Ahmad Sa’adat da New dichiarazione: sciopero dei prigionieri una vittoria collettiva

Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/58/Latuff-saadat-3.jpg

Nell’ ambito della campagna per la libertà di Ahmad Sa’adat , il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e degli altri prigionieri politici palestinesi, è stata pubblicata una nuova dichiarazione del leader del FPLP, sulla sospensione dello sciopero di libertà e dignità.

La dichiarazione è ripubblicata qui di seguito:

Dichiarazione del Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmad Sa’adat

“I prigionieri hanno fatto una nuova battaglia epica grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i loro diritti devono essere conquistati e non supplicati dalle masse del popolo palestinese, dalla nazione araba, e dalle forze della libertà in tutto il mondo.

I prigionieri in sciopero hanno raccolto la loro fermezza per contrastare e resistere a tutti i tentativi di interrompere lo sciopero. L’oppressione non è stata risparmiata agli scioperanti, il ché ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri attraverso politiche repressive e misure contro gli stessi, in particolare la politica di trasferimento arbitraria, che non è cessata fino all’ultimo momento, oltre ai tentativi dell’occupante di diffondere menzogne, voci e disinformazione.

Gli eroi prigionieri hanno affrontato tutte queste politiche e pratiche ed hanno avuto per 41 giorni una volontà d’acciaio nei confronti delle forze d’occupazione, aggiungendosi ai punti di riferimento storici delle lotte del nostro popolo nel movimento di liberazione nazionale. 

Alle nostre masse palestinesi:
Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è radunato intorno allo sciopero, compresi i singoli e le istituzioni, i diritti umani, nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. È avvenuta attraverso il supporto delle forze popolari arabe in tutto il mondo arabo, e attraverso il supporto di tutte le forze della libertà, compresi i movimenti popolari e le organizzazioni, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti di giustizia sociale, per far fronte all’imperialismo e alla globalizzazione, e il movimento Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

A tutti coloro che hanno partecipato alle azioni di solidarietà con il nostro sciopero per portarlo alla sua onorevole conclusione, inviamo tutti i nostri saluti ed il nostro apprezzamento, in particolare alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. 

Per le masse del nostro popolo:
Anche se è troppo presto per fornire una valutazione finale dei risultati dell’esercizio, prima della dichiarazione ufficiale della leadership in sciopero, possiamo dire chiaramente che l’incapacità delle forze di occupazione per rompere lo sciopero o contenerlo è una vittoria per i prigionieri e per la loro volontà e determinazione di continuare il confronto.

Questa vittoria ha implicazioni importanti: in primo luogo, per ribadire il fatto che i diritti possono essere presi e mai elemosinati, e che la resistenza è stata la leva principale per tutte le conquiste del popolo palestinese in epoche successive alla rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri e l’atmosfera della divisione non hanno impedito l’unità d’azione di tutte le fazioni nazionali ed islamiche sui campi di confronto, a patto che la bussola della lotta rimanga diretta allo scontro principale contro l’occupazione. Il terzo punto importante è che non si esaurisce il confronto con lo sciopero; invece, si deve continuare, al fine di rafforzare i risultati dello sciopero, espanderli e costruire sulla base di essi. Questo è fondamentale per ricostruire e unificare il corpo del movimento dei prigionieri palestinesi e presentare un modello di vita per la nostra gente che porti avanti sforzi sinceri per far progredire la causa palestinese e farla uscire da questa crisi e da un quadro di divisione.

Alle nostre masse palestinesi:
Ciò che devono fare le nostre forze politiche e fazioni palestinesi per sostenere i prigionieri e rafforzare la loro costanza è il ripristino della nostra unità nazionale verso un percorso di avanzamento, lasciandosi alle spalle la passata e presente fase di girare a vuoto senza fine.

Ancora una volta, i nostri saluti a tutte le forze palestinesi, arabe e internazionali popolari che hanno contribuito a rafforzare la fermezza dei prigionieri, portando avanti la loro battaglia per la strada della vittoria.

Gloria ai martiri, e la vittoria è certa!”

Come ho combattuto l’ISIS: Intervista a Davide Grasso

Hai combattuto nelle YPG in Siria contro l’ISIS. Puoi spiegare che cosa sono le YPG?

Le YPG sono le unità di protezione popolare fondate da un partito curdo siriano, il partito di unione democratica (PYD). Il PYD aveva dovuto agire in clandestinità sotto il regime di Assad, ma dal 2011, con lo scoppio della rivoluzione siriana, il suo braccio armato, assieme a quello completamente femminile delle YPJ (le unità di protezione delle donne), ha dovuto affrontare una potente milizia salafita, ossia islamista iper-radicale, che voleva occupare le città curde siriane, in particolare Serekaniye. Questa milizia era Jabat al-Nusra, filiale siriana di Al-Qaeda.

A Serekaniye un centinaio di YPG riuscì a cacciare un migliaio di salafiti. Ciò provocò grande ammirazione per questo gruppo armato nella popolazione, che si sentì protetta. Le YPG allora decisero di cacciare dalle città curde la polizia e i soldati del regime di Assad, e migliaia di giovani entrarono nei loro ranghi. Da allora, tra il 2012 e il 2014, le YPG hanno difeso la costruzione dell’autonomia democratica del Rojava, ossia delle nuove istituzioni dei cantoni di Cizire, Kobane e Afrin.

Nel 2014, però, il gruppo salafita ISIS si scontrò con Al-Nusra e gli altri gruppi islamisti, occupando tutto il corso dell’Eufrate fino alla Turchia, e cercò nuovamente di occupare le città curde. Questo condusse tra il 2014 e il 2015 alla sanguinosa battaglia di Kobane, in cui nuovamente le YPG riuscirono a vincere, per la prima volta sostenute da bombardamenti USA e ottenendo notorietà e ammirazione, stavolta, in tutto il mondo, benchè il loro nome e il loro carattere rivoluzionario e socialista non sia mai stato riferito dai media, che si sono limitati a parlare di curdi o addirittura, con malafede, di peshmerga (che invece sono una milizia sì curda, ma  conservatrice, dell’Iraq!). I giornalisti italiani usano il termine Peshmerga, però, perché questa milizia irachena è alleata dell’Italia.

Dopo aver sconfitto l’ISIS a Kobane, nel 2015 le YPG hanno chiamato a raccolta i combattenti assiri cristiani e tutti i battaglioni arabi dell’ex “Esercito Libero Siriano” che intendevano combattere l’ISIS e non avevano un progetto islamista, formando un esercito più grande, le Forze Siriane Democratiche (SDF). Nel 2016 le SDF si sono spinte nei territori arabi della Siria del Nord sconfiggendo l’ISIS a Shaddadi e a Menbij, dove io stesso ho combattuto. Da cinque mesi sono impegnate nell’avvicinamento alla capitale dell’ISIS, Raqqa, nella prospettiva della sua definitiva liberazione.

I curdi sono uno dei popoli più perseguitati di sempre ma si tratta anche di grandi resistenti. Che cos’è la rivoluzione del Rojava?

La rivoluzione del Rojava è stata anzitutto la protezione della popolazione curda del nord della Siria, e la ricerca di una soluzione di convivenza per le diverse comunità linguistiche e religiose di quella regione, che è storicamente molto complessa. Il PYD ha chiesto a tutte le realtà (partiti, associazioni, sindacati) che volessero partecipare a questo processo di organizzarsi in un movimento comune. Così è nato il Movimento per la Società Democratica (Tev Dem), che ha preso contatto con i clan e le realtà associative arabe, turcomanne, cecene, armene, ezide, assire della regione per evitare la degenerazione della violenza settaria e costruire una convivenza pacifica e autodifesa. Questo accadeva nel 2012.

Ne nacquero i tre cantoni con i loro consigli legislativi ed esecutivi (sorte di governi e parlamenti provvisori) e un sistema giudiziario popolare. Quando questo sistema fu in piedi a tutela della convivenza immediata, il Tev Dem si dedicò a costituire la rivoluzione dal basso, ossia i consigli cittadini, istituzioni elettive con elementi di democrazia diretta nelle diverse città. Tuttavia, i consigli cittadini furono oberati di richieste da parte della popolazione in guerra e in piena crisi umanitaria ed economica, quindi il Tev Dem iniziò la costruzione delle comuni popolari in ogni villaggio e in ogni quartiere urbano, per avviare parziali sperimentazioni di autogoverno da parte della popolazione.
Ad oggi le comuni della Siria del Nord sono oltre 4.000.
Si tratta di un evento rivoluzionario eccezionale per il mondo di oggi.

Le comuni sono il nerbo della rivoluzione. Costituiscono commissioni sanitarie, finanziarie, giudiziarie, educative, di autodifesa; si coordinano con centinaia di cooperative costituite in base a principi egualitari. La loro base è l’assemblea popolare volontaria della zona, che elegge un consiglio di delegati a sua rappresentanza e costituisce le commissioni. Non bisogna immaginare le comuni come un luogo di ritrovo o discussione infinita, come talvolta sono le assemblee della sinistra altermondialista europea. Sono realtà pratiche e concrete, che risolvono i problemi collettivi e si danno un gran da fare per i bisogni di tutti. Le comuni operano a pieno ritmo e ciononostante ogni mese avviene una discussione plenaria.

Il 17 marzo 2016 l’autonomia democratica dei tre cantoni ha dichiarato ufficialmente la propria autonomia dal governo siriano, pur riconoscendo l’integrità territoriale dello stato siriano, ed è nata la Confederazione Democratica della Siria del Nord – Rojava. Questa istituzione ha deciso a fine 2016 di eliminare il termine “Rojava” per sottolineare che non è un’autonomia dei curdi, ma una confederazione effettiva di popolazioni di diversa lingua e identità. Sebbene si continui colloquialmente a parlare di Rojava, anche a causa del ruolo propulsivo innegabile che il PYD curdo ha avuto ed ha tuttora in questo processo, oggi dobbiamo prendere sul serio il progetto confederale, e parlare di Confederazione della Siria del Nord: solo così saremo all’altezza del processo politico che si sviluppa in Siria non più nel 2014, ma nel 2017.

I media che formano l’opinione pubblica europea distinguono l’opposizione siriana dell’ “Esercito Libero Siriano” dall’ISIS. Cosa ne pensi?

Il 20 luglio 2011 un manipolo di ex ufficiali dell’esercito di Assad, guidati da Riad Al-Asaad (che non ha vincoli di parentela con il presidente) ha dichiarato la costituzione dell’Esercito Libero Siriano (FSA) per “proteggere i manifestanti” in Siria. Come? Con quali soldi? Con quali armi? I soldi e le armi vennero da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Per questo migliaia di famiglie povere mandarono i propri figli a combattere con l’FSA per uno stipendio doppio rispetto a quello dei soldati regolari, e la guerra civile potè iniziare sovrapponendosi alla rivoluzione. In verità, da allora soltanto chi era armato, come l’FSA o le YPG, poteva partecipare al corso degli eventi. Quasi tutti i gruppi indipendenti non armati furono spazzati via, tranne in Rojava, dove poterono esprimersi nel Tev Dem.

Il problema dell’FSA è che non riuscì a mettere in piedi un comando unificato. Privo di qualsiasi visione politica o strategia, o ideologia effettiva, i suoi battaglioni furono bande di mercenari e predoni che inflissero violenze e saccheggi alla popolazione, finendo per essere considerati semplicemente dei gangster e dei ladri. Questo favorì Jabat Al-Nusra che aveva un’ideologia e un codice morale ben definiti, per quanto raccapriccianti, essendo improntati alla restaurazione della società islamica del VII sec. dc. Già nel 2012 Al-Nusra era più forte dell’FSA e si appropriava di denaro e armi destinati all’FSA. Quest’ultimo era diviso tra unità sostanzialmente impolitiche e unità che sempre più vedevano nell’idea salafita di instaurazione di uno stato islamico l’unica vera prospettiva politica in campo, alternativa al regime e alla rivoluzione in atto nel Nord, vista come eccessivamente rivoluzionaria, ossia in contrasto con la tradizione islamica.

Nel 2013 Riad Al-Asaad fu sostituito da Salim Idriss alla guida dell’FSA. Nel comando militare supremo dell’FSA faceva già parte un grande esercito salafita, Ahrar al-Sham. Era chiaro che l’FSA era ormai usato dai gruppi salafiti per sfruttare la propaganda positiva accordata dai media e dai governi occidentali a questo presunto esercito “libero”, che con la libertà non aveva mai avuto, e tanto meno aveva adesso nulla a che fare. Lo stesso Ahrar al-Sham ha intrapreso iniziative sempre più autonome, pur continuando a usare lo stemma dell’FSA quando poteva essere utile a scopi di propaganda; ad esempio, nel maggio 2015 ha stabilito un sodalizio stabile con Al-Nusra e altri gruppi salafiti costituendo Jaish al-Fatah, “l’esercito della conquista”; ma quando ha partecipato all’invasione turca di Jarablus, l’agosto scorso, ha usato nuovamente le bandiere FSA.

Ciò che contribuì alla fine dell’FSA fu anche la scelta dell’ISIS di creare uno stato islamico e attaccare tutti gli altri gruppi armati, a partire da Al-Nusra e Ahrar al-Sham. In questa fase, nel 2014, molti battaglioni FSA che non avevano aderito alla prospettiva islamista e salafita e che, essendo rimasti isolati, non riuscivano a fronteggiare l’ISIS, si coalizzarono con l’unico attore laico in grado di contrapporvisi, le YPG-YPJ. Le SDF nate nel 2015 hanno poi assorbito tutti i gruppi FSA che non sono entrati nell’orbita del coordinamento creato dai salafiti.

Che senso ha quindi, oggi, parlare di “esercito libero siriano”? Nessuno. Questa formazione ha avuto una breve vita nel 2011, poi si è sciolta di fatto nelle diverse fazioni e nelle due correnti politiche della rivoluzione, quella teocratica e quella confederale. Il nome e la bandiera sono serviti da allora ai salafiti per presentarsi in modo positivo all’opinione pubblica occidentale. Gruppi come Al-Nusra, che ha cambiato nome nel 2016 in Fatah al-Sham (“Conquista del Levante”), o Ahrar al-Sham, differiscono infatti dall’ISIS nell’aver rimandato la costituzione dello stato islamico a un momento successivo (per Arhar al-Sham, al momento del rovesciamento del regime di Assad), ed anche nel non aver alcun interesse ad attaccare in questo momento i governi occidentali, da cui ottengono supporto e appoggio. Per questo è necessario che il nome e il logo FSA restino in vita: per impedire alle popolazioni europee e nordamericane di sapere che genere di gruppi appoggiano i loro governi.

C’è ancora da chiedersi che rapporto esista tra il logo dell’FSA e la presunta “opposizione siriana” di cui parlano i nostri media. I nostri giornalisti, che sulla Siria fanno sfoggio di un’ipocrisia criminale, si riferiscono alla Coalizione Nazionale Siriana (CNS), creata in Qatar, nel 2012, sotto gli auspici di Stati Uniti e Turchia. Si tratta di un insieme di transfughi e notabili ostili al regime che non ha mai preso parte alla rivoluzione e tanto meno ai combattimenti, trattandosi per lo più di persone abbienti e residenti all’estero. Tra l’altro un terzo dei rappresentanti della CNS sono appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani, e desiderano a loro volta la trasformazione della Siria in uno stato islamico. Quanta propaganda occidentale è stata messa in atto contro il movimento palestinese Hamas, perché è legato alla Fratellanza Musulmana? Ebbene, la CNS creata da USA, Francia, Inghilterra e Turchia è legata allo stesso movimento mondiale ma, in questo caso, per i nostri ineffabili giornalisti è “opposizione siriana moderata” (sic).

Il popolo siriano non ha mai accettato la CNS come suo rappresentante. Questa “opposizione siriana” è una piccola casta di avventurieri politici sostenuta da interessi extra-siriani; in Siria, in questi anni di guerra, la popolazione si fida esclusivamente di chi agisce sul campo, di chi si conosce e si fa riconoscere. Per questo Al-Nusra, Ahar al-Sham o lo Stato Islamico da un lato, e le YPG-YPJ-SDF dall’altro competono per il reale supporto tra la popolazione. Le uniche rivoluzioni reali in Siria sono quella teocratica, sia o meno delegata all’ISIS, e quella confederale della Siria del Nord. Non esiste nient’altro. Va anche detto che gli uffici stampa della CNS, privati di reale supporto sul campo, appoggiano di fatto tutti i gruppi islamisti quando combattono contro il regime o contro le SDF. Per questo, oltre a non essere un’opposizione reale, la CNS, come del resto chi ancora usa strumentalmente la bandiera FSA, non è neanche una opposizione “moderata”.

Qual è stato e qual è oggi il ruolo della Turchia nella crisi Siriana?

La Turchia, come stato militarista membro della NATO, ha sempre avuto interessi antagonisti con la Siria, altro stato militarista legato invece, in passato, all’Unione Sovietica e oggi alla Russia e all’Iran. Con la vittoria dell’Akp, il partito islamista di Erdogan, alle elezioni del 2002, si è insinuata nelle istituzioni un tempo laiche della Turchia la nuova ideologia islamista “neo-ottomana”, ispirata da mire imperiali sul medio oriente.
Lo scoppio della rivoluzione siriana ha visto Erdogan passare subito all’azione, costituendo l’FSA, armandolo e finanziandolo, e contribuendo, con USA e Qatar, alla costituzione della CNS come governo-ombra che avrebbe dovuto sostituire il regime una volta caduto.

Questa strategia era comune a Turchia, USA e Unione Europea. Tuttavia, nulla andò per il verso prospettato. Anzitutto, la Russia non rimase immobile come nel caso libico, ma fornì potenti protezioni antiaeree al regime di Assad, scongiurando nei fatti la possibilità di un attacco aereo dei paesi NATO. In secondo luogo, l’FSA perse terreno nel giro di un anno nei confronti dell’esercito formato da Al-Qaeda. In terzo luogo, come detto, l’unica entità politica con cui i vertici dell’FSA cercarono di connettersi, cioè la CNS, non ottenne alcuna simpatia nel movimento rivoluzionario reale.

Di fronte a questo stato di cose, Erdogan decise nel 2012 di appoggiare e rafforzare Ahrar al-Sham, accanto ad altri gruppi islamisti come la brigata turcomanna Sultan Murad. Se la CNS non trovava l’appoggio dell’insurrezione e della popolazione siriana, il governo turco era pronto ad appoggiare direttamente i salafiti e i propugnatori di uno Stato islamico in Siria. Per questo si può dire che Ahrar al-Sham è stato usato dalla Turchia come “suo” gruppo salafita in Siria, anche per bilanciare Al-Nusra; non perchè Al-Nusra fosse più radicale (i due gruppi sono ideologicamente identici), ma perchè essendo Al-Qaeda un network clandestino globale è molto meno controllabile e non si legherebbe eccessivamente a uno Stato. Lo stesso vale per l’Arabia Saudita, che per bilanciare Al-Nusra ha rafforzato e finanziato il gruppo salafita Jaish al-Islam, peraltro (fino a tutto il 2016) alleato sul terreno tanto di Al-Nusra quanto di Ahrar al-Sham.

La nascita dello stato islamico, di fatto da una costola siriana di Al-Nusra (benchè le origini di questa “costola” fossero più complesse e avessero origine in Iraq), ha sottratto la maggior parte dei territori a Nusra e Ahrar al-Sham e ha rappresentato un nuovo problema per la politica della Turchia in Siria nel 2014. Erdogan ha allora voluto  stringere un patto con l’ISIS, che ha avuto campo libero logistico in Turchia al pari degli altri gruppi salafiti, benchè ufficialmente fosse la costola imprevedibile e meno controllabile della rivoluzione siriana. L’obiettivo di Erdogan era convogliare l’ISIS contro le YPG, cosa che infatti è avvenuta, ma solo per portare altri problemi a Erdogan. Non solo le YPG hanno resistito a Kobane e hanno iniziato a distruggere pezzo per pezzo lo Stato Islamico, ottenendo supporto in Siria e nel mondo, ma gli stessi USA hanno ritenuto che la politica siriana di Erdogan avesse passato il segno: Obama era disposto ad appoggiare i salafiti contro Assad, come Carter e Reagan li avevano appoggiati contro l’URSS in Afghanistan, ma non secondo logiche che sfuggivano del tutto o in parte al controllo della Casa Bianca.

Dal 2015 la Turchia ha visto quindi incrinarsi i suoi rapporti con gli USA e, di fronte all’appoggio dato dagli USA alle SDF, in particolare l’estate scorsa a nord di Aleppo (Menbij), ha invaso la Siria occupando Jarablus, Marea, Dabiq e Bab. Nel caso di quest’ultima città, l’esercito turco ha dovuto anche confrontarsi direttamente con l’ISIS, con notevoli difficoltà, cosa che ha condotto questo gruppo a mettere in atto la terribile strage di Istanbul a capodanno. Inoltre gran parte dell’elettorato di Erdogan non comprende perché l’esercito di un Paese musulmano sunnita dovrebbe combattere uno stato islamico sunnita. Lo zoccolo duro dei militanti dell’AKP ha profonde simpatie per l’ISIS. Infine, mentre Ahrar al-Sham e Al-Qaeda venivano sconfitte dal regime e dalla Russia ad Aleppo, lo scorso autunno, Erdogan ha intavolato trattative con Putin, cosa che ha scatenato molta rabbia nel suo elettorato, che ha visto i salafiti di Aleppo est come partigiani della sunna contro i russi cristiani e gli apostati sciiti del governo siriano.

Oggi la Turchia cerca di stabilizzare la sua occupazione delle campagne a nord di Aleppo per impedire l’unificazione dei cantoni di Kobane e Afrin e creare un’area in cui far convogliare tutti gli islamisti che sono stati sconfitti ad Aleppo e saranno sconfitti a Idlib, per poi scatenarli contro la Confederazione della Siria del Nord. A sei anni dall’inizio dell’intervento turco in Siria, infatti, non soltanto il regime nemico è ancora in piedi, ma lungo il confine della Turchia si è formata una confederazione rivoluzionaria che sostiene i rivoluzionari (turchi e curdi) di Turchia ed è appoggiata, sebbene soltanto parzialmente e in forme diverse, tanto dalla Russia quanto dagli Stati Uniti. La politica estera di Erdogan in Siria è quindi stata piuttosto fallimentare, ma ha prodotto centinaia di migliaia di morti e moltissimi ne produrrà ancora. Quello turco è ad oggi uno dei governi più criminali e pericolosi al mondo.

Che responsabilità hanno lo stato italiano e la UE in questa crisi?

Immense. Se vi ricordate, nel 2011, i media diedero molto spazio alla rivoluzione siriana. Tuttavia, dal 2012 al 2014, i riflettori sulla crisi siriana sono stati spenti dai nostri media. Questo perchè era evidente che le popolazioni europee non avrebbero mai supportato le politiche estere dei nostri governi sulla Siria, se solo le avessero comprese e conosciute. Supportare gruppi armati di fanatici salafiti e islamisti in Siria non solo è stato un crimine nei confronti della popolazione civile siriana, perché ha condotto alla violenza settaria sciiti-sunniti e all’oppressione di gran parte della popolazione secondo concezioni folli che sono persino peggiori di quelle di Assad, ma ha anche messo in pericolo noi e le nostre città.

Non a caso quando l’ISIS ha iniziato a decapitare giornalisti occidentali o ha attaccato Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino è sempre stato presentato come un gruppo, di fatto, sorto dal nulla. L’interesse per la Siria dei nostri media è risorto nel 2014 a causa dell’ISIS, ma non è mai stato spiegato che esso è sorto nell’ambito di quella galassia di gruppi armati ad orientamento teocratico sostenuti e finanziati da Francia, Inghilterra e USA dal 2011, pur di avere qualcuno in Siria che combattesse Assad. Per questo oggi nessuno capisce niente della Siria: l’informazione ha cancellato dei pezzi, quelli imbarazzanti per i nostri governi, e si sente soltanto parlare di “Assad”, “ISIS”, “ribelli” o “curdi”. Un modo di fare informazione apparentemente demenziale, ma in realtà scientificamente orientato a limitare la comprensione della guerra, come sempre avviene in questi casi; con la differenza che, se prima del 2014 non se ne parlava, ora se ne parla in un modo abbastanza superficiale perchè non se ne capisca niente.

Chi, tra gli italiani, sa che nel 2012 l’Italia ha riconosciuto la CNS come “Legittimo rappresentante delle aspirazioni del popolo siriano”? Eppure è un’organizzazione legata ai Fratelli Musulmani, che sostiene i salafiti in Siria e li copre politicamente, mentre attacca politicamente a tutto spiano la Siria del Nord e la sua confederazione perché mettono al centro una nozione rinnovata di democrazia e soprattutto le donne. L’Italia sostiene il peggio in Siria, e l’endorsement per la CNS non è mai stato ritirato – tanto la gente non lo sa. Ma quando queste realtà diffondono in società come quella siriana l’idea che l’Islam è una religione superiore al cristianesimo, che chi non crede in Dio merita il peggio, che l’Europa è il luogo della perdizione e che in fondo sgozzare un infedele è un atto in linea con la parola di Dio, chiediamoci quali sono le conseguenze per il futuro della Siria come dell’Europa, e per i rapporti tra i popoli del medio oriente e i popoli dell’Europa.

L’Italia non ha mai supportato la rivoluzione confederale, Renzi ha semmai armato i peshmerga del PDK iracheno di Massud Barzani, despota autoritario che perseguita le opposizioni e proprio in questi giorni commette crimini contro la minoranza ezida in Iraq. L’Italia ha dato il suo indiretto appoggio ai folli gruppi che hanno condotto la Siria alla catastrofe. Questo è possibile grazie alla disinformazione. Basti pensare agli eventi di Aleppo: chi ci ha capito qualcosa? Sappiamo che sono morti dei civili, ma non ci è stato detto che erano anche Ahrar al-Sham e Al-Qaeda ad ucciderli se solo provavano ad abbandonare i loro quartieri, cosa che avrebbero fatto volentieri per mettersi in salvo; per i salafiti non si possono lasciare soli a resistere i “guerrieri di Dio”. Sono le stesse cose che ho visto fare con i miei occhi all’ISIS durante la liberazione di Menbij. Gli italiani (e ancor più le italiane) dovrebbero sapere queste cose.

Lo scorso dicembre Laura Boldrini ha fatto spegnere le luci di Montecitorio “per Aleppo”; ma quale Aleppo? Quella delle donne combattenti curde del nord della città, gasate con armi chimiche dai salafiti appoggiati dalla CNS e quindi dall’Italia nell’aprile 2016? Proprio in quei mesi Mohamed Alloush, capo di Jaish al-Islam responsabile di quei crimini, calcava assieme ai rappresentanti della CNS gli stessi tappeti di Cristina Mogherini e Staffan De Mistura a Ginevra come “legittimo” rappresentante della presunta “opposizione siriana”. Dovremmo chiederci se Laura Boldrini ha spento le luci per l’Aleppo di questi salafiti, che sette mesi dopo (finalmente) venivano cacciati dalla città, dove avevano ridotto in schiavitù per anni migliaia di donne nei loro quartieri. Occorre riconoscere e demistificare la realtà. Occorre vedere ciò che è davanti a noi, ma non possiamo aspettare che sia il nostro stato o governo a dircelo, perchè gli Stati e i governi mentono sempre sulle guerre. Informarci autonomamente su ciò che accade in Siria, in Iraq, in Yemen, in Libia o in Palestina, oggi, non è semplice “internazionalismo”, come ieri. È qualcosa di più radicale e urgente se possibile. Oggi il mondo è la nostra città. Informarsi su Raqqa o Aleppo significa informarsi sul quartiere accanto al nostro nella metropoli globale, in cui vengono uccise delle persone e, forse, viene concepita la nostra stessa uccisione. Si tratta di una necessità di autodifesa per tutte e tutti noi, ed è presupposto necessario per chiunque voglia tentare di cambiare le cose.

IAW 2017: Sardegna e Palestina unite nella lotta

Volantino dell’evento
di Alessia Ferrari

IAW 2017: Sardegna e Palestina unite nella lotta 100 anni di colonialismo di insediamento 100 anni di lotta per la giustizia

A dare il via libera al progetto sionista di colonizzazione della Palestina fu una lettera, datata 2 novembre 1917, firmata da Arthur James Balfour. È passato un secolo da quando il Ministro degli Esteri britannico dava il suo benestare all’istituzione di un “focolare nazionale” ebraico in Palestina, un secolo in cui, a dispetto di quanto auspicava Ben Gurion, gli israeliani non sono riusciti a “estirpare il senso di identità nazionale” dei palestinesi. Se il tentativo di “genocidio culturale”, purtroppo ancora in atto, è per ora miseramente fallito, altrettanto non si può dire di un altro cardine del progetto sionista: il colonialismo di insediamento. Quest’anno l’Israeli Apartheid Week – evento che annualmente si tiene in più di 250 Università del mondo per denunciare le politiche di apartheid attuate nei confronti del popolo palestinese e le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale ad opera di Israele – propone una riflessione sul centenario della lotta popolare per la giustizia in Palestina e della resistenza palestinese alle confische e ai furti della loro terra. A Cagliari la IAW si articolerà in quattro giornate e sarà inaugurata il 27 febbraio con un seminario sul diritto allo studio e alla libertà accademica in Palestina, che vedrà la partecipazione di Charlotte Kates, coordinatrice del Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, e di Angelo Stefanini, docente dell’Università di Bologna. L’evento sarà anche l’occasione per ribadire l’opposizione degli studenti alla cooperazione tra UniCa e il Technion Institute of Tecnology di Haifa, istituzione accademica israeliana pesantemente implicata nell’occupazione dei territori palestinesi e leader nello sviluppo della tecnologia drone utilizzata per i periodici attacchi alla Striscia di Gaza.
Nel successivo incontro sarà approfondito il tema della colonizzazione della Palestina attraverso la proiezione di brevi documentari, a cui seguirà – grazie al prezioso lavoro di traduzione del Centro di Documentazione Palestinese – la presentazione del libro “La rivolta del 1936-’39 in Palestina” di Ghassan Kanafani, un documento fondamentale per la comprensione dell’attuale situazione in Medio Oriente.
Nella giornata conclusiva si vuole sottolineare l’universalità della lotta che accomuna il popolo sardo a quello palestinese, anche i sardi, infatti, sono impegnati in prima linea nella battaglia contro l’occupazione militare della propria terra, occupazione perpetuata dalla NATO con la collaborazione delle forze sioniste e con la piena complicità del governo italiano, il quale ha permesso che la Sardegna ospitasse il 61% del demanio militare italiano, trasformandola nel territorio più militarizzato d’Europa. Non si deve dimenticare che in un mondo globale sempre più intercorrelato e interdipendente ogni lotta può avere ripercussioni cruciali sul resto del mondo, e la nostra battaglia può essere d’aiuto anche al popolo palestinese poiché a esercitarsi in Sardegna e a far piovere bombe sulla nostra terra sono anche i cacciabombardieri delle Israeli Defence Forces.
Coloro che hanno seguito l’edizione della IAW del 2016 ricorderanno con rammarico che – complici le ingerenze israeliane – essa è stata osteggiata dalle autorità accademiche.
Questo non ha però affievolito la convinzione degli studenti cagliaritani che l’Università sia il luogo più idoneo per un evento di denuncia e sensibilizzazione come questo, e che l’Università non debba mai essere privata della sua sacra missione di educare allo spirito critico.

Il primo appuntamento è stasera alle 16.00 in Aula A, Viale Fra’ Ignazio da Laconi, partecipare è importante perché, come diceva Vittorio Arrigoni, conoscere è il primo passo verso una soluzione.

Per tutti i dettagli potete seguire l’evento al link:

https://www.facebook.com/events/639264149608949/

Tzicu Pala sulla Collettività Unica di Corsica

di Tzicu Pala

IL PARLAMENTO FRANCESE APPROVA LA COLLETTIVITA’ UNICA DI CORSICA

A mezzanotte passata del 22 febbraio, in un emiciclo praticamente vuoto, l’Assemblea Nazionale francese ha finalmente ratificato il progetto di legge còrso per la creazione di un ente amministrativo unico per l’Isola. La votazione ha visto l’unanimità de gruppi parlamentari ad eccezione dei Repubblicani di Sarkozy e di un eletto centrista.
L’esecutivo còrso, presente in aula, ha mostrato soddisfazione, il presidente Simeoni ha affermato che si tratta di un grande passo per la Corsica.
Da parte sua il ministro della Pianificazione Territoriale francese Jean Michel Baylet ha rimarcato che “nonostante la repubblica francese sia unica e indivisibile, nel XXI secolo è giusto riconoscere le diversità”.
Date le caratteristiche di questa votazione, sia a livello di orario che di massiccio assenteismo, gli eletti còrsi nei partiti francesi – che recentemente avevano affossato questo passaggio parlamentare nonostante l’avessero sostenuto nell’Assemblea di Corsica – hanno potuto dissimulare le loro reali intenzioni, evitando di esporsi ulteriormente in doppiogiochismi imbarazzanti.

RIEPILOGO DELLA QUESTIONE
l’Assemblea còrsa ha approvato la creazione della Collettività unica di Corsica, un ente amministrativo unico che supera l’attuale divisione in tre realtà burocratiche territoriali.
Questo storico obiettivo dell’indipendentismo, teso ad annullare le divisioni amministrative dettate dallo Stato francese, ha ricevuto l’appoggio anche delle forze politiche che non fanno riferimento alla nazione còrsa.
Tuttavia qualche settimana fa nell’aula del Senato francese si è verificata una serie di voltafaccia collocabili a metà strada tra la sorpresa e la conferma di storiche ambiguità politiche della classe politica di centro destra unionista che per decenni ha gestito il potere in Corsica.
La votazione sulle decisioni dell’Assemblea còrsa in tema di Collettività unica di pochi giorni fa aveva dato esito negativo con 162 voti contrari e 143 a favore. I senatori della destra e i comunisti eletti in Corsica avevano votato contro mentre i centristi còrsi avevano dato il colpo di grazia con la loro massiccia assenza.
Lo stesso ministro francese della Pianificazione Territoriale, della Ruralità e delle Collettività Territoriali, Jean Michel Baylet, aveva auspicato pubblicamente prima della scorsa votazione che i senatori continuassero ad essere giudiziosi. Dopo la votazione il ministro aveva definito il risultato come “incredibile, un colpo basso per la Corsica che annulla una decisione dell’Assemblea còrsa appoggiata da tutti i gruppi eccetto i comunisti”. “Abbiamo assistito al balletto dell’ipocrisia”, aveva chiosato il Ministro che si era detto comunque impegnato a far rispettare la volontà dell’Assemblea còrsa.

 

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Fermare il G7: “FORA U G7”

Grafica promossa da “Antudo” (portale cui fanno riferimento le realtà sociali che si muovono per l’autodeterminazione e l’autogoverno dei territori) dopo l’annuncio del G7 a Taormina

Il 26 e 27 maggio si terrà a Taormina (provincia di Messina) un vertice del cosiddetto G7.
Il G7 è l’incontro di sette tra le più grandi potenze globali; parteciperanno, dunque, i capi di Stato di Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Canada e Italia con le rispettive delegazioni. Trump, Merkel, Hollande e Gentiloni si vedranno in Sicilia per confrontarsi su alcuni temi specifici: cyber controllo, smart city e sicurezza delle città contro il terrorismo.
Aldilà dei temi specifici, sarà per loro l’occasione per confrontarsi sugli equilibri economici e sui nuovi scenari di guerra a livello mondiale.

Ma il fermento nell’area antagonista e indipendentista siciliana è crescente e per questo fine settimana è prevista una assemblea internazionale. “FORA U G7” in  lingua siciliana, che accoglierà realtà siciliane, realtà italiane dell’antagonismo e della sinistra anticapitalista e realtà delle nazioni senza stato (compresa la Sardegna).
All’Università di Palermo in via Ernesto Basile, sabato 25 e domenica 26 febbraio dalle 10:00 alle 21:00, questo variegato movimento discuterà i termini della mobilitazione da organizzare a maggio.

Nella chiamata è forte la denuncia degli attivisti siciliani sul contrasto stridente tra i potenti della terra che si riuniscono per discutere gli equilibri dei potentati economici e le condizioni di sottosviluppo in cui versa l’isola: «Ancora una volta i “grandi” del pianeta si riuniscono per decidere le sorti del mondo e garantire gli interessi delle lobbies. E decidono di farlo in un posto simbolo: Taormina, la Sicilia. La Sicilia è la zona d’Europa col più alto tasso di disoccupazione; alla Sicilia appartiene l’attuale primato nel saldo delle migrazioni; la Sicilia delle strade che crollano, dell’acqua razionata ai cittadini, dei collegamenti che non esistono; è, appunto, Taormina, uno dei luoghi più turistici dell’Isola. Il simbolo di uno spazio “eccezionale” che stride con i paesaggi, naturali e umani, che la circondano; una cittadina concessa al consumismo dei ricchi turisti di passaggio nel Mediterraneo. In questi luoghi tanto significativi arriveranno questi capi di Stato; arriveranno gli americani che hanno pensato alla Sicilia come zona dove installare un sistema radar militare denominato “Muos” a forte impatto di inquinamento elettromagnetico. Arriveranno i francesi le cui multinazionali hanno comprato praticamente tutta l’acqua pubblica disponibile nella nostra isola e ora si apprestano a mettere le mani sul business dei rifiuti; ci sarà Gentiloni, esponente del Partito Democratico e marionetta gestita dallo stesso ex premier Renzi che ha ridotto la Sicilia a territorio tra i più poveri d’Europa».
Una occasione, quella delle contestazioni al G7, «per rialzare la testa» contro i veri responsabili della crisi economica individuati nei mercati e nella finanza.

Avviciniamo Scozia e Sardegna

Intervista a Stefano Sanna, giovane cuoco e imprenditore sardo che lavora sull’export di prodotti alimentari di qualità sardi e che vive ad Edimburgo.

Hai lanciato una petizione per stabilire un collegamento diretto tra la Scozia e la Sardegna. Per quale motivo?

Ho lanciato questa petizione perché oramai per raggiungere la nostra cara Sardegna o per farci venire a trovare dai nostri parenti stiamo arrivando a prendere fino a tre aerei e farci anche sedici ore di viaggio tra scali e ore di volo, assieme ai nostri due figli. Io e mia moglie abbiamo allora avuto questa idea e l’abbiamo scritta insieme.

Quali sono le richieste nello specifico?

Chiediamo di attivare un volo diretto da Edinburgh ad Olbia. Abbiamo pensato all’aeroporto di Olbia perché questo raggrupperebbe più regioni sarde per i sempre più abitanti sardi in Scozia a differenza di Alghero o Elmas che servono una zona sola della Sardegna. L’aeroporto di Olbia è in espansione ed è il più frequentato dai turisti, quindi molto più interessante per le compagnie aeree e la petizione potrebbe avere maggiori possibilità di successo.

Perché la petizione è in inglese?

Perché vogliamo rivolgerci anche agli amici scozzesi che in passato venivano molto più spesso a visitare la nostra terra, soprattutto nel periodo compreso dall’autunno alla primavera, quando la Sardegna è tutta da scoprire anche da un punto di vista culturale e storico.

Tu lavori molto con l’export agroalimentare. Ci dici la tua su questo importante mercato?

In Sardegna i pastori sono sempre più strangolati dagli industriali e sono costretti a svendere totalmente il latte perché gli industriali devono fare concorrenza al latte rumeno e di altri stati membri UE. Le “grandi industrie” addirittura hanno pensato di usare il latte di altri stati per produrre i nostri formaggi, arrecando un danno abnorme alla nostra economia per non parlare di quello che pensiamo di acquistare noi consumatori e che in realtà non corrisponde al vero. Un mio sogno è quello di creare un’organizzazione tale da mettere veramente tutti i pastori, allevatori e vari artigiani d’accordo (in particolare i piccoli produttori che sono i più sofferenti) e quindi in condizione di essere autonomi.

Come?

Bisogna che chi di mestiere crei un piano economico nazionale per abbandonare completamente gli industriali (visto il loro risultato) e formare cooperative autonome per la produzione di formaggi e altri prodotti. Bisogna organizzarsi seriamente per l’export e la politica deve contribuire abbassando il più possibile il costo dei trasporti, rendendoli più veloci ed efficienti. Ci sono molti pastori e casari che non sanno a chi rivolgersi per fare le spedizioni e contattare i possibili acquirenti all’estero ed intraprendere così un mutamento commerciale a noi favorevole. Per ogni cambiamento ci vuole un ente serio che spieghi, esponga ed assista noi operatori economici. Parlando di logistica bisogna ricordarsi che il centro dell’Europa è l’Olanda, da lì si potrebbe creare un centro di distribuzione per far partire le spedizioni a tutta l’Europa, ma questo implicherebbe una grande opera economica nazionale. Ogni novità appena viene al mondo è molto delicata e bisogna sorvegliarla in maniera severa e rigorosa da attacchi esterni, e rendendo tutto trasparente perché alla prima incomprensione, al primo tentativo di sabotaggio ci si ammazza e ci si scorna tra di noi, trasformando una grande rivoluzione in una lite da bar.

E la Brexit?

Mi trovo diviso sulla Brexit, perché politicamente sono contro l’egemonia della Germania e soprattutto contro le multinazionali, ma con la Brexit non ci sarà il libero commercio e ci saranno le dogane e tutte le piccole aziende artigianali che vivono di tradizione, qualità e passione non riusciranno ad incassare il colpo perché non potranno pagare un’ulteriore spesa oltre al trasporto e alle altre spese. Ciò favorirà le merci alimentari prodotte dalle grandi industrie dannose alla salute, del tutto insapori e prive di tradizioni e di storia e in più i prezzi saliranno in picchiata, sopratutto per quanto riguarda frutta e verdura.
Abbiamo nella nostra terra le mani sapienti, secoli di tradizioni e di storia. Io penso che bisogna lavorare sul produrre un élite di prodotti dall’alimentare all’artigianato, fare ricerca e studiare per migliorarli ancora di più sempre seguendo le tradizioni e i disciplinari in maniera rigorosa.

Collegando turismo, cultura, archeologia e agroalimentare, si crea un’economia forte e dalle fondamenta indistruttibili.

Chi dice che io sogno dovrebbe ricordare l’avvento “dell’innovazione” in Sardegna, quando si crearono mostri come l’Alcoa o il petrolchimico, spacciandoli come futuro dei vostri figli e dicendo grazie allo Stato italiano per le centinaia di migliaia di posti di lavoro, quando si sapeva benissimo che la loro scadenza era ovvia e fatale, lasciando centinaia di migliaia di famiglie sul lastrico senza possibilità di altri impieghi, emigrazione di massa, tumori, terreno inquinato e imbonificabile per i prossimi 300 anni. O quando hanno voluto far ruotare l’intera economia di uno o più territori attorno alle basi militari della NATO, lasciando la popolazione senza altre alternative di sviluppo ed acclamando tristemente il “non cessate il fuoco”!

Ed infine nel guardare dei pastori lasciati soli, vedere l’unica via di salvezza un personaggio come Briatore e preferire girarsi dall’altra parte…

Petizione:

https://www.change.org/p/edinburgh-airport-flight-from-edinburgh-to-olbia-sardinia-and-olbia-edinburgh?recruiter=332203643&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=autopublish&utm_term=des-lg-share_petition-reason_msg

I senatori còrsi voltagabbana

Pochi giorni fa al Senato francese, gli onerevoli còrsi di centrodestra e comunisti hanno votato contro la loro stessa nazione, respingendo la creazione della Collettività unica di Corsica.

Di che si tratta?

La Collettività unica di Corsica, approvata dall’Assemblea còrsa di recente, è un ente amministrativo unico che supera di fatto l’attuale divisione in tre realtà burocratiche territoriali (prefetture), divisione voluta dallo Stato francese, di cui la Corsica è colonia.

Ciononostante anche tra i nostri vicini corsi, vi sono quelli che, vendutisi allo stato francese, attuano una serie di voltafaccia verso il proprio popolo.

Purtroppo, anche grazie ai doppiogiochisti dipendenti oramai da Parigi, la votazione sulle decisioni dell’Assemblea còrsa in tema di Collettività unica ha dato esito negativo: 162 voti contrari contro 143 a favore. I senatori della destra e i comunisti eletti in Corsica hanno votato contro mentre i centristi còrsi hanno dato il colpo di grazia con la loro massiccia assenza.

Il ministro francese della Pianificazione Territoriale, della Ruralità e delle Collettività Territoriali, Jean Michel Baylet, aveva auspicato pubblicamente prima della votazione che i senatori continuassero ad essere giudiziosi. Dopo la votazione lo stesso ministro ha definito il risultato come <<[…]Incredibile, un colpo basso per la Corsica che annulla una decisione dell’Assemblea còrsa appoggiata da tutti i gruppi eccetto i comunisti”. “Abbiamo assistito al balletto dell’ipocrisia>>. Aggiunge che si impegnerà comunque a far rispettare la volontà dell’Assemblea còrsa.

 

Tratto da una riflessione di Franciscu Pala al:

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10211913377259845&set=a.1036138113737.2006853.1534016333&type=3&theater

 

Terzo incontro internazionale organizzato da Scida

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Il 18 novembre – nell’aula teatro del polo universitario SEGP, in Via Nicolodi a Cagliari-si svolgerà il terzo incontro internazionale organizzato da “Scida-Giovunus Indipendentistas, volto alla conoscenza e all’approfondimento della situazione delle nazioni senza Stato e delle lotte dei movimenti indipendentisti giovanili.

Nelle scorse edizioni sono state ospiti anche delegazioni di Catalogna, Corsica ed Euskadi. Quest’anno, per la prima volta, ci sarà la partecipazione della Galizia, con Galiza Nova; i giovani del Bloque Nacionalista Galego, fronte di movimenti nazionalisti di Sinistra, rappresentato nel Parlamento autonomo; riconfermata la presenza dello Sinn Fein Republican Youth, la gioventù del partito repubblicano e socialista irlandese. Ci sarà anche il contributo di una delegazione dell’Unione Democratica Arabo-Palestinese e di un esponente della nazione curda.

I temi dell’incontro saranno principalmente tre: la situazione politica recente nelle nazioni ospiti; scuola e università; lavoro giovanile (e conseguente problema dell’emigrazione). La Galizia è stata uno dei più importanti fuochi di opposizione alla riforma dell’educazione spagnola (la LOMCE o Ley Wert), considerata da Galiza Nova come lesiva dell’insegnamento pubblico, laico e in lingua galiziana. Il BNG ha inoltre presentato una proposta di legge (Plan Retorna) per il rientro in patria dei propri giovani emigrati altamente qualificati. Galiza Nova, a tal proposito, esporrà le sue proposte per la creazione di uno spazio galiziano dell’educazione e del lavoro giovanile.

Nelle Sei Contee, lo Sinn Fein ha tenuto a lungo il Ministero dell’Educazione, materia che nell’Irlanda del Nord ha una certa autonomia rispetto al centro politico del Regno Unito. L’Irlanda, nel suo insieme, è stata altresì toccata da un alto tasso di emigrazione giovanile, causato, in particolar modo, dal fallimento delle politiche neoliberali di Dublino, spesso esaltate anche a casa nostra.

I delegati repubblicani, mostreranno quanto realizzato dal proprio partito sulle politiche dell’educazione e le modalità utilizzate per contrastare l’influenza negativa di Londra e le loro proposte in merito alla risoluzione del problema della disoccupazione ed emigrazione giovanile.

Sarà previsto anche un altro punto, per approfondire la conoscenza delle nazioni europee ospiti: Galiza Nova ci chiarirà le ragioni per le quali considerano la propria nazione come una colonia interna di Spagna e periferia entro l’Unione Europea; lo SFRY ci illustrerà come il proprio partito, durante la crisi economica, sia divenuto il primo dell’isola e come la Brexit potrebbe influenzare le mosse del partito a Belfast.

Ricordiamo, infine, gli altri appuntamenti: il 17 novembre, alle 10:30 nell’Aula Maria Carta di via Trentino (presso Università degli studi di Cagliari), si terrà la conferenza di presentazione dell’evento; il 19 novembre alle 22:00, nella Cueva Rock di Quartucciu ci sarà la festa di chiusura con un concerto che vedrà impegnati, oltre ai The Made In Indonesia (Geopolitical militant band) e i Jax Vain (Folk & Irish Rebel Songs), anche alcuni noti rappers sardi nella “Jam Campidanu Sound System”.

La Sardegna e i migranti: tra luoghi comuni e problemi reali

bambino-nero-sardoDomenica  23 ottobre 2016, il circolo cagliaritano ME-TI ha organizzato un seminario di studio su “I Migranti e la Sardegna”. Abbiamo intervistato Enrico Lobina, relatore al seminario e collaboratore del gruppo di lavoro della RAS sulle politiche migratorie.

  1. Perché i migranti sbarcano in Sardegna? Quali sono le cause delle attuali ondate migratorie?

I migranti che sbarcano direttamente in Sardegna sono molto pochi, e provengono maggiormente dall’Algeria. L’Algeria ha, dal punto di vista socio-politico, una situazione distinta e peculiare rispetto agli altri Paesi dell’area Mediterranea; gli algerini raggiungono la Sardegna perché è più vicina. In ogni caso, la quasi loro totalità ha un progetto di vita che non comprende la Sardegna, che viene vista come terra di passaggio.

Il resto dei migranti o, meglio, dei richiedenti protezione internazionale, che vengono in Sardegna, giungono qua a seguito di un piano nazionale (n.d.R. statale) di ripartizione dei richiedenti protezione internazionale.

In questi ultimi anni sono aumentati a dismisura i flussi migratori non programmati, cioè le persone che arrivano in Sardegna ed in Italia, e poi in tutta Europa, non seguendo le politiche migratorie che, per quanto riguarda l’Italia (e conseguentemente la Sardegna) sono regolamentate da una legge del 1998 e dai flussi programmati.

Le stime che si possono fare, riguardo il futuro, sono le più disparate. Secondo la fondazione ISMU (Iniziative e studi sulla multietcnicità) si possono fare due ipotesi: secondo la prima ipotesi i flussi migratori dell’Africa verso la UE-28 (con la Gran Bretagna) sono stimati per circa un decennio attorno alle 350.000 unità, con un successivo rialzo a 380.000 tra il 2026 ed il 2030. C’è poi una ipotesi più bassa, per cui nel periodo 2021-2025 il flusso annuale sarà di poco superiore alle 300.000 unità, con aumento a 330.000 unità tra il 2026 ed il 2030.

I migranti in Sardegna: numeri e tendenze.

lolaRispetto all’Italia, e rispetto all’Europa occidentale, il numero di stranieri presenti in Sardegna è molto più basso.

Gli stranieri presenti sono sia comunitari, che dell’est Europa, che africani ed asiatici. Le realtà sono le più varie, e nell’area metropolitana di Cagliari, nonché ad Olbia, si raggiungono percentuali che superano il 5%.

Ogni fenomeno sociale legato alle comunità di origine va studiato sia in modo singolo, sia in relazione a dinamiche lavorative, economiche e sociali più generali, e naturalmente in relazione ad una progressiva diminuzione dei diritti dei lavoratori e della dismissione dello stato sociale.

Si pensi solamente al fenomeno delle badanti, che potrebbero arrivare ad essere 6.000 di quei 47.000.

A fronte di un flusso migratorio in entrata, esiste un forte flusso migratorio in uscita, di sardi, di diversa estrazione sociale, i quali si trasferiscono, per diverse ragioni, o in Italia o, nella maggior parte dei casi, fuori dall’Italia.

 I richiedenti asilo in Sardegna: numeri e tendenze.

lola2Nel mondo i “displaced” (N.d.R. “sfollati”) sono uno su cento. In Sardegna i richiedenti protezione internazionale sono uno su trecento. È un fenomeno che interessa soprattutto i Paesi in cui esistono i “displaced” ed i Paesi confinanti (un esempio emblematico è Libano).

In Sardegna negli ultimi 4 anni sono arrivati circa 13.000 persone di flussi migratori non programmati. Nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e negli SPRAR (Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono circa 5.000 le presenze. Questo significa che in 4 anni circa 8.000 richiedenti protezione internazionale hanno abbandonato la Sardegna.

La gestione dei CAS è del Ministero degli Interni. Il sostegno economico per ogni richiedente protezione internazionale è di 35€ a migrante al giorno, che viene incassato dai gestori e solamente in una parte minima (pocket money) dai richiedenti protezione internazionale.

  1. Purtroppo anche in Sardegna si moltiplicano episodi di intolleranza e razzismo. Cosa vorresti dire a chi cede a questi impulsi?

In Sardegna ha poco senso parlare di “integrazione”. Dovremmo parlare di “interazione”, e cioè trovare il modo di unire la fame di lavoro e dignità che hanno i sardi, giovani e non, che non vogliono emigrare e si vogliono sacrificare per una vita degna di essere vissuta, con il medesimo desiderio che hanno la stragrande maggioranza di coloro i quali compiono una attraversata dolorosissima ed arrivano in Sardegna.

Alle persone che cedono ad impulsi razzisti direi esattamente questo: dobbiamo costruire insieme un futuro per il popolo sardo e, stante le condizioni attuali, c’è spazio per tutti.

Così come per tanti fenomeni sociali, anche quello degli sbarchi e dei richiedenti protezione internazionale va governato, con una idea precisa di ciò che si vuol fare. Ritengo sbagliate le politiche europee nel Mediterraneo, che devono cambiare completamente. Allo stesso tempo, dobbiamo praticare forme di interazione tra richiedenti protezione internazionale, inedite ed innovative, che significa migliorare la società in cui viviamo. Il modo con cui oggi viene gestito il fenomeno è sbagliato, ma ancora più sbagliato è dare la colpa a chi arriva in Sardegna, cioè in Europa, per avere un futuro migliore. Se tra questi, poi, vi sono persone che delinquono, esse vanno trattate esattamente come vengono trattate le altre, ma stiamo in ogni caso parlando di una percentuale piccolissima, insignificante.

  1. Molti sostengono che non sia equa la divisione delle quote europee per gestire il fenomeno. Dicci la tua opinione.

L’Europa della Merkel e della Banca Centrale hanno lasciato i Paesi del Mediterraneo componenti la UE soli di fronte ad un fenomeno epocale.

Al contrario, bisogna dare risposte nel breve, medio e lungo periodo. Cagliari Città Capitale si pone in una ottica di governo, e fenomeni come questi vanno governati. Non avrebbe alcun senso assumere atteggiamenti caritatevoli o rifugiarsi in un “accogliamoli tutti”.

In generale, rifiutiamo l’atteggiamento di chi evita il problemi, di chi attacca senza proporre soluzioni.
Lo ius sanguinis (cittadinanza e diritti in base al sangue) e lo ius soli (cittadinanza e diritti in base allo stabilimento su un territorio per un lungo periodo) stanno mostrando tutti i loro limiti. E se si introducesse il principio dello ius loci, cioé che una persona che sta in un territorio, e ci vuole stare, diventa parte della comunità, con i suoi diritti ed i suoi doveri?

Lo ius loci ha affinità con lo ius soli, ma oggi è difficilissimo acquisire la cittadinanza.

La gestione dei CAS è diseducativa e controproducente sia per gli ospiti, siano essi minorenni o maggiorenni, sia per le distorsioni economiche che produce (flussi consistenti di denaro mal utilizzati, lavoro nero), sia per le ricadute negative dal punto di vista sociale: “i soldi vengono spesi per i neri e non per noi?”. La guerra tra poveri c’è già, ed è fortissima.

Nel breve periodo la risposta deve essere sociale, col reddito di cittadinanza ed un nuovo modello di sviluppo.

I CAS e gli SPRAR non possono essere più gestiti come vengono gestiti ora. Chi sta nei CAS e negli SPRAR deve essere utile alla società, e viceversa.

Ciò non toglie che bisogna raccogliere tutti dal mare, rafforzare corridoi umanitari e garantire una vita dignitosa a tutti.

Nel medio periodo serve una risposta europea, rivedere il sistema dei flussi, rivedere le relazioni internazionali con molti Paesi del Mediterraneo, sviluppare una politica mediterranea.

Deve rimanere una politica dei flussi.

Bisogna rivedere la politica estera e le relazioni internazionali verso i Paesi di provenienza, abbandonando ogni tono ed atteggiamento neocolonialista. L’atteggiamento dell’UE, con l’accordo con la Turchia e con le chiusure nell’Europa orientale, centrale e settentrionale, è inaccettabile. Al contrario, la Merkel ha dichiarato che vuole replicare l’accordo UE-Turchia nei confronti dell’Egitto e, mi pare, anche nei confronti del Sudan.

Nel lungo periodo bisogna uscire dalla NATO e praticare una politica di neutralità, abbandonare definitivamente ogni sostegno ad Israele e ripensare completamente le relazioni tra popoli nel Mediterraneo.

  1. A tutt’oggi sono moltissimi i sardi che continuano ad andare via per cercare lavoro. Siamo anche noi coinvolti nel grande fusso migratorio che caratterizza il nostro tempo?

Sì, i sardi sono coinvolti. In una fase storica in cui il XXI secolo, per via di precise scelte di politica economica e politica estera europee ed italiane, rischia di essere il secolo di un tentativo di genocidio sociale del popolo sardo, questo comporta un fortissimo flusso migratorio, che è il risultato e la spia dello stesso genocidio.

La costruzione di una proposta politica alternativa non può aver luogo senza una forte mobilitazione sociale di massa, che oggi è assente. Il processo che abbiamo iniziamo prende atto, in modo problematico, di questa situazione e lavora per un radicamento sociale che contribuisca alla nascita di una mobilitazione sociale di massa sui temi del lavoro, dell’ambiente, della cultura.

Gli ambasciatori baschi in Sardegna. Report di un tour

Report di Giovanna Casagrande

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Libe.R.U, un nuovo movimento indipendentista sardo, ha aperto un giro di conferenze in cui ha accompagnato Anne, Xixil e Ekaitz, militanti di Askapena. L’organizzazione internazionalista basca è nel mirino del governo spagnolo che ne chiede la soppressione in quanto considerata organizzazione terroristica. È però di pochi mesi fa l’assoluzione di 5 militanti dell’organizzazione che, se condannati, rischiavano sei anni di carcere e  multe ingenti.

L’assoluzione della corte di  giustizia madrilena ha definito, nella sentenza che «…Askapena è una organizzazione che lavora su tematiche di solidarietà internazionalista e femminista», ma «non è provato alcun collegamento diretto con ETA…»

Davanti a un pubblico numeroso, i tre baschi  si sono alternati nella illustrazione della situazione storica, sociale e politica del Paese Basco, Euskal Herria.

In modo semplice e sintetico Anne, Xixil e Ekaitz hanno parlato del periodo franchista, del passaggio dal fascismo alla democrazia, definendo tale passaggio formale e non sostanziale per quanto riguarda il popolo basco.

Hanno parlato della repressione, degli omicidi politici, delle epurazioni cui i militanti baschi sono stati oggetto, dando le cifre complessive del corso degli anni, parlando degli arresti (40.000), delle detenzioni (5.000), delle persone torturate (10.000), dei feriti, delle persone costrette a espatriare (3.000). Cifre impressionanti che spiegano la situazione che, fino al 2006, ha visto in azione ETA, organizzazione politica armata,  nata nel 1959 e  fondata da un gruppo di studenti universitari di Bilbao in rotta con il Partito nazionalista basco (PNV).

Il percorso storico illustrato racconta la Spagna franchista, il passaggio alla democrazia borghese richiesto dall’Europa che non avrebbe consentito l’ingresso nella comunità europea di un paese sotto dittatura. Racconta la più celebre delle sentenze eseguite da ETA, (contro Carrero Blanco, erede di Franco), la repressione nei confronti delle organizzazioni politiche che non riconoscevano lo stato centrale. I ragazzi hanno evidenziato come, nonostante il conflitto politico, niente ostacolò il processo di autodeterminazione del popolo basco, che ha visto un rafforzamento con la creazione di  scuole clandestine in cui si insegnava l’euskera, lingua basca ormai diventata ufficiale al pari dello spagnolo, la nascita di  fonti alternative di informazione, radio, televisioni e giornali,  (quattro testate  vennero soppresse con accusa di terrorismo nel corso degli anni). Questo coinvolgimento della comunità rafforzò il sentimento indipendentista popolare, ponendo le basi per una revisione della politica, culminata, nel 2011, con l’abbandono della lotta armata e con una dichiarazione di un cessate il fuoco «permanente», «generale» e «verificabile dalla comunità internazionale».

aska_2L’incontro ha evidenziato come la politica indipendentista sia supportata dalla coscienza del popolo basco. Askapena è un movimento ampio e aperto che abbraccia organizzazioni studentesche, organizzazioni giovanili, femministe, coinvolte nell’affermazione del principio di indipendenza e contrarie al potere pel PNV, partito che, accontentatosi dell’autonomia, percorre una strada completamente opposta all’emnancipazione nazionale e sociale.

Vedendo le immagini di alcuni video proittati in sala, si è visto bene come la polizia autonoma basca persegue, per conto della Spagna,  metodi repressivi, tesi ad annichilire il dissenso e la lotta indipendentista.

Immagini che mostrano una presenza di giovani donne e uomini, pronti a una resistenza passiva pur di tutelare e proteggere persone non gradite al sistema che, eventualmente arrestate e condannate rischiano diversi anni di carcere come terroristi.

Al momento del dibattito chi scrive ha avuto la netta impressione che porzioni di indipendentismo sardo siano distanti dal capire il fenomeno basco e la portata politica di una organizzazione come Askapena. Alcune domande hanno rivelato la difficoltà a ragionare al di fuori del contesto locale,  cercando di paragonare, addirittura, la situazione sarda e quella di Euskadi, domande che vertevano solo su temi elettorali e non su come migliaia di giovani siano coinvolti in un processo ormai irreversibile di indipendenza.

Anne, Xixil e Ekaitx hanno addirittura avuto difficoltà a capire certe domande, avendo evidentemente superato culturalmente e politicamente il problema del “riconoscimento” da parte delle comunità di riferimento

Hanno dovuto spiegare brevemente la non assimilabilità della Catalogna con il Paese Basco, soffermandosi sul fatto che, vista la coscienza di massa consolidata, siano apparsi nel panorama politico, indipendentisti dell’ultima ora, in sintesi la politica che “insegue la piazza”, mentre da noi la politica perde la piazza, a favore di proposte “civiche” che niente hanno a che fare con un percorso volto all’indipendenza.

La loro perplessità riguarda la scarsa partecipazione dei giovani sardi a tematiche come la difesa dei territori contro le basi militari. I tre ambasciatori di Askapena sono, evidentemente, il frutto di un lavoro politico delle generazioni precedenti, nati in un contesto storico in cui l’autodeterminazione è una vocazione collettiva praticata, in cui la lingua è ufficiale e la cultura ha prodotto una visione di una società che non riconosce un governo dominante, e che non lavora per un patto con il potere al fine di ottenere briciole di gratificazione.

Alla domanda su Podemos che, anche in Navarra ha ottenuto consensi forse sottratti all’indipendentismo, hanno risposto che forse l’elettorato ha un passo più lungo della politica e con il voto a Podemos ha inteso manifestare la rottura di indugi, invitando a proseguire verso un cambiamento radicale, senza collusioni con PNV.

L’approccio di Libe.R.U con  organizzazioni straniere è un modo efficace per poter parlare “di noi” in una prospettiva ampia.

È impossibile immaginare che da decenni si seguano strade battute e senza uscita che atomizzano la militanza, creando partiti a basso consenso elettorale. Sarebbe invece necessario interrogarci e rapportarci con altre realtà, uscendo da una visione novecentesca della politica.

Investire in cultura, coinvolgendo associazioni, movimenti, collettivi, è una crescita collettiva di cui la Sardegna ha bisogno, come del pane, anzi come della indipendenza.