Fondazione Sardinia contro lo spopolamento

 

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È previsto per domani a Seneghe (domenica 8 maggio) un incontro organizzato dalla Fondazione “Sardinia” Sulle cause dello spopolamento e sulle possibili misure alternative per il riequilibrio territoriale.

Dopo un saluto del presidente della Fondazione Sardinia Bachisio Bandinu introdurrà Salvatore Cubeddu, direttore della Fondazione. Seguiranno poi gli interventi programmati: Federico Francioni (dai dati storici ai programmi ad hoc contro lo spopolamento, da inserire in un progetto complessivo); Mario Cubeddu (animare i Comuni con gli incontri di tipo letterario e culturale: l’esperienza di Seneghe e di altri centri); Vanni Lobrano, Università di Sassari (che cosa si può fare sul versante delle istituzioni); Benedetto Meloni, Università di Cagliari (una riflessione sulle esperienze di sviluppo locale); Vincenzo Migaleddu (verso un futuro senza inquinamento e desertificazioni); Paolo Pisu, Sindaco emerito di Laconi (che cosa hanno fatto e che cosa ancora possono fare i piccoli Comuni nella lotta allo spopolamento).

Il convegno di domani appare tanto più importante dopo la pubblicazione di SEO (Sardinian Socio Economic Observatory) sulla spaventosa tendenza allo spopolamento della Sardegna. SEO aveva osservato che la tendenza allo spopolamento non c’entra nulla con l’insularità e che anzi i dati di Eurostat mostrano la crescita “per tutte le principali isole europee (sia per numero di abitanti che per estensione) nel periodo che va dal 2015 al 2080”.

Secondo le stime la Sardegna perderà “il 34% della popolazione attuale e si collocherà in testa in un’ipotetica graduatoria dello spopolamento”.

Differente è la situazione di tutte le altre isole mediterranee – continuano gli autori di SEO – che vedranno crescere la propria popolazione nel periodo considerato “con incrementi che spaziano dal +50% della Corsica al +13% di Malta”.

Le ragioni dello spopolamento sono quindi esclusivamente politiche ed economiche ed hanno a che fare con il regime neo coloniale o semi coloniale a cui è sottoposta la nostra terra. Speriamo dunque che dal convegno di domani vengano fuori soluzioni e prospettive di rottura per dare alla nostra terra un futuro che non sia il deserto dello spopolamento.

L’appuntamento è previsto alle ore 9,30, nella Sala consiliare del Comune di Seneghe.

https://seosardinia.wordpress.com/

http://www.fondazionesardinia.eu/ita/

 

Manifestazione di Teulada contro la Trident: Prosciolte le tre militanti per irrilevanza dei fatti contestati.

Teulada

foto Roberto Pili

Manifestazione di Teulada contro la Trident: Prosciolte le tre militanti per irrilevanza dei fatti contestati.

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale minorile di Cagliari dopo una breve udienza ha archiviato la posizione delle tre militanti contro l’occupazione militare per irrilevanza dei fatti contestati. Si chiude così il caso delle tre antimilitariste minorenni – una di 16 anni e le altre di 17 – protagoniste con un’altra ventina di attivisti della violazione del Poligono di Teulada durante la manifestazione contro l’esercitazione Trident Juncture del 3 novembre scorso, giornata culminata con cariche delle forze dell’ordine all’esterno del Poligono e lo stop delle esercitazioni intorno alle ore 15:00.

Seguirono forti polemiche riguardo la gestione della manifestazione; dal divieto di manifestazione da parte del Questore Gagliardi, motivato con la necessità “di dare un segnale forte“, ai fogli di via notificati ai militanti del Comitato Studentesco contro l’Occupazione militare, passando per l’imponente assetto militare implementato a Sant’Anna Arresi la giornata del 3 novembre come nelle due settimane precedenti. Fino alle cariche al corteo e la divulgazione di notizie false sull’interruzione dell’esercitazione NATO, come nel caso del Generale Giovanni Pintus secondo il quale lo stop era già in programma in quanto le operazioni si sarebbero dovute protrarre fino ad ora di pranzo del 3 novembre. In realtà, è noto che le attività fossero programmate fino alle ore 18:00.

Accompagnate dagli avvocati e dai genitori, le tre giovani militanti sono comparse giovedì di fronte al Gip del Tribunale minorile con l’accusa di essere entrate nella zona militare interdetta di Teulada. Erano state identificate e denunciate nel corso della protesta e oggi il giudice – come prevede l’ordinamento della giustizia minorile – doveva valutare la rilevanza dell’accusa per decide se proseguire nel giudizio, propendendo come detto per un’archiviazione.

Dopo il caso dei militanti del movimento contro l’occupazione perquisiti e fermati con l’accusa di divulgazione di materiale coperto da segreto militare, rivelatisi poi normali atti accessibili con ordinarie procedure di legge, si chiude nel migliore dei modi per le tre giovani militanti sarde l’ennesima pagina repressiva che dimostra come lo scontro in atto tra lo Stato italiano e il Popolo sardo sul versante dell’occupazione militare mantenga un ruolo di primo piano nella vita politica e sociale della Sardegna.

Al momento non sono previste altre udienze relativamente ai fatti del 3 novembre a Teulada anche se stanno giungendo nuove denunce a carico di vari militanti autori del taglio alle reti e dell’accesso al Poligono.

Il ritorno della CSS a Sassari

Il ritorno della CSS a Sassari

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Venerdì 15 aprile, in pieno centro storico di Sassari, la Cunfederatzione Sindicale Sarda ha inaugurato la sua sede. I lavori sono stati aperti in lingua sarda dal sindacalista Giuseppe Pisano, il quale ha relazionato sulla proposta lanciata di concerto con il Fronte Indipendentista Unidu e con l’Altra Sardegna di un piano triennale per il lavoro. Immediatamente dopo è intervenuto il figlio del grande architetto indipendentista Antoni Simon Mossa, a cui è stata inaugurata la sede sassarese della CSS. Predu Simon Mossa ha presentato le iniziative previste per il centenario dalla nascita (1916-2016) e ha annunciato «grandi novità venute fuori nella ricerca dei suoi documenti che presto verranno rivelate al pubblico». Ha poi preso la parola il sindacalista Vincenzo Monaco che, in catalano algherese, ha denunciato il raggiungimento del limite inferiore di sopportazione dei soprusi causati dal colonialismo e ha fatto appello ad una reazione del popolo sardo per una programmazione dal basso del nostro futuro economico, sociale, linguistico e politico. Monaco ha duramente attaccato il modello economico imposto alla società sarda che «forma giovani lavoratori per poi allontanarli dall’isola impoverendo sempre di più il nostro tessuto sociale». Ai lavoro ha partecipato anche il sindacalista catalano Carles Sastre, Segretario Generale della Confederation Sindacal Catalunya – Intersindacal che ha evidenziato i punti di contatto con la realtà lavorativa sarda e in particolare la fuga di competenze all’estero dopo essere state formate (come in Sardegna con il disastroso progetto “master and back” della giunta Soru). Sempre dalla Catalunya è intervenuto il rappresentante della Generalitat catalana Joan Elies Adell Pitarch il quale ha ribadito il carattere “rivoluzionario, pacifico e inesorabile” del processo di mobilitazione della società catalana: «noi non vogliamo l’indipendenza solo per una questione culturale o identitaria, ma perché il nostro popolo ha diritto al benessere e con la Spagna ciò non è possibile dal momento in cui i catalani non possono autodeterminare le loro scelte economiche e sociali». Joan Elies ha anche teso una mano alla Sardegna invitando i sardi a stringere rapporti sempre più stretti sia culturali che economici, perché «i popoli catalano e sardo non devono più darsi le spalle, ma cooperare nell’interesse comune indipendentemente da ciò che fanno o non fanno Roma e Madrid».
Per la CSS sassarese sono intervenuti, tutti in sardo, Gavino Piredda (settore bancario), Luana Farina (Servizi Regione) la quale ha sottolineato l’immobilismo della giunta Regionale sotto diversi punti di vista e Cristiano Sabino (scuola) che ha puntato il dito contro la «scuola italiana in Sardegna che priva i cittadini sardi del diritto di conoscere la propria storia, cultura e lingua generando analfabeti antropologici e sull’assenza di una legge regionale per la scuola».
I lavori sono stati chiusi dal segretario generale Giacomo Meloni che con un lungo e appassionato intervento, parte in sardo e parte in italiano, ha ribadito il carattere necessariamente politico e non meramente burocratico del sindacato nazionale sardo: «dobbiamo combattere un modello economico che ha distrutto la nostra terra inquinandola e creando dipendenza economica e mentale contrastando e denunciando chi ci ha ingannati, derubati e avvelenati. Se le grandi industrie che stanno in piedi solo ricevendo finanziamenti statali ci ripagassero del danno arrecatoci ci sarebbe lavoro per trent’anni con le bonifiche che oltretutto ci restituirebbero un territorio nuovamente utilizzabile»

http://www.confederazionesindacalesarda.it/

Alessandro Mongili – Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

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Intervista a Alessandro Mongili sulla sua ultima ricerca.

Alessandro Mongili (1960) è professore di Sociologia generale e di Processi di modernizzazione e tecnoscienza all´Università di Padova. Ha lavorato all´Università di Cagliari. È stato visiting all´Accademia delle scienze dell´URSS (1987-1988), alle Università della California a San Diego (2004) e a Berkeley (2011), a Santa Clara (2007) e a Stanford (2008). Ha ricevuto il dottorato all´EHESS, a Parigi. Si è dedicato dapprima a ricerche sulla scienza sovietica (La chute de l´U.R.S.S. et la recherche scientifique,1998) per poi occuparsi di tecnologia e informatica (Donne al computer, con C. Casula, 2006, Tecnologia e società, 2007, Information Infrastructure(s), con G. Pellegrino, 2014). È autore di diversi saggi. Nel 1995 ha pubblicato inoltre Stalin e l´impero sovietico, tradotto in due altre lingue. È stato il primo presidente della Società Italiana di Studi sulla Scienza e la Tecnologia (STS Italia). Alla ricerca ha affiancato l´attivismo politico e gli interventi sui media.

Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

• Che rapporto intercorre tra innovazione e arretratezza?

Innovazione è una parola oggi satura di politica e di attese quasi messianiche. Come lo sviluppo, è una parola che ha colonizzato ogni visione di divenire storico-sociale. Nei Paesi del Sud Globale o comunque etichettati come “arretrati”, come anche la Sardegna, l’innovazione è soprattutto gestita da politiche ad hoc che la riducono a pratiche lineari che seguono modelli abbastanza fallimentari. Il dato più preoccupante di queste politiche è l’esclusione che creano, e il dare per scontato il fatto che l’innovazione (e quindi la modernità) sia qualcosa che si crea solo dall’alto e seguendo “buone pratiche” che invariabilmente riproducono le gerarchie sociali esistenti, ed emarginano saperi locali e i soggetti che ne sono portatori, prima di tutto le donne, ma anche tutto quello che puzza di “troppo sardo” agli occhi dei gruppi “modernizzatori”, che sono stati selezionati negli ultimi due secoli in base all’orrore del sardo e al suo accostamento con ciò che è “arretrato” e “primitivo”. Mentre modernità e innovazione si creano ovunque, spesso in risposta a problemi da risolvere, e più in attività ordinarie che nei set smart dell’innovation da palco e da fiera, finanziata magari con i soldi pubblici.

• Qual è il compito della sociologia in una terra come la Sardegna?

La Sardegna è sconosciuta. Ridotta a epitome della “società tradizionale” e della loro “arretratezza” dalle scienze sociali convenzionali e confermative di ipotesi tarate su altri mondi. La Sardegna non ha voce. Compito degli intellettuali è quello di dare voce ai suoi fenomeni, e in particolare dar voce ai subalterni. Invece,  si tacitano in nome di paradigmi cripto-funzionalisti o costruiti in base a fenomeni propri delle società settentrionali e, nel nostro caso, “italiane”, rispetto alle quali misurare i nostri fenomeni come “scarto”. C’è molta resistenza alla concettualizzazione, che è necessaria a partire dal nostro vissuto, a costo di mettere in crisi schemi generali. Non sappiamo nulla delle aree urbane, poco del turismo, nulla del ruolo della medicina, le dinamiche culturali del cambiamento linguistico sono semplicemente irrise, nulla di fenomeni di massa come le dinamiche religiose (anche interne alla Chiesa cattolica) e del consumo (visto che ormai la produzione non esiste più). Gli studi sulla ruralità hanno prodotto qualcosa, ma stentano ancora a uscire dalla dicotomia modernità/tradizione con cui viene spiegato qualsiasi aspetto della nostra esistenza. Gli studi di storia e sociologia ambientale e l’inclusione dell’ambiente nei collettivi agenti, che è al centro del dibattito internazionale sull’Antropocene di questi ultimi anni, sono relegati a studiosi esterni all’Accademia. Tre anni fa visitai gli impianti petrolchimici di Porto Torres per una indagine esplorativa e un funzionario mi disse: “siete i primi a venire qui dall’Università negli ultimi vent’anni”. Ecco. Personalmente ho voluto dare un contributo mettendomi a studiare la tecnoscienza attraverso alcuni casi legati alla sua articolazione.

• Un libro degli anni settanta poneva questa domanda: Sardegna. Regione o colonia? Che risposta daresti oggi alla luce dei processi di impoverimento economici e culturali degli ultimi 60 anni?

Si tratta di processi di sviluppo e di “innovazione” che hanno preso inizialmente il nome di Rinascita della Sardegna e corrispondono a pratiche di modernizzazione dall’alto applicate in tutto il Sud globale, e che hanno ovunque, non solo da noi, prodotto la dislocazione delle società precedenti e risultati catastrofici. Pintore scriveva che la Sardegna è una colonia economica e non politica. Di formazione marxista ortodossa, confondeva il livello politico con quello politico-istituzionale. Sardigna è sicuramente una colonia, tanto più perché dal 1799 in poi si è creata un’alleanza di ferro fra il ceto modernizzatore locale e gli interessi stranieri interessati alla sua spoliazione e al suo sfruttamento. Istituzionalmente, queste reti d’azione hanno attraversato tre fasi, quella terminale del Regno di Sardegna, il periodo di “Fusione perfetta” e l’Autonomia, senza mai intaccare le infrastrutture della dipendenza, che capillarmente hanno dislocato la società sarda e performato la sua e nostra subalternità.

In un ambito di deterritorializzazione e di reticolarità dei fenomeni è difficile ragionare in termini stanziali in relazione a un territorio geograficamente definito come la Sardegna. Per questo nel mio libro parlo di “topologie”, cioè di relazioni omeomorfiche postcoloniali presenti in misura preoccupante in Sardegna. Politicamente, niente mi discosta negli ultimi anni dall’idea che la dipendenza e la sua continua attualizzazione, in quasi tutti gli ambiti della nostra vita sarda, sia il nostro principale problema e la causa dell’attuale catastrofe della Sardegna.

• La tua ricerca ha un debito con le analisi di Gramsci?

Gramsci l’ho incontrato nel corso della mia ricerca di risorse per una comprensione maggiore di casi di innovazione da me studiati in Sardegna. In particolare, attraverso gli storici bengalesi e americani che si sono occupati di Postcolonial e Subaltern Studies. Direi che Gramsci è stato ridotto a un cencio inamidato dalle letture togliattiane e il suo pensiero è invece vivo, e per noi Sardi da esplorare in profondità. Gramsci è un materialista non banale, la sua idea di processi materiali è oggi finalmente comprensibile in tutta la sua estensione, proprio perché il suo pensiero è libero da un naturalismo ingenuo. Gramsci è molto studiato in tutto il mondo, proprio perché non hanno conosciuto la deriva essenzialistica e passatista del dibattito “culturale” italiano. Gramsci può aiutare noi Sardi a uscire dalla dipendenza peggiore, quella culturale, e dalla nostra subalternità a una cultura oggi inutile e provinciale come quella italiana, poiché il suo punto di vista è globale proprio perché, come Pasolini, si occupò di Italia dai suoi margini, cosa che tutti noi Sardi facciamo “costitutivamente”. Sì, oggi ho un interesse enorme per la sua opera.

http://www.condaghes.com/autore.asp?id=363&ver=it

Intervista a Mauro Aresu, Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna

Intervista a Mauro Aresu, Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna

Intervista a Mauro Aresu, Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna
  • Alcuni militanti del Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna sono stati perquisiti e fermati dai carabinieri venerdì 4 marzo? Tu sei tra questi. Quali sono le accuse?

Le accuse che mi vengono rivolte sono quelle di “vilipendio alle forze armate”, per una foto pubblicata dal profilo facebook del Comitato studentesco contro l’occupazione militare all’indomani del blocco delle esercitazioni militari a Teulada il 3 Novembre del 2015, e di aver reso pubblico il calendario delle esercitazioni militari in concorso con un’altra persona che mi avrebbe passato questo documento.

• Sui giornali i militari hanno parlato di una talpa dentro il Comitato paritetico per le servitù militari e diffusione di informazioni riservate. Il movimento ha 007 dentro le istituzioni?

I militari asseriscono che quel documento non potrebbe mai essere arrivato nelle mie mani se non con l’aiuto di una talpa all’interno del COMI.PA., forse hanno viaggiato un po’ troppo con la fantasia, infatti quel documento può essere richiesto all’interno di un ufficio della regione preposto a questo compito. Il consigliere comunale Enrico Lobina ha confermato ciò in un comunicato a mezzo stampa che non ha avuto grande seguito, probabilmente perché non faceva fare una bella figura all’indagine condotta dal PM Pani.

• La repressione italiana ha raggiunto i suoi obiettivi intimidatori?

Così come avvenuto all’indomani dei fogli di via che hanno preceduto la storica manifestazione alla base di Teulada, l’intimidazione ha avuto un effetto boomerang. Tantissima è stata la solidarietà, non solo all’interno della parte più militante ma anche di persone che non hanno mai avuto un ruolo all’interno della lotta. L’abuso era troppo palese. Per di più, i continui attacchi di questura e magistratura stanno rinsaldando il fronte contro l’occupazione militare.

• Quali sono i vostri obiettivi politici?

Siamo nati all’indomani della manifestazione moltitudinaria di Capo Frasca, il nostro obbiettivo era quello di diventare punto di riferimento della componente studentesca in maniera trasverale, infatti, molti di noi fanno parte di altri percorsi politici, differenti tra loro, altri sono semplici individui che vogliono lottare per la liberazione della loro terra. Vorremo essere un’esempio di come un’obbiettivo comune possa portarci, seppur nella diversità, a lottare uniti per raggiungere determinati traguardi. In sintesi quendi vorremmo che il discorso che portiamo avanti possa entrare all’interno di tutte le scuole dell’isola, passaggio che già stiamo affrontando attraverso le già numerose assemblee studentesche che abbiamo costruito in questi mesi. Assemblee che hanno lo scopo di informare e creare dibattito. Il secondo passaggio è quello di organizzarci e bloccare la macchina bellica, traguardo che siamo coscienti di non poter raggiungere da soli come componente studentesca ma che sarà raggiungibile solo con l’unità del popolo sardo.

• Come vi state muovendo per fare crescere la lotta contro l’occupazione militare della Sardegna?

Questo aprile ci muoveremo in giro per tutta la Sardegna per cercare confronto e dibattito, abbiamo preparato un documento che pone delle basi di discussione su dei punti che riteniamo indispensabili. È volutamente scevro di analisi, avremmo potuto stilare una tesi di decine di pagine ma preferivamo mettere degli spunti per poter dare dare uno spunto iniziale al dibattito. Gli obbiettivi dichiarati sono quelli di conoscere altre realtà, di creare un’assemblea per maggio che sia discussa fra più parti e non calata dall’alto in base alle emergenze che ci si pondo davanti, creare un primo momento nazionale che testi un nuovo modo di organizzarsi. Abbiamo tante altre proposte, anche queste eviteremo di metterle per iscritto sempre per la stessa volontà ad aprire un momento di dibattito, affinché non si pensi che il movimento contro l’occupazione militare non sia ad appannaggio di questo o quell’altro gruppo. Chi desidera questo momento di dibattito non deve far altro che scriverci alla pagina del comitato o alla mail.