Gli ambasciatori baschi in Sardegna. Report di un tour

Report di Giovanna Casagrande

aska_1

Libe.R.U, un nuovo movimento indipendentista sardo, ha aperto un giro di conferenze in cui ha accompagnato Anne, Xixil e Ekaitz, militanti di Askapena. L’organizzazione internazionalista basca è nel mirino del governo spagnolo che ne chiede la soppressione in quanto considerata organizzazione terroristica. È però di pochi mesi fa l’assoluzione di 5 militanti dell’organizzazione che, se condannati, rischiavano sei anni di carcere e  multe ingenti.

L’assoluzione della corte di  giustizia madrilena ha definito, nella sentenza che «…Askapena è una organizzazione che lavora su tematiche di solidarietà internazionalista e femminista», ma «non è provato alcun collegamento diretto con ETA…»

Davanti a un pubblico numeroso, i tre baschi  si sono alternati nella illustrazione della situazione storica, sociale e politica del Paese Basco, Euskal Herria.

In modo semplice e sintetico Anne, Xixil e Ekaitz hanno parlato del periodo franchista, del passaggio dal fascismo alla democrazia, definendo tale passaggio formale e non sostanziale per quanto riguarda il popolo basco.

Hanno parlato della repressione, degli omicidi politici, delle epurazioni cui i militanti baschi sono stati oggetto, dando le cifre complessive del corso degli anni, parlando degli arresti (40.000), delle detenzioni (5.000), delle persone torturate (10.000), dei feriti, delle persone costrette a espatriare (3.000). Cifre impressionanti che spiegano la situazione che, fino al 2006, ha visto in azione ETA, organizzazione politica armata,  nata nel 1959 e  fondata da un gruppo di studenti universitari di Bilbao in rotta con il Partito nazionalista basco (PNV).

Il percorso storico illustrato racconta la Spagna franchista, il passaggio alla democrazia borghese richiesto dall’Europa che non avrebbe consentito l’ingresso nella comunità europea di un paese sotto dittatura. Racconta la più celebre delle sentenze eseguite da ETA, (contro Carrero Blanco, erede di Franco), la repressione nei confronti delle organizzazioni politiche che non riconoscevano lo stato centrale. I ragazzi hanno evidenziato come, nonostante il conflitto politico, niente ostacolò il processo di autodeterminazione del popolo basco, che ha visto un rafforzamento con la creazione di  scuole clandestine in cui si insegnava l’euskera, lingua basca ormai diventata ufficiale al pari dello spagnolo, la nascita di  fonti alternative di informazione, radio, televisioni e giornali,  (quattro testate  vennero soppresse con accusa di terrorismo nel corso degli anni). Questo coinvolgimento della comunità rafforzò il sentimento indipendentista popolare, ponendo le basi per una revisione della politica, culminata, nel 2011, con l’abbandono della lotta armata e con una dichiarazione di un cessate il fuoco «permanente», «generale» e «verificabile dalla comunità internazionale».

aska_2L’incontro ha evidenziato come la politica indipendentista sia supportata dalla coscienza del popolo basco. Askapena è un movimento ampio e aperto che abbraccia organizzazioni studentesche, organizzazioni giovanili, femministe, coinvolte nell’affermazione del principio di indipendenza e contrarie al potere pel PNV, partito che, accontentatosi dell’autonomia, percorre una strada completamente opposta all’emnancipazione nazionale e sociale.

Vedendo le immagini di alcuni video proittati in sala, si è visto bene come la polizia autonoma basca persegue, per conto della Spagna,  metodi repressivi, tesi ad annichilire il dissenso e la lotta indipendentista.

Immagini che mostrano una presenza di giovani donne e uomini, pronti a una resistenza passiva pur di tutelare e proteggere persone non gradite al sistema che, eventualmente arrestate e condannate rischiano diversi anni di carcere come terroristi.

Al momento del dibattito chi scrive ha avuto la netta impressione che porzioni di indipendentismo sardo siano distanti dal capire il fenomeno basco e la portata politica di una organizzazione come Askapena. Alcune domande hanno rivelato la difficoltà a ragionare al di fuori del contesto locale,  cercando di paragonare, addirittura, la situazione sarda e quella di Euskadi, domande che vertevano solo su temi elettorali e non su come migliaia di giovani siano coinvolti in un processo ormai irreversibile di indipendenza.

Anne, Xixil e Ekaitx hanno addirittura avuto difficoltà a capire certe domande, avendo evidentemente superato culturalmente e politicamente il problema del “riconoscimento” da parte delle comunità di riferimento

Hanno dovuto spiegare brevemente la non assimilabilità della Catalogna con il Paese Basco, soffermandosi sul fatto che, vista la coscienza di massa consolidata, siano apparsi nel panorama politico, indipendentisti dell’ultima ora, in sintesi la politica che “insegue la piazza”, mentre da noi la politica perde la piazza, a favore di proposte “civiche” che niente hanno a che fare con un percorso volto all’indipendenza.

La loro perplessità riguarda la scarsa partecipazione dei giovani sardi a tematiche come la difesa dei territori contro le basi militari. I tre ambasciatori di Askapena sono, evidentemente, il frutto di un lavoro politico delle generazioni precedenti, nati in un contesto storico in cui l’autodeterminazione è una vocazione collettiva praticata, in cui la lingua è ufficiale e la cultura ha prodotto una visione di una società che non riconosce un governo dominante, e che non lavora per un patto con il potere al fine di ottenere briciole di gratificazione.

Alla domanda su Podemos che, anche in Navarra ha ottenuto consensi forse sottratti all’indipendentismo, hanno risposto che forse l’elettorato ha un passo più lungo della politica e con il voto a Podemos ha inteso manifestare la rottura di indugi, invitando a proseguire verso un cambiamento radicale, senza collusioni con PNV.

L’approccio di Libe.R.U con  organizzazioni straniere è un modo efficace per poter parlare “di noi” in una prospettiva ampia.

È impossibile immaginare che da decenni si seguano strade battute e senza uscita che atomizzano la militanza, creando partiti a basso consenso elettorale. Sarebbe invece necessario interrogarci e rapportarci con altre realtà, uscendo da una visione novecentesca della politica.

Investire in cultura, coinvolgendo associazioni, movimenti, collettivi, è una crescita collettiva di cui la Sardegna ha bisogno, come del pane, anzi come della indipendenza.

 

 

Collaborazione militare fra Università di Cagliari e Sionisti

Intervista ad Alessia Ferrari sulla collaborazione militare fra Università di Cagliari e il Technion di Haifa.

• Come nasce la campagna contro la collaborazione dell’Università di Cagliari e il Technion?
Nel 2foto004 la società civile palestinese ha lanciato un appello al boicottaggio accademico e culturale di Israele come contributo alla lotta palestinese. Ciò si basa sul fatto che le accademie israeliane sono complici del sistema di oppressione israeliano, che nega ai palestinesi diritti fondamentali, tra cui la libertà accademica e il diritto all’istruzione. Il boicottaggio accademico si inserisce all’interno della campagna del BDS, che propone il boicottaggio, il disinvestimento e l’adozione di sanzioni nei confronti di Israele.

• Perché boicottare un istituto di ricerca israeliano? La libertà di ricerca non dovrebbe essere toccata.
Le accademie israeliane sono un punto chiave della struttura ideologica ed istituzionale del regime coloniale attuato da Israele, infatti sin dalla loro fondazione sono legate all’establishment politico-militare e svolgono un ruolo fondamentale nel nascondere al mondo i crimini commessi da Israele, diffondendo a livello internazionale l’immagine di una democrazia illuminata che eccelle nell’innovazione tecnologica.
Il Technion in particolare ha prodotto la tecnologia dei Bulldozer Caterpillar D9 con comando remoto, che vengono utilizzati per distruggere le case dei palestinesi e far posto agli insediamenti coloniali. In secondo luogo è leader nello sviluppo della tecnologia drone impiegata per i periodici bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Il sistema universitario israeliano inoltre riserva trattamenti preferenziali a soldati e riservisti, discriminando gli studenti palestinesi. Per esempio il Technion riconosce crediti accademici e benefici economici agli studenti impegnati nell’esercito. Il Technion ha anche espresso solidarietà ai suoi “studenti combattenti” che hanno preso parte ad operazioni militari come “Margine Protettivo” che, oltre a provocare la morte di più di 1.500 palestinesi, ha causato la distruzione dell’Università di Gaza e di diverse scuole dell’Onu. La militarizzazione dell’Università è una pratica che si sta diffondendo purtroppo anche da noi, mediante l’attivazione di corsi specificamente indirizzati ai soldati.
In molti sono del parere che la libertà di ricerca sia inviolabile, ma anche le Università tedesche degli anni Trenta e del Sud Africa dell’apartheid hanno ottenuto dei buoni risultati scientifici; noi pensiamo che se un’accademia è complice nella violazione dei diritti umani è di questo che le si deve chiedere conto, non della “buona ricerca” prodotta. Inoltre la scienza non è mai neutrale in una situazione di oppressione, perché viene utilizzata per stendere un manto di legittimità sulle istituzioni, così da coprire il loro lato criminale.

• Che rapporti ci sono tra l’Università di Cagliari e il Technion?
Esiste un accordo nel settore farmaceutico la cui referente è la Prof.ssa Morelli. Per chiedere che tale accordo non sia rinnovato abbiamo costituito il gruppo “Studenti contro il Technion”, a cui hanno aderito vari gruppi di sinistra e indipendentisti sensibili alla causa di liberazione del popolo palestinese dal colonialismo e dall’occupazione israeliana. È stata creata una omonima pagina Facebook, gestita con i compagni di Torino a loro volta impiegati in una campagna di boicottaggio del Technion. Abbiamo ottenuto un incontro con la Rettrice Maria del Zompo, che ha dichiarato di non essere informata sulla cooperazione esistente con il Technion, e di ignorare le implicazioni di quest’ultimo con la macchina da guerra israeliana. Ci siamo così mossi per documentare il tutto e abbiamo redatto un dossier informativo sul Technion e sul DASS, che è stato consegnato alla Rettrice e alla Morelli. Entrambe sono state invitate a un’assemblea pubblica che si terrà il 21 ottobre, in cui vogliamo dar vita a un contraddittorio tra chi ritiene che non si debbano porre dei limiti alla ricerca scientifica, e chi, come noi, ritiene che esistano dei limiti etici e che al primo posto debba essere posto il rispetto dei diritti umani. All’incontro sarà presente Enrico Bartolomei, l’accademico promotore di una petizione firmata da più di 300 accademici, che chiede l’interruzione delle collaborazioni tra le Università italiane e il Technion. Interverrà inoltre Fausto Gianelli dei Giuristi Democratici, avvocato da anni impiegato sul fronte della difesa dei diritti umani.

 

Il Mondiale delle Nazioni Senza Stato

abkhasia

Contributo del giornalista sporitvo Marco Piccinelli

Il 6 giugno s’è tenuto il Mondiale di Calcio delle Nazioni Senza Stato ed è stato organizzato dalla CONIFA (Confederazione di associazioni calcistiche indipendenti), ovvero, come riporta il sito dell’Osservatorio Balcani-Caucaso, l’organizzazione nata dalle ceneri del’NF-Board: «Il NF-Board è riuscito a organizzare cinque VIVA World Cup – l’ultima edizione, nel 2012, portò nel Kurdistan iracheno nove squadre, radunando circa 32.000 tifosi nello stadio di Erbil. Il NF-Board, paralizzato da lotte intestine e da problemi, si è poi sciolto tre anni fa». VIVA World cup e FIFI wild cup, in ogni caso, hanno avuto lo stesso intento in anni diversi: cercare di organizzare un torneo mondiale delle Nazioni Senza Stato. Queste manifestazioni calcistiche, così come la prima coppa della CONIFA di quest’anno, hanno visto la partecipazione di federazioni non riconosciute dalla FIFA e appartenenti sia a Nazioni Senza Stato, sia a Nazioni che hanno raggiunto una cospicua indipendenza (o autonomi ‘de facto’) ma non riconosciute dalla comunità internazionale. Nazioni, dunque, come la Groenlandia, le isole Åland, l’Isola di Man (Ellann Vannin), l’Abkhazia, Zanzibar, Cipro Nord, Kurdistan, Nazionale Romanì, Darfur, Occitania, Gozo (Malta), Kiribati, Isole Chagos, Vallonia, Gagauzia, Ossetia e chi più ne ha più ne metta, hanno animato per anni i mondiali dei Paesi non riconosciuti. Quest’anno, la competizione, svoltasi in Abkhazia, ha visto la partecipazione di Panjab, Somaliland, Armenia occidentale, Isole Chagos, Kurdistan Iraqeno, Rezia, Cipro Nord, Padania (sic!)(*), Sapmi, Terra dei Siculi (**), FC Korea, una squadra formata dai Coreani presenti in Giappone che milita nelle divisioni regionali del Campionato di Calcio Giapponese e – ovviamente – dall’Abkhazia.

L’edizione di quest’anno se l’è aggiudicata l’Abkhazia, paese organizzatore, vincendo la finale ai rigori contro la rappresentativa nazionale del Panjab.

(*) La Padania è, essenzialmente, il ‘braccio sportivo’ della Lega Nord.

(**) Letteralmente la traduzione di Szekely Land è per l’appunto Terra dei Siculi, ovvero una porzione di territorio della Romania abitato da un popolo magiaro, quindi ungherese. Niente a che fare con i siculi intesi come siciliani, cioè abitanti della Sicilia.

L’indipendentismo e la brexit

WWWW

Immagine tratta dal periodico anticolonialista “Su Populu Sardu”

Quello che pensa la parte maggioritaria dell’indipendentismo scozzese e irlandese della Brexit è noto: se il Regno Unito è uscito dalla UE noi abbiamo il diritto di uscire dal Regno Unito e di aderire alla UE.

Ma qual è la lettura dell’indipendentismo sardo sulla brexit? Abbiamo fatto un piccolo viaggio fra le diverse posizioni e sensibilità della scena indipendentista sarda.

liberu

Il primo soggetto ad uscire con un comunicato è stato il partito Libe.r.u. che si è concentrato soprattutto sulla contraddizione delle “nazioni celtiche” schierate per il cosiddetto Remain. A spiazzare un pò tutti – argomenta la direzione di Libe.r.u. – è stata la posizione delle nazioni celtiche oppresse, che si riscoprono come paladine dell’europeismo. Secondo Libe.r.u. la posizione europeista di scozzesi ed irlandesi non sarebbe di tipo organico, bensì tattico e pragmatico, frutto della possibilità storica di affrancarsi dal dominio di Londra. In particolare in Scozia «ovunque stravince la permanenza, certamente sull’onda della posizione presa dallo Scottish National Party (…) il quale gioca anche la carta europeista in funzione anti inglese». Discorso analogo per i nazionalisti irlandesi che «temono di ritrovarsi con un “muro” che separa le comunità irlandesi del nord dalla Repubblica, confine segnato dalla futura non appartenenza della Gran Bretagna (e quindi anche dell’Irlanda dal Nord) all’UE, di cui la Repubblica fa parte».
Libe.r.u. imputa questa tendenza dei movimenti nazionalistici celtici pro-UE ad adottare la logica del “nemico del mio nemico è mio amico”, senza considerare il fatto che l’Unione Europea è «un polo imperialista, nemico della libertà delle nazioni, della dignità dei lavoratori e delle masse popolari». La posizione di Liber.u. sulla UE è chiara: «l’imperialismo non si sconfigge infatuandosi degli imperialismi nemici del proprio dominatore ma combattendo l’imperialismo. (…) Non ha perciò alcun senso oggi ritenersi indipendentisti e al contempo europeisti, così come non ha senso ritenersi europeisti ma contrari a questa Unione Europea. Di Unione europea c’è solo questa: l’Europa dei popoli è un sogno, niente di tangibile, semplicemente non esiste».

FRONTE_SIMBOLOIl Fronte Indipendentista Unidu aveva affrontato giusto un anno fa la questione “imperialismo UE” in un percorso formativo curato con l’organizzazione giovanile Scida e il collettivo antagonista Furia Rossa organizzando diversi incontri con il redattore di Contropiano Marco Santopadre. L’organizzazione anticolonialista aveva per l’occasione preparato un documento di analisi, (era ancora fresca la scottatura del tradimento del partito di sinistra greco Syriza che aveva alla fine firmato il Memorandum imposto dalla troika), proponendo una piattaforma politica internazionale articolata su quattro punti fondamentali. All’indomani del risultato del referendum britannico il Fronte ripropone e rilancia la piattaforma, accogliendo «con grande entusiasmo e speranza l’uscita della Gran Bretagna dalla UE» e la possibilità che «questo fatto storico può essere una buona occasione per scatenare un processo di smantellamento dell’oligarchia finanziaria chiamata UE che sta sottomettendo i popoli e i lavoratori del continente a rigidissime ed odiose misure di austerità che, in diversi casi, stanno portando interi settori sociali sotto la soglia di povertà». Il Fronte tende la mano a tutte quelle realtà internazionali che ritengono opportuno uscire dalla UE in quanto ritenuta «irriformabile» e, nei fatti, una «unione di oligarchie finanziarie e militari che strangolano la prosperità delle masse lavoratrici e dei popoli europei». Uscire dalla UE significa anche uscire dalla NATO che rappresenta sia una costante minaccia alla pace tra i popoli che una  deprivazione di risorse ai servizi primari» dello stato sociale. Il terzo punto della piattaforma consiste nel «riconoscimento del diritto delle nazioni senza stato alla loro autodeterminazione» inteso come «fattore fondamentale di straordinaria dirompenza democratica e sociale che mette de facto in crisi le fondamenta stesse che reggono la UE e il blocco NATO». Last but not least il punto sulla necessità di rivedere tutti i trattati e le politiche ultraliberiste in materia di lavoro, servizi, fiscalità e coercizione militare» che i governi della UE hanno varato cancellando di fatto «le principali conquiste economiche e politiche del movimento operaio e contadino del Novecento». Cancellare integralmente queste politiche economiche – concludono gli anticolonialisti – «significa affossare le oligarchie e mandare in cortocircuito la ragion d’essere della stessa UE, aprendo una via di progresso sociale e pace».

progresDi marca diversa la posizione del partito ProgRes che separa l’aspirazione ad un europeismo di stampo cosmopolita e cooperativo da ciò che la UE effettivamente è diventata: «è bene chiarire che uscire dall’UE non significa uscire dall’Europa, ma più semplicemente sciogliere quei trattati e accordi internazionali che vincolano gli Stati Membri. È bene dunque aprire la discussione su cosa debba essere l’UE e cosa debbano stabilire i trattati che la definiscono». ProgRes dichiara “fallito” l’«attuale progetto dell’UE», anche a prescindere dal risultato del referendum britannico e imputa tale fallimento alla «burocrazia» e all’«incapacità di creare diritti nuovi e una reale cittadinanza europea». In buona sostanza il fallimento della UE è dovuto alla limitatezza «degli stati ottocenteschi che l’hanno costruita» i quali sono stati «incapaci di dare corpo ad un progetto serio di Europa dei popoli». ProgRes però ritiene comunquee che sia possibile costruire un’«Europa dei popoli e delle persone» a partire dall’ascolto delle comunità e a questa «nuova europa anche la Sardegna dovrà saper dare il suo contributo».

SNISardigna Natzione Indipendentzia, invece, assume una posizione di difesa della UE, inteso come l’ambito nel presente «più vicino alle nostre attese». Sebbene la realtà della UE non sia ideale – continua la direzione di SNI – «Nessuna possibile soluzione politica per le nazioni senza stato ci sarebbe in una scomposizione dell’Europa e in un ritorno agli stati-natzione dell’ottocento trincerati nella difesa dei confini e dell’integrità nazionale». Per Sardigna Natzione l’occasione che si presenta è storica, perché «se la Scozia e l’Irlanda del Nord aprono una strada nuova in Europa, con la loro indipendenza, quella strada la percorreremo anche noi sardi, i catalani, i baschi, i corsi, i fiamminghi e tante altre nazioni, 50 milioni di Europei che di fatto daranno un’altra conformazione all’asfittica Europa di oggi». Sardigna Natzione infine attacca duramente chi ha colto nella brexit un fattore positivo: «SNI, non si spiega come alcuni auto-rivoluzionari e alcuni indipendentisti non si accorgano di fare parte dell’ONDA e di correre il richio di trovarsi insieme, senza volerlo, ai peggiori reazionari a fare l’OLA a Salvini, Farage , Le Pen e Trump e quanto di peggio il mondo abbia partorito. SNI non è nell’ONDA. All’antieuropeismo ideologico contrappone l’europeismo strumentale, non condiviso ideologicamente per questa Europa, ma utile alla natzione».

 

 

 

Brexit? Un’occasione per rompere lo status quo

di Marco Santopadre, redazione di http://contropiano.org/

111110europa5-374x300

fonte immagine (http://www.rischiocalcolato.it/wp-content/uploads/2012/07/111110europa5-374×300.jpg)

Il 23 giugno i cittadini della Gran Bretagna sono chiamati a votare in un referendum la cui posta in gioco è molto alta: restare o meno nell’Unione Europea?

Il referendum è stato indetto molti mesi fa dal premier conservatore Cameron con un doppio scopo: esercitare una pressione nei confronti dell’establishment dell’UE per ricontrattare le relazioni con Bruxelles e ottenere maggiori privilegi per la borghesia britannica; intestarsi una battaglia di democrazia permettendo il voto popolare su una questione assai sentita.
Sembrava che l’appuntamento dovesse trascorrere indenne sia per il governo di Londra sia per l’Unione Europea. Ma recentemente la campagna a favore della Brexit – cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue – ha conquistato molti e trasversali consensi e alcuni sondaggi danno i leavers in testa. Per convincere gli elettori a votare ‘Remain’ il governo di Londra e le istituzioni europee hanno cominciato a minacciare e ricattare gli elettori prefigurando, in caso di vittoria del ‘si’, uno scenario apocalittico: aumento delle tasse, crollo del sistema sanitario pubblico, licenziamenti.
In realtà negli ultimi anni, proprio per rispettare i diktat di Bruxelles e del sistema bancario europeo, il governo Cameron ha già imposto enormi tagli al pubblico impiego e al welfare, impoverendo milioni di cittadini.
A favore del ‘no’ ci sono una metà del Partito Conservatore al governo, il Partito Liberaldemocratico, i Verdi, la grande e media impresa, la maggioranza del settore bancario e di quello finanziario, ma anche un certo numero di sindacati moderati e la maggioranza del Partito Laburista. Tutti i partiti delle nazionalità oppresse – gallesi, scozzesi e irlandesi – sono a favore, più o meno ferventemente, del ‘remain’, con l’argomento che l’Unione Europea, per quanto imperfetta e migliorabile, costituisca un freno alle pulsioni più reazionarie della destra. Il Partito Nazionale Scozzese è in prima fila nella campagna per il ‘no’, e minaccia di indire un nuovo referendum per l’indipendenza da Londra in caso di vittoria della Brexit.
Una posizione da cui si discostano le frange più radicali e anticapitaliste dei movimenti indipendentisti. A guidare il fronte del ‘si’ alla Brexit è la destra euroscettica rappresentata dall’Ukip, partito nazionalista inglese/britannico e xenofobo che punta il dito contro l’immigrazione – anche di cittadini comunitari – e contro le limitazioni imposte all’economia del Regno Unito da parte di Bruxelles. Anche metà del Partito Conservatore è in prima fila contro l’Ue, capeggiata dall’ex sindaco di Londra Boris Johnson; per l’out sono anche la piccola impresa fortemente colpita dall’integrazione europea. Molto attivi a favore della Brexit sono anche i sindacati più radicali e di classe e un arcipelago di realtà politiche di sinistra e anticapitaliste, dalla sinistra laburista fino alle organizzazioni comuniste, che vedono nella rottura con quello che considerano un “polo imperialista” l‘Ue – uno strumento di cambiamento dei rapporti di forza interni a favore delle classi svantaggiate.

Marco Santopadre: “il Donbass è un focolaio di resistenza al fascismo e all’imperialismo europeista”

Intervista a Marco Santopadre del giornale comunista Contropiano sull’esperienza della “Carovana Antifascista” e sulla resistenza del Donbass al golpe fascista e filo UE in Ucraina

 santopadre

Che cos’è la carovana antifascista? 

La Carovana Antifascista è un progetto partito dalla coraggiosa e lungimirante iniziativa della Banda Bassotti che negli ultimi anni ha consentito a una gran quantità di realtà internazionali di partecipare ad una campagna di informazione e solidarietà nei confronti della lotta delle Repubbliche Popolari del Donbass e in generale delle forze antifasciste in tutta l’Ucraina. È stato partecipando alle attività della Carovana Antifascista che nel maggio del 2015 ho potuto partecipare al viaggio nella Repubblica Popolare di Lugansk, da quasi due anni ormai sottoposta insieme a quella di Donetsk a bombardamenti e ad un assedio feroce da parte delle forze armate e dei battaglioni neonazisti di Kiev. Un viaggio durato una settimana che ha permesso a più di cento militanti, attivisti e giornalisti di toccare con mano la distruzione e la morte causata in quei territori dalle forze golpiste ucraine che si sono impossessate del potere a Kiev nel febbraio del 2014, con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Abbiamo potuto conoscere direttamente esperienze assai interessanti nell’ambito della resistenza del Donbass contro il regime di Kiev, in particolare la Brigata Fantasma e l’Unità 404, delle milizie formate da combattenti che in larga parte si definiscono comunisti o quantomeno antifascisti e che hanno nelle zone in cui operano, oltre ad una funzione militare, anche una importante funzione politica, di sicurezza e di assistenza nei confronti di una popolazione stremata dall’assedio alla quale i partecipanti alla Carovana hanno distribuito aiuti alimentari, medicinali e altro. Al ritorno i materiali audio e video raccolti durante il viaggio e le testimonianze dei partecipanti hanno permesso di organizzare un elevatissimo numero di incontri informativi su una realtà che la politica e i media mainstream tendono a cancellare o a manipolare, descrivendo la resistenza delle popolazioni del Donbass come una ‘invasione russa’ o una sollevazione armata di formazioni locali ultranazionaliste.

Che cosa c’è dietro la famosa rivolta di piazza Maidan?

La rivolta di piazza Maidan è nata nell’autunno del 2013 a partire dall’iniziativa di un vasto arco di forze politiche liberali, nazionaliste e di destra ucraine, con l’aperto sostegno dell’amministrazione statunitense e dell’Unione Europea. La protesta è stata convocata nel centro di Kiev per opporsi alla decisione dell’allora governo Azarov e del presidente Viktor Yanukovich di bloccare la firma del trattato di Associazione tra Ucraina e Unione Europea che avrebbe condotto il paese nella sfera politica, commerciale e militare di Bruxelles e della Nato indebolendone la già fragile economia. Questi soggetti hanno sfruttato il malcontento popolare causato dalla crisi economica e dalla diffusione endemica della corruzione, ma dopo un breve periodo la protesta è stata presa in mano dalle forze più estremiste e militarizzata di destra e da formazioni neonaziste che si rifanno ad un personaggio come Stepan Bandera che durante la seconda guerra mondiale guidava una milizia favorevole agli invasori nazisti che è responsabile dell’uccisione di centinaia di migliaia fra oppositori politici e minoranze etniche. Usa e Ue si sono proposti come mediatori della crisi politico-istituzionale schierandosi di fatto al fianco dei partiti ultranazionalisti ucraini che hanno iniziato a chiedere la destituzione del presidente e la formazione di un nuovo governo senza la principale forza politica del paese – il Partito delle Regioni – uscita largamente vincitrice dalle elezioni. Quando ormai il governo aveva ceduto, firmando la propria capitolazione di fronte ai leader di Francia, Germania e Polonia arrivati a Kiev per sancire l’allargamento ad est dell’Unione Europea, gli squadroni di miliziani neonazisti hanno attaccato numerose sedi del governo e delle forze di sicurezza, mentre cecchini non meglio identificati sparavano in piazza Maidan contro i manifestanti e la polizia, permettendo così ai settori oltranzisti di impossessarsi del potere e di dare il via ad una ristrutturazione dello stato che si basa sull’anticomunismo e sulla persecuzione della consistente minoranza russofona e delle altre comunità non ucraine. Da allora il Partito Comunista è stato di fatto dichiarato fuori legge ed espulso dal parlamento grazie ain elezioni farsa, centinaia di sedi sindacali e politiche di sinistra sono state assaltate e chiuse, centinaia di dirigenti e militanti antifascisti sono stati uccisi o massacrati di botte. L’episodio più grave è rappresentato sicuramente dall’assalto fascista contro la Casa dei Sindacati di Odessa, il 2 maggio del 2014, quando molte decine di attivisti di sinistra e semplici lavoratori furono uccisi a sangue freddo o addirittura bruciati vivi da alcune squadracce di partiti fascisti e nazisti che nel frattempo avevano avuto accesso al governo golpista. Nel frattempo l’economia del paese, preda dei vari oligarchi che si sono impossessati del potere in misura ancora maggiore che in passato, è crollata ulteriormente, la moneta nazionale si è ampiamente svalutata e i vari governi che si sono succeduti in due anni hanno letteralmente consegnato il paese nelle grinfie della Nato, della Troika e del Fondo Monetario. Mentre la Nato, e gli eserciti di numerosi paesi europei, hanno iniziato ad armare e ad addestrare le forze armate ucraine impegnate nella repressione delle popolazioni dell’est, compresi i battaglioni neonazisti inquadrati nella Guardia Nazionale, Fmi e Troika hanno ottenuto dal regime golpista, in cambio di prestiti, la privatizzazione dei settori economici finora controllati dallo stato, licenziamenti di massa nel settore pubblico, l’aumento esponenziale delle tariffe dell’elettricità e del gas che pesano ora come un macigno su una popolazione ucraina sempre più stremata.

donbass

Che cosa vogliono i miliziani che lottano nel Donbass e da chi sono appoggiati?

Già durante la seconda fase della cosiddetta ‘rivoluzione di Maidan’ le popolazioni delle regioni del centro e dell’est dell’Ucraina cominciarono a mobilitarsi pacificamente a favore di una soluzione politica. Ma al momento del golpe, quando ormai era chiaro che il nuovo regime non aveva nessuna intenzione di rispettare il carattere plurinazionale dello stato ucraino, in molte città pezzi dei partiti di sinistra, dei sindacati, semplici cittadini e ad altre realtà hanno cominciato a organizzare dei comitati per impedire la presa del potere a livello locale delle formazioni banderiste, mentre la Crimea, dopo un referendum vinto a stragrande maggioranza, veniva annessa alla Federazione Russa. La strage di Odessa ha rappresentato, agli occhi degli ucraini dell’est, un momento di non ritorno: i ‘russi’ (cioè gli ucraini di lingua e cultura russa) erano considerati dal nuovo regime come un corpo estraneo, un nemico da liquidare e nessuna trattativa sarebbe stata possibile. È stato in quel momento che migliaia di persone, uomini e donne di tutto il paese e non solo dell’est, ma anche molti cittadini della Federazione Russa, hanno deciso di impugnare le armi per difendere il territorio aggredito e respingere l’assalto delle forze armate ucraine mentre dai comitati spontanei nascevano le due Repubbliche Popolari di Lugansk e Donestk. Kiev ha inviato l’esercito e i battaglioni nazisti in una operazione definita ‘antiterrorismo’ e dall’inizio dell’assedio al Donbass almeno 10 mila persone – ma ci sono stime che parlano di 50 mila – sono state uccise dai bombardamenti mentre circa 800 mila abitanti sono stati costretti a fuggire in Russia. Ad opporsi ai golpisti e a sostenere la sopravvivenza delle due entità ribelli sono forze politiche e sociali di vario tipo, dalla destra alla sinistra fino ai comunisti, all’interno di un fronte nazionale che al suo interno vede naturalmente anche uno scontro sul modello sociale ed economico da costruire. Allo stesso modo le milizie hanno carattere diverso, da quelle legate ad una visione nazionalista panrussa a quelle dei Cosacchi antifascisti fino a formazioni esplicitamente socialiste e comuniste. Se una parte delle milizie lotta per difendere e rafforzare le repubbliche popolari e farne uno stato indipendente che, magari in futuro, potrà ricongiungersi con la Russia, altre considerano la liberazione del Donbass solo la prima tappa di una battaglia più complessiva per la liberazione di tutta l’Ucraina dal giogo della Nato e dell’Unione Europea.

http://contropiano.org/

Joan Pitarch: “amus a iscrìere una costitutzione catalana”

Abbiamo intervistato Joan Elies Adell Pitarch, Direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia sul lavoro che sta svolgendo questo ufficio e in generale sui rapporti politici ed economici tra Governo Catalano e Sardegna. l’intervista è bilingue sardo-catalano.

cat

(foto di  Marco Fiore)

  • Ite est sa Delegació del Govern a Itàlia Ofici de l’Alguer e cale traballu seis fatende?

(cat.) L’Ofici de l’Alguer és una seu de la nostra Delegació a l’estat italià, amb l’objectiu principal  de treballar amb les institucions sardes per la salvaguarda de l’alguerès. També volem facilitar l’impuls i el reforçament de les relacions econòmiques, empresarials, comercials i turístiques entre l’Alguer, Sardenya  i Catalunya.

(sard.) S’Ufìtziu de s’Alighera est una sede de sa Delegació nostra in s’Istadu italianu [ndt. Ufitzialmente galu gasi], cun s’obietivu printzipale de traballare cun sas istitutziones sardas pro s’amparu de s’aligheresu. Cherimus fintzas fatzilitare s’impulsu e su rinfortzamentu de sas relatziones econòmicas, de negòtziu, cummertziales e turìsticas intro s’Alighera, Sardigna  e Catalugna

  • Pro ite sos sardos e sos catalanos devent fraigare relatzione in cumone sena prus dimandare permissu a Roma e Madrid?

(cat.)Perquè tant Sardenya com Catalunya som dues velles nacions d’Europa, que, per créixer i incrementar el benestar dels nostres ciutadans necessiten tenir la sobirania en les decisions importants que afecten el nostre territori: des de les polítiques econòmiques, de transport o de mobilitat, fins les polítiques culturals, educatives i lingüístiques.

(sard.) Ca tantu sa Sardigna cantu sa Catalugna semus duas natziones betzas de Europa, chi, pro crèschere e annànghere su benistare de sos tzitadinos nostros ant bisòngiu de tènnere sa soberania in sas detzisiones de importu chi afetant su territòriu nostru: dae sas polìticas econòmicas, de trasportu o de mobilidade, finas a sas polìticas culturales, educativas i linguìsticas

  • A Cale puntu seis de su fràigu de s’indipendèntzia in Catalunya a pustis de sas eletziones in ue ant bìnchidu sos indipendentistas?

(cat.) Estem en ple procés de desconnexió de l’estat espanyol, al temps que estem creant estructures pròpies per poder assegurar el pas d’una regió d’Espanya a un nou estat d’Europa. El que nosaltres anomenem un procés constituent. Des del punt de vista polític, estem a l’espera si hi ha una oferta de celebració d’un referèndum per la independència de Catalunya (cosa poc probable). Si no es produeix això, redactarem una constitució catalana que haurà de ser refrendada per la majoria del poble català.

(sard.) Semus in prenu protzessu de disconnessione de s’Istadu ispanniolu, como chi semus fraighende istruturas pròpias pro pòdere assegurare su brincu de una regione de Ispagna a un’istadu nou de Europa. Su chi nois numenamus unu protzessu costituente. Dae su puntu de vista polìticu, semus in isetu de un’oferta de tzelebratzione de unu referendum pro s’indipendèntzia de sa Catalugna (cosa pagu probàbile). Si no acontesset, amus a iscrìere una costitutzione catalana chi at a èssere ratificada dae sa majoria de su pòpulu catalanu.

http://afersexteriors.gencat.cat/ca/representacio_a_l_exterior/delegacio-del-govern-a-italia/ofici-a-lalguer/

Intervista a Mustillo, candidato comunista a sindaco di Roma

Alessandro-Mustillo

 

Come nasce la candidatura a sindaco della Capitale?

In questi anni a Roma il lavoro dei comunisti tra i giovani è stato molto apprezzato e riconosciuto. Nelle scuole abbiamo ottenuto quest’anno il 18% dei voti, siamo in prima linea in molte delle rivendicazioni più importanti per la gioventù. La ricostruzione comunista in Italia, a Roma in modo particolare, vede un reale protagonismo delle nuove generazioni. Per dare un segnale di discontinuità il Partito Comunista ha deciso che metà dei suoi candidati saranno giovani under trenta. Ovviamente sappiamo che non ci sono le condizioni per eleggere un sindaco comunista. Ma sappiamo anche che esiste uno scollamento reale tra la politica e i lavoratori e le masse popolari di questa città, che oggi non sono rappresentate. La candidatura del Partito Comunista alle elezioni serve a dare loro protagonismo diretto. A Roma servono i comunisti.

Roma ha molte questioni irrisolte (rifiuti, sanità, mobilità). Quali soluzioni ritiene che si debbano adottare?

Prima di tutto è necessario rompere con il patto di stabilità imposto dalla UE. Dentro questa gabbia non c’è futuro per Roma. Rimettere al centro gli interessi dei lavoratori significa pensare a trasporti pubblici efficienti, ad un piano per le periferie, all’emergenza casa, alla tutela dei diritti sul lavoro. Il nostro slogan lo sintetizza con una battuta: a Roma non basta un cambio serve una rivoluzione. Sono convinto che bisogna opporsi alle privatizzazioni e alla commistione tra pubblico e interessi privati su cui nasce e si consolida il sistema di mafia capitale. Pensiamo che sul trasporto pubblico serva potenziare i servizi e non ridurli e privatizzarli, che sia necessaria una regolamentazione stringente del sistema di appalti che lasciano solo opere incomplete come la metro C o la città dello sport, per cui spendiamo milioni di euro senza poterne usufruire. Siamo dalla parte dei lavoratori che chiedono la fine delle esternalizzazioni, della precarietà, che difendono il loro salario e i loro diritti. Abbiamo molte proposte dettagliate per i giovani, per la riqualificazione della città, per il turismo. Poi c’è la grande questione della casa.

Affittopoli? Qual è la posizione del Partito Comunista sulle case sfitte?

Affittopoli è un grande scandalo. Il rischio però è fornire il pretesto per una svendita completa del patrimonio immobiliare del comune, per il quale noi comunisti rivendichiamo un reale utilizzo sociale. A Roma la questione della casa è una priorità. Per anni le politiche urbanistiche sono state dettate dai palazzinari e il risultato è che abbiamo decine di migliaia di immobili sfitti e migliaia di famiglie senza casa. Non si risolve l’emergenza casa senza rompere con questo sistema. Roma non ha bisogno di nuovi quartieri ghetto nelle periferie senza servizi, in cui ogni funzione di socialità è demandata al centro commerciale attorno ai quali sono costruiti. Ci sono quartieri in cui è necessario anche pagare il pedaggio autostradale per andare a lavoro e tornare a casa. Gli immobili del comune possono diventare una parte della soluzione al problema. Lo scandalo non è chi vive con una pensione di invalidità al centro, e paga poco perché non ha un lavoro o non può svolgerlo. Il problema sono gli amici di amici che abitano in immobili senza avere titolo e su questo la politica ha grandi responsabilità. E lo stesso vale per il patrimonio non destinato ad abitazioni. Non è lo stesso affidarli ad un ente sportivo pubblico, a una palestra popolare che svolge lavoro sociale in periferia dando un’alternativa di vita ai giovani, o a un club esclusivo da migliaia di euro all’anno che fa profitti anche grazie a concessioni ridicole senza alcuna finalità sociale.

Che posizione avete sulle olimpiadi?

Lo dico da persona che ha fatto sport, anche agonistico, per anni e che crede nel valore universale dello sport. Per Roma oggi sarebbero un danno più che un bene. Se le olimpiadi devono diventare, come sembra, il pretesto per nuove speculazioni e per far guadagnare i soliti noti, meglio saltare il giro. Puntiamo alla riqualificazione dello stadio Flaminio e degli altri impianti che vanno restituiti alla città, a creare luoghi di sport che siano accessibili ai romani. So che questa affermazione può essere impopolare, ma come comunisti abbiamo il dovere di dire le cose come stanno, anche se non creano consensi nell’immediato. Un evento come le olimpiadi gestito con queste premesse sarebbe pagato a caro prezzo da tutti. La Grecia insegna.

Per concludere: qual è la sua idea di Roma?

L’opposto di quella attuale. Una città in cui siano posti al centro gli interessi e i diritti dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, in cui non siano palazzinari e speculatori a dettare l’agenda politica. Che abbia attenzione ai problemi delle periferie, che valorizzi una campagna di riqualificazione urbanistica, territoriale e anche culturale della città. Un po’ come ai tempi di Argan, Petroselli e Nicolini, ovviamente guardando al contesto di oggi.

www.comunistiroma.it

Reivindicant Antoni Simon Mossa

Reivindicant Antoni Simon Mossa

unnamed

(cat)
El passat 15 d’abril vaig tenir el plaer de participar a la inauguració del nou local de la Confederació Sindical Sarda a Sàsser. Aquest nou local està dedicat a Antoni Simon Mossa (Pàdua 1916-Sàsser 1971) referent obligat de l’independentisme sard o de qualsevol reivindicació contra el colonialisme italià a la Sardenya.
Sard d’origen alguerès també va ser un ferm defensor del català a l’Alguer, va fer una gramàtica i va fundar una escola on es va ensenyar català fins el 1970. Lluny del que podria ser un plantejament folklorista en fa un enfocament complex i modern vinculant la llengua al context polític i al model social i econòmic. Arquitecte de professió -s’està fent un estudi exhaustiu de la seva tasca- també va ser un impulsor del manteniment de l’estil arquitectònic a la illa i va impulsar mobilitzacions contra l’efecte nociu del turisme massiu. Tot xerrant amb el Delegat de la Generalitat a l’Alguer, abans de l’acte del dia 15, vam convenir que es tracta d’un visionari, anticipat al seu temps i per tant en bona mesura incomprès o comprés a posteriori, que és una altra manera de dir-ho, “illuminato illuminanti”

Des d’aquest enfoc global va ser un ferm defensor de la necessitat d’un sindicalisme sard, independent de les estructures estatals. I de reforçar les relacions entre Sardenya, Còrsega, Les Illes i Catalunya, l’eix mediterrani del sud. Tant des del sindicalisme sard, cors com català entomem el repte tot aprofitant la nova situació política a Còrsega i sobretot el que ha de ser una reflexió estratègica sobre el paper de la futura República Catalana a la Mediterrània. Ens ho creiem o no ens ho creiem? I si ens ho creiem de debò Catalunya té una gran tasca a fer tant des del punt de vista econòmic, com polític com cultural i des del sindicalisme nacional en fem una aposta forta.

El 4 de maig, a les 19h, a l’Institut d’Estudis Catalans a Barcelona es presentarà el llibre d’Antoni Simon Mossa “El pont retrobat” on podrem comptar amb el testimoniatge del seu fill Petru, entre altres. Una bona oportunitat per retrobar o descobrir una persona referent que faríem be d’incorporar al repertori.

“És preferible una república d’esparracats que una colònia de miserables

Per Carles Sastre, Secretari General de la Intersindacal-CSC

(it)

Lo scorso 15 aprile ho avuto il piacere di partecipare alla inaugurazione dei nuovi locali della Confederazione Sindacale Sarda a Sassari. questa nuova sede è intitolata ad Antoni Simon Mossa ( Padova 1916 – Sassari 1971 ) riferimento dell’indipendentismo sardo e di tutte le rivendicazioni contro il colonialismo italiano in Sardegna. Sardo di origini anche algheresi fu un fermo difensore del catalano di Alghero, ha realizzato una grammatica algherese e fondò una scuola dove si insegnava il catalano sino dagli anni ’70. Lontano da ciò che poteva essere un approccio folcloristico da vita ad un approccio complesso e moderno collegando la lingua al contesto politico ed al modello sociale ed economico. Architetto di professione ( si stano facendo studi sul suo lavoro ) e fu anche un promotore del mantenimento dello stile architettonico dell’isola promuovendo la mobilitazione contro il turismo di massa ( e di élite speculativo ). Concordando con il Delegato de la Generalità di Catalugna ad Alghero, prima dell’incontro del 15 aprile, abbiamo convenuto che si tratta di un visionario, nel senso che ha anticipato i suoi tempi e pertanto in buona misura, incompreso o capito a posteriori, e dicendolo in altro modo, un ” illuminato illuminante “. Con questo approccio globale fu un fermo difensore della necessità di un sindacalismo sardo, indipendente dalle strutture statali. Convinto della necessita di rafforzare le relazioni tra la Sardegna, la Corsica, le Isole Baleari e la Catalogna, l’asse mediterraneo del sud. Sia come sindacalismo sardo, corso e catalano intendiamo approfittare della nuova situazione politica in Corsica e soprattutto su una riflessione strategica sulla carta della futura Repubblica Catalana nel Mediterraneo. Sia che ci si creda o no? E se ci crediamo di buono la Catalogna ha una grande occasione ed un compito di fare, sia dal punto di vista economico, che politico e sia culturale, del sindacalismo nazionale un punto di forza. Il 4 di maggio alle 19,00 nella sede dell’Istituto di Studi Catalani a Barcellona sarà presentato il libro di Antoni Simon Mossa “Il Ponte riscoperto ” contando sulla testimonianza di suo figlio Pietro Simon tra gli altri. Una buona opportunità per ritrovare o riscoprire una persona di riferimento che faremo bene di inserire nella nostra rubrica. ” E’ preferibile una repubblica di disperati che una colonia di miserabili “.

Da Carles Sastre, Segretario Generale dell’ Intersindacal-CSC

(Traduzione di Vincenzo Carlo Monaco)

 

Intervista Andrìa Pili pro is “Scontri Internaziunali”

SCONTRI INTERNAZIUNALI
Intervista Andrìa Pili pro is “Scontri Internaziunali”

Andrìa Pili, SCIDA – Giovunus Indipendentistas (Casteddu)

Ite sunt is “Scontri Internaziunali” e proite Scida dae tres annos andat in ie?

Sunt unu addòbiu pro is giovanos indipendentistas europeos (ma in is ùrtimos annos ant tentu puru ospites dae foras de s’àrea europea) organizadu dae sa Ghjuventù Indipendentista corsa dae 12 annos a Corte, in sa Università di Corsica. Nos ant mutidu dae tres annos a rapresentare sa gioventude indipendentista sarda chi semus s’organizatzione giovanile indipendentista prus manna e proite giai dae cando semus naschidos – in su 2012- amus tentu semper unu ligàmene e cuntatos mannos meda cun sa GI, chi tenimus meda cosas in comunu. Est bènnida puru in Casteddu a is duos addòbios internatzionales chi amus organizados.

Cales sunt is àteras realidades giovaniles chi ant partetzipadu e cales sunt is analisis e is peleas prus de importu chi ant fatu?

In prus de sa GI e de nosàteros, bi fiant Aitzina (is giovanos de sa manca abertzale basca de Iparralde), Arran (organizatzione de giovanos cadelanos acurtzu de sa CUP), sa Unione Democràtica Araba Palestinesa e su HDP (Kurdistan). Sa GI at chistionadu a pitzu de is duas binchidas eletorales de importu, sa de is eletziones pro s’Assemblea di Corsica e sa de GI matessi a is eletziones pro is cussìgios universitarios; Arran at faeddadu de su protzessu indipendentista cadelanu dae sa positzione de sa manca indipendentista anticapitalista e feminista. Aitzina at chistionadu a pitzu de is peleas de sa manca abertzale in Iparralde pro difendere sa limba natzionale issoro e pro fraigare una regione pro is tres provintzias bascas- como sunt intro de s’Aquitania e de su dipartimentu de is Pirenèos Atlanticos- comente at chèrfidu sa majoria de is bascos chi ant votadu in una consulta organizada dae unu comitadu de meda assòtzios de sa sotziedade tzivile in casi totus is comunus de Euskadi Nord; in prus, ant faeddadu de sa chistione de is presos politicos in totu Euskal Herria- chi sunt 455, casi 100 is de Iparralde- comente de sa situatzione noa in Navarra, in ue is natzionalistas bascos guvernant gràtzias a sa majoria parlamentare cun sa manca ispanniola e Podemos chi at permitidu de pònnere a banda sa UPN, autonomistas navarros (non bascos!) de dereta, a pustis de meda annos chi ant tentu s’esecutivu.

Ais naradu chi s’universidade sarda est oligàrchica. Proite e in cale manera diat èssere gasi?

Amus iscritu chi sa protesta contra a is criterios istatales de valutatzione de s’universidade e chirca, chi ponent a riscu s’esistèntzia de is Universidades in Sardigna, est ghiada dae s’oligàrchia sarda. Sa classe academica – in antis a totus sa retora noa Maria Del Zompo- at mustradu de tènnere sa matessi visione de sa Giunta Regionale e de is parlamentares sardos de su PD (su matessi partidu chi pòmpiat sa Giunta e chi est co-responsabile de custa situatzione). Sa tesi de Pigliaru e de su PD est chi no b’at perunu progetu politicu a pitzu de custu disacatu pro nois e is àteras periferias de s’Istadu…pro issu, Renzi e Giannini no si nde sunt abbistos de su male nostru! In prus, narant chi lis depimus pònnere in mente chi sa Sardigna est una isula. Pro sa classe politica e cussa academica sarda is istudiantes sardos depent tènnere fide in su guvernu Renzi; pro sa Del Zompo, depimus torrare gràtzias a Pigliaru e a is diputados e senadores PD pro s’impignu issoro. Est una impostatzione chi non podimus cumpartire pro nudda: pro nois sa chistione de s’universidade nostra est radicale, ca pertocat sa dipendentzia politica, sotziale, economica e su neoliberalismu. Una protesta pro difendere s’universidade sarda chi non cheret gherrare contra a sa dipendèntzia e contra a su neoliberalismu (is resones a pitzu de sa contrariforma europea e italiana de s’istrutzione) e chi castiat a sa Sardigna isceti pro una resone territoriale e non comente a una comunidade distinta no at a èssere mai cumpartida dae nosateros. Pro sa classe politica, academica, economica (Alberto Scanu de sa Confindustria) est isceti una chistione de dinare in prus; pro nois est isceti cun sa soberania sarda a pitzu de s’educatzione (iscolas e universidade) e de sa chirca chi diamus pòdere a beru fraigare una Universidade pro s’isvilupu nostru e tènnere politicas pensadas pro is interessos nostros e non pro cussos de su capitale italianu. Torra: sa protesta est totu intro is relatas de s’élite sarda e italiana, cuntraria a is interessos de sa majoria de su pòpulu nostru. Is istudiantes chi ant detzisu de dda pòmpiare- s’UDU sarda de UniCa 2.0- tenent una controida manna meda de risolvere e sunt istados impreados dae sa classe acadèmica pro nàrrere chi totus is istudiantes sunt de acordiu cun issa, cuende s’esistèntzia de is boghes organizadas (nois e su CUA) o individuales chi cherent una batalla radicale e chena cumpromissos cun is inimigos nostros. Difatis no est beru chi totus is istudiantes sunt istados rapresentados: diat bastare a ligire is datos de s’astensione a is eletziones universitarias pro si agatare de is limites de sa rapresentantzia formale o a su fatu chi s’UDU sarda no apat isseberadu de impreare sa fortza sua pro batallas de importu comente sa de su Comitadu de is Istudiantes contra a s’Ocupatzione Militare o pro impedire is acordios de s’Universidade cun colonialistas comente sa Saras.

In cale manera sa pelea indipendentista est ligada a cussa pro su deretu a s’istùdiu?

Una pelea pro sa liberatzione natzionale depet èssere bona a si fàghere riferimentu pro is batallas in difesa de ònnia deretu. Est ladinu comente si potzat èssere indipendentistas e contra a su deretu a s’istùdiu (bastat a castiare a sa dereta cadelana); ma est ladinu puru comente pro difendere custu deretu est netzessàriu a èssere ligados a is interessos de sa majoria de su pòpulu nostru- pensamus a is istudiantes chi benint dae is familias traballadoras- e duncas a non èssere ligados a is poderes politicos e economicos italianos chi dae casi binti annos ant aplicadu is politicas neoliberales, classistas e pro su capitale de su Nord Italia, chi ant fatu dannos a is istudiantes e a postu a riscu s’esistèntzia matessi de s’Universidade in Sardigna. Pro custu, nois cherimus fraigare unu moimentu mannu, natzionale e anticolonialista, de is istudiantes pro su podere legislativu sardu a pitzu de iscola e universidade. Sa soberania est s’aina prus forte pro difendere is deretos de is istudiantes sardos.