Anche in Sardegna sbarca la Diada catalana

Una delle tante manifestazioni per l’indipendenza della Catalunya, tratta da Radio Onda d’Urto

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato bilingue (italiano-catalano) sull’evento solidale con la Diada, festa nazionale catalana che ricorda la caduta di Barcellona, dopo una eroica difesa nazionalista, da parte delle truppe borboniche. La Diada ha assunto da qualche anno a questa parte un significato politico di enorme importanze diventando una mobilitazione di milioni di cittadini catalani organizzati dalle associazioni culturali che la promuovono e i cui dirigenti sono attualmente prigionieri politici nelle carcere spagnole per aver incitato all’indipendenza.

Di seguito il comunicato

L’Òmnium Cultural de l’Alguer, amb la col·laboració de l’Ofici de l’Alguer de la Generalitat de Catalunya  i amb el suport del Municipi de l’Alguer, organitza un acte en solidaritat amb el pòpul català, en ocasió de la Diada Nacional de Catalunya. 

Després dels saluts institucionals del Síndic de l’Alguer, Dr. Mario Conoci, del responsable de l’Ofici de l’Alguer de la Generalitat de Catalunya Gustau Navarro, i de les autoritats presents,  Pere Mayans i Balcells, Cap del Servei de Suports i Recursos Lingüístics de la Generalitat de Catalunya, tenguerà una conferència amb el títol “Catalunya, la diada de l’11 de setembre, passat, present i futur!”.
Coordina la tardada, lo President de l’Òmnium Cultural de l’Alguer, Esteve Campus.
L’acte tenguerà lloc l’11 de setembre del 2019, a les sis de la tarda, en la Sala del Consell Municipal, al carrer de Columbano, 6.

Séu convidats a participar.

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L’Òmnium Cultural de l’Alguer, in collaborazione con l’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya e col patrocinio del Comune di Alghero, organizza un atto pubblico di solidarietà col popolo catalano, in occasione della Diada Nacional de Catalunya.

Dopo i saluti istituzionali del Sindaco di Alghero, Dott. Mario Conoci , e del responsabile dell’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya, Gustau Navarro, e delle autorità presenti, Pere Mayans i Balcells, Capo del Servei de Suports i Recursos Lingüístics de la Generalitat de Catalunya, terrà una conferenza dal titolo “Catalunya, la diada de l’11 de setembre, passat, present i futur!”.
Coordina la serata, il presidente dell’Òmnium Cultural de l’Alguer, Stefano Campus.
L’atto si terrà l’11 de setembre del 2019, alle ore 18, nella Sala del Consiglio Comunale, in via Columbano, 6.

Siete invitati a partecipare.

Essere donne in Sicilia combattendo patriarcato e colonialismo

Immagine tratta da Il Manifesto

Il Movimento della rete delle realtà femministe siciliane si è riunito  in assemblea in occasione del Trinacria Camp 2.0 al campeggio ecologista, femminista e indipendentista lo scorso 25 luglio a Milazzo per discutere di un “PIANO FEMMINISTA IN SICILIA”. L’assemblea è stata carica di interessanti spunti che non riguardano solo il movimento femminista e indipendentista siciliano, ma che possono avere forti influenze positive anche in altri contesti dove si pone con forza il connubio liberazione nazionale e liberazione di genere. Abbiamo deciso di fare una intervista a tutto campo a Tiziana Albanese di NUDM Palermo che ha tenuto una esaustiva relazione per introdurre il dibattito.

 

  • Che c’entra il femminismo con la lotta di liberazione e indipendenza del popolo siciliano?

Esiste una radice centrista del femminismo occidentale che si sviluppa a partire da un concetto di “donna” inteso come soggetto universale e trascendente rispetto ai suoi attributi locali e storici. Niente di più sbagliato. Ogni soggettività, la donna in questo caso, è storicamente collocata in un luogo e in un periodo preciso, vive su di sé tutte le contraddizioni sociali nello stesso momento e queste contribuiscono a determinare la sua condizione di subordinazione. Il femminismo occidentale ha trascurato un’analisi comprensiva di tutti questi fattori in favore di un’analisi oppositiva volta a definire il soggetto donna (vittima) in opposizione al suo soggetto antagonista (e dominatore) uomo. Nel tentativo di universalizzare la condizione della donna e la lotta per la sua liberazione si assume come postulato teorico che le donne di tutto il mondo, indipendentemente dalla loro condizione di vita, dai rapporti economici e sociali su cui è fondata la società in cui agiscono, siano assimilabili in un unico gruppo in quanto “donne”, definite unicamente sulla base della loro appartenenza al medesimo genere. Bisogna ribaltare questa visione.

Se è vero, come è vero, che gli attributi locali e storici contano e nel nostro territorio si traducono in molteplici dispositivi di dipendenza materiale, politica ed economica e di subalternità rispetto allo Stato centrale, non possono esistere diritti delle donne che siano astrattamente garantiti a prescindere da questa condizione coloniale.

Precarietà, disoccupazione, emigrazione forzata, devastazione e sfruttamento sfrenato del territorio: è questa la forma che il capitalismo – sulle gambe dello Stato – ha assunto in Sicilia come strumento di accumulazione e di dominio e oppressione sulla popolazione. Bisogna sottolineare che lo Stato è contemporaneamente esecutore, garante dell’organizzazione capitalistica della società e del Patriarcato.

L’identità della donna siciliana non può non determinarsi a partire dalle contraddizioni reali. Essere donna siciliana significa subire i più alti tassi di disoccupazione femminile, dover emigrare forzatamente; essere siciliane significa non poter abortire se lo si ritiene necessario (l’obiezione di coscienza in Sicilia si attesta all’87%), significa vivere accanto a basi militari, discariche, raffinerie inquinanti.

Con una descrizione specifica di tutte le contraddizioni che l’organizzazione statale capitalistica crea è facilmente tracciabile un pensiero della differenza fra essere donne in Sicilia e altrove. Bisogna far sì che esso si trasformi in pensiero (e pratica) dell’indipendenza.

Non solo non può esistere libertà delle donne senza libertà del territorio; ma è lo stesso processo di indipendenza delle donne dallo Stato capitalista e patriarcale a rendere propriamente di liberazione il processo generale.

 

  • Perché nella tua relazione hai fatto più volte riferimento agli scritti di Franz Fanon e al ruolo delle donne in nella lotta per la liberazione dell’Algeria?

Gli scritti di Franz Fanon sono emblematici della questione che stiamo mettendo a tema, ovvero il ruolo coloniale della riproduzione della violenza sulle donne.

In “L’anno V della Rivoluzione Algerina” nell’analisi del colonialismo francese in Algeria una delle prime questioni che Fanon mette a tema è quella della centralità della donna nel processo di colonizzazione e in quello auspicato di de-colonizzazione. In effetti sul corpo e sui diritti delle donne si consuma una delle prime mosse del colonizzatore, soprattutto all’alba dei primi movimenti di liberazione algerini.

La formula su cui il governo francese deve puntare è semplice:《prendiamoci le donne e verrà anche il resto》. Lo fa sostanzialmente mediante due mosse: teorizzando scientificamente la figura della donna musulmana vittima e sottomessa e, specularmente, quella dell’uomo musulmano sadico e crudele. Le donne algerine avevano fatto del velo uno strumento di lotta. Lo indossavano per travisarsi e rendersi irriconoscibili durante le azioni più violente, ne usavano gli ampi panneggi per nascondersi addosso messaggi, provviste, armi. La narrazione occidentale coloniale lo trasforma in simbolo di oppressione femminile con l’obiettivo di creare alle donne algerine un nemico interno (l’uomo musulmano) distogliendo l’attenzione da quello esterno (il colonialista francese).

In “Pelle nera, maschere bianche” Fanon ci dice che il complesso di inferiorità del colonizzato ha due radici: quella economica e l’interiorizzazione dell’inferiorità che porta il colonizzato al ripudio della propria razza in favore di quella bianca. La donna nera – come l’uomo, del resto – è ossessionata dalla bianchezza, ma a differenza di quest’ultimo ha a disposizione un’arma in più nella disperata tensione al divenire bianco: tramite la maternità, può “diluire” la propria negritudine; l’imperativo categorico è generare figli sempre meno neri delle madri, scopo che si raggiunge, naturalmente, solo se si prediligono partner sessuali bianchi, anche a costo di subirne la violenza.

È evidente che il contesto che muove le riflessioni di Fanon è differente nel tempo e nello spazio da quello siciliano. Ma può essere interessante aprirsi ai suoi studi perché descrivono meccanismi coloniali validi e ripetibili.

  • Ci sono esperienze che hanno messo in crisi l’immagine remissiva e subalterna della donna siciliana?

Le storie delle donne del Sud – e di quelle siciliane nello specifico – sono state oggetto di omissioni e distorsioni che ne hanno alterato le potenzialità di lotta. Per noi rappresentano un punto di partenza per mettere in crisi l’immagine presentata dalla narrazione dominante della donna siciliana remissiva e subalterna.

La storia narrata delle donne in Sicilia è storia di violenze subite, di matrimoni forzati, di dipendenza totale dalle figure maschili, prima i padri e poi i mariti. Poche sono le storie che raccontano la donna che ha acquisito consapevolezza di classe e ha lottato accanto al marito zolfataro, contadino… In realtà di esempi di donne che hanno rotto gli schemi del patriarcato in Sicilia ce ne sono tanti. Significativa è sicuramente la storia di Franca Viola. Donna di Alcamo che per prima in Italia rifiuta di accettare il matrimonio riparatore che, secondo le leggi italiane, costituiva un’assoluzione per chiunque avesse desiderato e rapito una donna violentata. Franca Viola, promessa di Filippo Melodia, nipote di un boss locale, viene rapita da quest’ultimo e dai suoi in seguito all’annullamento del fidanzamento. Per la prima volta, e ciò avviene in Sicilia, una donna decide di opporsi al matrimonio forzato. Nonostante le minacce subite, Franca Viola sposerà un altro uomo, senza nascondersi e a testa alta.

Poco nota anche la storia di Maria Occhipinti che nel gennaio del 1945, a dispetto dei suoi 4 mesi di gravidanza, si sdraiò davanti a carri armati per impedire che portassero via le giovani reclute che non volevano più partecipare alla Guerra. O, ancora, quella di Rosa Donato, figlia di un cuciniere. Aveva assistito alla repressione borbonica dei moti del 1820-21 in Sicilia. Partecipò attivamente alla rivoluzione siciliana del 1848-49, combattendo a Messina e poi a Palermo. Ci viene rappresentata nelle iconografie tradizionali mentre carica un cannone per sparare contro le truppe regie che furono costrette a retrocedere. Divenne caporale per l’impegno nella lotta e difese la città quando venne assediata dai soldati borbonici dando fuoco ai depositi di munizioni e causando ingenti perdite alle truppe nemiche. Si finse morta per continuare a combattere a Palermo divenendo un’importante guida per i rivoluzionari. Dopo la sconfitta di Palermo venne arrestata e torturata per 15 mesi a Messina.

Importante da citare anche la storia delle brigantesse, la cui costruzione narrativa ne depotenzia il carattere politico eversivo. Queste donne, la cui lotta è dimenticata, vengono per lo più – anche nei testi che si propongono di riscoprire un’antistoria del risorgimento e del brigantaggio – identificate attraverso l’amante a cui si accompagnano e attraverso la ferinità che assumono nella difesa del proprio uomo a cui sono devote. Il carattere politico della loro lotta che si iscrive in una lotta contro la colonizzazione piemontese viene rovesciato nuovamente in una narrazione di inferiorità attraverso una romantizzazione delle imprese di queste donne, una narrazione che intreccia macabro e seducente.

Il ruolo di queste donne nei processi storici non è solo rimosso, oggetto di una cancellazione dalla memoria collettiva, ma è iscritto all’interno di strutture significanti che identificano queste donne come “drude”, sanguinose, assetate di sangue e dunque brutali. Se ne esalta la sessualità sanguinaria e animale che crea tutto un immaginario preciso. Occorre allora costruire una sorta di genealogia alternativa di cosa significhi essere donna in Sicilia a partire da quelle azioni che nelle narrazioni dominanti hanno assunto un ruolo marginale o strumentale.

  • Quali sono le vostre battaglie?

Il nemico è uno, ovvero il potere patriarcale e maschilista – dunque capitalista- sempre più interiorizzato dalle donne stesse. Dobbiamo rivolgere, però, le nostre rivendicazioni agli esecutori materiali di tale potere:

il governo italiano e la Regione Siciliana mettendo in atto pratiche politiche conflittuali efficaci. Le nostre battaglie partono da istanze locali e concrete.

Un campo di lotta è sicuramente quello del diritto all’aborto. In Sicilia 9 medici su 10 sono obiettori. Un’altra importante questione riguarda i consultori: sono presenti in numero inferiore a quello previsto per legge, sono fortemente de-finanziati, la sede in un quarto dei casi è definita mediocre o fatiscente, solo la metà ha a disposizione un ecografo. All’interno di questo contesto si inserisce anche la fondamentale questione della contraccezione gratuita. Infatti oltre ai servizi base che i consultori dovrebbero fornire, secondo la legge 194 (“Legge 22 maggio 1978, n.194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, meglio nota come Legge 194, è la legge in vigore in Italia che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto), dovrebbero anche fornire una contraccezione gratuita di base. Molte sono state le lotte portate avanti e vinte anche in altre regioni. Ed è anche qui, in Sicilia, che si sta aprendo un piano vertenziale alla regione in questo senso.

E poi esiste, come si diceva prima, il problema dell’alto tasso di disoccupazione (solo il 29,1% delle donne lavora), dell’emigrazione forzata, della mancanza di servizi (tempo pieno nelle scuole, asili nido ecc.). Queste contraddizioni reali, come le altre, non possono essere utilizzate per legittimare politiche reazionarie e autoritarie, ma devono diventare occasioni per attaccare e conquistare spazi di riscatto e di lotta per le donne.

Cancellata l’autonomia del Kashmir. La mano pesante dell’India

foto tratta da Time

di Luana Farina

Kashmir e Jammu:  nuovo attacco all’indipendenza e all’autodeterminazione di un popolo.

pochi giorni fa il Primo ministro indiano Narendra Modi, leader del partito ultranazionalista Bharatiyva Janata, tramite il Ministro degli Interni, Amit Shah, ha annunciato la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione, che garantiva al Kashmir e allo Stato di Jammu, introdotto negli anni Cinquanta, di godere di un’ampia autonomia politica, fatta eccezione per la politica estera, la difesa e le comunicazioni.

Garantiva una propria Costituzione e una bandiera, vietava inoltre agli stranieri di acquistare territori nella Regione, onde evitare speculazioni e stravolgimenti di tipo demografico.

L’intento è quello di sostenere la maggioranza indù contro la minoranza musulmana, quindi non è un caso che con la presa di potere di Modi le violenze contro la comunità musulmana sono aumentare e l’induismo ha rafforzato il proprio nazionalismo.

Quindi il Kashmir è il primo luogo da colpire, perché, in caso di modifica costituzionale dell’articolo 370 i rappresentanti locali della regione autonoma, avevano già minacciato forti e decise reazioni e proteste per difendere la loro autonomia.

Considerato che le due regioni hanno la massima concentrazione delle basi militari indiane è ovvio che c’è anche un problema di servitù militari non facile da risolvere.

Perciò il governo Indiano ha già avviato un processo di “repressione preventiva“.

I leader locali sono stati arrestati, 20mila persone tra turisti e altri cittadini di fede indù presenti nella regione sono stati fatti evacuare, Internet, i servizi telefonici e le comunicazioni sono stati sospesi, con la motivazione, non suffragata da nessun fatto reale, di possibili attacchi terroristici; non è detto che a seguito di questo provvedimento legislativo e della repressione che si è già scatenata, non seguiranno davvero reazioni anche violente da parte di un popolo  che sta subendo l’ennesima umiliazione.

Non scordiamo che già a gennaio scorso a seguito dell’uccisione dei due giovani leader “ribelli” (il comandante Zeenatul Islam e il suo vice), avvenuta in uno scontro a fuoco ieri tra militanti indipendentisti e le forze governative, ci furono manifestazioni in cui 20 persone rimasero ferite, persone alle quali era stato impedito di recarsi al funerale .

A febbraio poi morirono altre 44 persone tra civili e militari durante scontri tra indiani e pakistani accusati di sostenere i ribelli del Kashmir e del Jammu.

La resistenza separatista, che ai primi degli anni 90 sembrava quasi sopita, dal 2016 è nuovamente in aumento a causa del grave conflitto tra India e Pakistan, ciò dimostra che il malcontento è esteso e la militanza indipendentista sta riconquistando le nuove generazioni delle due regioni sottoposte  a nuove misure repressive.

Contro il G7 mobilitazioni e disobbedienza civile

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il testo di convocazione della sinistra indipendentista basca per la mobilitazione “contro il G7 e il suo mondo”. Il 45º vertice del G7 si svolgerà  a Biarritz, paese Basco del Nord, dal 24 al 26 agosto 2019.

Ecco i link utili per seguire la mobilitazione;  (1) ; (2)

Qui invece il programma della mobilitazione.

Il G7 raggruppa le sette potenze economiche occidentali (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada). Stabilisce una gerarchia tra i paesi che determina quelli che sono potenti, ideologicamente ben allineati e rifiuta quelli che non lo sono. Fin dalla sua nascita il G7 è messo in discussione per la sua illegittimità. Sostenendo il libero mercato, la deregolamentazione, l’austerità finanziaria, i paesi del G7 hanno contribuito alla crescita di quelle disuguaglianze sociali a un livello mai raggiunto in 100 anni. I vertici del G7 rappresentano la dominazione delle principali potenze occidentali. Servono a far accettare i compromessi più favorevoli agli interessi del capitalismo. E’ all’interno di questi compromessi che si decidono le politiche economiche e finanziarie che saranno imposte ai popoli del mondoIl prossimo vertice avrà un’ulteriore particolarità: si svolgerà nei Paesi Baschi in un territorio in cui la resistenza allo sfruttamento capitalista, all’oppressione imperialista e eteropatriarcale sono radicate e vivaci, così come la solidarietà e la volontà di costruire un altro mondo.

 Il mondo del G7. L’obiettivo del vertice del G7 è stato per lungo tempo quello di circoscrivere al meglio le crisi successive del capitalismo, imponendo al mondo il cancro neoliberista. Per i partecipanti oggi si tratta di salvare il sistema dalle conseguenze delle politiche adottate da loro stessi da più di 40 anni.

Perciò l’efficacia che pretendono di avere è messa in discussione dall’instabilità internazionale, dalle molteplici crisi aggrovigliate, dalla potenza degli interessi capitalistici e le misure adottate che non trattano mai i problemi alla radice. Questo vertice, organizzato con un costo elevato (500 milioni di dollari nel 2018), si riduce a un’operazione di comunicazione. Lo stato del mondo rappresentato dal G7 è oggi profondamente mortifero. I suoi aspetti nefasti sono evidenti e incontestabili: • cambiamenti climatici • avvelenamento dell’ambiente e riduzione della biodiversità • aumento delle disuguaglianze tra gli stati e le classi sociali in ciascuno di essi • guerre imperialiste, conflitti perenni e povertà per milioni di persone • migrazioni forzate e chiusura degli stati ricchi • crescita dell’autoritarismo, del fondamentalismo religioso e delle idee razziste • aumento delle violenze di genere alimentate dalle politiche neoliberiste • spoliazione dei cittadini, dei popoli e dei territori dal superpotere delle multinazionali .

Una buona parte dell’umanità è privata dei diritti elementari contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Alcuni popoli sono violentemente oppressi e il loro diritto all’esistenza e all’autodereminazione negato, anche nel cuore dell’Europa. Anche nei paesi del G7 le politiche dell’austerità provocano il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Siamo in una situazione di crisi sistematica multidimensionale, sociale, politica, ambientale, geopolitica che sta mettendo in gioco le condizioni di vita sulla terra.

Quali saranno le tematiche trattate nel 2019? Ogni anno, nel tentativo di rispondere alle critiche sulla sua illegittimità, il G7 propone dei temi di attualità e invita i protagonisti della società civile a discuterne. La verità è che il G7 non ha mai mantenuto le sue promesse. Le sue dichiarazioni finali sono una lista di buone intenzioni mai seguite da misure concrete o stringenti: aiuto allo sviluppo (Scozia 2005), paradisi fiscali (2013 Irlanda), diritti dei rifugiati (Italia 2017), gli esempi abbondano.

La riunione del G7 per il territorio coinvolto.

La riunione del G7 implica un importante limitazione delle libertà di circolazione e manifestazione sul territorio coinvolto. Impone un vero stato di assedio e un’occupazione poliziesca soffocante. Perché dovremmo accettare tutto questo senza reagire? All’utilità del G7 non crede più nessuno. Nessuno vuole più il G7. E’ uno spreco di denaro pubblico e la miglior soluzione è la sua scomparsa pura e semplice.

Dai Paesi Baschi costruire un altro mondo possibile. Ci mobilitiamo in occasione del G7 dell’agosto 2019 nei Paesi Baschi perché il mondo che esso rappresenta deve cambiare profondamente e ora. Costruire un altro mondo è possibile e urgente; e dai Paesi Baschi dobbiamo fare la nostra parte. Qui le mobilitazioni e i progetti in vista di un cambiamento di modello di vita si sono moltiplicati: per frenare il cambiamento climatico, in favore della libertà di movimento, per la difesa degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, contro l’oppressione di genere, per la diversità culturale e linguistica, contro la guerra e in favore della pace, in sostegno ai progetti di autorganizzazione. E’ per questo, mentre ci opponiamo al G7, vogliamo rafforzare le nostre lotte per un cambiamento sociale. Ci mobiliteremo per difendere e costruire altri modelli, aprire altre vie per un mondo in cui la giustizia sociale, solidarietà e uguaglianza sono delle esigenze e delle realtà concrete.

Un mondo già all’opera nelle lotte ai quattro angoli del pianeta per: • la rottura delle logiche capitaliste basate sullo sfruttamento; • la fine del patriarcato e della divisione sessuale del lavoro; • l’azione determinata contro i cambiamenti climatici e in favore di stili di vita che rispettano e preservano gli ecosistemi; • un mondo basato sulla solidarietà tra i popoli, l’antimperialismo e l’internazionalismo, relazioni internazionali demilitarizzate • il potere di decidere democraticamente di tutta l’organizzazione della vita comune e il diritto all’autodeterminazione per tutti i popoli • la difesa della diversità culturale e linguistica • l’uguaglianza reale delle popolazioni oppresse dal razzismo, pari diritti per tutti gli abitanti del pianeta Invitiamo tutti i soggetti in accordo con questo appello a raggiungere la piattaforma. Noi chiamiamo tutte le persone di qui e di fuori che condividono questa visione a mobilitarsi per riunire il massimo delle forze per il G7 agosto a Biarritz.

I principi del funzionamento della piattaforma Paesi Baschi G7EZ

La piattaforma “G7 EZ!” è costituita, nei paesi Baschi (nord e sud) sulla base dell’ “Appello alla mobilitazione contro il G7 e il suo mondo” che riassume le ragioni per opporsi al G7 e i modi di vita alternativi difesi. Sarà aperta a tutti i movimenti associativi e popolari, organizzazioni sindacali o politiche in accordo con questo appello e che vorranno partecipare. Ha come obiettivo di coordinare e organizzare diverse mobilitazioni prima e durante il G7 d’agosto 2019 a Biarritz. I mezzi d’azione della piattaforma saranno quelli della battaglia delle idee (educazione popolare, condivisione di competenze militanti…), le mobilitazioni di massa o la disobbedienza civile. La piattaforma lavorerà in collaborazione con le reti francesi, spagnole o internazionali che vorranno mobilitarsi in questa occasione. Al di là del contenuto dell’appello, base politica della piattaforma, e delle mobilitazioni decise e organizzate in comune, le strutture partecipanti alla piattaforma si riservano di sviluppare i propri ragionamenti e iniziative contro il G7 nel rispetto delle altre componenti della piattaforma e evitando la concorrenza. La piattaforma non prenderà posizione riguardo le iniziative organizzate fuori dalla stessa. La piattaforma applicherà, tra i principi che rivendica: la parità nella rappresentazione pubblica e comunicazione trilingue (basco, francese, spagnolo).

Canepa, il Fidel Castro siciliano

Articolo a cura di Antudo
La tomba di Antonio Canepa

La storia ufficiale, quella che si tramanda attraverso i libri di scuola e i convegni accademici, sopprime o sfigura le storie subalterne, le tante storie generate nelle periferie coloniali e visibilmente ostili al racconto della nazione colonizzatrice. La cancellazione o la deformazione delle storie subalterne è necessaria per il buon funzionamento della macchina coloniale. Così è avvenuto per la storia di Antonio Canepa e, più in generale, per la lotta indipendentista nella Sicilia degli anni ’40. La deformazione distorsiva ha orientato i resoconti di uno dei momenti più pregnanti della storia siciliana – la lotta popolare separatista, di cui Canepa fu l’interprete più genuino. Il Canepa che la storia ufficiale ci trasmette è descritto una volta come spia, un’altra come combattente al soldo dei servizi segreti stranieri e, ancora, come reazionario, pazzoide, delinquente. Infamando Canepa, la storia ufficiale ha messo al riparo i fondamenti oppressivi con cui lo Stato italiano regola i rapporti con la Sicilia; negandone lo spirito rivoluzionario e indipendentista mira a bloccare le spinte alla trasformazione. Perciò, al fine di ritrovare la natura autentica di un personaggio che ancora oggi fa sentire la sua voce, occorre riferirsi ai fatti restituendo la vera immagine di Canepa, ripulita del lordume che l’imbratta.

Marcello Cimino, storico e giornalista attendibile, nel suo articolo “Canepa, il professore guerrigliero” apparso su L’Ora del 19 giugno 1965, sostiene che Canepa ha la stoffa di un Fidel Castro siciliano. In effetti, è difficile non riconoscere che la figura del comandante siciliano, dalla prima giovinezza fino alla sua uccisione, riveli i tratti del capo rivoluzionario capace, a detta di Cimino, «di vivere e morire in completa coerenza con le proprie idee e trascinare altri uomini a lottare per un ideale». Ritornare sui momenti più significativi della vita politica di Canepa dimostra senza ombra di dubbio la fondatezza di quei giudizi.
Fin da ragazzo, Canepa manifesta apertamente una irremovibile inimicizia nei confronti del governo fascista, accusato di essersi alleato in Sicilia con la mafia e la destra agraria contro i contadini e l’occupazione delle terre. L’antifascismo di Canepa non è di facciata ma si ispira a un forte senso della militanza attiva. Egli condanna severamente l’omicidio di Matteotti, che nel giornale La Sicilia socialista aveva esortato il popolo siciliano a riconquistare la libertà perduta. Negli anni ’30 Canepa pubblica diversi articoli contro gli attacchi alle sedi e ai dirigenti socialisti e, in particolare, contro la politica repressiva del governo italiano. I suoi scritti clandestini contro Mussolini utilizzano un linguaggio che per alcuni versi ricorda Marx e Bakunin. Nella sua tesi di laurea dichiara coraggiosamente la propria contrarietà a ogni dittatura e definisce il Diritto ipocrita espressione della brutale forza dello Stato.
Terminati gli studi, progetta di far saltare in aria lo studio di Mussolini a Palazzo Venezia; il progetto non va in porto, quando scopre che i cunicoli sotterranei che l’avrebbero portato in prossimità di quello studio erano stati murati dall’OVRA, l’organismo di vigilanza mussoliniano. Durante il servizio militare affina la conoscenza delle armi e delle tecniche militari. Nell’estate del ’33 progetta, insieme al fratello Luigi, un attentato contro il governo fascista di San Marino, che favorisca il ritorno di quella repubblica a «faro di riconquistata libertà». Il piano fallisce a causa di una spia infiltratasi nel gruppo; Canepa viene arrestato e portato prima nel carcere di Regina Coeli, quindi internato in un manicomio criminale, secondo la politica repressiva con cui Mussolini puntava a far passare per pazzi i propri oppositori.
Tra le numerose azioni di sabotaggio antimilitarista compiute da Canepa si ricordano: l’attacco nei pressi di Messina a un convoglio ferroviario carico di munizioni; l’assalto militare a un “treno armato” tedesco diretto a Catania; l’attentato ai depositi di munizioni dell’aeroporto di Gerbini, un’importante base aerea da dove partivano le incursioni contro l’isola di Malta. Intorno al ’42 esce un suo volume intitolato Vent’anni di malgoverno fascista che avrebbe costituito l’ossatura de La Sicilia ai siciliani apparso l’anno successivo e definito da Marcello Cimino «un opuscolo violentemente antifascista e separatista». La Sicilia ai siciliani avrebbe costituito la lettura di riferimento pratico e ideologico per molti giovani indipendentisti, alcuni dei quali militavano nel gruppo clandestino “Giustizia e Libertà”, che lo stesso Canepa aveva contribuito a fondare a Catania con Andrea Finocchiaro Aprile.
Dopo l’attentato all’aeroporto di Gerbini, decide di abbandonare l’isola e recarsi a Firenze, dove fonda una cellula di resistenza partigiana. Su un manifesto a lui attribuito, apparso a Firenze per il Partito dei Lavoratori, si legge: «Noi lavoratori abbiamo un conto aperto, un conto da regolare, con la borghesia italiana. E’ quella stessa borghesia che ha scatenato il fascismo e, protetta dal fascismo, ci ha sfruttati fino ad oggi. La borghesia, un pugno di capitalisti, di speculatori e di parassiti, ha portato l’Italia alla rovina. Basta! E’ tempo di liberarcene». Il Partito dei Lavoratori era costruito dal basso: dalle fabbriche, dalle miniere, dalle ferrovie, dai porti. A Firenze, Canepa subisce una condanna per gli articoli apparsi sul giornale di propaganda comunista Il grido del popolo.
Canepa torna a Palermo all’indomani dell’ignobile Strage del Pane, compiuta dal 139° Reggimento di Fanteria nell’autunno del 1944 – 19 morti sul terreno e altri 71 in ospedale a seguito delle ferite. A fine anno, nel clima della repressione antiseparatista scatenata da Salvatore Aldisio, dal governo nominato Alto Commissario per la Sicilia col compito di avviare il processo autonomistico, Canepa fonda il giornale Sicilia indipendente e dà forza alla prospettiva separatista. In alcuni significativi articoli, non manca di condannare la politica degli alleati che, dopo i primi ammiccamenti nei giorni dello sbarco (luglio 1943) ed in considerazione della nuova spartizione del mondo decisa a Jalta, si schieravano contro ogni ipotesi di indipendenza della Sicilia.
Intanto l’isola è attraversata da un nutrito movimento popolare che protesta contro lo Stato e contro la “servitù ai Savoia”, che i siciliani del movimento “Non si parte” combattevano dandosi alla macchia. All’inizio del ’45, Piana degli Albanesi si proclama Repubblica indipendente; seguono il suo esempio Comiso (dove prevale una alleanza tra comunisti e indipendentisti), San Cono e Palazzo Adriano. Insorgono anche Enna, Ragusa, Vittoria, Naro, Scicli, Avola, dove si registrano numerosi attacchi alle caserme e agli uffici governativi. In un panorama sociale e politico di tale natura ha inizio l’arruolamento nelle fila dell’EVIS, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, fondato da Antonio Canepa (alias Mario Turri) per realizzare il programma indipendentista e socialista con la tattica della guerriglia. I primi campi militari dell’EVIS, frequentati prevalentemente da contadini, pastori, studenti e renitenti alla leva, sorgono nei boschi dei monti della Sicilia orientale, un’area già frequentata da gruppi di indipendentisti armati (come i militanti del “gruppo Etna”). Tra gli obiettivi degli appartenenti all’EVIS, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni, c’è quello di imporre con le armi un plebiscito per separare la Sicilia e liberarla da ogni forma di oppressione coloniale. L’EVIS dà l’avvio ad una guerriglia organizzata, con diversi reparti di combattenti ben addestrati, depositi di armi, rifugi.
Preoccupati della piega che hanno preso gli avvenimenti, gli unitari, i latifondisti ed ampi settori del ceto medio stringono alleanze contro le masse popolari siciliane e, in modo particolare, contro le formazioni separatiste combattenti. I timori dei latifondisti e della destra del MIS aumentano proporzionalmente all’avanzata dell’EVIS. Il divario tra il programma sociale di Canepa e la politica del ceto medio si accentua pericolosamente, appianando in questo modo la strada ai tentativi governativi di assestare il colpo di grazia alla lotta per l’Indipendenza.
Come è risaputo, il fascismo e la guerra avevano colpito duramente il ceto medio siciliano a partire dagli anni ’30. L’età dell’armatoria, della manifattura, dell’industria zolfifera ed enologica era scomparsa, alimentando nel ceto medio l’opposizione alla politica fascista. La distanza tra la Sicilia e le altre regioni si era sensibilmente allargata: al 71,3% di prodotto pro-capite della Sicilia corrispondeva il 165% del Piemonte e il 146% della Lombardia – cioè penuria in Sicilia e sovrabbondanza al Nord. Si spiega così la massiccia presenza del ceto medio e dei latifondisti nel movimento indipendentista. Si trattò però di una presenza transitoria, destinata a durare fino a quando il governo non avesse trovato una soluzione per uscire dai guai: e questa soluzione si chiamò Autonomia. Lo storico Giuseppe Casarrubea, dopo avere consultato documenti desecretati dei servizi americani, rivela che la mafia, rispondendo all’appello del governo, era riuscita a convincere molti capi politici della destra indipendentista della necessità di sventare la minaccia della separazione promuovendo un processo autonomistico; se l’ipotesi di Casarrubea fosse vera, si tratterebbe della prima “trattativa Stato-Mafia”, orchestrata sulla pelle del popolo siciliano e della sua domanda di indipendenza.
Il solco tra le due ali dell’Indipendentismo siciliano si fa a quel punto incolmabile; il governo Bonomi ha mano libera per agire contro l’ala di sinistra, la più determinata e coerente. L’eccidio di Murazzu Ruttu del 17 giugno 1945 va collocato in questo contesto sociale e politico. Già all’indomani di quell’eccidio la propaganda nazionale inventa la favola di un attacco inaspettato dei guerriglieri dell’EVIS, che avrebbe colto di sorpresa i carabinieri; una favola ridicola, se si pensa che tutti e sei gli occupanti del motofurgone furono colpiti, anche mortalmente, mentre nemmeno un graffio fu riportato dai “tre” (?) carabinieri che avrebbero partecipato al posto di blocco. Gli accertamenti successivi e le testimonianze dei sopravvissuti sconfessano la versione ufficiale, costruita col preciso scopo di macchiare l’immagine di Canepa e dell’indipendentismo siciliano.
La ricostruzione dei momenti salienti della vita del “professore guerrigliero” smentisce le ricostruzioni faziose che intenderebbero negare la possibilità che l’Indipendenza possa avere un fondamento sociale e possa portare la Sicilia fuori dall’abbandono e dalla miseria. Canepa insegna che non c’è contraddizione tra la lotta per l’emancipazione sociale e la lotta per la liberazione dalla schiavitù coloniale. In un’intervista apparsa su La linea della palma (Rizzoli, 2002), Andrea Camilleri, che non ha mai nascosto il desiderio di scrivere una biografia di Canepa, conclude: «Canepa era un comunista, un uomo di sinistra, un uomo d’azione».
Corteo in onore del Comandante Canepa
Randazzo (CT): 16 giugno, ore 17.00

Zibechi incontra la Sardegna che resiste

Ràul Zibechi

di Alessia Etzi

Lo scrittore, ricercatore e giornalista uruguayano, redattore del settimanale “Brecha” e doctor honoris causa presso l’Universidad Mayor de San Andrès (La Paz, Bolivia), Ràul Zibechi sarà in Sardegna dal 13 al 19 giugno, ospite del Coordinamento dei Comitati Sardi.

La Sardegna movimentista e Raul Zibechi si incontrano per la prima volta a Roma nel giugno del 2018. Allora Zibechi conosce la realtà sarda rappresentata dai movimenti e dalle associazioni che lottano per l’autodeterminazione, per l’ambiente, contro l’accaparramento di terra e territorio, contro le politiche speculative energetiche e ambientali, contro le servitù militari e a favore della sanità pubblica. A seguito di quel primo incontro, è nata l’idea di approfondire la reciproca conoscenza.

Zibechi, profondo conoscitore del Sud America e delle lotte ed esperienze di resistenza in Brasile, Venezuela, Colombia, Cile, ecc. così come in Messico, vuole offrire la sua esperienza, come elemento di confronto e di crescita collettiva.

Nei suoi scritti, parla di violenza militare e repressione quali forme usate dal potere contro le comunità, distinguendo tra “mondo dell’essere” dove i diritti civili sono rispettati e la violenza è una cosa eccezionale e il mondo del “non essere” dove vive il 50% delle persone che non conosce diritti. In quel mondo le comunità si “auto-organizzano” per dar vita a “mondi altri”.

Piccole realtà solide possono cambiare le cose e avviare una trasformazione, lenta ma efficace nei vari territori. Zibechi parla di Estrattivismo come forma di accumulazione del capitale, guidata dalla finanza, per accaparrarsi le risorse naturali e trasformarle in materie prime. In questo contesto “le popolazioni sono di ostacolo per il capitale e vanno per questo eliminate”. L’estrattivismo è la quarta guerra mondiale, e a pagarne le conseguenze sono l’ambiente, le risorse naturali e le persone.

Parlando della Sardegna, dice Zibechi, “ci sono esperienze molto interessanti, decine di gruppi che resistono”.

E così, la presenza di Raul Zibechi in Sardegna vuole essere l’occasione affinché i diversi, numerosi e attivi gruppi e movimenti che vi operano, si ritrovino insieme e affrontino i temi a loro cari. E’ un’occasione per intessere trame e ricucire tessuti della lotta comune e delle comunità, per raccontare esperienze e al contempo analizzare insieme limiti e pregi di percorsi condivisi e condivisibili.

Grazie alla presenza di Raul, vorremmo analizzare insieme la storia/le storie della Sardegna che resiste e crea alternative e sentire da lui esperienze traslate dalla storia dei movimenti in Sud America e rifletterne in maniera condivisa.

Antimilitarismo, indipendentismo, resistenza, beni comuni, lotta a favore dell’ambiente, sovranità alimentare, sono i temi affrontati nelle varie tappe del viaggio in Sardegna che abbiamo chiamato “Il saccheggio estrattivista e i territori resistenti, le comunità sarde incontrano Raul Zibechi”, che vuole essere un percorso della storia collettiva dei movimenti e uno strumento per rafforzare e rinsaldare legami e relazioni.

Il primo incontro intitolato “Semi di resistenza per conservare la vita” si svolgerà ad Iglesias, nel Sulcis, i movimenti locali che si oppongono alle politiche neoestrattiviste in un territorio devastato e nel contempo cercano di creare un’alternativa valida, efficace e pulita si racconteranno.

Il 14 giugno sarà a Cagliari per un incontro con il mondo della città e le sue forme di resistenza. “Sopravvivere alla città”: il tema al centro dell’iniziativa, nella suggestiva e centrale Piazza S. Domenico. Il 15 a Villacidro, nel contesto campestre degli olivastri millenari di San Sisinnio, dove si incontreranno movimenti, gruppi, collettivi, organizzazioni per parlare di temi cari alla Sardegna, “Indipendentismo, occupazione militare e repressione”. Il 16 sarà a Sassari all’incontro incentrato sul tema della sovranità alimentare. Il 17 ad Olzai per il tema “Oltre lo sfruttamento un futuro è ancora possibile” per chiudere a Siniscola il 19, per affrontare il tema di “Libere comunità resistenti”.

I catalani diventeranno un popolo illegale?

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Persecuzioni di massa contro i cittadini catalani da parte dello stato spagnolo? Non è la trama di un film distopico ma la presa di posizione dell’avvocatura di stato spagnola.

L’Avvocatura di stato ha infatti presentato un ricorso contro diversi cittadini catalani accusati di essere parte di una “massa tumultuària” contro le forze di polizia spagnole. Nel ricorso  l’avvocatura ricalca che la cittadinanza sapeva che il referendum era stato proibito dal Tribunale Constituzionale.

La motivazione per cui si vuole procedere ad identificare e quindi mettere sotto processo un intero popolo ha dell’incredinbile:

«La massa cantava cridant ‘votarem, votarem’, que revela aquest coneixement que la policia intentava impedir una votació il·legal i que ells volien impedir que ho impedís».

Siccome le persone scandivano lo slogan “voteremo, voteremo”, allora erano pienamente consapevoli del fatto che le votazioni erano proibite e quindi illegali, e quindi erano consapevoli che stavano compiendo un atto illegale in maniera deliberata.

Il prossimo passo quale sarà? Togliere il diritto di voto ai votanti catalani? Imprigionarli tutti? Espellerli come facevano i monarchi di Spagna con ebrei e moriscos cinquecento anni fa? Sterminarli nei campi di concentramento come fecero gli alleati nazisti del franchismo con oppositori e minoranze indesiderate?

Di seguito pubblichiamo l’articolo integrale tratto dal giornale spagnolo El Periòdico (link)

L’Advocacia de l’Estat ha presentat un recurs al jutjat de Barcelona que investiga les càrregues policials per reclamar que s’imputin votants de l’1-O, al considerar que van actuar com una “massa tumultuària” contra les forces i cossos de seguretat de l’Estat.

En el recurs, avançat per ‘eldiario.es’ i al qual ha tingut accés aquest diari, l’Advocacia de l’Estat es suma a l’escrit del Sindicat Professional de la Policia i demana que s’investiguin 36 votants ferits en quatre escoles que van denunciar la Policia, així com que s’identifiqui gent concentrada davant de les escoles, pel seu possible paper d’“organitzadors de la resistència” i la seva relació amb els CDR.

El titular del Jutjat d’Instrucció número 7 de Barcelona va rebutjar en un auto investigar els concentrats argumentant que eren víctimes de la situació de confrontació generada pels poders públics, que “van traslladar al carrer” els seus conflictes. Justícia ha precisat que el recurs és per rebutjar la negativa del jutge de la competència de les forces i cossos de seguretat de l’Estat de carregar contra els votants.

En l’escrit, l’advocacia recalca que la ciutadania ja sabia que el referèndum havia sigut prohibit pel Tribunal Constitucional, i per aquest motiu van impedir amb coneixement de causa la tasca dels agents de requisar urnes i paperetes. I posa com exemples d’aquesta actuació que els votants s’“amunteguessin” a les portes de les escoles.

“Quan un ciutadà observa que la policia vol entrar en un lloc en l’exercici de les seves funcions, sap que la seva obligació jurídica és deixar lliure el pas sense plantejar-se altres qüestions. Impedir el pas és antijurídic”, argumenta l’advocat de l’Estat Severo Bueno de Sitjar de Togores.

Votarem, votarem

“La massa cantava cridant ‘votarem, votarem’, que revela aquest coneixement que la policia intentava impedir una votació il·legal i que ells volien impedir que ho impedís. En cap elecció ordinària la gent va a votar cridant ‘votarem, votarem’”, sentencia. A més, afirma que “les lesions patides pels obstruccionistes” serien imputables al “poder públic autonòmic, per creació d’una situació de perill, com qui envia algú altre a un lloc on segur que patirà algun mal”. Aquest recurs de l’Advocacia de l’Estat se suma al presentat pel Sindicat Professional de Policia. 

La fiscalia s’ha oposat a imputar els votants perquè considera que el fet de ser al lloc “no permet inferir l’existència de cap indici de la seva participació en un delicte de resistència o desobediència a l’autoritat”.

L’Ajuntament de Barcelona, personat com a acusació popular, també rebutja la reclamació de l’advocat de l’Estat al considerar que en les imatges dels fets només s’observa una “actitud passiva” dels votants.

 

 

La nazione catalana: il libro

 

Proprio nei giorni in cui a Madrid si celebra il processo contro i dirigenti catalani accusati di ribellione e di aver indetto il referendum per il l’indipendenza della Catalunya e le strade della capitale spagnola si sono gonfiate di bandiere catalane per rimarcare che #AutodeterminacióNoÉsDelicte! (l’autodeterminazione non è un delitto, come invece viene trattato dai giudici postfranchisti), ad Alghero si è tenuta la presentazione  del volume La Nazione Catalana. Storia, Lingua, Politica, Costituzione nella Prospettiva Plurinazionale,  a cura di Jorge Cagiao y Conde, Gennaro Ferraiuolo e Patrizio Rigobon. Si tratta di un’opera di estrema attualità che offre al lettore interessato le informazioni fondamentali per comprendere la situazione politica e sociale della Catalogna del XX secolo.

Il libro è stato presentato per la prima volta lo scorso dicembre a Siena, in occasione del XII Congresso Internazionale dell’Associazione Italiana di Studi Catalani, e ora, l’Òmnium Cultural de l’Alguer e la Libreria Il Labirinto, con la collaborazione dell’Ufficio di Alghero della Delegazione in Italia del Governo della Catalogna, offrono al pubblico algherese la presentazione di questo libro, importante sia per la qualità dei singoli articoli di diversi autori, sia per l’analisi esaustiva che risulta dal suo carattere interdisciplinare: storia, storia letteraria e culturale, antropologia, teoria politica e diritto dialogano in questa pubblicazione per dar forma a una analisi completa e rigorosa.

La presentazione ha avuto luogo venerdì 15 marzo, alle 18.00, nella Sala Mosaico del Museo Archeologico della Città con la presenza di Patrizio Rigobon, uno dei curatori del volume, docente presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, di Stefano Campus, presidente dell’Òmnium Cultural de l’Alguer, Vittorio Nonis della Libreria Il Labirinto e Gustau Navarro Barba, responsabile dell’Ufficio di Alghero della Generalitat de Catalunya.

 

 

Sciopero mondiale per il clima e battaglia per la moratoria energetica sarda

Il soggetto-progetto politico Caminera Noa aderisce allo sciopero mondiale per il clima che vedrà anche manifestazioni in Sardegna e rilancia la sua battaglia per la moratoria energetica, come contributo alla lotta che anche i giovani sardi stanno facendo propria per salvare il pianeta dal disastro annunciato del cambiamento irreversibile prodotto dal riscaldamento globale.

Pubblichiamo di seguito il testo del comunicato:

Come contributo a questa importante battaglia di cui sono protagonisti i giovani che giustamente si stanno mobilitando contro la distruzione del nostro pianeta, portiamo la proposta di moratoria energetica che abbiamo elaborato, perché in Sardegna produciamo molta più energia di quella che realmente ci serve e di fatto funzioniamo come piattaforma energetica per gli interesse di terzi.

Saremo in piazza con i ragazzi in questa importante battaglia.

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Richiesta di moratoria

Da anni cittadini, comitati e associazioni si battono contro le prevaricazioni di potenti multinazionali che hanno trovato in Sardegna terreno fertile grazie alla connivenza e alla collaborazione del governo Italiano, di quello Sardo e di una moltitudine di amministratori locali, i quali, sovente, si fanno essi stessi promotori di progetti di speculazione e portavoce delle società d’assalto.

Da anni cittadini, comitati e associazioni mobilitano risorse umane ed economiche per contrastare i disastri che incombono sulla nostra terra e si battono contro impianti a combustibile fossile e finte rinnovabili, dietro i quali si nascondono, la predazione di risorse, il consumo di territorio e la sua distruzione.

Fino ad oggi tante battaglie sono state vinte grazie al lavoro di attivisti preparati e capaci.

Si tratta però di un lavoro immane, utile a contrastare singoli progetti ma impossibile per arginare le miriadi di progetti fotocopia presentati da società ricche di capitali che prima o poi l’avranno vinta.

Il dibattito pubblico e politico purtroppo continua a racchiudersi entro ambiti che, anche se corretti, poco hanno a che fare con la natura e le caratteristiche dei territori e le esigenze delle comunità, quando dovrebbe invece estendersi ad un quadro generale più ampio di reale necessità e utilità.
I criteri di valutazione e accettazione non possono limitarsi alla reale rinnovabilità e sostenibilità. E neppure al soddisfacimento di tutte le prerogative tecniche, tecnologiche, ambientali e legali.
Quali sono i nostri reali bisogni? Quando un progetto è necessario, lecito, sensato, utile? È quali sono le altre opzioni valide?

Attualmente siamo interessati da numerosi progetti di produzione energetica da fonti fossili e rinnovabili. Diversi sono i progetti di realizzazione di depositi di metano lungo le coste, stimabili in una capacità di almeno quattro volte le presunte necessità dell’isola; addirittura due sono i progetti di realizzazione di reti di gas metano, innumerevoli i progetti di impianti cosiddetti “rinnovabili”.
A causa dell’eccesso di potenza installata, tra rinnovabili e tradizionali, già da diversi anni non siamo in grado di smaltire la produzione elettrica, nonostante quote consistenti superiori talvolta al 40%, vengano trasferite al Continente attraverso i due cavidotti Sapei e Sacoi.
A cosa possono servire allora altri impianti di produzione energetica se non a garantire sostanziosi incentivi economici?
E che senso hanno per le comunità locali impianti i cui benefici vanno quasi esclusivamente a delle multinazionali estere?
Che senso hanno impianti di grande impatto la cui realizzazione non è stata concordata con le comunità locali e vengono imposti a suon di leggi insensate, minacce, ricatti e prevaricazioni?

E anche, ove questi impianti fossero realmente a impatto zero e avessero ricadute positive sul territorio , perché le comunità non possono legittimamente decidere diversamente, optando per soluzioni altrettanto vantaggiose o, al limite, per nessuna soluzione?

Se la legge favorisce progetti inutili e dannosi per l’ambiente e le comunità che li devono subire, è giusto allora che le comunità e gli amministratori si ribellino.

E, quando leggi sbagliate rappresentano un ostacolo sui nostri diritti legittimi, bisogna lottare per la loro riforma.
Ma anche ove esse fossero adeguate, è indispensabile chiedersi se i relativi progetti hanno un senso e sono di nostro interesse, se sono consoni col territorio e le comunità, in una logica di utilità, di rispetto altrui, del territorio e dell’ambiente. Non è sufficiente che siano verdi e sostenibili.

Il dibattito è pertanto squisitamente politico, e deve essere affrontato tenendo in debita considerazione tutti gli aspetti.

È necessario e urgente che il diritto di decidere delle comunità e dei popoli non sia subalterno e dipendente dall’ambito giuridico e tecnico ma acquisti il ruolo di prim’ordine che gli compete.

Per questa ragione Caminera Noa avanza la richiesta all’attuale governo della Regione Sardegna in scadenza di mandato (N.d.R. il documento si rivolgeva alla Giunta Pigliaru a pochi mesi dalla scadenza del mandato, ma la sostanza del ragionamento non cambia e ora ovviamente l’appello viene rivolto alla Giunta Solinas in via di insediamento), la sospensione di tutte le procedure autorizzative per tutti i nuovi progetti di impianti di produzione di energia e si impegna a perseguire tale obiettivo in tutte le sedi affinché ciò avvenga.
Caminera Noa fa propria questa battaglia politica e si batterà per il superamento dell’attuale sistema di produzione privato e speculativo.
L’energia è un bene pubblico e primario, allo stesso modo dell’acqua. È necessario e indispensabile ripensare il nostro modello economico e di produzione energetica, così come intervenire sui sistemi di produzione già in funzione, sulle reti di trasmissione, i sistemi infrastrutturali e di controllo e gestione, per un loro miglior e più razionale impiego, nel rispetto delle effettive necessità, della volontà popolare e delle singole comunità interessate.

#camineranoa #moratòriaenergètica

8 marzo in Sardegna: tra sciopero, manifestazioni e questionario sul lavoro femminile

Il seguente articolo è stato pubblicato stamattina sul blog Zinzula

L’8 marzoGiornata internazionale della donna, è in programma a Cagliari uno sciopero promosso dalla rete Non Una di Meno – Manc’Una de Mancu, riguardo la violenza e lo sfruttamento di genere. Discriminazioni che risalgono alla notte dei tempi e che oggi si rigenerano in vecchi e nuovi attacchi al genere femminile. Dalla violenza fisica, domestica e sul lavoro, ai sempre più forti venti antiabortisti, dal salary gap sul mercato, passando per il lavoro non di mercato, quasi completamente a carico delle figure femminili nei contesti familiari.

Numerose le realtà aderenti all’iniziativa. Qui il link Facebook dell’evento e l’elenco completo https://www.facebook.com/events/1133343803496286/

Oltre alla partecipazione di studentesse e studenti universitari e non solo, tra le tante adesioni figura il Laboratorio Politico Sa Domu, il quale nei giorni scorsi ha organizzato un evento di raccolta fondi, RUAS – Rete Unitaria Antifascista Sulcis-Iglesiente e l’ASCE, storica associazione sarda che da oltre 30 anni si batte contro ogni fenomeno di discriminazione ed emarginazione sociale.

La grafica che accompagna il questionario sul lavoro femminile lanciata ieri sui social da Caminera Noa

“Oltre al lavoro produttivo, ad esse è stato poi affidato, storicamente e socialmente, il lavoro riproduttivo, che comprende tutte le attività che sono connesse con la riproduzione della vita e con la sua cura: lavoro domestico di gestione della casa, cura ed educazione dei figli, assistenza ai familiari. Questo lavoro, oltre a non essere riconosciuto e a venire spesso dato per scontato, è indispensabile per il funzionamento dell’intero sistema economico” – scrive Caminera Noa in una nota di adesione alla giornata.

Appuntamento, dunque, a partire dalle ore 9:00 ai Giardini pubblici. Il corteo attraverserà viale Regina Elena, Piazza Costituzione, viale Regina Margherita, Piazza Darsena, via Roma e Largo Carlo Felice per concludersi, infine, in Piazza Yenne.

Intanto Caminera Noa ha lanciato sulla sua pagina fb il Questionario sulle condizioni di lavoro produttivo e riproduttivo delle donne in Sardegna (potete andare alla compilazione cliccando il link).

Nei prossimi giorni uscirà un’analisi completa della nuova campagna di Caminera Noa, intanto pubblichiamo il post di accompagnamento pubblicato stamattina dal soggetto-progetto politico sardo:

COMPILA IL QUESTIONARIO SULLE CONDIZIONI DI LAVORO PRODUTTIVO E RIPRODUTTIVO DELLE DONNE IN SARDEGNA

Perché un questionario sul lavoro femminile?

Caminera Noa vuole creare un argine allo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Per questo abbiamo ideato il sistema di sportelli mutualistici e la campagna #TelèfonoRuju.

Le donne, in quanto tali, subiscono una duplice forma di sfruttamento.

Da un lato svolgono infatti il lavoro produttivo (salariato o autonomo) e le difficoltà che una donna incontra mentre svolge (o prova a svolgere) il suo lavoro, sono numerose. Differenziali salariali, sessismo diffuso all´interno del luogo di lavoro che impedisce di fare carriera o di essere prese sul serio, discriminazioni legate alla maternità che impediscono di avere un contratto stabile o di poter conciliare famiglia e lavoro. Per citarne alcune.

Oltre al lavoro produttivo, ad esse è stato poi affidato, storicamente e socialmente, il lavoro riproduttivo, che comprende tutte le attività che sono connesse con la riproduzione della vita e con la sua cura: lavoro domestico di gestione della casa, cura ed educazione dei figli, assistenza ai familiari. Questo lavoro, oltre a non essere riconosciuto e a venire spesso dato per scontato, è indispensabile per il funzionamento dell´intero sistema economico.

Il fatto che il lavoro domestico e di cura salariato sia sempre più diffuso ci mostra quanto questo sia appunto indispensabile per mandare avanti il sistema economico tutto, dall´altro evidenzia come lo sfruttamento del lavoro riproduttivo sia una questione non solo di genere, ma anche di classe e di provenienza. Laddove ci sono le condizioni economiche sufficienti questo viene, infatti, spesso delegato a donne con minori possibilità economiche, nella maggior parte dei casi emigrate. I due sistemi di sfruttamento, dunque, si intersecano e sono funzionali l´uno all´altro per il mantenimento dello status quo.

Abbiamo voluto lanciare il questionario in concomitanza con lo sciopero (https://www.facebook.com/events/1133343803496286/) delle donne dell´8 marzo lanciato dalla rete internazionale Non Una di Meno Cagliari/Manc’Una de Mancu, che è sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo. Uno sciopero che supera i confini e che porta le donne, insieme, nello spazio pubblico, a rivendicare il fatto che se si fermano le donne si ferma l´intero sistema.

Vogliamo dare voce alle donne, vogliamo sentire da loro in prima persona quali sono i cambiamenti che sono maggiormente necessari e i servizi di cui hanno bisogno, non solo per raccogliere dati a fini statistici ma anche e soprattutto per prendere coscienza della nostra condizione e porre le basi per un cambiamento che parta dalle necessità reali di tutte noi.