Quando i sardi lottarono e morirono per l’indipendenza

 

 

di Francesco Casula

SA BATALLA DE SEDDORI (Niente da celebrare ma da ricordare e studiare)

Domani 30 giugno ricorre il 611° anniversario di Sa Batalla di Sanluri: forse la data più infausta dell’intera storia della Sardegna perché segnò l’inizio della fine della indipendenza e della libertà dei Sardi e della Sardegna. Una fine comunque tutt’altro che scontata ed ineluttabile. Infatti con l’ultimo Marchese di Oristano, Leonardo d’Alagon, (dal 1470 al 1478) sarà ancora scossa e attraversata da momenti di dissenso e di ribellioni nei confronti dei catalano-aragonesi, culminati in opposizione armata prima con la battaglia di Uras (1470) e infine con la sfortunata e definitiva sconfitta di Macomer (1478).
Una data infausta insieme al 238 a.C. che segnò l’inizio dell’occupazione e del brutale dominio romano; al 1297, quando il papa Bonifacio VII, con la Bolla Licentia invadendi, infeudò del regno di Sardegna e Corsica, appositamente e arbitrariamente inventato, Giacomo II d’Aragona, invitandolo di fatto a invadere e occupare militarmente le Isole, cosa che puntualmente avverrà, almeno per la Sardegna; al 1820, quando furono emanati gli Editti delle Chiudende, che posero fine al millenario uso comunitario delle terre da parte di tutto il popolo, usurpate dai nuovi proprietari, in un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze; al 1847, quando con la Fusione perfetta, la Sardegna fu privata del suo Parlamento.
Il 30 giugno 1409 infatti presso Sanluri, si scontrarono l’esercito siculo-catalano-aragonese, guidato da Martino il giovane, Re di Sicilia e Infante di Aragona, e l’esercito sardo-giudicale, al comando di Guglielmo III visconte di Narbona, ultimo giudice-re del Giudicato d’Arborea, che fu battuto e disfatto in quella atroce battaglia. Finiva così la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna che, dopo cruente battaglie i Sardi-Arborensi, prima con Mariano IV e poi con la figlia Eleonora, erano riusciti ad affermare, prevalendo sui Catalano-Aragonesi e dunque riuscendo di fatto a ottenere il controllo su tutto il territorio sardo e coronando in tal modo il sogno, di unificare l’intera nazione sarda.

Il regno d’Arborea infatti dal 1392 al 1409 comprenderà l’intera Isola, eccezion fatta per Castel di Cagliari e di Alghero: Isola governata e gestita sulla base di quella moderna e avanzata Costituzione che fu la Carta de Logu, che promulgata dalla stessa regina Eleonora, rimase in vigore per ben 435 anni, fino al 1827, quando entrò in vigore il Codice feliciano.
Ma ritorniamo alla battaglia di Sanluri: lo scontro finale cominciò all’alba di domenica 30 Giugno del 1409, (al alva de Domingo del mes de Junio: così infatti scrive negli Anales della Corona d’Aragona lo storico aragonese Geronimo Zurita); quando l’esercito siculo-catalano-aragonese, lasciato l’accampamento cominciò ad avanzare ordinatamente (con horden) fino a un miglio a sud est di Sanluri (Sent Luri).

Davanti stava Pietro Torrelles (en la avanguardia Pedro de Torrellas), il capitano generale, con mille militi e quattromila soldati (con mil hombres de armas, y quatro mil soldados), mentre il re Martino il Giovane, più indietro guidava la cavalleria e il resto formava la retroguardia. A loro si contrapponeva, sbucando improvvisamente da dietro un poggio, appena a Oriente di Sanluri e chiamato ancora oggi Bruncu de sa Batalla, l’esercito giudicale comandato dal re arborense Guglielmo di Narbona-Bas con i fanti e i cavalieri (con toda la gente de cavallo, y de pie), nascosti dietro una collina. Quanto durò esattamente la battaglia non ci è dato di sapere, Geronimo Zurita parla genericamente di “por buen espacio”.
Certamente fu dura e accanita. E, purtroppo, perdente per i Sardi. La tattica degli Aragonesi infatti, il cui esercito assunse una formazione a cuneo, sfondò il fronte delle forze sardo-arborensi che investite al centro, fu diviso in due tronconi. La parte sinistra si divise a sua volta in due parti: la prima ripiegò a Sanluri dove trovò rifugio nel borgo fortificato e nel castello di Eleonora; le mura però non resistettero all’assalto e le forze aragonesi irruppero massacrando a fil di spada gran parte della popolazione civile, senza distinzione di sesso e di età, mentre 300 donne furono fatte prigioniere. La seconda parte, guidata dal re Guglielmo III, si rifugiò nel castello di Monreale, a poche miglia di distanza, senza che gli Aragonesi riuscissero a inseguirli. Così: “el Vizconde con los que escaparon huiendo de la batalla, al castillo de Monreal” si salvò.

Morirono invece sul campo ben cinquemila Sardi (y murieron en el campo hasta cinco mil) mentre quattromila furono catturati: sempre secondo i dati di fonte storica aragonese e dunque da prendere prudentemente, cum grano salis. Di contro solo pochissimi nobili iberici persero la vita ((Murieron en esta batalla de la Parte del Rey muy pocos, y los mas senalados fueron, el vizconde de Orta, don Pedro Galceran de Pinos, y mossen Ivan de Vilacausa). Le fonti aragonesi non riportano alcun dato sui soldati semplici: evidentemente contano poco o, niente.
La località, una collinetta subito dopo il bivio “Villa Santa” guardando verso Furtei, dove avvenne una vera e propria strage conserva ancora oggi, in lingua sarda, un nome sinistro e tristo: Su occidroxiu. Ovvero il mattatoio: dove insieme a migliaia di sardi fu “macellata” non solo la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna ma la stessa libertà dei Sardi.

Ci sarebbe, a fronte di tutto ciò, da chiedersi cosa ci sia da “celebrare” in occasione della ricorrenza del 30 Giugno, segnatamente a Sanluri, come da anni avviene. Da celebrare niente. Molto invece da rievocare per conoscere la nostra storia: nelle sconfitte come nelle vittorie. Per conoscere il nostro passato, per troppo tempo sepolto, nascosto e rimosso: dissotterrandolo. Perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.

Proite unu populu chi non connoschet s’istoria sua, su tempus colau, non tenet ne oje nen cras.

Biddas – paesologie e comunità resistenti.

Di Luca Sedda.

Da tempo gli scienziati ci avevano avvertito che alcune caratteristiche di questo onnivoro sviluppo – la globalizzazione piuttostoche l’estrema concentrazione dell’umanità nei centri urbani – avrebbero favorito le pandemie, la devastazione della natura e altriprocessi pericolosi per lo stare al mondo.

Questi erano temi politici caldi anche nei primi anni 2000. C’era il Movimento dei Movimenti, c’erano i NoGlobal, c’erano iSocial Forum e risuonava uno slogan che oggi torna ad avere un senso gigantesco: Un Altro Mondo è Possibile. Uno slogan cheviene da lontano, un eterno ritorno dell’uguale.

Quell’umanità in fermento fu repressa, con violenza da un lato e meccanismi di condizionamento dall’altro. Così spararono sui manifestanti e immisero nel sistema una piazza virtuale facilmente controllabile. Il mondo si prese paura e ci si tuffò conentrambi i piedi. L’illusione di un allargamento delle liberta di espressione (a distanza di sicurezza dalle manganellate), della condivisione dei mezzi di comunicazione e dei contenuti non portò agli esiti sperati.

La rivoluzione rimase tecnologica e virtuale e sfociò, per essere caustici, in aperitivi in video chiamata in quarantena.

Nei primi 2000, dicevo, quei movimenti agitavano anche i paesi e a Gavoi si muoveva il Collettivu Barbagia Reverde che delriscatto delle piccole comunità rurali, della valorizzazione delle culture, della partecipazione dal basso alternativa alla mediazione dei partiti, della scelta politica e esistenziale comunitarista faceva la propria bandiera.

Bandiera che oggi, fra le innovazioni politiche di un ventennio, continua ad alzarsi attraverso il movimento Comunidade che, tra l’altro, amministra (assieme ai cittadini) dal 2015 il paese.

La cultura sarda-nuragica – ricordava Eliseo Spiga in un convegno gavoese – era profondamente anti- urbana. Noi sardi nonfondammo città (lo fecero poi i tanti colonizzatori sopraggiunti) ma una fitta rete di villaggi interconnessi che, beghe di campanileneutralizzabili a parte, sapevano muoversi all’unisono verso il mondo.

Oggi sentiamo tornare il vento dei paesi.

La problematicità dell’insediamento urbano, delle megalopoli, è esplosa nel modo peggiore.

La pandemia, la quarantena delle persone rinchiuse nei palazzi o impegnate in lunghe file mascherate fuori dai centri commerciali ci hanno mostrato scenari che dai paesi abbiamo visto sfumati (benché spaventosi) e ai quali abbiamo riflettuto,mentre andavamo a passo lento verso l’orto piuttosto che a badare a piccole fattorie familiari, a fare la spesa a sa butega o mentresfogliavamo un libro nel nostro cortile abadiande a Gennargentu. Un’altra quarantena, infatti, è possibile.

Anche i dati del contagio ci hanno voluto restituire, una volta tanto, un senso di maggiore sicurezza e salubrità.

“Il rapporto tra città e campagna: ecco qualcosa che la pandemia avrà il potere di mutare radicalmente”.

E rispetto alla politica questo rapporto tornerà ad essere di conflitto dialettico.

Sta a noi de sas biddas, al nostro esempio, evidenziare le contraddizioni della città come centro del potere, come centrodell’economia. Sta a noi favorirne la crisi per il bene stesso della città e dei paesi.

Da questo rapporto dialettico passa la lotta contro lo spopolamento.

Quanta consapevolezza ci restituirà, dunque, il vissuto, con i suoi effetti sociali ed economici, di questa pandemia? Cosa cidice dell’ortodossia liberista mondiale nel momento in cui il mondo liberista si aggrappa allo Stato per avere indennizzi esovvenzioni?

Intravvediamo uno spazio per un umanismo solidale ed egualitario e per un comunitarismo universalistico che dettino il ritmoal processo educativo della politica e che ci portino ad affrancarci dalla monocultura del profitto.

La pandemia potrebbe averci insegnato a diventare partecipanti migliori alla realtà.

Certo le prime immagini della riapertura, con i consumatori in fila per raggiungere un MacDonald’s, non fanno ben sperare. Madecondizionamento, decolonizzazione, emancipazione sono processi infiniti.

Sta a noi de sas biddas decidere di usufruire delle botteghe di vicinato, degli operatori economici dei paesi, favorendo il contattodiretto e personale, la vitalità, la restanza o la nuova cittadinanza in quei paesi stessi. Sta a noi favorire percorsi di disintossicazionedalla spersonalizzazione dei centri commerciali, non luoghi per eccellenza.

Quindi la costruzione ricominci dai pilastri. È necessario invertire la rotta di questo sviluppo che non è progresso umano: retrocedere rispetto alle megalopoli, al consumo del suolo, alla distruzione della biodiversità e della diversità culturale.

Serve immaginare un mondo nuovo. E non è vero che è tutto da costruire: una nuova forma di convivenza è già da tempoprogetto. Un progetto de sas biddas che spesso è stato sconfitto con la reazione muscolare dei partitocrati e dei poltronisti di città cheai paesi tagliano la rappresentanza.

Ma è un progetto che resiste e che (in Sardegna e in altri mondi) ha vulcani attivi nei piccoli comuni e in quelle amministrazioniaffrancate dalle segreterie partitiche, ma non dai valori profondi della politica.

La proposta avanzata da Anci Sardegna nel febbraio scorso “La primavera dei Paesi” Legge Quadro per il progresso, la tutela, lavalorizzazione dei paesi e delle comunità, delle aree interne e rurali. Azioni di salvaguardia del pastoralismo e del sistemaagropastorale della Sardegna, va a lavorare su questi pilastri. È un’ottima traccia su cui confrontarsi e, mentre affrontiamo lapandemia, acquista ancora maggior senso e urgenza di essere approfondita.

Quel progetto de sas biddas, quindi, non ha bisogno di archeologi, per essere riscoperto, ma di cittadini sardi attivi che riescanoad abbandonare la propria identità individuale per sposare identità collettive.

Quale strada intraprendere? Ributtarci nella mischia del lavoro (per chi ne ha ancora uno) e del consumismo, con la foga dell’astinenza, o fermarci e guardare verso nuove alternative reali?

Mentre i soloni dei convegni sullo spopolamento delle zone interne sono inesorabilmente residenti a Cagliari, a Sassari, a Milanoo in seconde-terze-quarte case marittime, noi eretici del comunitarismo un nuovo mondo lo stiamo costruendo, con scelteesistenziali e politiche, con il nostro essere, stare e resistere in Barbagia.

Il comunitarista nel suo luogo d’identità collettiva vive, acquista, fa associazionismo, incontra, fa politica, combatte, sorride… eviaggia oltre per tornare migliore.

Non si tratta di coltivare la retorica del sentimentalismo comunitario, né di un ritorno ad una inesistente età dell’oro, ma di scegliere,con la vita di paese, la pratica di un progetto di rinascita personale e sociale,

una rivoluzione permanente verso una comunità libera e aperta all’incontro con gli altri e alla costruzione di sempre più ampi spazi disolidarietà, di legami. Tutto questo è già nell’8 settembre ‘81 di Maria Lai.

Per tornare pratici, il lavoro agile di questi tempi, su traballu dae domo, dà una mano a molti a rivivere, rivedere e rivitalizzare ilpaese. Per le piccole comunità potrebbe essere una delle vie produttive, in risposta all’aggressione dello spopolamento.

Se riscatto deve essere per il mondo rurale, se progresso deve essere per queste comunità, deve nascere da una confederazionedei villaggi (che ha semi già ampiamente diffusi: le Unioni dei Comuni, i Gal, i consorzi, i distretti…). Una comunità di comunità,perché, per dirla con Roberta Leone: cos’altro è la comunità se non una con-divisione, tra diversi, in un medesimo progetto?

E allora potremmo addentrarci davvero, in piena sicurezza sanitaria, nell’alternativa-paese, per la vita, per il lavoro, per laproduzione compatibile con le realtà naturali e culturali e, perché no, anche per le vacanze. Perché anche un’altra vacanza èpossibile.

Le spanciate in mare sardo di Sala e conterranei dovrebbero aspettare. Anche il turismo inizialmentelo dovremo agire noi: un turismo di prossimità.

Albino Russo, capo Ufficio Studi di Coop immagina che “la paura del contagio e la stretta economica, che seguirà alCoronavirus, potrebbero portare i viaggiatori a prediligere luoghi poco frequentati, tranquillità e contatto con la natura. Potrebbeessere un toccasana economico per le aree rurali dimenticate dalla globalizzazione. Più soldi investiti in negozi alimentari eartigianato locale. E proprio in quei luoghi si cercherà di recuperare quella socialità perduta, con cene tra amici o piccoli ritrovi neibar di paese…”.

I nostri paesi sono e possono offrire tutto questo.

È una questione di consapevolezza alla quale dobbiamo restituire forma. Solo una profondaetica rivoluzionaria può portare a ri-forme (di senso).

Peru copione. Fai qualcosa per gli artisti sardi visto che sei in maggioranza!

Pubblichiamo volentieri la nota dell’editore Giovanni Fara, animatore del progetto Indilibri, tramite cui più di duecento artisti e operatori culturali sardi hanno firmato l’appello alle istituzioni sarde per salvare il mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo in Sardegna gravemente provato dalle politiche di contenimento.

di Giovanni Fara

È apparsa ieri sul quotidiano online “Sassari notizie” una dichiarazione del consigliere regionale Antonello Peru a favore del mondo dell’arte e dello spettacolo in Sardegna. Dichiarazione che in buona sostanza ricalca quanto contenuto nell’appello sottoscritto da un’ottantina di artisti e intellettuali sardi pubblicato il 15 maggio sulle pagine del sito IndieLibri, raccogliendo, a oggi, oltre 200 sottoscrizioni.

Nei giorni successivi il documento ha fatto il giro dei social ed è stato riportato su diverse testate online e non stupisce di come possa aver attirato l’attenzione del mondo della politica, sino a questo momento rimasta però in silenzio.

Che dai banchi della Regione qualcuno abbia letto e fatto proprie le preoccupazioni di un settore fortemente penalizzato dalle circostanze epidemiologiche e dalle decisioni politiche che ne hanno limitano l’attività, lo considero un fatto molto positivo. Ciò significa che l’apertura di una “vertenza per la cultura sarda” era un passo necessario, anche in considerazione che questa, già prima del covid-19 godeva di pochissimi diritti e tutele professionali.

Essendo Peru consigliere regionale dell’UDC, forza dell’attuale maggioranza di governo, ritengo che, oltre a rilasciare dichiarazioni ai giornali possa fare qualcosa di concreto. Favorire ad esempio l’apertura di un tavolo di confronto con tutte quelle realtà che lui stesso afferma esser state lasciate fuori da ogni assistenza e garanzia. Sarebbe da biasimare se alle dichiarazioni non seguissero i fatti e tutto si riducesse a una operazione di propaganda politica costruita sulle spalle di migliaia di lavoratori che restano esclusi dalle decisioni che contano. Mentre i grandi eventi sono infatti già stati tutelati “con i 7 milioni di euro grazie ai quali la Regione ha anticipato gli stanziamenti per quelli già programmati ma non realizzati” – come ricorda lo stesso Peru – nulla di concreto risulta esser stato messo in cantiere a salvaguardia del mondo della cultura indipendente.

Con il nostro appello abbiamo proposto alla Regione un “piano triennale per la cultura che abbatta ostacoli burocratici e detassi ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica”, per dare ossigeno a chi, in questi mesi, si è vista ridotta o annullata la propria capacità di reddito. L’invito all’apertura di un tavolo di confronto è stato già inoltrato due volte all’indirizzo dell’Assessore Andrea Biancareddu. Vorrei ora scongiurare che questo cada nel vuoto o, peggio, che diventi oggetto di strumentalizzazione da parte chi i problemi dovrebbe risolverli.

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno.

di Francesco Casula

Mi dicono che Sala sia un bravo sindaco e un buon amministratore. Può darsi. Anche se non dimentico che nella gestione di Expo era stato accusato di falso per la retrodatazione di due verbali, processato e condannato a 6 mesi di reclusione per un appalto (il pm aveva chiesto 13 mesi). Pena poi convertita in una multa da 45 mila euro.

Lasciamo perdere questo “dettaglio, in questa sede m’intessa altro: polemizzando con il Presidente della Sardegna Solinas a proposito della “Patente di immunità”, Sala ha dichiarato ”quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”. Una minaccia esplicita. Una ripicca infantile.

Ma che cosa sottende Sala nel “boicottaggio” dell’Isola?

Sostanzialmente un pregiudizio nordista: che i milanesi e, il Nord in genere, “diano” alla Sardegna, che dunque dovrebbe essere riconoscente grata e “accogliente”.

Insomma il vecchio ciarpame inculturale, storico e politico nordista: sul Nord produttivo che sostiene e finanzia e “aiuta” il Sud improduttivo.

È esattamente il contrario.

Il Nord “ricco” (e sviluppato) lo è grazie al Sud: che storicamente ha spogliato delle sue risorse e ricchezze. Scorticandolo. E, dunque, sottosviluppandolo.

Con l’Unità d’Italia infatti la Sardegna (con l’intero Meridione) diventa ancor più una “colonia interna” dello Stato italiano: dopo essere stata fin dal 1720, repressa e sfruttata in modo brutale dal Piemonte e dai tiranni sabaudi.

La dialettica sviluppo-sottosviluppo si instaura dunque nell’ambito di uno spazio economico unitario dominato dalle leggi del capitale e dallo “scambio ineguale”. In base a tale meccanismo, il Nord vende prodotti ad alto valore aggiunto e compra (o semplicemente deruba) materie prime e/o semilavorati, a basso valore aggiunto. Arricchendosi. Di converso il Sud compra prodotti finiti ad alto valore aggiunto e vende materie prime o semilavorati, a basso valore aggiunto,impoverendosi.

È il meccanismo messo in rilievo segnatamente dagli studiosi terzomondisti come P. A. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo, che tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa.

Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento-per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi delle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale. Per Amin il sottosviluppo è l’inverso dello sviluppo: l’uno e l’altro costituiscono le due facce dell’espansione – per natura ineguale – del capitale che induce e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel ”centro”, e degradazione, miseria e carestie croniche nell’altro polo, nella “periferia”.

Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l’accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario.

È questo il “colonialismo”. Fra l’altro denunciato da Antonio Gramsci fin dall’inizio del secolo scorso, quando il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna., ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.

Mi si obietterà: il Nord esprime capacità imprenditoriali che ai sardi (e meridionali) mancano. Siamo certi che queste siano frutto di un qualche dna e non delle condizioni ambientali?

Ci siamo già dimenticati come nacque (e si sviluppò) l’industria del Nord, specie alla fine dell’Ottocento, con Crispi capo del Governo, dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia?

Nacque doppiamente assistita: con i soldi pubblici (per impiantare o implementare le imprese) e con le commesse garantite dallo Stato. Chi infatti acquistava le armi (dalla FIAT) o le navi da guerra (dagli armatori liguri e genovesi)? Lo stato italiano, per avviare il suo patetico e delirante imperialismo da “straccioni” nell’Africa orientale.

Caro Sala, da sarda che vive a Milano da 22 anni, ti scrivo…

Lettera aperta di Valeria Casula.

Sono sarda, vivo a Milano da 22 anni e non vado in Sardegna dall’inizio dell’anno. Ero solita tornare con una certa frequenza, sarei dovuta tornare l’ultimo week-end di febbraio, e nonostante potessi farlo ho preferito annullare la partenza perdendo anche i soldi del volo, perché ho ritenuto doveroso proteggere la mia isola dal pericolo di contagio, perché l’epidemia era già scoppiata qui in Lombardia ma non era possibile effettuare un tampone, neanche privatamente.

Dopo di allora sarei dovuta tornare a fine aprile, e non è stato possibile, poi in questi giorni e sino al 2 giugno, e ovviamente non è possibile, dovrei tornare a fine giugno e anche quel volo è appena stato annullato.

Anche quando sarà nuovamente possibile e anche qualora non fosse necessaria alcuna attestazione sanitaria, non vi tornerò sino a quando non avrò accertato la mia negatività al Covid-19.

E vede Sindaco caro, a me non solo mancano le acque cristalline della Sardegna a me mancano i miei genitori, i miei amici, la mia cara zia anziana e malata per la quale tornavo tanto frequentemente, insomma a me mancano la mia terra e il mio popolo.

Probabilmente non le rivelo una notizia se le dico che la Sardegna è una regione molto più povera della Lombardia, con un sistema sanitario fragile e inadeguato per i soli suoi abitanti (quindi figuriamoci in presenza di turisti), sicuramente impossibilitata in caso di epidemia a spostare malati in altre regioni o addirittura paesi (come ha fatto la Lombardia),

Caro Sindaco, se riesco io a comprendere le ragioni della rinuncia alle mie visite in Sardegna, le ragioni per cui la Sardegna, così come altre regioni, cerchi di trovare una modalità per mitigare il rischio di sbarco di persone positive, francamente mi risulta difficile comprendere come non ci arrivi chi ha come unico motivo di andare in Sardegna quello di farsi un bagno e prendere la tintarella di stagione.

Sindaco Sala, io sono distante anni luce da chi governa attualmente la Regione Sardegna, e se vuole possiamo fare anche a gara nel denunciarne gli errori, anche in relazione alla gestione di questa emergenza, sono ragionevolmente certa che sarei io a vincere la gara.

Ma questa sua uscita che suona proprio di minaccia, davanti ad una preoccupazione legittima la trovo davvero infelice.

Lei forse di questo periodo si ricorderà, come ha detto, del fatto che non è potuto andare a godersi il mare di Sardegna, sicuramente io ricorderò altro, tanto altro.

Ricorderò di come questa emergenza è stata gestita in Lombardia e di come viene ancora gestita, ricorderò il collega che non c’è più e l’altro, molto più giovane di me, ancora intubato dopo diverse settimane che non so quando e in quali condizioni di salute rivedrò.

Mi ricorderò dei forni crematoi dei cimiteri che non riuscivano a smaltire i cadaveri pur marciando giorno e notte, 7 giorni su 7, dei medici e degli infermieri stremati che dormivano qualche ora in ospedale su una sedia, in terra o su una poltrona per poi riprendere a lavorare, degli anziani morti soli ai cui parenti non è stata neanche data la possibilità di un ultimo saluto né in vita, né in morte, delle persone che dormivano per strada che potevano fare affidamento unicamente nelle mani tese di qualche volontario…

Spero che la stessa determinazione, o meglio arroganza, mostrata in questo video la adotti anche nel denunciare che se la Lombardia non è in grado in questa fase non più emergenziale di fare ciò che avrebbe dovuto fare da subito, vale a dire identificare tutti i positivi, tracciare i contatti e testare anche questi, è essa stessa che sta privando i cittadini lombardi (fra cui la sottoscritta) della possibilità di spostarsi in altre Regioni e non sono certo le Regioni a contagio zero che, seppur povere, sono disposte a sacrificare una fettina di PIL legato al turismo per non mettere a rischio la salute pubblica.

Chiedo a lei: ma a parti invertite lei farebbe entrare chiunque senza alcuno scrupolo?

Beh, in fondo la risposta è in quel “Milano non si ferma”, l’economia prima di tutto, o mi sbaglio?

Filosofia de Logu per decolonizzare il pensiero

Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna

S’Ulisse de sa Sarda Liberatzione

È sorto un gruppo di lavoro e di ricerca multidisciplinare che ha preso il nome di Filosofia de logu. Ne fanno parte studiosi e attivisti, dentro e fuori dall’accademia, provenienti dall’ambito delle scienze umane, sociali e filosofiche. Il nostro intento è quello di sviluppare un approccio di ricerca non subalterno e forme di concettualizzazione libere dallo sguardo coloniale e auto-colonizzato sulla Sardegna.

Filosofia de logu dispone già di un suo sito (filosofiadelogu.eu) e nella giornata di oggi procederà alla diffusione della sua Dichiarazione di intenti. In questo momento stiamo lavorando alla pubblicazione di una raccolta collettiva di saggi, a un evento pubblico in rete, e a una serie di incontri sul territorio. 

Il gruppo è aperto a ogni collaborazione fattiva e basata sulla condivisione dei principi enunciati nei suoi documenti fondativi. 

In allegato a questo Comunicato, troverete un press-kit con qualche materiale utile per la pubblicazione, come le fotografie fornite per il progetto da Rossella Fadda, le grafiche e i loghi del progetto.

Gruppo di Ricerca “Filosofia de Logu” – cuntatos@filosofiadelogu.eu

Dibattito: Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale.

Caminera Noa in collaborazione con Il Manifesto Sardo, invita al Dibattito “Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale” che sabato 23 maggio alle ore 17.30 andrà in diretta streaming su:

• Pagina Facebook Caminera Noa 

• Canale YouTube Caminera Noa  • Sito web camineranoa.org

• Blog Pesa Sardigna

• Sito web manifestosardo.org

“Questo cerchio è aperto e mai spezzato. In pace ci siamo incontrati e in pace ci salutiamo, felici perché presto ci vedremo ancora”

Immaginate un “non luogo” (in tempi di Covid non è poi così difficile), un cerchio, dove nessuno è ospitante, né ospitato, in cui cinque persone, non a caso usiamo questa parola, provenienti da esperienze e luoghi “altri”, anche in questo caso la parola non è scelta a caso, si incontrano e parlano tra loro, ma anche con “altr*” che vorranno intervenire durante la diretta, di due temi: “Femminismo e Autodeterminazione”, che in realtà, come scatole cinesi, ne contengono  tantissimi altri,

Tiziana Albanese: Palermo, studentessa universitaria, militante di Antudo: “Rete dei comitati territoriali per l’indipendenza della Sicilia”

Giovanna Casagrande: Nuoro, attivista femminista, indipendentista di Sardegna Possibile

Luana Farina Martinelli: Ozieri/Sassari, portavoce di Caminera Noa, attivista indipendentista, femminista e poeta

Marta Onnis: Cagliari, psicologa, attivista politica femminista e indipendentista, impegnata sui temi dell’autodeterminazione e empowerment di individui, gruppi, comunità

Benedetta Pintus: Cagliari, giornalista e attivista femminista, formatrice sul contrasto alla violenza e alle discriminazioni

Rifletteranno e si interrogheranno, partendo ognuna dalla propria esperienza di militanza, su argomenti di grande interesse ed attualità: 

– Rapporto tra autodeterminazione di genere e autodeterminazione di un popolo; 

– Diritti di genere e analisi della realtà socio-economica-culturale in cui sono rivendicati;

– Quote-rosa e neo femminismi; 

– Uomini femministi e donne maschiliste; 

– Diversità e normalità: uso e abuso dei due termini/concetti;

– Il razzismo, il sessismo, l’abilismo, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia  e ruolo dei media,

e altro ancora.

L’incontro nasce dalla necessità, divenuta impellente, di avviare un confronto dialettico tra militanti, che evidenzi le forti contraddizioni esistenti anche all’interno dei partiti e/o movimenti di appartenenza, riguardo il dichiararsi per l’autodeterminazione del proprio popolo ed invece usare nella pratica politica, e non solo, azioni, atteggiamenti e linguaggi  discriminatori, propri di chi invece nega il valore e il diritto all’autodecisione, sia della singola persona, sia di un popolo.

È necessario quindi interrogarsi, confrontarsi, tutte e tutti, su come l’autodeterminazione non sia mera liberazione individuale e rivendicazione di un diritto della persona, ma debba essere soprattutto azione politica comune e collettiva, che deve necessariamente orientarsi a “destrutturare un vecchio pensiero” per costruirne uno nuovo, non solo nelle parole.

La realtà che ci circonda. Appello dal mondo dell’arte sarda.

LA REALTÀ CHE CI CIRCONDA 

Gli artisti sardi, e in generale tutto il mondo della cultura in Sardegna, hanno risposto alla crisi sanitaria in maniera molto generosa, mettendo spesso a disposizione gratuitamente le loro opere, prestandosi a partecipare a eventi culturali online a titolo gratuito per rendere meno pesante gli effetti del distanziamento fisico che, in tutto e per tutto, rischia di compromettere il nostro modo di vivere la socialità e il nostro modo di usufruire della cultura.

Oggi tutto il mondo della cultura rischia di subire un contraccolpo mortale per via delle misure governative che impediscono qualsiasi tipo di assembramento. È soprattutto la cultura indipendente, quella che si muove dal basso e senza nessuna forma di sostentamento a subirne le maggiori conseguenze. Sono tutti coloro ai quali il lockdown ha già ridotto o annullato la capacità di reddito e a cui il futuro non promette alcuna garanzia di sopravvivenza dignitosa.

In balia della curva del contagio, che può prevedere nuove e urgenti misure di confinamento alternate a deboli e confuse riaperture , la sorte del settore culturale si presenta assolutamente incerta. Una condizione per cui già si prospettano soluzioni classiste ed elitarie con riduzione del pubblico e un aumento dei costi degli spettacoli. La cultura diventerebbe così appannaggio delle classi più abbienti, mentre il popolo potrà fruirne solo attraverso i monitor di pc e smartphone, perdendo così il contatto umano e la relazione che invece questa promuove, in ogni sua forma. A quel punto il distanziamento sociale sarebbe compiuto, in barba a un più razionale e democratico distanziamento fisico rispondente a una emergenza limitata nel tempo.

L’APPELLO AL REDDITO DI DIGNITÀ 

In Sardegna, il mondo dello cultura indipendente, conscio delle difficoltà che incombono sul futuro, rivolge alla società un appello affinché venga garantita la sopravvivenza di ogni forma di espressione artistica, la libera circolazione e fruizione della cultura e della creatività per tutti e tutte.

Chiediamo alla politica un impegno concreto. La garanzia di un reddito mensile di dignità per un valore minimo superiore alla soglia di povertà. Un reddito minimo garantito a chiunque ne abbia bisogno, non solo agli operatori della cultura ma a tutte le persone le cui condizioni di vita non siano sostenibili individualmente. Un reddito minimo di dignità non vincolato dunque al nucleo famigliare o allo svolgimento di un lavoro che non garantisce l’autosufficienza economica ma stabilito su base individuale, a garanzia di vita una dignitosa.

I provvedimenti esistenti costituiscono un sostegno al reddito durante il lockdown, ma non offrono risposte sufficienti a coloro che già prima dell’emergenza sanitaria si trovavano in situazioni lavorative precarie, atipiche o informali, cioè a coloro che maggiormente subiranno gli effetti dell’incipiente crisi economica.

Siamo consapevoli del rischi che la nuova normalità potrà essere ben peggiore della vecchia se non forniremo a tutte le persone uno strumento in grado di fronteggiare l’aumento dei livelli di disoccupazione e di precarietà che si prospettano ed è per questo che chiediamo subito un reddito di dignità. Un reddito capace di contrastare le crescenti disuguaglianze sociali e che offra ai lavoratori un maggior potere contrattuale, un reddito che freni la compressione dei salari e la polarizzazione delle ricchezze, un reddito che affermi nuovi criteri di giustizia ed equità sociale.

L’APPELLO AL LAVORO GARANTITO 

La crisi sanitaria ha determinato la sospensione di tutte le manifestazioni organizzate nonché gli eventi in luogo pubblico o privato. Gli operatori della cultura non hanno più alcuna certezza di poter vivere del proprio lavoro. La cultura – una parte fondamentale delle vite di tutte le persone –, rischia di scomparire o quantomeno di subire un drammatico ridimensionamento. Per questo chiediamo l’intervento della Regione in questo settore, per far sì che ogni operaio della cultura possa continuare a vivere del proprio lavoro.

Chiediamo alla Giunta Regionale della Sardegna l’impegno di programmare da qui ai prossimi tre anni un intervento strutturale a favore del mondo della cultura, abbattendo ostacoli burocratici e detassando ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica. Una programmazione culturale che coinvolga attivamente i 377 comuni dell’isola, che valorizzi anche la lingua e la cultura sarda, i tanti bravi artisti locali, la prolifica cultura indipendente isolana. Una programmazione costruita davvero sul territorio e il suo diritto di decidere e valorizzarsi, e che dia maggior risalto alle realtà artistiche locali, quelle minori e spesso più penalizzate.

Chiediamo un piano per la cultura che permetta a tutti i festival e alle svariate manifestazioni artistiche, espressione della vitalità e della produzione artistica sarda, di non scomparire, uccise dalla burocrazia e da provvedimenti eccessivamente penalizzanti e restrittivi, prima ancora che dalla crisi economica. Chiediamo di poter lavorare in sicurezza, garantendo a noi e al nostro pubblico di riprenderci il diritto alla cultura e alla socialità, in questi mesi spesso vituperata in maniera illogica e del tutto irrazionale

Chiediamo infine l’eliminazione di tutti i divieti e impedimenti agli spettacoli e alle arti di strada, agevolandone e incentivandone invece lo svolgimento attraverso un coinvolgimento diretto dei comuni, “liberando l’arte”, concedendo spazi pubblici, sostenendo gli artisti e la fruizione pubblica dei loro spettacoli. Un nuovo modo di vivere la dimensione della socialità e di riappropriarci delle strade e delle piazze delle nostre città e dei nostri paesi, pur garantendo le norme di sicurezza fintanto che permarrà il pericolo da contagio.

Chiediamo alla società civile, agli artisti, alle associazioni, a tutte le categorie produttive di dare pubblico sostegno a queste nostre richieste. Chiediamo un impegno della Regione Sardegna finalizzato a garantire il lavoro di tutto il mondo della cultura sarda. Chiediamo di sostenere l’appello al reddito di dignità e al lavoro garantito per tutti e per tutte.

La cultura è vita, la cultura non deve morire.

PRIMI/E FIRMATARI/E

Giovanni Fara (editore)

Maria Barca (operatrice culturale)

Alberto Masala (poeta, scrittore traduttore)

Marco Lepori (libraio, autore)

Ivo Murgia (scrittore, operatore culturale)

Igor Lampis (editore, musicista)

Quilo Sa Razza (artista, producer musicale)

Claudia Desogus (autrice)

Daniela Piras (autrice)

Cristiano Sabino (saggista, insegnante)

Fabrizio Raccis (scrittore)

Zaira Zingone (cantante, scrittrice, insegnante)

Graziano Solinas (musicista, insegnante)

Giovanni Soletta (filmmaker)

Luana Farina (poeta)

Salvatore Palita (graphic design e illustratore)

Francesca Tedesco (insegnante, artista-artigiana)

Ninni Tedesco (giornalista, insegnante)

Federico Coni (artista-artigiano)

Giovanni Delogu (attore)

Sebastiano Ghisu (professore associato di storia della filosofia dell’Università di Sassari)

Francesca Ventriglia (attrice)

Roberto Loddo (direttore de Il Manifesto Sardo)

Marco Ceraglia (fotografo, artdesigner)

Nicoletta Fiorina (artista)

Marco Lais (musicista)

Tea Salis (musicista, scrittrice)

Matteo Murgia (operatore culturale)

Fabrizio Demaria (scrittore)

Filppo Pace (critico letterario, scrittore)

Marco Sanna (giornalista)

Leonardo Boscani (artista, pittore)

Adriano Marras (tecnico dello spettacolo)

Gabriele Masala (musicista)

Chiara Carboni (cantautrice)

Roberta Usai (musicista)

Luca Tilocca (artista)

Carlo Pieraccini (musicista)

Alberto Sanna (musicista)

Massimo Fiocca (artista)

Giulio Martinetti (artista)

Sheila Casu (musicista)

Roberto Fois (musicista)

Domenico Bazzoni (musicista)

Fabrizio Sanna (insegnante canto moderno)

Alberto Bazzoni (artista)

Alessandro Martis (musicista, insegnante)

Salvatore Masala (fotografo)

Roberto Nonnis (insegnante di ballo, artista)

Paola Pitzalis (giornalista, artista)

Ninni Tomasiello (Agenzia Numero Uno)

Patrizia littera (sindacalista Cgil)

Angelo Sibiriu (Sarda Suoni)

Bruno Carboni (presidente Liberafest)

Walter Rebel (artista aerografo)

Accademia Fannie Daniela Bianchi

Gabriele Cossu (Cossu & Zara)

Alessandra Mangatia (Ass. culturale Flinn)

Bruno Carboni (operatore culturale)

Massimiliano Pichiri (musicista)

Giovanni Mancosu (Studio Registrazione Foxi)

Joe Perrino (musicista)

Alberto Murru (operatore culturale, musicista) 

Antonio Mannu (fotografo)

Stefano Resmini (curatore di mostra d’arte contemporanea)

Cristina Muntoni (docente, autrice, operatrice culturale)

Almamediterranea

Associazione Noi don Chixotte

Love live eventi

Ass. Sing Sing Sing

Giuseppe Tirotto (poeta e scrittore)

Zuanna Maria Boscani (Artista)

Alessio Mura/Balentia (artista) 

Nota bene: Le adesioni possono essere inviate all’indirizzo: indielibri@gmail.com indicando nome, cognome, qualifica professionale e numero di telefono (il numero telefonico non sarà reso pubblico). L’elenco sarà costantemente aggiornato dalla redazione.

Tutte le cose da fare per la scuola sarda, per chi ci lavora e chi ci studia.

Nella diretta organizzata da Caminera Noa il 9 maggio e condivisa da Il manifesto sardo, Pesa Sardigna, Donkey Shouts Web Radio e il sito dei Cobas Scuola Sardegna, sono stati affrontati e discussi i nodi più importanti della scuola con particolare riferimento alla scuola sarda. Con la moderazione di Ninni Tedesco, referente del settore scuola di Caminera Noa e insegnante di lungo corso con particolare esperienza nella formazione degli adulti, hanno partecipato Andrea Faedda, fondatore del Coordinamento Precari Autoconvocati e Nicola Giua, portavoce dei Cobas Sardegna. Gli interventi, per oltre un’ora e mezza si sono focalizzati su temi attuali come la Didattica a distanza nei suoi diversi aspetti, o come la questione irrisolta degli storici insegnanti precari, ma anche su altri temi non meno importanti come la drammatica dispersione scolastica, la chiusura dei plessi che va in parallelo alla desertificazione dei piccoli centri, o l’annoso, sempre promesso da ogni giunta e mai realizzato, inserimento di lingua, storia e cultura sarda in ogni ordine di scuola.

Di seguito una sintesi degli interventi seguiti da oltre 400 ascoltatori e costellati di interventi, domande e proposte di collaborazione per unificare le vertenze.

[Ninni, Caminera Noa] La scuola italiana non sta molto bene, ma la scuola sarda sta decisamente peggio. Prendiamo il dato della dispersione. La Sardegna ha la dispersione tra le più alte d’Europa, circa il 33% rispetto alla media italiana del 16%, ne ha parlato perfino la rivista Internazionale in uno speciale. I nostri studenti entrano in un’area grigia e non sappiamo come continuano il loro percorso. Sulla Didattica a distanza, che non può in alcun modo sostituire quella in presenza, abbiamo un problema di digitalizzazione, anche i dati che in nostro possesso trascurano il gap tra aree metropolitane e zone periferiche (circa 7 su 10 famiglie sarde sono insoddisfatte dei collegamenti). Molti studenti non sono dunque raggiungibili, per non parlare delle situazioni di disagio che non vengono intercettate. É stata votata nella scorsa legislatura una bella e sofferta legge regionale, la legge n°22 del 2018 che prevedeva l’istituzione e il riconoscimento della lingua sarda in ogni grado di istruzione e l’inserimento della storia nel curricolo scolastico. Ma essa è rimasta lettera morta, inapplicata in tutti i suoi articoli più significativi. Inoltre circa 5000 docenti sardi rischiano di perdere il posto di lavoro a causa delle modalità di reclutamento in fase di discussione da parte del Parlamento su indicazioni del MIUR. Cosa ne pensate?

[Nicola Giua, Cobas Sardegna] Partiamo dalla famosa didattica a distanza (nota come DAD). Ovviamente c’è stata una emergenza e con essa la necessità di non abbandonare a se stessi i ragazzi alla solitudine e all’isolamento dovuto alla pandemia. All’inizio si è partiti in sordina ma poi la DAD è stata spinta molto. Addirittura ci sono state scuole che hanno organizzato l’orario come se si fosse a scuola. E da più parti si è pensato di istituzionalizzare tutto questo come elemento normale e codificato nella didattica. Inoltre in molti casi c’è stato un eccesso nell’assegnare i compiti a casa, caricando i ragazzi in maniera assolutamente fuori luogo nel contesto di una pandemia. Consideriamo poi il fatto che il Ministero ha inserto un decreto legge dove si rende obbligatorio per i docenti  assicurare la DAD con gli strumenti a disposizione, senza considerare che non è obbligatorio per i docenti avere tali strumenti e senza considerare i problemi di connessione che soprattutto in molte parti della Sardegna esistono e sono significativi. 

[Andrea Faedda, Coordinamento precari autoconvocati Sardi] Molti colleghi per fare DAD hanno dovuto comprare nuovi apparecchi con i propri strumenti. Ma il problema principale è che fare didattica a distanza non è la stessa cosa che farla in presenza. Non sono due piani che si possono compenetrare ed essere intercambiabili. Fra l’altro anche molti ragazzi hanno problemi di mancanza di dispositivi e di connessione. Ci sono anche molti casi di ragazzi che in presenza hanno un alto rendimento e a distanza hanno un basso rendimento. È sbagliata l’imposizione. Fra l’atro il Ministero, all’indomani della chiusura delle scuole, non aveva alcun piano per la didattica a distanza, ma è stato solo grazie al lavoro dei singoli insegnanti che in maniera volontaria si sono attivati per non lasciare soli i ragazzi. Poi lo stesso Ministero ha imposto questa pratica, sfruttando il lavoro volontario e gratuito dei docenti. Siamo davanti ad una situazione paradossale. 

Inoltre molti fra i docenti che stanno facendo grandi sforzi per adeguarsi alla DAD sono precari. Immaginate la frustrazione di chi si sta prodigando anche ben oltre gli obblighi contrattuali e non sa se l’anno prossimo lavorerà. La scuola sarda vive un grande dramma. Attualmente migliaia di docenti non sanno che fine faranno. I media parlano del concorso deciso dal Ministero come se fosse un concorso che accompagnerà gli attuali precari al ruolo e lo chiamano “salva precari”. In realtà si tratta di un “ammazza precari”, perché si tratta di un concorso nozionistico. Ci sono docenti che insegnano da 15 anni e hanno sviluppato competenze molto profonde e che in 80 minuti dovranno giocarsi il posto di lavoro rispondendo a domande a crocette. In Italia stiamo parlando di circa 60mila precari, in Sardegna  di 5mila, un numero vastissimo. Non è possibile selezionare una classe docente con un test a crocette a risposta multipla con una prova “dentro-fuori”. Inoltre sono esclusi i docenti che hanno fatto servizio su sostegno, perché non possono concorrere per la materia su cui sono stati chiamati per sostegno. L’esperienza, le competenze acquisite e la carriera in questi concorsi non vale nulla. Questo è ingiusto e svilente. In Sardegna abbiamo migliaia di docenti che non hanno una corsia preferenziale nemmeno per acquisire le competenze. Per la Sardegna la situazione è ancora più grave, perché ci sono dei meccanismi nella norma del decreto, che prevede lo scavalcamento dei docenti sardi da parte di personale continentale, come nel caso della cosiddetta “call veloce”. Adesso sono stati banditi i nuovi corsi del TFA sostegno per il 2020. In provincia di Messina i posti messi a bandi sono 2000. In tutta la Sardegna sono 320 a fronte di 3000 posti affidati in deroga. Secondo voi cosa succederà fra uno o due anni? I docenti di sostegno arriveranno dalla Sicilia e dalla Calabria. Perché in Sardegna non vengono assegnati i posti che servono? 

[Ninni Tedesco] Sul sostegno i docenti  formati in Sardegna sono una assoluta minoranza rispetto ai posti realmente disponibili. Fra l’altro il lavoro di sostegno è un lavoro molto delicato che richiede esperienze che va valorizzata e così la si accantona disperdendo tutto il patrimonio acquisito che viene trattato come pura manovalanza. Non si può sottovalutare un ruolo così delicato. Inoltre il concetto stesso di “precarietà” non penalizza soltanto i docenti, ma soprattutto gli studenti che non vedono garantito il loro diritto a una continuità didattica.

[Nicola Giua] Lo scorso 14 febbraio abbiamo promosso lo sciopero generale proprio in sostegno alla lotta dei precari sardi. I numeri forniti da Andrea sono paradigmatici. Ogni anno servono in Sardegna 3000 posti su sostegno. Come si può pensare che le due università mettono a bando solo poche centinaia di posti per formazione? È ovvio che così si permette un processo di sostituzione di docenti continentali o siciliani al posto di quelli sardi che in questi anni hanno garantito il lavoro. Non è una questione di razzismo territoriale, ma di giustizia verso i precari che hanno lavorato in tutti questi anni garantendo la sussistenza e il servizio. C’è da dire che la Regione Autonoma è assolutamente latitante sulle necessità della scuola sarda e che l’Ufficio Scolastico Regionale è in effetti una sorta di prefettura ministeriale, o per meglio dire una satrapia del centro ministeriale, e non tiene assolutamente in conto le esigenze della scuola sarda che così rimane priva di rappresentanza. Orribile anche il meccanismo di selezione dei nuovi docenti. Dopo anni di discussione sulla formazione dei docenti  in cui dovevano essere valorizzate le competenze, le abilità e la formazione umanistica anche nei termini della formazione pedagogica e psicologica, oggi si è passati ad una modalità di freddo nozionismo, oltretutto senza neppure accesso ad una batteria di domande a cui attingere. La stessa “cosiddetta” Ministra Azzolina, quando ha fatto il concorso per diventare dirigente, ha studiato su una batteria di 5mila domande. Anche così sarebbe folle perché non si diventa insegnante rispondendo a domande nozionistiche, ma ora pretendono che i docenti siano dei super computers. Inoltre siamo fuori norma. Perché la Corte di giustizia europea aveva già condannato lo Stato italiano sulla questione dei precari e sulla necessità di stabilizzare i precari con 36 mesi di servizio. Una volta acquisita la normativa europea lo Stato italiano ha escluso la scuola con una postilla, che è una follia perché la scuola è il luogo dove esistono più precari nel settore pubblico.  Va aggiunto che non esiste alcun obbligo alla DAD che sarebbe dovuta rimanere un aspetto volontario di vicinanza agli studenti. Molti colleghi hanno una cattiva linea. Inoltre molti studenti sono stati esclusi per mancanza di dispositivi e per condizioni territoriali precarie. Questa misura esclude ancora una volta i più deboli. In più c’è un aspetto antidiseducativo, perché è profondamente diseducativo far usare smartphone e tablet per la didattica. 

[Ninni Tedesco] Vorrei aggiungere che si è proceduto in ordine sparso, con applicazione delle indicazioni ministeriali molto diversificata, vista la latitanza e le mancanze di direttive specifiche della Regione e dell’Ufficio scolastico. Inoltre esistono molti casi dove gli studenti non hanno neanche una stanza propria o magari il computer è in condivisione con tutta la famiglia dove il padre e la madre fanno home working e non possono lasciare lo strumento ai figli. Se si pensa di istituzionalizzare la DAD si andrà a perdere tutto ciò che è didattica in termini di relazione, socializzazione, crescere insieme, sviluppo del pensiero critico. Tutti aspetti insostituibili. Arriviamo alla dispersione per abbandono scolastico, soltanto nella provincia di Nuoro la dispersione arriva alle cifre da capogiro di 42,7%: quasi un ragazzo su due che abbandona la scuola. E non sappiamo dove vanno a finire questi ragazzi. Perché non c’è un piano di formazione professionale in alternativa alla formazione scolastica. L’abbandono è legato alla sofferenza delle zone interne ed è collegata allo spopolamento e quindi alla chiusura dei plessi. Negli ultimi 15 anni i plessi sono passati da 425 a 278 e l’ultimo regalo che ci ha fatto la Regione, approfittando della situazione d’emergenza, è stato il taglio di altre due scuole che sono Bortigiadas e Nughedu s. Nicolò con i sindaci che hanno protestato simbolicamente da soli nelle piazze dei loro paesi.  

[Andrea Faedda] Il problema è che molti precari non hanno avuto la possibilità di abilitarsi perché non si sono avviati corsi abilitanti. Oggi il Ministero prevede l’abilitazione con un quiz a crocette che fra l’altro è un contro senso, perché appunto abilitazione non vuol dire nozionismo ma competenze e capacità. Chiediamo i Pas (percorsi abilitativi speciali), come del resto si è proceduto in passato, ma il Ministero non lo vuole fare. Noi chiediamo a questo punto che lo faccia la Regione Autonoma, chiediamo che la RAS formi i suoi docenti, come del resto avviene in altri contesti ed esperienze che esistono con la provincia autonoma di Trento che ha un proprio ordinamento e regola da se la scuola (i docenti sono dipendenti provinciali, con indennità linguistica). Per la Sardegna noi proponiamo che si arrivi ad una autonomia avanzata di questo tipo, anche sul dimensionamento e sulla formazione dei docenti. Chiediamo che i Pas siano riservati a chi ha fatto servizio in Sardegna o a chi dimostra una certificazione linguistica del sardo o delle altre lingue di minoranza parlate in Sardegna. Sarebbe un criterio non discriminatorio perché chiunque può acquisire la conoscenza linguistica. Questo del resto avviene già a Trento e Bolzano con il tedesco e il ladino. L’aspetto della certificazione linguistica è già normato dalla legge 22/2018 che addirittura istituisce degli enti appositi che rilasciano tale certificazione o che, in sostituzione, lo possa assolvere l’assessorato, previo parere di una commissione di esperti. La RAS dovrebbe recepire la questione della lingua e istituire una corsia preferenziale per i docenti sardi. Ciò avviene per esempio già per medici sardi che vogliono accedere ad una borsa di specializzazione. Non c’è tempo da perdere, perché noi precari dovremmo abilitarci entro l’anno prossimo.   

[Ninni Tedesco] Per quanto riguarda la dispersione non è mai stato svolto alcun serio monitoraggio dei soldi spesi negli anni scorsi, anche quando la Sardegna rientrava nell’obiettivo 1. Nessuna azione può essere finanziata se non si è poi capaci di valutarne la ricaduta e l’efficacia. Serve una legge regionale sulla scuola e non esiste nemmeno un dibattito ufficiale su questo (siamo gli unici in Italia a non averne una compatibile con i nostri margini di autonomia). La legge 22 rimane lettera morta anche nei sui aspetti progressivi.  Dobbiamo applicare tutte le norme che tutelano la nostra lingua e che tutelandola potrebbero anche creare nuovi posti di lavoro, basti pensare che la CGIL calcolava circa 6000 cattedre.

[Nicola Giua] Bisogna ripartire dalla legge 22 per inserire la lingua, la storia e la cultura della Sardegna facendole diventare curricolo. Non si può continuare con i progettini volontari. Come CESP Sardegna abbiamo fatto diversi seminari validi come formazione sulla “maestra muta” e sulla necessità di inserire la conoscenza della cultura e della storia sarda con un grande riscontro di docenti. Esistono anche esperienze come il collettivo di docenti “La storia sarda nella scuola italiana” che rappresenta un enorme bagaglio da cui attingere. Concordo sul fatto che la RAS si batta per fare i PAS capace di valorizzare l’esperienza acquisita sul campo. C’è anche il problema dei diplomati magistrali. Chi si è diplomato entro il 2001 era abilitato con il diploma. Negli anni successivi è stata modificata la norma inserendo l’obbligo del titolo universitario e si è creato un periodo ponte dove tutti quelli non in possesso della laurea non potevano  insegnare, anche se nel frattempo queste persone hanno insegnato e sostenuto la scuola sarda e italiana. Anche questa situazione grida vendetta. Un’altra battaglia è quella contro il proiettificio “Iscola” che fra l’altro negli ultimi anni è peggiorato perché completamente calato dall’alto. Non solo si deve seguire le linee stabilite e tipologie di attività dalla Ragione, ma addirittura dicono chi le deve svolgere. Sono soldi buttati. Intanto non esiste alcuna democrazia nell’uso di questi fondi. Alcune scuole hanno dedicato alcune figure a fare a tempo pieno solo con progetti Iscola, sottraendo tempo alla didattica e agli studenti. La nostra proposta è che quei soldi la RAS dovrebbe darli alle scuole. In alcune scuole mancano le cose fondamentali e noi buttiamo soldi con Iscola che fra l’altro è finalizzata alla lotta alla dispersione scolastica e non si ha nessun riscontro. Ma la battaglia più grande è quella contro il dimensionamento scolastico. Le scelte che sono state fatte negli ultimi 20 anni sono state fallimentari, oggi abbiamo una dispersione molto maggiore rispetto a vent’anni fa. Qualcuno dovrà dire “abbiamo sbagliato”. Hanno chiuso centinaia di plessi, la linea della razionalizzazione per ridurre la spesa produce danni incalcolabili. In questi ultimi anni i sindaci e la RAS hanno applicato pedissequamente i dati del ministero senza sollevare alcuna obiezione. Si doveva e poteva studiare delle deroghe per le nostre caratteristiche territoriali, di densità abitativa (tra le minori d’Europa), dei trasporti e del fatto di essere minoranza linguistica. Ma ha sempre prevalso la logica centralista e subalterna che ha trattato la scuola sarda come scuola di una qualunque regione del nord.  

[Ninni Tedesco] Sono stati sollevate molte altre questioni rispetto a quelle inizialmente sollecitate, segno che la scuola sarda versa in condizioni pessime, se non fosse per le singole iniziative di “volontariato” non riconosciuto. Pensiamo ad esempio ai trasporti e alla loro incidenza sul disagio dei moltissimi studenti pendolari. Pensiamo ai poteri dei dirigenti che spesso abusano del loro ruolo premiando in realtà non chi lavora ma chi usa la scuola come “progettificio” a scapito della didattica.  Pensiamo anche al dramma sociale ed economico e alla forte disoccupazione ed emigrazione, che non contribuiscono a sostenere le motivazioni di studenti e studentesse riguardo al loro futuro. Nessuna Giunta sarda è mai riuscita ad aprire un serio e aperto dibattito sulla realtà scolastica sarda e ad approvare una legge, neppure in relazione alle indicazioni della 482/99 sui vantaggi che porta essere minoranza linguistica. Le poche iniziative in merito non sono mai state rifinanziate (quest’anno 100 insegnanti di lingua sarda sono rimasti a casa). Capitalizzando il dibattito in corso, come possiamo muoverci per far valere tutte le battaglie di cui abbiamo parlato?

[Andrea Faedda] Abbiamo avanzato l’idea del PAS a tutti i gruppi regionali, di maggioranza ed opposizione. Stiamo cercando di far capire alla classe politica regionale che non è solo una questione economica (pur importante, perché stiamo parlando di 5000 buste paga che implicherebbe un dramma sociale ed economico gravissimo), ma anche e soprattutto una questione di didattica legata al territorio. Si parla infatti di docenti che hanno lavorato con il territorio, di una scuola capace di mettersi in sinergia con il territorio e con la cultura del luogo. Non è una questione ideologica, se non diamo valore a noi stessi, la nostra cultura, il nostro territorio, noi non saremo capace di dare valore a noi stessi e gli altri non daranno valore a noi. Si parte dal luogo, dalla propria cultura, dalla valorizzazione di noi stessi per potersi aprire al mondo e interagire con esso. Tutte queste considerazioni ovviamente vengono cancellate nella logica centralista e nozionistica della ministra Azzolina. Avevamo già un appuntamento fissato con la commissione cultura della RAS, ma abbiamo in agenda questo incontro e stiamo cercando di far passare questo messaggio e sembra che qualcosa si stia muovendo. Una legge regionale per la scuola sarda tutelerebbe tutti, docenti e studenti. Dobbiamo essere da stimolo per la creazione di una volontà politica che raggiunga questi obiettivi. 

[Nicola Giua] Nelle province autonome di Trento e Bolzano hanno spinto al massimo i loro poteri autonomistici. In Sardegna non si è mai fatto nulla per ottenere nulla. Centro destra o centro sinistra sono sempre andati a Roma con il cappello in mano. Dobbiamo pretendere deroghe sul dimensionamento, è assurdo che in Sardegna i parametri per avere un istituto autonomo debbano raggiungere il numero di 600 studenti. Con questi numeri ci sono istituti scolastici spalmati su 20 o 30 paesi dove i dirigenti non sanno neanche dove sono ubicate le scuole. La RAS deve modificare il parametro. Proponiamo che si faccia almeno la media, perché chiudono istituti con 595 alunni e a Cagliari ci sono altri istituti con 1500 alunni. Almeno ragioniamo sulla media regionale, così staremo sopra i 600 alunni per istituto. La Sardegna è un’isola e abbiamo la densità abitativa più bassa d’Europa, se escludiamo le zone ghiacciate del nord Europa. Dobbiamo fare in modo che tutti i soldi disponibili vengano dati per i pendolari. Ci sono istituti che hanno il 90% di pendolari. Vogliamo mettere i soldi nelle mense, per i presalari, aprire dei convitti? Queste sono le proposte importanti. Va detto che in questa situazione di emergenza non esiste alcun piano per la riapertura. Come li riportiamo i ragazzi a scuola, con trasporti da terzo mondo come li portavamo prima? Per non parlare della cosiddetta task force del Ministero per riaprire la scuola a settembre, dove su 18 componenti solo una è una docente. Vogliono approfittare di questa situazione per rendere la didattica virtuale e in remoto. Tutto questo è davvero squallido. 

Caminera Noa propone, in chiusura, una lotta congiunta di tutte le forze che hanno partecipato al dibattito e aperta a chiunque voglia fare di questa emergenza un’occasione per rilanciare interventi specifici e mirati per la scuola sarda e tutte le sue criticità. Se non si riparte da questo, dall’istruzione e dalla cultura, non ci può essere né ripresa economica né riscatto sociale. Troviamo perciò il modo di organizzare il dissenso e manifestare in modo chiaro e visibile le nostre richieste. Anche in tempi di emergenza. 

La scuola riguarda tutti.

Parliamo di scuola (sarda).

Il Covid-19 ha fatto dimenticare molte cose. Per esempio ha fatto dimenticare che in Sardegna ci sono 5000 precari della scuola che rischiano il posto e che probabilmente vedranno sfumare la possibilità di coronare la loro (spesso lunga) carriera scolastica con un posto di ruolo. Sì, perché il cosiddetto “salva precari” voluto dall’attuale ministra all’Istruzione Azzolina è in realtà un “ammazza precari”. Il Decreto Scuola 2019 (DL 29 Ottobre 2019 n. 126) avrà purtroppo conseguenze drammatiche proprio sulla vita di migliaia di precari della scuola, in special modo sardi. Infatti le norme da esso previste rischiano di cancellare tanti anni di servizio prestati nella scuola pubblica da parte di chi, nei fatti, ha sostenuto la scuola pubblica. 

La prova selettiva del concorso straordinario consisterà in un test nozionistico con quesiti a risposta multipla (senza per altro avere a disposizione la griglia base delle domande) attraverso il quale si presume di poter valutare docenti che hanno anche quindici anni di insegnamento alle spalle. E sarà – drammaticamente – per molti una prova da “dentro o fuori”. Chi non risulterà vincitore o idoneo (la prova si supera con i 7/10 delle risposte esatte) non potrà neanche abilitarsi, come invece sarebbe dovuto accadere in base ai percorsi abilitanti speciali (PAS) inizialmente previsti dall’intesa con il primo governo Conte, ma successivamente cancellati dal Decreto Scuola appena approvato. Per gli insegnanti precari della Sardegna gli effetti del nuovo provvedimento saranno anche peggiori. Attualmente nell’isola i posti cattedra vacanti sono circa 5000, di cui 3000 su sostegno. Oggi queste cattedre vengono ricoperte con incarichi annuali affidati ai docenti precari iscritti nelle graduatorie di terza fascia. Tuttavia la maggior parte di questi posti non rientrano nel c.d. “organico di diritto” e pertanto non saranno disponibili per essere messi al bando nel prossimo concorso straordinario. Infatti il MIUR ha già reso noto che i concorsi non saranno banditi per tutte le Classi di Concorso (discipline) e per tutte le regioni. La volontà del Ministero è evidentemente quella di assegnare il maggior numero di bandi alle regioni più popolose e con un maggior numero di cattedre vacanti.  La Sardegna, come già accadde nel concorso 2016, si troverà ancora una volta penalizzata e si avrà pertanto un concorso su base regionale con pochi posti a disposizione rispetto ad una esigenza molto più grande di ruoli da ricoprire. I docenti precari saranno ancora una volta penalizzati e non verrà riconosciuto loro il prezioso lavoro che ha di fatto tenuto in piedi la scuola pubblica in questi anni

La beffa per la scuola sarda è che oggi dovremmo parlare di nuove assunzioni e non di rischiare di perdere fino a 5000 posti che ogni anno assicurano uno stipendio ad altrettanti lavoratori e alla scuola sarda un rapporto lavorativo e professionale fra chi ha un progetto di vita nell’isola e il mondo della scuola.

Infatti la Regione Autonoma della Sardegna (Soru-Cappellacci-Pigliaru) negli ultimi 15 anni ha tagliato le autonomie scolastiche da 412 a 276, tagliando tutte quelle al di sotto dei 600 alunni (con la sola eccezione dei Comuni montani e delle piccole Isole dove il numero di alunni per mantenere l’autonomia è di 400).

La giusta richiesta dei Cobas Sardegna riguarda questo aspetto: non è possibile applicare pedissequamente le leggi statale in un contesto come la Sardegna con la più alta dispersione scolastica dello stato. La Sardegna è un’isola mal collegata, presenta la più bassa densità abitativa d’Europa e la popolazione si concentra soprattutto in alcuni centri, come Cagliari. Tutto questo non sembra interessare né il MIUR, né la Regione “Autonoma”, né l’Ufficio scolastico Regionale che applicano in maniera ragioneristica le “direttive” e chiudono anche scuole che non arrivano a 600 alunni per una manciata di unità.

Inoltre la Sardegna è anche minoranza linguistica e la normativa prevede che per le minoranze linguistiche il numero degli studenti per conservare una autonomia scolastica non è di 600, bensì è di 400. Ciò avviene per esempio in Val D’Aosta, in Sud Tirol ecc… Se venisse rispettata la normativa avremo più autonomi scolastiche, più dirigenti, più personale ATA, più personale amministrativo e soprattutto 6000 cattedre in più (fonte CGIL Sardegna).

A questa situazione davvero critica si è aggiunta la famosa Didattica a distanza, che sembra dovrà rimanere in pianta stabile nel sistema di istruzione, anche in prospettiva della ripartenza a settembre. 

Di questo e di tanto altro si parlerà sabato, alle ore 17, in diretta streaming, in un dibattito organizzato dal movimento popolare sardo Caminera Noa. 

Interverranno Ne parleremo con Andrea Faedda del Coordinamento Precari Auto Convocati,  Nicola Giua dei COBAS Scuola Sardegna e  Ninni Tedesco dell’ufficio scuola di Caminera Noa.

La diretta sarà trasmessa sabato 9 alle ore 17:00 dalla pagina Facebook e dal canale You Tube di Caminera Noa, dal blog di notizie anticoloniali Pesa Sardigna, dal Manifesto Sardo, dal sito dei Cobas Sardegna.