Domenica in piazza per Kurdistan e Luisi Caria

Domenica si scenderà in piazza a Cagliari per dimostrare che l’inquisito Luisi Caria e gli altri perquisiti nell’ambito dell’inchiesta sui presunti combattenti sardi in Kurdistan non sono soli e possono contare su una vasta rete di solidarietà e complicità.

La manifestazione è stata chiamata dalla Rete Kurdistan Sardegna ed è stata subito sottoscritta da un ampio spettro di forze politiche che gravitano intorno ai valori dell’internazionalismo e della lotta per l’autodeterminazione dei popoli oppressi.

Quindi domenica 30 settembre in piazza Yenne alle ore 16 – si legge in una nota diffusa ai giornali – scenderà in piazza il blocco politico contrario al tentativo di criminalizzare l’opposizione al terrorismo del Daesh (più noto come ISIS) da parte della  resistenza kurda, l’intero movimento di solidarietà e i sardi che difendono la propria terra e il diritto all’autodeterminazione.

La nota prosegue con la descrizione dei gravissimi fatti iniziati lo scorso 15 settembre con la cosiddetta operazione antiterrorismo guidata dalla Digos di Nuoro:

Sono state perquisite le abitazioni di Luisi Caria e Antonello Pabis, persone stimate e molto note anche per la loro solidarietà al movimento Kurdo che realmente ha combattuto e vinto il terrorismo dell’ISIS, con l’incredibile e infamante di sospetto di appoggiare proprio il terrorismo.

In quell’occasione quasi tutti gli organi di informazione hanno associato al nome di Caria l’appellativo foreign fighter, e la perquisizione della sua casa, come quella di Pabis, scandalisticamente è stata resa pubblica prima che terminasse.

Centinaia di note di protesta di altrettante organizzazioni politiche, sindacali e del volontariato sociale, oltre a migliaia di messaggi individuali provenienti anche dalla penisola e dall’estero e alla più corretta ricostruzione anche da parte degli organi di informazione in Sardegna, hanno consentito di stroncare l’allarme sociale provocato nelle prime ore e a ripristinare alcune verità.

Le armate popolari kurde YPG e YPJ hanno combattuto l’ISIS pagando un prezzo di sangue altissimo.

Molti combattenti internazionali si sono uniti alla lotta a quel terrorismo sostenuto dalla Turchia, dal Qatar (quello del Mater Olbia) e che ha colpito più volte anche diverse città europee.
I sardi solidali combattono, con altre armi, per la difesa dell’isola dall’inquinamento e contro le basi militari, per la difesa della sanità pubblica e contro la fabbrica delle bombe, per il diritto all’autodeterminazione, per la solidarietà e contro l’egoismo.

Ma da chi e perché è stata promossa l’azione della magistratura? Chi ha interesse a infangare i volontari internazionali che hanno combattuto contro i veri terroristi? Chi ha interesse a promuovere l’allarme sociale e quindi il terrorismo mediatico? È solo un caso che quell’operazione venga promossa in prossimità delle elezioni? Chi vuole intimidire chi? Sono tutte domande scomode, inquietanti,ma ce le dobbiamo porre. La Rete Kurdistan Sardegna con tutte le forze che la sostengono, promuove per Domenica 30 settembre una Manifestazione di protesta contro il tentativo di criminalizzare l’opposizione al terrorismo del Daesh (più noto come ISIS) da parte della eroica resistenza kurda, l’intero movimento di solidarietà e i sardi che difendono la propria terra e il diritto all’autodeterminazione.

CI VEDIAMO IN PIAZZA YENNE DOMENICA 30 ALLE ORE 16 IN PIAZZA YENNE PER PORTARE SOLIDARIETA’ AGLI INQUISITI E ALLA RESISTENZA KURDA. 

SOLIDALI CON CHI RESISTE!

Domani a Cagliari la risposta alla repressione contro Luisi Caria e gli altri perquisiti

 

Domani a Cagliari è in calendario una importante assemblea sul Kurdistan in risposta alla gravissima provocazione poliziesca ai danni di Luisi Caria, Antonelli Pabis e di un altra persona di cui ancora non si conoscono le generalità.  Al termine di questo intenso fine settimana – scrivono gli organizzatori dell’evento – sarebbe superfluo riepilogare la cronaca di quanto accaduto, già ampiamente riportata dagli organi di stampa locali e dalle tante dichiarazioni di solidarietà dei movimenti sardi, collettivi, giuristi democratici, intellettuali, partiti, sindacati di base e singoli cittadini.

L’infamante insinuazione di terrorismo proprio verso chi il terrorismo l’ha combattuto e lo combatte, si è propagata anche a tutti i singoli soci e amici che da anni si impegnano nella tutela dei diritti umani e nella solidarietà con il popolo curdo.

Siamo sgomenti per l’assurdità delle motivazioni delle indagini che la mattina del 15 settembre scorso hanno portato alle perquisizioni personali e domiciliari di Antonello Pabis e Luisi Caria, due persone che non hanno mai fatto mistero delle loro posizioni e azioni politiche.

Temiamo che l’intera vicenda possa dare adito all’ennesima interpretazione fuorviante della realtà.

La lotta dei kurdi nel Rojava arriva fino ai principali organi di stampa in maniera attutita e incompleta, tuttavia, anche se ciò che trapela è una flebile eco, risulta adamantino e tutt’altro che fraintendibile che le Unità di Protezione popolare kurde rappresentino le forze che effettivamente hanno contrastato la presenza dello Stato Islamico nei territori della Siria del Nord. Quello stato islamico che ci ha terrorizzato con le immagini terrificanti dei suoi tagliagole di fronte alle spiagge del Mediterraneo, nei teatri di Parigi e per le strade di Bruxelles. La stessa organizzazione che ha fatto tornare la minaccia del terrorismo in cima alla lista delle nostre paure. Le parole e i fatti in questa vicenda devono avere una logica: chiunque sia solidale con il popolo curdo che combatte strenuamente quella minaccia e che quell’orrore lo vive quotidianamente in casa propria, come può essere considerato un terrorista?

Antonello Pabis non è un terrorista, è presidente dell’Associazione Sarda Contro l’Emarginazione, ha dedicato tutta la sua vita all’impegno umanitario e alla difesa dei più deboli, contro ogni angheria e contro ogni causa di emarginazione e discriminazione sociale.

Luisi Caria è un indipendentista sardo, un generoso militante internazionalista che non ha mai nascosto il suo appoggio alla lotta di autodeterminazione del popolo curdo. La sua presunta adesione all’International Freedom Batallion (composto da volontari internazionali che combattono accanto ai kurdi) non lo renderebbe un terrorista e neanche un foreign fighter, l’ennesimo termine fuorviante che abbiamo visto comparire questi giorni sui principali organi di stampa e che sappiamo essere foriero di tutt’altra letteratura.

La Rete Kurdistan Sardegna chiama a raccolta, collettivi, associazioni, organizzazioni politiche e individualità per partecipare all’iniziativa che si terrà giovedì 20 settembre alle h 17, a Sa Domu Ocupada, via Lamarmora 126, Cagliari.

Di seguito la lista delle adesioni fino a questo momento:

Rete Kurdistan Sardegna
Associazione Sarda Contro l’Emarginazione
USB Sardegna
Cagliari Social Forum
Caminera Noa
A Foras
Laboratorio Politico Sa Domu
CUA (Collettivo Universitario Autonomo)
RUAS (Rete Unitaria Antifascista Sulcis Iglesiente)
MLC (Movimento Lotta per la Casa)
Su Tzirculu
Associazione Madiba
Associazione Chentu Concas
Occupazione Popolare il Paguro
Kumone Otzastra Sarrabus 
Collettivo Furia Rossa – Oristano
PCL (Partito Comunista dei Lavoratori)
Presidio Piazzale Trento
Associazione Tramas de Libertade
Associazione Internazionale delle Filosofe
Il Manifesto Sardo
Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica
Zenti Arrubia – Bologna (Colletivu Sardu de Disterraus Sardus)
Mensa Occupata Napoli
Rete Kurdistan Roma
Csoa La Strada – Roma
Liberu
Casa del Popolo Bosa
ARCI La Gabbianella Fortunata
Assemblea Permanente Contro il Carcere e la Repressione – Udine
Ex Caserma Liberata – Bari
Rete Jin
Jineolojî Italia
Banduleras-Atòbia Feminista
Collettivo Exit – Barletta
YaBasta Bologna
Làbas – Bologna
Cs TPO – Bologna
LOA Acrobax project – Roma
Sinistra Anticapitalista 
Sinistra Indipendentista Sarda – Movimento Anticapitalista
Laboratorio Metropolitano di Cultura Indipendente – Roma
C.s.o.a. Officina 99
L.O. Ska – Napoli
Casa delle Donne – Milano
Iniziativa Libertaria – Pordenone
Kurdistan Solidarity Campaign – UK
Comunidade – Gavoi
Casa del Popolo Carbonia 
(in aggiornamento)

La Sfida Catalana in Sardegna: 7 date con Marco Santopadre

Il nuovo soggetto-progetto politico anticolonialista sardo Caminera Noa e il Comitadu Sardu pro sa Repùblica de Catalunya, insieme a Su Tzirculu, su Circulu literàriu Joyce Lussu, Furia Rossa, la Casa del Popolo di Bosa, il circolo Tirrindò e Res Publica, organizzano una serie di presentazioni in Sardegna del libro del giornalista e militante internazionalista Marco Santopadre  La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta (ed. PGreco)

Santopadre, da sempre attento alla lotta delle nazioni senza stato, compreso il movimento per l’indipendenza della Sardegna, (terra che frequenta molto spesso, oltretutto Santopadre collabora spesso anche con il nostro blog), è stato diretto testimone degli straordinari giorni in cui la Catalunya ha votato per dire SI o NO all’indipendenza e alla fondazione di una Repubblica catalana indipendente.

L’1 ottobre del 2017 infatti milioni di catalani e catalane sono andati a votare per il referendum sull’autodeterminazione sfidando i divieti del governo di Madrid e la indiscriminata repressione di un vero e proprio esercito di occupazione. Si è trattato del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica mai avvenuto in Europa negli ultimi decenni, in nome della sovranità popolare e della democrazia, seguito due giorni dopo dallo sciopero generale più imponente realizzato dalla morte del dittatore Francisco Franco.

Il giornalista e militante della sinistra anticapitalista ed anti europeista Marco Santopadre

Una sfida frutto dell’irrigidimento nazionalista della classe politica spagnola e della devastante crisi economica, del processo di centralizzazione in atto nell’Unione Europea e dello svuotamento della democrazia rappresentativa. Da una parte una Repubblica sostenuta da una popolazione partecipe e determinata, dall’altra una Spagna monarchica e autoritaria in cui gli elementi di continuità col franchismo sono numerosi, sostenuta dall’Unione Europea e dalle grandi imprese. Ad alcuni mesi di distanza l’autonomia catalana è stata ridotta e commissariata e decine di dirigenti e militanti politici sono stati rinchiusi in prigione per reati politici o sono stati costretti all’esilio, in un paese in cui artisti o semplici cittadini finiscono in carcere per un tweet o per il testo di una canzone contro i Borboni o la corruzione della classe politica ma dove i responsabili di un brutale stupro ottengono un trattamento di favore. Di questo – e di molto altro – parla “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta”, che verrà presentato dall’autore e da esponenti dei movimenti e delle associazioni che hanno organizzato l’evento in Sardegna, spesso anch’essi testimoni diretti dei fatti legati al referendum per l’indipendenza catalana.

Eccole coordinate della presentazione del libro e la pagina fb di Caminera Noa che lo pubblicizza:

18 luglio, Cagliari, Su Tzirculu, via Molise 58, ore 21
19 luglio, Siniscola, Gana ‘e Gortoe, Via Olbia, 42, ore 20
24 luglio, Villacidro, Circulu literàriu Joyce Lussu, piazza Zampillo, ore 18:30
21 luglio, Oristano, Libreria Librid, piazza Eleonora, ore 18
25 luglio, Bosa, Casa del Popolo, Via Cugia 14, ore 19
26 luglio, Sassari, Circolo Tirrindò, via Masia 2 (piazza Università). ore 18:30
27 luglio, Alghero, Res Publica, ex caserma, piazza Pino Piras, ore 20

Dittatura europea

di Marco Santopadre

L’Italia non è una Repubblica presidenziale, e non assegna alla presidenza le funzioni che prima Napolitano e poi Mattarella hanno abusivamente esercitato in questi ultimi anni manovrando a favore delle compatibilità dettate dall’Unione Europea e dai mercati. Il governo Di Maio-Salvini sarebbe stato una iattura, ma quanto un governo Renzi-Berlusconi (da tempo in gestazione ma fallito per il magrissimo risultato incassato da PD e Forza Italia). E’ assolutamente intollerabile che Mattarella invece che della Costituzione e del mandato popolare si faccia interprete dei diktat di Berlino, di Bruxelles e delle Borse ponendo il veto su un ex ministro scopertosi recentemente critico nei confronti dellEuro e dell’Ue. Non abbiamo visto negli ultimi decenni gli inquilini del Colle altrettanto protagonisti quando si trattava di rimandare indietro leggi incostituzionali o sbarrare la strada a ministri corrotti e mafiosi, dell’uno o dell’altro schieramento.
A questo punto è anche assurdo che si continuino in questo paese (nello stato Italiano N.d.R.)  a convocare elezioni visto che a decidere chi governa è il Presidente della Repubblica su mandato del governo tedesco e dei mercati finanziari.
La cosiddetta sinistra che in questi giorni ha sostenuto a spada tratta le indebite ingerenze e i veti di Mattarella non solo ha dimostrato per l’ennesima volta di lavorare per il ‘Re di Prussia’ -o meglio, per la Cancelliera tedesca – ma anche di aver perso del tutto il contatto con la realtà.
Dopo il fallimento del governo gialloverde a causa dei veti di Mattarella e degli interventi a gamba tesa dell’UE, M5S e Lega potranno presentarsi al voto come integerrimi difensori della sovranità nazionale e popolare e vittime di un complotto, e faranno il pieno di voti ben oltre i risultati dello scorso 4 marzo. E questo nonostante il programma di governo di Conte fosse infarcito di misure a favore del padronato e della media borghesia come la flat tax, di norme xenofobe, e fosse stato espunto dalla maggior parte dei provvedimenti invisi all’Ue e ai poteri forti. Ma ora Salvini e Di Maio potranno presentarsi all’elettorato come dei campioni della democrazia, mentre la sinistra mainstream, quella che trova spazio su Tv e giornali, difende la dittatura dei mercati e della gabbia europea.
Se la cosiddetta sinistra pensa di combattere l’avanzata del fascismo e della xenofobia nella società italiana farebbe bene a lasciar perdere che combina solo danni.

La Sicilia studia la propria lingua: il siciliano

La giunta regionale si è riunita ieri in seduta straordinaria ad Agrigento in occasione del 72° anniversario dell’Autonomia siciliana.

Il  governo ha deciso che il 15 maggio, festa dell’autonomia siciliana, non sarà più vacanza nelle scuole, ma sarà una giornata dedicata alla storia dell’Autonomia. Inoltre nei programmi scolastici, dal prossimo anno, verrà introdotto lo studio della storia di Sicilia e della sua lingua.

Approvato, infine, anche lo schema di nuove norme di attuazione dello Statuto in materia finanziaria (in riferimento agli articoli 36, 37 e 38).

Da ilSicilia

Per la Spagna essere indipendentisti è più grave di essere assassini

Abbiamo Intervistato Joan-Elies Adell, ex direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia (servizio attualmente sospeso a causa delle misure repressive attuate dallo stato neofranchista in seguito alla proclamazione di indipendenza del Parlamento catalano). A lui e a tutti i cittadini catalani ingiustamente colpiti dalla repressione va la solidarietà della nostra Redazione.

  • Jordi Sànchez, ex presidente dell’Assemblea Nacional de Catalunya (ANC, ndt) e numero due della lista di Junts per Catalunya (quella di Carles Puigdemont), sarebbe dovuto diventare presidente della Generalitat, però il giudice del Tribunale Supremo non l’ha lasciato uscire di prigione per l’atto d’investitura, dove si trova in arresto preventivo dal 16 ottobre 2017, con l’accusa di ribellione dal tribunale supremo spagnolo. Cosa sta succedendo in Spagna e in Catalogna?

Ciò che sta succedendo in Catalogna è che lo Stato Spagnolo non sta accettando né rispettando i risultati delle elezioni del 21 dicembre 2017, convocate in maniera forzata e poco chiara dal Governo Spagnolo, dopo l’applicazione, anch’essa forzata e anticostituzionale, dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola. Lo Stato Spagnolo, attraverso un uso partitico di una magistratura non indipendente, sta impedendo alla maggioranza indipendentista di scegliere i suoi candidati alla presidenza della Generalitat. È successo con l’attuale presidente, Carles Puigdemont, è successo due volte con le candidature di Jordi Sánchez, ed è anche successo con la candidatura di Jordi Turull. Nonostante questi due candidati, che sono imprigionati a Soto del Real (Madrid),  non siano ancora passati in giudizio e trovandosi quindi in arresto preventivo, (con tutti i diritti politici intatti), il Tribunale Supremo non li ha lasciati andare al Parlamento della Catalogna, perché, secondo il giudice, avevano molte possibilità di essere eletti presidenti e questa sarebbe stata una opportunità per continuare con la loro “azione delinquente”.

  • Nel cuore dell’Europa oggi ci sono prigionieri politici ed esiliati. Cosa hanno fatto queste persone per meritarsi accuse che, se passate in giudicato, potranno arrivare a trent’anni di carcere?

In pratica, al momento abbiamo i principali politici e attivisti catalani in esilio o in prigione. È già mezzo anno che Jordi Cuixart, presidente dell’Òmnium Cultural, e Jordi Sànchez, allora presidente dell’ANC e adesso deputato di Junts per Catalunya, sono stati imprigionati a Soto del Real. Oggi, un giorno prima che il calendario marchi il sesto mese [Joan Adell ci risponde il 14 aprile 2018, ndt], a Barcellona si farà una grande manifestazione per chiedere la loro liberazione e anche quella degli altri prigionieri politici indipendentisti: Oriol Junqueras (Vicepresidente del Governo ddi Catalogna, Quim Forn (Ministro dell’Interno), Jordi Turull (Ministro della Presidenza), Carme Forcadell (Presidente del Parlamento della Catalogna), Raül Romeva (Ministro degli Esteri), Josep Rull (Ministro dell’Ambiente) e Dolors Bassa (Ministra degli Affari Sociali). E non dobbiamo dimenticare che abbiamo in esilio in Germania il Presidente Puigdemont, in Belgio ci sono Lluís Puig (Ministro della Cultura), Toni Comín (Ministro della Salute) i Meritxell Serret (Ministra dell’Agricoltura), mentre in Svizzera ci sono Marta Rovira (segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya – ERC) e Anna Gabriel (Candidatura d’Unitat Popular – CUP).

La maggior parte di questi politici e attivisti sono accusati del reato di ribellione, che nel codice penale spagnolo, significa una pena fino ai 30 anni di prigione, e che include diverse categorie di applicazione, fra queste quella di essere responsabili di questa condotta chiunque si alzi “violentemente e pubblicamente” per dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio nazionale; derogare, sospendere o modificare totalmente o parzialmente la Costituzione; o destituire o spogliare il re dalle sue facoltà, fra i vari casi. Cioè, la Giustizia spagnola, per aver organizzato il referendum del 1° ottobre, accusa questi politici e attivisti di reati come, ad esempio, il tentativo di golpe militare del Colonnello Tejero del 23 febbraio 1981 o il colpo di Stato del 18 luglio 1936 del Generale Franco, che portò la dittatura in Spagna per 40 anni. Per la giustizia spagnola, quindi, il delitto che si imputa ai politici che hanno organizzato il 1° ottobre è più grave, ad esempio, un assassinio.

  • L’ex presidente della Generalitat Puigdemont è stato arrestato in Germania su mandato di cattura europeo chiesto dalla Spagna. Non rischia di essere un boomerang per la giustizia spagnola che in tal modo favorisce l’internazionalizzazione di una questione che finora ha cercato in tutti i modi di trattare come una questione interna?

Lascia che vi corregga. Non è l’ex presidente: Carles Puigdemont è ancora il Presidente eletto del Governo della Catalogna, il 150° Presidente della Generalitat, finché il Parlamento della Catalogna non ne sceglie un altro. La forma in cui è stato sospeso dalla presidenza della Generalitat, è in una applicazione dell’articolo 150 della della Costituzione Spagnola totalmente contraria alla stessa Costituzione Spagnola e allo Statuto di Autonomia della Catalogna. Per quelli che si riempiono la bocca di “legalità”, [La Spagna, ndt] non ha avuto nessun tipo di scrupolo nel forzare le sue proprie leggi per farsi carico dell’autonomia della Catalogna in maniera illegale ed illegittima.

Rispondendo alla tua domanda, è ovvio che la detenzione in Germania, nel cuore d’Europa, di un presidente eletto come è Carles Puigdemont e la successiva scarcerazione attraverso una cauzione è stata un duro colpo contro lo Stato Spagnolo ed il suo intento di risolvere la questione catalana attraverso i tribunali e non con la politica. Che il tribunale territoriale di Schleswig-Holstein (Germania) abbia deciso di lasciare in libertà sotto cauzione Carles Puigdemont, dopo aver cassato questo giovedì [12 aprile 2018, ndt] il reato di ribellione, giacché, assicura, non è presente il requisito della violenza, va contro la versione costruita dallo Stato Spagnolo e cioè di accusarci di aver organizzato un colpo di Stato violento, quando ciò che si fece era l’organizzazione di un evento democratico quale è un referendum. E questo lo conferma la Corte Costituzionale Federale tedesca, che considera che l’imputazione del reato di ribellione sia “inammissibile”, poiché considera che in Catalogna non c’è stata violenza durante l’1-O (1 di ottobre, la data del referendum per l’indipendenza, n.d.R.) . Da ora in poi, mantenere l’incarceramento preventivo (non per prevenire un reato infondato bensì per annientare il nemico politico e, più genericamente, strappare le radici della nazione catalana e le sue aspirazioni di libertà) per Jordi Cuixart e Jordi Sànchez, Oriol Junqueras e Joaquim Forn, Raül Romeva, Jordi Turull, Josep Rull, Carme Forcadell e Dolors Bassa, apparirà agli occhi del mondo (inclusi quelli degli spagnoli più convinti) come ciò che è realmente, una palese ingiustizia propria di uno Stato in meteorica regressione alle forme più deliranti di autoritarismo post-democratico.

  • Qual è la posizione dell’ONU a proposito?

La Commissione dei Diritti Umani dell’ONU ha sollecitato la Spagna a rispettare i diritti politici di Jordi Sànchez. In una risoluzione, dice: “Si è richiesto allo Stato membro [la Spagna, nda] di prendere tutte le misure necessarie affinché Jordi Sànchez possa esercitare i suoi diritti politici conformemente all’articolo 25 del Convegno”. Nonostante tutto, il giudice del Tribunal Suprem Pablo Llarena ha ignorato questa risoluzione, e ha negato a Jordi Sánchez la possibilità di uscire dalla prigione per partecipare all’atto dell’investitura per due volte. Ci troviamo, quindi, con una specie di “Colpo di Stato” giudiziario, giacché proprio il giudice “riconosce di star limitando i diritti” del deputato Jordi Sànchez, e che lo fa “anteponendo alcuni supposti diritti collettivi spagnoli”. La giustizia spagnola ha disprezzato la risoluzione della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, malgrado il suo effetto vincolante. Il giudice sarà obbligato a rispettare questa decisione e, non facendolo, starà disobbedendo all’ONU. Pare che per la giustizia spagnola sia più importante l’unità di Spagna che il rispetto dei diritti umani.

Qual è la posizione dell’Unione Europea?

La questione catalana è una questione europea fin dal principio. Gli attriti fra Catalogna e Spagna sono secolari, però il salto inaspettato che ci porta alla questione catalana a partire dal 2010, dal nazionalismo rivendicativo alla scommessa dell’indipendenza, non si capisce senza il segno della crisi che si trascina l’Europa, frutto dello sconcerto generato nella cittadinanza dall’incapacità di risposta politica all’accelerato processo di globalizzazione e alla crisi del 2008, che ha diviso a metà la classe media e ha seminato il panico in ampi settori della società. 

Se europea è l’origine, europea è stata la risposta. Non c’è dubbio che l’immobilismo – che tanto sorprende gli osservatori stranieri – sia definito nel carattere del presidente Rajoy, tanto allergico ai progetti politici quanto convinto che niente sia più efficace di lasciare che i problemi si volatilizzino da soli. Il turno autoritario che vive la Spagna, pretendendo di risolvere la questione catalana con la via giudiziale, e con un uso senza complimenti del Codice Penale in materia di libertà di espressione, con la persecuzione dei delitti di odio e con una pratica sempre più soggettiva e interpretativa della giustizia, è comune in tutta Europa. La compiacenza delle autorità europee con i regimi autoritari dell’Ungheria e della Polonia rinforza la reazione conservatrice. E, a questo, si aggiunge la crisi della socialdemocrazia, che senza bussola né progetto, senza altra aspirazione che salvare i propri fregi (cammino verso la disfatta definitiva), si accomoda acriticamente sulla moda autoritaria.

Con Puigdemont in Germania, l’Europa è più cosciente che mai che il caso catalano esista. Il discorso ufficiale tedesco ripete lo slogan: problema interno della Spagna. Parte della stampa e dei partiti europei divergono. Il fatto che la Germania non abbia riconsegnato Puigdemont senza validi motivi alla Spagna, ha fatto in modo che il problema catalano sia un problema europeo. E lo sarà sempre di più.

Tu sei il direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia. Perché l’ufficio è stato chiuso? Quali erano le vostre attività prima della repressione governativa della Spagna?

Non lo sono più. Noi lavoratori pubblici dei consolati della Generalitat all’estero siamo stati tutti congedati con l’applicazione del 155. Il personale dell’Ufficio di Alghero, che era vincolato organicamente a Roma, ha perso il lavoro come il resto dei colleghi dei consolati di Parigi, Londra, Berlino, Lisbona, Vienna, Washington e Copenhagen. Malgrado la nostra occupazione fosse di carattere “tecnico” (nel mio caso, legato specialmente a questioni culturali e linguistiche, economiche e turistiche) il Governo Spagnolo non ha indugiato a sbatterci per strada. Dobbiamo ricordare che i consolati del Governo della Catalogna sono, infatti, un diritto riconosciuto dallo Statuto della Catalogna. Pertanto, la loro chiusura, ripeto, è un atto repressivo illegittimo perpetrato dal Governo Spagnolo. Nel caso concreto del nostro Ufficio di Alghero, il nostro compito principale era quello di promuovere, incanalare e potenziare le attività di comunicazione, di scambio culturale, di cooperazione e di supporto per la promozione della lingua e della cultura catalana nella città di Alghero; potenziare e rendere dinamiche le relazioni fra le istituzioni della Catalogna con quelle di Alghero e della Sardegna e aiutare nell’organizzazione di attività vincolate alla diffusione culturale, turistica, sociale e economica della Catalogna in Sardegna. Attività che, a quanto pare, il Governo spagnolo considera potenzialmente pericolose e sovversive.

Domani in piazza contro l’aggressione alla Siria

L’escalation non c’è stata e l’attacco militare di USA, GB e Francia (con il dichiarato appoggio logistico italiano che non manca mai) si è risolto in un attacco terroristico mirato ad alcuni centri di ricerca medica e ad alcune postazioni di Hezbollah (che con la Siria e i presunti gas non c’etra davvero nulla). In ogni caso la Sardegna è in gioco perché quando l’imperialismo muove i carrarmatini sulla cartina del Risiko planetario, la nostra isola sta sempre in prima linea, vista la centralità strategica sempre più manifesta anche nelle dichiarazioni degli stessi comandanti militari (leggere qui).

Domani a Cagliari un primo momento di mobilitazione di piazza contro guerra e occupazione militare lanciato dal Cagliari Social Forum. Di seguito il comunicato pervenuto alla nostra redazione:

Era da prevedere che gli stati che pensano di poter dominare tutto non sarebbero rimasti inerti vedendo la sconfitta della loro soldataglia costituita dai mercenari targati ISIS.  Essi, non appagati dall’aver ridotto gran parte della Siria ad un cumulo di macerie grazie alle milizie che loro ed i loro alleati (Israele,  petromonarchie e Turchia) avevano armato, e foraggiato, vedendo la vittoria sul campo da parte delle forze governative si sarebbero inventati un pretesto  un po’ per dare manforte ai loro mercenari rimasti sul campo e contemporaneamente  dare prova di forza con il lancio di un centinaio di missili.

 Anche stavolta si sono inventati il “casus belli”: le immancabili armi chimiche che il “dittatore” Assad avrebbe usato! Usato adesso che l’esercito dei jahidisti è in rotta! Senza portare nessuna prova che non fosse la loro parola, senza nemmeno la sceneggiata fatta in occasione dell’aggressione all’Iraq, delle ampolle mostrate da un generale USA ad un’attonita ONU,  hanno deciso di lanciare questi missili che possono significare l’inizio di una  nuova escalation.

Una escalation che ha un obbiettivo preciso: l’Iran.

E questo succede mentre i cecchini israeliani sparano su inermi manifestanti palestinesi uccidendone a decine e ferendone a migliaia fra l’indifferenza ed il menefreghismo della tanto blasonata “comunità internazionale”

Una tecnica, quella del mordi e fuggi che Io stato d’Israele pratica quotidianamente e che la Turchia ha copiato cercando di annettersi una parte del Kurdistan siriano anche qui con il consenso delle “Autorità” sovranazionali.

Constatiamo che a compiere tali atti che noi giudichiamo imperialisti sono quattro paesi NATO (Turchia, Gran Bretagna, Francia e USA) e un suo strettissimo alleato (Israele)

Assistiamo al silenzio o nel migliore dei casi a qualche tiepido balbettio da parte dei rappresentanti del governo e del parlamento italiano.

Noi condanniamo questi bombardamenti come atti di aggressione verso una Nazione sovrana.

Non ci accontentiamo delle prese di posizione pilatesche dei nostri rappresentanti.

Giudichiamo la NATO uno strumento degli stati imperialisti e per questo chiediamo con forza l’uscita da essa.

Chiediamo che nessuna base, nessun apporto logistico venga  fornito dall’Italia a Nazioni che esportano guerra e morte.

SIT IN MARTEDI’ 17 ALLE ORE 17 IN PIAZZA GARIBALDI A CAGLIARI

Per il Cagliari Social Forum:

Salvatore Drago

Forza e impotenza degli imperialisti

di Marco Santopadre

L’ennesima aggressione militare di Usa, Francia e Gran Bretagna contro la Siria aggiunge tensione a tensione, e dimostra se ce ne fosse bisogno l’irresponsabilità e la pericolosità di potenze imperialiste che, sostanzialmente estromesse dal Medio Oriente, cercano di riprendere protagonismo a suon di bombardamenti.
Bombardamenti ‘avvisati’ che non spostano di una virgola gli equilibri geopolitici e militari nella regione, ma intervengono in un paese sconvolto da quasi un decennio di destabilizzazione e guerra civile e in presenza di un ingente schieramento di uomini e mezzi dei paesi alleati di Damasco, in primis Russia e Iran.
Se Mosca e Teheran non hanno reagito è solo perché hanno preventivamente convinto Washington, Londra e Parigi e ridimensionare i loro piani di attacco limitandosi ad una provocazione militare grave ma priva di conseguenze, che paradossalmente dimostra l’impotenza delle potenze occidentali nell’area.
Un’impotenza che però potrebbe condurre gli Usa e i suoi alleati/competitori ad una rischiosissima escalation dalla quale potrebbe scaturire un conflitto militare su vasta scala e stavolta di tipo simmetrico.
Infatti Washington, Londra e Parigi, contrariamente al passato, non si confrontano più con piccoli paesi facilmente annichiliti come l’Iraq, la Jugoslavia, l’Afghanistan, la Libia, ma con potenze regionali pesantemente armate e organizzate e con potenze mondiali del calibro della Russia. Potenze che ad ogni mossa di Washington sono obbligate a reagire con mosse uguali e contrarie, all’interno di un innalzamento della tensione internazionale che ci immerge già in un clima di guerra e militarizzazione.
Senza dimenticare le schegge impazzite e imprevedibili rappresentate da Israele, Turchia e Arabia Saudita, desiderose di affermare i loro interessi, di imporre la propria egemonia o di agguantare la loro vendetta contro gli avversari di oggi e gli ex alleati di ieri. Nel mirino, neanche a dirlo, l’Iran e l’asse sciita uscito paradossalmente rafforzato da anni di destabilizzazioni e di conflitti che hanno indebolito il ruolo degli aggressori e seminato morte e distruzione in tutto il Medio Oriente.

Senza etica non c’è ricerca. Domani il Cua presidia il Rettorato di Cagliari

Intervista a Cristian Perra, del Collettivo Autonomo Universitario Casteddu. Nella foto una azione di stamattina alla facoltà di studi umanistici a Cagliari contro i legami tra Unica e Ricerca bellica israeliana

 

  1. Mercoledì 11 aprile presidierete il rettorato dell’Ateneo di Cagliari. Perché?

Saremmo di fronte al rettorato mercoledì 11 aprile, alle ore 10, perché pensiamo che non ci possa essere ricerca senza etica. L’università di Cagliari, infatti, ha stretto e continua a stringere accordi di cooperazione con apparati militari, come nel caso dell’accordo del polo ospedaliero con il Comando Militare Esercito Sardegna, o con Università Israeliane di fatto complici con il massacro del popolo palestinese come il TechnionInstitute, la HebrewUniversity of Jerusalem e l’OranimAcademic College. Come militanti del Collettivo Universitario Autonomo Casteddu, facente parte di A Foras, pretendiamo la rescissione di qualsiasi rapporto con enti direttamente o indirettamente coinvolti con il mondo militare, quello della sperimentazione bellica o con interessi nelle guerre in corso nel mondo.

  1. Università ed Esercito: un legame indissolubile?

L’occupazione militare non è fatta solo di caserme, territori off-limits, filo spinato ed esercitazioni militari bensì di una pervasione del militarismo all’interno della nostra quotidianità. Ormai da tempo, l’apparato militare si è intromesso nella formazione, nelle aule universitarie e negli studi della ricerca e tale presenza si è rafforzata dal 2017 grazie ad un accordo Lavoro-Difesa-Istruzione. Nei mesi passati abbiamo denunciato, con diversi documenti e studi, la vera faccia del DASS (Distretto AereoSpaziale Sardo), un progetto dichiarato apertamente come civile ma che con il “dual use” piega l’Università, i Saperi e la Ricerca alle necessità dei militari e della guerra raccontando il tutto come una buona causa e un’occasione di sviluppo. Come studenti e studentesse non possiamo tollerare che le strutture del sapere siano al servizio degli interessi militari, trasformate in luoghi di propaganda di guerra o di un “progresso scientifico” con ripercussioni negative sul territorio che viviamo. La cultura, il sapere, la ricerca, l’Università non possono sottostare alle esigenze di mercato e di profitto, tantomeno a quelli militari e bellici. Senza etica non c’è ricerca. Non vogliamo sottostare al ricatto che ci impone l’occupazione militare. Come giovani non possiamo vedere il nostro lavoro all’interno dell’Università messo a valore da e per interessi militari di stampo imperialista. Non vogliamo collaborare con chi, dandoci un tozzo di pane, qualche credito o qualche ora in più di tirocinio, usa il nostro lavoro per devastare la nostra terra o quella altrui, per quanto lontana possa sembrare.

  1. L’Università sarda collabora anche con Israele. Puoi dirci di più?

Lo ha dichiarato anche recentissimamente l’ambasciatore isrealiano Sachs: «Tra noi e voi c’è una storia d’amore. Israele, quando si parla di tecnologia, c’è”». Questa “storia d’amore” è sporcata dal sangue delle centinaia di palestinesi che ogni giorno muoiono a Gaza e nel resto della Palestina, spesso a causa dei droni progettati dal Technion di Haifa con il quale l’università di Cagliari ha un accordo di cooperazione. L’ambasciatore israeliano parlava di una storia d’amore tra Unica e Israele proprio pochi giorni prima che i cecchini israeliani sparassero sulla folla uccidendo più di 20 Palestinesi e ferendone più di mille. Una risposta violenta e ingiustificata contro civili disarmati, in linea con la politica di violenza e repressione del governo Israeliano. Ci chiediamo allora come possano non vergognarsi tutti e tutte coloro che stendono tappeti rossi per le istituzioni israeliane, promuovono questo tipo di iniziative e si fanno promotori di accordi con le università israeliane e come non si vergognino di millantare una del tutto posticcia libertà di ricerca per legittimare la smodata fame di fondi di alcune facoltà.

1976 – 2018: l’infinito massacro israeliano

di Alessia F.

Il 30 marzo 1976 sei giovani palestinesi vennero uccisi dalla polizia israeliana mentre manifestavano contro l’esproprio delle loro terre.
Sono passati 42 anni da allora, ma i palestinesi continuano a pagare con il sangue la rivendicazione dei loro diritti. Il 30 marzo di quest’anno- in occasione della “Giornata della Terra”, con cui i palestinesi ricordano l’eccidio del 1976- è stata indetta una “Marcia per il ritorno”, per riaffermare un diritto già sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite: il diritto dei profughi palestinesi e dei loro discendenti di tornare nelle terre e nelle case da cui furono espulsi durante la Nakba nel 1948.
La manifestazione è stata imponente: 20.000 palestinesi hanno dato vita a una marcia pacifica lungo i confini tra la Striscia di Gaza e i territori occupati nel ’48. Ad attenderli c’erano carri armati e un centinaio di cecchini israeliani, che ancora una volta hanno intriso la terra palestinese del sangue del suo popolo.
Sotto il fuoco israeliano sono caduti 17 manifestanti, mentre i feriti sono più di mille.
Si tratta dell’ennesima strage compiuta da Israele, che si nasconde dietro un dito denunciando la “presenza di alcuni terroristi tra i manifestanti” e scaricando tutte le colpe su Hamas, colpevole di “aver mandato la gente a morire”.

Inutile dire che i media italiani cercano di avvalorare la tesi israeliana denunciando la presenza di infiltrati delle Brigate al-Qassam, molti parlano di una marcia trasformatasi in “battaglia”, su la Stampa addirittura si legge che “i militari sono stati costretti a sparare sui civili”. Basterebbe guardare i numerosi video della manifestazione[1] per far crollare la narrazione israeliana: ciò che si vede è un vero e proprio tiro al bersaglio su manifestanti inermi.

Il copione è sempre lo stesso, Israele opprime il popolo palestinese sotto gli occhi della comunità internazionale godendo della totale impunità. Qualcuno potrebbe essersi illuso di fronte alla convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma, al termine dello stesso, non è arrivata nessuna condanna per i brutali metodi utilizzati dall’esercito israeliano. Il Consiglio si è infatti limitato a chiedere un’indagine indipendente e a lanciare un generale appello alla moderazione a entrambe le parti. Moderazione, questo è quanto richiesto a un popolo privato della propria terra, un popolo che ha dovuto crescere i propri figli nei campi profughi, un popolo costretto a vivere sotto occupazione o confinato in quel fazzoletto di terra che è la Striscia di Gaza, un popolo per cui in questi ultimi settant’anni tanto è stato detto, ma niente è stato fatto.

Ieri sono morti 17 palestinesi, nessun israeliano è stato ferito, dati in linea con la profonda disparità del bilancio di quello che molti si ostinano a chiamare “conflitto”. I numeri parlano chiaro: dieci anni fa, con l’Operazione Piombo fuso, Israele uccise 1.500 palestinesi e solo tra il 2009 e il 2016 altri 2.480 palestinesi sono stati uccisi dall’IDF, mentre le vittime israeliane nello stesso arco di tempo sono state meno di 100[2].
Quanti morti servono ancora per poter parlare di massacro e sgretolare la retorica del “diritto alla difesa israeliano”?
Non abbiamo una risposta a questa domanda, ma possiamo stare certi che la repressione non riuscirà a fermare la resistenza del popolo palestinese.

Intanto le istituzioni sarde, invece di sostenere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e schierarsi dalla parte della difesa dei diritti umani, stringono legami sempre più forti con lo Stato di Israele. Nonostante le campagne promosse dagli studenti dell’Università di Cagliari per chiedere la revoca degli accordi con il Technion, istituzione israeliana pesantemente coinvolta nell’occupazione dei territori palestinesi, e la non collaborazione con le altre accademie israeliane complici della violazione dei diritti dei palestinesi, l’Ateneo cagliaritano ha stipulato due nuovi accordi. Ma l’Università di Cagliari non è la sola a puntare sulla collaborazione con Israele: l’anno scorso il Presidente Pigliaru incontrò l’ambasciatore israeliano per rafforzare i rapporti tra Sardegna e Israele su ITC e agroalimentare e appena una settimana fa l’Assessorato regionale del turismo ha organizzato un evento promozionale a Tel Aviv per attrarre i consumatori israeliani sulla nostra isola.

Di fronte all’immobilismo degli organismi internazionali, all’ipocrisia di chi dovrebbe fare informazione e alla complicità delle istituzioni sarde, è importante agire dal basso, per questo l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha convocato un’assemblea il 4 aprile per organizzare insieme le prossime azioni in sostegno della lotta palestinese. L’incontro si terrà alle ore 18.00 nella sede di Via Monte Santo 28.

Link all’evento: https://www.facebook.com/events/348041832269961/

[1] Vedere ad esempio link 
[2] Vedere link