Non basta scrivere “andrà tutto bene” in un lenzuolo.  Intervista a Quilo.

Alisandru Sanna, in arte Quilo, fondatore del progetto Sa Razza Posse che poi uscì ufficialmente nel ’92 con due singoli incisi su vinile per la century Vox che al tempo era l’etichetta numero uno in fatto di rap nella penisola. Fra i protagonisti del progetto “Maloscantores” con cui RAP in SARDO tocca punte molto elevate.  Oggi gestisce la factory nootempo e suona insieme all’artista sardo Randagiu sardu. Oltre alla musica si occupo di comunicazione visiva (grafica, design e produzione media), campo nel quale ha sempre lavorato sia come dipendente che come autonomo. Ha anche sempre partecipato attivamente al dibattito politico indipendentista dapprima con la prima e la seconda IRS, oggi come indipendente.

  • Che effetti avrà la pandemia sul lavoro degli artisti sardi?

Saludi a totus is fradis e sorris sardus. Viviamo certamente tutti un dramma senza precedenti. Un virus, del quale sembra che pure gli scienziati non sappiano molto, ha piegato questo mondo iper-consumista e fortemente globalizzato. Gli Artisti, come altre categorie meno “fortunate”, oggi sono letteralmente annientati.

Al netto delle performance da balcone o qualche altra iniziativa, che sta sfumando giorno dopo giorno, l’artista ha bisogno del pubblico per poter lavorare. Musicisti, cantanti, ballerini, dj’s, addetti ai lavori, compagnie teatrali, service audio luci, tecnici insomma tutti gli operatori dello spettacolo e quindi della Cultura sarda sono fermi.

La cultura inoltre è direttamente collegata alle sagre, alle feste paesane, agli eventi piccoli e grandi e quindi anche al Turismo completamente devastato. L’emergenza sanitaria, data anche da una Sanità disintegrata da tagli scriteriati, ha colpito al cuore quindi anche la musica e l’arte. Gli effetti lavorativi sono gravi, I big della musicasicuramente hanno più possibilità mentre i piccoli indipendenti sono alla fame e non credo di esagerare. Il ministro della cultura, l’assessore alla cultura dove sono? Hanno forse espresso qualche soluzione?

  • Gli artisti dovrebbero essere una voce critica. Eppure ben pochi hanno avuto da dire sulla gestione della crisi da parte di Stato e Regione. Perché?

In effetti con mio dispiacere ho notato anche io questo “stare buoni”. In molti magari non hanno ancora preso coscienza della situazione. Essere critici, stare attenti è doveroso. Un artista è una voce libera della società. Io poi ho una mia visione dell’arte e della musica e non pretendo che tutti abbiano la stessa.  Ho visto un certo adeguamento in alcuni, in altri la stanchezza e la preoccupazione. Io sono arrabbiato, deluso e frustrato.

Mi sento come se tutto stia per crollare. Nel mio piccolo, come tanti, continuo a produrre qualcosa anche se è difficile monetizzare con delle canzoni indipendenti in streaming. Io non mi allineo e non voglio adeguarmi ad un pensiero etero diretto. Non credo nella speranza come forma di abbonimento sociale. La speranza (in quel senso) è una trappola, sposo il discorso di Monicelli. Credo di più nell’agire, nel fare, nel costruire e nel fallire ma non resto a sperare che le cose passino così senza dire nulla. Gli Artisti sardi dovrebbero ora unirsi davvero e far sentire la propria voce con proposte, con la loro testimonianza. Non basta scrivere “andrà tutto bene” in un lenzuolo. Sono molto realista anche se certamente mi auguro il bene ma voglio, vorrei fare qualcosa di utile. Gli Artisti sardi sono tanti e sono molto capaci. Non si può vivere senza arte, senza musica, senza spettacolo, senza teatro, senza cultura. Mi fa paura una società del genere. L’arte è alla base della vita stessa. Senza salute si rischia è vero, ma come può un sano non ammalarsi in questa condizione assurda?

  • Cosa lascerà questa pandemia (e soprattutto le drastiche misure prese dal Governo) alla Sardegna e ai sardi?

Non sono un politico, né un virologo o un analista. Il mio compito da artista è raccontare la vita quella stessa vita che oggi è Sospesa. Io sono molto preoccupato per come si stanno evolvendo le cose. Se non troveremo la strada verso la riapertura graduale la vita stessa sarà negata. In tanti dicono e urlano presi dal panico che meglio la salute; certo quello sempre e comunque ma questo non toglie che la libertà sia in pericolo e non esiste VITA senza libertà, non esiste VITA senza poter lavorare e produrre. Non esiste VITA senza l’arte e la cultura. Questa terra è forte ma nello stesso tempo è anche fragile. Non basta disegnare un infermiere che abbraccia la Sardegna quando poi fino a ieri molti sardi ahimè, si compiacevano delle nostre servitù militari o facevano inchini per ossequiare chi ci ha sempre depredato. La nostra Terra non ci ha insegnato la paura, non ci ha insegnato a denunciare il vicino che magari ha comprato solo un pacco di pasta e poco altro, non ci ha insegnato a non essere solidali.

Chi sta al governo di quest’isola deve dare ascolto a tutti, alle aziende che sono sul lastrico, agli Artisti, a chi oggi sta perdendo il lavoro anche in maniera subdola e lenta, così almeno non se ne accorge nessuno. Non c’è una strategia adeguata, magari non è facile, ma servono decisioni serie perché un’Isola come la nostra può uscirne fuori in meno tempo rispetto ad altri. Impareremo qualcosa? Purtroppo ora vedo solo paura e panico. Servono misure decise e coraggiose per l’economia sarda, oppure la Regione Sarda decide solo restrizioni più forti di quelle dello Stato centrale e per l’economia accetta perline? Dobbiamo aiutarci tutti ecco cosa dobbiamo fare.

  • La pandemia e la crisi che stiamo vivendo cambierà il modo di fare arte in Sardegna?

Questo è un punto veramente oscuro e pericoloso. Il timore di tanti artisti, dell’industria stessa dell’intrattenimento è che queste restrizioni che io considero esagerate e soprattutto disordinate possano trasformarsi in leggi e leggine che impediscano di tornare a fare musica, concerti, eventi culturali.  Potremmo lavorare in streaming? L’artista ha bisogno del pubblico e le persone hanno bisogno di evadere, di vivere liberamente il contatto con l’arte. Per me non sarebbe possibile uno scenario nel quale un artista lavori davanti a una telecamera da chissà quale studio.

Un’idea che mi fa venire i brividi. Noi artisti spesso siamo come fantasmi, come se il nostro non fosse un lavoro. Molti piccoli artisti sono costretti a lavorare, diffondere la loro arte con ritenute d’acconto. Lascio perdere i grandi VIP che sono più protetti dalle majors discografiche, dalle grandi agenzie (anche loro in ogni caso danno molto lavoro a migliaia di persone). Sono certo che si possa anche cambiare in meglio alcune cose. Forse in molti scopriranno che noi Artisti esistiamo e abbiamo una importante funzione sociale ed economica anche in rapporto alla nostra lingua, al nostro essere, alle nostre specificità. L’artista è un Artigiano culturale e va tutelato. Tutelare significa sostenerlo in questo tempo di crisi senza fare elemosine. Uno stato basato sull’assistenzialismo non avrebbe senso di esistere.

  • Come passi il tempo durante questa Quarantena?

Produco musica, studio il più possibile anche per organizzarmi meglio su ipotetici scenari futuri. Non nascondo la mia voce, cerco di fare il possibile per tenermi sveglio anche se il tempo sembra dilatato, la mancanza di Libertà si fa sentire ed a volte sono molto giù. Sento parecchi amici e ci raccontiamo i nostri punti di vista. Non ho tv da 15 anni quindi uso la rete passando al setaccio le informazioni e scartando fake news e notizie non ufficiali. Purtroppo mi manca il contatto con il pubblico, il calore delle persone. Non voglio vivere in un mondo dove la distanza sociale potrebbe diventare una triste realtà. Non vorrei che queste restrizioni possano inoltre diventare leggi e leggine nascoste per tagliare la testa alla musica stessa.

Grazie per la vostra intervista. Io non ho verità in tasca cerco solo di dire la mia come sempre. Sardigna pesa sa conca, allui su ciorbeddu toccat a battallai , aiutate sempre per quel che potete  le persone in difficoltà.

 

 

 

 

 

 

Ma quali fratelli d’Italia? L’unità ha creato solo figli e figliastri!

L’epidemia da Covid-19 ha scatenato anche una epidemia di nazionalismo e sciovinismo italiano. Sono state diverse le iniziative di gruppi e perfino istituzioni a promuovere l’esposizione di tricolori ed esecuzioni dell’inno statale italiano. Una delle poche voci critiche è stata quella del prof. Francesco Casula il cui pensiero è stato persino censurato da un noto social.

Lo abbiamo intervistato.

  • Hanno avuto un discreto successo anche in Sardegna i flash mob legati alla diffusione del tricolore e inni dello stato. La tua è stata l’unica voce critica. Puoi spiegarci il tuo punto di vista?

Non è la prima volta che intervengo sui Media e sul mio profilo Facebook in merito al Tricolore a all’Inno italiano. Questa volta, volutamente sono intervenuto affermando con nettezza e radicalità, il significato mistificatorio dei due simboli del nazionalismo sciovinista italiano.

Inizio dall’Inno “Fratelli d’Italia”. La mistificazione è già tutta dentro tale espressione: l’”Italia unita” non ha creato fratelli ma figli e figliastri, colonizzatori (Nord) e colonizzati (Sud e isole); sviluppo da una parte e sottosviluppo dall’altra.

E comentecasiat nois sardos cun sos italianos non semus frades, antzis, mancu fradiles!

Mi è stato obiettato – da parte di una brava giornalista dell’Unione Sarda che mi ha fatto un’intervista – che tutti gli Inni patriottici sono retorici e patriottardi. Persino la Marsigliese. Certo. Ma la differenza sta tutta nei contenuti.

Fratelli d’Italia è trucemente militaresco, guerrafondaio, carico di cascami di una becera “romanità” (elmo di Scipio…schiava di Roma).

La Marsigliese è un Inno rivoluzionario, moderno, che guarda a un futuro di libertà e non a un passato infame di oppressione. È rivolto contro “la tirannia, i traditori, i re congiurati, i vili despoti”.

  • Insieme all’Inno molti hanno esposto anche il tricolore. Anche questo è un simbolo alieno al popolo sardo?

Il tricolore con il popolo sardo non c’entra un fico secco. E non tanto per la sua origine: nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco e Rosso”. Quanto per i significati che ha avuto e assunto nella sua storia: ideologici, culturali e politici, come espressione del leviatano statale, nemico e ostile al popolo sardo.

Ai più giovani ricordo che solo qualche decennio fa il Tricolore e l’Inno, erano di esclusivo appannaggio dei neofascisti del M.S.I e gruppazzi affini.

Gli altri Partiti – ma segnatamente quelli della Sinistra – nei loro Congressi, Ricorrenze e Feste esibivano le loro Bandiere e cantavano gli Inni della loro storia e tradizione, specie quelli afferenti alla lotta partigiana ed operaia.

Ma tant’è: oggi tutto è cambiato: una profonda μετάνοια, antropologica prima ancora che politica, sembra aver mutato geneticamente i Partiti: ripeto, soprattutto quelli della Sinistra. Di qui – ma è solo un esempio paradigmatico – il “culto” di tale bandiera, in una sorta di union sacrée.

  • In Catalogna durante il discorso del Re, la popolazione ha fragorosamente protestato. Perché molti sardi si identificano ancora con uno stato che li opprime e li umilia in tutti i modi!

Al contrario di quello che molti pensano, i sardi – per la gran parte – hanno un’identità debole e comunque più situata sul versante folcloristico che culturale e politico: magari affermano orgogliosamente DEO SO SARDU o sventolano i Quattro Mori (anche quando non c’entrano niente), ma non hanno un’acuta consapevolezza dei loro diritti, nutrono poca coscienza e stima di sé. Sono più usi alle lamentazioni, ai piagnistei e al consenso conformistico e servile che al dissenso, alla lotta, alla partecipazione.

Nella direzione del consenso e dell’integrazione subalterna nei confronti dello stato e dei valori (e idee) dominanti si muovono, i Media, il potere economico, la Scuola, i Partiti di stato (o di regime?). Che si sono impadroniti non solo del potere politico ma anche di quello burocratico e amministrativo e culturale. Hanno occupato manu militari le Università; gli Enti di qualsivoglia genere: ad iniziare da quelli bancari. Hanno i “loro” Sindacati, ad iniziare da CGIL-CISL-UIL.

Attraverso questi Enti controllano e dirigono l’opinione pubblica, distribuiscono posti di lavoro (per la verità sempre meno, specie con la crisi fiscale dello Stato), prebende e, mance.

A fronte di tutto ciò, c’è da meravigliarsi se i catalani protestano contro il discorso del re e i Sardi cantano l’Inno e sventolano il Tricolore?

L’epidemia dell’inno statale – di Francesco Casula

Il coronavirus ha fatto scoppiare un’altra epidemia: quella dell’inno di Mameli sparato a tutto volume per le strade e dai balconi, addirittura diffuso dalle camionette della protezione civile. I promotori di questa iniziativa asseriscono che così le persone si sentono meno sole e che stando uniti ci si fa coraggio in un momento difficile. Lo storico sardo Francesco Casula ha spiegato perché si tratta di un inno che offende la dignità dei sardi e delle sarde con un articolo che è stato poi censurato da Facebook. Abbiamo deciso di pubblicarlo.

 Perché aborro l’Inno Fratelli d’Italia

Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.

Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, militarista e militaresco, urtra retorico e di una “romanità” vomitevole, riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta la storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere” nell’Inno di Mameli.

Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.

Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.

Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.

Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.

Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.

Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).

Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.

Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.

Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.

Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.

Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011:  ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.

Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.

Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.

Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

Covid-19: La ANS non sta a guardare e aiuta i sardi

L’Assemblea Natzionale Sarda (ANS) lancia una campagna di mutualismo (in sardo da sempre noto come agiudu torradu). Di seguito potete leggere il comunicato bilingue dell’associazione e, da questo link, visitare direttamente la pagina.

(SRD)

Emergèntzia COVID-19

Ghiada de su grupu de Facebook “Agiudu Torradu in tempus de Coronavirus”.Sì non nos podimus atobiare, nos podimus nessi agiudare. Diat èssere a pònnere in motu una retza de solidariedade sarda. Est sa idea de d’Assemblea Natzionale Sarda, chi dedicat una pàgina Facebook a chie cheret pedire agiudu, a chie cheret dare solutziones o a chie cheret ispainare informatziones ùtiles abarrende in domo in seguresa. In custa muta metzana, in ue is vidas de totu ant a cambiare, s’ANS at fatu una pàgina aberta a totus, de manerade s’intèndere prus pagu a sa sola, mancari is distàntzias imponidas dae is ùrtimos decretos. Su grupu si narat “Agiudu torradu intempus de Coronavirus”.LINK: “Agiudu torradu” in sardu cheret nàrrere “atorrare unu piaghere”, est a nàrrere unu sistema de s’agiudare a pare impreadu dae sèmpere in Sardigna. Cun una cantas règulas simples podet partetzipare chie si siat: cumintzare supost cun #OFFRO si si cheret offèrrerecarchi cosa, #CHIEDO si si chircat carchicosa, #INFO si si cheret dare o pedire informatziones ùtiles a totus, sighinde cun sa tzitade/bidda/zona chi interessat sa informatzione, inditende posca, si bisòngiat unu indiritzu de posta eletrònica o unu nùmeru de telefonu.

(IT)

Emergenza COVID-19

Lancio del gruppo facebook Agiudutorradu in tempus de coronavirus. Se non possiamo incontrarci possiamo almeno aiutarci. si tratta di mettere in moto una rete solidale sarda”.È l’ idea dell’ Assemblea NatzionaleSarda, attraverso una pagina facebook, dedicata a chi voglia chiedere aiuto, offrire soluzioni o semplicemente diffondere delle informazioni utili restando a casa in totale sicurezza. In questo dffcile momento in cui le vite di tutti dovranno necessariamente cambiare, l’ANS ha creato una pagina facebook aperta a tutti, un modo per sentirsi meno soli e più vicini nonostante le distanze imposte dagli ultimi decreti. Il gruppo si chiama “Agiudu torradu intempus de coronavirus”.

S’agiudu torradu in lingua sarda significa“il favore restituito”, è un sistema di sostegno reciproco utilizzato da secoli in Sardegna. Con delle semplici regole chiunque potrà partecipare: iniziare il post con #OFFRO se si vuole offrire qualcosa, #CHIEDO se si sta cercando qualcosa, #INFO se si vogliono dare o chiedere informazioni utili a tutti, seguito dalla città/paese/zona interessata dall’annuncio, indicando poi se necessario un indirizzo mail o un contatto telefonico.

La ferocia dei tiranni sabaudi sbarca al Senato della Repubblica

Lo storico Francesco Casula autore del best-seller di saggistica storica “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”
di Francesco Casula

IL SENSO DI UNA PRESENTAZIONE

Il 21 a Roma Per presentare “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” Nella Biblioteca del Senato. Per raccontare la nostra storia. Interrata cancellata abrasa. O comunque compressa. Più spesso mistificata e persino falsificata: nei libri scolastici come nei Media. Per imporci una storia italo centrica e nord centrica: Una storia oleografica. Patriottarda. Retorica: “delle magnifiche sorti e progressive” del Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Occultando “di che lacrime grondino e di che sangue”: il loro Risorgimento, la loro Unità, le loro Guerre. Con i Sardi “cattivi banditi in tempo di pace, ma eroi buoni in tempo di guerra; in guerra nelle patrie trincee, in pace nelle patrie galere” (Cicitu Masala). A Roma non per fare piagnistei o esprimere lamentazioni o pietire qualche elemosina. E neppure per pelose rivendicazioni, con il cappello in mano. Ma per affermare il nostro diritto a insegnare e imparare la nostra storia vera: libera e liberata dalle incrostazioni di una storiografia manipolatrice. Per affermare il nostro diritto e la nostra libertà di liquidare dalle nostre VIE e PIAZZE i tiranni sabaudi e i loro cortigiani e compari, per intitolarle alle donne e agli uomini sardi de balia: senza che bracci più o meno armati del Leviatano statale italico, (Prefetti e soprintendenti) ce lo impediscano e ce lo vietino.

Con e per i precari della scuola. La prima uscita della nuova piattaforma politica sarda

 

La locandina della nuova piattaforma politica delle forze anticapitaliste e per l’autodeterminazione. Quella in difesa della scuola sarda e della mobilitazione dei precari è la prima uscita pubblica della piattaforma.

Si erano riuniti lo scorso 18 gennaio a Pirri, nella sede di Potere al Popolo con una domanda “S’ite fàghere“. Si proponevano di lavorare insieme per dare forma ad una piattaforma in cui lavorare su temi condivisi, in una cornice di riferimento politica che comprendeva forze della sinistra anticapitalista, ambientaliste e forze che si battono per una reale e compiuta autodeterminazione del Popolo Sardo

La novità è che non ci sono elezioni in vista e non ci sono figure dominanti (e comprimenti) a smazzare le carte.

La prima occasione di uscita di una piattaforma che ancora non ha un nome e che non si è presentata alla stampa né al vasto mondo dell’attivismo di sinistra e indipendentista, è la mobilitazione dei precari della scuola che in Sardegna rischiano doppiamente di essere espulsi dal mondo della scuola dopo averla sostenuta per circa un decennio. 

Riceviamo e pubblichiamo volentieri il documento che chiama alla mobilitazione. I soggetti firmatari sono Caminera Noa, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Sardegna Possibile, Cobas Sardegna, in collaborazione con il Coordinamento Precari Autoconvocati della scuola.

Per ora si prevede una mobilitazione a Sassari, ma non è escluso che nei prossimi giorni venga lanciata almeno anche a Cagliari

 

Mobilitiamoci con e per i Precari della scuola

Il Decreto Scuola 2019 (DL 29 Ottobre 2019 n. 126) viene chiamato “salva precari” ma in realtà avrà conseguenze drammatiche proprio sulla vita di migliaia di precari della scuola. Infatti le norme da esso previste rischiano di cancellare tanti anni di servizio prestati nella scuola pubblica da parte di chi, nei fatti, ha sostenuto la scuola pubblica. La prova selettiva del concorso straordinario consisterà in un test nozionistico con quesiti a risposta multipla (senza per altro avere a disposizione la griglia base delle domande) attraverso il quale si presume di poter valutare docenti che hanno anche quindici anni di insegnamento alle spalle. E sarà – drammaticamente – per molti una prova da “dentro o fuori”. Chi non risulterà vincitore o idoneo (la prova si supera con i 7/10 delle risposte esatte) non potrà neanche abilitarsi, come invece sarebbe dovuto accadere in base ai percorsi abilitanti speciali (PAS) inizialmente previsti dall’intesa con il primo governo Conte, ma successivamente cancellati dal Decreto Scuola appena approvato.

⚠️Per gli insegnanti precari della Sardegna gli effetti del nuovo provvedimento saranno anche peggiori. Attualmente nell’isola i posti cattedra vacanti sono circa 5000, di cui 3000 su sostegno. Oggi queste cattedre vengono ricoperte con incarichi annuali affidati ai docenti precari iscritti nelle graduatorie di terza fascia. Tuttavia la maggior parte di questi posti non rientrano nel c.d. “organico di diritto” e pertanto non saranno disponibili per essere messi al bando nel prossimo concorso straordinario. Infatti il MIUR ha già reso noto che i concorsi non saranno banditi per tutte le Classi di Concorso (discipline) e per tutte le regioni. La volontà del Ministero è evidentemente quella di assegnare il maggior numero di bandi alle regioni più popolose e con un maggior numero di cattedre vacanti. ‼️La Sardegna, come già accadde nel concorso 2016, si troverà ancora una volta penalizzata e si avrà pertanto un concorso su base regionale con pochi posti a disposizione rispetto ad una esigenza molto più grande di ruoli da ricoprire. I docenti precari saranno ancora una volta penalizzati e non verrà riconosciuto loro il prezioso lavoro che ha di fatto tenuto in piedi la scuola pubblica in questi anni
La beffa per la scuola sarda è che oggi dovremmo parlare di nuove assunzioni e non di rischiare di perdere fino a 5000 posti che ogni anno assicurano uno stipendio ad altrettanti lavoratori e alla scuola sarda un rapporto lavorativo e professionale fra chi ha un progetto di vita nell’isola e il mondo della scuola.

Infatti la Regione Autonoma della Sardegna (Soru-Cappellacci-Pigliaru) negli ultimi 15 anni ha tagliato le autonomie scolastiche da 412 a 276, tagliando tutte quelle al di sotto dei 600 alunni (con la sola eccezione dei Comuni montani e delle piccole Isole dove il numero di alunni per mantenere l’autonomia è di 400).
⚖️La giusta richiesta dei Cobas riguarda questo aspetto: non è possibile applicare pedissequamente le leggi statale in un contesto come la Sardegna con la più alta dispersione scolastica dello stato. La Sardegna è un’isola mal collegata, presenta la più bassa densità abitativa d’Europa e la popolazione si concentra soprattutto in alcuni centri, come Cagliari. Tutto questo non sembra interessare né il MIUR, né la Regione “Autonoma”, né l’Ufficio scolastico Regionale che applicano in maniera ragioneristica le “direttive” e chiudono anche scuole che non arrivano a 600 alunni per una manciata di unità.

Inoltre la Sardegna è anche minoranza linguistica e la normativa prevede che per le minoranze linguistiche il numero degli studenti per conservare una autonomia scolastica non è di 600, bensì è di 400. Ciò avviene per esempio in Val D’Aosta, in Sud Tirol ecc… Se venisse rispettata la normativa avremo più autonomi scolastiche, più dirigenti, più personale ATA, più personale amministrativo e soprattutto 6000 cattedre in più (fonte CGIL Sardegna).

QUINDI IN BALLO CI SONO IN TOTALE FINO A 11MILA POSTI DI LAVORO, 5000 DA DIFENDERE CON LA LOTTA CONTRO QUESTO DECRETO E 6000 DA CONQUISTARE FACENDO RISPETTARE I DIRITTI POLITICI E LINGUISTICI DEI SARDI E DELLA LORO SCUOLA

Chiediamo pertanto che vengano istituiti subito percorsi di abilitazione riservati ai precari della scuola in Sardegna (PAS) riservati a chi ha prestato servizio nelle scuole della Sardegna per almeno 36 mesi.
In occasione dello sciopero di tutto il personale docente e a tempo indeterminato, determinato, ATA, atipico e precari della Scuola per l’intera giornata di venerdì 14 febbraio 2020 la piattaforma politica composta da Sardegna Possibile, Potere al Popolo, Caminera Noa, Rifondazione Comunista, Cobas Sardegna e diverse altre realtà associative, culturali e comitati territoriali della Sardegna, organizzerà, in collaborazione al Coordinamento dei Precari Autoconvocati della scuola due manifestazione a Sassari e a Cagliari.

I nuraghi non esistono

di Nicola Giua

In una guida di Storia per insegnanti elementari, di una dozzina di anni fa, ho trovato questa “interessante” scheda con la quale si vogliono evidenziare differenze costruttive in alcune diverse civiltà e aree geografiche (Mesopotamia, Egitto, Italia), in periodi che vanno dal 3mila al 2mila a.c. e dal 2mila al mille a.c..
Dalle immagini si può notare che, secondo gli autori, in Italia tra il 3mila ed il mille a.c. si viveva esclusivamente nelle capanne e poi nelle palafitte, uniche costruzioni conosciute.

La civiltà Nuragica ed i Nuraghi non sono mai esistiti (ma neanche i Pozzi Sacri, le Tombe dei Giganti…).

Ho evidenziato questo abominio storiografico alle/agli alunne/i delle mie classi proponendo la scheda con una mia didascalia.

È seguito un approfondito dibattito nel quale le/gli alunne/i delle due quarte elementari hanno espresso e sottolineato tutto il loro disappunto poiché da due anni studiano la civiltà pre Nuragica e Nuragica e, quindi, non capiscono questa grave omissione storiografica.

Ulteriori materiali per i seminari CESP-COBAS in Sardegna su “LA MAESTRA MUTA…”.

Nicola Giua – maestro

Uniamoci per difendere i diritti dei precari della scuola sarda

Intervista ad Andrea Faedda, architetto e precario della scuola ed esponente del Coordinamento Precari Autoconvocati Sassari

  • Perché i docenti precari sardi della scuola sono in agitazione?

Intanto noi vogliamo che venga riconosciuto il valore del servizio che abbiamo prestato. Oggi, al contrario, ci sentiamo solo usati e senza il nostro lavoro tutta la didattica si fermerebbe. Invece questo imminente concorso straordinario è studiato con il preciso obiettivo di cancellarci dalla scuola, poiché verremmo valutati con un test strettamente nozionistico (e chi insegna sa bene che il valore di un docente va osservato su ben altri aspetti) con i 7/10 delle risposte valide. Una prova da “dentro o fuori”, in barba agli anni di servizio prestati e a tanta esperienza e capacità non valutabile con un mero test a crocette.

Inoltre per noi sardi la situazione è perfino peggiore poiché la volontà del Ministero è quella di assegnare il maggior numero di bandi alle regioni più popolose e con un maggior numero di cattedre vacanti. La Sardegna, come già accadde nel concorso 2016, si troverà ancora una volta penalizzata e si avrà pertanto un concorso su base regionale con pochi posti a disposizione rispetto ad una esigenza molto più grande di ruoli da ricoprire.

A chi verranno assegnate queste cattedre vacanti della Sardegna? Quasi certamente non a docenti sardi.

Infatti per via di alcune norme contenute nel decreto, le graduatorie dei precedenti concorsi del 2016 e del 2018 vengono estese a tutte le regioni d’Italia e con la nuova norma detta “Call Veloce” chiunque si trovi in una graduatoria di una qualsiasi regione potrà venire ad assumere un ruolo o anche una supplenza annuale in Sardegna, erodendo di fatto i posti attualmente occupati dai docenti precari sardi.

  • Quando si è discusso di “regionalizzazione” della scuola c’è stata una levata di scudi di partiti e sindacati. Ora?

Tutte le sigle sindacali, ad eccezione di COBAS, CUB e USI,  non hanno voluto mai ascoltare le richieste del precariato rispetto ai pericoli di questo Decreto Scuola varato dal governo PD-M5S. Per questo motivo stanno nascendo i Coordinamenti dei Precari Autoconvocati, una nuova forma di organizzazione dal basso. In Sardegna, da questo punto di vista, siamo molto attivi e abbiamo avviato già un’interlocuzione con la classe politica regionale. Se poi i sindacati volessero degnarsi di ascoltarci siamo comunque disponibili a collaborare, le porte restano aperte a tutti.

  • Cosa proponete?

Il Coordinamento dei Precari della Scuola Autoconvocati  propone una via d’uscita da questa situazione drammatica attraverso percorsi di abilitazione riservati ai precari della scuola in Sardegna sulla base delle leggi regionali che permettano di utilizzare come criterio per l’accesso ai concorsi nella Pubblica Amministrazione la residenza nell’isola per un determinato periodo di tempo prima del concorso, o l’avere conseguito un titolo di studio in Sardegna, e soprattutto di aver prestato servizio nelle scuole della Sardegna per almeno 36 mesi.

Un altro criterio da utilizzare potrebbe essere quello di conseguire una certificazione della lingua sarda. La Legge Regionale 22/2018 lo prevede già come requisito di accesso per i concorsi nelle amministrazioni della R.A.S.

Scuola: mobilitiamoci contro il decreto ammazza precari (sardi)

di Andrea Faedda

Imperterrita, sorda e arrogante la neo ministra Azzolina continua la sua guerra personale contro i docenti precari della scuola. L’anno prossimo avremo in Sardegna migliaia di insegnanti esodati che con il provvedimento della call veloce verranno sostituiti da personale proveniente da altre regioni. In barba ai tanti anni di servizio spesi per la scuola pubblica del proprio territorio. Vediamo ora se la politica regionale rimarrà inerme di fronte a quello che si preannuncia come un nuovo disastro economico e sociale per migliaia di sardi.

Ecco le ragioni per le quali nessun precario passerà di ruolo con questo concorso (dal Coordinamento precari autoconvocati Sassari):

12 cattedre a regione per cdc, da cui togliere sostegno e che il MIUR ha già dichiarato che non saranno distribuite in parti uguali in tutte le regioni, ma plausibilmente per necessità (quindi non in Sardegna). Prova computer based 7/10 sullo scibile umano. Obbligo di avere un contratto al 30 giugno anche per ottenere l’ abilitazione e obbligo quinquennale di rimanere nella scuola assegnataria, quindi se stavate pensando di andare a fare il concorso in un’altra regione pensateci bene . Numero di partecipanti superiore di tre volte ai posti messi al bando = probabile prova pre selettiva. Partecipazione docenti di ruolo che a parità risultato computer based avranno punteggio enorme rispetto a qualunque precario, sorpassandolo. Valanga di ricorsi dei colleghi delle paritarie che avendo preso punteggio più alto di quelli delle statali faranno ricorso per il ruolo bloccando il concorso dal punto di vista amministrativo. Prima di frequentare corsi spendendo soldi vi consigliamo la piazza io 17 gennaio a Sassari e Cagliari e lo sciopero generale della scuola il 14 febbraio.

Appuntamenti di lotta per bloccare questo scempio ai danni dei lavoratori della scuola della Sardegna e del diritto allo studio dei giovani sardi:

Sassari

Cagliari

Ad Escalaplano una delibera per la conoscenza della storia sarda

Il paese di Escalaplano
di Francesco Casula

L’Amministrazione comunale di Escalaplano con la sua Giunta e il sindaco Marco Lampis in prima persona deliberano e decidono di valorizzare la storia sarda, partendo da queste opportune e giuste considerazioni:

– Che ogni popolo ha il diritto di avere piena conoscenza e consapevolezza delle proprie origini e della propria storia e che tale conoscenza è la precondizione per cogliere ogni opportunità di evolversi e migliorare la propria condizione;

– Che tali consapevolezza e conoscenza devono essere patrimonio di ogni individuo e che lo Stato, nelle sue articolazioni e declinazioni burocratico amministrative e attraverso le sue agenzie, ha il dovere di favorire questo processo di conoscenza diffusa in tutta la popolazione;

– Che la scuola, quale agenzia che ha fra i suoi obiettivi principali quello di formare ed accrescere il livello culturale dell’individuo, non solo su specifiche competenze e nozioni, che discernono dalle aspirazioni di ciascuno, ha il compito di contribuire a fare di ogni individuo un cittadino consapevole e cosciente delle proprie origini, del trascorso storico che ha portato il suo popolo in una data condizione e della sua appartenenza a un organizzazione nazionale, anche in una dimensione istituzionale;

– Che la scuola sarda è incardinata nel sistema scolastico ministeriale, che propone metodi e modelli didattici, soprattutto sui temi storici, spesso lontani dalle specificità delle diverse realtà locali e regionali che compongono l’Italia;

– Che nei programmi ministeriali la storia della Sardegna, delle dominazioni, dei regnanti e del loro rapporto con la comunità e con il popolo sardo, sono trattate in modo alquanto marginale e non approfondito come meriterebbe la nostra storia e come necessiterebbe ai cittadini sardi. La Giunta inoltre prendendo atto che

– Che fuori dall’ambito scolastico, gli studiosi appassionati della storia della Sardegna, attraverso le loro opere, i libri e altre pubblicazioni, si adoperano per trasmettere a noi Sardi gli aspetti più importanti, spesso celati e per questo meno noti della nostra storia; 

-Che fra le personalità di cultura che curano in modo particolare la storia della Sardegna diffondendola e rendendola conoscibile a chiunque, vi è senza dubbio il professor Francesco Casula di Ollolai, laureato in Storia e Filosofia, docente, giornalista e pubblicista, che si è affermato e distinto quale studioso della storia, lingua e cultura sarda;

– Che nell’anno 2016 il professor Francesco Casula ha pubblicato un libro dal titolo “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, edito dalla casa editrice Grafiche del Parteolla, che tratta, appunto, il periodo della dominazione sabauda, che ha trasformato il Regno di Sardegna, prima in Regno d’Italia e poi, con il referendum del 1946, in Repubblica italiana;

– Che l’opera del professor Francesco Casula, oltre a far conoscere fatti storici precisi e documentati, ma sconosciuti ai più, rimarca l’importanza dell’uso della lingua sarda, più volte oggetto di incisivi tentativi di italianizzazione o dessardizzazione, proprio ad opera dei regnanti sabaudi, che miravano alla snazionalizzazione del popolo sardo, per poterlo meglio dominare;

DATO ATTO:

– Che il Comune di Escalaplano si è sempre adoperato per favorire la divulgazione della cultura e della lingua sarda, attraverso le attività e i laboratori curati dallo sportello comunale sulla lingua sarda, ma anche organizzando specifici eventi culturali in collaborazione con la biblioteca comunale e con le associazioni locali, nonché realizzando e promuovendo, per ben cinque edizioni, il concorso letterario in lingua sarda – Poetendi e Contendi – Scalepranu in Poesia”, con l’obiettivo principale di valorizzare e diffondere la cultura e la lingua sarda;

– Che questa amministrazione è inoltre impegnata nella realizzazione della “Casa della Cultura Sarda” di Escalaplano, per la quale si è già provveduto ad acquisire parte di materiale e opere, nonché a curarne l’allestimento;

– Che è intendimento di questa amministrazione riproporre e dare seguito alle attività sopra citate, nonché realizzare un evento specifico sulla storia della Sardegna, coinvolgendo la popolazione e, in modo particolare, i ragazzi e le ragazze che frequentano la Scuola Secondaria di Primo grado di Escalaplano, avvalendosi del professor Francesco Casula, affinché possa raccontare e ripercorrere quel particolare periodo storico, trattando gli argomenti toccati nel suo libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”;

RITENUTO, per le motivazioni e considerazioni sopra riportate:

– Di promuovere e organizzare l’evento culturale denominato “Parliamo di storia della Sardegna”, con il coinvolgimento della popolazione, delle associazioni culturali, della biblioteca comunale e dell’istituzione scolastica, che prevede l’approfondimento della conoscenza della nostra storia e, in particolare, del periodo della dominazione sabauda;

– Di prevedere che durante l’evento e alla presenza dell’autore, sarà presentato il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Francesco Casula;

– Di coinvolgere in modo più significativo le ragazze e i ragazzi che frequentano la Scuola Secondaria di Primo grado di Escalaplano, in quello che sarà un vero e proprio laboratorio sulla storia della Sardegna, nell’ambito del quale ad ognuno degli studenti partecipanti sarà donata una copia del libro del professor Francesco Casula, sul quale è incentrato l’evento;

– Di demandare al Responsabile del Servizio Amministrativo e Sociale di questo Comune l’adozione degli atti necessari alla fornitura di un congruo numero di copie del libro scritto dal professor Francesco Casula “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, da donare a tutti gli studenti della scuola Secondaria di Primo Grado di Escalaplano, nonché alla biblioteca comunale.

Inutile dire che la delibera della Giunta di Escalaplano mi riempie di gioia e va nella direzione di diffondere e valorizzare la storia sarda, soprattutto nella scuola e nelle giovani generazioni.