Province sarde: la negazione della democrazia rappresentativa

di Giovanni Fara*

Nel più assoluto silenzio il 6 di aprile si celebreranno le elezioni per la nomina dei presidenti delle Provincie sarde e dei rispettivi consigli provinciali. I cittadini sardi sono all’oscuro di tutto, poiché si tratta di elezioni di II livello a cui possono partecipare esclusivamente amministratori comunali in carica e così con proprio decreto l’uscente presidente Pigliaru il 27 dicembre scorso ha indetto i comizi per le elezioni dei presidenti e dei consigli provinciali delle Province sarde.

Questo succede senza che ancora si sia insediato il nuovo Consiglio Regionale e senza una adeguata informazione. Molti amministratori addirittura ignoravano la notizia e nonostante qualche solitaria voce di protesta, pare ormai evidente che ci si trovi di fronte ad una farsa grottesca, nella quale i giochi di potere sono già stati stabiliti a tavolino dai partiti espressione dell’apparato coloniale e della partitocrazia italiana, dopo che per ben 5 anni le elezioni provinciali sono state rinviate, nominando un Commissario costato più di 100mila euro l’anno e un sub Commissario a cui sono stati dati altri 82mila euro, mentre i Presidenti delle Province costavano circa 40mila euro (mantenendo le vecchie province ci sarebbe stato un risparmio di quasi 30 mila euro e si sarebbe conservata la democrazia).

Le vecchie province sarde democraticamente elette, commissariate e amministrate da uomini nominati nel totale silenzio di tutte le altre istituzioni od enti rappresentativi, prima da Cappellacci poi da Pigliaru, dal luglio 2013 ad oggi, a distanza di anni dalla celebrazione del referendum abrogativovoluto dai Riformatori Sardi vedranno ora l’elezione di 12 consiglieri nel sud Sardegna, 10 a Nuoro, 10 a Oristano e 12 a Sassari. Tenuto conto di quanto contenuto nel decreto presidenziale che richiama la legge Delrio (n. 56/2014) e la Legge regionale 2/2016 ( artt. 26,27 e 28), le liste dovranno essere presentate nelle quattro province sarde, Sud Sardegna, Oristano, Nuoro e Sassari, tra sabato 16 e domenica 17 marzo.

A rendere oscura e poco trasparente la faccenda si pone un fatto: sul sito del Consiglio regionale è stato pubblicato proprio ieri 11 marzo un comunicato ufficiale che riporta testualmente “Il Consiglio regionale si riunisce giovedì 14 marzo alle 12,30. All’ordine del giorno la Proposta di legge in materia di differimento delle elezioni dei presidenti e dei consigli provinciali (qualora perfezionato). La Conferenza dei Capigruppo è stata convocata alle 13 di mercoledì per la programmazione dei lavori.”

Ci chiediamo quale consiglio si debba riunire, se le procedure per la conclusione dello spoglio sono ancora in capo alla Corte d’Appello e non è stata ancora fatta neanche la proclamazione del nuovo Governatore della Sardegna? Pertanto, salvo essere smentiti, da notizie e fatti dell’ultima ora, stiamo parlando dei consiglieri uscenti che, ancora in carica, si riuniranno per fare una leggina veloce veloce per votare il differimento delle elezioni dei consigli provinciali. Quanto tempo ancora, in attesa di una nuova Legge regionale che restituisca dignità democratica e di rappresentanza alle aree vaste e alle province con il ripristino di veri enti intermedi e di elezioni di I livello, dovremmo aspettare per vedere al lavoro uomini e donne elette nei territori di riferimento, a gestire bilanci, programmazione dei lavori pubblici, piani per le scuole, azioni per l’ambiente, piani delle assunzioni, oggi in mano ad un “nominato” del palazzo regionale che dei territori non conosce nulla?

Tutto questo a discapito della democrazia, completamente cancellata negli enti intermedi da ormai 6 anni. Giochini di palazzo che hanno fatto il loro tempo e, oltre che essere inopportuni, sono la prova della poca propensione a trovare soluzioni intelligenti per zone periferiche alla deriva.

Rileviamo inoltre come, rispetto ad altre regioni, ancora una volta venga calpestata dallo Stato italiano la dignità dei sardi e venga impedito all’isola di avere garantita una sua rappresentanza linguistica. Infatti a differenza di quanto disposto per la Regione Sardegna, il Decreto Delrio riserva alle province autonome di Trento e Bolzano e alla Regione a statuto speciale Valle D’Aosta un sistema di eleggibilità e  voto “personalizzati”: gli elettori della provincia di Trento avranno un seggio garantito alla minoranza linguistica ladina. Nessuna personalizzazione è stata invece riservata alla Regione Sardegna.

L’accelerazione di Pigliaru nell’indire le elezioni provinciali per il 6 aprile, sembra inoltre celare interessi  di partito tendenti ad agevolare gli attuali sindaci e consiglieri dei comuni ancora in forze al PD e che, pur sconfitti, alle elezioni del 24 febbraio, hanno avuto un successo personale spendibile per le provinciali. Così si spiegherebbe anche la fretta del sindaco Zedda di Cagliari di dimettersi e andare subito ad elezioni ,per vincere e diventare presidente della Città metropolitana, mentre Sanna a Sassari prima si dimette e poi ritira le dimissioni, in modo da essere ancora sindaco alla data del 6 aprile, ed eventualmente essere eletto ,se non Presidente, almeno come consigliere provinciale.Tutto ciò per mantenere potere e privilegi sulla pelle e a discapito degli interessi dei sardi.

Tàttari, 12 de Màrtzu 2019

*Portavoce di Caminera Noa

 

Poche storie: la Sardegna è una colonia

di Francesco Casula

La Sardegna “colonia” interna dello Stato italiano. Mi è capitato in questi giorni di leggere una portentosa “piacevolezza”: gli Indipendentisti sardi non dovrebbero più parlare di “colonialismo”. Ecco invece il pensiero di Antonio Simon Mossa in proposito. Simon Mossa, In sintonia con i “Nuovi meridionalisti”, – penso in modo particolare a Nicola Zitara (2) a Edmondo Maria Capecelatro e Antonio Carlo (3), quest’ultimo fra l’altro per molti anni docente incaricato di diritto del lavoro all’Università di Cagliari – ritiene che la Sardegna sia una “colonia interna” dello Stato italiano e che dunque la dialettica sviluppo-sottosviluppo si sia instaurata soprattutto nell’ambito di uno spazio economico unitario – quindi a unità d’Italia compiuta – dominato dalle leggi del capitale. Simon è ugualmente in sintonia con studiosi terzomondisti come V. Baran (4) e Gunter Frank (5) che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa. “ L’oppressione coloniale – scrive – si è intensificata con lo Stato Italiano… l’emigrazione, la distruzione dell’economia locale, l’imposizione di modelli di sviluppo forestieri comportano effetti devastanti contro la struttura sociale del popolo sardo” (6). Attacca poi duramente “l’albagia dei colonialisti romani”(7) che si permette di considerarci “straccioni, infingardi, banditi, mantenuti e queruli mendicanti”(8). Altrettanto duro è con i Partiti italiani che “rappresentavano e servivano esclusivamente gli interessi della potenza coloniale che sfruttava la Sardegna” (9). E ancora “La partitocrazia di importazione, aspetto non secondario del fenomeno di colonizzazione e di snazionalizzazione adottato dall’Italia, nella sua funzione di potenza occupante, costituisce nella nostra terra un’etichetta esteriore, uno strumento per assicurarsi il potere a tempo indefinito della madrepatria sulla colonia” (10). Certo – scrive Simon Mossa – “ apparentemente lo Stato è democratico ma sostanzialmente colonialista…la potenza coloniale opprime da tanto tempo la nostra gente” (11). “Uno Stato di fatto prettamente coloniale” (12) che “con i suoi organi costituzionali e di sottogoverno persistono in una politica liberticida e soffocatrice per i Sardi” (13). Riprendendo un articolo di Michelangelo Pira, apparso sulla Nuova Sardegna nell’Agosto del 1967 e condividendolo, lo cita testualmente:” La Sardegna ha sperimentato non solo la politica coloniale ma anche quella di colonizzazione in senso stretto. Ieri le migliori località della costa sarda erano occupati dai miliardari, oggi dal capitale forestiero industriale turistico. Ieri Arborea, oggi i poli industriali. La politica italiana è sempre stata politica colonialista, sia quando si è rivolta all’esterno con le avventure africane, sia quando si è rivolta all’interno. Sono cambiati i miti di questa politica ma la sostanza è rimasta. Che oggi siano i tecnocrati di Roma o di Bruxelles a dire quel che è bene fare o non fare in Baronia e dintorni anziché i ministri piemontesi, non cambia molto, cioè non rovescia la tendenza. Mutano le forme del colonialismo ma la sostanza politica di sfruttamento delle zone coloniali, resta” (14).

Riferimenti Bibliografici 1. Marx-Engels, “Corrispondenze con Italiani” Milano 1864.

2. Nicola Zirara, “L’Unità d’Italia- nascita di una colonia”, ed. Jaca-Book, Milano, 1971.

3. E. M. Capecelatro- A. Carlo, “Contro la Questione Meridionale”, ed. Savelli, Roma 1972.

4. V. Baran, “Il surplus economico e la teoria marxiana dello sviluppo”, Milano,1966

5. Gunter Frank, “Capitalismo e sottosviluppo in America latina, Torino 1969

6. Relazione in ciclostilato nella Riunione di Ollolai (10 Giugno 1967) nei monti del Santuario di Santu Basili, ora in “Antonio Simon Mossa: Le ragioni dell’indipendentismo” Ed. S’Iscola Sarda. Sassari 1984 a cura di Cambule-Giagheddu-Marras e in “Sardisti” vol.II di Salvatore Cubeddu, Ed. EDES, Sassari 1995, pagg.476-477.

7. La Nuova Sardegna 4 Agosto 1967:”No ai Sardi straccioni” di Fidel.( Lo pseudonimo con cui Antonio Simon Mossa firmava, per la gran parte, i suoi articoli: Altri pseudonimi cui ricorse furono: “Giamburrasca”, “Il Moro”, “Cecil”.

8. Ibidem.

9. Tesi di F. Riggio, Etnia e Federalismo in Antonio Mossa, relatore il Prof. Giancarlo Sorgia, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Cagliari, A.A. 1975-76.

10. Ibidem.

11. Ibidem.

12. La Nuova Sardegna 1° Agosto 1967.

13. Ibidem.

14. La Nuova Sardegna, Agosto 1967, Intervento di Michelangelo Pira.

A Foras reagisce alla repressione e rilancia: «Solinas, se siete sardisti via i poligoni!»

Il comunicato di A Foras che pubblichiamo di seguito ha il sapore di un guanto di sfida lanciato al neo eletto presidente della Regione Autonoma. I militanti contro l’occupazione militare non si fanno intimidire dai decreti penali di condanna e rilanciano la lotta sfidando i “sardisti” giunti al potere su un terreno da sempre patrimonio dei movimenti sardisti e indipendentisti: quello della liberazione dall’occupazione militare.

I DECRETI DI CONDANNA NON FERMERANNO LA LOTTA ALLE BASI

Pochi giorni fa sono stati recapitati a nove militanti del movimento contro l’occupazione militare dei decreti penali di condanna, relativi all’azione di protesta alla Regione Sardegna avvenuta il 29 maggio del 2018.
In quell’occasione una ventina di persone avevano attacchinato decine di manifesti in opposizione all’accordo truffa Stato-Regione, siglato dal governatore Pigliaru e dalla ministra della difesa Pinotti, riguardanti l’attività militare italiana in Sardegna.
Anche lo scorso 2 giugno, in occasione de sa manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, abbiamo espresso la nostra posizione lasciando sui muri di Villa Devoto una gigantesca scritta a vernice bianca “REGIONE SERVA DEI MILITARI”.

Mentre il processo per disastro ambientale contro diverse figure dell’Esercito Italiano va a rilento, puntuali arrivano le sanzioni contro gli attivisti contrari all’occupazione, i quali non inquinano, non devastano e non saccheggiano la terra di Sardegna ma si limitano a usare carta, colla e vernice per sensibilizzare e informare il popolo sardo.
A Foras prosegue con forza e serenità la sua lotta attraverso i tanti progetti attualmente in cantiere e se l’obiettivo di questi decreti penali di condanna era rallentare il passo della nostra attività, certamente è andato a vuoto.

L’azione in questione voleva essere la sveglia verso un Consiglio Regionale sordo e cieco.
Vedremo se questi nuovi rappresentanti, in cui spicca una forte presenza sardista (se si tratta davvero di sardismo e non di servilismo verso i veri padroni della Sardegna, mascherato da sardismo) si decideranno a stracciare l’accordo-truffa con il Ministero della Difesa e a mettere in discussione la presenza dei tre poligoni militari in Sardegna.
Se l’intenzione è la discontinuità rispetto alla giunta Pigliaru, questo è certamente il primo punto da cui partire.

La nostra azione di denuncia dei disastri causati dall’occupazione militare continua.

A FORAS – Contra s’ocupatzione militare de sa Sardigna

Per chi voglia sostenere la Cassa spese legali contro le attività militari è possibile contribuire secondo queste coordinante: Per bonifici:

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Intestatario: Alessia Tranquilli

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Lettera di Antonio Gramsci ai pastori sardi di oggi

Stamattina nei pressi di alcuni ovili compresi nella zona di Sorradile, Ardauli, Aidomaggiore, Sedilo e Ghilarza sono state trovate copie di questa lettera che riproduciamo:

Cari pastori,

vi ho seguito da lontano con attenzione e costanza. Ho sempre saputo che la Sardegna facesse eccezione alla “grande disgregazione sociale” in cui consiste il meridione e voi con la vostra lotta l’avete ampiamente dimostrato. Avete posto la quistione del prezzo del latte come una grande quistione nazionale, anzi internazionale, visto che in poco tempo la solidarietà è giunta dai quattro angoli d’Europa. Avete anche spazzato via con gran facilità tutti i luoghi razzisti sui pastori e sull’intero popolo sardo che vogliono dipingere gli abitanti dell’isola e in particolare i pastori e chi vive di agricoltura come incapaci di organizzarsi, incivili, razzialmente inferiori. Ai miei tempi lo scrivevano in libri pseudoscientifici Sergi, Niceforo e Lombroso, oggi lo ribadiscono con argomentazioni analoghe alte cariche dello Stato come il procuratore generale della Repubblica Roberto Saieva quando ha parlato in sede ufficiale di “mentalità predatoria tipica barbaricina”.

Vi accusavano di essere antimoderni, incapaci di lanciare vertenze organiche, isolati, ostaggio di una cultura primitiva e legata ad un individualismo esasperato. Invece avete versato il latte sull’asfalto, dalle autobotti, dai cavalcavia e rimbalzato sui dispositivi sociali moderni (che chiamate se non sbaglio social), le centinaia di blocchi stradali, blocchi ai caseifici, gli assalti ai camion con la merce proveniente dall’estero, guasta o contraffatta. Soprattutto avete avuto la capacità di condurre trattative da pari a pari con gli industriali e con la classe politica ad essa subalterna e di rilanciare controproposte alle prime timide concessioni, una capacità che ha colto di sorpresa tutti e scavalcato organizzazioni ben strutturate e riccamente remunerate come la Coldiretti che si è trovata a dover inseguire gli eventi per cercare di cavalcare la cosa.

Siete stati capaci di creare un vasto blocco nazional-popolare che sostenesse le vostre giuste richieste economiche e che le estendesse ad una universale vertenza di giustizia per il Popolo Sardo che la borghesia settentrionale ha storicamente soggiogato insieme al meridione riducendo la Sardegna a colonia di sfruttamento.

Avete saputo usare e adattare perfettamente ai tempi moderni le tecniche storiche del movimento operaio e contadino facendole rivivere di nuova energia creativa.

Avete organizzato la vostra lotta in forme originali di democrazia del lavoro pur mantenendo una geometrica efficacia nella regia delle azioni di blocco della produzione e di boicottaggio della circolazione della merce che ha sprofondato la classe industriale nella paura ribaltando, nel corso di dieci giorni di scioperi e blocchi, il rapporto di potere che sembrava a tutti gli effetti tendere naturalmente verso il blocco industriali – politici subalterni.

È sinceramente disarmante vedere come nulla è cambiato dai miei tempi. Noi lottavamo contro il prezzo di 36 lire al quintale fissato per il grano perché lo ritenevamo rovinoso per la Sardegna. Era l’Italia protezionista, ma a quanto pare l’Italia del libero mercato non fa eccezione e quando si tratta di mungere l’anello debole della filiera produttiva non desiste ancora dal farlo. La Sardegna in duecento anni di storia è stata messa a sacco e la storia di questi ultimi due secoli può essere definita senza ripensamenti una grande e lunga rapina da parte dei signori continentali e dei loro appoggi isolani. In un tempo storico che difficilmente capisco dove i ricchi e i signori riescono a signoreggiare senza contrasto alcuno e a fare i loro comodi facendo combattere i poveri con i più poveri, voi avete fatto fare inversione di rotta a tale indirizzo e avete riportato la realtà sui piedi attaccando gli industriali, i consorzi di tutela, la follia del cosiddetto “libero mercato” privo di controlli e truffaldino, la grande distribuzione organizzata e la classe politica complice con questo malaffare.

E nulla è cambiato anche nell’atteggiamento di quelli che al mio tempo erano i socialisti. Ho visto la cosiddetta “sinistra” (ho faticato a capire chi o cosa lo fosse, perché al mio tempo la sinistra stava al fianco del proletariato e non degli industriali) attraverso gli editoriali dei principali loro giornali assumere atteggiamenti fastidiosamente paternalistici. Tutto ciò che ha entusiasmato me ha irritato loro: conflittualità, democrazia creativa, capacità di rilancio sulle principali quistioni, non controllabilità da parte degli opportunisti. Si tratta del carattere gattopardesco della vita politica italiana, tutto è cambiato, ma in effetti nulla lo è, certo non lo è quella che viene definita “sinistra” e che al mio tempo erano i socialisti.

Domani ci saranno le elezioni e a quanto si può constatare domina il clima tipico del cretinismo parlamentare. Il tema fondamentale di ogni dibattito dovrebbe essere quello agitato da voi, vale a dire lo scontro, produttori – speculatori, centro – periferia, città – campagna. Dopo il Congresso di Lione del 1926 scrivevo che “politicamente tutta la zona meridionale e delle isole funziona come una immensa campagna di fronte all’Italia del nord, che funziona come una immensa città”. Mi sembra irreale vedere che la situazione non solo è ancora così, ma è addirittura peggiorata.

Il prezzo del latte in effetti altro non è che quello che è stato per il movimento operaio la quistione delle 8 ore lavorative su cui poi si è costruito tutto un mondo di speranze e progettualità. Invece prevalentemente gli esponenti degli schieramenti maggiormente quotati discettano di barconi, immigrazione, competitività aziendale, fondi europei e altre quistioni che non mi sembra possano realmente incidere sulla vita delle larghe masse di Sardegna. E le forze minori cosa fanno per diventare egemoni? Dopo che gli industriali hanno disertato il tavolo per valutare la vostra proposta sugli 80 centesimi, rifiutandosi quindi di trovare una soluzione alla crisi del settore, ci si sarebbe aspettata la convocazione di una mobilitazione popolare ai almeno una di quelle che si dichiarano liste di alternativa. Noto che il cretinismo parlamentare dilaga anche in ambienti a me potenzialmente amici, cioè in quegli ambienti che dovrebbero essere in grado di alimentare lo spirito di scissione.

Non so se bloccherete i seggi. Non saprei bene neppure valutare l’operazione in termini strategici. Quello che mi chiedo non è tanto il mezzo in sé – che dai temi del fiorentino si sa essere sempre anche una questione di fini – ma è la visione, l’orizzonte che si ha.

Che la vostra lotta non sia ormai solo vostra mi sembra chiaro, anche se in molte interviste che avete rilasciato ripetete ciò come un mantra. sicuramente avete a cuore l’obiettivo che volete e dovete raggiungere ad ogni costo e che non volete rendere soggetto a strumentalizzazioni. Ciò è comprensibile. Ma è un fatto storicamente accertato che ogni lotta se stagna nella dimensione economico-corporativa (cioè se in qualche modo non esce fuori da se stessa andando ad intaccare tutta una serie di rapporti, di privilegi, di ingiustizie andando a costruire una visione generale e non particolare; nel caso in quistione non più solo prezzo del latte o temi agrari ma anche difesa della Sardegna orrendamente sfruttata fin dai tempi della legge delle chiudende, dell’abolizione degli ademprivi ed usi civici di terreni e boschi), alla fine si spegne come una fiammella senza più ossigeno. É successo anche a noi dopo il biennio rosso e con l’avvento del fascismo, eppure controllavamo le fabbriche di tutto il nord. Eppure eravamo  talmente forti che alla fine per disperazione la direzione della Fiat fece la proposta agli operai di assumere la gestione dell’azienda in forma di cooperativa, i quali rifiutarono perché ciò che volevano era la gestione del potere politico, non di una fabbrica che sarebbe comunque rimasta non loro.

Lo so che ci avete già provato e che siete rimasti scottati perché hanno provato ad usarvi. Ci sono sempre delle figure animalesche a intorbidare le acque e non si tratta quasi mai della volpe e del lione di cui parlava Machiavelli, ma più spesso di piccoli sciacalli in cerca d’autore. Ma la storia non si può fermare ai primi fallimenti. Abbiamo bisogno di uomini che non si entusiasmino alla prima fragile vittoria e che non arretrino di fronte ai peggiori errori. Siate in grado di diventare il punto di riferimento stabile del riscatto della mia isola, di tutta la mia isola, anche di chi non vi ha capito e di chi vi guarda ancora con sospetto. Cercate alleanze con la parte viva, con i giovani, con gli intellettuali non al libro paga del blocco che vi opprime, con chi coraggiosamente combatte per liberare la Sardegna.

Un caro saluto,

vostro

Nino Gramsci

Bivat sa Repùbblica Sarda de sos operajos de sos massajos e de sos òmines de traballu

Un “ismurzu” di solidarietà in faccia a chi sfrutta il lavoro dei pastori sardi

Striscione di solidarietà alla lotta dei pastori esposto davanti al liceo Galilei di Macumele (Macomer)

Domani il soggetto-progetto politico Caminera Noa solidarizzerà con i pastori in lotta acquistando direttamente da chi sta facendo i blocchi del formaggio e organizzando una merenda popolare davanti al caseificio dei Pinna a Thiesi, ritenuto dagli stessi pastori il target principale della guerra del latte.

Appuntamento domani (sabato 16 febbraio) alle ore 18 davanti al caseificio.

Pubblichiamo di seguito l’analisi di Caminera Noa già pubblicata sulla rivista Contropiano

Il mondo della pastorizia è in rivolta da decenni e il motivo è sempre lo stesso: il prezzo del latte. Forse alla fine passerà anche questa protesta perché le classi dominanti e gli industriali del latte in fondo temono la forza dei pastori sardi e tireranno fuori qualche soluzione tampone. Ma la crisi del comparto anche stavolta non verrà affrontata.

Secondo i dati forniti dall’Agenzia Agris Sardegna, incaricata di raccogliere e rielaborare i dati delle fatture di pagamento del latte, in Sardegna, 12.267 imprese del comparto registrate nell’Isola, con un numero complessivo di capi ovini di 2milioni 548mila 808, hanno prodotto per l’annata 2015-2016 una produzione di quasi 300 milioni di litri di latte (di cui 17milioni circa da caprini) e per la stagione 2016-2017 poco più di 284 milioni di litri. Ogni pecora produce mediamente poco più di centro litri di latte all’anno, per una consistenza media di gregge di 292 capi (http://www.regione.sardegna.it/j/v/2568?s=371854&v=2&c=394&t=1).

La rivolta che sta imbiancando di latte tutta l’isola è scoppiata a causa del crollo del prezzo del latte. Il fatto è che i trasformatori (gli industriali del latte) pagano pochissimo il latte conferito dai pastori (attualmente sotto i 60 centesimi), prezzo ben al di sotto dei costi di produzione (calcolato tra gli 80 centesimi e un euro; la scorsa stagione il prezzo era fissato a 0,85, sempre poco ma meglio che nel passato).

Perché lo pagano così poco? Gli industriali dicono che il prezzo lo decide il mercato. I pastori gridano alla truffa perché il prezzo del latte viene fissato sul prezzo finale del pecorino romano (chiamato così anche se prodotto per la stragrande maggioranza da latte sardo) che è un formaggio di scarsissima qualità assorbito prevalentemente dal mercato americano. Praticamente si tratta di una monocultura favorevole agli industriali e sfavorevole ai produttori.

Però il latte non viene usato tutto per produrre pecorino romano, ma anche altri formaggi di qualità venduti a prezzi ben più remunerativi, eppure viene acquistato sempre al di sotto dei 60 centesimi sulla base del prezzo finale del “romano”. Insomma il latte è uno dei rarissimi casi in cui è il prodotto finale (in questo caso, un prodotto finale, cioè il “romano”, eletto a parametro di valore) a fare il prezzo della materia prima e non il contrario.

Periodicamente la Regione organizza dei tavoli di contrattazione che puntualmente falliscono perché gli industriali restano chiusi ad ogni rialzo del prezzo del latte. Il sospetto è che gli industriali che controllano i tre consorzi di tutela dei tre pecorini Dop (il Romano, il pecorino sardo e il fiore sardo) facciano cartello sui prezzi e non abbiano alcun interesse a diversificare la produzione. Il sospetto è anche che la classe politica colonizzata e a sua volta colonizzatrice sia subalterna agli interessi e ai dettami degli industriali e non abbia mai avuto la volontà di opporsi. Ecco perché tutti i volti noti dei politici sardi vengono cacciati via dai presidi di questi giorni.

Fra l’altro lo scorso dicembre era stato annunciato in pompa magna la nascita dell’ Oilos, (Organismo interprofessionale latte ovino sardo composto) e il ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio (che oggi cade dalle nuvole e mostra il petto a difesa dei pastori) lo aveva definito «un traguardo importante e una risposta al problema del prezzo del latte» (Sardinia Post, https://www.sardiniapost.it/politica/arriva-il-sigillo-del-ministero-per-oilos-nasce-lorganizzazione-del-latte-ovino/). La rivolta del latte era insomma largamente prevedibile. Perché non si è fatto nulla per evitarla?

A fronte di circa 300milioni di litri di latte prodotti all’anno e in gran parte destinati alla monocoltura del “romano”, salta all’occhio il dato impressionante di importazione di oltre l’80% dei prodotti alimentari: cereali, carne, formaggi, frutta e verdura, inclusi i mangimi per alimentare pecore e agnelli. Un paradosso inspiegabile. In Sardegna la superficie agricola utile è di circa 116.000 ettari, di questi 7.000 sono dedicati a seminativi e oltre 45.000 a pascolo. Tradotto in altre parole, utilizziamo quasi tutta la nostra terra per produrre merce di scarso valore economico e con poco valore aggiunto poiché la trasformazione è quasi esclusivamente nelle mani degli industriali del latte, mentre importiamo merce che non siamo più in grado di produrre a casa nostra. L’assenza di una classe politica adeguata si misura in questi numeri, nell’incapacità di pianificare un destino diverso dalla monocultura coloniale per la propria terra. La subalternità dei diversi governi multicolore (ma sulle grandi questioni monopensiero) susseguitisi nel corso degli anni alla guida dell’isola è evidenziata dalle periodiche crisi dei diversi comparti, crisi mai sanate e via via più profonde, così profonde da aver determinato la fine di realtà produttive importanti e vitali. Ciò che è peggio, la svalutazione del nostro lavoro e dei nostri prodotti ha avuto come conseguenza la svalutazione delle nostre terre, l’indebolimento dei nostri legami con questa terra, con la nostra cultura e le nostre tradizioni, ci ha fiaccato lo spirito e levato le certezze, ha sfibrato i legami sociali, disgregato le nostre comunità, cancellato o reso marginale la nostra cultura e la nostra lingua. La situazione di crisi perenne, iniziata secoli addietro e acuitasi negli ultimi decenni ha aperto le porte agli speculatori di ogni genere e sorta. E così una terra resa “arida” da decenni di disboscamenti su cui hanno fatto fortuna padroni continentali e destinata a pascolo diventa oggi l’eldorado per i signori delle rinnovabili, dell’eolico e delle finte serre fotovoltaiche, capaci di ricavare in Sardegna centinaia di milioni di euro all’anno, senza dover neppure fare lo sforzo di venirci in Sardegna, esattamente come facevano un tempo i signori feudali spagnoli e piemontesi. Quale allevatore o agricoltore non accetterebbe infatti in queste condizioni una pala eolica che occupa pochi metri quadri e “regala” ogni anno quanto non sono più in grado di produrre neppure 10 ettari di terreno coltivato?

Questa crisi ha aperto oggi le porte alle fabbriche delle bombe, alle coltivazioni per produrre biogas, come in passato le aveva aperte alle fabbriche degli industriali del nord, durate pochi anni ma quanto basta per lasciare un ricordo perenne di inquinamento insanabile e devastazione economica e sociale. In Sardegna oltre 300 paesi su 377 sono considerati deprivati. Appare ovvio quindi che non si può risolvere l’ennesima crisi del latte ovino con un piccolo incentivo alla produzione; appare ovvio in ragione di un’isola ricca di risorse ma priva di classi dirigenti adeguate. Forse la protesta passerà anche stavolta, ma noi abbiamo il compito di non fermarci all’ennesima elemosina e portare avanti un dibattito serio, battendoci per avviare un processo di riforma utile a garantirci un futuro diverso, soprattutto, utile a garantirci un futuro.

Ecco perché la lotta dei pastori è la lotta di tutti i sardi per la sovranità alimentare, contro la monocultura, per una economia circolare e giusta.

Iniziamo con una atto insieme di solidarietà e complicità con i pastori in lotta. Ecco perché sabato pomeriggio abbiamo organizzato “s’ismurzu de su pastore” davanti al caseificio Pinna di Thiesi. Vi invitiamo a comprare formaggio a chilometro zero, meglio se direttamente dai pastori o dagli spacci da loro gestiti, anche per sostenerli in questo difficile momento in cui sono costretti dalle esigenze della lotta a gettare il loro prodotto anziché a conferirlo.

Gusteremo insieme il formaggio davanti a quello che a tutti gli effetti è diventato il simbolo dell’arroganza di chi affama le campagne senza voler sentire ragioni.

Pastore sardu non t’arendas como!

Pastori: la Sardegna è in rivolta. Domani in piazza gli studenti.

Ormai la Sardegna è in rivolta al fianco dei pastori sardi in lotta per un giusto prezzo del latte (crollato da 85 centesimo della scorsa stagione a 50-60 di quest’anno). Che il popolo sardo si stia identificando nella categoria dei pastori è un fatto abbastanza evidente, già molte amministrazioni comunali hanno aderito alla protesta esponendo manifesti e lenzuola dai balconi e domani è la volta degli studenti. Infatti è stato lanciato uno sciopero che  vedrà protagonisti gli studenti a Sassari e Cagliari.

A Cagliari l’appuntamento è alle 8 del mattino al Liceo Siotto per una manifestazione che si unirà ai pastori di fronte alla Regione Sardegna. La chiamata è generale, nel senso che praticamente tutte le organizzazione studentesche hanno appoggiato e rilanciato l’evento.

A Sassari è invece nata per l’occasione una associazione nuova “Istudentes” che raccoglie diverse esperienze e associazioni studentesche.

L’appuntamento è alle ore 11:00. Il corteo muoverà dal Dipartimento di Agraria (viale Italia 39, angolo via Enrico De Nicola) per raggiungere Piazza d’Italia

Pubblichiamo il loro comunicato e il loro evento fb

#ISTUDENTES #AgricolturaFuturoFormazione #AFFIANCOAVOI

Gli studenti dell’ Università degli studi di Sassari, il giorno mercoledì 13 febbraio alle ore 11:00 organizzano una manifestazione pacifica per solidarietà e protesta contro il prezzo del latte, facendo seguito alle manifestazioni degli ultimi giorni.

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È una tematica che riguarda l’intera Sardegna e pertanto siete invitati tutti a partecipare, non è una semplice protesta ma è un segnale di riscossa di un intero popolo.

#istudentes #affiancoavoi #uniss #semmostotupastores #fortzaparis

Chiunque volesse manifestare in maniera violenta è pregato di non partecipare, pertanto si condanna qualsiasi componente che voglia manifestare in maniera non idonea a quella sopracitata.

Sardegna=colonia. A processo per una critica alla polizia su un blog

Nella colonia Sardegna succede che se critica l’operato delle forze dell’ordine ti puoi ritrovare con un processo kafchiano e con una richiesta di decine di migliaia di euro sul collo. Fare politica nella colonia Sardegna può essere molto pericoloso, soprattutto se si criticano le forze di occupazione militari e poliziesche. 

Domani il processo agli attivisti del collettivo oristanese Furia Rossa. Pubblichiamo il comunicato di solidarietà del soggetto-progetto politico Caminera Noa:

Caminera Noa esprime massima solidarietà ai compagni del Collettivo Furia Rossa-Oristano che domani 12 Febbraio verranno processati presso il Tribunale di Oristano per aver criticato l’operato della polizia durante uno sfratto.

Il 22 Gennaio 2015 ad Arborea ci fu il violento sfratto di una famiglia di agricoltori; dopo mesi di resistenza allo sfratto grazie alla solidarietà di tanti sardi, la polizia decise di agire con l’utilizzo di un numero spropositato e indefinito di agenti anti-sommossa. In quell’occasione è comparso sul blog “lafuriarossa.noblogs.org” un articolo (tuttora sequestrato dalla magistratura) in cui si denunciavano i fatti della giornata e si accusavano i vertici della Questura oristanese di aver esercitato “violenza di stato” e i celerini venivano definiti “canis de isterzu”.
Tanto è bastato per far partire una querela contro i membri del collettivo – denunciati dall’ex questore di Oristano Francesco Di Ruberto (lo stesso che in tv affermò a più riprese che in Sardegna c’è “un’innegabile cultura del coltello”), dal capo della Digos Vincenzo Valerioti e da un altro membro della Digos cittadina – e oggi sul banco degli imputati per concorso formale nel reato di diffamazione (art. 595, comma 3 del codice penale), nonostante due precedenti richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero.
Come se non bastasse i poliziotti si sono costituiti parte civile chiedendo una condanna a 220.000€ per i tre giovani compagni, “per l’ingente danno morale, per le gravi offese alla reputazione, alla dignità personale e per l’ingente danno esistenziale e di immagine” loro causato.

Questo fatto è un chiaro indice dei tempi bui che stiamo attraversando, fatto di atti repressivi contro gli indipendentisti e contro le forze che partecipano ai conflitti sociali in Sardegna; ma ciò che è accaduto a Oristano ci preoccupa in modo particolare, perché quando anche la libertà di pensiero e la banale critica politica – che pensavamo intoccabili – è messa sotto attacco in questo modo e la si affronta con il codice penale, siamo in pericolo tutte e tutti e questo può essere un precedente che non siamo disposti ad accettare.

Per questo ribadiamo la nostra solidarietà ai compagni oristanesi e ci auguriamo la piena assoluzione da ogni accusa.

Bianco è il colore della rabbia dei pastori. Caminera Noa al loro fianco

Un fiume di latte sversato poche ore fa a Uliana (foto diffusa sulla pagina fb del MPS)

La Sardegna si colora del latte sversato dai pastori che preferiscono buttarlo o regalarlo piuttosto che conferirlo ai padroni e agli speculatori. 

La campagna elettorale condotta in sordina senza chiare prospettive di cambiamento viene eclissata dalla roboante protesta dei pastori che ai quattro angoli della Sardegna organizzano blocchi stradali, blocchi ai porti, banchetti in cui regalano i loro prodotti alla popolazioni e capannelli dove sversano a terra il loro prodotto per protesta. 

Il tempo dei tavoli, delle promesse, delle lungaggini, delle vuote promesse elettorali è volto al termine.

Il soggetto-progetto politico Caminera Noa si schiera senza tentennamenti al fianco della lotta dei pastori sardi.

Pubblichiamo il loro comunicato diramato in rete poche ore fa:

Le campagne sarde sono pronte a incendiarsi con la rabbia dei pastori e le fiamme minacciano di divampare in tutta l’isola. Quanto successo ieri ad Abbasanta, con il blocco della Carlo Felice e lo sversamento di decine di migliaia di litri di latte, potrebbe essere solo l’inizio di una nuova stagione di lotta del mondo agro-pastorale sardo.

Caminera Noa intende manifestare la propria solidarietà a chi ieri, in maniera spontanea e autorganizzata, ha partecipato alla manifestazione, nata da un tam tam telefonico e social tra gli stessi pastori. Purtroppo, la stretta repressiva avviata dagli ultimi due ministri dell’Interno rischia di presentare un conto molto salato ai pastori che, stremati da anni di umiliazioni e soprusi da parte della politica e dei raggruppamenti industriali del settore lattiero-caseario, hanno deciso ieri di dare un forte segnale di rottura con la linea delle trattative e dei tavoli tecnici. Lo diciamo chiaro e forte: un prezzo del latte equo è una necessità improcrastinabile per la Sardegna tutta, non c’è nessuna trattativa o nessun tavolo che tenga. C’è solo un modo per evitare che quello che è accaduto ieri (e che potrebbe accadere di nuovo nei prossimi giorni) venga trattato come un fatto di semplice ordine pubblico: tutti i sardi devono far capire alla politica e all’autorità giudiziaria che quella dei pastori è una vicenda politica e come tale va trattata. Non solo, quello che vogliamo mettere in luce è che la questione del prezzo del latte è solo un aspetto del problema generale della nostra isola: l’essere succube del colonialismo italiano e l’essere inserita in un sistema economico liberista e capitalista, che nessun rispetto ha per la dignità delle persone, ma bada solo al profitto dei monopolisti. Il dramma dei pastori non è su un altro pianeta, ma ha le stesse radici e la stessa natura del problema della chiusura dei piccoli ospedali, o della speculazione energetica, o della disoccupazione di massa e giovanile. Si attivino pertanto tutte le misure necessarie a risolvere l’emergenza del latte pagato 60 centesimi al litro e si apra un dibattito più ampio su come risolvere la questione in maniera strutturale.
Ciò che è certo è che i pastori sardi devono avere la più totale autonomia su come gestire modi e tempi della loro lotta.
Caminera Noa è al loro fianco.

Le proposte dei pastori sardi pronti alla battaglia

Da qualche settimana il Movimento Pastori Sardi ha lanciato nuovamente l’allarme: il prezzo del latte è sceso nuovamente sotto i 60 centesimi al litro. In un video messaggio il leader del Movimento Felice Floris ha dichiarato che i pastori sono pronti a dare battaglia per una legge sul prezzo del latte che sottragga la contrattazione al monopolio degli industriali i quali decidono quello che vogliono sulla pelle appunto dei produttori.

Spesso si rimproverano i pastori di non avere proposte ma di limitarsi alle lamentele e a chiedere contributi. Tutto questo non è vero, perché dal 2010 i pastori hanno realizzato una piattaforma di proposte molto concrete che ha poi gettato le basi per l’esperienza della Consulta Rivoluzionaria (che raccoglieva pastori, artigiani, operai, indipendentisti).

Ieri il MPS ha pubblicato un documento con diverse proposte per invertire la rotta e permettere un giusto presto per il versamento del latte.

Pesa Sardigna ha deciso di pubblicare il documento integralmente:

MOVIMENTO PASTORI SARDI

PROPOSTE SETTORE LATTIERO CASEARIO OVI-CAPRINO

La Pastorizia in Sardegna sta attraversando un momento di profonda crisi economica caratterizzata dal crollo del prezzo del formaggio “Pecorino Romano DOP” tipologia di prodotto esportato in particolare nei mercati Nord-Americano e Canadese, la perdita di prezzo è determinata dall’assenza di moderni strumenti di programmazione e per il deficit negli investimenti in ricerca, finalizzati a creare valide alternative al suddetto formaggio. Il regime di monocultura comporta frequentemente un eccesso di produzione. Crisi che i trasformatori scaricano addosso ai pastori dimezzandone il prezzo del latte oggi valutato circa 0,60 euro/litro, ben trenta centesimi al di sotto dei costi di produzione. Serve un intervento super partes che permetta ai produttori primari di ottenere il giusto riconoscimento del loro ruolo guida nella tutela del made in italy e nel presidio civile delle aree rurali in via di spopolamento.

In Sardegna la zootecnia ovina da latte è costituita da circa 15.000 allevamenti con oltre 3.000.000 di capi ovini e da circa 3.000 allevamenti con oltre 330.000 capi caprini e rappresenta il principale aggregato zootecnico della Sardegna, con un’incidenza sulla PLV agricola regionale del 25% circa (45% il peso dell’intero settore zootecnico). Ognuno di questi capi ovini produce annualmente oltre 120 litri di latte, per cui la produzione complessiva del comparto si attesta ai 350/380 milioni di litri di latte, che trasformati portano a una produzione totale di formaggi pari a circa 590.000 quintali di formaggi così ripartiti:

• 160/170 milioni di litri a Pecorino Romano Dop
• 130 milioni di litri circa ad altri formaggi
• 10/11 milioni a Pecorino Sardo Dop
• 4/5 milioni a Fiore Sardo Dop

che hanno mosso un fatturato di circa 400 milioni di euro pari al 25% del fatturato agro-industriale regionale. La Sardegna è il più importante produttore nazionale di latte ovino caprino, più di due terzi (68%) ovino nazionale e oltre la metà del latte caprino sono prodotti in Sardegna e occupa tra diretti e indiretti circa 100 mila persone.

Sul piano economico la pastorizia crea ricchezza diffusa, basti pensare all’indotto che in maniera diretta o indiretta è collegato al mondo pastorale, pensate a tutto ciò che gira attorno alla pastorizia; caseifici, mangimifici, trasporti, mattatoi, il settore meccanico e delle costruzioni fino ad arrivare al terziario. La presenza di questo settore giustifica l’esistenza di migliaia di posti di lavoro; veterinari, biologi, impiegati delle ASL di enti Regionali ed anche due Facoltà Universitarie – quelle di Agraria e di Veterinaria girano attorno a questo comparto.

Nonostante l’importanza economica del pastoralismo, la pastorizia in Sardegna non va misurata soltanto in termini di punti percentuale del PIL prodotto ma anche e soprattutto per il suo valore sociale, culturale e ambientale.

La pastorizia produce dunque un valore più importante di quello economico.
La pastorizia ha un inestimabile valore ambientale.
Le oltre 17.000 aziende pastorali distribuite nel territorio ne garantiscono infatti la cura e il controllo.

Che cosa costerebbe alla società questo controllo? Non soltanto è questione di tenere i terreni puliti per prevenire gli incendi e le devastazioni, ma soprattutto conservare il paesaggio che abbiamo costruito in secoli di lavoro nelle campagne. Quel paesaggio non è solo il frutto della natura, ma del lavoro dei pastori sulla natura. Quel paesaggio è la nostra storia e la nostra cultura. La pastorizia ha infine un valore sociale, essa mantiene in vita l’interno della Sardegna, i suoi paesi, offre un senso all’esistenza di decine di migliaia di persone e costituisce anche un elemento fondamentale della nostra identità.

E’ necessario intervenire subito per evitare che la situazione economica degeneri creando tensioni sociali di difficile gestione.

Proponiamo di intervenire con i seguenti strumenti:

A) Vigilare affinché il Consorzio di tutela del Pecorino Romano DOP si attenga al rispetto delle quote di produzione già stabilite dal regolamento interno approvato dal Ministero delle Politiche Agricole.

B) Chiedere agli organismi Nazionali preposti di ritirare dal mercato almeno 20 mila quintali di prodotto da destinare alle persone meno abbienti o da destinare sotto forma di assistenza alimentare a paesi bisognosi. Tali misure potrebbero essere attuate, la prima con fondi Nazionali all’interno degli stessi strumenti Ministeriali a disposizione quale, il Programma AGEA degli aiuti alimentari agli indigenti per la platea di aventi diritto in Italia; la seconda con fondi regionali attraverso interventi del Ministero degli Esteri per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, inseriti all’interno del programma di Cooperazione internazionale.

C) Finanziare un ammasso volontario di 20 mila quintali di formaggio tipo Pecorino Romano con lo scopo di favorire ai produttori una graduale immissione nel mercato.

D) Potenziare le O.P. Organizzazioni dei Produttori riconosciute e impegnarle nella gestione unitaria del latte in esubero attraverso aiuti finanziari e strutturali con il compito di togliere dal mercato locale almeno 30 milioni di litri di latte da destinare alla polverizzazione e alla vendita del latte tal quale nel mercato estero. Anche la suddetta misura è contemplata all’interno della L.R. 15/2010 e può essere finanziata con fondi Regionali.

E) Impedire anche attraverso l’utilizzo della “moral suasion” che singoli trasformatori acquistino più latte a loro necessario con il preciso intento di riversare l’eccedenza non trasformata al fine di creare inflazione nel mercato, obbligando i produttori primari a svendere il loro latte.

F) Convocare e istituzionalizzare un tavolo permanente per il settore Ovi-Caprino Nazionale con la presenza anche di rappresentanti del Movimento Pastori Sardi.

Tramatza, 25/01/19

MOVIMENTO PASTORI SARDI

Ci hanno rubato (anche) le banche

di G. R. Pisanu – Confederazione Sindacale Sarda (CSS)

Ormai è solo questione di tempo e la scomparsa dell’ultima realtà creditizia della Sardegna diventerà un dato di fatto. Infatti, con l’acquisizione del 49% del capitale sociale in mano alla Fondazione Banco di Sardegna da parte della BPER spa, si andrà a chiudere in modo definitivo l’operazione di incorporazione del Banco di Sardegna spa da parte della banca emiliana. Cerchiamo di capire perché siano fondate le preoccupazioni che questa operazione, nel medio e nel lungo periodo, potrebbe portare non pochi svantaggi al tessuto economico e produttivo della Sardegna. Ancora pochi decenni fa la realtà economica isolana poteva contare su sostegno creditizio di tre Banche: Banco di Sardegna, Banca di Sassari e Credito Industriale Sardo (CIS). Con l’andare degli anni, sia per vicende legate alla normativa fiscale che agevolava le fusioni/incorporazioni da Istituti di Credito, sia la ricerca di una dimensione crescente delle banche per operare con più forza nel mercato del credito, le principali banche sarde vennero acquisite e controllate da banche esterne al territorio. Il primo a perdere autonomia fu il CIS, acquisito da Banca Intesa. La banca lombarda subito operò per un ridimensionamento strutturale e la presa di possesso totale del controllo aziendale, tanto che ormai questa banca è diventata solo uno dei tanti sportelli del colosso creditizio lombardo. La storia del Banco di Sardegna è più complessa, dato che nel frattempo il Banco controllava già la Banca di Sassari. Con l’acquisizione del 51% delle azioni (“pacchetto di maggioranza”) da parte della BPER spa, in un sol colpo la banca emiliana prese il controllo di due banche sarde. Una parte di autonomia operativa, però, veniva in qualche modo garantita dato che il restante 49% del capitale sociale rimaneva ancora sotto il controllo della Fondazione Banco di Sardegna. Con il passare degli anni, però, la BPER ha sempre fatto sentire sempre di più la propria presenza. Varie e continue operazioni di ridimensionamento, ristrutturazione aziendale, chiusura di sportelli e riduzione di organico, hanno negli anni cambiato la fisionomia del Banco di Sardegna, fino alla definitiva fusione per incorporazione della Banca di Sassari avvenuta nel 2016. In particolare per il Banco di Sardegna, è stata completamente modificata la propria natura operativa. Da banca legata al territorio e strettamente legata al tessuto produttivo sardo, oggi la politica creditizia del Banco è sempre più orientata alla raccolta del risparmio e alla vendita di prodotti finanziari (polizze assicurative, fondi, carte di credito, ecc.) che al finanziamento dell’attività produttiva e delle famiglie. Con l’acquisizione del 49% del capitale Sociale da parte della BPER spa si porterà a chiusura definitiva della possibilità che possa esistere una banca sarda per i sardi. Inoltre la lontananza dei centri decisionali (Modena) dal territorio sardo alla lunga mostrerà i suoi effetti.

In un mercato creditizio globale, dove le banche mirano essenzialmente alla raccolta dei risparmi e della vendita dei prodotti finanziari a dispetto della richiesta di credito da parte delle imprese e famiglie, a soffrire sarà sicuramente la richiesta di fondi a sostegno dell’attività economica. Il risparmio raccolto in Sardegna inevitabilmente rischia di essere dirottato in aree geografiche ritenute “più redditizie” dal punto di vista della profittabilità aziendale, mentre si ridurrebbe il sostegno al tessuto socio produttivo della Sardegna. In pratica si creerebbe un flusso di ricchezza e di risparmi a senso unico (dalla Sardegna alla Penisola), accentuando quel processo di stagnazione economica che da anni sta ormai affliggendo la nostra Isola. Inoltre non sono da poco le preoccupazioni sulle ricadute occupazionali riguardanti gli attuali dipendenti del Banco di Sardegna (e della ex Banca di Sassari). Non nascondiamo la nostra preoccupazione per questa vicenda e ora non ci resta che attendere. Speriamo sempre che, come si usa spesso dire, “il tempo sia galantuomo”.