I tiranni sabaudi: un libro di Francesco Casula

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Intervista allo storico Francesco Casula sul suo ultimo libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”. 

  1. La Sardegna pullula di vie e piazze intitolate ai Savoia. Perché?

La presenza ubiquitaria dei Savoia nelle Vie e nelle Piazze sarde (e persino di Monumenti, loro dedicati, è il caso della statua di Carlo Felice in Piazza Yenne a Cagliari che un Comitato propone che venga fatta “sloggiare”) è la cartina di tornasole dell’ideologia, italiota e patriottarda, del Risogimento e dell’Unità d’Italia, visti, da parte della destra, del centro e della stessa sinistra come segno ed espressione di magnifiche sorti e progressive. Duncas, sos Savoias no si tocant! In quanto appunto “padri” sia del Risorgimento che dell’Unità, momenti e movimenti tendenti alla libertà e al rinnovamento, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della “Questione sarda” (e meridionale) ancora oggi più presenti che mai. Tutta la storia italiana – pensiamo ai libri di testo della scuola ufficiale – è stata “letta”, costruita e modulata in base a tale categoria storiografica, chiaramente falsa e mistificatoria: come io nel saggio documento, dimostro e argomento. Ma tant’è: è stata metabolizzata e interiorizzata da parte della gran parte dei cittadini, financo sardi. Grazie anche all’opera mediatica e televisiva di guitti e cortigiani come Benigni. Sull’Unità d’Italia voglio solo riportare quanto scrive Giuseppe Dessì in quel meraviglioso romanzo che è Paese d’Ombre: “era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola, divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

  1. Sui libri di storia si legge che i Savoia hanno fatto progredire la Sardegna rispetto all’epoca spagnola considerata la vera epoca di decadenza. Stanno così le cose?

Assolutamente no. I catalano-aragonesi prima e gli spagnoli dopo non erano certo benefattori: spremevano fiscalmente i sardi fino all’osso. Ma i Savoia sono stati molto peggio. Sia per quanto attiene alla tassazione che alla repressione. Con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardarono lo sviluppo della Sardegna di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu. Il libro documenta in modo rigoroso le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946) attraverso citazioni di scritti, libri e documenti anche di storici e intellettuali filo monarchici e persino filo sabaudi: penso a Pietro Martini o a Giovanni Lavagna, patrizio algherese. E dunque non solo di avversari come Mazzini o Giovanni Maria Angioy. Carlo Felice in particolare fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu infatti crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è un “pigro imbecille”.

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3. Chi e come ha maggiormente italianizzato la Sardegna? I Savoia o la Repubblica?

E’ una bella gara. La desardizzazione e snazionalizzazione inizia con l’imposizione, da parte dei Savoia della lingua italiana (1776). Il sardo viene non solo proibito ma criminalizzato. Carlo Baudi di Vesme nell’opera Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, scritta, su incarico del re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione! Ovvero la lingua sarda è da estirpare in quanto espressione di inciviltà e la si deve trascendere con la lingua italiana, concepita come civile! Per quanto attiene alla storia ricordo che a Pietro Martini, uno dei padri della storiografia sarda, intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, le autorità governative piemontesi risposero che nelle scuole dello Stato “debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia”. Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale, la ritroviamo pari pari anche nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia post unitaria: con i programmi scolastici, impostati secondo una logica rigidamente statalista e italocentrica, finalizzati a creare una coscienza “unitaria“, uno spirito “nazionale”, capace di superare i limiti – così si pensava (e si vaneggiava!) – di una realtà politico-sociale estremamente composita sul piano storico, linguistico e culturale. Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “nazionalizzazione” dell’intera storia italiana ed è sopravvissuta sostanzialmente ancora oggi, con i programmi scolastici che tutt’ora escludono la storia locale e la lingua sarda.

4. Perché hai scritto un libro sui Savoia e sulla Sardegna?

La storia sarda è stata sostanzialmente interrata. Sepolta. Azzerata. E comunque censurata e persino mistificata e falsificata. Scritta dal punto di vista italiano, non sardo, “dei vincitori” – direbbe Cicitu Masala – e non dei “vinti”. La nostra storia dunque occorre non solo disseppellirla e studiarla ma anche riscriverla. Io ho tentato, in questo mio saggio, di riscrivere 226 anni di storia, meglio “di controstoria” sarda, del tutto assente nella scuola ufficiale. Il mio punto di vista, (che non solo non nego né nascondo ma rivendico orgogliosamente), è quello di uno studioso “militante”: impegnato a creare, diffondere e circuitare conoscenza, consapevolezza identitaria e nazionale sarda, autostima. Senza la quale non è possibile che la nostra Isola rompa le catene della dipendenza e della subalternità. Mi auguro che questo mio lavoro possa essere utile a quei consiglieri comunali che decidessero – finalmente – di rivedere la toponomastica sarda, per dedicare le nostre Vie e le nostre Piazze a sas feminas e a sos omines sardos de gabale, ai nostri eroi (Angioy, Cilocco, Sanna-Corda, Cadeddu) estromettendo i tiranni sabaudi e i loro lacchè e cortigiani.

fotografia della bandiera italiana tratta dal sito http://www.kubel1943.it/dettaglio.php?id=1883

Italiani, brava gente – Scida

Mercato del pane 16 dicembre 1911. Esecuzione di 14 arabi traditori, condannati dal Tribunale di Guerra Italiano
Mercato del pane 16 dicembre 1911 (Tripoli). Esecuzione di 14 arabi traditori, condannati dal Tribunale di Guerra Italiano

Mercoledì 7 dicembre alle ore 17 nella sala Maria Carta dell’ERSU (via Trentino, Cagliari), si svolgerà il convegno “Italiani brava gente – i crimini dell’imperialismo italiano”, organizzato da Scida Giovunus Indipendentistas.
L’evento si pone come fine l’approfondimento di una pagina rimossa, o narrata in modo deformato, della storia italiana (il colonialismo in Africa tra XIX e XX secolo e l’occupazione della Iugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale) e la riflessione sul ruolo avuto da questa, tanto nella costruzione dell’identità nazionale italiana – nel discorso sciovinista dominante e nella cultura generale dei cittadini – quanto sui suoi effetti nelle vicende storiche dell’Italia repubblicana e dell’attualità.

Saranno ospiti due autorevoli studiosi: Alessandro Pes, docente e ricercatore di storia contemporanea nell’Università di Cagliari, autore di diversi saggi sull’imperialismo italiano,  curatore – con Valeria Deplano – del libro “Quel che resta dell’Impero. La cultura coloniale degli italiani” (Mimesis, 2014); Eric Gobetti, storico, specializzato nella Storia della Iugoslavia e autore del saggio “L’occupazione allegra. Gli italiani in Iugoslavia 1941-43” (Carocci, 2007).

Scida introdurrà le relazioni dei due storici, con una propria riflessione sul collegamento tra l’imperialismo italiano e il colonialismo interno in Sardegna, evidenziando tre elementi: il rapporto tra italianità e colonialità nell’isola, a partire dalla tipica dicotomia colonialista tra civiltà e barbarie, veicolata sotto la dominazione piemontese prima e nello Stato unitario poi; la funzione della razzializzazione dei sardi nella costruzione di un’identità sarda subalterna e nella giustificazione dello sfruttamento economico e della violenza coloniale; la rimozione della memoria della Divisione Sassari in Iugoslavia, tra l’utilizzo dell’Esercito nell’isola (specie con la strumentalizzazione dei militari sardi) come emblema di italianità e rimozione generale dei crimini compiuti dall’Italia nei Balcani.

 

Su Mortu Mortu

llA ri dì d’oggi, li tradizioni nostrhi so andendi sempri più ipparendi pà lagà lu loggu a chissi chi n’arribani innè fora, pa dinni una Halloween, una festha chi pari più un “carrasciari” cunsumisthigu chi althru.

Innè noi, basthamenti, li mosthi s’ammintabani cun la festha di “Li mosthi mosthi” o “Su mortu mortu” in sardhu, i ra notti drentu a lu 31 di santuaini e lu 1 di Santandria.
Li femmini, candu l’ommini erani fora di casa pa trabaglià, priparàbani li pabassini, altrhi dozzi e la tzena, addabboi apparicciavani ra banca e puniani unu piattu cun lu magnà chi priffiriani li mosthi, un pezzu di pàni, una tatza d’eba o vìnu. Tuttu ghisthu kena mai la furchetta o lu cultheddu, acchì si cridia chi li morthi pudiani fa mari a ga v’era in casa. I ra janna o i ri baschoni, dubia d’assè postha la “candera isthiarigga” cumenti tandu si dizzia, pà fa luzzi a li mosthi.

Li pitzinni, visthuddi cun lu chi acciappabani, isciani in carrera a priguntà figga secca, mera, nozi o calchi soldhu, e si dazziani in ciambu prighieri pa onorà li mosthi, acchì no erani da timì, dizziani l’antigghi. Inveci, ri piccinneddi d’abà andani a zoccà la janna e prigunteggiani “Dolcetto o scherzetto”, cumenti fazzini in America ma puru in Inghilterra, ca sigundu eddi, si dizzi chi in chissa notti jirani l’ipiriti marigni. Chistha è la diffarentzia drentu la nostrha festha e la d’eddi.

Si cuntàba puru, sempri i ra notti drentu a lu 31 di santuaini e lu 1 di santandria, chi v’erani li fantàsimi di chisthi fraddi chi faràbani in pruzissioni, accuguddaddi e cun li caddeni a li giambutzi, da la geja di Santu Jagu di Taniga (abà San Camillo, i la carrerra beccia pa andà a Sossu), pa avviassi a ru campusantu.

Pianu pianu, tutti chishti gosi pari siani andendi e ipparendi, pa dà loggu a ri più nobi e famosi custhumi chi so arribiddi da fora ma, pa furthuna, vi so passoni chi in ri ziddai e in li biddi di la Sardigna, so fendi di ru tuttu pa ammintà a ri pitzinni d’oggi cuari so li nosthri tradizioni e li nosthri radizzi, siddaddu e patrimòniu di l’isthòria sassaresa e sardha tutta.

Contestazione seminario UNISS: Fuori la guerra dall’Università

sigillo-e-marchio-logotipo-unissIl giorno 13 ottobre si è tenuto, all’Università degli Studi di Sassari (UNISS), un seminario organizzato dal Corso di Laurea in Cooperazione e Sicurezza Internazionale, constestato e fermato dagli studenti e militanti dei movimenti contro l’occupazione militare della Sardegna.
I contestatori hanno esposto fin da subito uno striscione:
“Fuori la guerra dall’università”
così da interrompere i militari e impadronirsi del microfono. Hanno poi spiegato ai partecipanti i motivi dell’azione, denunciando la subdola funzione del corso di laurea pensato con l’obiettivo di formare figure professionali che si posizionino a metà strada tra l’ambito civile e quello militare.

Dietro le belle parole dell’Ateneo, che da sempre ha assicurato “un progetto culturale altamente innovativo che si discosta dai corsi incentrato unicamente sulle Scienze della Difesa e della Sicurezza a indirizzo militare” si nascondeva- e si nasconde tutt’oggi- un progetto ben più
ampio.
A partire dagli ultimi anni, infatti, sono nati- anche nel panorama universitario italiano- diversi corsi di laurea, finalizzati a creare nuove figure professionali. Dette figure sono formate per operare nell’ambito dei
conflitti, delle calamità naturali e dei problemi di sicurezza.

Come mai?
Dieci anni fa i paesi della NATO scrissero un documento intitolato “Nato 2020 Urban Operation”, con l’intento di individuare le linee guida di una politica internazionale per prevenire e gestire situazioni di conflittualità, tanto nei lontani scenari di guerra quanto nei vicini confini dei paesi europei. Tra le linee guida spiccava quella denominata Impegno,
ossia “gestire una situazione di conflittualità, non solo con l’attacco diretto alle forze nemiche, ma anche con la gestione degli effetti del conflitto sulla popolazione non combattente.
E poiché, secondo Nato 2020, il campo d’azione va dal conflitto su larga scala all’assistenza umanitaria, diventa necessario lavorare su un aspetto: stringere il piano militare a quello civile.

A tale scopo non basta solamente rafforzare l’immaginario del militare come operatore di pace, ma è necessaria la creazione di nuove figure professionali a carattere civile, capaci di affiancare il lavoro del militare sul campo.
Una figura fondamentale non solo per la gestione del conflitto in sé, ma anche per rendere più umanitario il volto di una guerra, in grado di gestire la fase di transizione del paese in un nuovo regime.

Ecco che da lì a qualche anno, prima nei paesi anglosassoni poi in quelli vicini, iniziano a fioccare nuovi corsi di laurea in “gestione del conflitto”, “sicurezza e cooperazione” e via discorrendo. E, così, anche se in ritardo, arriva a Sassari il CdL in Sicurezza e Cooperazione Internazionale.
Questo corso (finanziato per il 50% dal Ministero della Difesa e del Tesoro) si rivolge a due categorie di studenti:

  • quelli standard, ovvero civili;
  • quelli militariPer la cronaca questi ultimi, secondo il regolamento di ateneo, pagheranno solamente 500 euro di tasse all’anno.Le figure professionali che ne usciranno saranno dei tecnici al servizio tanto del Ministero della Difesa, quanto di aziende che operano e investono in zone di guerra, del Ministero
    dell’Interno nella gestione dei flussi migratori e dei campi della protezione civile dopo le calamità naturali. Tutti questi contesti sono accomunati dal concetto di “emergenza” che si traduce praticamente nella militarizzazione delle dinamiche civili, resa possibile dall’infiltrazione dei militari nella società.

Idee di Sardegna- Intervista a Carlo Pala

cover-pala-urn-sardinnyaIntervista a Carlo Pala, politologo nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Sassari. Si occupa di diversi temi, tra i quali soprattutto il conflitto centro-periferia, le nazioni senza stato, i partiti, etnoregionalismi, gli indipendentismi in Europa.

#1 A cosa, con una difficilissima sintesi, è dovuta quella “mancata capacità del popolo sardo di riconoscere le ragioni della propria specialità” di cui hai parlato nel tuo intervento? È dunque l’incapacità storica, tranne che in poche straordinarie occasioni, di ribellarsi all’essere diventati periferia e colonia?

A una questione eminentemente di carattere educativo. Potrà sembrare forse una parola grossa, ma non tutto viene per caso e non tutto, a volte aggiungerei, si conserva per caso. Nemmeno in politica e in tutto ciò che ad essa è legato. Se determinate sensazioni non si coltivano, possono anche non perdersi, ma sicuramente subiscono battute d’arresto cui il principale protagonista è chi non ha saputo coltivarle. Immaginiamoci per ciò che concerne il popolo. E quanto questo crede, sente, percepisce e rielabora. Se non ha coscienza e percezione, ad esempio, che determinate caratteristiche oggettive, quindi difficilmente opinabili, non sono più tali, esse smettono di divenire una tratto distintivo e si trasformano invece in un tratto tale come altri. Relativamente a regioni particolari dotate di terminati tratti salienti, esse sono più che altro confinate in un ambito culturale (come la lingua, gli usi e i costumi), storico (la presenza di determinati elementi comuni del passato), talvolta religioso, e tanti altri. Per ciò che riguarda la Sardegna, è successo che il popolo sardo lo si è convinto di possedere tratti caratteristici alla base della sua specialità senza spiegargli quali, come e perché. Questo ha finito per sfiduciare il popolo sardo, finendo quasi per convincerlo che in effetti questi tratti non li aveva; dunque, che era quasi giusto, ed è questa una teoria che oramai va per la maggiore in tutto il resto d’Italia, che non avesse più nessuna autonomia da esercitare. Un paradosso incredibile. Io credo, personalmente, che il popolo sardo abbia quelle caratteristiche, ne sono convinto, ma non potrei dire in che modo farle valere: per alcuni, mantenendo la stessa autonomia di adesso o una maggiore, per altri addirittura una piena indipendenza. Quello che so è che nello statuto sardo manca qualsiasi tipo di riferimento a questa tematica e che l’art. 1 dello statuto della nostra Regione è significativo. Non fa altro che ribadire un concetto che tutti conoscono (la Sardegna è un’isola) senza che vi sia in alcun articolo dello steso nessun riferimento al concetto di popolo, di lingua, di nazione. anche in presenza di questi elementi si può scegliere di vivere all’interno del contesto statuale oggi dato, ma il fatto che non ci siano non rende certamente più forte la posizione di chi dovrà andare, credo molto presto, a difendere le ragioni della specialità.

In un certo senso, poi, la ribellione è consequenziale. Io non so, a volte non sono sicuro di poter definire la Sardegna come una colonia (sebbene le dinamiche post-industriali e della modernizzazione hanno visto avverarsi proprio questa sensazione: pensiamo a un popolo di agricoltori e pastori che d’emblée si trovano trasformati in operai senza il graduale passaggio sociale ed economico), ma non ho dubbi che sia un periferia e non solo per ragioni di tipo geografico. La periferia acquisisce uno status che spesso le è stato imposto. Ci sono periferie che non hanno avuto difficoltà storiche e politiche a riconoscersi in quello status, e lo hanno accettato, anzi difeso oserei dire. Ed è rispettabile, anzi rispettabilissimo. Ci sono invece delle periferie che alcune condizioni non le hanno accettate, ma non le hanno neppure, allo stesso tempo, sapute contrastare. Non si può dunque parlare di un’accettazione tout court di uno status e nemmeno di un’altrettanta sollevazione. Le cosiddette nazioni senza stato, anche quelle che oggi paiono più reattive contro il centro, hanno attraversato periodi di effettivo contenimento delle loro proteste. È un fatto storico e politico e come tale va accettato. Diverso è il discorso in cui siano attivi, anche intervallati, sentimenti di ribellioni ad alcuni status imposti dal centro. Nel caso sardo, una combinazione tra guida politica locale delle élite sarde, l’incapacità dello stato a voler comprendere la Sardegna, la depauperazione delle risorse dell’isola e, non meno importante, la mancata risoluzione dei problemi dell’isola (come l’energia, i trasporti, più quelli interni paradossalmente che quelli esterni, l’ambiente, la cultura e la lingua), ecco, questi sono elementi che spiegano perché non si siano viste nella nostra terra, se non a ondate, funzioni di protesta perduranti.

#2 Credi che i tempi siano maturi per una convergenza delle forze indipendentiste e eventualmente, quali strategie e risorse sarebbe necessario mettere in campo?

Questa risposta, se la dessi io avendo la presunzione di poterla dare, sarei solo un illuso e soprattutto irrispettoso nei confronti dei soggetti politici che umilmente tento di analizzare e studiare. è sicuramente una domanda molto importante, direi quasi centrale nei miei studi, per potermene però distaccare così. Quindi tenterò di dare una mia opinione, sempre sottolineando con rispetto però che i soggetti politici che fanno le scelte ne sanno ben più di me e quindi l’opinione, per quanto possa essa essere più o meno credibile come quella di un politologo che studia queste cosa, lascia sempre tanti spazi scoperti che necessitano di tante variabili per essere compresi appieno. Io non credo che le forze indipendentiste siano tutte uguali. Non credo nemmeno che esse debbano trovare una convergenza, forzata e forzosa, da un punto di vista elettorale, per quanto mi renda conto che ciò possa essere auspicabile agli occhi di chi si sente rappresentato da questi partiti e da chi se ne sentirebbe sempre più. Infatti, è questo il punto. Ciò che manca oggi nelle forze politiche indipendentiste, che ancora non si sono pienamente rese conto di quanto la società potrebbe essere maggiormente recettiva ai loro temi, è un dialogo continuo. Ovvero, e ancor più, un tentativo di fare sintesi su alcuni punti comuni. Per la verità un tentativo di questo genere era stato fatto e nemmeno tanti anni fa, proprio dalla forza politica che maggiormente poteva sembrare lontana da questa volontà. Però oggi manca completamente questo tentativo che porterebbe, a mio avviso, due principali benefici a quel mondo. Il primo, è legato al fatto che la condivisione di alcuni temi costringerebbe, ma volontariamente, le varie sigle autonomiste, sovraniste cosiddette e indipendentiste, a trovare punti di lotta comuni, indipendentemente dalla loro posizione politica: in maggioranza consiliare, in minoranza, fuori dal Consiglio stesso, poco cambierebbe. Il secondo aspetto è legato la rapporto con la società sarda. I partiti indipendentisti non sono riusciti a mantenere vicini a sé un insieme di giovani sardi che avevano sposato la loro causa. Questo non vuol dire che questo non sia possibile anche ora o che non stia avvenendo ancora, per alcune forze più che per altre. Però l’impegno politico diretto è essenziale se si vuole proseguire quell’opera di educazione, come mi sono permesso di chiamarla nella precedente domanda, che servirebbe essenzialmente per cementificare quello che i francesi definirebbero esprit de peuple. Dunque i tempi per una convergenza totale, se per questa si intende un’alleanza politico-elettorale di queste forze, non mi sembrano maturi, sebbene non li consideri per forza lontanissimi, tuttavia. Piuttosto, quel processo di sintesi di cui parlavo, come processo di rielaborazione di risorse e di cambiamento strategico, potrebbe essere un aspetto altamente qualificato non solo per la maturità politica di questi partiti, ma anche per la capacità di candidarsi a una guida futura, ma non tanto, della Sardegna, svolgendo un ruolo di guida anche per altri partiti italiani che operano in Sardegna; i quali, per quanto maggioritari, hanno nel recente passato mostrato un’attenzione senza precedenti rispetto a tali formazioni politiche. D’altronde, in Scozia, in Catalogna e più recentemente in Corsica e nei Paesi Baschi, non è che la situazione fosse così tanto diversa dalla Sardegna non più di trenta anni fa (e in Catalogna, molto meno).

Jesù Cristu ‘Etzu: un romanzo bilingue

paolo_lobinoPaolo Lubinu scrittore sardo che per il suo ultimo lavoro, il romanzo “Jesù Cristu ‘Etzu”, ha scelto una scrittura bilingue “alterna” tra italiano e sardo.

Espressione identitaria convinta, o mero esperimento linguistico? Il tuo rapporto con la lingua madre.

Jesù Cristu ‘Etzu è un romanzo corale interamente ambientato nei giardini pubblici di un paese della provincia di Sassari negli anni novanta. La voce che narra è un personaggio che non si rivela mai e che parla in prima persona plurale, dunque cede spesso la parola agli altri personaggi che popolano i giardini: sono loro perlopiù a raccontare la storia, e lo fanno seguendo uno stile orale, spesso gergale, a seconda della cultura e dell’estrazione sociale di provenienza. Ci si trova perciò davanti a un marasma stilistico furioso, dove si passa dalle iperbole e dai simbolismi di Jesù Cristu ‘Etzu, il vecchio clochard che parla solo in versi, al gergo giovanile e alla lingua sarda logudorese. I personaggi che parlano in limba e in particolare zio Bussanu – un ragazzo di ventotto anni che tutti chiamano zio per via della sua parlata – non lo fanno mai per ragioni folkloristiche o pseudo identitarie, ma più semplicemente per questioni sociali. Zio Bussanu è un escluso, scarsamente scolarizzato e vive un profondo conflitto con ogni tipo di istituzione; la sua e quella di altri personaggi è una resistenza passiva e inconsapevole (alla globalizzazione ben avviata in quegli anni), ma che rasenta una dimensione politica vera e propria nella lotta in cui i ragazzi dei giardini si riuniscono grazie a Jesù Cristu ‘Etzu. Lo spirito di questa lotta è beatamente rozzo e libertario e così, in linea con questo spirito, ho scelto di lasciar parlare i personaggi con la loro voce, tutto qua. Poi, sul mio rapporto con la lingua non ho molto da dire: mi considero bilingue, anche se raramente parlo in sardo. Il romanzo è stata una bella occasione per approfondire ed esprimere una musicalità della lingua sarda che trovo semplicemente bella. M’ant pesadu in italianu, ma issos (babbu e mama) faeddaiant sempre in sardu tra issos, comente a tota sa famìglia. No l’apo mai faeddadu, ma lu penso, l’intendo e como l’iscrio fintzas…

Paolo Lubinu editore multimediale indipendente, Underground X e collettivo Progetto Mayhem: da quali motivazioni prende avvio questo progetto “indipendente” e quali le difficoltà per portarlo in porto?

Underground X è una casa di produzioni di cui sono co-fondatore insieme ai miei compagni, esiste dal 2009 e ci occupavamo principalmente di eventi musicali: organizzavamo concerti rock, punk, hardcore, metal e giù di lì, ne abbiamo fatti una trentina in meno di due anni. In questo contesto, un anno dopo, è nata la fanzine Underground X che si è evoluta nel tempo fino a diventare una rivista di cultura underground molto rispettata. Dato che i contenuti di cui ci occupavamo non erano più esclusivamente musicali ma culturali (o sottoculturali) artistici, teatrali, letterari eccetera, è stato spontaneo – o quasi – inserire il mio romanzo nel contesto Underground XJesù Cristu ‘Etzu è stato il pretesto per lanciarci in una serie di produzioni artistiche tra cui un libro di racconti illustrato dagli artisti del Progetto Mayhem, un cortometraggio e uno spettacolo teatrale. Abbiamo intenzione di proseguire per questa via, magari con più ordine, continuando a collaborare con il Progetto Mayhem. Le difficoltà che incontriamo coincidono esattamente con i nostri limiti: non c’è niente di oggettivo che ci frena.

Paolo Lubinu e la “politica”, in particolare quella culturale in Sardegna, quali prospettive per i giovani artisti sardi?

Non credo di essere in grado di rispondere a questa domanda, e se non è chiedere troppo mi piacerebbe non risponderti con una mia doppia poesiola:

Gai nos an pesadu

Comente frommìgulas,

gai nos an pesadu!

Totu imbreagos…

 sutzende su coro

dae su matessi dimòniu.

Su dimòniu

Sgomitare e sgomitare,

di questo si tratta.

In conclusione

dovresti sgomitare,

ma proprio tanto, mio caro:

sgomitare e sgomitare.

E quando finalmente

ce l’avrai fatta,

da lassù potrai capire.

Sgomitare e sgomitare,

che dolce trappola!

Grazie a Dio

qualcuno l’ha inventata…

Ma cos’è che sento brulicare?

Ah, siete voi!

Beh, allora brulicate!

Anzi, sgomitate…

Sgomitate!

Intervista a Pietro Simon Mossa.

Il 22 novembre ricorrerà il centenario dalla nascita del grande intellettuale indipendentista Antoni Simon Mossa. Per l’occasione, l’associazione sarda Pro no ismentigare diretta da Domitilla Mannu, ha voluto dare alle stampe due testi inediti.

AntoniSM

Pubblicati dalla EDES, Editrice Democratica Sarda, col contributo della Fondazione Banco di Sardegna, i libri, col testo italiano a fronte, s’intitolano “Evangelios” e “El pont retrobat” e sono rispettivamente in sardo e in catalano, lingue che Mossa conosceva perfettamente e per la cui difesa e promozione si batteva.

Abbiamo intervistato il figlio di Simon Mossa, Pietro.

La Biblioteca dell’Evasione al carcere di Bancali

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Immagine tratta da: http://libreriamo.it/wp-content/uploads/2015/08/03072014104851_sm_8119.jpg

La Biblioteca dell’Evasione è un progetto che mette a disposizione dei detenuti libri, fumetti e riviste. L’obiettivo della stessa è di creare un rapporto di scambio con i detenuti, come recita il nome stesso, per far conoscere le realtà entro le galere e rompere l’isolamento che questa società instaura nei confronti del carcere e dei carcerati.

Nella giornata di sabato 18 giugno 2016, la Biblioteca dell’Evasione ha voluto discutere con il popolo la questione orari di prenotazione dei colloqui da parte dei familiari dei detenuti del carcere di Sassari, nella frazione di Bancali.

Diverse lamentele sono state ricevute da parte dei familiari riguardo la difficoltà di fissare il colloquio con il proprio caro. A tal proposito è stato fatto compilare loro un questionario  durante l’attesa per le visite: non solo si sono soffermati a compilare i moduli a crocette, ma si sono trattenuti a parlare con gli attivisti della Biblioteca dell’Evasione, sottolineando altre cose che non vanno, una fra le tante l’attesa per l’ingresso, che spesso supera l’ora e mezza.

La giornata è, quindi, il primo passo di una battaglia che la Biblioteca intraprende al fianco dei familiari, per far sì che questi possano avere la possibilità di fissare l’appuntamento per il colloquio chiamando in più giorni e in una più ampia fascia oraria, dando la possibilità di organizzarsi a chi lavora e/o a chi viene da fuori Sassari, e così evitando che un familiare non possa vedere il proprio caro solamente perché non è riuscito a trovare la linea telefonica libera per fissare il colloquio.

Durante la giornata è stato distribuito un volantino informativo sull’ergastolo ostativo insieme alla proposta di mobilitazione, proposta dai detenuti del carcere di Catanzaro che invita tutti, detenuti e liberi cittadini, a manifestare in forme diverse in solidarietà alla protesta.

Per saperne di più: https://sidealibera.noblogs.org/biblioteca-dellevasione/

Sa die de sa Sardigna salvata dagli indipendentisti

Sa die de sa Sardigna salvata dagli indipendentisti

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È accaduto anche quest’anno, la festa della Sardegna, istituita con legge regionale il 14 settembre del 1993, per ricordare il lungo periodo rivoluzionario tra Settecento e Ottocento, è stata salvata dagli indipendentisti e in generale da associazioni, movimenti e intellettuali che hanno alzato una levata di scudi contro lo svuotamento di “Sa die” voluto dalla Giunta Regionale e in particolare dal governatore Pigliaru e dall’assessore alla cultura più antisardo degli ultimi decenni: Claudia Firino.

Di fretta e senza neppure crederci troppo l’assessore Firino aveva infatti annunciato, in una conferenza stampa un paio di giorni prima di “Sa Die” il programma per la festa istituzionale che si è risolto in un piccolo ritrovo tra burocrati e in uno spettacolo teatrale su temi che nulla c’entrano con la storia, la cultura e la coscienza nazionale del popolo sardo.
Beffa delle beffe la scelta della colonna sonora dello spot istituzionale di Sa Die: “Deus cunservet su re”, ovvero l’inno scritto in onore dei tiranni Savoia negli anni trenta dell’Ottocento, al termine del lungo periodo rivoluzionario che aveva incendiato le città e le campagne dell’isola e che aveva visto sacrificata la vita di tantissimi patrioti e rivoluzionari sardi uccisi in battaglia, sulle forche o costretti all’esilio proprio dai Savoia e dai loro alleati feudatari.
Ignoranza o volontà politica di infangare la memoria e la valenza assolutamente politica della rivoluzione sarda? Non è dato sapere. Ciò che invece sappiamo è che gli indipendentisti e tutta una vasta area che potremmo definire “nazionale sarda”, come già l’anno scorso, ha salvato dal fango “Sa Die” organizzando senza finanziamenti regionali e senza forti coperture mediatiche, la festa dei sardi.

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Facciamo solo alcuni esempi. Il Comitato studentesco “Scida” ha organizzato un momento di riflessione a Cagliari sull’insegnamento della storia sarda nella scuola italiana, invitando l’associazione degli insegnanti sardi che si occupa di produrre materiale didattico per le scuole che va in questa direzione. Il “comitadu 28 de abrile” ha organizzato la sesta edizione di “Sa die de sa Patria sarda” chiamando a dare il loro contributo storiografico gli storici Federico Francioni, Roberto Porrà e Omar Onnis a Tìesi, Sassari e Bono. Omar Onnis ha presentato la traduzione in sardo e in italiano del memoriale di Giovanni Maria Angioy scritto da esule a Parigi e rivolto al Direttorio della repubblica rivoluzionaria francese come invito a sostenere militarmente la ripresa del processo rivoluzionario sardo. A Bono, paese natale di Angioy e per questo rasa al suolo dai piemontesi e dalle milizie mercenarie al soldo dei feudatari, la festa ha assunto contorni di grande rilievo. Un corteo guidato da una bandiera dei quattro mori ha attraversato il paese passando affianco alla statua di Angioy posizionata al centro del paese. Le istituzioni comunali erano presenti al completo e le conferenze sono state organizzate coinvolgendo le scuole presenti nel paese. Lo storico Roberto Porrà ha valorizzato il ruolo centrale di Bono nel processo rivoluzionario non solo per aver dato i natali ad Angioy, ma anche per essere stato crogiuolo di tanti patrioti combattenti e centro nevralgico della rivoluzione. A Sassari l’incontro è stato invece organizzato al liceo scientifico e linguistico G. Marconi che per l’occasione ha anche provveduto ad apporre la cartellonistica per la raccolta differenziata anche in lingua sarda.

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Ad Ollollai il “Coordinamento pro su Sardu Ufitziali” ha organizzato un incontro per discutere il ruolo fondamentale della lingua sarda ufficiale nel processo di emancipazione nazionale del popolo sardo presentando il libro di Pepe Coròngiu “Il sardo: una lingua normale”. Il CSU ha anche aderito a “Sa Die in tundu”, una importante iniziativa culturale nata lo scorso anno da alcuni giovani attivisti, organizzando un cerchio umano. Essa è un flashmob a cui hanno aderito diverse soggettività politiche indipendentiste, associazioni culturali e anche attività produttive che consiste nel formare cerchi umani ovunque si voglia e si possa per festeggiare “Sa Die de sa Sardigna” e in generale per raccontare al mondo e agli stessi sardi la nostra storia e la nostra cultura. La partecipazione è stata ancora più massiccia dello scorso anno e agli organizzatori sono arrivate foto anche dagli emigrati nel mondo, perfino da un gruppo di studentesse tedesche che all’Università di Mannheim frequentano un corso di lingua sarda.
Da segnalare infine l’iniziativa della barchetta di carta promossa su facebook dall’ex candidato alle regionali del Fronte Indipendentista Unidu Pierfranco Devias che invita i sardi a rievocare la cacciata dei funzionari piemontesi avvenuta appunto il 28 di aprile del del 1794.

Insomma, da una parte attivisti, militanti, comitati, intellettuali, artisti, storici, studenti, partiti indipendentisti a salvare la festa nazionale dei sardi, dall’altra una casta di colonialisti e ascari che, grazie ad una legge elettorale antidemocratica, amministrano la nostra terra senza consenso e senza esserne degni e si permettono di svendere, svilire e infangare la nostra memoria storica e la nostra festa nazionale.

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http://sadieintundu.net/

Omar Onnis: “Giovanni Maria Angioy, Memoriale sulla Sardegna (1799)” in italianu e in sardu

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Omar Onnis: “Giovanni Maria Angioy, Memoriale sulla Sardegna (1799)”

Tue as bortadu in sardu e in italianu su “Memoriale” de Giuanne Maria Angioy. Pro ite nemos l’aiat fatu prima?

Sa prima noa de sas memòrias iscritas dae Angioy a su guvernu de su Diretòriu frantzesu est de sos primos annos Vinti de su sèculu coladu. Fiat istadu Antoni Boi a nde dare noa e a proare a las bortare in italianu. Est unu traballu malu a atzapare, a die de oe, e belle ismentigadu etotu. In su 1967 Carlino Sole at publicadu su Memoriale in mesu a una miscellanea de documentos agatados in s’archìviu natzionale de Parigi, in frantzesu però, chena lu bortare. Si pensamus chi su primu traballu istòricu comente si tocat a pitzu de s’edade sabàuda e de sa Rivolutzione est su de Girolamo Sòtgiu, de su 1984, e ponimus in paris custas informatziones, sa duda chi forsis b’est istada una forma de rimotzione si faghet manna. Totu su perìodu revolutzionàriu e sa figura de Angioy rapresentant unu problema mannu pro s’istoriografia acadèmica sarda e pro totu sa classe dirigente isulana.

Ite narat Angioy in custu libru?

Su Memoriale est una collida de lìteras e rechestas chi Angioy, in su 1799, cando fiat in esìliu in Frantza, aiat mandadu a su guvernu de inie pro li pedire de agiuare a sos Sardos a si liberare de sos Savoia e de su feudalèsimu. In cussu momentu chie aiat ideas rivolutzionàrias in totu s’Europa castiaiat a sa Frantza comente a sa pàtria de sa libertade e de sos printzìpios universales de egualidade e fradernidade. In prus sa Frantza aiat una fortza militare manna e l’aiat demostradu in cuncretu in cuddos annos matessi. Angioy pensaiat chi cun s’agiudu de sa Frantza sa Sardigna diat èssere diventada una repùblica libera e moderna. Pro custu presentat sa Sardigna a su guvernu frantzesu che a una alliada pretziosa, de non lassare a àteras potèntzias (comente su Regnu Unidu), e pro custu sutalìniat s’importàntzia sua, donende informatziones econòmicas, sotziales, polìticas e fintzas geogràficas e militares. Totus noas e informatziones de importu pro nois etotu, fintzas pro cumprèndere chie fiat G.M. Angioy e cales fiant sas intentziones suas.

Cale est s’eredidade de s’opera sua? Sos sardos tenent bisòngiu de una rivolutzione natzionale o lis bastat s’autonomia de s’istatutu?

No isco si sas duas cosas siant ligadas. Deo pentzo chi sa Sardigna apat bisòngiu mannu de una forma de rivolutzione. Non so faeddende de pigare su palatzu de Viale Trento, in casteddu cun sas armas, est craru. Ma ticar de bortulare a conca a giosso cosas medas de sas chi cunsideramus “normales” pro nois e chi non sunt normales pro nudda. Podimus àere dudas in contu a sa forma de custa netzessidade, ma non in contu a sa netzessidade matessi. Chi nde falat dae fatores istòricos fungudos. Ma est pretzisu fàghere sos contos cun sa realidade. S’istatudu de autonomia faghet parte de custa realidade. Est una aina chi comomai serbit pagu e nudda a regulare sa polìtica e sa bida colletiva sarda, epuru tocat fintzas de la difèndere dae s’atacu forte de su guvernu italianu. Non pro nche la mentènnere coment’est ma pro nche la poder megiorare e afortziare, chena timoria de dare fastizu a sos chi cumandant in Itàlia. Ma non ponzo limites a su chi podet capitare, si imparamus a èssere prus lìberos e prus cussentziosos. Tzertu, serbit unu traballu mannu in totus sos livellos de sa bida nostra. Su livellu de sa cultura e mescamente de sa cumpartzidura de sas connoschèntzias istòricas est unu.

Comente est posta segundu tene “Sa die de Sardigna”? Est una festa in disimpreu?

Sa Die de sa Sardigna no est mai istada amada meda dae sa polìtica sarda istitutzionale, dae s’acadèmia e dae sos intelletuales. Mescamente, a parre meu, ca ponet in duda su fundamentu matessi de s’egemonia issoro e donat a sos Sardos elementos de giudìtziu periculosos pro chie at s’interessu a mantènnere su status quo. Pro custu dae tempus chircant de la fàghere ismentigare, de li fàghere pèrdere sensu e fortza. Fintzas custa cosa de li assignare unu tema cada annu est unu mèdiu pro nche tòrchere a aterue s’atentu de sa gente e pro lassare a una banda sos temas polìticos prus fortes. A livellu populare, pro more de su traballu de assòtzios polìticos e curturales, carchi cosa si movet a sa sola, pro contu suo, chena isetare sas istitutziones. Est unu fatu de importu, ca custa festa nos podet serbire meda che isprone pro agatare torra su coràgiu tzivile e polìticu de nos pigare sa responsabilidade de sa sorte nostra. In prus de èssere unu momentu de meledu e de ammentu a pitzu de fatos istòricos nostros, de totus sos Sardos.

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