Fase 2. Sicilia, Sardegna e Sud non accettano ordini dal Nord!

Comunicato congiunto di Caminera Noa (Sardegna), Il Sud Conta (Sud Italia), Antudo (Sicilia).

Il 26 aprile il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con una breve diretta, ha annunciato la tanto attesa Fase 2. E i nostri sospetti sono stati confermati.

Il DPCM del 26 aprile non è nient’altro che il risultato delle pressioni di Confindustria e dei governatori di Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna. Sempre gli stessi, che piegano le politiche statali ai propri interessi e ci consegnano un governo a totale trazione nordista.

Il decreto prevede, infatti, la riapertura in tutto lo Stato dei settori produttivi in aggiunta a quelli rimasti aperti durante la precedente fase. Settori, guarda caso, situati principalmente nell’area nord dello Stato Italiano. Nessuna parola è stata spesa per le economie del Sud e delle Isole, legate a piccole e medie imprese attive nei settori turistico, agricolo e artigianale. Ancora una volta le richieste di tutti coloro che in queste settimane hanno fatto grossi sacrifici e che stanno pagando le conseguenze dell’emergenza, sono rimaste inascoltate.

Lo Stato Italiano – e non è una novità – ha fatto coincidere gli interessi del “sistema Italia” con gli interessi dei settori produttivi delle regioni del Nord. Ancora una volta lo Stato Italiano ha imposto decisioni senza fare distinzioni che rispondano alle specifiche territoriali, senza tenere minimamente conto della realtà che ci consegna, a oggi, la curva epidemiologica regione per regione.

Secondo i dati di ieri, 2 maggio, i casi attualmente positivi in Lombardia sono 36.667, in Piemonte 15.719, in Emilia Romagna 9.323 e in Veneto 7.431.

Nel Meridione si registrano: 2.721 attualmente positivi in Campania, 2.186 in Sicilia, 730 in Sardegna, 713 in Calabria.
100.704 è il numero totale di positivi in Italia. Questo significa che le quattro regioni del Nord citate prima corrispondono al 68,7% degli attuali positivi in Italia, la Lombardia da sola il 36,4%. Le 4 regioni del Sud insieme raggiungono solo il 6,3%.

Sebbene la situazione epidemiologica sia totalmente opposta, le restrizioni sono identiche. Si, perché il Sud deve rimanere “in lockdown” affinché possano riaprire industrie e grosse aziende del Nord.

Le quattro regioni del Nord citate rappresentano insieme il 48% del PIL italiano; non ci sorprende che le nostre regioni siano la parte del PIL sacrificabile.

Nel frattempo molte imprese meridionali, tantissime attività commerciali delle nostre città, resteranno chiuse, con il rischio concreto di non sopravvivere alla chiusura e di non poter mai più riaprire, con conseguenze gravissime sull’economia locale che versava in una situazione drammatica già prima dell’emergenza.

Non possiamo, però, accettare in silenzio di essere la carne da macello sacrificata per i profitti del Nord. Non possiamo accettare di essere considerati unicamente ingranaggi della macchina produttiva della metà ricca d’Italia.

Considerando anche il fatto che questi mesi di chiusura hanno fortemente minato la già provata economia meridionale, pretendiamo che vengano immediatamente immessi nelle casse dei Comuni del Sud e delle Isole tutti i mancati introiti del fondo di perequazione. Tele iniezione di liquidità gestita dalle istituzioni più prossime ai cittadini risulta a oggi irrinunciabile e rappresenta in questo momento una boccata d’ossigeno vitale per la nostra economia.

Inoltre, l’epidemia ha eliminato tutte le forme della rappresentanza, concentrata del tutto nelle mani di governatori e sindaci, espressa attraverso le loro dirette facebook. È necessario, oggi più che mai, riprendersi gli spazi della politica, della mobilità, della socialità. Se possiamo tornare a produrre, consumare e fare la spesa, perché non possiamo uscire, manifestare, socializzare?

Il vero untore del Sud, della Sardegna e della Sicilia è lo Stato Italiano. Non esiste nessuna “unità nazionale”, esistono gli interessi di alcuni a scapito di altri, del Nord Italia sul Mezzogiorno e sulle Isole.

Non staremo più a guardare, chiusi nelle nostre case. Pretendiamo una gestione della fase 2 ASIMMETRICA, differenziata su base regionale, che permetta ai territori di avere il potere di decidere cosa apre e cosa no. Pretendiamo misure economiche adeguate alle esigenze dei nostri territori caratterizzati da un tessuto economico e produttivo differente da quello lombardo, veneto e romagnolo, per questo crediamo che il governo debba immediatamente adottare 3 provvedimenti: 

1) Estensione del Reddito di Cittadinanza; 

2) Moratoria delle utenze per soggetti con comprovate difficoltà economiche; 

3) Risorse a fondo perduto per artigiani, piccoli commercianti e piccole attività. 

Alla fase 2, dato il numero di contagi, la Lombardia non dovrebbe neanche passarci. Se le è permesso, allora noi possiamo passare alla fase 4!
E lo faremo, con o senza il permesso dello Stato Italiano.

Chi ha paura di sa DIE? di Francesco Casula

Sa DIE, come Festa nazionale del popolo sardo, unica nostra Festa “non ottriata”, nel corso degli anni è stata via via depotenziata: e non solamente per gli investimenti finanziari viepiù ridotti. Da parte poi della Regione sarda e delle Istituzioni è stata sostanzialmente azzerata, cancellata.

Probabilmente l’opera di studio, ricerca, confronto, sensibilizzazione che vi è stata nei primi anni, dopo l’istituzione nel 1993, ha spaventato soprattutto la politica.

Così la “Festa” da occasione di studio e di risveglio identitario si riduce nel tempo a rito formale e liturgia vuota: con l’Amministrazione Soru viene annacquata e svuotata  dei significati storici e simbolici più “eversivi”; la Giunta di Cappellacci la stravolge del tutto: viene addirittura dedicata alla Brigata Sassari! E Pigliaru, la seppellisce definitivamente. 

L’attuale Giunta ha altro cui pensare: equilibri di potere. 

Ma fin dai primi anni, dopo la sua istituzione, soprattutto da parte di certa intellettualità, se non ascara certo culturalmente subalterna, ai paradigmi storici e storiografici italici, sono state avanzate riserve in merito alla “forza” dello stesso Evento del 28 aprile del 1794:

1. Sarebbe stata “robetta” quello di “cacciare” 514 piemontesi, savoiardi e nizzardi. Dimenticandosi che lo stesso numero è enorme: Cagliari aveva allora 20.000 abitanti, duncas sulla groppa di ogni 40 cagliaritani pesava un parassita che ruotava intorno al vicerè, arrogante e prepotente.

2. Sarebbe stata sostanzialmente una “congiura” de unu grustu de burghesos, antzis de bator abogadeddos, illuministas. Guarda caso, tale ipotesi, combacia esattamente con le posizioni degli storici filo sabaudi come Giuseppe Manno e Vittorio Angius, che, appunto, avevano parlato di “congiura”!

3. I sabaudi sarebbero comunque ritornati dopo qualche mese. Questo è vero. Ma che significa? Dopo la Rivoluzione francese si afferma un despota come Napoleone. E dopo la caduta del Corso si restaurano in tutta l’Europa regimi autoritari, assoluti e liberticidi. Ciò significa negare valore all’Evento dell’89? Chi fa questa obiezione non sa o non capisce che la storia non ha un andamento lineare e rettilineo, ma rinculi e ritorni all’indietro, cadute e regressioni.

In realtà personaggi e intellettuali di valore e diversa provenienza culturale e politica (da Lussu a Lilliu a Maria Rosa Cardia) riconoscono e sostengono l’importanza di quell’evento e di quella temperie culturale e politica in cui si radica la Sardegna moderna, in cui si afferma e si sedimenta una nuova consapevolezza e coscienza da parte dei Sardi.

Questi infatti dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a piegare la schiena, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo abituati a abbassare la testa, sopportando ogni tipo di prepotenza, umiliazione, sfruttamento, sberleffi e prese in giro, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di orgoglio, si ribellano e alzano la testa, raddrizzano la schiena e dicono basta! 

E voglio precisare che “quelle temperie culturale e politica” non abbraccia – come si suole comunemente affermare – il cosiddetto triennio rivoluzionario (1794-96) ma più che un trentennio rivoluzionario: dal 1780 (rivolta di Sassari contro il governatore Allì di Maccarani ) al 1812 (Rivolta di Palabanda). 

E allora?

Allora, al di là dei pretesti sulla “debolezza” dell’Evento o altre tontesas, la verità è che sa DIE dà fastidio. È una festa “pericolosa” e “sovversiva”. Anzi:eversiva. Perché può mettere in crisi i compromessi e gli equilibri di potere prima ancora che i paradigmi culturali e politici di tutti i partiti che dominano la Sardegna: del centro sinistra come del centro destra. Di ieri come di oggi.

Per questo l’hanno, di fatto cancellata.

1° maggio: «Populare, birde, sarda». Domani il confronto

Popolare, verde e sarda: domani, 1 maggio, il confronto.

Ci serve un cammino nuovo nel solco di un movimento popolare, non solo a parole o nella comunicazione, ma nella pratica di lotte e proposte che sappiano cucire quelle tante esperienze che in cuor loro desiderano una Sardegna veramente diversa.

La diretta sarà trasmessa sulla pagina Facebook e sul canale you tube di Caminera Noa, sul Manifesto Sardo, Cagliaripad, Donkey Shouts Web Radio, Cagliaripad e su Pesa Sardigna (ore 18:00).

Perché «popolare». Il primo maggio è la festa dei lavoratori. In Sardegna sono molte le persone che il lavoro l’hanno perso o che purtroppo lo perderanno in seguito alla pandemia da Covid-19. E sono molte le persone che pur di poter lavorare dovranno rinunciare ad ogni tutela, ad ogni diritto. La questione del lavoro, del non lavoro, del lavoro fantasma e del lavoro senza diritti è destinata a diventare sempre più centrale. Dalla gravissima crisi delle piccole partite IVA, alla condizione assai problematica dei precari sardi della scuola e dei dipendenti Auchan, alla truffa dei tirocini che spesso coprono situazioni di lavoro nero, alla mai sopita questione dei pastori con annessa la questione del prezzo del latte e della concorrenza sleale dell’agroalimentare e al dimenticato dibattito sugli artigiani. La questione sarda è la questione del lavoro dei sardi.

Perché «verde». Anche la questione della tutela, anzi per meglio dire, della salvezza stessa dell’ambienta, sarà sempre più impellente, a partire dai due punti all’ordine del giorno: l’assalto alle coste e la dorsale del metano. Sullo sfondo di queste due nuove aggressioni all’ambiente si erge, come una ferita mai dimenticata, la questione delle bonifiche dei tanti punti dolenti del saccheggio ambientale che ha subito la Sardegna da parte di industria militare e civile, con l’avallo dello Stato italiano e di una classe politica locale cinica e venduta. La questione sarda è la questione della salvezza dell’ambiente.

Perché «sarda». La questione che accompagna la Sardegna da almeno seicento anni: la necessità di un autogoverno realmente democratico che sia compatibile ed armonico con gli interessi e con la vita di chi in Sardegna ci vive o progetta il suo futuro. Un’isola che è anche una storia, che è anche una civiltà, che è anche un popolo e che spesso paradossalmente viene concepita come periferia e come moneta di scambio da quella politica che dovrebbe e potrebbe farla uscire dalla sua condizione di subalternità. La questione sarda è la questione dell’autogoverno e della democrazia compiuta dei sardi.

Ne parleremo con le tante figure politiche e intellettuali con cui abbiamo intrecciato il nostro nuovo cammino. A questo dibattito ne seguiranno altri, nella prospettiva di costruire un terreno politico fertile capace di uscire fuori dalle pastoie del settarismo e del movimentismo. Ci serve tanta democrazia e pluralità e contemporaneamente ci serve organizzazione e coordinamento. Ci serve dibattito e studio ma ci serve contemporaneamente saper riallacciare i fili con quelle persone di fronte alle quali spesso abbiamo parlato linguaggi incomprensibili, noiosi, perfino pericolosi. Ci serve un cammino nuovo nel solco di un movimento popolare, non solo a parole o nella comunicazione, ma nella pratica di lotte e proposte che sappiano cucire quelle tante esperienze che in cuor loro desiderano una Sardegna veramente diversa.

Roberto Loddo – Il Manifesto Sardo

Omar Onnis – storico e scrittore

Stefano Puddu Crespellani – Sardegna Possibile

Cristiano Sabino – attivista Caminera Noa e saggista

Lorenzo Paolicchi – Friday for Future

Paola Pilisio – ambientalista

Sandro Roggio – architetto 

Nicolino Camboni – Rifondazione Comunista

Oe galu in domo ma non sena Sa Die

A casa, ma non senza Sa Die. È questo il senso di alcune iniziative che in questi giorni hanno spopolato sui social e che lanciano un fitto programma di celebrazioni della festa nazionale dei sardi in ricordo del tentativo rivoluzionario, repubblicano e antifeudale che scosse la Sardegna tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. 

Ha iniziato il movimento popolare sardo Caminera Noa, quando sui suoi canali di comunicazione, ha lanciato in data 9 aprile 2020, l’idea di appendere fuori da balconi e finestre la bandiera dei quattro mori e/o quella del giudicato di Arborea con l’albero deradicato: “Su 28 de abrile pone sabandera sarda in foras dae su balcone” è lo slogan scelto dagli attivisti. 

«Quest’anno non potremo festeggiare e celebrare d “Sa die de sa Sardigna” con incontri in presenza – spiegano dal movimento – siamo costretti a casa ma non vogliamo rinunciare a ragionare della Sardegna di ieri e di oggi e sull’attualità della “cacciata dei piemontesi” del 1794. Per questo motivo abbiamo lanciato già lo scorso 9 aprile l’iniziativa “pone sa bandera dae su balcone”, invitando i sardi a esporre la bandiera dei quattro mori o quella con l’albero deradicato fuori dalla finestra o dal balcone». 

Caminera Noa non si limita però a questo e ha organizzato una diretta streaming dalla sua pagina fb. Oggi, a partire dalle 16:30, per tutto il pomeriggio, fino alla sera si avvicenderanno molti ospiti tra interventi storici, politici e artistici. Ecco la scaletta a partire dalle 16:30 fino a sera:

  • Luana Farina, portavoce di Caminera Noa, interverrà sul “Disastro di Stato e Giunta regionale e proposte di Caminera Noa per uscire dalla crisi
  • Omar Onnis, Sa sarda rivolutzione e sa figura de Zuane Maria Angioy
  • AlmaCanta (Zaira Zingone e Graziano Solinas), musica live e letture
  • Tea Salis con Marco Lais, musica live e letture
  • Sara Porcu con Roberto Desiato, musica e brani d’autore
  • Almamediterranea, musica e brani d’autore

Anche la neonata Assemblea Natzionale Sarda non rinuncerà a festeggiare il grande giorno. L’ANS ha deciso di iniziare le celebrazioni dalla settimana precedente. Dal 21 aprile le pagine social sono un susseguirsi di pubblicazioni, video e immagini che lanciano le diverse iniziative. 

Il Contest che attraverso video e immagini che richiamano alcuni personaggi Storici Sardi, invita, come proposto in prima istanza da Caminera Noa, a fare sventolare la bandiera Sarda al balcone. ANS propone di fotografarla e postarla con l’hashtag #MustraSaBandera su un social tra Facebook, Instagram o Twitter, e premierà l’immagine che raccoglierà più like. 

Il Format CnC – Cùssientzia Natzionale in Curtzu, disponibile su Facebook e sul canale ufficiale di YouTube di ANS, la puntata 0 in quest’occasione tratta una videolezione in Sardo, prodotta in collaborazione con “Storia Sarda nella Scuola Italiana”, racconta a grandi e piccini cosa successe durante la Sarda Rivolutzione del 1794 e anni a venire. 

L’Assemblea Territoriale di Casteddu, ha lanciato l’iniziativa “S’Idea chi fait sa DII… FERÈNTZIA” in collaborazione con alcune attività di Ristorazione che offriranno una specialità Sarda da consegnare a domicilio, per concedersi una coccola in una giornata da ricordare. 

Anche la Corona De Logu – l’insieme degli amministratori indipendentisti – ha rilanciato l’idea di esporre la bandiera: “28 de abrile: die de su pòpulu sardu. Isterre sas banderas natzionales in sa ventana” e ha prodotto dei banner rimarcando l’attualità delle parole e dell’esempio di Giovanni Maria Angioy e dei rivoluzionari sardi.

Anche il coordinatore di Sardigna Natzione sposa l’idea di Caminera Noa e con un post sui social invita ad esporre la bandiera sarda da casa in modo che sia ben visibile: «su 28 de abrile est sa die de sa sardigna, festa natzionale de sa natzione sarda. faghelu ischire a totu, pone una bandera natzionale “in su balconi” de domo tua. Dae sa die prima o su mantzanu de su 28 aprile a sas 8.30 pone sa bandera de sos 4 moros in su barcone de domo tua. Semus unu populu, una natzione, amus un’istoria, una limba, una bandera e una manera de istare in su mundu, semus una natzione normale, chene istadu ma normale. Publica sa foto in facebook, faghelu ischire».

Nasce poi spontaneamente su fb un gruppo che raccoglie foto di bandiere sarde esposte dalle case ed altre iniziative per festeggiare Sa Die de su Populu sardu:

Anche l’associazione “Amistade” oggi, in occasione della festa “Sa die de sa SARDIGNA”, ha organizzato un evento finalizzato a rendere omaggio alla Sardegna: parlare o ascoltare la lingua sarda per l’intera giornata.
L’evento è organizzato in collaborazione con RADIO OLBIA WEB e con il sostegno del B’ART CAFÈ.
Tra gli artisti (poeti, cantanti, ecc..) che parteciperanno all’iniziativa ci sarà la cantautrice Maria Luisa Congiu.

A sa fine, semper oe 28 de abrile, in ocasione de Sa die de sa Sardigna, a is 10 de mangianu in sa Cattedrale di Santa Maria de Casteddu at a èssere tzelebrada sa Missa in limba sarda.

Lu narant custos de sa TV EJA – «torramus gràtzias a Mons. Gianfranco Zuncheddu, a Michele Deiana chi dd’at acumpangiare cun is sonus de canna, a Francesco Mura chi at a cantare is canttos de sa liturgia acumpangendelos cun s’òrganu».

«Est una produtzione Ejatv, Produzioni Sardegna, Associazione Culturale Babel  e at a èssere trasmìtida in:ardegna Uno Televisione canale 19; Ejatv e canale  172 , Diocesi di Cagliari , AnthonyMuroni, YouTG.net

A merie, dae is 5, paris cun Anthony Muroni EJA TV at a contare sa Die cun amigas e amigos de totu sa Sardigna.

Buon compleanno Lenin

Oggi è il compleanno di Lenin. In suo omaggio pubblichiamo alcuni testi sul diritto all’autodeterminazione dei popoli. La traduzione è di Andrìa Pili

22 DE ABRILI 1870-2020

SA RIVOLUTZIONE SOTZIALISTA E SU DERETU DE IS NATZIONES A S’AUTODETERMINATZIONE (1916)

Su significadu de su deretu a s’autodeterminatzione de is pòpulos

“Su deretu de is natziones a s’autodeterminatzione cheret narrere isceti su deretu a s’indipendèntzia in unu sensu polìticu, su deretu a una setzessione lìbera dae sa natzione opressora. Cuncretamente, custa pregunta polìtica e democratica implicat sa libertade cumpleta de batire unu abbolotu pro sa setzessione, e libertade de cumponnere sa chistione de sa setzessione cun s’aina de unu referendum de sa natzione chi cheret setzedere. Duncas, custa pregunta no cheret narrere pregunta pro sa divisione e sa fraigadura de istados piticos ma est sa espressione lògica de sa pelea contra s’opressione natzionale in ònnia forma. Prus unu istadu democràticu reconnoschet custu deretu a si chirriare, prus dèbiles ant a essere is tendèntzias de is natziones a gherrare pro s’autodeterminatzione; proite is avantàgios de is istados mannos-siat pro su megioru econòmicu, siat pro is interessos de is massas- sunt chena duda ladinos, e custos avantàgios s’àrtziant cun sa crèschida de su capitalismu. Reconnoschere s’autodeterminatzione no est comente faghere de sa federatzione unu printzìpiu. Unu diat podere essere contra custu printzìpiu e pro unu tzentralismu democràticu, ma diat isseberare sa federatzione a sa inegualidade intra is natziones comente unicu modellu a cara de unu tzentralismu democràticu cumpletu. Est su chi pensaiat Marx, chi puru fiat unu tzentralista, chi seberaiat sa federatzione de s’Irlanda cun s’Inghilterra a s’Irlanda suta de su cumandu de is inglesos”.

“Su fine de su sotzialismu no est isceti de abolire sa divisione presente de s’umanidade in istados piticos e isulamentos natzionales; non est de batire is natziones a essere prus acanta de is àteras, ma puru a fùndere issas. E pro lompere a custu obietivu, depimus, dae una parte, ispiegare a is massas sa natura reatzionaria de is ideas de Renner e Otto Bauer a suba de cussa chi mutint “autonomia naturale e culturale” e, dae un’àtera parte, preguntare sa liberatzione de is natziones oprimidas, non in frases chena sensu, non in decraratziones bòidas, non ponende sa chistione a pustis de sa fraigadura de su sotzialismu, ma in unu programma polìticu iscritu in una manera ladina e pretzisa chi fatzat contu in particulare de s’ipocrisia e de sa cobardia de is Sotzialistas in is natziones oprimidas. Comente s’umanidade podet otènnere s’abolitzione de is classes solu colende traessu de su perìodu de ditadura de su proletariadu, gasi s’umanidade podet otennere sa fusione inevitàbile de is natziones solu colende traessu su perìodu de liberatzione cumpleta de totas is natziones oprimidas; est a narrere cun sa libertade issoro de setzèdere”.

Sa presentada proletaria-rivolutzionaria de sa chistione de s’autodeterminatzione de is natziones

“Non solu sa pregunta pro s’autodeterminatzione de is natziones, ma ònnia puntu de su programma democràticu mìnimu nostru fiat giai istadu presentadu dae sa burghesia pitica in su XVII e XVIII sèculu. E sa burghesia pitica, chi creet in su capitalismu paghiosu, sighit oe a batire in antis custas tesis in una carrera utopista, chena bidere sa pelea de classe e su fatu chi custa est aumentada a suta de sa democratzia. S’idea de una unidade paghiosa de natziones uguales a suta de s’imperialismu, chi collionat su pòpulu, e in sa cale is Kautskistas cherent, est propiu de custa natura. Contra custa fàula, utopia oportunista, su programma de sa Sotzialdemocratzia depet marcare chi a suta de s’imperialismu sa divisione de is natziones intra oprimidas e opressoras est unu fatu fundamentale, importante e inevitàbile”.

“Su proletariadu de is natziones oprimidas non si podet allacanare a calicuna frase bòida contra is annessiones e pro is deretos uguales de ònnia natzione in generale, chi est su chi narat puru unu burghesu paghiosu. Su proletariadu non podet evàdere custa chistione dolorosa pro sa burghesia imperialista, est a nàrrere, sa chistione de is làcanas de unu istadu chi si basat a suba de s’opressione natzionale. Su proletariadu depet cumbatare contra sa tratènnida fortzada de is natziones oprimidas intro de unu istadu, e custu est pròpiu su chi cheret nàrrere sa pelea pro s’autodeterminatzione. Su proletariadu depet pedire su deretu de setzessione politica pro is colonias e pro is natziones oprimidas dae “sa pròpia” natzione. Sinuncas, s’internatzionalismu proletàriu at a abarrare una frase chena significadu: fide retzìproca e solidariedade de classe intra is traballadores de is natziones oprimidas e opressoras ant a essere impossìbiles; s’ipocrisia de is riformistas e de is sighidores de Kautsky chi abarrant a sa muda a suba de is natziones oprimidas no at a essere iscoberta”.

“Is sotzialistas de is natziones oprimidas, dae s’àtera parte, depent gherrare meda pro mantennere s’unidade intra is traballadores de is natziones oprimidas e cussos de is natziones opressoras. Chena custa unidade, bidende totu is òperas malas de sa burghesia, diat essere impossìbile tènnere una polìtica proletària indipendente e sa solidariedade de classe cun su proletariadu de is àteras pàtrias; proite sa burghesia de is natziones oprimidas impreat is paràulas de liberatzione natzionale in un’aina pro collionare is traballadores: in sa polìtica interna impreat custas pro lompere a acordos reatzionarios cun sa burghesia de sa natzione dominante (che is polacos in Àustria e in Rùssia, chi aiant tratadu cun sa reatzione pro oprimere is ebreos e is ucràinos); in sa polìtica èstera si cherent acordare cun is poderes imperialistas rivales intra issos cun obietivos de isrobu (is polìticas de is istados piticos in is Balcanos etc.)”.

“Su fatu chi sa cumbata pro sa liberatzione natzionale contra unu podere imperialista, in cunditziones determinadas, potzat essere impreada dae un’àteru podere imperialista non diat deper tennere importàntzia, pro batire sa Sotzialdemocratzia a rinuntziare a su reconnoschimentu suo de su deretu de is natziones a si autodeterminare, che is frases republicanas de is burghesos –  impreadas pro s’ingannu polìticu e is furas finantziàrias – non podent nos faghere rinuntziare a su republicanismu”.

 

Illustrazione di Salvatore Palita

La Quarantena in sardo – di Alessandro Mongili

Nella seconda settimana di quarantena, considerando il fatto che questo è un momento in cui molte persone stanno imparando a usare piattaforme come Skype, insieme a Isabella Tore e altri amici abbiamo pensato di lanciare una idea, che è diventata subito una pratica quotidiana.

L’idea è quella di condurre ogni giorno una conversazione in sardo, libera in quanto ad argomento. Ogni pomeriggio, alle 19.00, basta entrare nella pagina Facebook Rexonadas in sardu in Skype, cliccare sul link alla conversazione Skype, e seguendo le istruzioni entrare nella conversazione. D’altronde, si può accedere alla conversazione a qualsiasi ora, se si trova gente, o perfino aprirne un’altra, magari tematica, se si vuole sviluppare un argomento, partendo stavolta da Skype e incollando il link del collegamento alla conversazione sulla pagina Facebook. Per ora, però, questa modalità non ha avuto successo e tutti vogliono entrare nella rexonada principale. Così come sinora nessuno ha proposto o introdotto altre piattaforme al di fuori di Skype, tutte cose possibilissime e gradite. L’iniziativa è aperta a ogni sperimentazione.

L’unica consegna, è parlare in sardo. Fino a ora ci sono già 120 persone nel gruppo. Però le persone che sinora si sono impegnate a usare i link e accedere alla conversazione non sono più di venti. Partecipano alla conversazioni moltissime persone che non risiedono in Sardegna. La cosa più significativa è che le persone parlano il sardo in tutte le varianti e si capiscono completamente. In secondo luogo, c’è un apprendimento continuo di parole che appartengono ad altre varianti. Ma forse la cosa più importante è che in un clima inclusivo e non giudicante, le persone parlano liberamente in sardo senza troppa vergogna per la qualità della loro competenza linguistica, e imparano. Bolotanesi di Malta, trataliesi di Cork, cagliaritani, nuoresi, oristanesi e sassaresi, da Barcellona o da Posada, eccoci tutti a condividere una lingua. Giovani, uomini e donne fatte o pensionati. È una bellissima esperienza, anche umana, in cui alla comunicazione si sostituisce finalmente l’interazione.

L’idea è partita dal fatto che per mantenere il sardo occorre parlarlo. Non sempre questo è possibile nei contesti che viviamo ma, usando le reti e le piattaforme, è possibile farlo. E allora, facciamolo.

Questo strumento si sta rivelando versatile ma anche fonte continua di sorprese linguistiche, umane, e di apprendimento. In futuro, sarebbe bello se le piattaforme possano essere usate per addestrarsi a usare il sardo anche in conversazioni fra una persona competente in modo attivo e una persona competente solo passivamente, proprio per superare il blocco che molti sardi possiedono nell’esprimersi nella nostra lingua senza subire il giudizio o lo stigma altrui.

Non basta scrivere “andrà tutto bene” in un lenzuolo.  Intervista a Quilo.

Alisandru Sanna, in arte Quilo, fondatore del progetto Sa Razza Posse che poi uscì ufficialmente nel ’92 con due singoli incisi su vinile per la century Vox che al tempo era l’etichetta numero uno in fatto di rap nella penisola. Fra i protagonisti del progetto “Maloscantores” con cui RAP in SARDO tocca punte molto elevate.  Oggi gestisce la factory nootempo e suona insieme all’artista sardo Randagiu sardu. Oltre alla musica si occupo di comunicazione visiva (grafica, design e produzione media), campo nel quale ha sempre lavorato sia come dipendente che come autonomo. Ha anche sempre partecipato attivamente al dibattito politico indipendentista dapprima con la prima e la seconda IRS, oggi come indipendente.

  • Che effetti avrà la pandemia sul lavoro degli artisti sardi?

Saludi a totus is fradis e sorris sardus. Viviamo certamente tutti un dramma senza precedenti. Un virus, del quale sembra che pure gli scienziati non sappiano molto, ha piegato questo mondo iper-consumista e fortemente globalizzato. Gli Artisti, come altre categorie meno “fortunate”, oggi sono letteralmente annientati.

Al netto delle performance da balcone o qualche altra iniziativa, che sta sfumando giorno dopo giorno, l’artista ha bisogno del pubblico per poter lavorare. Musicisti, cantanti, ballerini, dj’s, addetti ai lavori, compagnie teatrali, service audio luci, tecnici insomma tutti gli operatori dello spettacolo e quindi della Cultura sarda sono fermi.

La cultura inoltre è direttamente collegata alle sagre, alle feste paesane, agli eventi piccoli e grandi e quindi anche al Turismo completamente devastato. L’emergenza sanitaria, data anche da una Sanità disintegrata da tagli scriteriati, ha colpito al cuore quindi anche la musica e l’arte. Gli effetti lavorativi sono gravi, I big della musicasicuramente hanno più possibilità mentre i piccoli indipendenti sono alla fame e non credo di esagerare. Il ministro della cultura, l’assessore alla cultura dove sono? Hanno forse espresso qualche soluzione?

  • Gli artisti dovrebbero essere una voce critica. Eppure ben pochi hanno avuto da dire sulla gestione della crisi da parte di Stato e Regione. Perché?

In effetti con mio dispiacere ho notato anche io questo “stare buoni”. In molti magari non hanno ancora preso coscienza della situazione. Essere critici, stare attenti è doveroso. Un artista è una voce libera della società. Io poi ho una mia visione dell’arte e della musica e non pretendo che tutti abbiano la stessa.  Ho visto un certo adeguamento in alcuni, in altri la stanchezza e la preoccupazione. Io sono arrabbiato, deluso e frustrato.

Mi sento come se tutto stia per crollare. Nel mio piccolo, come tanti, continuo a produrre qualcosa anche se è difficile monetizzare con delle canzoni indipendenti in streaming. Io non mi allineo e non voglio adeguarmi ad un pensiero etero diretto. Non credo nella speranza come forma di imbonimento sociale. La speranza (in quel senso) è una trappola, sposo il discorso di Monicelli. Credo di più nell’agire, nel fare, nel costruire e nel fallire ma non resto a sperare che le cose passino così senza dire nulla. Gli Artisti sardi dovrebbero ora unirsi davvero e far sentire la propria voce con proposte, con la loro testimonianza. Non basta scrivere “andrà tutto bene” in un lenzuolo. Sono molto realista anche se certamente mi auguro il bene ma voglio, vorrei fare qualcosa di utile. Gli Artisti sardi sono tanti e sono molto capaci. Non si può vivere senza arte, senza musica, senza spettacolo, senza teatro, senza cultura. Mi fa paura una società del genere. L’arte è alla base della vita stessa. Senza salute si rischia è vero, ma come può un sano non ammalarsi in questa condizione assurda?

  • Cosa lascerà questa pandemia (e soprattutto le drastiche misure prese dal Governo) alla Sardegna e ai sardi?

Non sono un politico, né un virologo o un analista. Il mio compito da artista è raccontare la vita quella stessa vita che oggi è Sospesa. Io sono molto preoccupato per come si stanno evolvendo le cose. Se non troveremo la strada verso la riapertura graduale la vita stessa sarà negata. In tanti dicono e urlano presi dal panico che meglio la salute; certo quello sempre e comunque ma questo non toglie che la libertà sia in pericolo e non esiste VITA senza libertà, non esiste VITA senza poter lavorare e produrre. Non esiste VITA senza l’arte e la cultura. Questa terra è forte ma nello stesso tempo è anche fragile. Non basta disegnare un infermiere che abbraccia la Sardegna quando poi fino a ieri molti sardi ahimè, si compiacevano delle nostre servitù militari o facevano inchini per ossequiare chi ci ha sempre depredato. La nostra Terra non ci ha insegnato la paura, non ci ha insegnato a denunciare il vicino che magari ha comprato solo un pacco di pasta e poco altro, non ci ha insegnato a non essere solidali.

Chi sta al governo di quest’isola deve dare ascolto a tutti, alle aziende che sono sul lastrico, agli Artisti, a chi oggi sta perdendo il lavoro anche in maniera subdola e lenta, così almeno non se ne accorge nessuno. Non c’è una strategia adeguata, magari non è facile, ma servono decisioni serie perché un’Isola come la nostra può uscirne fuori in meno tempo rispetto ad altri. Impareremo qualcosa? Purtroppo ora vedo solo paura e panico. Servono misure decise e coraggiose per l’economia sarda, oppure la Regione Sarda decide solo restrizioni più forti di quelle dello Stato centrale e per l’economia accetta perline? Dobbiamo aiutarci tutti ecco cosa dobbiamo fare.

  • La pandemia e la crisi che stiamo vivendo cambierà il modo di fare arte in Sardegna?

Questo è un punto veramente oscuro e pericoloso. Il timore di tanti artisti, dell’industria stessa dell’intrattenimento è che queste restrizioni che io considero esagerate e soprattutto disordinate possano trasformarsi in leggi e leggine che impediscano di tornare a fare musica, concerti, eventi culturali.  Potremmo lavorare in streaming? L’artista ha bisogno del pubblico e le persone hanno bisogno di evadere, di vivere liberamente il contatto con l’arte. Per me non sarebbe possibile uno scenario nel quale un artista lavori davanti a una telecamera da chissà quale studio.

Un’idea che mi fa venire i brividi. Noi artisti spesso siamo come fantasmi, come se il nostro non fosse un lavoro. Molti piccoli artisti sono costretti a lavorare, diffondere la loro arte con ritenute d’acconto. Lascio perdere i grandi VIP che sono più protetti dalle majors discografiche, dalle grandi agenzie (anche loro in ogni caso danno molto lavoro a migliaia di persone). Sono certo che si possa anche cambiare in meglio alcune cose. Forse in molti scopriranno che noi Artisti esistiamo e abbiamo una importante funzione sociale ed economica anche in rapporto alla nostra lingua, al nostro essere, alle nostre specificità. L’artista è un Artigiano culturale e va tutelato. Tutelare significa sostenerlo in questo tempo di crisi senza fare elemosine. Uno stato basato sull’assistenzialismo non avrebbe senso di esistere.

  • Come passi il tempo durante questa Quarantena?

Produco musica, studio il più possibile anche per organizzarmi meglio su ipotetici scenari futuri. Non nascondo la mia voce, cerco di fare il possibile per tenermi sveglio anche se il tempo sembra dilatato, la mancanza di Libertà si fa sentire ed a volte sono molto giù. Sento parecchi amici e ci raccontiamo i nostri punti di vista. Non ho tv da 15 anni quindi uso la rete passando al setaccio le informazioni e scartando fake news e notizie non ufficiali. Purtroppo mi manca il contatto con il pubblico, il calore delle persone. Non voglio vivere in un mondo dove la distanza sociale potrebbe diventare una triste realtà. Non vorrei che queste restrizioni possano inoltre diventare leggi e leggine nascoste per tagliare la testa alla musica stessa.

Grazie per la vostra intervista. Io non ho verità in tasca cerco solo di dire la mia come sempre. Sardigna pesa sa conca, allui su ciorbeddu toccat a battallai , aiutate sempre per quel che potete  le persone in difficoltà.

 

 

 

 

 

 

Ma quali fratelli d’Italia? L’unità ha creato solo figli e figliastri!

L’epidemia da Covid-19 ha scatenato anche una epidemia di nazionalismo e sciovinismo italiano. Sono state diverse le iniziative di gruppi e perfino istituzioni a promuovere l’esposizione di tricolori ed esecuzioni dell’inno statale italiano. Una delle poche voci critiche è stata quella del prof. Francesco Casula il cui pensiero è stato persino censurato da un noto social.

Lo abbiamo intervistato.

  • Hanno avuto un discreto successo anche in Sardegna i flash mob legati alla diffusione del tricolore e inni dello stato. La tua è stata l’unica voce critica. Puoi spiegarci il tuo punto di vista?

Non è la prima volta che intervengo sui Media e sul mio profilo Facebook in merito al Tricolore a all’Inno italiano. Questa volta, volutamente sono intervenuto affermando con nettezza e radicalità, il significato mistificatorio dei due simboli del nazionalismo sciovinista italiano.

Inizio dall’Inno “Fratelli d’Italia”. La mistificazione è già tutta dentro tale espressione: l’”Italia unita” non ha creato fratelli ma figli e figliastri, colonizzatori (Nord) e colonizzati (Sud e isole); sviluppo da una parte e sottosviluppo dall’altra.

E comentecasiat nois sardos cun sos italianos non semus frades, antzis, mancu fradiles!

Mi è stato obiettato – da parte di una brava giornalista dell’Unione Sarda che mi ha fatto un’intervista – che tutti gli Inni patriottici sono retorici e patriottardi. Persino la Marsigliese. Certo. Ma la differenza sta tutta nei contenuti.

Fratelli d’Italia è trucemente militaresco, guerrafondaio, carico di cascami di una becera “romanità” (elmo di Scipio…schiava di Roma).

La Marsigliese è un Inno rivoluzionario, moderno, che guarda a un futuro di libertà e non a un passato infame di oppressione. È rivolto contro “la tirannia, i traditori, i re congiurati, i vili despoti”.

  • Insieme all’Inno molti hanno esposto anche il tricolore. Anche questo è un simbolo alieno al popolo sardo?

Il tricolore con il popolo sardo non c’entra un fico secco. E non tanto per la sua origine: nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco e Rosso”. Quanto per i significati che ha avuto e assunto nella sua storia: ideologici, culturali e politici, come espressione del leviatano statale, nemico e ostile al popolo sardo.

Ai più giovani ricordo che solo qualche decennio fa il Tricolore e l’Inno, erano di esclusivo appannaggio dei neofascisti del M.S.I e gruppazzi affini.

Gli altri Partiti – ma segnatamente quelli della Sinistra – nei loro Congressi, Ricorrenze e Feste esibivano le loro Bandiere e cantavano gli Inni della loro storia e tradizione, specie quelli afferenti alla lotta partigiana ed operaia.

Ma tant’è: oggi tutto è cambiato: una profonda μετάνοια, antropologica prima ancora che politica, sembra aver mutato geneticamente i Partiti: ripeto, soprattutto quelli della Sinistra. Di qui – ma è solo un esempio paradigmatico – il “culto” di tale bandiera, in una sorta di union sacrée.

  • In Catalogna durante il discorso del Re, la popolazione ha fragorosamente protestato. Perché molti sardi si identificano ancora con uno stato che li opprime e li umilia in tutti i modi!

Al contrario di quello che molti pensano, i sardi – per la gran parte – hanno un’identità debole e comunque più situata sul versante folcloristico che culturale e politico: magari affermano orgogliosamente DEO SO SARDU o sventolano i Quattro Mori (anche quando non c’entrano niente), ma non hanno un’acuta consapevolezza dei loro diritti, nutrono poca coscienza e stima di sé. Sono più usi alle lamentazioni, ai piagnistei e al consenso conformistico e servile che al dissenso, alla lotta, alla partecipazione.

Nella direzione del consenso e dell’integrazione subalterna nei confronti dello stato e dei valori (e idee) dominanti si muovono, i Media, il potere economico, la Scuola, i Partiti di stato (o di regime?). Che si sono impadroniti non solo del potere politico ma anche di quello burocratico e amministrativo e culturale. Hanno occupato manu militari le Università; gli Enti di qualsivoglia genere: ad iniziare da quelli bancari. Hanno i “loro” Sindacati, ad iniziare da CGIL-CISL-UIL.

Attraverso questi Enti controllano e dirigono l’opinione pubblica, distribuiscono posti di lavoro (per la verità sempre meno, specie con la crisi fiscale dello Stato), prebende e, mance.

A fronte di tutto ciò, c’è da meravigliarsi se i catalani protestano contro il discorso del re e i Sardi cantano l’Inno e sventolano il Tricolore?

L’epidemia dell’inno statale – di Francesco Casula

Il coronavirus ha fatto scoppiare un’altra epidemia: quella dell’inno di Mameli sparato a tutto volume per le strade e dai balconi, addirittura diffuso dalle camionette della protezione civile. I promotori di questa iniziativa asseriscono che così le persone si sentono meno sole e che stando uniti ci si fa coraggio in un momento difficile. Lo storico sardo Francesco Casula ha spiegato perché si tratta di un inno che offende la dignità dei sardi e delle sarde con un articolo che è stato poi censurato da Facebook. Abbiamo deciso di pubblicarlo.

 Perché aborro l’Inno Fratelli d’Italia

Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.

Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, militarista e militaresco, urtra retorico e di una “romanità” vomitevole, riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta la storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere” nell’Inno di Mameli.

Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.

Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.

Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.

Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.

Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.

Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).

Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.

Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.

Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.

Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.

Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011:  ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.

Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.

Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.

Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

Covid-19: La ANS non sta a guardare e aiuta i sardi

L’Assemblea Natzionale Sarda (ANS) lancia una campagna di mutualismo (in sardo da sempre noto come agiudu torradu). Di seguito potete leggere il comunicato bilingue dell’associazione e, da questo link, visitare direttamente la pagina.

(SRD)

Emergèntzia COVID-19

Ghiada de su grupu de Facebook “Agiudu Torradu in tempus de Coronavirus”.Sì non nos podimus atobiare, nos podimus nessi agiudare. Diat èssere a pònnere in motu una retza de solidariedade sarda. Est sa idea de d’Assemblea Natzionale Sarda, chi dedicat una pàgina Facebook a chie cheret pedire agiudu, a chie cheret dare solutziones o a chie cheret ispainare informatziones ùtiles abarrende in domo in seguresa. In custa muta metzana, in ue is vidas de totu ant a cambiare, s’ANS at fatu una pàgina aberta a totus, de manerade s’intèndere prus pagu a sa sola, mancari is distàntzias imponidas dae is ùrtimos decretos. Su grupu si narat “Agiudu torradu intempus de Coronavirus”.LINK: “Agiudu torradu” in sardu cheret nàrrere “atorrare unu piaghere”, est a nàrrere unu sistema de s’agiudare a pare impreadu dae sèmpere in Sardigna. Cun una cantas règulas simples podet partetzipare chie si siat: cumintzare supost cun #OFFRO si si cheret offèrrerecarchi cosa, #CHIEDO si si chircat carchicosa, #INFO si si cheret dare o pedire informatziones ùtiles a totus, sighinde cun sa tzitade/bidda/zona chi interessat sa informatzione, inditende posca, si bisòngiat unu indiritzu de posta eletrònica o unu nùmeru de telefonu.

(IT)

Emergenza COVID-19

Lancio del gruppo facebook Agiudutorradu in tempus de coronavirus. Se non possiamo incontrarci possiamo almeno aiutarci. si tratta di mettere in moto una rete solidale sarda”.È l’ idea dell’ Assemblea NatzionaleSarda, attraverso una pagina facebook, dedicata a chi voglia chiedere aiuto, offrire soluzioni o semplicemente diffondere delle informazioni utili restando a casa in totale sicurezza. In questo dffcile momento in cui le vite di tutti dovranno necessariamente cambiare, l’ANS ha creato una pagina facebook aperta a tutti, un modo per sentirsi meno soli e più vicini nonostante le distanze imposte dagli ultimi decreti. Il gruppo si chiama “Agiudu torradu intempus de coronavirus”.

S’agiudu torradu in lingua sarda significa“il favore restituito”, è un sistema di sostegno reciproco utilizzato da secoli in Sardegna. Con delle semplici regole chiunque potrà partecipare: iniziare il post con #OFFRO se si vuole offrire qualcosa, #CHIEDO se si sta cercando qualcosa, #INFO se si vogliono dare o chiedere informazioni utili a tutti, seguito dalla città/paese/zona interessata dall’annuncio, indicando poi se necessario un indirizzo mail o un contatto telefonico.