I movimenti degli anni Settanti in Sardegna in un libro

di Daniela Piras
articolo pubblicato per la prima volta sul blog della rivista Camineras
A Sassari prima presentazione del libro I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente; Ricordando Riccardo Lai [edizioni Condaghes, 2017]
A novembre del 2014 si è svolto, a Sassari, nell’aula magna del Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università, un convegno sul tema: “Dai movimenti degli anni settanta alla Sardegna di oggi. Ricordando Riccardo Lai”. L’iniziativa era stata promossa ed organizzata dalla Fondazione “Sardinia”, da Legacoop del Nord Sardegna, e da quattro cooperative: Airone, Melis & C., Coopas e Ostricola. Ieri, nella sala della biblioteca comunale di piazza Tola, si è presentato per la prima volta il libro che ha origine da quel convegno, e che si è ulteriormente arricchito grazie a varie testimonianze: I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente; Ricordando Riccardo Lai, a cura di Federico Francioni e di Loredana Rosenkranz, edito da Condaghes.  Il testo si pone lo scopo di esplorare la dimensione del territorio e rievocare l´orizzonte, comune a diverse generazioni, dei movimenti che legarono Sassari, la Sardegna e il suo oltre, “il Continente”. L’insieme dei contributi dei quali è composto il volume costituiscono una sorta di “ricordo corale” di ciò che sono stati i movimenti negli anni Settanta in Sardegna. “Un periodo vissuto intensamente, ricco di fermenti culturali”  ̶ ricorda Carmen Anolfo, bibliotecaria che ha contribuito al testo con un racconto di testimonianza diretto   ̶  “non è un caso che il libro si stia presentando proprio qui, nella biblioteca comunale, questo è stato fortemente voluto poiché questa biblioteca è il punto finale delle lotte di quegli anni. È nel 1979 che è iniziato il lavoro per far sì che si realizzasse quello che oggi è un luogo aperto al pubblico, un luogo della cultura, in cui si tengono conferenze, spettacoli, presentazioni di libri. Le lotte di quegli anni non sono finite ma continuano tutti i giorni, ad esempio contro i tagli al settore della cultura”.  Durante la presentazione si sono alternati diversi interventi di chi ha collaborato attraverso racconti e testimonianze a quello che è stato definito da Elisabetta Addis, autrice della postfazione “un libro che mancava, un lavoro che ha permesso di realizzare una memoria condivisa del passato e che serve per poter procedere al futuro”.  Una serie di articoli nei quali si racconta una Sardegna che niente aveva da invidiare a quello che succedeva in altre città italiane, pienamente immersa nel flusso culturale che riguardava tutta l’Italia. “La Sardegna non era certo tagliata fuori dal flusso delle idee di rottura e cambiamento che contagiarono il mondo intero, nell’isola era presente un laboratorio in cui, anche nella seconda metà degli anni Settanta, il riflusso è stato contrastato da una persistente volontà partecipativa e oppositiva.” ̶  precisa Federico Francioni.
Loredana Rosenkranz ha precisato che nel libro viene delineata una realtà locale densa. “Il lavoro di cura, al quale si è aggiunto un fattore emotivo, ha permesso di legare tutte le storie presenti con armonia; si possono trovare tutti i mondi, tutte le dimensioni della vita e della società, oltre a quello politico”. Non solo un mero lavoro di testimonianza da dedicare ad una persona che non c’è più, Riccardo Lai, ma anche un importante strumento attraverso il quale conoscere e diffondere quello che è stato. “Non si può ricordare ciò che non si conosce  ̶  afferma l’autrice  ̶  ed è per questo che è necessario raccontare, coinvolgere fasce più ampie e trasmettere così quadri di memoria”. Negli interventi di chi ha partecipato attivamente al testo emerge una Sassari viva culturalmente, dove nascono compagnie teatrali, dove il movimento femminista si batte per conquistare maggiori diritti e una piena parità di genere, dove fiumane di gente sfilano per le vie del centro. Le conseguenze di quelle lotte, seppur perse, sono vive ancora oggi. Mario Bonu, nel suo intervento, ricorda che oggi, in Sardegna, sono presenti oltre cinquanta comitati che si battono ogni giorno, movimenti anticolonialisti, ambientalisti, che lottano contro le speculazioni. “I movimenti che nacquero a Sassari erano integrati con ciò che succedeva in Italia. Fummo spesso in collegamento con altri movimenti del continente. Questi si inabissarono non solo per colpa delle BR, avevano anche chi li voleva rendeva elitari, furono sottoposti a contraddizioni forti. Ciascuno di noi diede il proprio contributo per cambiare la società. Non ci siamo riusciti, è vero, ma non è vero che si è persa la speranza, i movimenti infatti non sono finiti, hanno solo preso altre strade, bisogna partire dalle nostre realtà”, ha sostenuto.  In chiusura della interessante presentazione, Loredana Rosenkranz ricorda che “nell’anno 9”, così come definito da Umberto Eco, esisteva la politica non della rivoluzione ma del desiderio, in cui le donne erano per la prima volta soggetto da imitare (e non soggetto che imitava). “Era una generazione che puntava alla felicità, non ci si limitava a fare battaglie per il lavoro, ma si ambiva ad un lavoro che rendesse felici, che piacesse; era una generazione che voleva trovare una strada per comunicare con i media. E ci riuscì, tanto che il movimento degli studenti, con il suo rappresentante Gandalf il Viola, si trovò a sbeffeggiare l’esponente del PCI Massimo d’Alema durante una conferenza stampa presso la sede della Stampa Estera, nel 1977. La politica doveva fare i conti con quel movimento, era colpevole di essere estranea al cambiamento nella società italiana, poiché è vero che se la società cambia, anche la politica cambia”.
I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente”, edizioni Gondaghes 2017, è disponibile nelle librerie cittadine e acquistabile dal sito della casa editrice (clicca qui).
Un interessante spaccato della nostra storia recente, che ci offre tantissimi spunti su cui riflettere e ci fa interrogare sul ruolo della politica al giorno d’oggi.
                                                                                                                   

Rievocare i moti di “Su Connottu”

Paschedda Zau dopo l’arresto nella ricostruzione dei moti di Su Connottu. foto originale tratta da Cronache Nuoresi

Il 26 Aprile 1868 i nuoresi scesero in piazza guidati dalla popolana Pasqua Selis  Zau (Nuoro 1808-1882). Il motivo scatenante fu che l’amministrazione comunale, dovendo concorrere a finanziare gli inglesi  della Compagnia delle Ferrovie che realizzavano  le prime strade ferrate sarde, decise di mettere in vendita al miglior offerente i terreni di proprietà comunale abolendo tutti i diritti di “ademprivio” che sino ad allora avevano consentito l’uso comunitario dell’intero patrimonio territoriale comunale che andava dal monte Ortobene a Sa Serra.  Quel giorno, nell’estremo tentativo di ottenere la revoca dell’infausta delibera, oltre 300 nuoresi  si mossero, provenienti da diverse parti della cittadina, prima verso la sede della Sottoprefettura, quindi verso palazzo Martoni, allora  sede del Comune di Nuoro (attuale via Chironi 5)  e  al grido “torramus a su connottu”. A questo punto fecero irruzione nella Casa Comunale e disarmata la Guardia Nazionale devastarono gli archivi distruggendo la documentazione relativa ai piani di lottizzazione e vendita dei terreni comunali. Gli arrestati furono 69, accusati di disordini e saccheggio mentre altri 10 furono accusati di essere promotori  e istigatori della sommossa e inviati a processo presso la Corte di Appello di Cagliari. Ben presto ci si rese conto che  la sommossa in realtà era una guerra più ampia dettata dalla mancanza di lavoro e dalla grave crisi economica che  costringeva tutta la popolazione ad una quotidiana lotta per la soppravvivenza;  su intervento del parlamentare Giorgio Asproni, il ministro  di Grazia e Giustizia  Defilippo decretò la concessione di un’amninistia che venne firmata il 29 novembre 1868 dal Re Vittorio Emanuele II. Nel 1872, gli assegnatari perfezionarono i pagamenti e con rogito notarile  del notaio Cossellu di Orani le terre comunitarie furono definitivamente privatizzate. In definitiva i moti de Su Connottu sancirono una indelebile sconfitta per la comunità nuorese  e come cantò il poeta Rubeddu “i poveri divennero più poveri e i ricchi più ricchi”.

L’ Associazione PascheddaSelisZau ricorderà i moti di “Su Connottu” venerdi   27 Aprile alle 10,00, alla biblioteca  S. Satta (o aula magna Liceo Asproni)  con una conferenza  con i diversi ricercatori  che illustreranno con documenti autentici l’intera  storia dei moti de Su Connottu e,  con un contributo degli alunni del Liceo, il ruolo attivo del parlamentare Giorgio Asproni.

Il pomeriggio invece, con inizio alle ore 18, si terrà una conferenza su terre civiche e valori comunitari.

Il 28 Aprile alle 8 del mattino si svolgerà una cerimonia di commemorazione di Pasqua Selis  Zau nella zona monumentale del cimitero comunale con una brevissima rappresentazione musicale e  teatrale per ricercare la tomba inesistente di Paschedda.

Dalle ore 10 alle ore 13 in piazza San Carlo (con casa Ciusa che rappresenterà anche quest’anno la Sottoprefettura),   e in piazza Su Connottu si svolgerà la ricostruzione degli avvenimenti  con la casa del senatore Chironi che rappresenterà il municipio dell’epoca.

Nella piazza “su connottu” seguiranno piccole manifestazioni di intrattenimento e visite guidate alla vicina casa Martoni già Casa Comunale all’epoca dei moti.

Domenica mattina dalle ore 10, grazie alla preziosa collaborazione dell’Ordine degli avvocati nuoresi e della scuola forense,nella sala consiliare  andrà in scena il processo pubblico a Pasqua SelisZau e i suoi coimputati con magistrati ed avvocati che hanno dato la disponibilità per ricostruire l’intera storia dei moti con testimonianze e documenti autentici.

Tutte le manifestazioni si avvarranno della collaborazione dei Figli d’arte Medas e della direzione artistica di Gianluca Medas.

Per contatti scrivere a associazionepaskeddazau@gmail.com

Camineras ricorda Vincenzo Migaleddu: future lotte per l’ambiente

Locandina dell’evento

Presentazione della rivista Camineras (edizioni Condaghes) presso la biblioteca comunale di Sassari giovedì 30 Novembre alle ore 17.30

Pubblicata dal 2002, con testi in sardo e in italiano, è da sempre impegnata nella lotta ai meccanismi del colonialismo non solo economico e sociale, ma anche politico e culturale che mantengono la Sardegna in una condizione di subalternità.
In questa particolare occasione Camineras vuole ricordare un suo storico collaboratore che alla difesa dell’ambiente e della salute ha dedicato la sua vita e la sua professione: Vincenzo Migaleddu. I relatori del dibattito, coordinati dalla redattrice Paola Pilisio, militante ambientalista impegnata da sempre nei coordinamenti di lotta , sono dunque figure rappresentative della difesa dei nostri luoghi dalle violente aggressioni spesso travestite da investimenti produttivi, posti di lavoro o avanzate tecnologie.

A tal proposito, Pesa Sardigna ha rivolto alcune domande alla redattrice e coordinatrice del dibattito Paola Pilisio.

Che cosa dobbiamo a Vincenzo e cosa dobbiamo continuare delle sue battaglie intraprese e drammaticamente interrotte?

A Vincenzo dobbiamo tutti qualche cosa. Il suo impegno per la Sardegna è stato immenso e il suo lascito prezioso. Vincenzo è insostituibile, nel senso che aveva un approccio interdisciplinare verso le lotte che è raro. Come rara era la sua cultura, competenza scientifica e determinazione. A me personalmente manca molto, come amico e maestro. Uno dei suoi insegnamenti che cerco sempre di non dimenticare è stato quello di studiare: “perchè la conoscenza è l’arma più preziosa ed efficace che abbiamo” diceva. Continuare le sue battaglie, è l’unico modo per tenerlo ancora con noi.

Chi sono i relatori che avete invitato e su quali temi hanno condiviso le sue lotte?

I relatori che ospiteremo durante la presentazione di Camineras hanno condiviso tutti, in un modo o nell’altro, gli stessi ideali di lotta che erano anche quelli di Vincenzo, la difesa dei luoghi, della salute e della bellezza. Come Joan Oliva e Andrea Faedda, architetti urbanisti, che un’idea su cosa sia un mondo bello, oltre che sano e pulito, l’hanno sempre avuta. Insieme abbiamo tentato di immaginare questi luoghi, come Porto Torres per esempio, liberati dal malaffare e dalla ferraglia. Giuseppe Marongiu sa cosa è una campagna, è un grande conoscitore della Nurra, per la quale si è battuto moltissimo, fondando il  “Comitato Nurra-Dentro riprendiamoci l’agro” contro l’assalto dell’Eni alle campagne. E infine Maurizio Onnis che in Sardegna ha fatto ritorno con l’idea di provare a cambiare le cose, anche lui ha militato nei comitati e ora ha preso in mano un territorio e ne sta facendo un luogo, essendo  il sindaco di Villanovaforru.

A che punto siamo nel difficile percorso di battaglie contro il gigantesco fronte della difesa dell’ambiente a tutto campo e dunque quale sarà il prossimo obiettivo scottante?

Fortunatamente sul fronte ambientale la Sardegna si rivela ogni giorno più sensibile, non mi riferisco naturalmente ai nostri reggenti che in testa non hanno un’idea, ma alle persone che la Sardegna la abitano. Da Porto Torres, a Macomer, al Medio Campidano c’è un fronte unito e di lotta su tutte le vertenze: inceneritori, servitù militari, industrie inquinanti, mega impianti energetico-speculativi, cemento sulle coste. Insomma gli argomenti non mancano. Ma la prossima grossa battaglia che ci tocca fare è quella sul metano, sulla quale il Coordinamento dei Comitati Sardi ha già preso una posizione chiarissima. Un nuovo progetto nocivo e obsoleto, l’ennesima servitù per la Sardegna, che continua a pagare un prezzo molto alto in termini di salute e ambiente per colpa delle scellerate decisioni del passato.

Per concludere il lavoro da fare non manca. Ci sarà bisogno di tanti incontri, di tante Camineras, di coordinamento e di impegno civile, politico, sociale, di un cambio di rotta culturale profondo che veda impegnati tutti per ritrovare e recuperare la memoria dei “luoghi”  sommersi e rilanciare quelli salvati.

Due chiacchiere con gli editori della neonata casa editrice “Catartica Edizioni.”

Due chiacchiere con gli editori della neonata casa editrice “Catartica Edizioni.”

Perché fondare una casa editrice?

Daniela: Perché sentivamo la necessità di creare un punto di riferimento che a Sassari non c’era. Abbiamo deciso di chiamarla “Catartica” per intendere un senso di rinascita e di cambiamento, sia personale che professionale, che vogliamo portare avanti. Il progetto editoriale che abbiamo in mente è alternativo all’industria editoria massificante ed omologante, un’industria che sforna volumi e volumi di persone non perché abbiano scritto qualcosa di davvero interessante, ma quasi esclusivamente di persone che “Sono qualcuno”, abbiamo notato che i libri esposti nelle vetrine dei grossi gruppi editoriali hanno le copertine con sopra i visi delle stesse persone che sono solite frequentare i salotti buoni della tv, giornalisti asserviti al potere, uomini di spettacolo, VJ, cantanti del secolo scorso quasi dimenticati e comici. In questa situazione i dispersi sono proprio i libri, nel senso nobile del termine, per cui abbiamo deciso di dare spazio ad autori emergenti che siano innanzitutto originali, vogliamo concentrarci sulle storie della quotidianità, legate ai piccoli centri, alle periferie, a qualsiasi cosa di bello provenga da una sottocultura ancora inesplorata.

Quali tematiche troveranno spazio all’interno delle vostre collane?
Giovanni: Vogliamo fornire al lettore uno sguardo critico sul mondo, attraverso libri che offrano al lettore la possibilità di conoscere voci controcorrente, dissonanti, disallineate. Abbiamo l’idea di dare spazio ai temi dell’impegno sociale, dell’attivismo politico, di chi, in sintesi, si dà da fare, in questo preciso momento storico, per portare avanti un progetto di riscatto sociale, di rivoluzione intellettuale, di impegno civico. Questo lo possiamo fare prendendo come punto di riferimento il dibattito politico e culturale che in Sardegna è molto vivo, ad esempio sui temi della sovranità, dell’autodeterminazione, dell’indipendenza, della democrazia, dell’ecologismo e dei diritti civili. Abbiamo pensato di dedicare una collana, che si chiamerà “I diari della motocicletta” a tutti coloro che, di questi tempi, dimostrano di avere lo spirito di “rivoluzionare” lo status quo. Una collana dedicata ai saggi politici rivolti alla Sardegna e che documentino le battaglie che molti, nonostante il clima di rassegnazione diffuso che si respira, stanno portando avanti oggi, magari lontano dai riflettori, una collana dedicata alla nostra “Resistenza”, quella di chi pensa che in Sardegna ci si possa e ci si debba vivere, poiché ritiene che ci siano alternative all’emigrazione che riguarda i nostri paesi, in maniera preoccupante. La Sardegna che vogliamo raccontare è lontana da quei programmi in lingua sarda che passano nelle reti locali, non parla di qualcosa di idilliaco che non c’è più e che si ricorda con nostalgia fittizia, ma parla di una Sardegna che esiste oggi, e che in tanti ignorano.

La vostra prima pubblicazione è dedicata ad Antonio Gramsci, perché questa scelta?
Giovanni: Questa scelta per noi ha una duplice valenza; se da una parte volevamo dare risalto ad una delle figure storiche più importanti del Novecento, ricordandone lo spessore intellettuale a ottant’anni dalla morte, i principi e i valori di libertà e di indipendenza di pensiero per cui si è battuto tutta la vita, dall’altra volevamo attirare l’attenzione al genere di testi contenuti in questo volume. Cioè una serie di racconti, incluse le traduzioni delle celebri fiabe dei Fratelli Grimm che Gramsci fece in carcere per i figli della sorella Teresina, tra il 1929 ed il 1931. Nelle nostre intenzioni vi è infatti quella di dare spazio ed importanza alle raccolte di racconti e questo classico della letteratura ci sembrava un buon modo per dare inizio a questo nostro progetto editoriale che, prima ancora di un progetto economico, vuole essere un progetto culturale indirizzato a fornire al lettore degli strumenti critici per interpretare il mondo. Nella nostra idea di raccolta di racconti deve essere predominante un tema comune indirizzato alla trasmissione di messaggi o alla descrizione di realtà spesso marginali e poco conosciute.

Cosa pensate si debba fare per dare maggiore spazio alla lingua e agli autori sardi all’interno dei vari Festival organizzati in Sardegna?
Daniela: Serve maggiore sensibilità da parte della politica e maggiore attenzione ai progetti che si vanno a finanziare. Si parla tanto di riscoperta delle nostre radici culturali, di lingua e cultura sarda ma si fa ben poco per finanziare e favorirne l’affermazione, lo sviluppo. Tutto sommato siamo in un particolare momento storico, di riscoperta e valorizzazione delle nostre radici, del nostro patrimonio di conoscenze artistiche, linguistiche e culturali che aiuta ad acquisire la consapevolezza di come i sardi siano stati, nel corso della storia, un popolo ricco di esperienze storiche. Attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò non solo ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia ma ci aiuta anche a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro. Tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta. Negli anni a venire sarebbe opportuno vedere una maggiore apertura verso gli autori sardi nei festival sparsi per la Sardegna, e anche di vedere nascere altre iniziative, ai quali possano partecipare ospiti internazionali ed italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna; che non precludano l’accesso agli autori sardi meno noti, e chissà che, a tal fine, il progetto culturale a cui abbiamo dato vita non possa in qualche modo dare il proprio contributo. Nei nostri obiettivi c’è inoltre anche quello di creare una collana di testi in sardo, una sfida alla quale non vogliamo certo sottrarci.

http://www.catarticaedizioni.com

Compagno T. e la coscienza sporca della sinistra sarda – intervista a Cristiano Sabino

Compagno T. Lettere a un comunista sardo, di Cristiano Sabino, ed. Condaghes 

Intervista a Cristiano Sabino di Luana Farina
  • È il tuo primo libro e tutti quelli che conoscono la tua storia politica e la tua formazione accademica penserebbero alla forma del saggio. Invece no! Ci troviamo davanti ad un libro che e sì politico, ma che ha diverse sfaccettature e chiavi di lettura. Come nasce Compagno T.? Da quale idea prende corpo?

Ho sempre avuto molto pudore per la scrittura. Scrivere è una cosa importante, le parole sono pietre e devono reggere la prova del tempo. Voglio dire che il criterio di selezione della scrittura non è adatta alla concezione mercantilistica dello scambio qui ed ora. Anche la scrittura politica non obbedisce alla medesima logica del documento, del volantino, dell’articolo di giornale, della tesi politica ma deve avere il coraggio di guardare più lontano nel tempo, nel passato come nel futuro, ambendo a toccare coscienze oggi indisponsibili all’ascolto. È questa l’idea che mi ha spinto a scrivere, un forte bisogno di fare i conti con i tanti nodi irrisolti che ho esperito nella mia militanza e con chi avrà in futuro il bisogno di un confronto per potersi temprare. Alla mia generazione è mancato questo, avevamo certo a disposizione le opere classiche del pensiero socialista e anche numerose testimonianze dei conflitti degli anni sessanta e settanta. Ma nulla di fresco, niente che potesse aiutarci a sgrezzare alcune posizioni per farle avanzare nella realtà, niente con cui misurarci direttamente a parte qualche documento e qualche giornaletto a ciclostile. Il saggio sarebbe stato troppo comodo. Non è detto che non scriverò nulla del genere, ma con i dogmi statocratici del compagno T. un saggio avrebbe funzionato poco o nulla. Alla fine diventa tutto un discorso di dati e numeri o di citazioni colte usate come formulette per dimostrare di avere ragione. Ne ho incontrati molti che conoscevano a memoria Marx, Lenin e Mao Zedong e poi ragionavano come vecchi DC o anche peggio. Non è questo il punto, non è sul piano delle formulette o dei glossari che intendevo colpire e affondare T., ammesso e non concesso che io ci sia riuscito. La mia intenzione era quella di pungerlo nell’anima, di infastidirlo, di provocare in lui un dolore permanente e di scuoterlo dal torpore delle sicurezze su cui ha costruito tutta la sua vita e spesso anche la sua fortuna e la sua carriera. Spero di aver buttato giù dalla sedia tanti compagni T.

  • Un nuovo paradigma letterario:  tra saggio, epistolario, narrazione. Si tratta di un libro scritto con uno stile insolito, soprattutto per un epistolario, dove a parlare è solo l’autore che scrive le 30 lettere al misterioso T., del quale non leggiamo mai le risposte ma riusciamo bene a immaginarle perché riesci a far materializzare fisicamente il tuo interlocutore, tanto da “farcelo vedere e sentire”. Quali sono le tue letture che ti hanno portato ad esprimerti in questo modo?

Io e T. abbiamo parlato e ci siamo scontrati per tutta la vita e credo che ciò continuerà ad avvenire, fino a che una delle due posizioni non soccomberà all’altra o entrambe cadranno in rovina. Potrebbe sembrare una posizione tragica ma lo scontro tra idee è sempre anche uno scontro tra vite e vissuti, individuali e collettivi. Non ho dovuto usare grandi artifici retorici per immaginare cosa avrebbe osservato o controribattuto T.; conosco molto bene l’arsenale logico da cui attinge.

Veniamo alle mie letture. Sicuramente sono debitore al dialogo filosofico e allo stile di pensiero che procede per appunti, esami, contro esami in maniera fluida e dialettica. Credo che Gramsci in questo sia rimasto insuperato (e non parlo del Gramsci addomesticato e ridotto ad icona pop da parte della cultura di sinistra, ma del Gramsci reale, quello dei Quaderni del carcere). I suoi Quaderni in realtà rappresentano un dialogo con tutta la cultura moderna su cui si fonda la costruzione della coscienza e del consenso occidentale. E lui mette a nudo e svela l’ossature profondamente classista e colonialista di questa coscienza medesima. Ma prima ancora sono debitore al pensiero scettico e in particolare a quello di Montaigne il quale, partendo dal presupposto che nulla può dirsi vero in maniera assoluta, svela molte contraddizioni del potere degli stati colonialisti europei nel periodo della loro formazione. Li chiamano in generale i “maestri del sospetto” perché hanno la capacità di ribaltare la realtà così come ci appare e di svelarne gli arcani e l’ingiustizia che si celano sotto le narrazioni e le retoriche ufficiali, persino di quelle correnti di pensiero che si vorrebbero critiche e rivoluzionarie come appunto quele da cui T. attinge tutto il suo bagaglio retorico. Ed è esattamente ciò che cerco di fare dialogando con T. relativamente al contesto sardo e internazionale.

  • Da tutto l’epistolario, nel modo di porre le oltre 130 domande che fai a T., emerge prepotentemente il tuo essere filosofo che cerca instancabilmente di comprendere i fatti storici e politici riguardanti la Sardegna, però mai col distacco tipico del filosofo, ma con una passione bruciante, forse a volte da deluso, ma mai arreso. Sbaglio?

Quella del filsofo distaccato è una scemenza. Come si fa ad amare la realtà e a cercare la verità distaccandosene o assumendo un atteggiamento freddo? Aveva ragione Aristotele a dire che la filosofia nasce dalla meraviglia. Chi non si meraviglia di fronte alle cose, chi non parteggia, chi non prende parte, chi non si sporca le mani, non è un filosofo, al massimo è un dotto di Stato. Gramsci prendeva sonoramente in giro il filosofo idealista Giovanni Gentile e la sua teoria dell’«atto puro» dichiarando che l’atto o è impuro o non è. Certo ci vuole una teoria e una visione generale del mondo per poter agire sapendo cosa si sta facendo e per essere realmente liberi, ma le teorie non si imparano solo sui libri, perché anche quei libri escono fuori da pratiche storiche e da veri e propri scontri materiali tra classi, popoli e gruppi sopciali. Chi non ha i calli nelle mani difficilmente è un buon filosofo.

  • L’epistolario col compagno T. è anche un’opportunità che l’autore si dà per parlare in modo attuale del suo essere stato e essere ancora comunista, internazionalista, indipendentista. La rivendicazione dell’autodeterminazione del popolo sardo e di tutti i popoli senza Stato è il filo conduttore di tutta questa narrazione. Quanto il tuo libro può contribuire a far passare questa linea, creando coscienza e  consapevolezza in chi o non le ha mai avute,  o se le aveva, ha preferito  sempre, e ancora oggi, “guardare altrove”?

L’autore con il libro appena uscito, lo scorso maggio nelle vie del centro storico di Sassari, la sua città natale

È una domanda difficile. Non credo che ci sia autore al mondo capace di rispondere. I libri una volta scritti non appartengono più all’autore, ma alla storia del popolo o dei popoli e/o al loro oblio. È questa l’unica critica letteraria che conta. Bisogna vedere se nel foro profondo della coscienza dei sardi a cui mi rivolgo (ed è ovvio che non mi rivolgo a tutti i sardi) esiste una frattura e se questo mio libro si dimostrerà capace di individuarla.

Tu per definire il mio spettro politico usi molti aggettivi: “comunista”, “internazionalisa”, “indipendentista”. Io sto maturando l’idea che basta un sostantivo: liberazione. Se partiamo da queto, se partiamo dalla necessità della liberazione, tutto il resto verrà da sé. Non mi sto associando a chi dice che gli –ismi sono roba del Novecento. Sto dicendo che nel concetto di liberazione sono inclusi molti -ismi in cui io e altri ci riconosciamo ed è più facile trovare un accordo andando al cuore del problema senza infognarsi nelle tante categorie che riportano il dibattito su questioni di carattere accademico e dottrinario e che ci tengono molto lontani dal movimento reale. Voglio dire che dovremmo ripartire dal conflitto e non dalle categorie ideologiche che ci impastoiano in dibattiti dal gusto letargico ed esotico ma non ci fanno fare un millimetro avanti nel mondo e nella società reale. Il mio libro ha l’ambizione di parlare di questo e del fatto che spesso la sinistra sarda ha fatto appunto il contrario e alla fine si è ritrovata adagiata sugli allori o semplicemente ha gettato la spugna o peggio si è venduta per un piatto di lenticchie. È questo il senso del “guardare altrove” di cui parli. Chi ha “guardato altrove” rispetto al conflitto a volte strisciante, a volte manifesto tra nazione sarda e Stato italiano, semplicemente ha aderito alla logica dello Stato. Ci sono sicuramente tante buone ragioni per giustificare una scelta del genere, ma i comunisti si nutrono del conflitto e la storia insegna che chi lo rifugge o lo teme, chi tenta in ogni modo di appianare i contrasti per paura di svegliare energie incontrollabili, non è comunista ma reazionario. E sinceramente ti dico che no, non credo di poter incidere sulla coscienza dei reazionari.

  • Ultima domanda: come stanno andando le presentazioni?

Direi bene. Il libro è uscito lo scorso maggio e finora abbiamo fatto 13 presentazioni e la quattordicesima sarà il prossimo 1 dicembre a Scano Montiferru dove dialogherò con il sindaco indipendentista Antoni Flore Mozzo. Con mio grande stupore (e anche del mio editore) il libro va verso la sua seconda ristampa. Non che non credessi nella qualità del mio lavoro, ma il tema è abbastanza impopolare, cioè affronta la questione dell’autodeterminazione della nazione sarda dal punto di vista della sinistra, scontentando sia chi si riconosce nei valori dell’indipendenza ma non in quelli della sinistra, sia coloro i quali si dichiarano di sinistra ma non sono indipendentisti e non sono neppure disposti a riconoscere l’esistenza di una questione nazionale sarda. Sono in progettazione tante altre presentazioni, comprese città importanti come Oristano e Nuoro che potranno essere organizzate non appena avremo il via libera dall’editore per la disponibilità dei libri.

La locandina della prossima presentazione del libro Compagno T. nel paese di Scano Montiferru che sarà introdotta dal sindaco scrittore Antoni Flore Mozzo il prossimo 1 dicembre.

A scuola con Dr. Drer & CRC posse cambia musica!

Con una liberatoria la famosa band rap bilingue cagliaritana permette a tutti i docenti della Sardegna di utilizzare i suoi brani a scopi didattici. Con una mail recapitata a diversi docenti e dirigenti scolastici dell’isola la band sarda Dr. Drer & CRC posse rende noto il progetto di mettere a dispozione «Materiale didattico: Musica, lingua sarda, storia contemporanea» a seguto di «decine di richieste ed iniziative autonome da parte di docenti sardi negli ultimi 5 anni in diversi Istituti isolani e nell’Università degli Studi di Cagliari». Così il gruppo musicale in attività dal 1991, considerata una delle più longeve posse in assoluto, comunica ufficialmente che tutti i suoi brani musicali sono liberamente disponibili per qualsiasi laboratorio o progetto scolastico in qualsiasi istituto scolastico della Sardegna: scuole primarie, secondarie e istituti superiori. Ma la band rap va oltre e si rende disponibile anche a partecipare fisicamente a tali progetti.

In particolare la liberatoria selezionasi alcuni brani già utilizzati negli ultimi anni. Ecco l’elenco con i relativi link youtube:

Lingua Sarda (Su Sardu Alfabetu) https://youtu.be/Hxlw_csrZro

Storia del Novecento (El Tano) https://youtu.be/V4gGOJ9KauQ

I sardi nella Prima Guerra Mondiale (Arruolamentu) https://youtu.be/jC3aciKXzlc

Bombardamenti a Cagliari (Casteddu 43) https://youtu.be/z6nzcDdSWh8

In generale sono comunque disponibili tutte le ultime produzioni su cd: Cabudanni (2017) https://soundcloud.com/crcposse/sets/cabudanni Cosa Bella Frisca (2012) https://soundcloud.com/crcposse/sets/dr-drer-crc-posse-cosa-bella In Sa Terra Mia (2010) https://soundcloud.com/crcposse/sets/dr-drer-crc-posse-in-sa-terra

La diffusione e la riproduzione sono liberamente consentite, pertanto tutti i brani sono a disposizione per qualsiasi lavoro didattico. La band chiede soltanto che gli venga comunicato il tutto per conoscenza e invita a diffondere tale liberatoria la quale termina con i contatti di tutto il gruppo che riportiamo per favorirne appunto la diffusione:

Michele, Mauro, Alessandro, Giorgia, Giovanni, Riccardo Dr.Drer & Crc Posse Email: info@crcposse.org Web: www.crcposse.org Video: http://www.youtube.com/crcposselive

FB:https://www.facebook.com/pages/drdrer-crc-posse/60553857896 dr.drer & crc posse – mùsica de Sardigna

TIROCINI, È ORA DI CAMBIARE

Il 25 Maggio 2017 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le nuove “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento” che vanno a sostituire le “Linee guida in materia di tirocini” approvate nel Gennaio 2013 in attuazione dell’art.1 c.34 della legge Fornero.
In questa materia le Regioni hanno competenza esclusiva, potendo, a discrezione, ricalcare o distaccarsi completamente da tali Linee Guida, che sono solamente un punto di riferimento, delle indicazioni di indirizzo fornite dalla stato centrale rispetto alle quali, in sede legislativa, le regioni hanno piena autonomia con unico limite quello di non poter fissare disposizioni peggiorative a tutela dei lavoratori.
Con tutta evidenza le nuove linee guida sono coerenti con l’impostazione del Jobs Act; si accontentano gli appetiti delle imprese, del mercato e di chi vuole vincere facile coi numeri periodici sul tasso di occupazione, con buona pace per i lavoratori e per quella che dovrebbe essere la reale natura del tirocinio.

Se prima vi era una chiara distinzione del tirocinio in tre tipologie differenti e modulati a seconda di chi fosse il destinatario, ora vi è una unificazione del tirocinio extracurricolare, rimanendo un semplice e veloce richiamo al titolo delle diverse tipologie ma ora prive di contenuto e caratterizzazione nel nome della unicità.
Per capirci meglio: secondo il primo paragrafo delle linee guida del 2013 il tirocinio formativo e di orientamento era rivolto ai soggetti che avevano conseguito un titolo di studio entro e non oltre 12 mesi e aveva il fine di agevolare le scelte professionali e l’occupabilità dei giovani nel percorso di transizione tra scuola e lavoro mediante una formazione a diretto contatto con il mondo del lavoro.
Ora il paragrafo corrispondente specifica solamente chi sono i soggetti cui si rivolgono i tirocini extracurricolari oggetto delle nuove linee guida. In pratica ci troviamo di fronte all’ennesima liberalizzazione interna al mercato del lavoro.
Non basta. Se prima il tirocinio formativo poteva durare massimo 6 mesi, ora la durata massima per tutti i tirocini è di 12 mesi, con tutto ciò che ne consegue in termini di maggiori possibilità di abuso e di abbattimento del costo di lavoro.
Se consideriamo che le stesse linee guida fissano l’indennità minima di partecipazione al tirocinio a 300€ mensili e che un tirocinante può lavorare quanto un altro lavoratore normalmente assunto per le stesse attività (ma ricordiamo il tirocinio non si configura mai come rapporto di lavoro), ci troviamo di fronte un quadro in cui a un’azienda è concesso far lavorare un lavoratore 6-8 ore al giorno per 12 mesi, pagandolo 300€ al mese e per giunta senza nessun obbligo di futura assunzione!

Pare legittimo chiedersi se 12 mesi non siano un po’ troppi per uno strumento che vuole garantire formazione, apprendimento, “arricchimento del bagaglio di conoscenze” e “acquisizione di competenze professionali”. Il rischio è quello di entrare in un vortice continuo dove dalla possibilità di un tirocinio così lungo non si esce più; il ricatto del mercato che già ora ci vede passare da un tirocinio all’altro prima di firmare un contratto di lavoro, ci costringerà ad accettare una permanenza più estesa sotto questo strumento – sicuramente peggiorativa rispetto ad un apprendistato o un contratto a termine – perché “tanto non si trova altro”.
Sarebbe bello inoltre indagare in quanti effettivamente utilizzino il tirocinio con una funzione formativa e non per sostituire regolari forme di lavoro subordinato. Per farvi una idea pensate solamente a quante volte ci si imbatte in annunci di lavoro che propongono un tirocinio ma al candidato è richiesta esperienza pregressa; un controsenso magistrale, chiaro segno della volontà di abusare dello strumento.
Per farsi una idea è interessante dare uno sguardo a questo grafico del Fatto Quotidiano, elaborato sui dati dell’analisi QUI, prodotta dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato e che analizza come siano cambiate le tipologie di contratti e la probabilità di ingresso nel mondo del lavoro:

Secondo il paragrafo 1 lett. a) delle nuove linee guida, i disoccupati che possono cominciare un tirocinio sono solo quelli che dichiarano al “sistema informativo unitario delle politiche del lavoro” la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego; ecco che questi, costretti a passare per questa procedura se vorranno svolgere un tirocinio, andranno ad aumentare statisticamente il numero degli attivi (per la semplice dichiarazione) e quindi ad abbassare il tasso di inattività (o aumentare quello di attività), mentre i tirocinanti, benché la loro attività non costituisca rapporto di lavoro, andranno a gonfiare statisticamente le file degli occupati.

Spetta alle Regioni l’ultima parola; queste entro il 25 Novembre 2017 dovranno adeguarsi alle nuove linee guida e sostituire la normativa precedente.
In Sardegna attualmente è in vigore la deliberazione 44/11 del 23 Ottobre 2013; questa prevede una indennità minima di 400€ e una durata massima di 6 mesi per i tirocini formativi e di orientamento e di 12 mesi per i tirocini formativi di inserimento e reinserimento.

È giunta l’ora di una svolta chiara in materia di tirocini perché la situazione di sfruttamento legalizzato vigente non è più sopportabile.

Il collettivo Furia Rossa di Oristano, alla luce di questa analisi, dichiara che una indennità minima congrua debba essere pari a 800€ lordi mensili per tirocinante e che la durata massima del tirocinio debba essere di 6 mesi per tutti i lavoratori. “Il nostro appello va a tutti i tirocinanti e i potenziali tirocinanti, alle organizzazioni giovanili e di lotta, perché inizino a ragionare su questa semplice proposta. Le azioni e le mobilitazioni verranno di conseguenza.”

Articolo tratto da:
https://lafuriarossa.noblogs.org/post/2017/09/06/tirocini-e-ora-di-cambiare/#more-571

“Paraulas e sonos”: Programma Estivo di promozione della lattura

Il titolo della  rassegna, organizzata dal Centro Studi Stugi Luigi Oggiano di Siniscola, è Paraulas e sonos. La  finalità della rassegna è quella di promuovere la lettura, creare momenti di aggregazione leggeri di carattere culturale, fuori dai consueti spazi pubblici (scuole, biblioteche), ma nei locali commerciali come bar o camping.  Questi eventi hanno anche come  obiettivo quello di promuovere il CSLO, che ha tra i sui fini principali la ricerca storica sul Senatore Luigi Oggiano, la  raccolta delle fonti storiche, la promozione dei suoi valori umani e morali.  A questo proposito il CSLO ha  già organizzato un convegno su Luigi Oggiano e un giornata rievocativa in ricordo di Lorenzo Pusceddu.

Il primo evento programmato  (il 18 agosto, ore 19.00) è stato dedicato alla  narrativa.  Si è svolto presso il Bar  “La  Colmena”, a  La Caletta,  con il romanzo L’oltraggio della sposa in presenza dell’autore  Ottavio Olita e con la presentazione di Massimo Dadea.

Si tratta di un avvincente romanzo, tratto da una storia  vera avvenuta nel periodo postunitario in una località della Meridione d’Italia.  I temi  del libro sono strettamente legati alle vicissitudini di una donna e di un ufficiale del Regno d’Italia. I temi pregnanti ruotano intorno alle relazioni sentimentali della coppia e mettono in luce il ruolo della donna in una società caratterizzata dai valori tradizionalisti. Di un certo rilievo anche il tema, modernissimo, delle verità processuali e del condizionamento delle sentenze da parte dell’opinione pubblica.

Il secondo evento  si svolgerà nel bar Gana ‘e Gortoe, il 26 agosto, alle ore 19.00,   dove si alterneranno letture di  poesia e brani musicali in presenza delle autrici, con letture espressive di testi di Giuseppina  Carta, Rosalba Satta e Benedetta Gatto.  Per quanto riguarda la musica si esibirà il Tenores Luisu Ozzanu di Siniscola e Federico Ventroni e Gesuino  Deiana.

 Alla  rassegna  poetica collabora l’Associazione Amistade di Olbia. Anche questa collaborazione rientra tra gli obiettivi del CSLO: quello di istituire relazioni di scambio con altre realtà dell’isola e che condividono ideali  e finalità comuni.

Il terzo evento  è programmato si svolgerà al Selema Camping di Santa  Lucia il 2 settembre, alle ore 19.00. In questa occasione interverrà l’autore Giacomo Mameli con il libro Come figlie, anzi, edizioni Cuec.   Si tratta di una raccolta di testimonianze di esperienze di vita vissute  prevalentemente  in Sardegna da donne di provenienza rumena, polacca, africana, latinoamericana. Il grande tema del libro è il fenomeno sociale delle migrazioni femminili e delle diverse implicazioni Un tema che l’autore ha già affrontato in Le ragazze sono partite.   La presentazione si svolgerà nella cornice del Camping Selema e si aprirà con delle letture di brani e con l’intervento critico  di presentatrici locali.

Il salottino “Sulla terra leggeri” sminuisce Irvine Welsh – di Daniela Piras

di Daniela Piras

Irvine Welsh. Dislivello tra autori ed eventi.

Tra gli appuntamenti culturali estivi all’interno delle programmazioni dei vari festival, ieri c’è stato quello che aveva come protagonista uno dei più importanti scrittori viventi: Irvine Welsh. Autore di romanzi cult come “Trainspotting”, “Ecstasy”, “Il Lercio”, “Acid House” e tantissimi altri, lo scrittore è stato invitato nell’ambito della decima edizione del festival “Sulla terra leggeri”. Attraverso i suoi scritti era facile intuire che Welsh non fosse certo l’evoluzione dello studente modello, e che un modo così particolare e penetrante di scrivere fosse il frutto di una mente al di sopra delle convenzioni, e della prassi in genere. Aprire un romanzo di Welsh è come entrare in un’orbita lessicale che, attraverso la parola, conduce in un mondo difficile da classificare nel quale si viene trascinati, arduo spiegarlo con le semplici parole che normalmente utilizziamo. È l’annullamento di ogni regola, di ogni perfezione dello scritto, a favore di una illuminante esperienza difficile da dimenticare. Ecco, dietro questo genio dell’arte letteraria c’è un uomo che ha vissuto esperienze non comuni e, di norma, mal viste.

Oggi Welsh ha 59 anni e, oltre ad essere uno scrittore, è un uomo con un forte impegno politico, contestatore dell’economia neoliberista e del consumismo, da sempre apertamente schierato per l’indipendenza della terra in cui è nato, quella Scozia che viene raccontata nei suoi libri, quella nazione che racconta partendo dalla sua città, presente in diversi suoi romanzi, Leith. La Scozia è dentro ad ogni pagina, si potrebbe osare affermare, i suoi personaggi ironizzano contro gli inglesi, la netta divisione che Welsh tiene a dare è chiara: una cosa è la Scozia, un’altra è l’Inghilterra. Navigando in rete mi imbatto in un articolo che parla di Welsh come di uno scrittore “inglese” e penso a come spesso si ignori chi c’è dietro un nome e un titolo. Da sarda purtroppo non mi stupisce che, su determinate visioni politiche, spesso scenda una sorta di velo oscuro, non distinguere la nazione scozzese da quella inglese è un po’ la stessa cosa che accade agli scrittori sardi che automaticamente diventano italiani perché utilizzano la lingua italiana, di conseguenza Welsh è uno scrittore “inglese”, punto; del resto scrive in inglese.

Ieri, durante l’intervista sul palco del festival, osservavo il volto di Welsh con attenzione, ho ascoltato con attenzione le domande che gli sono state poste, che sarebbero potute essere di ben altro rilievo. Chiedere a uno scrittore di tale calibro: “È vero che hai scritto alcuni tuoi libri in metropolitana?” o “Qual è la domanda alla quale ti sei stancato di rispondere su Trainspotting?” “Hai scelto tu la colonna sonora del film?” sinceramente mi ha fatto un po’ tristezza. Un uomo con un passato non idilliaco, figlio di una cameriera, che ha lavorato anche come spazzino prima di ottenere il successo, un uomo impegnato in politica, con un’intelligenza accesa… al quale sono state rivolte domande da salotto tv, di quello più banale e scontato, un vero peccato. Ho sentito comunque alcune cose interessanti durante il corso dell’intervista, ad esempio quando Welsh ha detto “Sento spesso dire che per poter scrivere si ha bisogno di una situazione ideale, sono tutte cazzate, si può scrivere ovunque”. E pensare che in rete non è difficile imbattersi in interviste a Welsh dove il tenore delle domande è ben diverso, ad esempio nell’articolo di Elisabetta Pagani realizzata per La Stampa il 17/09/2016:

“Si può vivere senza dipendenze?”    

“Qual è, oggi, la sua dipendenza?”

 “La Scozia potrebbe permettersi l’indipendenza sotto il profilo economico?” Alla quale Welsh risponde così: «Che domanda è? Perché non dovrebbe permettersela visto che ha più risorse naturali dell’Islanda, che sembra cavarsela bene? La Scozia ha l’8,5% della popolazione del Regno Unito e qualcosa come il 40% delle sue risorse naturali. Penso che con l’indipendenza diventerebbe un Paese molto ricco».

Servirebbe davvero conoscere almeno la storia di un autore così importante, prima di invitarlo e riservare a lui un’intervistuccia da talk show. Davvero un’occasione persa, speriamo almeno che Welsh si porti dei bei ricordi dei nostri paesaggi e della nostra cucina.

Giugghendi in Carrera

Giochi, arte e socialità il 15 Luglio in Piazza Sant’Apollinare
Il Centro storico di Sassari riprende vita. Il 15 Luglio dalle ore 17.00 si terrà una giornata dedicata alla socialità in strada e ai giochi tradizionali. Giugghendi in carrera, infatti, riporterà nella Piazza di Sant’Apollinare alcuni dei più famosi giochi di un tempo, autocostruiti da alcuni abitanti del quartiere: marrocura, lu cecciu, lu carruzzu, frairi, paradisu, ballocci.
Sarà possibile per tutti i bambini e le bambine cimentarsi nei giochi che saranno allestiti nella piazza. Durante la giornata writer di strada abbelliranno la piazza con murales a cui i bambini potranno dare il loro contributo con bombolette colorate.
In serata si terrà un’arrostita di carne e verdure aperta a tutti e per tutta la giornata zucchero filato gratis per i bimbi.
La giornata, organizzata dal Collettivo S’idelibera (con sede in Via Casaggia 12, dietro la Chiesa di Sant’Apollinare) e da alcuni abitanti del quartiere, vuole essere un momento di socialità e incontro in cui rivivere piazze e strade come luogo di scambio, gioco e confronto.
Tutte le info sul blog S’idea libera