Senza etica non c’è ricerca. Domani il Cua presidia il Rettorato di Cagliari

Intervista a Cristian Perra, del Collettivo Autonomo Universitario Casteddu. Nella foto una azione di stamattina alla facoltà di studi umanistici a Cagliari contro i legami tra Unica e Ricerca bellica israeliana

 

  1. Mercoledì 11 aprile presidierete il rettorato dell’Ateneo di Cagliari. Perché?

Saremmo di fronte al rettorato mercoledì 11 aprile, alle ore 10, perché pensiamo che non ci possa essere ricerca senza etica. L’università di Cagliari, infatti, ha stretto e continua a stringere accordi di cooperazione con apparati militari, come nel caso dell’accordo del polo ospedaliero con il Comando Militare Esercito Sardegna, o con Università Israeliane di fatto complici con il massacro del popolo palestinese come il TechnionInstitute, la HebrewUniversity of Jerusalem e l’OranimAcademic College. Come militanti del Collettivo Universitario Autonomo Casteddu, facente parte di A Foras, pretendiamo la rescissione di qualsiasi rapporto con enti direttamente o indirettamente coinvolti con il mondo militare, quello della sperimentazione bellica o con interessi nelle guerre in corso nel mondo.

  1. Università ed Esercito: un legame indissolubile?

L’occupazione militare non è fatta solo di caserme, territori off-limits, filo spinato ed esercitazioni militari bensì di una pervasione del militarismo all’interno della nostra quotidianità. Ormai da tempo, l’apparato militare si è intromesso nella formazione, nelle aule universitarie e negli studi della ricerca e tale presenza si è rafforzata dal 2017 grazie ad un accordo Lavoro-Difesa-Istruzione. Nei mesi passati abbiamo denunciato, con diversi documenti e studi, la vera faccia del DASS (Distretto AereoSpaziale Sardo), un progetto dichiarato apertamente come civile ma che con il “dual use” piega l’Università, i Saperi e la Ricerca alle necessità dei militari e della guerra raccontando il tutto come una buona causa e un’occasione di sviluppo. Come studenti e studentesse non possiamo tollerare che le strutture del sapere siano al servizio degli interessi militari, trasformate in luoghi di propaganda di guerra o di un “progresso scientifico” con ripercussioni negative sul territorio che viviamo. La cultura, il sapere, la ricerca, l’Università non possono sottostare alle esigenze di mercato e di profitto, tantomeno a quelli militari e bellici. Senza etica non c’è ricerca. Non vogliamo sottostare al ricatto che ci impone l’occupazione militare. Come giovani non possiamo vedere il nostro lavoro all’interno dell’Università messo a valore da e per interessi militari di stampo imperialista. Non vogliamo collaborare con chi, dandoci un tozzo di pane, qualche credito o qualche ora in più di tirocinio, usa il nostro lavoro per devastare la nostra terra o quella altrui, per quanto lontana possa sembrare.

  1. L’Università sarda collabora anche con Israele. Puoi dirci di più?

Lo ha dichiarato anche recentissimamente l’ambasciatore isrealiano Sachs: «Tra noi e voi c’è una storia d’amore. Israele, quando si parla di tecnologia, c’è”». Questa “storia d’amore” è sporcata dal sangue delle centinaia di palestinesi che ogni giorno muoiono a Gaza e nel resto della Palestina, spesso a causa dei droni progettati dal Technion di Haifa con il quale l’università di Cagliari ha un accordo di cooperazione. L’ambasciatore israeliano parlava di una storia d’amore tra Unica e Israele proprio pochi giorni prima che i cecchini israeliani sparassero sulla folla uccidendo più di 20 Palestinesi e ferendone più di mille. Una risposta violenta e ingiustificata contro civili disarmati, in linea con la politica di violenza e repressione del governo Israeliano. Ci chiediamo allora come possano non vergognarsi tutti e tutte coloro che stendono tappeti rossi per le istituzioni israeliane, promuovono questo tipo di iniziative e si fanno promotori di accordi con le università israeliane e come non si vergognino di millantare una del tutto posticcia libertà di ricerca per legittimare la smodata fame di fondi di alcune facoltà.

1976 – 2018: l’infinito massacro israeliano

di Alessia F.

Il 30 marzo 1976 sei giovani palestinesi vennero uccisi dalla polizia israeliana mentre manifestavano contro l’esproprio delle loro terre.
Sono passati 42 anni da allora, ma i palestinesi continuano a pagare con il sangue la rivendicazione dei loro diritti. Il 30 marzo di quest’anno- in occasione della “Giornata della Terra”, con cui i palestinesi ricordano l’eccidio del 1976- è stata indetta una “Marcia per il ritorno”, per riaffermare un diritto già sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite: il diritto dei profughi palestinesi e dei loro discendenti di tornare nelle terre e nelle case da cui furono espulsi durante la Nakba nel 1948.
La manifestazione è stata imponente: 20.000 palestinesi hanno dato vita a una marcia pacifica lungo i confini tra la Striscia di Gaza e i territori occupati nel ’48. Ad attenderli c’erano carri armati e un centinaio di cecchini israeliani, che ancora una volta hanno intriso la terra palestinese del sangue del suo popolo.
Sotto il fuoco israeliano sono caduti 17 manifestanti, mentre i feriti sono più di mille.
Si tratta dell’ennesima strage compiuta da Israele, che si nasconde dietro un dito denunciando la “presenza di alcuni terroristi tra i manifestanti” e scaricando tutte le colpe su Hamas, colpevole di “aver mandato la gente a morire”.

Inutile dire che i media italiani cercano di avvalorare la tesi israeliana denunciando la presenza di infiltrati delle Brigate al-Qassam, molti parlano di una marcia trasformatasi in “battaglia”, su la Stampa addirittura si legge che “i militari sono stati costretti a sparare sui civili”. Basterebbe guardare i numerosi video della manifestazione[1] per far crollare la narrazione israeliana: ciò che si vede è un vero e proprio tiro al bersaglio su manifestanti inermi.

Il copione è sempre lo stesso, Israele opprime il popolo palestinese sotto gli occhi della comunità internazionale godendo della totale impunità. Qualcuno potrebbe essersi illuso di fronte alla convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma, al termine dello stesso, non è arrivata nessuna condanna per i brutali metodi utilizzati dall’esercito israeliano. Il Consiglio si è infatti limitato a chiedere un’indagine indipendente e a lanciare un generale appello alla moderazione a entrambe le parti. Moderazione, questo è quanto richiesto a un popolo privato della propria terra, un popolo che ha dovuto crescere i propri figli nei campi profughi, un popolo costretto a vivere sotto occupazione o confinato in quel fazzoletto di terra che è la Striscia di Gaza, un popolo per cui in questi ultimi settant’anni tanto è stato detto, ma niente è stato fatto.

Ieri sono morti 17 palestinesi, nessun israeliano è stato ferito, dati in linea con la profonda disparità del bilancio di quello che molti si ostinano a chiamare “conflitto”. I numeri parlano chiaro: dieci anni fa, con l’Operazione Piombo fuso, Israele uccise 1.500 palestinesi e solo tra il 2009 e il 2016 altri 2.480 palestinesi sono stati uccisi dall’IDF, mentre le vittime israeliane nello stesso arco di tempo sono state meno di 100[2].
Quanti morti servono ancora per poter parlare di massacro e sgretolare la retorica del “diritto alla difesa israeliano”?
Non abbiamo una risposta a questa domanda, ma possiamo stare certi che la repressione non riuscirà a fermare la resistenza del popolo palestinese.

Intanto le istituzioni sarde, invece di sostenere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e schierarsi dalla parte della difesa dei diritti umani, stringono legami sempre più forti con lo Stato di Israele. Nonostante le campagne promosse dagli studenti dell’Università di Cagliari per chiedere la revoca degli accordi con il Technion, istituzione israeliana pesantemente coinvolta nell’occupazione dei territori palestinesi, e la non collaborazione con le altre accademie israeliane complici della violazione dei diritti dei palestinesi, l’Ateneo cagliaritano ha stipulato due nuovi accordi. Ma l’Università di Cagliari non è la sola a puntare sulla collaborazione con Israele: l’anno scorso il Presidente Pigliaru incontrò l’ambasciatore israeliano per rafforzare i rapporti tra Sardegna e Israele su ITC e agroalimentare e appena una settimana fa l’Assessorato regionale del turismo ha organizzato un evento promozionale a Tel Aviv per attrarre i consumatori israeliani sulla nostra isola.

Di fronte all’immobilismo degli organismi internazionali, all’ipocrisia di chi dovrebbe fare informazione e alla complicità delle istituzioni sarde, è importante agire dal basso, per questo l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha convocato un’assemblea il 4 aprile per organizzare insieme le prossime azioni in sostegno della lotta palestinese. L’incontro si terrà alle ore 18.00 nella sede di Via Monte Santo 28.

Link all’evento: https://www.facebook.com/events/348041832269961/

[1] Vedere ad esempio link 
[2] Vedere link

Domani la Sardegna in piazza contro l’estradizione di Puigdemont

 

In questi giorni i principali dirigenti del movimento indipendentista catalano stanno subendo  la più grave offensiva repressiva che si ricordi dalla fine del franchismo ad oggi. Sono finiti in carcere diversi esponenti dei partiti di maggioranza,  ministri del precedente governo, esponenti delle associazioni culturali e civiche e lo stesso uomo simbolo del procés di creazione di una Repubblica catalana indipendente, Carles Puigdemont, è stato arrestato dalla polizia tedesca poco dopo essere entrato in Germania dalla frontiera con la Danimarca. Il leader indipendentista aveva scelto la strada dell’esilio lo scorso ottobre, dopo l’applicazione dell’articolo 155 che di fatto revocava l’autonomia catalana e che apriva la strada alla repressione poliziesca di tutti gli esponenti indipendentisti.

In Sardegna il fermento di solidarietà pro Catalunya era culminato con la convocazione di un partecipato presidio a Cagliari sotto gli uffici del Consolato onorario di Spagna per chiedere il rispetto del diritto democratico di poter celebrare il referendum del 1 ottobre (leggi qui). Il sit era stato convocato dal Comitadu Sardu pro sa Repùblica de Catalunya.

Domani 30 marzo alle ore 10 del mattino (via Ottone Bacaredda, 1 e Pratza Garibaldi) è prevista una nuova mobilitazione, autoconvocata, sempre sotto gli uffici del consolato onorario di Spagna, questa volta contro l’estradizione del presidente Puigdemont e per la liberazione di tutti i prigionieri politici catalani.

 

Qui l’evento facebook della mobilitazione.

Per rimanere sempre connessi a tutti gli avvenimenti che riguardano il processo indipendentista catalano e la furiosa e fascista reazione della monarchia spagnola leggere lo speciale curato dal blog di Franciscu Pala (leggi qui).

 

Casteddu calling Efrin

Un momento della mobilitazione sarda di solidarietà con la resistenza kurda

Lo scorso sabato 17 febbraio le strade della capitale della Sardegna si sono colorate di giallo, rosso e verde: i colori del Kurdistan. La Rete Kurdistan Sardegna – Uomini e donne Amici del popolo kurdo e siriano hanno infatti chiamato una manifestazione di solidarietà con il popolo di Efrin, nel Rojava, la regione nel nord della Siria autogovernata dalla popolazione locale prevalentemente curda che questi giorni sta subendo il violento attacco dell’esercito turco e dei tagliagole dell’ISIS ad esso alleati.

Il governo autoritario e dispotico della Turchia – scrivono in una nota gli organizzatori della manifestazione –  cerca di affossare l’esempio di Efrin e avvia un’operazione di pulizia etnica per realizzare, come ripetuto apertamente, una zona cuscinetto (tutta in territorio siriano) fra la Siria e la Turchia con una popolazione adeguatamente turchizzata.

Ma la città è difesa dalle milizie di autodifesa popolare dello YPG/YPJ che stanno resistendo alle continue incursioni e ai bombardamenti a tappeto che ovviamente non risparmiano i civili anche con l’utilizzo di armi vietate dalle convenzioni internazionali.

Nel 2014 gli occhi del mondo intero sono stati puntati sulla città curda di Kobane che resistette eroicamente all’assedio dell’ISIS proprio grazie alle milizie curde del progetto confederale e democratico. Ma oggi la situazione sembra ribaltata e l‘opinione pubblica mondiale gira le spalle alla resistenza di Efrin contro  il fascismo di stampo islamista che Erdogan sta già imponendo in Turchia con l’arresto indiscriminato di ogni opposizione e voce critica presente nel paese.

L’aspetto più allarmante – sottolineano gli organizzatori della riuscita mobilitazione sarda – è che tutto questo avviene con la complicità degli stati europei, che antepongono gli interessi commerciali di pochi gruppi imprenditoriali alla più elementare considerazione dei diritti umani e dei popoli; barattano la chiusura delle frontiere turche e l’uso dei profughi siriani come massa di manovra per gli interessi politici di Erdogan con un’ulteriore aggravamento della situazione siriana e un’ulteriore aumento dei profughi in fuga da quell’inferno; continuano imperterriti a vendere armi ad un esercito la cui agenda politica è volta al genocidio del popolo kurdo e delle minoranze etniche o religiose dell’area, i cui alleati in Siria sono parte delle reti terroristiche internazionali che occasionalmente colpiscono l’Europa stessa.

La Sardegna – chiosano gli attivisti – non è estranea a questo meccanismo: le armate che oggi cercano di schiacciare nel sangue la libertà dei popoli nel nord della Siria si sono addestrate da noi, la distruzione e la sofferenza che portano è figlia della distruzione e della sofferenza che da decenni si propaga dai poligoni di Capo Frasca, Capo Teulada, Quirra, alle nostre comunità. La lotta dei kurdi di Efrin è, come già fu quella di Kobane, una lotta per tutta l’umanità, contro l’oscurantismo e il fascismo islamista, contro la paura e l’intolleranza dilagante, per l’affermazione di quei valori universali di giustizia e libertà che ispirarono l’analoga lotta dei partigiani europei contro il nazi-fascismo. Per questo non possiamo restare indifferenti di fronte a quello che sta accadendo, perché il sacrificio dei kurdi riguarda anche noi, rappresenta con l’esempio la speranza di un mondo in cui i popoli riprendono in mano la propria storia.

 

La Sardegna solidale con il Kurdistan sotto attacco

In un’intervista il coordinatore in Europa del partito curdo-siriano Pyd, Sherwan Hassan, afferma: «L’esercito turco ha in mano armi Nato ed è sostenuto da 25mila islamisti ma non è avanzato di un metro. La gente sa che a scontrarsi sono due sistemi, che se Afrin cade torneranno i jihadisti, per questo la difesa è strenua».
Il 20 gennaio, infatti, con un’incursione sopra Afrin dell’aviazione di Ankara, la Turchia ha dichiarato guerra alla Siria del nord, territorio in cui le SDF (Forze Siriane Democratiche) hanno costruito gradualmente- in concomitanza ad ogni vittoria sugli jihadisti- un nuovo sistema economico-politico, basato sulla democrazia, la condivisione e la solidarietà, oltre che sulla resistenza ai fascismi e su una nuova concezione di socialismo. L’aviazione turca ha sganciato sulla città bombe e volantini, scritti in diverse lingue, invitando la cittadinanza a schierarsi contro i “terroristi” (che per i turchi non sono gli jihadisti bensì i combattenti kurdi).

Durante il bombardamento, la Siria del nord viene attaccata su altri fronti con artiglieria. L’esercito turco, per queste incursioni, coinvolge anche miliziani dell’ISIS, che hanno la volontà di occupare i territori e sovvertire la libertà edificata dalle YPJ/YPG negli ultimi anni.

Si parlerà di quanto sta avvenendo al dibattito organizzato dalla Rete Kurdistan- Sardegna, previsto per martedì 6 febbraio a “Il Crogiuolo- Fucina Teatro La Vetreria” (via Italia 63, 09134 Cagliari):

“In questi giorni gli uomini e le donne dello YPG/YPJ stanno resistendo con lo stesso eroismo e la stessa determinazione mostrati nel 2014 a Kobane, quando gli occhi del mondo erano rivolti verso la loro battaglia contro l’Isis. Eppure, l’attacco che oggi muove contro di loro il governo turco è motivato dagli stessi intenti che già l’avevano portato ad armare l’Isis: la distruzione del progetto politico di convivenza pacifica e solidale tra i popoli della Siria promosso dai Kurdi e l’imposizione nella regione del fascismo islamista che Erdogan sta già imponendo in Turchia.
L’attacco al popolo di Afrin, portato avanti per mezzo di bombardamenti indiscriminati sui villaggi e le città, ha già causato decine di vittime civili, straziate da armi fornite dagli stati europei (carri armati tedeschi, elicotteri italiani) e armi proibite dalle convenzioni internazionali (napalm). 
La sproporzione delle forze in campo è enorme, la solidarietà internazionale è determinante.”

Ri-vincono gli Indipendentisti catalani: la lezione della storia.

Ri-vincono gli Indipendentisti catalani: la lezione della storia.

di Francesco Casula.

Gli Indipendentisti catalani ri-vincono. Come avevano vinto nelle elezioni del 2015. Come avevano stravinto il Referendum sull’Indipendenza quest’anno.
Nonostante la repressione, gli arresti (dei loro leader, alcuni ancora in prigione), i manganelli, le violenze, morali e fisiche, inferte dal franchismo di Rajoy e dai suoi scherani sostenuti dalle articolazioni militari, burocratiche, giudiziarie dello stato centrale madrileno. Con la complicità di tutti gli Unionisti: di destra, di manca e di centro, in una sorta di “Union sacrée”.
Nonostante l’intera e pavida Europa (Italia compresa), si sia schierata in modo impudico a fianco di Rajoy e dei suoi provvedimenti liberticidi:tesi all’esautoramento del legittimo e popolare governo catalano, con l’annullamento del Refrendum e l’abolizione dell’Autonomia e delle conquiste democratiche.
Nonostante decine e decine di banche e di imprese abbiano cercato di colpire la Catalogna e di strozzarla, ricattandola economicamente e finanziariamente.
Nonostante la martellante e ossessiva campagna dei Giornaloni (italiani, europei e non solo) con giornalisti ridottisi a piscia tinteris e imbrutta paperis al servizio del leviatano statale franchista, tutto teso a utilizzare l’armamentario repressivo, poliziesco e militare per far ripiombare la Catalogna in un passato illiberale, autoritario e fascista, che pensavamo morto e sepolto.
Giornalisti trasformatisi (a parte qualche rara eccezione) in legulei, azzeccagarbugli, scribi e farisei che cianciano di leggi e Costituzioni “violate”: come se i diritti e le libertà dei popoli non contassero di più di pezzi di carta imbrattati e imbruttati dai Potenti e dai Gerarchi di turno, per legalizzare e difendere i propri interessi e privilegi, personali, di casta, di casato e di regime. O, di stato, che dir si voglia.
Gli indipendentisti catalani – 2 milioni di catalani – vincono e rivincono, con il voto libero e responsabile ma anche (per non dire soprattutto) con una una massiccia ed entusiasta partecipazione popolare, democratica, di base, non violenta, gioiosa e coinvolgente.
Hanno scelto l’Indipendenza per un diritto storico: che viene loro dall’essere una Nazione, sempre. Per storia, cultura, lingua e tradizioni. Ma anche dall’essere Stato: dal 988 al 1714, quando col Decreto de Nueva Planta la Catalogna perse il proprio stato e, insieme, l’autogoverno e la libertà.
Hanno vinto conquistando la maggioranza assoluta dei deputati (70 su 135) “stracciando” gli Unionisti, comunque mascherati. Umiliando e riducendo il Partito di Rajoy – leader del Partito più corrotto del mondo– da 11 a 4 parlamentari.
Gli uomini liberi, i sardi liberi, non possono che sostenere la sacrosanta battaglia dei Catalani e il loro diritto all’Autodeterminazione, fino alla Repubblica catalana indipendente. Con Carles Puigdemont Presidente. Oggi ancora – vergognosamente – “in esilio” in Belgio, ma di cui aspettiamo il suo rientro immediato nella sua Catalogna.

“Dove stanno andando i nostri atenei?”

Riceviamo una nota scritta dalla Federatzione de sa Gioventude Indipendentista, invitata il passato 1 dicembre 2017 a parlare in una assemblea pubblica intitolata “Dove stanno andando i nostri atenei?”, organizzata da Noi Restiamo a Bologna.

L’assemblea dello scorso 1° dicembre organizzata dai compagni di Noi Restiamo, “Dove stanno andando i nostri atenei?”, si è rivelata essere un’esperienza ricca di spunti di analisi per comprendere in quale direzione il governo italiano si stia muovendo riguardo le politiche sull’istruzione superiore e la ricerca. I contributi portati da Bologna, Torino, Urbino e Siena ci hanno permesso di inquadrare la situazione attuale e avere la conferma di quanto abbiamo sempre sostenuto: il gap tra le università del Nord e del Sud va sempre più aumentando e si rivela essere una precisa scelta politica. Ad esempio, basta vedere i criteri totalmente campati in aria attraverso cui il premiale FFO viene ripartito tra gli atenei e, in particolare, quelli legati all’attrattività: sono conferiti maggiori fondi agli atenei che hanno tra gli iscritti un numero maggiore di fuori sede (studenti provenienti da altre regioni).

Tale divario viene strumentalmente utilizzato, in un’ottica “meritocratica”, per penalizzare gli atenei del Sud, colpevoli di non saper reggere il confronto col mercato o di non essere abbastanza competitivi; questa disparità è in realtà funzionale alla creazione di un polo d’eccellenza sempre più rivolto all’establishment europeo e soprattutto si palesa come l’ennesima dimostrazione di politiche utili al mantenimento di una condizione strutturalmente arretrata del Meridione e delle Isole, passando per quelle istituzioni che dovrebbero formare le future classi dirigenti.

È stato interessante notare come gli atenei italiani, per via della ricerca di finanziatori esterni, ultimamente si stiano indirizzando sempre più verso aziende sviluppatrici di tecnologie militari o accordi con le forze armate: un esempio è il politecnico di Torino e i suoi ormai storici legami con il Technion di Haifa, con cui la stessa UniCa collabora da tempo, o i nuovi accordi stipulati dall’ateneo urbinate con esercito, guardia di finanza a cui sono stati dedicati dei corsi di laurea aperti anche ai civili (come l’UniSS) e, infine, con la Benelli, industria produttrice di armi leggere nonché primo fornitore di armi per Polizia e Carabinieri.

Per quanto riguarda gli atenei sardi, abbiamo dovuto innanzitutto descrivere il contesto coloniale in cui questi sono inseriti, totalmente slegati dalla realtà e asserviti a logiche esogene nonché portatori di interessi diametralmente opposti a quelli del nostro popolo. Lo scopo dovrebbe essere quello di creare persone consapevoli di vivere in una comunità ben definita, invece si formano giovani che si sentono genericamente “cittadini del mondo” e che vedono positivamente doversi spostare inseguendo il mercato e per scappare da questa terra che nulla ci offre. Il nostro percorso verso l’autodeterminazione che passa dalla creazione di Università autonome e autocentrate non può prescindere da una lotta che ci vede impegnati su tutti i fronti della società sarda, poiché un simile strumento nelle mani sbagliate – ad esempio con una classe politica e intellettuale come quello che ci troviamo adesso, totalmente schiacciata su posizioni unioniste e antisarde – potrebbe rivelarsi terribilmente dannoso.

Pertanto con i compagni italiani che sostengono e solidarizzano con la nostra lotta di liberazione natzionale, abbiamo deciso di aprire una collaborazione laica e su temi specifici, volta a condividere analisi e cercare di sviluppare un percorso emancipativo per quanto riguarda l’istruzione universitaria che abbia anche respiro internazionale, attraverso i contatti con sindacati studenteschi della penisola iberica e altri.

È proprio attraverso quest’ottica internazionalista che la FGI deve provare a interfacciarsi con soggetti politici italiani, ponendo come discriminante il riconoscimento della questione natzionale. La presenza anche in Italia del dibattito sull’autodeterminazione del popolo sardo permetterebbe a molti emigrati (studenti o lavoratori), come ad esempio il “collettivo anticolonialista Zenti Arrubia” di Bologna, di venire direttamente a contatto con le ragioni dell’indipendentismo o, qualora si riesca ad aggregare degli emigrati già preparati e informati sulla questione, fornire una struttura che possa tenere insieme la rete di contatti con le realtà giovanili indipendentiste presenti nell’Isola e portare avanti la lotta anche dal continente.

Lotta per l’indipendenza nel cuore d’Europa

Uno scatto del convegno

Si è concluso ieri, 30 novembre 2017, il giro per la Sardegna dei delegati della Candidatura d’Unitat Popular (CUP) Aina Tella, responsabile dei rapporti internazionali del partito, e Giuseppe Ponzio, militante della sezione di València.

L’evento si è svolto nell’auditorium di viale Umberto a Sassari, organizzato dal partito indipendentista sardo Libe.R.U. ed era l’ultimo di tre appuntamenti, dopo quelli di Nuoro e quello di Cagliari rispettivamente del 28 e 29 novembre.

Apre l’incontro Filippo Simula, della sezione di Libe.R.U. di Sassari, intervenendo in sardo su quanto sia stato importante il processo indipendentista catalano nell’Europa di oggi, in cui le nazioni senza Stato, fra cui la Sardegna, hanno potuto rivedere sé stesse e trovare diversi aspetti in comune con la Catalogna. Non è mancata la condanna al nazionalismo belligerante, storico marchio degli Stati-nazione europei, e una critica all’Unione Europea, la quale non ha supportato la Catalogna in un referendum che si sarebbe potuto considerare una cosa normale in una sedicente Europa dei Popoli.

La parola passa ai due militanti della CUP: qual è il ruolo della sinistra indipendentista nel Governo di Catalogna?

Parlano quindi Giuseppe Ponzio e Aina Tella, che prima descrivono cosa si intende per Paesi Catalani e poi citano i progetti politici e alcuni centri sociali che stanno attorno alla CUP.  Dichiarano i valori fondanti della CUP, come la visione socialista, il femminismo e l’antifascismo, e fanno tesoro della lezione politica di Gramsci, il quale viene perfino citato in una recente campagna politica della CUP.  Dalla loro testimonianza, l’ingresso nel parlamento catalano è stata una scelta preceduta da un lungo dibattito, dal momento che la dimensione politica teorizzata e praticata fino a pochi anni prima, è stata quella del municipalismo. L’entusiasmo e l’ottimismo nel vedere la volontà del popolo catalano di spingersi verso l’indipendenza a partire da delle istanze originariamente autonomistiche, ha portato la CUP, non solo ad abbandonare le posizioni paternalistiche sul rapporto e sulla comunicazione da tenere con la popolazione che voleva organizzarsi verso l’obiettivo dell’indipendenza, ma a voler essere la parte più a sinistra del parlamento catalano e siglare degli accordi con Junts pel Sí, cercando di condizionare il processo, per arrivare al referendum del 1 ottobre passato.

Il risultato del referendum, che ha visto una vittoria schiacciante degli schieramenti indipendentisti, non ha avuto l’appoggio dell’Unione Europea e delle sue retoriche della promozione della pace fra popoli, che tanto vengono sbandierate, confermando l’euroscetticismo della CUP che aveva previsto questo comportamento e che già da prima immagina un altro tipo di Europa dei popoli senza farne un segreto. Altrettanto entusiasta è il racconto degli scioperi generali di ottobre e novembre, scioperi in cui il popolo catalano ha largamente partecipato, compresi anche quei lavoratori non sindacalizzati che hanno contribuito con serrate di alcune ore, attraverso diverse forme più o meno legali di sciopero, come ad esempio il blocco del traffico delle frontiere Catalane verso la Spagna e verso la Francia.

Si apre poi il dibattito. Fra le risposte date alle domande del pubblico, ci sono il rapporto della Chiesa locale con il processo di indipendenza catalano, ovvero il clero catalano si è diviso fra filo-indipendentisti più o meno dichiarati e gli indifferenti non ostili, mentre il clero spagnolo si è complessivamente trincerato in posizioni spavaldamente e spudoratamente falangiste (leggasi “fasciste”) con tanto di funzioni e memoriali al fu caudillo Franco.

Vien chiesto del rapporto con il Partito dei Socialisti di Catalogna (PSC), il quale però viene considerato come un partito che non è più né socialista e né catalano, poiché si comporta come un’emanazione del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE), che si è schierato contro l’indipendenza catalana avvallando gran parte delle politiche repressive del Partito Popolare (PP), di diretta discendenza falangista. Il PSC si è quindi spaccato fra una “vecchia guardia” e una nuova che invece sarebbe almeno per il diritto a decidere, per quanto non necessariamente indipendentista. La spaccatura, benché più lieve, si è avvertita anche sul fronte comunista che non può non essere a favore del diritto all’autodeterminazione dei popoli, ma deve ancora dare una risposta chiara a come porsi nei confronti di questo processo d’indipendenza.

La prospettiva politica della CUP, data la domanda dal pubblico, è chiaramente quella di rafforzamento dell’area di sinistra coerentemente indipendentista, ma presenta un nodo ancora da sciogliere su come rispondere alle nuove elezioni del Parlamento Catalano previste per dicembre 2017, ovvero se mantenere una linea indipendentista di scontro con lo Stato spagnolo o se arrivare ad un compromesso di qualche tipo con lo Stato. La CUP ha la sua forza nell’associazionismo e nel sindacalismo e, la fiducia acquistata verso le masse popolari nell’ultimo periodo, le fa ritenere che il popolo catalano sia abbastanza maturo da avere un approccio politico e non-fatalista della legge, evitando quindi forme di cretinismo legalitario che tanto hanno marcato la politica unionista spagnola.

C’è stato spazio anche per un intervento dal pubblico in algherese, in cui viene lanciata la proposta di iniziare a costruire un’altra Europa dei popoli a partire dalle attuali nazioni senza Stato.

Biazu in Palestina

di Enrico Lobina

A differenza di altre volte (Vietnam, Catalogna, Paesi Baschi) lo scopo del viaggio non era politico, per cui le veloci impressioni che riporto sono il frutto dell’osservazione e della discussione “casuale”, non pianificata.

Nonostante questo, diverse compagne e compagni mi hanno messo in contatto con patrioti e compagni locali, i quali mi hanno parlato ed ospitato. Mi hanno mostrato la loro terra.

In Sardegna l’associazione Sardegna-Palestina fa un lavoro egregio, e credo che tutti i sardi debbano fare riferimento alla loro azione.

 

Siamo arrivati in Palestina a cavallo del centenario della dichiarazione di Balfour. Cento anni fa il governo britannico, autoritariamente, stabilì che gli ebrei potevano stabilirsi nei territori della Palestina storica. La giustificazione giuridica di quello che si vive in Palestina viene da là.

COME IN UN GIOCO

Il sardo e l’europeo dovrebbero, quando arrivano a Tel Aviv (per raggiungere la Palestina in aereo non c’è altra possibilità), dimenticare ed accantonare ciò che sentono ogni giorno di sfuggita dal telegiornale, o le immagini o le scritte dei vari siti.

Dovrebbero arrivare e verificare, senza pregiudizi, come vive il popolo A e come vive il popolo B, come in un gioco.

Superata Tel Aviv, arrivati a Gerusalemme, dopo aver parlato (equamente) coi rappresentanti e con persone qualunque del popolo A e del popolo B, si comincia ad avere un’idea.

Poi si va a Betlemme, Hebron, Nablus. Si guardi il muro (alto 8 metri, il doppio di quello di Berlino), si chieda come funziona. Si guardino le colonie, e si chieda come funzionano. Si guardino i soldati del popolo A che stanno permanentemente e con netta superiorità militare nei territori che qualche norma e qualche accordo, e tante buone speranza, hanno stabilito che fossero del popolo B.

Allora, senza bisogno dell’elenco delle risoluzioni internazionali ONU, sarà chiaro che c’è un popolo che opprime ed occupa ed un popolo che è oppresso ed occupato.

Chi opprime sono le classi dirigenti del popolo A, le quali hanno un consenso vasto ma non totalitario. Esse hanno a disposizione un apparato militare e tecnologico imponente.

(Chi scrive non è potuto andare a Gaza perché a Gaza non fanno entrare).

APARTHEID

Stringi stringi, è la parola che meglio descrive la vita a cui sono sottoposti i palestinesi dall’occupazione israeliana.

Da Gaza non puoi uscire. Se sei in Cisgiordania il muro, le colonie e l’insieme delle condizioni di vita ti fanno stare in un regime di apartheid.

Il muro divide arbitrariamente, secondo un piano ben preparato, villaggi e città della Cisgiordania: impedisce il movimento di persone e di cose, uccide l’economia.

Le colonie, in costante aumento, sono insediamenti di israeliani in Cisgiordania i quali arbitrariamente, e col sostegno fondamentale dell’esercito israeliano, creano delle aree di sovranità israeliana in Cisgiordania. A loro va l’acqua (ai palestinesi no), ed il sostegno dell’apparato logistico-educativo israeliano.

OSLO

Gli accordi di Oslo del 1993 sono stati firmati da Arafat per la Palestina e da Rabin per Israele. Qualunque opinione si avesse su Oslo allora, oggi bisogna ammettere che sono falliti.

Il principio “due popoli, due stati” oggi non ha più senso.

L’obiettivo dovrebbe semplicemente essere la sconfitta della politica di apartheid di Israele.

ISIS E ISRAELE

“Perché l’ISIS non ha mai attaccato Israele?”. La domanda che alcuni compagni palestinesi mi hanno fatto è retorica e seria.

ISIS è stata per molti anni, in modo importante, in Siria. Non ha mai mostrato alcun interesse ad attaccare Israele, i “miscredenti” per definizione.

La verità è che ISIS è funzionale ad Israele. ISIS fa comodo ad Israele: è la migliore assicurazione del suo rafforzamento.

RELAZIONI INTERNAZIONALI

La situazione nell’area è cambiata, a sfavore di Israele, anche se i movimenti di lungo periodo sono tutti da studiare[1]. L’ISIS è sconfitto e la Siria sta ritrovando una sua unità militare, territoriale e politica. Il governo siriano potrebbe arrivare a controllare di nuovo tutti i confini dello stato entro il 2018.

L’Iran ha intessuto, con lungimiranza e pazienza, per molti anni, una complessa azione diplomatica, che lo porta oggi ad avere una grande influenza in Iraq e Siria.

Il futuro dell’alleanza dipenderà da questo, e da ciò che succederà in Arabia Saudita nei prossimi anni.

Dal nostro punto di vista, inoltre, è necessario capitare cosa sta succedendo nell’area del Rojava e nel Kurdistan turco.

LE MORTI ED IL TERRORISMO

Un soldato israeliano ammazza a sangue freddo un bambino. La notizia neanche appare sui media. E’ più terrorista questa azione o quella di un palestinese? Quali sono i rapporti di forza? Cento a uno? Mille a uno? Centomila a uno?

Per chi visita la Palestina il problema non si pone: la categoria del terrorismo è una categoria della battaglia politica dell’oggi. Anche i partigiani italiani erano considerati terroristi.

Sulle modalità di lotta, su quelle più efficaci in un dato contesto politico, il dibattito è aperto.

LA RELIGIONE

La religione sta acquisendo terreno in Palestina, sia sul fronte israeliano che su quello palestinese.

Hamas ha una visione religiosa della lotta politica, ad Hebron ed in altre città sta acquisendo consensi.

Dal mio punto di vista è un problema. Il centro del ragionamento deve essere l’imperialismo ed il colonialismo, i quali sono versioni aggiornate del capitalismo, e non il fatto che ci sono persone che hanno una religione diversa.

ANP – il governo palestinese?

Fuori da Nablus, appena finiscono le case, finisce la zona A, cioè la zona in cui il governo palestinese (ANP, Autorità Nazionale Palestinese) ha piena sovranità.

Non c’è un soldato palestinese a sorvegliare l’area. A qualche metro dalla zona A dei soldati israeliani controllano, armati, un’area dove comandano loro.

Che significa?

Ad Hebron ed in tutte le città l’esercito israeliano effettua continui raid, in cui arresta, minaccia e ammazza. L’ANP non si oppone o non riesce ad opporsi? O non si vuole opporre?

Molte persone con le quali abbiamo parlato sottolineano la corruzione dell’ANP. Mi è stato raccontato di militanti contro l’occupazione arrestati prima dall’ANP e poi dagli israeliani, e viceversa.

Cosa è davvero l’ANP?

CHE FARE?

In Sardegna possiamo sostenere Sardegna Palestina.

In Sardegna dobbiamo collegare le dinamiche “naturalmente coloniali” del capitalismo al caso sardo. Queste dinamiche sono economiche, ed hanno risvolti culturali. Alcuni interlocutori sono rimasti molto stupiti dallo scarso interesse verso la lingua sarda da parte dei sardi stessi, e soprattutto da parte dei “compagni”. Il sardo va studiato e parlato!

In Sardegna dobbiamo sviluppare ed immaginare relazioni internazionali euro-mediterranee completamente diverse da quelle che viviamo oggi.

 

Lunedì 6 novembre telefonate e fax al consolato spagnolo per la democrazia


“Sei indignato/a per la repressione con cui la monarchia spagnola sta soffocando la democrazia in Catalunya? Lunedì, dalle 9:00 alle 20:00, chiama, manda un fax e una e-mail ai recapiti indicati nel manifesto. Facciamo sentire la nostra voce perché la causa della libertà dei cittadini catalani è la stessa causa di tutti i cittadini del Mediterraneo, d’Europa e del mondo” – con questo appello diversi indipendentisti e democratici sardi hanno organizzato una protesta telefonica e virtuale contro il Consolato e l’ambasciata spagnola siti rispettavamente a Cagliari (Sardegna) e a Roma (Italia)

Di seguito il testo che i promotori trasvesali a diversi soggetti politici e associazioni sarde suggeriscono di inviare via mail e fax .

All’attenzione del consolato spagnolo di Cagliari,

con la presente è mia intenzione protestare contro la persecuzione politica e giudiziaria adottate dallo stato spagnolo nei confronti del legittimo governo di Catalogna, eletto democraticamente dal popolo e perseguito per le sue idee politiche e per aver portato avanti il proprio mandato elettorale.
Chiedo pertanto l’immediata liberazione del vicepresidente Oriol Junqueras e dei ministri Jordi Turull, Josep Rull, Meritxell Borras, Raul Romeva, Carles Mundò, Dolors Bassa, Joaquim Forn. 
Chiedo altresì la scarcerazione di Jordi Cuixart e Jordi Sanchez, esponenti di primo piano della società civile, colpevoli solo di aver protestato pacificamente contro le misure repressive adottate dalla polizia spagnola nei confronti dei cittadini catalani durante il referendum del primo ottobre.

Mi unisco al coro di proteste nei confronti della Spagna che sta attuando misure che minacciano la democrazia, la libertà delle persone e la repressione delle idee e chiedo l’apertura di una mediazione pacifica che rispetti la volontà del popolo catalano e le sue istituzioni democratiche.”

 

ecco i recapiti del Consolato di Cagliari:

Numero di telefono
070 499444
Numero di fax 070 499011