I catalani diventeranno un popolo illegale?

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Persecuzioni di massa contro i cittadini catalani da parte dello stato spagnolo? Non è la trama di un film distopico ma la presa di posizione dell’avvocatura di stato spagnola.

L’Avvocatura di stato ha infatti presentato un ricorso contro diversi cittadini catalani accusati di essere parte di una “massa tumultuària” contro le forze di polizia spagnole. Nel ricorso  l’avvocatura ricalca che la cittadinanza sapeva che il referendum era stato proibito dal Tribunale Constituzionale.

La motivazione per cui si vuole procedere ad identificare e quindi mettere sotto processo un intero popolo ha dell’incredinbile:

«La massa cantava cridant ‘votarem, votarem’, que revela aquest coneixement que la policia intentava impedir una votació il·legal i que ells volien impedir que ho impedís».

Siccome le persone scandivano lo slogan “voteremo, voteremo”, allora erano pienamente consapevoli del fatto che le votazioni erano proibite e quindi illegali, e quindi erano consapevoli che stavano compiendo un atto illegale in maniera deliberata.

Il prossimo passo quale sarà? Togliere il diritto di voto ai votanti catalani? Imprigionarli tutti? Espellerli come facevano i monarchi di Spagna con ebrei e moriscos cinquecento anni fa? Sterminarli nei campi di concentramento come fecero gli alleati nazisti del franchismo con oppositori e minoranze indesiderate?

Di seguito pubblichiamo l’articolo integrale tratto dal giornale spagnolo El Periòdico (link)

L’Advocacia de l’Estat ha presentat un recurs al jutjat de Barcelona que investiga les càrregues policials per reclamar que s’imputin votants de l’1-O, al considerar que van actuar com una “massa tumultuària” contra les forces i cossos de seguretat de l’Estat.

En el recurs, avançat per ‘eldiario.es’ i al qual ha tingut accés aquest diari, l’Advocacia de l’Estat es suma a l’escrit del Sindicat Professional de la Policia i demana que s’investiguin 36 votants ferits en quatre escoles que van denunciar la Policia, així com que s’identifiqui gent concentrada davant de les escoles, pel seu possible paper d’“organitzadors de la resistència” i la seva relació amb els CDR.

El titular del Jutjat d’Instrucció número 7 de Barcelona va rebutjar en un auto investigar els concentrats argumentant que eren víctimes de la situació de confrontació generada pels poders públics, que “van traslladar al carrer” els seus conflictes. Justícia ha precisat que el recurs és per rebutjar la negativa del jutge de la competència de les forces i cossos de seguretat de l’Estat de carregar contra els votants.

En l’escrit, l’advocacia recalca que la ciutadania ja sabia que el referèndum havia sigut prohibit pel Tribunal Constitucional, i per aquest motiu van impedir amb coneixement de causa la tasca dels agents de requisar urnes i paperetes. I posa com exemples d’aquesta actuació que els votants s’“amunteguessin” a les portes de les escoles.

“Quan un ciutadà observa que la policia vol entrar en un lloc en l’exercici de les seves funcions, sap que la seva obligació jurídica és deixar lliure el pas sense plantejar-se altres qüestions. Impedir el pas és antijurídic”, argumenta l’advocat de l’Estat Severo Bueno de Sitjar de Togores.

Votarem, votarem

“La massa cantava cridant ‘votarem, votarem’, que revela aquest coneixement que la policia intentava impedir una votació il·legal i que ells volien impedir que ho impedís. En cap elecció ordinària la gent va a votar cridant ‘votarem, votarem’”, sentencia. A més, afirma que “les lesions patides pels obstruccionistes” serien imputables al “poder públic autonòmic, per creació d’una situació de perill, com qui envia algú altre a un lloc on segur que patirà algun mal”. Aquest recurs de l’Advocacia de l’Estat se suma al presentat pel Sindicat Professional de Policia. 

La fiscalia s’ha oposat a imputar els votants perquè considera que el fet de ser al lloc “no permet inferir l’existència de cap indici de la seva participació en un delicte de resistència o desobediència a l’autoritat”.

L’Ajuntament de Barcelona, personat com a acusació popular, també rebutja la reclamació de l’advocat de l’Estat al considerar que en les imatges dels fets només s’observa una “actitud passiva” dels votants.

 

 

La nazione catalana: il libro

 

Proprio nei giorni in cui a Madrid si celebra il processo contro i dirigenti catalani accusati di ribellione e di aver indetto il referendum per il l’indipendenza della Catalunya e le strade della capitale spagnola si sono gonfiate di bandiere catalane per rimarcare che #AutodeterminacióNoÉsDelicte! (l’autodeterminazione non è un delitto, come invece viene trattato dai giudici postfranchisti), ad Alghero si è tenuta la presentazione  del volume La Nazione Catalana. Storia, Lingua, Politica, Costituzione nella Prospettiva Plurinazionale,  a cura di Jorge Cagiao y Conde, Gennaro Ferraiuolo e Patrizio Rigobon. Si tratta di un’opera di estrema attualità che offre al lettore interessato le informazioni fondamentali per comprendere la situazione politica e sociale della Catalogna del XX secolo.

Il libro è stato presentato per la prima volta lo scorso dicembre a Siena, in occasione del XII Congresso Internazionale dell’Associazione Italiana di Studi Catalani, e ora, l’Òmnium Cultural de l’Alguer e la Libreria Il Labirinto, con la collaborazione dell’Ufficio di Alghero della Delegazione in Italia del Governo della Catalogna, offrono al pubblico algherese la presentazione di questo libro, importante sia per la qualità dei singoli articoli di diversi autori, sia per l’analisi esaustiva che risulta dal suo carattere interdisciplinare: storia, storia letteraria e culturale, antropologia, teoria politica e diritto dialogano in questa pubblicazione per dar forma a una analisi completa e rigorosa.

La presentazione ha avuto luogo venerdì 15 marzo, alle 18.00, nella Sala Mosaico del Museo Archeologico della Città con la presenza di Patrizio Rigobon, uno dei curatori del volume, docente presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, di Stefano Campus, presidente dell’Òmnium Cultural de l’Alguer, Vittorio Nonis della Libreria Il Labirinto e Gustau Navarro Barba, responsabile dell’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya.

 

 

Sciopero mondiale per il clima e battaglia per la moratoria energetica sarda

Il soggetto-progetto politico Caminera Noa aderisce allo sciopero mondiale per il clima che vedrà anche manifestazioni in Sardegna e rilancia la sua battaglia per la moratoria energetica, come contributo alla lotta che anche i giovani sardi stanno facendo propria per salvare il pianeta dal disastro annunciato del cambiamento irreversibile prodotto dal riscaldamento globale.

Pubblichiamo di seguito il testo del comunicato:

Come contributo a questa importante battaglia di cui sono protagonisti i giovani che giustamente si stanno mobilitando contro la distruzione del nostro pianeta, portiamo la proposta di moratoria energetica che abbiamo elaborato, perché in Sardegna produciamo molta più energia di quella che realmente ci serve e di fatto funzioniamo come piattaforma energetica per gli interesse di terzi.

Saremo in piazza con i ragazzi in questa importante battaglia.

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Richiesta di moratoria

Da anni cittadini, comitati e associazioni si battono contro le prevaricazioni di potenti multinazionali che hanno trovato in Sardegna terreno fertile grazie alla connivenza e alla collaborazione del governo Italiano, di quello Sardo e di una moltitudine di amministratori locali, i quali, sovente, si fanno essi stessi promotori di progetti di speculazione e portavoce delle società d’assalto.

Da anni cittadini, comitati e associazioni mobilitano risorse umane ed economiche per contrastare i disastri che incombono sulla nostra terra e si battono contro impianti a combustibile fossile e finte rinnovabili, dietro i quali si nascondono, la predazione di risorse, il consumo di territorio e la sua distruzione.

Fino ad oggi tante battaglie sono state vinte grazie al lavoro di attivisti preparati e capaci.

Si tratta però di un lavoro immane, utile a contrastare singoli progetti ma impossibile per arginare le miriadi di progetti fotocopia presentati da società ricche di capitali che prima o poi l’avranno vinta.

Il dibattito pubblico e politico purtroppo continua a racchiudersi entro ambiti che, anche se corretti, poco hanno a che fare con la natura e le caratteristiche dei territori e le esigenze delle comunità, quando dovrebbe invece estendersi ad un quadro generale più ampio di reale necessità e utilità.
I criteri di valutazione e accettazione non possono limitarsi alla reale rinnovabilità e sostenibilità. E neppure al soddisfacimento di tutte le prerogative tecniche, tecnologiche, ambientali e legali.
Quali sono i nostri reali bisogni? Quando un progetto è necessario, lecito, sensato, utile? È quali sono le altre opzioni valide?

Attualmente siamo interessati da numerosi progetti di produzione energetica da fonti fossili e rinnovabili. Diversi sono i progetti di realizzazione di depositi di metano lungo le coste, stimabili in una capacità di almeno quattro volte le presunte necessità dell’isola; addirittura due sono i progetti di realizzazione di reti di gas metano, innumerevoli i progetti di impianti cosiddetti “rinnovabili”.
A causa dell’eccesso di potenza installata, tra rinnovabili e tradizionali, già da diversi anni non siamo in grado di smaltire la produzione elettrica, nonostante quote consistenti superiori talvolta al 40%, vengano trasferite al Continente attraverso i due cavidotti Sapei e Sacoi.
A cosa possono servire allora altri impianti di produzione energetica se non a garantire sostanziosi incentivi economici?
E che senso hanno per le comunità locali impianti i cui benefici vanno quasi esclusivamente a delle multinazionali estere?
Che senso hanno impianti di grande impatto la cui realizzazione non è stata concordata con le comunità locali e vengono imposti a suon di leggi insensate, minacce, ricatti e prevaricazioni?

E anche, ove questi impianti fossero realmente a impatto zero e avessero ricadute positive sul territorio , perché le comunità non possono legittimamente decidere diversamente, optando per soluzioni altrettanto vantaggiose o, al limite, per nessuna soluzione?

Se la legge favorisce progetti inutili e dannosi per l’ambiente e le comunità che li devono subire, è giusto allora che le comunità e gli amministratori si ribellino.

E, quando leggi sbagliate rappresentano un ostacolo sui nostri diritti legittimi, bisogna lottare per la loro riforma.
Ma anche ove esse fossero adeguate, è indispensabile chiedersi se i relativi progetti hanno un senso e sono di nostro interesse, se sono consoni col territorio e le comunità, in una logica di utilità, di rispetto altrui, del territorio e dell’ambiente. Non è sufficiente che siano verdi e sostenibili.

Il dibattito è pertanto squisitamente politico, e deve essere affrontato tenendo in debita considerazione tutti gli aspetti.

È necessario e urgente che il diritto di decidere delle comunità e dei popoli non sia subalterno e dipendente dall’ambito giuridico e tecnico ma acquisti il ruolo di prim’ordine che gli compete.

Per questa ragione Caminera Noa avanza la richiesta all’attuale governo della Regione Sardegna in scadenza di mandato (N.d.R. il documento si rivolgeva alla Giunta Pigliaru a pochi mesi dalla scadenza del mandato, ma la sostanza del ragionamento non cambia e ora ovviamente l’appello viene rivolto alla Giunta Solinas in via di insediamento), la sospensione di tutte le procedure autorizzative per tutti i nuovi progetti di impianti di produzione di energia e si impegna a perseguire tale obiettivo in tutte le sedi affinché ciò avvenga.
Caminera Noa fa propria questa battaglia politica e si batterà per il superamento dell’attuale sistema di produzione privato e speculativo.
L’energia è un bene pubblico e primario, allo stesso modo dell’acqua. È necessario e indispensabile ripensare il nostro modello economico e di produzione energetica, così come intervenire sui sistemi di produzione già in funzione, sulle reti di trasmissione, i sistemi infrastrutturali e di controllo e gestione, per un loro miglior e più razionale impiego, nel rispetto delle effettive necessità, della volontà popolare e delle singole comunità interessate.

#camineranoa #moratòriaenergètica

8 marzo in Sardegna: tra sciopero, manifestazioni e questionario sul lavoro femminile

Il seguente articolo è stato pubblicato stamattina sul blog Zinzula

L’8 marzoGiornata internazionale della donna, è in programma a Cagliari uno sciopero promosso dalla rete Non Una di Meno – Manc’Una de Mancu, riguardo la violenza e lo sfruttamento di genere. Discriminazioni che risalgono alla notte dei tempi e che oggi si rigenerano in vecchi e nuovi attacchi al genere femminile. Dalla violenza fisica, domestica e sul lavoro, ai sempre più forti venti antiabortisti, dal salary gap sul mercato, passando per il lavoro non di mercato, quasi completamente a carico delle figure femminili nei contesti familiari.

Numerose le realtà aderenti all’iniziativa. Qui il link Facebook dell’evento e l’elenco completo https://www.facebook.com/events/1133343803496286/

Oltre alla partecipazione di studentesse e studenti universitari e non solo, tra le tante adesioni figura il Laboratorio Politico Sa Domu, il quale nei giorni scorsi ha organizzato un evento di raccolta fondi, RUAS – Rete Unitaria Antifascista Sulcis-Iglesiente e l’ASCE, storica associazione sarda che da oltre 30 anni si batte contro ogni fenomeno di discriminazione ed emarginazione sociale.

La grafica che accompagna il questionario sul lavoro femminile lanciata ieri sui social da Caminera Noa

“Oltre al lavoro produttivo, ad esse è stato poi affidato, storicamente e socialmente, il lavoro riproduttivo, che comprende tutte le attività che sono connesse con la riproduzione della vita e con la sua cura: lavoro domestico di gestione della casa, cura ed educazione dei figli, assistenza ai familiari. Questo lavoro, oltre a non essere riconosciuto e a venire spesso dato per scontato, è indispensabile per il funzionamento dell’intero sistema economico” – scrive Caminera Noa in una nota di adesione alla giornata.

Appuntamento, dunque, a partire dalle ore 9:00 ai Giardini pubblici. Il corteo attraverserà viale Regina Elena, Piazza Costituzione, viale Regina Margherita, Piazza Darsena, via Roma e Largo Carlo Felice per concludersi, infine, in Piazza Yenne.

Intanto Caminera Noa ha lanciato sulla sua pagina fb il Questionario sulle condizioni di lavoro produttivo e riproduttivo delle donne in Sardegna (potete andare alla compilazione cliccando il link).

Nei prossimi giorni uscirà un’analisi completa della nuova campagna di Caminera Noa, intanto pubblichiamo il post di accompagnamento pubblicato stamattina dal soggetto-progetto politico sardo:

COMPILA IL QUESTIONARIO SULLE CONDIZIONI DI LAVORO PRODUTTIVO E RIPRODUTTIVO DELLE DONNE IN SARDEGNA

Perché un questionario sul lavoro femminile?

Caminera Noa vuole creare un argine allo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Per questo abbiamo ideato il sistema di sportelli mutualistici e la campagna #TelèfonoRuju.

Le donne, in quanto tali, subiscono una duplice forma di sfruttamento.

Da un lato svolgono infatti il lavoro produttivo (salariato o autonomo) e le difficoltà che una donna incontra mentre svolge (o prova a svolgere) il suo lavoro, sono numerose. Differenziali salariali, sessismo diffuso all´interno del luogo di lavoro che impedisce di fare carriera o di essere prese sul serio, discriminazioni legate alla maternità che impediscono di avere un contratto stabile o di poter conciliare famiglia e lavoro. Per citarne alcune.

Oltre al lavoro produttivo, ad esse è stato poi affidato, storicamente e socialmente, il lavoro riproduttivo, che comprende tutte le attività che sono connesse con la riproduzione della vita e con la sua cura: lavoro domestico di gestione della casa, cura ed educazione dei figli, assistenza ai familiari. Questo lavoro, oltre a non essere riconosciuto e a venire spesso dato per scontato, è indispensabile per il funzionamento dell´intero sistema economico.

Il fatto che il lavoro domestico e di cura salariato sia sempre più diffuso ci mostra quanto questo sia appunto indispensabile per mandare avanti il sistema economico tutto, dall´altro evidenzia come lo sfruttamento del lavoro riproduttivo sia una questione non solo di genere, ma anche di classe e di provenienza. Laddove ci sono le condizioni economiche sufficienti questo viene, infatti, spesso delegato a donne con minori possibilità economiche, nella maggior parte dei casi emigrate. I due sistemi di sfruttamento, dunque, si intersecano e sono funzionali l´uno all´altro per il mantenimento dello status quo.

Abbiamo voluto lanciare il questionario in concomitanza con lo sciopero (https://www.facebook.com/events/1133343803496286/) delle donne dell´8 marzo lanciato dalla rete internazionale Non Una di Meno Cagliari/Manc’Una de Mancu, che è sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo. Uno sciopero che supera i confini e che porta le donne, insieme, nello spazio pubblico, a rivendicare il fatto che se si fermano le donne si ferma l´intero sistema.

Vogliamo dare voce alle donne, vogliamo sentire da loro in prima persona quali sono i cambiamenti che sono maggiormente necessari e i servizi di cui hanno bisogno, non solo per raccogliere dati a fini statistici ma anche e soprattutto per prendere coscienza della nostra condizione e porre le basi per un cambiamento che parta dalle necessità reali di tutte noi.

Sciopero del clima anche in Sardegna

 Il 15 marzo anche in Sardegna gli studenti manifesteranno per chiedere interventi drastici contro il cambiamento climatico. Ispirati dall’impegno e dalla determinazione di Greta Thunberg, la sedicenne svedese che ha parlato dal palco alla Cop24 e a Davos in difesa del clima, centinaia di migliaia di studenti in tutto il mondo stanno dando vita a un movimento che ha deciso di far sentire la propria voce: i Fridays for Future. 

Di seguito pubblichiamo l’appello per la mobilitazione che si terrà a Sassari.

♻ ATTENZIONE ♻
Studentesse e studenti della provincia di Sassari, Venerdì 15 Marzo 2019 si terrà in concomitanza con più di 40 paesi in tutto il mondo uno sciopero della scuola per protestare contro l’inadempienza e l’indifferenza della politica nei confronti dei cambiamenti climatici. Non siamo più disposti a barattare il nostro futuro, la nostra salute e il nostro pianeta per gli interessi economici di nessuno. Vogliamo essere partecipi delle scelte che chi ci ha governato sino ad oggi ha fatto senza considerarci. Dobbiamo tenere i combustibili fossili sotto terra, investire nelle rinnovabili e ripulire il nostro pianeta, e se queste soluzioni sono così impossibili da trovare dentro il sistema, allora dovremmo cambiare il sistema stesso. Se non vuoi permettere a nessuno di rubarti il futuro sotto gli occhi, se non vuoi vedere il mondo diventare un pozzo nero, ti unirai al nostro movimento Fridays For Future, ormai diffuso in tutto il mondo. Il corteo parte da Piazza Castello alle 9:30, facciamoci trovare numerosi, per farci sentire serve l’aiuto di tutti.

Per maggiori informazioni:
Vistita il sito
https://www.fridaysforfuture.it/

Seguici su instagram
https://instagram.com/fridaysforfuture_sassari?utm_source=ig_profile_share&igshid=g4mnl61g6pwe

Il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no.

Sorveglianza speciale perché ha combattuto contro l’ISIS. Domani sit-in a Cagliari

La foto di Sa Domu per pubblicizzare il sit-in di solidarietà con Luisi Caria

In questi giorni di convulse notizie riguardanti la lotta dei pastori per un giusto prezzo del latte è un po’ passata in sordina la notizia della richiesta del Questore di Nuoro di sorveglianza speciale per Luisi Caria, accusato di aver combattuto nelle milizie curde contro l’ISIS.

Che cosa sia la sorveglianza speciale lo spiega lo stesso Luisi Caria in un post su fb:

La sorveglianza speciale è una misura repressiva che obbliga a restare all’interno del territorio comunale di residenza, impone degli orari in cui si può o non si può uscire di casa, prevede il ritiro della patente, del diritto all’elettorato attivo, oltre ad eventuali prescrizioni aggiuntive (come ad esempio il divieto di riunirsi con più di due persone contemporaneamente).
Viene richiesta da un questore qualora ritenga che una persona sia “socialmente pericolosa” e che quindi potrebbe compiere dei reati, anche se questi reati non sono mai stati commessi.
Da alcuni anni questa misura di “prevenzione” è stata usata dalle questure italiane contro diversi militanti politici.
Nella maggior parte dei casi l’autorità giudiziaria ha bocciato queste richieste, ma alcune volte esse sono state accolte dai giudici, aprendo un pericoloso precedente che fa temere per le libertà politiche e per lo stato di diritto nello stato italiano.
Rappresenta infatti anche una violazione evidente della divisione dei poteri, nel momento in cui questa misura può essere comminata su richiesta di un funzionario dipendente dal ministero degli interni quale è il questore.
Tale richiesta è stata notificata anche a me, in relazione all’indagine che a settembre mi ha coinvolto, insieme altri due compagni per il fatto di aver supportato le YPG e la rivoluzione confederale in Siria.
Oltre al probabile prossimo teatrino semiserio sui giornali, che da settembre ad oggi mi hanno condannato e assolto diverse volte nelle loro pagine con ricostruzioni spesso piuttosto fantasiose, questo fatto porta con sè una serie di interrogativi e ombre sul diritto che ha ogni persona di svolgere attività politica, in un momento che fa presagire un’involuzione antidemocratica dello stato italiano.
Voglio ringraziare i compagni della Rete Kurdistan Sardegna che hanno chiamato un Sit-in di sostegno davanti al tribunale di Cagliari per giovedì mattina, quando si terrà l’udienza, così come ringrazio tutte le compagne e i compagni che mi hanno espresso la loro solidarietà.
Se siamo uniti la repressione non passerà.

Domani si svolgerà il sit-in di solidarietà. L’appuntamento è alle ore 9:00 davanti al Palazzo di Giustizia a Cagliari.

Di seguito il comunicato della Rete Kurdistan.

// CONTRO LA CRIMINALIZZAZIONE DI DELLA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE // 21 FEBBRAIO 2019 // H. 9.00 // CAGLIARI, PALAZZO DI GIUSTIZIA //

Nell’orrore della guerra, i curdi e le altre popolazioni della Siria settentrionale hanno costruito un sistema di convivenza pacifica e democratica, basato sulla liberazione della donna e sulla gestione comune delle risorse. Per anni questo nuovo modello di società ha dovuto difendersi dalle orde terroriste e genocide dell’Isis, sostenute dalla Turchia.

Centinaia di volontari e volontarie sono partite da tutto il mondo per unirsi alla resistenza dei popoli della Siria del nord nella lotta al sedicente “Stato Islamico” o per contribuire in altro modo allo sviluppo della rivoluzione democratica. Oggi il dittatore Erdogan attende il completamento del ritiro americano per invadere la Siria del Nord e perpetrare una vera e propria pulizia etnica, nell’indifferenza degli stati europei, che mostrano interesse solo per gli affari che fanno con la Turchia. In questo quadro si è avviato in Sardegna e in Italia un processo di criminalizzazione di tante e tanti combattenti del terrorismo come fossero essi stessi dei terroristi.
In Sardegna, nello scorso settembre, 3 internazionalisti sono stati inquisiti per terrorismo, mentre in Italia, nel mese di gennaio la questura di Torino ha richiesto contro 5 combattenti e solidali la misura della Sorveglianza Speciale. Si tratta di una misura di “prevenzione” che ricorda molto il “confino” dell’epoca fascista e che, se applicato contro dei militanti, implicherebbe la negazione del diritto di svolgere ogni attività politica.

Uno dei solidali sardi già inquisiti per 270bis, Luisi Caria, il quale, nel 2017, prese parte alla liberazione di Raqqa dalle forze dell’ISIS con l’International Freedom Battalion, ha ricevuto nelle scorse settimane la richiesta per lo stesso tipo di misura di prevenzione dei cinque torinesi che sarà discussa al tribunale di Cagliari il 21 Febbraio.

Le tempistiche e le modalità con cui se questure si stanno muovendo suggeriscono un coordinamento da parte dello stato italiano, nello specifico del ministero degli interni (di cui le questure sono emanazione) riguardo al trattamento di coloro i quali e le quali hanno mostrato concretamente la loro solidarietà ai popoli della Siria del nord.

Per questo come Rete Kurdistan Sardegna lanciamo un presidio il 21 Febbraio, alle ore 9.00 di fronte al tribunale di Cagliari per mostrare la nostra solidarietà a Luisi, agli altri inquisiti e per dimostrare ancora una volta che la solidarietà attiva alla rivoluzione del Rojava non può essere fermata o criminalizzata in nessun modo!

Una candidadura sarda a sas eletziones europeas/ Una candidatura sarda alle europee

La Redazione di Pesa Sardigna condivide l’appello per una candidatura sarda unitaria alle elezioni europee lanciata dal blog Sardegna Sopratutto e firmato per ora da intellettuali e attivisti di varia estrazione politica.

Di seguito l’appello bilingue:

A chie creet chi est importante un’acurtziamentu polìticu intre totu sos grupos chi rapresentant sas esigèntzias de sos sardos, cherimus fàghere una proposta, cun antìtzipu bastante pro la pòdere esaminare, chistionare e perfetzionare totus paris. Proponimus de meledare a pitzu de una candidadura comuna in sas eletziones europeas imbenientes.

In antis de totu tocat a tènnere s’atinu de su disvantàgiu irrecuperàbile chi patit sa Sardigna in su cuntestu europeu. Prus de una borta est istadu naradu chi tocat a agire politicamente pro pedire chi su territòriu sardu siat separadu dae su collègiu comune cun sa Sitzìlia, chi tenet tres bortas prus de eletores, cosa chi penalizat sos candidados nostros.

Devimus tènnere presente chi sa chistione sarda est agiumai disconnota a livellu internatzionale, e ausente de su totu in sos tzitadinos europeos, in sos mèdios de comunicatzione e in cada tipu de dibata polìtica. Sa Sardigna, sena peruna rapresentàntzia a livellu internatzionale est invisìbile e belle che disconnota.

Ma, nessi in potèntzia, non nos fartant de su totu nen resursas e ne ainas. Fintzas in sa cunditzione atuale, in sos tratados chi règulant sa cunvivèntzia de sos istados de s’Europa, b’at unas cantas cosas chi dìamus pòdere fàghere. Pro las fàghere però tocat a tènnere una boghe, èssere reconnotos, pònnere in motu sos istrumentos disponìbiles e sas relatziones possìbiles.

Sa Carta Europea de sas Limbas Minoritàrias giustìficat unu tratamentu ispetzìficu pro sa Sardigna, chi diat dèvere dispònnere de unos sègios esclusivos; ma nen s’Itàlia at chertu ratificare custa Carta, nen sas fortzas polìticas sardas si sunt aunidas pro reclamare sos deretos de sos eletores suos. Custu ebbia diat èssere unu bonu motivu pro sustènnere sa proposta.

In prus, ischimus chi un’acurtziamentu intre àreas polìticas diferentes pro lìnias e propostas tenet bisòngiu de ocasiones de traballu a cumone chi permitant de summare sos isfortzos e de acurtziare sas persones, de bìnchere difidèntzias e iscobèrrere valores comunes. Un’àteru elementu essentziale est su de cumpartzire obietivos cuncretos.

Sas eletzione europeas, pro su fatu chi si acumprint in una dimensione diferente dae sa locale, oferint una oportunidade noa. Resèssire a giùghere a su Parlamentu europeu una boghe chi diat testimonia de sa boluntade nostra de divènnere protagonistas de su destinu nostru est un’obietivu de importàntzia manna aberu. Mancari chi sas possibilidades de bi resèssere siant matanosas.

Sa prospetiva europea, in sa manera chi si presentat in sos raportos de poderiu reales suos, est oe in die a tesu meda dae cussas isperas de un’ispàtziu de giustìtzia, de cooperatzione e de rispetu intre pòpulos diferentes. A sos grupos de poderiu econòmicu e finantziàriu lis est fàtzile a detare sas règulas chi lis cumbenint a una polìtica semper prus sugeta e de acordu cun issos.

S’est isparta una rappresentatzione chi praghet, in ue a un’ala b’est sa tecnocratzia ghiada dae sos guvernos prus fortes de su continente e a s’àtera sos soberanismos noos reatzionàrios. Custa est una opositzione fartza, in cantu ambos rapresentant su matessi campu polìticu, oligàrchicu e anti-democràticu.

Ma, siat cale siat su caminu de emantzipatzione chi bolimus fàghere comente pòpulu, su cuntestu polìticu de riferimentu in ue l’isvilupare est, in antis de totu, su de s’Unione Europea. Siat cale siat su giudìtziu chi nde tenimus e mancari non nos agradet sa configuratzione sua atuale. E duncas est de importu mannu peleare pro nche giùghere a cussa sede sas esigèntzias de sos sardos, paris cun sos àteros pòpulos chi tenent su matessi obietivu.

Un’àteru puntu fundamentale est sa possibilidade de istabilire relatziones profetosas cun sos rapresentantes de àteros territòrios e àteras comunidades, cun sas cales su cuncàmbiu deretu de informatziones e s’elaboratzione de istrategias comunas diventat determinante. Pro non faeddare de cantu nos diat pòdere agiudare su de tènnere una mègius capatzidade  de impreare sas agiudas europeas.

E, pro finire, in Europa bivet e traballat unu nùmeru indeterminadu de sardas e sardos chi ant abbandonadu s’ìsula pro farta de imbeniente e dant sa balia issoro a àteras comunidades. Est dae sos sardos disterrados chi nde podet bènnere unu de sos contributos prus interessantes pro su rennoamentu de sa polìtica sarda e su de los pòdere interessare est un’obietivu essentziale.

Totu custas sunt unas motivatziones craras e fortes pro cumbìnchere sas diferentes fortzas sardas a sètzere a inghìriu a una mesa, istabilire una lista de puntos – ant a bastare sos chi in ue s’agatat unu cunsensu – e in base a custos chircare sa persone prus adata a si candidare e a èssere portaboghe polìticu de totu s’àrea de sos diferentes sugetos chi la cumponent.

Una manera de favorèssere su cunsensu in una persone cunsistit in fàghere un’elencu de rechisitos chi luego, totus paris, ant a valorare; pro esempru, sa persone indicada diat èssere rapresentativa de una parte sustantziosa de sa sotziedade sarda o de prus partes de sa matessi e reconnota dae totu sos votantes, a prus de sos mèdios de comunicatzione.

In prus: diat dèvere tènnere una cussèntzia crara de s’apartenèntzia pròpia a sa comunidade sarda; èssere persone cun onestade e integridade indiscutìbiles; chi siat caraterizada dae unu cumportamentu dialogante e abertu, pro craresa e seriedade. Una persone capassa de afrontare sas cuntierras cun curretesa, passèntzia e determinatzione.

A pàrrere nostru, diat èssere importante chi custa persone esseret una fèmina. Chi siant, in antis de totu, sas fèminas a la propònnere e atzetare. E totus la devent sustènnere. In ogni modu, unu de sos signales de càmbiu netzessàriu est su de resèssere a fàghere un’issèberu cumpartzidu, de cunsensu, de una persone cumpetente, chi iscat ascurtare e sintetizare.

Sas eletziones europeas sunt dae inoghe a bator meses: su 26 de maju. Serbint 35.000 firmas pro fàghere ammìtere sa candidadura de una sigla non galu presente in su Parlamentu europeu. De custas firmas, unu mìnimu de 3.500 devent èssere regortas in cada una de sas àteras tzircuscritziones, e 21.000 in Sardigna. No est una tarea fàtzile.

Sa parte prus difìtzile est però sa de atzetare de traballare paris, sena chi una parte chèrgiat prevalèssere subra de un’àtera. Est importante duncas a tènnere unu mètodu de traballu craru. E pro custu est ùtile chi b’apat unu nùcleu de garantes, esternu a sos grupos polìticos interessados, chi podat acumprire unu ruolu de mediatzione.

In prus, no esistit impèigu a tènnere aberta custa ipòtesi in su benidore, si no est possìbile a li dare una continuidade pràtica in su momentu.

No ismentighemus chi a livellu internatzionale esistit un’organismu comente sa Alleàntzia Lìbera Europea  (EFA), in ue est possìbile e probabilmente pretzisu pedire un’amparu.

Tentos in contu custos elementos, sos passos pro fàghere parent determinados dae sas tzircustàntzias, dae s’urgèntzia de sos tempos e dae s’importàntzia de s’obietivu matessi.

Unu primu cunsensu intre sas fortzas interessadas si diat pòdere dare in antis de sas eletziones regionales, ca s’issèberu de sustènnere custa initziativa non podet dipèndere dae su resurtadu de su 24 de freàrgiu. Si cherimus favorèssere una maduratzione reale de sas cunditziones fundamentales de su panorama polìticu sardu, bi cheret un’issèberu detzisu e craru cara a sa collaboratzione.

Tocat a comintzare un’arresonu intre nois, un’arresonu parallelu a su protzessu eletorale giai cumentzadu. Bisòngiat chi sos sugetos polìticos sardos presentes in sas eletziones – e fintzas àteras esperièntzias organizativas, reconnotas, mancari non siant candidadas – issèberent sos referentes issoro (unu o prus de unu); chi s’agatent unos garantes chi totus atzetant; chi si traballet pro sebestare sos puntos de cunsensu e sas caraterìsticas de sa pessone chi podat èssere candidada.

Custa initziativa diat èssere a seguru una de sas novidades de prus annotu de sas eletziones europeas imbenientes. Chi sas pessones dae chie podet dipèndere custu issèberu si mustrent, e si movant, paris, in presse.

Stefano Puddu Crespellani

Omar Onnis

Nicolò Migheli

Valeria Casula

Bobore Bussa

Alberto Mario Delogu

Isabella Tore

Francesco Casula

Giuseppe Melis

Michela Murgia

Giagu Ledda

Antonello Pabis

Federica Serra

Angelo Morittu

Una candidatura sarda alle europee

A chi crede nell’importanza di un avvicinamento politico tra i gruppi che rappresentano le istanze dei sardi, vogliamo fare una proposta, stavolta con sufficiente anticipo per esaminarla, discuterla e perfezionarla collettivamente. Proponiamo di ragionare su una candidatura comune alle prossime elezioni europee.

Il punto di partenza è, anzitutto, la consapevolezza dello svantaggio incolmabile a cui è soggetta la Sardegna in ambito europeo. Si è detto molte volte che bisogna agire politicamente per chiedere che il territorio sardo venga svincolato dal collegio comune con la Sicilia, che ha il triplo di elettori, un fatto che penalizza i nostri candidati.

Dobbiamo tenere presente che la “questione sarda” è pressoché ignota a livello internazionale, nonché del tutto assente dal senso comune dei cittadini europei, dai mass media e dai temi presi in considerazione nel dibattito pubblico. Senza rappresentanza a livello internazionale, la Sardegna è invisibile e pressoché sconosciuta.

Ma non siamo del tutto privi di risorse e di strumenti, almeno in potenza. Anche nella condizione attuale, nella vigenza dei trattati che regolano la convivenza degli stati del Vecchio Continente, ci sono diverse cose che potremmo fare. Ma per farle occorre avere una voce, essere riconosciuti, attivare gli strumenti disponibili e le relazioni possibili.

La Carta Europea delle Lingue Minoritarie giustificherebbe un trattamento specifico per la Sardegna, che dovrebbe disporre di seggi esclusivi; ma né l’Italia ha voluto ratificare questa carta, né le forze politiche sarde hanno fatto fronte comune per reclamare i diritti dei propri elettori. Già questo sarebbe un buon motivo a sostegno della proposta.

In secondo luogo, sappiamo che un avvicinamento tra aree politiche tra loro diverse per percorsi e proposte ha bisogno di occasioni di lavoro comune, che consentano di sommare gli sforzi e di avvicinare le persone, di superare diffidenze e scoprire valori comuni. Condividere degli obiettivi concreti ne è un altro fattore essenziale.

Le elezioni europee, proprio perché si svolgono su una scala diversa da quella locale, offrono una opportunità nuova. Riuscire a portare al Parlamento europeo una voce che dia testimonianza della nostra volontà di diventare protagonisti del nostro destino, è un obiettivo di enorme importanza. Perfino se le possibilità di successo sono ardue.

L’orizzonte europeo, così come si è configurato nei suoi rapporti di potere reali, è oggi ben lontano da quelle speranze di uno spazio di giustizia, di cooperazione e di rispetto tra popoli diversi. I grandi gruppi di potere economico e finanziario hanno gioco facile nel dettare le proprie regole a una politica sempre più succube e collusa.

Ha preso piede una rappresentazione di comodo in cui i due contendenti sono da un lato la tecnocrazia guidata dai governi più forti del continente e dall’altro i nuovi sovranismi reazionari. Si tratta di una falsa opposizione, tutta interna al medesimo campo politico del potere oligarchico e anti-democratico.

Tuttavia, qualunque sia il percorso di emancipazione che vogliamo intraprendere come popolo, il contesto politico di riferimento in cui sostenerlo è, anzitutto, quello dell’Unione Europea. Quale che sia il giudizio su di essa e sulla sua configurazione attuale. Per cui è di grandissimo rilievo lottare per portare in quella sede le istanze dei sardi, in compagnia degli altri popoli che perseguono lo stesso obiettivo.

Un altro punto chiave è la possibilità di stabilire rapporti fecondi coi rappresentanti di altri territori e altre comunità, con le quali lo scambio diretto d’informazioni e l’elaborazione di strategie comuni diventa cruciale. Per non parlare di quanto potrebbe aiutarci acquisire una migliore capacità di usare i fondi europei.

Per finire, va detto che in Europa vive e lavora un numero imprecisato di sarde e di sardi che hanno lasciato l’Isola per mancanza di sbocchi, prestando il loro talento ad altre comunità. È dai sardi “disterraus” che può venire uno dei contributi più interessanti per il rinnovamento della politica sarda, e coinvolgerli è, di per sé, un obiettivo essenziale.

Tutte queste sono motivazioni chiare e forti per convincere le diverse forze sarde a sedersi a un tavolo, stabilire una lista di punti —basteranno quelli su cui si riuscirà a trovare consenso— e sulla base di questi cercare poi la persona più adatta a candidarsi e svolgere un ruolo di portavoce politico per tutta l’area dei diversi soggetti coinvolti.

Un modo per favorire il consenso sulla persona consiste nell’elencare una serie di requisiti, da discutere poi insieme; per esempio, la persona indicata dovrebbe essere rappresentativa di una fetta consistente della società sarda o di più porzioni della medesima e riconoscibile da tutti i votanti, oltre che dai mezzi di comunicazione.

Ancora: dovrebbe avere una coscienza chiara della propria appartenenza alla comunità sarda; essere persona di cui non possa essere discussa l’onestà e l’integrità; che si caratterizzi per un atteggiamento dialogante e aperto, per chiarezza e serietà. Una persona capace di affrontare i conflitti con correttezza, pazienza e determinazione.

A nostro parere, sarebbe importante che questa persona fosse donna. Che venisse proposta e riconosciuta anzitutto dalle donne. E sostenuta da tutti. In ogni caso, uno dei segnali di cambiamento necessari è quello di riuscire a fare una scelta condivisa, di consenso, attorno a una persona competente, capace di ascolto e di sintesi.

Le elezioni europee sono da qui a quattro mesi: il 26 maggio. Occorrono 35.000 firme per fare ammettere la candidatura di una sigla non ancora presente al Parlamento europeo. Di queste, almeno 3.500 vanno raccolte in ciascuna delle altre circoscrizioni, e 21.000 in Sardegna. Non è un compito facile.

Tuttavia, la parte più difficile è quella di accettare di lavorare insieme, senza che una parte voglia prevalere sulle altre. Per questo è importante dotarsi di un metodo di lavoro chiaro. E per questo è utile avere un nucleo di garanti, esterno ai gruppi politici coinvolti, che possa svolgere un ruolo di mediazione.

Inoltre nulla vieta di tenere aperta questa ipotesi anche per il futuro, qualora non fosse possibile darle un seguito pratico nell’immediato.

Ancora, non dimentichiamo che a livello internazionale esiste un organismo come l’Alleanza Libera Europea (o EFA)a cui sarebbe possibile e probabilmente opportuno chiedere un sostegno.

Tenuto conto di questi elementi, i passi da fare sembrano determinati dalle circostanze, dall’urgenza dei tempi e dall’importanza dell’obiettivo stesso.

Un primo consenso tra le forze in campo dovrebbe manifestarsi prima delle elezioni regionali, perché la scelta di sostenere questa iniziativa non può dipendere dal risultato del 24 febbraio. Ci vuole una scelta decisa verso la collaborazione, se vogliamo propiziare una reale maturazione delle condizioni di fondo del panorama politico sardo.

Apriamo un tavolo di dialogo, che proceda in parallelo al processo elettorale in corso. Che i soggetti politici sardi presente alle elezioni —e anche le altre esperienze organizzative, pur non candidate ma riconosciute— scelgano i propri referenti (uno o più di uno); che si trovino dei garanti ben accetti da tutti; che si lavori per individuare i punti di consenso e il profilo della persona che possa essere candidata.

Questa iniziativa sarebbe certamente una delle novità di maggior spicco nello scenario delle prossime elezioni europee. Che le persone da cui questa scelta può dipendere si facciano avanti, e agiscano, insieme, al più presto.

Stefano Puddu Crespellani

Omar Onnis

Nicolò Migheli

Valeria Casula

Bobore Bussa

Alberto Mario Delogu

Isabella Tore

Francesco Casula

Giuseppe Melis

Michela Murgia

Giagu Ledda

Antonello Pabis

Federica Serra

Angelo Morittu

La sopravvivenza della Siria è un punto a favore nella lotta contro l’imperialismo

di Riccardo Sotgia

La sopravvivenza della Siria è un punto a favore nella lotta contro l’imperialismo.

Nonostante il prevedibile permanere dell’instabilità, dovuta a possibili colpi di coda da parte delle forze imperialiste coinvolte nell’aggressione alla Siria che va avanti dal 2011, nell’anno che sta per cominciare si potrebbe assistere a una svolta decisiva nella direzione della fine del conflitto su larga scala sul territorio della repubblica. Per la prima volta da tre decenni, un paese finito nel mirino degli Stati Uniti e dei loro alleati resta in piedi, seppure certo non indenne, e in prospettiva senza perdite territoriali drastiche. La guerra, innestata artificiosamente nel solco di contraddizioni che il paese affrontava, è cominciata mediante l’installazione di una pseudo entità statuale -ISIS secondo l’acronimo in uso in occidente, e Daesh in arabo- nell’ampia area fra la Siria e l’Iraq: un sedicente califfato di stampo wahabita la cui genesi, quanto a finanziamento, armamento e personale coinvolto, è riconducibile agli USA, all’entità sionista e all’Arabia saudita. A queste bande, a cui prendevano parte uomini di oltre cinquanta nazionalità, accorsi da ogni parte, si aggiungevano, nel nord-ovest del paese e nei sobborghi di Damasco, formazioni islamiste sotto il controllo del regime fascista turco. Prendere atto di questo, e sconfessare la versione che vede le cause della guerra nella repressione da parte del governo dell’opposizione islamista interna, è il primo passo per la comprensione dei fatti. Da questo punto di partenza è necessario valutare lo schieramento degli altri attori in campo.
Contrariamente ad ogni previsione che si potesse avanzare otto anni fa, il paese ha resistito. Con un’efficace mobilitazione popolare e bellica, cui hanno partecipato attivamente anche militanti comunisti tradizionalmente all’opposizione; con il contributo di milizie di volontari, e non secondariamente come importanza, con il primario ausilio di storici alleati quali la Russia e l’Iran, ogni centimetro di terreno in mano ai tagliagole scatenati dall’imperialismo è stato liberato. Ad oggi resta occupata dai terroristi l’enclave di Idlib, dove ha trovato rifugio ciò che resta delle formazioni qaediste, e le zona nord-occidentali di Afrin e Al-bab, invase dall’esercito turco con il pretesto della presenza delle milizie curde.
Sono invece l’oriente e il settentrione del paese a costituire tuttora la maggiore incognita rispetto al futuro assetto territoriale della Siria. Pochi giorni fa, la presidenza USA ha annunciato il ritiro dal paese delle proprie truppe, illegalmente installatesi in queste aree con il pretesto della lotta a Daesh. Il ritiro ha già avuto inizio. Questa mossa, presentata come naturale conseguenza dell’ormai prossima neutralizzazione totale delle forze di Daesh in Siria, ha causato una profonda crisi, già in atto dopo l’invasione turca di Afrin, dell’autoproclamato potere delle milizie facenti capo al partito curdo di osservanza apoista PYD, che vede cessare improvvisamente la protezione americana, ritenuta sicura fino a pochi giorni fa, specie nei confronti della costante minaccia turca. Il corso generale degli eventi bellici, e infine questo ultimo avvenimento, potrebbero già fornire tutti gli elementi per mettere in discussione la definizione di “rivoluzione” autoassegnatasi da dette forze, e assunta come nuovo credo, in maniera piuttosto acritica, da ampie fasce della sinistra postmoderna dei paesi capitalisti occidentali. Una circostanza che si è potuta verificare solo dopo un lungo periodo in cui sono state spacciate per rivoluzioni una lunga serie di cambi di regime pilotati e guerre sporche suscitate all’interno di paesi non riconducibili alle ragioni di Washington con mezzi più morbidi, e che questo stravolgimento è stato digerito anche da chi avrebbe dovuto smascherarlo. Valgano per tutti, i funesti esempi delle “rivoluzioni colorate” e delle “primavere arabe”.
Quella del nord della Siria è una “rivoluzione” che non può contare sulle sole forze del popolo che pretende di rappresentare, e che nel prenderne implicitamente atto, non è stata in grado di valutare con la correttezza analitica che si richiede da chi si fregia di questa definizione, quali alleanze stringere sul piano sia politico che militare.
La prima conseguenza del ritiro statunitense, e la crescente pressione turca presto pronta a trasformarsi in un’offensiva su tutto il nord, è stata lo schieramento dell’Esercito Arabo Siriano nella città di Manbij, controllata finora dai bracci armati del PYD (YPG e YPJ), dove già nei mesi scorsi erano scoppiati disordini, animati dalla stessa popolazione locale (compresa quella curda), che manifestavano insofferenza verso l’amministrazione del PYD e invocavano l’intervento delle forze governative, data l’incapacità dimostrata ad Afrin di resistere militarmente ai turchi e alle bande jihadiste alle loro dipendenze. Il sogno di uno protettorato occidentale con caratteristiche parastatali, negli anni scorsi battezzato come “Confederazione democratica della Siria del nord” e comunemente identificato con il nome che i curdi danno alla parte siriana delle terre da essi abitate (c.d. “Rojava”) rischia di infrangersi nel peggiore dei modi, travolgendo anche le legittime aspirazioni del popolo curdo. Popolo diviso sul territorio di quattro stati esistenti (Turchia, Iraq, Siria e Iran), ma la cui massima parte ricade in territorio turco, storicamente. Dal punto di vista politico, la legittimità di uno stato curdo è riconosciuta nell’ambito dei confini definiti nella conferenza di Sèvres del 1930, ipotesi che contrasta sul piano dei rapporti di forza con l’insormontabile scoglio turco, sul cui attuale territorio insiste la maggior parte di quanto rivendicabile come Kurdistan. Alcune dirigenze curde, incoraggiate dalle potenze occidentali, hanno pensato di approfittare dell’aggressione alla Siria e del temporaneo vuoto di potere per realizzare questo progetto trasferendolo, ed espandendosi in terra araba, barattando il sostegno esterno con la partecipazione all’operazione di regime change,  fenomeno ben diverso da una “rivoluzione”, come sopra ricordato. Progetto che comportava l’estensione arbitraria di territorio da considerare “Kurdistan”, fino alla concessione di uno sbocco sul mar Mediterraneo. Oltre, naturalmente, allo stanziamento di finanziamenti e alla fornitura di armamenti, che durante l’avanzata su Raqqa (precedentemente spianata dai bombardamenti americani) hanno incluso anche artiglierie. Questa operazione, mettendo fine a un periodo in cui l’atteggiamento di queste forze è stato ambiguo e non coerente, ha segnato lo schieramento dei confederalisti curdi con gli invasori. Scaricato il Daesh come pedina non più spendibile, gli USA hanno assoldato YPG e YPJ come fanteria, per coprire un’avanzata sull’autoproclamata capitale del califfato, che terminasse prima dell’arrivo dei siriani, e che comprendesse anche la parte della provincia di Deir Ez Zour in cui ha sede la maggior parte dei campi petroliferi siriani. In queste province e nel settentrione del paese, sono state installate illegalmente undici basi statunitensi (cfr. carta n. 1).



Una delle argomentazioni più puerili, avanzata da molte parti, rispetto alle inevitabili critiche in relazione alla posizione dei sedicenti confederalisti curdi negli sviluppi della situazione siriana, è quella per cui si dovrebbe evitare di giudicare degli errori evidenti per il fatto che il popolo a cui si fa riferimento ha alle spalle decenni di lotta. Forse l’unico invito utile, è quello di informarsi correttamente; ma oltre a rifuggire le fonti della stampa e delle tv dei paesi capitalisti occidentali, è da evitare anche la narrazione onirica dei fatti proposta dai propagandisti pro-curdi, che si è riassorbita nel primo gruppo. A voler scavare i fatti, essi non depongono a favore gli odierni avvocati d’ufficio di un’esperienza che si avvia verso un inevitabile ridimensionamento: la critica è puerile e poco argomentabile, perché le scelte fatte dalla dirigenza curda siriana in questi otto anni di conflitto, stanno crollando sulla schiena dello stesso popolo che avrebbe dovuto essere difeso da queste forze. Ben prima di tanti commentatori a distanza più o meno noti, hanno fatto luce su alcune questioni diverse voci critiche che tradizionalmente erano state alleate della causa curda, proveniente da una parte dalla sinistra rivoluzionaria turca, e dall’altra da quella palestinese. Critiche che, con tronfia arroganza, lungi dall’essere ascoltate, erano state liquidate con sufficienza, quando non con derisione. In tempi non sospetti, esponenti del FPLP hanno messo in guardia, con evidente cognizione di causa, la dirigenza curda dall’intrattenere rapporti con i sionisti, riferendosi alla Siria (e non al nazionalista curdo Barzani, che ha il suo feudo in Iraq e non nasconde i suoi buoni rapporti con Tel Aviv). Degna di nota la posizione espressa due anni fa dal militante palestinese e analista Nassar Ibrahim, riportata anche da testate pro-curde come InfoAut: “Sebbene tutte le lotte per l’autodeterminazione vadano appoggiate, ciascuno deve decidere da che parte stare e spiegare con chi fa alleanze. (…) In Siria non esiste alcuna rivoluzione, esiste un regime pieno di difetti e una situazione sociale che meriterebbe una rivoluzione, ma ciò cui assistiamo non è che una sporca guerra per procura finanziata e armata dagli Usa, che ha prodotto un’ondata reazionaria in tutta la regione. Il primo obiettivo di qualunque marxista dev’essere prendere posizione. Un militante non può crogiolarsi nella neutralità: occorre oggi supportare il governo e garantire l’integrità territoriale siriana”.
Riguardo all’occidente, non giova il fatto che gli “avvocati” in questione sventolino esperienze sul campo, come fossero uniche ed esclusive.Per di più, a fronte di interventi duri e dal punto di vista di chi scrive non condivisibili, ma espressi nell’ambito della dialettica politica e con la dovuta umiltà, da anni si assiste per lo più ad opere di agiografia, presentate con prepotenza da personaggi più vicini a figure del mondo dello spettacolo, che non a quella dell’ex combattente. Racconti che ogni giorno che passa dimostrano la loro scarsissima rispondenza alla realtà. La pur dura difesa di Ayn El Arab/Kobane, è stata possibile e ha avuto successo per intercessione della Nato, che ha temporaneamente tenuto a freno i turchi lasciando che gli assediati usassero il confine come retrovia e consentissero il passaggio di un numero rilevante di volontari internazionali (transitati nel tempo, sempre passando per la Turchia, anche più a oriente, per la città di Nusaybin). Il flusso si è ridimensionato solo dopo l’irrigidimento turco in seguito al tentato golpe la cui responsabilità viene attribuita dal governo agli stessi alleati statunitensi.
Nello stesso modo, va ridimensionata la mitologia qua propagandata rispetto alle fasi dell’avanzata su Raqqa, durante la quale le milizie, a cui via via si aggiungevano frange di islamisti che alzavano sul carro del vincitore dando origine alle cosiddette Forze democratiche siriane, non hanno sostenuto combattimenti neanche lontanamente paragonabili ai violenti scontri e alle battaglie campali sostenuti dall’esercito siriano. In molti casi, i villaggi sono stati occupati dopo che “consiglieri” statunitensi avevano preceduto le colonne e trattato il ritiro con gli uomini del califfato. E’ anche documentato che nella città di Raqqa, dove la fanteria è entrata dopo una carneficina di civili dovuta ai bombardamenti americani e francesi -con buona pace della sbandierata “precisione”, gli USA si sono addirittura premurati di evacuare con elicotteri vari gruppi di notabili del califfato. Senza queste informazioni, si rischia di credere alla gigantesca e volendo anche brillante opera di propaganda che i soldi americani e il sostegno politico occidentale hanno consentito: la costruzione dell’immagine di eroi idealisti e senza macchia, animati dall’amore per la libertà, per la parità fra i sessi e per la natura, nonché di eroine così belle da sospettare una selezione per le foto, tanto brave a sparare quanto a cantare, danzare e declamare la loro originale “Jineoloji”, arrivate financo alle copertine delle riviste per signore da leggere sotto il casco per la permanente. I meriti reali riconoscibili ai combattenti sul fronte settentrionale non sarebbero stati vendibili adeguatamente, perché avrebbero comportato una presa di coscienza sulla brutalità della guerra e sul ruolo delle forze in campo. Sono stati usati invece gli ingredienti giusti per blandire la mitologia della sinistra, orfana del traguardo rivoluzionario, e a suscitare la simpatia e il romanticismo nel pubblico occidentale, rapido nel dimenticare che fino a tempi recenti gli stessi guerriglieri venivano trattati come terroristi brutti, sporchi, cattivi e per giunta comunisti, quindi poco accattivanti, e sostenibili solo da facinorosi come loro… Un cambio radicale di approccio nel presentarli, specie dalla stampa mainstream, veloce quanto losco, in considerazione del fatto che l’occidente in passato è riuscito a definire “combattenti per la libertà” persino i gli islamisti afghani.
Ad onor del vero, sono stati effettivamente sperimentati modelli che rompono con il retaggio della società mediorientale più arcaica (specie riguardo alla condizione della donna) e che introducono modelli di autogoverno popolare. Ma queste conquiste, apparse a macchia di leopardo e in misura molto inferiore a quella propagandata (anche per il rifiuto ideologico di adottare una direzione centralizzata, una pianificazione dell’economia e di formare un apparato coercitivo valido per tutti e adatto a liquidare le formazioni sociali superate e rendere effettive le decisioni -misure evidentemente anche sgradite ai nuovi sponsor), non hanno appunto riguardato che una parte della popolazione, a volte escludendo le altre.Ci si riferisce a documentati e ripetuti episodi di discriminazione contro la popolazione araba e assira, specie nel campo della libertà di istruzione, di religione e di lingua, alle vergognose pratiche di confisca della terra degli arabi fuggiti, assegnata alle comunità… curde, e all’opera di corrotta circonvenzione dietro mazzette per far lasciare le proprie case agli abitanti non curdi.

In generale, non è stata intaccata, se non episodicamente la base materiale della proprietà terriera, basata su dinamiche di clan, per ragioni di deflazione del conflitto sociale locale. Sul piano dei rapporti esterni, le conquiste parziali, per quanto positive, non cancellano la scelta di ottenere il proprio obiettivo finale come premio di consolazione da parte delle potenze intente a smembrare il paese di cui si faceva parte. In generale è bene ricordare caparbiamente come la storia dimostri che non può esserci alcuna “rivoluzione”, né liberazione, né indipendenza, né autodeterminazione, né emancipazione di uomini e donne, né anticapitalismo, sotto le armi degli imperialisti americani e dei loro alleati, o in costanza del loro appoggio a un progetto politico.

Con il ritiro statunitense e la sopraggiunta inutilità militare delle milizie curde rispetto ai loro obbiettivi politici e militari, i confederalisti curdi non hanno più nulla da mettere sul piatto per negoziare con il governo di Damasco. Non sono in grado di difendersi da sé, come hanno sempre millantato. Risulta patetico parlare del reintegro del controllo governativo come se si trattasse di qualcosa che possono rifiutare, o paventando un nuovo “accordo tattico”, come quello, in realtà politico, che avevano con gli USA. Verosimilmente, potranno chiedere di salvaguardare alcuni aspetti della gestione municipale che hanno sperimentato, ma senza alcun atteggiamento di veto. Soprattutto, ormai non potranno pretendere che le loro milizie conservino l’armamento, visto che se ne sono serviti per aiutare gli invasori.

L’alternativa è secca, e il caso di Manbij è solo l’inizio: dovranno accettare (perché scrivere “consentire” vorrebbe dire che sono in grado di dare o negare il permesso) il ripristino della sovranità siriana che hanno sempre detto ipocritamente di voler rispettare; oppure subiranno un’offensiva da parte dei turchi, le cui prime coorti saranno formate dai banditi del redivivo FSA (“Esercito siriano libero”), fino a ieri loro alleati all’interno delle SDF.  Questo potrebbe essere desiderabile solo per degli irresponsabili o dei suicidi.

Proverbialmente, non si scrive la storia con i “se”, ma l’arco di tempo ridotto e il senno di poi, in parte richiedono una deroga. Se le milizie del PYD avessero difeso il paese dall’aggressione fin dall’inizio, ora avrebbero potuto rivendicare buona parte dei loro obbiettivi politici legittimi, mai conculcati né da Damasco né dagli alleati russi e iraniani. Ma siccome nessuno, sette anni fa, avrebbe scommesso sulla resistenza del paese, hanno sopravvalutato la propria scaltrezza e pensato bene di salire sul carro dei presunti vincitori. L’opportunismo della dirigenza del PYD, che è bene sottolineare, non rappresenta il Kurdistan nella sua totalità, né più, ormai, neanche la maggioranza dei curdi siriani, ha invece prodotto degli effetti disastrosi, e non imprevedibili.

Nell’odierno scenario, le discussioni afferenti ai principii leninisti, per quanto sempre utili in funzione autocritica, non incidono in alcun modo sulla definizione storica degli avvenimenti. Resta perciò un mero esercizio polemico volerle brandire casualmente. Non esiste nessun superimperialismo di kautskiana memoria, ma di fatto, oggi nel mondo la catena imperialista è una, quella a guida statunitense. La Russia è un paese a capitalismo avanzato, ma non si concretizza il quadro economico (specie il dominio del capitale finanziario e la subordinazione di quello produttivo) che Lenin tracciò nel definire la sua teoria. Parlare di “imperialismo” in generale, e attribuirlo per antipatia, significa farsi affascinare dal termine applicandolo arbitrariamente e idealisticamente, senza averne capito significato e implicazioni. In questo senso, attualmente Russia (e Cina, in genere tacciata in tal senso) non potrebbero essere definiti paesi imperialisti neanche se mettessero in atto forme di espansionismo militare classico, che ad ogni modo non si stanno verificando -sia sufficiente, per chiunque in buona fede, la consultazione di una semplice carta politica del globo. Meno ancora può essere definito tale l’Iran, per restare al novero degli stati alleati. Fra le forze non statali, non si può non registrare la partecipazione delle milizie libanesi di Hezbollah, di cui difficilmente si può negare il carattere antimperialista nonostante l’estrazione ideologica, nonché di quelle inviate da organizzazioni della Resistenza palestinese (per inciso, schierata con il governo nella sua totalità nonostante una precedente fase di tentennamento delle componenti islamiche).  In quanto ai paesi capitalisti menzionati, non è peraltro detto, a prescindere, che sia condivisibile la loro politica (interna ed estera), che la loro forma di governo sia un qualche modello (questa è una loro questione interna), che sia desiderabile o no intrattenervi rapporti. Ma concretamente, qua riguardo alla Russia, non si può non notare che senza il suo intervento, perfettamente conforme al diritto internazionale (che è pattizio e consuetudinario, non affatto imposto da gendarmi mondiali come pretenderebbero gli Stati Uniti), la Siria è sopravvissuta come paese, invertendo una serie ininterrotte di aggressioni e assoggettamenti messi in atto dall’imperialismo negli ultimi 28 anni, senza alcun contrappeso. Ugualmente non si può non notare che pur rispondendo a interessi politici, economici e militari nell’area, l’intervento russo non ha mai messo in discussione la sovranità, l’integrità, il carattere interno della scelta della forma di governo e del governo stesso, del paese ospitante. Ritengo che rispetto a una potenza che decide unilateralmente di cancellare i paesi dalle carte, se è necessario uccidendo la popolazione, senza farsi scrupolo di ideare e realizzare una mostruosità politica come Daesh (e costruendo nello stesso tempo forze che gli si opponevano, da utilizzare come piano B, C, e via continuando), la differenza non sia di poco conto, per nessuna delle parti in causa. Tranne, ovviamente, quelle che criminalmente prendono parte al progetto.
Volendo ad ogni costo citare Lenin sulla politica del compromesso, sarebbe bene farlo con cognizione: “Un uomo politico, che desideri essere utile al proletariato rivoluzionario, deve saper distinguere i casi concreti appunto di quei compromessi che sono inammissibili, nei quali si esprimono opportunismo e tradimento, e indirizzare tutta la forza della critica, tutta l’acutezza di uno spietato smascheramento e di una guerra implacabile contro questi compromessi concreti. […] Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso e di ogni specie di compromesso. Si deve imparare a distinguere l’uomo che ha dato denaro e armi ai banditi per ridurre il male che i banditi commettono e facilitarne l‘arresto e la fucilazione, dall’uomo che dà denaro e armi ai banditi per spartire con essi la refurtiva. ” (L’estremismo malattia infantile del comunismo).
Vano è ogni insano riferimento alla presunta collaborazione di movimenti rivoluzionari storici con l’imperialismo (quali?). Spero che non si faccia riferimento alla tesi cospirazionista degli zaristi russi, che negavano l’esistenza di un movimento rivoluzionario autonomo e del Partito che lo guidava, liquidando la Grande Rivoluzione socialista dell’Ottobre come un putsch finanziato e diretto dagli imperialisti tedeschi… Così come sono fuori luogo, e anche offensivi, i paralleli con la Resistenza italiana che l’area pro-curda propone dall’inizio della contraddittoria alleanza con gli USA. La Resistenza combatteva gli invasori nazisti tedeschi e i fascisti italiani -non i sovietici- nell’ambito di un fronte a cui partecipava anche l’URSS, e con obbiettivi e finalità non affatto convergenti con quelle americane. Che per inciso, destinavano i lanci a tutte le formazioni tranne le Brigate Garibaldi, che salvo poche eccezioni erano equipaggiate con armi sottratte al nemico o prelevate con la forza dall’intercettazione di lanci destinati ad altri. E in generale, nessuna formazione della Resistenza italiana ha mai ricevuto artiglierie.
Gli stessi fatti si sono incaricati di smentire la validità di certe derive che hanno irretito le dirigenze curde. Gli imperialisti hanno usato le forze e il sangue del loro popolo, fino al raggiungimento o fino alla frustrazione dei loro obbiettivi nell’area -come si sta effettivamente verificando. Si parlava di prevedibilità, perché non si può dire che non fosse prevedibile il fatto che i curdi siriani fossero gettati nella spazzatura alla prima occasione e lasciati in balìa dei loro nemici turchi, o nella migliore delle ipotesi schiacciati dalle responsabilità del loro tradimento verso la Siria, paese che storicamente li ha accolti. La maggior parte della popolazione curda che vive in Siria, vi si è stanziata in fuga dalle persecuzioni turche, aggiungendosi a nuclei storici molto risicati. La Siria ha fornito negli anni protezione e in alcune circostanze anche addestramento ai guerriglieri del PKK nella sua lotta contro i turchi per un Kurdistan indipendente e socialista, dando peraltro protezione al capo del partito Abdullah Ocalan, in esilio a Latakia fino al 1998. Il cambio di paradigma avviatosi nel 1995 (abbandono del marxismo leninismo in favore del municipalismo di stampo anarchico, teoria certamente più digeribile e proponibile agli apparati di potere post guerra fredda) lo ha in seguito portato a cercare protezione in Europa, da parte delle cosiddette democrazie occidentali, dopo il vuoto creatosi data la scomparsa dell’interlocutore e riferimento tradizionale di tutti i movimenti di liberazione nazionale, l’Unione Sovietica. La sorte di Ocalan, venduto alla Turchia tramite l’intervento di forze speciali sioniste, non ha evidentemente insegnato nulla alla dirigenza curda sulla fiducia che si può riporre negli imperialisti americani. La lucentezza del premio promesso -il “grande Kurdistan”, così assonnate con il diabolico progetto della “grande Israele”, la ha accecata. Come accaduto alle sinistre nostrane nonostante la Naqba del 1948 (la Catastrofe della cacciata dei palestinesi dalle loro terre secolari): con analoga ottusità ci fu chi giustificò l’esistenza dell’entità sionista ravvisando nei kibbutzim una forma di socialismo realizzato. Oltre questo errore risalente, c’è qualcosa di più profondo, che inquina la sinistra dai tempi in cui veniva tranquillamente accettato il sentimento antisovietico, e la denigrazione sistematica (sulla base di mostruose menzogne e castelli di propaganda, peraltro) dell’URSS e di tutti i paesi in cui i comunisti esercitavano il potere (tuttora si attacca Cuba), o persino di esperienze non compiutamente socialiste, ma che i comunisti valutavano positivamente e appoggiavano. In parte questi sentimenti si coagularono, intorno agli anni del movimento del ’77, in correnti antileniniste, i cui epigoni, sulla scorta principalmente delle teorie negriane, diedero origine al movimentismo post-marxista degli anni ’90. In esperienze come quella dei confederalisi curdi, che non senza presunzione ha ritenuto obsoleto il marxismo leninismo (e prima, in parte, sulla questione del Chiapas), tutta questa parte di sinistra ha costruito il suo sentimento di rivalsa contro i comunisti, come se il temporaneo successo di quelle esperienze dimostrasse –a contrario– il fallimento del marxismo leninismo e l’evitabilità della dittatura del proletariato, l’accettazione dell’interclassismo e la prevalenza di contraddizioni non analizzabili con le categorie del materialismo storico e dialettico, e insomma la validità di tutte le critiche che avevano sempre portato avanti contro i comunisti. Ora che questo castello in aria sfuma, questa parte di sinistra, terminato il suo percorso di riassorbimento nei ranghi della società capitalista e di cooptazione nel mondo concettuale borghese, agonizza nella sua frustrazione, non riuscendo a esprimere più che invettive e stupidi anatemi.

Mi associo alla conclusione di un recente articolo (di Giovanni Di Fronzo, su Contropiano): “(…) gli obiettivi di smembramento e di destabilizzazione nei confronti di alcuni stati nazionali perseguiti dagli imperialisti sono inconciliabili con le legittime aspirazioni dei popoli oppressi; tali istanze opposte non possono trovare alcun punto di incontro, né in Siria, né altrove.” Fra l’altro, determinate scelte, fatte da quadri con alle spalle lunghi anni di conflitto, contro nemici non certo teneri come i turchi, devono essere valutate in maniera ancora più severa, dato che l’esperienza leva loro la scusante di non capire questa incompatibilità, e di dare a vedere di ritenere credibili e realizzabili le contropartite promesse da un paese come gli USA. I quali, pur avendo dovuto ritirarsi dalla Siria (dove invece ancora bivaccano truppe francesi), restano, insieme ai sionisti, una presenza stabile e una minaccia costante nell’area, tenuto conto del fatto che l’obbiettivo finale della campagna in Siria era arrivare all’Iran o comunque impedirgli di rompere l’accerchiamento via terra a cui è sottoposto (cfr. carta n. 2)

Poiché viviamo in Sardegna e lottiamo per il socialismo e l’indipendenza (che sia autentica) ho in mente una domanda che possa riportare chi legge alla realtà, se il viaggio nel conflitto siriano, pur così vicino, non sembri attinente e appaia lontano dalle questioni che ci riguardano. Se domani gli Stati uniti, per propria convenienza economica o strategica, promettessero il loro appoggio alla Sardegna contro l’Italia, le promettessero l’indipendenza politica, c’è qualche ulteriore novello Machiavelli che accetterebbe,  in nome del malinteso motto per cui il fine che giustifica i
mezzi? E soprattutto, questa promessa sarebbe credibile? Considerato che le lotte e i movimenti, nella nostra terra, spesso si frantumano su questioni molto più banali, o che basta il fango dell’elettoralismo per impantanarli con cadenza mortalmente precisa, potrebbe sembrare un quesito di fantapolitica. Ma il nodo sta tutto qua, e nessuno, su una questione che ci è vicina, si esimerebbe dal giudicare, né fra noi né dall’esterno, come pretendono i fans dei confederalisti curdi riguardo alle vicende siriane. Chi pensa di rispondere positivamente, dovrebbe farsi avanti con onestà: sarebbe bene dirimere questa contraddizione, prima di rischiare in modo irresponsabile di percorrere tratti di strada in cattiva compagnia.

Il sostegno alla popolazione civile curda non è in discussione, così come restano valide le motivazioni storiche che il popolo curdo può vantare nella sua lotta, specie nei confronti dell’oppressione turca. Precisamente per questi motivi, è dovere di ogni rivoluzionario riconoscere ed evidenziare i percorsi e i progetti ideologici che al contrario di guidare i popoli oppressi verso l’emancipazione, rinnovano le condizioni materiali del dominio sotto altre forme, protraggono il loro servaggio e li assoggettano a nuovi padroni e nuove catene, anche se dipinte a colori. La cosiddetta “rivoluzione del Rojava e le dirigenze che l’hanno diretta, hanno scelto e intrapreso un cammino che le allontana, forse definitivamente, dalla storia del movimento operaio e comunista, e delle lotte per l’autodeterminazione e il socialismo dei popoli oppressi. Nelle condizioni attuali non possono riscuotere alcun sostegno da chi lotta contro l’imperialismo.


*Ringrazio la compagna Marta Meloni per la fattiva collaborazione nella redazione del testo, e il compagno Gianfranco Castellotti per la condivisione delle carte allegate e la consulenza.

S’atòbiu internatzionali de Scida

Scida Assòtziu Indipendentista, cun su contributu de s’ERSU Casteddu, apariciat sa de cincu editzionis de s’Atòbiu Internatzionali de sa gioventudi indipendentista. Ocannu eus a tenni delegatzionis de Catalunya, Galizia, Euskadi e Veneto.

PROGRAMA:

Cenàbara 7 de su mesi de Idas h 10:30
CUNFERENTZIA DE IMPRENTA / PRESS CONFERENCE
@Sala Maria Carta, ERSU – Via Trentino, Casteddu.

Cenàbara 7 de su mesi de Idas h 18:00
CUNVENNIU INTERNATZIONALI / INTERNATIONAL MEETING
Atòbiu2018 – 5th International Meeting of Young Independentists
@Aula SIA 1F (Ex Aula6) – Polo SEPG
Via Sant’Ignazio – Casteddu

Sabudu 8 de su mesi de Idas h 21:00
CUNCERTU PO S’ATOBIU2018 / CLOSING PARTY
Randagiu Sardu feat Quilo | Su Dotori & AlexP @Su Tzirculu
Via Molise 58 – Casteddu

Ant a sonai: / Live concert:
Randagiu Sardu feat Quilo kg Sa Razza
“Su Dotori & Alex P. remixes” from dr.drer & crc posse

L’ascesa dei nazisti di Vox in Andalusia è colpa degli indipendentisti catalani?

di Andìa Pili

Le elezioni svoltesi domenica scorsa in Andalusia rappresentano un importante segnale per lo scenario politico generale spagnolo, essendo state le prime importanti elezioni dopo quelle catalane post 1-O. In pochi si aspettavano l’ascesa di Vox, formazione di estrema destra (misogina, razzista, sciovinista) dai toni che più ricordano quelli della dittatura di Franco: dopo aver conseguito oltre il 10% dei voti, porterà ben 12 deputati nel Parlamento andaluso. Mentre gli altri partiti di Destra (il PP erede diretto del franchismo e il nuovo volto della Destra nazionalista neoliberale Ciudadanos) hanno dichiarato di voler trattare con tale partito per un accordo di governo (i tre hanno i numeri per la maggioranza assoluta). I due maggiori sconfitti sono la Sinistra statale di governo e di alternativa: il PSOE andaluso, governante la regione in maniera clientelare da decenni, ha denunciato il carattere «anticostituzionale» di Vox e chiamato ad un accordo con le altre forze politiche per scongiurare il pericolo; Adelante Andalucia, il raggruppamento dominato dalla fazione più a sinistra di Podemos,  «fascista».

Si tratta comunque di uno shock per i progressisti di un Paese che riteneva di non essere toccato dall’onda sciovinista che ha colpito quasi tutta l’Europa, tra cui le vicine Francia con Le Pen o l’Italia con Salvini. Sulla stampa si è quindi alla ricerca delle ragioni di tale disastro per la «democrazia» spagnola; l’indipendentismo è subito stato messo sul banco degli imputati. Ad esempio, l’importante giornalista Ignacio Escolar di El Diario ha scritto che l’indipendentismo catalano avrebbe «ingrassato» il nazionalismo spagnolo e in tanti esprimerebbero, tramite il voto a Vox, il proprio rifiuto dell’autodeterminazione catalana.

Simili argomentazioni, recentemente, sono comparse per incolpare i nazionalisti catalani rei di non voler votare la finanziaria del governo Sanchez, sostenuta anche da Podemos. L’accusa è, in sostanza, di voler mettere la questione catalana prima dei diritti sociali. La grande omissione è che proprio il Tribunale Costituzionale ha bocciato diverse misure sociali volute dal governo Puigdemont. Insomma, si vorrebbe che gli indipendentisti catalani rinunciassero a far pesare la propria presenza parlamentare per sostenere la liberazione dei propri esponenti attualmente prigionieri politici o in esilio.

Come fatto notare dalla deputata del BNG, Olalla Rodil, la critica ha senso quanto accusare il femminismo e gli immigrati di aver provocato l’ascesa di una forza maschilista e razzista. La critica è molto pertinente in quanto, sul piano teorico, porta a rifiutare l’intersezionalità delle lotte in favore di presunte «cose più importanti». Chi soffre una determinata condizione di oppressione (nazionale, coloniale, di genere, di «razza») dovrebbe ritenere marginale, poco importante, la propria emancipazione. Il problema è sempre l’incomprensione della questione nazionale interna, per chi ritiene che la nazione statale sia il campo d’azione privilegiato. Sul piano politico, per la Sinistra statale, si tratta soltanto di trovare un capro espiatorio a cui dare la colpa della propria debolezza o incapacità, per nascondere i propri errori.

Ritengo esemplare il deputato di ERC a Madrid, Gabriel Rufian, che ha invitato a comprendere come la lotta per l’indipendenza catalana possa invece rappresentare la tomba per il fascismo spagnolo, una rottura con lo Stato-Nazione che offrirebbe l’occasione per un autentico cambiamento.

Tuttavia, una vera collaborazione interstatale contro il fascismo non può passare per una finta gerarchia delle lotte che costringa i movimenti nazionali a rinunciare alle proprie rivendicazioni e veda il diritto all’autodeterminazione come ad un’opzione sacrificabile.