Gli USA aprono la strada a fascisti e tagliagole in Siria del nord

immagine tratta da Dreamstime

Le truppe nord-americane presenti  nella Siria del Nord (controllata attualmente dalle forze armate curdo-siriane che si ispirano ali principi rivoluzionari del confederalismo democratico) abbandoneranno la zona  per permettere alle forze fasciste turche a centinaia di tagliagola inquadrati in bande loro alleate di condurre una vasta operazione militare in tutta la zona contro .

Ecco il twitt del presidente Trump:

“È il momento per noi di sfilarci da ridicole guerre senza fine, molte delle quali tribali. È il momento di riportare i nostri soldati a casa.Combatteremo solo dove avremo benefici, e combatteremo solo per vincere. Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq, Russia e i curdi dovranno risolvere la situazione e capire cosa voglio fare con i soldati dell’Isis catturati”.

Cartina tratta da AGI

Ecco invece il comunicato delle Forze democratiche siriane (SDF):
“Ai media e all’opinione pubblica internazionale,
Nonostante tutti gli sforzi che abbiamo fatto per evitare conflitti, il nostro impegno per l’accordo sul meccanismo di sicurezza e l’adozione delle misure necessarie a garantire la pace, le forze statunitensi non hanno adempiuto alle loro responsabilità e si sono ritirate dalle aree di confine con la Turchia. L’attacco non provocato della Turchia ai nostri territori avrà un impatto negativo sulla nostra lotta contro l’ISIS e sulla stabilità e la pace che abbiamo creato nella regione negli ultimi anni. Come Forze democratiche siriane, siamo determinati a difendere la nostra terra a tutti i costi. Chiediamo al nostro popolo curdo, arabo, assiro e siriaco di rafforzare la propria unità e sostenere l’SDF in difesa della propria terra.

Comando generale delle Forze democratiche siriane – Federazione della Siria del Nord 7 ottobre 2019″

Sa Corona de Logu atòbiat Carles Puigdemont

 

Sa delegatzione de indipendentistas sardos cun su presidente de sa Catalunya in esiliu

Una delegatzione de sa Corona de Logu, Assemblea de sos amministradores indipendentistas sardos, at tentu duas dies de atòbios istitutzionales in Bruxelles.

Lunis su 30 de cabudanni, Davide Corriga, Presidente de sa Corona de Logu e sìndigu de Bauladu, at atòbiadu a Carles Puigdemont, Presidente in esiliu de sa repùblica de Catalunya, paris a sos collaboradores suos. S’arresonada est istada ocasione pro torrare a afirmare su ruolu de s’indipendentismu in Europa comente amparu de sos valores de sa democratzia e de sa cumpartzidura e de sos deretos fundamentales de sos pòpulos.

Corriga, donende sa solidariedade a sos rapresentantes catalanos colados duos annos dae su referendum pro s’indipendèntzia de su primu de santugaine de su 2017, at torradu gràtzias a Piugdemont Corriga,  pro àere dau alenu a afortiare s’atentzione subra su tema de s’autodeterminatzione dae unu ghetu internatzionale. A congruos s’est fata sa proposta de pesare unu logu de atòbiu, acarada e collaboratzione intro de sas realidades de s’indipendentismu europeu.

In s’atòbiu cun su presidente catalanu bi fiant finas Maurizio Onnis (Sìndigu de Biddanoaforru), Antonio Succu (Sìndigu de Macumere), Antonio Flore (Sìndigu de di Iscanu), Stefania Taras (Assessora de Lungoni), Gianfranco Congiu (Cunsigeri de Macumere), Laura Celletti (Cunsigera de Crabas), Gabriele Cossu (Cunsigeri de Pabillonis), Enrica Fois (Cunsigera de Pirri) e Angelo Murgia (Cunsigeri de Tertenia). Cun is amministradores ant partetzipadu fintzas Franciscu Sedda, Michele Zuddas e Adrià Martin.

Su biàgiu a Bruxelles ist istadu pro sa delegatzione de sa Corona de Logu ocasione pro atobiare sos dirigentes de sa European Free Alliance, su grupu polìticu de su Parlamentu Europeu chi ponet paris – intre de àteros – sos natzionalistas iscotzesos, catalanos, irlandesos, cursos, fiammingos, bascos, bretones, galitzianos.

Est istada ocasione pro incarrerare s’àndala pro su reconnoschimentu istitutzionale e s’adesione a su movimentu polìticu chi sortit prus de 50 organizatziones autonomistas de su Continente europeu.

Due anni fa il popolo catalano ha votato per la libertà

La violenza della polizia franchista il giorno del referendum democratico (1 ottobre 2017

di Marco Santopadre

Esattamente due anni fa, l’1 ottobre del 2017, quasi tre milioni di catalani e catalane – cioè di cittadini e cittadine della Catalogna, molti dei quali nati in altri territori dello Stato Spagnolo o del mondo – andavano alle urne per partecipare ad un referendum per l’autodeterminazione sfidando la legge, la censura, le cariche della polizia e dei militari.
Il bilancio fu di circa 1000 tra feriti e contusi.
Ma il mondo vide di che cosa è capace una “democrazia occidentale” pur di difendere i privilegi dell’oligarchia politica ed economica che la governa. Le immagini dei pestaggi, delle pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo, delle porte delle scuole sfondate a martellate dai militari ricordarono per un attimo a un’opinione pubblica europea distratta e assopita quanto di franchista conserva la civile e moderna Spagna.
Si trattò del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica degli ultimi decenni in Europa contro uno classe politica e un’istituzione, il Regno di Spagna, animato da un bieco sciovinismo nazionalista.
Più del 90% degli elettori votarono indipendenza e Repubblica, scelsero un progetto di liberazione nazionale inclusivo e aperto al mondo. Si aspettavano il sostegno dell’Unione Europea e della “comunità internazionale”, che invece concessero carta bianca a Mariano Rajoy e alla repressione: il “diritto all’autodeterminazione” tanto fortemente difeso da Bruxelles al di là dell’ex cortina di ferro improvvisamente non valeva più all’interno dei confini della Fortezza Europa.
Occhi chiusi e bocche cucite, quindi, di fronte alla conculcazione dei più elementari diritti democratici e civili da parte dello Stato Spagnolo, e al fatto che le prigioni di Madrid si siano riempite nel frattempo di decine di prigionieri politici catalani, che si vanno ad aggiungere a quelli baschi e a quelli galiziani e agli attivisti condannati per aver partecipato a mobilitazioni contro l’austerità o il fascismo.
A due anni di distanza la lotta del popolo catalano continua. Una lotta di liberazione nazionale, in primo luogo, ma anche sociale, che buona parte della sinistra internazionale si ostina a non vedere, a non riconoscere, schierandosi – che lo faccia in maniera cosciente o meno poco importa – dalla parte dello status quo e del conformismo.

Solinas nemico climatico e della Sardegna

Un cartellone scritto presente alla manifestazione di Cagliari diventato virale sui social. Una delle rivendicazioni di FFF Sardegna è il no alla costruzione del metanodotto

di Antonio Muscas

Grazie al ministro costa, al presidente conte e ai loro vuoti proclami su economia circolare, sostenibilità e ambiente.
La propaganda oggi, alla fine, si presenta per quello che è: menzogne utili, fin quando è possibile, a tranquillizzare gli animi e restare al timone.

Questa la sensibilità delle istituzioni.

Proprio in concomitanza con lo sciopero mondiale sul clima che ha visto in Sardegna scendere in piazza migliaia di persone per chiedere attenzione sui temi ambientali e in particolare contro il progetto di metanizzazione dell’isola, il governo del cambiamento, nella figura del ministero dell’ambiente e quindi del bravo ministro costa, così ha pensato di rispondere.

Invece di prendere e concedere tempo, per dare doverosamente spazio al dibattito pubblico e valutare ogni opzione utile ad affrontare questo delicato momento storico, ha provveduto a metterci di fronte ad un dato di fatto.

Procedendo imperterrito per la propria strada o addirittura accelerando, in una corsa folle verso il baratro.
Il tutto a carico dei comuni cittadini, naturalmente.
Perché quel tubo dovremmo pagarlo noi, coi soldi delle nostre bollette.

E stavolta non potranno certo dire, come hanno fatto col Tap, che sono arrivati tardi e non c’era più niente da fare, che gli accordi erano gia firmati e le penali sarebbero state troppo alte.
Stavolta a decidere sono stati proprio loro.
Avendo tutto il tempo per valutare attentamente
Dopo aver persino convocato il tavolo tecnico al Mise, in cui la Sardegna è stata considerata caso specifico e da trattare come zona a sé, e dove, assieme alle parti sociali e i diversi portatori di interesse, si sarebbe dovuto decidere il suo futuro assetto energetico.

Altro che democrazia diretta: quando di mezzo ci sono gli interessi, grossi, delle multinazionali, si tratti di fossili o finte rinnovabili, ogni occasione di confronto diventa un rischio da evitare.

Con questa azione si vuole mettere il sigillo sul futuro energetico, economico, ambientale e sociale sardo.
Con grande gioia dei sindacati confederali, entusiasti evidentemente di anticipare la nostra e loro estinzione.

Ma nessun tubo potrà soffocare il nostro dissenso.

E se voi l’avete persa, o nascosta accuratamente da qualche parte, saremo noi la voce della vostra sporca coscienza.
A ricordarvi costantemente il carico della vostra responsabilità e gli esiti della vostra mediocrità, della vostra corruzione morale e totale assenza di coraggio e lungimiranza.

Voi siete responsabili, e di questo sporco tubo ne dovrete rispondere di fronte a noi e alle generazioni future.

Repressione a Hong Kong. Ah no, è la democratica Spagna!

di Marco Santopadre

Stamattina all’alba, con una maxi-operazione di polizia che ha coinvolto 500 agenti della Guardia Civil in assetto da guerra, l’Audiencia Nacional di Madrid ha ordinato l’arresto di nove attivisti dei CDR (Comitati per la Difesa della Repubblica) catalani. Nel corso di tutta la giornata sono state compiute perquisizioni e blitz sia in domicili privati sia in sedi associative.
Gli arrestati – tutti appartenenti alla sinistra indipendentista – sono accusati di ribellione, sedizione, terrorismo e detenzione di esplosivi. Secondo l’accusa – il tribunale speciale ereditato dal Tribunale de Orden Publico di franchista memoria – gli arrestati avrebbero sperimentato nei mesi scorsi degli ordigni artigianali e sarebbero stati pronti a scatenare un’ondata di attentati nei prossimi giorni, come risposta alla sentenza di condanna dei leader politici e sociali indipendentisti detenuti in alcuni casi da due anni perché accusati di aver organizzato il referendum illegale per l’indipendenza del 2017.
La “prova” dell’accusa sarebbero alcune sostanze in grado di essere usate per comporre esplosivi trovate all’interno di un magazzino usato dal comitato festivo di Sabadell, città alle porte di Barcellona, dove viene conservato il materiale pirotecnico che serve a fabbricare i fuochi artificiali usati in occasione delle feste patronali (che si sono svolte una settimana fa).
Mentre in tutta la Catalogna scendono in piazza migliaia di persone contro la nuova operazione repressiva, sette degli arrestati vengono condotti a Madrid dove verranno sottoposti, in base alla legislazione antiterrorismo, a 72 ore d’isolamento, prima di essere condotti davanti ai giudici per la formalizzazione delle accuse. Altri due sono stati rimessi in libertà dopo esser stati interrogati a Barcellona e denunciati a piede libero.
Non è la prima volta che lo Stato Spagnolo colpisce i CDR, l’ala più radicale del movimento popolare catalano, con denunce e arresti. Ma questo volta Madrid sembra aver alzato il tiro con due obiettivi: intimorire le organizzazioni popolari in vista della sentenza di condanna attesa tra poche settimane, e “dimostrare” nell’opinione pubblica spagnola il carattere violento del movimento indipendentista catalano – contro ogni evidenza – per poter giustificare ulteriori giri di vite.

Eraclito, l’ambiente e il cambiamento climatico

Immagine tratta da Global Project

 

di Francesco Casula

Il filosofo Eraclito di Efeso, gran teorico del “Πάντα ρει” (tutto scorre), ovvero dell’incessante fluire e divenire delle cose, nella sua concezione relativistica, salvava un unico valore, considerato assoluto, stabile e perenne: l’ambiente. Occorre prendere atto, che a più di 2.500 anni di distanza, l’intuizione e l’avvertimento del filosofo greco nell’intero Pianeta, sono stati fortemente disattesi. Il cambiamento climatico ne è il frutto più pericoloso e nefasto per l’intero ecosistema. Esso è la manifestazione più lampante, che può portarci – se non si cambia radicalmente rotta – alla catastrofe planetaria. E che comunque già oggi, con la modifica del clima, con la devastazione della natura, dissestando e consumando e inquinando il territorio, si producono danni profondi agli ecosistemi, la salute e la vita stessa della popolazione. Esso è il frutto delle dissennate politiche e scelte degli uomini e non un risultato di un qualche destino naturale nemico e baro. E’ il frutto di uno sviluppo industrialista e neoliberista, tutto giocato sullo sfruttamento spietato della natura, del territorio, delle materie prime e delle risorse naturali, teso esclusivamente a produrre merci finalizzate alla realizzazione di un profitto e di un consumo immediato. E’ il frutto di una vera e propria follia: dell’illusione di uno sviluppo infinito in un sistema finito di risorse (la nostra terra). Addirittura di una crescita geometrica assolutamente incompatibile con la natura, che può portarci al collasso e alla morte. A fronte di una crisi di tale dimensione, senza un salto evolutivo, l’uomo sapiens non ce la farà. Perduto il contatto con la natura e l’unità del Cosmo, abbiamo costruito una civilizzazione che porta all’autodistruzione. Apocalittico? Vorrei pensarlo. E vorrei credere ai trombettieri delle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo e della globalizzazione, dello sviluppismo industrialista e produttivista, senza limiti. Occorre invece essere consapevoli che l’ambiente è una risorsa, limitata e irriproducibile. Di qui la necessità di difenderlo con le unghie e con i denti e di conservarlo, valorizzandolo e non semplicemente sfruttandolo e divorandolo. Esso è l’habitat la cui qualità non è un lusso – magari per pochi esteti – ma la necessità stessa per sopravvivere. Ed il territorio deve essere certo utilizzato anche come supporto di attività turistiche, economiche e produttive ma nel rigoroso rispetto e della salvaguardia del nostro complesso sistema di identità ambientali, paesaggistiche, geografiche, etno-storiche, culturali e linguistiche. Parlo dell’intero Pianeta: perché oggi il problema è planetario. Ma parlo soprattutto di noi: perché “de te fabula, narratur”, Sardegna.

Catalogna: per la grande stampa non è successo niente

Immagine presa dal sito del giornale catalano La Vanguardia

 

di Marco Santopadre

Ci risiamo. Anche quest’anno i media hanno bucato o trattato con estrema sufficienza l’enorme manifestazione popolare che a Barcellona, l’11 settembre, ha rivendicato l’indipendenza della Catalogna dal Regno di Spagna.
Eppure in occasione della Diada sono scese in piazza ben 600 mila persone, quasi il dieci per cento della popolazione catalana, rivendicando il pieno esercizio del diritto all’autodeterminazione e la fine della repressione da parte del governo spagnolo, che tiene in prigione da due anni e processa decine di ex deputati e dirigenti politici e sociali passibili di una condanna a pene draconiane per motivi esclusivamente politici.
Non merita forse una prima pagina un evento del genere? Non merita attenzione e dibattito l’esistenza nell’Unione Europea del 2019 di decine di prigionieri politici e di coscienza? Oppure la cosa diventa interessante solo se a conculcare i fondamentali diritti politici e civili sono Stati extraeuropei, meglio ancora se invisi alle “democrazie occidentali”?
Se a Madrid scendessero in piazza quattro milioni di persone o a Roma sei milioni di manifestanti, la stampa tratterebbe la cosa con altrettanta distrazione o con lo sguardo eminentemente folkloristico che ha caratterizzato le poche cronache pubblicate dai quotidiani italiani?
Di nuovo, come negli scorsi anni, questo atteggiamento dei media ha impedito all’opinione pubblica di farsi un’idea più precisa, di informarsi su una vicenda che ha una forte profondità storica e che due anni fa portò milioni di catalani a dar vita al più grande atto di disobbedienza politica e civile verificatosi in Europa negli ultimi decenni, il referendum del Primo Ottobre 2017.
Quell’evento, di portata storica, ha fatto letteralmente irruzione nei media mainstream – dopo che le immagini delle feroci cariche dei militari e dei poliziotti spagnoli contro i cittadini inermi in fila ai seggi per votare e per difendere le urne avevano ampiamente fatto già il giro del mondo sui social – risvegliando per un attimo un’opinione pubblica completamente digiuna.

In quei giorni mi sono più volte domandato cosa potesse comprendere una persona anche mediamente informata di quanto accadeva a Barcellona senza aver avuto a disposizione, negli anni precedenti, una corretta e costante informazione sui protagonisti individuali e collettivi della sfida catalana, sui contenuti e gli obiettivi della mobilitazione, sulla posta in gioco. Non è un caso che anche le apparentemente minuziose cronache del settembre e dell’ottobre del 2017 fossero accompagnate da commenti e analisi estremamente improvvisate, che ricalcavano – quando non erano frutto di un becero copia/incolla dalle agenzie di stampa di Madrid – il punto di vista del nazionalismo spagnolo più reazionario che paradossalmente additava gli indipendentisti catalani quali “estremisti”, “nazionalisti” e “golpisti”.
Nel commento – i media progressisti non hanno rappresentato un’eccezione – sono prevalse le generalizzazioni e le banalizzazioni, come i ricorrenti richiami alla “tragedia Jugoslava” e alle presunte similitudini con il leghismo nostrano, nonostante gran parte dell’alta borghesia catalana fosse schierata contro l’indipendenza e a favore del ristabilimento dell’ordine.
Sono stati davvero pochi coloro che si sono presi la briga di indagare la genesi, le caratteristiche, l’evoluzione e il contenuto ideale e programmatico di un movimento variegato e complesso che ha messo seriamente in crisi il Regno di Spagna e l’Unione Europea tutta.
Un vuoto di informazione ed analisi che ho tentato di contribuire a colmare pubblicando il libro “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” (Pgreco) con l’obiettivo di aprire un dibattito sulla questione nazionale e in particolare sul “problema catalano” – in realtà il “problema spagnolo”, cioè di uno Stato incompiuto la cui legittimazione viene da sempre perseguita in forme aggressiva – che nei nostri territori non si è mai realmente sviluppato.
Anche quest’anno, le poche righe di analisi che hanno accompagnato le scarne cronache delle manifestazioni in occasione della festa nazionale catalana, hanno evidenziato il calo di partecipazione rispetto agli anni scorsi.
E’ oggettivo che l’11 settembre ci fosse meno gente in piazza rispetto ad un anno fa, ma sarebbe interessante indagare le ragioni di questo parziale riflusso. La divisione tra i due principali partiti dello schieramento sovranista catalano – il sovranismo vero, quello che rivendica la sovranità popolare, la democrazia e la libertà di decidere il proprio futuro, non il nazionalismo sciovinista per lo più di stato sotto mentite spoglie – non è sufficiente a spiegare la diminuita mobilitazione della base popolare indipendentista, che comunque sarà di nuovo massicciamente in piazza tra poche settimane quando i tribunali speciali di Madrid, ereditati dal franchismo, emetteranno le loro sentenze politiche.
Gli indipendentisti catalani oggi si chiedono quale sia la via più corretta verso l’indipendenza, e se questa corrisponda alla strada più rapida. E ci si divide quindi sull’opportunità di sostenere un governo spagnolo del PSOE che potrebbe aprire alcuni spiragli ad un ridisegno federale delle istituzioni del Regno (la storia di quel paese ci dice che si tratta di un abbaglio, di una pia illusione) o se invece non sia il caso di continuare sulla strada dell’unilateralità e della disobbedienza nei confronti delle leggi di Madrid. Ci si domanda anche quanto possa essere egemonica una battaglia che per ora non riesce a convincere quasi metà della popolazione della Catalogna, per ideologia, paura o convenienza ancora aggrappata all’attuale status quo.
Ci si chiede anche quale sia l’efficacia di una mobilitazione e prettamente simbolica basata esclusivamente sui grandi numeri che però non riesce a scalfire il muro rappresentato da uno stato sciovinista e antidemocratico, sostenuto da un’Unione Europea blindata e nemica giurata delle rivendicazioni popolari, siano esse per l’autodeterminazione o per l’ampliamento dei diritti sociali e collettivi.

Sono domande che sarebbe bene ci ponessimo anche noi, risvegliandoci da un torpore che dura ormai da troppo tempo.

Anche in Sardegna sbarca la Diada catalana

Una delle tante manifestazioni per l’indipendenza della Catalunya, tratta da Radio Onda d’Urto

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato bilingue (italiano-catalano) sull’evento solidale con la Diada, festa nazionale catalana che ricorda la caduta di Barcellona, dopo una eroica difesa nazionalista, da parte delle truppe borboniche. La Diada ha assunto da qualche anno a questa parte un significato politico di enorme importanze diventando una mobilitazione di milioni di cittadini catalani organizzati dalle associazioni culturali che la promuovono e i cui dirigenti sono attualmente prigionieri politici nelle carcere spagnole per aver incitato all’indipendenza.

Di seguito il comunicato

L’Òmnium Cultural de l’Alguer, amb la col·laboració de l’Ofici de l’Alguer de la Generalitat de Catalunya  i amb el suport del Municipi de l’Alguer, organitza un acte en solidaritat amb el pòpul català, en ocasió de la Diada Nacional de Catalunya. 

Després dels saluts institucionals del Síndic de l’Alguer, Dr. Mario Conoci, del responsable de l’Ofici de l’Alguer de la Generalitat de Catalunya Gustau Navarro, i de les autoritats presents,  Pere Mayans i Balcells, Cap del Servei de Suports i Recursos Lingüístics de la Generalitat de Catalunya, tenguerà una conferència amb el títol “Catalunya, la diada de l’11 de setembre, passat, present i futur!”.
Coordina la tardada, lo President de l’Òmnium Cultural de l’Alguer, Esteve Campus.
L’acte tenguerà lloc l’11 de setembre del 2019, a les sis de la tarda, en la Sala del Consell Municipal, al carrer de Columbano, 6.

Séu convidats a participar.

*   *   *

L’Òmnium Cultural de l’Alguer, in collaborazione con l’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya e col patrocinio del Comune di Alghero, organizza un atto pubblico di solidarietà col popolo catalano, in occasione della Diada Nacional de Catalunya.

Dopo i saluti istituzionali del Sindaco di Alghero, Dott. Mario Conoci , e del responsabile dell’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya, Gustau Navarro, e delle autorità presenti, Pere Mayans i Balcells, Capo del Servei de Suports i Recursos Lingüístics de la Generalitat de Catalunya, terrà una conferenza dal titolo “Catalunya, la diada de l’11 de setembre, passat, present i futur!”.
Coordina la serata, il presidente dell’Òmnium Cultural de l’Alguer, Stefano Campus.
L’atto si terrà l’11 de setembre del 2019, alle ore 18, nella Sala del Consiglio Comunale, in via Columbano, 6.

Siete invitati a partecipare.

Essere donne in Sicilia combattendo patriarcato e colonialismo

Immagine tratta da Il Manifesto

Il Movimento della rete delle realtà femministe siciliane si è riunito  in assemblea in occasione del Trinacria Camp 2.0 al campeggio ecologista, femminista e indipendentista lo scorso 25 luglio a Milazzo per discutere di un “PIANO FEMMINISTA IN SICILIA”. L’assemblea è stata carica di interessanti spunti che non riguardano solo il movimento femminista e indipendentista siciliano, ma che possono avere forti influenze positive anche in altri contesti dove si pone con forza il connubio liberazione nazionale e liberazione di genere. Abbiamo deciso di fare una intervista a tutto campo a Tiziana Albanese di NUDM Palermo che ha tenuto una esaustiva relazione per introdurre il dibattito.

 

  • Che c’entra il femminismo con la lotta di liberazione e indipendenza del popolo siciliano?

Esiste una radice centrista del femminismo occidentale che si sviluppa a partire da un concetto di “donna” inteso come soggetto universale e trascendente rispetto ai suoi attributi locali e storici. Niente di più sbagliato. Ogni soggettività, la donna in questo caso, è storicamente collocata in un luogo e in un periodo preciso, vive su di sé tutte le contraddizioni sociali nello stesso momento e queste contribuiscono a determinare la sua condizione di subordinazione. Il femminismo occidentale ha trascurato un’analisi comprensiva di tutti questi fattori in favore di un’analisi oppositiva volta a definire il soggetto donna (vittima) in opposizione al suo soggetto antagonista (e dominatore) uomo. Nel tentativo di universalizzare la condizione della donna e la lotta per la sua liberazione si assume come postulato teorico che le donne di tutto il mondo, indipendentemente dalla loro condizione di vita, dai rapporti economici e sociali su cui è fondata la società in cui agiscono, siano assimilabili in un unico gruppo in quanto “donne”, definite unicamente sulla base della loro appartenenza al medesimo genere. Bisogna ribaltare questa visione.

Se è vero, come è vero, che gli attributi locali e storici contano e nel nostro territorio si traducono in molteplici dispositivi di dipendenza materiale, politica ed economica e di subalternità rispetto allo Stato centrale, non possono esistere diritti delle donne che siano astrattamente garantiti a prescindere da questa condizione coloniale.

Precarietà, disoccupazione, emigrazione forzata, devastazione e sfruttamento sfrenato del territorio: è questa la forma che il capitalismo – sulle gambe dello Stato – ha assunto in Sicilia come strumento di accumulazione e di dominio e oppressione sulla popolazione. Bisogna sottolineare che lo Stato è contemporaneamente esecutore, garante dell’organizzazione capitalistica della società e del Patriarcato.

L’identità della donna siciliana non può non determinarsi a partire dalle contraddizioni reali. Essere donna siciliana significa subire i più alti tassi di disoccupazione femminile, dover emigrare forzatamente; essere siciliane significa non poter abortire se lo si ritiene necessario (l’obiezione di coscienza in Sicilia si attesta all’87%), significa vivere accanto a basi militari, discariche, raffinerie inquinanti.

Con una descrizione specifica di tutte le contraddizioni che l’organizzazione statale capitalistica crea è facilmente tracciabile un pensiero della differenza fra essere donne in Sicilia e altrove. Bisogna far sì che esso si trasformi in pensiero (e pratica) dell’indipendenza.

Non solo non può esistere libertà delle donne senza libertà del territorio; ma è lo stesso processo di indipendenza delle donne dallo Stato capitalista e patriarcale a rendere propriamente di liberazione il processo generale.

 

  • Perché nella tua relazione hai fatto più volte riferimento agli scritti di Franz Fanon e al ruolo delle donne in nella lotta per la liberazione dell’Algeria?

Gli scritti di Franz Fanon sono emblematici della questione che stiamo mettendo a tema, ovvero il ruolo coloniale della riproduzione della violenza sulle donne.

In “L’anno V della Rivoluzione Algerina” nell’analisi del colonialismo francese in Algeria una delle prime questioni che Fanon mette a tema è quella della centralità della donna nel processo di colonizzazione e in quello auspicato di de-colonizzazione. In effetti sul corpo e sui diritti delle donne si consuma una delle prime mosse del colonizzatore, soprattutto all’alba dei primi movimenti di liberazione algerini.

La formula su cui il governo francese deve puntare è semplice:《prendiamoci le donne e verrà anche il resto》. Lo fa sostanzialmente mediante due mosse: teorizzando scientificamente la figura della donna musulmana vittima e sottomessa e, specularmente, quella dell’uomo musulmano sadico e crudele. Le donne algerine avevano fatto del velo uno strumento di lotta. Lo indossavano per travisarsi e rendersi irriconoscibili durante le azioni più violente, ne usavano gli ampi panneggi per nascondersi addosso messaggi, provviste, armi. La narrazione occidentale coloniale lo trasforma in simbolo di oppressione femminile con l’obiettivo di creare alle donne algerine un nemico interno (l’uomo musulmano) distogliendo l’attenzione da quello esterno (il colonialista francese).

In “Pelle nera, maschere bianche” Fanon ci dice che il complesso di inferiorità del colonizzato ha due radici: quella economica e l’interiorizzazione dell’inferiorità che porta il colonizzato al ripudio della propria razza in favore di quella bianca. La donna nera – come l’uomo, del resto – è ossessionata dalla bianchezza, ma a differenza di quest’ultimo ha a disposizione un’arma in più nella disperata tensione al divenire bianco: tramite la maternità, può “diluire” la propria negritudine; l’imperativo categorico è generare figli sempre meno neri delle madri, scopo che si raggiunge, naturalmente, solo se si prediligono partner sessuali bianchi, anche a costo di subirne la violenza.

È evidente che il contesto che muove le riflessioni di Fanon è differente nel tempo e nello spazio da quello siciliano. Ma può essere interessante aprirsi ai suoi studi perché descrivono meccanismi coloniali validi e ripetibili.

  • Ci sono esperienze che hanno messo in crisi l’immagine remissiva e subalterna della donna siciliana?

Le storie delle donne del Sud – e di quelle siciliane nello specifico – sono state oggetto di omissioni e distorsioni che ne hanno alterato le potenzialità di lotta. Per noi rappresentano un punto di partenza per mettere in crisi l’immagine presentata dalla narrazione dominante della donna siciliana remissiva e subalterna.

La storia narrata delle donne in Sicilia è storia di violenze subite, di matrimoni forzati, di dipendenza totale dalle figure maschili, prima i padri e poi i mariti. Poche sono le storie che raccontano la donna che ha acquisito consapevolezza di classe e ha lottato accanto al marito zolfataro, contadino… In realtà di esempi di donne che hanno rotto gli schemi del patriarcato in Sicilia ce ne sono tanti. Significativa è sicuramente la storia di Franca Viola. Donna di Alcamo che per prima in Italia rifiuta di accettare il matrimonio riparatore che, secondo le leggi italiane, costituiva un’assoluzione per chiunque avesse desiderato e rapito una donna violentata. Franca Viola, promessa di Filippo Melodia, nipote di un boss locale, viene rapita da quest’ultimo e dai suoi in seguito all’annullamento del fidanzamento. Per la prima volta, e ciò avviene in Sicilia, una donna decide di opporsi al matrimonio forzato. Nonostante le minacce subite, Franca Viola sposerà un altro uomo, senza nascondersi e a testa alta.

Poco nota anche la storia di Maria Occhipinti che nel gennaio del 1945, a dispetto dei suoi 4 mesi di gravidanza, si sdraiò davanti a carri armati per impedire che portassero via le giovani reclute che non volevano più partecipare alla Guerra. O, ancora, quella di Rosa Donato, figlia di un cuciniere. Aveva assistito alla repressione borbonica dei moti del 1820-21 in Sicilia. Partecipò attivamente alla rivoluzione siciliana del 1848-49, combattendo a Messina e poi a Palermo. Ci viene rappresentata nelle iconografie tradizionali mentre carica un cannone per sparare contro le truppe regie che furono costrette a retrocedere. Divenne caporale per l’impegno nella lotta e difese la città quando venne assediata dai soldati borbonici dando fuoco ai depositi di munizioni e causando ingenti perdite alle truppe nemiche. Si finse morta per continuare a combattere a Palermo divenendo un’importante guida per i rivoluzionari. Dopo la sconfitta di Palermo venne arrestata e torturata per 15 mesi a Messina.

Importante da citare anche la storia delle brigantesse, la cui costruzione narrativa ne depotenzia il carattere politico eversivo. Queste donne, la cui lotta è dimenticata, vengono per lo più – anche nei testi che si propongono di riscoprire un’antistoria del risorgimento e del brigantaggio – identificate attraverso l’amante a cui si accompagnano e attraverso la ferinità che assumono nella difesa del proprio uomo a cui sono devote. Il carattere politico della loro lotta che si iscrive in una lotta contro la colonizzazione piemontese viene rovesciato nuovamente in una narrazione di inferiorità attraverso una romantizzazione delle imprese di queste donne, una narrazione che intreccia macabro e seducente.

Il ruolo di queste donne nei processi storici non è solo rimosso, oggetto di una cancellazione dalla memoria collettiva, ma è iscritto all’interno di strutture significanti che identificano queste donne come “drude”, sanguinose, assetate di sangue e dunque brutali. Se ne esalta la sessualità sanguinaria e animale che crea tutto un immaginario preciso. Occorre allora costruire una sorta di genealogia alternativa di cosa significhi essere donna in Sicilia a partire da quelle azioni che nelle narrazioni dominanti hanno assunto un ruolo marginale o strumentale.

  • Quali sono le vostre battaglie?

Il nemico è uno, ovvero il potere patriarcale e maschilista – dunque capitalista- sempre più interiorizzato dalle donne stesse. Dobbiamo rivolgere, però, le nostre rivendicazioni agli esecutori materiali di tale potere:

il governo italiano e la Regione Siciliana mettendo in atto pratiche politiche conflittuali efficaci. Le nostre battaglie partono da istanze locali e concrete.

Un campo di lotta è sicuramente quello del diritto all’aborto. In Sicilia 9 medici su 10 sono obiettori. Un’altra importante questione riguarda i consultori: sono presenti in numero inferiore a quello previsto per legge, sono fortemente de-finanziati, la sede in un quarto dei casi è definita mediocre o fatiscente, solo la metà ha a disposizione un ecografo. All’interno di questo contesto si inserisce anche la fondamentale questione della contraccezione gratuita. Infatti oltre ai servizi base che i consultori dovrebbero fornire, secondo la legge 194 (“Legge 22 maggio 1978, n.194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, meglio nota come Legge 194, è la legge in vigore in Italia che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto), dovrebbero anche fornire una contraccezione gratuita di base. Molte sono state le lotte portate avanti e vinte anche in altre regioni. Ed è anche qui, in Sicilia, che si sta aprendo un piano vertenziale alla regione in questo senso.

E poi esiste, come si diceva prima, il problema dell’alto tasso di disoccupazione (solo il 29,1% delle donne lavora), dell’emigrazione forzata, della mancanza di servizi (tempo pieno nelle scuole, asili nido ecc.). Queste contraddizioni reali, come le altre, non possono essere utilizzate per legittimare politiche reazionarie e autoritarie, ma devono diventare occasioni per attaccare e conquistare spazi di riscatto e di lotta per le donne.

Cancellata l’autonomia del Kashmir. La mano pesante dell’India

foto tratta da Time

di Luana Farina

Kashmir e Jammu:  nuovo attacco all’indipendenza e all’autodeterminazione di un popolo.

pochi giorni fa il Primo ministro indiano Narendra Modi, leader del partito ultranazionalista Bharatiyva Janata, tramite il Ministro degli Interni, Amit Shah, ha annunciato la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione, che garantiva al Kashmir e allo Stato di Jammu, introdotto negli anni Cinquanta, di godere di un’ampia autonomia politica, fatta eccezione per la politica estera, la difesa e le comunicazioni.

Garantiva una propria Costituzione e una bandiera, vietava inoltre agli stranieri di acquistare territori nella Regione, onde evitare speculazioni e stravolgimenti di tipo demografico.

L’intento è quello di sostenere la maggioranza indù contro la minoranza musulmana, quindi non è un caso che con la presa di potere di Modi le violenze contro la comunità musulmana sono aumentare e l’induismo ha rafforzato il proprio nazionalismo.

Quindi il Kashmir è il primo luogo da colpire, perché, in caso di modifica costituzionale dell’articolo 370 i rappresentanti locali della regione autonoma, avevano già minacciato forti e decise reazioni e proteste per difendere la loro autonomia.

Considerato che le due regioni hanno la massima concentrazione delle basi militari indiane è ovvio che c’è anche un problema di servitù militari non facile da risolvere.

Perciò il governo Indiano ha già avviato un processo di “repressione preventiva“.

I leader locali sono stati arrestati, 20mila persone tra turisti e altri cittadini di fede indù presenti nella regione sono stati fatti evacuare, Internet, i servizi telefonici e le comunicazioni sono stati sospesi, con la motivazione, non suffragata da nessun fatto reale, di possibili attacchi terroristici; non è detto che a seguito di questo provvedimento legislativo e della repressione che si è già scatenata, non seguiranno davvero reazioni anche violente da parte di un popolo  che sta subendo l’ennesima umiliazione.

Non scordiamo che già a gennaio scorso a seguito dell’uccisione dei due giovani leader “ribelli” (il comandante Zeenatul Islam e il suo vice), avvenuta in uno scontro a fuoco ieri tra militanti indipendentisti e le forze governative, ci furono manifestazioni in cui 20 persone rimasero ferite, persone alle quali era stato impedito di recarsi al funerale .

A febbraio poi morirono altre 44 persone tra civili e militari durante scontri tra indiani e pakistani accusati di sostenere i ribelli del Kashmir e del Jammu.

La resistenza separatista, che ai primi degli anni 90 sembrava quasi sopita, dal 2016 è nuovamente in aumento a causa del grave conflitto tra India e Pakistan, ciò dimostra che il malcontento è esteso e la militanza indipendentista sta riconquistando le nuove generazioni delle due regioni sottoposte  a nuove misure repressive.