Tzicu Pala sulla Collettività Unica di Corsica

di Tzicu Pala

IL PARLAMENTO FRANCESE APPROVA LA COLLETTIVITA’ UNICA DI CORSICA

A mezzanotte passata del 22 febbraio, in un emiciclo praticamente vuoto, l’Assemblea Nazionale francese ha finalmente ratificato il progetto di legge còrso per la creazione di un ente amministrativo unico per l’Isola. La votazione ha visto l’unanimità de gruppi parlamentari ad eccezione dei Repubblicani di Sarkozy e di un eletto centrista.
L’esecutivo còrso, presente in aula, ha mostrato soddisfazione, il presidente Simeoni ha affermato che si tratta di un grande passo per la Corsica.
Da parte sua il ministro della Pianificazione Territoriale francese Jean Michel Baylet ha rimarcato che “nonostante la repubblica francese sia unica e indivisibile, nel XXI secolo è giusto riconoscere le diversità”.
Date le caratteristiche di questa votazione, sia a livello di orario che di massiccio assenteismo, gli eletti còrsi nei partiti francesi – che recentemente avevano affossato questo passaggio parlamentare nonostante l’avessero sostenuto nell’Assemblea di Corsica – hanno potuto dissimulare le loro reali intenzioni, evitando di esporsi ulteriormente in doppiogiochismi imbarazzanti.

RIEPILOGO DELLA QUESTIONE
l’Assemblea còrsa ha approvato la creazione della Collettività unica di Corsica, un ente amministrativo unico che supera l’attuale divisione in tre realtà burocratiche territoriali.
Questo storico obiettivo dell’indipendentismo, teso ad annullare le divisioni amministrative dettate dallo Stato francese, ha ricevuto l’appoggio anche delle forze politiche che non fanno riferimento alla nazione còrsa.
Tuttavia qualche settimana fa nell’aula del Senato francese si è verificata una serie di voltafaccia collocabili a metà strada tra la sorpresa e la conferma di storiche ambiguità politiche della classe politica di centro destra unionista che per decenni ha gestito il potere in Corsica.
La votazione sulle decisioni dell’Assemblea còrsa in tema di Collettività unica di pochi giorni fa aveva dato esito negativo con 162 voti contrari e 143 a favore. I senatori della destra e i comunisti eletti in Corsica avevano votato contro mentre i centristi còrsi avevano dato il colpo di grazia con la loro massiccia assenza.
Lo stesso ministro francese della Pianificazione Territoriale, della Ruralità e delle Collettività Territoriali, Jean Michel Baylet, aveva auspicato pubblicamente prima della scorsa votazione che i senatori continuassero ad essere giudiziosi. Dopo la votazione il ministro aveva definito il risultato come “incredibile, un colpo basso per la Corsica che annulla una decisione dell’Assemblea còrsa appoggiata da tutti i gruppi eccetto i comunisti”. “Abbiamo assistito al balletto dell’ipocrisia”, aveva chiosato il Ministro che si era detto comunque impegnato a far rispettare la volontà dell’Assemblea còrsa.

 

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Fermare il G7: “FORA U G7”

Grafica promossa da “Antudo” (portale cui fanno riferimento le realtà sociali che si muovono per l’autodeterminazione e l’autogoverno dei territori) dopo l’annuncio del G7 a Taormina

Il 26 e 27 maggio si terrà a Taormina (provincia di Messina) un vertice del cosiddetto G7.
Il G7 è l’incontro di sette tra le più grandi potenze globali; parteciperanno, dunque, i capi di Stato di Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Canada e Italia con le rispettive delegazioni. Trump, Merkel, Hollande e Gentiloni si vedranno in Sicilia per confrontarsi su alcuni temi specifici: cyber controllo, smart city e sicurezza delle città contro il terrorismo.
Aldilà dei temi specifici, sarà per loro l’occasione per confrontarsi sugli equilibri economici e sui nuovi scenari di guerra a livello mondiale.

Ma il fermento nell’area antagonista e indipendentista siciliana è crescente e per questo fine settimana è prevista una assemblea internazionale. “FORA U G7” in  lingua siciliana, che accoglierà realtà siciliane, realtà italiane dell’antagonismo e della sinistra anticapitalista e realtà delle nazioni senza stato (compresa la Sardegna).
All’Università di Palermo in via Ernesto Basile, sabato 25 e domenica 26 febbraio dalle 10:00 alle 21:00, questo variegato movimento discuterà i termini della mobilitazione da organizzare a maggio.

Nella chiamata è forte la denuncia degli attivisti siciliani sul contrasto stridente tra i potenti della terra che si riuniscono per discutere gli equilibri dei potentati economici e le condizioni di sottosviluppo in cui versa l’isola: «Ancora una volta i “grandi” del pianeta si riuniscono per decidere le sorti del mondo e garantire gli interessi delle lobbies. E decidono di farlo in un posto simbolo: Taormina, la Sicilia. La Sicilia è la zona d’Europa col più alto tasso di disoccupazione; alla Sicilia appartiene l’attuale primato nel saldo delle migrazioni; la Sicilia delle strade che crollano, dell’acqua razionata ai cittadini, dei collegamenti che non esistono; è, appunto, Taormina, uno dei luoghi più turistici dell’Isola. Il simbolo di uno spazio “eccezionale” che stride con i paesaggi, naturali e umani, che la circondano; una cittadina concessa al consumismo dei ricchi turisti di passaggio nel Mediterraneo. In questi luoghi tanto significativi arriveranno questi capi di Stato; arriveranno gli americani che hanno pensato alla Sicilia come zona dove installare un sistema radar militare denominato “Muos” a forte impatto di inquinamento elettromagnetico. Arriveranno i francesi le cui multinazionali hanno comprato praticamente tutta l’acqua pubblica disponibile nella nostra isola e ora si apprestano a mettere le mani sul business dei rifiuti; ci sarà Gentiloni, esponente del Partito Democratico e marionetta gestita dallo stesso ex premier Renzi che ha ridotto la Sicilia a territorio tra i più poveri d’Europa».
Una occasione, quella delle contestazioni al G7, «per rialzare la testa» contro i veri responsabili della crisi economica individuati nei mercati e nella finanza.

Avviciniamo Scozia e Sardegna

Intervista a Stefano Sanna, giovane cuoco e imprenditore sardo che lavora sull’export di prodotti alimentari di qualità sardi e che vive ad Edimburgo.

Hai lanciato una petizione per stabilire un collegamento diretto tra la Scozia e la Sardegna. Per quale motivo?

Ho lanciato questa petizione perché oramai per raggiungere la nostra cara Sardegna o per farci venire a trovare dai nostri parenti stiamo arrivando a prendere fino a tre aerei e farci anche sedici ore di viaggio tra scali e ore di volo, assieme ai nostri due figli. Io e mia moglie abbiamo allora avuto questa idea e l’abbiamo scritta insieme.

Quali sono le richieste nello specifico?

Chiediamo di attivare un volo diretto da Edinburgh ad Olbia. Abbiamo pensato all’aeroporto di Olbia perché questo raggrupperebbe più regioni sarde per i sempre più abitanti sardi in Scozia a differenza di Alghero o Elmas che servono una zona sola della Sardegna. L’aeroporto di Olbia è in espansione ed è il più frequentato dai turisti, quindi molto più interessante per le compagnie aeree e la petizione potrebbe avere maggiori possibilità di successo.

Perché la petizione è in inglese?

Perché vogliamo rivolgerci anche agli amici scozzesi che in passato venivano molto più spesso a visitare la nostra terra, soprattutto nel periodo compreso dall’autunno alla primavera, quando la Sardegna è tutta da scoprire anche da un punto di vista culturale e storico.

Tu lavori molto con l’export agroalimentare. Ci dici la tua su questo importante mercato?

In Sardegna i pastori sono sempre più strangolati dagli industriali e sono costretti a svendere totalmente il latte perché gli industriali devono fare concorrenza al latte rumeno e di altri stati membri UE. Le “grandi industrie” addirittura hanno pensato di usare il latte di altri stati per produrre i nostri formaggi, arrecando un danno abnorme alla nostra economia per non parlare di quello che pensiamo di acquistare noi consumatori e che in realtà non corrisponde al vero. Un mio sogno è quello di creare un’organizzazione tale da mettere veramente tutti i pastori, allevatori e vari artigiani d’accordo (in particolare i piccoli produttori che sono i più sofferenti) e quindi in condizione di essere autonomi.

Come?

Bisogna che chi di mestiere crei un piano economico nazionale per abbandonare completamente gli industriali (visto il loro risultato) e formare cooperative autonome per la produzione di formaggi e altri prodotti. Bisogna organizzarsi seriamente per l’export e la politica deve contribuire abbassando il più possibile il costo dei trasporti, rendendoli più veloci ed efficienti. Ci sono molti pastori e casari che non sanno a chi rivolgersi per fare le spedizioni e contattare i possibili acquirenti all’estero ed intraprendere così un mutamento commerciale a noi favorevole. Per ogni cambiamento ci vuole un ente serio che spieghi, esponga ed assista noi operatori economici. Parlando di logistica bisogna ricordarsi che il centro dell’Europa è l’Olanda, da lì si potrebbe creare un centro di distribuzione per far partire le spedizioni a tutta l’Europa, ma questo implicherebbe una grande opera economica nazionale. Ogni novità appena viene al mondo è molto delicata e bisogna sorvegliarla in maniera severa e rigorosa da attacchi esterni, e rendendo tutto trasparente perché alla prima incomprensione, al primo tentativo di sabotaggio ci si ammazza e ci si scorna tra di noi, trasformando una grande rivoluzione in una lite da bar.

E la Brexit?

Mi trovo diviso sulla Brexit, perché politicamente sono contro l’egemonia della Germania e soprattutto contro le multinazionali, ma con la Brexit non ci sarà il libero commercio e ci saranno le dogane e tutte le piccole aziende artigianali che vivono di tradizione, qualità e passione non riusciranno ad incassare il colpo perché non potranno pagare un’ulteriore spesa oltre al trasporto e alle altre spese. Ciò favorirà le merci alimentari prodotte dalle grandi industrie dannose alla salute, del tutto insapori e prive di tradizioni e di storia e in più i prezzi saliranno in picchiata, sopratutto per quanto riguarda frutta e verdura.
Abbiamo nella nostra terra le mani sapienti, secoli di tradizioni e di storia. Io penso che bisogna lavorare sul produrre un élite di prodotti dall’alimentare all’artigianato, fare ricerca e studiare per migliorarli ancora di più sempre seguendo le tradizioni e i disciplinari in maniera rigorosa.

Collegando turismo, cultura, archeologia e agroalimentare, si crea un’economia forte e dalle fondamenta indistruttibili.

Chi dice che io sogno dovrebbe ricordare l’avvento “dell’innovazione” in Sardegna, quando si crearono mostri come l’Alcoa o il petrolchimico, spacciandoli come futuro dei vostri figli e dicendo grazie allo Stato italiano per le centinaia di migliaia di posti di lavoro, quando si sapeva benissimo che la loro scadenza era ovvia e fatale, lasciando centinaia di migliaia di famiglie sul lastrico senza possibilità di altri impieghi, emigrazione di massa, tumori, terreno inquinato e imbonificabile per i prossimi 300 anni. O quando hanno voluto far ruotare l’intera economia di uno o più territori attorno alle basi militari della NATO, lasciando la popolazione senza altre alternative di sviluppo ed acclamando tristemente il “non cessate il fuoco”!

Ed infine nel guardare dei pastori lasciati soli, vedere l’unica via di salvezza un personaggio come Briatore e preferire girarsi dall’altra parte…

Petizione:

https://www.change.org/p/edinburgh-airport-flight-from-edinburgh-to-olbia-sardinia-and-olbia-edinburgh?recruiter=332203643&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=autopublish&utm_term=des-lg-share_petition-reason_msg

I senatori còrsi voltagabbana

Pochi giorni fa al Senato francese, gli onerevoli còrsi di centrodestra e comunisti hanno votato contro la loro stessa nazione, respingendo la creazione della Collettività unica di Corsica.

Di che si tratta?

La Collettività unica di Corsica, approvata dall’Assemblea còrsa di recente, è un ente amministrativo unico che supera di fatto l’attuale divisione in tre realtà burocratiche territoriali (prefetture), divisione voluta dallo Stato francese, di cui la Corsica è colonia.

Ciononostante anche tra i nostri vicini corsi, vi sono quelli che, vendutisi allo stato francese, attuano una serie di voltafaccia verso il proprio popolo.

Purtroppo, anche grazie ai doppiogiochisti dipendenti oramai da Parigi, la votazione sulle decisioni dell’Assemblea còrsa in tema di Collettività unica ha dato esito negativo: 162 voti contrari contro 143 a favore. I senatori della destra e i comunisti eletti in Corsica hanno votato contro mentre i centristi còrsi hanno dato il colpo di grazia con la loro massiccia assenza.

Il ministro francese della Pianificazione Territoriale, della Ruralità e delle Collettività Territoriali, Jean Michel Baylet, aveva auspicato pubblicamente prima della votazione che i senatori continuassero ad essere giudiziosi. Dopo la votazione lo stesso ministro ha definito il risultato come <<[…]Incredibile, un colpo basso per la Corsica che annulla una decisione dell’Assemblea còrsa appoggiata da tutti i gruppi eccetto i comunisti”. “Abbiamo assistito al balletto dell’ipocrisia>>. Aggiunge che si impegnerà comunque a far rispettare la volontà dell’Assemblea còrsa.

 

Tratto da una riflessione di Franciscu Pala al:

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10211913377259845&set=a.1036138113737.2006853.1534016333&type=3&theater

 

Terzo incontro internazionale organizzato da Scida

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Il 18 novembre – nell’aula teatro del polo universitario SEGP, in Via Nicolodi a Cagliari-si svolgerà il terzo incontro internazionale organizzato da “Scida-Giovunus Indipendentistas, volto alla conoscenza e all’approfondimento della situazione delle nazioni senza Stato e delle lotte dei movimenti indipendentisti giovanili.

Nelle scorse edizioni sono state ospiti anche delegazioni di Catalogna, Corsica ed Euskadi. Quest’anno, per la prima volta, ci sarà la partecipazione della Galizia, con Galiza Nova; i giovani del Bloque Nacionalista Galego, fronte di movimenti nazionalisti di Sinistra, rappresentato nel Parlamento autonomo; riconfermata la presenza dello Sinn Fein Republican Youth, la gioventù del partito repubblicano e socialista irlandese. Ci sarà anche il contributo di una delegazione dell’Unione Democratica Arabo-Palestinese e di un esponente della nazione curda.

I temi dell’incontro saranno principalmente tre: la situazione politica recente nelle nazioni ospiti; scuola e università; lavoro giovanile (e conseguente problema dell’emigrazione). La Galizia è stata uno dei più importanti fuochi di opposizione alla riforma dell’educazione spagnola (la LOMCE o Ley Wert), considerata da Galiza Nova come lesiva dell’insegnamento pubblico, laico e in lingua galiziana. Il BNG ha inoltre presentato una proposta di legge (Plan Retorna) per il rientro in patria dei propri giovani emigrati altamente qualificati. Galiza Nova, a tal proposito, esporrà le sue proposte per la creazione di uno spazio galiziano dell’educazione e del lavoro giovanile.

Nelle Sei Contee, lo Sinn Fein ha tenuto a lungo il Ministero dell’Educazione, materia che nell’Irlanda del Nord ha una certa autonomia rispetto al centro politico del Regno Unito. L’Irlanda, nel suo insieme, è stata altresì toccata da un alto tasso di emigrazione giovanile, causato, in particolar modo, dal fallimento delle politiche neoliberali di Dublino, spesso esaltate anche a casa nostra.

I delegati repubblicani, mostreranno quanto realizzato dal proprio partito sulle politiche dell’educazione e le modalità utilizzate per contrastare l’influenza negativa di Londra e le loro proposte in merito alla risoluzione del problema della disoccupazione ed emigrazione giovanile.

Sarà previsto anche un altro punto, per approfondire la conoscenza delle nazioni europee ospiti: Galiza Nova ci chiarirà le ragioni per le quali considerano la propria nazione come una colonia interna di Spagna e periferia entro l’Unione Europea; lo SFRY ci illustrerà come il proprio partito, durante la crisi economica, sia divenuto il primo dell’isola e come la Brexit potrebbe influenzare le mosse del partito a Belfast.

Ricordiamo, infine, gli altri appuntamenti: il 17 novembre, alle 10:30 nell’Aula Maria Carta di via Trentino (presso Università degli studi di Cagliari), si terrà la conferenza di presentazione dell’evento; il 19 novembre alle 22:00, nella Cueva Rock di Quartucciu ci sarà la festa di chiusura con un concerto che vedrà impegnati, oltre ai The Made In Indonesia (Geopolitical militant band) e i Jax Vain (Folk & Irish Rebel Songs), anche alcuni noti rappers sardi nella “Jam Campidanu Sound System”.

La Sardegna e i migranti: tra luoghi comuni e problemi reali

bambino-nero-sardoDomenica  23 ottobre 2016, il circolo cagliaritano ME-TI ha organizzato un seminario di studio su “I Migranti e la Sardegna”. Abbiamo intervistato Enrico Lobina, relatore al seminario e collaboratore del gruppo di lavoro della RAS sulle politiche migratorie.

  1. Perché i migranti sbarcano in Sardegna? Quali sono le cause delle attuali ondate migratorie?

I migranti che sbarcano direttamente in Sardegna sono molto pochi, e provengono maggiormente dall’Algeria. L’Algeria ha, dal punto di vista socio-politico, una situazione distinta e peculiare rispetto agli altri Paesi dell’area Mediterranea; gli algerini raggiungono la Sardegna perché è più vicina. In ogni caso, la quasi loro totalità ha un progetto di vita che non comprende la Sardegna, che viene vista come terra di passaggio.

Il resto dei migranti o, meglio, dei richiedenti protezione internazionale, che vengono in Sardegna, giungono qua a seguito di un piano nazionale (n.d.R. statale) di ripartizione dei richiedenti protezione internazionale.

In questi ultimi anni sono aumentati a dismisura i flussi migratori non programmati, cioè le persone che arrivano in Sardegna ed in Italia, e poi in tutta Europa, non seguendo le politiche migratorie che, per quanto riguarda l’Italia (e conseguentemente la Sardegna) sono regolamentate da una legge del 1998 e dai flussi programmati.

Le stime che si possono fare, riguardo il futuro, sono le più disparate. Secondo la fondazione ISMU (Iniziative e studi sulla multietcnicità) si possono fare due ipotesi: secondo la prima ipotesi i flussi migratori dell’Africa verso la UE-28 (con la Gran Bretagna) sono stimati per circa un decennio attorno alle 350.000 unità, con un successivo rialzo a 380.000 tra il 2026 ed il 2030. C’è poi una ipotesi più bassa, per cui nel periodo 2021-2025 il flusso annuale sarà di poco superiore alle 300.000 unità, con aumento a 330.000 unità tra il 2026 ed il 2030.

I migranti in Sardegna: numeri e tendenze.

lolaRispetto all’Italia, e rispetto all’Europa occidentale, il numero di stranieri presenti in Sardegna è molto più basso.

Gli stranieri presenti sono sia comunitari, che dell’est Europa, che africani ed asiatici. Le realtà sono le più varie, e nell’area metropolitana di Cagliari, nonché ad Olbia, si raggiungono percentuali che superano il 5%.

Ogni fenomeno sociale legato alle comunità di origine va studiato sia in modo singolo, sia in relazione a dinamiche lavorative, economiche e sociali più generali, e naturalmente in relazione ad una progressiva diminuzione dei diritti dei lavoratori e della dismissione dello stato sociale.

Si pensi solamente al fenomeno delle badanti, che potrebbero arrivare ad essere 6.000 di quei 47.000.

A fronte di un flusso migratorio in entrata, esiste un forte flusso migratorio in uscita, di sardi, di diversa estrazione sociale, i quali si trasferiscono, per diverse ragioni, o in Italia o, nella maggior parte dei casi, fuori dall’Italia.

 I richiedenti asilo in Sardegna: numeri e tendenze.

lola2Nel mondo i “displaced” (N.d.R. “sfollati”) sono uno su cento. In Sardegna i richiedenti protezione internazionale sono uno su trecento. È un fenomeno che interessa soprattutto i Paesi in cui esistono i “displaced” ed i Paesi confinanti (un esempio emblematico è Libano).

In Sardegna negli ultimi 4 anni sono arrivati circa 13.000 persone di flussi migratori non programmati. Nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e negli SPRAR (Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono circa 5.000 le presenze. Questo significa che in 4 anni circa 8.000 richiedenti protezione internazionale hanno abbandonato la Sardegna.

La gestione dei CAS è del Ministero degli Interni. Il sostegno economico per ogni richiedente protezione internazionale è di 35€ a migrante al giorno, che viene incassato dai gestori e solamente in una parte minima (pocket money) dai richiedenti protezione internazionale.

  1. Purtroppo anche in Sardegna si moltiplicano episodi di intolleranza e razzismo. Cosa vorresti dire a chi cede a questi impulsi?

In Sardegna ha poco senso parlare di “integrazione”. Dovremmo parlare di “interazione”, e cioè trovare il modo di unire la fame di lavoro e dignità che hanno i sardi, giovani e non, che non vogliono emigrare e si vogliono sacrificare per una vita degna di essere vissuta, con il medesimo desiderio che hanno la stragrande maggioranza di coloro i quali compiono una attraversata dolorosissima ed arrivano in Sardegna.

Alle persone che cedono ad impulsi razzisti direi esattamente questo: dobbiamo costruire insieme un futuro per il popolo sardo e, stante le condizioni attuali, c’è spazio per tutti.

Così come per tanti fenomeni sociali, anche quello degli sbarchi e dei richiedenti protezione internazionale va governato, con una idea precisa di ciò che si vuol fare. Ritengo sbagliate le politiche europee nel Mediterraneo, che devono cambiare completamente. Allo stesso tempo, dobbiamo praticare forme di interazione tra richiedenti protezione internazionale, inedite ed innovative, che significa migliorare la società in cui viviamo. Il modo con cui oggi viene gestito il fenomeno è sbagliato, ma ancora più sbagliato è dare la colpa a chi arriva in Sardegna, cioè in Europa, per avere un futuro migliore. Se tra questi, poi, vi sono persone che delinquono, esse vanno trattate esattamente come vengono trattate le altre, ma stiamo in ogni caso parlando di una percentuale piccolissima, insignificante.

  1. Molti sostengono che non sia equa la divisione delle quote europee per gestire il fenomeno. Dicci la tua opinione.

L’Europa della Merkel e della Banca Centrale hanno lasciato i Paesi del Mediterraneo componenti la UE soli di fronte ad un fenomeno epocale.

Al contrario, bisogna dare risposte nel breve, medio e lungo periodo. Cagliari Città Capitale si pone in una ottica di governo, e fenomeni come questi vanno governati. Non avrebbe alcun senso assumere atteggiamenti caritatevoli o rifugiarsi in un “accogliamoli tutti”.

In generale, rifiutiamo l’atteggiamento di chi evita il problemi, di chi attacca senza proporre soluzioni.
Lo ius sanguinis (cittadinanza e diritti in base al sangue) e lo ius soli (cittadinanza e diritti in base allo stabilimento su un territorio per un lungo periodo) stanno mostrando tutti i loro limiti. E se si introducesse il principio dello ius loci, cioé che una persona che sta in un territorio, e ci vuole stare, diventa parte della comunità, con i suoi diritti ed i suoi doveri?

Lo ius loci ha affinità con lo ius soli, ma oggi è difficilissimo acquisire la cittadinanza.

La gestione dei CAS è diseducativa e controproducente sia per gli ospiti, siano essi minorenni o maggiorenni, sia per le distorsioni economiche che produce (flussi consistenti di denaro mal utilizzati, lavoro nero), sia per le ricadute negative dal punto di vista sociale: “i soldi vengono spesi per i neri e non per noi?”. La guerra tra poveri c’è già, ed è fortissima.

Nel breve periodo la risposta deve essere sociale, col reddito di cittadinanza ed un nuovo modello di sviluppo.

I CAS e gli SPRAR non possono essere più gestiti come vengono gestiti ora. Chi sta nei CAS e negli SPRAR deve essere utile alla società, e viceversa.

Ciò non toglie che bisogna raccogliere tutti dal mare, rafforzare corridoi umanitari e garantire una vita dignitosa a tutti.

Nel medio periodo serve una risposta europea, rivedere il sistema dei flussi, rivedere le relazioni internazionali con molti Paesi del Mediterraneo, sviluppare una politica mediterranea.

Deve rimanere una politica dei flussi.

Bisogna rivedere la politica estera e le relazioni internazionali verso i Paesi di provenienza, abbandonando ogni tono ed atteggiamento neocolonialista. L’atteggiamento dell’UE, con l’accordo con la Turchia e con le chiusure nell’Europa orientale, centrale e settentrionale, è inaccettabile. Al contrario, la Merkel ha dichiarato che vuole replicare l’accordo UE-Turchia nei confronti dell’Egitto e, mi pare, anche nei confronti del Sudan.

Nel lungo periodo bisogna uscire dalla NATO e praticare una politica di neutralità, abbandonare definitivamente ogni sostegno ad Israele e ripensare completamente le relazioni tra popoli nel Mediterraneo.

  1. A tutt’oggi sono moltissimi i sardi che continuano ad andare via per cercare lavoro. Siamo anche noi coinvolti nel grande fusso migratorio che caratterizza il nostro tempo?

Sì, i sardi sono coinvolti. In una fase storica in cui il XXI secolo, per via di precise scelte di politica economica e politica estera europee ed italiane, rischia di essere il secolo di un tentativo di genocidio sociale del popolo sardo, questo comporta un fortissimo flusso migratorio, che è il risultato e la spia dello stesso genocidio.

La costruzione di una proposta politica alternativa non può aver luogo senza una forte mobilitazione sociale di massa, che oggi è assente. Il processo che abbiamo iniziamo prende atto, in modo problematico, di questa situazione e lavora per un radicamento sociale che contribuisca alla nascita di una mobilitazione sociale di massa sui temi del lavoro, dell’ambiente, della cultura.

Gli ambasciatori baschi in Sardegna. Report di un tour

Report di Giovanna Casagrande

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Libe.R.U, un nuovo movimento indipendentista sardo, ha aperto un giro di conferenze in cui ha accompagnato Anne, Xixil e Ekaitz, militanti di Askapena. L’organizzazione internazionalista basca è nel mirino del governo spagnolo che ne chiede la soppressione in quanto considerata organizzazione terroristica. È però di pochi mesi fa l’assoluzione di 5 militanti dell’organizzazione che, se condannati, rischiavano sei anni di carcere e  multe ingenti.

L’assoluzione della corte di  giustizia madrilena ha definito, nella sentenza che «…Askapena è una organizzazione che lavora su tematiche di solidarietà internazionalista e femminista», ma «non è provato alcun collegamento diretto con ETA…»

Davanti a un pubblico numeroso, i tre baschi  si sono alternati nella illustrazione della situazione storica, sociale e politica del Paese Basco, Euskal Herria.

In modo semplice e sintetico Anne, Xixil e Ekaitz hanno parlato del periodo franchista, del passaggio dal fascismo alla democrazia, definendo tale passaggio formale e non sostanziale per quanto riguarda il popolo basco.

Hanno parlato della repressione, degli omicidi politici, delle epurazioni cui i militanti baschi sono stati oggetto, dando le cifre complessive del corso degli anni, parlando degli arresti (40.000), delle detenzioni (5.000), delle persone torturate (10.000), dei feriti, delle persone costrette a espatriare (3.000). Cifre impressionanti che spiegano la situazione che, fino al 2006, ha visto in azione ETA, organizzazione politica armata,  nata nel 1959 e  fondata da un gruppo di studenti universitari di Bilbao in rotta con il Partito nazionalista basco (PNV).

Il percorso storico illustrato racconta la Spagna franchista, il passaggio alla democrazia borghese richiesto dall’Europa che non avrebbe consentito l’ingresso nella comunità europea di un paese sotto dittatura. Racconta la più celebre delle sentenze eseguite da ETA, (contro Carrero Blanco, erede di Franco), la repressione nei confronti delle organizzazioni politiche che non riconoscevano lo stato centrale. I ragazzi hanno evidenziato come, nonostante il conflitto politico, niente ostacolò il processo di autodeterminazione del popolo basco, che ha visto un rafforzamento con la creazione di  scuole clandestine in cui si insegnava l’euskera, lingua basca ormai diventata ufficiale al pari dello spagnolo, la nascita di  fonti alternative di informazione, radio, televisioni e giornali,  (quattro testate  vennero soppresse con accusa di terrorismo nel corso degli anni). Questo coinvolgimento della comunità rafforzò il sentimento indipendentista popolare, ponendo le basi per una revisione della politica, culminata, nel 2011, con l’abbandono della lotta armata e con una dichiarazione di un cessate il fuoco «permanente», «generale» e «verificabile dalla comunità internazionale».

aska_2L’incontro ha evidenziato come la politica indipendentista sia supportata dalla coscienza del popolo basco. Askapena è un movimento ampio e aperto che abbraccia organizzazioni studentesche, organizzazioni giovanili, femministe, coinvolte nell’affermazione del principio di indipendenza e contrarie al potere pel PNV, partito che, accontentatosi dell’autonomia, percorre una strada completamente opposta all’emnancipazione nazionale e sociale.

Vedendo le immagini di alcuni video proittati in sala, si è visto bene come la polizia autonoma basca persegue, per conto della Spagna,  metodi repressivi, tesi ad annichilire il dissenso e la lotta indipendentista.

Immagini che mostrano una presenza di giovani donne e uomini, pronti a una resistenza passiva pur di tutelare e proteggere persone non gradite al sistema che, eventualmente arrestate e condannate rischiano diversi anni di carcere come terroristi.

Al momento del dibattito chi scrive ha avuto la netta impressione che porzioni di indipendentismo sardo siano distanti dal capire il fenomeno basco e la portata politica di una organizzazione come Askapena. Alcune domande hanno rivelato la difficoltà a ragionare al di fuori del contesto locale,  cercando di paragonare, addirittura, la situazione sarda e quella di Euskadi, domande che vertevano solo su temi elettorali e non su come migliaia di giovani siano coinvolti in un processo ormai irreversibile di indipendenza.

Anne, Xixil e Ekaitx hanno addirittura avuto difficoltà a capire certe domande, avendo evidentemente superato culturalmente e politicamente il problema del “riconoscimento” da parte delle comunità di riferimento

Hanno dovuto spiegare brevemente la non assimilabilità della Catalogna con il Paese Basco, soffermandosi sul fatto che, vista la coscienza di massa consolidata, siano apparsi nel panorama politico, indipendentisti dell’ultima ora, in sintesi la politica che “insegue la piazza”, mentre da noi la politica perde la piazza, a favore di proposte “civiche” che niente hanno a che fare con un percorso volto all’indipendenza.

La loro perplessità riguarda la scarsa partecipazione dei giovani sardi a tematiche come la difesa dei territori contro le basi militari. I tre ambasciatori di Askapena sono, evidentemente, il frutto di un lavoro politico delle generazioni precedenti, nati in un contesto storico in cui l’autodeterminazione è una vocazione collettiva praticata, in cui la lingua è ufficiale e la cultura ha prodotto una visione di una società che non riconosce un governo dominante, e che non lavora per un patto con il potere al fine di ottenere briciole di gratificazione.

Alla domanda su Podemos che, anche in Navarra ha ottenuto consensi forse sottratti all’indipendentismo, hanno risposto che forse l’elettorato ha un passo più lungo della politica e con il voto a Podemos ha inteso manifestare la rottura di indugi, invitando a proseguire verso un cambiamento radicale, senza collusioni con PNV.

L’approccio di Libe.R.U con  organizzazioni straniere è un modo efficace per poter parlare “di noi” in una prospettiva ampia.

È impossibile immaginare che da decenni si seguano strade battute e senza uscita che atomizzano la militanza, creando partiti a basso consenso elettorale. Sarebbe invece necessario interrogarci e rapportarci con altre realtà, uscendo da una visione novecentesca della politica.

Investire in cultura, coinvolgendo associazioni, movimenti, collettivi, è una crescita collettiva di cui la Sardegna ha bisogno, come del pane, anzi come della indipendenza.

 

 

Collaborazione militare fra Università di Cagliari e Sionisti

Intervista ad Alessia Ferrari sulla collaborazione militare fra Università di Cagliari e il Technion di Haifa.

• Come nasce la campagna contro la collaborazione dell’Università di Cagliari e il Technion?
Nel 2foto004 la società civile palestinese ha lanciato un appello al boicottaggio accademico e culturale di Israele come contributo alla lotta palestinese. Ciò si basa sul fatto che le accademie israeliane sono complici del sistema di oppressione israeliano, che nega ai palestinesi diritti fondamentali, tra cui la libertà accademica e il diritto all’istruzione. Il boicottaggio accademico si inserisce all’interno della campagna del BDS, che propone il boicottaggio, il disinvestimento e l’adozione di sanzioni nei confronti di Israele.

• Perché boicottare un istituto di ricerca israeliano? La libertà di ricerca non dovrebbe essere toccata.
Le accademie israeliane sono un punto chiave della struttura ideologica ed istituzionale del regime coloniale attuato da Israele, infatti sin dalla loro fondazione sono legate all’establishment politico-militare e svolgono un ruolo fondamentale nel nascondere al mondo i crimini commessi da Israele, diffondendo a livello internazionale l’immagine di una democrazia illuminata che eccelle nell’innovazione tecnologica.
Il Technion in particolare ha prodotto la tecnologia dei Bulldozer Caterpillar D9 con comando remoto, che vengono utilizzati per distruggere le case dei palestinesi e far posto agli insediamenti coloniali. In secondo luogo è leader nello sviluppo della tecnologia drone impiegata per i periodici bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Il sistema universitario israeliano inoltre riserva trattamenti preferenziali a soldati e riservisti, discriminando gli studenti palestinesi. Per esempio il Technion riconosce crediti accademici e benefici economici agli studenti impegnati nell’esercito. Il Technion ha anche espresso solidarietà ai suoi “studenti combattenti” che hanno preso parte ad operazioni militari come “Margine Protettivo” che, oltre a provocare la morte di più di 1.500 palestinesi, ha causato la distruzione dell’Università di Gaza e di diverse scuole dell’Onu. La militarizzazione dell’Università è una pratica che si sta diffondendo purtroppo anche da noi, mediante l’attivazione di corsi specificamente indirizzati ai soldati.
In molti sono del parere che la libertà di ricerca sia inviolabile, ma anche le Università tedesche degli anni Trenta e del Sud Africa dell’apartheid hanno ottenuto dei buoni risultati scientifici; noi pensiamo che se un’accademia è complice nella violazione dei diritti umani è di questo che le si deve chiedere conto, non della “buona ricerca” prodotta. Inoltre la scienza non è mai neutrale in una situazione di oppressione, perché viene utilizzata per stendere un manto di legittimità sulle istituzioni, così da coprire il loro lato criminale.

• Che rapporti ci sono tra l’Università di Cagliari e il Technion?
Esiste un accordo nel settore farmaceutico la cui referente è la Prof.ssa Morelli. Per chiedere che tale accordo non sia rinnovato abbiamo costituito il gruppo “Studenti contro il Technion”, a cui hanno aderito vari gruppi di sinistra e indipendentisti sensibili alla causa di liberazione del popolo palestinese dal colonialismo e dall’occupazione israeliana. È stata creata una omonima pagina Facebook, gestita con i compagni di Torino a loro volta impiegati in una campagna di boicottaggio del Technion. Abbiamo ottenuto un incontro con la Rettrice Maria del Zompo, che ha dichiarato di non essere informata sulla cooperazione esistente con il Technion, e di ignorare le implicazioni di quest’ultimo con la macchina da guerra israeliana. Ci siamo così mossi per documentare il tutto e abbiamo redatto un dossier informativo sul Technion e sul DASS, che è stato consegnato alla Rettrice e alla Morelli. Entrambe sono state invitate a un’assemblea pubblica che si terrà il 21 ottobre, in cui vogliamo dar vita a un contraddittorio tra chi ritiene che non si debbano porre dei limiti alla ricerca scientifica, e chi, come noi, ritiene che esistano dei limiti etici e che al primo posto debba essere posto il rispetto dei diritti umani. All’incontro sarà presente Enrico Bartolomei, l’accademico promotore di una petizione firmata da più di 300 accademici, che chiede l’interruzione delle collaborazioni tra le Università italiane e il Technion. Interverrà inoltre Fausto Gianelli dei Giuristi Democratici, avvocato da anni impiegato sul fronte della difesa dei diritti umani.

 

Il Mondiale delle Nazioni Senza Stato

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Contributo del giornalista sporitvo Marco Piccinelli

Il 6 giugno s’è tenuto il Mondiale di Calcio delle Nazioni Senza Stato ed è stato organizzato dalla CONIFA (Confederazione di associazioni calcistiche indipendenti), ovvero, come riporta il sito dell’Osservatorio Balcani-Caucaso, l’organizzazione nata dalle ceneri del’NF-Board: «Il NF-Board è riuscito a organizzare cinque VIVA World Cup – l’ultima edizione, nel 2012, portò nel Kurdistan iracheno nove squadre, radunando circa 32.000 tifosi nello stadio di Erbil. Il NF-Board, paralizzato da lotte intestine e da problemi, si è poi sciolto tre anni fa». VIVA World cup e FIFI wild cup, in ogni caso, hanno avuto lo stesso intento in anni diversi: cercare di organizzare un torneo mondiale delle Nazioni Senza Stato. Queste manifestazioni calcistiche, così come la prima coppa della CONIFA di quest’anno, hanno visto la partecipazione di federazioni non riconosciute dalla FIFA e appartenenti sia a Nazioni Senza Stato, sia a Nazioni che hanno raggiunto una cospicua indipendenza (o autonomi ‘de facto’) ma non riconosciute dalla comunità internazionale. Nazioni, dunque, come la Groenlandia, le isole Åland, l’Isola di Man (Ellann Vannin), l’Abkhazia, Zanzibar, Cipro Nord, Kurdistan, Nazionale Romanì, Darfur, Occitania, Gozo (Malta), Kiribati, Isole Chagos, Vallonia, Gagauzia, Ossetia e chi più ne ha più ne metta, hanno animato per anni i mondiali dei Paesi non riconosciuti. Quest’anno, la competizione, svoltasi in Abkhazia, ha visto la partecipazione di Panjab, Somaliland, Armenia occidentale, Isole Chagos, Kurdistan Iraqeno, Rezia, Cipro Nord, Padania (sic!)(*), Sapmi, Terra dei Siculi (**), FC Korea, una squadra formata dai Coreani presenti in Giappone che milita nelle divisioni regionali del Campionato di Calcio Giapponese e – ovviamente – dall’Abkhazia.

L’edizione di quest’anno se l’è aggiudicata l’Abkhazia, paese organizzatore, vincendo la finale ai rigori contro la rappresentativa nazionale del Panjab.

(*) La Padania è, essenzialmente, il ‘braccio sportivo’ della Lega Nord.

(**) Letteralmente la traduzione di Szekely Land è per l’appunto Terra dei Siculi, ovvero una porzione di territorio della Romania abitato da un popolo magiaro, quindi ungherese. Niente a che fare con i siculi intesi come siciliani, cioè abitanti della Sicilia.

L’indipendentismo e la brexit

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Immagine tratta dal periodico anticolonialista “Su Populu Sardu”

Quello che pensa la parte maggioritaria dell’indipendentismo scozzese e irlandese della Brexit è noto: se il Regno Unito è uscito dalla UE noi abbiamo il diritto di uscire dal Regno Unito e di aderire alla UE.

Ma qual è la lettura dell’indipendentismo sardo sulla brexit? Abbiamo fatto un piccolo viaggio fra le diverse posizioni e sensibilità della scena indipendentista sarda.

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Il primo soggetto ad uscire con un comunicato è stato il partito Libe.r.u. che si è concentrato soprattutto sulla contraddizione delle “nazioni celtiche” schierate per il cosiddetto Remain. A spiazzare un pò tutti – argomenta la direzione di Libe.r.u. – è stata la posizione delle nazioni celtiche oppresse, che si riscoprono come paladine dell’europeismo. Secondo Libe.r.u. la posizione europeista di scozzesi ed irlandesi non sarebbe di tipo organico, bensì tattico e pragmatico, frutto della possibilità storica di affrancarsi dal dominio di Londra. In particolare in Scozia «ovunque stravince la permanenza, certamente sull’onda della posizione presa dallo Scottish National Party (…) il quale gioca anche la carta europeista in funzione anti inglese». Discorso analogo per i nazionalisti irlandesi che «temono di ritrovarsi con un “muro” che separa le comunità irlandesi del nord dalla Repubblica, confine segnato dalla futura non appartenenza della Gran Bretagna (e quindi anche dell’Irlanda dal Nord) all’UE, di cui la Repubblica fa parte».
Libe.r.u. imputa questa tendenza dei movimenti nazionalistici celtici pro-UE ad adottare la logica del “nemico del mio nemico è mio amico”, senza considerare il fatto che l’Unione Europea è «un polo imperialista, nemico della libertà delle nazioni, della dignità dei lavoratori e delle masse popolari». La posizione di Liber.u. sulla UE è chiara: «l’imperialismo non si sconfigge infatuandosi degli imperialismi nemici del proprio dominatore ma combattendo l’imperialismo. (…) Non ha perciò alcun senso oggi ritenersi indipendentisti e al contempo europeisti, così come non ha senso ritenersi europeisti ma contrari a questa Unione Europea. Di Unione europea c’è solo questa: l’Europa dei popoli è un sogno, niente di tangibile, semplicemente non esiste».

FRONTE_SIMBOLOIl Fronte Indipendentista Unidu aveva affrontato giusto un anno fa la questione “imperialismo UE” in un percorso formativo curato con l’organizzazione giovanile Scida e il collettivo antagonista Furia Rossa organizzando diversi incontri con il redattore di Contropiano Marco Santopadre. L’organizzazione anticolonialista aveva per l’occasione preparato un documento di analisi, (era ancora fresca la scottatura del tradimento del partito di sinistra greco Syriza che aveva alla fine firmato il Memorandum imposto dalla troika), proponendo una piattaforma politica internazionale articolata su quattro punti fondamentali. All’indomani del risultato del referendum britannico il Fronte ripropone e rilancia la piattaforma, accogliendo «con grande entusiasmo e speranza l’uscita della Gran Bretagna dalla UE» e la possibilità che «questo fatto storico può essere una buona occasione per scatenare un processo di smantellamento dell’oligarchia finanziaria chiamata UE che sta sottomettendo i popoli e i lavoratori del continente a rigidissime ed odiose misure di austerità che, in diversi casi, stanno portando interi settori sociali sotto la soglia di povertà». Il Fronte tende la mano a tutte quelle realtà internazionali che ritengono opportuno uscire dalla UE in quanto ritenuta «irriformabile» e, nei fatti, una «unione di oligarchie finanziarie e militari che strangolano la prosperità delle masse lavoratrici e dei popoli europei». Uscire dalla UE significa anche uscire dalla NATO che rappresenta sia una costante minaccia alla pace tra i popoli che una  deprivazione di risorse ai servizi primari» dello stato sociale. Il terzo punto della piattaforma consiste nel «riconoscimento del diritto delle nazioni senza stato alla loro autodeterminazione» inteso come «fattore fondamentale di straordinaria dirompenza democratica e sociale che mette de facto in crisi le fondamenta stesse che reggono la UE e il blocco NATO». Last but not least il punto sulla necessità di rivedere tutti i trattati e le politiche ultraliberiste in materia di lavoro, servizi, fiscalità e coercizione militare» che i governi della UE hanno varato cancellando di fatto «le principali conquiste economiche e politiche del movimento operaio e contadino del Novecento». Cancellare integralmente queste politiche economiche – concludono gli anticolonialisti – «significa affossare le oligarchie e mandare in cortocircuito la ragion d’essere della stessa UE, aprendo una via di progresso sociale e pace».

progresDi marca diversa la posizione del partito ProgRes che separa l’aspirazione ad un europeismo di stampo cosmopolita e cooperativo da ciò che la UE effettivamente è diventata: «è bene chiarire che uscire dall’UE non significa uscire dall’Europa, ma più semplicemente sciogliere quei trattati e accordi internazionali che vincolano gli Stati Membri. È bene dunque aprire la discussione su cosa debba essere l’UE e cosa debbano stabilire i trattati che la definiscono». ProgRes dichiara “fallito” l’«attuale progetto dell’UE», anche a prescindere dal risultato del referendum britannico e imputa tale fallimento alla «burocrazia» e all’«incapacità di creare diritti nuovi e una reale cittadinanza europea». In buona sostanza il fallimento della UE è dovuto alla limitatezza «degli stati ottocenteschi che l’hanno costruita» i quali sono stati «incapaci di dare corpo ad un progetto serio di Europa dei popoli». ProgRes però ritiene comunquee che sia possibile costruire un’«Europa dei popoli e delle persone» a partire dall’ascolto delle comunità e a questa «nuova europa anche la Sardegna dovrà saper dare il suo contributo».

SNISardigna Natzione Indipendentzia, invece, assume una posizione di difesa della UE, inteso come l’ambito nel presente «più vicino alle nostre attese». Sebbene la realtà della UE non sia ideale – continua la direzione di SNI – «Nessuna possibile soluzione politica per le nazioni senza stato ci sarebbe in una scomposizione dell’Europa e in un ritorno agli stati-natzione dell’ottocento trincerati nella difesa dei confini e dell’integrità nazionale». Per Sardigna Natzione l’occasione che si presenta è storica, perché «se la Scozia e l’Irlanda del Nord aprono una strada nuova in Europa, con la loro indipendenza, quella strada la percorreremo anche noi sardi, i catalani, i baschi, i corsi, i fiamminghi e tante altre nazioni, 50 milioni di Europei che di fatto daranno un’altra conformazione all’asfittica Europa di oggi». Sardigna Natzione infine attacca duramente chi ha colto nella brexit un fattore positivo: «SNI, non si spiega come alcuni auto-rivoluzionari e alcuni indipendentisti non si accorgano di fare parte dell’ONDA e di correre il richio di trovarsi insieme, senza volerlo, ai peggiori reazionari a fare l’OLA a Salvini, Farage , Le Pen e Trump e quanto di peggio il mondo abbia partorito. SNI non è nell’ONDA. All’antieuropeismo ideologico contrappone l’europeismo strumentale, non condiviso ideologicamente per questa Europa, ma utile alla natzione».