Sa missa ‘e puddu: il natale sardo prima dell’albero e di Babbo Natale

Immagine tratta da Sardegna Reporter
di Francesco Casula

Nella tradizione sarda, quando la civiltà industriale e commerciale ancora non aveva soppiantato quella contadina e agropastorale, il Natale costituiva un importante e significativo momento di aggregazione, ideale per ribadire e talvolta ripristinare la coesione del nucleo familiare temporaneamente incrinata dai vincoli derivanti dal lavoro in campagna.
Il Natale basato sul messaggio di fede e speranza, si contrapponeva positivamente alla solitudine degli altri periodi dedicati alla produzione del reddito, quando, per molti mesi all’anno, il capo famiglia era costretto a vivere in freddi ricoveri di montagna, lontano dalla propria casa e dai propri cari.
Il momento cardine che sanciva la ricomposizione di ciascuna famiglia e la ripresa dei contatti umani, era proprio la notte della Vigilia, definita dalla tradizione Sa notte ’e xena (notte della cena). In quest’occasione, il caminetto rappresentava il centro delle attività di ciascuna famiglia e, quindi, il punto di emanazione del calore necessario a mitigare le fredde temperature invernali. Per questo motivo, era consuetudine predisporre per le festività natalizie, un grosso ceppo appositamente tagliato e conservato Su truncu ’e xena o cotzina ’e xena.
Un’atmosfera descritta in “Miele Amaro”, ripensando alla sua Orotelli, da Salvatore Cambosu: «Certo, ci vuole proprio un villaggio perché un bambino come Gesù possa nascere ogni anno per la prima volta. In città non c’è una stalla vera con l’asino vero e il bue; non si ode belato, e neppure il grido atroce del porco sacrificato, scannato per la ricorrenza. In città è persino tempo perso andar cercando una cucina nel cui cuore nero sbocci il fiore rosso della fiamma del ceppo».
Proprio accanto al piacevole tepore emanato dal fuoco l’intero gruppo familiare consumava i prodotti tipici sardi della tradizione pastorale come l’agnello o il capretto arrosto con annesse frattaglie (su trataliu e sa corda), formaggi sardi e salsicce sarde ottenute da su mannale, il maiale allevato in casa.
Secondo questa consuetudine i preparativi per la cena iniziavano già nei giorni precedenti la Notte Santa. Al riguardo, la tradizione orale racconta come in quella circostanza il consumo di tutte le pietanze preparate diventasse un obbligo. E proprio per questo motivo, spesso e volentieri, si ammonivano i bambini a mangiare abbondantemente, altrimenti una terribile megera chiamata “Maria Puntaborru” (in alcuni paesi del Campidano) o “Palpaeccia” (in molti paesi dell’interno), avrebbe tastato il loro ventre durante il sonno e se questo fosse risultato vuoto, avrebbe infilzato la loro pancia con uno spiedo appuntito oppure messo sul loro stomaco una grossa pietra per schiacciarlo.
Dopo la cena si era soliti intrattenersi ascoltando le storie e gli aneddoti di vita narrati dagli anziani. In alternativa, il momento d’attesa era trascorso facendo ricorso a giochi tradizionali come su barrallicu, arrodedas de conca de fusu, punta o cù, cavalieri in potu, tòmbula, matzetu e set’è mesu in craru.
Con l’avvicinarsi della mezzanotte, i rintocchi delle campane avvisavano la popolazione dell’imminente inizio della “Messa di Natale”, Sa Miss ’e puddu, ovvero la “messa del primo canto del gallo”. In tale circostanza tutte le chiese venivano addobbate con una gran quantità di ceri. L’atmosfera natalizia e l’alta concentrazione di gente che assisteva alla solenne funzione (ad eccezione delle donne in lutto che la notte restavano a casa e partecipavano alla prima orazione del giorno dopo) diventavano spesso fonte di baccano durante lo svolgimento delle sacre funzioni religiose e, in alcuni casi, capitava addirittura di udire archibugiate in segno di giubilo provenienti dal portone o, talvolta, dall’interno della chiesa stessa. Ne è testimonianza ciò che accadde in occasione del Natale del 1878, quando, all’ora dell’elevazione dell’ostia, uno dei barracelli presenti al rito sparò una schioppettata nel presbiterio, cosicché il parroco sbigottito dovette affrettarsi a finire le funzioni religiose prima dell’ora stabilita. A tal proposito la Chiesa, già dal lontano passato, aveva sempre lamentato il perpetuarsi di questi inconvenienti, tant’è che i Sinodi di Cagliari degli anni 1651 e 1695, ad esempio, davano indicazioni ben precise al Clero locale, affinché: «… si vietino il chiasso e la gran confusione che si creano in chiesa in occasione delle grandi feste e … le notti di Natale, Giovedì e Venerdì Santo, … non si permetta il lancio di noccioline, nocciuole, dolci, ecc., … né si sparino archibugiate all’interno della chiesa, anche se per festeggiare il Santo. E se sarà necessario si invochi l’aiuto del braccio secolare per scongiurare questi eccessi».
In Barbagia non mancano tradizioni specifiche riferibili alle feste natalizie e di fine anno. A Bitti fino all’Epifania Su Nenneddu (un’antica piccola statua di Gesù Bambino) viene accolto di casa in casa (emigrati compresi) con canti e preghiere. Ancora a Bitti il 31 dicembre al termine del Te Deum il parroco si affaccia alla finestra della chiesa per lanciare Sas Bulustrinas, monetine e caramelle che scatenano la caccia dei bambini. Bimbi protagonisti anche a Orgosolo nella mattinata di San Silvestro quando viene ancora riproposta Sa candelarìa: gruppi di bambini girano di casa in casa per ricevere piccoli regali tra cui un pane tipico preparato per l’occasione. La notte tocca poi agli adulti che fanno visita alle coppie che si sono sposate nell’anno moribondo.

Bonorva e la revisione della toponomastica

Il Soprintendente ai Beni culturali, La regina Margherita, La famiglia Pes di Villamarina

di Francesco Casula

Via Margherita di Savoia a Bonorva (foto Unione Sarda, Tellini)

Il Soprintendente all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro, nell’opporsi alla decisione dell’Amministrazione di Bonorva di voler cancellare il nome di Margherita di Savoia da una delle sue vie principali, per sostituirlo con quello dello studioso ed ex sindaco bonorvese professor Virgilio Tetti, scrive:”Non va trascurato, peraltro, che – fermo restando il giudizio storico sulla famiglia reale italiana – Margherita di Savoia fu tuttavia una figura particolarmente cara alle popolazioni locali, nonché un personaggio che ebbe con la Sardegna particolare legame, dal momento che fu in stretti rapporti di affettuosa amicizia con la nobile famiglia Pes di Villamarina”.

Duncas: 

1. Margherita di Savoia particolarmente cara alle popolazioni locali. C’è da chiedersi: in virtù di quali azioni e comportamenti? Da quali misteriosi archivi ha tratto questo suo giudizio?

La storia ci dice ben altro: fu un personaggio nefasto per la Sardegna (e l’Italia tutta): profondamente reazionaria, fu una nazionalista convinta e sostenne la politica imperialista e coloniale di Francesco Crispi. Come sostenne la repressione delle rivolte popolari, specie quelle avvenute  nei moti di Milano del 1898 (8 e 9 maggio), quando le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris, con i cannoni,  spararono sulla folla inerme uccidendo 80 dimostranti e ferendone più di 400.

Il re Umberto I (suo marito), ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di Savoia ma in seguito lo nominerà senatore!

Ma non basta. Sosterrà le scelte più nefaste e infami del figlio Sciaboletta (alias Vittorio Emanuele III) e fu una convinta sostenitrice del Fascismo.

Per l’esimio soprintendente fu “cara alle popolazioni locali”! 

2. Un altro grande merito della Regina Margherita, sarebbe stato, sempre a parere del Soprintendente, quello di essere stata “in stretti rapporti di affettuosa amicizia con la nobile famiglia Pes di Villamarina”. Capperi! Bel merito! Si tratta di una delle famiglie “nobili” sarde più ascare, più corrive e complici con tutte le politiche di sfruttamento e di repressione dei tiranni sabaudi.

Dei ricchissimi Marchesi di Villamarina, baroni di Quartu e signori dell’Isola Piana, ricordo un famigerato discendente,Giacomo Pes di Villamarina, vissuto fra il 1750 e il 1827. Fu colonello, comandante della Piazza militare di Cagliari, intimo amico di Carlo Felice e capo riconosciuto della reazione ai moti antifeudali e antipiemontesi, che volle reprimere con inaudita e burocratica ferocia.

Può vantarsi qualcuno di essere amico di tali figuri?

Chistione feminile e autodeterminatzione de su populu sardu. Una mutida a nde faeddare

Unu murale chi amentat sor sos mortos de Bugerru de su 1904
de Giovanna Casagrande

B’at unu problema si sa “chistione feminile”, in Itàlia gai comente in Sardigna, non si ressit a irbolicare, che a sa “chistione meridionale” de su restu.

Ite est chi rendet custas duas chistiones simizantes?

Est làdinu: sa mirada de chie s’acòstiat e biet in sa diferèntzia de gènere (gai comente in sa diversidade setentrione-meridione) unu problema chi diat dèpere èssere isortu, non dae sas fèminas, est craru, ma dae chie guvernat.

Pro medas s’esèmpiu no at a èssere bene sestau, e puru provae a meledare supra su ruolu de sa fèmina, dae s’acabbu de sa secunda gherra a oje, e naze.mi si no est làdinu chi, a sas fèminas chi punnant a arribare a sos postos prus artos de sa polìtica, de sas professiones e fintzas de sa cultura, lis cumbenit a pompiare sa realtade chin sas ulleras de sos òmines.

Deo, dae medas annos apo postu a banda sa visione eterosessuada de sa sotziedade, cussa mirada chi biet sos gèneres a cuntierra, o unu “gènere prus dèbile” apunteddau e duncas non reconnotu che parìvile.

Dae meda, oramai, reconnosco e pràtico unu “locu” ube fèminas e òmines traballant,reconnoschende.si a pare, pro una polìtica, una cultura, una sotziedade ube sas diferèntzias non sunt unu disafiu, ma unu balore in prus.

Picamus, pro esempru, su chi est capitau in sos ùrtimos annos in Sardigna: in su 2013 una fèmina, sena bisonzu de èssere “reconnota” dae su sistema, s’est candidada in una porfia eletorale chi previdiat chi su podere polìticu, e duncas maschile, aeret reconnotu, ma fintzas nono, una candidadura “in colore de rosa”.

Ma comente fit possìbile chi una fèmina, chi fit benende dae su mundu culturale, e a mala annata indipendentista puru, podiat pessare de si candidare a sa gàrriga prus arta?

Ecco, deo bio, in cussu mamentu polìticu, una làcana chi non poto prus brincare, e difatis mi dimando, e bos dimando, comente est possìbile chi, nois fèminas, podimus cussiderare sa preferèntzia dòpia de gènere una bìnchida, chi tzertu est unu primu passu secotianu cara a sa candidadura de sas fèminas. Secotianu ca sos paisos iscandìnavos ant aplicau sas cuotas e sos incentivos a sa rapresentàntzia de gènere dae medas annos a commo.

Cando amus a èssere nois fèminas a nos convocare pro faveddare de su mundu a manera nostra, pro afrontare chistiones chi nos bient in prima lìnea die pro die ma semper a còdias in sa legislatzione, in sos issèperos, in sas mesas programmàticas. Guai a faveddare de su ruolu de sa fèmina ube no esistit una polìtica sotziale; de sa capatzidade nostra de parare fronte a sas emergentzias, resessinde a nos imbentare unu traballu, a rèndere sas impresas nostras produtivas e esticas: non balet!

Pesso chi in custu mamentu bi siat unu tretu ampru ube podimus, antzis DEPIMUS, traballare autodeterminande.nos, reconnoschende.nos a pare, chircande de non fàchere sos matessi irballos chi dae su femminismu rivolutzionàriu de sos annos ’60, nos custringhet adèpere rispetare e a non mudare in nudda su mundu chi nos inghiriat, a nos dèpere acunnortare a abarrare unu passu in secus, fintzas si ischimus bene chi podimus èssere sas menzus.

Deo bos pedo de fàchere una cosa: de non nos cuntentare de sos pititos chi sos legisladores, cumpanzos de partiu, collegas de traballu, cada tantu nos dant; bos invito a nos nche tirare sas tropejas chi nos ponimus nois matessi: sa tropeja de sa limba pro esempru, custu sardu chi, a su chi narant in medas, nos fachet grezas, ruzas: non damus securesa.

Depimus isseperare de faveddare in sa limba nadia, sa limba de tita, ca depimus torrare a mòghere dae nois, dae su chi semus, evitande de nos fàchere pònnere un’eticheta dae chie nos cheret che teracas fidadas.

La Sardegna da lontano

 

introduzione di Ninni Tedesco
articolo di Nanni Loria

Le ultime statistiche dell’ISTAT, relative ai dati analizzati nel 2018, confermano il trend negativo dei flussi migratori dall’isola in uscita: nell’ultimo quinquennio la popolazione registrata è di quasi 9mila abitanti in meno rispetto all’anno precedente, di cui circa 3.330 solo nell’ultimo anno. La maggior parte di coloro che emigrano sono giovani in età lavorativa che, a differenza dello stesso fenomeno nel dopoguerra, sono spesso qualificati e in possesso di elevati titoli di studio.

Le conseguenze di questa deriva sono devastanti per il nostro territorio, già di per se in sofferenza, in quanto viene privato di risorse umane preziose per una qualsiasi crescita economica o riprogrammazione di nuove prospettive di ripresa lavorativa. Di conseguenza si attiva un circolo vizioso di spopolamento/impoverimento/emigrazione.

Al fenomeno economico sociale si aggiunga, e non secondariamente, l’aspetto della sofferenza umana, dello sradicamento culturale, del distacco, di partenze che non sono scelte ma rotture profonde e necessarie per sopravvivere e trovare sbocchi per il proprio futuro. Ogni partenza è una storia da raccontare.

Nanni Loria è uno studente di 27 anni, nato a Romana, che dopo aver preso il diploma all’ITI di Sassari, ha “scelto” di partire, prima per Londra poi per l’Australia, raccontando grazie ai social il suo essere migrante e viaggiatore ma restando profondamente legato alle sue radici sarde. E come sardo è tra i 10 finalisti di una mostra sui Giganti di Mont’e Prama che, partendo da Cagliari, farà il giro dell’Europa sino al 2021.

Quello che segue è il suo pensiero:

Bene, sono tra i vincitori del concorso indetto da Arte nuragica / contemporanea, con tema principale la rivisitazione dei Giganti di Mont’e Prama. Questo è il mio lavoro e questa è la spiegazione (essenziale per percepire al meglio il tutto): Quest’opera nasce dopo due mesi di lavoro, ma più precisamente dopo 5 anni di lontananza dalla mia terra madre: la Sardegna. Quest’opera è un punto d’incontro tra disegno, racconti (quindi scrittura) e illusione ottica. Come potete notare dalle foto in allegato, l’opera verrà percepita in modi diversi in base alla distanza da cui la si guarda. Se vista da lontano ci mostrerà l’immagine nella sua completezza, ovvero la rappresentazione di un uomo che bacia e stringe a se una donna prima della partenza, presumibilmente per qualche luogo lontano. In questo caso, la forma della donna è stata sostituita dalle due teste (e dallo scudo) dei Giganti (o meglio Eroi) di Mont’e Prama, che vanno così a rappresentare figurativamente la Sardegna. Se si scende più nel dettaglio, capiremo dunque che l’uomo (proprio come me e tanti altri sardi) sta a rappresentare coloro che hanno dovuto lasciare la tanto amata e bellissima Sardegna per cercare (e forse trovare) un futuro migliore. Allontanandosi, colui che osserva potrà cogliere i dettagli dell’opera, come le pieghe del giubbotto dell’uomo o il colletto. Questo allontanarsi per capire e cogliere meglio è, sostanzialmente, il mio rapporto con la Sardegna: è solo dopo aver lasciato l’isola ed essermi stabilito in Australia, che ho realmente capito quanto io fossi attaccato alle mie radici e a tutto quello che Lei mi ha offerto. L’allontanarsi alle volte, come in questo caso, non è un male, ma un modo per capirsi, capirci e capire. La distanza mi ha paradossalmente avvicinato a tutto quello da cui mi son allontanato. Mentre se si osserva l’opera da vicino, si noterà l’anima della stessa, l’essenza e il come è stata realmente creata, ovvero, di lettere, parole, frasi e pensieri. Non sono lettere messe a caso, senza un senso, ma formano una lettera, un diario, un ammasso di pensieri di un emigrato che scrive alla sua amata: la Sardegna. Nonostante sia scritto tutto attaccato e senza spazi tra una parola e un’altra, al suo interno si troveranno riflessioni vere di un ragazzo che, per due mesi, ha provato a scrivere realmente qualcosa di importante verso una persona speciale. Per quanto riguarda il legame (o meglio, i legami) tra quest’opera e il complesso scultoreo di Mont’e Prama, è semplice: il significato puro della mia opera è quello di omaggiare il coraggio, l’attaccamento e l’appartenenza. Coraggioso è colui che decide di partire, vedendosi costretto a lasciarsi alle spalle il passato, per provare a costruirsi un futuro migliore. Coraggiosi e abili erano i giovani uomini che le antiche statue di Mont’e Prama rappresentano. Arcieri, guerrieri, pugilatori allora. Viaggiatori, sognatori e pur sempre guerrieri oggi. I viaggiatori scoprono e affinano l’attaccamento e l’appartenenza alle proprie radici, alla propria terra, nonostante la lontananza e nonostante la geografia ci tenga ostaggi con i suoi chilometri. Mentre, appunto, “noi, le statue, rappresentiamo la discendenza, l’appartenenza, i valori della comunità vivente”. Noi, viaggiatori, diventeremo comunque eroi nel ricordo di qualcun altro.

 

Per poter apprezzare l’opera d’arte di Nanni Loria cliccare qui

C’era una volta l’AIDS e c’è ancora… anche in Sardegna

 

La campagna della LILA
di Daniela Piras 

In principio era l’alone viola, un immaginario quanto tristemente reale segno distintivo di chi si era macchiato di aver contratto un virus, quello dell’HIV.

Risultare positivo al test dell’HIV equivaleva infatti ad ammettere davanti al mondo intero di appartenere a una categoria “a rischio” della quale facevano parte coloro che avevano condotto uno stile di vita ritenuto immorale e riprovevole, sia per la troppa libertà sessuale, sia per l’utilizzo di droghe, in particolare l’eroina. Uomini e donne che diventavano marchiati inesorabilmente come “untori” e “peccatori”: da tenere lontano, emarginare e giudicare.

Erano i primi anni Ottanta e, per la prima volta, si sentiva parlare di un virus letale che si poteva contrarre nell’ambito più privato della vita di ciascuno, poiché il contagio avveniva tramite sperma, secrezioni vaginali o sangue: quello della sfera sessuale. Furono messi al bando innanzitutto gli omosessuali, rei di condurre un modo di vita sregolato e “contro natura” e subito dopo le persone con dipendenze da droghe, le quali trasmettevano il virus condividendo la stessa siringa.

Dalla segnalazione dei primi casi ad oggi molto è cambiato nelle tipologie di campagne d’informazione e di sensibilizzazione finanziate dal Ministero della Salute. Infatti dal primo spot, apparso in Italia nel 1988, in cui si diceva chiaramente che occorreva proteggersi durante i rapporti sessuali con il preservativo, in cui non si creavano allarmismi ingiustificati e dove anzi si affermava che “per fortuna non è facile ammalarsi di AIDS”, si sono fatti (paradossalmente) dei passi indietro notevoli.

L’influenza dello Stato del Vaticano ha decretato l’abolizione della chiarezza linguistica a favore di una serie di messaggi velati e confusionari che, lungi dall’informare sul reale rischio di contaminazione rispetto al virus, hanno creato panico e ansia nella popolazione, fino ad arrivare a stigmatizzare la persona che aveva contratto il virus come sbagliata, peccatrice, rea di “essersela cercata”.

Il punto più basso della campagna informativa si ebbe in Italia con il messaggio dell’allora Ministro della Sanità Donat-Cattin che arrivò ad attribuire ai malati stessi le colpe di aver contratto il virus. “L’AIDS ce l’ha chi se lo va a cercare” si leggeva nella lettera che il ministro inviò alle famiglie italiane, generando una totale psicosi. “La prima regola alla quale è consigliabile attenersi è quella di un’esistenza normale nei rapporti affettivi e sessuali”.

Di proteggersi durante i rapporti sessuali non si parlava più: in compenso, nell’ambito della normalità invocata, era presente un invito all’astinenza da parte delle persone con il virus come rimedio sicuro, poiché il preservativo non era ritenuto tale. A fine degli anni Ottanta in Italia si respirava un’atmosfera degna del Basso Medioevo. Le istituzioni non davano elementi in grado di informare e, di conseguenza, tutelare la salute dei cittadini.

Da allora si sono alternate campagne fumose che hanno in un certo qual modo “stilizzato” il messaggio, e il relativo concetto, in maniera così estrema da generare una psicosi diffusa, senza senso.

La creazione di una “categoria a rischio” ben delimitata ha fatto sì che le persone non avessero reale percezione di quali fossero i comportamenti, quelli sì “a rischio”, da evitare. Si arrivò ad aver paura di poter contrarre il virus attraverso una stretta di mano con un individuo appartenente a tale confinata categoria.

L’ultimo spot informativo del Ministero della Salute risale al 2013. La campagna si chiamava “Fine delle trasmissioni” e faceva riferimento alla trasmissione del virus. Ritorna il concetto del “problema che riguarda tutti”, un po’ troppo fuori tempo massimo, e si invita ad usare il preservativo e ad eseguire il test per verificare se si ha contratto o meno il virus.

Da allora tutto tace. La malattia sembra sparita; lo stato di inconsapevolezza dei giovani si estende anche agli adulti che collegano l’AIDS ad un brutto sogno degli anni Ottanta che non esiste più. Come avviene spesso, ciò di cui non si parla non esiste. In realtà, ciò che più sconcerta di più, è il fatto che l’AIDS esisteva ieri ed esiste ancora oggi, e che coloro più a rischio sono quelli che non sanno di aver contratto il virus. Si ha paura di fare il test, ancora oggi, e si ha più paura di scoprire di avere una sieropositività che non di curarsi.

Il pregiudizio che si è creato nei confronti degli ammalati di AIDS è stato talmente forte da non avere eguali in altre patologie. Il potente stigma sociale che ha segnato le persone risultate sieropositive all’HIV, ha portato alla paura di voler scoprire di essere stati contagiati. L’ansia di essere giudicati per i propri comportamenti, per una presunta immoralità e attigua colpa, ha come risultato un dato allarmante: una consistente fetta di inconsapevoli che ha contratto il virus ma non ne è a conoscenza. A ciò si aggiunge il dato oggettivo che riguarda la difficoltà di accesso al test e l’offerta non sufficiente. Il dato sommerso è quello che più preoccupa i medici.

La conseguenza è che ci si cura soltanto quando si hanno già i sintomi che fanno emergere la malattia, quando ci si potrebbe curare meglio, e prima. Sono le cosiddette “diagnosi tardive”.

In Sardegna la situazione è preoccupante, proprio per la diffusa scarsa percezione del rischio. I dati diffusi dalla LILA di Cagliari (Lega italiana contro la lotta all’AIDS) diagnosticano 54 nuovi casi di infezione nel 2016;  61 i casi registrati nel 2017. Emerge un dato inquietante: quasi la metà degli studenti intervistati dichiara di non utilizzare il profilattico durante i rapporti sessuali.

In vista della giornata mondiale di lotta all’AIDS (WAD) del primo dicembre, The Joint United Nations Programme on HIV/AIDS – UNAIDS – ha scelto per il 2019 il tema “Community make the difference”, un riconoscimento al ruolo essenziale delle community, delle associazione e della società civile nel contrasto all’HIV.

La LILA quest’anno aderisce alla testing week europea, dal 22 (oggi. n.d.R) al 29 di novembre: www.testingweek.eu

L’ultima campagna della LILA invita a combattere il pregiudizio con l’informazione. Nelle locandine informative si fa presente una verità importante, ovvero che oggi, chi segue la terapia retrovirale può condurre una vita normale, avere figli e soprattutto non risulta essere contagioso e avere una lunga aspettativa di vita.

Insieme alla prevenzione, che andrebbe ripresa nelle scuole dove sino agli Novanta è stata molto efficace, resta essenziale eseguire il test, a questo proposito rendiamo noto che, in accordo con la LILA, il MOS di Sassari ha acquisito e messo a disposizione l’accesso al test.

Come si evince dal loro sito: A partire dal 19 Dicembre 2018, ogni primo e terzo mercoledì del mese dalle 16 alle 18.30, si può fare il test rapido, anonimo e gratuito nella sede del MOS in via Rockfeller 16/c a Sassari. Il servizio è svolto in collaborazione con CLAAS (Comitato Lotta all’Aids Sassari), circ. Arci Borderline e all’interno della campagna nazionale We Test! Per ulteriori informazioni invitiamo a visitare il sito al link: https://www.movimentomosessualesardo.org/test-hiv/

Dancing Days: quei terribili e bellissimi anni Novanta nel nord Sardegna

 

“Dancing Days”. Ma quali Giorni Danzanti!!!

A metà degli anni ‘90 la città mica la vedevi tutti i giorni come adesso. Era una questione di principio, perché le macchine ovviamente c’erano già e la benzina costava anche di meno (o almeno credo…) e la strada faceva schifo allora come lo fa ai giorni nostri! Ci andavi una volta al mese, massimo due, e lo sapevi con largo anticipo. Dovevi avere tempo per prepararti a fartela sotto con la bocca aperta e il dentista che troneggiava sopra di te coi suoi ferri, oppure sapevi di dover affrontare la noia mortale di una spesa chilometrica, dentro uno di quei supermercati giganteschi che erano il sogno proibito delle nostre madri paesane. Sarà sessista da scrivere, ma erano loro a fare la spesa, riempiendo carrelli e cofano della macchina all’inverosimile e piazzandoti anche qualche busta in mezzo alle gambe, che la roba doveva coprire almeno una trentina di giorni!.

Solo dopo aver assolto le incombenze primarie, se avanzava tempo, e miracolosamente il tempo avanzava sempre, abbandonando nei parcheggi la macchina gravida di merendine, tonno in scatola, Coche Cole ed eccetera eccetera…, ce ne andavamo in giro per negozi di musica! Era l’epoca appena precedente alla crescita indisturbata dei centri commerciali, del boom della zona Industriale, quando a Predda Niedda ci passavi solo se ti eri perso, che poi forse l’amata/odiata Città Mercato (non ci sarebbe manco bisogno di specificare che i nomi successivi non vanno manco presi in considerazione…) era già nata, ma di sicuro non si era ancora imposta su tutta la linea, ed il Corso e l’Emiciclo e Viale Italia, ancora davano mattana e sembrava non esserci mai troppo caldo o troppo freddo, o la pioggia incombente come adesso, che è chiaro a tutti che si tratta solo di una scusa dei più mandroni (la maggioranza…) per non andare in giro in centro.

E ce n’erano di negozi di musica in quegli anni sporchi e chiassosi. C’erano i due Griscenko (non credo si scriva proprio così…), in particolare quello di Piazza Azuni che era su due piani, con le poltroncine con le cuffie per ascoltare le uscite nuove e quei monitor piazzati in alto che la prima volta che ci sono entrato mi sembrava di essere in quel bar di Ritorno al Futuro 2! E così ti incantavi a guardare MTV, che anche quella in paese ce la sognavamo di notte! E vedevi Slash coi riccioloni e la sigaretta appesa alle labbra o magari il video di questi gaggi mezzi nudi e tutti argentati che per poter pronunciare il nome del gruppo dovevi avere una certa praticaccia con l’inglese, e mica c’era Google Translate a levarti le castagne dal fuoco! Risalendo c’erano le Messaggerie, che in realtà ci sono ancora, con il secondo piano tutto riservato alla musica, e proprio lì con diecimila Lire tolte al primo stipendio stagionale mi sono preso Ok Computer, ma era già il ‘99 ed ero in ritardo di due anni sull’uscita, e tutti o quasi s’erano dati una prima ripulita e di tossici in giro ne bazzicavano decisamente di meno, e l’aria per quanto sempre viziosa fosse, sembrava più respirabile e a quel punto qualcuno di quei negozi aveva già chiuso e qualcun altro era in procinto di farlo.

Come ad esempio Good Music, oppure quello che c’era nella via che scende dal palazzo delle Poste, più sotto dell’angolo dove si metteva la signora che vendeva ciogga e cuccoidi, per inciso mai comprato niente da lei che la materia prima in quel caso ce la procuravamo da soli nelle nostre campagne! Un negozietto era, però aveva ancora i vinili, e dev’essere successo lì dentro che per la prima volta ne ho preso uno in mano. Niente di che, sapevano già di vecchio, di superato, mica avevano il fascino di oggi, stavano nascosti in mezzo alle cassette e ai cd nuovi e luccicanti. Uno dei Metallica lo ricordo nitidamente, facile da memorizzare con tutte quelle croci da cimitero nella cover! E poi loro li conoscevo già, almeno di nome, assieme ai Guns e a Bowie, ai Sabbath e agli Zep’s; li vedevo praticamente ogni giorno nella VHS del Freddie Mercury Tribute, visto che in casa solo i Queen erano degni di essere ascoltati, e infatti quei negozi li visitavamo per cercare materiale loro. Arrivai in ritardo anche a quello, perché Mercury era già stecchito da un annetto buono, e così in ritardo arrivai pure ai Nirvana, che quando a tirare le cuoia era stato Cobain, di anni ne avevo appena 11 e comunque (come accennato pocanzi) tutto ciò che non era Queen per il sottoscritto valeva meno di una merda di vacca!

Niente male come tempistica e niente male anche ritrovarsi a rimpiangere quei tempi che in realtà non avevano niente di eroico, di epico, di romantico ne di memorabile, e anzi erano piuttosto brutti e infatti di pura testimonianza si tratta mica di operazione nostalgia!

 

di Oscar Tremor

“Dancing Days” di Marco Lepori (Catartica Edizioni, Collana In Quiete, settembre 2017).

 

Marco Lepori è nato nel 1983 e vive a Castelsardo. Laureato in Teoria e Tecniche dell’Informazione. Collabora alla creazione degli articoli nel blog satirico “Castelsardo Insider”, firmandosi sotto diversi pseudonimi. “La domenica della cattiva gente” (Catartica Edizioni, ottobre 2018) è il suo primo romanzo.

 

Natzionalis: la prima festa delle nazionali sarde

Lo sport è politica e questo si sa. Ma di solito si sente parlare dell’accostamento tra sport e politica solo in casi negativi, per esempio dopo i cori incivili e razzisti che rimbombano di curva in curva, di stadio in stadio o delle barbare dichiarazioni di questo o quell’altro capo ultrà infiltrato dall’ultradestra nella curva per diffondere ideologie basate sull’odio e sulla violenza fine a se stessa. Questa volta invece, dalla Sardegna, arriva una bellissima notizia: La FINS (Federatzione Isport Natzionale Sardu) invita tutti i sardi a “Natzionalis”, la prima festa delle Nazionali sportive sarde.

Pubblichiamo di seguito il comunicato:

Sarà una giornata in cui si presenteranno le discipline, si parlerà di sport, e si affronteranno anche le questioni teoriche legate all’esistenza delle nazionali sportive, portando anche esempi internazionali.

Per la parte teorica abbiamo Adriano Cirulli (dottore di ricerca in Sociologia della Cultura e dei Processi Politici all’Universita’ La Sapienza), Carlo Pala (politologo e insegnante di Scienza dell’Amministrazione all’Università degli Studi di Sassari) e Matteo Pische (Legale FINS).

Per gli sport saranno presenti i rappresentanti delle discipline sportive quali Calcio, Hunter Field Target, Powerlifting e Wing Chun.

La Festa si svolgerà questo sabato 16 Novembre a Pabillonis (SU), presso il Nueve, SP 73 e link a google maps  a partire dalle ore 15.00 alle ore 01.00 .

Oltre alle discipline sportive saranno presenti i giochi da tavolo nati in Sardegna, il famoso “Tancas” e il nuovissimo “Spuntino”.

Ci sarà lo spazio anche per il divertimento, a partire da uno spazio dedicato ai bambini, con gonfiabili e realtà virtuale, mentre subito dopo cena vi intratterremo con lo spettacolo pirotecnico e in chiusura la musica di Dr.Drer&Alex P. e Bujumannu.

Vi aspettiamo numerosi.

I cavalcavia sulla Carlo Felice intitolati ai Patrioti angioiani

Uno dei cavalcavia della memoria sulla ss 131
di Piero Atzori

Quella delle targhe sui cavalcavia della 131SS poste 17 anni fa è stata un’ottima iniziativa,purtroppo poco o nulla condivisa. Adesso che su fb si è brevemente discusso su questa iniziativa.

In un link giornalistico, si può rivedere l’approccio poco produttivo che è alla base. Le targhe risultano pochissimo visibili, i caratteri sono troppo piccoli e non si riesce a leggerli neanche se si viaggia a 60Km/h. Non a caso, in diciassette anni dacché si sono incollate queste targhe, quasi nessuno le aveva notate. Personalmente sono venuto a conoscenza della targa di Antonio Vincenzo Petretto, al bivio di Bonnanaro, perché me lo ha detto mesi orsono un amico, un Petretto di Sassari. Poi ho trovato altre due targhe scandagliando tutti i cavalcavia. Si sbagliò la dimensione dei caratteri, o fu una scelta meditata per rendere più agevole il lavoro d’incollaggio?

Un progetto simile, presuppone che si conoscano le vicende dei patrioti sardi, molti dei quali martiri. Sappiamo che la scuola è passivamente coinvolta nella damnatio memoriae dei martiri angioianie di Angioy e che qualche insegnante impegnato non basta a rovesciare la situazione, ma ciascuno di noi deve prima rivolgere a se stesso la domanda: sai chi erano Baingio Fadda, Antonio Vincenzo Petretto, Antonio Maria Carta, Giovanni Antonio Mereglias, Filippo Serra, Salvatore Quessa, Gasparo Sini, Giovannico Devilla,Giovanni Pintus detto Toppu, Luigi Martinetti, Giovanni Battino, Francesco Frau, ecc.? Credo che la risposta sia negativa per il 99,99% dei sardi. Occorre ammetterlo che finora ha vinto la volontà di cancellare dalla memoria i nostri martiri per rimpiazzarli con altri. Cosi, per definire dov’era a Sassari il carcere San Leonardo, dove patirono le torture gli angioiani, dobbiamo dire “in via Cesare Battisti”. Tutt’al più, se sei indipendentista sai chi era Francesco Cillocco, che credi vada scritto Cilocco, come lo scriveva Giuseppe Manno, lo storico filosabaudo storpiatore dei cognomi angioiani e denigratore dei nostri martiri per la libertà. L’ipse dixit del Manno riproposto da una sfilza di storici, viene oggi ancora ripetuto. Ecco che a Mamoiada s’intitola a Cilocco una via tolta giustamente ai Savoia, non a Cillocco, come il martire si firmava. C’è da chiedersi se gli stessi che hanno promosso l’iniziativa delle targhe conoscano la storia degli angioiani o abbiano semplicemente trasferito all’artigiano l’elenco fornitogli da uno storico. Lo dice uno che fino a un anno fa sapeva poco di Angioy e seguaci e se ne vergognava. Per questo da un anno sto leggendo libri mai letti e frequentando gli archivi. Non tarderò a pubblicare un resoconto dettagliato sui risultati del mio lavoro, sperando di essere utile al risveglio delle coscienze. Studiare le vicende umane e politiche dei nostri martiri viene prima di scalpellare le targhe ai Savoia dalle strade sarde. Dobbiamo evitare di cancellare la memoria della sopraffazione subita prima di averla insegnata ai nostri figli. Ma per argomentare questo ci vuole un altro intervento.

4 Novembre: per i sardi nulla da festeggiare

immagine liberamente tratta da I Nuovi Vespri
di Francesco Casula

4 novembre: anniversario della Vittoria. Ma vittoria di chi e di che?

Temo e sospetto che in occasione del 4 novembre anche quest’anno, si scateneranno le fanfare della retorica, patriottarda e militarista, con eventi, manifestazioni, raduni d’arma, conferenze e cerimonie solenni in molte città italiane. Senza alcun pudore. Infatti non c’è proprio niente da celebrare e tanto meno festeggiare alcuna vittoria. Infatti:vittoria di che e di chi? Quella guerra fu semplicemente una inutile strage, come la definì il Papa Benedetto XV. E in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis),una gigantesca carneficina. Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna. Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico”

1. Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore”

2. Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire”

3. Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra. Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati. E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine ”terrificante, pieno di marciumi, terremotato”

4. Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profilavano all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo. I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni. Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu:”Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita”.

In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna. Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto”

5. C’è da festeggiare per questo dramma immane? Magari spendendo soldi in parate militaresche? Non c’è niente da festeggiare. Ha ragione il combattivo e giovane sindaco di Bauladu, Davide Corriga Sanna, Presidente della Corona de Logu – l’Assemblea che raccoglie gli amministratori locali indipendentisti – a fare del 4 novembre “una giornata di riflessione sul prezzo pagato dalla Sardegna alla Prima Guerra mondiale, un tributo di sangue e di arretramento economico”.

Note bibliografiche 1.Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17. 2.S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Carlo Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30. 3.E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28. 4.Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218. 5.Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).

Ataturk: il primo grande massacratore dei Kurdi, ma esaltato dall’Occidente. Ecco perché

Immagine tratta da Quantara.de
di Francesco Casula

In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di fatto legalizzarono l’etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925, 1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d’indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all’integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati “I Turchi della montagna”(1).
I libri scolastici – ancora oggi – mentre non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente “Ataturk”, ovvero “Padre dei Turchi” che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938.
Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dagli storici occidentalisti e progressisti (!) in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.
Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(2); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (3); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (4); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(5); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(6); “Creò uno Stato moderno e laico”(7); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(8); “Poté attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(9); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (10).
A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1).Alessandro Aruffo – Carmelo Adagio – Francesca Marri – Marco Ostoni – Luca Pirola – Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
2).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
3).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
4) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
5) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
6) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
7) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
8) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
9) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
10) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.