Manifestazione di solidarietà alla Catalunya

Una foto della Diada, festa nazionale della Catalunya

La Catalunya attraversa un periodo storico determinante per la sua libertà. Dopo secoli di colonizzazione e di lotte contro la stessa, la stragrande maggioranza del popolo proclama la volontà di svincolarsi dal potere centrale di Madrid per poter affermare finalmente le proprie peculiarità di nazione.

Nella quasi totale censura dei media nostrani- e non- negli ultimi mesi abbiamo assistito a numerose escalation repressive da parte della Spagna nei confronti di chi sostiene l’imminente rottura dei catalani con la monarchia castigliana. La vittoria del  avrà esiti ben più vasti della creazione di un altro stato nella penisola iberica, dal momento che si apriranno numerosi nuovi fronti geopolitici per l’Europa e orizzonti di speranza e lotta per tante nazioni senza stato, oggi ancora incapaci di alzare la testa.

L’esempio della Catalogna è edificante e mirabile sotto ogni punto di vista, a partire dalla coesistenza tra non-violenza, frontalità e rigore del movimento indipendentista, che con un lavoro capillare- portato avanti con flessibilità politica pur con forte determinazione e intolleranza verso il potere centrale spagnolo- ha fatto raggiungere i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: solo qualche giorno fa, 11 settembre, in occasione della Diada (Diada Nacional de Catalunya) milioni di catalani si sono riversati nelle strade e nelle piazze per festeggiare la propria nazione e dichiarare al mondo un Sì alla fine di seicento anni di dominazione spagnola.

In questo frangente storico la Sardegna, anch’essa nazione senza stato soggetta a soprusi da secoli, ha preso posizione tramite il Comitadu Sardu pro su Referendum de sa Catalunya, che dopo aver organizzato numerosi incontri informativi con la presenza di Joan Adell Pitarch, delegato della Generalitat catalana all’Alguer (Alghero), indice una manifestazione in sostegno al venturo referendum per l’indipendenza della Catalunya davanti al Consolato spagnolo a Cagliari. I manifestanti consegneranno al console onorario una richiesta di rispetto della democrazia e annunceranno la partenza di una delegazione sarda del Comitadu che vigilerà sul regolare svolgimento democratico del referendum.

La chiamata

“Invitiamo i singoli, le associazioni, i collettivi e i partiti che sono d’accordo con il testo di questo appello a sottoscriverlo con un post nell’evento o con un messaggio all’indirizzo sardignacatalunya@gmail.com

Mobilitazione per il diritto dei cittadini catalani a celebrare il Referendum per l‘Indipendenza

La situazione della Catalogna in questi giorni che precedono il referendum del primo ottobre, non è degna degli standard che ci si aspetterebbe da un paese civile e rispettoso delle garanzie democratiche. Perquisizioni, minacce di arresto e intimidazioni stanno segnando la vita quotidiana di tutte quelle persone, associazioni, partiti, sindacati, movimenti, imprese e testate giornalistiche che si stanno impegnando perché i cittadini catalani possano godere del diritto all’autodeterminazione nazionale celebrando un referendum democratico.

I responsabili di questa situazione sono le istituzioni del Regno di Spagna, governo e magistratura in primis.
Dal momento che consideriamo il riconoscimento del diritto dei popoli ad autodeterminarsi uno dei fondamenti della vita democratica e della convivenza pacifica fra le nazioni, abbiamo deciso di inviare un segnale di solidarietà al popolo catalano e di monito al governo spagnolo. Come sardi e come indipendentisti siamo vicini ai nostri fratelli catalani e siamo pronti a dar loro tutto il supporto necessario perché possano avvalersi di un diritto riconosciuto dalle principali convenzioni internazionali. I cittadini catalani non sono soli e da parte nostra eserciteremo tutte le pressioni sul consolato spagnolo perché arrivi forte e chiaro il segnale che tutti i popoli che amano la libertà e la democrazia ora sono catalani!

Per questo convochiamo per venerdì 22 settembre alle 17:00 un sit in sotto il Consolato spagnolo di Cagliari, in via Baccaredda.
Invitiamo a partecipare tutti i singoli, le associazioni e i partiti indipendentisti e tutti quei singoli che riconoscono il diritto di ogni popolo della Terra all’autodeterminazione e che in generale hanno a cuore i fondamentali valori democratici.
Facciamo sentire la nostra solidarietà ai fratelli catalani, e facciamo capire al governo spagnolo che la loro prepotenza non ci spaventa.”

Link all’evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/144746219461675/?acontext=%7B%22action_history%22%3A%22[%7B%5C%22surface%5C%22%3A%5C%22page%5C%22%2C%5C%22mechanism%5C%22%3A%5C%22page_upcoming_events_card%5C%22%2C%5C%22extra_data%5C%22%3A[]%7D]%22%2C%22has_source%22%3Atrue%7D

 

Il socialismo bolivariano contro oligarchi e USA – di Marco Piccinelli

*di Marco Piccinelli

Un murale in ricordo del presidente Ugo Chavez, fondatore del bolivarismo moderno

Caracas, venerdì 28 Luglio ore 14:00 locali, 20:00 ora italiana: il giorno dopo il comizio conclusivo del Presidente Nicolàs Maduro, raggiungiamo telefonicamente Geraldina Colotti, giornalista che si trova in Venezuela per testimoniare quanto sta accadendo prima del voto della Costituente previsto per domani, domenica 30.

Di seguito, dunque, l’intervista esclusiva che la redazione di La Riscossa ha realizzato.

  • Si sono viste manifestazioni pro-Costituente e i media occidentali, come sappiamo, trasmettono quotidianamente notizie di “guerriglia”. Qual è il clima che si respira in Venezuela?

«Sembra di vedere due paesi diversi, se teniamo anche conto dell’immagine che viene fornita dai media occidentali, completamente distorta, ad uso e consumo di un processo che vuole screditare da moltissimo tempo la legittimità del Governo Bolivariano del Venezuela. Questa delegittimazione, ovviamente, ha un fine: dire che il Socialismo, foss’anche quello di matrice umanista, cristiana come si definisce quello Bolivariano, ha fallito ed è portatore di miseria, povertà e insicurezza per le masse popolari. Dunque avallando, in buona sostanza, le pratiche eversive che sta portando avanti l’opposizione venezuelana: la “guerriglia”, sostanzialmente, s’è intensificata da 3 mesi a questa parte, ha provocato oltre 300 morti, ed è, sempre per i media occidentali, “la reazione legittima contro una dittatura che non lascia spazio neanche al dissenso”. Dissenso, insomma, che ne avrebbe ben donde per le ragioni che ho espresso prima. Questa è la versione generale da propaganda di guerra che si sta diffondendo in questa fase.

Ci sono, effettivamente, delle zone popolate da classi medie e medio-alte che sono da sempre teatro di queste violenze a partire dal colpo di Stato del 2002 contro Chavez, proseguendo con la serrata petrolifera, fino alle ‘guarimbas’ di qualche anno fa. Le questione che è rimbalzata ancor di più sui giornali occidentali è stata, poi, la vicenda di un altro tipo di rivolta, quella militare (tecnicamente nda) di quel gruppo di ufficiali golpisti dell’esercito, in Plaza Altamira, la stessa piazza epicentro dove abbiamo visto ricomparire il poliziotto (che aveva rubato l’elicottero da cui aveva lanciato granate sugli edifici pubblici) il quale ha inneggiato al golpe. Tuttavia, stavolta, lo Stato Maggiore dell’Esercito Bolivariano, Vladimir Padrino Lopez, ha risposto a tono ribadendo più volte ciò che ha detto Chavez per rigettare l’arroganza delle sanzioni nordamericane, le quali hanno colpito 13 funzionari del Governo. La pratica delle sanzioni, c’è da dire, è stata ‘inaugurata’ da Obama, portando come motivazione quella del “Venezuela come minaccia nei confronti degli Stati Uniti”. Padrino Lopez ha rigettato, per l’appunto, questa arroganza rispondendo alla comunità internazionale che “non si costruisce una comunità internazionale con le bombe ma con il rispetto della dignità dei popoli e del popolo venezuelano in particolare”.

  • Che è anche quello che ha risposto il Presidente Maduro alle affermazioni della Mogherini.

«Sì, esattamente».

  • Le proteste che vengono propagate da tutti i media occidentali e statunitensi sono concentrate a Caracas, così com’è stato per gli episodi di tre anni fa, oppure l’estensione è maggiore?

Una delle tanti manifestazioni in sostegno al bolivarismo, contro le violente opposizioni delle destre filo USA

«È bene precisare questo: mentre a Caracas avviene quanto sopra menzionato, tutto il resto del Paese produce, lavora tranquillamente in serenità, come se ci fossero ‘due paesi’ , come ho detto prima. Gli scontri, in ogni caso, si verificano tanto nei quartieri medio-alti di Caracas quanto in alcuni altri di determinate Regioni governate dall’opposizione. Anzi, sarebbe più corretto dire “di municipalità governate dall’opposizione”, soprattutto nel Tàchira (al confine con la Colombia nda) in cui c’è un Governatore ‘chavista’  ma si verifica un ‘traffico’ con la Colombia, grazie a gruppi paramilitari, in termini di mercato nero, alimentare, del petrolio che sfruttano in funzione antibolivariana».

  • Prima di tornare sulla questione della guerra alimentare, però, è bene parlare del voto della Costituyente di domenica 30 (oggi. n.d.R.). Tecnicamente, come si voterà e su cos’è il voto di dopodomani?

«È un’esperienza straordinaria vivere questa fase politica e storica. Intanto per la passione che ci mettono i compagni venezuelani che militano e partecipano in favore della Costituyente e, anche per chi ha poca dimestichezza con le pratiche democratiche come la sottoscritta, ci si rende conto che l’esercizio democratico non è un feticcio e viene preso molto sul serio perché è la forma attraverso cui si esprime ripetutamente la democrazia partecipata e protagonista, che è l’asse centrale della Costituzione Bolivariana. C’è, quindi, una marea di giovani e di persone molto preparate che lavorano a questo sistema elettorale che è stato considerato da tutti gli osservatori internazionali quasi perfetto, “a prova di frodi”, uno dei migliori al mondo. Il che, tra l’altro, illumina meglio quale sia la strategia dell’opposizione che quando vince, e lo fa attraverso questo sistema elettorale, se ne guarda bene dal protestare; quando, al contrario perde, comincia a gridare alla frode. Addirittura Capriles Radonski, leader dell’opposizione chiese il riconteggio manuale dei voti: una cosa completamente demenziale, dato che è un sistema totalmente elettronico e informatizzato. Sarebbe lunghissimo da spiegare, dico solo un paio di cose significative a riguardo: in primis, per garantire l’effettiva veridicità e validità del voto, il Governo venezuelano s’è dotato di sofisticati software di riscontro interno del voto e, a differenza degli USA, dove pure vige un sistema automatizzato del voto, qui c’è un doppio riscontro, tanto con ricevuta cartacea del voto effettuato quanto con l’impronta digitale dopo aver votato.

Dunque il conteggio del voto procede in maniera molto rapida. Questa, inoltre, non è una tornata elettorale tradizionale: durante le elezioni presidenziali, ad esempio, ci sono giorni e giorni di prove del sistema e di verifiche meccaniche (e ‘umane’) incrociate con tutti i partiti, per far sì che non ci possano essere falle nel sistema di voto.

Con questo sistema i risultati si conoscono prestissimo, tuttavia per le elezioni della costituente le urne rimarranno aperte fino a quando c’è gente ai seggi, diciamo, anche se di norma c’è un’orario di chiusura (16:00 o 18:00). Ovviamente, questa non è una elezione tradizionale, come dicevo prima, è un’elezione di cittadini, ci sono persone che si iscrivono come rappresentanti di un comune, o dei pensionati, ad esempio, dunque possono esserci anche rappresentanti dell’opposizione, qualora dovessero venir eletti. Non a caso a monte di tutto questo c’è il Poder Popular, che nel senso più ampio e più forte del termine, è l’istanza che presiede non solo alla Costituzione Bolivariana ma è l’essenza originaria della stessa. Un po’ come successe nella Comune di Parigi e i presupposti sono simili: non già quello di azzerare l’avanzatissima costituzione Bolivariana bensì ampliarne lo spettro dei diritti, che nel corso di questi anni sono stati acquisiti ma che non potevano essere contemplati nel testo originario, dato che è stato frutto di una mediazione in cui le parti in causa erano molte, come la chiesa cattolica. Proprio la chiesa cattolica venezuelana sta facendo ‘il diavolo a 4’ e rappresentano un vero e proprio partito di guerra, sceso pesantemente in campo contro lo Stato, disobbedendo agli ordini di Papa Bergoglio che aveva chiesto di disinnescare le violenze ai tremendi vescovi che furono insediati da Wojtila. Il voto, comunque, è un sistema che mette in moto un processo lungo, quello della Costituente, che poi dovrà essere votato tramite referendum popolare».

  • Questa, insomma, non è e non sarà l’unica elezione per la Costituente, dunque? Spiegaci un po’ qual è ‘l’oggetto del contendere’ e com’è strutturato il voto per la Costituente.

«Intanto ci sono 543 candidati per liste, individuali (pensionati, operai, etc). Dopodiché ogni comune, a seconda della grandezza, ha la possibilità di eleggere un certo numero di candidati. Tutti questi candidati verranno votati in questo voto di domani, uno di lista e l’altro individuale, e saranno quelli che faranno parte dei 543 costituenti che metteranno in moto tale meccanismo. Questo ‘motore’ che si mette in moto, ovviamente, non si sa quanto potrà durare: può anche darsi che ci vogliano 6 mesi e inizierà un dibattito per ambiti (ad es. la terra, la pesca, la questione di genere, la diversificazione dell’economia e così via) portando nei dibattiti tutte le esperienze di autogoverno che ci  sono state nel corso degli anni e che hanno rappresentato il vero anticorpo alla guerra economica. Il Venezuela, insomma, vuole intraprendere quello che non ha compiuto precedentemente, ovvero, il ribaltamento dei rapporti di produzione. L’architrave dello stato borghese nel corso del tempo non è stato modificato, nei fatti, dal Venezuela: è stata appena intaccata da un processo interno di sviluppo e contro potere che ha innescato il chavismo, il quale a sua volta ha messo in moto diverse politiche che hanno drenato risorse attraverso le ‘misiones sociales’ direttamente dall’esecutivo socialista ai consigli comunali, molti dei quali si sono federati in ‘comunas’. Gli eletti che dovranno dibattere dei temi sopra citati, ovviamente, dovranno riportare la discussione nel Paese, come se fosse una ‘grande Agorà’, come s’è sempre fatto in Venezuela».

  • Sentendoti parlare cade pezzo dopo pezzo la tesi occidentale di Maduro “dittatore”…

«Ma quale “dittatore” rimanderebbe nelle mani del popolo ogni tipo di decisione rispetto a quanto costruito fino ad oggi? Ma quale dittatura, poi, permetterebbe a queste destre di continuare impunemente come stanno facendo, fino al punto da ardere vivi essere umani perché chavisti, sono oltre trenta le persone bruciate a la Ku Klux Klan. Quale “dittatura” avrebbe permesso una consultazione, fatta passare per plebiscito, che si è svolta in modo illegale e arbitrario dalle destre?»

  • Che ha visto, documentate, prove di falsificazione della consultazione stessa come i voti multipli…

«Esattamente! Un voto con le solite truffe della solita opposizione, ecco, la quale ha provveduto subito, ancora prima che si chiudessero i seggi, a comunicare di aver raggiunto la cifra di sette milioni di voti».

  • Meno di quelli che ha preso Capriles alle elezioni Presidenziali, in ogni caso.

«Si, tra l’altro. Oltretutto, quello che hanno fatto, dopo aver comunicato i ‘risultati’ alla stampa internazionale, hanno bruciato tutte le schede. C’è di più: i calcoli, tra l’altro, hanno mostrato che neanche se ogni elettore fosse stato ‘un fulmine’ e si fosse precipitato da un “seggio” all’altro e avesse votato “alla velocità della luce” si sarebbero raggiunti quei numeri. La consultazione convocata dalla MUD è stata, in sostanza, abbastanza demenziale».

  • Certo è che un “sistema dittatoriale” non concede elezioni così frequentemente, né le perde, per altro.

«Sì, ed è proprio questo il punto: 18 anni di Venezuela Bolivariano non sono molti, nell’arco della Storia di un Paese, per far sì che si stabilizzi uno Stato, calcolando anche che l’inflazione indotta dalla guerra economica, etc. Per tutta una prima fase del chavismo i soldi derivanti dalla nazionalizzazione e statalizzazione del petrolio sono stati usati soprattutto per saldare l’enorme e centenario “debito sociale” nei confronti degli indigeni, delle categorie che non avevano nulla da mangiare né tanto meno un documento di identità, per dire. Poi, ovviamente, s’è verificato il colpo di Stato contro Chavez nel 2000 e l’economia era stata ridotta allo zero assoluto dopo la serrata petrolifera. Tutti i tentativi di diversificazione dell’economia da parte del chavismo hanno prodotto dei risultati: sono andati avanti, pur con mille storture, perché un processo come quello bolivariano sperimenta senza avere il controllo totale dei mezzi di produzione, e quello che s’è fatto è stato tantissimo. Quando uno Stato, poi, ha una percentuale di persone che si triplica, rispetto ai bisogni e che può accedere a qualsiasi tipo di consumi, che prima non riusciva a consumare neanche un pasto e ora ne riesce a sostenerne tre e in cui le case popolari costruite grazie alla ‘mision vivenda’ sono state addirittura 1.700.000…»

  • Dunque in sostanza dici che sono cambiati i parametri del Paese?

«Certamente: sono cambiati i parametri rispetto ad un Paese che sta cominciando a rimettere in piedi un’economia ma su altri terreni e, costantemente, con un sabotaggio mostruoso incrementato a dismisura negli ultimi anni. Tale sabotaggio ha colpito, come prima dicevo, il settore alimentare, ovvero i bisogni primari delle masse».

  • In Italia s’era arrivati al punto che qualsiasi media, sia stato un sito internet o un quotidiano, come ben sai, parlava di Venezuela nel caos perché i beni di prima necessità erano irreperibili, com’è avvenuta la guerra economica e su quali basi si poggiava?

«Innanzitutto il sistema di distribuzione non è nelle mani statali ma private. O meglio, la piccola produzione agricola, quella che fa mettere insieme più agricoltori formando una cooperativa ha una sua distribuzione, facendo vendere ai mercati la propria merce, quando questo non può avvenire per un motivo o per un altro, si deve ricorrere alle grandi compagnie di distribuzione. Ne esistono di statali ma sono la minor parte rispetto alla quasi totalità che è in mani di privati. Si è verificato di tutto, come si può ben immaginare, dalle tangenti agli “accaparramenti”: per anni i grandi trafficanti andavano a rifornirsi dai produttori, compravano tutto l’acquistabile e vendevano i prodotti al mercato nero a prezzi maggiorati. Un po’ come è accaduto in passato col petrolio al confine con la Colombia, nel Tàchira: fare il pieno per un SUV in Venezuela costa quanto comprare una bottiglietta d’acqua, per dire, dunque immagina quanto poco ci si mette ad andare avanti e indietro alla frontiera per svuotare i distributori venezuelani, dato che in Colombia il prezzo del carburante è molto alto quasi come in Italia, e rivendere quel carburante al mercato parallelo. Lo stesso discorso è stato fatto con il cambio dollaro/bolivar: c’è un sistema parallelo, basato su un sito che si chiama dolartoday.com, tremendissimo, che perverte l’economia. Tale sito, basato a Miami, fornisce dei falsi parametri per il cambio dollaro/bolivar, tant’è che nel sito c’è espressamente scritto “Càmbio y valor de el dolar paralelo” che perverte e deprime l’economia, come ho detto. C’è anche poi, connesso, il “rischio paese” calcolato dalle Agenzie di Rating, connesso a questo sistema, che viene affibbiato ai Paesi per cui quando vai a chiedere un prestito pretendono, se il tuo rischio è elevato, i soldi tutti in contanti oppure un interesse maggiorato perché non sei considerato ‘solvente’. Questo sistema di sabotaggio vige da anni e il Governo Bolivariano sta prendendo contromisure, ancora una volta, rivolgendosi al Poder Popular: esiste un sistema di autorganizzazione diretta (i CLAP, comitati di rifornimento e produzione) in cui si produce, l’ho visto coi miei occhi, anche sfruttando gli orti urbani, per far fronte alla tremenda guerra economica. C’è stato uno straordinario processo di ripresa e di mantenimento: calcoliamo, per un momento, il prezzo del petrolio, che scende vertiginosamente a giorni alterni. Il Venezuela, deve far fronte ai prezzi del mercato ma non per questo fa pagare questa crisi indotta dai mercati alla popolazione: il 70% degli introiti derivanti dal petrolio lo si investe in ‘misiones’ sociali. Ecco perché le coperture, per lo studio, la cultura e i diritti elementari, non sono mai venuti meno.

Qui si capisce quanto sia strumentale la protesta di questi che si dicono ‘studenti’, ma sono ricchi figli di persone delle classi medio-alte, sia una bufala: i bambini delle elementari hanno in dotazione un computer, oltre ai libri e all’istruzione gratuita; gli universitari ricevono un iPad, ad esempio, ma così come ci sono anche le borse di studio all’estero… Si capisce facilmente perché il Venezuela viene considerata una minaccia per il Mondo: è in completa controtendenza e anche se non è presente il socialismo e alcune grandi imprese fanno buoni affari, togliendo anche solo un po’ di questi ‘buoni affari’ stanno bene tutti. Anche questo progetto bolivariano, umanista, cristiano e riformista non va bene al potere.

In Italia abbiamo inserito il pareggio di bilancio in Costituzione che mette fuorilegge non solo le riforme strutturali, ma anche il keynesismo. La natura rapace e guerrafondaia del capitalismo non può consentire il benessere della popolazione perché ha bisogno di distruggere».

Articolo originale: http://www.lariscossa.com/2017/07/29/vi-racconto-cosa-sta-accadendo-venezuela-intervista-esclusiva-geraldina-colotti/

Il Governo catalano in Sardegna per il Sì all’Indipendenza

Dal 14 al 24 luglio si terrà un ciclo di incontri per spiegare ai cittadini sardi cosa sta avvenendo in Catalogna e in che cosa consisterà il Referendum per l’indipendenza che il Presidente del Governo Catalano ha recentemente  convocato per il prossimo primo ottobre. I catalani saranno chiamati a rispondere al seguente quesito: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?“.

L’iniziativa è nata dal “Comitadu pro su Referendum de sa Catalunya” che è nato appunto per offrire notizie di prima mano e non filtrate politicamente e ideologicamente dagli organi di stampa italiani (che ovviamente hanno interesse a sminuire la cosa).

Il Comitato ha organizzato tre tappe: a Oristano, a SassariCagliari e a Nuoro per dare la possibilità a tutti di poter partecipare agli incontri e continuerà nel periodo estivo le attività in supporto alla causa catalana con lo slogan: “Oe in catalunya, cras in Sardigna” (parafrasando il vecchio motto antifascista di Giustizia e Libertà).

La locandina degli eventi promossi da comitato di sostegno al Referendum per l’indipendenza della Catalogna.

L’attenzione sulle vicende catalane è grande nel mondo indipendentista sardo, perché un successo del Sì potrebbe ovviamente scatenare un effetto domino in tutte le nazioni senza stato in cui esiste un conflitto nazionale e sociale, Sardegna compresa, anche dati i rapporti di vicinanza territoriale e culturale tra i due popoli.

Le iniziative sono di particolare interesse perché ad intervenire non sarà l’esponente di un qualsiasi partito o movimento, ma un responsabile diretto della Generalitat de Catalunya e quindi avremo la possibilità di conoscere con certezza la linea del Governo catalano e anche le nuove informazioni, visto che la situazione è in continuo mutamento.

Ad intervenire sarà Joan-Elies Adell, direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia.

Le vicende catalane ci riguardano molto da vicino e in particolare riguardano i cittadini di Alghero, visto che in caso di indipendenza della Catalogna dalla Spagna gli algheresi avranno diritto ad avere la cittadinanza catalana, dato che la bozza della Costituzione preparata da un vasto numero di saggi e giuristi catalani dichiara che “i cittadini di altri Stati che hanno legami culturali e linguistici comuni con la Catalogna potranno scegliere, senza rinunciare alla propria, di avere anche la nazionalità catalana, anche se il principio di reciprocità non è riconosciuto dal loro Stato”.

Ecco le date degli incontri:

14 luglio, Oristano, Teatro Martino, via Ciutadella de Minorca, ore 18:00

18 luglio, Sassari, Libreria Dessì, Largo cavallotti, ore 18:30

24 luglio, Cagliari, sede di Scida, via S. Giovanni 234, ore 18:00

25 luglio, Nuoro, Hotel f.lli Sacchi, Monte Ortobene, ore 19:00

Il Donbass sbarca in Sardegna

Nelle giornate del 4, 5 e 6 luglio si terranno nelle sedi del partito indipendentista di sinistra Libe.r.u. di Cagliari, Nuoro e Sassari degli incontri informativi sulla complessa situazione politica delle repubbliche di Lugansk e Donetsk ad est dell’Ucraina.

Queste repubbliche, resesi indipendenti dall’Ucraina, portano avanti la resistenza contro l’avanzata del governo neonazista di Kiev sostenuto dall’Unione Europea.

Gli incontri saranno tenuti da Marco Santopadre, giornalista di Contropiano, di rientro dopo un periodo di permanenza nella regione, che farà un resoconto sulla situazione interna e sulle pesanti ingerenze straniere nell’area.

“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”

Abbiamo intervistato Joan Elies Adell Pitarch (nella foto), Direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia sul Referendum per l’Indipendenza annunciato dal capo del governo catalano Carles Puigdemont. (trad. dal catalano di Carlo Manca)

  1. Il presidente catalano Puigdemont ha dichiarato che ad ottobre si terrà il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Come si è arrivati a questa storica decisione.   

Efettivamente, venerdì passato [9 giugno 2017, ndt] il Presidente del Governo Catalano ha comunicato il quesito e la data del Referendum per l’independenza della Catalogna dallo Stato Spagnolo, che sarà: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?” e che sarà il prossimo 1° di ottobre [2017, ndt].

Come ci siamo arrivati? Evidentemente la Catalogna ha sempre voluto sentirsi a proprio agio, lungo la Storia, all’interno dello Stato Spagnolo, in modo che si riconoscesse la nostra identità storica, linguistica e culturale. Però questo non è mai stato possibile. Dal 1714, quando la Catalogna ha perso la sua sovranità politica, è stato molto difficile incastrare la nazione catalana all’interno della Spagna. Dobbiamo ricordare, per esempio, che un grande poeta catalano come fu Joan Maragall, scrisse nell’anno 1898 un poema intitolato “Oda a Espanya” in cui già si alludeva alla insensibilità della Spagna centralista rispetto alle diverse nazionalità presenti nello Stato spagnolo e le sue lingue:

Escolta, Espanya -la veu d’un fill
que parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra.
En aquesta llengua – pocs t’han parlat;
en altra, massa.

E finisce domandando – se per què aquella Espanya centralista prefereix no escoltar la veu d’un dels seus pobles, com és el català, perquè margina i desantèn a un dels seus fills, com és Catalunya:

On ets, Espanya? – No et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!

Più di un secolo dopo, noi catalani abbiamo la sensazione che la Spagna continui a non volerci ascoltare. Senza sentire la nostra voce né sapere cosa ne pensiamo né come ci sentiamo. E il divieto a fare il referendum per l’autodeterminazione della Catalogna è un buon esempio. Sembra che il Governo spagnolo preferisca ignorare cosa pensa la cittadinanza catalana sopra la relazione politica fra Catalogna e Spagna. Cosa che mi sembra preocupante.

Nella storia recente, il movimento si attiva quando nel 2010 una sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo contro lo Statuto d’Autonomia della Catalogna del 2005, a causa di un ricorso del Partido Popular, pone le condizioni per un momento chiave senza precedenti e determina un punto di non ritorno nella nostra relazione con lo Stato spagnolo. È triste, e non sarebbe mai dovuto succedere. Lo Statuto fu elaborato e votato dal Parlamento catalano, dopo essere stato ritoccato e molto ridotto nel Congresso dei Deputati spagnolo (fatto che ci dispiacque profondamente in Catalogna) e dopo ratificato in un referendum dal popolo catalano, malgrado che per molti di noi fosse il male minore. Così come già era successo in passato, uno Statuto d’Autonomia approvato dal popolo di Catalogna viene decurtato da Madrid, attraverso un Tribunale molto politicizzato e controllato dal Governo spagnolo. Questa sentenza ha tolto la parola ai cittadini della Catalogna, e fece intendere ai catalani che l’unica maniera di essere una nazione è avere un proprio Stato, perché dentro lo Stato spagnolo ci siamo accorti che non è possibile.

  1. Lo stato spagnolo è arroccato sul principio che il referendum sull’indipendenza non si può fare perché non previsto dalla Costituzione. Cosa accadrà?

Questo non è proprio così. Il Governo spagnolo usa la Costituzione spagnola come una scusa per evitare di conoscere l’opinione dei catalani sopra la loro relazione politica con lo stato spagnolo. Recentemente più di 600 giuristi catalani hanno firmato un manifesto che sostiene che nel solco costituzionale vigente e “nel solco del principio democratico”, è legittima la possibilità che la cittadinanza “proponga alternative espresse attraverso un processo democratico”, come è il referendum sull’independenza della Catalogna e che l’applicazione del suo risultato si possa negoziare coi rappresentanti dello Stato. Ciò che ci vuole è la volontà politica, però lo Stato spagnolo non ha la volontà politica di sapere cosa ne pensano i cittadini catalani, probabilmente perché teme la loro la risposta. Forse si dovrebbe chiedere perché la stragrande maggioranza dei catalani non si sente a suo agio dentro la Spagna, e invece di sedurci, di convincerci a rimanere, che è bene continuare dentro la Spagna, non smette di dirci che non possiamo chiederlo, che la legge non lo permette, che è illegale sapere cosa opina il popolo di Catalogna. Questo è profondamente antidemocratico, giacché noi catalani pensiamo che la democrazia deve stare sopra la legalità, e lo Stato di diritto ha gli strumenti sufficienti per dimostrare la legalità del referendum convocato dal presidente Puigdemont e che è avallato dalla maggioranza assoluta del parlamento della Catalogna.

  1. Neppure la Costituzione italiana prevede il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Però il diritto internazionale prevede l’esercizio di tale diritto. Come è possibile risolvere questo nodo di alcune costituzioni che non garantiscono un esercizio democratico fondamentale ai propri cittadini?

Come ho già detto, se c’è volontà politica, perfino nelle costituzioni che non prevedono in maniera esplicita il diritto all’autodeterminazione dei popoli, si può arrivare a un accordo, come dimostra il caso del Quebec. Nelle costituzioni statali c’è una contraddizione palese rispetto della pratica politica degli Stati: non si riconosce il diritto all’autodeterminazione dentro il proprio Stato però lo si riconosce fuori. Questa è una pratica politica abituale. Il Congresso spagnolo, ad esempio, nel 2014 riconobbe lo Stato della Palestina. Riconosceva, quindi, in forma implicita il diritto  dell’autodeterminazione nello stesso tempo in cui negava il diritto all’autodeterminazione nei casi interni. In forma indiretta il diritto all’autodeterminazione lo riconoscono tutti gli Stati che incorporano nella legislazione il rispetto delle norme del diritto internazionale —ossia l’immensa maggioranza. In forma diretta, riconoscere il diritto di autodeterminazione alle minoranze interne di uno Stato è una pratica solita per ragioni ovvie, però molti Stati, quando devono spiegare perché sono indipendenti, basano la loro esistenza nell’invocazione legale del diritto di autodeterminazione stesso. Ci sono svariati Stati che riconoscono il diritto all’auto determinazione in forma esplicita nelle leggi nonostante che non lo facciano per Costituzione, come ad esempio: il Canada (che riconosce il diritto del Quebec), Danimarca (che lo riconosce per le isole Fær Øer e Groenlandia), la stessa Italia (che se non mi sbaglio riconosce all’Austria un ruolo di tutela rispetto al Sud Tirolo), Finlandia (che lo riconosce per le isole Aland) il Regno Unito (che lo riconosce a molti territori uniti dalla corona), Svizzera (che riconosce il diritto dei cantoni) o gli Stati Uniti (che hanno riconosciuto in alcune sentenze il diritto alla secessione). Pertanto siamo convinti che la comunità internazionale, se vince il sì nel nostro referendum per l’autodeterminazione, finirà per riconoscere l’indipendenza della Catalogna, giacché il diritto all’autodeterminazione dei popoli si considera giuridicamente come una norma imperativa, proprio come è stato ribadito in alcune sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e così come è rispecchiato nella carta delle Nazioni Unite.


Intervista originale in lingua catalana

  1.  Efectivament, el passat divendres el President del Govern de Catalunya va comunicar la pregunta i la data del Referèndum per la independència de Catalunya de l’Estat Espanyol, que serà: “Voleu que Catalunya sigui un Estat independent en forma de república?” (“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”) i que se celebrarà el proper 1 d’octubre.

Com hem arribat fins aquí? Evidentment Catalunya sempre ha volgut sentir-se còmoda, al llarg de la història, a l’intern de l’Estat Espanyol, de manera que es reconegués la nostra identitat històrica,lingüística i cultural. Però això mai no ha estat possible. Des de 1714, quan Catalunya va perdre la seva sobirania política, ha estat molt difícil l’encaix de la nació catalana a l’interior de l’Espanya. Hem de recordar, per exemple, que un gran poeta català com va ser Joan Maragall, va escriure l’any 1898 un poema titulat “Oda Espanya” en què ja es feia al·lusió a la insensibilitat de l’Espanya centralista respecte a les diferents nacionalitats presents a l’Estat Espanyol i les seves llengües:

Escolta, Espanya -la veu d’un fill
que parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra.
En aquesta llengua – pocs t’han parlat;
en altra, massa.

I acaba preguntant-se per què aquella Espanya centralista prefereix no escoltar la veu d’un dels seus pobles, com és el català, perquè margina i desantèn a un dels seus fills, com és Catalunya:

On ets, Espanya? – No et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!

Més d’un segle després, els catalans tenim la sensació que Espanya segueix sense voler-nos escoltar. Sense sentir la nostra veu i saber què en pensem i com ens sentim. I la negativa a fer el referèndum d’autodeterminació de Catalunya és un bon exemple. Sembla que el Govern espanyol no prefereixi ignorar què pensa la ciutadania de Catalunya sobre la relació política entre Catalunya i Espanya. Cosa que em sembla preocupant.

En la història recent, el moviment s’activa quan l’any 2010, una sentència del Tribunal Constitucional espanyol contra l’Estatut d’Autonomia de Catalunya de 2005, arran d’un recurs del Partido Popular, suposa una inflexió sense precedents i determina un punt de no retorn en la nostra relació amb l’Estat Espanyol. És trist, i mai no hagués hagut de succeir. L’Estatut fou elaborat i votat pel Parlament de Catalunya, després retocat i força rebaixat en el Congrés de Diputats Espanyol (fet que ens va doldre profundament a Catalunya) i després ratificat en referèndum pel poble de Catalunya, malgrat que per a molts de nosaltres era un mal menor. Així, com ja havia succeït en el passat, un Estatut d’Autonomia aprovat pel poble de Catalunya és retallat per Madrid, a través d’un Tribunal molt polititzat i controlat pel Govern espanyol.  Aquesta sentència va treure la paraula al ciutadans de Catalunya, i ens va fer entendre als catalans que l’única manera de ser una nació és tenir un estat propi, perquè dintre de l’Estat Espanyol ens hem adonat que no és possible.

  1. Això no és ben bé així. El Govern espanyol utilitza la Constitució Espanyola com una excusa per evitar conèixer l’opinió dels catalans sobre la seva relació política amb l’estat espanyol. Recentment més de 600 juristes catalans han signat un manifest que defensa que en el marc constitucional vigent i “en el marc del principi democràtic”, hi cap la possibilitat que la ciutadania “proposi alternatives expressades a través d’un procés democràtic”, com és el referèndum sobre la independència de Catalunya i que l’aplicació del seu resultat es pugui negociar amb els representants de l’estat. Allò que cal és voluntat política, però l’Estat Espanyol no té la voluntat política de saber què en pensen els ciutadans de Catalunya, possiblement perquè no li agrada la resposta. Potser s’hauria de preguntar perquè una gran majoria de catalans no se senten còmodes dintre d’Espanya, i en lloc de seduir-nos, de convencer-nos a quedar-no, que és bo continuar dintre d’Espanya, no deixa de dir-nos que no ens podem preguntar això, que la llei no ho permet, que és il·legal saaber què opina el poble de Catalunya. Això és profundament antidemocràtic, ja que els catalans pensem que la democràcia ha d’estar per sobre de la legalitat, i l’estat de dret té instruments suficients per demostrar la legalitat del referendum convocat pel president Puigdemont i que és avalat per la majoria absoluta del Parlament de Catalunya.

3. Com t’he dit, si hi ha voluntat política, fins i tot en les constitucions que no preveuen de manera explícita el dret d’autodeterminació dels pobles, es pot arribar a un acord, com demostra el cas del Quebec.  A les constitucions estatals hi ha una contradicció flagrant respecte de la pràctica política dels estats: no es reconeix el dret d’autodeterminació dins el propi estat però sí que es reconeix fora. Aquesta és una pràctica política habitual. El congrés espanyol, per exemple, el 2014 va reconèixer l’estat de Palestina. Reconeixia, per tant, de forma implícita el dret de l’autodeterminació al mateix temps que negava el dret d’autodeterminació per als casos interns. De forma indirecta el dret d’autodeterminació el reconeixen tots els estats que incorporen a la legislació el respecte de les normes del dret internacional —o sigui la immensa majoria. De forma directa, reconèixer el dret d’autodeterminació a les minories internes d’un estat no és una pràctica habitual per raons òbvies, però molts estats a l’hora d’explicar perquè són independents basen la seva existència en la invocació legal al dret d’autodeterminació mateix. Hi ha més estats que reconeixen el dret d’autodeterminació de forma explícita a les lleis encara que no ho facin a la constitució, com ara: el Canadà (que reconeix el dret del Quebec), Dinamarca (que el reconeix per a les illes Fèroe i Grenlàndia), la mateixa Itàlia (que si no estic equivocat reconeix a Àustria un paper de tutela respecte del Tirol del Sud), Finlàndia (que el reconeix per a les illes Aland), el Regne Unit (que reconeix el dret d’autodeterminació a molts dels territoris units per la corona), Suïssa (que reconeix el dret d’autodeterminació dels cantons) o els Estats Units (que ha reconegut en unes quantes sentències el dret de secessió). Per tant, estem convençuts que la comunitat internacional, i guanya el Sí en el nostre referèndum d’autodeterminació, acabarà reconeixent la independència de Catalunya, ja que El dret d’autodeterminació dels pobles es considera jurídicament una norma imperativa, tal com ha estat remarcat a unes quantes sentències de la Cort Internacional de Justícia i tal com és reflectit a la carta de les Nacions Unides.

 

 

Ahmad Sa’adat da New dichiarazione: sciopero dei prigionieri una vittoria collettiva

Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/58/Latuff-saadat-3.jpg

Nell’ ambito della campagna per la libertà di Ahmad Sa’adat , il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e degli altri prigionieri politici palestinesi, è stata pubblicata una nuova dichiarazione del leader del FPLP, sulla sospensione dello sciopero di libertà e dignità.

La dichiarazione è ripubblicata qui di seguito:

Dichiarazione del Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmad Sa’adat

“I prigionieri hanno fatto una nuova battaglia epica grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i loro diritti devono essere conquistati e non supplicati dalle masse del popolo palestinese, dalla nazione araba, e dalle forze della libertà in tutto il mondo.

I prigionieri in sciopero hanno raccolto la loro fermezza per contrastare e resistere a tutti i tentativi di interrompere lo sciopero. L’oppressione non è stata risparmiata agli scioperanti, il ché ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri attraverso politiche repressive e misure contro gli stessi, in particolare la politica di trasferimento arbitraria, che non è cessata fino all’ultimo momento, oltre ai tentativi dell’occupante di diffondere menzogne, voci e disinformazione.

Gli eroi prigionieri hanno affrontato tutte queste politiche e pratiche ed hanno avuto per 41 giorni una volontà d’acciaio nei confronti delle forze d’occupazione, aggiungendosi ai punti di riferimento storici delle lotte del nostro popolo nel movimento di liberazione nazionale. 

Alle nostre masse palestinesi:
Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è radunato intorno allo sciopero, compresi i singoli e le istituzioni, i diritti umani, nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. È avvenuta attraverso il supporto delle forze popolari arabe in tutto il mondo arabo, e attraverso il supporto di tutte le forze della libertà, compresi i movimenti popolari e le organizzazioni, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti di giustizia sociale, per far fronte all’imperialismo e alla globalizzazione, e il movimento Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

A tutti coloro che hanno partecipato alle azioni di solidarietà con il nostro sciopero per portarlo alla sua onorevole conclusione, inviamo tutti i nostri saluti ed il nostro apprezzamento, in particolare alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. 

Per le masse del nostro popolo:
Anche se è troppo presto per fornire una valutazione finale dei risultati dell’esercizio, prima della dichiarazione ufficiale della leadership in sciopero, possiamo dire chiaramente che l’incapacità delle forze di occupazione per rompere lo sciopero o contenerlo è una vittoria per i prigionieri e per la loro volontà e determinazione di continuare il confronto.

Questa vittoria ha implicazioni importanti: in primo luogo, per ribadire il fatto che i diritti possono essere presi e mai elemosinati, e che la resistenza è stata la leva principale per tutte le conquiste del popolo palestinese in epoche successive alla rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri e l’atmosfera della divisione non hanno impedito l’unità d’azione di tutte le fazioni nazionali ed islamiche sui campi di confronto, a patto che la bussola della lotta rimanga diretta allo scontro principale contro l’occupazione. Il terzo punto importante è che non si esaurisce il confronto con lo sciopero; invece, si deve continuare, al fine di rafforzare i risultati dello sciopero, espanderli e costruire sulla base di essi. Questo è fondamentale per ricostruire e unificare il corpo del movimento dei prigionieri palestinesi e presentare un modello di vita per la nostra gente che porti avanti sforzi sinceri per far progredire la causa palestinese e farla uscire da questa crisi e da un quadro di divisione.

Alle nostre masse palestinesi:
Ciò che devono fare le nostre forze politiche e fazioni palestinesi per sostenere i prigionieri e rafforzare la loro costanza è il ripristino della nostra unità nazionale verso un percorso di avanzamento, lasciandosi alle spalle la passata e presente fase di girare a vuoto senza fine.

Ancora una volta, i nostri saluti a tutte le forze palestinesi, arabe e internazionali popolari che hanno contribuito a rafforzare la fermezza dei prigionieri, portando avanti la loro battaglia per la strada della vittoria.

Gloria ai martiri, e la vittoria è certa!”

Come ho combattuto l’ISIS: Intervista a Davide Grasso

Hai combattuto nelle YPG in Siria contro l’ISIS. Puoi spiegare che cosa sono le YPG?

Le YPG sono le unità di protezione popolare fondate da un partito curdo siriano, il partito di unione democratica (PYD). Il PYD aveva dovuto agire in clandestinità sotto il regime di Assad, ma dal 2011, con lo scoppio della rivoluzione siriana, il suo braccio armato, assieme a quello completamente femminile delle YPJ (le unità di protezione delle donne), ha dovuto affrontare una potente milizia salafita, ossia islamista iper-radicale, che voleva occupare le città curde siriane, in particolare Serekaniye. Questa milizia era Jabat al-Nusra, filiale siriana di Al-Qaeda.

A Serekaniye un centinaio di YPG riuscì a cacciare un migliaio di salafiti. Ciò provocò grande ammirazione per questo gruppo armato nella popolazione, che si sentì protetta. Le YPG allora decisero di cacciare dalle città curde la polizia e i soldati del regime di Assad, e migliaia di giovani entrarono nei loro ranghi. Da allora, tra il 2012 e il 2014, le YPG hanno difeso la costruzione dell’autonomia democratica del Rojava, ossia delle nuove istituzioni dei cantoni di Cizire, Kobane e Afrin.

Nel 2014, però, il gruppo salafita ISIS si scontrò con Al-Nusra e gli altri gruppi islamisti, occupando tutto il corso dell’Eufrate fino alla Turchia, e cercò nuovamente di occupare le città curde. Questo condusse tra il 2014 e il 2015 alla sanguinosa battaglia di Kobane, in cui nuovamente le YPG riuscirono a vincere, per la prima volta sostenute da bombardamenti USA e ottenendo notorietà e ammirazione, stavolta, in tutto il mondo, benchè il loro nome e il loro carattere rivoluzionario e socialista non sia mai stato riferito dai media, che si sono limitati a parlare di curdi o addirittura, con malafede, di peshmerga (che invece sono una milizia sì curda, ma  conservatrice, dell’Iraq!). I giornalisti italiani usano il termine Peshmerga, però, perché questa milizia irachena è alleata dell’Italia.

Dopo aver sconfitto l’ISIS a Kobane, nel 2015 le YPG hanno chiamato a raccolta i combattenti assiri cristiani e tutti i battaglioni arabi dell’ex “Esercito Libero Siriano” che intendevano combattere l’ISIS e non avevano un progetto islamista, formando un esercito più grande, le Forze Siriane Democratiche (SDF). Nel 2016 le SDF si sono spinte nei territori arabi della Siria del Nord sconfiggendo l’ISIS a Shaddadi e a Menbij, dove io stesso ho combattuto. Da cinque mesi sono impegnate nell’avvicinamento alla capitale dell’ISIS, Raqqa, nella prospettiva della sua definitiva liberazione.

I curdi sono uno dei popoli più perseguitati di sempre ma si tratta anche di grandi resistenti. Che cos’è la rivoluzione del Rojava?

La rivoluzione del Rojava è stata anzitutto la protezione della popolazione curda del nord della Siria, e la ricerca di una soluzione di convivenza per le diverse comunità linguistiche e religiose di quella regione, che è storicamente molto complessa. Il PYD ha chiesto a tutte le realtà (partiti, associazioni, sindacati) che volessero partecipare a questo processo di organizzarsi in un movimento comune. Così è nato il Movimento per la Società Democratica (Tev Dem), che ha preso contatto con i clan e le realtà associative arabe, turcomanne, cecene, armene, ezide, assire della regione per evitare la degenerazione della violenza settaria e costruire una convivenza pacifica e autodifesa. Questo accadeva nel 2012.

Ne nacquero i tre cantoni con i loro consigli legislativi ed esecutivi (sorte di governi e parlamenti provvisori) e un sistema giudiziario popolare. Quando questo sistema fu in piedi a tutela della convivenza immediata, il Tev Dem si dedicò a costituire la rivoluzione dal basso, ossia i consigli cittadini, istituzioni elettive con elementi di democrazia diretta nelle diverse città. Tuttavia, i consigli cittadini furono oberati di richieste da parte della popolazione in guerra e in piena crisi umanitaria ed economica, quindi il Tev Dem iniziò la costruzione delle comuni popolari in ogni villaggio e in ogni quartiere urbano, per avviare parziali sperimentazioni di autogoverno da parte della popolazione.
Ad oggi le comuni della Siria del Nord sono oltre 4.000.
Si tratta di un evento rivoluzionario eccezionale per il mondo di oggi.

Le comuni sono il nerbo della rivoluzione. Costituiscono commissioni sanitarie, finanziarie, giudiziarie, educative, di autodifesa; si coordinano con centinaia di cooperative costituite in base a principi egualitari. La loro base è l’assemblea popolare volontaria della zona, che elegge un consiglio di delegati a sua rappresentanza e costituisce le commissioni. Non bisogna immaginare le comuni come un luogo di ritrovo o discussione infinita, come talvolta sono le assemblee della sinistra altermondialista europea. Sono realtà pratiche e concrete, che risolvono i problemi collettivi e si danno un gran da fare per i bisogni di tutti. Le comuni operano a pieno ritmo e ciononostante ogni mese avviene una discussione plenaria.

Il 17 marzo 2016 l’autonomia democratica dei tre cantoni ha dichiarato ufficialmente la propria autonomia dal governo siriano, pur riconoscendo l’integrità territoriale dello stato siriano, ed è nata la Confederazione Democratica della Siria del Nord – Rojava. Questa istituzione ha deciso a fine 2016 di eliminare il termine “Rojava” per sottolineare che non è un’autonomia dei curdi, ma una confederazione effettiva di popolazioni di diversa lingua e identità. Sebbene si continui colloquialmente a parlare di Rojava, anche a causa del ruolo propulsivo innegabile che il PYD curdo ha avuto ed ha tuttora in questo processo, oggi dobbiamo prendere sul serio il progetto confederale, e parlare di Confederazione della Siria del Nord: solo così saremo all’altezza del processo politico che si sviluppa in Siria non più nel 2014, ma nel 2017.

I media che formano l’opinione pubblica europea distinguono l’opposizione siriana dell’ “Esercito Libero Siriano” dall’ISIS. Cosa ne pensi?

Il 20 luglio 2011 un manipolo di ex ufficiali dell’esercito di Assad, guidati da Riad Al-Asaad (che non ha vincoli di parentela con il presidente) ha dichiarato la costituzione dell’Esercito Libero Siriano (FSA) per “proteggere i manifestanti” in Siria. Come? Con quali soldi? Con quali armi? I soldi e le armi vennero da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Per questo migliaia di famiglie povere mandarono i propri figli a combattere con l’FSA per uno stipendio doppio rispetto a quello dei soldati regolari, e la guerra civile potè iniziare sovrapponendosi alla rivoluzione. In verità, da allora soltanto chi era armato, come l’FSA o le YPG, poteva partecipare al corso degli eventi. Quasi tutti i gruppi indipendenti non armati furono spazzati via, tranne in Rojava, dove poterono esprimersi nel Tev Dem.

Il problema dell’FSA è che non riuscì a mettere in piedi un comando unificato. Privo di qualsiasi visione politica o strategia, o ideologia effettiva, i suoi battaglioni furono bande di mercenari e predoni che inflissero violenze e saccheggi alla popolazione, finendo per essere considerati semplicemente dei gangster e dei ladri. Questo favorì Jabat Al-Nusra che aveva un’ideologia e un codice morale ben definiti, per quanto raccapriccianti, essendo improntati alla restaurazione della società islamica del VII sec. dc. Già nel 2012 Al-Nusra era più forte dell’FSA e si appropriava di denaro e armi destinati all’FSA. Quest’ultimo era diviso tra unità sostanzialmente impolitiche e unità che sempre più vedevano nell’idea salafita di instaurazione di uno stato islamico l’unica vera prospettiva politica in campo, alternativa al regime e alla rivoluzione in atto nel Nord, vista come eccessivamente rivoluzionaria, ossia in contrasto con la tradizione islamica.

Nel 2013 Riad Al-Asaad fu sostituito da Salim Idriss alla guida dell’FSA. Nel comando militare supremo dell’FSA faceva già parte un grande esercito salafita, Ahrar al-Sham. Era chiaro che l’FSA era ormai usato dai gruppi salafiti per sfruttare la propaganda positiva accordata dai media e dai governi occidentali a questo presunto esercito “libero”, che con la libertà non aveva mai avuto, e tanto meno aveva adesso nulla a che fare. Lo stesso Ahrar al-Sham ha intrapreso iniziative sempre più autonome, pur continuando a usare lo stemma dell’FSA quando poteva essere utile a scopi di propaganda; ad esempio, nel maggio 2015 ha stabilito un sodalizio stabile con Al-Nusra e altri gruppi salafiti costituendo Jaish al-Fatah, “l’esercito della conquista”; ma quando ha partecipato all’invasione turca di Jarablus, l’agosto scorso, ha usato nuovamente le bandiere FSA.

Ciò che contribuì alla fine dell’FSA fu anche la scelta dell’ISIS di creare uno stato islamico e attaccare tutti gli altri gruppi armati, a partire da Al-Nusra e Ahrar al-Sham. In questa fase, nel 2014, molti battaglioni FSA che non avevano aderito alla prospettiva islamista e salafita e che, essendo rimasti isolati, non riuscivano a fronteggiare l’ISIS, si coalizzarono con l’unico attore laico in grado di contrapporvisi, le YPG-YPJ. Le SDF nate nel 2015 hanno poi assorbito tutti i gruppi FSA che non sono entrati nell’orbita del coordinamento creato dai salafiti.

Che senso ha quindi, oggi, parlare di “esercito libero siriano”? Nessuno. Questa formazione ha avuto una breve vita nel 2011, poi si è sciolta di fatto nelle diverse fazioni e nelle due correnti politiche della rivoluzione, quella teocratica e quella confederale. Il nome e la bandiera sono serviti da allora ai salafiti per presentarsi in modo positivo all’opinione pubblica occidentale. Gruppi come Al-Nusra, che ha cambiato nome nel 2016 in Fatah al-Sham (“Conquista del Levante”), o Ahrar al-Sham, differiscono infatti dall’ISIS nell’aver rimandato la costituzione dello stato islamico a un momento successivo (per Arhar al-Sham, al momento del rovesciamento del regime di Assad), ed anche nel non aver alcun interesse ad attaccare in questo momento i governi occidentali, da cui ottengono supporto e appoggio. Per questo è necessario che il nome e il logo FSA restino in vita: per impedire alle popolazioni europee e nordamericane di sapere che genere di gruppi appoggiano i loro governi.

C’è ancora da chiedersi che rapporto esista tra il logo dell’FSA e la presunta “opposizione siriana” di cui parlano i nostri media. I nostri giornalisti, che sulla Siria fanno sfoggio di un’ipocrisia criminale, si riferiscono alla Coalizione Nazionale Siriana (CNS), creata in Qatar, nel 2012, sotto gli auspici di Stati Uniti e Turchia. Si tratta di un insieme di transfughi e notabili ostili al regime che non ha mai preso parte alla rivoluzione e tanto meno ai combattimenti, trattandosi per lo più di persone abbienti e residenti all’estero. Tra l’altro un terzo dei rappresentanti della CNS sono appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani, e desiderano a loro volta la trasformazione della Siria in uno stato islamico. Quanta propaganda occidentale è stata messa in atto contro il movimento palestinese Hamas, perché è legato alla Fratellanza Musulmana? Ebbene, la CNS creata da USA, Francia, Inghilterra e Turchia è legata allo stesso movimento mondiale ma, in questo caso, per i nostri ineffabili giornalisti è “opposizione siriana moderata” (sic).

Il popolo siriano non ha mai accettato la CNS come suo rappresentante. Questa “opposizione siriana” è una piccola casta di avventurieri politici sostenuta da interessi extra-siriani; in Siria, in questi anni di guerra, la popolazione si fida esclusivamente di chi agisce sul campo, di chi si conosce e si fa riconoscere. Per questo Al-Nusra, Ahar al-Sham o lo Stato Islamico da un lato, e le YPG-YPJ-SDF dall’altro competono per il reale supporto tra la popolazione. Le uniche rivoluzioni reali in Siria sono quella teocratica, sia o meno delegata all’ISIS, e quella confederale della Siria del Nord. Non esiste nient’altro. Va anche detto che gli uffici stampa della CNS, privati di reale supporto sul campo, appoggiano di fatto tutti i gruppi islamisti quando combattono contro il regime o contro le SDF. Per questo, oltre a non essere un’opposizione reale, la CNS, come del resto chi ancora usa strumentalmente la bandiera FSA, non è neanche una opposizione “moderata”.

Qual è stato e qual è oggi il ruolo della Turchia nella crisi Siriana?

La Turchia, come stato militarista membro della NATO, ha sempre avuto interessi antagonisti con la Siria, altro stato militarista legato invece, in passato, all’Unione Sovietica e oggi alla Russia e all’Iran. Con la vittoria dell’Akp, il partito islamista di Erdogan, alle elezioni del 2002, si è insinuata nelle istituzioni un tempo laiche della Turchia la nuova ideologia islamista “neo-ottomana”, ispirata da mire imperiali sul medio oriente.
Lo scoppio della rivoluzione siriana ha visto Erdogan passare subito all’azione, costituendo l’FSA, armandolo e finanziandolo, e contribuendo, con USA e Qatar, alla costituzione della CNS come governo-ombra che avrebbe dovuto sostituire il regime una volta caduto.

Questa strategia era comune a Turchia, USA e Unione Europea. Tuttavia, nulla andò per il verso prospettato. Anzitutto, la Russia non rimase immobile come nel caso libico, ma fornì potenti protezioni antiaeree al regime di Assad, scongiurando nei fatti la possibilità di un attacco aereo dei paesi NATO. In secondo luogo, l’FSA perse terreno nel giro di un anno nei confronti dell’esercito formato da Al-Qaeda. In terzo luogo, come detto, l’unica entità politica con cui i vertici dell’FSA cercarono di connettersi, cioè la CNS, non ottenne alcuna simpatia nel movimento rivoluzionario reale.

Di fronte a questo stato di cose, Erdogan decise nel 2012 di appoggiare e rafforzare Ahrar al-Sham, accanto ad altri gruppi islamisti come la brigata turcomanna Sultan Murad. Se la CNS non trovava l’appoggio dell’insurrezione e della popolazione siriana, il governo turco era pronto ad appoggiare direttamente i salafiti e i propugnatori di uno Stato islamico in Siria. Per questo si può dire che Ahrar al-Sham è stato usato dalla Turchia come “suo” gruppo salafita in Siria, anche per bilanciare Al-Nusra; non perchè Al-Nusra fosse più radicale (i due gruppi sono ideologicamente identici), ma perchè essendo Al-Qaeda un network clandestino globale è molto meno controllabile e non si legherebbe eccessivamente a uno Stato. Lo stesso vale per l’Arabia Saudita, che per bilanciare Al-Nusra ha rafforzato e finanziato il gruppo salafita Jaish al-Islam, peraltro (fino a tutto il 2016) alleato sul terreno tanto di Al-Nusra quanto di Ahrar al-Sham.

La nascita dello stato islamico, di fatto da una costola siriana di Al-Nusra (benchè le origini di questa “costola” fossero più complesse e avessero origine in Iraq), ha sottratto la maggior parte dei territori a Nusra e Ahrar al-Sham e ha rappresentato un nuovo problema per la politica della Turchia in Siria nel 2014. Erdogan ha allora voluto  stringere un patto con l’ISIS, che ha avuto campo libero logistico in Turchia al pari degli altri gruppi salafiti, benchè ufficialmente fosse la costola imprevedibile e meno controllabile della rivoluzione siriana. L’obiettivo di Erdogan era convogliare l’ISIS contro le YPG, cosa che infatti è avvenuta, ma solo per portare altri problemi a Erdogan. Non solo le YPG hanno resistito a Kobane e hanno iniziato a distruggere pezzo per pezzo lo Stato Islamico, ottenendo supporto in Siria e nel mondo, ma gli stessi USA hanno ritenuto che la politica siriana di Erdogan avesse passato il segno: Obama era disposto ad appoggiare i salafiti contro Assad, come Carter e Reagan li avevano appoggiati contro l’URSS in Afghanistan, ma non secondo logiche che sfuggivano del tutto o in parte al controllo della Casa Bianca.

Dal 2015 la Turchia ha visto quindi incrinarsi i suoi rapporti con gli USA e, di fronte all’appoggio dato dagli USA alle SDF, in particolare l’estate scorsa a nord di Aleppo (Menbij), ha invaso la Siria occupando Jarablus, Marea, Dabiq e Bab. Nel caso di quest’ultima città, l’esercito turco ha dovuto anche confrontarsi direttamente con l’ISIS, con notevoli difficoltà, cosa che ha condotto questo gruppo a mettere in atto la terribile strage di Istanbul a capodanno. Inoltre gran parte dell’elettorato di Erdogan non comprende perché l’esercito di un Paese musulmano sunnita dovrebbe combattere uno stato islamico sunnita. Lo zoccolo duro dei militanti dell’AKP ha profonde simpatie per l’ISIS. Infine, mentre Ahrar al-Sham e Al-Qaeda venivano sconfitte dal regime e dalla Russia ad Aleppo, lo scorso autunno, Erdogan ha intavolato trattative con Putin, cosa che ha scatenato molta rabbia nel suo elettorato, che ha visto i salafiti di Aleppo est come partigiani della sunna contro i russi cristiani e gli apostati sciiti del governo siriano.

Oggi la Turchia cerca di stabilizzare la sua occupazione delle campagne a nord di Aleppo per impedire l’unificazione dei cantoni di Kobane e Afrin e creare un’area in cui far convogliare tutti gli islamisti che sono stati sconfitti ad Aleppo e saranno sconfitti a Idlib, per poi scatenarli contro la Confederazione della Siria del Nord. A sei anni dall’inizio dell’intervento turco in Siria, infatti, non soltanto il regime nemico è ancora in piedi, ma lungo il confine della Turchia si è formata una confederazione rivoluzionaria che sostiene i rivoluzionari (turchi e curdi) di Turchia ed è appoggiata, sebbene soltanto parzialmente e in forme diverse, tanto dalla Russia quanto dagli Stati Uniti. La politica estera di Erdogan in Siria è quindi stata piuttosto fallimentare, ma ha prodotto centinaia di migliaia di morti e moltissimi ne produrrà ancora. Quello turco è ad oggi uno dei governi più criminali e pericolosi al mondo.

Che responsabilità hanno lo stato italiano e la UE in questa crisi?

Immense. Se vi ricordate, nel 2011, i media diedero molto spazio alla rivoluzione siriana. Tuttavia, dal 2012 al 2014, i riflettori sulla crisi siriana sono stati spenti dai nostri media. Questo perchè era evidente che le popolazioni europee non avrebbero mai supportato le politiche estere dei nostri governi sulla Siria, se solo le avessero comprese e conosciute. Supportare gruppi armati di fanatici salafiti e islamisti in Siria non solo è stato un crimine nei confronti della popolazione civile siriana, perché ha condotto alla violenza settaria sciiti-sunniti e all’oppressione di gran parte della popolazione secondo concezioni folli che sono persino peggiori di quelle di Assad, ma ha anche messo in pericolo noi e le nostre città.

Non a caso quando l’ISIS ha iniziato a decapitare giornalisti occidentali o ha attaccato Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino è sempre stato presentato come un gruppo, di fatto, sorto dal nulla. L’interesse per la Siria dei nostri media è risorto nel 2014 a causa dell’ISIS, ma non è mai stato spiegato che esso è sorto nell’ambito di quella galassia di gruppi armati ad orientamento teocratico sostenuti e finanziati da Francia, Inghilterra e USA dal 2011, pur di avere qualcuno in Siria che combattesse Assad. Per questo oggi nessuno capisce niente della Siria: l’informazione ha cancellato dei pezzi, quelli imbarazzanti per i nostri governi, e si sente soltanto parlare di “Assad”, “ISIS”, “ribelli” o “curdi”. Un modo di fare informazione apparentemente demenziale, ma in realtà scientificamente orientato a limitare la comprensione della guerra, come sempre avviene in questi casi; con la differenza che, se prima del 2014 non se ne parlava, ora se ne parla in un modo abbastanza superficiale perchè non se ne capisca niente.

Chi, tra gli italiani, sa che nel 2012 l’Italia ha riconosciuto la CNS come “Legittimo rappresentante delle aspirazioni del popolo siriano”? Eppure è un’organizzazione legata ai Fratelli Musulmani, che sostiene i salafiti in Siria e li copre politicamente, mentre attacca politicamente a tutto spiano la Siria del Nord e la sua confederazione perché mettono al centro una nozione rinnovata di democrazia e soprattutto le donne. L’Italia sostiene il peggio in Siria, e l’endorsement per la CNS non è mai stato ritirato – tanto la gente non lo sa. Ma quando queste realtà diffondono in società come quella siriana l’idea che l’Islam è una religione superiore al cristianesimo, che chi non crede in Dio merita il peggio, che l’Europa è il luogo della perdizione e che in fondo sgozzare un infedele è un atto in linea con la parola di Dio, chiediamoci quali sono le conseguenze per il futuro della Siria come dell’Europa, e per i rapporti tra i popoli del medio oriente e i popoli dell’Europa.

L’Italia non ha mai supportato la rivoluzione confederale, Renzi ha semmai armato i peshmerga del PDK iracheno di Massud Barzani, despota autoritario che perseguita le opposizioni e proprio in questi giorni commette crimini contro la minoranza ezida in Iraq. L’Italia ha dato il suo indiretto appoggio ai folli gruppi che hanno condotto la Siria alla catastrofe. Questo è possibile grazie alla disinformazione. Basti pensare agli eventi di Aleppo: chi ci ha capito qualcosa? Sappiamo che sono morti dei civili, ma non ci è stato detto che erano anche Ahrar al-Sham e Al-Qaeda ad ucciderli se solo provavano ad abbandonare i loro quartieri, cosa che avrebbero fatto volentieri per mettersi in salvo; per i salafiti non si possono lasciare soli a resistere i “guerrieri di Dio”. Sono le stesse cose che ho visto fare con i miei occhi all’ISIS durante la liberazione di Menbij. Gli italiani (e ancor più le italiane) dovrebbero sapere queste cose.

Lo scorso dicembre Laura Boldrini ha fatto spegnere le luci di Montecitorio “per Aleppo”; ma quale Aleppo? Quella delle donne combattenti curde del nord della città, gasate con armi chimiche dai salafiti appoggiati dalla CNS e quindi dall’Italia nell’aprile 2016? Proprio in quei mesi Mohamed Alloush, capo di Jaish al-Islam responsabile di quei crimini, calcava assieme ai rappresentanti della CNS gli stessi tappeti di Cristina Mogherini e Staffan De Mistura a Ginevra come “legittimo” rappresentante della presunta “opposizione siriana”. Dovremmo chiederci se Laura Boldrini ha spento le luci per l’Aleppo di questi salafiti, che sette mesi dopo (finalmente) venivano cacciati dalla città, dove avevano ridotto in schiavitù per anni migliaia di donne nei loro quartieri. Occorre riconoscere e demistificare la realtà. Occorre vedere ciò che è davanti a noi, ma non possiamo aspettare che sia il nostro stato o governo a dircelo, perchè gli Stati e i governi mentono sempre sulle guerre. Informarci autonomamente su ciò che accade in Siria, in Iraq, in Yemen, in Libia o in Palestina, oggi, non è semplice “internazionalismo”, come ieri. È qualcosa di più radicale e urgente se possibile. Oggi il mondo è la nostra città. Informarsi su Raqqa o Aleppo significa informarsi sul quartiere accanto al nostro nella metropoli globale, in cui vengono uccise delle persone e, forse, viene concepita la nostra stessa uccisione. Si tratta di una necessità di autodifesa per tutte e tutti noi, ed è presupposto necessario per chiunque voglia tentare di cambiare le cose.

IAW 2017: Sardegna e Palestina unite nella lotta

Volantino dell’evento
di Alessia Ferrari

IAW 2017: Sardegna e Palestina unite nella lotta 100 anni di colonialismo di insediamento 100 anni di lotta per la giustizia

A dare il via libera al progetto sionista di colonizzazione della Palestina fu una lettera, datata 2 novembre 1917, firmata da Arthur James Balfour. È passato un secolo da quando il Ministro degli Esteri britannico dava il suo benestare all’istituzione di un “focolare nazionale” ebraico in Palestina, un secolo in cui, a dispetto di quanto auspicava Ben Gurion, gli israeliani non sono riusciti a “estirpare il senso di identità nazionale” dei palestinesi. Se il tentativo di “genocidio culturale”, purtroppo ancora in atto, è per ora miseramente fallito, altrettanto non si può dire di un altro cardine del progetto sionista: il colonialismo di insediamento. Quest’anno l’Israeli Apartheid Week – evento che annualmente si tiene in più di 250 Università del mondo per denunciare le politiche di apartheid attuate nei confronti del popolo palestinese e le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale ad opera di Israele – propone una riflessione sul centenario della lotta popolare per la giustizia in Palestina e della resistenza palestinese alle confische e ai furti della loro terra. A Cagliari la IAW si articolerà in quattro giornate e sarà inaugurata il 27 febbraio con un seminario sul diritto allo studio e alla libertà accademica in Palestina, che vedrà la partecipazione di Charlotte Kates, coordinatrice del Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, e di Angelo Stefanini, docente dell’Università di Bologna. L’evento sarà anche l’occasione per ribadire l’opposizione degli studenti alla cooperazione tra UniCa e il Technion Institute of Tecnology di Haifa, istituzione accademica israeliana pesantemente implicata nell’occupazione dei territori palestinesi e leader nello sviluppo della tecnologia drone utilizzata per i periodici attacchi alla Striscia di Gaza.
Nel successivo incontro sarà approfondito il tema della colonizzazione della Palestina attraverso la proiezione di brevi documentari, a cui seguirà – grazie al prezioso lavoro di traduzione del Centro di Documentazione Palestinese – la presentazione del libro “La rivolta del 1936-’39 in Palestina” di Ghassan Kanafani, un documento fondamentale per la comprensione dell’attuale situazione in Medio Oriente.
Nella giornata conclusiva si vuole sottolineare l’universalità della lotta che accomuna il popolo sardo a quello palestinese, anche i sardi, infatti, sono impegnati in prima linea nella battaglia contro l’occupazione militare della propria terra, occupazione perpetuata dalla NATO con la collaborazione delle forze sioniste e con la piena complicità del governo italiano, il quale ha permesso che la Sardegna ospitasse il 61% del demanio militare italiano, trasformandola nel territorio più militarizzato d’Europa. Non si deve dimenticare che in un mondo globale sempre più intercorrelato e interdipendente ogni lotta può avere ripercussioni cruciali sul resto del mondo, e la nostra battaglia può essere d’aiuto anche al popolo palestinese poiché a esercitarsi in Sardegna e a far piovere bombe sulla nostra terra sono anche i cacciabombardieri delle Israeli Defence Forces.
Coloro che hanno seguito l’edizione della IAW del 2016 ricorderanno con rammarico che – complici le ingerenze israeliane – essa è stata osteggiata dalle autorità accademiche.
Questo non ha però affievolito la convinzione degli studenti cagliaritani che l’Università sia il luogo più idoneo per un evento di denuncia e sensibilizzazione come questo, e che l’Università non debba mai essere privata della sua sacra missione di educare allo spirito critico.

Il primo appuntamento è stasera alle 16.00 in Aula A, Viale Fra’ Ignazio da Laconi, partecipare è importante perché, come diceva Vittorio Arrigoni, conoscere è il primo passo verso una soluzione.

Per tutti i dettagli potete seguire l’evento al link:

https://www.facebook.com/events/639264149608949/

Tzicu Pala sulla Collettività Unica di Corsica

di Tzicu Pala

IL PARLAMENTO FRANCESE APPROVA LA COLLETTIVITA’ UNICA DI CORSICA

A mezzanotte passata del 22 febbraio, in un emiciclo praticamente vuoto, l’Assemblea Nazionale francese ha finalmente ratificato il progetto di legge còrso per la creazione di un ente amministrativo unico per l’Isola. La votazione ha visto l’unanimità de gruppi parlamentari ad eccezione dei Repubblicani di Sarkozy e di un eletto centrista.
L’esecutivo còrso, presente in aula, ha mostrato soddisfazione, il presidente Simeoni ha affermato che si tratta di un grande passo per la Corsica.
Da parte sua il ministro della Pianificazione Territoriale francese Jean Michel Baylet ha rimarcato che “nonostante la repubblica francese sia unica e indivisibile, nel XXI secolo è giusto riconoscere le diversità”.
Date le caratteristiche di questa votazione, sia a livello di orario che di massiccio assenteismo, gli eletti còrsi nei partiti francesi – che recentemente avevano affossato questo passaggio parlamentare nonostante l’avessero sostenuto nell’Assemblea di Corsica – hanno potuto dissimulare le loro reali intenzioni, evitando di esporsi ulteriormente in doppiogiochismi imbarazzanti.

RIEPILOGO DELLA QUESTIONE
l’Assemblea còrsa ha approvato la creazione della Collettività unica di Corsica, un ente amministrativo unico che supera l’attuale divisione in tre realtà burocratiche territoriali.
Questo storico obiettivo dell’indipendentismo, teso ad annullare le divisioni amministrative dettate dallo Stato francese, ha ricevuto l’appoggio anche delle forze politiche che non fanno riferimento alla nazione còrsa.
Tuttavia qualche settimana fa nell’aula del Senato francese si è verificata una serie di voltafaccia collocabili a metà strada tra la sorpresa e la conferma di storiche ambiguità politiche della classe politica di centro destra unionista che per decenni ha gestito il potere in Corsica.
La votazione sulle decisioni dell’Assemblea còrsa in tema di Collettività unica di pochi giorni fa aveva dato esito negativo con 162 voti contrari e 143 a favore. I senatori della destra e i comunisti eletti in Corsica avevano votato contro mentre i centristi còrsi avevano dato il colpo di grazia con la loro massiccia assenza.
Lo stesso ministro francese della Pianificazione Territoriale, della Ruralità e delle Collettività Territoriali, Jean Michel Baylet, aveva auspicato pubblicamente prima della scorsa votazione che i senatori continuassero ad essere giudiziosi. Dopo la votazione il ministro aveva definito il risultato come “incredibile, un colpo basso per la Corsica che annulla una decisione dell’Assemblea còrsa appoggiata da tutti i gruppi eccetto i comunisti”. “Abbiamo assistito al balletto dell’ipocrisia”, aveva chiosato il Ministro che si era detto comunque impegnato a far rispettare la volontà dell’Assemblea còrsa.

 

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Fermare il G7: “FORA U G7”

Grafica promossa da “Antudo” (portale cui fanno riferimento le realtà sociali che si muovono per l’autodeterminazione e l’autogoverno dei territori) dopo l’annuncio del G7 a Taormina

Il 26 e 27 maggio si terrà a Taormina (provincia di Messina) un vertice del cosiddetto G7.
Il G7 è l’incontro di sette tra le più grandi potenze globali; parteciperanno, dunque, i capi di Stato di Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Canada e Italia con le rispettive delegazioni. Trump, Merkel, Hollande e Gentiloni si vedranno in Sicilia per confrontarsi su alcuni temi specifici: cyber controllo, smart city e sicurezza delle città contro il terrorismo.
Aldilà dei temi specifici, sarà per loro l’occasione per confrontarsi sugli equilibri economici e sui nuovi scenari di guerra a livello mondiale.

Ma il fermento nell’area antagonista e indipendentista siciliana è crescente e per questo fine settimana è prevista una assemblea internazionale. “FORA U G7” in  lingua siciliana, che accoglierà realtà siciliane, realtà italiane dell’antagonismo e della sinistra anticapitalista e realtà delle nazioni senza stato (compresa la Sardegna).
All’Università di Palermo in via Ernesto Basile, sabato 25 e domenica 26 febbraio dalle 10:00 alle 21:00, questo variegato movimento discuterà i termini della mobilitazione da organizzare a maggio.

Nella chiamata è forte la denuncia degli attivisti siciliani sul contrasto stridente tra i potenti della terra che si riuniscono per discutere gli equilibri dei potentati economici e le condizioni di sottosviluppo in cui versa l’isola: «Ancora una volta i “grandi” del pianeta si riuniscono per decidere le sorti del mondo e garantire gli interessi delle lobbies. E decidono di farlo in un posto simbolo: Taormina, la Sicilia. La Sicilia è la zona d’Europa col più alto tasso di disoccupazione; alla Sicilia appartiene l’attuale primato nel saldo delle migrazioni; la Sicilia delle strade che crollano, dell’acqua razionata ai cittadini, dei collegamenti che non esistono; è, appunto, Taormina, uno dei luoghi più turistici dell’Isola. Il simbolo di uno spazio “eccezionale” che stride con i paesaggi, naturali e umani, che la circondano; una cittadina concessa al consumismo dei ricchi turisti di passaggio nel Mediterraneo. In questi luoghi tanto significativi arriveranno questi capi di Stato; arriveranno gli americani che hanno pensato alla Sicilia come zona dove installare un sistema radar militare denominato “Muos” a forte impatto di inquinamento elettromagnetico. Arriveranno i francesi le cui multinazionali hanno comprato praticamente tutta l’acqua pubblica disponibile nella nostra isola e ora si apprestano a mettere le mani sul business dei rifiuti; ci sarà Gentiloni, esponente del Partito Democratico e marionetta gestita dallo stesso ex premier Renzi che ha ridotto la Sicilia a territorio tra i più poveri d’Europa».
Una occasione, quella delle contestazioni al G7, «per rialzare la testa» contro i veri responsabili della crisi economica individuati nei mercati e nella finanza.