Sa Die in Tundu

Sa Die in Tundu

Sa Die in Tundu sta per arrivare alla sua seconda edizione: si tratta di un flashmob diffuso e organizzato dall’intero popolo sardo, rievocando il sentimento dell’appartenere ad un destino condiviso, per raccontare al mondo la propria storia.
L’anno scorso centinaia di sardi, in Sardigna e all’estero, hanno organizzato eventi in vista di “Sa die de sa Sardigna”, stringendosi le mani gli uni con altri e formando cerchi umani e infine scattando alcune fotografie e inviandole all’organizzazione di “Sa die in tundu”. La partecipazione è stata massiccia e, nonostante la novità dell’evento, si sono formati cerchi umani colorati e festanti nelle piazze, nei centri ricreativi, nelle scuole, intorno ai tanti beni culturali presenti nell’isola, nelle case e, le fotografie che sono arrivate da tutta la Sardegna e da diverse parti del mondo, hanno restituito uno spaccato di una società sarda innamorata della propria cultura e della propria coscienza nazionale.

Il cerchio è un simbolo molto importante per il popolo sardo, fin dall’età nuragica i sardi si mettevano in cerchio per prendere decisioni importanti, per cantare e ballare, per confrontarsi sulle questioni fondamentali della loro comunità creando così momenti di profonda condivisione.

Sa die in tundu vuole fare in modo che, attraverso questa semplice e riproducibile forma di comunicazione, tutti i sardi possano sentirsi partecipi della loro festa nazionale ricordando e rinnovando la propria storia, la propria cultura, la propria coscienza di appartenere ad una comunità ben precisa.

http://sadieintundu.net

Antonio Canalis Segretario del Premio Ozieri, una vita dedicata alla poesia “in limba” e a “sa limba” stessa.

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Antonio Canalis Segretario del Premio Ozieri, una vita dedicata alla poesia “in limba” e a “sa limba” stessa.

Quest’anno si festeggiano i 60 anni del premio letterario più antico dell’Isola nato nel 1956 e voluto fortissimamente dal poeta e maestro Tonino Ledda, padre dell’attuale presidente Dott. Vittorio Ledda, e dal Professor Domenico Masia alla presidenza. Come si fa a tenere vivo un premio in limba sarda, in una Sardigna in cui la popolazione parla sempre meno il sardo, soprattutto i giovani?

“Non è cosa semplice. Sessant’anni sono sei decenni o dodici lustri. Se togliamo gli anni dell’infanzia di ognuno, è quasi la durata di una vita media. Alla fine degli anni ’50 i racconti di persone anziane che avevano “fatto” la Grande Guerra mi sembravano arrivare dalla notte dei tempi. Invece erano passati solo quarant’anni (e un’altra guerra mondiale). Nelle famiglie e in “sos bighinados” si parlava quasi solo sardo. Le condizioni economiche erano bassissime, da miseria diffusa e condivisa. Naturalmente c’erano anche i ricchi. Una sparuta minoranza, però abbiente e potente. La scuola pubblica era ultraselettiva. Venivi bocciato anche in prima elementare… A me, per fortuna, non è mai capitato. E neppure di dover rimediare a settembre. Anche se non ho potuto fare grandi percorsi di studio. Stava cominciando l’epopea televisiva. L’italiano entrava nelle case. Quello che non riuscì a padre Dante nel ‘300 né a Manzoni cinquecento anni dopo, riusciva alla radio prima e al mezzo televisivo dopo. Naturalmente, un italiano livellato verso il basso. Quel che bastava… Conseguenza? Nelle famiglie si ritenne che il sardo fosse segnale e marchio indelebile di inferiorità. Chi tiene ancora alta la bandiera (a parte chi lo fa per motivi identitari e quasi patriottici) sono proprio i nostri poeti e i nostri autori. Qualcuno, malignamente soggiunge che questi ultimi benemeriti siano più che altro a caccia di premi. Dimenticando però una cosa che arriva dalla notte dei tempi: “Carmina non dant panem”. Verità attuale più che mai.

  • Nel 1967, 11 anni dopo, al Premio Ozieri ci fu il primo dibattito pubblico su “Sa limba sarda” e sulla necessità di codificazione ortografica della stessa, in cui diversi esperti furono chiamati per la prima volta ad esprimersi su questo tema che ancora oggi è di grande attualità e fa discutere molto, con tesi e posizioni diverse. Rispetto alla codificazione ortografica, il Premio come si esprime oggi, sceglie? E quale sceglie? LSU, LSC, massima libertà, ecc. Qual è la posizione ufficiale?
  • “C’è da dire che dal dibattito dei vari studiosi di quasi mezzo secolo fa, già si avvertivano le difficoltà di sopravvivenza della lingua sarda, ormai in balìa dell’italiano della scuola, dicevamo, ma soprattutto della radio e della televisione, con tutti i pro e i contro che ne derivano. Il Premio Ozieri e gli studiosi che gli stavano a corona si resero conto da subito che occorreva fare qualcosa, anche (ma solo in apparenza) di poco conto. Il Premio emanò una pagina di “indicazioni per una corretta scrittura del sardo”. Una pietra miliare che partiva dall’osservazione dei lavori che al Premio pervenivano e dal grande marasma invalso nell’abitudine degli autori di scrivere le loro cose con un linguaggio “fonetico”, ma improbabile. Un linguaggio che si avvicinasse al modo di pronunciare della propria comunità di origine. Come si sa, la pronuncia, anche all’interno di sub regioni etno-linguistiche, si differenzia da paese a paese. Si può immaginare il guazzabuglio, anche perché non si usava il linguaggio scientifico che impiegano gli studiosi di lingua e che è costellato di simboli unificati per i vari suoni. Il Premio emanò alcune proposte che si rivelarono molto utili, sebbene non risolutive. Ci starebbe bene qualche esempio. Ne faccio solo uno per rendere l’idea. Il pane grosso di grano duro (diciamo quello a forma di pagnotta che è tipico, tanto per dire, di Sanluri), con lievi differenze, si faceva quasi in tutta l’Isola. In Logudoro e dintorni veniva chiamato “su cogone”, nel nuorese e Barbagie varie “su coccone”, nei Campidani e paraggi: “su cocconi”. E però, per il modo di pronunciare le parole in quelle contrade, la lettera n andava quasi a sparire, per cui la pronuncia somigliava a “su cocco-i”. E tanti autori pretendevano di scrivere coccoi per il pane. Solo che nelle altre sub regioni della Sardegna, coccoi è la chiocciola. Un vero busillis. E non è l’unico. Riguardo invece a LSU, LSC, la posizione del Premio è ben nota. Benissimo che la LSC (derivata dalla LSU) abbia l’utilizzo per cui è nata, e cioè una limba sarda ad uso del bilinguismo degli atti della Regione: LSC in uscita, qualunque parlata locale negli atti in entrata verso la Regione. Il Premio accoglie altresì i lavori che partecipano ai concorsi da esso banditi anche nella LSC. In verità qualcuno, tra gli autori, frigna. Il tempo dirà della bontà della proposta…
  • La lingua sarda, i premi letterari e le istituzioni, rapporto facile o difficile? Cosa la politica e gli intellettuali sardi possono fare per una maggiore tutela?

Per entrambi gli argomenti , l’attenzione delle istituzioni, anche di quelle in teoria preposte alla tutela e alla salvaguardia del settore, sta sempre più diventando epidermica. Quasi un fastidio. La vedo durissima. Come Premio abbiamo anche avuto – orsono venticinque anni fa – la velleità di far nascere un “Centro di Documentazione della letteratura regionale in limba”. Nei primi anni ’90 del secolo scorso venne acquisito e adattato con fondi regionali, a cura della soppressa VI Comunità Montana del Monte Acuto, uno stabile in disarmo di epoca spagnola in centro storico. Un esempio virtuoso e chiaroveggente di riuso e recupero di stabili allora del tutto trascurati e che spesso finivano in rovina. L’idea era nuova e, almeno in apparenza, vincente. Cominciammo a portare il materiale poetico letterario (migliaia di testi, di scritti, di proposte, di critiche costruttive. E libri, filmati, fotografie, documentazioni, lasciti di poeti estemporanei)… Un vero patrimonio invidiabile ed invidiato. Tutto bene, allora? Macché. Presto si scatenarono appetiti e accidie senza motivo e senza titolo. Tuttora ci dobbiamo difendere e, quel che è peggio, si va avanti a passi molto piccoli. Ma il nostro è puro volontariato senza fini di lucro. Siamo forti della nostra debolezza. Ma anche decisi a resistere… Un vero peccato. Ma forse non riusciamo a farci capire. E, in definitiva, la colpa è soprattutto nostra. Guai a non avere padrini politici!

  • Ormai non siamo più un popolo sardofono, ma lo siamo mai stati davvero?

La scuola e la chiesa, che fecero e/o imposero nei secoli scelte “italiane”, possono oggi trovare soluzioni, lì dove la famiglia ha abbandonato la tradizione di tramandare la lingua madre? Sono convinto che le scelte “italiane” per la lingua abbiano si e no un secolo. Se poi intendiamo che ogni vincitore impone la sua lingua, allora conviene rivangare anche le epoche passate a partire dalla fine della civiltà nuragica, con condimento di punico, latino, spagnolo/catalano/aragonese/castigliano e infine italiano. Credo che l’età dell’oro, per la lingua materna, sia stato solo il nuragico. Ma forse è illusione d’amore!… Ci sono peraltro testimonianze scritte che attestano l’uso del sardo volgare nell’Isola già intorno all’anno 1000 dopo Cristo e magari un po’ prima. L’italiano venne proposto da padre Dante intorno al 1300, mutuandolo dal volgare toscano. Per una volta, guarda caso, eravamo avanti di tre secoli!

  • Ha senso oggi rivendicare la lingua sarda come diritto politico identitario?

Inoghe, peroe, rispondo in sardu Logudoresu.

Semus bivende in tempos chi sa limba sarda paret pretziada e connota solu dai sos mannos pagu istudiados. Pius pagu dai sos piseddos de logos nostros. Tottu custu, finas ca sos mannos an pensadu chi s’impitu de sa limba sarda daet pagu meritu a sos minores e chi est menzus a los creschere connoschende solu s’italianu e.i sas ateras limbas chi a dies de oe poden aberrer pius giannas in sa vida e in su tribagliu. E tando, italianu e – chentza mancare – inglesu, sa limba de s’informatica e de sas comunicatziones lestras dai unu cabu a s’ateru ‘e mundu. Nudda est pius irbagliadu, ca nde semus seghende sas raighinas de s’identidade nostra, de Sardos. Chi an un’istoria longa de ammentare e de difendere. E pustis, ca a ischire dai sende minore una limba de ammentu culturale non disturbat su fattu ‘e imparare ateras limbas. Est iscumbattadu chi unu piseddu podet imparare finas a sett’otto limbas. Et est resultadu finas chi su plurilinguismu aberit de pius sa mente et est una richesa manna chi podet abberrer milli giannas. Literadura sarda. Sos reladores sun totu poetes e iscritores o ammanizadores de sos nostros. Creo chi siat importante chi bi ‘enzat zente interessada a dare testimonia de su chi sun bistados pro s’Isula nostra e pro s’istudiu de sa limba sarda sos premios literarios. Unu tribagliu pagu riconnòschidu, ma non pro cussu pius pagu importante. E si sa limba sarda non benit a mòrrere, una fitighedda manna de meritu si devet finas a sos poetes e iscritores de sos premios, chi de tzertu no l’an fatu pro interessu, ma pro amore veru a sa nadìa. E, a tottu mal’andare, si no atteru, sa limba sarda in tottas sas faeddadas suas (e finas sas limbas alloglottas” o “eteroglossias internas”, las amus nessi “imbalsamadas”. Pagu bos paret?

Saludos mannos cabales a tottu. E a sos chent’annos!

http://www.sardegnabiblioteche.it/index.php?xsl=839&s=2&v=9&c=5670&codice=PR-OV0104

Intervista ad Alberto Masala poeta e scrittore.


Intervista ad Alberto Masala poeta e scrittore.

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Alberto Masala, il nome del nostro blog si rifà a una famosa frase di un suo testo. https://www.youtube.com/watch?v=y2_GF62lOmA

  • Alberto Masala, sardo di nascita, bolognese di adozione, per tutta la vita cittadino del mondo. Emigrante, immigrato o migrante? La nostalgia è un sentimento che ti appartiene?

Sono sardo. E lo sono rimasto nonostante sia distante da più di quarant’anni. Ma tu dici bene: cittadino del mondo. E lo ero anche quando stavo in Sardegna. Infatti, la curiosità e la voglia di conoscere sono da sempre i motori che mi portano a cercare e vedere ovunque. Non un emigrato né un migrante nell’accezione più convenzionale. Ciò che mi ha spinto è la scelta, la curiosità intellettuale, mai un obbligo. È comunque certo che in Sardegna sarebbe stato impossibile vivere: non c’era e non c’è un adeguato sistema culturale. Tutto è più difficile e sarebbe stato umiliante tentare attraverso ‘favori’ e compromessi. Rapportarsi con l’arroganza del potere e la mediocrità, indebolisce e deprime. Non era per me e non ci ho nemmeno mai provato. Questo, però, vale anche per gli altri luoghi, fuori dalla Sardegna. Con una sostanziale differenza: fuori la mobilità è possibile e a quei tempi si potevano creare spazi vivaci e adatti alla costruzione di progetti utopici. Ho vissuto quella stagione da protagonista ed ho conquistato lo spazio per attrezzarmi e continuare anche oggi, che tutto sembra scomparire.

Quanto alla nostalgia, è un sentimento che non conosco. Non ho rimpianti, solo desideri. Ho desiderato spesso di tornare a vivere in Sardegna, ma è la Sardegna stessa che me l’ha impedito con un sistema del potere culturale talmente piccolo e ristretto che sarebbe stato frustrante tentare di starci in mezzo. Non parlo, ovviamente, delle genialità e delle capacità personali che lì esistono in abbondanza e non in misura minore di altri luoghi. Ora sento la mancanza della Sardegna, ma in una dimensione intima e personale. E con molta sofferenza nel vedere una gente disposta ad accogliere ogni disastro ambientale, ogni umiliante sottomissione, ogni arrogante invasività, ogni occupazione, ogni espropriazione, in nome di una sopravvivenza subordinata, remissiva, e senza alcun futuro. Alla Sardegna nell’ultimo secolo è stata sottratta la dignità, e ci vorrà molto tempo e molto lavoro perché ne ricompaia la coscienza.

  • Alberto Masala poeta, la lingua sarda e le altre lingue che conosci e usi per scrivere. Qual è il rapporto con la lingua madre e quello con le lingue “altre”? Poeticamente parlando, l’uso che ne fai ha finalità diverse?

Parlo in sardo logudorese nelle due varianti. Il sardo è la mia lingua, quella in cui ancora penso. Possiedo altre lingue, e sono in grado di scriverle e parlarle a livello letterario. Le uso in maniera strumentalmente espressiva, oltre che ritmica e sonora, sempre in funzione comunicativa. Oggi la questione della lingua si pone per il sardo, quasi scomparso e mal parlato, ma anche per l’italiano, che subisce un grave analfabetismo di ritorno. Anche questa è un indice di perdita di dignità e un avanzamento verso quella società distopica governata solo dall’Epica delle Merci. Un popolo che accetta di essere privato della propria lingua diventa velocemente dislessico e inespressivo. E si rifugia nevroticamente in patetici concetti identitari, basati su un’idea autistica, falsa e morale, in opposizione al più vasto e aperto concetto di appartenenza, che, al contrario, è agganciato all’idea etica del mondo. Una forma di resistenza è la pratica quotidiana, personale e collettiva, della decolonizzazione, la riconquista della propria autonomia interiore e la sua estensione alle aggregazioni sociali in cui esistiamo. Un viaggio verso l’autonomia dello sguardo sulle cose. Dico sempre che ‘l’arte non può parlare di libertà, ma deve invece parlare di liberazione’. Ecco: la poesia è lo strumento di cui mi sono dotato per praticare questa tensione e testimoniarla. La lingua è il suo tramite che ne accredita la funzione sociale. Per questo è necessario avere con essa un rapporto profondo e sostanziale, fino all’etimo.

  • Alberto Masala e l’impegno (in)civile/politico. La poesia sarda può servire la causa indipendentista? Se sì, praticata come? L’autodeterminazione del popolo sardo è una giusta e attuabile rivendicazione, o un’utopia?

Non ho un impegno “civile”, parola in cui non credo perché legata a una visione ‘morale’ dettata dai sistemi del potere, e che, inoltre, in sardo ha anche una valenza ironica come la parola “giustizia”. Ho però un impegno etico e umano che non ho mai tradito.

La poesia è un mezzo che può servire qualsiasi causa, dipende da chi lo usa. È parola, è fatta di parole, e non santifica a priori. Anche Karadzic, Stalin e Hitler hanno scritto poesie, non solo Majakovskij. La mia poesia non serve nessuna causa né alcuna patria, un concetto che mi vede distante. Anche se, ripeto, ho un forte senso di appartenenza al territorio in cui sono nato e cresciuto ed ho amore per la lingua che mi ha formato. Quando parlo di appartenenza, utilizzo la ricchezza cromatica delle differenze che ogni cultura sa trasportare. Se ammettessi di avere una patria, questa sarebbe certamente nella mia lingua. Ciò che scrivo è determinato dalla direzione del mio pensiero e dalla capacità di trasformarlo in canto, rappresentativo, di tutti… è la figura dell’intellettuale che io chiamo “contemporaneo con radici”, non retorico né ideologico, capace di essere interprete e di meritarsi l’incarico di portare la “voce” della propria gente anche nei nuovi contesti e con linguaggi contemporanei. Dunque non chiederti se la mia poesia può essere utile, chiediti piuttosto che cosa penso, cosa mi spinge e mi trasporta, e se questo possa servire a qualcosa.

L’autodeterminazione è, come tutte le tensioni di liberazione, carica di valenze utopiche. Ma è proprio l’utopia ciò che ci spinge a desiderare e progettare. Se viviamo nell’Utopia avremo la forza e la spinta del desiderio. È proprio ciò che serve per progettare un futuro. È la distanza da questo processo a preoccuparmi, insieme al fatto che la Sardegna s’impoverisce delle sue intelligenze in un processo irreversibile che va avanti da oltre cinquant’anni. Comunque credo sinceramente nell’autodeterminazione di ogni popolo. Il problema sta nel meritarla, oltre che nel costruirla. È solo progettando l’utopia che si trova la spinta necessaria. Ma sarebbe un discorso molto lungo e non voglio banalizzarlo qui con povere e generiche affermazioni. Se ne potrà discutere meglio.

 

Intervista ad Antoni Flore Motzo sul libro “Le pietre di Lèari”

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  • – Di che cosa parla Le pietre di Lèari?

L’opera “Le Pietre di Leàri” tratta della rivolta della tribù montiferrina degli Olèa (Sardi Pelliti), inserita nel contesto più ampio della grande insurrezione anti-romana degli Ilienses e dei Balari (177-176 a.C.), gentes tardo-nuragiche. A 38 anni dalla celebre ribellione di Ampsìcora, Giudice di Cornus, i fremiti di libertà non si erano ancora del tutto esauriti nella Sardegna centro-occidentale.

  • – Perché nel Duemila c’è ancora bisogno di scavare nella nostra storia, anche con l’aiuto della fantasia?

La storia è un attributo fondamentale dell’esistenza di una comunità, al pari della lingua. Il ricordo, la memoria collettiva cementano l’identità nel presente. Un popolo che non ha un passato, di conseguenza, non ha nemmeno un futuro, ergo non esiste. Non a caso, la distruzione dell’idioma e della storia patria sono, da sempre, gli obbiettivi principali di ogni opera di colonizzazione.

  • – Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo storico?

Forte della grande importanza della storia sarda nella costruzione del nostro spirito nazionale, ho sempre percepito il mio essere storico come una missione, non come un’opera di erudizione personale, fine a se stessa. La funzionalità sociale del mio lavoro è chiara: contribuire a diffondere coscienza di popolo.

  • – Molti sostengono che la “costante resistenziale” dei sardi è un’invenzione mitologica.

La costante resistenziale è un atteggiamento sociale persistente nella dinamica storica del Popolo Sardo, storicamente dimostrabile. Si tratta di un sentimento latente, spesso non organizzato ma diffuso che, ciclicamente, si traduce in una presa di coscienza collettiva da parte della nostra Nazione. È la brace che cova sotto la cenere, è il ricordo della libertà perduta.

  • – Cos’hanno in comune i sardi di oggi con i sardi che combatterono contro punici e romani?

Hanno in comune lo stesso sogno, la stessa speranza, la stessa meta di giustizia storica. Fortunatamente oggi il confronto si svolge sul campo meno cruento della democrazia, del consenso. Ma il numero di coloro che attualmente credono ad una Sardegna sovrana è continuamente eroso dalle fallaci promesse di una migliorativa unione con l’Italia, patrocinata da politicanti italianisti che mentono sapendo di mentire. Così, per un posto fisso, per incarichi e prebende, i capibastone politici, dai paesi alle città, tendono a mantenere lo status quo, presentandolo come l’unica condizione possibile. Credo sia compito dell’intellettualità sarda denunciare questo malgoverno, che, da 155 anni, mantiene la Sardegna nella miseria morale e materiale.

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