Podemos sparisce in Galizia e crolla nella Comunità Basca. Cresce l’indipendentismo

di Marco Santopadre
Regionali: Podemos sparisce in Galizia e crolla nella Comunità Basca
Il dato che unifica i risultati delle elezioni regionali tenutesi due giorni fa in due comunità autonome del Regno di Spagna – la Galizia e la Comunità Autonoma Basca – è sicuramente il pessimo risultato della coalizione tra Podemos, Izquierda Unida e alcune sigle locali.
L’esperienza di governo avviata a livello statale da Iglesias con il Psoe di Pedro Sanchez non solo ha causato alcune rotture interne e vari abbandoni – in Catalogna di settori vicini all’indipendentismo e a livello statale della corrente Anticapitalistas, quella più a sinistra – ma ha anche provocato un tonfo elettorale senza precedenti del movimento viola, evidenziando una crisi che a questo punto appare di natura strutturale e non più congiunturale.
Si tratta ovviamente di un voto amministrativo e per di più in due territori animati da una storica rivendicazione di autodeterminazione, ma sono diversi i campanelli di allarme che impensieriscono ora la direzione di Podemos.
Salta agli occhi, proiettando i risultati a livello statale, che i due grandi partiti – Ciudadanos a destra e Podemos a sinistra – nati dalla crisi del sistema politico provocata dalle mobilitazioni e dallo scontento popolare causato dalle politiche di austerity e dalla corruzione dal 2008 in poi si sono ampiamente consumati. Il sistema politico sembra tendere all’equilibrio precedente, con la polarizzazione PP-PSOE a livello statale (pur con l’ingombrante presenza a destra dei neofranchisti di Vox) e il rafforzamento delle formazioni indipendentiste e autonomiste.
Veniamo ai dati.
In Galizia il voto ha confermato lo strapotere della destra nazionalista spagnola e dell’uomo forte locale del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, che per la quarta volta consecutiva ottiene la maggioranza assoluta con il 48,42% e 41 seggi sui 75 totali (nel 2016 stesso numero di seggi e 47,08%). Forte del risultato, Feijóo tenterà ora la scalata alla leadership statale del PP lanciando la sfida al segretario generale Pablo Casado.
Nella regione a nord del Portogallo si afferma con uno storico exploit il Blocco Nazionalista Galiziano, che da 6 seggi passa addirittura a 19, ottenendo il 24,02% (dall’8,24). La sinistra indipendentista e popolare galiziana guidata dalla giovane – e dichiaratamente femminista – Ana Pontòn scalza completamente Podemos e i suoi alleati locali, uniti nella sigla “Galicia en Común – Anova Mareas”, che non sono andati oltre il 3.97% e rimangono fuori dall’assemblea regionale (nel 2016 En Marea aveva conquistato il 18,88% e 14 seggi). Superati dal BNG anche i socialisti del PSdeG-PSOE che con il 119,56% conquistano 15 seggi, uno in più del 2016 (dal 17,69%). Il magro risultato di Vox (il 2.05%) non ha consentito all’estrema destra di conquistare seggi in un territorio dove del resto il Partito Popolare ha tratti di destra radicale ma anche clientelare. Il rapporto tra il PP e Vox è oggetto di scontro tra Feijóo e Casado: il secondo punterebbe a un’alleanza, il primo preferisce mettere in atto un misto di ostracismo e sussunzione che non conceda spazio alla formazione politica di ultradestra.
Anche nella Comunità Autonoma Basca rimangono sostanzialmente inalterati gli equilibri politici generali, ma se in Galizia il PP ha confermato tutta la sua forza nella porzione territorialmente maggioritaria del Paese Basco sono i regionalisti/nazionalisti del PNV a consolidare la propria egemonia.
I centristi guidati da Iñigo Urkullu sono passati da 28 a 31 seggi pur perdendo circa 50 mila voti, affermandosi con il 39,13% dei voti dal 37,2% di quattro anni fa.
Nel campo avverso si afferma la coalizione di centrosinistra/sinistra indipendentista di EH Bildu – anche in questo caso guidata da una donna, Maddalen Iriarte – che passa da 18 a 22 seggi con il 27,85% (aveva il 21.04%) e un incremento consistente dei voti.
Come in Galizia, anche in questo caso l’exploit abertzale prosciuga la sezione locale di Podemos, che passa da 11 a 6 seggi e si ferma all’8,04% (dal 14.7 del 2016). I socialisti rimangono stabili e aggiungono un seggio ai 9 che avevano conquistato alle elezioni del 2016, passando dall’11.81 al 13,65% mentre la coalizione tra il Partito Popolare e la sempre più inconsistente Ciudadanos crolla da 9 a 5 seggi prendendo solo il 6,75% (12.08% nel 2016). Festeggiano invece i fascisti di Vox che con solo l’1.96% entrano per la prima volta nell’emiciclo regionale. Da notare che nei seggi della CAV dove hanno votato i membri della Guardia Civil di stanza nella “comunità ribelle” le percentuali dell’estrema destra oscillano dal 5 all’11%, ben oltre il dato medio…
Nella CAV si è registrata una forte crescita dell’astensione che passa dal 37,56% del 2016 al 47,14% di ieri, prodotto del timore di una parte dell’elettorato per il rischio di contagio, che aveva del resto provocato un rinvio di alcuni mesi delle consultazioni – la vigilia è stata contrassegnata anche dalla polemica nei confronti della decisione delle autorità locali di non permettere ai cittadini positivi al Coronavirus di poter esercitare il proprio diritto di voto – ma anche da un crescente disinteresse per la politica. In Galizia invece si è registrata una maggiore partecipazione al voto rispetto alla volta scorsa, con una diminuzione dell’astensione dal 46.37% al 41,12% di ieri e lunghe code durante le prime ore del mattino in alcuni seggi.
Mentre in Galizia la destra nazionalista spagnola potrà continuare a governare da sola grazie alla comoda maggioranza assoluta conquistata dal PP, nella CAV è molto probabile la riedizione del patto di governo tra PNV e socialisti che esce rafforzata dalle urne ottenendo quattro seggi in più rispetto al 2016. Il PNV che esce vincitore dalle consultazioni di ieri nonostante alcuni scandali per corruzione e lo scontento provocato in alcuni comuni, è una formazione che negli ultimi anni ha rafforzato il proprio profilo regionalista abbandonando le suggestioni indipendentiste dell’era Ibarretxe, e che pur contraddistinto da una proposta debolmente riformista sul piano economico-sociale ha gradualmente spostato a destra il proprio discorso politico.
EH Bildu è riuscita invece, incentrando la campagna sui temi sociali piuttosto che su una proposta di rottura indipendentista, ad attirare nuovi consensi in fuga, compresi alcuni di quelli in fuga da Podemos e in alcuni casi anche dal PNV.

L’occidente che santifica i dittatori. L’esempio di Ataturk

Contro Erdoğan per santificare Ataturk?

di Francesco Casula

Giusta doverosa e sacrosanta l’indignazione e la protesta contro Erdoğan per aver “islamizzato” Santa Sofia, monumento simbolo di Istanbul che da Museo ridiventa Moschea, sottraendolo alla fruizione universale.
Mi sarebbe piaciuto che la stessa forte denuncia e condanna, in primis l’Europa e l’Occidente, l’avessero rivolta sempre contro il Califfo Erdoğan, despota e boia: quando arrestava i leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP), un importante partito filo-curdo di sinistra e insieme a loro altri i 10 parlamentari turchi. Quando faceva assassinare giornalisti scomodi. Quando di fatto metteva fuori legge l’intera opposizione, di fatto instaurando un regime ultrautoritario e di polizia.
Invece a parte flebili voci di condanna, l’Europa ha continuato a sostenere e finanziare simile tiranno e lo vorrebbe addirittura nella UE.
Non solo: nel denunciare la scelta di Erdoğan, molti hanno voluto evocare Ataturk, pomposamente chiamato padre dello Stato turco.
E così molta opinione pubblica “codina” si è così “accodata” (insieme a giornalisti e politici nostrani) a certa storiografia occidentalista e persino “progressista”, che domina in Italia e nei libri scolastici. Secondo questa Ataturk, il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.

Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(1); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (2); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (3); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(4); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali” (5); “Creò uno Stato moderno e laico” (6); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali” (7); “Potè attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente” (8); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (9).

A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?

Note Bibliografiche
1).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
2).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
3) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
4) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
5)Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
6) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
7) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
8) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
9) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

Caminera Noa: Quest’anno salviamo la Sardegna!

Il Movimento popolare sardo Caminera Noa lancia una campagna per invitare chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

«In questi ultimi giorni abbiamo assistito a sempre maggiori discussioni sulle riaperture di porti e aeroporti, sulla crisi del turismo. Ci si divide tra “apriamo tutto a chiunque” e “chiudiamo tutto senza deroghe”.

La posizione della Giunta non l’abbiamo capita, visto che ha trattato e ritrattato un milione di volte.

La nostra è netta: se vogliamo far ripartire in sicurezza vita sociale ed economia dobbiamo chiedere con forza la chiusura delle regioni ancora ad alto contagio. 

Dal punto di vista economico il sistema turistico applicato in Sardegna ha dimostrato tutta la sua inefficacia soprattutto in questo periodo di crisi, ed è per colpa di un turismo totalmente stagionale e basato sullo sfruttamento dei territori e delle persone che ci troviamo davanti alla scelta: salute o lavoro?

Il problema è complesso ma noi vogliamo iniziare a cambiare subito le cose. Abbiamo una proposta concreta: quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna! 

Questa crisi non è stata uguale per tutti; a fronte di chi ha perso il lavoro, non ha ricevuto la cassa integrazione, ha vissuto senza stipendio, ci sono state categorie di lavoratori che, invece, hanno continuato a percepire reddito regolarmente. 

Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio. 

Quest’anno sceglieremo di conoscere la nostra terra, di prenderci cura delle nostre comunità, di spendere i nostri soldi a casa nostra.

Quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna. Fatelo anche voi!»

Filosofia de Logu per decolonizzare il pensiero

Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna

S’Ulisse de sa Sarda Liberatzione

È sorto un gruppo di lavoro e di ricerca multidisciplinare che ha preso il nome di Filosofia de logu. Ne fanno parte studiosi e attivisti, dentro e fuori dall’accademia, provenienti dall’ambito delle scienze umane, sociali e filosofiche. Il nostro intento è quello di sviluppare un approccio di ricerca non subalterno e forme di concettualizzazione libere dallo sguardo coloniale e auto-colonizzato sulla Sardegna.

Filosofia de logu dispone già di un suo sito (filosofiadelogu.eu) e nella giornata di oggi procederà alla diffusione della sua Dichiarazione di intenti. In questo momento stiamo lavorando alla pubblicazione di una raccolta collettiva di saggi, a un evento pubblico in rete, e a una serie di incontri sul territorio. 

Il gruppo è aperto a ogni collaborazione fattiva e basata sulla condivisione dei principi enunciati nei suoi documenti fondativi. 

In allegato a questo Comunicato, troverete un press-kit con qualche materiale utile per la pubblicazione, come le fotografie fornite per il progetto da Rossella Fadda, le grafiche e i loghi del progetto.

Gruppo di Ricerca “Filosofia de Logu” – cuntatos@filosofiadelogu.eu

Dibattito: Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale.

Caminera Noa in collaborazione con Il Manifesto Sardo, invita al Dibattito “Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale” che sabato 23 maggio alle ore 17.30 andrà in diretta streaming su:

• Pagina Facebook Caminera Noa 

• Canale YouTube Caminera Noa  • Sito web camineranoa.org

• Blog Pesa Sardigna

• Sito web manifestosardo.org

“Questo cerchio è aperto e mai spezzato. In pace ci siamo incontrati e in pace ci salutiamo, felici perché presto ci vedremo ancora”

Immaginate un “non luogo” (in tempi di Covid non è poi così difficile), un cerchio, dove nessuno è ospitante, né ospitato, in cui cinque persone, non a caso usiamo questa parola, provenienti da esperienze e luoghi “altri”, anche in questo caso la parola non è scelta a caso, si incontrano e parlano tra loro, ma anche con “altr*” che vorranno intervenire durante la diretta, di due temi: “Femminismo e Autodeterminazione”, che in realtà, come scatole cinesi, ne contengono  tantissimi altri,

Tiziana Albanese: Palermo, studentessa universitaria, militante di Antudo: “Rete dei comitati territoriali per l’indipendenza della Sicilia”

Giovanna Casagrande: Nuoro, attivista femminista, indipendentista di Sardegna Possibile

Luana Farina Martinelli: Ozieri/Sassari, portavoce di Caminera Noa, attivista indipendentista, femminista e poeta

Marta Onnis: Cagliari, psicologa, attivista politica femminista e indipendentista, impegnata sui temi dell’autodeterminazione e empowerment di individui, gruppi, comunità

Benedetta Pintus: Cagliari, giornalista e attivista femminista, formatrice sul contrasto alla violenza e alle discriminazioni

Rifletteranno e si interrogheranno, partendo ognuna dalla propria esperienza di militanza, su argomenti di grande interesse ed attualità: 

– Rapporto tra autodeterminazione di genere e autodeterminazione di un popolo; 

– Diritti di genere e analisi della realtà socio-economica-culturale in cui sono rivendicati;

– Quote-rosa e neo femminismi; 

– Uomini femministi e donne maschiliste; 

– Diversità e normalità: uso e abuso dei due termini/concetti;

– Il razzismo, il sessismo, l’abilismo, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia  e ruolo dei media,

e altro ancora.

L’incontro nasce dalla necessità, divenuta impellente, di avviare un confronto dialettico tra militanti, che evidenzi le forti contraddizioni esistenti anche all’interno dei partiti e/o movimenti di appartenenza, riguardo il dichiararsi per l’autodeterminazione del proprio popolo ed invece usare nella pratica politica, e non solo, azioni, atteggiamenti e linguaggi  discriminatori, propri di chi invece nega il valore e il diritto all’autodecisione, sia della singola persona, sia di un popolo.

È necessario quindi interrogarsi, confrontarsi, tutte e tutti, su come l’autodeterminazione non sia mera liberazione individuale e rivendicazione di un diritto della persona, ma debba essere soprattutto azione politica comune e collettiva, che deve necessariamente orientarsi a “destrutturare un vecchio pensiero” per costruirne uno nuovo, non solo nelle parole.

Fase 2. Sicilia, Sardegna e Sud non accettano ordini dal Nord!

Comunicato congiunto di Caminera Noa (Sardegna), Il Sud Conta (Sud Italia), Antudo (Sicilia).

Il 26 aprile il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con una breve diretta, ha annunciato la tanto attesa Fase 2. E i nostri sospetti sono stati confermati.

Il DPCM del 26 aprile non è nient’altro che il risultato delle pressioni di Confindustria e dei governatori di Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna. Sempre gli stessi, che piegano le politiche statali ai propri interessi e ci consegnano un governo a totale trazione nordista.

Il decreto prevede, infatti, la riapertura in tutto lo Stato dei settori produttivi in aggiunta a quelli rimasti aperti durante la precedente fase. Settori, guarda caso, situati principalmente nell’area nord dello Stato Italiano. Nessuna parola è stata spesa per le economie del Sud e delle Isole, legate a piccole e medie imprese attive nei settori turistico, agricolo e artigianale. Ancora una volta le richieste di tutti coloro che in queste settimane hanno fatto grossi sacrifici e che stanno pagando le conseguenze dell’emergenza, sono rimaste inascoltate.

Lo Stato Italiano – e non è una novità – ha fatto coincidere gli interessi del “sistema Italia” con gli interessi dei settori produttivi delle regioni del Nord. Ancora una volta lo Stato Italiano ha imposto decisioni senza fare distinzioni che rispondano alle specifiche territoriali, senza tenere minimamente conto della realtà che ci consegna, a oggi, la curva epidemiologica regione per regione.

Secondo i dati di ieri, 2 maggio, i casi attualmente positivi in Lombardia sono 36.667, in Piemonte 15.719, in Emilia Romagna 9.323 e in Veneto 7.431.

Nel Meridione si registrano: 2.721 attualmente positivi in Campania, 2.186 in Sicilia, 730 in Sardegna, 713 in Calabria.
100.704 è il numero totale di positivi in Italia. Questo significa che le quattro regioni del Nord citate prima corrispondono al 68,7% degli attuali positivi in Italia, la Lombardia da sola il 36,4%. Le 4 regioni del Sud insieme raggiungono solo il 6,3%.

Sebbene la situazione epidemiologica sia totalmente opposta, le restrizioni sono identiche. Si, perché il Sud deve rimanere “in lockdown” affinché possano riaprire industrie e grosse aziende del Nord.

Le quattro regioni del Nord citate rappresentano insieme il 48% del PIL italiano; non ci sorprende che le nostre regioni siano la parte del PIL sacrificabile.

Nel frattempo molte imprese meridionali, tantissime attività commerciali delle nostre città, resteranno chiuse, con il rischio concreto di non sopravvivere alla chiusura e di non poter mai più riaprire, con conseguenze gravissime sull’economia locale che versava in una situazione drammatica già prima dell’emergenza.

Non possiamo, però, accettare in silenzio di essere la carne da macello sacrificata per i profitti del Nord. Non possiamo accettare di essere considerati unicamente ingranaggi della macchina produttiva della metà ricca d’Italia.

Considerando anche il fatto che questi mesi di chiusura hanno fortemente minato la già provata economia meridionale, pretendiamo che vengano immediatamente immessi nelle casse dei Comuni del Sud e delle Isole tutti i mancati introiti del fondo di perequazione. Tele iniezione di liquidità gestita dalle istituzioni più prossime ai cittadini risulta a oggi irrinunciabile e rappresenta in questo momento una boccata d’ossigeno vitale per la nostra economia.

Inoltre, l’epidemia ha eliminato tutte le forme della rappresentanza, concentrata del tutto nelle mani di governatori e sindaci, espressa attraverso le loro dirette facebook. È necessario, oggi più che mai, riprendersi gli spazi della politica, della mobilità, della socialità. Se possiamo tornare a produrre, consumare e fare la spesa, perché non possiamo uscire, manifestare, socializzare?

Il vero untore del Sud, della Sardegna e della Sicilia è lo Stato Italiano. Non esiste nessuna “unità nazionale”, esistono gli interessi di alcuni a scapito di altri, del Nord Italia sul Mezzogiorno e sulle Isole.

Non staremo più a guardare, chiusi nelle nostre case. Pretendiamo una gestione della fase 2 ASIMMETRICA, differenziata su base regionale, che permetta ai territori di avere il potere di decidere cosa apre e cosa no. Pretendiamo misure economiche adeguate alle esigenze dei nostri territori caratterizzati da un tessuto economico e produttivo differente da quello lombardo, veneto e romagnolo, per questo crediamo che il governo debba immediatamente adottare 3 provvedimenti: 

1) Estensione del Reddito di Cittadinanza; 

2) Moratoria delle utenze per soggetti con comprovate difficoltà economiche; 

3) Risorse a fondo perduto per artigiani, piccoli commercianti e piccole attività. 

Alla fase 2, dato il numero di contagi, la Lombardia non dovrebbe neanche passarci. Se le è permesso, allora noi possiamo passare alla fase 4!
E lo faremo, con o senza il permesso dello Stato Italiano.

Chi ha paura di sa DIE? di Francesco Casula

Sa DIE, come Festa nazionale del popolo sardo, unica nostra Festa “non ottriata”, nel corso degli anni è stata via via depotenziata: e non solamente per gli investimenti finanziari viepiù ridotti. Da parte poi della Regione sarda e delle Istituzioni è stata sostanzialmente azzerata, cancellata.

Probabilmente l’opera di studio, ricerca, confronto, sensibilizzazione che vi è stata nei primi anni, dopo l’istituzione nel 1993, ha spaventato soprattutto la politica.

Così la “Festa” da occasione di studio e di risveglio identitario si riduce nel tempo a rito formale e liturgia vuota: con l’Amministrazione Soru viene annacquata e svuotata  dei significati storici e simbolici più “eversivi”; la Giunta di Cappellacci la stravolge del tutto: viene addirittura dedicata alla Brigata Sassari! E Pigliaru, la seppellisce definitivamente. 

L’attuale Giunta ha altro cui pensare: equilibri di potere. 

Ma fin dai primi anni, dopo la sua istituzione, soprattutto da parte di certa intellettualità, se non ascara certo culturalmente subalterna, ai paradigmi storici e storiografici italici, sono state avanzate riserve in merito alla “forza” dello stesso Evento del 28 aprile del 1794:

1. Sarebbe stata “robetta” quello di “cacciare” 514 piemontesi, savoiardi e nizzardi. Dimenticandosi che lo stesso numero è enorme: Cagliari aveva allora 20.000 abitanti, duncas sulla groppa di ogni 40 cagliaritani pesava un parassita che ruotava intorno al vicerè, arrogante e prepotente.

2. Sarebbe stata sostanzialmente una “congiura” de unu grustu de burghesos, antzis de bator abogadeddos, illuministas. Guarda caso, tale ipotesi, combacia esattamente con le posizioni degli storici filo sabaudi come Giuseppe Manno e Vittorio Angius, che, appunto, avevano parlato di “congiura”!

3. I sabaudi sarebbero comunque ritornati dopo qualche mese. Questo è vero. Ma che significa? Dopo la Rivoluzione francese si afferma un despota come Napoleone. E dopo la caduta del Corso si restaurano in tutta l’Europa regimi autoritari, assoluti e liberticidi. Ciò significa negare valore all’Evento dell’89? Chi fa questa obiezione non sa o non capisce che la storia non ha un andamento lineare e rettilineo, ma rinculi e ritorni all’indietro, cadute e regressioni.

In realtà personaggi e intellettuali di valore e diversa provenienza culturale e politica (da Lussu a Lilliu a Maria Rosa Cardia) riconoscono e sostengono l’importanza di quell’evento e di quella temperie culturale e politica in cui si radica la Sardegna moderna, in cui si afferma e si sedimenta una nuova consapevolezza e coscienza da parte dei Sardi.

Questi infatti dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a piegare la schiena, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo abituati a abbassare la testa, sopportando ogni tipo di prepotenza, umiliazione, sfruttamento, sberleffi e prese in giro, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di orgoglio, si ribellano e alzano la testa, raddrizzano la schiena e dicono basta! 

E voglio precisare che “quelle temperie culturale e politica” non abbraccia – come si suole comunemente affermare – il cosiddetto triennio rivoluzionario (1794-96) ma più che un trentennio rivoluzionario: dal 1780 (rivolta di Sassari contro il governatore Allì di Maccarani ) al 1812 (Rivolta di Palabanda). 

E allora?

Allora, al di là dei pretesti sulla “debolezza” dell’Evento o altre tontesas, la verità è che sa DIE dà fastidio. È una festa “pericolosa” e “sovversiva”. Anzi:eversiva. Perché può mettere in crisi i compromessi e gli equilibri di potere prima ancora che i paradigmi culturali e politici di tutti i partiti che dominano la Sardegna: del centro sinistra come del centro destra. Di ieri come di oggi.

Per questo l’hanno, di fatto cancellata.

1° maggio: «Populare, birde, sarda». Domani il confronto

Popolare, verde e sarda: domani, 1 maggio, il confronto.

Ci serve un cammino nuovo nel solco di un movimento popolare, non solo a parole o nella comunicazione, ma nella pratica di lotte e proposte che sappiano cucire quelle tante esperienze che in cuor loro desiderano una Sardegna veramente diversa.

La diretta sarà trasmessa sulla pagina Facebook e sul canale you tube di Caminera Noa, sul Manifesto Sardo, Cagliaripad, Donkey Shouts Web Radio, Cagliaripad e su Pesa Sardigna (ore 18:00).

Perché «popolare». Il primo maggio è la festa dei lavoratori. In Sardegna sono molte le persone che il lavoro l’hanno perso o che purtroppo lo perderanno in seguito alla pandemia da Covid-19. E sono molte le persone che pur di poter lavorare dovranno rinunciare ad ogni tutela, ad ogni diritto. La questione del lavoro, del non lavoro, del lavoro fantasma e del lavoro senza diritti è destinata a diventare sempre più centrale. Dalla gravissima crisi delle piccole partite IVA, alla condizione assai problematica dei precari sardi della scuola e dei dipendenti Auchan, alla truffa dei tirocini che spesso coprono situazioni di lavoro nero, alla mai sopita questione dei pastori con annessa la questione del prezzo del latte e della concorrenza sleale dell’agroalimentare e al dimenticato dibattito sugli artigiani. La questione sarda è la questione del lavoro dei sardi.

Perché «verde». Anche la questione della tutela, anzi per meglio dire, della salvezza stessa dell’ambienta, sarà sempre più impellente, a partire dai due punti all’ordine del giorno: l’assalto alle coste e la dorsale del metano. Sullo sfondo di queste due nuove aggressioni all’ambiente si erge, come una ferita mai dimenticata, la questione delle bonifiche dei tanti punti dolenti del saccheggio ambientale che ha subito la Sardegna da parte di industria militare e civile, con l’avallo dello Stato italiano e di una classe politica locale cinica e venduta. La questione sarda è la questione della salvezza dell’ambiente.

Perché «sarda». La questione che accompagna la Sardegna da almeno seicento anni: la necessità di un autogoverno realmente democratico che sia compatibile ed armonico con gli interessi e con la vita di chi in Sardegna ci vive o progetta il suo futuro. Un’isola che è anche una storia, che è anche una civiltà, che è anche un popolo e che spesso paradossalmente viene concepita come periferia e come moneta di scambio da quella politica che dovrebbe e potrebbe farla uscire dalla sua condizione di subalternità. La questione sarda è la questione dell’autogoverno e della democrazia compiuta dei sardi.

Ne parleremo con le tante figure politiche e intellettuali con cui abbiamo intrecciato il nostro nuovo cammino. A questo dibattito ne seguiranno altri, nella prospettiva di costruire un terreno politico fertile capace di uscire fuori dalle pastoie del settarismo e del movimentismo. Ci serve tanta democrazia e pluralità e contemporaneamente ci serve organizzazione e coordinamento. Ci serve dibattito e studio ma ci serve contemporaneamente saper riallacciare i fili con quelle persone di fronte alle quali spesso abbiamo parlato linguaggi incomprensibili, noiosi, perfino pericolosi. Ci serve un cammino nuovo nel solco di un movimento popolare, non solo a parole o nella comunicazione, ma nella pratica di lotte e proposte che sappiano cucire quelle tante esperienze che in cuor loro desiderano una Sardegna veramente diversa.

Roberto Loddo – Il Manifesto Sardo

Omar Onnis – storico e scrittore

Stefano Puddu Crespellani – Sardegna Possibile

Cristiano Sabino – attivista Caminera Noa e saggista

Lorenzo Paolicchi – Friday for Future

Paola Pilisio – ambientalista

Sandro Roggio – architetto 

Nicolino Camboni – Rifondazione Comunista

Oe galu in domo ma non sena Sa Die

A casa, ma non senza Sa Die. È questo il senso di alcune iniziative che in questi giorni hanno spopolato sui social e che lanciano un fitto programma di celebrazioni della festa nazionale dei sardi in ricordo del tentativo rivoluzionario, repubblicano e antifeudale che scosse la Sardegna tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. 

Ha iniziato il movimento popolare sardo Caminera Noa, quando sui suoi canali di comunicazione, ha lanciato in data 9 aprile 2020, l’idea di appendere fuori da balconi e finestre la bandiera dei quattro mori e/o quella del giudicato di Arborea con l’albero deradicato: “Su 28 de abrile pone sabandera sarda in foras dae su balcone” è lo slogan scelto dagli attivisti. 

«Quest’anno non potremo festeggiare e celebrare d “Sa die de sa Sardigna” con incontri in presenza – spiegano dal movimento – siamo costretti a casa ma non vogliamo rinunciare a ragionare della Sardegna di ieri e di oggi e sull’attualità della “cacciata dei piemontesi” del 1794. Per questo motivo abbiamo lanciato già lo scorso 9 aprile l’iniziativa “pone sa bandera dae su balcone”, invitando i sardi a esporre la bandiera dei quattro mori o quella con l’albero deradicato fuori dalla finestra o dal balcone». 

Caminera Noa non si limita però a questo e ha organizzato una diretta streaming dalla sua pagina fb. Oggi, a partire dalle 16:30, per tutto il pomeriggio, fino alla sera si avvicenderanno molti ospiti tra interventi storici, politici e artistici. Ecco la scaletta a partire dalle 16:30 fino a sera:

  • Luana Farina, portavoce di Caminera Noa, interverrà sul “Disastro di Stato e Giunta regionale e proposte di Caminera Noa per uscire dalla crisi
  • Omar Onnis, Sa sarda rivolutzione e sa figura de Zuane Maria Angioy
  • AlmaCanta (Zaira Zingone e Graziano Solinas), musica live e letture
  • Tea Salis con Marco Lais, musica live e letture
  • Sara Porcu con Roberto Desiato, musica e brani d’autore
  • Almamediterranea, musica e brani d’autore

Anche la neonata Assemblea Natzionale Sarda non rinuncerà a festeggiare il grande giorno. L’ANS ha deciso di iniziare le celebrazioni dalla settimana precedente. Dal 21 aprile le pagine social sono un susseguirsi di pubblicazioni, video e immagini che lanciano le diverse iniziative. 

Il Contest che attraverso video e immagini che richiamano alcuni personaggi Storici Sardi, invita, come proposto in prima istanza da Caminera Noa, a fare sventolare la bandiera Sarda al balcone. ANS propone di fotografarla e postarla con l’hashtag #MustraSaBandera su un social tra Facebook, Instagram o Twitter, e premierà l’immagine che raccoglierà più like. 

Il Format CnC – Cùssientzia Natzionale in Curtzu, disponibile su Facebook e sul canale ufficiale di YouTube di ANS, la puntata 0 in quest’occasione tratta una videolezione in Sardo, prodotta in collaborazione con “Storia Sarda nella Scuola Italiana”, racconta a grandi e piccini cosa successe durante la Sarda Rivolutzione del 1794 e anni a venire. 

L’Assemblea Territoriale di Casteddu, ha lanciato l’iniziativa “S’Idea chi fait sa DII… FERÈNTZIA” in collaborazione con alcune attività di Ristorazione che offriranno una specialità Sarda da consegnare a domicilio, per concedersi una coccola in una giornata da ricordare. 

Anche la Corona De Logu – l’insieme degli amministratori indipendentisti – ha rilanciato l’idea di esporre la bandiera: “28 de abrile: die de su pòpulu sardu. Isterre sas banderas natzionales in sa ventana” e ha prodotto dei banner rimarcando l’attualità delle parole e dell’esempio di Giovanni Maria Angioy e dei rivoluzionari sardi.

Anche il coordinatore di Sardigna Natzione sposa l’idea di Caminera Noa e con un post sui social invita ad esporre la bandiera sarda da casa in modo che sia ben visibile: «su 28 de abrile est sa die de sa sardigna, festa natzionale de sa natzione sarda. faghelu ischire a totu, pone una bandera natzionale “in su balconi” de domo tua. Dae sa die prima o su mantzanu de su 28 aprile a sas 8.30 pone sa bandera de sos 4 moros in su barcone de domo tua. Semus unu populu, una natzione, amus un’istoria, una limba, una bandera e una manera de istare in su mundu, semus una natzione normale, chene istadu ma normale. Publica sa foto in facebook, faghelu ischire».

Nasce poi spontaneamente su fb un gruppo che raccoglie foto di bandiere sarde esposte dalle case ed altre iniziative per festeggiare Sa Die de su Populu sardu:

Anche l’associazione “Amistade” oggi, in occasione della festa “Sa die de sa SARDIGNA”, ha organizzato un evento finalizzato a rendere omaggio alla Sardegna: parlare o ascoltare la lingua sarda per l’intera giornata.
L’evento è organizzato in collaborazione con RADIO OLBIA WEB e con il sostegno del B’ART CAFÈ.
Tra gli artisti (poeti, cantanti, ecc..) che parteciperanno all’iniziativa ci sarà la cantautrice Maria Luisa Congiu.

A sa fine, semper oe 28 de abrile, in ocasione de Sa die de sa Sardigna, a is 10 de mangianu in sa Cattedrale di Santa Maria de Casteddu at a èssere tzelebrada sa Missa in limba sarda.

Lu narant custos de sa TV EJA – «torramus gràtzias a Mons. Gianfranco Zuncheddu, a Michele Deiana chi dd’at acumpangiare cun is sonus de canna, a Francesco Mura chi at a cantare is canttos de sa liturgia acumpangendelos cun s’òrganu».

«Est una produtzione Ejatv, Produzioni Sardegna, Associazione Culturale Babel  e at a èssere trasmìtida in:ardegna Uno Televisione canale 19; Ejatv e canale  172 , Diocesi di Cagliari , AnthonyMuroni, YouTG.net

A merie, dae is 5, paris cun Anthony Muroni EJA TV at a contare sa Die cun amigas e amigos de totu sa Sardigna.

Il DPCM è scritto dai padroncini del Lombardo-Veneto

 

Caminera Non non ha dubbi: il DPCM illustrato da Conti ieri in prima serata è frutto delle richieste della classe economica e politica del Nord Italia, in particolare del Lombardo-Veneto: Con un comunicato il movimento popolare sardo assalta all’arma bianca la retorica dell’unità nazionale e spiega perché la linea del Governo è una linea contro la Sardegna, contro la Sicilia e contro il Meridione.

Di seguito il comunicato integrale:

Ribelliamoci o moriremo di fame!

Il discorso di Conte di ieri sera è vergognoso. Dopo i primi 10 minuti di supercazzole condite con “viva l’Italia”, “orgoglio Italia”, “modello Italia”, “se vuoi bene all’Italia odia il virus” e, dopo slanci letterari sull’INPS che in un mese avrebbe elaborato domande che di solito sbriga in cinque anni, è arrivata finalmente la vera notizia: nessuna regionalizzazione, la Fase 2 non è altro che la Fase 1 con la differenza che al Nord sarà il tana liberi tutti.

Sono passati 2 mesi dall’inizio della quarantena e non è cambiato nulla, non c’è un vaccino e il sistema sanitario continua ad essere quello di sempre, senza alcuna trasformazione strutturale sotto la tanta retorica sugli eroi medici ed infermieri e sul bel paese del Bengondi che arriverà “dopo”.

Per giorni si era parlato di una riapertura regionalizzata, cioè proporzionata alle specifiche situazioni relative ad ogni Regione. Il buon senso e la logica avrebbero voluto così: tutti si aspettavano una riapertura misurata alle diverse realtà delle diverse aree dello Stato.

Poi il 21 aprile è intervenuto il presidente della Regione Fontana che ha tuonato su Radio24 contro la riapertura regionalizzata: “credo che sia una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle Regioni che aprono. C’è una tale interconnessione tra le filiere produttive e tra le varie attività commerciali che c’è veramente il grosso rischio che faccia più danni che vantaggi una apertura a macchia di leopardo. Sono convinto che la riapertura debba avvenire quando il rischio del contagio si sia concluso”.

C’è da chiedersi quando mai hanno chiuso qualcosa nel Lombardo-Veneto? Subito dopo il DPCM del 22 marzo che elencava le attività di produzione dei beni di prima necessità, soltanto nelle province di Bergamo e Brescia hanno ottenuto subito la deroga migliaia di aziende. Province che da sole hanno sempre contato praticamente la metà dei positivi al Covid-19 in Lombardia. Aziende dove, nella maggior parte dei casi, mancavano i più rudimentali dispositivi di sicurezza.

Del resto è successo fin da subito che il presidente di Confindustria Boccia dettasse legge e che riuscisse addirittura a far correggere DPCM già divulgati e pubblicati. Altro che “Sblocca paese”, il nuovo DPCM sarà lo “Sblocca Lombardo-Veneto”: Le manifatture e le costruzioni annunciate da Conte con grande enfasi sono i settori trainanti del nord, basta che si attengano ad un protocollo che tanto nessuno rispetterà, come nessuno ha mai rispettato le norme sul lavoro e le norme anti pandemia degli ultimi DPCM. Oppure in questo mese siamo diventati la Svizzera o la Danimarca e nessuno se n’è accorto?

Al sud, in Sardegna e in Sicilia invece, dove è presente una piccola e micro impresa, una larga fetta di lavoro informale e a nero, piccole attività commerciali e al dettaglio, lavoro stagionale legato alla stagione turistica, starà tutto fermo e chiuso. Al di là della retorica resta il fatto che al 26 aprile: metà delle Cassa Integrazioni non sono arrivate; migliaia di domande per il bonus p.iva sono ferme; sugli affitti neanche una parola; reddito di emergenza o di quarantena neanche a parlarne; neanche sulle utenze è uscita una sola parola; finanziamenti e prestiti idem.

In Lombardia hanno densità di popolazione dieci volte tanta rispetto alla Sardegna (421,6 per km² contro 68 per km²) e una curva di contagio catastrofica, però le loro attività principali non hanno mai cessato e ora aprirà tutto. In Sardegna tutto chiuso. Tutti a casa. Se no multe e botte, con la complicità di sceriffi, podestà e ras locali.

Il nostro presidente della Regione Autonoma della Sardegna, eletto senatore in Lombardia e nominato dal capo storico del Lombardo-Veneto, non ha nulla da dire? Vorremmo sbagliarci ma ci sembrano purtroppo attualissime le parole scritte 100 anni fa da Gramsci:

L’isola fu letteralmente rasa al suolo come per un invasione barbarica (…) e piovvero invece gli spogliatori di cadaveri, che corruppero i costumi politici e la vita morale.

Lo Stato italiano, nella sua storia, quando ha dovuto scegliere quale pedina sacrificare ha sempre scelto la Sardegna (dal 1720), il sud e la Sicilia (dal 1861). Così adesso, per mantenere la curva media del contagio sotto i livelli di guarda e accontentare contemporaneamente i veri padroni dello Stato, manda Conte in prima serata a raccontare la favoletta della Fase 2 e dell’unità nazionale.

Stiamo iniziando a perdere la pazienza. Prepariamoci alla ribellione, perché i sardi non vogliono morire né di inedia né di lombardovenetismo!