I senatori còrsi voltagabbana

Pochi giorni fa al Senato francese, gli onerevoli còrsi di centrodestra e comunisti hanno votato contro la loro stessa nazione, respingendo la creazione della Collettività unica di Corsica.

Di che si tratta?

La Collettività unica di Corsica, approvata dall’Assemblea còrsa di recente, è un ente amministrativo unico che supera di fatto l’attuale divisione in tre realtà burocratiche territoriali (prefetture), divisione voluta dallo Stato francese, di cui la Corsica è colonia.

Ciononostante anche tra i nostri vicini corsi, vi sono quelli che, vendutisi allo stato francese, attuano una serie di voltafaccia verso il proprio popolo.

Purtroppo, anche grazie ai doppiogiochisti dipendenti oramai da Parigi, la votazione sulle decisioni dell’Assemblea còrsa in tema di Collettività unica ha dato esito negativo: 162 voti contrari contro 143 a favore. I senatori della destra e i comunisti eletti in Corsica hanno votato contro mentre i centristi còrsi hanno dato il colpo di grazia con la loro massiccia assenza.

Il ministro francese della Pianificazione Territoriale, della Ruralità e delle Collettività Territoriali, Jean Michel Baylet, aveva auspicato pubblicamente prima della votazione che i senatori continuassero ad essere giudiziosi. Dopo la votazione lo stesso ministro ha definito il risultato come <<[…]Incredibile, un colpo basso per la Corsica che annulla una decisione dell’Assemblea còrsa appoggiata da tutti i gruppi eccetto i comunisti”. “Abbiamo assistito al balletto dell’ipocrisia>>. Aggiunge che si impegnerà comunque a far rispettare la volontà dell’Assemblea còrsa.

 

Tratto da una riflessione di Franciscu Pala al:

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Terzo incontro internazionale organizzato da Scida

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Il 18 novembre – nell’aula teatro del polo universitario SEGP, in Via Nicolodi a Cagliari-si svolgerà il terzo incontro internazionale organizzato da “Scida-Giovunus Indipendentistas, volto alla conoscenza e all’approfondimento della situazione delle nazioni senza Stato e delle lotte dei movimenti indipendentisti giovanili.

Nelle scorse edizioni sono state ospiti anche delegazioni di Catalogna, Corsica ed Euskadi. Quest’anno, per la prima volta, ci sarà la partecipazione della Galizia, con Galiza Nova; i giovani del Bloque Nacionalista Galego, fronte di movimenti nazionalisti di Sinistra, rappresentato nel Parlamento autonomo; riconfermata la presenza dello Sinn Fein Republican Youth, la gioventù del partito repubblicano e socialista irlandese. Ci sarà anche il contributo di una delegazione dell’Unione Democratica Arabo-Palestinese e di un esponente della nazione curda.

I temi dell’incontro saranno principalmente tre: la situazione politica recente nelle nazioni ospiti; scuola e università; lavoro giovanile (e conseguente problema dell’emigrazione). La Galizia è stata uno dei più importanti fuochi di opposizione alla riforma dell’educazione spagnola (la LOMCE o Ley Wert), considerata da Galiza Nova come lesiva dell’insegnamento pubblico, laico e in lingua galiziana. Il BNG ha inoltre presentato una proposta di legge (Plan Retorna) per il rientro in patria dei propri giovani emigrati altamente qualificati. Galiza Nova, a tal proposito, esporrà le sue proposte per la creazione di uno spazio galiziano dell’educazione e del lavoro giovanile.

Nelle Sei Contee, lo Sinn Fein ha tenuto a lungo il Ministero dell’Educazione, materia che nell’Irlanda del Nord ha una certa autonomia rispetto al centro politico del Regno Unito. L’Irlanda, nel suo insieme, è stata altresì toccata da un alto tasso di emigrazione giovanile, causato, in particolar modo, dal fallimento delle politiche neoliberali di Dublino, spesso esaltate anche a casa nostra.

I delegati repubblicani, mostreranno quanto realizzato dal proprio partito sulle politiche dell’educazione e le modalità utilizzate per contrastare l’influenza negativa di Londra e le loro proposte in merito alla risoluzione del problema della disoccupazione ed emigrazione giovanile.

Sarà previsto anche un altro punto, per approfondire la conoscenza delle nazioni europee ospiti: Galiza Nova ci chiarirà le ragioni per le quali considerano la propria nazione come una colonia interna di Spagna e periferia entro l’Unione Europea; lo SFRY ci illustrerà come il proprio partito, durante la crisi economica, sia divenuto il primo dell’isola e come la Brexit potrebbe influenzare le mosse del partito a Belfast.

Ricordiamo, infine, gli altri appuntamenti: il 17 novembre, alle 10:30 nell’Aula Maria Carta di via Trentino (presso Università degli studi di Cagliari), si terrà la conferenza di presentazione dell’evento; il 19 novembre alle 22:00, nella Cueva Rock di Quartucciu ci sarà la festa di chiusura con un concerto che vedrà impegnati, oltre ai The Made In Indonesia (Geopolitical militant band) e i Jax Vain (Folk & Irish Rebel Songs), anche alcuni noti rappers sardi nella “Jam Campidanu Sound System”.

La Sardegna e i migranti: tra luoghi comuni e problemi reali

bambino-nero-sardoDomenica  23 ottobre 2016, il circolo cagliaritano ME-TI ha organizzato un seminario di studio su “I Migranti e la Sardegna”. Abbiamo intervistato Enrico Lobina, relatore al seminario e collaboratore del gruppo di lavoro della RAS sulle politiche migratorie.

  1. Perché i migranti sbarcano in Sardegna? Quali sono le cause delle attuali ondate migratorie?

I migranti che sbarcano direttamente in Sardegna sono molto pochi, e provengono maggiormente dall’Algeria. L’Algeria ha, dal punto di vista socio-politico, una situazione distinta e peculiare rispetto agli altri Paesi dell’area Mediterranea; gli algerini raggiungono la Sardegna perché è più vicina. In ogni caso, la quasi loro totalità ha un progetto di vita che non comprende la Sardegna, che viene vista come terra di passaggio.

Il resto dei migranti o, meglio, dei richiedenti protezione internazionale, che vengono in Sardegna, giungono qua a seguito di un piano nazionale (n.d.R. statale) di ripartizione dei richiedenti protezione internazionale.

In questi ultimi anni sono aumentati a dismisura i flussi migratori non programmati, cioè le persone che arrivano in Sardegna ed in Italia, e poi in tutta Europa, non seguendo le politiche migratorie che, per quanto riguarda l’Italia (e conseguentemente la Sardegna) sono regolamentate da una legge del 1998 e dai flussi programmati.

Le stime che si possono fare, riguardo il futuro, sono le più disparate. Secondo la fondazione ISMU (Iniziative e studi sulla multietcnicità) si possono fare due ipotesi: secondo la prima ipotesi i flussi migratori dell’Africa verso la UE-28 (con la Gran Bretagna) sono stimati per circa un decennio attorno alle 350.000 unità, con un successivo rialzo a 380.000 tra il 2026 ed il 2030. C’è poi una ipotesi più bassa, per cui nel periodo 2021-2025 il flusso annuale sarà di poco superiore alle 300.000 unità, con aumento a 330.000 unità tra il 2026 ed il 2030.

I migranti in Sardegna: numeri e tendenze.

lolaRispetto all’Italia, e rispetto all’Europa occidentale, il numero di stranieri presenti in Sardegna è molto più basso.

Gli stranieri presenti sono sia comunitari, che dell’est Europa, che africani ed asiatici. Le realtà sono le più varie, e nell’area metropolitana di Cagliari, nonché ad Olbia, si raggiungono percentuali che superano il 5%.

Ogni fenomeno sociale legato alle comunità di origine va studiato sia in modo singolo, sia in relazione a dinamiche lavorative, economiche e sociali più generali, e naturalmente in relazione ad una progressiva diminuzione dei diritti dei lavoratori e della dismissione dello stato sociale.

Si pensi solamente al fenomeno delle badanti, che potrebbero arrivare ad essere 6.000 di quei 47.000.

A fronte di un flusso migratorio in entrata, esiste un forte flusso migratorio in uscita, di sardi, di diversa estrazione sociale, i quali si trasferiscono, per diverse ragioni, o in Italia o, nella maggior parte dei casi, fuori dall’Italia.

 I richiedenti asilo in Sardegna: numeri e tendenze.

lola2Nel mondo i “displaced” (N.d.R. “sfollati”) sono uno su cento. In Sardegna i richiedenti protezione internazionale sono uno su trecento. È un fenomeno che interessa soprattutto i Paesi in cui esistono i “displaced” ed i Paesi confinanti (un esempio emblematico è Libano).

In Sardegna negli ultimi 4 anni sono arrivati circa 13.000 persone di flussi migratori non programmati. Nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e negli SPRAR (Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono circa 5.000 le presenze. Questo significa che in 4 anni circa 8.000 richiedenti protezione internazionale hanno abbandonato la Sardegna.

La gestione dei CAS è del Ministero degli Interni. Il sostegno economico per ogni richiedente protezione internazionale è di 35€ a migrante al giorno, che viene incassato dai gestori e solamente in una parte minima (pocket money) dai richiedenti protezione internazionale.

  1. Purtroppo anche in Sardegna si moltiplicano episodi di intolleranza e razzismo. Cosa vorresti dire a chi cede a questi impulsi?

In Sardegna ha poco senso parlare di “integrazione”. Dovremmo parlare di “interazione”, e cioè trovare il modo di unire la fame di lavoro e dignità che hanno i sardi, giovani e non, che non vogliono emigrare e si vogliono sacrificare per una vita degna di essere vissuta, con il medesimo desiderio che hanno la stragrande maggioranza di coloro i quali compiono una attraversata dolorosissima ed arrivano in Sardegna.

Alle persone che cedono ad impulsi razzisti direi esattamente questo: dobbiamo costruire insieme un futuro per il popolo sardo e, stante le condizioni attuali, c’è spazio per tutti.

Così come per tanti fenomeni sociali, anche quello degli sbarchi e dei richiedenti protezione internazionale va governato, con una idea precisa di ciò che si vuol fare. Ritengo sbagliate le politiche europee nel Mediterraneo, che devono cambiare completamente. Allo stesso tempo, dobbiamo praticare forme di interazione tra richiedenti protezione internazionale, inedite ed innovative, che significa migliorare la società in cui viviamo. Il modo con cui oggi viene gestito il fenomeno è sbagliato, ma ancora più sbagliato è dare la colpa a chi arriva in Sardegna, cioè in Europa, per avere un futuro migliore. Se tra questi, poi, vi sono persone che delinquono, esse vanno trattate esattamente come vengono trattate le altre, ma stiamo in ogni caso parlando di una percentuale piccolissima, insignificante.

  1. Molti sostengono che non sia equa la divisione delle quote europee per gestire il fenomeno. Dicci la tua opinione.

L’Europa della Merkel e della Banca Centrale hanno lasciato i Paesi del Mediterraneo componenti la UE soli di fronte ad un fenomeno epocale.

Al contrario, bisogna dare risposte nel breve, medio e lungo periodo. Cagliari Città Capitale si pone in una ottica di governo, e fenomeni come questi vanno governati. Non avrebbe alcun senso assumere atteggiamenti caritatevoli o rifugiarsi in un “accogliamoli tutti”.

In generale, rifiutiamo l’atteggiamento di chi evita il problemi, di chi attacca senza proporre soluzioni.
Lo ius sanguinis (cittadinanza e diritti in base al sangue) e lo ius soli (cittadinanza e diritti in base allo stabilimento su un territorio per un lungo periodo) stanno mostrando tutti i loro limiti. E se si introducesse il principio dello ius loci, cioé che una persona che sta in un territorio, e ci vuole stare, diventa parte della comunità, con i suoi diritti ed i suoi doveri?

Lo ius loci ha affinità con lo ius soli, ma oggi è difficilissimo acquisire la cittadinanza.

La gestione dei CAS è diseducativa e controproducente sia per gli ospiti, siano essi minorenni o maggiorenni, sia per le distorsioni economiche che produce (flussi consistenti di denaro mal utilizzati, lavoro nero), sia per le ricadute negative dal punto di vista sociale: “i soldi vengono spesi per i neri e non per noi?”. La guerra tra poveri c’è già, ed è fortissima.

Nel breve periodo la risposta deve essere sociale, col reddito di cittadinanza ed un nuovo modello di sviluppo.

I CAS e gli SPRAR non possono essere più gestiti come vengono gestiti ora. Chi sta nei CAS e negli SPRAR deve essere utile alla società, e viceversa.

Ciò non toglie che bisogna raccogliere tutti dal mare, rafforzare corridoi umanitari e garantire una vita dignitosa a tutti.

Nel medio periodo serve una risposta europea, rivedere il sistema dei flussi, rivedere le relazioni internazionali con molti Paesi del Mediterraneo, sviluppare una politica mediterranea.

Deve rimanere una politica dei flussi.

Bisogna rivedere la politica estera e le relazioni internazionali verso i Paesi di provenienza, abbandonando ogni tono ed atteggiamento neocolonialista. L’atteggiamento dell’UE, con l’accordo con la Turchia e con le chiusure nell’Europa orientale, centrale e settentrionale, è inaccettabile. Al contrario, la Merkel ha dichiarato che vuole replicare l’accordo UE-Turchia nei confronti dell’Egitto e, mi pare, anche nei confronti del Sudan.

Nel lungo periodo bisogna uscire dalla NATO e praticare una politica di neutralità, abbandonare definitivamente ogni sostegno ad Israele e ripensare completamente le relazioni tra popoli nel Mediterraneo.

  1. A tutt’oggi sono moltissimi i sardi che continuano ad andare via per cercare lavoro. Siamo anche noi coinvolti nel grande fusso migratorio che caratterizza il nostro tempo?

Sì, i sardi sono coinvolti. In una fase storica in cui il XXI secolo, per via di precise scelte di politica economica e politica estera europee ed italiane, rischia di essere il secolo di un tentativo di genocidio sociale del popolo sardo, questo comporta un fortissimo flusso migratorio, che è il risultato e la spia dello stesso genocidio.

La costruzione di una proposta politica alternativa non può aver luogo senza una forte mobilitazione sociale di massa, che oggi è assente. Il processo che abbiamo iniziamo prende atto, in modo problematico, di questa situazione e lavora per un radicamento sociale che contribuisca alla nascita di una mobilitazione sociale di massa sui temi del lavoro, dell’ambiente, della cultura.

Gli ambasciatori baschi in Sardegna. Report di un tour

Report di Giovanna Casagrande

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Libe.R.U, un nuovo movimento indipendentista sardo, ha aperto un giro di conferenze in cui ha accompagnato Anne, Xixil e Ekaitz, militanti di Askapena. L’organizzazione internazionalista basca è nel mirino del governo spagnolo che ne chiede la soppressione in quanto considerata organizzazione terroristica. È però di pochi mesi fa l’assoluzione di 5 militanti dell’organizzazione che, se condannati, rischiavano sei anni di carcere e  multe ingenti.

L’assoluzione della corte di  giustizia madrilena ha definito, nella sentenza che «…Askapena è una organizzazione che lavora su tematiche di solidarietà internazionalista e femminista», ma «non è provato alcun collegamento diretto con ETA…»

Davanti a un pubblico numeroso, i tre baschi  si sono alternati nella illustrazione della situazione storica, sociale e politica del Paese Basco, Euskal Herria.

In modo semplice e sintetico Anne, Xixil e Ekaitz hanno parlato del periodo franchista, del passaggio dal fascismo alla democrazia, definendo tale passaggio formale e non sostanziale per quanto riguarda il popolo basco.

Hanno parlato della repressione, degli omicidi politici, delle epurazioni cui i militanti baschi sono stati oggetto, dando le cifre complessive del corso degli anni, parlando degli arresti (40.000), delle detenzioni (5.000), delle persone torturate (10.000), dei feriti, delle persone costrette a espatriare (3.000). Cifre impressionanti che spiegano la situazione che, fino al 2006, ha visto in azione ETA, organizzazione politica armata,  nata nel 1959 e  fondata da un gruppo di studenti universitari di Bilbao in rotta con il Partito nazionalista basco (PNV).

Il percorso storico illustrato racconta la Spagna franchista, il passaggio alla democrazia borghese richiesto dall’Europa che non avrebbe consentito l’ingresso nella comunità europea di un paese sotto dittatura. Racconta la più celebre delle sentenze eseguite da ETA, (contro Carrero Blanco, erede di Franco), la repressione nei confronti delle organizzazioni politiche che non riconoscevano lo stato centrale. I ragazzi hanno evidenziato come, nonostante il conflitto politico, niente ostacolò il processo di autodeterminazione del popolo basco, che ha visto un rafforzamento con la creazione di  scuole clandestine in cui si insegnava l’euskera, lingua basca ormai diventata ufficiale al pari dello spagnolo, la nascita di  fonti alternative di informazione, radio, televisioni e giornali,  (quattro testate  vennero soppresse con accusa di terrorismo nel corso degli anni). Questo coinvolgimento della comunità rafforzò il sentimento indipendentista popolare, ponendo le basi per una revisione della politica, culminata, nel 2011, con l’abbandono della lotta armata e con una dichiarazione di un cessate il fuoco «permanente», «generale» e «verificabile dalla comunità internazionale».

aska_2L’incontro ha evidenziato come la politica indipendentista sia supportata dalla coscienza del popolo basco. Askapena è un movimento ampio e aperto che abbraccia organizzazioni studentesche, organizzazioni giovanili, femministe, coinvolte nell’affermazione del principio di indipendenza e contrarie al potere pel PNV, partito che, accontentatosi dell’autonomia, percorre una strada completamente opposta all’emnancipazione nazionale e sociale.

Vedendo le immagini di alcuni video proittati in sala, si è visto bene come la polizia autonoma basca persegue, per conto della Spagna,  metodi repressivi, tesi ad annichilire il dissenso e la lotta indipendentista.

Immagini che mostrano una presenza di giovani donne e uomini, pronti a una resistenza passiva pur di tutelare e proteggere persone non gradite al sistema che, eventualmente arrestate e condannate rischiano diversi anni di carcere come terroristi.

Al momento del dibattito chi scrive ha avuto la netta impressione che porzioni di indipendentismo sardo siano distanti dal capire il fenomeno basco e la portata politica di una organizzazione come Askapena. Alcune domande hanno rivelato la difficoltà a ragionare al di fuori del contesto locale,  cercando di paragonare, addirittura, la situazione sarda e quella di Euskadi, domande che vertevano solo su temi elettorali e non su come migliaia di giovani siano coinvolti in un processo ormai irreversibile di indipendenza.

Anne, Xixil e Ekaitx hanno addirittura avuto difficoltà a capire certe domande, avendo evidentemente superato culturalmente e politicamente il problema del “riconoscimento” da parte delle comunità di riferimento

Hanno dovuto spiegare brevemente la non assimilabilità della Catalogna con il Paese Basco, soffermandosi sul fatto che, vista la coscienza di massa consolidata, siano apparsi nel panorama politico, indipendentisti dell’ultima ora, in sintesi la politica che “insegue la piazza”, mentre da noi la politica perde la piazza, a favore di proposte “civiche” che niente hanno a che fare con un percorso volto all’indipendenza.

La loro perplessità riguarda la scarsa partecipazione dei giovani sardi a tematiche come la difesa dei territori contro le basi militari. I tre ambasciatori di Askapena sono, evidentemente, il frutto di un lavoro politico delle generazioni precedenti, nati in un contesto storico in cui l’autodeterminazione è una vocazione collettiva praticata, in cui la lingua è ufficiale e la cultura ha prodotto una visione di una società che non riconosce un governo dominante, e che non lavora per un patto con il potere al fine di ottenere briciole di gratificazione.

Alla domanda su Podemos che, anche in Navarra ha ottenuto consensi forse sottratti all’indipendentismo, hanno risposto che forse l’elettorato ha un passo più lungo della politica e con il voto a Podemos ha inteso manifestare la rottura di indugi, invitando a proseguire verso un cambiamento radicale, senza collusioni con PNV.

L’approccio di Libe.R.U con  organizzazioni straniere è un modo efficace per poter parlare “di noi” in una prospettiva ampia.

È impossibile immaginare che da decenni si seguano strade battute e senza uscita che atomizzano la militanza, creando partiti a basso consenso elettorale. Sarebbe invece necessario interrogarci e rapportarci con altre realtà, uscendo da una visione novecentesca della politica.

Investire in cultura, coinvolgendo associazioni, movimenti, collettivi, è una crescita collettiva di cui la Sardegna ha bisogno, come del pane, anzi come della indipendenza.

 

 

Collaborazione militare fra Università di Cagliari e Sionisti

Intervista ad Alessia Ferrari sulla collaborazione militare fra Università di Cagliari e il Technion di Haifa.

• Come nasce la campagna contro la collaborazione dell’Università di Cagliari e il Technion?
Nel 2foto004 la società civile palestinese ha lanciato un appello al boicottaggio accademico e culturale di Israele come contributo alla lotta palestinese. Ciò si basa sul fatto che le accademie israeliane sono complici del sistema di oppressione israeliano, che nega ai palestinesi diritti fondamentali, tra cui la libertà accademica e il diritto all’istruzione. Il boicottaggio accademico si inserisce all’interno della campagna del BDS, che propone il boicottaggio, il disinvestimento e l’adozione di sanzioni nei confronti di Israele.

• Perché boicottare un istituto di ricerca israeliano? La libertà di ricerca non dovrebbe essere toccata.
Le accademie israeliane sono un punto chiave della struttura ideologica ed istituzionale del regime coloniale attuato da Israele, infatti sin dalla loro fondazione sono legate all’establishment politico-militare e svolgono un ruolo fondamentale nel nascondere al mondo i crimini commessi da Israele, diffondendo a livello internazionale l’immagine di una democrazia illuminata che eccelle nell’innovazione tecnologica.
Il Technion in particolare ha prodotto la tecnologia dei Bulldozer Caterpillar D9 con comando remoto, che vengono utilizzati per distruggere le case dei palestinesi e far posto agli insediamenti coloniali. In secondo luogo è leader nello sviluppo della tecnologia drone impiegata per i periodici bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Il sistema universitario israeliano inoltre riserva trattamenti preferenziali a soldati e riservisti, discriminando gli studenti palestinesi. Per esempio il Technion riconosce crediti accademici e benefici economici agli studenti impegnati nell’esercito. Il Technion ha anche espresso solidarietà ai suoi “studenti combattenti” che hanno preso parte ad operazioni militari come “Margine Protettivo” che, oltre a provocare la morte di più di 1.500 palestinesi, ha causato la distruzione dell’Università di Gaza e di diverse scuole dell’Onu. La militarizzazione dell’Università è una pratica che si sta diffondendo purtroppo anche da noi, mediante l’attivazione di corsi specificamente indirizzati ai soldati.
In molti sono del parere che la libertà di ricerca sia inviolabile, ma anche le Università tedesche degli anni Trenta e del Sud Africa dell’apartheid hanno ottenuto dei buoni risultati scientifici; noi pensiamo che se un’accademia è complice nella violazione dei diritti umani è di questo che le si deve chiedere conto, non della “buona ricerca” prodotta. Inoltre la scienza non è mai neutrale in una situazione di oppressione, perché viene utilizzata per stendere un manto di legittimità sulle istituzioni, così da coprire il loro lato criminale.

• Che rapporti ci sono tra l’Università di Cagliari e il Technion?
Esiste un accordo nel settore farmaceutico la cui referente è la Prof.ssa Morelli. Per chiedere che tale accordo non sia rinnovato abbiamo costituito il gruppo “Studenti contro il Technion”, a cui hanno aderito vari gruppi di sinistra e indipendentisti sensibili alla causa di liberazione del popolo palestinese dal colonialismo e dall’occupazione israeliana. È stata creata una omonima pagina Facebook, gestita con i compagni di Torino a loro volta impiegati in una campagna di boicottaggio del Technion. Abbiamo ottenuto un incontro con la Rettrice Maria del Zompo, che ha dichiarato di non essere informata sulla cooperazione esistente con il Technion, e di ignorare le implicazioni di quest’ultimo con la macchina da guerra israeliana. Ci siamo così mossi per documentare il tutto e abbiamo redatto un dossier informativo sul Technion e sul DASS, che è stato consegnato alla Rettrice e alla Morelli. Entrambe sono state invitate a un’assemblea pubblica che si terrà il 21 ottobre, in cui vogliamo dar vita a un contraddittorio tra chi ritiene che non si debbano porre dei limiti alla ricerca scientifica, e chi, come noi, ritiene che esistano dei limiti etici e che al primo posto debba essere posto il rispetto dei diritti umani. All’incontro sarà presente Enrico Bartolomei, l’accademico promotore di una petizione firmata da più di 300 accademici, che chiede l’interruzione delle collaborazioni tra le Università italiane e il Technion. Interverrà inoltre Fausto Gianelli dei Giuristi Democratici, avvocato da anni impiegato sul fronte della difesa dei diritti umani.

 

Il Mondiale delle Nazioni Senza Stato

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Contributo del giornalista sporitvo Marco Piccinelli

Il 6 giugno s’è tenuto il Mondiale di Calcio delle Nazioni Senza Stato ed è stato organizzato dalla CONIFA (Confederazione di associazioni calcistiche indipendenti), ovvero, come riporta il sito dell’Osservatorio Balcani-Caucaso, l’organizzazione nata dalle ceneri del’NF-Board: «Il NF-Board è riuscito a organizzare cinque VIVA World Cup – l’ultima edizione, nel 2012, portò nel Kurdistan iracheno nove squadre, radunando circa 32.000 tifosi nello stadio di Erbil. Il NF-Board, paralizzato da lotte intestine e da problemi, si è poi sciolto tre anni fa». VIVA World cup e FIFI wild cup, in ogni caso, hanno avuto lo stesso intento in anni diversi: cercare di organizzare un torneo mondiale delle Nazioni Senza Stato. Queste manifestazioni calcistiche, così come la prima coppa della CONIFA di quest’anno, hanno visto la partecipazione di federazioni non riconosciute dalla FIFA e appartenenti sia a Nazioni Senza Stato, sia a Nazioni che hanno raggiunto una cospicua indipendenza (o autonomi ‘de facto’) ma non riconosciute dalla comunità internazionale. Nazioni, dunque, come la Groenlandia, le isole Åland, l’Isola di Man (Ellann Vannin), l’Abkhazia, Zanzibar, Cipro Nord, Kurdistan, Nazionale Romanì, Darfur, Occitania, Gozo (Malta), Kiribati, Isole Chagos, Vallonia, Gagauzia, Ossetia e chi più ne ha più ne metta, hanno animato per anni i mondiali dei Paesi non riconosciuti. Quest’anno, la competizione, svoltasi in Abkhazia, ha visto la partecipazione di Panjab, Somaliland, Armenia occidentale, Isole Chagos, Kurdistan Iraqeno, Rezia, Cipro Nord, Padania (sic!)(*), Sapmi, Terra dei Siculi (**), FC Korea, una squadra formata dai Coreani presenti in Giappone che milita nelle divisioni regionali del Campionato di Calcio Giapponese e – ovviamente – dall’Abkhazia.

L’edizione di quest’anno se l’è aggiudicata l’Abkhazia, paese organizzatore, vincendo la finale ai rigori contro la rappresentativa nazionale del Panjab.

(*) La Padania è, essenzialmente, il ‘braccio sportivo’ della Lega Nord.

(**) Letteralmente la traduzione di Szekely Land è per l’appunto Terra dei Siculi, ovvero una porzione di territorio della Romania abitato da un popolo magiaro, quindi ungherese. Niente a che fare con i siculi intesi come siciliani, cioè abitanti della Sicilia.

L’indipendentismo e la brexit

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Immagine tratta dal periodico anticolonialista “Su Populu Sardu”

Quello che pensa la parte maggioritaria dell’indipendentismo scozzese e irlandese della Brexit è noto: se il Regno Unito è uscito dalla UE noi abbiamo il diritto di uscire dal Regno Unito e di aderire alla UE.

Ma qual è la lettura dell’indipendentismo sardo sulla brexit? Abbiamo fatto un piccolo viaggio fra le diverse posizioni e sensibilità della scena indipendentista sarda.

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Il primo soggetto ad uscire con un comunicato è stato il partito Libe.r.u. che si è concentrato soprattutto sulla contraddizione delle “nazioni celtiche” schierate per il cosiddetto Remain. A spiazzare un pò tutti – argomenta la direzione di Libe.r.u. – è stata la posizione delle nazioni celtiche oppresse, che si riscoprono come paladine dell’europeismo. Secondo Libe.r.u. la posizione europeista di scozzesi ed irlandesi non sarebbe di tipo organico, bensì tattico e pragmatico, frutto della possibilità storica di affrancarsi dal dominio di Londra. In particolare in Scozia «ovunque stravince la permanenza, certamente sull’onda della posizione presa dallo Scottish National Party (…) il quale gioca anche la carta europeista in funzione anti inglese». Discorso analogo per i nazionalisti irlandesi che «temono di ritrovarsi con un “muro” che separa le comunità irlandesi del nord dalla Repubblica, confine segnato dalla futura non appartenenza della Gran Bretagna (e quindi anche dell’Irlanda dal Nord) all’UE, di cui la Repubblica fa parte».
Libe.r.u. imputa questa tendenza dei movimenti nazionalistici celtici pro-UE ad adottare la logica del “nemico del mio nemico è mio amico”, senza considerare il fatto che l’Unione Europea è «un polo imperialista, nemico della libertà delle nazioni, della dignità dei lavoratori e delle masse popolari». La posizione di Liber.u. sulla UE è chiara: «l’imperialismo non si sconfigge infatuandosi degli imperialismi nemici del proprio dominatore ma combattendo l’imperialismo. (…) Non ha perciò alcun senso oggi ritenersi indipendentisti e al contempo europeisti, così come non ha senso ritenersi europeisti ma contrari a questa Unione Europea. Di Unione europea c’è solo questa: l’Europa dei popoli è un sogno, niente di tangibile, semplicemente non esiste».

FRONTE_SIMBOLOIl Fronte Indipendentista Unidu aveva affrontato giusto un anno fa la questione “imperialismo UE” in un percorso formativo curato con l’organizzazione giovanile Scida e il collettivo antagonista Furia Rossa organizzando diversi incontri con il redattore di Contropiano Marco Santopadre. L’organizzazione anticolonialista aveva per l’occasione preparato un documento di analisi, (era ancora fresca la scottatura del tradimento del partito di sinistra greco Syriza che aveva alla fine firmato il Memorandum imposto dalla troika), proponendo una piattaforma politica internazionale articolata su quattro punti fondamentali. All’indomani del risultato del referendum britannico il Fronte ripropone e rilancia la piattaforma, accogliendo «con grande entusiasmo e speranza l’uscita della Gran Bretagna dalla UE» e la possibilità che «questo fatto storico può essere una buona occasione per scatenare un processo di smantellamento dell’oligarchia finanziaria chiamata UE che sta sottomettendo i popoli e i lavoratori del continente a rigidissime ed odiose misure di austerità che, in diversi casi, stanno portando interi settori sociali sotto la soglia di povertà». Il Fronte tende la mano a tutte quelle realtà internazionali che ritengono opportuno uscire dalla UE in quanto ritenuta «irriformabile» e, nei fatti, una «unione di oligarchie finanziarie e militari che strangolano la prosperità delle masse lavoratrici e dei popoli europei». Uscire dalla UE significa anche uscire dalla NATO che rappresenta sia una costante minaccia alla pace tra i popoli che una  deprivazione di risorse ai servizi primari» dello stato sociale. Il terzo punto della piattaforma consiste nel «riconoscimento del diritto delle nazioni senza stato alla loro autodeterminazione» inteso come «fattore fondamentale di straordinaria dirompenza democratica e sociale che mette de facto in crisi le fondamenta stesse che reggono la UE e il blocco NATO». Last but not least il punto sulla necessità di rivedere tutti i trattati e le politiche ultraliberiste in materia di lavoro, servizi, fiscalità e coercizione militare» che i governi della UE hanno varato cancellando di fatto «le principali conquiste economiche e politiche del movimento operaio e contadino del Novecento». Cancellare integralmente queste politiche economiche – concludono gli anticolonialisti – «significa affossare le oligarchie e mandare in cortocircuito la ragion d’essere della stessa UE, aprendo una via di progresso sociale e pace».

progresDi marca diversa la posizione del partito ProgRes che separa l’aspirazione ad un europeismo di stampo cosmopolita e cooperativo da ciò che la UE effettivamente è diventata: «è bene chiarire che uscire dall’UE non significa uscire dall’Europa, ma più semplicemente sciogliere quei trattati e accordi internazionali che vincolano gli Stati Membri. È bene dunque aprire la discussione su cosa debba essere l’UE e cosa debbano stabilire i trattati che la definiscono». ProgRes dichiara “fallito” l’«attuale progetto dell’UE», anche a prescindere dal risultato del referendum britannico e imputa tale fallimento alla «burocrazia» e all’«incapacità di creare diritti nuovi e una reale cittadinanza europea». In buona sostanza il fallimento della UE è dovuto alla limitatezza «degli stati ottocenteschi che l’hanno costruita» i quali sono stati «incapaci di dare corpo ad un progetto serio di Europa dei popoli». ProgRes però ritiene comunquee che sia possibile costruire un’«Europa dei popoli e delle persone» a partire dall’ascolto delle comunità e a questa «nuova europa anche la Sardegna dovrà saper dare il suo contributo».

SNISardigna Natzione Indipendentzia, invece, assume una posizione di difesa della UE, inteso come l’ambito nel presente «più vicino alle nostre attese». Sebbene la realtà della UE non sia ideale – continua la direzione di SNI – «Nessuna possibile soluzione politica per le nazioni senza stato ci sarebbe in una scomposizione dell’Europa e in un ritorno agli stati-natzione dell’ottocento trincerati nella difesa dei confini e dell’integrità nazionale». Per Sardigna Natzione l’occasione che si presenta è storica, perché «se la Scozia e l’Irlanda del Nord aprono una strada nuova in Europa, con la loro indipendenza, quella strada la percorreremo anche noi sardi, i catalani, i baschi, i corsi, i fiamminghi e tante altre nazioni, 50 milioni di Europei che di fatto daranno un’altra conformazione all’asfittica Europa di oggi». Sardigna Natzione infine attacca duramente chi ha colto nella brexit un fattore positivo: «SNI, non si spiega come alcuni auto-rivoluzionari e alcuni indipendentisti non si accorgano di fare parte dell’ONDA e di correre il richio di trovarsi insieme, senza volerlo, ai peggiori reazionari a fare l’OLA a Salvini, Farage , Le Pen e Trump e quanto di peggio il mondo abbia partorito. SNI non è nell’ONDA. All’antieuropeismo ideologico contrappone l’europeismo strumentale, non condiviso ideologicamente per questa Europa, ma utile alla natzione».

 

 

 

Brexit? Un’occasione per rompere lo status quo

di Marco Santopadre, redazione di http://contropiano.org/

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Il 23 giugno i cittadini della Gran Bretagna sono chiamati a votare in un referendum la cui posta in gioco è molto alta: restare o meno nell’Unione Europea?

Il referendum è stato indetto molti mesi fa dal premier conservatore Cameron con un doppio scopo: esercitare una pressione nei confronti dell’establishment dell’UE per ricontrattare le relazioni con Bruxelles e ottenere maggiori privilegi per la borghesia britannica; intestarsi una battaglia di democrazia permettendo il voto popolare su una questione assai sentita.
Sembrava che l’appuntamento dovesse trascorrere indenne sia per il governo di Londra sia per l’Unione Europea. Ma recentemente la campagna a favore della Brexit – cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue – ha conquistato molti e trasversali consensi e alcuni sondaggi danno i leavers in testa. Per convincere gli elettori a votare ‘Remain’ il governo di Londra e le istituzioni europee hanno cominciato a minacciare e ricattare gli elettori prefigurando, in caso di vittoria del ‘si’, uno scenario apocalittico: aumento delle tasse, crollo del sistema sanitario pubblico, licenziamenti.
In realtà negli ultimi anni, proprio per rispettare i diktat di Bruxelles e del sistema bancario europeo, il governo Cameron ha già imposto enormi tagli al pubblico impiego e al welfare, impoverendo milioni di cittadini.
A favore del ‘no’ ci sono una metà del Partito Conservatore al governo, il Partito Liberaldemocratico, i Verdi, la grande e media impresa, la maggioranza del settore bancario e di quello finanziario, ma anche un certo numero di sindacati moderati e la maggioranza del Partito Laburista. Tutti i partiti delle nazionalità oppresse – gallesi, scozzesi e irlandesi – sono a favore, più o meno ferventemente, del ‘remain’, con l’argomento che l’Unione Europea, per quanto imperfetta e migliorabile, costituisca un freno alle pulsioni più reazionarie della destra. Il Partito Nazionale Scozzese è in prima fila nella campagna per il ‘no’, e minaccia di indire un nuovo referendum per l’indipendenza da Londra in caso di vittoria della Brexit.
Una posizione da cui si discostano le frange più radicali e anticapitaliste dei movimenti indipendentisti. A guidare il fronte del ‘si’ alla Brexit è la destra euroscettica rappresentata dall’Ukip, partito nazionalista inglese/britannico e xenofobo che punta il dito contro l’immigrazione – anche di cittadini comunitari – e contro le limitazioni imposte all’economia del Regno Unito da parte di Bruxelles. Anche metà del Partito Conservatore è in prima fila contro l’Ue, capeggiata dall’ex sindaco di Londra Boris Johnson; per l’out sono anche la piccola impresa fortemente colpita dall’integrazione europea. Molto attivi a favore della Brexit sono anche i sindacati più radicali e di classe e un arcipelago di realtà politiche di sinistra e anticapitaliste, dalla sinistra laburista fino alle organizzazioni comuniste, che vedono nella rottura con quello che considerano un “polo imperialista” l‘Ue – uno strumento di cambiamento dei rapporti di forza interni a favore delle classi svantaggiate.

Marco Santopadre: “il Donbass è un focolaio di resistenza al fascismo e all’imperialismo europeista”

Intervista a Marco Santopadre del giornale comunista Contropiano sull’esperienza della “Carovana Antifascista” e sulla resistenza del Donbass al golpe fascista e filo UE in Ucraina

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Che cos’è la carovana antifascista? 

La Carovana Antifascista è un progetto partito dalla coraggiosa e lungimirante iniziativa della Banda Bassotti che negli ultimi anni ha consentito a una gran quantità di realtà internazionali di partecipare ad una campagna di informazione e solidarietà nei confronti della lotta delle Repubbliche Popolari del Donbass e in generale delle forze antifasciste in tutta l’Ucraina. È stato partecipando alle attività della Carovana Antifascista che nel maggio del 2015 ho potuto partecipare al viaggio nella Repubblica Popolare di Lugansk, da quasi due anni ormai sottoposta insieme a quella di Donetsk a bombardamenti e ad un assedio feroce da parte delle forze armate e dei battaglioni neonazisti di Kiev. Un viaggio durato una settimana che ha permesso a più di cento militanti, attivisti e giornalisti di toccare con mano la distruzione e la morte causata in quei territori dalle forze golpiste ucraine che si sono impossessate del potere a Kiev nel febbraio del 2014, con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Abbiamo potuto conoscere direttamente esperienze assai interessanti nell’ambito della resistenza del Donbass contro il regime di Kiev, in particolare la Brigata Fantasma e l’Unità 404, delle milizie formate da combattenti che in larga parte si definiscono comunisti o quantomeno antifascisti e che hanno nelle zone in cui operano, oltre ad una funzione militare, anche una importante funzione politica, di sicurezza e di assistenza nei confronti di una popolazione stremata dall’assedio alla quale i partecipanti alla Carovana hanno distribuito aiuti alimentari, medicinali e altro. Al ritorno i materiali audio e video raccolti durante il viaggio e le testimonianze dei partecipanti hanno permesso di organizzare un elevatissimo numero di incontri informativi su una realtà che la politica e i media mainstream tendono a cancellare o a manipolare, descrivendo la resistenza delle popolazioni del Donbass come una ‘invasione russa’ o una sollevazione armata di formazioni locali ultranazionaliste.

Che cosa c’è dietro la famosa rivolta di piazza Maidan?

La rivolta di piazza Maidan è nata nell’autunno del 2013 a partire dall’iniziativa di un vasto arco di forze politiche liberali, nazionaliste e di destra ucraine, con l’aperto sostegno dell’amministrazione statunitense e dell’Unione Europea. La protesta è stata convocata nel centro di Kiev per opporsi alla decisione dell’allora governo Azarov e del presidente Viktor Yanukovich di bloccare la firma del trattato di Associazione tra Ucraina e Unione Europea che avrebbe condotto il paese nella sfera politica, commerciale e militare di Bruxelles e della Nato indebolendone la già fragile economia. Questi soggetti hanno sfruttato il malcontento popolare causato dalla crisi economica e dalla diffusione endemica della corruzione, ma dopo un breve periodo la protesta è stata presa in mano dalle forze più estremiste e militarizzata di destra e da formazioni neonaziste che si rifanno ad un personaggio come Stepan Bandera che durante la seconda guerra mondiale guidava una milizia favorevole agli invasori nazisti che è responsabile dell’uccisione di centinaia di migliaia fra oppositori politici e minoranze etniche. Usa e Ue si sono proposti come mediatori della crisi politico-istituzionale schierandosi di fatto al fianco dei partiti ultranazionalisti ucraini che hanno iniziato a chiedere la destituzione del presidente e la formazione di un nuovo governo senza la principale forza politica del paese – il Partito delle Regioni – uscita largamente vincitrice dalle elezioni. Quando ormai il governo aveva ceduto, firmando la propria capitolazione di fronte ai leader di Francia, Germania e Polonia arrivati a Kiev per sancire l’allargamento ad est dell’Unione Europea, gli squadroni di miliziani neonazisti hanno attaccato numerose sedi del governo e delle forze di sicurezza, mentre cecchini non meglio identificati sparavano in piazza Maidan contro i manifestanti e la polizia, permettendo così ai settori oltranzisti di impossessarsi del potere e di dare il via ad una ristrutturazione dello stato che si basa sull’anticomunismo e sulla persecuzione della consistente minoranza russofona e delle altre comunità non ucraine. Da allora il Partito Comunista è stato di fatto dichiarato fuori legge ed espulso dal parlamento grazie ain elezioni farsa, centinaia di sedi sindacali e politiche di sinistra sono state assaltate e chiuse, centinaia di dirigenti e militanti antifascisti sono stati uccisi o massacrati di botte. L’episodio più grave è rappresentato sicuramente dall’assalto fascista contro la Casa dei Sindacati di Odessa, il 2 maggio del 2014, quando molte decine di attivisti di sinistra e semplici lavoratori furono uccisi a sangue freddo o addirittura bruciati vivi da alcune squadracce di partiti fascisti e nazisti che nel frattempo avevano avuto accesso al governo golpista. Nel frattempo l’economia del paese, preda dei vari oligarchi che si sono impossessati del potere in misura ancora maggiore che in passato, è crollata ulteriormente, la moneta nazionale si è ampiamente svalutata e i vari governi che si sono succeduti in due anni hanno letteralmente consegnato il paese nelle grinfie della Nato, della Troika e del Fondo Monetario. Mentre la Nato, e gli eserciti di numerosi paesi europei, hanno iniziato ad armare e ad addestrare le forze armate ucraine impegnate nella repressione delle popolazioni dell’est, compresi i battaglioni neonazisti inquadrati nella Guardia Nazionale, Fmi e Troika hanno ottenuto dal regime golpista, in cambio di prestiti, la privatizzazione dei settori economici finora controllati dallo stato, licenziamenti di massa nel settore pubblico, l’aumento esponenziale delle tariffe dell’elettricità e del gas che pesano ora come un macigno su una popolazione ucraina sempre più stremata.

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Che cosa vogliono i miliziani che lottano nel Donbass e da chi sono appoggiati?

Già durante la seconda fase della cosiddetta ‘rivoluzione di Maidan’ le popolazioni delle regioni del centro e dell’est dell’Ucraina cominciarono a mobilitarsi pacificamente a favore di una soluzione politica. Ma al momento del golpe, quando ormai era chiaro che il nuovo regime non aveva nessuna intenzione di rispettare il carattere plurinazionale dello stato ucraino, in molte città pezzi dei partiti di sinistra, dei sindacati, semplici cittadini e ad altre realtà hanno cominciato a organizzare dei comitati per impedire la presa del potere a livello locale delle formazioni banderiste, mentre la Crimea, dopo un referendum vinto a stragrande maggioranza, veniva annessa alla Federazione Russa. La strage di Odessa ha rappresentato, agli occhi degli ucraini dell’est, un momento di non ritorno: i ‘russi’ (cioè gli ucraini di lingua e cultura russa) erano considerati dal nuovo regime come un corpo estraneo, un nemico da liquidare e nessuna trattativa sarebbe stata possibile. È stato in quel momento che migliaia di persone, uomini e donne di tutto il paese e non solo dell’est, ma anche molti cittadini della Federazione Russa, hanno deciso di impugnare le armi per difendere il territorio aggredito e respingere l’assalto delle forze armate ucraine mentre dai comitati spontanei nascevano le due Repubbliche Popolari di Lugansk e Donestk. Kiev ha inviato l’esercito e i battaglioni nazisti in una operazione definita ‘antiterrorismo’ e dall’inizio dell’assedio al Donbass almeno 10 mila persone – ma ci sono stime che parlano di 50 mila – sono state uccise dai bombardamenti mentre circa 800 mila abitanti sono stati costretti a fuggire in Russia. Ad opporsi ai golpisti e a sostenere la sopravvivenza delle due entità ribelli sono forze politiche e sociali di vario tipo, dalla destra alla sinistra fino ai comunisti, all’interno di un fronte nazionale che al suo interno vede naturalmente anche uno scontro sul modello sociale ed economico da costruire. Allo stesso modo le milizie hanno carattere diverso, da quelle legate ad una visione nazionalista panrussa a quelle dei Cosacchi antifascisti fino a formazioni esplicitamente socialiste e comuniste. Se una parte delle milizie lotta per difendere e rafforzare le repubbliche popolari e farne uno stato indipendente che, magari in futuro, potrà ricongiungersi con la Russia, altre considerano la liberazione del Donbass solo la prima tappa di una battaglia più complessiva per la liberazione di tutta l’Ucraina dal giogo della Nato e dell’Unione Europea.

http://contropiano.org/

Joan Pitarch: “amus a iscrìere una costitutzione catalana”

Abbiamo intervistato Joan Elies Adell Pitarch, Direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia sul lavoro che sta svolgendo questo ufficio e in generale sui rapporti politici ed economici tra Governo Catalano e Sardegna. l’intervista è bilingue sardo-catalano.

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(foto di  Marco Fiore)

  • Ite est sa Delegació del Govern a Itàlia Ofici de l’Alguer e cale traballu seis fatende?

(cat.) L’Ofici de l’Alguer és una seu de la nostra Delegació a l’estat italià, amb l’objectiu principal  de treballar amb les institucions sardes per la salvaguarda de l’alguerès. També volem facilitar l’impuls i el reforçament de les relacions econòmiques, empresarials, comercials i turístiques entre l’Alguer, Sardenya  i Catalunya.

(sard.) S’Ufìtziu de s’Alighera est una sede de sa Delegació nostra in s’Istadu italianu [ndt. Ufitzialmente galu gasi], cun s’obietivu printzipale de traballare cun sas istitutziones sardas pro s’amparu de s’aligheresu. Cherimus fintzas fatzilitare s’impulsu e su rinfortzamentu de sas relatziones econòmicas, de negòtziu, cummertziales e turìsticas intro s’Alighera, Sardigna  e Catalugna

  • Pro ite sos sardos e sos catalanos devent fraigare relatzione in cumone sena prus dimandare permissu a Roma e Madrid?

(cat.)Perquè tant Sardenya com Catalunya som dues velles nacions d’Europa, que, per créixer i incrementar el benestar dels nostres ciutadans necessiten tenir la sobirania en les decisions importants que afecten el nostre territori: des de les polítiques econòmiques, de transport o de mobilitat, fins les polítiques culturals, educatives i lingüístiques.

(sard.) Ca tantu sa Sardigna cantu sa Catalugna semus duas natziones betzas de Europa, chi, pro crèschere e annànghere su benistare de sos tzitadinos nostros ant bisòngiu de tènnere sa soberania in sas detzisiones de importu chi afetant su territòriu nostru: dae sas polìticas econòmicas, de trasportu o de mobilidade, finas a sas polìticas culturales, educativas i linguìsticas

  • A Cale puntu seis de su fràigu de s’indipendèntzia in Catalunya a pustis de sas eletziones in ue ant bìnchidu sos indipendentistas?

(cat.) Estem en ple procés de desconnexió de l’estat espanyol, al temps que estem creant estructures pròpies per poder assegurar el pas d’una regió d’Espanya a un nou estat d’Europa. El que nosaltres anomenem un procés constituent. Des del punt de vista polític, estem a l’espera si hi ha una oferta de celebració d’un referèndum per la independència de Catalunya (cosa poc probable). Si no es produeix això, redactarem una constitució catalana que haurà de ser refrendada per la majoria del poble català.

(sard.) Semus in prenu protzessu de disconnessione de s’Istadu ispanniolu, como chi semus fraighende istruturas pròpias pro pòdere assegurare su brincu de una regione de Ispagna a un’istadu nou de Europa. Su chi nois numenamus unu protzessu costituente. Dae su puntu de vista polìticu, semus in isetu de un’oferta de tzelebratzione de unu referendum pro s’indipendèntzia de sa Catalugna (cosa pagu probàbile). Si no acontesset, amus a iscrìere una costitutzione catalana chi at a èssere ratificada dae sa majoria de su pòpulu catalanu.

http://afersexteriors.gencat.cat/ca/representacio_a_l_exterior/delegacio-del-govern-a-italia/ofici-a-lalguer/