Sa Natzionale sarda de Bòcia: intervista al presidente Gabrielli Cossu

Le domande sono rivolte a  Gabrielli Cossu, presidente di FINS

A lato Cossu alla conferenza stampa di presentazione del progetto e nella foto successiva in una foto di repertorio

Per      molti la nazionale sarda è il Cagliari, ma ora ci sarà una selezione calcistica ufficiale. Come è nata l’idea e chi e cosa l’ha resa possibile?

Il progetto della costituzione della Natzionale Sarda parte un po’ di anni fa quando, durante l’estate 2012, organizzammo a Fordongianus la prima amichevole internazionale di calcio a cinque tra la nostra “Natzionale Sarda de Fùbalu a 5” e una rappresentativa Catalana. Fin da allora, come FINS, iniziammo a pensare a come poter organizzare una rappresentativa Nazionale sarda di calcio. L’occasione propizia per realizzare questo progetto l’abbiamo avuta questa estate nel periodo dei mondiali FIFA quando fummo contattati da un dirigente della ConIFA che mostrò interesse per le nostre iniziative e che ci invitò a provare a fare richiesta come federazione alla loro organizzazione.

In che circuito giocherà la nazionale sarda e chi è il commissario tecnico?

Per quanto riguarda il circuito in cui la nostra nazionale giocherà premettiamo che siamo membri della ConIFA, confederazione a cui sono affiliate squadre che rappresentano le nazioni, le dipendenze, gli Stati senza un riconoscimento internazionale, le minoranze etniche, i popoli senza Stato, le regioni e le micronazioni non affiliate alla FIFA. Questa affiliazione, oltre a permetterci di disputare partite amichevoli e partite ufficiali con le altre squadre che vi aderiscono, non impedisce alla nostra nazionale di organizzare partite amichevoli con squadre che non sono affiliate alla stessa federazione come i Club, o rappresentative riconosciute dalla FIFA. Per quanto riguarda gli impegni ufficiali, dopo le prime amichevoli di preparazione, il nostro obiettivo è quello di prendere parte agli Europei ConIFA che si terranno a giugno in Artassia.

 Il Commissario tecnico della Natzionale de Bòcia è Bernardo Mereu, tecnico tra i più qualificati del panorama calcistico sardo, attualmente oltre all’incarico come CT della nostra rappresentativa nazionale ricopre l’incarico di responsabile della Football Academy del Cagliari Calcio; nei suoi anni da allenatore in giro per i campi della Sardegna, che ne hanno fatto uno dei maggiori conoscitori del calcio isolano, ha allenato formazioni dalla prima categoria alla serie C1: agli esordi portò il La Palma – squadra dell’omonimo quartiere Cagliaritano – dal calcio dilettantistico fino alla C2, successivamente è stato Mister di alcune delle più importanti compagini di calcio sardo (tra cui Olbia, Tempio, Nuorese, Villacidrese e Torres) vincendo campionati e ottenendo promozioni in quasi tutte le piazze e categorie in cui ha allenato.

In molti penseranno che è una cosa inutile, si domanderanno chi finanzia tutto ciò. Non c’è il rischio di sollevare ondate di benaltrismo omologhe a quelle che puntualmente arrivano quando si parla di lingua sarda, questa volta in campo sportivo?

Dobbiamo dire che ci fa piacere che, ad oggi, i sardi abbiano accolto l’iniziativa con un entusiasmo che per noi è fondamentale anche se sappiamo che esisterà sempre qualche persona più critica o che intravede in qualsiasi tipo di iniziativa un secondo fine: a queste persone possiamo rispondere che l’unico fine di FINS è dare ai sardi una propria squadra nazionale di calcio e permettere a tutti i tifosi di poter sostenere una squadra che rappresenti il loro Popolo, che sia una vetrina per i giovani calciatori sardi e per tutto il movimento calcistico isolano. Per quanto riguarda l’aspetto finanziario della questione, i soci della FINS garantiscono il sostentamento e l’organizzazione interna. Ovviamente per rendere la nostra Nazionale più forte e competitiva al massimo delle sue possibilità, la sezione marketing della FINS è alla ricerca di sponsor e aziende che vogliano sostenere finanziariamente il progetto, come ha fatto per esempio lo sponsor tecnico Eye Sport. Oltre agli sponsor tutti i sostenitori privati del progetto possono aderire alla campagna di azionariato popolare #SaNatzionaleEstSaMia: a partire da una piccola donazione di un euro effettuata online (https://fins-sardigna.net/crowdfunding/ap) riceveranno certificati, gadget della squadra o avranno la possibilità di assistere alle partite e agli allenamenti.

All’interno dello stato italiano sono presenti altre esperienze analoghe? E in Europa?

 L’unica altra rappresentativa all’interno dello Stato italiano è quella della Padania che è presente perché la ConIFA, oltre alle Nazioni senza Stato, prevede l’affiliazione di “regioni geografiche che non hanno rappresentanza nel calcio. Ci teniamo a precisarlo perché in tanti ci hanno chiesto se la federazione calcistica della Padania abbia qualcosa a che fare con un certo partito politico: la risposta è no. Per noi l’unico problema è sportivo: la rappresentativa della Padania è una delle squadre più forti della federazione e probabilmente sarà una delle squadre da battere agli Europei.

Ovviamente in Europa ci sono altre esperienze analoghe nella ConIFA e in questi mesi è stato anche curioso imparare a conoscere nazioni ed entità geografiche che anche alcuni appassionati di geopolitica ignorano: infatti oltre ad alcuni Stati e Nazioni conosciute come Monaco, Groenlandia, Lapponia, Transnistria ed Occitania tra le federazioni che potrebbero partecipare agli europei ne esistono tante che a malapena avevamo sentito nominare o che non ci aspettavamo avessero una rappresentativa calcistica come la Nazionale Rom.

Per quanto riguarda altre esperienze simili al di fuori della federazione la Catalunya ha la sua Nazionale che annualmente disputa amichevoli di prestigio con club e nazionali FIFA, sappiamo che ispirandosi alla nostra iniziativa anche la Sicilia sta lavorando per creare la propria Nazionale e addirittura la Corsica vorrebbe affiliarsi alla FIFA.

Tutto questo fermento ci serve da ulteriore stimolo per fare le cose al meglio e dare ai sardi la squadra migliore e sportivamente più qualificata a rappresentarli.

Un sondaggio sulla cultura dell’indipendentismo in Sardegna

 

 

«Buongiorno gentili amministratori, mi chiamo Manuela sono sarda da 43 anni ed indipendentista da 13, ma forse da sempre» – inizia così il messagio inviato alla nostra posta elettronica da una nostra lettrice – «Adoro la nostra terra e vorrei che la sua cultura e la sua storia venissero conosciuti da tutti, sia Sardi che non Sardi. Pertanto, insieme a dei collaboratori, sto portando avanti un progetto di cultura della diffusione della cultura sarda, attraverso i podcast ed i canali social».

Il progetto consiste in un semplice sondaggio da compilare  (in pochi minuti) facendo clik nel seguente link.

Una inizia che riteniamo positiva e quindi degna di essere pubblicata.

A Gavoi una letteratura coloniale

Sulla sua pagina fb lo storico Francesco Casula riporta un articolo pubblicato lo scorso anno sul nostro blog e commenta con amarezza: “L’apo iscritu pretzisamente un annu faghet, su 1° de triulas de su 2017, ma balet peri oe. O nono? Est mudada carchi cosa?”

In effetti non è cambiato nulla e “L’isola delle storie” di Gavoi viene riproposto in questi giorni nelle medesime modalità degli scorsi anni, cioè senza alcuna dignità per lingua e letteratura sarda.

per questo motivo riproponiamo l’articolo di Casula, perché anche in questo caso la storia insegna ma non ha scolari!

Il Festival di Gavoi ? 
Sena limba sarda.
E duncas, sena Sardigna.
Anche quest’anno, il Festival di Gavoi, sarà senza Limba: parlerà tulle le lingue del mondo ma non quella sarda. Così come in quelli precedenti infatti è stata rigorosamente esclusa la letteratura in Sardo. Ed è spiegabile solo dentro una ottica biecamente italocentrica ed esterofila.
Vanno bene gli scrittori “stranieri” e italiani e anche quelli sardi in lingua italiana: peraltro, sempre i soliti noti. Ma perché escludere la letteratura in limba? Perché ha prodotto poco? Ma anche dato e non concesso che la lingua sarda abbia prodotto poco, si poteva pensare che un cavallo per troppo tempo tenuto a freno, legato imbrigliato e impastoiato potesse correre e correre velocemente? E non dice niente a Fois e agli organizzatori del festival di Gavoi la produzione in sardo degli ultimi trent’anni ma segnatamente degli ultimi dieci? Eccola:nei primi dieci anni (1980-1989) le pubblicazioni sono state 22, fra cui 11 romanzi; nei secondi dieci anni (1990-1999) le pubblicazioni sono più che raddoppiate: dalle 22 del primo decennio passano a 57; nei terzi dieci anni (2000-2007) le opere narrative in sardo sono ben 107. E parlo solo di quelle censite. Molte delle quali di gran vaglia. Certo, la lingua sarda, deve crescere. Ma sta crescendo: ha soltanto bisogno che le vengano riconosciuti i suoi diritti, che le venga riconosciuto il suo “status” di lingua, e dunque le opportunità concrete per potersi esprimere, oralmente e per iscritto, come avviene per la lingua italiana. E per poter essere conosciuta e apprezzata: il festival di Gavoi poteva essere una formidabile occasione in tal senso. E’ stata brutalmente censurata. Perché?
Probabilmente perché Fois e gli altri organizzatori del festival non credono a una produzione letteraria in limba che esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come autorevolmente è stato scritto. E dunque non credono ad Autori che –ha sostenuto il compianto Antonello Satta- “sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”. Dimenticandosi, fra l’altro, che a riconoscere una Letteratura in limba è persino “uno straniero”: un viaggiatore francese dell’800, il barone e deputato Eugene Roissard De Bellet che dopo un viaggio nell’Isola, in La Sardaigne à vol d’oiseau nel 1882 scriverà :”Si è diffusa una letteratura sarda, esattamente come è avvenuto in Francia del provenzale, che si è conservato con una propria tradizione linguistica”
Bene. Marcello Fois e gli altri sodali sono liberi di pensarla così. Ma almeno dovrebbero sapere e convenire che l’idea di una letteratura italiana che comprenda esclusivamente le opere scritte in italiano può considerarsi ormai tramontata. Il concetto stesso di letteratura italiana si è dilatato sino a comprendere l’insieme delle opere scritte in tutto il territorio dello Stato italiano, indipendentemente dal codice linguistico utilizzato. Pertanto le letterature “regionali”, un tempo considerate minori, sono diventate le diverse componenti di un quadro “nazionale” più vasto. Ciò che sostanzialmente deve essere riconsiderato è il rapporto fra il “centro” e le “periferie”, dal momento che – come scrive in Geografia e storia della letteratura italiana, Carlo Dionisetti, il principale teorico di questi studi,- “la storia della marginalità reca un contributo essenziale alla storia totale in costruzione, perché si manda lo storico, senza tregua, dal centro alla periferia e dalla periferia al centro”. In tal modo, finalmente i fenomeni letterari possono essere considerati per il loro valore artistico, estetico, storico e culturale e non in base a un sistema linguistico. Oltretutto la furia italiota, italocentrica e cosmopolita gioca brutti scherzi: le star letterarie straniere vanno bene, ma escludere gli scrittori sardi in limba è segno di becero provincialismo non di apertura al mondo.
Ma del resto, non sono forse stati scienziati come Einstein, filosofi come Spinoza, Leibniz, Merleau-Ponty e scrittori come Honorè de Balzac e Tolstoi –per non parlare dei nostri Giuseppe Dessì e Cicitu Masala- ad affermare “Descrivi il tuo paese e sarai universale”?

Dal colonialismo industriale allo sviluppo sostenibile

Una immagine pubblicitaria di stampo razzista e modernista apparsa sui giornali sardi all’epoca del “Piano di Rinascita”

La Cooperativa Omnia Green Service organizza un’intera giornata di riflessione, socialità e turismo sullo sviluppo sostenibile. A Bolotana il 24 giugno 2018 si terrà infatti l’evento “Dall’industria allo sviluppo sostenibile“. Un percorso tematico sulla zona industriale di Ottana alla montagna di Bolotana per raccontare il territorio.

Il territorio verrà raccontato dai protagonisti, da ex lavoratori di Ottana e familiari testimoni dell’impatto dell’industria sulla cultura, sulla società e sul territorio.
La giornata sarà dedicata al recupero dei territori e del valore e soprattutto alla raffinata arte popolare del saperlo vivere, partendo dei mestieri antichi come prima risposta di cambiamento per porre le basi per una innovazione che possa essere sostenibile.

Di seguito pubblicchiamo il programma:

Ore 9,30 Ritrovo alla zona industriale di Ottana
Benvenuto e presentazioni.
Testimonianze ex lavoratori di Ottana e familiari.
Inizio del cammino con auto proprie con soste di 
riflessione partecipata da Ottana al paese di Bolotana, 
fino alle località più importanti e suggestive della 
montagna di Bolotana, il suo patrimonio storico- archeologico e naturalistico

Ore 13,00 pranzo con prodotti locali presso la struttura del campo di tiro al piattello dove saranno presenti esposizioni di produttori e artigiani locali.
Quota di partecipazione al pranzo 20 euro con prenotazione al numero: 3343134553

Ore 16,00 L’informazione e la condivisione, la forza dell’unione per la rinascita sostenibile
Presentazione di lavori editoriali e cinematografici su tematiche ambientali e sociali 
Coordinamento a cura di Elisabetta Uda e Cristian Cadoni, Soc. Coop. Omnia Green Services, Progetto Ecoturismosardegna.it in collaborazione con Giulia Serra, IlMarghine.net
Interverranno: 
Cristiano Sabino, che presenterà il suo libro: Compagno T. Lettere 
a un comunista sardo, Edizioni Condaghes
Casi coraggiosi di rinascita: produzioni agricole d’eccellenza: L’oro di Bolotana, il pluripremiato olio Ozzastrera e il giovane Terracuza
Tradizioni artigiane che si tramandano e innovano: il falegname artista Salvatore Cherchi 
Antonio Sanna, autore, insieme a Umberto Siotto, del documentario-inchiesta che racconta le origini e la storia del polo petrolchimico di Ottana, Senza passare dal VIA. 
Ore 18,00 Proiezione 
Saluti e conclusioni

Info e prenotazioni (necessaria!): 3343134553

Tàtari, Monumenti Aperti 2018: cando su sardu est rebellia

Sa grandu initziativa de su comunu de Tàtari, chi como est giai una manifestada collaudada dae annos, non bidet galu perunu tretu riservadu a sas limbas de Sardigna. Una làstima pro un’initziativa chi movet mìgias e mìgias de persones a inghìriu a sos monumentos tataresos.
Di fatis totu sa propaganda, totu sos manifestos, totu sos messàgios pùblicos in sas retzas sotziales sunt totus iscritos in italianu.

Nudda l’ant iscritu in sardu, comente a chèrrere lantzare su messàgiu de èssere in unu non-logu cale si siat de s’Itàlia e non in unu logu pretzisu de sa Sardigna, cun monumentos suos de cada època antis de sa parèntesi, galu aberta, de sa periferitzidade italiana.

Fotografia de Charles Gauche

Nudda mancu in tataresu, sa limba galana locale chi est unu bantu pro gente meda chi at cumpresu s’importu suo in sa “ecologia” linguìstica mundiale, e chi lu diat pòdere èssere pro àtera gente chi galu no ischit su balore e sa singularidade de sa limba turritana.

Sa manifestada difùndida at a èssere acumpangiada dae mùsicos, pintores, iscultores, draperis e assòtzios culturales. A dolu mannu, custa bia, belle nemos de sos partetzipantes at iscritu su manifesteddu suo in carchi limba de Sardigna. Intre sos chi ant a partetzipare, solu s’assòtziu de su cuncordu polìfonicu Nova Euphonia, dirigidu dae sos mastros Irene Dore e Nicola Vandenbroele, at chèrridu iscrìere su manifestu suo in sardu, chi podides mirare carchende inoghe.

S’isperu de cada amantiosu de sas limbas nostras est chi, pro sa manifestada de Monumenti Aperti de su 2019, cada comunu chi organizet s’eventu potzat inghitzare a iscrìere sa propaganda in sardu, unu bellu sardu iscritu bene, o in cale si siat àtera limba de Sardigna.

Sa musica sarda indipendenti (intervista a Quilo)

1. Puoi presentarti? 

Sono Alisandru Sanna in arte Quilo e ho iniziato il mio percorso artistico nel Sulcis nella mia Iglesias alla fine degli anni 80. Nei primi anni 90 sempre nella città mineraria abbiamo fondato il progetto Sa Razza Posse che poi uscì ufficialmente nel ’92 con due singoli incisi su vinile per la century Vox che al tempo era l’etichetta numero uno in fatto di rap nella penisola. Dalla cassettina ( tape ) classica al Vinile e quindi ai primi concerti. Quegli anni furono strepitosi. Grande fermento culturale e musicale; un onda che arrivava dalle università e dai centri sociali. Racchiudere piu’ di 25 anni di esperienze è difficile. Nel 96 ci fu l’uscita di “Wessisla” epico album con il marchio SR RAZA prodotto tra la Sardegna e Torino; nel 2001 altro album ” EYAA ” che ci porto ad essere più popolari anche nei Club isolani; seguirono due EP pubblicati “itta ee?!” e poi “gerandu Festa”; nel 2004 fondai insieme al producer / mc Micho P il progetto Maloscantores riportando in auge il RAP in SARDO. Due album che definirei storici “un gran rap sardo” e “Musica sarda”. Maloscatores resta tutt’ora un esperienza per me fondamentale che mi ha fatto maturare parecchio. Concerti, piazze insomma sempre in mezzo alla gente quando ancora la musica era ricca di significato. Oggi gestisco la factory nootempo e suono ogni tanto insieme all’artista sardo Randagiu sardu, una delle più belle esperienze che ho contribuito a produrre. Randagiu oggi ha 10 anni dal suo esordio ufficiale è una realtà genuina che resiste. Oltre alla musica mi occupo di comunicazione visiva (grafica, design e produzione media), campo nel quale ho sempre lavorato sia come dipendente che come autonomo. Ho anche sempre partecipato attivamente al dibattito politico indipendentista dapprima con la prima e la seconda IRS, oggi come indipendente. Non mi sono mai candidato in vita mia, per ora non ci ho mai pensato ma escludo a priori di fare questa esperienza. Per il resto proseguo il mio cammino per sentirmi vivo con le persone che mi aiutano e mi stanno vicine.

2. La scena musicale sarda di inizio anni Duemila era ricca di competenze e molti artisti intrecciano sonorità e lingua del luogo con tendenze generali. è ancora così?

La scena musicale sarda è stata grandiosa e oggi con grande difficoltà molti artisti indipendenti cercano di produrre cultura Residente. Dal Rock al Reggae, dal Rap alla musica elettronica esiste un grande fermento e ci sono artisti di grande valore e livello. Gente che si sacrifica , che investe tempo e denaro per incidere album, per produrre video clip musicali. Vedo anche con grande interesse, non tanto nel rap, che l’uso de sa lingua nostra,  la lingua sarda nelle sue varianti non è più un limite ma una ricchezza. Quando iniziai il mio percorso nei primi anni 90, il progetto Sa Razza Posse portò grande innovazione proprio mettendo in primo piano il Rap in Sardu. Fummo i primi a incidere un Vinile di Rap in sardo con i due singoli “In Sa Ia” e ” Castia in fundu” . Dal Sulcis dei grandi progetti minerari ormai falliti riuscimmo a emergere da una cantina proprio grazie alla lingua. In definitiva direi che questo “sottosuolo” artistico andrebbe coltivato e aiutato anche dalle nostre istituzioni che spesso e volentieri non capiscono che la Sardegna non è solo musica Folk “tradizionale”. Ricordo che un tempo anche i movimenti indipendentisti erano molto attenti alla scena musicale indipendente sarda. Oggi i movimenti dovrebbero riprendere quel contatto importante con determinate realtà musicali e chiedere agli artisti il loro punto di vista sullo Stato dell’arte in Sardegna.
3. Spesso i comuni e gli organizzatori di eventi chiamano grandi nomi da fuori, per esempio per i concertoni di capodanno. cosa ne pensi?
Questa certa esterofilia artistica sta raggiungendo livelli preoccupanti. Io credo che la Sardegna intesa come Nazione che deve essere crocevia di culture possa anche ospitare dei grandi nomi e della musica di qualità che viene da oltre mare pur sempre rispettando le produzioni locali che devono essere messe in relazione con artisti esteri che vengono ospitati nelle nostre manifestazioni. Certamente non sono mai stato a favore del cosiddetto “concertone” intenso come grande evento fine a se stesso dove spesso si ascoltano i VIP della musica usa e getta. Io credo piuttosto in tanti eventi diffusi nel territorio che possano coinvolgere le nostre comunità.
Penso che ci sia un grande lavoro da fare soprattutto tra noi artisti sardi che spesso non siamo così uniti per sensibilizzare al meglio l’opinione pubblica e quindi fare azioni di promozione unitarie che portino la grande musica made in sardinia ad avere pari dignità.  Un artista serio che produce è di fatto un Lavoratore Fantasma che spesso viene relegato a macchietta, spalluccia di qualche Grande nome.
Che poi sinceramente parlando, i soldi pubblici dovrebbero essere spesi bene dando lavoro alle Band che producono Cultura musicale originale.

 

4. Anche i giornali spesso dedicano pagine intere a fenomeni di dubbio valore. Perché c’è così poca attenzione verso le produzioni autoctone?

I giornali locali chiaramente devono fare notizia,  quindi sparano colonne su colonne per sponsorizzare più’ che altro artisti molto famosi spinti dalle loro costose agenzie stampa. In passato ricordo che i giornali locali erano molto più attenti di oggi alle produzioni sarde, quelle ovviamente che avevano un valore artistico riconosciuto. Lo spazio si è ridotto drasticamente e questo succede purtroppo anche nelle Radio sarde dove è raro ascoltare produzioni indipendenti contemporanee. Oggi però con i nuovi Media è piùù facile colmare questa mancanza e farsi conoscere dal pubblico. Credo che si debbano creare le giuste sinergie con i Giornali e blog locali per fargli capire che il materiale culturale esiste e quello valido deve essere recensito e aiutato a crescere.

5. Parlaci del tuo lavoro. Difficoltà, opportunità e aspetti positivi di fare il musicista in Sardegna.

A volte mi chiedono, che lavoro fai? io Rispondo “l’artista, produco e scrivo canzoni…”. Si andat bene, ma che Lavoro fai? L’artista oggi non viene considerato un Lavoratore ma uno che al limite cazzeggia oppure un hobby per chi vuole arrotondare. Io credo che l’isola possa offrire molto in termini di ricchezza culturale. Non sono uno che denigra quello che ha qui, nonostante le grandi difficoltà questa è la mia terra che amo e mi fa incazzare ed è da qui che vorrei partire per diffondere un messaggio.
Guardate sempre alla nostra terra sarda come una Madre, lei non ti abbandona mai siamo noi Figli ingrati spesso a non rispettarla più e a non rispettarci più come popolo. L’arte per me è messaggio , il Rap per me ha una funzione precisa e la musica a volte fa di più di mille bandiere. La Sardegna oggi più che mai potrebbe essere un grande Laboratorio artistico nel mediterraneo. I muretti a secco li abbiamo ancora nel cervello e sono pericolosi.

6. Il tuo ultimo lavoro?

Oggi mi occupo della nostra factory sarda www.Nootempo.net che segue il percorso di artisti sardi indipendenti. La missione è quella di creare Ponti e non Muri, di diffondere cultura Residente. Music to resist è il nostro slogan e dice praticamente tutto. Resistenza artistica attiva, produzioni indipendenti che non hanno un limite di Genere e categoria. In questi dieci anni abbiamo prodotto dischi, docu film, realizzato progetti legati anche alla lingua sarda e stiamo cercando di crescere. Abbiamo la base in Sardegna ma un punto attivo anche a Liverpool dove G.M.ganga (gangalistics) produce e lavora anche per la Nostra factory.
Penso sempre ad un mio nuovo disco che poi sarebbe il primo come solista, ho poco tempo ma molte idee e non vi nascondo che c’è qualcosa in cantiere ma devo valutare tutto con molta attenzione, seu meda pibincu e ci sono delle oggettive difficoltà oggi nell’investire tempo e denaro in un album in questo mercato discografico ormai drogato e inesistente.
Gratzias meda a totus e a osatterus po s’attentzioni e sighei sempri sa musica sarda indipendenti chi est de importu meda! Fadei manna sa musica sarda indipendenti!

I movimenti degli anni Settanti in Sardegna in un libro

di Daniela Piras
articolo pubblicato per la prima volta sul blog della rivista Camineras
A Sassari prima presentazione del libro I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente; Ricordando Riccardo Lai [edizioni Condaghes, 2017]
A novembre del 2014 si è svolto, a Sassari, nell’aula magna del Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università, un convegno sul tema: “Dai movimenti degli anni settanta alla Sardegna di oggi. Ricordando Riccardo Lai”. L’iniziativa era stata promossa ed organizzata dalla Fondazione “Sardinia”, da Legacoop del Nord Sardegna, e da quattro cooperative: Airone, Melis & C., Coopas e Ostricola. Ieri, nella sala della biblioteca comunale di piazza Tola, si è presentato per la prima volta il libro che ha origine da quel convegno, e che si è ulteriormente arricchito grazie a varie testimonianze: I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente; Ricordando Riccardo Lai, a cura di Federico Francioni e di Loredana Rosenkranz, edito da Condaghes.  Il testo si pone lo scopo di esplorare la dimensione del territorio e rievocare l´orizzonte, comune a diverse generazioni, dei movimenti che legarono Sassari, la Sardegna e il suo oltre, “il Continente”. L’insieme dei contributi dei quali è composto il volume costituiscono una sorta di “ricordo corale” di ciò che sono stati i movimenti negli anni Settanta in Sardegna. “Un periodo vissuto intensamente, ricco di fermenti culturali”  ̶ ricorda Carmen Anolfo, bibliotecaria che ha contribuito al testo con un racconto di testimonianza diretto   ̶  “non è un caso che il libro si stia presentando proprio qui, nella biblioteca comunale, questo è stato fortemente voluto poiché questa biblioteca è il punto finale delle lotte di quegli anni. È nel 1979 che è iniziato il lavoro per far sì che si realizzasse quello che oggi è un luogo aperto al pubblico, un luogo della cultura, in cui si tengono conferenze, spettacoli, presentazioni di libri. Le lotte di quegli anni non sono finite ma continuano tutti i giorni, ad esempio contro i tagli al settore della cultura”.  Durante la presentazione si sono alternati diversi interventi di chi ha collaborato attraverso racconti e testimonianze a quello che è stato definito da Elisabetta Addis, autrice della postfazione “un libro che mancava, un lavoro che ha permesso di realizzare una memoria condivisa del passato e che serve per poter procedere al futuro”.  Una serie di articoli nei quali si racconta una Sardegna che niente aveva da invidiare a quello che succedeva in altre città italiane, pienamente immersa nel flusso culturale che riguardava tutta l’Italia. “La Sardegna non era certo tagliata fuori dal flusso delle idee di rottura e cambiamento che contagiarono il mondo intero, nell’isola era presente un laboratorio in cui, anche nella seconda metà degli anni Settanta, il riflusso è stato contrastato da una persistente volontà partecipativa e oppositiva.” ̶  precisa Federico Francioni.
Loredana Rosenkranz ha precisato che nel libro viene delineata una realtà locale densa. “Il lavoro di cura, al quale si è aggiunto un fattore emotivo, ha permesso di legare tutte le storie presenti con armonia; si possono trovare tutti i mondi, tutte le dimensioni della vita e della società, oltre a quello politico”. Non solo un mero lavoro di testimonianza da dedicare ad una persona che non c’è più, Riccardo Lai, ma anche un importante strumento attraverso il quale conoscere e diffondere quello che è stato. “Non si può ricordare ciò che non si conosce  ̶  afferma l’autrice  ̶  ed è per questo che è necessario raccontare, coinvolgere fasce più ampie e trasmettere così quadri di memoria”. Negli interventi di chi ha partecipato attivamente al testo emerge una Sassari viva culturalmente, dove nascono compagnie teatrali, dove il movimento femminista si batte per conquistare maggiori diritti e una piena parità di genere, dove fiumane di gente sfilano per le vie del centro. Le conseguenze di quelle lotte, seppur perse, sono vive ancora oggi. Mario Bonu, nel suo intervento, ricorda che oggi, in Sardegna, sono presenti oltre cinquanta comitati che si battono ogni giorno, movimenti anticolonialisti, ambientalisti, che lottano contro le speculazioni. “I movimenti che nacquero a Sassari erano integrati con ciò che succedeva in Italia. Fummo spesso in collegamento con altri movimenti del continente. Questi si inabissarono non solo per colpa delle BR, avevano anche chi li voleva rendeva elitari, furono sottoposti a contraddizioni forti. Ciascuno di noi diede il proprio contributo per cambiare la società. Non ci siamo riusciti, è vero, ma non è vero che si è persa la speranza, i movimenti infatti non sono finiti, hanno solo preso altre strade, bisogna partire dalle nostre realtà”, ha sostenuto.  In chiusura della interessante presentazione, Loredana Rosenkranz ricorda che “nell’anno 9”, così come definito da Umberto Eco, esisteva la politica non della rivoluzione ma del desiderio, in cui le donne erano per la prima volta soggetto da imitare (e non soggetto che imitava). “Era una generazione che puntava alla felicità, non ci si limitava a fare battaglie per il lavoro, ma si ambiva ad un lavoro che rendesse felici, che piacesse; era una generazione che voleva trovare una strada per comunicare con i media. E ci riuscì, tanto che il movimento degli studenti, con il suo rappresentante Gandalf il Viola, si trovò a sbeffeggiare l’esponente del PCI Massimo d’Alema durante una conferenza stampa presso la sede della Stampa Estera, nel 1977. La politica doveva fare i conti con quel movimento, era colpevole di essere estranea al cambiamento nella società italiana, poiché è vero che se la società cambia, anche la politica cambia”.
I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente”, edizioni Gondaghes 2017, è disponibile nelle librerie cittadine e acquistabile dal sito della casa editrice (clicca qui).
Un interessante spaccato della nostra storia recente, che ci offre tantissimi spunti su cui riflettere e ci fa interrogare sul ruolo della politica al giorno d’oggi.
                                                                                                                   

Rievocare i moti di “Su Connottu”

Paschedda Zau dopo l’arresto nella ricostruzione dei moti di Su Connottu. foto originale tratta da Cronache Nuoresi

Il 26 Aprile 1868 i nuoresi scesero in piazza guidati dalla popolana Pasqua Selis  Zau (Nuoro 1808-1882). Il motivo scatenante fu che l’amministrazione comunale, dovendo concorrere a finanziare gli inglesi  della Compagnia delle Ferrovie che realizzavano  le prime strade ferrate sarde, decise di mettere in vendita al miglior offerente i terreni di proprietà comunale abolendo tutti i diritti di “ademprivio” che sino ad allora avevano consentito l’uso comunitario dell’intero patrimonio territoriale comunale che andava dal monte Ortobene a Sa Serra.  Quel giorno, nell’estremo tentativo di ottenere la revoca dell’infausta delibera, oltre 300 nuoresi  si mossero, provenienti da diverse parti della cittadina, prima verso la sede della Sottoprefettura, quindi verso palazzo Martoni, allora  sede del Comune di Nuoro (attuale via Chironi 5)  e  al grido “torramus a su connottu”. A questo punto fecero irruzione nella Casa Comunale e disarmata la Guardia Nazionale devastarono gli archivi distruggendo la documentazione relativa ai piani di lottizzazione e vendita dei terreni comunali. Gli arrestati furono 69, accusati di disordini e saccheggio mentre altri 10 furono accusati di essere promotori  e istigatori della sommossa e inviati a processo presso la Corte di Appello di Cagliari. Ben presto ci si rese conto che  la sommossa in realtà era una guerra più ampia dettata dalla mancanza di lavoro e dalla grave crisi economica che  costringeva tutta la popolazione ad una quotidiana lotta per la soppravvivenza;  su intervento del parlamentare Giorgio Asproni, il ministro  di Grazia e Giustizia  Defilippo decretò la concessione di un’amninistia che venne firmata il 29 novembre 1868 dal Re Vittorio Emanuele II. Nel 1872, gli assegnatari perfezionarono i pagamenti e con rogito notarile  del notaio Cossellu di Orani le terre comunitarie furono definitivamente privatizzate. In definitiva i moti de Su Connottu sancirono una indelebile sconfitta per la comunità nuorese  e come cantò il poeta Rubeddu “i poveri divennero più poveri e i ricchi più ricchi”.

L’ Associazione PascheddaSelisZau ricorderà i moti di “Su Connottu” venerdi   27 Aprile alle 10,00, alla biblioteca  S. Satta (o aula magna Liceo Asproni)  con una conferenza  con i diversi ricercatori  che illustreranno con documenti autentici l’intera  storia dei moti de Su Connottu e,  con un contributo degli alunni del Liceo, il ruolo attivo del parlamentare Giorgio Asproni.

Il pomeriggio invece, con inizio alle ore 18, si terrà una conferenza su terre civiche e valori comunitari.

Il 28 Aprile alle 8 del mattino si svolgerà una cerimonia di commemorazione di Pasqua Selis  Zau nella zona monumentale del cimitero comunale con una brevissima rappresentazione musicale e  teatrale per ricercare la tomba inesistente di Paschedda.

Dalle ore 10 alle ore 13 in piazza San Carlo (con casa Ciusa che rappresenterà anche quest’anno la Sottoprefettura),   e in piazza Su Connottu si svolgerà la ricostruzione degli avvenimenti  con la casa del senatore Chironi che rappresenterà il municipio dell’epoca.

Nella piazza “su connottu” seguiranno piccole manifestazioni di intrattenimento e visite guidate alla vicina casa Martoni già Casa Comunale all’epoca dei moti.

Domenica mattina dalle ore 10, grazie alla preziosa collaborazione dell’Ordine degli avvocati nuoresi e della scuola forense,nella sala consiliare  andrà in scena il processo pubblico a Pasqua SelisZau e i suoi coimputati con magistrati ed avvocati che hanno dato la disponibilità per ricostruire l’intera storia dei moti con testimonianze e documenti autentici.

Tutte le manifestazioni si avvarranno della collaborazione dei Figli d’arte Medas e della direzione artistica di Gianluca Medas.

Per contatti scrivere a associazionepaskeddazau@gmail.com

Camineras ricorda Vincenzo Migaleddu: future lotte per l’ambiente

Locandina dell’evento

Presentazione della rivista Camineras (edizioni Condaghes) presso la biblioteca comunale di Sassari giovedì 30 Novembre alle ore 17.30

Pubblicata dal 2002, con testi in sardo e in italiano, è da sempre impegnata nella lotta ai meccanismi del colonialismo non solo economico e sociale, ma anche politico e culturale che mantengono la Sardegna in una condizione di subalternità.
In questa particolare occasione Camineras vuole ricordare un suo storico collaboratore che alla difesa dell’ambiente e della salute ha dedicato la sua vita e la sua professione: Vincenzo Migaleddu. I relatori del dibattito, coordinati dalla redattrice Paola Pilisio, militante ambientalista impegnata da sempre nei coordinamenti di lotta , sono dunque figure rappresentative della difesa dei nostri luoghi dalle violente aggressioni spesso travestite da investimenti produttivi, posti di lavoro o avanzate tecnologie.

A tal proposito, Pesa Sardigna ha rivolto alcune domande alla redattrice e coordinatrice del dibattito Paola Pilisio.

Che cosa dobbiamo a Vincenzo e cosa dobbiamo continuare delle sue battaglie intraprese e drammaticamente interrotte?

A Vincenzo dobbiamo tutti qualche cosa. Il suo impegno per la Sardegna è stato immenso e il suo lascito prezioso. Vincenzo è insostituibile, nel senso che aveva un approccio interdisciplinare verso le lotte che è raro. Come rara era la sua cultura, competenza scientifica e determinazione. A me personalmente manca molto, come amico e maestro. Uno dei suoi insegnamenti che cerco sempre di non dimenticare è stato quello di studiare: “perchè la conoscenza è l’arma più preziosa ed efficace che abbiamo” diceva. Continuare le sue battaglie, è l’unico modo per tenerlo ancora con noi.

Chi sono i relatori che avete invitato e su quali temi hanno condiviso le sue lotte?

I relatori che ospiteremo durante la presentazione di Camineras hanno condiviso tutti, in un modo o nell’altro, gli stessi ideali di lotta che erano anche quelli di Vincenzo, la difesa dei luoghi, della salute e della bellezza. Come Joan Oliva e Andrea Faedda, architetti urbanisti, che un’idea su cosa sia un mondo bello, oltre che sano e pulito, l’hanno sempre avuta. Insieme abbiamo tentato di immaginare questi luoghi, come Porto Torres per esempio, liberati dal malaffare e dalla ferraglia. Giuseppe Marongiu sa cosa è una campagna, è un grande conoscitore della Nurra, per la quale si è battuto moltissimo, fondando il  “Comitato Nurra-Dentro riprendiamoci l’agro” contro l’assalto dell’Eni alle campagne. E infine Maurizio Onnis che in Sardegna ha fatto ritorno con l’idea di provare a cambiare le cose, anche lui ha militato nei comitati e ora ha preso in mano un territorio e ne sta facendo un luogo, essendo  il sindaco di Villanovaforru.

A che punto siamo nel difficile percorso di battaglie contro il gigantesco fronte della difesa dell’ambiente a tutto campo e dunque quale sarà il prossimo obiettivo scottante?

Fortunatamente sul fronte ambientale la Sardegna si rivela ogni giorno più sensibile, non mi riferisco naturalmente ai nostri reggenti che in testa non hanno un’idea, ma alle persone che la Sardegna la abitano. Da Porto Torres, a Macomer, al Medio Campidano c’è un fronte unito e di lotta su tutte le vertenze: inceneritori, servitù militari, industrie inquinanti, mega impianti energetico-speculativi, cemento sulle coste. Insomma gli argomenti non mancano. Ma la prossima grossa battaglia che ci tocca fare è quella sul metano, sulla quale il Coordinamento dei Comitati Sardi ha già preso una posizione chiarissima. Un nuovo progetto nocivo e obsoleto, l’ennesima servitù per la Sardegna, che continua a pagare un prezzo molto alto in termini di salute e ambiente per colpa delle scellerate decisioni del passato.

Per concludere il lavoro da fare non manca. Ci sarà bisogno di tanti incontri, di tante Camineras, di coordinamento e di impegno civile, politico, sociale, di un cambio di rotta culturale profondo che veda impegnati tutti per ritrovare e recuperare la memoria dei “luoghi”  sommersi e rilanciare quelli salvati.

Due chiacchiere con gli editori della neonata casa editrice “Catartica Edizioni.”

Due chiacchiere con gli editori della neonata casa editrice “Catartica Edizioni.”

Perché fondare una casa editrice?

Daniela: Perché sentivamo la necessità di creare un punto di riferimento che a Sassari non c’era. Abbiamo deciso di chiamarla “Catartica” per intendere un senso di rinascita e di cambiamento, sia personale che professionale, che vogliamo portare avanti. Il progetto editoriale che abbiamo in mente è alternativo all’industria editoria massificante ed omologante, un’industria che sforna volumi e volumi di persone non perché abbiano scritto qualcosa di davvero interessante, ma quasi esclusivamente di persone che “Sono qualcuno”, abbiamo notato che i libri esposti nelle vetrine dei grossi gruppi editoriali hanno le copertine con sopra i visi delle stesse persone che sono solite frequentare i salotti buoni della tv, giornalisti asserviti al potere, uomini di spettacolo, VJ, cantanti del secolo scorso quasi dimenticati e comici. In questa situazione i dispersi sono proprio i libri, nel senso nobile del termine, per cui abbiamo deciso di dare spazio ad autori emergenti che siano innanzitutto originali, vogliamo concentrarci sulle storie della quotidianità, legate ai piccoli centri, alle periferie, a qualsiasi cosa di bello provenga da una sottocultura ancora inesplorata.

Quali tematiche troveranno spazio all’interno delle vostre collane?
Giovanni: Vogliamo fornire al lettore uno sguardo critico sul mondo, attraverso libri che offrano al lettore la possibilità di conoscere voci controcorrente, dissonanti, disallineate. Abbiamo l’idea di dare spazio ai temi dell’impegno sociale, dell’attivismo politico, di chi, in sintesi, si dà da fare, in questo preciso momento storico, per portare avanti un progetto di riscatto sociale, di rivoluzione intellettuale, di impegno civico. Questo lo possiamo fare prendendo come punto di riferimento il dibattito politico e culturale che in Sardegna è molto vivo, ad esempio sui temi della sovranità, dell’autodeterminazione, dell’indipendenza, della democrazia, dell’ecologismo e dei diritti civili. Abbiamo pensato di dedicare una collana, che si chiamerà “I diari della motocicletta” a tutti coloro che, di questi tempi, dimostrano di avere lo spirito di “rivoluzionare” lo status quo. Una collana dedicata ai saggi politici rivolti alla Sardegna e che documentino le battaglie che molti, nonostante il clima di rassegnazione diffuso che si respira, stanno portando avanti oggi, magari lontano dai riflettori, una collana dedicata alla nostra “Resistenza”, quella di chi pensa che in Sardegna ci si possa e ci si debba vivere, poiché ritiene che ci siano alternative all’emigrazione che riguarda i nostri paesi, in maniera preoccupante. La Sardegna che vogliamo raccontare è lontana da quei programmi in lingua sarda che passano nelle reti locali, non parla di qualcosa di idilliaco che non c’è più e che si ricorda con nostalgia fittizia, ma parla di una Sardegna che esiste oggi, e che in tanti ignorano.

La vostra prima pubblicazione è dedicata ad Antonio Gramsci, perché questa scelta?
Giovanni: Questa scelta per noi ha una duplice valenza; se da una parte volevamo dare risalto ad una delle figure storiche più importanti del Novecento, ricordandone lo spessore intellettuale a ottant’anni dalla morte, i principi e i valori di libertà e di indipendenza di pensiero per cui si è battuto tutta la vita, dall’altra volevamo attirare l’attenzione al genere di testi contenuti in questo volume. Cioè una serie di racconti, incluse le traduzioni delle celebri fiabe dei Fratelli Grimm che Gramsci fece in carcere per i figli della sorella Teresina, tra il 1929 ed il 1931. Nelle nostre intenzioni vi è infatti quella di dare spazio ed importanza alle raccolte di racconti e questo classico della letteratura ci sembrava un buon modo per dare inizio a questo nostro progetto editoriale che, prima ancora di un progetto economico, vuole essere un progetto culturale indirizzato a fornire al lettore degli strumenti critici per interpretare il mondo. Nella nostra idea di raccolta di racconti deve essere predominante un tema comune indirizzato alla trasmissione di messaggi o alla descrizione di realtà spesso marginali e poco conosciute.

Cosa pensate si debba fare per dare maggiore spazio alla lingua e agli autori sardi all’interno dei vari Festival organizzati in Sardegna?
Daniela: Serve maggiore sensibilità da parte della politica e maggiore attenzione ai progetti che si vanno a finanziare. Si parla tanto di riscoperta delle nostre radici culturali, di lingua e cultura sarda ma si fa ben poco per finanziare e favorirne l’affermazione, lo sviluppo. Tutto sommato siamo in un particolare momento storico, di riscoperta e valorizzazione delle nostre radici, del nostro patrimonio di conoscenze artistiche, linguistiche e culturali che aiuta ad acquisire la consapevolezza di come i sardi siano stati, nel corso della storia, un popolo ricco di esperienze storiche. Attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò non solo ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia ma ci aiuta anche a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro. Tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta. Negli anni a venire sarebbe opportuno vedere una maggiore apertura verso gli autori sardi nei festival sparsi per la Sardegna, e anche di vedere nascere altre iniziative, ai quali possano partecipare ospiti internazionali ed italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna; che non precludano l’accesso agli autori sardi meno noti, e chissà che, a tal fine, il progetto culturale a cui abbiamo dato vita non possa in qualche modo dare il proprio contributo. Nei nostri obiettivi c’è inoltre anche quello di creare una collana di testi in sardo, una sfida alla quale non vogliamo certo sottrarci.

http://www.catarticaedizioni.com