere questi obiettivi:

_ Proposta concreta per l’istituzione di un corso specialistico in bonifiche presso l’Università di Cagliari e l’Università di Sassari.

_Campagna di pressione su l’assessorato alla sanità sardo e alle dirigenze delle ASL locali per l’istituzione di un registro tumori sardo e la redazione dei registri epidemiologici comunali.

_Nella prossima primavera inizio di una serie di azioni simboliche per bonificare siti militari dismessi e lasciati a marcire sul territorio sardo.

_Mozione nei comuni di Cagliari, Sant’Antioco, Bosa, Olbia e Porto Torres contro l’attracco delle navi militari e contro il passaggio nei flussi d’acqua di mezzi anfibi o imbarcazioni; divieto per esercitazioni urbane e l’utilizzo delle arterie centrali di paesi e città ai mezzi corazzati a tutela dei cittadini e della fluidità del traffico.

_Campagna muraria “Un manifesto per paese” per raccontare ai 377 paesi della Sardegna qual’è la vera invasione in Sardegna, MILITARE!

_ Costruzione di momenti di azione diretta da praticare durante esercitazioni imponenti, cercando un coinvolgimento ampio ed esteso.

A Foras attualmente è attivo in diverse parti della Sardegna, dobbiamo fare in modo che sempre nuovi comitati in tanti paesi si organizzino e lottino per contrastare l’occupazione militare e la narrazione militarista in tutte le parti della società. Partendo da quelle centinaia di persone che hanno deciso di salire sui bus per raggiungere Capo Frasca e di partire e tornare tutti insieme, abbiamo molti elementi per far ripartire la nostra azione con forza e determinazione.

Ci vediamo il 27 ottobre a Bauladu per la prossima assemblea generale sarda contro l’occupazione militare.

A INNANTIS, CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE RISPOSTA POPOLARE!

Una telefonata o un fax per manifestare dissenso al Consolato Onorario spagnolo di Cagliari

La chiamata di Caminera Noa per esprimere il proprio dissenso telefonicamente al consolato onorario di Spagna di stanza a Cagliari

Le immagini delle enormi proteste popolari partite immediatamente dopo la pubblicazione della sentenza politica spagnola contro i dirigenti politici e culturali catalani stanno facendo il giro dei social e sono molti i sardi che stanno vivendo con partecipazione ed empatia la protesta. Ma per l’unica iniziativa per dimostrare concretamente dissenso verso le autorità neofranchiste proviene dal movimento Caminera Noa che chiama gli indipendentisti e i sardi democratici a chiamare nella giornata di venerdì 18 o inviare un fax al consolato onorario di Spagna di via Baccaredda a Cagliari.

Di seguito pubblichiamo il comunicato che sta girando sui social:

Il Tribunale Supremo spagnolo ha condannato per l’accausa del procés i dirigenti politici catalani che il 1 ottobre del 2017 avevano organizzato il referendum per l’autodeterminazione della Catalunya.

La pena più grave è stata commutata all’ex vicepersidente della Generalitat Oriol Junqueras, condannato a 13 anni di prigione e 13 di interdizione assoluta dai pubblici uffici. La tesi dell’accusa è stata confermata: i dirigenti politici e culturali sono stati condannati per sedizione e malversazione dei fondi pubblici.

 Le altre pene non sono lievi e vanno dai 9 ai 12 anni, comprese quelle emesse nei confronti di Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, i segretari delle due associazioni culturali Omnium Cultural e ANC.

Caminera Noa esprime sdegno e condanna peril silenzio delle istituzioni europee e della Comunità Internazionale, nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una repressione senza precedenti delle libertà democratiche e del diritto all’autodeterminazione dei popoli, che è l’unica cosa di cui sono realmente colpevoli tutti i prigionieri politici catalani.
Caminera Noa ribadisce la propria vicinanza e solidarietà al popolo catalano, che in queste ore organizza le prime manifestazioni di protesta e invita i sardi a fare altrettanto, attivandosi fin da subito per una più ampia mobilitazione a sostegno del diritto alla libertà, alla democrazia e all’indipendenza nazionale dei popoli senza Stato.

Vogliamo cominciare con un segnale tangibile aperto a tutti i sardi democratici. Proponiamo di chiamare il consolato onorario di Spagna (Cagliari, via Baccaredda) durante tutta la giornata del prossimo venerdì 18 ottobre per esprimere tutta la nostra indignazione e vicinanza alla causa di autodeterminazione del popolo catalano.

Ataturk: il primo grande massacratore dei Kurdi, ma esaltato dall’Occidente. Ecco perché

Immagine tratta da Quantara.de
di Francesco Casula

In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di fatto legalizzarono l’etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925, 1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d’indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all’integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati “I Turchi della montagna”(1).
I libri scolastici – ancora oggi – mentre non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente “Ataturk”, ovvero “Padre dei Turchi” che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938.
Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dagli storici occidentalisti e progressisti (!) in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.
Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(2); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (3); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (4); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(5); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(6); “Creò uno Stato moderno e laico”(7); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(8); “Poté attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(9); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (10).
A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1).Alessandro Aruffo – Carmelo Adagio – Francesca Marri – Marco Ostoni – Luca Pirola – Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
2).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
3).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
4) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
5) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
6) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
7) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
8) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
9) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
10) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

A Foras: «basta scuse. Fisicamente o no domani tutti a Capo Frasca!»

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Una giovane aderente alla campagna “Stop esercitazioni” lanciata da A Foras

Se siete in Sardegna non avete scuse: o state con la Manifestada contra a s’ocupatzione militare  e parteciperete all’evento previsto per domani davanti ai cancelli del poligono di Capo Frasca (dove sono in corso intensi bombardamenti, oppure sarete complici dell’uso bellico dell’isola, o state con lo Stato italiano e la NATo che occupano la nostra terra e la usano come base militare e poligono di tiro coloniale.

Per chi è invece costretto a vivere e lavorare o studiare fuori esiste la possibilità di aderire virtualmente alla mobilitazione scattando e diffondendo una foto sui social.

Riportiamo l’appello di A Foras:

Tutto è partito dal fermento dei preparativi per la Manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna e durante l’assemblea conclusiva del 4′ A Foras Camp tenuosi ad Orgosolo lo scorso settembre è venuta fuori la proposta di lanciare questa campagna per mobilitare anche chi non avesse la possibilità di essere presente il 12 ottobre a Capo Frasca. Al seguente link trovate tutte le info: https\://www.facebook.com/aforas2016/photos/rpp.675211922644586/1419652114867226/?type=3&theater Cogliamo l’occasione per rilanciare la proposta e contribuire così: fatti scattare una foto con le mani aperte scrivendoci sopra “stop esercitazioni!”, ** pubblicala su Facebook e/o Instagram con scritto “Sono presente con il cuore e la mente a Capo Frasca contro l’occupazione militare. #stopesercitazioni #12ottobre #manifestadacapofrasca”. Se ti va, tagga qualche amico/a invitandolo/a a prendere posizione come hai fatto tu. ** o inviandola alla nostra pagina. A Foras contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna

 

Sa Corona de Logu atòbiat Carles Puigdemont

 

Sa delegatzione de indipendentistas sardos cun su presidente de sa Catalunya in esiliu

Una delegatzione de sa Corona de Logu, Assemblea de sos amministradores indipendentistas sardos, at tentu duas dies de atòbios istitutzionales in Bruxelles.

Lunis su 30 de cabudanni, Davide Corriga, Presidente de sa Corona de Logu e sìndigu de Bauladu, at atòbiadu a Carles Puigdemont, Presidente in esiliu de sa repùblica de Catalunya, paris a sos collaboradores suos. S’arresonada est istada ocasione pro torrare a afirmare su ruolu de s’indipendentismu in Europa comente amparu de sos valores de sa democratzia e de sa cumpartzidura e de sos deretos fundamentales de sos pòpulos.

Corriga, donende sa solidariedade a sos rapresentantes catalanos colados duos annos dae su referendum pro s’indipendèntzia de su primu de santugaine de su 2017, at torradu gràtzias a Piugdemont Corriga,  pro àere dau alenu a afortiare s’atentzione subra su tema de s’autodeterminatzione dae unu ghetu internatzionale. A congruos s’est fata sa proposta de pesare unu logu de atòbiu, acarada e collaboratzione intro de sas realidades de s’indipendentismu europeu.

In s’atòbiu cun su presidente catalanu bi fiant finas Maurizio Onnis (Sìndigu de Biddanoaforru), Antonio Succu (Sìndigu de Macumere), Antonio Flore (Sìndigu de di Iscanu), Stefania Taras (Assessora de Lungoni), Gianfranco Congiu (Cunsigeri de Macumere), Laura Celletti (Cunsigera de Crabas), Gabriele Cossu (Cunsigeri de Pabillonis), Enrica Fois (Cunsigera de Pirri) e Angelo Murgia (Cunsigeri de Tertenia). Cun is amministradores ant partetzipadu fintzas Franciscu Sedda, Michele Zuddas e Adrià Martin.

Su biàgiu a Bruxelles ist istadu pro sa delegatzione de sa Corona de Logu ocasione pro atobiare sos dirigentes de sa European Free Alliance, su grupu polìticu de su Parlamentu Europeu chi ponet paris – intre de àteros – sos natzionalistas iscotzesos, catalanos, irlandesos, cursos, fiammingos, bascos, bretones, galitzianos.

Est istada ocasione pro incarrerare s’àndala pro su reconnoschimentu istitutzionale e s’adesione a su movimentu polìticu chi sortit prus de 50 organizatziones autonomistas de su Continente europeu.

Due anni fa il popolo catalano ha votato per la libertà

La violenza della polizia franchista il giorno del referendum democratico (1 ottobre 2017

di Marco Santopadre

Esattamente due anni fa, l’1 ottobre del 2017, quasi tre milioni di catalani e catalane – cioè di cittadini e cittadine della Catalogna, molti dei quali nati in altri territori dello Stato Spagnolo o del mondo – andavano alle urne per partecipare ad un referendum per l’autodeterminazione sfidando la legge, la censura, le cariche della polizia e dei militari.
Il bilancio fu di circa 1000 tra feriti e contusi.
Ma il mondo vide di che cosa è capace una “democrazia occidentale” pur di difendere i privilegi dell’oligarchia politica ed economica che la governa. Le immagini dei pestaggi, delle pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo, delle porte delle scuole sfondate a martellate dai militari ricordarono per un attimo a un’opinione pubblica europea distratta e assopita quanto di franchista conserva la civile e moderna Spagna.
Si trattò del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica degli ultimi decenni in Europa contro uno classe politica e un’istituzione, il Regno di Spagna, animato da un bieco sciovinismo nazionalista.
Più del 90% degli elettori votarono indipendenza e Repubblica, scelsero un progetto di liberazione nazionale inclusivo e aperto al mondo. Si aspettavano il sostegno dell’Unione Europea e della “comunità internazionale”, che invece concessero carta bianca a Mariano Rajoy e alla repressione: il “diritto all’autodeterminazione” tanto fortemente difeso da Bruxelles al di là dell’ex cortina di ferro improvvisamente non valeva più all’interno dei confini della Fortezza Europa.
Occhi chiusi e bocche cucite, quindi, di fronte alla conculcazione dei più elementari diritti democratici e civili da parte dello Stato Spagnolo, e al fatto che le prigioni di Madrid si siano riempite nel frattempo di decine di prigionieri politici catalani, che si vanno ad aggiungere a quelli baschi e a quelli galiziani e agli attivisti condannati per aver partecipato a mobilitazioni contro l’austerità o il fascismo.
A due anni di distanza la lotta del popolo catalano continua. Una lotta di liberazione nazionale, in primo luogo, ma anche sociale, che buona parte della sinistra internazionale si ostina a non vedere, a non riconoscere, schierandosi – che lo faccia in maniera cosciente o meno poco importa – dalla parte dello status quo e del conformismo.

Solinas nemico climatico e della Sardegna

Un cartellone scritto presente alla manifestazione di Cagliari diventato virale sui social. Una delle rivendicazioni di FFF Sardegna è il no alla costruzione del metanodotto

di Antonio Muscas

Grazie al ministro costa, al presidente conte e ai loro vuoti proclami su economia circolare, sostenibilità e ambiente.
La propaganda oggi, alla fine, si presenta per quello che è: menzogne utili, fin quando è possibile, a tranquillizzare gli animi e restare al timone.

Questa la sensibilità delle istituzioni.

Proprio in concomitanza con lo sciopero mondiale sul clima che ha visto in Sardegna scendere in piazza migliaia di persone per chiedere attenzione sui temi ambientali e in particolare contro il progetto di metanizzazione dell’isola, il governo del cambiamento, nella figura del ministero dell’ambiente e quindi del bravo ministro costa, così ha pensato di rispondere.

Invece di prendere e concedere tempo, per dare doverosamente spazio al dibattito pubblico e valutare ogni opzione utile ad affrontare questo delicato momento storico, ha provveduto a metterci di fronte ad un dato di fatto.

Procedendo imperterrito per la propria strada o addirittura accelerando, in una corsa folle verso il baratro.
Il tutto a carico dei comuni cittadini, naturalmente.
Perché quel tubo dovremmo pagarlo noi, coi soldi delle nostre bollette.

E stavolta non potranno certo dire, come hanno fatto col Tap, che sono arrivati tardi e non c’era più niente da fare, che gli accordi erano gia firmati e le penali sarebbero state troppo alte.
Stavolta a decidere sono stati proprio loro.
Avendo tutto il tempo per valutare attentamente
Dopo aver persino convocato il tavolo tecnico al Mise, in cui la Sardegna è stata considerata caso specifico e da trattare come zona a sé, e dove, assieme alle parti sociali e i diversi portatori di interesse, si sarebbe dovuto decidere il suo futuro assetto energetico.

Altro che democrazia diretta: quando di mezzo ci sono gli interessi, grossi, delle multinazionali, si tratti di fossili o finte rinnovabili, ogni occasione di confronto diventa un rischio da evitare.

Con questa azione si vuole mettere il sigillo sul futuro energetico, economico, ambientale e sociale sardo.
Con grande gioia dei sindacati confederali, entusiasti evidentemente di anticipare la nostra e loro estinzione.

Ma nessun tubo potrà soffocare il nostro dissenso.

E se voi l’avete persa, o nascosta accuratamente da qualche parte, saremo noi la voce della vostra sporca coscienza.
A ricordarvi costantemente il carico della vostra responsabilità e gli esiti della vostra mediocrità, della vostra corruzione morale e totale assenza di coraggio e lungimiranza.

Voi siete responsabili, e di questo sporco tubo ne dovrete rispondere di fronte a noi e alle generazioni future.

Quirra: il veleno che non si arresta

Immagine tratta da Atlante italiano conflitti ambientali

di Daniela Piras

Manca meno di un mese all’appuntamento fissato per manifestare davanti al poligono di Capo Frasca. Sabato 12 ottobre movimenti, comitati, associazioni, sindacati e tutti coloro sensibili al dramma della presenza delle basi militari nell’isola faranno sentire la loro voce contro l’oppressione militare, le esercitazioni, le servitù e tutto ciò di cui il poligono è l’emblema: l’occupazione militare della Sardegna e il costante stato di pericolo e di interdizioni a cui sono sottoposti i territori scenari di tali “giochi di guerra”, (che di ludico hanno davvero ben poco).

Sempre più gente comune sta acquisendo consapevolezza di ciò che davvero comporta ospitare i poligoni, al di là degli introiti economici di pochi. Il velo di mistero e la nebbia d’ignoranza di cui erano ricoperti tali siti fino a non tanto tempo fa sta calando grazie a chi ne ha messo in risalto il lato oscuro.

Uno dei siti più importanti e strategici in Sardegna è quello del Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Salto di Quirra (PISQ), il più grande d’Europa, costituito nel 1956, che comprende il Poligono “a terra” di Perdasdefogu, sede del Comando, e il Distaccamento A.M. di Capo S. Lorenzo con il Poligono “a mare”: si tratta di un poligono a disposizione di tutte le Forze NATO. Nel sito del Ministero della Difesa si fa un chiaro riferimento all’attenzione da tenere durante lo svolgimento delle operazioni: «Il Poligono elabora a cadenza semestrale un Programma di attività che viene sottoposto all’approvazione dello Stato Maggiore della Difesa. In fase esecutiva, ogni operazione deve essere svolta nel rispetto di un Disciplinare per la Tutela Ambientale, volto a garantire il minimo impatto ambientale delle attività».

Intorno a Quirra, però, tale attenzione pare non bastare, e nel 2011 a Lanusei parte l’inchiesta della Procura; una parte del Poligono viene sequestrata. L’inchiesta è volta ad accertare eventuali correlazioni tra le attività militari, i casi di tumore riscontrati tra la popolazione e la nascita di diversi capi di bestiame con malformazioni.

Chiediamo all’avvocato Gianfranco Sollai, legale di parte civile che rappresenta i cittadini malati, di aiutarci a fare il punto della situazione sul processo in corso.

  • Come nasce il processo per i “veleni di Quirra”?

Il procedimento penale avente ad oggetto l’attività antropica militare del Pisq viene aperto dalla Procura della Repubblica presso il tribunale di Lanusei, competente per territorio, a seguito della denuncia del medico di famiglia, dott. Paolo Pili, che svolgeva servizio presso il comune di Villaputzu, il quale notò che tra i suoi pazienti vi era un numero considerevole di persone che avevano contratto patologie tumorali, in particolare quelli che abitavano nella frazione di Quirra e/o che esercitavano l’attività di pastore, talvolta anche all’interno del poligono (infatti, per accordo intervenuto tra il Ministero della Difesa e i comuni interessati, i pastori potevano accedere ai terreni occupati dai militari per il pascolo e altre attività pertinenti). Invero, all’interno del poligono, nel 2010 , data del sequestro e conseguente obbligo di rilascio per i pastori, vi erano quindicimila capi di proprietà di alcune decine di aziende e un centinaio di addetti; certamente hanno esercitato un ruolo importante anche le manifestazioni e i dibattiti delle associazioni e partiti indipendentisti che da anni chiedevano lumi sulle attività e la chiusura del poligono per questioni ambientali e per rivalutare economicamente la zona.

  • Cosa è emerso nel processo sino ad ora, dall’istruttoria dibattimentale?

Attualmente siamo nella fase dibattimentale, ove attraverso l’audizione di decine di testi e documenti si è appreso che l’attività militare all’interno del poligono consisteva nel brillamento di tonnellate di bombe, razzi, proiettili… obsoleti, in gran parte armi residuate dalla Guerra Mondiale, le quali venivano interrate ad una profondità di circa sette-otto metri, ricoperte dalla terra dello scavo e fatte brillare, nonché nel lancio di migliaia di missili e razzi ed ancora nel provocare lo scoppio di tubi, al fine di constatarne la resistenza, per poi essere utilizzati nei giacimenti di petrolio.

Vi è da dire che il territorio del poligono è particolarmente mineralizzato, vi è arsenico, torio, uranio, cadmio e altri minerali naturali, i quali attraverso i brillamenti sono stati resi biodisponibili e pertanto inalabili e ingeribili attraverso la carne, il latte, i formaggi degli animali presenti nel Pisq che, brucando l’erba, ingerivano appunto le polveri sottili di questi minerali, sia dei naturali polverizzati che di quelli che rilasciavano le armi fatte brillare. È bene precisare che il torio e l’uranio sono radioattivi.

  • Il nesso di casualità tra le attività svolte nel poligono e l’insorgere di tumori e malformazioni nella zona adiacente è già stato dimostrato? Cosa è necessario per dimostrarlo?

Quanto al nesso di causalità, abbiamo certamente diversi elementi indiziari che fanno ritenere che l’attività militare, non essendoci in quel territorio altra attività inquinante (non vi sono industrie e l’attività mineraria è dismessa da un secolo), abbia provocato danni alla salute. Questo si evince da alcuni elementi:

  1. a) La percentuale di morti per cancro;
  2. b) Le malformazioni ad Escalaplano, paese distante otto chilometri in linea d’aria, dove, a causa dei venti prevalenti, le polveri sono riuscite a raggiungere il centro abitato;
  3. c) Il torio trovato nelle tibie dei morti per tumore che sono stati riesumati;
  4. d) L’alta percentuale di malformazioni tra gli animali, pecore in particolare, che pascolavano nel poligono;
  5. e) Le percentuali di malattie tumorali tra i militari, nonostante la giovane età e la “sana e robusta costituzione” accertata al momento dell’arruolamento.

Si potrebbe pensare che siano solo “indizi”. Sì certo, i fili uniti fanno una corda, gli indizi uniti fanno una prova.

Comunque per mero scrupolo ho fatto istanza per far disporre un’indagine epidemiologica specifica, più precisamente mirata ai pastori che frequentavano il poligono dal 2000 a oggi. I difensori degli imputati e del Ministero della Difesa (responsabile civile) si sono opposti, il tribunale si è riservato di decidere.

  • Quanto crede sia importante l’attività di sensibilizzazione e di protesta portata avanti da movimenti, comitati, sindacati ect?

Le attività dei movimenti, delle associazioni, la consapevolezza e le preoccupazioni dei cittadini dovrebbero costituire un campanello dall’allarme per la magistratura, la quale dovrebbe svolgere le sue funzioni con distacco rispetto agli altri poteri dello Stato e quindi con imparzialità; dovrebbe essere, dico la magistratura, compresa quella inquirente, il garante dei diritti dei cittadini, i quali devono, in uno Stato democratico e civile, avere il diritto di esprimere le proprie opinioni e di manifestare il dissenso. L’impedimento ma anche solo la dissuasione costituisce repressione, la quale una violazione dei diritti e dell’ordine democratico costituito. C’è da aggiungere che lo Stato sapeva dal 1800, e quindi anche il Ministero della Difesa, che l’area Pisq era ed è particolarmente mineralizzata.

No basi: lo Stato attacca, il movimento rilancia compatto

Un momento della carica delle forze di polizia italiana davanti alle reti a Decimomannu contro manifestanti completamente inoffensivi . Foto tratta da La Nuova Sardegna

I giornali di oggi aprono con la notizia di una valanga di accuse a una cinquantina di attivisti contro l’occupazione militare della Sardegna. Il teorema accusatorio consiste nell’idea che esista una regia violenta e addirittura “terrorista”  dietro le diverse manifestazioni davanti ai poligoni militari che – in alcuni casi – registrarono anche scontri con le forze di polizia italiana. Forze di polizia – lo ricordiamo per la cronaca – che in diverse occasioni caricarono manifestazioni assolutamente pacifiche come per esempio davanti alle redi della base di Decimomanno del 2015.

Le accuse  sono pesantissime e rasentano la fantascienza: associazione con finalità di terrorismo, eversione all’ordine democratico, devastazione e saccheggio. Fra le accuse addirittura l’organizzazione di un campeggio antimilitarista!

Gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari firmati  dalla Digos della Questura di Cagliari su delega della Direzione distrettuale antiterrorismo, sono stati notificati complessivamente a 45 attivisti in maggioranza sardi.

La prima domanda che sorge spontanea è come mai questa grancassa mediatica proprio a nemmeno un mese dalla grande mobilitazione contro l’occupazione militare chiamata da circa 40 sigle in agenda per il prossimo 12 ottobre davanti ai cancelli del poligono di Capo Frasca. Si tratta di coincidenze o semplicemente di un attacco intimidatorio finalizzato a scoraggiare la partecipazione di massa alla mobilitazione?

A fronte della più grande ondata repressiva successiva a quella avvenuta nel 2006-2009 (operazione Arcadia e arresto del comunista indipendentista Bruno Bellomonte) molte sono state subito le voci a levarsi alte e a rilanciare la piena solidarietà con gli indagati e l’unità d’azione contro l’occupazione militare della Sardegna.

L’associazione Libertade ha celermente diramato un comunicato mettendo in rilievo come «le gravi contestazioni mosse dal pubblico ministero procedente assumono una portata molto preoccupante, in quanto riferite a condotte poste in essere dagli indagati nella legittima, pacifica e meritoria attività politica di sensibilizzazione e riconoscimento delle gravi conseguenze ambientali e alla salute provocate dalle esercitazioni militari svolte all’interno dei poligoni sardi»

La Procura colpisce soggetti  «rei di aver organizzato manifestazioni (avvenute nel 2014, 2015, 2016 e 2017) che si svolsero in maniera assolutamente pacifica; di aver organizzato campeggi definiti antimilitaristi, nei quali vengono svolte attività di informazione e approfondimento del tema; di resistenza ai pubblici ufficiali, benché sia noto che in quelle occasioni furono le forze dell’ordine a rinchiudere i manifestanti, tra cui donne e bambini, all’interno di cordoni ingiustificati»

Inoltre sono inquietanti anche le medesime modalità di comunicazione agli indagati delle accuse a loro carico e risulta «lesivo dei diritti fondamentali  [il fatto che] gli indagati abbiano appreso dell’avvenuta conclusione delle indagini nei propri confronti dai maggiori quotidiani sardi, poiché nessun atto veniva dapprima notificato agli stessi».

insomma siamo allo “sbatti il mostro in prima pagina” per ovvie e manifeste finalità politicamente e socialmente intimidatorie nei confronti di un movimento radicato e radicale che si oppone senza se e senza ma all’occupazione militare della Sardegna.

Non meno chiaro il comunicato dell’Assemblea Sarda contro l’occupazione militare della Sardegna A Foras che in un comunicato definisce «idiota» l’attacco repressivo della Procura e rilancia:

«Siamo a un mese dal corteo di Capofrasca del 12 ottobre, tra qualche giorno riprenderanno le nefaste esercitazioni militari in tutti i poligoni della Sardegna, sindacati e Regione fanno i salti mortali per far riprendere la produzione e la vendita di armi all’Arabia Saudita per salvare la fabbrica di bombe Rwm, la multinazionale bellica Avio presenta i suoi nuovi progetti a Perdasdefogu; è in questo scenario che si inserisce questo romanzo commissionato dalla procura e redatto dal quotidiano».

Anche per A Foras non vi sono dubbi: «l’unica volontà di questa operazione è attaccare il movimento che lotta contro le basi e l’occupazione militare della Sardegna, fiaccarne lo spirito e la determinazione. Tra il 2014 e il 2016 si è scatenata una grossa offensiva popolare sui poligoni militari ricca di pratiche, contenuti, azioni e forza. Un triennio nero per le stellette in Sardegna che hanno visto cortei in tutte le parti dell’isola, hanno letto di numerosi dossier che svelavano le loro malefatte, hanno subito le contestazioni in luoghi nel quale prima gli veniva steso il tappeto rosso come nelle scuole e nelle università. Per questo oggi militanti di comitati e reti che hanno lottato contro le basi militari, compresi diversi militanti di A Foras, subiscono questa ingiusta gogna mediatica».

 

Immediata anche la risposta del soggetto politico Caminera Noa che pochi giorni fa ha compiuto un blitz alla sede nazionale del Partito Sardo d’Azione per denunciare la contraddizione tra la linea antimilitarista dei sardisti e l’attuale immobilismo sul tema proprio nel momento dell’esercizio del potere e  lanciare la manifestazione del prossimo 12 ottobre.

Gli attivisti di Caminera Noa scrivono sui social di non avere paura e fanno notare la strana coincidenza tra la chiusura delle indagini e la preparazione della mobilitazione imminente: «Puntuale come un orologio svizzero, a poco più di venti giorni dalla mobilitazione contro l’occupazione militare italiana della Sardegna, arrivano le pesantissime accuse a diversi attivisti del movimento per la smilitarizzazione della Sardegna. Gli indagati sono imputati addirittura di devastazione, saccheggio e terrorismo per voler “sovvertire l’ordine democratico”. La finalità è chiara: fermare il movimento contro l’occupazione militare e circondare con una cortina di terrore e sospetto la mobilitazione del 12 ottobre 2019 a Capo Frasca, per scoraggiare la partecipazione popolare. Se essere contro l’occupazione militare della nostra terra vuol dire essere terroristi, allora lo siamo tutti e tutte. Ora più che mai è importante partecipare in massa alla mobilitazione del 12 ottobre. Il terrore, la paura, la menzogna e la caccia all’eretico non vinceranno‼️ A in antis!».

In chiusura ricordiamo tutte le coordinate per la grande manifestazione contro l’occupazione della Sardegna prevista il 12 ottobre a Capo Frasca.