+ Ospedali -Militari”. Il Covid-19 non ferma A Foras

A Foras non si è di certo eclissata in periodo di quarantena e ha rilanciato con forza la lotta contro l’occupazione militare: «è tempo di scegliere. Lanciamo una campagna per ottenere la moratoria delle esercitazioni e lo stop al finanziamento regionale e statale dei progetti legati all’industria bellica. I soldi risparmiati vengano reinvestiti nella sanità pubblica» – hanno scritto lo scorso 13 aprile gli attivisti contrari all’occupazione lanciando una campagna social di forte impatto e consenso.

Ciò è avvenuto in un contesto in cui l’emergenza sanitaria ha fatto emergere con grande forza i problemi di una sanità pubblica sempre più abbandonata a se stessa e alla buona volontà degli operatori sanitari. Gli attivisti hanno ovviamente rispettato la quarantena ma non in silenzio: «siamo costretti in casa, e ci restiamo perché bisogna impedire la diffusione del contagio. Ma non per questo siamo disposti a tacere, a spegnere il desiderio di libertà e di decidere sulle nostre vite e sul futuro della nostra terra».

«Nel mentre che gli aerei si accingono a sorvolare sui poligoni di Quirra e Capo Frasca nonostante la pandemia, il nostro obiettivo resta sempre quello di liberare la Sardegna dall’occupazione militare italiana, e – non appena le condizioni sanitarie ce le consentiranno – saremo pronti a tornare nelle strade per ribadire le nostre parole d’ordine. Sul momento, però, pretendiamo realismo dalle istituzioni politiche sarde e italiane. È arrivato il momento di fare delle scelte, perché la Sardegna sia in grado di affrontare al meglio una crisi sanitaria che potrebbe prolungarsi parecchio nel tempo».

Ecco le richieste di A Foras:

• Chiediamo che fin da ora si stabilisca inderogabilmente una moratoria su tutte le esercitazioni militari.

• Chiediamo che la Regione e lo Stato ritirino i finanziamenti a progetti utili solo agli interessi delle forze armate e al profitto delle industrie del settore bellico. A titolo di esempio, chiediamo lo stop al finanziamento del progetto SIAT di Teulada, al co-finanziamento pubblico della piattaforma per i test dei motori missilistici nel Poligono di Quirra e al co-finanziamento del progetto Caserme Verdi, che riguarda – in Sardegna – le tre caserme dell’Esercito a Cagliari e quella di Teulada.

• Chiediamo che i soldi risparmiati grazie ai primi due punti siano reinvestiti nel potenziamento della sanità pubblica sarda.

Insomma “+ ospedali – militari”, nel senso di maggiori finanziamenti alla sanità pubblica e di una drastica riduzione di spese militari, la fine delle esercitazioni e la progressiva scomparsa dell’occupazione militare dall’isola. «È una questione di priorità – argomentano gli attivisti: non è possibile continuare ad assistere allo sperpero dei nostri soldi in progetti che contribuiscono alla depressione economica delle comunità a cui apparteniamo e alla devastazione della terra in cui abitiamo, mentre la sanità viene costantemente depotenziata da anni, con i risultati evidenti sotto gli occhi di tutti».

«Tra il 2010 e il 2019, segnala l’Osservatorio Gimbe, il finanziamento pubblico alla sanità è stato decurtato di oltre 37 miliardi. Negli stessi anni, abbiamo, visto che le spese militari si attestano su 26 miliardi all’anno, senza contare il miliardo e mezzo che elargisce il Ministero delle finanze “missioni di pace”, i soldi che investe il MISE per le industrie belliche italiane e il Ministero dell’Istruzione per la ricerca militare».

«Eppure la NATO continua a chiedere di aumentare queste spese, che dovrebbero passare secondo gli auspici dell’Alleanza Atlantica dall’1,6 % al 2 % del PIL. Tutto questo, mentre emerge senza più paraventi, l’incredibile fragilità e necessità di soldi di un sistema sanitario allo sfascio».

Un dato per tutti: nel 1981 c’erano, negli ospedali sardi, 62 posti letto ogni 10 mila abitanti. Oggi, il rapporto si è quasi dimezzato e ce ne sono circa 35. Il 14,6% dei sardi che ne avrebbe necessità, rinuncia alle cure e il 6 % è costretto ad emigrare in altre regioni per svolgere la propria terapia. Uno scenario incredibile, tragico, con interi ospedali che chiudono e reparti che vengono dismessi in tantissimi centri dell’isola».

«Nel mentre, si spendono miliardi di fondi pubblici per foraggiare l’apparato bellico. Pensiamo al progetto Caserme Verdi, che vale un miliardo e mezzo a livello italiano, è che riguarderà, in Sardegna, le caserme dell’esercito a Cagliari. Pensiamo al nuovo impianto di test per motori missilistici che sarà costruito a Quirra, per una spesa impressionante di 33 milioni di euro, probabilmente destinati a salire. Pensiamo, all’inestricabile tela di interessi incrociati, che ha portato la politica sarda e italiana, quasi senza eccezioni, ad appoggiare la costruzione del Mater Olbia, ospedale privato che sarà finanziato 142 milioni di euro pubblici nel trienno ’19-21, per stringere ancora di più le maglie dell’alleanza tra Italia e Qatar, paese che – ricordiamo – non brilla certo come un faro del rispetto dei diritti umani».

Dallo scorso 13 aprile, il movimento sardo contro l’occupazione militare, ha chiamato a raccolta tutte e tutti i cittadini che hanno a cuore le sorti della nostra terra, le organizzazioni, le associazioni che lottano per la sanità pubblica, i collettivi e i singoli che vogliono fermare questa vergognosa deriva, ad essere parte integrante della campagna “Più ospedali meno militari / Dotores pro curare EJA, Cannones pro gherrare NONO”.

Pubblichiamo di seguito le istruzioni per partecipare alla campagna che è ancora in corso:

1. Esponi sul tuo bancone o sulle finestre di casa, sulla macchina uno striscione o un cartello con scritto PIÙ OSPEDALI MENO MILITARI, disegni o altri hashtag a tua scelta.

2. Scrivitelo sul corpo o sulla tua mascherina. Non possiamo usare i nostri corpi per manifestare, bloccare i convogli militari o volantinare, ma possiamo scriverci! Testa, gambe, gomiti o polpacci decidi tu dove, ricorda PIÙ OSPEDALI MENO MILITARI.

3. Attivati sui social. abbiamo preparato un motive per l’immagine del profilo che puoi aggiungere alla tua foto, puoi condividere le impact images, le infografiche o cambiare l’immagine di copertina del tuo profilo. Tutto il materiale sarà disponibile sul sito www.aforas.noblogs.org

4. Scarica il volantino, il manifesto, l’adesivo o l’infografica sul sito di A Foras, stampa e attaccalo nei luoghi che puoi frequentare durante la quarantena: market, farmacie, tabacchini, uffici. Tutto il materiale sarà disponibile sul sito www.aforas.noblogs.org

Si tratta di piccoli gesti, quelli che possiamo fare durante la quarantena. Ma sono cose importanti per continuare a sentirci vive e vivi, aspettando di rincontrarci e riscoprirci ancora pieni di amore per la nostra terra.

Antifascisti si. Tricolori no. Per una nuova resistenza  – di Matteo Murgia (Su presidenti)

Iniziamo con il chiarire una cosa: Ho un grande rispetto per i Partigiani che hanno dato la vita per garantirmi la libertà, per quelli di ieri, di oggi e di domani. 

E odio gli indifferenti come li odiava il mio “Partigiano” preferito:  Antonio Gramsci. 

Ne ho anche, in misura minore, per quelli che lo sono diventati nel 1943 dopo la caduta di Mussolini e lo scioglimento del partito fascista. 

Quelli che lo sono diventati nel 1948, invece, mi fanno abbastanza schifo. 

Chiarito questo devo però cambiare argomento perché ieri, nel mio post (il 23 aprile sul profilo fb di Matteo Murgia, N.d.R.) appunto, parlavo d’altro, quando affermavo che l’iniziativa dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, ovvero cantare Bella Ciao sventolando dal balcone il tricolore, è una buffonata. 

Benissimo ha fatto invece L’ANPI a rivendicare il diritto di poter portare una corona di fiori in memoria dei caduti durante la Resistenza, nonostante le restrizioni alla circolazione che ci sono state imposte in questi mesi.

Ma ieri parlavo d’altro ed un commento di un mio contatto recente, preziosissimo, aggiungeva che oltre che una buffonata questa iniziativa ha il sapore di una beffa, cogliendo in pieno il sentimento che mi ha spinto a prendere una posizione così pesante nei confronti dell’ANPI odierna.

E con questo non voglio certo negare il lavoro importante svolto dalla stessa nelle scuole, ad esempio, per tenere viva la memoria dei tantissimi ragazzi che hanno dato la vita per combattere e per garantirmi e garantirci la libertà. Ma oggi mi chiedo anche se l’attacco più forte degli ultimi settant’anni a quella stessa libertà non sia quello iniziato due mesi fa costringendo milioni di italiani agli arresti domiciliari. 

Quindi se oggi “attacco” l’ANPI 2.0 non significa affatto infangare la memoria dei Partigiani di ieri bensì, dal mio punto di vista, difenderne la memoria dalle “buffonate” di oggi. Memoria che da quando ho vent’anni difendo nelle piazze contro gli attacchi di chi, in nome di una stronzata colossale, vorrebbe accostarli ai “bravi ragazzi” della repubblica di Salò, spesso ben difesi dalla polizia in assetto antisommossa. 

Se oggi dovessi attaccare il vaticano perché in due mesi non ha cacciato fuori un soldo, questo non significa che non riconosca il lavoro che fa la Caritas per aiutare chi ne ha bisogno e, se non capite questo banale esempio, queste righe non le sto scrivendo per voi.

Ci stiamo avvicinando sempre di più ad uno stato di polizia, ma io non ho letto nessuna posizione dell’ANPI di Cagliari su questi elicotteri che volano sopra la città terrorizzando i cittadini Cagliaritani. 

Su quello che sta succedendo nel “resto della penisola” non mi addentro perché la finirei tra due giorni. 

Festeggerò il 25 aprile facendomi una passeggiata nel mio paese, usando come autocertificazione una bella Bandiera Rossa di Piero Murgia, l’unico educatore che vorrei e che sarebbe stato al mio fianco in questo atto di disubbidienza. 

E farò lo stesso il 28 Aprile con la bandiera Sarda per ricordare la cacciata dei Savoia dalla nostra Nazione.

Lo farò anche perché una delle fortune della mia comunità sulcitana è che il comandante della caserma dei Carabinieri, ed i suoi colleghi, sono tra le persone più ragionevoli che conosco a Giba. 

Altrimenti saranno due semplici multe illegittime e anticostituzionali.

Perché la memoria va coltivata, cari amici, e a me la memoria non m’inganna. E mi preparo ad una nuova e più pericolosa resistenza.

Una mattina, mi son svegliato, o Bella Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao, una mattina, mi sono svegliato, e ho trovato l’invasor.

Su Presidenti vi abbraccia, da un metro di distanza.

Buon compleanno Lenin

Oggi è il compleanno di Lenin. In suo omaggio pubblichiamo alcuni testi sul diritto all’autodeterminazione dei popoli. La traduzione è di Andrìa Pili

22 DE ABRILI 1870-2020

SA RIVOLUTZIONE SOTZIALISTA E SU DERETU DE IS NATZIONES A S’AUTODETERMINATZIONE (1916)

Su significadu de su deretu a s’autodeterminatzione de is pòpulos

“Su deretu de is natziones a s’autodeterminatzione cheret narrere isceti su deretu a s’indipendèntzia in unu sensu polìticu, su deretu a una setzessione lìbera dae sa natzione opressora. Cuncretamente, custa pregunta polìtica e democratica implicat sa libertade cumpleta de batire unu abbolotu pro sa setzessione, e libertade de cumponnere sa chistione de sa setzessione cun s’aina de unu referendum de sa natzione chi cheret setzedere. Duncas, custa pregunta no cheret narrere pregunta pro sa divisione e sa fraigadura de istados piticos ma est sa espressione lògica de sa pelea contra s’opressione natzionale in ònnia forma. Prus unu istadu democràticu reconnoschet custu deretu a si chirriare, prus dèbiles ant a essere is tendèntzias de is natziones a gherrare pro s’autodeterminatzione; proite is avantàgios de is istados mannos-siat pro su megioru econòmicu, siat pro is interessos de is massas- sunt chena duda ladinos, e custos avantàgios s’àrtziant cun sa crèschida de su capitalismu. Reconnoschere s’autodeterminatzione no est comente faghere de sa federatzione unu printzìpiu. Unu diat podere essere contra custu printzìpiu e pro unu tzentralismu democràticu, ma diat isseberare sa federatzione a sa inegualidade intra is natziones comente unicu modellu a cara de unu tzentralismu democràticu cumpletu. Est su chi pensaiat Marx, chi puru fiat unu tzentralista, chi seberaiat sa federatzione de s’Irlanda cun s’Inghilterra a s’Irlanda suta de su cumandu de is inglesos”.

“Su fine de su sotzialismu no est isceti de abolire sa divisione presente de s’umanidade in istados piticos e isulamentos natzionales; non est de batire is natziones a essere prus acanta de is àteras, ma puru a fùndere issas. E pro lompere a custu obietivu, depimus, dae una parte, ispiegare a is massas sa natura reatzionaria de is ideas de Renner e Otto Bauer a suba de cussa chi mutint “autonomia naturale e culturale” e, dae un’àtera parte, preguntare sa liberatzione de is natziones oprimidas, non in frases chena sensu, non in decraratziones bòidas, non ponende sa chistione a pustis de sa fraigadura de su sotzialismu, ma in unu programma polìticu iscritu in una manera ladina e pretzisa chi fatzat contu in particulare de s’ipocrisia e de sa cobardia de is Sotzialistas in is natziones oprimidas. Comente s’umanidade podet otènnere s’abolitzione de is classes solu colende traessu de su perìodu de ditadura de su proletariadu, gasi s’umanidade podet otennere sa fusione inevitàbile de is natziones solu colende traessu su perìodu de liberatzione cumpleta de totas is natziones oprimidas; est a narrere cun sa libertade issoro de setzèdere”.

Sa presentada proletaria-rivolutzionaria de sa chistione de s’autodeterminatzione de is natziones

“Non solu sa pregunta pro s’autodeterminatzione de is natziones, ma ònnia puntu de su programma democràticu mìnimu nostru fiat giai istadu presentadu dae sa burghesia pitica in su XVII e XVIII sèculu. E sa burghesia pitica, chi creet in su capitalismu paghiosu, sighit oe a batire in antis custas tesis in una carrera utopista, chena bidere sa pelea de classe e su fatu chi custa est aumentada a suta de sa democratzia. S’idea de una unidade paghiosa de natziones uguales a suta de s’imperialismu, chi collionat su pòpulu, e in sa cale is Kautskistas cherent, est propiu de custa natura. Contra custa fàula, utopia oportunista, su programma de sa Sotzialdemocratzia depet marcare chi a suta de s’imperialismu sa divisione de is natziones intra oprimidas e opressoras est unu fatu fundamentale, importante e inevitàbile”.

“Su proletariadu de is natziones oprimidas non si podet allacanare a calicuna frase bòida contra is annessiones e pro is deretos uguales de ònnia natzione in generale, chi est su chi narat puru unu burghesu paghiosu. Su proletariadu non podet evàdere custa chistione dolorosa pro sa burghesia imperialista, est a nàrrere, sa chistione de is làcanas de unu istadu chi si basat a suba de s’opressione natzionale. Su proletariadu depet cumbatare contra sa tratènnida fortzada de is natziones oprimidas intro de unu istadu, e custu est pròpiu su chi cheret nàrrere sa pelea pro s’autodeterminatzione. Su proletariadu depet pedire su deretu de setzessione politica pro is colonias e pro is natziones oprimidas dae “sa pròpia” natzione. Sinuncas, s’internatzionalismu proletàriu at a abarrare una frase chena significadu: fide retzìproca e solidariedade de classe intra is traballadores de is natziones oprimidas e opressoras ant a essere impossìbiles; s’ipocrisia de is riformistas e de is sighidores de Kautsky chi abarrant a sa muda a suba de is natziones oprimidas no at a essere iscoberta”.

“Is sotzialistas de is natziones oprimidas, dae s’àtera parte, depent gherrare meda pro mantennere s’unidade intra is traballadores de is natziones oprimidas e cussos de is natziones opressoras. Chena custa unidade, bidende totu is òperas malas de sa burghesia, diat essere impossìbile tènnere una polìtica proletària indipendente e sa solidariedade de classe cun su proletariadu de is àteras pàtrias; proite sa burghesia de is natziones oprimidas impreat is paràulas de liberatzione natzionale in un’aina pro collionare is traballadores: in sa polìtica interna impreat custas pro lompere a acordos reatzionarios cun sa burghesia de sa natzione dominante (che is polacos in Àustria e in Rùssia, chi aiant tratadu cun sa reatzione pro oprimere is ebreos e is ucràinos); in sa polìtica èstera si cherent acordare cun is poderes imperialistas rivales intra issos cun obietivos de isrobu (is polìticas de is istados piticos in is Balcanos etc.)”.

“Su fatu chi sa cumbata pro sa liberatzione natzionale contra unu podere imperialista, in cunditziones determinadas, potzat essere impreada dae un’àteru podere imperialista non diat deper tennere importàntzia, pro batire sa Sotzialdemocratzia a rinuntziare a su reconnoschimentu suo de su deretu de is natziones a si autodeterminare, che is frases republicanas de is burghesos –  impreadas pro s’ingannu polìticu e is furas finantziàrias – non podent nos faghere rinuntziare a su republicanismu”.

 

Illustrazione di Salvatore Palita

Caminera Noa: Basta con gli sceriffi… Torniamo a vivere!

Il movimento popolare sardo Caminera Noa non ha dubbi, la gestione dell’ordine pubblico sta assumendo preoccupanti tratti autoritari: «l’episodio di Sassari in cui la polizia locale esercita una violenza ingiustificata nei confronti di due cittadini, come documentato da ben tre video che girano in queste ore in rete fra lo sgomento e la preoccupazione di centinaia di persone, è il segnale che, nella gestione dell’emergenza sanitaria, si sta mettendo la popolazione alla mercé delle forze dell’ordine» dichiara in una nota stampa Giovanni Fara, membro del Coordinamento politico del movimento.

«La misura è ormai colma – prosegue Fara – e la paziente tolleranza dimostrata dai cittadini, che hanno rispettato in maniera assolutamente composta le prescrizioni sul distanziamento fisico, sta dando adito a comportamenti inaccettabili da parte delle forze di polizia e il moltiplicarsi di segnalazioni di abusi in tutta l’isola è ormai sotto gli occhi di tutti».

«Caminera Noa – continua la nota – esprime preoccupazione per una gestione della crisi che vede l’applicazione di misure incongrue, irrazionali e indiscriminatamente punitive. Sindaci sceriffi che danno disposizioni più aspre rispetto a quelle del governo italiano, dimostrando tutta l’inadeguatezza della polizia locale nella gestione dell’emergenza».

«Perseguire chi cammina da solo in campagne sperdute – aggiunge Fara – multare runners solitari e persone conviventi che fanno la spesa in coppia, non ha il benché minimo fondamento epidemiologico.

A chi sono ascrivibili le responsabilità dei focolai presenti in Sardegna? Gli attivisti del movimento sardo ritengono che la classe politica sarda stia cercando di scaricare sulle spalle dei comuni cittadini responsabilità politiche che invece dovrebbe assumersi. La repressione crescente a cui stiamo assistendo è soltanto «un modo per costringere la popolazione a pensare di essere la prima causa del contagio anziché vittima di una malasanità e di una politica non all’altezza della situazione.

A concludere è Luana Farina, portavoce del movimento sardo: «Chiediamo che si allentino i controlli nei confronti dei cittadini e che si avvii subito un piano di ripresa delle attività economiche che consenta dal 4 maggio di ritornare a vivere, nel rispetto di tutte le misure di distanziamento fisico e di sicurezza, nell’interesse dei sardi che non devono diventare merce di scambio nello scontro tra il Presidente del consiglio Giuseppe Conte e Matteo Salvini, come nel caso della triste vicenda sulle mancate riaperture delle librerie nell’isola per l’ubbidienza servile del presidente Christian Solinas al suo alleato leghista».

Contro la tattica dell’immunità di gregge di Matteo Renzi!

Contro la tattica dell’immunità di gregge di Matteo Renzi! – di Sardegna Rossa

La posizione di Renzi che dovremo convivere con la pandemia per «un anno, se andrà male tra due…», si fonda su un presupposto criminale: non fare il test a tutta la popolazione e su quel dato riorganizzare la società, questa è la strada obbligata per far vincere la vita. Solo con un quadro clinico completo si può pianificare in tutta sicurezza l’attività economica. Solo con questo dato si può pianificare la produzione di ventilatori per chi ne ha e ne avrà bisogno.

La tattica dell’immunità di gregge è stata adottata nei paesi imperialisti dominanti in tempi diversi e con modalità differenti a seconda dei rapporti di forza fra le classi. I ritardi criminali subito dopo che l’inizio della pandemia a Wuhan sono un momento di questa tattica.

Questa è la ragione per cui gli scienziati texani del Center for Vaccine Development al Texas Children Hospital denunciano che «un vaccino avrebbe potuto essere pronto e testato negli Stati Uniti per provare a combattere nuove, gravi forme di coronavirus quale quella che ha scatenato il dramma del Covid-19. Ma tutto si arrestò prematuramente per carenza di fondi, privati o pubblici, nei laboratori accademici, dal 2016!». Prosegue la denuncia: «il business dei vaccini, questa forse la verità più scomoda, è stato spesso considerato poco redditizio per le grandi case farmaceutiche, almeno non quanto i farmaci brevettati per trattare e curare malattie anziché prevenirle e dove di conseguenza dirigono il loro impegno. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca sono lontani dai tempi d’oro di campagne di salute pubblica, da anni sottoposti a pressioni e draconiani tagli per ridurre gli ‘sprechi” governativi» (1).

Gli scienziati texani hanno svolto una deduzione da fatti evidenti. Produrre generalizzazioni e dedurne predizioni è la caratteristica della scienza e già nella sua fondazione la medicina si pose come compito la capacità di prevenire le malattie e le epidemie. Nella seconda metà del V sec. a.C. nell’Isola di Cos, la scuola di Ippocrate come studio ineliminabile il rapporto ambiente geofisico e società umana per prevenire le epidemie. Con la conoscenza meticolosa di tutte le forze, gli elementi e gli stati che esistono in natura, il medico «non sarà incerto e non commetterà errori nella terapia…e col trascorrere del tempo e dell’anno egli sarà in grado di dire quali malattie epidemiche colpiranno la città d’estate e d’inverno» (Ippocrate, Le arie, le acque, i luoghi).

Le oligarchie parassitarie dei paesi imperialisti dominanti ogni giorno che passa commettono un crimine contro l’umanità.

La tattica dell’immunità di gregge è stata sintetizzata da David Cummings, uno dei più importanti consiglieri del governo di Boris Johnson: «l’immunità di gregge protegge l’economia e se muore qualche pensionato muore, peccato». Cummings è la punta di lancia dei fascisti nel partito Tory. Se questa politica è stata dilatata, ma non abbandonata, è per la reazione degli scienziati e delle masse lavoratrici. Cummings alla fine di gennaio fece un errore che ha spinto Johnson ad adattare la tattica sull’epidemia: assunse Andrew Sabisky, un epigono di Stewart Chamberlain il ciarlatano razzista maestro di Hitler, e ciò innescò l’opposizione. In Gran Bretagna il “socialdarwinismo” è organizzato all’interno dell’università e vi svolge la sua agitazione con i soldi pubblici. Alla fine di febbraio, quando in Lombardia si moriva per Covid-19, l’University College London (UCL) ha pubblicato “Inquiry into the History of Eugenics at UCL”, l’inchiesta su conferenze riservate sull’eugenetica tenute all’interno dell’università e con l’utilizzazione dei suoi fondi, per quattro anni di fila. L’organizzatore era un docente dell’UCL, James Thompson. Un raduno di tutte le tendenze fasciste internazionali (2). Per approfondire sulle conferenze eugenetiche vedi “Johnson’s herd immunity strategy” and the “London Conference on Intelligence whitewash: Britain’s ruling class and eugenics” di Thomas Scrips. Il governo criminale di Sua Maestà britannica invece di pianificare la produzione di ventilatori, favoriva le iniziative degli eugenetisti.

Il governo Conte, gli istituti di sanità, sulla base delle conoscenze acquisite nelle precedenti epidemie di Sars e di Mers, prendendo atto dell’epidemia a Wuhan, ha predisposto un’indagine per accertare il numero di ventilatori disponibili e pianificarne la produzione per il fabbisogno? No, si è comportata allo stesso modo di Johnson, Trump, Merkel, Felipe di Borbone e tutti i governi dell’UE. L’agitazione del sindacalismo combattivo e poi tutto il movimento di scioperi che ne è seguito ha costretto il governo a fare concessioni.

Il padronato vuole mettere fine alla lotta dei lavoratori e lavoratrici per difendersi dall’epidemia e i governatori della Lombardia e della Sardegna vogliono imbavagliare il personale sanitario che denuncia il disastro provocato dai tagli. Il bullo fiorentino [Matteo Renzi] vuole diventare la punta di lancia politica del padronato in questa offensiva genocida. Contro questa iniziativa sociopatica deve concentrarsi il massimo della lotta con tutti i mezzi possibili. Perciò il movimento degli scioperi operai si deve coordinare con l’opposizione del personale sanitario per strappare dalle mani a governo e giunte regionali la gestione della lotta alla pandemia, alla lotta per la difesa della vita. Perciò è necessario avere un quadro completo della diffusione dell’epidemia, senza un quadro completo non si può procedere con efficacia perché non si possono predisporre farmaci e strumenti per la cura. I governi genocidi contano che la stanchezza, l’isteria, la depressione, provocate dalla quarantena, annullino la capacità intellettuali delle masse e le mantengano in uno stato di rassegnazione, rotto da isolate rivolte locali e individuali disperate perché non centralizzate da un piano di lotta.

L’aristocrazia finanziaria internazionale vuole convincere sulla fatalità della pandemia, attribuendo a questa una funzione naturale neomalthusiana come sostiene R. D. Kaplan, anima nera e stratega dell’imperialismo yankee:

«Cominciamo con il coronavirus cinese, che costituisce l’evento geopolitico più significativo dalla Grande recessione del 2008-09, minaccia la reputazione e forse la sopravvivenza di alcuni regimi. Con la popolazione mondiale che sale dal 7,7 a quasi 11 miliardi di persone entro il 2100, con gli esseri umani in stretto contatto con la fauna selvatica nei paesi in via di sviluppo e con i viaggi aerei intercontinentali di passeggeri che sono aumentati a passi da gigante dalla fine della guerra fredda, le pandemie continueranno a essere un accompagnamento naturale a un mondo neo-malthusiano».

Kaplan vuole convincerci dell’inevitabile funzione malthusiana delle pandemie perché come tutti i membri della sua classe è un sociopatico e perché da un punto di vista teorico è un materialista volgare. Il materialismo volgare che giustifica l’egoismo criminale della classe dominante nasconde che la natura con lo sviluppo della specie umana, animali costruttori di strumenti (4), progressivamente diventa consapevole di sé stessa. L’arte della medicina che cos’è se non un prodotto della natura stessa? Il materialismo volgare nasconde questa caratteristica della specie umana per seminare il virus morale-intellettuale dell’accettazione della catastrofe e dell’impossibilità di arrestarla e invertire la rotta. Il fine è rendere come dato naturale immodificabile che i ricchi si salvano e le masse crepano.

Riassumendo: bisogna togliere illusione, soprattutto quelle mascherate da un linguaggio radicale, che la classe dominante o una parte di essa metta fine a quest’inferno. Il legame inscindibile tra conquista del potere e difesa della pandemia si farà sempre più chiaro alle masse che si difendono, a noi spetta dare le linee dell’azione a ogni passo in avanti che faremo con esse

Sardegna Rossa

NOTE 1) https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-scienziati-usa-vaccini-rallentati-profitti-big-pharma-e-austerita-pubblica-ADmtG6B

2)https://www.ucl.ac.uk/provost/inquiry-history-eugenics-ucl

3)https://nationalinterest.org/blog/buzz/neo-malthusian-world-coronavirus-127947

4) F. Engels “Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia” (1876) https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1876/6/pr-umani.htm

Covid-19: tutti fermi, tranne l’industria delle armi

Anche durante una crisi sanitaria globale, che ha comportato la chiusura da parte del governo italiano di molte attività produttive, assurdamente – come denunciato dalla Rete Disarmo e altre realtà – nonostante gli inevitabili assembramenti nelle fabbriche e l’alto rischio di contagio, la produzione bellica può proseguire senza difficoltà.

Qui in Sardegna la RWM, stando alle stesse parole dell’amministratore delegato sull’Unione Sarda il 21 Marzo, ha accusato un rallentamento “della catena degli approvvigionamenti nazionali e dall’estero, la ridotta produttività dello stabilimento di Ghedi 2, l’impossibilità per il clienti di eseguire i collaudi”.

A fronte di queste difficoltà oggettive, in un comunicato rivolto ai lavoratori di Domusnovas e di Musei, la RWM ha annunciato una chiusura parziale. Parziale perché, sempre stando a quanto ha detto l’amministratore delegato Sgarzi, “alcune funzioni proseguiranno normalmente” anche e soprattutto per assicurare “la prosecuzione degli investimenti strategici”.

Ovvero, gli ampliamenti.
Ampliamenti che – lo ricordiamo – interessano solo il Comune di Iglesias.

Una splendida occasione per l’azienda che ha saputo sfruttare questa tragedia a proprio vantaggio, con un’operazione di propaganda molto abile: da una parte ha fatto passare il messaggio della chiusura – addirittura sulla stampa a livello italiano – per consolidare il proprio consenso nel territorio, e dall’altra come si è potuto verificare dagli atti, ha portato avanti sotterraneamente e nelle consuete modalità opache le pratiche degli ampliamenti, grazie alla pronta collaborazione del comune di Iglesias.

A questo proposito riceviamo e volentieri pubblichiamo il puntuale contributo del presidente di “Italia Nostra”(associazione tra i ricorrenti al TAR contro la RWM) Graziano Bullegas. Qui si denuncia l’inspiegabile attivismo del Comune di Iglesias in favore di RWM che non si ferma nemmeno durante un’epidemia..

Di Graziano Bullegas

 Nonostante l’emergenza, la RWM raddoppia la produzione di bombe ed esplosivi

Mentre l’intera Europa e buona parte del pianeta è fermo a causa dell’emergenza sanitaria in corso, mentre interi paesi si interrogano sul dopo, sugli errori del passato che hanno portato a questa crisi sanitaria, ambientale ed economica senza precedenti, su come riprendere una vita normale con più attenzione verso la vita delle persone e del pianeta, la RWM di Domusnovas-Iglesias non si arresta, prosegue anzi imperterrita nel suo programma di espansione dello stabilimento per poter raddoppiare la produzione di ordigni bellici (bombe di aereo della serie MK, esplosivo PBX etc…) come se niente stesse accadendo.

Nella prima metà di marzo gli uffici del SUAP del comune di Iglesias sono stati più che mai attivi nell’istruire numerose pratiche relative all’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias. La strategia è quella dello “spezzatino”, ormai collaudata negli anni.

Nei giorni scorsi Italia Nostra Sardegna ha informato gli enti interessati di volersi costituire nel procedimento amministrativo chiedendo di prendere visione dei relativi atti e alla Conferenza di Servizi di rigettare le nuove richieste per una serie di validi motivi:

  1. a)  L’assenza di una progettazione complessiva e di un Piano Attuativo dell’intero ampliamento, sostituita da richieste e successivo rilascio di autorizzazioni parcellizzate – talvolta anche più autorizzazioni per lo stesso edificio – vanifica e immiserisce i Nulla Osta Paesaggistici rilasciati per i singoli interventi in quanto impedisce la visione generale della trasformazione/distruzione dei luoghi attualmente in corso. L’area interessata è ritenuta di notevole interesse pubblico e classificata come “area boschiva” dal vigente PPR!
  2. b) Basterebbe un sopralluogo nel cantiere per rendersi conto dei danni prodotti al paesaggio dalla movimentazione terra, dalla creazione di terrapieni e di nuovi altipiani, dalle impressionanti modifiche apportate alla morfologia del terreno ed al paesaggio in generale, per capire che quell’intervento non poteva essere autorizzato in quel luogo e con le modalità seguite. Insomma, una alterazione irreversibile e paesaggisticamente non mitigabile del territorio tanto da fargli perdere del tutto il suo originario aspetto.
  3. c)    Come si è denunciato da tempo, quella fabbrica rappresenta un serio pericolo per la pubblica incolumità e per la salvaguardia dell’ecosistema in quanto stabilimento ad elevato rischio di incidente rilevante (D.lgs 105/2015 e d.lgs 334/1999), con un Piano di Sicurezza Esterno “scaduto” da ben 8 anni e mai aggiornato all’attuale produzione di ordigni bellici. Il tutto reso ancor più insostenibile dal rilascio da parte della provincia di una autorizzazione ambientale semplificata (l’A.U.A.), simile a quella che viene rilasciata a una piccola attività artigianale, anziché l’autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) più rigida e meno permissiva.
  4. d)   È attualmente in corso un procedimento davanti al TAR Sardegna(N. 00092/2019 REG.RIC.), promosso anche da Italia Nostra, riguardante numerosi motivi di illegittimità sull’ampliamento dello stabilimento RWM di Domusnovas-Iglesias. Uno degli atti impugnati riguarda proprio la realizzazione dei reparti R200 ed R210 interessati da una variante che dovrebbe essere approvata in una delle Conferenze di Servizi indette per i prossimi giorni. Si ritiene che sia oltremodo inopportuno in questa fase modificare un progetto impugnato davanti al TAR e la cui udienza è prevista a breve.
  5. e) La Procura di Cagliari ha da tempo avviato delle indagini per verificare la sussistenza di eventuali reati nello “strano iter” seguito nel rilascio delle numerose autorizzazioni per l’ampliamento dello stabilimento RWM: ne abbiamo contate oltre 20! Anche in questo caso sarebbe utile che venisse garantita la fattiva collaborazione agli inquirenti da parte di tutti gli enti coinvolti, affinché sia fatta la massima chiarezza sulla vicenda e senza che si compromettano o si aggravino le situazioni interessate dalle indagini in corso.

Appare veramente assurdo che nel pieno di una crisi epocale, che trova gli ospedali sardi sguarniti perfino delle mascherine per proteggere i medici che curano i contagiati in terapia intensiva e negli stessi ospedali e nelle case di cura la gente si ammala e muore, mentre tante aziende reinventano la loro produzione per adeguarla ai nuovi e più impellenti bisogni imposti da questa crisi sanitaria epocale, in Sardegna si prosegua imperterriti nell’ampliamento di una fabbrica al fine di incrementare la produzione di strumenti di distruzione e di morte, con il beneplacito di enti e amministrazioni locali e regionali.

Ricorso al TAR, motivi aggiunti e ricorso straordinario al Presidente della Repubblica 

Documentazione fotografica della distruzione in atto nel sito: 

https://italianostrasardegna.blogspot.com/2020/03/nonostante-lemergenza-la-rwm-raddoppia.html?m=1&fbclid=IwAR1w29-5ng5Ldi9jRAvf8ww3BHwBuA41Fju7o_BLZJyPx1dg7hh2k_SCZdM

 

10 tesi per l’indipendenza: entro 5 anni un referendum

I militanti di Antudo (acronimo del motto dei Vespri siciliani “animus tuus dominus”, ovvero “Il coraggio sia il tuo signore”) che hanno presentato le tesi indipendentiste

Nei locali dell’ Auditorium San Mattia ai Crociferi di Palermo, centinaia di indipendentisti provenienti da tutta la Sicilia si sono ritrovati ​in occasione del primo incontro pubblico di Antudo organizzato per la​ presentazione ai siciliani e alle siciliane delle dieci tesi elaborate per delineare il manifesto fondativo, il panorama politico e culturale dentro il quale si andrà a sviluppare il nuovo progetto politico pensato per l’indipendenza della Sicilia.
Una serie di interventi hanno battuto il tempo di questo importante pomeriggio per tutti i siciliani:​ quadro della situazione politica nazionale e internazionale, presentazione delle​ 10 tesi, problematiche degli enti territoriali.

Entro cinque anni faremo un referendum. Faremo un referendum per l’abolizione dell’articolo 1 dello Statuto speciale, quello che ci tiene dentro l’unità politica dello Stato Italiano. Faremo un referendum per l’indipendenza della Sicilia. Una domanda semplice: «Vuoi che la Sicilia sia indipendente»? Sì o No” afferma Luigi Sturniolo di Antudo.
“Antudo – si legge in una nota dei promotori dell’incontro – è dunque l’espressione dell’Indipendenza della Sicilia contro la dipendenza dallo Stato Italiano e dal modello di sviluppo capitalistico che sull’Isola ha prodotto solo disoccupazione, precarietà, devastazione ambientale, emigrazione forzata.
Si è poi fatto notare come, dentro questo quadro a tinte fosche, una larga parte dei Comuni siciliani siano in dissesto finanziario e incapaci di fornire servizi e cura ai cittadini, come il rientro dal debito imponga agli abitanti dell’isola un regime di austerità e di aumento ai massimi livelli dei tributi locali. Penuria di risorse da parte degli enti locali e mancanza di infrastrutture costituiscono un dispositivo politico e sociale che assume un carattere recessivo e disegna un futuro grigio per l’isola”. “In un’epoca in cui il potere decisionale si sposta sempre più lontano dai luoghi su cui poi esercita il proprio controllo e si concentra nelle mani di pochissime istituzioni internazionali, diviene urgente rilanciare una politica che dal basso affermi la​ chiara e determinata volontà di decidere riguardo le sorti della propria terra” conclude​ Sturniolo.

Di seguito le dieci tesi per l’indipendenza della Sicilia

Dieci tesi per l’indipendenza siciliana.

 La Sicilia di domani sarà quale noi la vogliamo: pacifica, laboriosa, ricca, felice, senza tiranni e senza sfruttatori!

1) Va costruita un’organizzazione politica di massa, autonoma, articolata e radicata sul territorio, il cui programma, le cui attività, i cui militanti abbiano come finalità la liberazione dei territori di Sicilia. Senza indipendenza politica non c’è alcun processo di indipendenza sociale.

2) Senza indipendenza politica dallo Stato Italiano non c’è alcuna indipendenza reale dei territori siciliani. Bisogna avere la forza di immaginare una Sicilia senza lo Stato d’Italia, libera dallo Stato d’Italia. Bisogna avere l’ardire di immaginare una Sicilia senza organizzazione statale, libera dalla sovranità statale. Lo Stato d’Italia è la forma politica particolare che assume l’amministrazione del nostro assoggettamento e del nostro sfruttamento. Essere contro lo Stato Italiano non significa essere contro i territori italiani e i loro abitanti. Il percorso di indipendenza e liberazione dallo Stato non è un percorso esclusivo, ma deve potersi riprodurre anche altrove, in una prospettiva di “federazione” delle libere comunità territoriali.

3) Vogliamo combattere qualunque forma di centralizzazione dei poteri che sottrae alle comunità territoriali ogni possibilità di decidere sulla propria esistenza. Storicamente, gli Stati-nazione si sono fondati sulla neutralizzazione dei territori, delle loro storie, delle loro economie, delle loro culture, dei loro sistemi relazionali; è per questo che vogliamo ricostruire i territori fuori dallo Stato e dalla formazione sociale ed economica capitalista di cui esso è espressione.

4) Liberarsi dallo Stato italiano vuol dire anche liberarsi dalle istituzioni sovranazionali che ne disciplinano l’azione. Pertanto, siamo contro la cosiddetta “Unione Europea”, quella dell’euro che ha centralizzato le scelte di politica economica, quella al servizio del grande capitale che ordina di competere sui mercati dominati dalle imprese multinazionali, quella che impone il super sfruttamento condannando alla miseria economica e sociale, quella delle aree privilegiate e di quelle dismesse e abbandonate.

5) La Sicilia è caratterizzata da una pluralità di territori che il sistema sociale dominante ha ridotto a piattaforme militari e logistiche, serbatoi di forza-lavoro da esportare, sedi delle produzioni più sporche e più nocive, filiere dei rifiuti. Vogliamo l’indipendenza per fermare questo processo di degradazione sociale e politica che non ha fine. Vogliamo l’indipendenza per tirarci fuori dal disastro. L’indipendenza che vogliamo costruisce l’autogoverno dei territori, liberandoli ad un tempo dalla dipendenza dall’economia del profitto e dalle istituzioni (nazionali e sovranazionali) che ne garantiscono il dominio. Solo pensando a forme non statuali di governo sarà possibile una reale indipendenza dei territori e una reale democrazia diretta. Il governo si eserciterà attraverso le Comuni territoriali, libere elezioni e assemblee legislative.

6) Lo Stato modella la società, organizza i rapporti sociali intorno all’idea di “maschio dominante”. Il primo dominio che impone è quello di genere; informa i corpi, attribuisce norme, impone ruoli che opprimono le donne. Le donne siciliane vivono su di sé la doppia contraddizione di afferenza al genere femminile e appartenenza a un territorio oppresso. Non possono, dunque, che avere un ruolo centrale nel processo di indipendenza della terra dallo Stato centrale. Indipendenza che si realizza a partire dal territorio inteso non solo come lo spazio dei rapporti di produzione e di estrazione di ricchezza, ma anche come il luogo delle relazioni sociali di cui le donne, materialmente e storicamente, sono le custodi. È quindi a partire da esse, dallo stravolgimento dell’organizzazione sociale patriarcale, di cui lo Stato è l’esecutore, che si realizza la liberazione della donna, presupposto imprescindibile del processo di indipendenza della Sicilia.

7) Conquistare l’indipendenza non è un “colpo di mano”. È un processo sociale e culturale che restituisce ai territori, ai suoi abitanti, il protagonismo, la fierezza e l’orgoglio di promuovere il proprio sviluppo; è un percorso di “erosione” del potere dominante (politico, economico e ideologico), di riscrittura della storia e di scrittura del futuro. È sulle solide basi di un potere sociale alternativo e del suo “funzionamento” che sarà possibile conquistare l’indipendenza.

8) I nostri territori si trovano sull’orlo della catastrofe. Un disastro ecologico e sociale indotto da un’idea di sviluppo per “competizione e sfruttamento”, dal mercato globale, dall’economia predatoria dei grandi cacciatori di affari e dall’assoggettamento coloniale. Ripensare l’economia dei territori come processo di ricostruzione delle basi materiali di sviluppo locale significa produrre progetti di territorio fondati sul risanamento e sulla valorizzazione dei “beni patrimoniali del territorio”, significa mettere al centro la sostenibilità sociale e ambientale di tali progetti armonizzando i fattori produttivi a quelli ambientali, sociali e culturali. Una pianificazione regionale è possibile a partire dal risanamento delle condizioni disastrate in cui si trova la Sicilia.

9) Alla cultura economica dominante, basata sulla competizione e sullo sfruttamento, opponiamo una cultura economica fondata sulla cooperazione e la solidarietà. È necessario affiancare, favorire e promuovere tutte le iniziative sociali ed economiche che si muovono sul terreno del mutualismo e della produzione di beni di qualità. È necessario affiancare, favorire e promuovere forme e associazioni di assistenza e mutuo soccorso, solidarietà e cooperazione sociale, contrastando le iniziative economiche ad alta concentrazione di capitale e ad alto sfruttamento. È solo con l’indipendenza politica che all’economia centrata sui bisogni effimeri e sul consumismo si potrà sostituire un’economia per la produzione di ricchezza sociale durevole.

10) Ovunque ci sono lotte e resistenze, va aiutata la costituzione di assemblee territoriali, comitati, circoli e va favorita la loro connessione e la loro rete. Saranno queste le basi delle “istituzioni locali” attraverso le quali il territorio potrà prendere la parola e decidere. È questa la forma del “nuovo potere”. Ogni iniziativa sociale, ogni campagna, ogni evento dovrà contenere questo, di principio: sono gli abitanti dei territori a decidere della propria vita. Quando saranno gli abitanti a decidere, quando la Sicilia potrà decidere da sola, andrà meglio.

Estate 2019.

AnTuDo

Corona Virus: in Sardegna l’epidemia c’è già ed è drammatica

di Claudia Aru 
– La Sardegna ha il primato mondiale della più alta incidenza della sclerosi multipla anche in età pediatrica, di due-tre volte superiore, con 2,85 nuovi casi l’anno fra i sardi under 18, cui si aggiunge uno 0,68 per le diagnosi di Cis (Clinically isolated syndrome), considerata l’esordio della SM.
-Diagnosi di tumore in aumento in Sardegna dove la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è inferiore rispetto alla media nazionale raggiungendo infatti il 60% fra le donne (63% Italia) e il 49% fra gli uomini (54% Italia). Pochi sardi seguono stili di vita sani: il 25,1% è sedentario. Non solo. Il 28,4% è in sovrappeso (e il 10,4% obeso), il 25,4% fuma. ed è superiore alla media nazionale (17,1%) la percentuale dei cittadini che assumono alcol in quantità a rischio per la salute (20,5%). I casi di tumore registrati sono 10.200 (6mila uomini e 4.200 donne), 200 in più rispetto al 2018 (5200 uomini e 4.800 donne).
– Sono quarantamila i malati di Alzheimer in Sardegna. Una patologia difficile da affrontare, ma soprattutto complicata da riconoscere e diagnosticare. In tutta Italia, secondo uno studio a livello nazionale, sono un milione e duecentomila le persone affette da questa malattia e ci sono oltre 700mila persone che ancora non sanno di essere malate. E la Sardegna è tra le regioni dove la patologia ha un’incidenza tra le più alte, collocandosi al dodicesimo posto nazionale, ma è tra le prima livello territoriale per tasso di mortalità con il triste primato del Sulcis.
– Ogni anno in Sardegna si registrano 45 nuovi casi di diabete ogni 100 mila abitanti. Un triste primato che pone l’Isola tra le prime regioni mondiali per l’incidenza della patologia nella fascia da zero a 14 anni.
Complessivamente si calcolano circa 70 mila malati dei quali 25 mila non sanno di esserlo e si stima che nel 2025 ci sarà un incremento del 21%.
– la Sardegna purtroppo conferma un triste primato che certamente non avremmo mai voluto avere. Prima in Italia nella classifica dei suicidi: 20,4 uomini e 4,5 donne su 100 mila abitanti contro circa 5 casi su 100 mila di media nelle regioni del Sud Italia. Numeri che fanno riflettere. L’OMS stima che ogni anno nel mondo muoiano un milione di persone per suicidio, 4000 in Italia.
– Sono oltre 56mila gli ettari di territorio sardo contaminato secondo i dati diffusi dal ministero dell‘Ambiente. Un numero preoccupante che porta l’Isola a essere la seconda regione in Italia, dopo il Piemonte che ha un territorio complessivo di quasi 90mila ettari. L’inquinamento a terra si estende per 21.625 ettari mentre la contaminazione del mare risulta addirittura più ampia raggiungendo i 35.164 ettari.
-Svegliatevi, cazzo.

Chiuso lo SPRAR di Sassari. Il vero progetto è la guerra tra poveri

 

Immagine tratta da SassariOggi.it
di Ninni Tedesco

E’ stata un’intuizione corretta quando, lo scorso 2 dicembre alla Domo de Totus di Sassari, abbiamo organizzato il convegno “Migranti e territorio:facciamo il punto”. Troppo silenzio e da troppo tempo su questo tema, e sentivamo la necessità di parlarne con gli operatori del settore e i diretti interessati in un luogo simbolo della loro presenza, il centro storico di Sassari. A poco più di un mese esplode la bomba SPRAR, La Nuova Sardegna informa a grandi titoli sul caso, i social e l’opposizione si svegliano indignati. DOPO. Dopo la scadenza dei termini per cui, dal 13 gennaio, il Comune di Sassari NON ha manifestato interesse, perdendo dunque il diritto di accesso, ai finanziamento del Ministero dell’Interno per contributi al “Progetto di accoglienza integrato per richiedenti asilo e profughi o minori non accompagnati” di durata triennale, finanziato appunto per il triennio 2017-2020.

I risultati positivi di tale progetto sono stati correttamente riportati dagli organi di stampa: oltre 450.000 euro annui entrati nelle casse del Comune per sostenere percorsi di inclusione sociale rivolti a circa 75 persone, interessando 7 appartamenti e famiglie sassaresi, organizzando tirocini e corsi di formazione, dando lavoro a 5 dipendenti e soprattutto consentendo alla maggior parte dei migranti di ricostruirsi una vita, di curare le profonde ferite dei drammi vissuti, di potersi sentire ancora quasi “a casa”.

Ho avuto il privilegio di avere come studente di lingua italiana Madi, giovane uomo Maliano sopravissuto all’inferno e oggi iscritto all’Università in Urbanistica, ospite dello SPRAR, che ha partecipato al convegno del Sa Domo raccontando la sua visione del mondo: “ Tanti sono ancora colonizzati nella mentalità e mettono le leggi davanti alle persone, perciò dobbiamo promuovere incontri e momenti di socialità”.

Invece, diceva Mahamoud Idrissa, mediatore culturale e profondo conoscitore della realtà del nostro territorio, “queste leggi folli aumentano la presenza di irregolari e creano fratture fra gli stessi migranti”.

E’ il principio del creare divisioni, che chi governa e amministra conosce bene. Ma c’è anche la strategia del silenzio per poi attaccare, nota invece all’opposizione.  Se si entra sul sito dello SPRAR infatti si legge testualmente:   “18.12.2019 – Per evitare interruzioni nei servizi di accoglienza, è stato adottato dalla ministra dell’Interno il decreto di finanziamento dei progetti del Sistema di protezione per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati (Siproimi) con triennio in scadenza al 31 dicembre prossimo.Il finanziamento consentirà agli enti locali che hanno manifestato l’intenzione di proseguire le attività progettuali di continuare a operare, nelle more della valutazione e approvazione delle domande di prosecuzione dei progetti per il triennio 2020-2022.”

Documento pubblico che tutti potevano leggere per cui penso che sarebbe stato doveroso informarsi, fare tutto quello che era possibile fare, anche mediaticamente e coinvolgendo tutti i soggetti interessati, per evitare la vergogna che ora tocca subire, magari facendo anche gli indignati!

Sassari sta diventando una città povera, e dove c’è miseria cresce il seme dell’intolleranza.

Chiudere  8 CAS (centri di accoglienza) e lo SPRAR senza realizzare un progetto di inclusione alternativo, senza creare posti di lavoro alternativi, significa voler alimentare un disagio sociale e un malessere in cui “pescare” disvalori e malumori, ovvero sempre più guerre tra poveri. Scivolando verso l’autoritarismo.

Questo è il vero progetto, e non ha alcuna opposizione.

Fermiamo l’espansione di RWM Italia: ecco l’appello!

Immagine tratta da Diritti Globali

 Il 29 novembre l’Assemblea Cittadina Contro RWM ha prodotto il breve documento informativo RWM senza controllo,  sulla falsa crisi di un’azienda in piena espansione, ad oggi sottoscritto da oltre 30 realtà sarde e italiane sensibili alla vertenza.

Attraverso un’analisi circostanziata delle fonti pubbliche disponibili, si restituisce all’opinione pubblica un quadro ricco di criticità inerenti alla vicenda di RWM Italia e alla narrazione pubblica che nel tempo si è costruita attraverso la stampa e le dichiarazioni di alcuni soggetti istituzionali. Il documento, ignorato dalle principali testate sarde (così come è passata sotto silenzio l’autorizzazione del poligono per test e sperimentazione di nuovi tipi di esplosivi di Iglesias, con la presentazione di un ricorso, che ha trovato sponda solo in una testata nazionale) denuncia il clima di vergognosa omertà che circonda la RWM Italia. In questo clima, l’indisponibilità dell’amministratore delegato Sgarzi a presentarsi all’incontro che si sarebbe dovuto svolgere il 3 dicembre presso l’Assessorato regionale all’Industria tra parti sociali e azienda, palesa per l’ennesima volta l’arroganza dell’azienda, nonostante il contesto tutt’altro che conflittuale in cui sarebbe stato ricevuto. Si rende a questo punto necessaria una presa di coscienza collettiva del popolo sardo, contro la speculazione del capitale bellico multinazionale, a partire dal nostro territorio: chiediamo a tutti/e di sostenere questa lotta, secondo le proprie modalità, a partire dalla condivisione, sottoscrizione e diffusione del seguente documento in ogni tipo di canale:

 

RWM senza controllo

La falsa crisi di un’azienda in piena espansione

Il discorso pubblico regionale sulla fabbrica di bombe RWM Italia è caratterizzato dallo scorso luglio, ovvero da quando il governo italiano ha annunciato attraverso una diretta Facebook del Ministro Di Maio[1]la sospensione per 18 mesi dell’esportazione di bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, dal monologo ininterrotto dei vertici aziendali dell’impresa e delle sue delegazioni sindacali e da qualche sporadico appello di qualche amministratore locale. Non solo sono state praticamente eliminate dal discorso le posizioni critiche riguardo all’azienda, ma si è anche evitato di mettere in evidenza le numerose contraddizioni palesi, le bugie e le omissioni che caratterizzano il discorso prodotto da queste parti incausa.

Attraverso il grimaldello retorico della “difesa del lavoro”, dopo l’annuncio di un numero non ben precisato di esuberi, si è accreditata l’idea falsa di una crisi aziendale, sviando completamente l’attenzione dalla bancarotta morale del sistema industriale di RWM Italia e dai meccanismi di potere opachi su cui si sostiene e si continua ad espandere nel territorio.

In questo documento vogliamo mettere in fila alcuni fatti completamente trascurati nell’attuale narrazione pubblica del caso RWM Italia, per cercare di riequilibrare tale narrazione, completamente distorta in quanto fabbricata a proprio uso e consumo dall’azienda stessa e replicata in maniera acritica dai giornali sardi.

 

a)  La questione del lavoro:

  • i 200, 160 lavoratori in esubero annunciati questa estate sono già scesi a 130 (e giunge notizia che 20 saranno riassunti a breve);
  • la vaghezza del numero non è solo un fatto di propaganda: il lavoro degli esuberi era lavoro interinale, con contratti a termine, dunque lavoro precario e privo di prospettive certe. Dato il contesto, che impedisce di strutturare un progetto di vita attorno a questo lavoro, è ovvio e auspicabile che molti degli esuberi possano cercarsi un’altra sistemazione, piuttosto che imbarcarsi in una vertenza sindacale senza prospettive in difesa della propriaprecarietà;
  • è grazie alla complicità tra sindacati e azienda, con la contrattazione di II livello, che questa ha potuto abusare della contrattazione a termine e interinale aldilà dei limiti sanciti dal contratto nazionale, garantendosi le mani libere per gliesuberi;
  • Infatti, nel Verbale di accordo sulla contrattazione di II livello stipulato tra Parti sociali e RWM Italia il 15 giugno 2012 si può leggere: «con la dismissione delle produzioni rivolte al civile. Le commesse di lavoro non avranno più la caratteristica della omogenea continuità nel tempo, né saranno per larga parte facilmente programmabili. L’attività produttiva sarà dunque caratterizzata da picchi e flessi di lavoro che dovranno essere affrontati e organizzati con adeguati strumenti di flessibilità […]. È necessario dunque adeguare e rendere coerenti alcuni istituti contrattuali regolamentati dal CCNL dei chimici alle nuove e peculiari esigenze produttive del nuovocomplesso mercato di riferimento della RWM ItaliaSpA»[2].
  • così, grazie alla collaborazione delle parti sindacali, RWM Italia nel 2018 faceva marciare i siti produttivi di Ghedi e di Domusnovas-Iglesias con il 59,2% di forza lavoro assuntacon contratti di lavoro somministrato (a termine), percentuale che aumentava notevolmente nel sito sardo. Si consideri che se nel 2017 RWM Italia si serviva per il 56,2% di lavoro somministrato, in Sardegna su un totale di 281 lavoratori, ben 190 erano somministrati;
  • se si prende in considerazione la suddivisione della forza lavoro tra i siti di Ghedi e quelli sardi, così come riportato nel bilancio presentato dall’impresa per il 2018, emerge che nei primi è concentrata la maggior percentuale di occupati in posizioni impiegatizie, mentre in Sardegna prevalgono le posizioni da operaio. Inoltre, si rileva il fatto che l’impresa si rifornisce di lavoro somministrato in relazione alle mansioni maggiormente dequalificate. L’impresa conta tra i suoi dipendenti diretti una quota pari al 27% assunti come impiegati e solo un 14% come operai. Si palesa in questo modo una maggiore precarizzazione e insicurezza delle condizioni economiche verso i lavoratoricon minore capacità contrattuale.
  • essendo tutti interinali e a termine, i 130 esuberi non hanno diritto ad alcun ammortizzatore sociale aldilà della disoccupazione; i sindacalisti di RWM Italia stanno spingendo questi lavoratori a intraprendere una vertenza senza speranza, con l’unico scopo di nascondere le responsabilità proprie e dell’azienda negli esuberi e veicolare attraverso i media la falsa notizia di una crisi aziendale inesistente;
  • RWM Italia ha registrato un utile di 16,975 milioni nell’ultimo anno contabile e ha raggiunto un patrimonio netto di 71,122 milioni di euro: spenderne due per pagare gli stipendi a tutti gli esuberi lungo i 18 mesi di sospensione delle forniture ai sauditi non sarebbe certo un problema. Ne stanno spendendo molti di più per allargare le linee produttive, è una semplice questione di priorità. Le RSU della fabbrica stanno bussando alla porta sbagliata, è il modello di sfruttamento della manodopera precaria utilizzato da RWM che dovrebberoattaccare;
  • il lavoro interinale e precario riguarda molta più gente dei lavoratori RWM Italia, qualsiasi diritto riconosciuto a loro dovrebbe essere riconosciuto a chiunque altro, per esempio alle migliaia di stagionali che sono rientrati a casa dopo il lavoro estivo. Ma i sindacati della fabbrica sono i primi ad avere accettato la disciplina sulla contrattazione a termine, per cui la loro posizione è meramente strumentale;

 

b)  La crisi presunta e l’espansione reale

RWM Italia non è in crisi: la produzione procede regolarmente, la sospensione per 18 mesi di parte delle commesse all’Arabia Saudita è un incidente di percorso assolutamente previsto e tollerabileperl’azienda,laqualesiriforniscedilavorousaegettainrelazioneallavariazionedeiflussi produttivi, cosicché alla loro diminuzione possa scaricare i lavoratori, considerati alla stregua di una zavorra;

  • la sospensione delle licenze di esportazione, giunta tra giugno e luglio, come si evince dalla Relazione sulla gestione al bilancio chiuso al 31/12/2015, era una concreta possibilità ventilata e temuta dall’azienda da anni: per questo essa ha da tempo diversificato i propri clienti, rivolgendosi in maniera molto più sostenuta al mercato europeo, in particolare aggiudicandosi grosse commesse a favore dell’esercito francese e verso il RegnoUnito.
  • RWM Italia, oltre ad aumentare il proprio pacchetto clienti, ha provveduto ad ampliare la propria gamma di prodotti, cosicché ad oggi, oltre alle mine marine e alle bombe d’aereo, produce ed esporta munizioni da artiglieria di vario calibro. Nel 2018, si segnala così una commessa di esportazione per questi prodotti pari a 230.854.523 €[3]verso un ignoto paese destinatario. Commessa che, è bene ricordarlo, anche qualora fosse indirizzata ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non verrebbe bloccata dalla sospensione delle licenze votata dal Parlamento a giugno, poiché questa non riguarda le munizioni daartiglieria;
  • RWM Italia nel 2018 ha effettuato investimenti pari a 12.218.323 €: questi, oltre ad essere indirizzati alla sostituzione dei macchinari usurati, sono serviti ad implementare ulteriormente le linee produttive sia di Ghedi che, specialmente, di Domusnovas. Annunciavano «per l’anno 2019 ulteriori ingenti investimenti per portare a termine gli investimenti in corso nel 2018 e per aumentare la capacità produttiva ad un livello utile per poter far fronte alle necessità produttive derivanti dagli ordini in portafoglio e a quelli di futuraacquisizione»[4];
  • inoltre, proseguono i lavori di espansione delle linee produttive, a seguito delle decine di domande presentate agli uffici SUAP del comune di Iglesias e dei comuni limitrofi (per esempio Musei) negli ultimi anni. La presentazione di progetti non si è fermata dopo la parziale sospensione delle esportazioni all’Arabia Saudita, l’ultima domanda risale al 22 ottobre;
  • l’azienda ha avviato i cantieri degli interventi che consentirebbero la triplicazione della produzione, oltre ad avere avviato la costruzione di un campo prove per la sperimentazione e il test di nuovi esplosivi: altro chechiusura;
  • l’attività di espansione di RWM Italia si svolge in maniera opaca, con la complicità delle istituzioni nazionali e di quelle locali. Queste ultime hanno garantito una corsia preferenziale a tutti gli interventi proposti dall’azienda, e rinunciano ad operare le funzioni di controllo che spettano ad un impianto come quello in questione, nel quale si maneggiano sostanze chimiche tossiche e si producono esplosivi, e perciò sarebbe soggetto alla normativa per il rischio di incidente rilevante;
  • per le modalità spezzettate di presentazione dei progetti, nonostante l’ampiezza e la natura degli interventi di espansione proposti, si è completamente evitato una Valutazione di Impatto Ambientale;
  • la contiguità con le istituzioni è garantita da un solido sistema di porte girevoli: alcuni interlocutori istituzionali locali, responsabili di parti del processo autorizzativo, sono divenuti nel tempo dipendenti dell’impresa. Come rilevato da inchieste giornalistiche nazionali, ad esempioquella andata in onda a maggio nel programma di La7 «Piazzapulita»[5], questo è accaduto per diversi amministratori delcomune di Domusnovas, così come per il responsabile dell’ufficio Emissioni in atmosfera della provincia del Sud Sardegna che dal 2018 è diventato dipendente di RWM nell’importante ruolo di “Environment Protection Manager”;
  • l’opacità del processo autorizzativo ha condotto il Comitato per la riconversione, Italia Nostra, Legambiente, e altre associazioni, a intraprendere una serie di ricorsi al TAR, il primo dei quali andrà a sentenza il 22 gennaio 2020. Sono anche stati depositati diversi esposti in procura contro gli abusi prodotti dall’amministrazione edall’azienda;
  • il processo di raccolta dei documenti e delle informazioni necessarie a conoscere la situazione, e dunque predisporre i ricorsi, una volta venuti a conoscenza delle opacità dei procedimenti, è stato segnato dal costante ostruzionismo praticato dagli uffici pubblicidedicati;
  • un esempio grave di questo comportamento, in totale spregio delle norme sull’amministrazione trasparente, è la pubblicazione sull’albo pretorio del comune di Iglesias del provvedimento di autorizzazione all’inizio dei lavori sul campo prove 140 della RWM Italia, nel luglio di quest’anno, che per impedire al Comitato e alle associazioni la predisposizione di un ulteriore ricorso al TAR è stata operata rendendo sostanzialmente irriconoscibile ildocumento;
  • il piano di sicurezza dell’impianto non è aggiornato, nonostante le disposizioni di legge, e le modifiche alla produzione e agli impianti avvenute dal 2012, anno di presentazione del piano. Ciò comporta un serio problema di sicurezza per i lavoratori e gli abitanti del circondario, considerando che da allora è cambiato il tipo di produzione (da civile a bellica), e soprattutto il volume della produzione, e che l’azienda continua ad espandersi, e a Iglesias possiede depositi di liquidi infiammabili ben aldilà dei perimetri di sicurezza previsti per i luoghiabitati.

 

c)   La questione dello Yemen

  • si è ripetuto a sfinimento che la sospensione della vendita ai sauditi non fermerà la guerra. Si è invece dimenticato di dire che la sospensione non riguarda certo la sola RWM Italia, ma è parte di un movimento internazionale che coinvolge tutti i principali paesi europei, Regno Unito incluso. Negli Stati Uniti, solo il veto di Trump ha evitato una decisione analoga a quella presa dal governo italiano. I sauditi sono già in difficoltà, e l’obiettivo, parte di un movimento internazionale amplissimo che va ben aldilà della Sardegna, è realisticamente raggiungibile. Molto più realisticamente raggiungibile delle richieste al governo italiano di ammortizzatori straordinari per degli interinali cui è scaduto il contratto a termine;
  • va ricordato, d’altronde, che la sospensione non nasce tanto da motivi umanitari, quanto dal rischio concreto che i governi dei paesi fornitori di armi si ritrovino chiamati in causa come corresponsabili dei crimini di guerra attuati dagli eserciti della coalizione a guida saudita ed emiratina. Il rapporto del Concilio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite del 3 settembre 2019, al punto 92, esplicita chiaramente questo fatto;
  • un episodio di crimine di guerra attuato attraverso una bomba prodotta dalla RWM Italia di Domusnovas è già dimostrato: alle 3 del mattino dell’8 ottobre 2016, nel villaggio di Deir Al- Hajari, un uomo, una donna incinta e quattro bambini sono stati uccisi da una bomba MK-80, la quale viene prodotta dalla RWM Italia a Domusnovas. Sul posto sono stati trovati resti di un anello di sospensione, componente necessario per il carico dell’ordigno sull’aereo, con il codice di RWM Italia stampigliatosopra[6].
  • RWM Italia produce e vende armi da guerra. Armi che si usano per uccidere indiscriminatamente lepersone, perché questa è la natura della guerra, e non certo solo in Yemen, o solo per mano dei sauditi. Il lavoro che si svolge nella RWM Italia non è un lavoro qualunque, è un lavoro che si regge sulla morte degli uomini e la distruzione dei territori. Pretendere da un’azienda del genere qualsiasi sensibilità verso le persone o il territorio è pura follia. RWM Italia farà sempre e comunque solo i comodi dei propri azionisti, e se ne andrà dalla Sardegna quando (è questione di tempo) troverà un posto da cui è più facile estrarreprofitti.
  • La Sardegna è piena di aziende in crisi, di disoccupati, sottoccupati, precari, in settori che possono rappresentare una reale utilità sociale, contribuire realmente al benessere collettivo della Sardegna e del Mediterraneo. Eppure pochi hanno ricevuto anche solo un decimo dell’attenzione ricevuta da chi per lavoro produce bombe. Pretendere di sostenere RWM Italia con soldi pubblici, affidandole commesse destinate “alle forze armate nazionali”, come fanno alcuni parlamentari, in risposta ad una crisi aziendale inesistente, è uno schiaffo a tutte le situazioni di bisogno reale, come quelle della sanità, e a tutti i progetti di sviluppo sostenibile e durevole che si tenta di creare in Sardegna, spesso scontrandosi con la sordità e l’ostruzionismo di quelle stesse istituzioni così servili, invece, verso la fabbrica RWM Pretendere di drenare ulteriori risorse economiche pubbliche a favore di una fabbrica che fa parte di un gruppo multinazionale degli armamenti, in una condizione in cui lo Stato italiano, secondo quanto rilevano gli studi Mil€x[7], impegna nella spesa militare all’incirca 25 miliardi di euro annui, è oltremodooltraggioso;
  • con la scusa di rappresentare il lavoro, le RSU dell’azienda si arrogano addirittura una superiorità morale verso chi contesta la fabbrica RWM Ma è il sindacato stesso, per esempio la CGIL nazionale, ad avere preso ferma posizione contro questa produzione di RWM Italia[8], che è intrinsecamente contro il lavoro e i lavoratori, perché fornisce i mezzi per distruggere infrastrutture, fabbriche, case, e uccidere i lavoratori stessi. Sono lavoratori i componenti dei comitati contro la fabbrica delle bombe, sono lavoratori i portuali che a Genova si rifiutano di caricare le bombe saudite. Le RSU della RWM Italia rappresentano l’azienda, al più sé stesse, non il lavoro néi lavoratori.

Assemblea Cittadina Contro RWM

29 Novembre 2019

Cofirmatari

  • Assotziu Consumadoris Sardigna
  • Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica
  • Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica Coord. Sulcis-Iglesiente
  • Residenti Sa Stoia
  • CamineraNoa
  • Assemblea Permanente Villacidro
  • Comitato No Megadiscarica Villacidro
  • Comitato No Megacentrale Guspini
  • USB Sardegna
  • Confederazione Sindacale Sarda
  • Cagliari Social Forum
  • Asce Sardegna
  • PCI Federazione Cagliari
  • PCI Federazione Sulcis-Iglesiente
  • Sardigna Natzione
  • Collettivo Comunista Nuoro
  • Sardegna Pulita – VerdeS
  • DonneAmbiente Sardegna
  • Potere al Popolo Sardegna
  • Partito Comunista Sardegna
  • Rete Kurdistan Sardegna
  • Comitato per la qualità della vita di Sant’Anna, IsBangius e Masongi
  • Rete Livornese contro la nuova normalità della guerra
  • Liberu
  • Autodeterminatzione
  • COBAS Cagliari
  • COBAS Sardegna
  • RUAS –Rete Unitaria Antifascista Sulcis-Iglesiente
  • A Foras -Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna
  • Rete contro la guerra e il militarismo-Napoli

 

Adesioni individuali

  • Paolo Murgia,
  • Giampaolo Muntoni,
  • Bruno Flavio Martingano,
  • Francesco Nieddu,
  • Marco Palomba,
  • Marco Forte,
  • Giulia Angius,
  • Chiara Angius,
  • Marco Cannas
  • Franca Faita, ex lavoratrice Valsella-Meccanotecnica, RSU Fiom,
  • Myriam Pellegrini Ferri, partigiana decorata per aver partecipato alla Resistenza romana,
  • Viola Secci,
  • Patrizia Pili.

 

Per sottoscrivere pubblicamente il presente documento e /o avere informazioni scrivere all’indirizzo stoprwm@autistici.org

[1]     Luigi DI MAIO, annuncio sospensione esportazioni bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, 11/07/2019, [Facebook post],https://www.facebook.com/watch/?v=459741458141049.Oltre a questo inusuale annuncio, non si registra alcun Atto pubblico ufficiale dell’Esecutivo o degli uffici competenti

[2]     Verbale di accordo Contrattazione di II livello, stipulato tra Parti sociali e RWM Italia il 15 giugno2012.

[3]    Esportazione autorizzata da UAMA ad RWM Italia per esportazione pari a 230.854.523,04 euro per «16.320 NUMERO CARTUCCIA DA 120MM X 570 – ATTIVA; 1.664 NUMERO RH125 SMOKE COLPO DA 155MM – ATTIVA; 2.616 NUMERO SPOLETTA TIPO L0163Q – ATTIVA; 10.630 NUMERO SPOLETTA TIPO L0166Q – ATTIVA; 157.368 NUMERO CARICA MODULARE PER COLPO DA 155MM – ATTIVA; 30.432 NUMERO INIZIATORE DM191A1 – ATTIVA». Cfr. Relazione al Parlamento per le attività del 2018, Doc. LXVII, n. 2, XVIII LEGISLATURA, 2019, vol. 1, p.298.

[4]     RWM Italia, Relazione sulla gestione al bilancio chiuso al 31/12/2018, p.60.

[5]     Corrado FORMIGLI, «Piazzapulita» – La7, puntata del 02/05/2019,https://www.la7.it/piazzapulita/rivedila7/piazzapulita-la-rincorsa-puntata-02052019-03-05-2019-270505.

[6]     Rete Italiana per il Disarmo, Mwatana for Human Rights, European Center for Constitutional and Human Rights,“Le responsabilità europee per i crimini di guerra commessi in Yemen”, Aprile 2018,https://www.disarmo.org/rete/docs/5211.pdf.

[7]     Francesco Vignarca, Spese militari 2019: i primi dati dalla Legge di Bilancio, Mil€x – Osservatorio sulle spese militari italiane,http://www.milex.org/2019/02/17/spese-militari-2019-i-primi-dati-dalla-legge-di-bilancio/.

[8]     Risoluzione approvata al XVIII Congresso CGIL, Per un mondo di pace, senza più armi nucleari, dove ogni donna ed ogni uomo possa avere pieno accesso ai diritti universali, alle libertà ed al lavoro dignitoso, Bari, 23 gennaio 2019