VelEni: dopo la condanna la lotta continua!

chimica verdeSi è concluso ieri, presso il tribunale di Sassari, il processo che vedeva sedere sul banco degli imputati alcuni dirigenti di una società dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), multinazionale creata dallo stato italiano e a controllo maggioritario dello stato italiano medesimo. I dirigenti sono stati riconosciuti colpevoli per lo sversamento nel mare del Golfo dell’Asinara di sostanze altamente tossiche, quindi di disastro ambientale e condannati ad un anno di reclusione e a dover risarcire le parti civili fra cui il Ministero dell’Ambiente e la Regione Sardegna (ovvero altre due parti dello stato italiano) per la cifra rispettivamente di 200mila e 100mila euro. Fra le parti civili che beneficeranno del risarcimento anche il Comitato “No chimica verde”, (a cui andranno 10mila euro), che da anni si batte per reclamare il diritto a reali bonifiche dei territori avvelenati da decenni di pratiche inquinanti, (legali e anche illegali), e per contrastare i disegni di una nuova industrializzazione pesante dell’area (il cosiddetto progetto “chimica vede”).

Il comitato – ha dichirato Paola Pilisio in un comunicato –  «ha deciso di destinare l’intera somma per la costituzione  di un fondo a sostegno delle spese mediche e logistiche per le  persone malate di tumore residenti a Porto Torres e dintorni. E invita le altre parti civili di questo processo, in particolare il Ministero dell’Ambiente, la Regione Sardegna e il comune di Porto Torres a contribuire a questo fondo di solidarietà». Gli attivisti ambientalisti dichiarano inoltre che la lotta è tutt’altro che finita e chiedono «agli enti sopracitati di non continuare a rilasciare autorizzazioni per impianti altamente inquinanti all’interno del SIN di Porto Torres, come di recente avvenuto con la delibera n°43/23 del 19.07.2016, « cioé ieri », da parte della Regione Sardegna per la costruzione della centrale a biomasse di Matrica o l’AIA ministeriale rilasciata dal Ministero dell’Ambiente alla centrale termoelettrica di Versalis (società Eni) a regime dal gennaio 2014, per lo smaltimento di 50 mila tonnellate l’anno di FOK (residuato della lavorazione dell’etilene), altamente cancerogeno e inquinante».

Insomma la lotta contro la colonizzazione della Sardegna da parte di stato e multinazionali  industriali continua!

Via Umberto I°! di Francesco Casula

umberto primoContributo dello storico Francesco Casula sulla battaglia per ripulire la toponomastica sarda dai nomi della casata Savoia

Via i Savoia – non solo Carlo feroce – dalla Toponomastica Sarda.

Alcune motivazioni perché Umberto I di Savoia non è degno di essere intestatario di una Via, una Piazza o altri simili ed equivalenti “onori” e riconoscimenti nei paesi e nelle città della Sardegna

Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale,nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

  1. campo fiscale.

Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe Dessì nel romanzo Paese d’ombre “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse.

In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne tornavano a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani…”

-tassa sul macinato

Durante il suo regno permarrà  l’imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel 1880), l’imposta più odiosa di tutte, “perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”. (Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440).

-aggio esattoriale

Scrive lo storico Ettore Pais: “Nelle altre province del regno l’aggio esattoriale ha una media che non supera il 3%, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a 14%”. (F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam, Padova, 1959, pagina 245).

-sequestro di immobili

A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 – anni in cui Umberto I è re – si ebbero in Sardegna “52.060 devoluzioni allo stato di immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre regioni messe insieme” (F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958,pagina 162). Ed ancora nel 1913 – regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo – la media delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.

  1. campo economico

In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda. Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.

La “Guerra delle tariffe con la Francia – scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d’ombre – aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti. Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del Risparmio di Cagliari”.

Mentre  Raimondo Carta Raspi annota: “Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo commercio e l’isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali” (Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882)

Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l’intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – sostiene Gramsci – ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.

Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.

  1. campo ambientale

L’Isola del «grande verde»,  che fra il XIV e XII secolo a.c. fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte Beltrami “devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna”, mandò in fumo il patrimonio silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.

Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento. Scriverà Eliseo Spiga “lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”. (La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 161).

Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).

E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: “La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno”.

  1. Gli spogliatori di cadaveri

Gramsci in un articolo del 1919 sull’Avanti, censurato e scoperto tra Carte d’archivio decenni dopo e fortemente critico nei confronti della politica italiana postunitaria, scrive che : “I signori di Torino e la classe borghese torinese ha ridotto allo squallore la Sardegna, privandola dei suoi traffici con la Francia ha rovinato i porti di Oristano e Bosa e ha costretto più di centomila Sardi a lasciare la famiglia per emigrare nell’Argentina e nel Brasile”.

Infatti in seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda: di qui lì emigrazione biblica.

Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato. Nel solo 1883 – ricorda lo storico Carta-Raspi – erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l’intera economia sarda.

Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – annota Gramsci – ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.

Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. E s’affrettano a sbarcare in Sardegna quelli che Gramsci chiama “Gli spogliatori di cadaveri” .

1° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono gli industriali caseari. I signori Castelli – scrive Gramsci – vengono dal Lazio nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. Il meccanismo dello sfruttamento (ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso) è semplice: al pastore che privo di potere contrattuale, deve fare i conti con chi gli affitta il pascolo e con l’esattore, l’industriale affitta i soldi per l’affitto  del pascolo, in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale.

Il prezzo del formaggio cresce ma va ai caseari e ai proprietari del pascolo o ai grandi allevatori non ai pastori che conducono una vita di stenti, aggravati dalle annate di siccità e dalle alluvioni: conseguenze e prodotti del disboscamento della Sardegna, opera di un’altra categoria di spogliatori di cadaveri.

2° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono gli industriali del carbone – secondo Gramsci – che scendono dalla Toscana. Stavolta il lascito perla Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali toscani ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi: a un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza, scrive ancora Gramsci.

Così – continua l’intellettuale di Ales – L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi con un’alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l’abbiamo ereditata allora.

Massajos ridotti in miseria dalla politica protezionista di Crispi e pastori spogliati dagli industriali caseari, s’affollano alla ricerca di un lavoro stabile nel bacino minerario del Sulcis Iglesiente. Dove troveranno altri  spogliatori di cadaveri.

3° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono quelli che arrivano dalla Francia, dal Belgio e da Torino per un’attività di rapina delle risorse del sottosuolo. Ricordiamo  che il 9 settembre del 1848, ad appena otto mesi dalla Fusione perfetta, fu esteso alla Sardegna un Editto, già operante nella terraferma, che assegnava la proprietà delle miniere – e tutte le risorse del sottosuolo – allo Stato. Questo, per quattro soldi le darà in concessione a pochi “briganti”, in genere stranieri ma anche italiani.

“Essi si limiteranno – scrive Gramsci –  a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione, senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”

Certo, gli occupati nelle industrie estrattive passeranno da 5 mila (1880) a 10 mila (1890) ma in condizioni inumane di lavoro (11 ore consecutive) e di vita: La Commissione parlamentare istituita dopo i moti del 1906 scriverà: Si mangia un tozzo di pane durante il lavoro e per companatico mangeranno polvere di calamina o di minerale”.

Sempre nella relazione della Commissione parlamentare si dice testualmente: S’attraversano ancora oggi nel Sulcis Iglesiente villaggi nati allora, lascito della borghesia mineraria con intonaci scomparsi, pavimenti trascurati, filtrazioni d’ umidità, insetti immondi, annidati dappertutto.

Ad essere date in concessione non erano solo le miniere di carbone ma anche quelle di piombo, argento, zinco, rame.

  1. Nel campo delle libertà e della democrazia. La “Caccia grossa” e i fatti di Sanluri.

Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore: appoggio le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben 6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000  caddero prigionieri.

Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione, riunione ecc) garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), “le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400” Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461).

Ebbene il re Umberto, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!

Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo,  nella notte fra il 14 e il 15 maggio arrestò migliaia di persone.

Ecco come descrive  la Caccia grossa Eliseo Spiga: “Lo stato rispondeva al banditismo cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi… di un’intera società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato… Ed ecco gli arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi… sequestrate tutte le mandrie e marchiate col fatidico GS, sequestro giudiziario… venduti in aste punitive tutti i beni  degli arrestati e dei perseguiti… Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta. Un sequestro di persona in grande, per fare scuola”- (La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 162).

Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta anche prima del 899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (SU TRUMBULLU DE SEDDORI ), sommossa repressa violentemente: ci furono 6 morti.

Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’isola. e in gran parte della terra ferma, per i morti e per le gravi conseguenze giudiziarie .

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “PROCESSO” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei processi più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

Devias: “giù le mani da Surigheddu-Mamuntanas!”

deviasInervista al segretario del partito indipendentista di sinistra Liber.R.U. Pierfranco Devias sulla vicenda Surigheddu-Mamuntanas

Alcune settimane fa, Liberu, ha occupato le tenute di Surigheddu e Mamuntanas, ci puoi spiegare perché e che fine faranno?

LIBE.R.U. con un blitz il 12 maggio ha denunciato pubblicamente un’operazione che rischiava di passare in sordina, ovvero l’imminente scadenza del bando di interesse per le terre e le strutture di Surigheddu-Mamuntanas, beni regionali situati in agro di Alghero. La RAS cerca di mettere in vendita queste terre con un bando internazionale accampando l’intento di voler rilanciare l’agricoltura, ma dietro quest’operazione si nasconde un’operazione per cedere agli speculatori 1.200 ettari di terra e 20.000 di stabili, a cinque km da Alghero e nelle vicinanze dell’aeroporto. Un’occasione imperdibile per gli speculatori.

Dopo il blitz di LIBE.R.U. dalla Regione non arrivò alcun segnale, se non le favole dell’Assessore Erriu, che pretendeva di far credere che non ci fosse alcun rischio di speculazione “perché la zona è soggetta a vincoli”. L’assessore sa benissimo che con circa 20.000 metri quadri di stabili da ristrutturare (o da abbattere e ricostruire con uguale dimensione) non c’è alcun impedimento da parte dei vincoli. Lo sa l’assessore, lo sa l’intera Giunta e lo sa anche la speculazione immobiliare internazionale, a cui quelle terre fanno gola.

Esattamente un mese dopo, l’11 giugno, LIBE.R.U. ha chiamato tutti i cittadini sardi, i partiti, i movimenti e le associazioni a occupare simbolicamente quelle terre per far sentire forte la contrarietà del popolo sardo di fronte a questo ennesimo scippo dei beni collettivi. All’occupazione delle terre, oltre a LIBE.R.U., hanno preso parte Sardigna Natzione Indipendentzia  e le associazioni legate alle cooperative agricole, oltre a numerosi cittadini accorsi da Alghero e da tutta la Sardigna.

La Regione, insensibile alle proteste e determinata a portare a compimento questo saccheggio, ha risposto che va avanti la preparazione del bando, aperto anche (badate bene!) alle società che non hanno precedentemente manifestato interesse. Questo significa che quando verrà aperto il bando le società immobiliari si affacceranno apertamente o camuffate da società agricole, ma senza dubbio cercheranno di accaparrarsi questa zona dalle enormi potenzialità.

Qual è la proposta di Liberu?

La proposta di LIBE.R.U. è quella di bloccare immediatamente il bando di vendita internazionale. In seguito proponiamo di procedere con un bando di concessione temporanea per la coltivazione delle terre che permetta di verificare, passo dopo passo, se effettivamente si porta avanti un rilancio dell’agricoltura o meno. Se ciò non venisse rispettato la Regione potrebbe in qualunque momento far decadere il contratto di concessione, cosa che sarebbe impossibile da fare, appunto, con un bando di vendita che aprirebbe le porte agli speculatori e ai signori del turismo d’elite. Naturalmente non si deve dimenticare che ci sono diverse aziende di pastori che lavorano in quei territori da quarant’anni e che hanno anche loro diritto di veder riconosciuto il loro spazio. E’ paradossale che la Forestale ad aprile abbia multato questi pastori per pascolo e occupazione abusiva mentre si cerca di vendere quelle terre che sono della Regione. Pigliaru dice che vuole rilanciare l’agricoltura. Lo fa multando i Sardi che lavorano la loro terra e spalancando le porte alla speculazione straniera.

Secondo voi, la riqualificazione di Surigheddu e strutture simili, possono  essere il punto di partenza per il rilancio dell’economia sarda?

Certamente. La Sardigna oggi importa l’80% dei prodotti agroalimentari che vengono consumati nel suo territorio. Le nostre terre sono abbandonate, la disoccupazione giovanile è alle stelle, l’emigrazione a causa della povertà vede andare via ogni anno oltre 7000 persone. Abbiamo una terra fertile, abbiamo bisogno di rioccupare il nostro mercato interno prima ancora che di pensare all’esportazione. Abbiamo bisogno di dare lavoro ai Sardi e rilanciare i prodotti sardi: l’agricoltura permette di poter lavorare per tutto l’anno, non solo tre mesi l’anno come lavapiatti e camerieri. Abbiamo bisogno di rilanciare un’economia sarda forte e stabile: della speculazione degli emiri e dei signori del mattone non ne abbiamo proprio bisogno.

per saperne di più:

http://www.liberu.org/

H24: l’ira dei commercianti Sardi

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È diventata una festa fatta anche di balli, musica e risate la spesa civica che associazioni, movimenti e sindacati hanno organizzato ieri mattina al mercato comunale di via Quirra a Cagliari.
Dal 4 luglio il supermercato Carrefour di Quartu Sant’Elena ha adottato le stesse politiche aziendali attuate in molti punti vendita della multinazionale francese in continente: apertura H24 e sette giorni su sette.
La tendenza delle grandi catene commerciali è chiara, infatti con questa manovra fanno sì che la concorrenza dei piccoli commercianti e produttori locali venga pian piano appiattita, al fine di conquistare completamente il mercato sardo dell’agroalimentare.

È per questo che la Confederazione Sindacale Sarda, il Fronte Indipendentista Unidu, il Partito Comunista dei Lavoratori, Altra Sardegna e S’Idea Libera hanno convocato una mobilitazione nella giornata di ieri, 9 luglio, in modo da sensibilizzare cittadini e commercianti riguardo la mancanza di una politica capace di realizzare una sovranità alimentare sarda.

Gli attivisti, i commercianti e numerosi clienti hanno discusso a lungo sull’assurdità della dipendenza alimentare dei sardi dalle multinazionali, le quali ci propinano cibo spazzatura che oramai imbandisce l’80% delle nostre tavole.

I militanti hanno ascoltato con attenzione la rabbia dei lavoratori del mercato, che lamentano la concorrenza sleale della grande distribuzione, chiedendo una regolamentazione precisa che impedisca le aperture selvagge; difatti i mercati civici non possono aprire né le domeniche né il pomeriggio.

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Molta indignazione è emersa anche a causa della questione sfruttamento, cui sono sottoposti i lavoratori dei centri commerciali sia perché sono obbligati a turni massacranti, sia perché la loro diaria è tra le più basse d’Europa.

“È l’inizio di un percorso che intendiamo portare avanti – sostiene Vincenzo Monaco della Confederazione Sindacale Sarda – poiché dalla riconquista del mercato agroalimentare ritroveremo il benessere della nostra Terra”.

Saras ed Esercito zittiti all’Università di Cagliari

occupazione militare

È durato meno di dieci minuti il IX seminario anti-inquinamento organizzato dalla Marina Militare e l’Università di Cagliari con la partecipazione della SARAS nell’aula magna della cittadella universitaria di Monserrato. Il seminario doveva essere associato all’esercitazione nelle acque del golfo di Cagliari.

Ma lo spot di Saras e Marina Militare, gentilmente concesso dall’Università di Cagliari, è stato interrotto dagli attivisti del Comitato Studentesco contro l’Occupazione Militare che hanno tirato fuori uno striscione e hanno interrotto lo scandaloso teatrino scandendo slogans.

Gli studenti si sono opposti alla presenza di Militari e SARAS all’università di Cagliari e hanno anche contestato duramente la rettrice Del Zompo che si è prestata ad avallare gli interessi dell’economia di guerra e di sfruttamento della Sardegna.

“Oggi a sloggiare da casa nostra siete stati voi” – hanno esultato gli attivisti del Comitato a fine giornata – riferendosi alla quotidiana oppressione subita dal popolo sardo determinata dall’occupazione militare.

Puddu: “ora uniti contro l’occupazione militare!”

intervista enrico puddu

Domenica 26 giugno ad Aristanis (Oristano) si terrà la seconda assemblea generale sarda contro l’occupazione militare. Abbiamo intervistato Enrico Puddu del Comitato Studentesco contro l’occupazione militare per capire che aria tira. Ecco le coordinate dell’incontro: Aristanis, 26 giugno, ore 15:00, teatro S. Martino, via Ciutadella de Menorca, n.3

Avete sfidato la disunità del movimento contro l’occupazione militare chiamando una assemblea generale a Bauladu lo scorso 2 giugno. Come è andata?

Il 2 giugno è stata una data importante per tutti coloro che lottano contro l’occupazione militare in Sardegna. Come Comitato Studentesco contro l’occupazione militare abbiamo voluto convocare in quella data tutte le organizzazioni, movimenti indipendentisti, associazioni, comitati e singoli che in questi anni si sono interessati dell’argomento. Prima del 2 giugno abbiamo organizzato un tour in tutta la Sardegna in modo tale da poter raggiungere più persone possibili e cercare di costruire quella data insieme. Ci siamo resi conto che l’esperienza del tour, ha portato ad un confronto sincero e costruttivo con molteplici realtà e che, con tutte queste, si condivideva il fine ultimo cioè la chiusura delle installazioni militari. Fare un analisi dell’assemblea in poche righe non risulterebbe esaustivo e corretto però sicuramente si può dire che si sono raggiunti due obbiettivi che ci eravamo prefissati. Il primo era quello di portare in una stessa data tutte le organizzazioni e i singoli raggiunti durante il tour e soprattutto tutti coloro che si sono impegnati negli anni nella lotta contro le basi a parlarsi e confrontarsi. Il secondo obbiettivo era quello di rendere l’assemblea il più operativa e concreta possibile ponendo le basi per un lavoro continuativo nel medio e lungo periodo. Questi risultati uniti ad una progettualità di breve termine ha portato i partecipanti ad avere la necessità di un secondo confronto che avverrà domenica 26 giugno al Teatro San Martino di Oristano.

Dagli interventi è uscita una linea comune basata sul diritto del popolo sardo di liberarsi dell’occupazione, sulla necessità di un lavoro continuativo e sul fatto che nessuno deve mettere il cappello sulla lotta. È così?

Si è proprio così. Gli interventi di tutti i territori hanno dimostrato che queste volontà sono condivise da tutti e ci si è impegnati per trovare una sintesi concreta per continuare a lottare insieme. Questo implica che la nostra volontà di confronto è stata accolta e che è emersa una linea comune che sarà la base su cui si dovrà costruire nel prossimo futuro un percorso condiviso.

Che ruolo hanno i giovani in questa nuova mobilitazione?

Pensiamo che la composizione dell’assemblea del 2 giugno abbia dimostrato quanto nei territori sia sentito il problema dell’occupazione militare soprattutto nella fasce d’età più giovani. Eravamo abituati, negli ultimi anni, ad assistere a riunioni e assemblee di poche decine di persone alle quali intervenivano i soliti protagonisti della lotta contro le basi. L’Assemblea di Bauladu ha visto la presenza di una composizione molto giovane che ha dato nuova linfa ad un movimento che aveva perso lo slancio ormai da anni.

Che posizione hanno preso i diversi movimenti indipendentisti? E gli ambientalisti?

I movimenti indipendentisti hanno voluto voluto ribadire l’importanza di una lotta contro l’occupazione militare nel contesto di una lotta più ampia e complessa che riguarda il territorio sardo. Nella narrazione indipendentista l’occupazione militare ha sempre rappresentato un’importante snodo nell’ottica di lotta di liberazione nazionale e penso che anche questi movimenti abbiano intuito l’importanza dell’unione agli altri gruppi che si occupano di questa tematica. Così come i movimenti indipendentisti, i movimenti pacifisti hanno accolto favorevolmente il nostro intento e hanno dato un contributo reale e concreto durante l’assemblea e in prospettiva.

Quando sarà il prossimo incontro e con quale ordine del giorno

Il prossimo incontro, come deciso a Bauladu dall’assemblea, è stato convocato al Teatro San Martino di Oristano per domenica 26 giugno alle ore 15. L’ordine del giorno è uscito dai resoconti dell’assemblea di Bauladu e si articolerà nei seguenti punti: comunicazione interna alle componenti nei territori dell’assemblea, ambiti d’interesse del movimento (Dalle scuole elementari a quelle superiori la narrazione militare, alternanza scuola lavoro – università, distretto aerospaziale sardo, accordi con Technion – occupazione militare e economia, ricatto del lavoro, indennizzi, situazione economiche delle aree limitrofe ai poligoni – occupazione militare e salute, registro tumori, dossier sui morti e malati che hanno prestato servizio civili/militari – occupazione militare e scenari internazionali, esercitazioni in Sardegna e interessi geopolitici, lotta di autodeterminazione dei popoli oppressi, guerra e migrazioni – comunicazione esterna e gruppo propaganda – gruppo di studio sul movimento sardo contro le basi dagli anni 60 a oggi). E ultimo punto: proposte pratiche per una prospettiva politica condivisa di movimento in Sardegna contro l’occupazione militare.

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Il Carrefour apre h. 24. Il Fronte: “mobilitiamoci, è schiavismo!”

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Supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, sembra lo scenario di un libro di George Orwell o Ray Bradbury, una società distopica dove domina l’azienda totale e la dittatura delle merci e del profitto sulle persone. Invece è la triste realtà che sbarca in Sardegna. È l’effetto di quel decreto “Salva Italia” del governo Monti (sostenuto dal centrosinistra) che liberalizzò totalmente l’apertura dei megamercati togliendo la competenza a Comuni e Regioni.

Così il megamercato Carrefour “Le Vele” di Quartu S. Elena, aprirà 24 ore su 24 dal prossimo 4 luglio. Sull’argomento sono intervenuti i sindacati che hanno annunciato la loro contrarietà e che stanno studiando la possibilità di uno sciopero dei lavoratori. Ma la lotta contro questa nuova forma di schiavismo non è rimasta dentro il recinto della vertenza sindacale. Il Fronte Indipendentista Unidu aveva già in passato denunciato l’inesistenza di una politica di sovranità alimentare e i danni causati dalla totale dipendenza dal mercato extra isolano in  materia.

Dall’organizzazione anticolonialista arriva oggi una nota severa contro la decisione della direzione del Carrefour di aprire H 24. Per i militanti indipendentisti la tendenza all’occupazione di spazi sempre più invadenti della Grande Distribuzione Organizzata nell’isola, crea fondamentalmente due enormi problemi: la sempre più scarsa tutela dei lavoratori impiegati nel settore, spesso soggetti a pressioni psicologiche, a sfruttamento intensivo e al ricatto occupazionale (o fai così o alzi le tende!) e la concorrenza spietata e sleale al piccolo commercio e ai mercati contadini, civici e rionali.

Il Fronte Indipendentista Unidu invita dunque “tutte le organizzazioni politiche, sindacali e sociali che hanno a cuore i diritti dei lavoratori e la difesa e la valorizzazione del comparto agroalimentare sardo” a costruire paritariamente una mobilitazione  in difesa dei diritti dei lavoratori e per una politica di sovranità alimentare della Sardegna.

 

articolo dell’Unione Sarda sulla vicenda

http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_economia/2016/06/11/la_svolta_di_carrefour_a_luglio_e_agosto_l_ipermercato_aperto_24-2-505628.html

“Progetto Dinamo”, ovvero la definitiva scomparsa della sovranità creditizia dei Sardi.

Euro banknotes locked on white

Ormai sta giungendo a conclusione quel lento processo di cessione progressiva e costante della sovranità del credito inSardegna.

Ancora poco più di quindici anni or sono i Sardi potevano ancorafare affidamento su tre grosse realtà creditizie (Banco di Sardegna,Banca di Sassari e Credito Industriale). Poi, piano piano, la situazione cominciò a modificarsi.

Mentre, da una parte, IntesaSanpaolo acquisiva la proprietà del Credito Industriale Sardo, dall’altra il Banco di Sardegna spa e, di conseguenza, la sua controllata Banca di Sassari, passarono sotto “l’ala protettrice” della Bper, una banca emiliana di medie dimensioni, la quale ne acquisì il 51% del capitale sociale

Con il passare degli anni il principale Istituto di Credito operante nella nostra Isola, il Banco di Sardegna, vide progressivamente spostare i propri centri decisionali dalla Sardegna verso una piccola cittadina dell’Emilia Romagna: Modena.

Questo comportò negli anni una continua perdita di autonomia gestionale sia del risparmio dei Sardi che riguardo le scelte strategiche nelle politiche di concessione del credito.

Oggi con l’annuncio del “Progetto Dinamo”, viene portata a termina la definitiva fusione per incorporazione tra il Banco di Sardegna e la Banca di Sassari, motivando questa operazione come una fase necessaria al fine dell’ottimizzazione dei costi e dell’operatività dei due istituti di credito sardi.

In realtà questa operazione nasconde una strategia più fine e, in fondo, anche prevedibile: il futuro incorporamento del Banco di Sardegna da parte della Bper.

In pratica si avrebbe il passaggio definitivo della gestione nelle mani dei centri decisionali dei vertici di Modena e la fine di ogni autonomia creditizia in Sardegna.

Se si verificasse questo fatto si avrebbe la totale assenza sul territorio di una banca gestista da e per i Sardi, con le logiche conseguenze sul flusso dei risparmi che si orienterebbero verso le realtà produttive della Penisola.

E’ grave come in questa fase si sia sentita costante la “rumorosa” assenza della Fondazione Banco di Sardegna la quale controlla il 49% del capitale sociale dello stesso Banco.

Le solite logiche politiche hanno impedito alla Fondazione di portare avanti una valida strategia degli interessi economici legati al territorio sardo. E oggi il risultato finale di tutto questo è che diventa sempre più concreta la possibilità di una scomparsa definitiva di una politica creditizia mirata su misura per le esigenze dell’economia sarda.

Oggi con il “Progetto Dinamo” si segna la linea di partenza che, piano piano, ci porterà sempre più lontano dalla Sardegna e più vicini alla Pianura Padana (N.B.: oltre la “Linea Gotica”).

Vertenza entrate: le perline colorate di Pigliaru, Paci e Maninchedda

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Secondo lo Statuto autonomo della Sardegna (art. 8) la Regione ha diritto di trattenere una parte delle tasse pagate sull’isola, in particolare ha diritto ai 7 decimi dell’IRPEF e ad analoghe percentuali di altre imposte, soprattutto indirette (IVA, ecc.). Dal 1948 la classe dirigente italianista ha “sorvolato” sul fatto che lo Stato Italiano non restituiva proprio nulla alla Regione e in tutti questi anni nessun partito italiano (leggasi coloniale) ha mai preso sul serio questa cruciale rivendicazione per avere indietro il maltolto. Nel mentre l’indipendentismo non è stato a guardare e ha denunciato lo sfruttamento fiscale già nelle regionali del 1992 con Anghelu Caria.

Da sola questa notizia in qualunque altra nazione avrebbe causato una guerra civile, perché stiamo parlando di cifre rilevanti strutturalmente, non di un semplice ammanco una tantum: 10 miliardi di euro che nel 2006 Soru ha fatto finta di voler esigere cavalcando la rivendicazione sempre più di dominio pubblico e ammiccando al governo amico di Romano Prodi con la conclusione – tutt’altro che positiva – che il debito è stato pressoché dimezzato da 10 a 5 miliardi (unico episodio al mondo dove i debiti invece di maturare interessi vengono amichevolmente dimezzati). La situazione è peggiorata ancor più dal momento che, in cambio di una riduzione dei suoi crediti, la Giunta Soru ha concordato che la Sardegna si facesse carico della spesa in settori come sanità e trasporti. La Giunta Pigliaruad inizio mandato ha rinunciato ai ricorsi pendenti presso la Corte Costituzionale contro lo Stato italiano e due giorni fa, il 16 maggio, ha firmato una capitolazione definitiva verniciandola grottescamente come “successo”.

I colonialisti che governano attualmente la RAS esultano e parlano di “vittoria” e di “fatto storico”. Ma cosa cambia? In soldoni la RAS riceverà ogni anno circa 130 milioni di euro in più perché le entrate di diritto verranno trattenute alla fonte mentre lo Stato italiano rimborserà circa 900 milioni in quattro anni, di cui 300 risultano già erogati nei primi del 2015. Per quanto riguarda le entrate che finalmente verranno trattenute alla fonte senza dover prima andare a Roma si tratta di un diritto che sarebbe dovuto essere rispettato dal 1948 e già questo basterebbe a mettere in mora un’intera classe politica italianista che ha fatto della sudditanza la sua bandiera. I 900 milioni (su dieci miliardi) invece sono veramente una beffa, ancor più se si pensa che in un decennio il centrosinistra italiano, dal Pigliaru Assessore al Pigliaru Presidente, è passato da rivendicare teoricamente un aggregato enorme, (miliardi di arretrati), ad indebitare per una generazione i sardi con 700 milioni di mutuo regionale di cui una larga parte destinati a spese infrastrutturali, le stesse fondamentali spese che nei contesti non coloniali si dovrebbero finanziare proprio con le risorse che per anni e anni sono state illegittimamente drenate al sistema economico sardo il quale, grazie alla scellerata politica unionista di Pigliaru, subisce un ulteriore duro colpo per la sua sostenibilità.

Paola Pilisio: l’inganno della “chimica verde” e le vere intenzioni dell’ENI

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  • Che fine ha fatto la grande promessa della chimica verde?

La fine che abbiamo sempre detto che avrebbe fatto, ovvero quella di restare solo una promessa che ha permesso ad Eni di prendere tempo e non occuparsi di un’area di cui ha abusato, profittato e avvelenato per 40 anni, con il solo fine di scamparsi le bonifiche. Il tutto orchestrato ad arte per intrattenere la nostra classe politica, qualche sindacalista residuale e chi ancora credeva nel sogno della chimica.

  • Voi siete stati fra i primi a denunciare l’inganno dell’ENI?

In realtà no, i primi che hanno avanzato grossi dubbi su questo progetto sono stati l’ISDE e il GRIG. Noi siamo arrivati subito dopo e anche grazie al loro lavoro di ricerca e studio, solo che abbiamo fatto un lavoro diverso. Creando prima di tutto un comitato che ci ha permesso di costituirci parte civile nei processi che riguardano l’Eni nell’area industriale di Porto Torres, ma specialmente abbiamo usato le parole giuste, abbiamo trasformato i dati che ISDE, ma anche il Ministero dell’Ambiente ha sempre messo a disposizione, come il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I., in informazioni alla portata di tutti. Abbiamo diffuso una consapevolezza collettiva dei luoghi in cui ci è dato vivere. Lo abbiamo fatto attraverso i social network, non perdendo mai l’occasione di rovesciare le notizie che la stampa, non solo locale, dava in pasto alla gente. Abbiamo smontato punto per punto ogni loro dichiarazione sempre, anche con gesti: sit.in, occupazioni, manifestazioni che hanno coinvolto i collettivi artistici sorti nell’area del nord/ovest della Sardegna. Abbiamo denunciato e svelato questo progetto ovunque ci è stato possibile farlo, comprese amministrazioni comunali, aule universitarie e strade.

  • A che punto sono le bonifiche? Vedremo mai Porto Torres risanata?

Le bonifiche in realtà non sono mai partite, salvo piccoli interventi di facciata, che pero’ non hanno certamente risolto il problema delle falde, dei pozzi della Nurra, della polla di benzene nella darsena o della ormai famosa Collina dei Veleni di Minciaredda. Non sarà certo la nostra generazione a godere di una nuova Porto Torres, manca la volontà politica, se c’è una cosa che è emersa in questi anni, è che i nostri amministratori hanno ceduto su questi luoghi la sovranità e il controllo, i fatti dimostrano che non capiscono ciò che sta accadendo da anni in questi territori, ceduti a multinazionali senza scrupoli che impunemente, con la connivenza degli incontrollati controllori stanno dando il colpo di grazia. Il problema é che lasciano fare tutto quello che passa nella testa dell’ENI, ma non é detto che un giorno o l’altro questo malaffare finirà. E prima sarebbe meglio che dopo. Noi non li molliamo.

Paola Pilisio è un’attivista ambientalista del comitato “No chimica verde” nota per le sue battaglie in tutta l’isola e vincitrice nel 2015 della sezione “Premio Terra”  del Premio Donne Pace e Ambiente. È  tra le maggiori animatrici dei comitati sorti attorno al polo petrolchimico di Porto Torres per chiedere la messa in sicurezza e la bonifica del territorio.