Cosa sta accadendo in Catalunya. Stay tuned!

la polizia franchista spara ad altezza d’uomo lacrimogeni e pallottole di gomma

Riceviamo e pubblichiamo da una attivista sarda presente in Catalunya e testimone oculare delle mobilitazioni di massa che si stanno svolgendo in queste ore e della feroce repressione della polizia franchista

una manifestante ferita dai famigerati proiettili di gomma

Ciao! Qui la cosa si fa seria, la polizia spara proiettili di gomma ad altezza umana e ieri un ragazzo ha perso un testicolo dopo essere stato colpito. Le mobilitazioni si organizzano tramite chiamata attraverso la piattaforma Tsunami Democratico che ha anche appena aperto un app per smartphone alla quale si accede tramite codice QR rilasciato in confidenza dalle varie realtà indipendentiste militanti presenti sul territorio. Sull’app vengono pubblicate le chiamate per le mobilitazioni: blocchi dell’ultimo minuto sono frequenti ma anche cortei più strutturati che stanno bloccando in più punti e ripetutamente le autostrade, in particolare l’A-7 che è l’autostrada che attraversa tutta la costa della Catalogna in orizzontale arrivando fino a Gibilterra. Per reagire alla repressione la gente inizia ad autorganizzarsi condividendo consigli basici da seguire nelle varie situazioni di pericolo nelle quali ci si può trovare se si scende per strada a manifestare – identificazioni, fermi, arresti o le frequentissime situazioni di abuso e violenza da parte delle forze dell’ordine. Il consiglio generale è di coprirsi il viso perché ai corteo ci sono molto infiltrati in borghese. Cortei e chiamate previsti per questa sera, la parola d’ordine è ForcadelaGens, il tutto all’insegna della non-violenza. Aggiornamenti in corso, stay tuned

Una delle tante piazze della Catalunya
L’aeroporto di El Prat occupato da una moltitudine di persone

Una telefonata o un fax per manifestare dissenso al Consolato Onorario spagnolo di Cagliari

La chiamata di Caminera Noa per esprimere il proprio dissenso telefonicamente al consolato onorario di Spagna di stanza a Cagliari

Le immagini delle enormi proteste popolari partite immediatamente dopo la pubblicazione della sentenza politica spagnola contro i dirigenti politici e culturali catalani stanno facendo il giro dei social e sono molti i sardi che stanno vivendo con partecipazione ed empatia la protesta. Ma per l’unica iniziativa per dimostrare concretamente dissenso verso le autorità neofranchiste proviene dal movimento Caminera Noa che chiama gli indipendentisti e i sardi democratici a chiamare nella giornata di venerdì 18 o inviare un fax al consolato onorario di Spagna di via Baccaredda a Cagliari.

Di seguito pubblichiamo il comunicato che sta girando sui social:

Il Tribunale Supremo spagnolo ha condannato per l’accausa del procés i dirigenti politici catalani che il 1 ottobre del 2017 avevano organizzato il referendum per l’autodeterminazione della Catalunya.

La pena più grave è stata commutata all’ex vicepersidente della Generalitat Oriol Junqueras, condannato a 13 anni di prigione e 13 di interdizione assoluta dai pubblici uffici. La tesi dell’accusa è stata confermata: i dirigenti politici e culturali sono stati condannati per sedizione e malversazione dei fondi pubblici.

 Le altre pene non sono lievi e vanno dai 9 ai 12 anni, comprese quelle emesse nei confronti di Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, i segretari delle due associazioni culturali Omnium Cultural e ANC.

Caminera Noa esprime sdegno e condanna peril silenzio delle istituzioni europee e della Comunità Internazionale, nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una repressione senza precedenti delle libertà democratiche e del diritto all’autodeterminazione dei popoli, che è l’unica cosa di cui sono realmente colpevoli tutti i prigionieri politici catalani.
Caminera Noa ribadisce la propria vicinanza e solidarietà al popolo catalano, che in queste ore organizza le prime manifestazioni di protesta e invita i sardi a fare altrettanto, attivandosi fin da subito per una più ampia mobilitazione a sostegno del diritto alla libertà, alla democrazia e all’indipendenza nazionale dei popoli senza Stato.

Vogliamo cominciare con un segnale tangibile aperto a tutti i sardi democratici. Proponiamo di chiamare il consolato onorario di Spagna (Cagliari, via Baccaredda) durante tutta la giornata del prossimo venerdì 18 ottobre per esprimere tutta la nostra indignazione e vicinanza alla causa di autodeterminazione del popolo catalano.

Catalogna: dalla sentenza politica allo tsunami democratico

Lo Tsunami Democratico catalano che invade le autostrade in prossimità dei principali aeroporti della catalogna e anche di Madrid
di Marco Santopadre

Il Tribunale Supremo di Madrid, al termine di un processo farsa iniziato a febbraio, ha condannato oggi all’unanimità e con sentenza inappellabile a pene tra i 9 e i 13 anni di reclusione i nove leader e politici sociali catalani arrestati dopo il referendum per l’autodeterminazione del 1° ottobre 2017.
Incredibilmente, già sabato molti media spagnoli anticipavano la decisione dei giudici prima che la sentenza fosse resa nota.
I leader catalani sono stati ritenuti colpevoli – da una corte di nomina politica, supportata dal partito neofranchista Vox in veste di Parte Civile (“Accusa popolare”) – dei reati di “sedizione” – avrebbero guidato una “sollevazione pubblica e violenta allo scopo di sovvertire l’ordine – e alcuni anche di quello di “malversazione di fondi”: secondo i giudici è “provato” l’uso della violenza da parte degli indipendentisti, anche se l’unica violenza messa in campo in questi ultimi due anni è stata quella delle forze di sicurezza spagnole.
Escluso invece il reato di “ribellione”, ma resta la natura politica della sentenza emessa mentre a Madrid governa il Partito Socialista e durante la campagna elettorale per il voto anticipato del 10 novembre.
Tra i condannati l’ex vicepremier catalano Oriol Junqueras, l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell e i leader di due grandi associazioni di massa (rispettivamente Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural), Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, tutti detenuti ormai da quasi due anni.
Altri tre imputati sono stati condannati a pesanti multe e all’inabilitazione dai pubblici uffici.
Nei confronti dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, riparato in Belgio, il giudice Llarena ha riattivato l’ordine di cattura europeo spiccato in passato e poi sospeso.
La maggior parte dei 33 imputati – per la maggior parte militari – processati per il tentato golpe fascista del 23 febbraio 1981 – quello guidato da Tejero – furono condannati a pene inferiori rispetto a quelle inflitte oggi a dirigenti politici e sociali che sì hanno disobbedito alle leggi, ma per chiamare la popolazione al voto.
La società catalana ha già fatto partire la mobilitazione con marce moltitudinarie che tra poco partiranno da diverse città della regione alla volta di Barcellona mentre sono già iniziati i blocchi stradali, le occupazioni di stazioni e caselli autostradali, le manifestazioni.
Il Sindacato degli Studenti dei Paesi Catalani ha già fatto partire la mobilitazione: a fine mattinata gli studenti raggiungeranno in corteo la centrale Plaça de Catalunya da tutti i campus e da vari punti della città.
Decine di manifestanti hanno già bloccato gli arrivi all’aeroporto di Barcellona.
Per il 18 ottobre alcuni sindacati di classe e indipendentisti hanno convocato uno sciopero generale, mandando su tutte le furie anche la Confindustria Catalana, da sempre sostenitrice dell’unità dello Stato.

La mobilitazione si svolge in un clima molto pesante. Da giorni la Catalogna è nuovamente militarizzata. Da stanotte i Mossos d’Esquadra (la “polizia autonoma” catalana) e la polizia spagnola hanno occupato alcune importanti infrastrutture – la stazione di Sants a Barcelona, la stazione dell’alta velocità di Girona, il porto di Tarragona, l’aeroporto del Prat e il Tribunal Superior de Justícia de Catalunya (TSJC) per impedire le annunciate contestazioni.
Nei giorni scorsi i vertici della Guardia Civil sono intervenuti politicamente rivendicando il loro ruolo repressivo, una sorta di “lo rifaremo” rispetto alla dura repressione messa in atto due anni fa e continuata con decine di arresti negli ultimi mesi.
A questo proposito i familiari e i compagni di Ferran Jolis, uno degli attivisti dei Comitati per la Difesa della Repubblica arrestati lo scorso 23 settembre e accusati di “terrorismo” è da allora detenuto in isolamento, al buio e senza avere ancora avuto l’opportunità di parlare col suo avvocato.

La risposta popolare

L’aeroporto  di Barcellona (nella foto, n.d.R.) invaso da migliaia di manifestanti catalani nonostante le ripetute e violente cariche della polizia che ha usato anche proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo, i gas lacrimogeni e i manganelli al contrario.
Dopo la chiusura del collegamento in metropolitana e in autobus da parte delle autorità di polizia migliaia di persone hanno raggiunto lo scalo anche a piedi, percorrendo vari chilometri. I voli cancellati sono stati quasi 150.
A Madrid invece una carovana di 1200 macchine organizzata dal coordinamento “Tsunami Democratic” anche con la collaborazione delle realtà solidali locali sta collassando le vie d’accesso all’aeroporto di Barajas

La sentenza politica del Tribunale Supremo spagnolo contro i leader politici e sociali catalani in carcere preventivo ormai da due anni ha scatenato una reazione popolare.
Stamattina in tutte le città catalane si sono tenute manifestazioni, la più grande delle quali ha coinvolto parecchie migliaia di studenti che dai campus universitari di Barcellona hanno marciato su Placa de Catalunya, unendosi a migliaia di manifestanti radunatisi precedentemente in diverse parti della capitale. Nel frattempo i Cdr insieme al coordinamento “Tsunami Democratic” hanno realizzato decine di blocchi stradali sia nelle città sia sulle autostrade e occupato i binari di alcune stazioni nonostante il vasto spiegamento preventivo delle forze di sicurezza spagnole e della cosiddetta polizia autonoma catalana.
Si segnalano i primi arresti di manifestanti in diverse località della Catalogna.

link utili:

https://www.youtube.com/watch?v=L7AIUQ0Lb2c

https://www.youtube.com/watch?v=Zb9sOLtreuI

Le piazze catalane di oggi nella foto che segue, n.d.R.), in ordine alfabetico. E non è che l’inizio. Il movimento catalano per l’autodeterminazione ha deciso di rispondere alla repressione spagnola, alla sistematica violazione dello stato di diritto, con una disobbedienza di massa non violenta ma organizzata. Le mobilitazioni – come il blocco degli aeroporti, dell’alta velocità e delle autostrade – mirano a infliggere al Regno di Spagna e alle sue classi dirigenti, all’interno delle quali c’è anche la frazione maggioritaria della borghesia catalana, un forte danno economico e di immagine.
Manifestazioni e proteste di massa si sono già svolte o sono in programma nelle prossime ore non solo nel Paese Basco ma anche in Galizia e altri territori del Regno di Spagna

 

 

 

Gli USA aprono la strada a fascisti e tagliagole in Siria del nord

immagine tratta da Dreamstime

Le truppe nord-americane presenti  nella Siria del Nord (controllata attualmente dalle forze armate curdo-siriane che si ispirano ali principi rivoluzionari del confederalismo democratico) abbandoneranno la zona  per permettere alle forze fasciste turche a centinaia di tagliagola inquadrati in bande loro alleate di condurre una vasta operazione militare in tutta la zona contro .

Ecco il twitt del presidente Trump:

“È il momento per noi di sfilarci da ridicole guerre senza fine, molte delle quali tribali. È il momento di riportare i nostri soldati a casa.Combatteremo solo dove avremo benefici, e combatteremo solo per vincere. Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq, Russia e i curdi dovranno risolvere la situazione e capire cosa voglio fare con i soldati dell’Isis catturati”.

Cartina tratta da AGI

Ecco invece il comunicato delle Forze democratiche siriane (SDF):
“Ai media e all’opinione pubblica internazionale,
Nonostante tutti gli sforzi che abbiamo fatto per evitare conflitti, il nostro impegno per l’accordo sul meccanismo di sicurezza e l’adozione delle misure necessarie a garantire la pace, le forze statunitensi non hanno adempiuto alle loro responsabilità e si sono ritirate dalle aree di confine con la Turchia. L’attacco non provocato della Turchia ai nostri territori avrà un impatto negativo sulla nostra lotta contro l’ISIS e sulla stabilità e la pace che abbiamo creato nella regione negli ultimi anni. Come Forze democratiche siriane, siamo determinati a difendere la nostra terra a tutti i costi. Chiediamo al nostro popolo curdo, arabo, assiro e siriaco di rafforzare la propria unità e sostenere l’SDF in difesa della propria terra.

Comando generale delle Forze democratiche siriane – Federazione della Siria del Nord 7 ottobre 2019″

Sa Corona de Logu atòbiat Carles Puigdemont

 

Sa delegatzione de indipendentistas sardos cun su presidente de sa Catalunya in esiliu

Una delegatzione de sa Corona de Logu, Assemblea de sos amministradores indipendentistas sardos, at tentu duas dies de atòbios istitutzionales in Bruxelles.

Lunis su 30 de cabudanni, Davide Corriga, Presidente de sa Corona de Logu e sìndigu de Bauladu, at atòbiadu a Carles Puigdemont, Presidente in esiliu de sa repùblica de Catalunya, paris a sos collaboradores suos. S’arresonada est istada ocasione pro torrare a afirmare su ruolu de s’indipendentismu in Europa comente amparu de sos valores de sa democratzia e de sa cumpartzidura e de sos deretos fundamentales de sos pòpulos.

Corriga, donende sa solidariedade a sos rapresentantes catalanos colados duos annos dae su referendum pro s’indipendèntzia de su primu de santugaine de su 2017, at torradu gràtzias a Piugdemont Corriga,  pro àere dau alenu a afortiare s’atentzione subra su tema de s’autodeterminatzione dae unu ghetu internatzionale. A congruos s’est fata sa proposta de pesare unu logu de atòbiu, acarada e collaboratzione intro de sas realidades de s’indipendentismu europeu.

In s’atòbiu cun su presidente catalanu bi fiant finas Maurizio Onnis (Sìndigu de Biddanoaforru), Antonio Succu (Sìndigu de Macumere), Antonio Flore (Sìndigu de di Iscanu), Stefania Taras (Assessora de Lungoni), Gianfranco Congiu (Cunsigeri de Macumere), Laura Celletti (Cunsigera de Crabas), Gabriele Cossu (Cunsigeri de Pabillonis), Enrica Fois (Cunsigera de Pirri) e Angelo Murgia (Cunsigeri de Tertenia). Cun is amministradores ant partetzipadu fintzas Franciscu Sedda, Michele Zuddas e Adrià Martin.

Su biàgiu a Bruxelles ist istadu pro sa delegatzione de sa Corona de Logu ocasione pro atobiare sos dirigentes de sa European Free Alliance, su grupu polìticu de su Parlamentu Europeu chi ponet paris – intre de àteros – sos natzionalistas iscotzesos, catalanos, irlandesos, cursos, fiammingos, bascos, bretones, galitzianos.

Est istada ocasione pro incarrerare s’àndala pro su reconnoschimentu istitutzionale e s’adesione a su movimentu polìticu chi sortit prus de 50 organizatziones autonomistas de su Continente europeu.

Due anni fa il popolo catalano ha votato per la libertà

La violenza della polizia franchista il giorno del referendum democratico (1 ottobre 2017

di Marco Santopadre

Esattamente due anni fa, l’1 ottobre del 2017, quasi tre milioni di catalani e catalane – cioè di cittadini e cittadine della Catalogna, molti dei quali nati in altri territori dello Stato Spagnolo o del mondo – andavano alle urne per partecipare ad un referendum per l’autodeterminazione sfidando la legge, la censura, le cariche della polizia e dei militari.
Il bilancio fu di circa 1000 tra feriti e contusi.
Ma il mondo vide di che cosa è capace una “democrazia occidentale” pur di difendere i privilegi dell’oligarchia politica ed economica che la governa. Le immagini dei pestaggi, delle pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo, delle porte delle scuole sfondate a martellate dai militari ricordarono per un attimo a un’opinione pubblica europea distratta e assopita quanto di franchista conserva la civile e moderna Spagna.
Si trattò del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica degli ultimi decenni in Europa contro uno classe politica e un’istituzione, il Regno di Spagna, animato da un bieco sciovinismo nazionalista.
Più del 90% degli elettori votarono indipendenza e Repubblica, scelsero un progetto di liberazione nazionale inclusivo e aperto al mondo. Si aspettavano il sostegno dell’Unione Europea e della “comunità internazionale”, che invece concessero carta bianca a Mariano Rajoy e alla repressione: il “diritto all’autodeterminazione” tanto fortemente difeso da Bruxelles al di là dell’ex cortina di ferro improvvisamente non valeva più all’interno dei confini della Fortezza Europa.
Occhi chiusi e bocche cucite, quindi, di fronte alla conculcazione dei più elementari diritti democratici e civili da parte dello Stato Spagnolo, e al fatto che le prigioni di Madrid si siano riempite nel frattempo di decine di prigionieri politici catalani, che si vanno ad aggiungere a quelli baschi e a quelli galiziani e agli attivisti condannati per aver partecipato a mobilitazioni contro l’austerità o il fascismo.
A due anni di distanza la lotta del popolo catalano continua. Una lotta di liberazione nazionale, in primo luogo, ma anche sociale, che buona parte della sinistra internazionale si ostina a non vedere, a non riconoscere, schierandosi – che lo faccia in maniera cosciente o meno poco importa – dalla parte dello status quo e del conformismo.

Solinas nemico climatico e della Sardegna

Un cartellone scritto presente alla manifestazione di Cagliari diventato virale sui social. Una delle rivendicazioni di FFF Sardegna è il no alla costruzione del metanodotto

di Antonio Muscas

Grazie al ministro costa, al presidente conte e ai loro vuoti proclami su economia circolare, sostenibilità e ambiente.
La propaganda oggi, alla fine, si presenta per quello che è: menzogne utili, fin quando è possibile, a tranquillizzare gli animi e restare al timone.

Questa la sensibilità delle istituzioni.

Proprio in concomitanza con lo sciopero mondiale sul clima che ha visto in Sardegna scendere in piazza migliaia di persone per chiedere attenzione sui temi ambientali e in particolare contro il progetto di metanizzazione dell’isola, il governo del cambiamento, nella figura del ministero dell’ambiente e quindi del bravo ministro costa, così ha pensato di rispondere.

Invece di prendere e concedere tempo, per dare doverosamente spazio al dibattito pubblico e valutare ogni opzione utile ad affrontare questo delicato momento storico, ha provveduto a metterci di fronte ad un dato di fatto.

Procedendo imperterrito per la propria strada o addirittura accelerando, in una corsa folle verso il baratro.
Il tutto a carico dei comuni cittadini, naturalmente.
Perché quel tubo dovremmo pagarlo noi, coi soldi delle nostre bollette.

E stavolta non potranno certo dire, come hanno fatto col Tap, che sono arrivati tardi e non c’era più niente da fare, che gli accordi erano gia firmati e le penali sarebbero state troppo alte.
Stavolta a decidere sono stati proprio loro.
Avendo tutto il tempo per valutare attentamente
Dopo aver persino convocato il tavolo tecnico al Mise, in cui la Sardegna è stata considerata caso specifico e da trattare come zona a sé, e dove, assieme alle parti sociali e i diversi portatori di interesse, si sarebbe dovuto decidere il suo futuro assetto energetico.

Altro che democrazia diretta: quando di mezzo ci sono gli interessi, grossi, delle multinazionali, si tratti di fossili o finte rinnovabili, ogni occasione di confronto diventa un rischio da evitare.

Con questa azione si vuole mettere il sigillo sul futuro energetico, economico, ambientale e sociale sardo.
Con grande gioia dei sindacati confederali, entusiasti evidentemente di anticipare la nostra e loro estinzione.

Ma nessun tubo potrà soffocare il nostro dissenso.

E se voi l’avete persa, o nascosta accuratamente da qualche parte, saremo noi la voce della vostra sporca coscienza.
A ricordarvi costantemente il carico della vostra responsabilità e gli esiti della vostra mediocrità, della vostra corruzione morale e totale assenza di coraggio e lungimiranza.

Voi siete responsabili, e di questo sporco tubo ne dovrete rispondere di fronte a noi e alle generazioni future.

Repressione a Hong Kong. Ah no, è la democratica Spagna!

di Marco Santopadre

Stamattina all’alba, con una maxi-operazione di polizia che ha coinvolto 500 agenti della Guardia Civil in assetto da guerra, l’Audiencia Nacional di Madrid ha ordinato l’arresto di nove attivisti dei CDR (Comitati per la Difesa della Repubblica) catalani. Nel corso di tutta la giornata sono state compiute perquisizioni e blitz sia in domicili privati sia in sedi associative.
Gli arrestati – tutti appartenenti alla sinistra indipendentista – sono accusati di ribellione, sedizione, terrorismo e detenzione di esplosivi. Secondo l’accusa – il tribunale speciale ereditato dal Tribunale de Orden Publico di franchista memoria – gli arrestati avrebbero sperimentato nei mesi scorsi degli ordigni artigianali e sarebbero stati pronti a scatenare un’ondata di attentati nei prossimi giorni, come risposta alla sentenza di condanna dei leader politici e sociali indipendentisti detenuti in alcuni casi da due anni perché accusati di aver organizzato il referendum illegale per l’indipendenza del 2017.
La “prova” dell’accusa sarebbero alcune sostanze in grado di essere usate per comporre esplosivi trovate all’interno di un magazzino usato dal comitato festivo di Sabadell, città alle porte di Barcellona, dove viene conservato il materiale pirotecnico che serve a fabbricare i fuochi artificiali usati in occasione delle feste patronali (che si sono svolte una settimana fa).
Mentre in tutta la Catalogna scendono in piazza migliaia di persone contro la nuova operazione repressiva, sette degli arrestati vengono condotti a Madrid dove verranno sottoposti, in base alla legislazione antiterrorismo, a 72 ore d’isolamento, prima di essere condotti davanti ai giudici per la formalizzazione delle accuse. Altri due sono stati rimessi in libertà dopo esser stati interrogati a Barcellona e denunciati a piede libero.
Non è la prima volta che lo Stato Spagnolo colpisce i CDR, l’ala più radicale del movimento popolare catalano, con denunce e arresti. Ma questo volta Madrid sembra aver alzato il tiro con due obiettivi: intimorire le organizzazioni popolari in vista della sentenza di condanna attesa tra poche settimane, e “dimostrare” nell’opinione pubblica spagnola il carattere violento del movimento indipendentista catalano – contro ogni evidenza – per poter giustificare ulteriori giri di vite.

Eraclito, l’ambiente e il cambiamento climatico

Immagine tratta da Global Project

 

di Francesco Casula

Il filosofo Eraclito di Efeso, gran teorico del “Πάντα ρει” (tutto scorre), ovvero dell’incessante fluire e divenire delle cose, nella sua concezione relativistica, salvava un unico valore, considerato assoluto, stabile e perenne: l’ambiente. Occorre prendere atto, che a più di 2.500 anni di distanza, l’intuizione e l’avvertimento del filosofo greco nell’intero Pianeta, sono stati fortemente disattesi. Il cambiamento climatico ne è il frutto più pericoloso e nefasto per l’intero ecosistema. Esso è la manifestazione più lampante, che può portarci – se non si cambia radicalmente rotta – alla catastrofe planetaria. E che comunque già oggi, con la modifica del clima, con la devastazione della natura, dissestando e consumando e inquinando il territorio, si producono danni profondi agli ecosistemi, la salute e la vita stessa della popolazione. Esso è il frutto delle dissennate politiche e scelte degli uomini e non un risultato di un qualche destino naturale nemico e baro. E’ il frutto di uno sviluppo industrialista e neoliberista, tutto giocato sullo sfruttamento spietato della natura, del territorio, delle materie prime e delle risorse naturali, teso esclusivamente a produrre merci finalizzate alla realizzazione di un profitto e di un consumo immediato. E’ il frutto di una vera e propria follia: dell’illusione di uno sviluppo infinito in un sistema finito di risorse (la nostra terra). Addirittura di una crescita geometrica assolutamente incompatibile con la natura, che può portarci al collasso e alla morte. A fronte di una crisi di tale dimensione, senza un salto evolutivo, l’uomo sapiens non ce la farà. Perduto il contatto con la natura e l’unità del Cosmo, abbiamo costruito una civilizzazione che porta all’autodistruzione. Apocalittico? Vorrei pensarlo. E vorrei credere ai trombettieri delle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo e della globalizzazione, dello sviluppismo industrialista e produttivista, senza limiti. Occorre invece essere consapevoli che l’ambiente è una risorsa, limitata e irriproducibile. Di qui la necessità di difenderlo con le unghie e con i denti e di conservarlo, valorizzandolo e non semplicemente sfruttandolo e divorandolo. Esso è l’habitat la cui qualità non è un lusso – magari per pochi esteti – ma la necessità stessa per sopravvivere. Ed il territorio deve essere certo utilizzato anche come supporto di attività turistiche, economiche e produttive ma nel rigoroso rispetto e della salvaguardia del nostro complesso sistema di identità ambientali, paesaggistiche, geografiche, etno-storiche, culturali e linguistiche. Parlo dell’intero Pianeta: perché oggi il problema è planetario. Ma parlo soprattutto di noi: perché “de te fabula, narratur”, Sardegna.

Catalogna: per la grande stampa non è successo niente

Immagine presa dal sito del giornale catalano La Vanguardia

 

di Marco Santopadre

Ci risiamo. Anche quest’anno i media hanno bucato o trattato con estrema sufficienza l’enorme manifestazione popolare che a Barcellona, l’11 settembre, ha rivendicato l’indipendenza della Catalogna dal Regno di Spagna.
Eppure in occasione della Diada sono scese in piazza ben 600 mila persone, quasi il dieci per cento della popolazione catalana, rivendicando il pieno esercizio del diritto all’autodeterminazione e la fine della repressione da parte del governo spagnolo, che tiene in prigione da due anni e processa decine di ex deputati e dirigenti politici e sociali passibili di una condanna a pene draconiane per motivi esclusivamente politici.
Non merita forse una prima pagina un evento del genere? Non merita attenzione e dibattito l’esistenza nell’Unione Europea del 2019 di decine di prigionieri politici e di coscienza? Oppure la cosa diventa interessante solo se a conculcare i fondamentali diritti politici e civili sono Stati extraeuropei, meglio ancora se invisi alle “democrazie occidentali”?
Se a Madrid scendessero in piazza quattro milioni di persone o a Roma sei milioni di manifestanti, la stampa tratterebbe la cosa con altrettanta distrazione o con lo sguardo eminentemente folkloristico che ha caratterizzato le poche cronache pubblicate dai quotidiani italiani?
Di nuovo, come negli scorsi anni, questo atteggiamento dei media ha impedito all’opinione pubblica di farsi un’idea più precisa, di informarsi su una vicenda che ha una forte profondità storica e che due anni fa portò milioni di catalani a dar vita al più grande atto di disobbedienza politica e civile verificatosi in Europa negli ultimi decenni, il referendum del Primo Ottobre 2017.
Quell’evento, di portata storica, ha fatto letteralmente irruzione nei media mainstream – dopo che le immagini delle feroci cariche dei militari e dei poliziotti spagnoli contro i cittadini inermi in fila ai seggi per votare e per difendere le urne avevano ampiamente fatto già il giro del mondo sui social – risvegliando per un attimo un’opinione pubblica completamente digiuna.

In quei giorni mi sono più volte domandato cosa potesse comprendere una persona anche mediamente informata di quanto accadeva a Barcellona senza aver avuto a disposizione, negli anni precedenti, una corretta e costante informazione sui protagonisti individuali e collettivi della sfida catalana, sui contenuti e gli obiettivi della mobilitazione, sulla posta in gioco. Non è un caso che anche le apparentemente minuziose cronache del settembre e dell’ottobre del 2017 fossero accompagnate da commenti e analisi estremamente improvvisate, che ricalcavano – quando non erano frutto di un becero copia/incolla dalle agenzie di stampa di Madrid – il punto di vista del nazionalismo spagnolo più reazionario che paradossalmente additava gli indipendentisti catalani quali “estremisti”, “nazionalisti” e “golpisti”.
Nel commento – i media progressisti non hanno rappresentato un’eccezione – sono prevalse le generalizzazioni e le banalizzazioni, come i ricorrenti richiami alla “tragedia Jugoslava” e alle presunte similitudini con il leghismo nostrano, nonostante gran parte dell’alta borghesia catalana fosse schierata contro l’indipendenza e a favore del ristabilimento dell’ordine.
Sono stati davvero pochi coloro che si sono presi la briga di indagare la genesi, le caratteristiche, l’evoluzione e il contenuto ideale e programmatico di un movimento variegato e complesso che ha messo seriamente in crisi il Regno di Spagna e l’Unione Europea tutta.
Un vuoto di informazione ed analisi che ho tentato di contribuire a colmare pubblicando il libro “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” (Pgreco) con l’obiettivo di aprire un dibattito sulla questione nazionale e in particolare sul “problema catalano” – in realtà il “problema spagnolo”, cioè di uno Stato incompiuto la cui legittimazione viene da sempre perseguita in forme aggressiva – che nei nostri territori non si è mai realmente sviluppato.
Anche quest’anno, le poche righe di analisi che hanno accompagnato le scarne cronache delle manifestazioni in occasione della festa nazionale catalana, hanno evidenziato il calo di partecipazione rispetto agli anni scorsi.
E’ oggettivo che l’11 settembre ci fosse meno gente in piazza rispetto ad un anno fa, ma sarebbe interessante indagare le ragioni di questo parziale riflusso. La divisione tra i due principali partiti dello schieramento sovranista catalano – il sovranismo vero, quello che rivendica la sovranità popolare, la democrazia e la libertà di decidere il proprio futuro, non il nazionalismo sciovinista per lo più di stato sotto mentite spoglie – non è sufficiente a spiegare la diminuita mobilitazione della base popolare indipendentista, che comunque sarà di nuovo massicciamente in piazza tra poche settimane quando i tribunali speciali di Madrid, ereditati dal franchismo, emetteranno le loro sentenze politiche.
Gli indipendentisti catalani oggi si chiedono quale sia la via più corretta verso l’indipendenza, e se questa corrisponda alla strada più rapida. E ci si divide quindi sull’opportunità di sostenere un governo spagnolo del PSOE che potrebbe aprire alcuni spiragli ad un ridisegno federale delle istituzioni del Regno (la storia di quel paese ci dice che si tratta di un abbaglio, di una pia illusione) o se invece non sia il caso di continuare sulla strada dell’unilateralità e della disobbedienza nei confronti delle leggi di Madrid. Ci si domanda anche quanto possa essere egemonica una battaglia che per ora non riesce a convincere quasi metà della popolazione della Catalogna, per ideologia, paura o convenienza ancora aggrappata all’attuale status quo.
Ci si chiede anche quale sia l’efficacia di una mobilitazione e prettamente simbolica basata esclusivamente sui grandi numeri che però non riesce a scalfire il muro rappresentato da uno stato sciovinista e antidemocratico, sostenuto da un’Unione Europea blindata e nemica giurata delle rivendicazioni popolari, siano esse per l’autodeterminazione o per l’ampliamento dei diritti sociali e collettivi.

Sono domande che sarebbe bene ci ponessimo anche noi, risvegliandoci da un torpore che dura ormai da troppo tempo.